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Due collaboratori sono in conflitto? Non sempre devi risolverlo
in Gestione collaboratori, Leadership, News
Foto di cottonbro studio
Due tuoi collaboratori discutono durante una riunione.
Si interrompono.
Il tono si alza.
Gli altri osservano la scena in silenzio.
Nella tua testa, la diagnosi è già fatta.
“Dovrò risolvere questo conflitto.”
È una reazione comprensibile.
Ma potrebbe nascere da un errore di lettura.
Il problema non è che nel tuo team ci siano conflitti.
Il problema è chiamare “conflitto” tutto ciò che crea tensione.
È qui che potresti commettono il primo errore.
Non perché stai gestendo male la situazione.
La stai interpretando male.
Perché la parola conflitto finisce per contenere realtà molto diverse tra loro. E quando tutto diventa un conflitto, diventa difficile capire che cosa merita davvero la tua attenzione.
Prima ancora di chiederti come intervenire, prova a fermarti su una domanda diversa.
Che cosa sta succedendo davvero tra queste due persone?
Non ogni tensione è un problema
Potresti inseguire un’idea tanto diffusa quanto irrealistica.
Pensare che un buon team sia un team senza tensioni.
Senza attriti.
Senza discussioni.
Divergenze.
Contrasti.
Ma un gruppo composto da persone diverse produce inevitabilmente differenze.
Diversi modi di lavorare.
Diverse priorità.
Diverse sensibilità.
Diversi valori.
La tensione, quindi, non è automaticamente il segnale che qualcosa si è rotto.
A volte è semplicemente il prezzo da pagare.
Due persone competenti cercano di raggiungere lo stesso obiettivo seguendo strade diverse.
Il problema nasce quando giudichi la persona, non il comportamento
Immagina due collaboratori.
Uno è rapido, diretto e orientato ai risultati.
L’altro è prudente, riflessivo e molto attento ai dettagli.
Chi dei due ha ragione?
Probabilmente nessuno.
E probabilmente entrambi.
Il problema nasce quando una differenza viene interpretata come un difetto.
Il collaboratore veloce vede il collega prudente come uno che rallenta tutto.
Quello prudente vede il collega veloce come superficiale.
Da quel momento smettono di osservare il comportamento.
Cominciano a giudicare la persona.
Ed è lì che la situazione cambia natura.
Molte tensioni non nascono dai fatti.
Nascono dal significato che attribuiamo ai fatti.
Conflitto tra collaboratori: collaborare non significa piacersi
Questa è una delle verità più difficili da accettare.
Due collaboratori possono continuare ad avere caratteri diversi, idee diverse e perfino una reciproca antipatia.
Eppure possono lavorare bene insieme.
Con rispetto.
Con professionalità.
Responsabilità.
Non investire enormi energie nel tentativo di creare amicizie.
Il lavoro non richiede amicizia.
Richiede collaborazione.
Sono due cose molto diverse.
Prima di intervenire, cambia domanda
Quando emergono tensioni, potresti pensare:
- «Come faccio a risolvere questo conflitto?»
Parti da un’altra domanda.
Qual è il vero problema?
Perché dietro un’apparente lite possono nascondersi situazioni completamente diverse.
Aspettative mai chiarite.
Ruoli poco definiti.
Una comunicazione inefficace.
Una competizione mal gestita.
Un problema organizzativo.
Oppure, semplicemente, due persone che lavorano in modo diverso.
Chiamare tutto conflitto crea “rumore”.
Distinguere le situazioni crea lucidità.
Guarda il lavoro, non la discussione
Prima di decidere se intervenire per il conflitto tra collaboratori, prova a spostare lo sguardo.
Non concentrarti sulla tensione.
Concentrati sul lavoro.
- Le informazioni continuano a circolare?
- Le persone riescono ancora a collaborare?
- Le decisioni vengono prese?
- Gli obiettivi continuano a essere raggiunti?
Perché esistono tensioni molto rumorose ma poco dannose.
E tensioni quasi invisibili che stanno lentamente consumando il team.
La visibilità non coincide sempre con la gravità.
Un leader maturo non interviene in base all’intensità della discussione.
Interviene in base all’impatto che quella situazione sta producendo sul lavoro.
Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.
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La tua prossima mossa
La prossima volta che due collaboratori discutono, resisti alla tentazione di decidere subito che hai davanti un conflitto da risolvere.
Prima osserva il lavoro.
Non il tono della conversazione.
Non le emozioni del momento.
Il lavoro.
Solo dopo chiediti se hai davvero un problema da risolvere… oppure due professionisti che stanno semplicemente imparando a lavorare insieme.
Perché guidare un team non significa eliminare ogni tensione.
Significa riconoscere quali tensioni stanno facendo crescere il gruppo e quali, invece, lo stanno consumando.
Ti senti spesso frainteso sul lavoro? Forse il motivo non è quello che pensi
in Leadership, News
Foto di Vlad Bagacian
Perché le persone fraintendono continuamente quello che dici?
Ti è mai capitato di uscire da una conversazione con una sensazione frustrante?
Tu pensavi di aver fatto una domanda.
L’altra persona ci ha visto una critica.
Tu volevi incoraggiare un collaboratore.
Lui ha percepito un rimprovero.
Tu cercavi un confronto.
L’altro ha pensato che stessi mettendo in discussione il suo lavoro.
Se ti succede spesso, è normale chiederti dove sia il problema.
“Possibile che siano sempre gli altri a capire male?”
Forse.
Ma forse vale la pena prendere in considerazione anche un’altra possibilità.
Le persone non reagiscono alle tue intenzioni
Questa è una delle illusioni più diffuse nella comunicazione.
Tu conosci le tue intenzioni.
Sai perché hai fatto quella domanda. Sai che quel feedback voleva essere d’aiuto. Sai di non voler attaccare nessuno.
Gli altri, però, non possono leggere quello che hai in testa.
Possono solo interpretare quello che vedono.
Il tuo tono.
Lo sguardo.
Le pause.
La postura.
Il momento in cui scegli di parlare.
Le parole contano.
Ma raramente viaggiano da sole.
Come scrivo anche nel mio libro Autorevolezza, il rispetto non nasce soltanto da quello che dici.
Nasce dal modo in cui fai sentire le persone mentre comunichi.
Le persone non rispondono quasi mai alle tue intenzioni. Rispondono alla percezione che hanno di te.
Prima di chiederti “Che cosa avrei dovuto dire?”, prova allora a porti una domanda diversa.
- “Che impressione sto lasciando?”
Forse, senza accorgertene, comunichi chiusura
Non serve essere maleducato.
A volte basta andare subito sulla difensiva. Interrompere prima che l’altro finisca la frase. Ascoltare soltanto per preparare la risposta.
Oppure lasciare che sia il corpo a “parlare” per te.
Braccia incrociate.
Sguardo sfuggente.
Espressione rigida.
Silenzi che sembrano distacco.
Sono dettagli.
Ma chi hai davanti raramente li vive come dettagli.
Comincia semplicemente a pensare:
- “Con questa persona è difficile parlare.”
Forse comunichi superiorità (senza volerlo)
Magari non ti senti affatto superiore.
Eppure il messaggio che arriva può essere quello.
Succede quando correggi continuamente gli altri. Quando completi le loro frasi. Quando usi tecnicismi inutili o trasformi ogni conversazione in una lezione.
- “Quello che devi capire è…”
Oppure quando ogni argomento diventa l’occasione per raccontare una tua esperienza.
La competenza crea rispetto.
Il bisogno continuo di dimostrarla, molto meno.
Le persone apprezzano chi le aiuta a ragionare.
Non chi sente continuamente il bisogno di dimostrare quanto è preparato.
Forse stai cercando di controllare la conversazione
Ci sono domande che aprono il dialogo.
E altre che lo chiudono.
- “Perché hai fatto così?”
- “Dovevi fare diversamente.”
- “Non funzionerà.”
- “È una sciocchezza.”
Magari il tuo obiettivo è aiutare.
L’altra persona, però, potrebbe percepire qualcos’altro.
Controllo.
Giudizio.
Diffidenza.
Le persone hanno bisogno prima di sentirsi comprese.
Solo dopo saranno disponibili ad ascoltare una soluzione.
Forse il tuo corpo racconta una storia diversa
Puoi scegliere con attenzione ogni parola.
Ma se il tuo tono è duro, lo sguardo sfugge continuamente o il volto resta completamente inespressivo, il messaggio cambia.
Lo stesso vale se eviti il contatto visivo.
Oppure se sembri sempre altrove mentre qualcuno ti parla.
Il corpo arriva prima delle parole.
E quando i due messaggi non coincidono, le persone tendono a credere al corpo.
Anche il silenzio comunica
Essere introverso non è un difetto.
Nemmeno avere bisogno di tempo per riflettere.
Il problema nasce quando chi hai davanti non riesce più a capire dove sei.
- Sei in disaccordo?
- Sei annoiato?
- Arrabbiato?
Oppure stai semplicemente pensando?
Tu conosci la risposta.
Gli altri no.
Anche un piccolo segnale di presenza può evitare molti fraintendimenti.
Un cenno del capo.
Una domanda.
Uno sguardo.
A volte basta davvero poco.
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Essere frainteso sul lavoro: una riflessione finale
Quando ti senti poco rispettato sul lavoro, è naturale cercare una spiegazione fuori da te.
Il capo.
I colleghi.
L’ambiente.
A volte il problema è davvero lì.
Ma altre volte la domanda più utile è un’altra.
“Che cosa stanno percependo le persone quando comunicano con me?”
Perché comunicare bene non significa trovare parole sempre migliori.
Significa ridurre, ogni giorno, la distanza tra quello che volevi trasmettere.
Ed è proprio in quella distanza che, molto spesso, nasce il rispetto.
Meeting aziendali: 8 errori che ti fanno perdere il carisma del leader
in Gestione collaboratori, Leadership
Foto di Yan Krukov
Meeting aziendali: prima di imparare a gestirli, prova a guardarli in modo diverso.
Molti leader escono da una riunione facendosi questa domanda:
“Sono stato abbastanza chiaro?”
È una domanda legittima.
Ma raramente è la più importante.
Perché una riunione non è soltanto il luogo in cui si prendono decisioni o si condividono informazioni.
È il luogo in cui il team osserva il tuo modo di guidare le persone.
Come ascolti.
Come reagisci sotto pressione.
Come gestisci un’obiezione.
Affronti un momento di tensione.
Ogni meeting è un test continuo della tua autorevolezza
Ed è curioso osservare una cosa.
Potresti uscire soddisfatto perché hai detto tutto quello che volevi dire.
Il team, invece, spesso ricorda altro.
Il clima.
Le tensioni.
Le interruzioni.
Le emozioni.
La sensazione con cui è uscito dalla stanza.
Ecco 8 errori che ti fanno perdere il carisma del leader:
1. Consideri le obiezioni un problema
Qui vedo spesso lo stesso errore.
Appena qualcuno mette in discussione un’idea, la riunione cambia significato. Non è più una ricerca della soluzione migliore.
Diventa una difesa della tua posizione.
Da quel momento non stai più ascoltando.
Stai preparando la risposta.
E il gruppo lo percepisce immediatamente.
Le obiezioni non sono necessariamente un ostacolo. Molto spesso sono il momento in cui le persone iniziano davvero a pensare.
Come scrivo anche nel mio libro Autorevolezza, un leader non teme le domande difficili.
Le utilizza.
2. Arrivi preparato… solo ai contenuti
Non credere che preparare una riunione significhi leggere l’ordine del giorno.
Non basta.
Una riunione si prepara anche chiedendosi:
- Qual è la decisione che dobbiamo prendere?
- Quali dubbi potrebbero emergere?
- Quali resistenze incontrerò?
- Quale clima voglio creare?
Puoi conoscere perfettamente gli argomenti.
Ma se improvvisi tutto il resto, difficilmente guiderai davvero il gruppo.
RIUNIONI PIÙ AUTOREVOLI > scopri il percorso di coaching ideale per te
3. Confondi la preoccupazione con la leadership
Alcuni leader entrano in riunione già preoccupati.
Il progetto è in ritardo.
Il cliente è insoddisfatto.
I numeri non sono buoni.
Sono preoccupazioni comprensibili.
Il problema nasce quando diventano l’unico messaggio che il team riceve.
Il tuo tono.
La tua postura.
Le pause.
Anche il corpo comunica la tua leadership.
Le persone ascoltano le parole.
Ma leggono soprattutto il tuo stato emotivo.
4. Parli continuamente dei problemi
I problemi meritano attenzione.
Ma non meritano tutta la riunione.
Alcuni meeting iniziano con un problema e finiscono con dieci problemi in più.
Nessuna direzione.
Nessuna decisione.
Nessun passo avanti.
Un buon leader non ignora le difficoltà.
Aiuta il gruppo a uscire dalla sensazione di essere bloccato.
Problemi.
Opportunità.
Decisioni.
Prossimi passi.
L’equilibrio fa la differenza.
La tiri lunga
Organizzare meeting aziendali brevi è una componente essenziale dell’autorevolezza.
E anche dell’efficienza.
Pianifica solo il tempo che serve.
Se ritieni di poter concludere in 45 minuti, non arrotondare automaticamente a un’ora.
Dai alla riunione un confine temporale chiaro.
E rispettalo.
Questo costringerà tutti a restare concentrati.
Te compreso.
6. Riempi ogni spazio con le tue parole
Molti leader parlano troppo.
Non perché abbiano troppo da dire.
Perché temono il silenzio.
Così spiegano.
Riscrivono.
Ripetono.
Commentano ogni intervento.
Il risultato è quasi sempre lo stesso.
Più parli, meno il gruppo partecipa.
Aggiungi valore.
Non minuti di riunione.
7. Spegni le idee troppo in fretta
“Ci abbiamo già provato.”
“Non è il momento.”
“Non funzionerà.”
A volte basta una frase.
Altre volte basta un gesto.
Uno sguardo.
Un sorriso ironico.
Una smorfia.
In pochi secondi il gruppo capisce se vale ancora la pena proporre idee.
Puoi essere in disaccordo.
Ma non spegnere la curiosità delle persone.
Un team smette di proporre idee molto prima di smettere di averle.
8. Lasci tutti con più dubbi di prima
Ci sono riunioni che finiscono senza che nessuno abbia davvero capito cosa succederà dopo.
Chi decide?
Chi fa cosa?
Entro quando?
Una buona riunione non termina con un verbale.
Termina con chiarezza.
Responsabilità.
Scadenze.
Decisioni condivise.
Quando questi elementi mancano, la riunione continua nei corridoi.
E raramente migliora.
Molti pensano che i meeting aziendali servano soprattutto a parlare
Io credo che serva soprattutto a costruire fiducia.
Ogni meeting lascia qualcosa.
Più chiarezza o più confusione.
Più energia o più stanchezza.
Collaborazione o più distanza.
Per questo motivo la domanda più importante non è:
“Che cosa devo dire?”
Forse è un’altra.
“Come usciranno da questa stanza le persone?”
Michele Ferrarelli
Formatore e Coach.
Coaching per trasmettere più forza e autorevolezza sul lavoro. Lavoro su comunicazione, dinamiche relazionali e carriera.
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