La skill fondamentale di successo .. quella che proprio non ti aspetti

skill di successo
Hai grandi obiettivi per il futuro, ma ogni tanto ti chiedi se hai davvero tutto quello che serve.

Passione.
Competenza.
Coraggio.
Tenacia.

Basta?

C’è una capacità di cui si parla molto meno e che, invece, può fare una grande differenza: saper reggere l’insuccesso.

La vera misura del carattere di una persona emerge anche da come reagisce quando qualcosa va storto.

Quando perde.
Quando viene respinta.
Quando, nonostante l’impegno, non raggiunge l’obiettivo.

La skill di successo che non ti aspetti?
Non evitare l’insuccesso.
Imparare a reggerlo.

Le persone di successo sanno “fallire bene”

Sembra una contraddizione.

Siamo cresciuti con l’idea che successo e fallimento siano agli estremi opposti: se hai successo non fallisci, se fallisci significa che qualcosa non funziona.

La realtà professionale racconta una storia diversa.

Chi prova, decide, si espone e punta a qualcosa di importante prima o poi sbaglia. Riceve un NO. Perde un’opportunità. Fa una scelta che non funziona.

La differenza non sta nell’evitare tutto questo.

Sta in ciò che fai dopo.

Un detto giapponese dice:

“Cadi sette volte, rialzati otto.

Ecco alcuni modi per imparare a “fallire bene”.

1. Accetta quello che senti

Fallire, non riuscire, non centrare un obiettivo fa male.

A volte molto male.

Non serve fingere che non sia successo niente, distrarsi a tutti i costi o cercare immediatamente un colpevole.

Accetta la delusione. Elaborala.

Concediti il tempo necessario, senza però trasformare quel momento in settimane di recriminazioni e autocommiserazione.

Perché prima o poi dovrai fare la cosa più importante: decidere quale sarà la tua prossima mossa.

2. Non confondere un insuccesso con quello che sei

Dopo una sconfitta è facile passare da:

“Ho fallito.”

a:

“Sono un fallimento.”

Sono due cose completamente diverse.

Un risultato negativo riguarda un evento, una scelta, un tentativo. Non è una sentenza sulla tua persona o sulle tue capacità.

Hai commesso un errore. Non sei un errore.

Il fatto che oggi qualcosa non abbia funzionato non significa che succederà anche domani.

3. Se vuoi fare qualcosa di importante, prima o poi sbaglierai

Più alzi l’asticella, più aumentano anche le possibilità di incontrare ostacoli, errori e rifiuti.

È il prezzo dell’esposizione.

Se vuoi eliminare completamente la possibilità di fallire, esiste una soluzione piuttosto semplice: non provare niente di nuovo.

Ma difficilmente crescerai.

Chi si mette in gioco accetta anche una certa dose di rischio.

Non significa essere incoscienti. Significa sapere che non possiamo pretendere di avere sempre la certezza del risultato prima di muoverci.

4. Usa l’insuccesso per capire

Un risultato negativo può essere un ottimo feedback.

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Hai sbagliato strategia?
  • Ti mancavano competenze?
  • Hai sottovalutato qualcosa?
  • Hai insistito troppo?
  • Oppure hai semplicemente bisogno di più tempo?

Non cercare subito una giustificazione.

Cerca un’informazione utile.

Il fallimento diventa veramente inutile quando non impariamo niente da ciò che è successo.

5. Non tenerti tutto dentro

Dopo una battuta d’arresto professionale potresti avere voglia di chiuderti e rimuginare.

Parlarne con una persona di cui ti fidi può aiutarti a vedere ciò che, in quel momento, fai fatica a vedere da solo.

Non hai necessariamente bisogno di qualcuno che ti dica “Andrà tutto bene”.

A volte serve semplicemente un punto di vista diverso dal tuo.

Qualcuno che faccia una domanda che non ti eri posto o che ti aiuti a ridimensionare quello che, nella tua testa, sta assumendo proporzioni enormi.

6. Dopo aver elaborato, torna all’azione

Riflettere è utile.
Rimuginare all’infinito no.

A un certo punto devi trasformare quello che hai imparato in qualcosa di concreto.

Rivedi il piano.
Cambia approccio.
Acquisisci una competenza.
Chiedi aiuto.
Fai un nuovo tentativo.

Non devi avere già pronta la strategia perfetta.

Devi ricominciare a muoverti.

Anche con un passo piccolo.

7. Non perdere l’entusiasmo

Una battuta d’arresto può toglierti energia. Diverse battute d’arresto consecutive possono farti dubitare dell’intero progetto.

È qui che la capacità di reggere l’insuccesso diventa decisiva.

Non significa ripetere ostinatamente sempre la stessa cosa.

Puoi cambiare strategia, strumenti, tempi e persino obiettivo.

Ma evita di trasformare automaticamente un risultato negativo nella prova che “non ce la farai mai”.

Perseverare non significa continuare a sbattere contro lo stesso muro.
Significa continuare a cercare una strada.

La skill di successo? Tollerare l’insuccesso

La paura di fallire ci rende prudenti. E un po’ di prudenza è utile.

Il problema nasce quando diventa così forte da impedirci di provare, chiedere, cambiare, esporci.

Se vuoi raggiungere un obiettivo importante devi accettare che qualcosa possa andare storto.

Non devi amare il fallimento.

Non devi nemmeno raccontarti che “fallire è bellissimo”. Quando succede, spesso non lo è affatto.

Devi però essere capace di sopportarlo, comprenderlo e ripartire.

Questa è una skill di successo molto meno appariscente del talento, della sicurezza o del carisma.

E forse proprio per questo è una delle più importanti.

Bravura e talento non basta! Occorrono duro lavoro e tenacia. Grinta.

crescita professionale

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”.

Usain Bolt

Ci sono persone particolarmente dotate.
Talenti naturali.
Persone alle quali certe cose sembrano venire più facilmente.

E poi ci siamo noi.

Quelli che devono provare, sbagliare, riprovare. Quelli che guardano il collega più brillante e pensano:

“Lui è portato. Io no.”

Perfetto. La scusa per mollare, rinunciare o non provarci nemmeno è servita.

Il talento conta. Ma non basta.

Competenza, capacità e talento sono importanti. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.

Ma nella crescita professionale entra in gioco anche qualcos’altro: la capacità di continuare quando i risultati non arrivano subito.

Tenacia.
Costanza.
Grinta.

La psicologa Angela Duckworth ha utilizzato proprio il concetto di “grit” per descrivere la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo.

Non significa insistere ciecamente.

Significa continuare a lavorare su qualcosa anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, arrivano gli ostacoli e sarebbe molto più facile lasciar perdere.

Il talento può darti un vantaggio.
La tenacia decide quanto a lungo sei disposto a giocartelo.

La crescita professionale si costruisce nel tempo

È facile essere determinati quando tutto funziona.

Molto meno quando ricevi un NO, una promozione non arriva, qualcuno sembra avanzare più velocemente di te oppure scopri che devi ancora imparare molto.

È lì che la grinta diventa importante.

Vuol dire saper resistere alle distrazioni, reggere una battuta d’arresto e tornare al lavoro.

Non per una settimana.
Non soltanto quando sei motivato.

Ma abbastanza a lungo da permettere alle tue capacità di crescere e produrre risultati.

Non invidiare soltanto il talento degli altri

Puoi incontrare qualcuno più brillante, più preparato o naturalmente più portato di te.

Succederà.

Ma il confronto sul talento dice solo una parte della storia.

Non sai quanto quella persona stia lavorando.
Quanto sappia reggere la frustrazione.
Come reagisca davanti a una sconfitta.
Se continuerà quando le cose diventeranno difficili.

E soprattutto, il talento degli altri non diminuisce quello che puoi costruire tu.

Non puoi decidere quanto talento possiedi.
Puoi decidere cosa farne e quanto sei disposto a lavorarci.


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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Grinta non significa non mollare mai

Anche questo va chiarito.

Perseverare non significa intestardirsi su una strada che evidentemente non funziona.

Puoi cambiare strategia.
Correggere un errore.
Chiedere aiuto.
Acquisire nuove competenze.
Persino cambiare obiettivo.

La tenacia non sta nel continuare a fare sempre la stessa cosa.

Sta nel non arrendersi alla prima difficoltà soltanto perché il risultato tarda ad arrivare.

Talento e bravura sono ottimi punti di partenza.

Ma se vuoi costruire qualcosa nel tempo, serviranno anche duro lavoro, capacità di rialzarti e perseveranza.

Avere successo professionale: anziché rinunciare – a volte – basta solo rimandare

Avere successo professionale

“Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.
Woody Allen

La strada verso il successo professionale raramente è lineare.

Eppure continuiamo a immaginarla così: studiare, trovare un buon lavoro, crescere professionalmente, ottenere maggiori responsabilità e raggiungere finalmente il traguardo.

Una tappa dopo l’altra.
Poi arriva la realtà.

Un progetto si blocca.
Una promozione non arriva.
Un’opportunità sfuma.
Le condizioni personali cambiano.

Quello che sembrava il momento giusto improvvisamente non lo è più.

E allora pensiamo:

“Forse devo lasciar perdere.”

Non necessariamente.

Non esiste un’unica strada per arrivare

C’è chi procede quasi in linea retta e chi segue un percorso fatto di deviazioni, accelerazioni, soste e ripartenze.

Non c’è un modo giusto e uno sbagliato.

Ci sono momenti in cui possiamo avanzare velocemente e altri in cui dobbiamo rallentare. A volte dobbiamo persino fermarci.

Il problema nasce quando interpretiamo quella pausa come una sconfitta definitiva.

Rimandare non significa necessariamente rinunciare.
Significa riconoscere che questo potrebbe non essere il momento giusto.

Puoi mettere temporaneamente da parte un progetto senza abbandonarlo.

Puoi decidere che quella richiesta di promozione la farai tra sei mesi.

Che cambierai lavoro quando avrai acquisito una determinata competenza.

Che riprenderai un progetto quando avrai più tempo, energie o condizioni migliori.

Non tutto deve accadere adesso.

Avere successo professionale significa anche saper affrontare gli ostacoli

Sul tuo percorso troverai difficoltà impreviste.

Alcune saranno facilmente superabili. Altre ti costringeranno a cambiare programmi.

È qui che conta il modo in cui reagisci.

Puoi intestardirti e continuare a spingere quando le condizioni non ci sono.

Puoi mollare tutto.

Oppure puoi fermarti e chiederti:

  • Che cosa mi sta dicendo questo ostacolo?
  • Devo cambiare strategia?
  • Devo prepararmi meglio?
  • Devo semplicemente aspettare?

Fermarsi può essere una decisione. Non necessariamente una resa.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza

Quando qualcosa non funziona, siamo portati a giudicare immediatamente il risultato.

  • Non ce l’ho fatta.
  • Non sono abbastanza bravo.
  • È inutile continuare.

Ma un NO ricevuto oggi non dice necessariamente nulla su ciò che sarà possibile domani.

Può indicare che devi correggere il tiro, acquisire esperienza, cambiare approccio oppure aspettare condizioni diverse.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Un obiettivo rimandato non è necessariamente un obiettivo fallito.

Questo non significa aspettare passivamente che le cose cambino da sole.

Significa utilizzare la pausa per capire, prepararti e decidere quale sarà la prossima mossa.

A volte devi insistere.
A volte devi aspettare.

Anche questa è una capacità professionale.

Capire quando spingere e quando rallentare.

Quando continuare e quando prendere tempo.

Quando una strada è davvero chiusa e quando, invece, è semplicemente troppo presto per percorrerla.

Non tutto ciò che desideri arriverà quando avevi previsto.

Per questo, davanti a un ostacolo, prima di concludere “Basta, rinuncio”, prova a porti una domanda diversa:

Devo davvero rinunciare oppure, questa volta, devo soltanto rimandare?

Confrontarsi con gli altri: il metodo infallibile per farsi tanto male

confrontarsi con gli altri
“Al lavoro sono tutti migliori di me”
“Gli altri hanno qualcosa in più”
“Roberta ha un passo in più”

Un tuo caro amico ti chiama e ti dice che è stato promosso.

Come ti senti?

Felice per lui? Oppure qualcosa comincia a muoversi dentro: gelosia, amarezza, frustrazione?

Se sei abituato a confrontarti con il collega che ha ottenuto la promozione, l’amico che ha avviato la sua attività o la persona che sembra avere sempre una marcia in più, sai quanto può essere facile uscirne male.

Perché alcune persone hanno davvero più talento, esperienza o competenza di te in un determinato ambito.

E allora?

Ci confrontiamo perché temiamo di non essere abbastanza

Dario è un broker eccezionale.
Alex sa vendere meglio di te.
Sabrina ha una creatività che vorresti avere.

Può essere vero.

Il problema nasce quando prendi una loro qualità e la trasformi nella misura di tutto il resto.

Vedi ciò che quella persona sa fare bene e dimentichi ciò che sai fare tu. Confronti il suo punto di forza con una tua debolezza.

Una gara costruita così puoi soltanto perderla.

Nel confronto vediamo spesso il meglio degli altri e lo confrontiamo con ciò che ci piace meno di noi.

Dario potrebbe non avere la tua capacità di analisi. Alex potrebbe essere un grande venditore ma non avere la tua competenza tecnica. Sabrina potrebbe essere molto creativa e meno concreta di te.

Non significa che tu sia migliore.

Significa semplicemente che le persone non possono essere ridotte a un’unica classifica.

Confrontarsi continuamente è il pass per l’insoddisfazione

Nel confrontarsi con gli altri, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te in qualcosa.

Più competente.
Più brillante.
Più veloce.
Più sicuro.
Più avanti nella carriera.

Se utilizzi gli altri come metro permanente del tuo valore, troverai sempre qualcuno con cui perdere.

E c’è un altro problema.

Conosci molto bene i tuoi dubbi, gli errori, le occasioni perse e le giornate in cui non sei stato all’altezza.

Degli altri, invece, vedi soprattutto ciò che emerge.

Il risultato raggiunto.
La promozione.
Il nuovo incarico.
Il successo.

E naturalmente il confronto non regge.

Confrontarsi con gli altri può diventare utile solo se cambia la domanda

Vedere qualcuno ottenere ciò che desideri non deve necessariamente diventare una minaccia.

Può anche essere un’informazione.

Invece di chiederti:

  • “Perché lui sì e io no?”

prova a chiederti:

  • “Che cosa sta facendo bene?”
  • “C’è qualcosa che posso imparare?”
  • “Quale competenza devo ancora sviluppare?”

A quel punto il confronto smette di essere un giudizio sul tuo valore e può diventare uno strumento per capire dove vuoi crescere.

Non usare il successo degli altri per misurare quanto vali.
Usalo, se serve, per capire cosa puoi imparare.

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

E tu sarai più bravo di qualcun altro in qualcos’altro.

Continuare a fare classifiche non porta molto lontano.

Molto più utile è capire dove sei tu, cosa ti manca e quale può essere il tuo prossimo passo.

Lavoro e successo: puoi salire molto più “in alto” se sei “leggero”

lavoro e successo

Al lavoro ti senti continuamente sotto esame?

Cambi modo di comportarti secondo la persona che hai davanti? Ti trattieni dal dire ciò che pensi o dal prendere una decisione perché temi il giudizio degli altri?

Un conto è tenere in considerazione ciò che pensano colleghi, collaboratori o capo.

Un altro è lasciare che il loro giudizio condizioni continuamente il tuo modo di lavorare.

E questo, alla lunga, pesa.

Alcuni pesi emotivi rallentano la tua crescita professionale

Non si vedono, ma consumano energie.

Il bisogno di piacere a tutti. La paura di sbagliare. Il confronto continuo con gli altri.

Più spazio concedi a questi pensieri, più rischi di lavorare trattenuto, preoccupato, continuamente alla ricerca di conferme.

Puoi avere competenze, ambizione e capacità.
Ma se porti sulle spalle troppo peso emotivo, ogni passo diventa più faticoso.

Essere più “leggeri” non significa fregarsene degli altri o diventare superficiali.

Significa capire quali pesi vale ancora la pena portare e quali puoi lasciare andare.

Lavoro e successo? Molla il peso del giudizio degli altri

Voler essere apprezzati è normale.

Il problema nasce quando, pur di evitare critiche o disapprovazione, inizi a compiacere tutti.

Dici SI quando vorresti dire NO.
Eviti un confronto.
Non esprimi un’opinione.
Modifichi continuamente il tuo comportamento in funzione della persona che hai davanti.

A quel punto non stai più semplicemente ascoltando gli altri.

Stai consegnando agli altri una parte delle tue decisioni.

Molla il peso della perfezione

Se pensi di dover dimostrare continuamente quanto vali, ogni errore diventa una minaccia.

Controlli tutto.
Ti tormenti sui dettagli.
Rimandi una decisione.

Uno stillicidio di tempo ed energie.

Chiunque abbia costruito qualcosa nella propria vita professionale ha sbagliato, si è bloccato, ha preso decisioni che con il senno di poi avrebbe preso diversamente.

Cercare di fare bene il proprio lavoro è professionalità.
Pretendere di non sbagliare mai è un peso.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Lavoro e successo: molla il peso del confronto continuo

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

Più preparato.
Più brillante.
Più veloce.
Avanti nella carriera.

E allora?

Il confronto continuo diventa logorante perché troverai sempre qualcuno con qualcosa più di te.

Puoi osservare gli altri, imparare da loro, persino utilizzarli come riferimento.

Ma non trasformarli nel metro con cui misuri continuamente il tuo valore.

Essere “leggeri” non significa essere superficiali

Questa è la distinzione importante.

Non significa smettere di impegnarti, abbassare le aspettative o ignorare i feedback.

Significa lavorare senza trascinarti dietro tutto ciò che non ti serve: il bisogno continuo di approvazione, l’ossessione della perfezione, la necessità di confrontarti con chiunque.

Utilizzare meglio energie, attenzione e capacità per ciò che conta davvero.

E di continuare a salire senza portarti dietro pesi che non ti servono più.

Gestire collaboratori più esperti come farebbe un grande leader

gestire collaboratori più esperti

“Oddio, non ce la farò mai!
Come faranno a rispettarmi questi?
”.

È stata una delle prime reazioni di Sacha quando ha scoperto che alcuni dei suoi collaboratori avevano alle spalle molti più anni di esperienza di lui.

Lui, giovane e ancora poco esperto nella gestione delle persone, stava per diventare il loro supervisore.

Il suo timore era semplice: prima o poi qualcuno gli avrebbe fatto una domanda alla quale non avrebbe saputo rispondere.

E a quel punto tutti si sarebbero accorti che non era all’altezza.

Esercitare la propria leadership quando alcuni collaboratori sono più esperti, più anziani o tecnicamente più preparati non è sempre facile.

Puoi sentirti intimidito.
Puoi temere di perdere credibilità o rispetto.

Ma il problema non è avere collaboratori che ne sanno più di te.

Il problema nasce quando senti di dover dimostrare continuamente di saperne più di loro.

1. Riconosci la differenza di competenze

Se alcuni collaboratori ne sanno più di te in determinati ambiti, riconoscilo.

Prima di tutto a te stesso.

Non devi conoscere ogni procedura, dettaglio tecnico o risposta per essere un buon leader. Quando conosci e accetti i tuoi limiti, diventi anche più disponibile ad ascoltare e utilizzare le competenze degli altri.

Riconoscere di non sapere tutto non indebolisce la tua leadership.
Fingere di sapere ciò che non sai, sì.

2. Non cercare continuamente di dimostrare chi è il capo

Quando ti senti insicuro nel gestire collaboratori più esperti, la tentazione è comprensibile: mostrare autorità.

Diventare più rigido.
Controllare tutto.
Correggere continuamente.
Mettere in chiaro ruoli e gerarchie.

Ma se senti continuamente la necessità di dimostrare che sei il leader, probabilmente stai ancora cercando di convincere soprattutto te stesso.

Metterla sulla competizione con collaboratori più esperti crea un clima pericoloso.

E alla fine rischi di perdere proprio ciò che stavi cercando di ottenere: autorevolezza.

3. Dimostra chi è il capo. Ma nel modo giusto

No, non è una contraddizione.

Non devi imporre continuamente la tua autorità, ma nemmeno rinunciare al tuo ruolo.

Ascolta pareri e consigli.
Chiedi feedback.
Mostra rispetto per l’esperienza dei tuoi collaboratori.

Poi mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Essere aperti non significa diventare esitanti. Coinvolgere non significa delegare agli altri la responsabilità delle decisioni.

Il rispetto non si pretende attraverso il ruolo.
Si costruisce attraverso il modo in cui eserciti quel ruolo.

4. Delega, ma non diventare dipendente

Sacha aveva individuato nel team un collaboratore particolarmente competente.

Così aveva cominciato ad affidargli tutto ciò che non padroneggiava.

All’inizio sembrava funzionare benissimo.

Il rischio, però, era diventare progressivamente dipendente da quella persona.

Delegare è necessario. Delegare senza conoscere, verificare e mantenere una visione d’insieme è pericoloso.

E c’è un secondo rischio: trasformare il collaboratore più competente nell’unico punto di riferimento può far sentire gli altri sottovalutati.

Utilizza le competenze migliori del tuo team.

Ma non consegnare a una sola persona le chiavi del tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

5. Impara a gestire i “Non lo so”

Un collaboratore ti fa una domanda e non conosci la risposta.

Che fai?

Inventare, improvvisare o rispondere in modo approssimativo soltanto per sembrare competente può costarti molto più di un semplice:

“Non ho la risposta adesso. Verifico e ti faccio sapere.”

Un leader non deve avere tutte le risposte.

Deve però prendersi la responsabilità di cercarle, approfondire e tornare con una risposta.

Questa differenza è fondamentale nel gestire collaboratori più esperti.

Approfondisci con il post.

6. Sfrutta l’esperienza dei tuoi collaboratori

Se hai nel team persone con grande esperienza, perché dovresti temerle?

Usale come risorsa.

Chiedi:

  • “Tu come la vedi?”
  • “In passato come avete gestito questa situazione?”
  • “Secondo la tua esperienza, dove potremmo avere problemi?”

I collaboratori più esperti conoscono processi, errori già commessi, soluzioni che hanno funzionato e dinamiche che difficilmente troverai in una procedura.

Non utilizzare questa esperienza sarebbe una vera ingenuità gestionale.

Essere il leader non significa dover insegnare sempre qualcosa agli altri.

A volte significa avere l’intelligenza di imparare da loro.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

7. Rispetta l’esperienza senza sentirti inferiore

Mostra ai tuoi collaboratori che apprezzi ciò che sanno fare.

Conoscili. Cerca di capire cosa li motiva, quali responsabilità desiderano assumersi, cosa vorrebbero migliorare e come preferiscono lavorare.

Non partire dal presupposto che il collaboratore più anziano o esperto voglia il tuo posto.

Sacha lo ha scoperto parlando individualmente con le persone che temeva di più.

Pensava che avrebbero messo continuamente alla prova la sua competenza. Ha scoperto invece che erano molto più interessate allo sviluppo tecnico e alle nuove tecnologie che a riunioni, budget, problemi disciplinari e responsabilità di supervisione.

Il confronto reale aveva ridimensionato buona parte delle sue paure.

Gestire collaboratori più esperti richiede sicurezza, non superiorità

La competenza tecnica conta.

Ma per guidare un team servono anche capacità di decisione, equilibrio, ascolto, integrità, responsabilità e rispetto.

Puoi guidare persone che sanno fare alcune cose molto meglio di te.

Anzi, un buon leader dovrebbe essere contento di avere nel proprio team persone estremamente competenti.

La sfida è non sentirsi minacciati dalla loro bravura e non diventare dipendenti dalla loro esperienza.

Sii curioso.
Ascolta.
Impara.

Poi assumiti la responsabilità di decidere e guidare.

Perché, alla fine:

La vera leadership non consiste nell’essere quello che ne sa più di tutti.
Consiste nel saper guidare anche chi, in alcune cose, ne sa più di te.