20 maschere che indossiamo per nascondere la nostra insicurezza di leader (parte 1)

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“Non dal volto si conosce l’uomo ma dalla maschera.”
Karen Blixen

Perché, spesso, non riusciamo a comunicare senza rimproverare o sbraitare?
Oppure siamo poco disponibili al dialogo e non ci interessa il benessere di chi lavora al nostro fianco?
Perchè  pur di trasmettere l’immagine di capo/a determinato e sicuro, non elogiamo o non siamo mai amichevoli con i nostri collaboratori?

La nostra insicurezza o inesperienza è spesso coperta dalla maschera del perfezionismo e della spavalderia, da atteggiamenti di superiorità e di arroganza (nei casi peggiori con scoppi di aggressività).

Indossiamo una maschera per autodifesa e per necessità, non c’è modo migliore per difenderci che nasconderci dietro false competenze, finti atteggiamenti e comportamenti ingannatori.

La maschera ci permette di sentirci al sicuro, di nasconderci dietro di essa, ci tutela e nega a chiunque, se non mostriamo noi stessi, nessuno potrà ferirci, nessuno potrà trovare e approfittare delle nostre debolezze.

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Indossiamo una maschera per manipolare e controllare gli altri ma anche per piacere e fare colpo sui nostri colleghi o i nostri collaboratori, per diventare più interessanti e competenti ai loro occhi.

Di seguito, questo interessante articolo di Business Coaching efficace che tratta l’insicurezza mascherata di manager e imprenditori.

In un periodo in cui imprenditori, dirigenti e organizzazioni devono dare il massimo per affrontare la crisi o per contenerla non è più tempo di alibi manageriali.

L’etica della gestione efficace vuole che si correggano miti e si svelino alcuni trucchi del mestiere.L’intento è di portare alla luce con grande rispetto debolezze, carenze, inadeguatezze e intervenire per superarle.

Di seguito venti esempi di atteggiamenti diffusi che possono essere letti con una doppia chiave di interpretazione, per aiutare a individuare aree dove il personal coaching può essere utile a ritrovare questo ruolo fondamentale per il successo (non solo nel business).

1. Il capo duro

Il linguaggio aggressivo e da caserma nasconde a volte una profonda insicurezza personale che viene mascherata con atteggiamenti machisti. Sovente si accompagna a comportamenti di forza con i sottoposti e di remissione con i superiori. Può a volte apprezzare chi, se oltraggiato ingiustamente, gli risponda a tono.

2. Il capo sempre iper-attivo

L’iperattivismo può nascondere un’incapacità cronica di pianificare il proprio lavoro e quindi quello altrui. L’ultima cosa chiesta dal suo capo è sempre la più urgente. Non ha chiara la differenza fra priorità e urgenza.

3. Il capo di poche parole

Non ha mai tempo per spiegare ai collaboratori le finalità di un incarico. Non inquadra i problemi nel contesto generale. Preferisce dei semplici esecutori. Non è disponibile al dialogo e non si interessa al benessere di chi dovrebbe collaborare con lui. Teme il confronto personale.

4. Il capo che va sempre in profondità nelle cose

È ossessionato dai dati. Richiede sempre ulteriori approfondimenti. Arriva all’analisi=paralisi.

Ispessire con numeri è il suo motto. Può nascondere una grande insicurezza nelle decisioni. Non ha intuizione ed è poco creativo. Non sa che la maggior parte delle decisioni per un manager, alla fine, dopo una opportuna analisi, sono prese di pancia. Se no che manager è?

5. Il capo che aiuta con le critiche

A meno che esse non siano rivolte alla persona piuttosto che alla proposta operativa. Umilia il collaboratore facendo leva su presunte debolezze personali.

Demotiva. Si circonda di deboli yes –men che per il quieto vivere accettano di tutto. Non sa guidare un gruppo. Non sa dire “Complimenti. Lavoro ben fatto!”. Non elogia i collaboratori.
 


 

6. il capo che semplifica

Per lui tutto è semplice, veloce, da fare subito. Ma lo fa fare agli altri dando pochissime informazioni. Svaluta i collaboratori dicendo che è un lavoro che si può fare in mezz’ora. Soprattutto quando c’è da correggere o rifare in parte un progetto dice che basta fare un po’ di “copia e incolla”…

Chiede ogni 10 minuti se il progetto è pronto. È sovente un insicuro. Raramente dà valore aggiunto ai lavori di cui è responsabile.

7. Il capo che sa farsi rispettare

Trova sempre qualcosa che non va nel lavoro degli altri. Può arrivare a umiliare in pubblico il collaboratore e non lo difende, anche se ha sbagliato, di fronte ai suoi di superiori prendendosi la responsabilità dell’errore (farà poi un incontro di chiarimento a porte chiuse con il collaboratore).

Ha probabilmente un problema di autostima che tende a nascondere con la villania, l’arroganza e la mancanza di rispetto per gli altri.

8. Il capo che sa spremere il meglio dai suoi collaboratori

Soprattutto quando chiede di fare un lavoro quando il collaboratore sta uscendo. E forse, il collaboratore proprio quella sera deve andare al cinema con la moglie. Non è rispettoso delle esigenze personali dei collaboratori. Essi sono al suo servizio 24 ore al giorno.

Sovente telefona nei week–end per sapere un dato che può benissimo avere lunedì mattina. È invasivo della privacy. Ha problemi di comunicazione e di relazione, forse non solo al lavoro.

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