8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

traditore al lavoro

“Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.

E quel sangue non si lava…mai.”

Giacomo Colosio

Traditore al lavoro.
Doppio-giochista.
Opportunista.
Giuda.
Pugnalatore alle spalle.
Fedifrago.

Chiamalo come preferisci…

hai capito perfettamente di chi sto parlando.

Di quello/a che sembra tuo amico.
Un alleato.
Un fedele collega.

E invece ti ruba l’idea.
Il progetto.

Ti manda avanti al massacro per poi occupare il tuo posto.

È quello/a che si infila — come una serpe — nella piccola apertura che lasciamo nella nostra “corazza”.

Perché crediamo negli altri.

Nella loro buona fede.
La loro correttezza.

Ed è lì che giocano.
E spesso… giocano anche bene.

Perché lo fanno?

Tornaconto, rancore e… piacere.

Rendimento personale.
Vendetta.
Invidia.
Smania di successo.
O semplice godimento.

Il traditore al lavoro è difficile da identificare.

Di solito, quando ci riesci,
ha già affondato la lama.

È troppo tardi.

Il giuda prende il tuo suggerimento, fa sua l’idea, agguanta le informazioni.

Se il progetto ha successo,
si fa avanti per prendersi il merito.

Se fallisce, invece:

era la tua idea.

La colpa è tua.

Ti accusa.
Ti diffama.
Diffonde calunnie.

  • “Lo sapevo.”
  • “Avevo sentore del tracollo.”

Ed è sorprendente come, spesso, direzione, titolari e azienda sembrino “all’oscuro” di comportamenti che in realtà tutti conoscono.

Ma gossip e pugnalate alle spalle non sopravvivono senza un pubblico ricettivo.

Su questo, credo, siamo d’accordo.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

1. Il traditore al lavoro sussurra come un cospiratore

Conosce ogni indiscrezione.

Ogni confidenza.
Ogni malignità.
È il pettegolezzo dell’ufficio.

Colpire alle spalle richiede informazioni privilegiate.
E lui/lei… le ha sempre.

Sussurra.
Osserva questo dettaglio.

Non tutti i sussurratori sono traditori, è vero.

Ma il sussurro è il mezzo più rapido per diffondere informazioni,
raccomandando il segreto
e facendo sentire l’altro “speciale”.

Qui sta la loro forza.

2. Il traditore manipola le informazioni

Distorce.
Drammatizza.
Esagera.

Rende tutto più piccante o più tragico, secondo convenienza.

Finge grande onestà.

Si mostra impegnato.
Spirituale.
Indispensabile.

Si mescola con tutti.

Ha tutte le informazioni perché…
è la fonte del gioco.

Essere una persona forte non significa essere aggressivi o imporsi, ma comunicare con sicurezza e autorevolezza.


Trovi spunti pratici nei miei libri
“Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025)

e “Prima volta Leader”.

3. Si mostra sempre impegnato e sovraccarico

Alla base delle pugnalate ci sono spesso:
invidia, incompetenza, frustrazione.

Sorride sempre.
Sussurra.
Crea fiducia.

Parla soprattutto di cose negative.
Svaluta il lavoro degli altri.

Si dipinge come indispensabile.
Rimane oltre l’orario.
È sempre stanco.

Spesso non è una persona felice.
Serena.
Realizzata.

E difficilmente i traditori si apprezzano tra loro.

4. Ha bisogno di parlare continuamente di sé

Parla ossessivamente di quanto sia bravo, efficiente, produttivo.

Il vanto implicito è quasi sempre segno di insicurezza.

Chi ha vera autostima non ha bisogno di convincere nessuno.

Lo dimostra con i fatti.

5. Ti fa “scattare” l’istinto

La prima volta che l’hai incontrato,
il tuo istinto ha lanciato l’allarme.

L’istinto vede oltre le maschere,
i sorrisi finti,
le frasi di circostanza.

  • “Puoi contare su di me.”
  • “Mi sei piaciuto dal primo momento.”

Quando senti quel brivido…
ascoltalo.

C’è quasi sempre una buona ragione.

6. È un abile adulatore

L’adulazione gonfia l’ego.

E quando l’ego è gonfio,
diventiamo facili prede.

Complimenti.
Richieste di “consigli”.
Idee che poi diventano sue.

E se non funzionano?
Indovina di chi era l’idea?

7. Ha già colpito altri

Spettegola su chi esce dalla porta ufficio.

Diffonde infamie.
Calunnie.

Se l’ha fatto con altri…
perché non dovrebbe farlo anche con te?

8. Cerca subito di ingraziarsi

Soprattutto se sei nuovo.

Sorrisi.
Accoglienza.
Alleanze lampo.

Ti fa sentire “dentro”
per renderti più facile da inghiottire.

Dà ragione a tutti.
Appoggia ogni idea.

Pronto a cambiare bandiera al primo vento favorevole.

Di solito non si individua un traditore
prima che sia troppo tardi.

Se sospetti qualcuno,
osserva.

Valuta con attenzione

Non reagire di impulso.
Osserva. Annota.
Raccogli fatti.

Proteggi idee, relazioni e reputazione.

Il punto è questo:
la maturità professionale non è fidarsi di tutti,
è scegliere con attenzione di chi fidarsi.

Restare “aperti” senza essere sprovveduti.

14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader

immagine di leader
Quando parli con un collaboratore, partecipi a una riunione o affronti una conversazione difficile, non comunichi soltanto con le parole.

Comunicano anche il tuo sguardo, la postura, i movimenti, le espressioni del viso e il modo in cui occupi lo spazio.

Questo non significa che ogni gesto abbia un significato preciso.

Incrociare le braccia non dimostra automaticamente che sei sulla difensiva. Abbassare lo sguardo non significa necessariamente essere insicuri.

Ma quando alcuni comportamenti si ripetono o sono incoerenti con ciò che dici, possono indebolire la tua presenza e il tuo messaggio.

Ecco 14 comportamenti che minano la tua immagine di leader.

1. Annuire e sorridere continuamente

Annuire mentre qualcuno parla può comunicare attenzione e incoraggiarlo a continuare.

Sorridere rende generalmente più aperta la relazione.

Il problema è l’eccesso.

Se annuisci continuamente, sorridi anche mentre affronti un argomento serio o accompagni quasi ogni frase dell’altro con un segnale di approvazione, puoi trasmettere insicurezza o un eccessivo bisogno di compiacere.

Non devi diventare rigido.

Devi semplicemente lasciare che il tuo comportamento sia coerente con il momento.

2. Stare seduto in modo ciondolante o contratto

La postura contribuisce alla presenza.

Essere completamente abbandonato sulla sedia durante una conversazione importante può trasmettere disinteresse o poca partecipazione.

All’estremo opposto, stare rannicchiato, irrigidito o cercare quasi di scomparire può rendere la tua presenza meno sicura.

Non serve “occupare più spazio possibile” per sembrare autorevoli.

Serve trovare una posizione stabile, naturale e composta.

La presenza non nasce dall’occupare più spazio.
Nasce dal sentirsi sufficientemente a proprio agio nello spazio che si occupa.

3. Incrociare continuamente le braccia

Incrociare le braccia può essere semplicemente comodo.

Non significa automaticamente:

“Sono chiuso.”
“Non sono d’accordo.”
“Non voglio ascoltarti.”

Ma se durante una conversazione mantieni una postura rigida, le braccia serrate, il corpo arretrato e un’espressione tesa, l’insieme può creare distanza.

È questo che conta.

Non il singolo gesto, ma il messaggio complessivo che il corpo sta trasmettendo.

4. Evitare continuamente lo sguardo

Il contatto visivo aiuta a comunicare presenza e attenzione.

Se mentre qualcuno ti parla guardi continuamente il monitor, i documenti o altrove, può avere la sensazione che tu non sia realmente interessato.

Anche mentre parli, evitare sistematicamente lo sguardo può indebolire il messaggio.

Ma vale anche il contrario.

Fissare continuamente una persona non comunica maggiore autorevolezza. Può semplicemente metterla a disagio.

Lo sguardo efficace è presente, naturale e compatibile con la situazione.

5. Muoversi continuamente e in modo frenetico

Quando siamo sotto pressione, il corpo spesso accelera insieme alla mente.

Cammini avanti e indietro.
Cambi continuamente posizione.
Prendi qualcosa e subito la rimetti giù.
Ti sposti veloce da una persona all’altra.

Probabilmente non te ne accorgi nemmeno.

Ma la tua agitazione può diventare visibile anche agli altri.

Non devi muoverti lentamente per sembrare autorevole.

Devi evitare che la fretta diventi il messaggio principale che il tuo corpo porta nella stanza.

6. Tenere la testa continuamente inclinata

Inclinare leggermente la testa mentre qualcuno parla può accompagnare naturalmente l’ascolto.

Potrebbe non essere un segnale di sottomissione.

Diventa interessante osservare, piuttosto, se durante situazioni nelle quali vorresti essere particolarmente incisivo il tuo corpo tende sistematicamente a ritrarsi, abbassarsi o perdere stabilità.

Non serve correggere artificialmente ogni movimento.

Una postura naturale e stabile comunica molto meglio di una posa costruita per sembrare potente.

7. Giocherellare continuamente con qualcosa

Una penna.
L’orologio.
I capelli.
Un anello.
Le dita.
Il bordo di un foglio.

Sono piccoli gesti che spesso compiamo senza rendercene conto, soprattutto quando siamo tesi.

Non rivelano automaticamente insicurezza.

Ma se diventano continui possono distrarre l’interlocutore e rendere visibile la tua agitazione più delle tue parole.

Il primo passo non è eliminarli.
È accorgerti che li fai.

8. Dire una cosa con le parole e un’altra con il viso

Stai dando un feedback delicato e sorridi nervosamente.

Dici:

“Non c’è nessun problema.”

Ma il viso è teso e il tono lascia intendere tutt’altro.

Quando parole, voce ed espressione non sembrano andare nella stessa direzione, l’interlocutore può non sapere quale messaggio prendere sul serio.

Quando parole e corpo raccontano due storie diverse, la comunicazione perde chiarezza.

Non significa controllare ogni espressione.

Significa diventare più consapevole della coerenza tra ciò che vuoi comunicare e come lo stai comunicando.

9. Dare una stretta di mano incerta o esagerata

Quando la situazione prevede una stretta di mano, anche quel breve contatto contribuisce alla prima impressione.

Non serve dimostrare forza.

Una stretta esageratamente energica può risultare sgradevole quanto una mano offerta distrattamente.

Meglio un gesto semplice, presente e naturale, adattato alla persona e alla situazione.

E senza trasformare una stretta di mano in un test della personalità.

10. Avere sempre un’espressione tesa

Pressione, problemi, scadenze e imprevisti finiscono inevitabilmente anche sul viso.

Il punto non è sorridere continuamente.

Un leader non deve avere un’espressione allegra per obbligo.

Ma se il tuo volto appare costantemente teso o infastidito, le persone possono cominciare a chiedersi:

“Posso parlargli adesso?”
“È arrabbiato?”
“Meglio lasciar perdere?”

Magari non sei arrabbiato affatto.

Ma se le persone hanno continuamente paura di disturbarti, la comunicazione con il team ne risente.

11. Girare continuamente mentre sei al telefono

Per alcune persone camminare mentre telefonano è assolutamente naturale.

Il problema nasce quando, in un ambiente condiviso, il tuo movimento diventa frenetico e invade continuamente lo spazio degli altri.

Se mentre telefoni percorri avanti e indietro l’ufficio, interrompi ciò che stanno facendo gli altri o trasmetti agitazione, vale la pena accorgersene.

Non perché camminare al telefono sia sbagliato.

Ma perché anche le nostre abitudini più innocue hanno un effetto sull’ambiente nel quale lavoriamo.

12. Avvicinarti troppo

Ognuno ha una diversa sensibilità rispetto allo spazio personale.

Dipende dalla persona, dal rapporto, dal contesto e anche dalla cultura.

Per questo eviterei regole rigide sui centimetri o sui metri.

Osserva invece le reazioni.

Se una persona arretra quando ti avvicini, probabilmente ti sta già dando un’informazione utile.

Lo stesso vale per il contatto fisico.

Una mano sulla spalla che per te è spontanea può non esserlo affatto per l’altra persona.

Autorevolezza significa anche rispettare lo spazio altrui senza presumere troppa confidenza.

13. Gesticolare troppo

I gesti possono dare energia e chiarezza alle parole alla tua immagine di leader.

Possono sottolineare un passaggio importante e rendere più viva la comunicazione.

Ma quando diventano continui, molto ampi o frenetici, rischiano di attirare più attenzione del messaggio.

Non devi tenere le mani immobili.
E neppure ridurre artificialmente ogni movimento.

L’obiettivo è più semplice: fare in modo che i gesti accompagnino le parole invece di competere con loro.


Vuoi potenziare la tua immagine di leader?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

14. Guardare continuamente il cellulare

“Parla pure, ti ascolto.”

E intanto guardi lo schermo.
Scrivi.
Controlli una notifica.
Annuisci senza alzare la testa.

Probabilmente è uno dei comportamenti più semplici da correggere e uno di quelli che comunicano più chiaramente disattenzione.

Se hai davanti una persona, soprattutto durante una conversazione importante, esserci significa anche togliere per qualche minuto lo sguardo dal telefono.

Non servono tecniche sofisticate di linguaggio del corpo.

Serve attenzione.

Il corpo non deve recitare la parte del leader

Il punto non è imparare una serie di pose per la tua immagine di leader.

Petto in fuori.
Mento alto.
Stretta forte.
Sguardo fisso.
Gesti controllati.

Rischieresti soltanto di apparire costruito.

L’obiettivo è un altro: diventare consapevole di ciò che il tuo corpo aggiunge — oppure sottrae — alle tue parole.

Se vuoi essere più autorevole nel lavoro, osserva soprattutto la coerenza tra ciò che dici, il modo in cui lo dici e la presenza che porti nella relazione.

Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità? Lavora sulla tua immagine di leader con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

Non devi usare il corpo solo per sembrare più autorevole.
Devi evitare che il corpo indebolisca l’autorevolezza delle tue parole.

Che cosa si fa davvero in una sessione di coaching? Un esempio reale


Una domanda che mi viene fatta spesso è:

“Michele, ma che cosa si fa concretamente durante una sessione di coaching?”

E subito dopo:

“Che cosa devo dire?”
“Devo prepararmi?”
“Di che cosa parleremo?”

La risposta più semplice è questa: una sessione di coaching è una conversazione, ma non una semplice chiacchierata.

Si parte da una situazione concreta, si mette a fuoco ciò che la persona vuole ottenere, si esplorano possibilità e ostacoli e, quando è utile, si arriva a qualcosa da sperimentare nella realtà.

Una sessione di coaching non è una chiacchierata

Il dialogo ha una direzione.

Non significa seguire rigidamente uno schema o una serie di domande prestabilite.

Significa evitare di parlare per un’ora senza sapere, alla fine, che cosa sia diventato più chiaro.

In genere il lavoro porta a:

  • mettere a fuoco la situazione e l’obiettivo;
  • esplorare ciò che sta accadendo e possibili alternative;
  • individuare eventuali ostacoli;
  • decidere un passo concreto, quando serve;
  • verificare successivamente che cosa è successo.

Domande, ascolto, silenzi, osservazioni e feedback servono a questo.

Una buona sessione non deve semplicemente farti parlare.
Deve aiutarti a vedere qualcosa che prima vedevi meno chiaramente.

Ma forse il modo migliore per spiegare che cosa succede è mostrarlo.

Un esempio reale di sessione di coaching

Quella che segue è la versione sintetizzata di una sessione reale.

Ho ridotto e adattato il dialogo per renderlo leggibile, mantenendo però il passaggio fondamentale: Roberta arriva pensando di avere un problema con un collaboratore e, attraverso il confronto, comincia a vedere la situazione in modo diverso.

Michele: “Bentornata, Roberta. Prima di cominciare: che cosa è successo dall’ultima volta?”

Roberta: “Bene. Ci sono stati alcuni sviluppi rispetto a quello di cui avevamo parlato…”

Dopo l’aggiornamento, entriamo nel tema della sessione.

Michele: “Su che cosa vorresti lavorare oggi?”

Roberta: “Sul mio nuovo collaboratore. Ha iniziato la settimana scorsa e vorrei trovare un modo per andare maggiormente d’accordo con lui. Non siamo partiti benissimo.”

Michele: “Che cosa non sta funzionando?”

Roberta: “Niente di grave. È competente, però ogni volta che parlo, alla prima pausa entra e finisce le mie frasi. Come se non vedesse l’ora di dire la sua.”

Michele: “Che effetto ti fa?”

Roberta: “Mi irrita. Mi sembra una mancanza di rispetto… anche se, pensandoci, non credo che voglia mancarmi di rispetto.”

Qui potrei fermarmi sul comportamento del collaboratore.

Invece continuiamo a esplorare.

Michele: “Che cos’altro succede in quei momenti?”

Roberta: “Comincio a chiedermi se sono io. Forse faccio troppe pause quando parlo. Ho bisogno di pensare prima di continuare.”

Lascio qualche secondo di silenzio.

Roberta: “Forse dall’esterno posso sembrare lenta. O insicura.”

Michele: “Succede soltanto con questo collaboratore?”

Roberta ci pensa.

Roberta: “No. Adesso che me lo chiedi, lo fa anche un’altra collaboratrice. E qualche volta mio marito.”

La situazione comincia a cambiare.

Il punto di partenza era:

“Il mio nuovo collaboratore mi interrompe.”

Adesso compare una domanda diversa:

“C’è qualcosa nel mio modo di comunicare che facilita queste interruzioni?”

È spesso questo uno dei passaggi più interessanti del coaching: il problema iniziale rimane, ma cambia il modo in cui lo stiamo guardando.

Dal problema all’obiettivo

A questo punto possiamo mettere meglio a fuoco ciò che Roberta vuole ottenere.

Michele: “Che cosa vorresti che succedesse, invece?”

Roberta: “Vorrei riuscire a esporre i miei pensieri in modo più diretto. Soprattutto quando do indicazioni al team. Senza avere la sensazione che qualcuno debba completare le mie frasi.”

Ora abbiamo un obiettivo molto più concreto rispetto a:

“Voglio andare d’accordo con il nuovo collaboratore.”

Non stiamo più cercando di cambiare lui.

Stiamo lavorando su qualcosa su cui Roberta può intervenire direttamente.

Dall’obiettivo a qualcosa da provare

Esploriamo quindi che cosa potrebbe aiutarla.

Una possibilità è preparare meglio le comunicazioni nelle quali deve dare indicazioni precise al team.

Prima di una conversazione importante, Roberta decide di fermarsi qualche minuto e chiedersi:

  • Qual è il punto principale che voglio comunicare?
  • Che cosa deve essere assolutamente chiaro?
  • Che cosa posso evitare?
  • Posso dirlo con una frase più semplice e diretta?

Decide inoltre di osservare ciò che accade nelle due settimane successive.

Quando qualcuno la interrompe, annoterà brevemente la situazione e ciò che stava cercando di comunicare.

Non per controllare ossessivamente ogni parola.

Ma per raccogliere elementi concreti sui quali lavorare nella sessione successiva.

Prima di chiudere la sessione

Verso la fine torniamo a ciò che Roberta ha deciso.

Michele: “Che cosa porti via da questa sessione?”

Roberta: “Sono partita pensando soprattutto al comportamento del mio nuovo collaboratore. Adesso mi interessa capire meglio anche il mio modo di comunicare.”

Michele: “E che cosa farai prima del prossimo incontro?”

Roberta: “Proverò a preparare in modo più sintetico le indicazioni importanti e annoterò le situazioni nelle quali vengo interrotta. Poi vediamo che cosa emerge.”

Questo è sufficiente.

Non serve uscire da ogni sessione con dieci azioni da compiere.

Serve che ciò che abbiamo capito possa incontrare la realtà.

Ecco che cosa può succedere in una sessione di coaching

Naturalmente non tutte le sessioni seguono esattamente questo percorso.

A volte si lavora su una decisione.
Altre su una difficoltà relazionale, un nuovo ruolo, un conflitto, un momento di blocco o una scelta professionale.

Il principio rimane simile: partire da ciò che sta accadendo, guardarlo con maggiore lucidità e capire che cosa farne.

Se ti stai chiedendo se il coaching possa essere utile per una situazione professionale che stai vivendo, contattarmi.

Un primo confronto serve anche a capire se questo tipo di lavoro è adatto a ciò di cui hai bisogno.

Una sessione di coaching non dovrebbe dirti come vivere o lavorare.
Dovrebbe aiutarti a vedere meglio ciò che stai vivendo e decidere che cosa vuoi farne.

Cosa rispondono i leader quando non conoscono la risposta

cosa rispondere

Tutto stava andando bene.

Poi, proprio mentre tutti stanno chiudendo il laptop, qualcuno chiede:
“Quindi… cosa pensi di fare adesso?”

La stanza si ferma.
Gli sguardi tornano su di te.

Apri bocca.

E tutto quello che esce è un farfugliante, tremolante:
“Non lo so.”

Dire spesso “non lo so” ti costa credibilità e influenza

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader“,
dire di non conoscere una risposta non è una tragedia.

Non è un errore.
E nemmeno un segno di incompetenza.

Anzi, a volte è una dimostrazione di forza.

Ma usarlo come risposta automatica, ripetuta,
ti costa credibilità.

Se vuoi essere preso sul serio come leader, questa è una frase da ridimensionare e sostituire con risposte più mature.

Autorevoli.

Quando il “non lo so” ti taglia fuori

Molti professionisti — anche competenti, preparati, esperti — di fronte a una domanda inattesa non riescono ad andare oltre:

  • spalle alzate
  • testa che oscilla
  • un arrendevole “non lo so”

Una risposta che starebbe meglio in bocca a un apprendista alle prime armi.

Risultato?

Fuori, in un attimo,
dalla lista degli “esperti affidabili”.

L’altra trappola: parlare senza sapere

Esiste anche l’estremo opposto.

Quando un capo, un cliente o un collaboratore ti chiede un parere fuori dal tuo ambito, la tentazione è forte:

  • parlare comunque
  • improvvisare
  • riempire il silenzio

Per piacere.
Per sembrare veloce.
Apparire smart.

Peccato che risposte imprecise, errate o incomplete erodano la tua reputazione molto più di un silenzio gestito bene.

“Non lo so” non è una risposta da leader

Quando non sappiamo cosa fare,
spesso rinunciamo del tutto.

Ma sul lavoro vale una regola semplice:
insegniamo agli altri come trattarci.

Ogni “non lo so” detto senza costrutto spinge le persone ad andare da qualcun altro.

Se questo è il tuo obiettivo, va bene.

Altrimenti, serve prepararsi.

Cosa dire al posto di “non lo so”

Non frasi da imparare a memoria.

Ma strutture da adattare alla situazione
e alla tua personalità:

“Al momento non ho informazioni sufficienti per rispondere alla tua domanda.”

“Buona domanda. Lo scoprirò.”

“Sulla base di quello che conosco oggi, penso che …”

“Non ho ancora a portata di mano tutti i dati, li sto recuperando …”

“Al momento la mia migliore stima/previsione è la seguente …”

“Non posso rispondere che, in parte, ma vorrei considerare ulteriormente …”

“Permettetemi di essere sicuro di capire quali informazioni state cercando … “

“Ci sono diverse possibilità, ho bisogno di altri/maggiori informazioni/dati … ”

“Non ho abbastanza famigliarità con XYZ e non mi piace tentare di indovinare. Lasciatemi approfondire …

Perché funzionano

Queste risposte ti permettono di:

  • prendere tempo senza perdere autorevolezza
  • impostare una linea temporale chiara
  • dimostrare iniziativa e metodo
  • spostare l’attenzione su ciò che sai, non su ciò che manca
  • ascoltare meglio una richiesta spesso confusa

Paradossalmente,
posticipare una risposta aumenta la credibilità
se lo fai con struttura.

Conta cosa dici. Ma anche come lo dici.
Guarda negli occhi.

Postura stabile.
Tono fermo.

Ogni risposta è un’occasione

Per costruire — o erodere — la tua presenza da leader.

Se vuoi essere percepito come affidabile, autorevole,
“aggiorna” il tuo vocabolario.

Meno “non lo so” automatici.

Più risposte consapevoli, pertinenti, influenti.

È così che si cresce.
Ed è così che si viene ascoltati.

Con il mio percorso di coaching mirato:
“Sviluppare assertività senza perdere empatia“ trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

12 cose da fare ogni giorno per essere ancora più leader del tuo team

Quando ricopri una posizione di responsabilità, una parte importante del tuo lavoro consiste nel migliorare il modo in cui guidi le persone.

Essere leader significa distribuire compiti, prendere decisioni, controllare risultati e assicurarsi che il lavoro venga fatto.

Ma non basta.

Guidare un team significa occuparsi del lavoro e, nello stesso tempo, delle persone che devono farlo.

La leadership non si costruisce soltanto nelle grandi decisioni.

Si vede anche nei piccoli comportamenti quotidiani.

Ecco 12 cose che puoi fare con continuità per rafforzare la tua leadership.

1. Dare spazio alle persone

Conoscere competenze, punti di forza e aree di miglioramento dei collaboratori ti permette di guidarli meglio.

Ma per conoscerli devi anche lasciare loro spazio.

Fai in modo che possano esprimere un’opinione, sollevare un problema o proporti una soluzione senza avere la sensazione di dover indovinare ciò che vuoi sentirti dire.

Ascoltare il loro punto di vista non significa necessariamente condividerlo.

Dare spazio alle persone non significa rinunciare alla tua responsabilità di decidere.

2. Essere diretto

Se non dici con chiarezza ciò che pensi del lavoro di una persona, quella persona dovrà cercare di capirlo da sola.

Un feedback poco chiaro crea facilmente dubbi e interpretazioni.

“Sta andando bene?”
“C’è qualcosa che non mi sta dicendo?”
“Che cosa si aspetta esattamente da me?”

Essere diretti non significa essere bruschi.

Significa dire ciò che funziona, ciò che non funziona e ciò che ti aspetti, con rispetto e senza inutili giri di parole.

3. Conoscere meglio il team

Probabilmente conosci ruolo, competenze ed esperienza delle persone che lavorano con te.

Ma sai che cosa le motiva? Dove vorrebbero crescere? Che cosa le mette maggiormente in difficoltà?

Non devi entrare nella loro vita privata per dimostrare interesse.

Conoscere una persona significa anche capire come lavora, che cosa le serve e quali capacità potrebbe sviluppare.

4. Imparare dal team

Essere responsabile non significa avere tutte le risposte.

Le persone che lavorano ogni giorno su attività, clienti, procedure e problemi possono vedere cose che tu non vedi.

Chiedi.

“Tu come la vedi?”
“Hai già incontrato questo problema?”
“Che cosa cambieresti?”

Chiedere non diminuisce la tua autorevolezza.

Essere leader non significa essere la persona che sa sempre più degli altri.
Significa anche sapere quando vale la pena ascoltare ciò che gli altri sanno.

5. Uscire dall’ufficio

Se trascorri gran parte della giornata tra riunioni, email, telefonate e documenti, rischi di perdere il contatto con ciò che accade davvero nel team.

Ogni tanto esci.
Osserva.
Ascolta.

Parla con le persone senza avere necessariamente un problema da risolvere.

“Come stanno andando le cose?”
“C’è qualcosa che dovrei sapere?”

Non trasformare questi momenti in controlli informali. Servono a mantenere il contatto con la realtà quotidiana del lavoro.

6. Comunicare e facilitare

Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni.

Puoi dare istruzioni precise e lasciare comunque dietro di te dubbi, incomprensioni e problemi irrisolti.

Un leader deve anche facilitare: chiarire ciò che non è stato compreso, mettere in contatto le persone giuste, rimuovere un ostacolo, far emergere un problema.

E quando qualcuno ti parla, dargli attenzione invece di continuare a leggere il monitor o controllare il telefono.

A volte facilitare il lavoro del team vale più di un’altra direttiva.

7. Incoraggiare idee e iniziativa

Se vuoi persone autonome, devi lasciare loro qualche spazio nel quale possano esserlo.

Chiedi proposte.

Permetti di sperimentare quando il rischio è ragionevole.

Non bocciare automaticamente un’idea soltanto perché non è quella che avresti avuto tu.

Avere fiducia nel potenziale di una persona significa anche darle la possibilità di dimostrarlo.

Se ogni proposta viene accolta con:

“Abbiamo sempre fatto così.”

prima o poi le persone smetteranno di proporre.

8. Chiedere feedback anche su di te

Il feedback non serve soltanto ai collaboratori.

Anche tu hai bisogno di capire come arriva agli altri il tuo modo di guidare.

Puoi confrontarti con una persona di cui ti fidi, chiedere direttamente al team quando il contesto lo permette oppure lavorarci con un professionista esterno.

Non chiederti soltanto:

“Sono un buon leader?”

Chiediti piuttosto:

“Che cosa faccio che aiuta il team?”
“Dove creo difficoltà senza accorgermene?”
“Che cosa potrei fare diversamente?”

9. Ammettere quando sbagli o non conosci la risposta

Il ruolo non ti obbliga a sapere tutto.

E neppure a difendere una decisione quando ti sei accorto che era sbagliata.

Puoi dire:

“Su questo ho sbagliato.”
“Non conosco la risposta.”
“Devo verificare.”
“Avevi ragione tu.”

Il problema nasce più facilmente quando tutti vedono l’errore e tu continui a fingere che non esista.

Il modo in cui gestisci i tuoi errori dice al team molto su come potrà gestire i propri.

10. Non lasciare correre superficialità e negligenza

Accettare che le persone possano sbagliare non significa accettare qualsiasi errore nello stesso modo.

Un errore commesso mentre si impara qualcosa di nuovo è diverso da un comportamento ripetutamente superficiale. Una dimenticanza occasionale è diversa dalla negligenza.

Il tuo compito è capire che cosa è successo e intervenire in modo proporzionato.

Se lasci sistematicamente correre comportamenti che danneggiano il lavoro, il messaggio arriva anche alle persone che lavorano con attenzione.

11. Riconoscere ciò che viene fatto bene

Non aspettare la valutazione annuale per dire a qualcuno che ha fatto un buon lavoro.

Quando vedi qualcosa che merita di essere riconosciuto, dillo. Ma sii concreto.

Non soltanto:

“Bravo.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Sei rimasto calmo e hai trovato una soluzione senza scaricare il problema sugli altri.”

Un riconoscimento specifico aiuta la persona a capire che cosa ha fatto bene e che cosa vale la pena continuare a fare.

Evita che il buon lavoro diventi invisibile soltanto perché era ciò che ti aspettavi.

12. Parlare meno e ascoltare di più

Un responsabile parla molto.

Spiega.
Decide.
Corregge.
Risponde.
Dà indicazioni.

Proprio per questo può essere utile, ogni tanto, fare il contrario.

Ascoltare senza preparare immediatamente la risposta.

Fare una domanda in più.

Lasciare qualche secondo di silenzio.

Non partire dal presupposto di avere già capito ciò che l’altra persona sta cercando di dirti.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

Ascoltare non ti rende meno leader.
Ti permette di decidere conoscendo qualcosa in più.

La leadership si costruisce anche nei giorni normali

Non devi fare tutte queste 12 cose ogni mattina come se fossero una lista da spuntare.

La leadership si costruisce attraverso comportamenti ripetuti nel tempo: come ascolti, come correggi, come riconosci, come reagisci a un errore, quanto spazio lasci e quanto sei presente.

Sono queste piccole situazioni quotidiane che, sommate, costruiscono l’immagine che il team ha di te.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale: “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

E allora può essere più utile una domanda concreta:

“Quale di questi comportamenti dovrei cominciare a praticare meglio già da domani?”

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare

tacere

“Le persone che sanno poco sono solitamente dei grandi parlatori, mentre gli uomini che sanno molto dicono poco.”
Jean-Jacques Rousseau

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

La crescita personale inizia quasi sempre da una presa di coscienza scomoda: il problema, spesso, siamo noi.

Parliamo troppo.
Parliamo male.
Più del dovuto.

E a volte — senza volerlo — quando parliamo appariamo:

  • offensivi
  • poco preparati
  • poco corretti

In due parole: facciamo danni

Viviamo in un’epoca travolta dalle parole.

Dalle chiacchiere.

Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono valore.
Peso.
Significato.

E non sempre sono la soluzione.

A volte, il silenzio parla molto più forte.

Non siamo consapevoli della potenza delle parole

Basterebbe ricordare quante volte:

  • una parola di troppo
  • un lapsus
  • una frase fuori posto

hanno compromesso:

  • un progetto
  • un colloquio
  • un rapporto con un cliente
  • la relazione con un collega o con il capo
  • la tua immagine di leader

Si parla molto delle frasi chiave dei grandi leader.

Meno della loro abilità opposta.

Stare in silenzio.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.

E ascoltare.

Ecco 15 situazioni in cui tacere può essere molto più intelligente che parlare.

1. Taci se non hai nulla di significativo da aggiungere

Hai già detto quello che dovevi dire?

Anche in modo semplice e asciutto?

Perfetto.
Adesso taci.

Comunicare non significa parlare tanto, ma avere qualcosa da dire.

Aggiungere parole per sembrare più competenti spesso produce l’effetto opposto: finisce per indebolire il messaggio.

2. Taci se non intendi mantenere la parola

Una promessa è una promessa.

Se dici cose che non hai intenzione di mantenere, prima o poi le persone smetteranno di dare peso alle tue parole.

Se stai parlando solo per fare il brillante o per imitare il “leader ideale”, meglio tacere.

3. Taci quando sei arrabbiato

Quando sei molto arrabbiato, aumenta il rischio di dire qualcosa che a mente fredda non diresti.

E una volta dette, certe parole non si possono ritirare.

Quando sei arrabbiato:

  • non giudicare
  • non criticare
  • evita di spiegare

Prenditi tempo.
Allontanati.
Raffredda la mente.

Poi, se serve, torna sulla questione.

4. Taci se non conosci bene i fatti

Non giudicare prima di capire.
Non reagire prima di sapere.

Parlare senza conoscere i fatti porta facilmente a:

  • dietrofront imbarazzanti
  • scuse forzate
  • relazioni da ricucire

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

5. Taci se non conosci l’argomento

Il silenzio imbarazza.

E per questo molti sentono il bisogno di riempirlo comunque.

Ma è meglio tacere che parlare con sicurezza di qualcosa che non si conosce.

Dire:

“Non lo so.”
“Devo informarmi.”
“Su questo non ho abbastanza elementi.”

può essere molto più autorevole di una risposta improvvisata.

Approfondisci nel mio libro:

“Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025

6. Taci e impara ad ascoltare

Ascoltare significa spegnere, almeno per un momento, il proprio dialogo interno.

E dedicare attenzione reale all’altro.

Non pensare subito alla risposta.
Non interrompere.
Neanche completare la frase dell’altro.

Ascoltare è uno dei modi più semplici per far sentire una persona presa sul serio.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

7. Taci quando sei profondamente sfiduciato

Demoralizzazione, delusione, amarezza.

Quando sei dentro queste emozioni rischi di dire cose che esprimono soprattutto il tuo stato d’animo del momento.

Meglio prendersi un po’ di tempo.

Sfogarsi sì.

Ma nel posto giusto.
Con la persona giusta.

8. Taci quando stai diventando “pesante”

Troppo meticoloso.
Troppo perfetto.

“So tutto io”.

Continuare ad aggiungere spiegazioni, precisazioni e correzioni non aumenta necessariamente la tua autorevolezza.

A volte ti rende semplicemente pesante.

9. Taci dopo aver detto qualcosa di importante

Dopo una frase importante, fermati.

Una pausa può dare maggiore enfasi alle tue parole.

Il silenzio è parte del messaggio.

Se continui immediatamente a parlare, rischi di disperdere ciò che hai appena detto dentro il flusso delle parole successive.

10. Taci se non sai ancora come dirlo

Se non hai pesato le parole.

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • esagerato

meglio tacere.

Per ora.

Tacere non significa rinunciare a dire ciò che pensi.

Significa scegliere quando e come dirlo.

11. Taci se nessuno ti ha chiesto un consiglio

Spesso le persone parlano per condividere.

Non necessariamente per ricevere soluzioni.

Metti da parte il tuo ego.

Il bisogno di “salvare”.
Il ruolo del guru.

A volte l’altra persona non ha bisogno della tua soluzione.

Ha bisogno che tu la ascolti.

12. Taci se stai parlando solo per piacere

Se cerchi continuamente di piacere agli altri per paura di essere escluso, deriso o rifiutato, rischi di adattare ciò che dici a ciò che pensi gli altri vogliano sentirsi dire.

Prima di parlare, chiediti:

“È davvero ciò che penso?”

13. Taci se stai ripetendo lo stesso concetto

Ripetere non sempre rafforza.

Spesso disperde.

La chiarezza nasce anche dalla sintesi.

Scopri il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” per imparare a gestire voce, postura e linguaggio del corpo con maggiore consapevolezza e impatto.

14. Taci se stai cercando di fare il brillante

Quando non lo sei.

Il rischio?

Essere l’unico a ridere.

15. Taci se vuoi far crescere le persone

A volte aiutare significa non intervenire.

Fare un passo indietro.
Lasciare spazio.

Consentire all’altro di crescere.
Sbagliare.

Permettere alla persona di costruire la propria capacità, competenza e fiducia.

Non devi sempre intervenire.
Non devi sempre avere la soluzione.

E non devi sempre dire l’ultima parola.

In finale…

Saper tacere è una delle competenze più sottovalutate nella leadership.

Il silenzio non è assenza.
È presenza consapevole.

Non significa non avere nulla da dire.

Significa anche capire quando le tue parole servono davvero e quando, invece, è meglio lasciare spazio.

Spesso, la leadership sta proprio lì.

Nel saper tacere.

6 strategie che timidi e introversi dovrebbero conoscere prima di un’intervista di lavoro

intervista di lavoro
Introversione e intervista di lavoro?
Timidezza e introversione non sono la stessa cosa.

Una persona introversa può essere perfettamente sicura di sé e, allo stesso tempo, preferire riflettere prima di parlare, sentirsi più a proprio agio nelle conversazioni individuali e trovare stancanti le situazioni in cui deve esporsi a lungo.

La timidezza riguarda invece maggiormente il disagio che possiamo provare quando ci sentiamo osservati o giudicati.

In un colloquio di lavoro le due cose possono naturalmente incontrarsi.

Devi parlare di te.
Raccontare ciò che sai fare.
Rispondere a domande che non conosci in anticipo.

Essere al centro dell’attenzione.

Se sei timido o introverso, tutto questo può costarti più fatica. Ma non significa affatto che tu debba partire svantaggiato.

E soprattutto non significa che, per affrontare bene un colloquio, tu debba trasformarti improvvisamente in una persona estroversa.

Puoi prepararti a giocare meglio con le tue caratteristiche.

Ecco 6 strategie.

1. Preparazione, preparazione e ancora preparazione

Una delle difficoltà maggiori di un’intervista di lavoro è non sapere esattamente che cosa succederà.

Chi incontrerai?
Che cosa ti chiederanno?
Quanto durerà?
Su quali aspetti insisteranno?

Non puoi eliminare l’imprevisto.

Puoi però ridurre tutto ciò che è prevedibile.

Informati sull’azienda, sul ruolo, sui prodotti o servizi, sul settore e sulle caratteristiche della posizione.

Puoi approfondire questo aspetto nell’articolo Colloquio di lavoro: 6 spunti per raccogliere informazioni sull’azienda.

Preparati anche dal punto di vista pratico: dove si trova la sede, quanto tempo impiegherai, dove puoi parcheggiare o quale mezzo prendere.

L’obiettivo è semplice: non sprecare energie su ciò che potevi prevedere prima.

Prepara anche le risposte

Se preferisci pensare prima di parlare, preparare alcune risposte in anticipo può aiutarti molto.

Non significa impararle a memoria.

Significa sapere quali esperienze, competenze ed esempi vuoi utilizzare quando ti chiederanno, per esempio:

  • di parlare di te;
  • quali sono i tuoi punti di forza;
  • perché ti interessa quella posizione;
  • di raccontare un risultato o una difficoltà affrontata;
  • di spiegare un passaggio particolare del tuo percorso professionale.

Prova a rispondere ad alta voce.
Da solo oppure con qualcuno.

Pensare una risposta e pronunciarla sono due cose diverse.

E se durante l’intervista di lavoro arriva una domanda che non avevi previsto?

Puoi anche fermarti qualche secondo.

“È una domanda interessante. Mi lasci un momento per pensarci.”

Non devi necessariamente rispondere nell’istante stesso in cui l’intervistatore finisce di parlare.

2. Non cercare di diventare estroverso

Qui cambierei una convinzione abbastanza diffusa.

Un buon colloquio non è uno spettacolo.

Non vince necessariamente chi parla di più, sorride di più o riesce a “vendere” meglio se stesso.

Devi però rendere visibile ciò che sai fare.

Questo può richiederti di uscire un po’ dalla tua zona di comfort: salutare con presenza, guardare l’interlocutore, parlare con un tono sufficientemente deciso, mostrare interesse.

Ma non devi recitare una parte.

Non devi diventare improvvisamente espansivo, brillante o chiacchierone se non lo sei.

Al colloquio non devi sembrare più estroverso.
Devi permettere all’intervistatore di vedere meglio il tuo valore.

C’è una bella differenza.

3. Non sminuire le tue competenze

Questa è una situazione che incontro spesso.

Domanda:

“Conosce Excel?”

Risposta:

“Mah… abbastanza.”

Oppure:

“Un pochino.”
“Dipende.”

Il problema non è la timidezza in sé.

È che, nel tentativo di non vantarsi o di non apparire presuntuosi, si finisce per presentare male una competenza reale.

Parlare di ciò che sai fare non significa vantarti.

Porta fatti.

  • “Utilizzo Excel quotidianamente e nel mio ultimo lavoro lo usavo soprattutto per…”
  • “Ho gestito personalmente…”
  • “Mi sono occupato di…”
  • “In quella situazione ho risolto il problema in questo modo…”

Non limitarti a dichiarare una qualità.
Mostrala attraverso un esempio.

L’intervistatore non può conoscere ciò che non riesci a raccontargli.

4. Non trasformare il contatto visivo in una prova di resistenza

Durante un’intervista di lavoro è importante mostrare attenzione anche attraverso lo sguardo.

Ma questo non significa fissare continuamente negli occhi l’intervistatore.

Sarebbe innaturale per chiunque.

Quando ascolti, guarda la persona.

Quando rispondi, mantieni un contatto visivo naturale e concediti tranquillamente di distogliere lo sguardo per qualche istante mentre rifletti.

Poi torna sull’interlocutore.

Il punto non è controllare ossessivamente dove stai guardando.

È evitare di trascorrere l’intero colloquio con gli occhi sul tavolo, sul pavimento o sulle tue mani.

Lo sguardo deve accompagnare la conversazione, non diventare un’altra cosa da controllare.

5. Usa a tuo favore le caratteristiche del tuo modo di comunicare

Non hai necessariamente bisogno di presentarti dicendo:

“Sono introverso.”

Puoi far emergere direttamente le caratteristiche che ti rappresentano.

Per esempio:

  • “Prima di prendere una decisione preferisco raccogliere le informazioni necessarie.”
  • “Sono una persona che ascolta molto prima di intervenire.”
  • “Nelle riunioni non sono quello che parla per primo, ma quando intervengo cerco di portare un contributo concreto.”

Naturalmente devono essere affermazioni vere.

E, quando possibile, accompagnate da un esempio.

Essere riflessivi, saper ascoltare o preferire comunicazioni meno impulsive non sono automaticamente pregi né difetti.

Dipende dal ruolo, dalla situazione e da come utilizzi queste caratteristiche.

L’obiettivo non è dimostrare che essere introversi sia meglio.

È non considerarlo automaticamente uno svantaggio.

6. Proteggi un po’ le tue energie prima del colloquio

Se sai che una lunga interazione sociale ti affatica, tienine conto.

Non è necessario costruire un rituale complicato.

Può bastare arrivare con un po’ di anticipo, evitare di incastrare il colloquio tra mille altri impegni e concederti qualche minuto di tranquillità prima di entrare.

Lo stesso vale per un colloquio online o telefonico.

Chiudi ciò che stavi facendo.
Riduci le distrazioni.
Preparati il materiale che potrebbe servirti.

E prenditi qualche minuto per entrare nella conversazione con la testa giusta.

Non devi arrivare “carico”. Devi arrivare presente.

Non devi diventare un’altra persona per affrontare bene un colloquio

La preparazione rimane probabilmente la strategia più importante.

Ti permette di ridurre l’incertezza, trovare più facilmente le parole e concentrarti sull’interlocutore invece di domandarti continuamente che cosa dire.

Ma c’è un altro aspetto da ricordare.

Il colloquio non serve soltanto all’azienda per valutare te. Serve anche a te per valutare l’azienda.

Osserva come vieni accolto.
Come ti parlano.
Che tipo di domande ti fanno.
Quanto spazio ti lasciano per rispondere.

Un ambiente nel quale soltanto chi parla più forte, più velocemente o più a lungo riesce a farsi ascoltare potrebbe non essere necessariamente l’ambiente nel quale riuscirai a esprimerti meglio.

Se invece senti che il problema non è ciò che sai fare, ma riuscire a raccontarlo con sicurezza durante l’intervista di lavoro possiamo lavorarci in modo concreto.

Scopri il percorso di coaching per preparare il colloquio di lavoro.

Per arrivare al colloquio sapendo che cosa vuoi comunicare, quali esempi utilizzare e come dare il giusto peso alle tue competenze.

Coaching per giovani leader – investi su te stesso

coaching per giovani leader

“Come posso sperare di comandare sugli altri,
se non ho il pieno controllo su me stesso?
”
François Rabelais

Quanto tempo ti ci è voluto?
Pochi anni?
Diversi mesi oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?

Ti è bastato poco.
Molto poco … per capire che tutti i libri che hai letto, i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato, la capacità lavorativa che hai … non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.

Le qualità personali non si sviluppano seguendo un corso o leggendo un libro

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori (non userò mai la parola risorse),
le relazioni extra lavorative,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress,
l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano seguendo un corso, un workshop, un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Se non è cambiato niente.
Oppure è cambiato poco,
significa che non è quello di cui hai bisogno.

E allora cosa fai?
Continui a cercare, ovvio.

Continui a cercare le risposte.
Si dice che “chi-cerca-trova”.
Google è perfetto per darti le risposte che cercavi.

E infatti ne trovi tante.
Tantissime.

Purtroppo … le conosci già.
Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Le risposte che trovi sono generiche e tutt’altro che incisive

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.

E allora continui a cercare.
Ancora.
Inseguire, bramare, tentare.

E non guardi nell’unico posto, dove troveresti le risposte che stai cercando.
Dentro di te.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande. Non io.
Possono sembrarti domande facili ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.

Provaci, dai:

“Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Come farai a sapere quando sei arrivato?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?
”

Lo sai che i leader più esperti pensano che i giovani desiderano il successo su un piatto d’argento.
Senza lottare.
Ah no?

Dimostra che si sbagliano.
Alza i tuoi standard personali.
Bassi standard portano alla mediocrità.

Se non ce la fai, riprova.
Riprova ancora.
Fai le cose difficili.
La facilità, la comodità ti fa diventare molliccio, arrendevole, fragile.
O forse molliccio lo sei già?

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Sviluppa la tua capacità di “attraversare” la delusione e la frustrazione

Le lotte di oggi,
ti porteranno da qualche altra parte … domani.

Non lasciare che i leader più esperti raccolgano al posto tuo.
Smettila di parlare.
Smettila di sognare.
Fantasticare.
Entra nel concreto.
Fai qualcosa.
Non piagnucolare. Risolvi i problemi.

Non essere tu il collo di bottiglia

Perché non stai chiedendo feedback?
Non smettere di farti domande.
Persegui la chiarezza, fai più domande.

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Sai gestire le tue reazioni … e quelle degli altri?
Le attese, la frustrazione?
Quanto riesci a reggere l’insuccesso?

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi entrare (anche tu) nella statistica dei fallimenti da giovane leadership.

Che fregatura!
Cercavi risposte e invece sono io a farti domande,
e le risposte le devi dare tu.
Provaci ancora dai …

Ti senti un modello per il tuo team?
Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
Sei sempre motivante nel comportamento e nelle parole?
Hai una personalità dinamica che coinvolge chi ti sta intorno?
C’è qualcuno nella tua squadra che hai lasciato fuori, ignorato, deluso?

“Fare” coaching per giovani leader,
vuol dire diventare consapevole che la motivazione del tuo staff passa inevitabilmente (e inesorabilmente) da te.

Investi su te stesso: coaching per giovani leader

Che cosa stai aspettando?
Qual è il tuo prossimo passo?
Che cosa stai imparando?
Dimmi che cosa farai, in modo diverso, la prossima volta?
Hai capito cos’è il coaching per giovani leader?

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Contattami.

Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare
Siamo onesti.

Non hai tempo.

Scadenze imminenti.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.

Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il responsabile.

È normale avere tempi stretti.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo trovi sempre

Ho incontrato moltissimi responsabili, manager e team leader con la sensazione di avere costantemente il tempo contro.

Eppure, quando qualcosa non funziona, il tempo per intervenire spesso si trova.

Per criticare.
Correggere.
Richiamare.
Far notare un errore.

Ed è giusto farlo, quando serve.

Ma di fronte a una buona prestazione?

Metti la stessa attenzione nel riconoscere ciò che funziona che nel segnalare ciò che non funziona?

Un collaboratore fa bene il proprio lavoro.
Rispetta una scadenza difficile.
Gestisce bene un cliente.
Risolve un problema.

“Ok, grazie.”

Fine.

Perché?

Perché spesso consideriamo una buona prestazione semplicemente ciò che una persona è pagata per fare.

Consideriamo la buona performance come dovuta

“Fa parte del suo lavoro.”
“Sa già che lo apprezzo.”
“Se non dico niente significa che va tutto bene.”

Qualcuno teme persino che, riconoscendo troppo spesso un buon lavoro, il collaboratore possa “montarsi la testa”.

E così accade qualcosa di curioso.

Gli errori diventano visibili. Il buon lavoro diventa silenzioso.

Naturalmente non significa complimentarsi continuamente o trasformare ogni attività svolta correttamente in un evento da celebrare.

Significa non dare sistematicamente per scontato ciò che funziona.

Un riconoscimento sincero e specifico dice alla persona che il suo lavoro è stato visto.

E questo conta.

Non fermarti soltanto ai numeri e al budget

Un risultato non racconta sempre tutto ciò che è servito per ottenerlo.

Dietro possono esserci impegno, capacità di gestire una situazione difficile, collaborazione, iniziativa o un miglioramento che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare necessariamente il colloquio annuale per farlo.

Se un collaboratore ha fatto qualcosa particolarmente bene, diglielo.

Ma cerca di essere concreto.

Non soltanto:

“Bravo, ottimo lavoro.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Non era semplice e sei riuscito a trovare una soluzione senza creare ulteriore tensione.”

Il secondo feedback ha molto più valore perché fa capire alla persona che cosa hai realmente apprezzato.

Ne ho parlato anche nell’articolo 10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori.

Se trovi immediatamente il tempo per dire cosa non funziona, dovresti riuscire a trovarlo anche quando qualcosa funziona bene.

Non servono grandi discorsi.
A volte bastano trenta secondi.

L’importante è che il riconoscimento sia autentico, specifico e meritato.

Criticare e riconoscere fanno parte dello stesso ruolo

Essere un buon responsabile non significa essere sempre positivo.

Ci sono momenti in cui devi correggere un comportamento, affrontare un errore o dire chiaramente che una prestazione non è adeguata.

Riconoscere il buon lavoro non significa abbassare gli standard.

Significa utilizzare entrambe le possibilità che hai come leader: intervenire quando qualcosa non funziona e riconoscere quando qualcuno sta facendo bene.

Se invece il tuo feedback arriva quasi esclusivamente quando c’è un problema, il team impara presto una cosa:

quando il capo si avvicina, probabilmente c’è qualcosa che non va.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

P.S. – Una piccola contraddizione

Durante le sessioni di coaching mi capita di incontrare responsabili che considerano complimenti e riconoscimenti quasi superflui.

“Non ce n’è bisogno.”
“Il buon lavoro dovrebbe essere normale.”
“Non posso stare sempre lì a fare complimenti.”

Poi, parlando del loro rapporto con il proprio responsabile, emerge:

“Non mi dice mai niente.”
“Non so mai se è soddisfatto del mio lavoro.”
“Si fa vivo soltanto quando c’è un problema.”

È interessante.

A volte consideriamo superfluo dare agli altri proprio quel riconoscimento che, quando manca a noi, sentiamo immediatamente.

10 modi per sviluppare anche tu un carisma incredibile

avere carisma

“C’è chi si mette degli occhiali da sole,
per avere più carisma e sintomatico mistero.”

Franco Battiato, Bandiera bianca, 1981

Alcune persone… illuminano la stanza.

Alcune persone ci fanno sentire immediatamente importanti.

Speciali.
Apprezzati.
Valorizzati.

Entrano… e qualcosa cambia.
Sono le persone carismatiche.

Quelle che costruiscono relazioni solide, influenzano in modo positivo e fanno sentire gli altri meglio con se stessi

Sono le persone che tutti vogliono accanto.
E, in fondo… anche diventare.

Il carisma non è (solo) talento

Avere carisma non significa essere:

  • belli
  • brillanti
  • perfetti
  • vestiti all’ultima moda

Significa:
energia, presenza, attenzione, intenzione.

Alcuni sembrano nati così.

Ma la verità è anche un’altra:

Il carisma si costruisce.
È fatto di comportamenti appresi, allenati, ripetuti.

Ecco 10 modi concreti per diventare più carismatico.

1. Prima di ricevere… dai

Non partire da:

  • “Cosa ci guadagno?”

Parti da:

“Cosa posso dare?”

L’attenzione.
L’ascolto.
Il tempo.

Il focus non sei tu.
È l’altro.

2. Sii davvero presente

Quando parli con qualcuno: sii lì. Davvero.

Non a metà.

  • niente telefono
  • niente distrazioni
  • ancor meno mente altrove

Fai sentire l’altra persona… l’unica nella stanza.

È raro?
E proprio per questo… potentissimo.

3. Usa il nome (e usalo bene)

Ogni persona vuole sentirsi unica.

Il nome crea connessione.
Crea riconoscimento.

Crea valore.

E soprattutto: dimostra rispetto.

4. Fai parlare gli altri

Le persone amano parlare di sé.

E soprattutto… di ciò che amano.

Fai domande.
Ascolta davvero.
Lascia spazio.

Vedrai qualcosa cambiare: le persone si accendono.

5. Cura il linguaggio del corpo

Il corpo parla.
Sempre.

Prima delle parole.

  • contatto visivo
  • postura aperta
  • presenza stabile

La fiducia si vede.

E il carisma… si sente.

6. Usa il silenzio

Non devi sempre riempire ogni spazio.

Il silenzio:

  • crea profondità
  • aumenta l’attenzione
  • rende più “forte” la tua presenza

Saper ascoltare… è uno dei tratti più attraenti che esistano.

7. Evita negatività e lamentele

Le persone ricordano come le fai sentire.

Se sei sempre lamentoso, critico e negativo verrai evitato.

Non serve essere finti positivi.
Serve essere costruttivi.

8. Riconosci gli altri

Le persone vogliono essere viste.

Apprezzate.
Riconosciute.

Un complimento sincero:

  • costruisce relazione
  • aumenta fiducia
  • lascia il segno

Eppure… è rarissimo.

9. Ascolta più di quanto parli

Le persone carismatiche non monopolizzano.

Ascoltano.
Con attenzione.
Con curiosità.

  • non interrompono
  • non giudicano
  • men che meno parlano sopra

E quando parlano… dicono qualcosa che conta.

10. Ammetti errori (e sorridici sopra)

Errori, gaffe, inciampi.
Capitano.
A tutti.

La differenza? Come li gestisci.

Se sai riderci sopra:

  • abbassi le difese
  • crei connessione
  • diventi umano

E questo… è carisma.

Il carisma non è una tecnica. È un atteggiamento.

È attenzione reale verso gli altri.
Energia che metti nella relazione.

Le persone carismatiche non cercano di brillare.
Fanno brillare gli altri.

E proprio per questo… vengono ricordate.

Il carisma non è ciò che mostri.
È ciò che lasci negli altri.

E spesso nasce da una cosa semplice: far sentire qualcuno importante.

8 segnali che rivelano la tua insicurezza sul lavoro (e tutti se ne stanno accorgendo)

insicurezza al lavoro
Nel mio libro “Prima volta Leader” ho sottolineato come molti giovani leader ostentino sicurezza senza possederla davvero.

Parlano dei loro successi.
Delle loro conquiste.

Di quanto siano competenti,
intelligenti,
brillanti.

Non mostrano mai debolezze.
Non dicono mai: “Non lo so”.

E qualcuno, purtroppo …

scambia tutto questo per vera sicurezza di sé.

In realtà hanno costruito una maschera:
sicurezza e spavalderia recitate,
per nascondere l’insicurezza sul lavoro.

Il problema?
Questa maschera cade facilmente.

Basta una minima minaccia percepita e reagiscono con aggressività.

Fingere, nel tempo, peggiora solo le cose.

Ti costringe a compensare continuamente.
A spendere energie preziose per mantenere la facciata.

E, poco alla volta, l’insicurezza filtra.
Si vede.
Tutti se ne accorgono.

8 segnali evidenti di insicurezza sul lavoro:

1. Chiedi continue rassicurazioni

  • “Ha senso?”
  • “Che cosa ne pensi?”
  • “Faresti lo stesso?”
  • “Ti sembra OK?”

Se sei sicuro di te,
non hai bisogno dello specchio, specchio delle mie brame
per validare ogni tua scelta.

A meno che… tu non stia semplicemente testando la fiducia degli altri.
(ed è un altro discorso.)

2. Vuoi sempre avere ragione

Chi vuole sempre avere ragione mostra insicurezza, rigidità, paura del giudizio.

Il mondo diventa bianco o nero.
Giusto o sbagliato.

Così ti isoli.
Rifiuti prospettive diverse che potrebbero essere più efficaci.

In realtà stai spendendo più energia a dimostrare di avere ragione che a scegliere la soluzione migliore.

3. Ti metti sempre in posizione di svantaggio

Esiti.
Lasci il passo.
Parli poco.
Eviti il confronto con figure autorevoli.

Un po’ di deferenza è educazione.
Troppa deferenza è bassa autostima.

L’insicurezza può essere mascherata.
Ma si sente.

4. Sei suscettibile e reagisci in modo eccessivo

Ogni parola diventa un attacco.
Ogni gesto una mancanza di rispetto.

Analizzi tutto,
fuori contesto,
alla ricerca di significati nascosti.

È una personalità iper-reattiva.
Ossessionata dal giudizio.

Chi ha vera fiducia accetta feedback, errori e confronto senza bisogno di creare rumore.

5. Va sempre “tutto benissimo”

L’ottimismo è prezioso.
Soprattutto in tempi difficili.

Ma fingere che vada sempre tutto bene è come guardare un temporale e dire: “Che bella giornata”.

Negare la fatica non è forza.
È evitamento.

Essere autentici nei momenti duri porta più rispetto di un sorriso forzato.

6. Devi mostrare continuamente i tuoi successi

Parli spesso di:

  • risultati
  • status
  • conoscenze importanti
  • clienti
  • riconoscimenti

A qualcuno potrebbe piacere.
A molti no.

Vantarsi (anche in modo sottile) è spesso segno di vuoto o insoddisfazione.

Non è l’insicurezza a infastidire.
È il tentativo di coprirla.

Dimmi di cosa-ti-vanti e ti dirò cosa-ti-manca.

Le persone sicure non competono continuamente.
Non devono dimostrare nulla.

Agiscono.

7. Dai troppe spiegazioni per affermarti

Parli piano.
Esiti.
Ti giustifichi.

Riempire i “no” di spiegazioni infinite ti rende debole.

Una spiegazione breve è sufficiente.
Non devi convincere nessuno.

Altrimenti sembri insicuro.
Perdi autorevolezza.

8. Dici “NO”, poi torni indietro

Se cambi facilmente posizione,
comunichi che le tue decisioni sono negoziabili.

Insistere funziona.
E gli altri lo imparano in fretta.

Cambiare idea è sano.

Ma non quando nasce dal bisogno di approvazione.

L’insicurezza sul lavoro è la mancanza di fiducia nelle proprie capacità di ottenere risultati.

Succede spesso crescendo professionalmente:
più responsabilità,
più dubbi.

Essere leader significa sapere cosa-dire, quando-dirlo.

La vera sicurezza non fa rumore

Non si difende.
Non si vanta.

Si riconosce dalla calma, dalla chiarezza,
e dalla capacità di restare autentici
anche quando non si ha tutte le risposte.

Ti senti in difficoltà nel guidare il team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching mirato
“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”

10 motivi perchè il tuo team ti detesta (e forse non sai neanche il perché)

gestione del team

Il tuo team ti detesta.
Non ti sopporta.
Ti odia.

Davvero?

Probabilmente no.

Ma potrebbe esserci qualcuno che vive male la tua gestione del team e tu potresti non essertene accorto.

Prima di pensare che questo articolo non ti riguardi, prova a leggere i 10 punti che seguono.

Non servono comportamenti da tiranno.

A volte bastano abitudini che consideriamo perfettamente normali.

Spesso non siamo consapevoli di come gestiamo il team

Puoi essere convinto che il tuo comportamento sia professionale, corretto e perfettamente adeguato al tuo ruolo.

Eppure alcuni atteggiamenti che per te sono normali possono essere percepiti dai collaboratori come distanza, arroganza, sfiducia o mancanza di rispetto.

Succede anche in buona fede.

Per mancanza di tempo.
Per stress.
Per superficialità.

Perché siamo concentrati sui risultati e prestiamo meno attenzione a come ci relazioniamo con le persone.

La domanda interessante allora non è:

“Perché il mio team è così permaloso?”

Ma:

“C’è qualcosa nel mio modo di gestire le persone che contribuisce al problema?”

Non sempre il problema è ciò che fai.
A volte è ciò che fai senza accorgerti dell’effetto che produce sugli altri.

Ecco 10 comportamenti sui quali vale la pena interrogarsi sulla tua gestione del team.

1. Tratti i collaboratori senza rispetto

Il rispetto non si pretende soltanto perché sulla tua firma compare una qualifica da responsabile.

Si costruisce anche attraverso comportamenti apparentemente piccoli.

Per esempio:

  • interrompere continuamente mentre qualcuno sta parlando;
  • correggere una persona davanti agli altri quando non è necessario;
  • dare consigli non richiesti, anche sulla vita privata;
  • utilizzare continuamente parole come “sempre” e “mai”;
  • parlare di un collaboratore come se non fosse presente.

“Sei sempre in ritardo.”
“Ogni volta sbagli qualcosa.”

Sono frasi semplici.

Ma spostano l’attenzione dal comportamento alla persona.

Puoi essere esigente senza essere svalutante.

2. Sei professionale, ma gelido e indisponente

Essere professionali non significa essere freddi.

Quando un collaboratore ti parla, che cosa percepisce?

Attenzione?
Interesse?
Oppure la sensazione che tu stia aspettando soltanto che finisca?

Puoi anche annuire, guardarlo e dire:

“Certo, capisco.”

Ma se nel frattempo controlli il telefono, guardi lo schermo o pensi già alla prossima cosa da fare, la tua assenza si sente.

Per un collaboratore è frustrante scoprire che una richiesta o un problema sono stati ascoltati soltanto a metà.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

3. Sei incongruente e fai promesse che non mantieni

Dici una cosa.
Poi ne fai un’altra.

Prometti di occuparti di un problema e non lo fai.
Chiedi puntualità e sei il primo ad arrivare in ritardo.

Inviti le persone a proteggere il proprio tempo libero e poi mandi continuamente messaggi di lavoro durante il fine settimana.

La fiducia si costruisce anche attraverso la coerenza tra ciò che chiedi e ciò che fai.

Naturalmente può capitare di non riuscire a mantenere un impegno.

In quel caso spiegalo.

Il problema non è cambiare idea.

È comportarsi come se la promessa non fosse mai esistita.

4. Sottolinei errori e carenze con sarcasmo

Davanti al team.
Ai colleghi.

Magari persino davanti a un cliente.

“Finalmente ce l’hai fatta.”
“Miracolo!”
“Questa volta non hai sbagliato.”

Può sembrare una battuta.

Per chi la riceve potrebbe non esserlo affatto.

Se devi correggere un comportamento, fallo direttamente.

Il sarcasmo non rende più leggero un feedback che umilia la persona.

E soprattutto non utilizzare il pubblico per aumentare il peso della correzione.

5. Sei un maniaco del controllo

Vuoi verificare tutto.

E-mail.
Preventivi.
Documenti.
Decisioni.

Anche quelle più piccole.

Niente parte senza il tuo “OK”.

A volte il controllo nasce da una buona intenzione: vuoi evitare errori e garantire la qualità.

Ma se tutto deve passare continuamente da te, il messaggio che arriva può essere molto diverso:

“Non mi fido abbastanza di te.”

6. Non condividi le informazioni

Trattieni informazioni che potrebbero essere utili al team.

Comunichi soltanto quando è strettamente necessario.

Coinvolgi le persone quando le decisioni sono già state prese.

Poi ti sorprendi se iniziano supposizioni, interpretazioni e voci di corridoio.

Naturalmente un responsabile non può e non deve condividere tutto della gestione del team.

Ma quando un’informazione può aiutare una persona a capire meglio che cosa sta facendo, perché lo sta facendo e verso quale obiettivo state andando, condividerla può fare una grande differenza.

A volte dire:

“Ti aggiorno su quello che sta succedendo.”

significa anche:

“Ti considero parte di questo lavoro.”

7. Non ti sporchi mai le mani

Sei molto bravo ad assegnare il lavoro.

Molto meno a esserci quando il momento diventa difficile.

Essere leader non significa fare il lavoro al posto dei collaboratori.

E neppure intervenire continuamente.

Ma ci sono momenti in cui il team deve percepire che non stai semplicemente osservando la fatica degli altri dalla distanza.

Una scadenza complicata.
Un’emergenza.
Un cliente difficile.
Un periodo particolarmente pesante.

A volte la tua presenza concreta vale più di molti discorsi sulla squadra.

8. Sei teso tutto il tempo

Corri.
Controlli.
Sbuffi.
Entri ed esci.
Cambi continuamente priorità.

Chiedi una cosa e cinque minuti dopo ne chiedi un’altra.

Forse sei semplicemente sotto pressione.

Ma il tuo stato può diventare parte dell’ambiente di lavoro.

Il modo in cui gestisci la pressione non riguarda soltanto te.

Un responsabile agitato può trasmettere urgenza anche quando non ce n’è bisogno.

E se quando esci dall’ufficio tutti sembrano rilassarsi improvvisamente, forse vale la pena chiedersi perché.

9. Manifesti simpatie e preferenze personali

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Non siamo macchine.

Il problema nasce quando questa sintonia comincia a influenzare la tua gestione del team.

Vai sempre a pranzo con gli stessi.
Coinvolgi sempre gli stessi.
Perdoni ad alcuni ciò che rimproveri ad altri.
Condividi informazioni con il tuo piccolo gruppo di fiducia.

Non devi avere lo stesso rapporto con tutti. Devi però cercare di utilizzare criteri coerenti.

Alcuni collaboratori, per ruolo o responsabilità, saranno necessariamente più coinvolti di altri.

L’importante è che una differenza professionale non diventi un favoritismo personale.

10. Non prendi le difese del tuo team

Un collaboratore viene trattato ingiustamente da un cliente.

Il tuo responsabile lo attacca davanti a tutti.

Qualcuno gli manca apertamente di rispetto.

E tu?
Niente.

Non significa che devi difendere sempre e comunque un collaboratore.

Se ha sbagliato, l’errore va affrontato.

Ma una cosa è correggere una persona.

Un’altra è lasciarla sola mentre viene trattata in modo ingiusto o irrispettoso.

Puoi intervenire senza fare l’eroe e senza trasformare ogni situazione in uno scontro.

A volte basta dire:

“Fermiamoci un momento. Vorrei capire bene che cosa è successo.”

Oppure:

“Su questo punto preferisco confrontarmi prima con lui e poi le faccio sapere.”

Difendere il team non significa coprire gli errori. Significa non abbandonare le persone quando la situazione diventa difficile.


Vuoi essere più assertivo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il tuo team ti detesta davvero?

Probabilmente il titolo esagera.
Ed è proprio questo il punto.

Non serve arrivare all’odio perché un rapporto tra leader e collaboratori cominci a deteriorarsi.

Può iniziare molto prima.

Con una promessa dimenticata.
Un’interruzione continua.
Una battuta sarcastica.
Un controllo di troppo.
Una preferenza troppo evidente.

Una persona che ti parla e sente che non la stai ascoltando.

Presi singolarmente possono sembrare dettagli.

Ripetuti nel tempo, diventano il modo in cui le persone vivono la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nella gestione del team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima però puoi farti una domanda molto semplice:

“Quale di questi 10 comportamenti potrebbero riconoscere in me i miei collaboratori?”

Non quello che riconosci tu.

Quello che riconoscerebbero loro.

Come entrare in una stanza piena di gente come un vero leader

entrare come un leader

Non importa che tu sia un manager affermato, un imprenditore conosciuto o un professionista all’inizio della carriera.

Quando entri in una stanza, le persone iniziano a farsi un’impressione di te prima ancora che tu abbia detto una parola.

Può essere un ufficio.
Una sala riunioni.
Un colloquio di lavoro.
Un evento professionale.

Potresti incontrare collaboratori, colleghi, clienti, responsabili o persone che non hai mai visto prima.

Non puoi controllare ciò che penseranno di te.

Puoi però essere più consapevole di come entri, come ti muovi e come occupi quello spazio.

Se non gestisci la tua presenza, saranno gli altri a interpretarla

Entrare con autorevolezza non significa fare un ingresso teatrale.

Non devi impressionare.
Non devi sembrare importante.
E non devi costruirti un personaggio.

Significa piuttosto evitare che fretta, tensione, insicurezza o impreparazione parlino al posto tuo.

E questo comincia molto prima di attraversare la porta.

1. Prima di entrare, riduci il nervosismo

Se sei agitato, non cercare necessariamente di trasformarti in una persona improvvisamente sicura di sé.

Concediti qualche minuto.

Respira.

Rallenta.

Può aiutarti ricordare una situazione professionale nella quale ti sei sentito competente e a tuo agio.

Non per convincerti di essere invincibile.

Semplicemente per spostare l’attenzione dalla paura di essere giudicato a ciò che sai fare.

Anche ascoltare musica, fare due passi o dedicarti per qualche minuto a qualcosa che ti rilassa può aiutarti ad arrivare con uno stato d’animo diverso.

L’obiettivo non è caricarti.

È entrare presente.

2. Preparati prima

Che si tratti di una conferenza, una riunione, un colloquio o un evento aziendale, una parte della sicurezza nasce da qualcosa di molto poco spettacolare:

la preparazione.

Informati prima su:

  • luogo e orario;
  • persone che incontrerai;
  • obiettivo dell’incontro;
  • eventuale materiale necessario;
  • abbigliamento adeguato al contesto;
  • percorso e tempo necessario per arrivare.

Arrivare trafelato perché non trovavi parcheggio o scoprire all’ultimo momento di avere frainteso luogo, orario o tipo di incontro non aiuta.

Gli imprevisti capitano.

Le disattenzioni evitabili sono un’altra cosa.

Una presenza autorevole comincia spesso da qualcosa di molto semplice: arrivare preparati.

3. Cura il tuo aspetto senza trasformarlo in una recita

Naturalmente vuoi essere apprezzato per ciò che sai fare, non per come sei vestito.

Ma anche l’aspetto contribuisce alla prima impressione.

Non significa seguire necessariamente le ultime tendenze o vestirsi per impressionare.

Significa presentarsi in modo curato, appropriato alla situazione e coerente con il proprio ruolo.

Sobrio non significa anonimo.
Elegante non significa ingessato.

E soprattutto:

non lasciare che quello che indossi diventi più importante della persona che lo indossa.

4. Quando entri, non avere fretta di “fare qualcosa”

Questo è forse uno degli errori più comuni quando vuoi entrare come un leader.

Entri e senti immediatamente il bisogno di:

salutare qualcuno,
tirare fuori il telefono,
cercare una persona conosciuta,
parlare,
fare qualcosa con le mani.

Invece puoi semplicemente entrare.

Fermarti un istante.

Guardarti intorno.
Capire dove sei.
Individuare le persone.
Poi muoverti.

Non serve camminare lentamente per sembrare sicuro.

Serve evitare che l’agitazione trasformi i tuoi movimenti in una corsa.

5. Non cercare di conquistare tutta la stanza

Se conosci già qualcuno, puoi naturalmente iniziare da quella persona.

Se non conosci nessuno, osserva.

Una persona da sola o un piccolo gruppo possono rendere più semplice iniziare una conversazione.

Non devi comportarti come se fossi il padrone di casa.
Non devi stringere dieci mani in trenta secondi.
E non devi dimostrare di essere perfettamente a tuo agio se non lo sei.

Un semplice:

“Buongiorno, sono Michele.”

oppure:

“Buonasera, credo che non ci siamo ancora presentati.”

può bastare.

L’autorevolezza non ha bisogno di fare rumore appena entra.

6. Cura la postura, senza metterti in posa

Il corpo comunica.

Ma non esiste una postura magica che ti trasformi automaticamente in una persona autorevole.

Non devi allargarti.
Occupare più spazio possibile.
Tenere il petto in fuori.

O assumere una fantomatica “posizione di potere” quando vuoi entrare come un leader.

Cerca piuttosto una postura naturale, aperta e stabile.

Testa non continuamente abbassata.
Spalle non contratte.
Movimenti non eccessivamente nervosi.
Braccia e mani libere di accompagnare ciò che dici.

Ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Non devi usare il corpo per recitare la parte del leader.
Devi evitare che il corpo indebolisca cosa vuoi comunicare.

7. Usa lo sguardo per entrare in relazione

Non devi fissare le persone.

E neppure obbligarti a mantenere continuamente il contatto visivo.

Quando entri, guardati intorno.
Quando saluti qualcuno, guardalo.
Quando una persona ti parla, falle sentire che la stai ascoltando.

Poi distogli tranquillamente lo sguardo quando è naturale farlo.

Il contatto visivo funziona quando accompagna la relazione, non quando diventa una tecnica.

Lo stesso vale per il sorriso.

Non serve averlo stampato sul viso.

Un sorriso spontaneo nel momento dell’incontro può comunicare apertura molto meglio di un’espressione costruita per sembrare sicuri di sé.

8. Lascia che le mani accompagnino le parole

Se vuoi entrare come un leader, non devi studiare ogni gesto.

E soprattutto non devi pensare:

“Adesso devo muovere le mani per sembrare autorevole.”

Sarebbe il modo più rapido per diventare artificiale.

Se gesticoli naturalmente, lascia che le mani accompagnino ciò che dici.
Se gesticoli poco, non devi trasformarti.

Presta attenzione soprattutto ai gesti che nascono dalla tensione:

giocherellare continuamente con la penna,
toccare il telefono,
sistemarsi ripetutamente gli abiti,
stringere e sfregare le mani senza accorgersene.

Non perché un singolo gesto riveli insicurezza.

Ma perché un insieme di movimenti agitati può rendere meno stabile la tua presenza.

9. Sposta l’attenzione da te agli altri

Quando entri in una stanza pensando:

“Come sembro?”
“Mi staranno guardando?”
“Che impressione sto facendo?”

tutta la tua attenzione rimane concentrata su di te.

Prova a cambiare domanda.

“Chi c’è qui?”
“Con chi posso parlare?”
“Che cosa posso capire di queste persone?”
“Chi sembra un po’ spaesato quanto me?”

È un cambiamento piccolo, ma importante.

Entrare come un leader non nasce soltanto dalla sicurezza che mostri.

Nasce anche dalla qualità dell’attenzione che riesci a dare agli altri.


Vuoi essere più assertivo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Entrare come un leader non significa sembrare un leader

È questa, alla fine, la distinzione più importante.

Puoi avere l’abito perfetto.

La postura studiata.
Il sorriso preparato.
Lo sguardo allenato.

E risultare comunque artificiale.

Oppure puoi entrare con calma, osservare, salutare, ascoltare e occupare il tuo spazio senza bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.

La presenza non è una posa.

È il modo in cui voce, sguardo, postura, movimenti e attenzione agli altri diventano coerenti con ciò che vuoi comunicare.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te

collaboratori più anziani
Cosa c’è di più bello di vedere la luce negli occhi di un giovane manager.

Idee.
Visioni.
Energia.

Voglia di lasciare il segno.

Poi però arriva la realtà.

Sei in una posizione di leadership… e gestisci collaboratori più anziani, più esperti e più navigati.

E lì iniziano i dubbi:

“Come li motivo?”
“Come evito attriti?”
“Mi rispetteranno?”

Gestire collaboratori più anziani: 7 errori da evitare.

Spesso questi errori nascono da stereotipi.
Vediamoli.

1. Arrivare e cambiare tutto. Subito

“Adesso sistemiamo tutto.”

Errore.

Chi lavora lì da anni ha visto:

  • tanti capi
  • tanti cambiamenti
  • tante “rivoluzioni” inutili

Prima capisci.
Poi cambi.

Studia:

  • contesto
  • dinamiche
  • storia

Altrimenti trovi solo resistenza.

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho parlato di Jonathan che si è presentato al nuovo lavoro pronto a picconare e cambiare tutto ma …

2. Ignorare le differenze d’età

Persone diverse = vite diverse.

Molti collaboratori più senior hanno:

  • famiglia
  • figli
  • responsabilità

Non vivono il lavoro come lo vivi tu.

Serve comprensione, flessibilità e un pizzico di umanità

3. Non chiedere (per paura di sembrare debole)

“Devo dimostrare che so.”

E quindi:
fai tutto da solo.

Errore enorme.

I collaboratori più esperti sono una risorsa:

  • conoscono clienti
  • conoscono problemi
  • conoscono soluzioni

Coinvolgili.

Non perdi autorevolezza.
La costruisci.

4. Pensare: “Non mi rispetteranno”

Normale pensarlo.

Succede.

Ma attenzione:
non deve guidare il tuo comportamento.

Sai perché?

Il rispetto non arriva dall’età.

Piuttosto da:

  • come lavori
  • come comunichi
  • come gestisci le persone

Fai bene il tuo lavoro… e l’età diventa irrilevante.

5. Dimostrare a tutti i costi chi comanda

“Qui comando io.”

No.

Questo crea tensione, competizione e resistenza.

Non serve imporre.
Serve guidare.

Evita anche battute tipo “nonno”, “zio”… anche se scherzose.

6. Non essere equo

“È più esperto… lascio correre.”
Errore.

Se eviti di affrontare problemi:
perdi credibilità.

Anche con gli altri.

Feedback difficile?
Sì.

Necessario?
Sempre.

A questo proposito leggi il mio post su:
Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

7. Pensare che siano “superati”

“Sono lenti.”
“Non capiscono.”
“Non si aggiornano.”

A volte è vero.
Ma spesso no.

È un pregiudizio.

Non dare per scontato che non sappiano usare tecnologia o che non vogliano imparare.

Mantieni la mente aperta.

Il punto chiave

Collaboratori più anziani? Non è una questione di età.

Ma piuttosto di:

motivazione,
competenze,
atteggiamento.

Conosci davvero le persone

Prenditi il tempo per capire:

  • cosa li motiva
  • cosa li frustra
  • come vogliono essere gestiti

Potresti scoprire che…
avete molto più in comune di quanto pensi.

Collaboratori più anziani: le differenze sono un vantaggio

Un team con età diverse ha più prospettive, più esperienza e maggiori soluzioni.

Se lo sai gestire.

Conclusione

Non devi dimostrare di essere il più bravo.

Devi dimostrare di saper guidare.

E questo passa da:

  • ascolto
  • rispetto
  • intelligenza relazionale

Non farti bloccare dall’età.
Né dalla tua… né dalla loro.

Perché un leader non si misura in anni.
Ma da come fa crescere le persone.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna

talento

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
E’ il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento contribuisce sicuramente al successo.
Ma da solo non basta.

Eppure è forte la tentazione di credere che solo quelli baciati dalla fortuna saranno premiati … solo quelli che hanno talento arriveranno ai posti più desiderabili e più ambiti.

Il talento non basta per avere successo

Oltre al talento occorre la capacità di resistere alle distrazioni e alle tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
È la capacità di resistenza, di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.
È necessario essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che … il talento da solo non basta occorre tenacia, grinta, duro lavoro quotidiano.

Come twittato da Bill Gross, via Fouad ElNaggar ecco 10 qualità che possiedono le persone di successo (cui tutti noi, e anche tu puoi attingere) che non richiedono né talento né fortuna.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema.
Parti da qui.
Inizia da queste 10 qualità.
La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo, ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.

Ecco 10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna:

1. Essere in orario

Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.
Grida all’inaffidabilità.
Non c’è scusa che esista.
La tua puntualità la dice lunga su di te.

Essere in orario è la regola n.1.
Non importa se si seguono tutte le altre regole.

2. Lavorare in modo etico

L’etica che dimostri al lavoro “dice” molte cose su chi sei … come professionista e come persona.

Si tratta del tuo atteggiamento, il tuo comportamento, la tua comunicazione e l’interazione.
“Come” fai il tuo lavoro.
Coinvolge caratteristiche come l’onestà, la trasparenza e la responsabilità.

3. Sforzarsi

Il primo tratto nella persona resiliente si esprime con la capacità di dedicarsi completamente
ad un’attività. Impegnarsi per portare a termine un compito senza lasciarsi scoraggiare o spaventare dalla fatica.

4. Linguaggio del corpo adeguato

La ricerca ha dimostrato che, quando si tratta di prime impressioni, abbiamo pochi secondi (non minuti) per lasciare un’impronta positiva.

Che cosa si può fare per avere un buon impatto?
Cominciamo con il modo giusto di usare il nostro corpo.

Essere consapevoli di come si utilizza il corpo non riguarda solo come si è percepiti, ma anche come ci si sente. Camminare con calma, con un sorriso sul tuo viso, forte contatto visivo, la postura “tirata verso l’alto” ti fa apparire rilassato, fiducioso e positivo e in grado di far fronte alle pressioni.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

5. Energia

È la capacità di essere attivi.
È la forza fisica o mentale che ti permette di fare le cose.
Energia è entusiasmo e impegno.

6. Attitudine e comportamento

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
Lavori per soldi, per pagare il mutuo o per passione?
Come intendi dare il tuo valore aggiunto?

L’attitudine è il tuo modo di vedere la vita, il tuo modo di pensare, di sentire e di comportarti.

Il tuo atteggiamento è la forma di espressione di se stessi.
Si può scegliere di essere felice, positivo e ottimista oppure si può scegliere di essere pessimista e critico.
La scelta è tutta tua.

7. Passione

“La passione è un po’ come l’amore. È difficile, probabilmente impossibile, da definire in termini precisi, ma facile da vedere e sentire quando è presente.”.

Charles Kovess

La passione è emozione, sentimento, gioia ed entusiasmo.
Eccitazione.
La passione che metti sul lavoro parla della tua determinazione e la fiducia in se stessi.
È fare qualcosa che si ama.

La passione non è un pensiero intellettuale.
Si tratta di un sentimento, un’emozione.
Anima.

8. Essere “allenabile”

Tradotto da “Being coachable”.

Essere “cocciabile”, essere “allenabile”, ovvero …

la capacità d’impegnarsi per il proprio sviluppo, avere “fame” per il feedback da parte degli altri, possedere la volontà di essere corretto e di essere aperto a tutto ciò che può migliorare se stesso.

La disposizione a lasciare agli altri la propria valutazione e rendersi conto che il cammino di sviluppo personale non può essere percorso da solo.

“Allenabilità” richiede fiducia nel coach.
La fiducia si basa su valori e obiettivi condivisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo

9. Fare l’extra

L’extra è qualcosa che è fatto in aggiunta ai requisiti del contratto.
Fare qualcosa extra è buono, non solo per gli altri ma anche (e soprattutto) per te stesso.
È quel qualcosa in più.

10. Essere preparati

Essere ben preparati è la chiave per affrontare le sfide future della vita e del lavoro.
Sapersi adattare al mondo portando un valore aggiunto tangibile all’azienda, dimostrare le conoscenze acquisite, le abilità raggiunte nel tempo dimostrando il coraggio e il senso di responsabilità.

E adesso che lo sai … che cosa fai?
Quale sarà la tua prossima mossa?

““Per fare una carriera come la mia il talento non basta.
Quando ho debuttato con la Nazionale pensavo fosse sufficiente, poi ho capito che per arrivare dove sono ora dovevo metterci del mio.
In campo serve tanta rabbia, la fortuna ogni tanto aiuta ma la rabbia è un ingrediente fondamentale
“.

Gianluigi Buffon

Investi su te stesso. Passa all’azione. “Fai” coaching.

fare coaching

Le risposte ci sono già.

Sono tante.
Sono dappertutto.
Basta cercare.

Libri, articoli, corsi, video, podcast.

Probabilmente molte delle cose che potrebbero esserti utili le hai già lette o sentite più di una volta.

Eppure qualcosa continua a non cambiare.

Le risposte che cerchi sono dappertutto

Viviamo in un’epoca in cui trovare informazioni è facilissimo.

Vuoi sapere come comunicare meglio?
Come gestire un collaboratore difficile?
Come essere più assertivo?
Come affrontare una decisione professionale?

Troverai rapidamente decine di risposte.

Alcune saranno anche ottime.

Il problema è che una risposta corretta in generale non è necessariamente la risposta giusta per te, in quella situazione e in quel momento.

Puoi sapere perfettamente che dovresti essere più assertivo e continuare a non riuscire a dire di no al tuo responsabile.

Puoi conoscere tutte le regole del buon feedback e rimandare comunque quella conversazione difficile con un collaboratore.

Puoi aver letto molto sulla leadership e continuare a chiederti perché il tuo team non reagisca come vorresti.

Non sempre manca l’informazione.
A volte manca qualcos’altro.

Sapere che cosa sarebbe utile fare e riuscire realmente a farlo sono due cose diverse.

Il mio obiettivo di coach non è darti risposte

Non è offrirti scorciatoie.
Formule magiche.
Slogan motivazionali.

E neppure dirti continuamente:

“Fai questo.”
“Non fare quello.”

Se hai un problema di motivazione, difficilmente una pacca sulla spalla accompagnata da:

“Dai, forza, motivati!”

cambierà molto.

E se stai vivendo una situazione professionale complessa, probabilmente non hai bisogno dell’ennesima persona che ti spieghi dall’esterno che cosa dovresti fare.

Il coaching parte da un’altra prospettiva.

Significa fermarsi sulla tua situazione concreta.

Capire che cosa sta succedendo.

Mettere a fuoco ciò che forse stai confondendo.

Riconoscere comportamenti, automatismi o convinzioni che continuano a riportarti nello stesso punto.

E da lì capire che cosa puoi fare diversamente.

Una domanda può essere più utile di una risposta

A volte arriviamo al coaching cercando una soluzione:

“Come faccio a farmi rispettare?”

“Come posso motivare il mio team?”

“Devo cambiare lavoro oppure restare?”

“Come posso diventare più sicuro?”

Naturalmente sono domande legittime.

Ma spesso il lavoro interessante comincia quando smettiamo per un momento di cercare una risposta immediata e iniziamo a guardare meglio il problema.

“Che cosa succede esattamente quando senti di non essere rispettato?”

“Che cosa stai facendo oggi per motivare il tuo team?”

“Che cosa ti spinge ad andartene e che cosa invece ti trattiene?”

“In quali situazioni perdi sicurezza?”

La differenza può sembrare sottile.

Non lo è.

Una buona domanda non ti consegna una soluzione.
Ti aiuta a vedere qualcosa che prima non vedevi.

È anche ciò che ho raccontato in “Che cosa si fa davvero in una sessione di coaching? Un esempio reale“.

La consapevolezza da sola, però, non basta

Capire è importante.

Ma il coaching non dovrebbe fermarsi lì.

Se scopri che durante le riunioni intervieni poco perché aspetti di avere qualcosa di perfetto da dire, prima o poi dovrai provare a intervenire diversamente.

Se capisci che eviti continuamente un confronto con un collaboratore, arriverà il momento di affrontarlo.

Se riconosci che il tuo modo di comunicare crea più distanza di quanto pensassi, dovrai sperimentare un modo diverso.

La consapevolezza diventa utile quando comincia a modificare ciò che fai.

Non necessariamente attraverso grandi cambiamenti.

Spesso si parte da qualcosa di molto concreto.

Una conversazione.
Una decisione.
Un comportamento da osservare.
Un modo diverso di rispondere.

E poi si guarda che cosa succede.

Fare coaching vuol dire anche passare all’azione

Non perché qualcuno ti spinge.

Non perché il coach sa meglio di te che cosa dovresti fare.

E neppure perché ogni difficoltà professionale richieda necessariamente un percorso di coaching.

Ma se c’è qualcosa nel tuo modo di lavorare, decidere o relazionarti con gli altri che continua a creare lo stesso problema, può essere utile smettere di cercare soltanto nuove risposte e iniziare a lavorare sulla tua situazione.

Investire su te stesso significa anche questo.

Fermarti.
Guardare meglio.
Capire.

E poi fare qualcosa con ciò che hai capito.

Il coaching non dovrebbe dirti che cosa fare della tua vita professionale.
Dovrebbe aiutarti a leggerla con maggiore lucidità e a decidere che cosa farne.

Se senti che è arrivato il momento di lavorare concretamente su una situazione professionale che continua a bloccarti, contattami: possiamo partire da lì.

14 segnali che mostrano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale

mentalmente debole

Foto di skeeze da Pixabay

Alcune persone sono semplicemente mentalmente più forti di altre.

Alcune raggiungono i loro obiettivi.
Sono volitive.
Determinate.

La persona mentalmente debole si lamenta costantemente e trova sempre scuse per non alzare un dito e dire: questa cosa non mi sta bene, ora la cambio.

Preferisce piangersi addosso

Sentirsi vittima.

La forza mentale è essenziale per affrontare:

  • una situazione difficile
  • un momento complesso
  • capo o un collega ostico
  • lavoro che non ci piace
  • una relazione che ci ruba energia

Rompere gli schemi, cambiare direzione, raggiungere obiettivi non è facile.

Ci vogliono:
tempo,
fatica,
costanza.

Qualunque sia la sfida,
devi tirare fuori grinta, carattere e determinazione.

Anche al tuo livello — grande o piccolo che sia, poco importa.

Ecco 14 segnali che indicano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale.

1. Una critica ti rovina la giornata

Ti offendi per una battuta?
Fai fatica a sorridere dei tuoi difetti?

Se sei mentalmente debole ti avveleni la giornata per un nonnulla.

Ti prendi sempre troppo sul serio e vivi il dissenso come un attacco personale.

Così, pur cercando l’approvazione degli altri, eviti il confronto e i rapporti diventano rigidi, formali, freddi.

2. Hai frequenti crolli emotivi

Ci sono giorni in cui basta poco per sprofondare.

Non riesci ad affrontare nulla e impieghi molto tempo a riprenderti — tempo durante il quale i problemi crescono.

Quando sei vittima di continui sbalzi emotivi è difficile restare lucidi e centrati.

Nel mio libro Autorevolezza spiego perché imparare a gestire le emozioni è una competenza chiave.

3. Non sai dire NO

Dire NO è difficile.
Dire SÌ senza convinzione è molto peggio.

Chi è mentalmente debole evita il conflitto per paura,
finisce per peggiorarlo.

Se non metti limiti:

  • perdi credibilità
  • perdi fiducia
  • paghi in autorevolezza

Se sei un leader, questo è ancora più evidente.

A lungo andare, non saper dire NO diventa frustrante e mina autostima e motivazione.

4. Hai familiarità con la mediocrità

Ti accontenti.
Non lotti abbastanza.
Ti sei abituato.

Hai fatto “amicizia” con la mediocrità.
La coccoli.
La giustifichi.

Vai a letto tranquillo.
Comodo.

Ma allora non lamentarti.
Perché molte scelte — in fondo — sono tue.

5. Sei drammatico e pessimista

Vedi segnali ovunque che ti invitano a fermarti.

Ti racconti che la vita è stata particolarmente crudele con te.

È facile essere pessimisti.
Comodo.

È la scusa perfetta per non iniziare nulla e per non sbagliare mai.

6. Ti lamenti spesso

Un imprevisto non è la fine del mondo.

Le persone mentalmente forti accettano che la vita alterni alti e bassi,

Si assumono responsabilità e cercano soluzioni.

Raramente le sentirai piagnucolare.

7. Hai paura del cambiamento

La routine ti rassicura?
Eviti di uscire dalla zona di comfort?

Il cambiamento è inevitabile.
Ciò che conta è come lo affronti.

Le persone mentalmente forti sono flessibili, aperte e accolgono il cambiamento.

8. Procrastini spesso

Indugio e pigrizia sono segnali chiari di debolezza mentale.

Tutti abbiamo momenti di stanchezza.

Ma quando diventano abitudine, bisogna intervenire.

9. Dai la colpa agli altri

Accusare gli altri protegge l’ego ma indebolisce la forza mentale.

Solo tu puoi portare il successo nella tua vita.
Accettare la responsabilità è un atto di forza.

10. Non fai ciò che dici

“Nessuno promette tanto quanto chi non manterrà.”

Francisco de Quevedo

Le parole contano.
Ma contano ancora di più le azioni.

La coerenza costruisce forza mentale.
L’incoerenza la distrugge.

11. Hai paura del confronto

Allenarti senza mai metterti alla prova non ti renderà mai forte.

Prima o poi … devi scendere in campo.

Il momento “giusto” non arriva.
Si crea.

12. Non accetti la realtà

Negare la realtà blocca il cambiamento.

Accettarla — anche quando è dolorosa —
è il primo passo per trasformarla.

13. Sei terrorizzato dal fallimento

Il fallimento insegna.
Corregge.
Rafforza.

Le persone di successo non evitano le cadute.
Imparano a rialzarsi.

14. Getti la spugna facilmente

Ecco uno dei tratti più evidenti della mancanza di forza mentale.

Il successo non è rapido.
Non è facile.
Ancor meno immediato.

Richiede tempo.
E perseveranza.

Allenati con piccole vittorie.
Completa ciò che inizi.
Anche quando sei stanco.

Se dentro di te hai deciso che non mollerai,
non lo farai.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza parlano più delle parole.

Il percorso
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
e fatto proprio per trasmettere leadership autentica.

In definitiva …

La forza mentale non è un talento riservato a pochi.

È una scelta quotidiana.

Ogni giorno puoi allenarla oppure indebolirla.

La differenza non la fa ciò che ti accade,
ma come scegli di reagire.

8 cose da ricordare quando nessuno ti dà il suo supporto

nessuno ti aiuta

Ehi non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a me!

Ok? Se hai un sogno tu, lo devi proteggere.

Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non lo sai fare.

Se hai un sogno inseguilo.
Punto!

Chris Gardner (Will Smith)
Dal film “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino

Confidare a qualcuno
tua moglie o tuo marito,
un amico caro,
un collega,
tua sorella.

che desideri avviare un e-business,
accettare una nuova proposta lavorativa,
fare il personal coach,
proporti per uno scatto di responsabilità,

lasciare un lavoro “sicuro” per lanciare la start up che sogni da anni…

oppure semplicemente …

esprimere te stesso,
fare arte,
costruire una famiglia,
trasferirti in un’altra città
dall’altra parte del mondo…

può innescare qualcosa di inatteso.

Sguardi vuoti.
Reazioni neutre.
Parole di circostanza.

O peggio:
repliche negative accompagnate da quello sguardo sfiduciato di chi è già convinto che non ce la farai.

Che non riuscirai …

Ti aspettavi più sostegno.
Più incoraggiamento.

E invece ti senti non ascoltato,
incompreso,
criticato.

Persino deriso.

Ti aspettavi di più. Dì la verità.

Anch’io.

E invece… poco o nulla.

Nessuno ti aiuta.
Reazioni fredde.
Supporto minimo.
Frasi fatte.

Il rumore del silenzio intorno è difficile da digerire.

Per quanto vorremmo che amici e parenti sostenessero sogni, speranze e obiettivi, a volte è meglio… tacere.

Stare zitti.
Tenersi tutto dentro.

Quando guardi intorno a te in cerca di una stampella e non trovi nessuno, è dura.

Durissima.
Demoralizzante.

Se non ti è mai capitato, non puoi capirlo davvero.

Senza sostegno, il dubbio prende il comando

Quando nessuno ti aiuta,
le paure che già abitano la tua mente
diventano dominanti.

Insormontabili.

Potrei dirti:

  • “Non ti preoccupare, chi se ne frega di cosa pensano gli altri”.

Ma non basta.

Se non sei nello stato mentale giusto,
queste frasi – anche dette in buona fede –
scivolano via.

In teoria è semplice.
In pratica, no.

Ecco 8 cose da ricordare quando nessuno ti aiuta.

Le reazioni (o le non-reazioni) degli altri rischiano di spegnere il tuo entusiasmo.

Prima ancora di iniziare!

1. La tua passione viene prima

Il punto non è se gli altri ti sostengono o no.
Il punto è non ritrovarti un giorno a pensare:

  • “Se solo avessi avuto il coraggio di provarci…”

Il punto non è rendere felici gli altri.
È non tradire te stesso.

Segui ciò che senti.
Non vivere all’altezza delle aspettative altrui.

Concentrati su chi devi essere e cosa devi fare.

Riguarda te.
Solo te.

2. La vita è una sola

È scoraggiante non sentirsi incoraggiati.
Ma la vita è breve.

Vuoi davvero rinunciare a ciò che senti giusto per colpa delle paure degli altri?

Anche da solo puoi fare la differenza.

3. Chi non ti sostiene è spesso più insicuro di te

A volte è cattiveria.
A volte è ignoranza.
Molto spesso è paura.

Le persone riversano su di te le loro insicurezze.

La loro paura dell’ignoto.

“Quando le persone non sanno fare qualcosa,
ti diranno che non puoi farla nemmeno tu.”

Il problema non è tuo.

È loro.

4. Ognuno ha un “buon” motivo per non aiutarti

C’è chi vuole proteggerti.
Chi teme il cambiamento.
C’è chi ha paura per-i-soldi.

Chi non vuole vederti emergere.
Chi spera tu fallisca per dire “te l’avevo detto”.

Capire questo aiuta a non prenderla sul personale.

5. Non puoi piacere a tutti

È impossibile.
E va bene così.

Lavora su di te. Resta focalizzato.

Non distrarti.

6. Si può riuscire anche senza sostegno

Molte persone di successo hanno scelto la strada più incerta.

Non lasciare che il pessimismo altrui diventi la tua verità.

Credi in te.
E lavora sodo.

7. Ascolta anche gli scettici (con intelligenza)

La paura non è il nemico.
È un segnale.

Usala per riflettere, non per bloccarti.

Il coraggio non è assenza di paura,
è agire nonostante la paura.

8. Non fare le cose solo per dimostrare qualcosa

Dimostrare che avevi ragione
può dare soddisfazione.

Ma vivere per smentire qualcuno è una trappola.

Fai le cose perché le vuoi.
Non per rivalsa.

In finale

Quando senti una chiamata interiore,
proteggila.

Non tutti capiranno.
Non tutti ti sosterranno.

Ma le tue aspirazioni appartengono a te.

E solo a te.

Detto questo,
ti consiglio la lettura del mio post,
che mette in guardia dai facili entusiasmi.

Di come la realtà è molto più complessa.
Come se bastasse solo volerlo …