Generazione Z e leadership: il tuo ruolo non basta

generazione Z e leadership
Generazione Z e leadership.

Negli ultimi anni si è scritto molto sulla Generazione Z.

Si dice che sia difficile da motivare.
Che cambi lavoro facilmente.
Che metta tutto in discussione.
Che riconosca meno l’autorità.

Forse in alcuni casi è vero.

Ma c’è un rischio.

Confondere un cambiamento generazionale con un problema di leadership.

Quando un giovane collaboratore contesta una decisione, fa domande o chiede spiegazioni, è facile pensare:

“Non riconosce la mia autorità.”

A volte può essere proprio così.
Ma non sempre.

Perché dietro quella contestazione potrebbe esserci una domanda diversa:

“Perché dovrei fidarmi di te?”

Ed è qui che la Generazione Z diventa interessante.

Non perché abbia inventato nuove regole della leadership.

Ma perché ha reso più difficile nascondersi dietro il ruolo.

Generazione Z e leadership: il ruolo ti dà autorità. Non necessariamente credibilità

Per molto tempo il ruolo garantiva almeno un credito iniziale.

Il capo era il capo.

Prima si seguivano le indicazioni.
Poi, eventualmente, si discutevano.

Oggi quel credito iniziale sembra meno scontato, soprattutto con molti collaboratori più giovani.

Il titolo continua a contare.
La responsabilità gerarchica esiste.
Le decisioni, alla fine, qualcuno deve prenderle.

Ma il ruolo da solo non garantisce che le persone si fidino di chi lo occupa.

La credibilità si costruisce.

Nel modo in cui prendi una decisione.
Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo.
Nel modo in cui gestisci un errore.

E soprattutto nella distanza che esiste tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu.

Il ruolo può chiedere obbedienza.
La credibilità deve essere costruita.

Generazione Z e leadership: non devi sembrare più giovane

Qui molti leader commettono un altro errore.

Pensano che per lavorare con la Generazione Z sia necessario cambiare completamente stile.

Diventare più informali.
Usare il loro linguaggio.
Mostrarsi più simpatici, più vicini, più simili a loro.

Ma non è questo il punto.

Un collaboratore giovane non ha bisogno che il proprio responsabile provi a sembrare giovane.

Ha bisogno di capire chi ha davanti.

Puoi essere formale o informale.
Espansivo o riservato.
Puoi avere 30, 50 o 60 anni.

Quello che conta è che ciò che fai/dici non contraddica ciò che fai/dici.

Non devi diventare più giovane.
Devi essere credibile.

La credibilità si vede quando qualcosa diventa difficile

Essere coerenti quando tutto funziona è relativamente semplice.

Lo è molto meno quando un collaboratore sbaglia.

Quando qualcuno ti contraddice davanti agli altri.
Quando devi prendere una decisione impopolare.
Quando hai promesso qualcosa che diventa difficile mantenere.

È lì che le persone ti osservano davvero.
Non per stabilire se sei perfetto.

Ma per capire se il modo in cui eserciti il ruolo conferma ciò che chiedi agli altri.

Nel mio libro Autorevolezza ho dedicato un capitolo al rapporto con la Generazione Z proprio per questo motivo.

Perché questa generazione rende particolarmente visibile un principio che vale ben oltre le differenze di età:

L’autorevolezza non si impone.
Si conquista.

Una promessa mantenuta.
Un feedback dato con rispetto.
Un errore riconosciuto senza cercare un colpevole.
Un “non lo so” detto quando davvero non sai.

Sembrano piccoli comportamenti.

Ma è proprio lì che il ruolo comincia a diventare credibile.

La Generazione Z è uno specchio

Forse è questo l’aspetto più interessante.

La Generazione Z non ha inventato il bisogno di essere trattati con rispetto.

Non ha inventato la coerenza.
Non ha inventato il bisogno di fidarsi di chi guida.

Queste regole esistevano già.

Ha semplicemente reso più difficile ignorarle.

Un leader coerente non diventa autorevole solo perché lavora con persone giovani.

Probabilmente lo era anche prima.

Allo stesso modo, un leader che si affida soprattutto al titolo, alla posizione o al classico “si fa così perché lo dico io” potrebbe incontrare oggi più resistenza.

Non significa che il giovane abbia sempre ragione.

Può sbagliare.
Può essere immaturo.
Può contestare una decisione corretta.

E ci sono momenti nei quali un leader deve decidere anche senza ottenere il consenso di tutti.

Autorevolezza non significa farsi approvare.

Significa poter sostenere una decisione senza avere bisogno di nascondersi dietro il ruolo.

La prossima volta…

La prossima volta che un giovane collaboratore mette in discussione una tua decisione, non concludere immediatamente:

“Non riconosce la mia autorità.”

Potrebbe essere vero.

Ma prima prova a farti una domanda più scomoda:

Sta mettendo in discussione il mio ruolo oppure sta cercando di capire quanto sono credibile?

Non devi necessariamente cambiare decisione.
E non devi dargli ragione.

Ma potresti leggere quella conversazione in modo diverso.

Perché forse la Generazione Z non ci sta chiedendo di inventare una nuova autorevolezza.

Ci sta semplicemente rendendo più difficile esercitarla senza averla costruita.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Chiedere una promozione: cosa fare se la risposta è no

chiedere una promozione

Foto di Kat Jayne da Pexels

Hai lavorato più degli altri.

Hai accettato progetti difficili che nessuno voleva prendere. Hai coperto assenze, rispettato scadenze, fatto straordinari senza lamentarti troppo.

Dentro di te la conclusione era quasi inevitabile.

“Questa volta tocca a me.”

Poi arriva la comunicazione.
La promozione va a un altro.

E in pochi minuti il no comincia già a significare qualcosa.

Non mi apprezzano.
Non vedono quanto valgo.
Qui non ho futuro.

Magari pensi anche:

“Bene. Allora me ne vado.”

Può darsi che tu abbia ragione.

Il problema è che hai già deciso che cosa significa quel no prima ancora di averlo capito.

Il fatto vs. il significato del fatto

Il fatto è semplice: non hai ottenuto la promozione.

Tutto il resto, almeno per il momento, è ancora da capire.

Forse non sei ancora pronto per quel ruolo. Forse mancavano alcune competenze. Forse l’azienda ha fatto una scelta organizzativa diversa.

Oppure forse è proprio come temi: il tuo contributo non viene riconosciuto e le possibilità di crescita sono molto limitate.

Ma nei primi minuti dopo quel no non sai ancora quale di queste letture sia quella giusta.

Sai soltanto che sei deluso.

Ed è proprio quando siamo delusi che rischiamo di trasformare più velocemente un fatto in una conclusione.

Prima di decidere, cerca informazioni

Non devi convincerti che la decisione sia giusta.

E nemmeno trovare una giustificazione all’azienda.

Devi capire.

Quando la delusione si sarà abbassata, chiedi un incontro con il tuo responsabile.

Una domanda potrebbe essere:

“Che cosa manca oggi perché io possa essere preso in considerazione per quel ruolo?”

Oppure:

“Che cosa dovrei dimostrare perché la prossima risposta possa essere diversa?”

Non cerchi una consolazione.
Cerchi informazioni.

E quelle informazioni potrebbero portarti anche a conclusioni che non ti piacciono.

Potresti scoprire che l’azienda non vede in te le competenze che pensavi di aver dimostrato.

Oppure che non esistono, almeno nel prossimo futuro, reali possibilità di crescita.

Anche questa è un’informazione.

Sei sicuro di meritare davvero quella promozione?

Questa è probabilmente la domanda più scomoda.

Perché quando pensiamo di meritare una promozione tendiamo a costruire il nostro ragionamento sulle prove che ci danno ragione.

Ho lavorato tanto.
Mi sono reso disponibile.
Ho raggiunto i risultati.
Mi sono assunto responsabilità.

Tutto vero.

Ma essere molto bravi nel proprio lavoro non significa necessariamente essere pronti per quello successivo.

Una promozione può richiedere qualcosa che finora non hai ancora avuto occasione di dimostrare.

Allora prova a rovesciare per un momento la prospettiva:

Se dovessi decidere io chi promuovere, sceglierei me stesso? Perché?

Non è un esercizio per ridimensionarti.

Serve a vedere se, oltre alla delusione, c’è qualcosa che quel no può insegnarti.

E se invece avessi ragione tu?

Può succedere anche questo.

Parli con il tuo responsabile e le risposte sono vaghe. Scopri che promesse fatte in passato non hanno seguito. Non emergono criteri chiari né prospettive concrete.

A quel punto pensare di andartene non è più la reazione di chi è appena stato deluso.

È una decisione costruita su qualcosa che hai capito.

Ed è questa la differenza.

Il risultato potrebbe perfino essere lo stesso: aggiornare il curriculum e cercare un’altra azienda.

Ma ci arrivi in modo diverso.

Non stai scappando da un no.

Stai scegliendo che cosa fare dopo averlo compreso.

Un no può portarti in direzioni diverse

Potresti accorgerti che ti manca qualcosa e decidere di lavorarci.
Potresti capire che serve semplicemente tempo e aspettare un’altra opportunità.

Potresti riprovare.

Oppure potresti renderti conto che in quell’azienda non c’è più lo spazio professionale che cerchi e decidere di andare altrove.

Il no è lo stesso.

È ciò che scopri dopo a cambiare la decisione.

Se ti trovi davanti a una decisione professionale importante e vuoi fare chiarezza prima di scegliere, un breve percorso di coaching può aiutarti a mettere a fuoco scenari, possibilità e obiettivi.

Scopri “Esplora, valuta, decidi”.

Se dovessi ricevere un “no”…

non avere fretta di reagire.

La delusione c’è.
Non serve fingere il contrario.

Ma evita che sia lei a decidere che cosa farai nelle ore e nei giorni successivi.

Ritrova la calma.

Torna al lavoro senza trasformare il tuo disappunto in una protesta continua, senza chiuderti e senza tirare subito le somme.

Non devi decidere oggi che cosa quel “no” significherà per il tuo futuro.

Aspetta.

Cerca di capire che cosa è successo.
Fai domande.
Ascolta le risposte.
Raccogli le informazioni che ti mancano.

E solo dopo chiediti:

Che cosa so davvero di questo no?

A quel punto puoi tirare le somme.

Potresti scoprire che devi crescere.
Potresti scoprire che devi aspettare.
Potresti decidere di riprovare.

Potresti anche scoprire che è arrivato davvero il momento di andartene.

Ma questa volta non sarà la delusione a decidere per te.

Sarai tu, dopo aver capito.

Il giorno in cui scopri che il titolo non basta

ruolo di leadership

Finalmente è arrivato quel giorno

Dopo anni di lavoro, impegno e risultati, ricevi la promozione. Da oggi hai il ruolo di leadership.

Prepari con cura il primo incontro.

Spieghi gli obiettivi,
la direzione,
le aspettative.

Alla fine tutti annuiscono ed esci dalla sala soddisfatto.

Poi passa una settimana.

Ti accorgi che, nonostante il bel discorso, quasi nulla è cambiato. Le persone sembrano averti ascoltato, ma non ti stanno ancora seguendo.

È in quel momento che molti nuovi leader scoprono una verità tanto semplice quanto scomoda.

La promozione non crea un leader

Molti credono che la leadership inizi il giorno della nomina. È un’idea comprensibile.

Dopotutto, da quel momento hai un ruolo diverso, maggiori responsabilità e l’autorità per prendere decisioni.

Ma c’è una differenza enorme tra avere autorità ed esercitare leadership.

La posizione ti permette di assegnare compiti, organizzare il lavoro e prendere decisioni. Non ti garantisce, però, che le persone si fidino di te.

Né che scelgano di seguirti.

La vera funzione di una promozione

La promozione non crea un leader.

Rivela il tipo di leader che sei già diventato.

È questo il punto.

Fino al giorno prima potevi nascondere alcune abitudini:

rimandare conversazioni difficili,
essere poco coerente,
ascoltare solo quando avevi tempo,
mantenere gli impegni a volte sì e a volte no.

Con la promozione tutto questo diventa improvvisamente più visibile.

Perché il ruolo di leadership amplifica ciò che sei. Non lo trasforma.

Le persone osservano prima di seguire

Quando inizi a guidare un team, le persone non valutano soltanto quello che dici.

Osservano come prendi decisioni,
come reagisci agli errori,
come gestisci la pressione,
come tratti chi non è d’accordo con te.

Se chiedi puntualità, guardano se sei puntuale.

Se chiedi responsabilità, osservano come ti assumi le tue.

Se chiedi collaborazione, notano quanto sei disposto a collaborare.

Le parole attirano l’attenzione.
I comportamenti costruiscono credibilità.

Ed è la credibilità che, con il tempo, genera leadership.

Quando inizi a interpretare il ruolo

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader” molti neo-responsabili pensano di dover cambiare stile appena ricevono la promozione.

Diventano più rigidi, più controllanti, più distanti. Quasi dovessero dimostrare di meritare il nuovo ruolo.

Ma spesso ottengono l’effetto opposto.

Le persone percepiscono che stanno interpretando una parte. E quando qualcuno interpreta un ruolo, la fiducia fatica a nascere.

L’autorevolezza non cresce quando inizi a sembrare un leader.

Cresce quando il tuo comportamento conferma, ogni giorno, il leader che dici di voler essere.

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale. Il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

La leadership comincia molto prima della nomina

Se ascolti le persone quando non hai alcun ruolo di responsabilità, probabilmente continuerai a farlo anche dopo.

Se mantieni la parola data quando nessuno è obbligato a seguirti, continuerai a farlo anche da responsabile. Se affronti con rispetto i conflitti oggi, continuerai a farlo domani.

La leadership non nasce il giorno della promozione.

Quel giorno diventa semplicemente più visibile.

Per questo puoi iniziare a costruirla molto prima. Anzi, la stai già costruendo:

  • in ogni conversazione;
  • in ogni promessa mantenuta;
  • in ogni decisione difficile;
  • ogni volta che scegli la coerenza invece della convenienza.

Prima di essere un grande leader…

C’è un’idea che mi accompagna da molti anni:

“Prima di essere un grande leader devi essere un grande uomo.”

Io aggiungerei: o una grande donna.

Perché la leadership non è il risultato di un titolo.
È il riflesso del carattere che hai costruito nel tempo.

Il ruolo può offrirti maggiore visibilità.

Non può sostituire ciò che sei.

Se aspiri a un ruolo di leadership …

non aspettare la promozione per iniziare a comportarti da leader.

Alla prossima riunione, alla prossima conversazione difficile o alla prossima occasione in cui qualcuno avrà bisogno del tuo esempio, prova a chiederti:

Se oggi non avessi alcun titolo, le persone sceglierebbero comunque di fidarsi di me?

Perché la posizione non crea un leader.

Rende semplicemente visibile il leader che sei già diventato.

Ti senti troppo vecchio per il mercato del lavoro? Forse non sai ancora quali carte hai

troppo vecchio per il mercato del lavoro
Lorenzo ha avuto una buona carriera professionale.

Per molti anni ha lavorato come funzionario bancario, ricoprendo ruoli di responsabilità e ottenendo risultati. Non aveva particolari motivi per dubitare del proprio valore professionale.

Poi, intorno ai 50 anni, la banca nella quale lavorava attraversa una ristrutturazione.

Lorenzo vede persone con molta esperienza lasciare l’organizzazione e nuovi profili, più giovani, prendere spazio.

Probabilmente osserva anche qualcosa di reale: in certe aziende e per certe posizioni, essere senior può effettivamente rendere le cose più difficili.

Ma da quel momento succede anche qualcos’altro.

Il dubbio gli si installa in testa.

Lorenzo comincia a utilizzare spesso una parola: vecchio.

Troppo vecchio per essere interessante.
Troppo vecchio rispetto a chi arriva.
Troppo vecchio per essere scelto da un’azienda che può puntare su qualcuno di dieci o quindici anni più giovane.

Troppo vecchio per il mercato del lavoro.

Quando cominci a guardarti con gli occhi dell’età

Qualche giorno fa stavamo lavorando sul suo curriculum.

Arriviamo alla fotografia e scopro che l’ha ritoccata. Non semplicemente per migliorarla: per sembrare più giovane.

Poi c’è la questione della data di nascita. Preferisce non indicarla.

La sua posizione è chiara:

“Devono valutarmi per le mie competenze, non per la mia età.”

Posso capirlo.

Ma proprio quella frase mi ha fatto pensare a una domanda:

E se una parte delle tue competenze esistesse proprio grazie alla tua età?

Quando gli anni diventano esperienza

Essere più anziano non significa automaticamente essere più competente.

Puoi avere trent’anni di lavoro alle spalle senza aver trasformato quegli anni in particolare esperienza. Così come puoi incontrare professionisti molto più giovani con capacità, maturità e competenze notevoli.

La seniority non è una medaglia che ricevi al raggiungimento di una certa età.
È ciò che sei riuscito a costruire attraverso gli anni.

E gli anni, quando riesci a trasformarli in esperienza, possono lasciarti molto:

  • situazioni già vissute e problemi affrontati;
  • errori commessi, riconosciuti e non ripetuti;
  • persone molto diverse con cui hai imparato a lavorare;
  • decisioni prese senza avere tutte le informazioni;
  • la capacità di riconoscere prima una situazione che rischia di diventare problematica;
  • maggiore consapevolezza di ciò che sai fare e anche dei tuoi limiti.

A venticinque o trent’anni molte di queste cose semplicemente non potevi averle.

Non perché fossi meno bravo. Non avevi ancora avuto il tempo di viverle.

Non devi convincerti che “vecchio è bello”

È qui che tornerei per un momento a Lorenzo.

Sarebbe ingenuo dirgli, o dirti, che l’età nel mercato del lavoro non conta. A volte conta eccome e può rappresentare uno svantaggio.

Ma non devi convincerti che “vecchio è bello”.

Devi fare un lavoro più serio: guardare il tuo percorso professionale e chiederti che cosa ti ha lasciato che un tempo non possedevi.

Perché c’è una differenza tra essere consapevole degli ostacoli che puoi incontrare come senior sul mercato e cominciare a considerare te stesso un professionista “vecchio”.

Non dovresti essere tu il primo a svalutare ciò che gli anni hanno costruito.

La domanda allora cambia:

Che cosa so vedere, capire e gestire oggi che 15-20 anni fa non avrei saputo vedere, capire e gestire allo stesso modo?

La risposta non sarà: “Ho vent’anni di esperienza”.

Sarà ciò che quei vent’anni hanno costruito.

Prima di giocare le tue carte devi riconoscerle

Capacità di giudizio.
Mestiere.
Lettura delle situazioni.
Consapevolezza dei tuoi limiti.

Capacità di non agitarti davanti a problemi già incontrati. E magari quella lucidità che ti permette di capire quando intervenire e quando, invece, è meglio aspettare.

Sono queste le carte che puoi ancora giocare sul mercato. Ma per giocarle devi prima riconoscerle tu stesso.

Quando ti senti troppo vecchio per il mercato del lavoro, è facile concentrarti su ciò che gli anni sembrano averti tolto.

È proprio allora che vale la pena fare il percorso contrario:

Fare l’inventario di ciò che gli anni ti hanno lasciato.

Non per vivere di rendita sul passato.

Ma per riconoscere le situazioni che hai affrontato, le responsabilità che ti sei assunto, i problemi che oggi sai gestire meglio e quelle competenze diventate talmente naturali da non considerarle più un valore.


Fai fatica a riconoscere il tuo valore professionale o a capire quali carte puoi ancora giocare?

Un percorso di coaching può aiutarti a fare chiarezza su ciò che hai costruito e su come ripartire da lì.

Scopri il percorso “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Lorenzo vorrebbe essere valutato per le sue competenze e non per la sua età.

Ma forse non dovrebbe avere troppa fretta di separare le due cose. E nemmeno tu.

Perché una parte delle competenze che oggi ti rendono un professionista migliore è nata proprio negli anni che potresti essere tentato di nascondere.

Che cosa mi hanno lasciato tutti questi anni che oggi posso ancora mettere sul tavolo?

Il valore della seniority non sono gli anni accumulati.

È quello che, professionalmente, sei riuscito a farne.

Faccia a faccia con la persona più difficile da gestire

persona difficile da gestire
Qualche tempo fa una cliente (funzionaria di una nota banca italiana) arrivò in coaching convinta di sapere quale fosse il problema.

Il capo.

Non aveva dubbi.

Durante la prima mezz’ora parlò quasi esclusivamente di lui.

Di ciò che avrebbe dovuto fare.
Di come avrebbe dovuto comunicare.
Di tutto quello che stava sbagliando.
Di quanto fosse una persona difficile da gestire.

Alla fine le chiesi:

“Immaginiamo che il tuo capo non cambi mai. Tu che cosa puoi fare?”

Mi guardò in silenzio.

Come se quella possibilità non l’avesse mai presa in considerazione.

Ed è in quel momento ho capito una cosa.

Molte persone non rimangono bloccate perché hanno un capo difficile.

Rimangono bloccate perché consegnano al capo il controllo della propria crescita.

Mentre leggi queste righe, probabilmente il volto di qualcuno ti è già venuto in mente.

È normale.

Il nostro cervello è incredibilmente bravo a individuare ciò che gli altri dovrebbero fare meglio.

È veloce.
Preciso.
Quasi instancabile.

Riesce a trovare con facilità gli errori del capo, le mancanze del team, le debolezze dei colleghi, le incoerenze dell’azienda.

Il problema è che, mentre osserva gli altri, smette di osservare te.

Ed è qui che nasce una delle trappole più frequenti nella vita professionale.

Quando il problema è sempre fuori da te

Ogni volta che qualcosa non funziona, la tua attenzione va immediatamente all’esterno.

“Se il mio capo comunicasse meglio…”

“Se il mio collaboratore fosse più responsabile…”

“Se il team fosse più motivato…”

“Se il cliente fosse più ragionevole…”

Molte di queste osservazioni possono essere vere.

Esistono capi incompetenti.
Collaboratori arroganti.
Clienti impossibili.
Aziende disorganizzate.

Non sto dicendo che il problema sia sempre tu.

Sto dicendo un’altra cosa.

Molto più scomoda.

La vera trappola

Ogni volta che concentri tutta la tua attenzione su ciò che dovrebbero fare gli altri, senza accorgertene, consegni a loro il controllo della tua crescita.

È questa la trappola.

Perché se il miglioramento della tua situazione dipende da qualcun altro, tu puoi fare ben poco.

Aspetti.
Speri.
Ti lamenti.

Ti convinci che il giorno in cui il tuo capo cambierà, finalmente lavorerai bene.

Che quando il collega diventerà più collaborativo, tutto sarà più semplice.

Che quando il team maturerà, riuscirai finalmente a guidarlo.

Nel frattempo, però, la tua crescita rimane in pausa.

È una scena che vedo spesso nel coaching

Mi capita frequentemente.

Una persona arriva convinta che il problema sia il capo.

Oppure il team.
Oppure l’azienda.

Per buona parte dell’incontro parliamo degli altri.

Poi, lentamente, la conversazione cambia direzione.

Non perché gli altri smettano di avere responsabilità.

Ma perché emerge una domanda diversa.

“Su che cosa hai davvero il potere di intervenire?”

È quasi sempre in quel momento che qualcosa si sblocca.

Non cambia il capo.
Non cambia il collega.

Cambia la qualità delle domande che la persona inizia a farsi.

Ed è lì che ricompare il margine di azione.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

La persona difficile da gestire sulla quale hai più influenza

Esiste una persona che puoi osservare ogni giorno.

Puoi cambiare il suo modo di comunicare.

Il suo atteggiamento.
Le sue reazioni.
Le sue abitudini.
Il modo in cui ascolta.
Il modo in cui guida.
Il modo in cui affronta un conflitto.

Quella persona sei tu.

È anche quella sulla quale hai il margine di intervento più grande.

Più tempo investi nel progettare il cambiamento degli altri, meno tempo rimane per cambiare l’unica persona sulla quale hai davvero un’influenza.

Ed è un investimento che, quasi sempre, produce risultati migliori.

Non significa darsi tutte le colpe

Attenzione.

Questa non è un’esortazione a sentirti responsabile di tutto.

Ci sono situazioni profondamente ingiuste.
Ci sono ambienti tossici.
Ci sono persone manipolatorie.

A volte la scelta migliore è cambiare azienda, ruolo o progetto.

Ma anche in quei casi rimane una domanda fondamentale.

Qual è la parte che dipende da me?

È una domanda meno comoda.

Ma infinitamente più utile.

Perché restituisce il controllo dove può fare davvero la differenza.


Non puoi cambiare il tuo capo, ma puoi cambiare il modo in cui gestisci la relazione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” e trasforma una fonte di stress in un’occasione di crescita professionale

La prossima volta…

Ogni mattina ti capita di guardarti allo specchio.

La prossima volta fermati qualche secondo in più.

La persona che hai davanti potrebbe essere anche la persona difficile da gestire.

La più testarda.
La più esigente.
La più severa con se stessa.

Quella che pretende il cambiamento dagli altri, ma resiste al proprio.

Non per giudicarti.

Per ricordarti una cosa.

La tua crescita comincia esattamente nel punto in cui smetti di aspettare che cambino gli altri e inizi a chiederti che cosa puoi cambiare tu.