Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero

rapporti difficili al lavoro
L’empatia non è soltanto una bella qualità da mostrare nelle relazioni personali.

Conta anche sul lavoro.

Con il capo, con i colleghi, con i collaboratori. Soprattutto quando ci sono tensioni, incomprensioni o punti di vista molto diversi.

Essere empatici non significa essere sempre accomodanti, comprensivi o d’accordo con tutti.

Significa piuttosto provare a comprendere ciò che l’altra persona sta vivendo, pensando o cercando di comunicare, senza partire immediatamente dal nostro punto di vista.

E tu, come ti relazioni con gli altri al lavoro?

Ti è mai capitato di compromettere un rapporto al lavoro a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni?

Forse il problema non è soltanto negli altri.

Ecco 11 comportamenti che possono rendere rapporti difficili al lavoro.

1. Non ti metti mai nei panni degli altri

Sei abituato a ragionare partendo dalla tua posizione.

Esponi la tua opinione, porti prove a tuo favore e cerchi di convincere l’altro.

Il problema nasce quando il tuo obiettivo diventa avere ragione anziché capire.

Hai mai provato a chiederti perché quella persona reagisce in quel modo?

Che cosa sta cercando di ottenere?
Che cosa la preoccupa?
Che cosa potrebbe vedere che tu non stai vedendo?

Non significa darle ragione.

Significa provare, almeno per qualche minuto, a guardare la situazione dalla sua prospettiva.

Potresti essere sorpreso da ciò che scoprirai.

2. Non lasci mai intravedere quello che provi

Sul lavoro tendiamo spesso a controllare le emozioni.

È comprensibile.

Professionalità, però, non significa diventare impermeabili.

Se non mostri mai una difficoltà, un dubbio, una soddisfazione o una preoccupazione, rischi di apparire freddo e distante.

Non devi raccontare particolari troppo personali né trasformare l’ufficio in una seduta terapeutica.

A volte basta dire:

“Questa situazione preoccupa anche me.”

Oppure:

“Capisco la difficoltà, anch’io sto cercando il modo migliore per affrontarla.”

Mostrare umanità non significa perdere autorevolezza.

3. Fingi di ascoltare

L’altro parla.
Tu annuisci.

Ma intanto pensi alla riunione successiva, alla mail da mandare o a quello che dovrai rispondere.

Formalmente stai ascoltando.

In realtà, no.

E spesso si vede e si sente.

Se in quel momento non hai tempo o disponibilità, meglio dirlo:

“Adesso non riesco a darti la giusta attenzione. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, mantieni l’impegno.

È molto più rispettoso che fingere interesse.

4. Parli sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare qualcosa che hai fatto, vissuto o pensato.

“È successo anche a me…”

“Io invece…”

“Quando lavoravo nella mia vecchia azienda…”

Condividere esperienze personali aiuta a creare relazione.

Trasformare ogni conversazione in un racconto su di te, no.

Alla lunga rischi di diventare prevedibile e soprattutto di trasmettere un messaggio molto semplice: ciò che interessa davvero è sempre quello che riguarda te.

5. Guardi le persone attraverso pregiudizi e stereotipi

“I giovani non hanno voglia di lavorare.”

“I senior non sono tecnologici.”

“Quelli dell’amministrazione sono tutti…”

Gli stereotipi sono comodi perché semplificano la realtà.

Ma proprio per questo possono impedirti di vedere la persona che hai realmente davanti.

Età, genere, provenienza, ruolo professionale o esperienza non raccontano tutto di qualcuno.

Quando hai già deciso chi è l’altro prima ancora di conoscerlo, difficilmente riuscirai ad ascoltarlo davvero.

6. Il tuo viso dice: “Stammi lontano”

Sempre serio.

Accigliato.
Sguardo sfuggente.
Espressione infastidita.

Ecco come rendere i rapporti difficili al lavoro!

Non significa che devi andare in giro per l’ufficio con un sorriso stampato in faccia o trasformarti nel piacione del team.

Ma ricorda che comunichiamo anche quando non diciamo nulla.

Un’espressione disponibile, uno sguardo diretto o un semplice sorriso possono rendere molto più facile avvicinarsi a te.

7. Non riconosci mai ciò che gli altri fanno bene

Complimenti-zero.
Apprezzamenti-zero.

Se qualcuno fa bene il proprio lavoro pensi:

“È pagato per farlo.”

Vero.

Ma riconoscere un lavoro ben fatto non significa distribuire complimenti gratuiti.

Significa accorgersi dell’impegno, di un risultato, di un miglioramento.

Un semplice:

“Hai gestito bene quella situazione.”

può avere molto più peso di quanto immagini.

Le persone vogliono sapere che il loro contributo viene visto.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Tiri subito le tue conclusioni

“Ok, ho capito dove vuoi arrivare.”

“Non serve che continui.”

“Sì, sì, so già cosa vuoi dire.”

Ne sei proprio sicuro?

Arrivare velocemente alle conclusioni può sembrare efficienza.

A volte è soltanto fretta.

Quanto più sei convinto di sapere già cosa l’altro dirà, tanto meno sentirai il bisogno di ascoltarlo.

E aumenta il rischio di fraintendere proprio la parte più importante.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere il mio articolo su come ascoltare davvero l’altro.

9. Usi l’esperienza dell’altro per riportare il discorso su di te

È una variante più sottile del parlare sempre di sé.

Un collega racconta una difficoltà e tu parti:

“So benissimo cosa provi. Anche a me è successo…”

Cinque minuti dopo stai ancora raccontando la tua storia.

L’intenzione iniziale era buona: creare vicinanza.

Ma senza accorgertene hai tolto all’altro lo spazio che gli avevi appena offerto.

Raccontare una tua esperienza può essere utile.

Poi, però, torna a lui/lei.

“Questa è stata la mia esperienza. Nel tuo caso invece che cosa sta succedendo?”


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero. → Scopri il percorso.

10. Ascolti mentre fai altro

Mail.
Cellulare.
Notifiche.
Documenti da controllare.

E nel frattempo:

“Parla pure, ti ascolto.”

Forse riesci a sentire le parole.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non servono necessariamente trenta minuti.

Cinque minuti di attenzione vera possono valere più di mezz’ora di ascolto distratto.

Metti da parte quello che stai facendo, guarda la persona e concedile uno spazio reale.

Se non puoi farlo, rimanda.

11. Interrompi continuamente

L’altro non riesce a finire una frase.

Completi il suo pensiero.
Aggiungi precisazioni.
Correggi.
Ribatti.

Poi magari ti chiedi perché quella persona non riesca a spiegarsi bene.

Forse perché non le lasci il tempo di farlo.

Interrompere continuamente non dimostra velocità mentale, rende i rapporti difficili al lavoro.

Può semplicemente comunicare impazienza e scarso interesse per ciò che l’altro sta dicendo.

Non devi ascoltare per preparare la risposta. Devi ascoltare per comprendere.

Rapporti difficili al lavoro? Prima di parlare di empatia, guarda i comportamenti

L’empatia rischia di diventare una di quelle belle parole che utilizziamo molto e osserviamo poco nella vita quotidiana.

Sul lavoro si vede nelle piccole cose.

Nel modo in cui ascolti.
Nel tempo che concedi.

Nella curiosità verso un punto di vista diverso dal tuo.

Nella capacità di non interrompere immediatamente.

Nel riconoscimento che dai.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo con te.

Non devi diventare improvvisamente più emotivo, accomodante o disponibile con tutti.

Devi forse cominciare da qualcosa di più semplice:

accorgerti un po’ di più della persona che hai davanti.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong

feedback del capo
Hai appena ricevuto un feedback dal tuo capo che ti ha spiazzato.

Ti ha ferito.
Ti senti attaccato
Sottovalutato.
Arrabbiato.

Per qualche minuto pensi:

“Adesso gli rispondo.”

Oppure inizi mentalmente a preparare la tua difesa. Nei casi peggiori, fantastichi già sulle dimissioni.

Prima di fare qualsiasi cosa, però, fermati.

Un feedback del capo difficile può farti perdere lucidità proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno.

Non significa che il capo abbia necessariamente ragione. E neppure che tu debba accettare qualsiasi critica senza discuterla.

Significa soltanto evitare che la prima reazione emotiva decida al posto tuo.

Ecco 8 spunti per rimetterti in piedi.

1. Prima di tutto, non reagire a caldo

Quando ti senti attaccato, la prima reazione può essere difenderti, contrattaccare o andartene.

Comprensibile.

Ma difficilmente utile.

Prenditi il tempo necessario per recuperare lucidità. Non devi dare immediatamente una risposta articolata.

Puoi semplicemente dire:

“Vorrei rifletterci un momento e riprendere il discorso più tardi.”

Quando un feedback ti colpisce, la prima risposta migliore può essere non rispondere subito.

L’emozione non è il problema.

Il problema è lasciare che sia l’emozione a scegliere parole e comportamenti di cui potresti pentirti.

2. Prova a considerare il feedback come un’informazione

Un feedback del capo negativo non è piacevole.

Ma può contenere qualcosa che non avevi visto.

Un comportamento.
Un effetto sugli altri.
Un limite.

Una modalità di comunicazione che pensavi efficace e invece viene percepita diversamente.

Non devi accettare automaticamente tutto ciò che ti viene detto.

Ma puoi chiederti:

“C’è qualcosa del feedback che mi può essere utile?”

È una domanda molto diversa da:

“Come faccio a dimostrare che ha torto?”

3. Se non stimi la persona, separa il messaggio dalla fonte

Questo è difficile.

Se non apprezzi il tuo capo, sei portato a svalutare automaticamente anche ciò che dice.

“Figurati se devo farmi giudicare proprio da lui/lei.”

Può darsi che il feedback sia espresso male.

Può essere vago, ingiusto o persino dato con poca sensibilità.

Ma prima di scartarlo completamente prova a separare due questioni:

  • cosa penso della persona che me lo sta dando?
  • cosa c’è di vero, utile o verificabile in quello che mi sta dicendo?

Un messaggio può contenere qualcosa di utile anche quando il modo in cui viene consegnato non ti piace.

Non devi stimare qualcuno per verificare se ciò che ti sta dicendo merita almeno una riflessione.

4. Rimani concentrato sulla tua parte

Quando ricevi una critica, è facile rispondere:

  • “Sì, però anche gli altri…”
  • “Non dipendeva solo da me.”
  • “Se Manuel avesse fatto la sua parte…”

Può anche essere tutto vero.

Ma se vuoi utilizzare il feedback per crescere, comincia da ciò che puoi controllare.

Qual è stata la tua parte?

Che cosa potevi fare diversamente?

Che cosa puoi modificare la prossima volta?

Assumerti la tua parte di responsabilità non significa accettare colpe che non hai.

Significa concentrarti sul punto in cui puoi realmente intervenire.

5. Fai domande finché il feedback diventa concreto

“Sei troppo aggressivo.”

Cosa significa?

Tono di voce?
Parole utilizzate?
Interruzioni?
Atteggiamento con i clienti?
Reazioni durante le riunioni?

Un giudizio generico è difficile da utilizzare.

Chiedi esempi.

  • “Quando dici che sono aggressivo, a quali comportamenti ti riferisci?”
  • “Puoi farmi un esempio concreto?”
  • “Che cosa avresti voluto vedermi fare diversamente?”

Più il feedback diventa osservabile e concreto, più può diventare utile.

Se vuoi approfondire il rapporto con le critiche, puoi leggere anche “Paura delle critiche? 9 spunti per superarla”.

6. Non trasformare il confronto in un processo al tuo capo

Se il feedback del capo ti fa arrabbiare, potresti essere tentato di rispondere criticando chi ti sta criticando.

“Parli proprio tu?”

“Anche tu fai sempre…”

“Prima guarderei come gestisci tu le cose.”

A quel punto il tema iniziale scompare.

E il confronto diventa personale.

Puoi non essere d’accordo.
Puoi contestare un’affermazione.
Puoi portare fatti diversi.

Ma cerca di farlo senza spostare il discorso dal comportamento alla persona.

Una risposta semplice può essere:

“Vorrei pensarci e poi riprendere il tema con alcuni esempi concreti.”

Non devi vincere la discussione.

Devi capire se c’è qualcosa da correggere, chiarire o respingere.

7. Se il feedback arriva via mail, rallenta ancora di più

Una mail critica può essere particolarmente insidiosa.

La rileggi.
Ti irriti.
Scrivi una risposta.
La rendi sempre più precisa e tagliente.

E poi premi Invia.

Meglio evitare.

Se la temperatura emotiva è alta:

  • leggi;
  • fermati;
  • prepara eventualmente una bozza;
  • rileggila più tardi;
  • chiediti se sarebbe meglio parlarne direttamente.

Una mail scritta con rabbia può impiegare pochi minuti per partire e molto tempo per essere riparata.

Non utilizzare la posta elettronica per vincere un duello.

Usala per chiarire.

8. Accetta la possibilità che il tuo capo abbia visto qualcosa che tu non vedevi

È forse il passaggio più difficile.

Potresti essere convinto di avere ragione.

E magari ce l’hai.

Ma prova comunque a lasciare aperta una piccola possibilità:

“E se ci fosse qualcosa che mi è sfuggito?”

Quando cerchi soltanto prove che confermino la tua posizione, troverai facilmente ragioni per difenderti.

Molto più difficile è cercare anche ciò che potrebbe metterla in discussione.

Non devi scegliere tra avere ragione e dare ragione al capo.
Devi scegliere se vuoi capire meglio ciò che sta succedendo.

Questa distinzione cambia tutto.


Incomprensioni, tensioni, aspettative poco chiare: a volte il rapporto con il capo può diventare davvero faticoso.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” che ti aiuta a ritrovare serenità e controllo

Un feedback difficile non è una sentenza

Può essere corretto.

Può essere parzialmente corretto.

Può essere espresso male.

Anche essere ingiusto.

Per questo non devi né ingoiarlo passivamente né respingerlo automaticamente.

Devi esaminarlo.

Separare fatti e giudizi.
Chiedere esempi.
Guardare la tua parte.

Decidere cosa vale la pena modificare e cosa invece ritieni di dover chiarire.

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza” crescere professionalmente significa anche riuscire a mantenere presenza e lucidità quando il confronto diventa scomodo.

Il feedback del capo ti ha messo al tappeto?

Va bene.

L’importante è non rimanerci.

Vuoi diventare leader? 7 zavorre che devi mollare se vuoi salire in alto

diventare leader
Quando pensiamo alla crescita professionale, immaginiamo quasi sempre qualcosa da aggiungere.

Più competenze.
Più esperienza.
Più responsabilità.
Più capacità.

Ed è certamente vero.

Ma per diventare leader, a volte, è altrettanto importante togliere qualcosa.

Alleggerire.

Liberarsi di convinzioni, aspettative e pressioni che ci portiamo dietro e che finiscono per rallentarci.

Perché più sali, più alcune zavorre diventano pesanti.

Eccone 7 che vale la pena lasciare a terra.

1. Molla l’idea di dover avere sempre tutte le risposte

Pensi al leader come alla persona che deve sapere tutto?

Quella che risolve qualsiasi problema, risponde immediatamente e non mostra mai esitazioni?

Come sottolineo anche nei miei libri, un buon leader ha invece una discreta consapevolezza dei propri limiti.

Sa quando decidere.
Sa quando chiedere.
Sa quando ascoltare qualcuno che ne sa più di lui.

Il suo valore non dipende dall’avere sempre la risposta pronta.

Essere leader non significa sapere tutto.
Significa sapere anche dove cercare ciò che non sai.

Chi sente continuamente il bisogno di dimostrare competenza rischia di parlare troppo, ascoltare poco e utilizzare male proprio le competenze presenti nel team.

2. Liberati dall’obbligo di non sbagliare mai

Se prendi decisioni, prima o poi sbaglierai.

E più responsabilità hai, più i tuoi errori possono diventare visibili.

La differenza non sta nell’essere infallibili.

Sta nel modo in cui reagisci quando qualcosa non funziona.

Puoi:

  • negare;
  • giustificarti;
  • cercare un colpevole;

oppure riconoscere ciò che è successo, correggere e imparare.

Un errore riconosciuto può aumentare la tua credibilità molto più di un errore nascosto male.

Non devi cercare il fallimento.

Devi semplicemente accettare che, se vuoi sperimentare e decidere, non puoi eliminarne completamente la possibilità.

3. Abbandona l’idea di dover essere sempre brillante e carismatico

Non devi entrare in una stanza e catturare immediatamente tutti gli sguardi.

Non devi avere la battuta pronta.

Non devi essere quello che parla meglio o quello con la personalità più appariscente.

Il carisma può aiutare.

Ma leadership significa anche credibilità, affidabilità, capacità di decidere e influenza costruita nel tempo.

Ci sono persone molto estroverse che non riescono a guidare nessuno.

E persone più riservate che diventano punti di riferimento solidissimi.

Non devi impressionare le persone.
Devi darle buone ragioni per fidarsi di te.

4. Liberati dagli stereotipi su come “deve essere” un leader

Per molto tempo abbiamo costruito un’immagine abbastanza rigida della leadership.

Deciso.
Forte.
Competitivo.
Sempre sicuro.
Poco emotivo.

E spesso anche uomo.

Ma non esiste un unico modello per diventare leader.

Puoi essere autorevole in modi diversi.

Puoi essere riflessivo, diretto, empatico, riservato, energico.

La questione non è assomigliare all’immagine del leader che hai in testa.

È capire quali tuoi comportamenti aiutano realmente le persone a fidarsi, responsabilizzarsi e lavorare bene con te.

Non cercare di interpretare un personaggio.
Costruisci il tuo modo di guidare.

5. Molla l’aspettativa di essere amato da tutti

Essere apprezzati fa piacere.

Anche ai leader.

Il problema nasce quando il bisogno di approvazione comincia a influenzare le tue decisioni.

Eviti un confronto.
Non dici NO.
Tolleri comportamenti che dovresti affrontare.

Rimandi una decisione perché temi la reazione delle persone.

Se hai responsabilità, prima o poi prenderai decisioni che qualcuno non gradirà.

Non significa diventare insensibile.

Significa accettare che rispetto e popolarità non sono la stessa cosa.

Se vuoi essere sempre approvato, prima o poi smetterai di decidere.

6. Non farti abbagliare dalla posizione

Una promozione ti assegna un ruolo.

Non automaticamente leadership.

Puoi avere il titolo, l’ufficio, l’autorità formale e persone che eseguono le tue indicazioni.

Ma questo non dice ancora molto sulla qualità della tua leadership.

La domanda è un’altra:

Le persone ti seguono soltanto perché devono oppure perché riconoscono valore nel modo in cui le guidi?

La posizione può obbligare all’obbedienza.
Difficilmente può obbligare alla fiducia.

Il titolo ti assegna autorità.
L’autorevolezza devi costruirla.

7. Liberati dalla convinzione che leader si nasce

Alcune persone hanno caratteristiche che possono aiutarle.

Maggiore sicurezza.
Facilità nel parlare.
Capacità di prendere decisioni.
Presenza.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte competenze possono essere sviluppate:

  • ascolto;
  • comunicazione;
  • capacità di delegare;
  • gestione dei conflitti;
  • decisione;
  • consapevolezza del proprio comportamento.

Il problema della convinzione “leader si nasce” è che diventa una perfetta giustificazione per non provarci.

Se pensi che sia tutto già deciso, non hai motivo di lavorare su te stesso.

Ed è proprio lì che ti blocchi.

Se vuoi approfondire questi luoghi comuni, puoi leggere anche “9 miti sulla leadership da sfatare subito”.


Autorevolezza non significa autorità: è la capacità di guidare con chiarezza e rispetto. Ti aiuto a ritrovarla e mantenerla nel tempo.

Scopri il servizio dedicato.

Diventare leader significa anche alleggerirsi

Che tu gestisca una persona o cento cambia naturalmente la complessità.

Ma alcune questioni rimangono.

Non devi sapere tutto.
Non devi essere perfetto.
Neanche essere il più brillante nella stanza.

Non devi assomigliare a qualcun altro.
Non devi essere amato da tutti.
Non basta avere il titolo.

E soprattutto, non devi essere nato leader per diventarlo.

A volte la crescita non arriva aggiungendo un’altra tecnica.

Arriva quando finalmente lasci andare una convinzione che ti stava limitando.

Per salire più in alto, qualche volta non serve diventare più forte.
Serve smettere di portarsi dietro pesi inutili.

12 frasi che un grande leader non direbbe mai

leader non direbbe mai
La leadership è uno dei concetti più citati.
E uno dei meno compresi.

Molti desiderano essere leader.
Molti credono di esserlo.

Pochi lo sono davvero.

Alcuni non sono pronti.
Non sono stati formati.

Altri occupano una posizione di leadership,
ma non hanno ancora sviluppato la statura per sostenerla.

Altri ancora hanno il potenziale,
ma per fare il salto serve qualcosa di più preciso:
formazione mirata,
coaching,
lavoro su di sé.

Perché desiderare di essere un leader non significa diventarlo.

“Per guidare gli altri, cammina alle loro spalle.”
— Lao Tse

La leadership non è una questione di ruolo.
È una questione di comportamento.

E, soprattutto, di comunicazione.

Le parole possono:

  • costruire fiducia
  • oppure distruggerla
  • aprire possibilità
  • oppure chiuderle

Dipende da cosa dici.
E da come lo dici.

Ci sono frasi che un leader consapevole evita.

Sempre.

1. “Credi di essere più intelligente di me?”

Quando un collaboratore fa domande o esprime dubbi, non sta sfidando la tua autorità.

Sta contribuendo.

Se reagisci attaccando, le persone smetteranno di parlare.
E tu inizierai a decidere da solo.

Ascoltare non ti rende debole.
Ti rende lucido.

A volte, cambiare idea è l’atto più alto di leadership.

2. “Io ho lavorato tutto il weekend. Tu dove eri?”

Questa frase non motiva.
Colpevolizza.

Il tuo impegno non può diventare un’arma contro gli altri.

Le persone hanno vite,
responsabilità,
limiti.

Un leader non misura il valore dalla presenza costante.
Lo misura dalla qualità del contributo.

La pressione cronica non produce eccellenza.
Produce esaurimento.

3. “Io sono il capo”

Se hai bisogno di dirlo, hai già perso qualcosa.

L’autorità non si impone.
Si riconosce.

I leader autentici non hanno bisogno di ricordare il loro ruolo.
Il loro comportamento lo rende evidente.

Le persone seguono chi rispettano.
Non chi temono.

Per approfondire leggi il mio post: “Come dire, senza dirlo, io sono il capo“.

4. “Non mi hai visto entrare?”

I leader fragili hanno bisogno di segnali esterni di deferenza.

I leader solidi fanno il contrario.
Osservano.
Rispettano.
Non interrompono
inutilmente.

La leadership non è presenza scenica.
È presenza funzionale.

5. “Sei sempre il solito” — “Ogni volta sbagli”

Le generalizzazioni distruggono la fiducia.

Un leader efficace non attacca la persona.
Descrive il comportamento.

Non dice:

“Sei sempre disorganizzato.”

Dice:

“In questo progetto, la scadenza non è stata rispettata. Analizziamo cosa è successo.”

Precisione e rispetto vanno insieme.

6. “Non è colpa mia”

I leader deboli cercano colpevoli.
I leader solidi cercano soluzioni.

Assumersi la responsabilità non significa essere perfetti.
Significa essere affidabili.

Le persone si fidano di chi si espone.
Non di chi si protegge.

7. “Spostati, ti faccio vedere io”

Quando fai tutto tu,
il team non cresce.

Il tuo ruolo non è dimostrare quanto sei bravo.
È creare le condizioni perché gli altri lo diventino.

Un leader efficace:

  • assegna
  • guida
  • lascia spazio

Le persone crescono attraverso l’esperienza.
Non attraverso la sostituzione.

8. “Il fallimento non è un’opzione”

Sembra una frase motivazionale.
In realtà, blocca tutto.

Se l’errore non è permesso, le persone smettono di rischiare.

E senza rischio,
non c’è innovazione.

“Il successo è costruito sugli insuccessi.”
— Thomas Watson, IBM

Un leader maturo non premia la superficialità.
Ma non punisce il tentativo.

9. “È impossibile”

Questa frase chiude il pensiero.

Un leader consapevole,
invece, chiede:

“Come potremmo renderlo possibile?”

Una domanda apre.
Una sentenza chiude.

Le organizzazioni crescono attraverso le domande.
Non attraverso le chiusure.

10. “Non è così che facciamo qui!”

Questa frase protegge il passato.
Ma ostacola il futuro.

Le idee nuove raramente si presentano in forma perfetta.
Richiedono ascolto.
Esplorazione.
Apertura.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Trovi spunti pratici nei miei libri

11. “Non portarmi brutte notizie”

Le brutte notizie non spariscono.
Si nascondono.

E quando emergono,
il costo è più alto.

I leader efficaci creano ambienti in cui le persone parlano subito.

Non per paura.
Per responsabilità.

12. “Sei fortunato ad avere un lavoro qui”

Questa frase distrugge il rispetto reciproco.

Trasmette un messaggio implicito:

  • “Tu dipendi da me.”

I leader autentici comunicano il contrario:

“Siamo fortunati ad averti nel team.”

Il rispetto non si pretende.
Si costruisce.

La verità che molti ignorano

La leadership non si rivela nei momenti facili.
Si rivela nelle parole quotidiane.

Nel tono.
Nelle reazioni.
Nella capacità di regolare sé stessi.

Essere leader significa sapere cosa dire.
Ma soprattutto,
sapere cosa non dire.

Se vuoi migliorare la tua comunicazione e il tuo impatto,
scopri come il coaching può trasformare il tuo approccio.

Con il percorso
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

In finale

Le persone non ricordano il tuo ruolo.
Ricordano come-le-hai-fatte-sentire.

E, nel tempo, non seguono chi parla più forte.

Seguono chi sa usare le parole con responsabilità.

Caro capo ti scrivo … 5 mail che non dovresti mai inviare al tuo capo

mail al capo
Scrivere una mail al capo sembra semplice.

In fondo, devi solo spiegare una cosa, fare una richiesta, dare un aggiornamento.

Eppure basta poco per creare un’impressione sbagliata.

Una frase troppo difensiva.
Un tono freddo.
Una risposta scritta di fretta.
Un messaggio lungo e poco chiaro.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, anche nella comunicazione scritta è importante evitare espressioni che ci fanno apparire insicuri, aggressivi, confusi o poco professionali.

Perché nella mail le parole devono reggere quasi tutto il peso del messaggio.

Ecco 5 tipi di mail che è meglio non inviare al tuo capo.

1. La mail che parte già chiedendo scusa di esistere

“Scusa il disturbo…”
“Era solo un’idea…”
“Non so se può funzionare…”
“Spero di non aver sbagliato…”

Usate ogni tanto non sono un problema.

Ma se diventano il tuo modo abituale di scrivere al capo, rischiano di indebolire il messaggio prima ancora che venga letto.

Non devi sminuire quello che stai per dire per renderlo più accettabile.

Se hai una proposta, presentala.
Se hai un dubbio, esprimilo.
Hai bisogno di chiarimento, chiedilo.

Puoi essere educato senza trasformare ogni messaggio in una richiesta di permesso.

Cortesia e insicurezza non sono la stessa cosa.

2. La mail inutile che aggiunge solo rumore

Un video divertente.
Una battuta.
Un link che non riguarda il lavoro.

Può essere assolutamente normale, se il rapporto con il tuo capo è informale e il contesto lo permette.

Il problema nasce quando riempi la sua casella di posta con cose che non richiedono realmente la sua attenzione.

Prima di inoltrare qualcosa chiediti:

“Ha davvero bisogno di ricevere questa mail?”

Se la risposta è no, forse puoi evitarla.

Non tutto ciò che ti diverte deve necessariamente diventare una comunicazione professionale.

3. La mail che dice soltanto: “Non posso”

Il capo ti assegna un compito.

Tu rispondi:

“Non posso farlo. Ho altre priorità.”

Può essere vero.

Ma detta così, la conversazione finisce proprio nel momento in cui dovrebbe iniziare.

Molto meglio spiegare il problema e chiedere una scelta:

“In questo momento ho queste due attività in scadenza.
Quale ritieni prioritaria rispetto alla nuova richiesta?”

Così non stai rifiutando.

Stai rendendo visibile un problema di priorità e chiedendo una decisione.

Dire “non posso” chiude.
Spiegare il vincolo apre una soluzione.

4. La mail al capo è lunga, dispersiva e senza un punto chiaro

Il tuo capo apre il messaggio.

Tre paragrafi dopo non ha ancora capito cosa vuoi.

Male.

Una buona mail al capo dovrebbe permettere di capire rapidamente:

  • perché stai scrivendo;
  • cosa è successo;
  • cosa ti serve;
  • entro quando, se c’è una scadenza.

Non significa scrivere sempre messaggi brevissimi.

Alcune questioni richiedono dettagli.

Ma ogni dettaglio dovrebbe servire a capire o decidere qualcosa.

Se una frase non aggiunge chiarezza, probabilmente puoi toglierla.

5. La mail scritta quando sei arrabbiato o di fretta

Questa è forse la più pericolosa.

Hai appena ricevuto una risposta che ti ha irritato.

Scrivi.
Rileggi.
Peggiori il tono.
E premi Invia.

Meglio fermarsi.

Quando sei arrabbiato o emotivamente coinvolto, prepara eventualmente una bozza e lasciala lì.

Poi rileggila più tardi.

Controlla:

  • il tono;
  • eventuali accuse;
  • parole troppo dure;
  • frasi che potrebbero essere interpretate male;
  • errori e sviste dovuti alla fretta.

Se il tema è delicato, può essere meglio parlarne direttamente.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale”.

Una mail inviata in dieci secondi può creare un problema che richiede giorni per essere sistemato.

Non tutto deve passare dalla posta elettronica

Ci sono conversazioni che funzionano male per iscritto.

Un conflitto.
Una critica importante.
Un chiarimento delicato.
Una questione in cui tono, sfumature e reazioni contano molto.

In questi casi una telefonata o un incontro può essere molto più efficace.

Una regola semplice?

Se senti che la mail sta diventando troppo lunga, troppo emotiva o troppo difficile da interpretare, forse non dovrebbe essere una mail.

La posta elettronica è uno strumento.

Non deve diventare un rifugio per evitare conversazioni che sarebbe meglio affrontare direttamente.

E prima di premere Invia, una domanda può evitarti parecchi problemi:

“Se il mio capo leggesse questa mail senza conoscere il mio tono e le mie intenzioni, capirebbe davvero quello che voglio dire?”

Ti senti sotto pressione o frainteso dal tuo capo?

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco