Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche

Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi spiegazioni?
Ti giustifichi?
Senti immediatamente il bisogno di difenderti?

A volte una critica ci infastidisce anche quando sappiamo di aver commesso un errore.

Ricevere una critica non è mai piacevole

Possiamo chiamarla in tanti modi: rimprovero, critica, valutazione, feedback.

Possiamo accompagnarla con aggettivi rassicuranti come positivo, motivazionale, costruttivo.

Ma una cosa rimane: sentirsi criticati non fa piacere.

La critica può entrare in conflitto con un bisogno molto umano: sentirci apprezzati, riconosciuti, considerati competenti.

E c’è un’altra cosa che può irritarci.

Quando lavori bene, spesso tutto tace.
Sembra normale.

Quando invece sbagli, l’errore può diventare immediatamente visibile.

La reazione istintiva può essere quella di metterti sulla difensiva, giustificarti, ribattere o contrattaccare.

Oppure la critica può cominciare a lavorarti dentro:

  • “Non valgo abbastanza.”
  • “Sono incapace.”
  • “Se fossi davvero bravo, non mi criticherebbero.”

Ma tra “ho sbagliato qualcosa” e “c’è qualcosa che non va in me” c’è una differenza enorme.

Una critica può riguardare qualcosa che hai fatto senza diventare automaticamente un giudizio su chi sei.

Come gestire la paura delle critiche?

1. Accetta di non essere perfetto

Nella vita professionale si sbaglia.

Può essere criticato il tuo comportamento, una prestazione, il tuo stile di lavoro o il modo in cui hai gestito una situazione.

Non significa necessariamente che tutto ciò che hai fatto sia sbagliato.

E soprattutto non significa che tu debba difendere ogni errore per proteggere il tuo valore professionale.

Puoi riconoscere:

  • “Qui avrei potuto fare meglio.”

senza concludere:

  • “Non sono abbastanza bravo.”

Sono due cose molto diverse.

2. Prima ascolta

Quando senti arrivare una critica, può partire immediatamente la risposta nella tua testa.

  • “Non è vero.”
  • “Non ha capito.”
  • “Sì, però anche lui…”

Prova a non rispondere subito.

Ascolta fino alla fine e cerca di capire che cosa ti viene realmente contestato.

Potrai spiegarti, dissentire o correggere alcune affermazioni. Ma farlo dopo aver compreso la critica ti permette di rispondere a ciò che è stato detto, anziché alla prima emozione che hai provato.

3. Non trasformarla immediatamente in qualcosa di personale

Questo è probabilmente uno dei passaggi più difficili.

Se qualcuno critica un tuo lavoro, puoi sentire che sta criticando te.

Prova allora a creare un po’ di distanza e chiederti:

  • “Se questa stessa osservazione fosse rivolta a un collega, come la valuterei?”

Potresti accorgerti che ciò che ti sembrava un attacco personale contiene una parte utile.

Oppure potresti arrivare alla conclusione opposta: la critica è effettivamente esagerata o ingiusta.

La distanza serve proprio a distinguere meglio le due cose.

4. Non trascinare la discussione all’infinito

Hai ascoltato.
Hai chiesto chiarimenti.
Hai spiegato il tuo punto di vista.

A un certo punto può bastare.

Continuare a giustificarti non rende necessariamente la tua posizione più convincente. A volte produce l’effetto contrario.

E soprattutto evita una tentazione molto comune: difenderti criticando chi ti sta criticando.

“E tu allora?”

Non risponde alla questione.

Ne apre semplicemente un’altra.

5. Analizza ciò che hai sentito

Quando l’emozione iniziale si è abbassata, torna sulla critica.

Non per rimuginarci sopra, ma per capire se contiene qualcosa che ti può essere utile.

Puoi chiederti:

  • “Che cosa è successo concretamente?”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Questa osservazione riguarda un episodio oppure qualcosa che si ripete?”
  • “Quale parte della critica riconosco e quale invece non condivido?”

Una critica diventa molto più gestibile quando smette di essere un generico “non vado bene” e diventa un’informazione precisa da valutare.

6. Accetta che gli altri possano vedere qualcosa che tu non vedi

Non tutte le critiche nascono dal desiderio di denigrarti.

Qualcuno potrebbe vedere un effetto del tuo comportamento che tu non avevi considerato.

Per questo, quando una critica è troppo generica, chiedi esempi concreti:

  • “A quale situazione ti riferisci?”
  • “Che cosa avresti preferito che facessi diversamente?”
  • “Puoi farmi un esempio?”

Domande di questo tipo costringono anche l’altra persona a uscire dai giudizi generici.

“Sei poco incisivo” dice poco.

Un esempio concreto ti permette invece di capire se c’è davvero qualcosa su cui lavorare.

7. Se il modo ti ha infastidito, puoi dirlo

Una critica può essere fondata ed essere espressa male.

Le due cose possono convivere.

Puoi riconoscere il contenuto e, nello stesso tempo, mettere un limite sul modo.

  • “Capisco quello che mi stai facendo notare. Il modo in cui me l’hai detto, però, mi ha messo sulla difensiva.”

Non devi scegliere necessariamente tra ingoiare il fastidio e reagire aggressivamente.

Puoi affrontare anche il modo in cui la critica ti è stata rivolta.

8. Cerca che cosa puoi farne

Dopo aver ascoltato e valutato la critica, arriva la domanda più utile:

  • “Adesso che cosa posso fare?”

Forse devi correggere qualcosa.
Chiedere un chiarimento.
Cambiare un comportamento.
Prestare maggiore attenzione.

Oppure concludere che quella critica non richiede alcun cambiamento.

L’obiettivo non è utilizzare ogni critica per “diventare migliore”. È decidere lucidamente se contiene qualcosa che merita una tua azione.

Se invece sei tu a dover affrontare conversazioni delicate con collaboratori o colleghi, scopri il percorso di coaching “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

Sul tema può esserti utile anche il mio post “Il feedback del capo ti ha messo KO? 8 spunti per risollevarsi prima del gong”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede.

Una critica può essere ingiusta.

Può nascere da un’informazione incompleta, da un’interpretazione sbagliata o essere semplicemente un giudizio che non condividi.

In quel caso puoi spiegare la tua posizione.
Puoi chiedere fatti ed esempi.
Puoi mettere un limite.

E qualche volta puoi anche decidere di non darle ulteriore spazio.

Accettare di essere criticato non significa accettare qualsiasi critica come vera.

La maturità non sta nell’incassare ogni critica senza reagire.
Sta nel riuscire a distinguere ciò che può esserti utile da ciò che non ti appartiene.

Le critiche continueranno ad arrivare – e anche la paura delle critiche.

Alcune saranno utili.
Altre saranno formulate male.
Altre ancora saranno semplicemente ingiuste.

Il punto non smettere di aver paura delle critiche.

È evitare che ogni critica diventi automaticamente una sentenza sul tuo valore.

Come affermare se stessi in 13 passi

affermare se stessi

Sai dire quello che pensi anche quando gli altri non sono d’accordo?

Sai dire no senza sentirti immediatamente in colpa?

Chiedere spiegazioni quando qualcosa non ti è chiaro?

Dire a qualcuno che un suo comportamento ti infastidisce?

Oppure, per evitare tensioni, preferisci lasciar correre?

Magari sul momento funziona.
Poi però rimane qualcosa.

La sensazione di non esserti fatto rispettare. Il fastidio per aver accettato qualcosa che non volevi. A volte anche rabbia verso l’altra persona.

Affermare te stesso non significa diventare aggressivo. Significa riuscire a esprimere ciò che pensi, vuoi o non vuoi senza rinunciare al rispetto dell’altro.

E non sempre viene spontaneo.

Ecco 13 passi su cui possiamo lavorare per affermare se stessi.

1. Assumiti la responsabilità di ciò che puoi cambiare

Se qualcosa continua a non funzionare nei tuoi rapporti professionali o personali, aspettare che siano sempre gli altri a cambiare difficilmente risolverà il problema.

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa posso fare io, diversamente?”

Non significa attribuirti la responsabilità di tutto ciò che accade.

Significa riconoscere la parte sulla quale puoi realmente intervenire: ciò che dici, ciò che accetti, i limiti che metti e il modo in cui reagisci.

Anche in un percorso di coaching il cambiamento non può farlo il coach al posto tuo.

2. Datti tempo

Se per anni hai evitato il conflitto, hai detto sì per non deludere oppure hai preferito tacere, difficilmente cambierai comportamento dopo aver letto un articolo.

E neppure dopo una singola conversazione.

Affermarti richiede pratica.

Alcune volte riuscirai a dire esattamente ciò che volevi.
Altre penserai alla risposta giusta soltanto mezz’ora dopo.

Fa parte dell’apprendimento.

Non devi diventare improvvisamente un’altra persona. Devi imparare progressivamente a occupare meglio il tuo spazio.

3. Comincia dalle piccole situazioni

Non partire necessariamente dal confronto più difficile con il tuo capo.

Allenati dove il rischio è minore.

Può essere:

  • rifiutare una richiesta che non puoi soddisfare;
  • chiedere una correzione quando qualcosa non è come avevi concordato;
  • esprimere una preferenza anziché adeguarti automaticamente;
  • intervenire quando qualcuno ti interrompe continuamente.

Un piccolo no o una precisazione possono sembrare poca cosa.

Ma se normalmente avresti taciuto, sono già un cambiamento importante.

4. Affermare se stessi? Chiarisci i tuoi confini

È difficile difendere un confine se prima non sai dove si trova.

Che cosa sei disposto ad accettare?

Che cosa per te supera il limite?

Quali comportamenti ti infastidiscono?

Su quali questioni sei flessibile e su quali no?

I confini non servono a stabilire come gli altri devono comportarsi.

Servono soprattutto a chiarire come intendi comportarti tu quando qualcosa per te non è accettabile.

Un confine non serve a controllare gli altri.
Serve a rendere più chiaro ciò che tu sei disposto ad accettare.

5. Non aspettarti che gli altri leggano nella tua mente

È una trappola molto comune.

  • “Dovrebbe capire che mi dà fastidio.”
  • “È evidente che non sono d’accordo.”
  • “Dovrebbe arrivarci da solo.”

Forse.

Ma forse no.

Ricordo il caso di una persona che durante una sessione lamentava un rapporto difficile con il proprio capo.

Gli chiesi se avesse mai espresso apertamente il suo disagio.

  • “No. Certe cose non si devono nemmeno dire. È evidente che non sono contento. Basta guardarmi.”

Gli chiesi allora se il capo gli avesse mai domandato come andavano le cose tra loro.

“Sì.”

“E tu che cosa hai risposto?”

“Tutto bene, grazie.”

Ecco il punto.

Se dici che va tutto bene, non puoi contemporaneamente pretendere che l’altro capisca che non va affatto bene.

6. Non assumerti la responsabilità di ogni reazione altrui

Hai detto no e l’altra persona è delusa.
Hai espresso un’opinione diversa e qualcuno si è irritato.
Hai messo un limite e non è stato accolto con entusiasmo.

Questo non significa automaticamente che tu abbia sbagliato.

Naturalmente devi considerare l’effetto delle tue parole e il modo in cui le esprimi.

Ma non puoi organizzare ogni tua scelta con l’unico obiettivo di evitare qualsiasi disappunto negli altri.

Nell’ affermare se stessi, puoi essere rispettoso senza essere sempre accomodante.

Puoi tenere conto degli altri senza rinunciare sistematicamente a te stesso.

7. Impara a dire no

Dire no è probabilmente uno degli esercizi più concreti dell’assertività.

Il problema è che spesso lo carichiamo di troppe spiegazioni.

  • “Mi dispiace tantissimo, avrei voluto, però sai che in questo periodo…”

A volte basta:

  • “No, questa volta non riesco.”

Oppure:

  • “Preferisco non prendere questo impegno.”

Essere gentile non significa necessariamente dire sì.

E dire no non significa essere scortese.

Se questo è uno dei tuoi punti difficili, puoi approfondirlo in “Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)”.

8. Sii semplice e diretto

Quando hai difficoltà ad affermare se stessi, potresti cercare di rendere più accettabile ciò che stai dicendo aggiungendo spiegazioni su spiegazioni.

Il risultato?

Il messaggio diventa meno chiaro.

Se vuoi qualcosa, chiedilo.
Se qualcosa non ti va, dillo.
Se non sei d’accordo, esprimi il tuo punto di vista.

Con rispetto, naturalmente.

Ma senza costruire un lungo percorso per arrivare finalmente alla frase che conta.

Essere diretti non significa essere duri.
Significa evitare che il messaggio si perda mentre cerchi di renderlo accettabile a tutti.

9. Non chiedere scusa per il semplice fatto di avere un’esigenza

Ci sono situazioni in cui chiedere scusa è giusto.

Hai commesso un errore.
Hai mancato di rispetto.
Hai creato un problema.

Ma esprimere una preferenza, fare una richiesta o rifiutare qualcosa non richiede automaticamente delle scuse.

  • “Mi dispiace, ma avrei bisogno di…”
  • “Scusa se te lo dico, però…”
  • “Mi spiace creare problemi, ma…”

A volte queste formule sono semplice cortesia.

Altre volte rivelano quanto ci sentiamo a disagio persino nel dichiarare ciò di cui abbiamo bisogno.

Prova a osservarti.

10. Parla di ciò che accade, non attaccare la persona

Quando vuoi chiedere un cambiamento, evita di trasformare il comportamento dell’altro in un giudizio sulla persona.

  • “Sei sempre il solito.”
  • “Non hai rispetto per nessuno.”
  • “Con te è impossibile parlare.”

Portano facilmente l’altra persona sulla difensiva.

È molto diverso dire:

  • “Quando mi interrompi mentre sto spiegando qualcosa, faccio fatica a completare il ragionamento. Vorrei poter finire prima di confrontarci.”

Oppure:

  • “Capisco il tuo punto di vista. Io però la vedo diversamente.”

Descrivi ciò che accade.
Spiega l’effetto che produce.
Formula una richiesta concreta.

Non è necessario costruire ogni frase intorno all’io. È più importante evitare che una richiesta diventi un’accusa.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

11. Fai attenzione anche a voce e corpo

Puoi pronunciare una frase perfettamente assertiva e indebolirla subito dopo.

Abbassando improvvisamente la voce.
Accelerando.
Ridendo per imbarazzo.
Aggiungendo giustificazioni.

Oppure puoi cercare di compensare l’insicurezza alzando troppo il volume e irrigidendoti.

Non esiste una postura che automaticamente ti renda autorevole.

Conta la coerenza tra ciò che dici e il modo in cui lo dici.

Parla con un volume adeguato.
Non avere fretta di riempire il silenzio.
Mantieni una postura naturale.
Guarda la persona con cui stai parlando.

E lascia che la frase arrivi.

L’autorevolezza non è volume.
È coerenza tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

12. Non giustificare ogni tua scelta

Spiegare le ragioni di una decisione può essere utile.

Sentirti obbligato a farlo ogni volta è un’altra cosa.

Se hai continuamente bisogno che gli altri comprendano, approvino e convalidino le tue scelte, rischi di trasformare ogni decisione in una richiesta implicita di permesso.

Puoi spiegarti quando è necessario.

Ma puoi anche dire:

  • “Ho deciso così.”
  • “Preferisco questa soluzione.”
  • “Per me questa volta non è possibile.”

E fermarti lì.

13. Rimani fermo quando è importante

Affermarti non significa pronunciare una volta la frase giusta e aspettarti che tutto cambi.

Qualcuno potrebbe insistere.
Mettere in discussione il tuo no.
Provare a riportarti sulla posizione precedente.

In quel momento non hai necessariamente bisogno di diventare più duro.

Puoi semplicemente ripetere con calma la tua posizione.

  • “Capisco quello che mi stai chiedendo, ma questa volta non posso.”

Se emergono nuove informazioni, puoi naturalmente cambiare idea.

Essere assertivo non significa non cambiare mai posizione.

Significa evitare di cambiarla soltanto perché ti senti a disagio nel sostenerla.

Affermare se stessi: attenzione alle trappole

Quando inizi a sentirti più sicuro, puoi cadere nell’eccesso opposto.

Pensare che essere assertivo significhi dover sempre dire ciò che pensi, mettere continuamente confini o non cedere mai.

Non è così.

Ci sono alcune trappole da evitare:

  • voler essere assertivo sempre: a volte non vale la pena aprire un confronto;
  • insistere finché l’altro cede: questa non è assertività, è pressione;
  • aspettarti che tutti apprezzino il cambiamento: chi era abituato alla tua disponibilità potrebbe aver bisogno di tempo;
  • sentirti automaticamente in colpa se qualcuno è deluso: il disappunto dell’altro non dimostra che hai sbagliato;
  • rifiutare ogni compromesso: sapersi affermare significa anche scegliere quando una mediazione è ragionevole.

Affermare te stesso non significa diventare inflessibile

Questo è forse il punto più importante.

L’assertività non serve a vincere ogni confronto.

Non serve a ottenere sempre ciò che vuoi.

E non serve a dimostrare che nessuno può metterti in discussione.

A volte terrai la tua posizione.
Altre volte farai un passo verso l’altro.

In qualche situazione scoprirai persino che l’altra persona aveva ragione.

Affermarti non significa imporre te stesso.
Significa riuscire a restare presente nella relazione senza rinunciare a ciò che pensi, senti o ritieni importante.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra essere assertivo e voler semplicemente avere ragione.

8 cose da fare dopo un errore al lavoro

dopo un errore

Sbagliare continuamente può mettere in discussione la tua professionalità.

Ma pretendere di non sbagliare mai può avere un altro effetto: spingerti a scegliere soltanto ciò che conosci già, evitare rischi e non esporti.

La domanda, quindi, non è:

  • “Come faccio a non sbagliare?”

Piuttosto:

  • “Che cosa faccio quando sbaglio?”

Perché non tutti gli errori sono utili. Diventano utili quando riesci a capire che cosa è successo e che cosa farne.

Ecco 8 cose da ricordare dopo un errore al lavoro.

1. Concediti la reazione, poi torna ai fatti

Un errore può farti arrabbiare.

Può deluderti, metterti in imbarazzo o lasciarti con la sensazione di aver compromesso qualcosa di importante.

Non devi fingere che non sia successo niente.

Ma c’è una differenza tra attraversare la delusione e rimanerci dentro.

Dopo la prima reazione, prova a tornare ai fatti:

  • che cosa è successo realmente?
  • quali sono le conseguenze?
  • che cosa puoi ancora correggere?
  • qual è la prossima cosa utile da fare?

Rimuginare continuamente sull’errore non lo corregge. E soprattutto rischia di impedirti di vedere ciò che puoi fare adesso.

2. Cerca la tua parte di responsabilità

Quando qualcosa va male è facile guardare immediatamente fuori.

  • “Non mi hanno dato abbastanza informazioni.”
  • “Il collega non ha fatto la sua parte.”
  • “Il cliente ha cambiato idea all’ultimo momento.”

Può anche essere tutto vero.

Un errore raramente ha una sola causa.

Ma dopo aver considerato ciò che dipendeva dagli altri o dalle circostanze, chiediti:

  • “Quale parte dipendeva da me?”

Non per colpevolizzarti.

Perché la tua parte di responsabilità è anche quella sulla quale hai maggiore possibilità di intervenire.

3. Trasforma “ho sbagliato” in “la prossima volta…”

Una volta individuato che cosa non ha funzionato, prova a completare questa frase:

“La prossima volta…”

  • “La prossima volta chiederò una conferma prima di procedere.”
  • “La prossima volta preparerò meglio quel passaggio.”
  • “La prossima volta affronterò il problema prima che diventi urgente.”

Un errore dal quale ricavi soltanto:

  • “Sono stato stupido.”

ti lascia poco.

Un errore che riesci a trasformare in un comportamento diverso per la prossima volta comincia invece a diventare esperienza.

4. Non trasformare un errore in una sconfitta generale

Hai sbagliato una presentazione.
Hai perso un cliente.
Hai gestito male una conversazione.

Non significa che tutto ciò che hai fatto fino a quel momento perda improvvisamente valore.

Dopo un errore abbiamo facilmente la tentazione di allargare il giudizio:

  • “Sbaglio sempre tutto.”
  • “Non sono portato.”
  • “Non ce la farò mai.”

Fermati sull’episodio.

Un errore può essere importante senza diventare il riassunto della tua storia professionale.

5. Decidi se insistere, correggere o cambiare strada

Il vecchio consiglio sarebbe:

  • “Non mollare mai.”

Ma non sempre è un buon consiglio.

A volte devi riprovare.
Altre volte devi cambiare metodo.

In qualche caso devi riconoscere che stai insistendo su una strada che non funziona più.

La perseveranza è utile quando ti permette di continuare a lavorare verso qualcosa che ha ancora senso.

Diventa meno utile quando significa ripetere lo stesso tentativo aspettandoti ogni volta un risultato diverso.

Dopo un fallimento, quindi, non chiederti soltanto:

  • “Come posso riprovare?”

Chiediti anche:

  • “Vale ancora la pena andare in questa direzione?”

6. Considera ciò che l’errore ti ha fatto vedere

Non direi che sbagliare sia una “benedizione”.

Alcuni errori avremmo preferito non commetterli.

Alcuni hanno conseguenze pesanti.

Altri non insegnano automaticamente niente.

Ma può accadere che proprio un risultato negativo renda visibile qualcosa che prima non avevi considerato.

Un limite.
Una competenza da sviluppare.
Un obiettivo che non desideri più.
Una modalità che non funziona.
Un’alternativa che non avevi considerato.

Non devi essere contento di aver sbagliato per poter imparare.

7. Separa ciò che hai fatto da ciò che sei

Questo è probabilmente il passaggio più importante.

  • “Ho fallito.”

può trasformarsi molto velocemente in:

  • “Sono un fallito.”

Ma non sono la stessa cosa.

Puoi aver preso una decisione sbagliata senza essere incapace di decidere.

Puoi aver gestito male una situazione senza essere professionalmente inadeguato.

Puoi aver fallito un obiettivo senza essere tu il fallimento.

L’errore riguarda qualcosa che hai fatto. Non definisce automaticamente chi sei.

Se dopo un periodo complicato senti che gli errori o una delusione professionale hanno intaccato la fiducia in te stesso, può essere il momento di ricostruire punti di riferimento più solidi.

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire fiducia, equilibrio e motivazione.

Scopri il mio percorso per ritrovare autostima e ripartire con serenità e consapevolezza.

8. Rimetti l’errore dentro una storia più grande

Quando sei dentro un fallimento, quel momento può sembrare enorme.

Occupa tutto lo spazio.

A distanza di tempo, spesso cambia proporzione.

Non perché improvvisamente non conti più, ma perché nel frattempo sono successe altre cose. Hai preso altre decisioni. Hai ottenuto altri risultati. Forse hai anche commesso altri errori.

La vita professionale non si ferma su un singolo episodio.

Per questo puoi riconoscere ciò che è successo, assumerti le tue responsabilità, correggere quello che puoi e poi permetterti di andare avanti.

Se vuoi approfondire proprio il momento successivo all’errore, puoi leggere anche “7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro”.

Dopo un errore la domanda più utile è “Che cosa posso capire da ciò che è successo?”

Non tutti gli errori ti faranno crescere.
Non tutti i fallimenti nascondono un’opportunità.

E non tutto deve necessariamente avere un lieto fine.

Ma anche quando qualcosa è andato male, puoi evitare di aggiungere all’errore una seconda conseguenza: usarlo come prova del tuo valore personale.

Hai sbagliato qualcosa.

Adesso puoi decidere che cosa farne.

Autorevolezza al lavoro: il potere della calma

potere della calma

Ci sono giornate in cui sembra arrivare tutto insieme.

Una decisione urgente.
Un problema con un cliente.
Un obiettivo che rischia di saltare.
Un collaboratore che bussa alla porta proprio quando non hai un minuto.

La pressione aumenta.

E inevitabilmente qualcosa di quella pressione passa anche nel modo in cui parli, ascolti e ti muovi.

Diventi più veloce.
Più sbrigativo.
Interrompi.
Rispondi mentre fai altro.

Non necessariamente perché non ti interessano le persone. Semplicemente perché hai la testa da un’altra parte.

Eppure, proprio nei momenti di maggiore pressione, la calma può diventare una componente importante della tua autorevolezza.

Essere calmo non significa non avere pressione.
Significa evitare di scaricare automaticamente quella pressione sulle persone che hai davanti.

La calma non è qualcosa che devi recitare

Essere calmo non significa mostrarti impassibile.

Non significa nascondere le emozioni, rallentare artificialmente i movimenti o assumere la postura di chi ha sempre tutto sotto controllo.

Puoi essere preoccupato.
Puoi avere fretta.
Puoi persino essere arrabbiato.

La differenza sta nel modo in cui gestisci ciò che stai provando mentre entri in relazione con gli altri.

Pensa all’ultima volta che hai parlato con qualcuno che aveva evidentemente fretta.

Probabilmente lo hai capito subito.

Lo sguardo andava altrove.
La risposta arrivava subitto.
Il corpo è già diretto alla porta.

Come ti sei sentito?

Ascoltato?

Oppure tollerato per qualche minuto?

Che cosa comunichi quando hai fretta?

Immagina adesso la situazione opposta.

Un collaboratore viene da te perché ha bisogno di un chiarimento.

Tu hai una riunione tra dieci minuti, una mail urgente da inviare e un problema che continua a girarti in testa.

Non c’è niente di strano.

Essere autorevole non significa avere sempre tempo.

Il problema nasce quando provi a far credere all’altro di averne mentre, in realtà, non stai ascoltando.

Continui a guardare il computer.
Controlli il telefono.
Completi una mail.
Anticipi ciò che sta per dirti.

“Sì, sì, ho capito.”

Fisicamente sei lì.

Con l’attenzione, molto meno.

E la persona che hai davanti spesso se ne accorge.

La fretta non comunica necessariamente disinteresse. Ma può essere percepita come disinteresse.

Questa distinzione è importante.

La calma si vede soprattutto quando il tempo manca

Non sempre puoi concedere mezz’ora a chi vuole parlarti.

A volte hai davvero cinque minuti.

La qualità dell’ascolto, però, non dipende soltanto dalla quantità di tempo disponibile.

Puoi avere mezz’ora e ascoltare distrattamente.

Oppure avere cinque minuti ed essere realmente presente.

Quando il tempo stringe, possono aiutarti alcune cose molto semplici:

  • Dillo apertamente. “Ho cinque minuti adesso. Se non bastano, troviamo un altro momento.”
  • Smetti per qualche minuto di fare altro. Se continui a scrivere, leggere o controllare il telefono, stai dividendo l’attenzione.
  • Chiedi che cosa conta davvero. “Qual è la questione più importante che vuoi affrontare?”
  • Non anticipare subito la soluzione. Prima di decidere di aver capito, fai qualche domanda.
  • Se rimandi, fissa un momento preciso. “Adesso non riesco. Ne parliamo alle 16?” E poi mantieni l’impegno.
  • Se sei troppo stanco o irritato per ascoltare davvero, riconoscilo. A volte rimandare è più rispettoso che fingere attenzione.

Non sono tecniche per sembrare calmo.

Servono piuttosto a non lasciare che sia la fretta a guidare completamente la conversazione.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

La calma non significa risolvere tutto

C’è un’altra trappola.

Quando hai poco tempo, puoi essere tentato di arrivare immediatamente alla soluzione.

“Fai così.”
“Chiamalo.”
“Digli questo.”
“Ci penso io.”

È veloce.

Ma se lo fai continuamente, rischi di trasformarti nel punto attraverso cui deve passare ogni problema.

A volte è più utile chiedere:

  • “Tu come pensi di affrontarlo?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Ascoltare non significa assumerti automaticamente il problema dell’altro.

Significa capire prima di decidere quale contributo sia realmente necessario.

Voce, corpo e intenzione devono raccontare la stessa cosa

La calma passa anche attraverso il modo in cui comunichi.

Non esiste una postura magica che ti renda autorevole.

E tenere le mani in una determinata posizione non dimostra automaticamente apertura, sicurezza o disponibilità.

Conta l’insieme.

Se dici:

“Dimmi, ti ascolto.”

ma nel frattempo guardi continuamente l’orologio, il messaggio che arriva è contraddittorio.

Se dici di non avere fretta ma parli velocissimo e interrompi, accade la stessa cosa.

Voce, corpo e parole non devono essere perfetti. Devono essere sufficientemente coerenti.

La calma non si comunica restando immobili.
Si comunica quando ciò che dici, il modo in cui lo dici e l’attenzione che offri vanno nella stessa direzione.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

La calma aumenta la tua autorevolezza

Un leader calmo non è quello che non si agita mai.

Non è quello che ha sempre la risposta.

E nemmeno quello che riesce a mostrarsi sereno qualsiasi cosa accada.

È quello che, anche sotto pressione, riesce abbastanza spesso a non trasformare la propria urgenza nell’urgenza di tutti.

Questo ha un effetto sulle persone.
Permette loro di parlare.
Rende più facile affrontare un problema senza aggiungere altra tensione.

Ed è anche una forma di autorevolezza.

Se vuoi approfondire il tema, nel mio libro “Autorevolezza” trovi altri spunti per diventare un punto di riferimento più solido per collaboratori e colleghi.

La calma non elimina la pressione.
Evita che la pressione decida al posto tuo come parlare, ascoltare e reagire.

Forse è questo il suo vero potere.

10 miti sulla leadership da sfatare subito

miti sulla leadership

La leadership è uno dei concetti più utilizzati nel mondo del lavoro.

E anche uno dei più equivocati.

C’è chi associa il leader al carisma.
Chi al potere.
Chi alla capacità di decidere veloce.
Avere sempre una risposta.
Chi pensa che leader si nasca.

E chi crede che la leadership riguardi soltanto manager, dirigenti e grandi imprenditori.

Sono convinzioni che possono sembrare innocue. In realtà influenzano il modo in cui vivi il tuo ruolo e il leader che pensi di dover diventare.

Vediamo 10 miti sulla leadership che vale la pena mettere in discussione.

1. Leader si nasce

È probabilmente uno dei miti più resistenti.

  • “Non ho il carattere del leader.”
    “Non sono abbastanza carismatico.”
    “Non sono portato.”

Naturalmente alcune caratteristiche personali possono aiutarti.

C’è chi si sente più a proprio agio nel prendere la parola, decidere, esporsi o assumersi responsabilità.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte capacità necessarie per guidare altre persone si sviluppano attraverso esperienza, errori, confronto, consapevolezza e pratica.

Non devi diventare un’altra persona per essere un leader migliore. Ma puoi cambiare il tuo modo di guidare.

2. Devo avere sempre tutte le risposte

Quando diventi responsabile di altre persone può comparire una pressione particolare:

“Adesso dovrei sapere che cosa fare.”

Non sempre.

Essere leader significa anche prendere decisioni.

Ci sono momenti nei quali devi indicare una direzione, assumerti una responsabilità e dare una risposta.

Ma avere responsabilità non significa dover sapere tutto.

Puoi chiedere.
Puoi ascoltare chi ne sa più di te.
Puoi dire:

“Su questo punto devo approfondire.”

E puoi cambiare idea quando emergono informazioni migliori.

Un leader che deve dimostrare continuamente di avere tutte le risposte rischia, prima o poi, di smettere di fare domande.

3. La leadership si misura soltanto dai risultati

I risultati contano.

Un team non esiste soltanto per stare bene insieme. Ha obiettivi, responsabilità e prestazioni da raggiungere.

Il problema nasce quando il risultato diventa l’unica misura della leadership.

Puoi raggiungere un obiettivo spremendo il team.
Puoi ottenere obbedienza attraverso la paura.
Puoi centrare un risultato lasciando dietro di te persone demotivate, dipendenti o pronte ad andarsene.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Abbiamo raggiunto il risultato?”

Ma anche:

“Come ci siamo arrivati?”

Perché il modo in cui raggiungi un risultato può influenzare profondamente quelli che verranno dopo.

4. Un buon leader non sbaglia

Più responsabilità assumi, più alcune tue decisioni diventano visibili.

E quindi anche gli errori.

Il problema non è pretendere che sbagliare sia positivo.

Alcuni errori costano.
Alcuni potevano essere evitati.
Altri richiedono assunzione di responsabilità.

La differenza sta in ciò che fai dopo.

Nascondi?
Cerchi un colpevole?
Difendi la decisione a ogni costo?

Oppure riconosci ciò che non ha funzionato e correggi?

Essere autorevole non significa non sbagliare.
Conta anche quello che fai dopo un errore

5. Devo essere brillante e carismatico

Non devi necessariamente entrare in una stanza e attirare immediatamente l’attenzione.

Non devi essere estroverso.

E non devi avere una personalità travolgente.

Il carisma può aiutare alcune persone a ottenere attenzione.

Ma ottenere attenzione e diventare un punto di riferimento non sono la stessa cosa.

Puoi essere pacato e autorevole.
Riservato e incisivo.
Puoi parlare poco ed essere ascoltato quando lo fai.

Nel tempo pesano anche affidabilità, coerenza, capacità di ascoltare, competenza e modo di stare nelle situazioni difficili.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per comunicare con maggiore sicurezza e autorevolezza.

6. Devo avere potere e controllo

Hai un ruolo di responsabilità.
Puoi prendere decisioni.
Assegnare compiti.
Stabilire priorità.
Dire no.

Anche questo fa parte della leadership.

Ma avere autorità formale e avere autorevolezza non sono la stessa cosa.

Il ruolo può permetterti di ottenere obbedienza.

Non garantisce automaticamente fiducia, responsabilità o disponibilità a seguirti quando la situazione diventa difficile.

Un team nel quale ogni problema, decisione e iniziativa deve passare da te può sembrare sotto controllo.

In realtà potrebbe essere un team che ha imparato a dipendere da te.

7. I leader migliori sono uomini

La capacità di guidare persone non deriva dal genere.

E non esiste un unico modello di comportamento al quale uomini o donne debbano adeguarsi per essere considerati leader.

Per molto tempo, però, alcune caratteristiche sono state associate più facilmente all’immagine tradizionale del leader: decisione, durezza, competitività, sicurezza ostentata.

Questo può aver contribuito a creare un modello molto ristretto di ciò che significa guidare.

Ma puoi esercitare leadership in modi differenti.

Essere fermo senza essere aggressivo.
Empatico senza essere debole.
Determinato senza diventare autoritario.

La leadership non riguarda solo te. Quello che fai ha conseguenze anche sul lavoro degli altri.

8. Il titolo mi renderà leader

Una promozione cambia il tuo ruolo.

Non necessariamente il modo in cui le persone ti percepiscono.

Da un giorno all’altro puoi diventare responsabile del team.

Il giorno dopo, però, devi ancora costruire il rapporto con le persone che ne fanno parte.

Il titolo ti assegna responsabilità e autorità formale.

L’autorevolezza si costruisce attraverso ciò che fai con quella responsabilità.

Come decidi.
Come comunichi.
Come reagisci sotto pressione.
Tratti le persone.
Affronti un errore.
Gestisci un conflitto.

È anche per questo che può esserti utile leggere “9 ragioni perché le persone seguono un leader”.

9. Essere leader significa essere apprezzato

Se cerchi continuamente l’approvazione del team, alcune decisioni diventano molto difficili.

Dovrai dire no.
Correggere un comportamento.
Dare un feedback scomodo.
Prendere una decisione difficile.

Questo non significa che un leader debba essere freddo, distante o indifferente al giudizio degli altri.

Significa distinguere tra costruire buone relazioni e avere bisogno di essere apprezzato da tutti.

Puoi essere rispettato senza piacere sempre.

E puoi essere molto popolare senza essere necessariamente autorevole.

10. La leadership riguarda soltanto chi sta in alto

Quando sentiamo la parola leadership immaginiamo facilmente il vertice.

Un CEO.
Un dirigente.
Un grande imprenditore.

Ma la leadership diventa concreta anche quando coordini tre persone.

Quando sei responsabile di un piccolo punto vendita.
Quando guidi un progetto.
Quando devi dare una direzione a collaboratori che fino a ieri erano tuoi colleghi.

La dimensione del team cambia la complessità.

Non elimina la responsabilità di guidarlo.

Diventi leader quando inizi a essere responsabile anche del lavoro degli altri.

Sfatare i miti non basta

Puoi sapere che leader non si nasce.

Che non devi avere tutte le risposte.
Che il titolo non basta.
Che non devi piacere a tutti.

E continuare comunque a comportarti come se queste convinzioni fossero vere.

Perché alcuni miti non rimangono nella teoria.

Entrano nel modo in cui lavori.

Ti fanno parlare quando sarebbe meglio ascoltare.

Nascondere un dubbio per paura di sembrare debole.

Evitare un confronto perché vuoi essere apprezzato.

Controllare tutto perché pensi che un leader debba avere tutto sotto controllo.

La leadership si può sviluppare. Ma prima di imparare nuove tecniche, vale la pena capire quale idea di leadership hai già.

7 ragioni perchè non riesci a concentrarti al lavoro

concentrarsi al lavoro
Inizi a leggere.
A metà pagina ti accorgi di non aver capito.
Ricominci.
Ancora niente.

Arrivi in fondo… e non ricordi l’inizio.

Che cosa sta succedendo?

Smarrisci spesso le chiavi.
Sei quasi sempre in ritardo.

Ti si chiudono gli occhi durante le riunioni e sobbalzi quando qualcuno chiude una porta?

La mancanza di concentrazione ti fa perdere tempo.

E spesso ti impedisce di ottenere buoni risultati per lavori che potresti svolgere bene in due ore,
se solo fossi più focalizzato.

Così, concentrarsi al lavoro diventa difficile.
La vita diventa faticosa.
Molto faticosa.

Ecco 7 ragioni per cui fai fatica a concentrarti al lavoro.

1. Sovraccarico di social, mail, telefonate

(Dicono che) è bello essere sempre connessi.

Peccato che ogni notifica:

  • interrompa il filo logico
  • costringa a ripartire da capo
  • frammenti l’attenzione

Evita i social mentre lavori.
Meglio usarli durante le pause.

Lo stesso vale per le mail.

Rispondere a ogni messaggio appena arriva ti impedisce di entrare in profondità.

  • Quante mail richiedono davvero una risposta immediata?
  • E le telefonate?
  • Se non sono urgenti, perché non lasciarle alla segreteria?

Personalmente controllo mail e segreteria telefonica a orari più o meno fissi: mattino – pranzo – tardo pomeriggio.

Sì, proprio così.
Un po’ come prendere le medicine.

2. Concentrarsi al lavoro: il multitasking non aiuta

Se sei bravo nel multitasking potresti pensare di fare più cose in meno tempo.

Ripensaci.

Più frammenti l’attenzione,
più diventa difficile concentrarsi davvero.

Ogni cambio di compito ha un costo mentale.

Sul lungo periodo, questo porta a:

  • minore profondità
  • maggiore stanchezza
  • difficoltà sui compiti complessi

Tre progetti insieme richiedono quasi sempre più tempo che affrontarli uno alla volta.

Una cosa alla volta, soprattutto sui compiti importanti.

Il multitasking lascialo per attività leggere (riordinare mentre sei al telefono, ad esempio).

3. Mancanza di sonno

La privazione di sonno è una delle cause più comuni di scarsa concentrazione.

Se dormi poco:

  • sei irritabile
  • spossato
  • meno lucido

Il primo passo è semplice (non facile): dormire 7–8 ore a notte (secondo il tuo fabbisogno personale).

La sera:

  • riduci TV e smartphone
  • scollegati almeno un’ora prima di dormire

Alcune ricerche mostrano che tenere lo smartphone sul comodino può disturbare il sonno.

La luce delle notifiche sopprime la melatonina,
l’ormone che favorisce il riposo.

4. Pochi stimoli o soddisfazioni sul lavoro

Ambienti disorganizzati.
Progetti destinati a finire nel nulla.
Feedback negativi ripetuti.

In queste condizioni è normale perdere:

  • motivazione
  • energia
  • concentrazione

Compiti banali e ripetitivi, poco significato, poche responsabilità spengono il cervello, lentamente.

5. Troppo stress

Un po’ di stress aiuta.
Troppo stress distrugge.

Quando le priorità sono troppe:

  • l’attenzione cala
  • aumenta la distrazione
  • cresce la dimenticanza

Ansia e stress chiedono sempre un prezzo.
E la concentrazione è tra le prime a pagare.

Usa tecniche di rilassamento e cura lo stile di vita, a casa e al lavoro.

6. Poco esercizio fisico

L’attività fisica regolare:

  • mantiene la mente acuta
  • migliora memoria e apprendimento
  • stimola i neuroni

Non serve la palestra.

Anche una camminata a passo sostenuto è sufficiente.

Meglio muoversi nella prima parte della giornata.

Per concentrarsi al lavoro evita allenamenti intensi la sera:
uno stress eccessivo peggiora il sonno.

7. Consumo eccessivo di caffeina (e bevande stimolanti)

La caffeina può essere un’alleata.
Se usata con misura.

Un consumo moderato (2–3 caffè al giorno) può migliorare vigilanza e reattività.

Ma l’eccesso fa l’esatto contrario.

Troppa caffeina può provocare:

  • insonnia
  • nervosismo
  • mal di testa
  • agitazione
  • difficoltà di concentrazione

E qui sta l’inganno: la caffeina non è solo nel caffè.

È presente anche in:

  • energy drink
  • bevande tipo cola
  • tè (soprattutto tè nero)
  • bevande “funzionali” o sportive
  • cioccolato (soprattutto fondente)

Il risultato?

Sommando tutto, spesso assumi molta più caffeina di quanto credi.

Questo sovraccarico stimola il sistema nervoso, aumenta l’irrequietezza e peggiora la qualità del sonno.

E se dormi male,
il giorno dopo paghi il conto
in concentrazione, lucidità ed energia.

Meno stimolanti artificiali.
Più equilibrio.

In chiusura

Concentrarsi al lavoro non è solo forza di volontà.

È una competenza che si protegge,
un equilibrio che si costruisce ogni giorno.

Se la perdi,
non colpevolizzarti subito.

Osserva.
Riduci il rumore.
Riparti da ciò che conta davvero.