Personal coaching: ecco 12 cose che non ti direi mai

personal coaching

1. “Fai questo e non fare quello”

Se c’è una cosa che, come coach, evito accuratamente durante le sessioni di personal coaching è dirti:

  • cosa fare;
  • cosa scegliere;
  • dove andare.

La responsabilità è tua.

Non spetta a me risolvere i tuoi problemi o raggiungere i tuoi obiettivi al posto tuo.

Il mio compito è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti e incoraggiarti. Posso condividere feedback e mettere a tua disposizione gli strumenti utili per aiutarti a raggiungere gli obiettivi importanti per te.

Serve però il tuo impegno.

La disponibilità a metterti in gioco.

Almeno un po’.

2. “Fidati di me: diventerai leader in un paio di sessioni”

Potenziare il tuo approccio, rafforzare la leadership, aumentare la sicurezza e sviluppare uno stile personale non è cosa da poco.

Non scherziamo.

È irragionevole promettere cambiamenti così importanti in un paio di sessioni.

La durata del percorso dipende dall’obiettivo, dalla situazione di partenza e dal lavoro che desideri fare. Per un obiettivo ampio e complesso è necessario discuterne insieme e definire una pianificazione realistica.

Non mi piace nemmeno proclamare la mia professionalità.

Onestà e professionalità non si dichiarano.

Si dimostrano attraverso:

  • comportamenti;
  • parole;
  • fatti;
  • qualità del lavoro.

Ho fiducia che siano questi elementi a parlare per me.

3. “Fai come se fossi un amico”

Chi trova un amico trova un tesoro.

Inestimabile, aggiungo io.

Ma il personal coaching non è amicizia.

Un caro amico, pur animato dalle migliori intenzioni, difficilmente sarà completamente imparziale. Potrebbe evitare le domande più scomode, proteggerti oppure consigliarti sulla base della propria esperienza.

Il coach porta la prospettiva di un professionista.

Non coinvolto.
Non giudicante.

E proprio per questo più efficace.

4. “Sarà una passeggiata”

Mi spiace.

Nessuna pillolina magica.
Nessuna scorciatoia.
Niente passeggiata.

Quelle si fanno nei boschi.

Cambiare abitudini, rafforzare il proprio approccio e mettersi in discussione può essere difficile e faticoso.

Se lo trovi impegnativo, hai perfettamente ragione.

È anche per questo che, nonostante la grande quantità di corsi, seminari, libri e contenuti motivazionali, incontrare persone che trasmettono vera autorevolezza continua a essere raro.

5. “Dai, forza: devi solo motivarti!”

Durante le mie sessioni non sentirai slogan da pseudo-guru lanciati qua e là per creare effetto.

Niente frasi motivazionali confezionate.
Niente pacche sulla spalla.
Nessun entusiasmo forzato.

Se hai attraversato un periodo di scarsa motivazione, sai perfettamente quanto possa essere poco utile sentirsi dire:

“Dai, forza, motivati!”

La motivazione non si accende a comando.

Va compresa, ricostruita e sostenuta attraverso azioni concrete.

6. “Vuoi sapere chi sono i miei clienti?”

La riservatezza è una parte essenziale della relazione di coaching.

È la base del rapporto di fiducia e trasparenza.

Il contenuto delle conversazioni, i tuoi dati personali e le informazioni sull’azienda per cui lavori restano strettamente confidenziali.

Non comunico nomi di persone o aziende.

Nel mio sito non trovi la sezione “I miei clienti”, anche se dal punto di vista promozionale potrebbe essermi utile.

Così puoi essere certo che non parlerò nemmeno di te.

7. “Facciamo una sessione di prova e vediamo che effetto fa”

Il coaching non è un prodotto da testare con distacco.

O decidi di iniziare un percorso oppure non lo inizi.

La parola “prova” porta spesso a un coinvolgimento ridotto e a un controllo eccessivo del risultato:

“Funziona oppure no?”

Così, però, difficilmente può funzionare.

Preferisco che la persona inizi il percorso con una decisione consapevole. Se poi si rende conto che il coaching non corrisponde alle sue aspettative o che il mio approccio non è adatto, è giusto fermarsi.

Continuare senza efficacia significherebbe perdere tempo entrambi.

8. “Io sono migliore del coach Taldeitali”

Non mi interessa costruire una graduatoria tra coach, formatori o scuole.

Preferisco valorizzare ciò che offro e lasciare che il mio lavoro parli attraverso:

  • i servizi;
  • il blog;
  • i libri;
  • la relazione con i clienti.

Ricevo anche richieste di pareri su corsi, scuole o altri professionisti.

L’ultima cosa che desidero fare è alimentare pettegolezzi sulla preparazione o sulla competenza altrui.

9. “Devo convincerti a comprare un percorso”

Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto con un potenziale cliente è vendere il coaching a tutti i costi.

Chi è determinato, desidera una svolta ed è disposto a lavorare su di sé non ha bisogno di pressioni.

Vuole capire:

  • come funziona il percorso;
  • se il mio approccio è adatto;
  • quali possono essere tempi e modalità.

A chi ha ancora dubbi cerco di offrire tutte le informazioni necessarie, senza forzature.

Indecisione ed esitazione possono indicare che la persona non è ancora pronta.

In questi casi preferisco consigliare di aspettare.

La relazione di coaching non può essere imposta, mercanteggiata o spinta con tecniche di vendita.

Deve essere consapevolmente volontaria.

10. “Ci vediamo sui social”

Difficile.

Come te, ho tempo e attenzione limitati.

Ho impegni, responsabilità e priorità.

Per questo la mia presenza sui social è molto ridotta. Non riuscirei a seguire personalmente commenti, messaggi e pubblicazioni con la cura che ritengo necessaria.

Potrei delegare tutto a un’agenzia.

Non mi interessa.

Non desidero aggiungere altro contenuto standardizzato al rumore già presente in Rete.

Preferisco investire il mio tempo nel blog, nei libri e nel lavoro diretto con le persone.

11. “Ecco le risposte che cercavi”

Il personal coaching non è consulenza.

Un consulente viene incaricato per fornire risposte, indicazioni e soluzioni.

Il ruolo del coach è diverso.

Il mio obiettivo non è consegnarti le risposte, ma aiutarti a scoprire le tue.

Sei tu che devi rispondere alle domande.

Non io.

Domande che possono sembrare semplici, ma che in realtà aprono un mondo.

Il tuo.

Per esempio:

  • Chi vuoi diventare?
  • Che cosa ti aspetti da te stesso?
  • Che cosa stai aspettando?
  • Dove stai andando?
  • Che cosa posso fare davvero per aiutarti?

12. “Scaviamo nel passato così capisco meglio”

Il coaching non è terapia.

Non si concentra sulla cura di ferite emotive profonde, sull’analisi dei traumi o sul trattamento di sintomi come ansia e depressione. Questi ambiti appartengono a professionisti specializzati.

Il personal coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

Parte dalla situazione che stai vivendo oggi e ti aiuta a capire come desideri affrontarla.

Come cliente privato, inoltre, acquisti una sessione o un percorso definito. Una volta concluso, decidi liberamente se proseguire.

Nessun vincolo inutile.
Nessun “contrattino” costruito per trattenerti.

Vuoi iniziare un percorso di personal coaching?

Queste sono dodici cose che non ti direi mai.

Se senti che qualcosa deve cambiare nel tuo modo di lavorare, nelle relazioni professionali o nel modo in cui affronti una fase delicata della tua carriera, non aspettare una formula magica.

Prendi una decisione.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Fai coaching.

Come smettere di rimuginare: 12 suggerimenti utili

come smettere di rimuginare
Ti capita di ripensare per ore a una discussione?

Ricostruisci ogni frase.
Immagini cosa avresti potuto dire.
Cerchi di capire chi aveva ragione.

Nel frattempo, sei così preso dai tuoi pensieri da non accorgerti quasi più di ciò che succede intorno a te.

Ogni giorno affrontiamo eventi che, prima o poi, dovremmo riuscire a lasciare andare. Quando non accade, rischiamo di restare intrappolati nel rimuginare.

Non riesci a smettere di pensarci.

Di giorno.
Di notte.
Nei momenti meno opportuni.

La mente continua a ripercorrere discussioni, errori o problemi senza arrivare a una conclusione realmente utile.

Il risultato è estenuante.

I pensieri diventano ripetitivi, limitanti e possono perfino distorcere la percezione di ciò che è accaduto.

Che cosa puoi fare?

Ecco 12 suggerimenti per interrompere questo circolo mentale.

1. Come smettere di rimuginare? Sposta l’attenzione

Allontanati per qualche momento dai pensieri e torna a ciò che sta accadendo intorno a te.

Porta l’attenzione sulle sensazioni fisiche e utilizza tutti i sensi.

Puoi:

  • leggere un libro;
  • guardare un film;
  • ascoltare musica;
  • fare una passeggiata;
  • osservare ciò che ti circonda.

Concentrati sui profumi, sui suoni, sui sapori e sulle sensazioni del corpo.

Non stai ignorando il problema.

Stai interrompendo il flusso automatico dei pensieri.

2. Distraiti intenzionalmente

La distrazione può aiutarti a spezzare l’attrazione del pensiero ripetitivo.

Dedicati a qualcosa che richiede attenzione:

  • balla;
  • suona;
  • disegna;
  • cucina;
  • medita;
  • occupati di un progetto importante.

Non serve trovare l’attività perfetta.

Serve spostare la mente da un pensiero sterile a un’azione concreta.

3. Guarda la situazione da una prospettiva più ampia

Quando rimugini, tendi a osservare sempre lo stesso dettaglio.

Fermati e prova a guardare la situazione nel suo insieme.

Chiediti:

  • Qual è il vero problema?
  • Quali aspetti sono realmente importanti?
  • Esiste una possibile soluzione?
  • Qual è il prossimo passo utile?

Concentrarti sull’azione è quasi sempre più produttivo che continuare a ricostruire ciò che è già accaduto.

4. Stabilisci una scadenza

Se ti concedi un tempo illimitato per prendere una decisione, rischi di non decidere mai.

Stabilisci una scadenza ragionevole.

Poi scegli.

Puoi anche dedicare alle preoccupazioni un momento preciso della giornata. Per esempio, concederti trenta minuti per riflettere e, terminato quel tempo, tornare alle tue attività.

Non eliminerai subito i pensieri.

Ma impedirai loro di occupare tutta la giornata.

5. Dai alla situazione la giusta proporzione

Il pensiero eccessivo tende a rendere tutto più grande e più negativo di quanto sia realmente.

Una piccola difficoltà diventa un disastro.
Un errore sembra compromettere tutto.

Quando ti accorgi che sta accadendo, prova a chiederti:

  • Questa situazione avrà ancora importanza tra cinque anni?

Non è una domanda che serve a minimizzare.

Serve a recuperare proporzione.

Puoi anche analizzare le reali conseguenze di un eventuale errore. Se l’impatto sarà limitato nel medio e lungo periodo, probabilmente non hai bisogno di pensarci così tanto.

6. Non procrastinare

Le decisioni sospese alimentano il rimuginare.

Più rimandi, più la mente continua a tornare sullo stesso punto.

Se puoi agire, fallo.

Anche con un passo piccolo.

Una telefonata.
Una mail.
Una richiesta di chiarimento.
Una decisione provvisoria.

L’azione non risolve sempre tutto.

Ma interrompe l’immobilità.

7. Fermati prima di perdere lucidità

Quando sei stanco, diventi più irritabile, lento e vulnerabile ai pensieri negativi.

Non è il momento migliore per analizzare una discussione o prendere una decisione importante.

Rimanda il ragionamento a quando sarai più riposato.

Puoi anche utilizzare una frase semplice per chiudere temporaneamente il pensiero:

  • Ho fatto del mio meglio.
  • Adesso non posso risolvere altro.
  • Ci penserò domani con maggiore lucidità.

Non è una formula magica.

È un modo per mettere un confine.

8. Non alimentare paure vaghe

L’incertezza facilita il rimuginare.

Quando una paura resta generica, può diventare enorme.

Prova allora a definirla.

Chiediti:

  • Di che cosa ho paura esattamente?
  • Qual è lo scenario che temo?
  • Quanto è realmente probabile?
  • Che cosa potrei fare se accadesse?

Dare un nome preciso alla paura la rende spesso più gestibile.

9. Accetta che non puoi controllare tutto

Pensare troppo è, molte volte, un tentativo di controllare ciò che non può essere controllato.

Le reazioni degli altri.
Il futuro.
Gli imprevisti.
Il risultato di ogni decisione.

Ogni scelta contiene una parte di incertezza.

Quando ti concentri continuamente su ciò che potrebbe accadere, rischi di restare paralizzato.

Distingui allora tra:

  • ciò su cui puoi intervenire;
  • ciò che puoi soltanto accettare.

Investi energia nel primo gruppo.

10. Torna al presente

Il rimuginare ti trascina nel passato oppure ti proietta nel futuro.

Riporta l’attenzione a ciò che stai facendo adesso.

Osserva l’ambiente.
Ascolta i suoni.
Concentrati sul respiro.
Porta a termine il compito che hai davanti.

Gli errori del passato non possono essere modificati.

Le preoccupazioni per il futuro non sono ancora realtà.

Il momento nel quale puoi agire è questo.

11. Come smettere di rimuginare: ridimensiona il perfezionismo

Il perfezionismo alimenta pensieri come:

  • Avrei dovuto fare meglio.
  • Non dovevo sbagliare.
  • Dovevo trovare la risposta perfetta.
  • Non posso permettermi errori.

Ma niente e nessuno è perfetto.

Cercare la perfezione è irrealistico, faticoso e spesso paralizzante.

Quando ti accorgi di pretendere troppo da te stesso, sostituisci la domanda:

  • “Come posso farlo perfettamente?”

con:

  • “Come posso fare un passo avanti?”

Il progresso è più utile della perfezione.

12. Diventa consapevole dei tuoi pensieri

Come smettere di rimuginare?
La consapevolezza è il primo passo.

Devi accorgerti del momento in cui una riflessione utile si trasforma in rimuginare.

Puoi chiederti:

  • Sto cercando una soluzione?
  • Oppure sto ripetendo ancora lo stesso pensiero?
  • Questa riflessione mi sta aiutando?
  • Posso fare qualcosa adesso?

Quando riconosci il meccanismo, puoi fare un passo indietro e osservare la situazione con maggiore distanza.

Non sempre riuscirai a fermare subito i pensieri.

Ma potrai evitare di seguirli automaticamente.

In conclusione

Come smettere di rimuginare?
Riflettere è utile.
Rimuginare no.

La differenza è semplice: la riflessione produce chiarezza, il rimuginare ti riporta continuamente allo stesso punto.

Non devi impedire alla mente di pensare.

Devi imparare a riconoscere quando il pensiero ha smesso di aiutarti.

A quel punto puoi interromperlo, spostare l’attenzione e tornare a ciò su cui hai davvero potere.

Il presente.
Le tue scelte.
Il prossimo passo.

Un nuovo lavoro di team leader: 9 regole per iniziare al meglio

un nuovo lavoroFoto di fauxels da Pexels

Hai superato il colloquio.
Hai ottenuto il lavoro.

Adesso sei il nuovo team leader.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, quando entri in un nuovo team o in una nuova azienda è difficile capire subito come funzionano davvero le cose.

Nuove regole.
Nuove persone.
Una cultura ancora da decifrare.

Il malinteso è sempre in agguato. Un approccio sbagliato può diventare un autogol, un atteggiamento può essere frainteso e una decisione apparentemente innocua trasformarsi in una trappola.

Ora che il grande giorno si avvicina, i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli potrebbero tenerti sveglio la notte.

È normale.

Ecco nove regole da fare tue per iniziare il nuovo lavoro con maggiore sicurezza, forza ed entusiasmo.

1. Il rispetto va conquistato

Non puoi ottenere il rispetto del team semplicemente perché sei il capo.

Non funziona così.

Il ruolo ti attribuisce un’autorità formale. Il rispetto, invece, dipende dal modo in cui ti comporti ogni giorno.

Devi dimostrare di essere affidabile, coerente e degno della fiducia delle persone.

Il tuo atteggiamento influenza tutto il team.

Se i collaboratori ti vedono manipolare numeri, informazioni o decisioni per il tuo vantaggio personale, smetteranno rapidamente di seguirti.

Il titolo apre la porta.

Sono i comportamenti a permetterti di restare nella stanza.

2. Senza il team non esiste successo

Le persone del tuo team rappresentano il tuo patrimonio professionale.

Possono determinare il successo o l’insuccesso del tuo lavoro, del progetto e, in alcuni casi, dell’intera attività.

Da solo non vai da nessuna parte.

Hai bisogno dei tuoi collaboratori più di quanto, forse, immagini. Le loro competenze, la loro esperienza e il loro impegno permettono anche a te di raggiungere i risultati.

Non trattarli come semplici esecutori.

Rendili parte del percorso.

3. Non pretendere dagli altri la motivazione che tu non mostri

La motivazione del team passa inevitabilmente anche da te.

Non puoi presentarti scarico, distratto o disinteressato e pretendere che gli altri lavorino con entusiasmo.

Essere il leader non significa sentirsi superiori.

Anzi, il bisogno continuo di dimostrare superiorità nasconde spesso insicurezza e paura.

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

Mostrarsi strafottenti non significa avere fiducia in sé stessi. Molto più spesso significa non sapere come gestire le proprie fragilità.

4. Concentrati prima di tutto su te stesso

L’unica persona che puoi controllare davvero sei tu.

Il tuo comportamento.
Le tue reazioni.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.

Non preoccuparti soltanto di ciò che fanno gli altri.

La persona più difficile da gestire potresti essere proprio tu. Leggi il post.

Lavora sul tuo approccio, sulle tue rigidità e sulle tue paure. Se non lo fai, rischi di diventare il centro delle complicazioni che attribuirai al team.

Prima di chiederti perché i collaboratori non funzionano, prova a domandarti:

  • Che cosa sto portando io dentro questa situazione?

5. Non lasciarti paralizzare dalla paura

Avrai paura di sbagliare.

Di non essere all’altezza.
Di non essere abbastanza preparato.
Di non riuscire a gestire il team.

Fa parte del percorso.

Il problema nasce quando la paura ti blocca, ti fa indietreggiare oppure ti impedisce di prendere decisioni.

Non aspettare di sentirti completamente sicuro.

Quel momento potrebbe non arrivare mai.

Le persone di successo non sono necessariamente quelle che possiedono più talento. Spesso sono quelle che, dopo una caduta, si rialzano e continuano.

6. Ricorda il monito di Wolf Rinke

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

Assegnare compiti non basta.
Dare ordini non basta.
Controllare il lavoro non basta.

Fai parlare i fatti.

Mostra come si lavora.
Mantieni gli impegni.
Assumiti le responsabilità.
Ascolta più di quanto parli.

La leadership si vede soprattutto quando le persone osservano ciò che fai, non soltanto ciò che dici.

7. Impara a conversare con le tue paure

Quando iniziano i dubbi sulla tua leadership, la mente può riempirsi rapidamente di scenari negativi.

  • “E se non mi rispettano?”
  • “E se sbaglio?”
  • “E se si accorgono che non sono pronto?”

Ferma le fantasie e torna ai fatti.

L’ansia che provi per il nuovo inizio è normale. Anche le persone del team potrebbero sentirsi insicure, perché devono conoscere te, il tuo stile e le tue intenzioni.

I grandi leader non eliminano la paura.

La guardano.
L’ascoltano.
La accettano.

Poi decidono comunque di andare avanti.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

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8. Non farti inghiottire dalla perfezione

Ogni nuovo compito ti sembrerà una prova.

Ogni progetto dovrà apparire impeccabile.
Ogni decisione ineccepibile.
Ogni intervento perfetto.

Ma è realistico aspettarti la perfezione mentre stai ancora imparando?

No.

Non caricarti sulle spalle un peso inutile.

Migliorerai strada facendo. Imparerai dalle persone, dalle difficoltà e anche dagli errori.

Punta al miglior risultato possibile.

Non alla perfezione.

9. Sii gentile, non debole

Essere gentile non significa essere un avversario facile.

Essere educato non significa accettare tutto.

La gentilezza richiede spesso molto più carattere dell’arroganza, perché ti obbliga a governare l’ego invece di lasciarti governare.

Serve disciplina per mantenere la calma.
Serve forza per ascoltare senza reagire immediatamente.
Sicurezza per essere rispettosi anche quando devi essere fermo.

Sbraitare è facile.

Essere autorevole senza umiliare gli altri è molto più difficile.

Il nuovo ruolo comincia prima ancora del primo giorno

Non devi dimostrare subito di sapere tutto in un nuovo lavoro.

Devi osservare, ascoltare e comprendere.

Il tuo obiettivo iniziale non è stupire il team.

È costruire le condizioni perché le persone possano fidarsi di te.

La leadership non nasce nel momento in cui ricevi il titolo.

Comincia nel modo in cui scegli di entrare in quella stanza.

Crescere in azienda: dovrai gestire invidie e solitudine

crescere in azienda

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Un mio cliente Kevin ha sempre associato la leadership ai suoi aspetti più gratificanti:

  • soddisfazione;
  • successo;
  • senso di realizzazione;
  • benessere economico.

Kevin vuole crescere in azienda.

Non è ancora del tutto consapevole che, insieme alle opportunità, cambieranno anche molte altre cose.

Aumenteranno le responsabilità.

Le scadenze e gli obiettivi diventeranno esami continui. Ci sarà sempre un progetto da completare, una decisione da prendere o un problema che richiederà attenzione.

Anche quando la giornata lavorativa sarà terminata, non sarà sempre facile liberare la mente dai pensieri e dalle responsabilità.

Crescere in azienda non è sempre comodo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, non importa quanto tu abbia studiato o se coordini due persone oppure duecento.

Essere leader non è sempre comodo.

La leadership riguarda molto più il tuo modo di essere che il titolo riportato sul biglietto da visita.

Devi anche essere consapevole che non tutti accoglieranno con entusiasmo la tua crescita.

Potrebbero nascere:

  • gelosie;
  • tensioni;
  • sospetti;
  • rivalità.

Qualcuno potrebbe metterti i bastoni tra le ruote, screditarti o parlare male di te.

Non necessariamente perché tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. A volte la tua crescita può far sentire un’altra persona minacciata, inadeguata o messa in secondo piano.

Riconoscimento e maldicenza, purtroppo, possono camminare insieme.

Kevin avverte un crescente senso di solitudine

Kevin si confida spesso con un amico e, qualche volta, racconta tutto anche alla compagna.

Così, però, informazioni delicate rischiano di uscire dall’azienda.

Ha paura di non farcela perché non conosce ancora bene le dinamiche organizzative. Teme di fare passi falsi e, in un ambiente nel quale gli altri sembrano sapere sempre come muoversi, si sente spesso solo.

Quando deve affrontare un problema complesso o prendere una decisione delicata, ha la sensazione che la gerarchia non lo sostenga.

Ancora meno il suo capo diretto.

Prova un forte senso di isolamento e fatica a smettere di pensare al lavoro anche quando torna a casa.

Inoltre, crede di essere osteggiato perché si considera, con poca modestia a dire il vero, “uno che pensa più avanti degli altri”.

Non puoi controllare i giudizi degli altri

È impossibile.

Il comportamento, l’atteggiamento e le opinioni altrui sono in gran parte fuori dal tuo controllo.

Puoi essere disponibile, gentile e corretto. Ci sarà comunque qualcuno pronto a criticarti, biasimarti o interpretare negativamente le tue intenzioni.

Cercare di controllare, prevenire o neutralizzare ogni critica ti porterà soltanto:

  • ansia;
  • frustrazione;
  • rabbia;
  • perdita di energia.

Accettare di non poter controllare tutti i giudizi non significa subire passivamente.

Significa scegliere con lucidità dove intervenire e dove, invece, non lasciarsi trascinare.

Prima acquisisci questa consapevolezza, meglio è.

L’invidia può spingere alcune persone a comportarsi male

L’invidia può manifestarsi attraverso comportamenti scorretti, irrispettosi o poco trasparenti.

Potresti diventare oggetto di:

  • pettegolezzi;
  • esclusioni;
  • provocazioni;
  • tentativi di sabotaggio;
  • svalutazioni più o meno evidenti.

Quando accade, cerca un confronto diretto e privato.

Invita la persona a parlare con calma e onestà. Evita però di aprire la conversazione con frasi come:

“Ehi, qual è il tuo problema?”

Partiresti subito con un tono inquisitorio e conflittuale.

L’altra persona si metterebbe sulla difensiva e il dialogo diventerebbe probabilmente un rimpallo di accuse e negazioni.

Meglio iniziare con una frase più esplorativa:

  • “Ho notato una certa distanza tra noi.”

Oppure:

  • “Ho la sensazione che negli ultimi tempi ci sia qualche tensione. Vorrei capire se è successo qualcosa.”

Se necessario, chiarisci che determinati comportamenti possono danneggiare il lavoro e le prestazioni del team.

Prova poi a cercare soluzioni accettabili per entrambi.

Il rapporto potrebbe non diventare mai particolarmente caloroso. In alcuni casi, mantenere una relazione cordiale e un certo distacco professionale è la scelta più saggia.

Quando ti senti spiazzato ricorda la massima di Marty Rubin:

“Il cane chiuso nel recinto abbaia a quello che scorrazza liberamente.”

Prendi le distanze dalle persone invidiose

Non lasciarti coinvolgere in ogni provocazione. Evita di rispondere impulsivamente e non permettere agli altri di trascinarti in continue sfide competitive.

Ignora i commenti che non meritano attenzione.

Intervieni soltanto quando il comportamento supera un limite, danneggia il lavoro o mette in discussione la tua credibilità professionale.

Resta concentrato sui tuoi obiettivi.

Continua a lavorare con correttezza.
Proteggi la tua reputazione con i fatti.
Non perdere tempo a convincere tutti.

Crescere in azienda significa anche imparare a convivere con il fatto che non tutti saranno felici dei tuoi risultati.

Non permettere che questo ti faccia deviare dal tuo percorso.

Colloqui di lavoro: l’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

colloqui di lavoro

Foto di Aksel Lian da Pixabay

Il selezionatore ti sta accompagnando nella sala del colloquio.

Il momento è arrivato.
Sei concentrato.
Bene.

Adesso rilassati ancora un po’.

Fino a ieri ti sei forse concesso qualche fantasticheria: il nuovo lavoro, il primo stipendio, il momento in cui firmerai il contratto.

Ma non è ancora il momento di parlare di salario o data d’inizio.

Per ora concentrati su un obiettivo molto più concreto:

ottenere il secondo colloquio.

L’autorevolezza comincia dall’ingresso

Dal primo istante stai inviando messaggi non verbali.

Anche se non dici nulla, il tuo corpo comunica sicurezza, tensione e atteggiamento.

Quando entri nella stanza, la prima impressione è già in costruzione.

Evita un ingresso esitante, ma anche uno troppo sicuro o arrogante.

Cammina con passo deciso, senza fretta.

Saluta.
Sorridi.
Mantieni lo sguardo alto.
Raddrizza le spalle.

Stai proponendo il tuo valore professionale, non chiedendo un favore.

Per approfondire: Come entrare con autorevolezza nella stanza del colloquio.

Riconosci l’ansia invece di combatterla

Se il colloquio ti mette agitazione, è normale.

Non perdere energie cercando di nasconderla.
Riconoscila.

Puoi dirti:

  • “Sono agitato. Va bene così. Posso fare comunque un buon colloquio.”

Poi osserva il tuo linguaggio del corpo.

Evita di:

  • camminare troppo velocemente;
  • parlare a raffica;
  • interrompere;
  • tamburellare con le dita;
  • muovere continuamente gambe o piedi.

Rallentare è già un modo per trasmettere maggiore sicurezza.

Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica fiducia e presenza.

Se abbassi continuamente lo sguardo o eviti gli occhi del selezionatore, potresti apparire insicuro.

Non serve fissarlo.

Mantieni uno sguardo naturale e torna regolarmente sul tuo interlocutore.

Se ti mette in difficoltà, concentra lo sguardo tra le sopracciglia.

L’effetto sarà molto simile.

L’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

Non cercare di compiacerlo.

Più provi a indovinare la risposta che desidera sentirsi dire, più rischi di apparire costruito.

Sii semplice.
Sii concreto.

Se bastano dieci parole, non usarne trenta.

Tieni la testa alta, siediti composto e guarda il selezionatore quando parli.

Non nascondere la tua personalità dietro il curriculum.

Sii te stesso. L’autenticità paga

Mantieni un atteggiamento positivo.

Sorridi senza forzature e mostra interesse per il ruolo.

Ai selezionatori piacciono persone preparate, autentiche e fiduciose.

Ricorda una cosa importante:

se sei stato invitato al colloquio, significa che il tuo profilo ha già suscitato interesse.

Adesso devono conoscere la persona.

Prova a stabilire una connessione

Durante il colloquio non limitarti a impressionare.

Prova a creare una connessione autentica.

Non serve diventare amici del selezionatore.
Basta instaurare un dialogo naturale.

Anche una breve conversazione iniziale può rompere il ghiaccio e creare un clima più sereno.

Essere cordiale, mentre vieni osservato e valutato, è già un segnale di sicurezza.

Usa le pause

Non avere paura delle pause.

Quando affronti un punto importante, concediti qualche secondo prima di rispondere.

Le pause trasmettono controllo e danno peso alle parole.

Evita invece di costruire risposte solo per ottenere l’approvazione del selezionatore.

Se ne accorgerà.

Limita anche espressioni come:

  • “Forse…”;
  • “Credo…”;
  • “Immagino…”.

Usate continuamente, rendono il messaggio meno deciso.

Non affrettare le risposte

Quando sei nervoso è facile parlare troppo.

Rallenta.

Ascolta la domanda fino alla fine e concediti il tempo di riflettere.

Un colloquio non è una gara di velocità.

Parla con calma, imposta bene la voce e non temere qualche breve silenzio.

Non limitarti a rispondere

Il colloquio è un dialogo.

Il selezionatore valuta te.
Ma anche tu stai valutando l’azienda.

Fai domande quando nasce l’occasione.

Quando racconti un’esperienza, entra nei dettagli che dimostrano il tuo contributo e i risultati ottenuti.

Soprattutto, ascolta fino in fondo la domanda prima di preparare la risposta.

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La trappola: non essere arrogante

Una buona dose di fiducia è indispensabile.

L’arroganza, invece, ti allontana dal selezionatore.

Mostrati:

  • ambizioso, ma non impaziente;
  • disponibile, ma non timoroso;
  • sicuro di te, ma senza ostentazione.

La vera autorevolezza non ha bisogno di alzare la voce.

Si riconosce dalla calma, dalla preparazione e dal rispetto con cui affronti il colloquio.

L’attenzione del selezionatore non si pretende.

Si guadagna.
Una risposta alla volta.
In bocca al lupo!