12 cose da fare ogni giorno per essere ancora più leader del tuo team

Quando ricopri una posizione di responsabilità, una parte importante del tuo lavoro consiste nel migliorare il modo in cui guidi le persone.

Essere leader significa distribuire compiti, prendere decisioni, controllare risultati e assicurarsi che il lavoro venga fatto.

Ma non basta.

Guidare un team significa occuparsi del lavoro e, nello stesso tempo, delle persone che devono farlo.

La leadership non si costruisce soltanto nelle grandi decisioni.

Si vede anche nei piccoli comportamenti quotidiani.

Ecco 12 cose che puoi fare con continuità per rafforzare la tua leadership.

1. Dare spazio alle persone

Conoscere competenze, punti di forza e aree di miglioramento dei collaboratori ti permette di guidarli meglio.

Ma per conoscerli devi anche lasciare loro spazio.

Fai in modo che possano esprimere un’opinione, sollevare un problema o proporti una soluzione senza avere la sensazione di dover indovinare ciò che vuoi sentirti dire.

Ascoltare il loro punto di vista non significa necessariamente condividerlo.

Dare spazio alle persone non significa rinunciare alla tua responsabilità di decidere.

2. Essere diretto

Se non dici con chiarezza ciò che pensi del lavoro di una persona, quella persona dovrà cercare di capirlo da sola.

Un feedback poco chiaro crea facilmente dubbi e interpretazioni.

“Sta andando bene?”
“C’è qualcosa che non mi sta dicendo?”
“Che cosa si aspetta esattamente da me?”

Essere diretti non significa essere bruschi.

Significa dire ciò che funziona, ciò che non funziona e ciò che ti aspetti, con rispetto e senza inutili giri di parole.

3. Conoscere meglio il team

Probabilmente conosci ruolo, competenze ed esperienza delle persone che lavorano con te.

Ma sai che cosa le motiva? Dove vorrebbero crescere? Che cosa le mette maggiormente in difficoltà?

Non devi entrare nella loro vita privata per dimostrare interesse.

Conoscere una persona significa anche capire come lavora, che cosa le serve e quali capacità potrebbe sviluppare.

4. Imparare dal team

Essere responsabile non significa avere tutte le risposte.

Le persone che lavorano ogni giorno su attività, clienti, procedure e problemi possono vedere cose che tu non vedi.

Chiedi.

“Tu come la vedi?”
“Hai già incontrato questo problema?”
“Che cosa cambieresti?”

Chiedere non diminuisce la tua autorevolezza.

Essere leader non significa essere la persona che sa sempre più degli altri.
Significa anche sapere quando vale la pena ascoltare ciò che gli altri sanno.

5. Uscire dall’ufficio

Se trascorri gran parte della giornata tra riunioni, email, telefonate e documenti, rischi di perdere il contatto con ciò che accade davvero nel team.

Ogni tanto esci.
Osserva.
Ascolta.

Parla con le persone senza avere necessariamente un problema da risolvere.

“Come stanno andando le cose?”
“C’è qualcosa che dovrei sapere?”

Non trasformare questi momenti in controlli informali. Servono a mantenere il contatto con la realtà quotidiana del lavoro.

6. Comunicare e facilitare

Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni.

Puoi dare istruzioni precise e lasciare comunque dietro di te dubbi, incomprensioni e problemi irrisolti.

Un leader deve anche facilitare: chiarire ciò che non è stato compreso, mettere in contatto le persone giuste, rimuovere un ostacolo, far emergere un problema.

E quando qualcuno ti parla, dargli attenzione invece di continuare a leggere il monitor o controllare il telefono.

A volte facilitare il lavoro del team vale più di un’altra direttiva.

7. Incoraggiare idee e iniziativa

Se vuoi persone autonome, devi lasciare loro qualche spazio nel quale possano esserlo.

Chiedi proposte.

Permetti di sperimentare quando il rischio è ragionevole.

Non bocciare automaticamente un’idea soltanto perché non è quella che avresti avuto tu.

Avere fiducia nel potenziale di una persona significa anche darle la possibilità di dimostrarlo.

Se ogni proposta viene accolta con:

“Abbiamo sempre fatto così.”

prima o poi le persone smetteranno di proporre.

8. Chiedere feedback anche su di te

Il feedback non serve soltanto ai collaboratori.

Anche tu hai bisogno di capire come arriva agli altri il tuo modo di guidare.

Puoi confrontarti con una persona di cui ti fidi, chiedere direttamente al team quando il contesto lo permette oppure lavorarci con un professionista esterno.

Non chiederti soltanto:

“Sono un buon leader?”

Chiediti piuttosto:

“Che cosa faccio che aiuta il team?”
“Dove creo difficoltà senza accorgermene?”
“Che cosa potrei fare diversamente?”

9. Ammettere quando sbagli o non conosci la risposta

Il ruolo non ti obbliga a sapere tutto.

E neppure a difendere una decisione quando ti sei accorto che era sbagliata.

Puoi dire:

“Su questo ho sbagliato.”
“Non conosco la risposta.”
“Devo verificare.”
“Avevi ragione tu.”

Il problema nasce più facilmente quando tutti vedono l’errore e tu continui a fingere che non esista.

Il modo in cui gestisci i tuoi errori dice al team molto su come potrà gestire i propri.

10. Non lasciare correre superficialità e negligenza

Accettare che le persone possano sbagliare non significa accettare qualsiasi errore nello stesso modo.

Un errore commesso mentre si impara qualcosa di nuovo è diverso da un comportamento ripetutamente superficiale. Una dimenticanza occasionale è diversa dalla negligenza.

Il tuo compito è capire che cosa è successo e intervenire in modo proporzionato.

Se lasci sistematicamente correre comportamenti che danneggiano il lavoro, il messaggio arriva anche alle persone che lavorano con attenzione.

11. Riconoscere ciò che viene fatto bene

Non aspettare la valutazione annuale per dire a qualcuno che ha fatto un buon lavoro.

Quando vedi qualcosa che merita di essere riconosciuto, dillo. Ma sii concreto.

Non soltanto:

“Bravo.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Sei rimasto calmo e hai trovato una soluzione senza scaricare il problema sugli altri.”

Un riconoscimento specifico aiuta la persona a capire che cosa ha fatto bene e che cosa vale la pena continuare a fare.

Evita che il buon lavoro diventi invisibile soltanto perché era ciò che ti aspettavi.

12. Parlare meno e ascoltare di più

Un responsabile parla molto.

Spiega.
Decide.
Corregge.
Risponde.
Dà indicazioni.

Proprio per questo può essere utile, ogni tanto, fare il contrario.

Ascoltare senza preparare immediatamente la risposta.

Fare una domanda in più.

Lasciare qualche secondo di silenzio.

Non partire dal presupposto di avere già capito ciò che l’altra persona sta cercando di dirti.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

Ascoltare non ti rende meno leader.
Ti permette di decidere conoscendo qualcosa in più.

La leadership si costruisce anche nei giorni normali

Non devi fare tutte queste 12 cose ogni mattina come se fossero una lista da spuntare.

La leadership si costruisce attraverso comportamenti ripetuti nel tempo: come ascolti, come correggi, come riconosci, come reagisci a un errore, quanto spazio lasci e quanto sei presente.

Sono queste piccole situazioni quotidiane che, sommate, costruiscono l’immagine che il team ha di te.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale: “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

E allora può essere più utile una domanda concreta:

“Quale di questi comportamenti dovrei cominciare a praticare meglio già da domani?”

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare

tacere

“Le persone che sanno poco sono solitamente dei grandi parlatori, mentre gli uomini che sanno molto dicono poco.”
Jean-Jacques Rousseau

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

La crescita personale inizia quasi sempre da una presa di coscienza scomoda: il problema, spesso, siamo noi.

Parliamo troppo.
Parliamo male.
Più del dovuto.

E a volte — senza volerlo — quando parliamo appariamo:

  • offensivi
  • poco preparati
  • poco corretti

In due parole: facciamo danni

Viviamo in un’epoca travolta dalle parole.

Dalle chiacchiere.

Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono valore.
Peso.
Significato.

E non sempre sono la soluzione.

A volte, il silenzio parla molto più forte.

Non siamo consapevoli della potenza delle parole

Basterebbe ricordare quante volte:

  • una parola di troppo
  • un lapsus
  • una frase fuori posto

hanno compromesso:

  • un progetto
  • un colloquio
  • un rapporto con un cliente
  • la relazione con un collega o con il capo
  • la tua immagine di leader

Si parla molto delle frasi chiave dei grandi leader.

Meno della loro abilità opposta.

Stare in silenzio.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.

E ascoltare.

Ecco 15 situazioni in cui tacere può essere molto più intelligente che parlare.

1. Taci se non hai nulla di significativo da aggiungere

Hai già detto quello che dovevi dire?

Anche in modo semplice e asciutto?

Perfetto.
Adesso taci.

Comunicare non significa parlare tanto, ma avere qualcosa da dire.

Aggiungere parole per sembrare più competenti spesso produce l’effetto opposto: finisce per indebolire il messaggio.

2. Taci se non intendi mantenere la parola

Una promessa è una promessa.

Se dici cose che non hai intenzione di mantenere, prima o poi le persone smetteranno di dare peso alle tue parole.

Se stai parlando solo per fare il brillante o per imitare il “leader ideale”, meglio tacere.

3. Taci quando sei arrabbiato

Quando sei molto arrabbiato, aumenta il rischio di dire qualcosa che a mente fredda non diresti.

E una volta dette, certe parole non si possono ritirare.

Quando sei arrabbiato:

  • non giudicare
  • non criticare
  • evita di spiegare

Prenditi tempo.
Allontanati.
Raffredda la mente.

Poi, se serve, torna sulla questione.

4. Taci se non conosci bene i fatti

Non giudicare prima di capire.
Non reagire prima di sapere.

Parlare senza conoscere i fatti porta facilmente a:

  • dietrofront imbarazzanti
  • scuse forzate
  • relazioni da ricucire

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

5. Taci se non conosci l’argomento

Il silenzio imbarazza.

E per questo molti sentono il bisogno di riempirlo comunque.

Ma è meglio tacere che parlare con sicurezza di qualcosa che non si conosce.

Dire:

“Non lo so.”
“Devo informarmi.”
“Su questo non ho abbastanza elementi.”

può essere molto più autorevole di una risposta improvvisata.

Approfondisci nel mio libro:

“Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025

6. Taci e impara ad ascoltare

Ascoltare significa spegnere, almeno per un momento, il proprio dialogo interno.

E dedicare attenzione reale all’altro.

Non pensare subito alla risposta.
Non interrompere.
Neanche completare la frase dell’altro.

Ascoltare è uno dei modi più semplici per far sentire una persona presa sul serio.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

7. Taci quando sei profondamente sfiduciato

Demoralizzazione, delusione, amarezza.

Quando sei dentro queste emozioni rischi di dire cose che esprimono soprattutto il tuo stato d’animo del momento.

Meglio prendersi un po’ di tempo.

Sfogarsi sì.

Ma nel posto giusto.
Con la persona giusta.

8. Taci quando stai diventando “pesante”

Troppo meticoloso.
Troppo perfetto.

“So tutto io”.

Continuare ad aggiungere spiegazioni, precisazioni e correzioni non aumenta necessariamente la tua autorevolezza.

A volte ti rende semplicemente pesante.

9. Taci dopo aver detto qualcosa di importante

Dopo una frase importante, fermati.

Una pausa può dare maggiore enfasi alle tue parole.

Il silenzio è parte del messaggio.

Se continui immediatamente a parlare, rischi di disperdere ciò che hai appena detto dentro il flusso delle parole successive.

10. Taci se non sai ancora come dirlo

Se non hai pesato le parole.

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • esagerato

meglio tacere.

Per ora.

Tacere non significa rinunciare a dire ciò che pensi.

Significa scegliere quando e come dirlo.

11. Taci se nessuno ti ha chiesto un consiglio

Spesso le persone parlano per condividere.

Non necessariamente per ricevere soluzioni.

Metti da parte il tuo ego.

Il bisogno di “salvare”.
Il ruolo del guru.

A volte l’altra persona non ha bisogno della tua soluzione.

Ha bisogno che tu la ascolti.

12. Taci se stai parlando solo per piacere

Se cerchi continuamente di piacere agli altri per paura di essere escluso, deriso o rifiutato, rischi di adattare ciò che dici a ciò che pensi gli altri vogliano sentirsi dire.

Prima di parlare, chiediti:

“È davvero ciò che penso?”

13. Taci se stai ripetendo lo stesso concetto

Ripetere non sempre rafforza.

Spesso disperde.

La chiarezza nasce anche dalla sintesi.

Scopri il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” per imparare a gestire voce, postura e linguaggio del corpo con maggiore consapevolezza e impatto.

14. Taci se stai cercando di fare il brillante

Quando non lo sei.

Il rischio?

Essere l’unico a ridere.

15. Taci se vuoi far crescere le persone

A volte aiutare significa non intervenire.

Fare un passo indietro.
Lasciare spazio.

Consentire all’altro di crescere.
Sbagliare.

Permettere alla persona di costruire la propria capacità, competenza e fiducia.

Non devi sempre intervenire.
Non devi sempre avere la soluzione.

E non devi sempre dire l’ultima parola.

In finale…

Saper tacere è una delle competenze più sottovalutate nella leadership.

Il silenzio non è assenza.
È presenza consapevole.

Non significa non avere nulla da dire.

Significa anche capire quando le tue parole servono davvero e quando, invece, è meglio lasciare spazio.

Spesso, la leadership sta proprio lì.

Nel saper tacere.

6 strategie che timidi e introversi dovrebbero conoscere prima di un’intervista di lavoro

intervista di lavoro
Introversione e intervista di lavoro?
Timidezza e introversione non sono la stessa cosa.

Una persona introversa può essere perfettamente sicura di sé e, allo stesso tempo, preferire riflettere prima di parlare, sentirsi più a proprio agio nelle conversazioni individuali e trovare stancanti le situazioni in cui deve esporsi a lungo.

La timidezza riguarda invece maggiormente il disagio che possiamo provare quando ci sentiamo osservati o giudicati.

In un colloquio di lavoro le due cose possono naturalmente incontrarsi.

Devi parlare di te.
Raccontare ciò che sai fare.
Rispondere a domande che non conosci in anticipo.

Essere al centro dell’attenzione.

Se sei timido o introverso, tutto questo può costarti più fatica. Ma non significa affatto che tu debba partire svantaggiato.

E soprattutto non significa che, per affrontare bene un colloquio, tu debba trasformarti improvvisamente in una persona estroversa.

Puoi prepararti a giocare meglio con le tue caratteristiche.

Ecco 6 strategie.

1. Preparazione, preparazione e ancora preparazione

Una delle difficoltà maggiori di un’intervista di lavoro è non sapere esattamente che cosa succederà.

Chi incontrerai?
Che cosa ti chiederanno?
Quanto durerà?
Su quali aspetti insisteranno?

Non puoi eliminare l’imprevisto.

Puoi però ridurre tutto ciò che è prevedibile.

Informati sull’azienda, sul ruolo, sui prodotti o servizi, sul settore e sulle caratteristiche della posizione.

Puoi approfondire questo aspetto nell’articolo Colloquio di lavoro: 6 spunti per raccogliere informazioni sull’azienda.

Preparati anche dal punto di vista pratico: dove si trova la sede, quanto tempo impiegherai, dove puoi parcheggiare o quale mezzo prendere.

L’obiettivo è semplice: non sprecare energie su ciò che potevi prevedere prima.

Prepara anche le risposte

Se preferisci pensare prima di parlare, preparare alcune risposte in anticipo può aiutarti molto.

Non significa impararle a memoria.

Significa sapere quali esperienze, competenze ed esempi vuoi utilizzare quando ti chiederanno, per esempio:

  • di parlare di te;
  • quali sono i tuoi punti di forza;
  • perché ti interessa quella posizione;
  • di raccontare un risultato o una difficoltà affrontata;
  • di spiegare un passaggio particolare del tuo percorso professionale.

Prova a rispondere ad alta voce.
Da solo oppure con qualcuno.

Pensare una risposta e pronunciarla sono due cose diverse.

E se durante l’intervista di lavoro arriva una domanda che non avevi previsto?

Puoi anche fermarti qualche secondo.

“È una domanda interessante. Mi lasci un momento per pensarci.”

Non devi necessariamente rispondere nell’istante stesso in cui l’intervistatore finisce di parlare.

2. Non cercare di diventare estroverso

Qui cambierei una convinzione abbastanza diffusa.

Un buon colloquio non è uno spettacolo.

Non vince necessariamente chi parla di più, sorride di più o riesce a “vendere” meglio se stesso.

Devi però rendere visibile ciò che sai fare.

Questo può richiederti di uscire un po’ dalla tua zona di comfort: salutare con presenza, guardare l’interlocutore, parlare con un tono sufficientemente deciso, mostrare interesse.

Ma non devi recitare una parte.

Non devi diventare improvvisamente espansivo, brillante o chiacchierone se non lo sei.

Al colloquio non devi sembrare più estroverso.
Devi permettere all’intervistatore di vedere meglio il tuo valore.

C’è una bella differenza.

3. Non sminuire le tue competenze

Questa è una situazione che incontro spesso.

Domanda:

“Conosce Excel?”

Risposta:

“Mah… abbastanza.”

Oppure:

“Un pochino.”
“Dipende.”

Il problema non è la timidezza in sé.

È che, nel tentativo di non vantarsi o di non apparire presuntuosi, si finisce per presentare male una competenza reale.

Parlare di ciò che sai fare non significa vantarti.

Porta fatti.

  • “Utilizzo Excel quotidianamente e nel mio ultimo lavoro lo usavo soprattutto per…”
  • “Ho gestito personalmente…”
  • “Mi sono occupato di…”
  • “In quella situazione ho risolto il problema in questo modo…”

Non limitarti a dichiarare una qualità.
Mostrala attraverso un esempio.

L’intervistatore non può conoscere ciò che non riesci a raccontargli.

4. Non trasformare il contatto visivo in una prova di resistenza

Durante un’intervista di lavoro è importante mostrare attenzione anche attraverso lo sguardo.

Ma questo non significa fissare continuamente negli occhi l’intervistatore.

Sarebbe innaturale per chiunque.

Quando ascolti, guarda la persona.

Quando rispondi, mantieni un contatto visivo naturale e concediti tranquillamente di distogliere lo sguardo per qualche istante mentre rifletti.

Poi torna sull’interlocutore.

Il punto non è controllare ossessivamente dove stai guardando.

È evitare di trascorrere l’intero colloquio con gli occhi sul tavolo, sul pavimento o sulle tue mani.

Lo sguardo deve accompagnare la conversazione, non diventare un’altra cosa da controllare.

5. Usa a tuo favore le caratteristiche del tuo modo di comunicare

Non hai necessariamente bisogno di presentarti dicendo:

“Sono introverso.”

Puoi far emergere direttamente le caratteristiche che ti rappresentano.

Per esempio:

  • “Prima di prendere una decisione preferisco raccogliere le informazioni necessarie.”
  • “Sono una persona che ascolta molto prima di intervenire.”
  • “Nelle riunioni non sono quello che parla per primo, ma quando intervengo cerco di portare un contributo concreto.”

Naturalmente devono essere affermazioni vere.

E, quando possibile, accompagnate da un esempio.

Essere riflessivi, saper ascoltare o preferire comunicazioni meno impulsive non sono automaticamente pregi né difetti.

Dipende dal ruolo, dalla situazione e da come utilizzi queste caratteristiche.

L’obiettivo non è dimostrare che essere introversi sia meglio.

È non considerarlo automaticamente uno svantaggio.

6. Proteggi un po’ le tue energie prima del colloquio

Se sai che una lunga interazione sociale ti affatica, tienine conto.

Non è necessario costruire un rituale complicato.

Può bastare arrivare con un po’ di anticipo, evitare di incastrare il colloquio tra mille altri impegni e concederti qualche minuto di tranquillità prima di entrare.

Lo stesso vale per un colloquio online o telefonico.

Chiudi ciò che stavi facendo.
Riduci le distrazioni.
Preparati il materiale che potrebbe servirti.

E prenditi qualche minuto per entrare nella conversazione con la testa giusta.

Non devi arrivare “carico”. Devi arrivare presente.

Non devi diventare un’altra persona per affrontare bene un colloquio

La preparazione rimane probabilmente la strategia più importante.

Ti permette di ridurre l’incertezza, trovare più facilmente le parole e concentrarti sull’interlocutore invece di domandarti continuamente che cosa dire.

Ma c’è un altro aspetto da ricordare.

Il colloquio non serve soltanto all’azienda per valutare te. Serve anche a te per valutare l’azienda.

Osserva come vieni accolto.
Come ti parlano.
Che tipo di domande ti fanno.
Quanto spazio ti lasciano per rispondere.

Un ambiente nel quale soltanto chi parla più forte, più velocemente o più a lungo riesce a farsi ascoltare potrebbe non essere necessariamente l’ambiente nel quale riuscirai a esprimerti meglio.

Se invece senti che il problema non è ciò che sai fare, ma riuscire a raccontarlo con sicurezza durante l’intervista di lavoro possiamo lavorarci in modo concreto.

Scopri il percorso di coaching per preparare il colloquio di lavoro.

Per arrivare al colloquio sapendo che cosa vuoi comunicare, quali esempi utilizzare e come dare il giusto peso alle tue competenze.

Coaching per giovani leader – investi su te stesso

coaching per giovani leader

“Come posso sperare di comandare sugli altri,
se non ho il pieno controllo su me stesso?
”
François Rabelais

Quanto tempo ti ci è voluto?
Pochi anni?
Diversi mesi oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?

Ti è bastato poco.
Molto poco … per capire che tutti i libri che hai letto, i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato, la capacità lavorativa che hai … non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.

Le qualità personali non si sviluppano seguendo un corso o leggendo un libro

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori (non userò mai la parola risorse),
le relazioni extra lavorative,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress,
l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano seguendo un corso, un workshop, un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Se non è cambiato niente.
Oppure è cambiato poco,
significa che non è quello di cui hai bisogno.

E allora cosa fai?
Continui a cercare, ovvio.

Continui a cercare le risposte.
Si dice che “chi-cerca-trova”.
Google è perfetto per darti le risposte che cercavi.

E infatti ne trovi tante.
Tantissime.

Purtroppo … le conosci già.
Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Le risposte che trovi sono generiche e tutt’altro che incisive

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.

E allora continui a cercare.
Ancora.
Inseguire, bramare, tentare.

E non guardi nell’unico posto, dove troveresti le risposte che stai cercando.
Dentro di te.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande. Non io.
Possono sembrarti domande facili ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.

Provaci, dai:

“Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Come farai a sapere quando sei arrivato?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?
”

Lo sai che i leader più esperti pensano che i giovani desiderano il successo su un piatto d’argento.
Senza lottare.
Ah no?

Dimostra che si sbagliano.
Alza i tuoi standard personali.
Bassi standard portano alla mediocrità.

Se non ce la fai, riprova.
Riprova ancora.
Fai le cose difficili.
La facilità, la comodità ti fa diventare molliccio, arrendevole, fragile.
O forse molliccio lo sei già?

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Sviluppa la tua capacità di “attraversare” la delusione e la frustrazione

Le lotte di oggi,
ti porteranno da qualche altra parte … domani.

Non lasciare che i leader più esperti raccolgano al posto tuo.
Smettila di parlare.
Smettila di sognare.
Fantasticare.
Entra nel concreto.
Fai qualcosa.
Non piagnucolare. Risolvi i problemi.

Non essere tu il collo di bottiglia

Perché non stai chiedendo feedback?
Non smettere di farti domande.
Persegui la chiarezza, fai più domande.

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Sai gestire le tue reazioni … e quelle degli altri?
Le attese, la frustrazione?
Quanto riesci a reggere l’insuccesso?

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi entrare (anche tu) nella statistica dei fallimenti da giovane leadership.

Che fregatura!
Cercavi risposte e invece sono io a farti domande,
e le risposte le devi dare tu.
Provaci ancora dai …

Ti senti un modello per il tuo team?
Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
Sei sempre motivante nel comportamento e nelle parole?
Hai una personalità dinamica che coinvolge chi ti sta intorno?
C’è qualcuno nella tua squadra che hai lasciato fuori, ignorato, deluso?

“Fare” coaching per giovani leader,
vuol dire diventare consapevole che la motivazione del tuo staff passa inevitabilmente (e inesorabilmente) da te.

Investi su te stesso: coaching per giovani leader

Che cosa stai aspettando?
Qual è il tuo prossimo passo?
Che cosa stai imparando?
Dimmi che cosa farai, in modo diverso, la prossima volta?
Hai capito cos’è il coaching per giovani leader?

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Contattami.

Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare
Siamo onesti.

Non hai tempo.

Scadenze imminenti.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.

Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il responsabile.

È normale avere tempi stretti.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo trovi sempre

Ho incontrato moltissimi responsabili, manager e team leader con la sensazione di avere costantemente il tempo contro.

Eppure, quando qualcosa non funziona, il tempo per intervenire spesso si trova.

Per criticare.
Correggere.
Richiamare.
Far notare un errore.

Ed è giusto farlo, quando serve.

Ma di fronte a una buona prestazione?

Metti la stessa attenzione nel riconoscere ciò che funziona che nel segnalare ciò che non funziona?

Un collaboratore fa bene il proprio lavoro.
Rispetta una scadenza difficile.
Gestisce bene un cliente.
Risolve un problema.

“Ok, grazie.”

Fine.

Perché?

Perché spesso consideriamo una buona prestazione semplicemente ciò che una persona è pagata per fare.

Consideriamo la buona performance come dovuta

“Fa parte del suo lavoro.”
“Sa già che lo apprezzo.”
“Se non dico niente significa che va tutto bene.”

Qualcuno teme persino che, riconoscendo troppo spesso un buon lavoro, il collaboratore possa “montarsi la testa”.

E così accade qualcosa di curioso.

Gli errori diventano visibili. Il buon lavoro diventa silenzioso.

Naturalmente non significa complimentarsi continuamente o trasformare ogni attività svolta correttamente in un evento da celebrare.

Significa non dare sistematicamente per scontato ciò che funziona.

Un riconoscimento sincero e specifico dice alla persona che il suo lavoro è stato visto.

E questo conta.

Non fermarti soltanto ai numeri e al budget

Un risultato non racconta sempre tutto ciò che è servito per ottenerlo.

Dietro possono esserci impegno, capacità di gestire una situazione difficile, collaborazione, iniziativa o un miglioramento che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare necessariamente il colloquio annuale per farlo.

Se un collaboratore ha fatto qualcosa particolarmente bene, diglielo.

Ma cerca di essere concreto.

Non soltanto:

“Bravo, ottimo lavoro.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Non era semplice e sei riuscito a trovare una soluzione senza creare ulteriore tensione.”

Il secondo feedback ha molto più valore perché fa capire alla persona che cosa hai realmente apprezzato.

Ne ho parlato anche nell’articolo 10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori.

Se trovi immediatamente il tempo per dire cosa non funziona, dovresti riuscire a trovarlo anche quando qualcosa funziona bene.

Non servono grandi discorsi.
A volte bastano trenta secondi.

L’importante è che il riconoscimento sia autentico, specifico e meritato.

Criticare e riconoscere fanno parte dello stesso ruolo

Essere un buon responsabile non significa essere sempre positivo.

Ci sono momenti in cui devi correggere un comportamento, affrontare un errore o dire chiaramente che una prestazione non è adeguata.

Riconoscere il buon lavoro non significa abbassare gli standard.

Significa utilizzare entrambe le possibilità che hai come leader: intervenire quando qualcosa non funziona e riconoscere quando qualcuno sta facendo bene.

Se invece il tuo feedback arriva quasi esclusivamente quando c’è un problema, il team impara presto una cosa:

quando il capo si avvicina, probabilmente c’è qualcosa che non va.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

P.S. – Una piccola contraddizione

Durante le sessioni di coaching mi capita di incontrare responsabili che considerano complimenti e riconoscimenti quasi superflui.

“Non ce n’è bisogno.”
“Il buon lavoro dovrebbe essere normale.”
“Non posso stare sempre lì a fare complimenti.”

Poi, parlando del loro rapporto con il proprio responsabile, emerge:

“Non mi dice mai niente.”
“Non so mai se è soddisfatto del mio lavoro.”
“Si fa vivo soltanto quando c’è un problema.”

È interessante.

A volte consideriamo superfluo dare agli altri proprio quel riconoscimento che, quando manca a noi, sentiamo immediatamente.

10 modi per sviluppare anche tu un carisma incredibile

avere carisma

“C’è chi si mette degli occhiali da sole,
per avere più carisma e sintomatico mistero.”

Franco Battiato, Bandiera bianca, 1981

Alcune persone… illuminano la stanza.

Alcune persone ci fanno sentire immediatamente importanti.

Speciali.
Apprezzati.
Valorizzati.

Entrano… e qualcosa cambia.
Sono le persone carismatiche.

Quelle che costruiscono relazioni solide, influenzano in modo positivo e fanno sentire gli altri meglio con se stessi

Sono le persone che tutti vogliono accanto.
E, in fondo… anche diventare.

Il carisma non è (solo) talento

Avere carisma non significa essere:

  • belli
  • brillanti
  • perfetti
  • vestiti all’ultima moda

Significa:
energia, presenza, attenzione, intenzione.

Alcuni sembrano nati così.

Ma la verità è anche un’altra:

Il carisma si costruisce.
È fatto di comportamenti appresi, allenati, ripetuti.

Ecco 10 modi concreti per diventare più carismatico.

1. Prima di ricevere… dai

Non partire da:

  • “Cosa ci guadagno?”

Parti da:

“Cosa posso dare?”

L’attenzione.
L’ascolto.
Il tempo.

Il focus non sei tu.
È l’altro.

2. Sii davvero presente

Quando parli con qualcuno: sii lì. Davvero.

Non a metà.

  • niente telefono
  • niente distrazioni
  • ancor meno mente altrove

Fai sentire l’altra persona… l’unica nella stanza.

È raro?
E proprio per questo… potentissimo.

3. Usa il nome (e usalo bene)

Ogni persona vuole sentirsi unica.

Il nome crea connessione.
Crea riconoscimento.

Crea valore.

E soprattutto: dimostra rispetto.

4. Fai parlare gli altri

Le persone amano parlare di sé.

E soprattutto… di ciò che amano.

Fai domande.
Ascolta davvero.
Lascia spazio.

Vedrai qualcosa cambiare: le persone si accendono.

5. Cura il linguaggio del corpo

Il corpo parla.
Sempre.

Prima delle parole.

  • contatto visivo
  • postura aperta
  • presenza stabile

La fiducia si vede.

E il carisma… si sente.

6. Usa il silenzio

Non devi sempre riempire ogni spazio.

Il silenzio:

  • crea profondità
  • aumenta l’attenzione
  • rende più “forte” la tua presenza

Saper ascoltare… è uno dei tratti più attraenti che esistano.

7. Evita negatività e lamentele

Le persone ricordano come le fai sentire.

Se sei sempre lamentoso, critico e negativo verrai evitato.

Non serve essere finti positivi.
Serve essere costruttivi.

8. Riconosci gli altri

Le persone vogliono essere viste.

Apprezzate.
Riconosciute.

Un complimento sincero:

  • costruisce relazione
  • aumenta fiducia
  • lascia il segno

Eppure… è rarissimo.

9. Ascolta più di quanto parli

Le persone carismatiche non monopolizzano.

Ascoltano.
Con attenzione.
Con curiosità.

  • non interrompono
  • non giudicano
  • men che meno parlano sopra

E quando parlano… dicono qualcosa che conta.

10. Ammetti errori (e sorridici sopra)

Errori, gaffe, inciampi.
Capitano.
A tutti.

La differenza? Come li gestisci.

Se sai riderci sopra:

  • abbassi le difese
  • crei connessione
  • diventi umano

E questo… è carisma.

Il carisma non è una tecnica. È un atteggiamento.

È attenzione reale verso gli altri.
Energia che metti nella relazione.

Le persone carismatiche non cercano di brillare.
Fanno brillare gli altri.

E proprio per questo… vengono ricordate.

Il carisma non è ciò che mostri.
È ciò che lasci negli altri.

E spesso nasce da una cosa semplice: far sentire qualcuno importante.