Comunicazione autorevole: un percorso di coaching (caso di studio reale)

Sono convinto che uno dei modi migliori per spiegare cosa succede davvero durante un percorso di coaching sia partire da un caso concreto.
Ti racconto quello di Antony.
Quando mi ha contattato, guidava un team di 11 persone. Aveva esperienza, competenze e un ruolo riconosciuto.
Eppure sentiva che qualcosa non funzionava.
La sua comunicazione con i collaboratori risultava spesso dispersiva, poco incisiva. Le sue indicazioni non avevano la forza che avrebbe voluto trasmettere.
La cosa interessante era proprio questa: Antony era il leader, ma non sempre comunicava come tale.
Il problema non era cosa diceva
Durante le prime sessioni abbiamo osservato con attenzione il suo modo di comunicare.
Quando Antony terminava una frase, tendeva spesso ad alzare il tono della voce, quasi stesse facendo una domanda.
Una direttiva poteva quindi suonare più o meno così:
“Prepariamo il documento per domani?”
Formalmente era un’indicazione. Il tono, però, sembrava chiedere conferma.
A questo si aggiungevano numerosi intercalari:
“Vero?”
“Giusto?”
“Ok?”
Piccole parole, apparentemente innocue, che ripetute continuamente finivano per indebolire il messaggio.
Antony cercava inconsapevolmente conferma proprio mentre avrebbe dovuto trasmettere chiarezza.
L’autorevolezza può perdersi nei dettagli
Questo è un punto importante.
Quando pensiamo alla comunicazione autorevole, immaginiamo spesso grandi capacità oratorie, carisma, sicurezza, frasi particolarmente incisive.
Ma nella quotidianità di un team l’autorevolezza passa anche attraverso dettagli molto più semplici.
Il tono con cui concludi una frase.
Una pausa.
Lo sguardo.
La quantità di parole che utilizzi.
Il bisogno continuo di verificare se l’altro è d’accordo con te.
Non sempre devi imparare a dire qualcosa di nuovo. A volte devi accorgerti di come stai dicendo quello che dici già.
Il primo percorso: lavorare sulla comunicazione
Nel primo percorso di coaching abbiamo lavorato soprattutto su questi aspetti.
Un lavoro pratico e concreto.
Prima di comunicare una direttiva importante, Antony doveva fermarsi e preparare il messaggio:
- Cosa voleva ottenere?
- Qual era il punto essenziale?
- Come poteva esprimerlo senza aggiungere spiegazioni inutili?
Durante le sessioni abbiamo lavorato sul tono della voce, sugli intercalari e sulla capacità di arrivare al punto senza cercare continuamente conferme.
Tra una sessione e l’altra utilizzava alcuni esercizi di autocoaching per osservare e correggere progressivamente queste abitudini.
Non cercavo di trasformare Antony in un’altra persona.
Volevo rendere più coerente il suo modo di comunicare con il ruolo che già ricopriva.
Poi abbiamo lavorato sulla sua “presenza” di leader
Dopo una pausa e i primi risultati positivi, abbiamo ripreso il lavoro con un secondo percorso più breve.
Questa volta il focus si è spostato sulla sua presenza.
Abbiamo osservato postura, atteggiamenti e sguardo durante l’interazione con i collaboratori.
Anche qui è emerso un dettaglio interessante: Antony tendeva spesso a guardare verso il basso mentre parlava.
Preso singolarmente può sembrare insignificante.
Ma comunicazione verbale e non verbale arrivano insieme.
Puoi utilizzare parole chiare e precise, ma se il corpo comunica esitazione il messaggio perde parte della sua forza.
Abbiamo quindi lavorato per rendere più coerenti parole, voce, postura e sguardo.
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Antony non aveva bisogno di “diventare più duro”
Questo forse è l’aspetto più importante del percorso.
Antony non aveva bisogno di trasformarsi nel capo autoritario, parlare più forte o assumere atteggiamenti artificialmente dominanti.
Aveva bisogno di togliere dalla sua comunicazione alcuni segnali che non rappresentavano ciò che realmente voleva trasmettere.
Progressivamente ha acquisito maggiore consapevolezza del proprio modo di comunicare e più sicurezza nella gestione del team.
Oggi mi contatta quando sente il bisogno di confrontarsi su una situazione specifica. Il lavoro è molto più rapido perché conosce meglio i propri meccanismi e riesce ad arrivare velocemente al punto.
La comunicazione autorevole non nasce da una posa
Il caso di Antony mi ricorda una cosa che vedo spesso nel coaching.
Quando una persona sente di non essere abbastanza autorevole, pensa immediatamente di dover aggiungere qualcosa.
Più sicurezza.
Più carisma.
Più fermezza.
Più tecniche.
Non sempre è così.
A volte il lavoro più importante consiste nel togliere.
Togliere una parola inutile.
Una spiegazione di troppo.
Una richiesta continua di conferma.
Uno sguardo che sfugge.
Perché la comunicazione autorevole non consiste nel sembrare qualcuno che non sei.
Consiste nel fare in modo che ciò che dici, come lo dici e il ruolo che occupi raccontino la stessa persona.
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Formatore e Coach.

