Partire a razzo nel nuovo lavoro? La lezione di Edoardo

il nuovo lavoroFoto di Andrea Piacquadio

Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il gran giorno per Edoardo.

Inizia la sua avventura come responsabile commerciale in una grande azienda del Nord Italia.

Come saranno i nuovi colleghi?
Disponibili e sorridenti oppure
indisponenti e boriosi?

E il nuovo capo?

Durante il colloquio sembrava un po’ scorbutico…

Ansia del nuovo lavoro? Macché.

Edoardo è sicuro di sé.

Ha già ricoperto con successo quel ruolo in passato. Sa cosa lo aspetta. Sa che non può permettersi errori grossolani.

Vuole partire bene.
Anzi, vuole impressionare tutti.

È convinto di poter utilizzare il suo solito approccio.

Quello che ha sempre funzionato.
Il famoso “metodo Edo”.

“Conosco il mio lavoro.”
“Ho sempre fatto così.”

Con la testa ancora piena dei complimenti ricevuti nelle esperienze precedenti, parte da un presupposto molto semplice:

sarà facile.

Per dimostrare subito il proprio valore, spinge immediatamente sul cambiamento.

Edoardo vuole lasciare il segno

Non aspetta.
Non osserva.
Tantomeno chiede consiglio.

Nemmeno quando un ex collega gli suggerisce prudenza.

La determinazione si trasforma rapidamente in ostinazione.

La fiducia nelle proprie capacità diventa eccessiva.
Senza entrare troppo nei dettagli, nel giro di poche settimane qualcosa inizia a incrinarsi.

Le persone frenano.
Le proposte non passano.
I cambiamenti non arrivano.
I risultati tardano.

Per la prima volta, Edoardo comincia a chiedersi se non abbia sbagliato approccio.

Le partenze a razzo a volte funzionano.

Altre volte no.

Molte persone si considerano tra le più competenti dell’organizzazione.

Si sorprendono quando il loro valore non viene riconosciuto immediatamente.

Spesso sono davvero preparate.
Intelligenti.
Capaci.

Ma hanno un problema:
credono di avere già tutte le risposte.

Ascoltano poco.
Rispettano poco i tempi.

Edoardo non aveva capito che ogni organizzazione possiede regole non scritte.

Dinamiche interne.
Equilibri.
Persone influenti.
Tempi da rispettare.

Perché non basta avere ragione.

Devi anche capire quando, come e con chi muoverti.

Saper fare bene il proprio lavoro non è sempre sufficiente per avere successo.

La sicurezza in sé stessi è necessaria

Una buona dose di autostima è fondamentale.

Ti aiuta ad affrontare le sfide.

A superare gli ostacoli.
A emergere in un contesto competitivo.

Ma esiste anche il lato oscuro dell’eccessiva fiducia.

Nel giro di pochi mesi Edoardo passa dall’essere energico e sicuro a diventare esitante e indeciso.

Ora ogni decisione è accompagnata dal dubbio.

Si sente mortificato per aver fallito proprio in quello che considerava il suo punto di forza.
È in questo momento che iniziamo il percorso di coaching.

Accettare di non essere perfetti è spesso uno dei migliori punti di partenza per crescere professionalmente.

La lezione di Edoardo

La sua esperienza è un promemoria per chiunque inizi un nuovo lavoro.

Non importa quanto tu sia competente.

Servono tempo e umiltà.

Umiltà non significa essere passivi o remissivi.
Significa sapere che hai ancora qualcosa da imparare.

Una persona umile conosce il proprio valore, ma non sente il bisogno di dimostrarlo continuamente.

L’umiltà favorisce la crescita.
Aiuta ad ascoltare.

Permette di cogliere sfumature che l’eccessiva sicurezza tende a ignorare.

La fiducia in sé stessi è importante.

L’umiltà evita che si trasformi in arroganza.

Prima di schiacciare sull’acceleratore, Edoardo avrebbe dovuto fermarsi e porsi qualche domanda in più.

Forse avrebbe evitato parte delle resistenze che ha incontrato.

La storia di Edoardo la trovi nel mio libro “Prima volta Leader“.

Partire a razzo nel nuovo lavoro?

Difendi le tue idee.
Valorizza la tua preparazione.

Ma mantieni sempre l’umiltà necessaria per ascoltare, ricevere consigli e metterti in discussione.

Quando inizi un nuovo lavoro vivi una fase entusiasmante.

Ma anche delicata.

È il momento in cui costruisci le basi delle relazioni future con colleghi, collaboratori e superiori.

L’obiettivo non è arrivare in punta di piedi.

Nemmeno entrare come un carro armato.

L’obiettivo è trovare il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà.
Ed è molto più difficile di quanto sembri.

Perché spesso non perdi credibilità per quello che non sai.

La perdi per la fretta di dimostrare quanto sai.

Se stai affrontando un nuovo ruolo, una promozione o un cambiamento professionale importante, il coaching può aiutarti a gestire meglio questa fase di transizione.

Approfondisci il percorso dedicato.

Comunicare in modo efficace: il potere del silenzio strategico

comunicare in modo efficace

Foto di Barbara Olsen

Se desideri comunicare in modo efficace e vedere in azione il potere del silenzio, alla prossima riunione prova a porre una domanda aperta.

Poi aspetta in silenzio e comincia mentalmente a contare:

1… 2… 3… 4…

Un silenzio di circa dieci secondi diventerà già incredibilmente scomodo.

A quel punto ci sarà quasi certamente qualcuno che interverrà per rompere il disagio.

Una pausa imbarazzante può sembrare lunga minuti.

Anche se in realtà dura solo pochi secondi.

Anche se può essere scomodo, se impari ad accogliere il silenzio puoi assumere una posizione di maggiore autorevolezza.

Molti leader non si sentono a proprio agio con il silenzio.

Lo evitano.
Lo riempiono.
Lo interrompono.

Eppure, quando impari a gestirlo, il silenzio diventa una delle capacità comunicative più potenti che puoi utilizzare.

Il silenzio crea fiducia

Se vuoi sviluppare relazioni efficaci, devi creare fiducia.

E per creare fiducia devi ascoltare.

Quando vuoi stabilire una relazione, parla poco.
Fai domande e ascolta.
Impara a conoscere l’altra persona.

Quando si rende conto che la stai ascoltando davvero, sarà molto più predisposta ad ascoltare te.

Comunicare in modo efficace? Il silenzio dà potere alle persone

Molti team leader, davanti alla richiesta di un collaboratore, commettono lo stesso errore: cercano subito una soluzione da offrire.

Non sempre è la scelta migliore.

Spesso la risposta migliore è quella che le persone trovano da sole.

In alcuni casi, mentre parlano, si accorgono che la situazione non è così grave come l’avevano immaginata.

I grandi leader non riempiono ogni spazio.

Lo lasciano esistere.

Raramente dicono alle persone cosa fare.

Piuttosto le aiutano a guidarsi da sole, aumentando autonomia, responsabilità e fiducia.

Anche il loro carisma ne esce rafforzato.

Il silenzio rafforza il messaggio

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza, il silenzio può essere l’elemento più importante di una conversazione.

Quando smetti di parlare, l’attenzione aumenta.

Il silenzio dà alle persone il tempo di pensare.

Aiuta a comprendere.
Aiuta a ricordare.

Se usi troppe parole, il messaggio rischia di perdersi.

Una pausa ben posizionata, invece, mette in evidenza ciò che conta davvero.

Non devi avere un’opinione su tutto.

Le tue parole saranno più memorabili se scegli con attenzione quando parlare.

Comunicare in modo efficace: il silenzio può sbloccare una trattativa

Quando siamo coinvolti in una trattativa, il silenzio può influenzare il risultato molto più di quanto immaginiamo.

Se le posizioni sembrano bloccate e la conversazione è in stallo, una pausa può cambiare l’equilibrio del confronto.

La maggior parte delle persone non sopporta il silenzio.

Per questo parla troppo.

Ed è proprio in quel momento che possono emergere informazioni utili, aperture inattese o concessioni che prima non erano visibili.

Il silenzio ti aiuta a negoziare

Pensa a una negoziazione salariale o alla discussione di un preventivo.

L’altra parte presenta la sua proposta.

Tu non rispondi immediatamente.

Né con un “sì”.
Né con un “no”.

Fai una pausa.

Aspetti.

Il disagio del silenzio porta spesso l’altra persona a riprendere la parola e, talvolta, a rivelare informazioni preziose per la trattativa.

Il silenzio placa la rabbia

La rabbia aumenta notevolmente la probabilità di dire qualcosa che potresti rimpiangere.

Vale nelle conversazioni.
Vale ancora di più nelle e-mail.

Prima di premere “Invia”, dormici sopra.

Potrai sempre spedire il messaggio il giorno successivo.

Molto spesso, però, cambierai il testo.

Perché il tempo modifica la prospettiva.

Il silenzio – compreso quello digitale – ti permette di raccogliere i pensieri e scegliere con maggiore attenzione come rispondere.

Quando vuoi capire davvero una persona, ascolta

Se desideri conoscere meglio un collaboratore, un collega o un cliente, il modo migliore per ottenere informazioni è ascoltare.

L’ascolto attivo fa sentire la persona importante.

Compresa.
Rispettata.

E aumenta la probabilità che condivida aspetti più autentici rispetto a una conversazione piena di interruzioni, commenti e consigli non richiesti.

A volte il silenzio parla più forte delle parole

Viviamo in un’epoca che chiede continuamente attenzione.

Gridiamo sempre più forte nella speranza di essere ascoltati.

Più rumore produciamo, meno ci sentiamo davvero.

Se parli meno, pensi di più.

Quando pensi di più, sei meno portato a reagire impulsivamente.

E la prima reazione, molto spesso, non è la migliore.

A volte il momento più autorevole di una conversazione non è quando parli.

È quando scegli di non farlo.

Vuoi sviluppare una comunicazione più autorevole, incisiva e professionale?

Scopri il percorso di coaching più adatto alla tua situazione.

Gestire un team giovane: 10 spunti per la tua leadership

gestire un team giovane

Foto di Yan Krukau

Molti leader vanno in difficoltà nel gestire un team giovane, anche se raramente lo dicono apertamente.

Alcuni pensieri però compaiono quasi in automatico:

“Non hanno voglia di lavorare.”
“Pretendono troppo.”
“Ai miei tempi era diverso.”

Capita spesso: un giovane appena assunto, fresco di laurea, appena entrato nel team.

Dopo dieci minuti ti fa tre domande,
dopo un’ora propone qualcosa,
dopo due giorni vuole capire
se sta andando bene oppure no.

E dentro di te compare una sensazione strana.

Non rabbia.
Più che altro fastidio.

Ti chiedi perché tutta questa fretta.
Perché voglia capire subito.
Perché sembri già voler cambiare cose che conosce appena.

Eppure:

sei sicuro di essere davanti a una generazione meno motivata?

Oppure sei davanti a una generazione che funziona semplicemente in modo diverso?

Quando inizi a vedere la differenza come un problema, i primi attriti arrivano molto velocemente.

Gestire collaboratori giovani: 8 cose che spesso vengono capite male.

1. Non scambiare velocità per superficialità

I più giovani spesso lavorano in un modo che può sembrare caotico.

Passano da una chat a un documento, ascoltano mentre scrivono, tengono aperte più attività contemporaneamente.

Sembrano riuscire a stare dietro a tutto.

Lo ammetto: anch’io mi chiedo come facciano.

Io che sono multitasking-zero.

Ma il fatto che qualcosa sia diverso dal nostro modo di lavorare non significa automaticamente che sia sbagliato.

Non critichiamo ciò che semplicemente non capiamo.

2. Gestire un team giovane: guarda oltre l’apparenza

Nel lavoro continuiamo a costruire giudizi molto rapidamente.

Un modo di parlare diretto, una felpa, un tatuaggio o un atteggiamento informale spesso bastano per completare il resto della storia.

Nella nostra testa.

Il problema è che la superficie racconta poco.

Dietro quello che ci sembra superficialità potrebbe esserci altro.

Una persona seria, preparata, molto più coinvolta di quanto immaginiamo.

3. Chiarisci le aspettative sul modo di comunicare

Molti problemi non nascono dalle persone.

Nascono da aspettative mai dichiarate.

Per te una telefonata significa urgenza.
Per qualcun altro un messaggio è sufficiente.

Per te il telefono sul tavolo -durante una riunione- comunica disattenzione.
Per altri è semplicemente un’estensione del loro modo di lavorare.

Parlare di queste differenze all’inizio del rapporto evita molti problemi dopo.

4. Dai feedback più frequenti

Qui vedo spesso la stessa scena.

Per settimane nessun commento,
nessun confronto,
nessun segnale.

Poi un giorno arriva la frase:

“Ti devo dire una cosa…”

Non è quasi mai una bella notizia.

Le persone hanno bisogno di capire dove stanno andando, non soltanto dove stanno sbagliando.

Se ricevano feedback solo quando sbagliano, iniziano a lavorare per evitare errori.

Non per crescere.

5. Evita la modalità “Quando avevo la tua età…”

La frase magari parte con buone intenzioni.

  • “Quando avevo vent’anni io…”
  • “Noi sì, facevamo sacrifici…”
  • “Io al tuo posto…”

Il problema non è il contenuto.

Il problema è che spesso quella frase chiude la conversazione invece di aprirla.

Chi hai davanti smette di sentirsi ascoltato e inizia semplicemente a difendersi.

6. Non sottovalutare il clima di lavoro

Per molti giovani il lavoro non è soltanto stipendio o carriera.

Contano anche l’ambiente, le relazioni, la possibilità di imparare e sentirsi coinvolti.

Questo non significa essere meno seri.

Significa avere priorità diverse.

Un ambiente continuamente pesante, rigido o negativo stanca molto più velocemente di quanto immagini.

Nella nuova edizione del mio libro “Autorevolezza” dedico un capitolo intero alla leadership dedicata alla Gen. Z.

7. Il rispetto non arriva automaticamente dal ruolo

Nel gestire un team giovane molti continuano ancora a pensare:

“Sono il capo, quindi mi devono rispettare.”

Oggi funziona sempre meno.

Il rispetto arriva molto più spesso da presenza,
ascolto,
coerenza,
credibilità.

Il ruolo può darti autorità.
La stima (però) devi ancora conquistarla.

Molti vogliono essere ascoltati perché hanno un ruolo.
Le persone ascoltano chi sentono credibile.

8. Più che un capo, sii una guida

Molti giovani non cercano soltanto qualcuno che dica cosa fare.

Cercano un leader da cui imparare.

Qualcuno che sappia correggere senza umiliare, dare direzione senza controllare tutto e restare presente anche quando qualcosa va storto.

Perché la domanda che spesso si fanno non è:

“Questa persona è competente?”

Molto più spesso è:

“Con questa persona posso crescere?”

Gestire collaboratori giovani richiede tempo, pazienza ed energia.

“Perché i giovani oggi sono così?” non è la domanda più interessante:

Forse è:

Quanto sei disposto ad aggiornare il tuo modo di guidare le persone?

Perché a volte il problema non è la nuova generazione.

È continuare a guardarla con lenti vecchie.

Se guidare il tuo team sta diventando faticoso — tra collaboratori difficili, calo di motivazione o tensioni — un percorso mirato può aiutarti a recuperare equilibrio e autorevolezza.

Scopri il coaching mirato.

10 cose da evitare se vuoi il successo professionale

il successo professionale
Foto Pixabay

Molti parlano di successo professionale come se fosse una formula.

Le giuste competenze.
Le giuste strategie.
Il mindset corretto.

Poi però guardi meglio le persone che arrivano nel lavoro…
e scopri una cosa meno spettacolare.

Spesso la differenza non sta soltanto nelle cose che fanno. A volte nasce da quello che smettono di fare.

Ci sono abitudini, atteggiamenti e modi di reagire che lentamente ci consumano.

Magari non subito.

Ma nel tempo sì.

Una decisione rimandata.
Una scusa ripetuta troppo spesso.
Un problema ignorato per settimane.

All’inizio sembrano dettagli.

Poi iniziano a definirci.

Ecco 10 cose da evitare se vuoi crescere davvero nel lavoro:

1. Aspettare continuamente il momento perfetto

Molte persone restano ferme anni aspettando:

  • più sicurezza
  • più chiarezza
  • meno paura
  • il momento giusto

Il problema è che il momento perfetto raramente arriva.

Nel frattempo:

  • non ti candidi
  • non proponi idee
  • non cambi
  • non rischi

E la vita professionale resta bloccata in modalità attesa.

A un certo punto devi decidere se vuoi proteggerti… o crescere.

Aspettare il momento perfetto è spesso un modo elegante per rimandare la paura di esporti.

2. Lasciare “lievitare” i problemi

Succede continuamente sul lavoro.

Una tensione con un collega.
Una decisione rimandata.
Un cliente da richiamare.
Una conversazione scomoda evitata.

E intanto il problema cresce.

Non solo fuori.
Ma anche dentro di te.

Perché le questioni lasciate aperte consumano energia mentale molto più di quanto immagini.

Molte persone non sono stanche per il troppo lavoro.
Sono stanche per troppe cose non affrontate.

3. Aspettarti risultati rapidi

Questa mentalità oggi crea parecchia frustrazione.

Vuoi migliorare velocemente.
Crescere velocemente.
Sentirti già arrivato.

Poi …

Ti candidi. Nessuna risposta.
Studi. Ti senti fermo.
Ti impegni e sembra non cambiare nulla.

E inizi a dubitare di te.

Ma la crescita professionale raramente è lineare.

A volte migliori senza accorgertene davvero.

4. Trasformare ogni difficoltà in un dramma personale

Ci sono persone che davanti a ogni ostacolo entrano subito in modalità catastrofe.

“È finita.”
“Non ce la faccio.”
“È un disastro.”

Ma nel lavoro (e non solo) i problemi non spariscono perché ti agiti.

Vanno attraversati.

E spesso la differenza tra chi cresce e chi resta fermo non è il talento.

È la capacità di non crollare mentalmente alla prima difficoltà seria.

5. Cercare continuamente di piacere a tutti

Questo sul lavoro consuma moltissima energia.

Dire sempre sì.
Evitare conflitti.
Non contraddire mai nessuno.
Adattarti continuamente per essere accettato.

All’inizio sembra diplomazia.

Poi però inizi lentamente a perdere posizione, lucidità e autenticità.

Se hai bisogno dell’approvazione di tutti, prima o poi smetterai di essere davvero te stesso.

Se vuoi approfondire leggi il post.

6. Sprecare energia su ciò che non controlli

Questo logora tantissimo.

  • Le decisioni dell’azienda.
  • Il carattere degli altri.
  • Le ingiustizie.
  • Le dinamiche interne.

Attenzione: alcune cose fanno davvero arrabbiare.

Ma continuare a rimuginarci sopra non ti restituisce controllo.

Hai molta più influenza sulle tue prossime mosse che sulle persone che vuoi cambiare.


Per continuare la riflessione:

“Autorevolezza”
quando senti che il problema è anche il modo in cui vieni percepito.

scopri il libro

“Prima volta Leader”
quando il tema riguarda ruolo, leadership e gestione delle persone.

scopri il libro

7. Mollare dopo un fallimento

Molti vivono gli errori come sentenze definitive.

Una candidatura andata male.
Un colloquio storto.
Una presentazione confusa.
Un progetto che non funziona.

E subito parte il pensiero:

“Forse non sono così capace.”

Ma nel lavoro quasi nessuno cresce senza passare da momenti frustranti o umilianti.

Il problema non è sbagliare.
È passare da: “ho sbagliato” a “sono incapace“.

8. Cercare continuamente scuse

Qui bisogna essere onesti.

A volte le condizioni esterne sono davvero complicate.

Ma c’è una differenza enorme tra spiegare una difficoltà… e usarla continuamente come alibi.

Le persone più solide che incontro non sono quelle che non sbagliano mai.

Sono quelle che riescono a dire:

“Ok. Questa parte è responsabilità mia.”

E da lì ripartono.

Le scuse proteggono l’ego nel breve periodo. Ma nel lungo consumano autorevolezza.

9. Circondarti continuamente di persone negative

Le persone pessimiste non ti distruggono sempre in modo evidente.

A volte lo fanno lentamente.

Con sarcasmo continuo.
Lamentele croniche.
Visione sempre cinica del lavoro.

E se resti immerso troppo a lungo in quel clima… inizi a normalizzarlo.

L’energia emotiva degli altri ti influenza molto più di quanto credi.

10. Pensare che la costanza non serva più

Questa forse è la parte più noiosa del successo professionale.

Ed è anche quella che molti sottovalutano.

Perché dopo l’entusiasmo iniziale resta soprattutto:

continuità,
disciplina,
presenza,
tenuta mentale.

Non sempre motivazione.

A volte semplicemente continui anche quando non hai voglia.

Perché gran parte delle persone si ferma proprio lì.

Molte persone cercano tecniche veloci per crescere professionalmente.

Ma spesso il successo professionale inizia in modo molto meno spettacolare.

Quando smetti di:

  • rimandare
  • lamentarti continuamente
  • cercare approvazione ovunque
  • fuggire dalle difficoltà

Perché il lavoro, prima o poi, ti mette davanti sempre la stessa domanda:

stai costruendo davvero qualcosa… o stai solo cercando di evitare il disagio?

Se hai deciso di cambiare, ma non vuoi farlo alla cieca..

In poche sessioni analizziamo motivazioni, possibilità e strategie per scegliere con consapevolezza.

Scopri il percorso dedicato.