20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

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Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

 


 

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri
Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

(È l’incipit del mio libro Autorevolezza).

Ci sono giorni in cui… proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti —
quando sei più vulnerabile —
arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che “risponde per le rime”.

E proprio come la più classica Legge di Murphy

Ti colpisce nel momento meno indicato.
Con il rischio di apparire insicuro.
Imbranato.
Inadeguato.

E allora?

Non c’è tempo per recriminare.

Devi ripartire. Subito.
Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo pretende.

Come sembrare subito più sicuri?

Servono due cose:

Autocontrollo.
Strategia.

Ecco 5 accorgimenti concreti:

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti bastano.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono.
Chiedi di non essere disturbato.

a) Respira (sul serio)

Respirazione lenta.
Profonda.
Diaframmatica.

Dal basso ventre.
Non dalle spalle.

Così regoli il ritmo.
Ossigeni meglio il sangue.
Riequilibri il sistema nervoso.

Respira.
E sorridi.
Anche masticare un chewing gum può aiutare.

Quando mastichiamo, il cervello “pensa” che non ci sia pericolo.
(Altrimenti non staremo mangiando).

E abbassa il livello di allerta.

b) Non devi essere al 100%

Accetta quello che è.

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Pochi minuti per accogliere i tuoi limiti.
Non per combatterli.

c) Ricorda un tuo successo

Un momento preciso.

Un apprezzamento ricevuto.
Il cliente conquistato.
Quel progetto portato a termine.
Un risultato difficile.

Richiama quella sensazione.

Tienila qualche istante dentro di te.
È carburante.

d) Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

In quei momenti la mente fa un disastro.

  • “Staranno pensando che…”
  • “Avranno capito che…”

Stop.

Quella voce ti drena l’ultima energia rimasta.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Postura, postura, postura

La postura cambia lo stato mentale.

“Stirati verso l’alto”.
Come se qualcuno tirasse un filo dalla sommità della testa.

Spalle indietro.
Scapole verso il basso.
Braccia rilassate.

Schiena dritta.
Mento leggermente sollevato.
Passo deciso.

Anche una ferma stretta di mano può fare miracoli.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza.

Scopri il percorso di coaching mirato “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Sembrare subito più sicuri: rallenta

Quando siamo ansiosi,
acceleriamo.

Parliamo più in fretta.
Camminiamo più in fretta.
Respiriamo più in fretta.

Fai l’opposto!

Rallenta deliberatamente.

Passi cadenzati.
Movimenti ordinati.
Voce leggermente più lenta.

Può sembrarti “troppo”.
Non lo è.

Trasmette controllo.

Alza il mento.
Guarda avanti.
Non camminare con lo sguardo verso il basso.

4. Contatto visivo

Chi mantiene il contatto visivo viene percepito come più sicuro.

Se ti mette in difficoltà, guarda tra le sopracciglia dell’altro.

Nessuno noterà la differenza.
Ma tu ti sentirai più stabile.

Leggi il mio post per approfondire.

5. Sorridi

Sì.

Sorridi.

Anche quando non ne hai voglia.
Soprattutto quando non ne hai voglia.

Il sorriso modifica la biochimica.
Cambia l’atteggiamento.
Alza la fiducia.

Un cliente mi ha detto:
“Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

È proprio lì che serve.

Non soffocare le emozioni.
Ma non lasciare che ti governino.

All’inizio sembra forzato.
Poi diventa naturale.

In finale

La sicurezza non è assenza di fragilità.
È la capacità di restare in piedi anche quando dentro tremi un po’.

La leadership non si misura nei giorni perfetti.
Si misura in quelli stonati.

E lì, davvero, si vede chi sei.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda in fondo non la prenda seriamente.

Sabrina è convinta di essere completamente non qualificata per il suo nuovo ruolo di team leader.

Davide ha preso coraggio, ha portato la sua iniziativa ed è stata accettata. Bene? No male. Malissimo … da quel fatidico OK la domanda è una “… e se non funziona?”

Domenico è costantemente in ansia perché è sicuro che, prima o poi, tutti si accorgeranno della sua incapacità di gestire il team.

Come ho scritto (nel capitolo 2) nel mio libro “Prima volta Leader” il buio amplifica.

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso …
soprattutto quando ci sentiamo inadeguati,
bloccati dalla paura di sbagliare o di non essere all’altezza.

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Anche quando riusciamo a fare bene qualcosa,
ci accorgiamo che in fondo non era così terribile (come avevamo pensato) e sentiamo un po’ più di sicurezza e di soddisfazione personale …
il giorno dopo di tutto torna come prima e ricompaiono scenari d’inadeguatezza e di fallimenti.

Torna la paura da leadership.

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

Soprattutto la notte.

Perché anche quelli che sembrano (e sono) meno preparati di me lavorano con più serenità?
Perché gli altri sono più sicuri di me?
Tutti sembrano godere del successo tranne me?
da dove viene questa paura da leadership?

Durante le sessioni di personal coaching,
emerge tutto quello che è tenuto accuratamente (e faticosamente) nascosto sotto facciate di competenza, fiducia e carisma.

Ecco le 5 domande (con tutte le complesse declinazioni e ansiosi mix) che sono alla base della paura da leadership di molti manager, team leader, responsabili, di chiunque gestisca o abbia responsabilità.

1. … e se non riesco?

Fare molta fatica ad accettare il fatto di non riuscire.
Considerare ogni errore “grave” e le sue conseguenze “catastrofiche”.

 


 

Sbagliare e considerarsi una persona sbagliata,
un leader inadeguato, un manager incapace.

La tendenza è di associare lo sbaglio alla persona e il fatto di aver sbagliato viene vissuto come un fallimento personale.

La paura di sbagliare è strettamente collegata con la paura del giudizio degli altri.

2. … e se fallisco?

Fantastico … e se non funziona?

Avere paura di non farcela,
di non essere all’altezza, come capo, come responsabile, di non saper gestire le crescenti richieste …
trovarsi di fronte a compiti troppo grandi, di non avere le capacità,
di non saper decidere e fallire miseramente.

Aver bisogno di avere tutto sotto controllo,
gestire in prima persona, non delegare.

Creare situazioni impegnative e scomode,
improbabili da gestire a riprova delle nostre incapacità.

Creare parametri di valutazione troppo ambiziosi ed eccessivamente perfezionisti.

Quando si teme l’insuccesso e si cerca (disperatamente) di evitarlo in tutti i modi …
è facile capire come andrà a finire.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

3. Ne ho (davvero) le competenze?

Ma dove mi sono cacciato?

Dopo i salti di gioia … ecco la doccia fredda:
sentirsi completamente sotto qualificati per il nuovo lavoro o ruolo!

Responsabilità scoraggianti, disagio nel ruolo.
Non avere idee.
Non sapere nemmeno cosa si deve fare.

Avere una sola certezza (sabotante) …
… da qualche parte (nel processo di assunzione o di organizzazione) qualcuno ha fatto un errore assumendo la persona sbagliata.

4. … e se non piaccio?

Essere condizionati (o ossessionati?) da cosa pensano i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Voler sentirsi dire continuamente di essere un capo competente e indispensabile.

Cambiare atteggiamento a secondo della persona di fronte per guadagnare (accaparrare o forse è meglio dire elemosinare?) il suo apprezzamento e il suo gradimento.

Rifiutare offerte di promozione poiché le nuove responsabilità potrebbero determinare la critica dei colleghi.

Voler essere leader ma con la certezza di piacere,
essere accettato e … senza critiche!

5. … e se mi scoprono?

Eccoti qua, mascherina … ti abbiamo beccato, non sei quello che vuoi apparire!

Paura di essere un bluff.
Un falso.
Un imbroglio.
Aver paura di essere smascherato e di essere visto per quello-che-si-è-veramente.

Coprire le paure,
essere costretti a spendere un sacco di energie per convincere tutti quelli che ci circondano.

Un logorio continuo di ansia e pressione.

Paura da leadership. Cosa fare?

I leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia.
L’ascoltano.
L’accettano.

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia alla ribalta, i giovani d’oggi sono tanto criticati e bistrattati … ma anche spesso fraintesi.

“Faccio” personal coaching (anche) con i giovani … è vero sono egocentrici, irriverenti, insolenti, sfacciati, comunicano tantissimo, troppo e male. Ma sono anche creativi, intelligenti, smart, tolleranti, entusiasti, “attaccati” ai valori della famiglia, della comunità e dell’ambiente.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano. Ecco 11 spunti che dovresti prendere in considerazione, quando un collaboratore giovane o giovanissimo si “affaccia” nella tua azienda o nel tuo team:

1. Lasciare libera espressione

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Nel Mercato di oggi si parla tanto di differenziazione, personalizzazione, distinzione …
Bene. Eccoci accontentati.

Quella attuale, è una generazione che celebra (almeno negli intenti) l’auto-espressione e la diversità.
I giovani di oggi vogliono distinguersi.

Vogliono che la loro individualità s’intraveda, anche quando gli è richiesto un apporto costante di servizio e di performance.

Andiamo aldilà delle loro creste, felpe e tatuaggi, scaviamo un pò più in profondità e cerchiamo il valore aggiunto che i collaboratori più giovani ci possono dare.

2. Via libera al multitasking

Ricordiamoci che i nostri giovani possono praticare il multitasking meglio di qualsiasi altra generazione prima di loro.

Infatti, per me (che sono multitasking-zero) rimarrà un mistero come possano giocare, scrivere un messaggio, risponderti e divertirsi … allo stesso tempo!

3. Lasciare usare i cellulari sul posto di lavoro

Sono nati con un dispositivo mobile in mano.
Prendiamone atto (nel limite del buon senso).

Se non causa un problema di sicurezza, lasciamoli usare i loro telefoni (almeno durante le pause di lavoro) … saranno sicuramente più produttivi, se non limitiamo la loro forma naturale di comunicazione.
 


 

Inoltre, anziché ostacolare e boicottare l’uso dei cellulari, forse è più interessante appassionare i collaboratori più giovani facendoli diventare social-ambasciatori della tua attività o coinvolgendo i tuoi clienti (utilizzando Twitter, Instagram, Facebook, ecc.).

Nessuno sa utilizzare i social meglio di loro.

4. Dare feedback costruttivi

I giovani d’oggi, più di qualsiasi altra generazione precedente, hanno bisogno di feedback inerenti alle loro prestazioni.

Hanno bisogno di sapere che stanno-facendo-bene.

Se li vedi fare bene qualcosa, fermati, spiegali cosa hai osservato e perché è importante.

Troppo spesso, tutto quello che ricevono, sono rimproveri generici, critiche non costruttive e richiami per compiti mal eseguiti.

5. Definire le reciproche aspettative

Per molti giovani e giovanissimi il lavoro è solo “qualcosa da fare nel fine settimana” per guadagnare i soldi per divertirsi o comprare felpe o elettronica.

Se speri di far brillare i loro occhi parlando di promozioni, percorsi di carriera, salita di scale aziendali … forse stai sprecando tempo.

Forse dicendo “Capisco che questo non è il lavoro della tua vita, ecco quello che mi aspetto da te … ” vedrai che saranno più propensi a rispondere e interagire.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

6. Evitare slogan o prediche

Meglio evitare tutte quelle esortazioni al lavoro, il classico consiglio “dello – zio” o slogan motivazionali presi in prestito dalla Rete. Gli slogan non sono inutili ma in questo contesto possono essere quasi controproducenti.

Anche le prediche, non sono solo controindicate perché contribuiscono a colpevolizzare una persona ma sono anche perfettamente inutili. Non giudicare e non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.

Evitare l’atteggiamento del “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”, “Voi giovani di oggi …”.

Che palle!

7. Non mortificare

Lo stile mortificatore è quello in assoluto meno indicato per scuotere e motivare un giovane. Può avere (forse) un effetto nell’immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

Non sorprenderti se poi di colpo … sparisce, e non lo vedi più.

8. Coltivare un clima positivo

Per i giovani, il posto di lavoro deve essere anche divertente e positivo.

Vogliono fare amicizia con gli altri colleghi, andare a pranzo insieme, ridere e scherzare durante le ore di lavoro ed essere coinvolti negli eventi aziendali.

I giovani dipendenti, anche se lavorano tanto, generalmente non sono maniaci del lavoro. Riempiono la loro vita con molte altre attività, sport, gruppi sociali, le classi, gli amici. Casa, la famiglia e gli amici sono spesso le prime priorità.

È facile immaginare che possono essere facilmente annoiati da compiti banali e di routine. Un ambiente di lavoro monotono, grave e pesante non tratterrà i giovani collaboratori per molto tempo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Il rispetto deve essere “guadagnato”

È un falso mito che i giovani d’oggi non rispettano l’autorità.

Non rispettano l’autorità “in quanto tale“.

La stima deve essere guadagnata “sul campo”.

Il capo, manager o titolare deve essere meritevole di rispetto e lealtà. Se li rispetti, rispetti i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno. Infatti, la fedeltà dei più giovani, una volta guadagnata, è di lunga durata.

L’insoddisfazione per il capo o il superiore è il motivo principale d’abbandono dell’azienda o del lavoro.

10. Evitare di essere troppo fiendly

Vuoi dimostrare di non essere il “solito” capo direttivo e serioso, vuoi essere alla mano, un superiore cui piace condividere informazioni, compreso i commenti e le foto su Fb?

Niente di male ma attenzione che questo è un terreno scivoloso.

Infatti, un po’ alla volta, si costruisce così un rapporto d’amicizia, in cui è facile mescolare la confidenza con la parità di ruolo e confondere un rapporto professionale con una vera e propria amicizia.

11. Il capo come guida

I giovani desiderano imparare, vogliono un’esperienza espressiva.

Per questo ambiscono a un capo o un superiore che sia vicino, attento e consapevole.

Hanno bisogno di una guida … un mentore. Non è più sufficiente assumere le persone giuste e mostrare loro la strada, devi essere la persona giusta per “conquistare” il loro affetto e la loro stima.

Il capo per i più giovani deve essere una figura di forte di riferimento, “uno” su cui poter contare e fidarsi. Devono sentirsi bene, “sentire il potere” ma anche poter venire da te per qualsiasi cosa.

Essere autorevole ma non autoritario.
Una persona di polso, con un pugno avvolto in un guanto di velluto.

Collaboratori giovani? Investimento di tempo ed energia

Come vedi i modelli che circondano i collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

Anche se pensi che piercing e tatuaggi non siano professionali, ricorda che se stai gestendo uno staff collaboratori giovani, devi consapevolizzare che portano energia ed entusiasmo ma ti richiedono un grande investimento di tempo, attenzione ed energia.

In bocca al lupo!

Scopri il “mio” coaching per la gestione del team.
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai ancora fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

 

“Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.
Beccati questa. Volevi fregarmi?
Ti ho fregato io.

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.
Boh?

Così rileggo la mia mail.
E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.
Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto quanto la mia risposta fosse…
sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro”

Terribile! La posta elettronica è un modo terribile di comunicare

Diversi studi indicano che circa il 50% delle email viene mal interpretato.
E ti credo.

Quando scriviamo una mail,
le parole sono l’unica risorsa.

E solo col testo perdiamo oltre il 90% dell’efficacia comunicativa.

Con queste premesse è facilissimo:

  • creare equivoci
  • aumentare la tensione
  • alimentare il conflitto

Tutti abbiamo ricevuto email arrabbiata
da clienti, colleghi o capi.

E spesso, il modo in cui rispondiamo
peggiora la situazione.

Rispondere in modo professionale
è molto più difficile di quanto sembri.

Vediamo come gestire queste situazioni
in modo più efficace (e onorevole).

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni,
non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle email
è che non devi rispondere subito.

Lascia sbollire.
Risponderai con più lucidità.

Anche quando “urge”,
hai almeno 5 minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo tra le righe?
Stai attribuendo intenzioni?

Davvero riesci a “sentire” rabbia o frustrazione
attraverso uno schermo?

Rileggi.
Assicurati di aver compreso bene
prima di rispondere.

3. Scrivi una email arrabbiata (anche tu)

Se senti il bisogno, fallo.

Serve a scaricare la tensione.

Ma non inviarla.

Scrivila come nuova mail.
Non nel campo “Rispondi”.
Non inserire il destinatario.

Salvala come Bozza.

Dopo esserti calmato,
potrai eliminarla o riscriverla.
Io le modifico (molto)
nel 99% dei casi.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Vuoi migliorare il tuo impatto?

– “Autorevolezza” – nuova edizione 2025
per rafforzare carisma, impatto e comunicazione

– “Prima volta Leader
se muovi i primi passi nella gestione di un team

Due libri complementari per sviluppare
assertività, leadership e relazioni efficaci al lavoro.

4. Rispondi in modo sintetico

Se c’è anche solo una possibilità
di aver frainteso la mail:

falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro. Diretto.

Evita risposte lunghe, ambigue, deduttive
o del tipo:
“come avrai sicuramente capito…”

No.
Non è affatto sicuro.

5. Rispondi in modo semplice

Evita sarcasmo e ironia.

Nelle email non si vedono
sguardi, espressioni, intenzioni.

Anche lo scherzo
può essere frainteso.

E fidati:
lo sarà.

6. Pianifica un incontro chiarificatore

“Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo,
ma nulla sostituisce lo sguardo umano.”

Paulo Coelho

Vuoi davvero risolvere il problema?

Allora organizza un incontro faccia a faccia, video o telefono.

È meno comodo che lanciare missili digitali
dal tuo ufficio.

Ma richiede coraggio e autocontrollo.
E dimostra carattere.
Leadership.

7. Chiedi aiuto

Se puoi, fatti leggere la mail
da una persona fidata.

Non è coinvolta emotivamente.
Può vedere ciò che a te sfugge.

Spesso evita clamorosi autogoal.

8. Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte pensiamo di avere ragione.
E invece siamo parte del problema.

Fare la cosa giusta significa:
riconoscere l’errore
e chiedere scusa.

Un’email sbagliata
non deve distruggere
anni di relazioni professionali.

Email arrabbiata? Non prenderla sul personale

Rispondere con astio
quasi mai è efficace.

Come scrivo in “Autorevolezza” (ed. 2025),
finché lavoriamo con le persone
saremo sempre esposti a frustrazione e delusione.

Conta come incanali le emozioni

Queste 8 strategie mi hanno aiutato
a sviluppare autocontrollo, coraggio
e a risolvere situazioni difficili
in modo più dignitoso ed efficace.

Prova anche tu.

In finale …

A volte hai ragione.

Ma il modo in cui la difendi
può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali,
vincere non significa schiacciare.

Significa saper scegliere come rispondere.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante

arrogante
Che tu sia proprietario di una piccola impresa,
un manager di una grande azienda
oppure il responsabile di un piccolo team
poco importa…

conosci bene la complessità di dover “convivere” con personalità molto diverse.

È un compito già impegnativo di per sé,
ma diventa particolarmente difficile
quando un tuo collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante è un problema (per tutti)

Non è solo una complicazione per te.

Il collaboratore arrogante e supponente può diventare
un elemento destabilizzante per l’intero team,
creando malumori,
tensioni,
conflitti.

Le persone finiscono per discutere (o litigare).

E no,
non è un tipetto facile.

Dimostra poca sensibilità,
usa spesso un linguaggio scurrile,
manca di tatto.

Cerca di dominare e controllare gli altri,
soprattutto quando tu non ci sei.

Molti arroganti credono di essere affascinanti.
In realtà, non lo sono.

Dietro l’arroganza, spesso,
si nasconde una grande vulnerabilità
e un disperato bisogno di apparire indispensabili.

Una cosa è certa …

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza
— ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —

trattare con un collaboratore arrogante
richiede pazienza
e una grande quantità di autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio
davanti alla presunzione del collaboratore che “fa la star”?

Dipende.

Quando me lo chiedono,
rispondo (come coach) con altre domande:

  • Quanto tempo ti porta via questa persona?
  • Sei più focalizzato su lui/lei che sullo tuo prodotto, servizio o clienti?
  • Per ridurre l’attrito nel team stai consumando la tua risorsa più preziosa… il tempo?

Prestazioni alte ≠ comportamento accettabile

Molti collaboratori arroganti hanno prestazioni medie.
Alcuni, invece, sono eccellenti.

È facile essere severi con i “medi”
e indulgenti con i “brillanti”.

Ci sta.

Ma attenzione:
il loro comportamento può diventare tossico per il team.

Se non intervieni,
se ignori l’arroganza per convenienza o debolezza,
rischi di apparire come un capo debole o ingiusto.

E, col tempo,
potresti fare più danni dell’arrogante stesso.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione,
serve metodo, non istinto.

Ecco 10 spunti per gestire un collaboratore arrogante:

1. Accetta che serviranno tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare il tuo collaboratore arrogante?
Poca di sicuro,
non ho dubbi!

Se stai sperando che “prima o poi capirà”…
mi spiace.

Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica radicata.
Può migliorare,
ma non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è una cattiva consigliera.

Se non sei “pronto” a gestire le tue emozioni,
aspetta.

Meglio rimandare
che compromettere definitivamente il rapporto.

Non vedere i collaboratori difficili come ostacoli,
ma come occasioni per crescere come leader.

3. Parlane a quattro occhi

Il richiamo in pubblico può sembrare efficace.

In realtà, spesso peggiora tutto.

L’arrogante è spesso insicuro:
l’umiliazione pubblica aumenta
la sua insoddisfazione e arroganza.

Meglio un confronto privato,
lontano da occhi e orecchie indiscrete.

4. Documenta i comportamenti

Annota fatti, date, contesti e persone coinvolte.

Anche nelle piccole realtà
la documentazione dà forza e chiarezza.

Nelle aziende più grandi,
coinvolgi le Risorse Umane.

5. Indica il comportamento (non la persona)

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non dire:
“Sei arrogante!”

Spiega cosa, quando e come
un comportamento ha creato un problema concreto.

Evita etichette.
Concentrati sui fatti.

Chiarisci che l’atteggiamento è diventato un problema e interferisce con il resto del personale.

Porta l’esempio specifico in cui il tuo collaboratore arrogante
ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

Esempio short:

“Durante la riunione di lunedì, hai interrotto più volte i colleghi,
sminuendo le loro proposte davanti al gruppo.

Il risultato è stato che due persone hanno smesso di intervenire e
la riunione si è chiusa senza una decisione condivisa.

Questo comportamento ha rallentato il lavoro del team e ha creato tensione inutile.”

6. Lascia spazio alla sua versione

Ascolta.
Senza interrompere.

Anche se non sei d’accordo.

Interrompere significa solo
inasprire il confronto.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che (magari) non ci saranno sorprese?

Approfondisci con il postVuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

7. Ascolta senza giudicare

Difficile, lo so.

Evita frasi come:
“Io avrei fatto…”
“Io avrei detto…”

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.

È un esercizio di leadership:
garbo + autorità.

8. Esponi il problema in modo oggettivo

Focus sui comportamenti.
una situazione o un problema particolare.

Non sulla persona.

Un attacco all’autostima
può danneggiare il rapporto per sempre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

È il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto
per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e
azioni devono cambiare.

Spiega cosa e come.

Se il collaboratore la mette su
“Senza di me tutto crolla”
riporta la conversazione sui fatti.

Importante, sì.
Indispensabile, no.

La leadership vera emerge nei momenti difficili.

10. Dai un ultimatum (se serve)

Se, dopo un periodo adeguato,
non c’è alcun miglioramento,
è doveroso essere chiari.

Alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente)
sarai costretto a dargli il “benservito”.

Sempre nel rispetto delle procedure
e della tutela legale.

In conclusione

Fai il possibile per aiutare il collaboratore arrogante
a diventare un giocatore di squadra.

Ma alla fine
devi fare ciò che è meglio
per te, il team e l’organizzazione.

Reminder

Comprendere non significa giustificare.
Ascoltare non vuol dire subire.

La vera autorevolezza nasce
quando sai unire lucidità,
rispetto,
confini chiari.

È lì che smetti di rincorrere l’armonia
e inizi a guidarla.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone non saranno mai motivate.

Altre faranno solo quello che serve per mantenere il lavoro, dare una parvenza di coinvolgimento e pagare il mutuo.

Poi ci sono collaboratori altamente competenti e motivati che, per una serie di ragioni, perdono entusiasmo e passione per il lavoro e diventano delusi, amareggiati, demotivati e … poco produttivi.

Spesso però è proprio il manager, il capo, il titolare (ovvero il pilastro della produttività) che, con il suo comportamento, uccide (spesso in buona fede o per non conoscenza) la motivazione dei suoi collaboratori.

Quest’articolo è per loro.

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1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione” e il tuo OK.

Scusa perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi sei riluttante a delegare, ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa anche sulle decisioni più banali?

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa (davvero) sentire il lavoratore inutile … un idiota! Stai uccidendo la sua motivazione e la crescita professionale.

2. Concentrarsi solo sugli errori

Ogni volta che è commesso un errore, non fare la solita domanda “Di chi è la colpa questa volta?”. Sinceramente, poco importa di chi è la colpa (la colpa è di tutti), l’importante è cercare di capire come risolvere il problema e fare in modo che non si ripresenti più.

Focalizzarsi regolarmente sugli errori, cercare il colpevole, soffermarsi solo “su cosa è andato storto” crea un ambiente negativo, di sospetto, da “caccia alle streghe”, di giustificazioni e ovviamente di demotivazione.

Molto più produttivo canalizzare le energie per trovare risposte e soluzioni.

3. Respingere le idee

Ogni idea è buona?
No, senza dubbio.

Respingere però regolarmente le idee e le proposte del personale, magari senza neanche ascoltarle, non aiuta certamente il coinvolgimento e “l’attaccamento” all’azienda.
 


 

Quando i tuoi collaboratori sentono che la loro “voce” non è mai ascoltata o non sono coinvolti perdono, un po` alla volta, entusiasmo e motivazione, con ovvi effetti negativi sull`ambiente di lavoro e sui risultati.

4. Non mantenere la parola

È semplice.

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la motivazione dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.

Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia reciproca sono assolutamente essenziali per il successo nella vita.

5. Dare scadenze o obiettivi non realistici

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Forse hai messo l’asticella talmente in alto da non accorgerti che il tuo team sta (già) facendo un lavoro incredibile?

Se fissi scadenze e obiettivi non realistici stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto di essere consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, realizzare o di raggiungere “qualcosa”.

6. Avere preferiti

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre ma non ci dovrebbero essere preferiti, tutti devono essere il “tuo preferito”.

Favorire o non rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling, rischia di farti perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando di te un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi e demotivi tutti gli altri collaboratori, che lavorano con dedizione e rispetto delle regole, che desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare: se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

7. Trattare i collaboratori senza rispetto uccide la motivazione

“Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito,
la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata,
nello sport come nelle organizzazioni.”

Pietro Trabucchi

Non ho mai capito perché alcuni manager trattano i propri collaboratori così male e poi pretendono che siano efficienti e produttivi. Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?

Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno loro il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader sanno come motivare il team, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

Molti di questi errori che i manager fanno sono così facili da evitare (scopri il personal coaching per motivare il tuo team). Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

Sicuramente vorresti essere stimolato, ascoltato, coinvolto ed essere lasciato “in pace” a fare il tuo lavoro correttamente.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Accoglienza sbagliata: quanti danni si possono fare?

accoglienza sbagliata

Non più tardi di un mese fa in un negozio di ottica di lusso la giovane venditrice ci accoglie con un sorriso.

Vorrei vedere degli occhiali” chiede la persona in mia compagnia.
Un attimo che le chiamo il venditore?

Torna dicendo “È per un preventivo?”
No
Allora lo posso fare io”.

Poteva finire lì.

Siccome non era per un preventivo,
siamo stati prontamente “scaricati” alla giovane del front store che ci ha servito (nella sua acerba esperienza e visibile svogliatezza) indicandoci con il ditoc’è quel modello oppure quell’altro” i vari tipi di occhiali ben disposti sui bellissimi display del Punto Vendita.

Il tutto è durato forse 2 minuti e la giovane venditrice non “ha preso in mano” una sola volta un paio d’occhiali.

Poco male.

L’ottico concorrente (dove la persona ha acquistato – in un secondo tempo – gli occhiali) sentitamente ringrazia per l’accoglienza sbagliata di cui sopra.

Le gratificazioni emozionali sono le più sensibili

Personalmente non ne sono rimasto particolarmente turbato, diverso è stata la persona che mi accompagnava (cliente abituale dello store) che non ha reclamato con veemenza per il solo fatto che il proprietario, in quel momento, era assente.

 


 

Anche se mi definisco una persona razionale, anch’io compio scelte dettate dalle emozioni quando decido di acquistare (o di non acquistare) un prodotto o un servizio.

Le gratificazioni emozionali sono quelle più gratificanti ma anche quelle più sensibili e “pericolose”, quando non sono soddisfatte.

Conosco (di vista) il proprietario … persona precisa, meticolosa e competente. Senz’altro sarebbe dispiaciuto dell’accaduto e prenderebbe i provvedimenti del caso … anche se oramai “il danno è fatto“.

Prestiamo attenzione al biglietto da visita del nostro store.
Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Investire nell’immagine dello store. Basta?

Domanda.

Quanto serve spendere in rifiniture di lusso, pubblicità d’avanguardia, sito professionale, layout da favola … se poi in 2 minuti scarsi ti sei giocato 2 clienti, di cui uno affezionato e l’altro che ha un blog che parla (spesso e volentieri) d’accoglienza clienti?

Puoi investire migliaia di euro nell’immagine del tuo store ma che riscontri pensi di ottenere se al primo impatto risponde una voce sgraziata e indisponente?
Oppure la vocina tremula e sussurrata dell’esitante apprendista di turno?

E ancora come nel mio caso … relegare alla venditrice junior (peraltro incapace) un momento così importante come quello dell’accoglienza.

Pochi considerano l’accoglienza, un valore o un’area strategica su cui investire (in termine di formazione del personale). Se c’è una cosa che ci fa piacere (e ci fa tornare) in uno store, centro estetico, un bar, hotel o assicurazione … è la qualità dell’accoglienza!

In questi Tempi così incerti e complessi, devi dare un valore aggiunto al tuo servizio, devi prendere coscienza del comportamento dei tuoi clienti, adattarti a questi cambiamenti e chiederti come migliorare, accogliere e approcciare i clienti di oggi ed evitare un’accoglienza sbagliata.

Come prevenire un’accoglienza sbagliata

Prova a chiederti:

Chi è la prima persona che incontra il cliente quando entra in contatto (di persona, via telefono, via mail) con il mio punto vendita?
Questa persona sa esattamente quali sono i miei standard di accoglienza?
Tutto il mio personale sa esattamente come muoversi quando entra un/una cliente?
Che succede se entrano due clienti contemporaneamente?
Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?
Che succede quando non sono presente?

E soprattutto …
Sto dando il giusto esempio?

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.
Se ti stai chiedendo cosa-ci-azzeca (come dice Di Pietro) la leadership con l’utilizzo del smartphone vuol dire che non sei (ancora) del tutto cosciente di come i tuoi collaboratori ti osservano, ti giudicano e ti valutano costantemente.

Sei il capo, il leader, il faro … chi vuoi che guardino, se non te!

Leadership al cellulare? Ecco gli errori comuni

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Lo scopo di quest’articolo non è quello di fare un post divertente ma di renderti partecipe che, puoi avere in tasca anche uno smartphone di ultima generazione (campione di prestazioni e tecnologia), ma quando maneggi questo “aggeggio”, puoi perdere autorevolezza e considerazione, davanti al tuo team.

Ma và! Davvero?

Occhio! Quando siamo al cellulare, compiamo delle azioni, in modo inconscio o automatico, che non sono proprio da “manuale della leadership al cellulare ”.

Vediamo gli errori più comuni (che in realtà facciamo in molti) ma che i tuoi collaboratori non si aspettano (o che non vorrebbero mai vedere) nella persona che, almeno nel loro immaginario, debba sempre dargli la sensazione di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione con obiettività, calma e sicurezza.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Quando siamo alle prese con una situazione o un problema particolarmente delicato è facile scivolare in un “trip” telefonico che ci fa perdere completamente la dimensione di dove siamo e con chi siamo. Preso dal vortice della telefonata il tuo tono sale, sale, sale e ti ritrovi letteralmente a urlare nel tuo telefono cellulare.

È molto imbarazzante per chi ti sta intorno e … non ci fai davvero una bella figura!

2. Estrarlo continuamente ad ogni segnale

Arriva la mail, poi l’sms, adesso whatsapp, adesso Fb, e poi si ricomincia il giro … mail, sms, fb,
Dentro, fuori, dentro, fuori dal taschino.

Ma dai … Basta!
 


 

La taschina deformata della giacca per questo “continuo movimento dentro-fuori” non ti dà proprio un’aria da leader ma piuttosto di un “tarantolato” che cerca di superare lo stress dovuto alla mancanza di contatto con il suo smartphone.

3. Non inserire la modalità “silenzioso”

Durante la riunione con il tuo team o un colloquio con il tuo collaboratore non inserire la modalità “silenziatore” è scorretto e maleducato perché interrompe (anche solo per pochi secondi per rispondere a un sms) costantemente la conversazione intrapresa.

4. Parlare e girare come una trottola

Parlando al cellulare è facile che, senza accorgerti, inizi a camminare o girovagare senza meta.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …
Occhio alla tua leadership al cellulare!

Camminare mentre si è al telefono, è un’azione automatica che serve a tagliare fuori tutti gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, per concentrarci maggiormente sulla conversazione.

Niente di male ci mancherebbe … ma muovendoti continuamente in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro rischi di creare attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare i tuoi collaboratori.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

5. Utilizzare suonerie ridicole

Meglio evitare suonerie ridicole, musichette strane, marcette, suonerie brutte, adattate da motivi noti, storpiate e rumorose … magari solo giusto per attirare l’attenzione!

6. Dimenticarlo di continuo

Un cliente è diventato, sotto quest’aspetto, una barzelletta per il suo team perché si dimentica cronicamente ogni volta il cellulare da qualche parte.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Spesso lo riportava (tra i sorrisini del personale) il cameriere del bar di fronte oppure qualcuno del team doveva “farlo suonare” per scovarlo ma se poi era stato dimenticato in modalità “silenzioso o vibrazione” partiva una vera e propria “caccia al tesoro”.

7. Fare le faccette, tic o usare intercalari ridicoli

“Oh, oh, oh, oh”
“uh,uh,uh,uh”
“ah, ah, ah, ah”
“Uhm, uhm, uhm, uhm”

Ricorda che il tuo corpo trasmette più del 70% dell’informazione. Posture e movimenti non pertinenti (toccarti in modo ripetuto e nervoso i vestiti o i capelli, trotterellare le dita sul tavolo, piede ballerino, incrociare nervosamente le mani e le gambe, coprirsi la bocca con le mani, arricciare le labbra, socchiudere gli occhi e corrugare la fronte, ecc.) sono indice di tensione, nervosismo, dubbi e preoccupazioni e dimostrano scarsa fiducia e bassa autostima.

8. Ostentarlo con arroganza

Meglio non appoggiare il telefono cellulare sul tavolo del bar, del ristorante, durante una riunione o un colloquio.

Sfoggiare con arroganza l’ultimo modello di smartphone non ti fa guadagnare punti …
è un grande sintomo di maleducazione e mancanza di stile.

9. Essere sempre alla ricerca di una presa

Ovvero come lo smartphone di ultima generazione con prestazioni elevatissime è messo in ginocchio dalla scarsa resistenza della sua batteria.

Ovvero come un leader di ultima generazione con competenze elevatissime è messo in ginocchio dall’ossessione della batteria-carica e dalla scarsa resistenza della sua batteria (interna).

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

“Parla pure … ti ascolto”.

E intanto smanetti-come-un-forsennato sulla tastiera del cellulare e con la testa annuisci per dare una minima parvenza d’ascolto. Non dubito che stai sentendo (ascoltare è però tutta un’altra cosa) quello che ti stanno dicendo.

No. Così non funziona.

Non so te ma, se c’è una cosa che proprio detesto, è parlare con qualcuno che usa il cellulare mentre si sta parlando. È una totale mancanza di tatto, d’attenzione e anche d’educazione.

Pensaci la prossima volta che un collaboratore o un collega ti sta parlando (ma vale anche – soprattutto – per moglie/marito, figli e amici).

P.S.
Il fenomeno è così diffuso che è stata inventata una parola, phubbing, che indica proprio “l’azione di chi snobba qualcuno, guardando il proprio cellulare invece di prestargli attenzione”.

Mah!
Ecco la leadership al cellulare!

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza
Non sono poche le persone che mi contattano
(per “fare” coaching) perché, pur partite con le migliori intenzioni,
col tempo si sono impantanate.

In atteggiamenti di arroganza.
Di spavalderia.
Di reazioni eccessive.

Il risultato?

Rapporti compromessi con il team
(grande o piccolo che sia),
con tutto lo strascico di:

  • problemi
  • conflitti
  • cali di produttività
  • risultati scarsi
  • notti insonnibruciori di stomaco

Se “il team è la chiave del successo”,
è facile dedurre che:

NO team = NO successo

A volte la nostra insicurezza
(o inesperienza come leader)
viene coperta — come scrivo nel mio libro “Autorevolezza”,
ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —
da perfezionismo,
spavalderia,
superiorità
e arroganza.

Per nascondere la vulnerabilità
ci rifugiamo dietro:

  • false competenze
  • finti atteggiamenti di sicurezza
  • dimostrazioni di forza

Per manipolare e controllare i collaboratori.
Fare colpo.
Per sembrare più competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro sia una giungla?
Una lotta continua?

Dove vince il più forte,
il capo comanda
e gli altri seguono
senza discutere?

Attenzione.
Non stai forse scambiando arroganza e prepotenza
per fiducia e carattere?

Siamo in tanti a cadere in questo equivoco.

Spesso siamo arroganti
perché non abbiamo ancora capito
cos’è davvero la fiducia in sé stessi.

Essere arroganti, strafottenti o stronzi
non significa essere sicuri di sé.

Anche se, paradossalmente,
molti di questi vengono messi su un piedistallo
e osannati perché “sono arrivati”.

Il punto è un altro.

  • Cosa vuol dire essere sicuri?

E soprattutto:

  • come esserlo senza cadere nella trappola dell’arroganza?

4 atteggiamenti arroganti che svelano insicurezza di leadership:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte.
Sguardo truce.
Sorriso sprezzante.

Incalzi.
Ti imponi.
Ammetti raramente di avere torto.

Usi sarcasmo e battute
per svalutare chi ti circonda.

Critichi davanti agli altri
(per mostrare potere).

Parli senza pensare all’impatto
(perché “i forti fanno così”).

Non riconosci mai il lavoro del team
(perché “i duri non fanno complimenti”).

Siamo lontani.
Molto lontani.

La linea tra fiducia e arroganza
non è sottile:
è un abisso.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove nasce questo bisogno
di sentirsi superiori,
speciali,
indispensabili?

Cerchi ammirazione continua.
Pensi che, essendo “il migliore”,
tutto ti sia dovuto.

Le tue esigenze vengono prima di tutto.
E pur di emergere
sei disposto a passare sopra a chiunque.

Ma ricordalo:
ci sarà sempre qualcuno
più esperto, più competente,
più brillante di te.

La differenza è qui.

Se hai davvero fiducia in te stesso,
questa consapevolezza
non scalfisce
né il tuo valore
né la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza con l’arroganza

Essere visti per quello che siamo
fa paura a tutti.

E allora costruiamo muri.
Indossiamo maschere.
Evitiamo di sembrare vulnerabili.

Ma coprire le paure costa energia.
Molta.

Il leader arrogante bleffa.
Millanta.
Getta fumo negli occhi.

Schiva le responsabilità
finché non arriva il momento
di rivendicare un successo.

Lo sai, vero?
Spesso chi ha l’opinione più alta di sé
è anche chi ha l’autostima
più fragile.

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché, per sembrare capi forti e sicuri,
non sappiamo dire:
“Complimenti. Ottimo lavoro.”?

Perché umiliamo i talenti
facendo leva sulle loro presunte debolezze?

Paura che si montino la testa?
Che mettano in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di yes-man deboli,
non stai guidando un gruppo.

Stai solo difendendoti.

Arroganza e fiducia sono mondi diversi

Il mondo del lavoro, oggi,
premia (spesso) i furbi,
gli scaltri,
i colpi bassi.

Ma per crescere davvero
serve riconoscere cosa sono davvero
fiducia e arroganza.

Assicurati di conoscerne la differenza.

È necessario traspirare fiducia,
non arroganza.

E poi…

nessuno ama una persona arrogante

Nemmeno gli arroganti —
quando lo sono gli altri.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni
o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

L’autorevolezza non si impone.
Si costruisce.

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

Un percorso breve e pratico per farti ascoltare e rispettare,
anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

 

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 2

buona impressione

Foto di Roland Lakis

Leggi anche la parte 1.

Look sempre adeguato alla circostanza

Per andare in ufficio, un meeting di lavoro, a un evento importante, un cocktail con le amiche o per un primo appuntamento galante, il tuo look deve essere adeguato alla situazione.
Sei sicuro che sia quello giusto?

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Meglio un look sobrio (per evitare di dare troppo nell’occhio), un look casual tipo jeans e t-shirt oppure uno classico camicia bianca, tubino nero o blu, tacco medio e qualche accessorio chic?

Anche se il look è sobrio e formale,
un pizzico di personalizzazione può darti un tocco di personalità in più e contribuire alla buona impressione.

Anche i colori sono importanti.
Meglio colori tenui per un incontro/happening/colloquio nel sociale e blu scuro per quel che riguarda una società bancaria, assicurativa o un’azienda di produzione.

Creare il contatto visivo

Gli occhi trasmettono la nostra essenza.

Quando ci concentriamo sugli occhi, siamo in grado di vedere la “vera essenza” della persona,
ci colleghiamo direttamente con il suo sé autentico.

Quando dai la mano a qualcuno, è importante creare “un collegamento” anche con gli occhi …
sorridi,
guarda la persona negli occhi e nota il colore dei suoi occhi.

Notare il colore degli occhi della persona cui stringiamo la mano.

Questa semplice abitudine ti “costringerà” a guardare (davvero) le persone negli occhi e “connetterti” con lui/lei.
 


 

Prova e vedrai la differenza.

Perfezionare la stretta di mano

La stretta di mano la dice lunga su di noi ancor prima di aprire la bocca.

L’intensità della forza impressa alla stretta è legata alla personalità ed è vista come una dimostrazione di carattere e di forza.

La stretta di mano è stata frutto di non pochi studi sul linguaggio del corpo e il carattere della persona.
Nello specifico in base all’indagine effettuata su più di 100 manager italiani è emerso che il 9% eccede nella forza nella stretta di mano e ben il 60% pecca in debolezza.

Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale;
se la pressione è eccessiva, però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.
Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive,
timide e diffidenti.

C’è anche chi torce il polso dell’altro (esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza), chi invece offre la mano molle o solo la punta delle dita (non gradisce il contatto con gli altri).

La miglior stretta di mano per fare una buona impressione è verticale, decisa e forte (ma non troppo).
Ad esempio se davanti a noi c’è un ragazzino/a o una persona anziana, la nostra pressione,
se pur decisa deve essere meno forte.

La chiusura a due mani può sembrare troppo intima,
soprattutto quando è la prima volta che incontriamo qualcuno.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Mantenere la giusta distanza

Anche la distanza è molto importante la prima volta che incontri la persona.

Se mantieni troppo le distanze (2-4 metri) mandi segnali di freddezza e di rifiuto.
Al contrario, se sei una persona socievole e affettuosa, che preferisce parlare faccia a faccia a breve distanza ma ti avvicini troppo, prendi il braccio, appoggi la mano sulla spalla, invadi lo spazio dell’altro, ti prendi confidenze senza il permesso,
diventi aggressivo e indisponente.

Per non sbagliare in genere è meglio tenere una distanza di 1-2 metri.
Così sarai abbastanza vicino da interagire, senza fare sentire a disagio le persone.
Distanze inferiori a 1 metro sono di solito riservate per la famiglia e gli amici.

Evita anche di porti di fronte perché posizioni frontali (soprattutto tra uomini) sono assunte in situazione di conflitto.
Meglio porsi di fianco o ad angolo retto.

Trattenere il sorriso per una buona impressione

Regala alle persone che incontri un sorriso sincero.

Se il tuo viso, i tuoi denti e gli occhi non sono parte del sorriso, vuol dire che stai utilizzando un sorriso di circostanza.
E’ il classico tipo di sorriso che utilizzi quando non ti senti veramente a tuo agio,
non hai voglia di sorridere ma lo fai forzatamente solo per apparire cortese.

“Aggancia” gli occhi dell’altra persona, nota il colore dei suoi occhi e poi sorridi.
Attendi che sorrida di nuovo e poi “trattieni” il tuo sorriso per due secondi in più di lui/lei.

Sarai stupito dal legame che si crea.
Le persone non potranno non notare qualcosa di “diverso” e si ricorderanno sicuramente di te.

Ecco 7 suggerimenti per fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca.
Per alcuni di noi poi, i problemi iniziano proprio lì … quando devono cominciare a parlare … ma questa è tutta un’altra storia! Se desideri approfondire l’argomento … ecco il personal coaching per potenziare la leadership!

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
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Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 1

impressione

Foto di Roland Lakis

Chi ben comincia … dice il detto.

Infatti, il momento più critico quando facciamo conoscenza con qualcuno è quello iniziale …
poco importa se è per un colloquio di lavoro,
una presentazione con clienti,
l’incontro con il nuovo team o il nuovo capo,
un evento mondano oppure l’appuntamento galante che hai sempre sognato.

In seguito potrai farti conoscere e apprezzare, dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile ma la verità è che …
poco importa se la prima impressione può essere stata superficiale e ingannatrice …
difficilmente sarai in grado di far cambiare l’idea che si sono fatti di te.

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Ecco perché Oscar Wilde ci ricorda che “Non c’è una seconda possibilità di fare una buona prima impressione”.

Come fare una buona impressione in pochi secondi?

Gli esperti del settore dicono che bastano 10 secondi (il tempo di correre i 100 metri) per entrare nella mente degli altri e fare un’ottima o una pessima impressione,
soprattutto nel mondo del lavoro.

Durante questi pochi secondi, gli altri vedono solo una piccola parte di noi eppure una volta che la prima impressione è fatta,
può essere difficile (se non impossibile) cambiarla.

Allora … come fare una buona impressione ancor prima di aprire la bocca:

Trattare tutti quelli che incontri come se lui/lei fosse la persona più importante

Vai incontro” alle persone come se lui/lei fosse la persona più importante che devi incontrare quel giorno.

Se adotti quest’atteggiamento,
tutti si sentiranno speciali e godranno della tua presenza,
ancor prima che inizierai a parlare.

È un atteggiamento prima di tutto mentale.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Che impressione pensi di lasciare se per esempio …
in un colloquio di lavoro tratti in “modo speciale” prima la persona alla reception,
poi la segretaria e infine il selezionatore/direttore?

Oppure se durante un happening mondano,
ti approcci a ogni persona che incontri come se lui o lei fosse la star dell’evento?

Non costa nulla far sentire una persona speciale,
dare a qualcuno tutta la nostra attenzione e la nostra considerazione,
in modo totale (senza essere commedianti, soggiogati o paraculi).

Trasmettere fiducia e positività

Niente funziona meglio,
ancor di più quando si vuol “far colpo” su qualcuno,
come trasmettere un atteggiamento di fiducia e positività.

Quando si va a un appuntamento di lavoro,
un evento o un meeting piuttosto che continuare a ripetersi qualcosa di rassicurante ma vago tipo “Sei meravigliosa!” oppure “Calma, tranquillo” è molto più efficace ricordare un momento specifico in cui sei stato all’altezza o hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi (la vittoria al torneo di tennis della città, la tesi di laurea, un apprezzamento da un cliente/capo/amico/partner, ecc., l’acquisizione di un cliente importante, ecc.)

È importante.
 


 

Ricordare le esperienze di successo genera positività.
Mantenere quella sensazione di successo nella tua mente ti permetterà di “entrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

Prova e vedrai … sarai irresistibile!

Fare attenzione alla postura

Gli specialisti del settore dicono che niente come la postura può essere utile per fare una buona prima impressione.
Una postura dritta, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso sincero …
fanno miracoli!

“Stirati verso l’alto” più che puoi (come una marionetta cui qualcuno sta tirando una corda attaccata alla parte superiore della testa).
Spingi le scapole indietro e verso il basso e lascia cadere le braccia rilassate lungo i fianchi.
Mantieni le spalle piazzate verso la persona con cui stai parlando.
Se sei di lato,
dai l’impressione di essere solo parzialmente investito nella conversazione.

Alza il mento e guarda dritto, non guardare in basso mentre cammini

Per le donne, i consulenti americani suggeriscono una posa a-la “Wonder Woman” con le gambe leggermente divaricate piantati e le mani sui fianchi.
Questa posizione trasmette più fiducia, potenza e sicurezza.

Evita le braccia conserte sul petto che “creano” una barriera tra te e le persone e trasmettono un atteggiamento negativo, difensivo o di chiusura.
È la classica posizione negativa.
Incrociando le braccia, sembri freddo, riservato o peggio che stai nascondendo qualcosa.

È meglio evitare anche azioni inconsce come incrociare le gambe,
fare tintinnare le monete in tasca, guardare continuamente il cellulare,
alzarsi i pantaloni, aggiustarsi il bottone della camicia, giocherellare con una penna o battere i piedi perché sono indicazioni d’impazienza e di mancanza di fiducia che ti fanno sembrare imbarazzato e ansioso.

Continua a leggere la parte 2.

7 modi infallibili per rovinare il colloquio di lavoro – 2

colloqui

Leggi anche la parte 1.

Il mondo del lavoro oggi è tosto.

Le difficoltà nel prendere appuntamenti, le esperienze negative del passato, i tanti “le faremo sapere” ci hanno reso rancorosi e irritabili. È normale e anche comprensibile.

L’amarezza però è cattiva consigliera.

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Essere rancorosi, astiosi, pieni di risentimento e trasmettere tale frustrazione alla persona che ci sta intervistando, non sono caratteristiche che piacciono e non ci aiutano certamente ad aumentare le possibilità di essere assunti. “Il mio capo era un idiota” o “Mi ha fregato il mio collega“ oppure “I clienti di oggi sono stupidi”.

Dei nostri problemi personali non importa a nessuno … tanto meno a un datore di lavoro.

Meglio dunque armarsi di sorriso, positività e convinzione e (anche se sono d’accordo che non è facile) lasciare a casa ogni traccia di rancore, preconcetto o diffidenza.

L’amarezza lasciamola con gli amici al bar.

5. Essere troppo molli o troppo attivi

Il colloquio di lavoro è il tuo momento di brillare.
C’è qualcuno che è interessato a conoscere la tua storia.

Questo non è il momento di tacere, essere statici, immobilizzati, con lo sguardo basso, parlare poco o balbettare. Parlare poco è un atteggiamento assolutamente improduttivo che spesso assumono persone riservate o timide che per la tensione si chiudono in loro stessi, non espongono i loro punti di forza o preferiscono fare i modesti.

Non puoi pretendere che il datore di lavoro sappia delle tue competenze o di come sei in grado di risolvergli i problemi, se non glielo dici. Il nostro interlocutore potrebbe pensare che sei una persona troppo chiusa e che non riesci a interagire con altre persone.

Al contrario anche parlare troppo, non funziona. Parlare troppo è una reazione alla tensione, divaghiamo, rigiriamo le parole senza rispondere in modo mirato alla domanda. Un fiume in piena.

Pensi che se racconti tutta la tua vita senza mai fermarti colpisci il tuo interlocutore? Se fai tante (troppe domande) sei sicuro di fare una buona impressione? Può rivelare un’eccessiva autostima o al contrario un tentativo di mascherare la tua insicurezza?
 


 

Parlare tanto non significa comunicare.

Un candidato logorroico (che sommerge d’informazioni il suo selezionatore) è spesso recepito come fastidioso e che come tale è evitato.

Il datore non vuole perdere tempo a sentire discorsi inutili. Cerca di essere sintetico e cogli il nocciolo delle domande. Rispondi alla domanda o intervieni solo quando intuisci che l’interlocutore sta aspettando il tuo intervento.

Vai dritto al punto, senza girare intorno.

6. Parlare subito di stipendio e benefit

Sappiamo bene tutti che non si vive di solo aria.
Stipendio, vacanze, orario flessibile o altri benefici sono importanti.

Altro che.

In un mondo ideale un datore di lavoro dovrebbe illustrare durante il colloquio anche gli aspetti economici, ma in molti casi ciò non avviene (a volte una persona può passare anche attraverso 2-3 colloqui e ancora non conosce lo stipendio o i benefit) e quindi in queste situazioni verrebbe spontaneo e comprensibile, chiedere “Quant’è la paga?”.

Domanda legittima, certo.

Domanda che però il più delle volte può trasmettere un messaggio sbagliato, come ad esempio un interesse maggiore rispetto verso la retribuzione rispetto al compito e alla mansione.
Chiedere i vantaggi al primo incontro o in modo sbagliato potrebbe rivelarsi disastroso soprattutto perché non sai ancora se sei tra i “papabili”.

 

 

Meglio aspettare il momento giusto, soppesare bene l’atmosfera del colloquio e valutare se ci sono le premesse per questa domanda. In caso contrario è meglio astenersi e rimandare la questione a un secondo tempo.

7. Non conoscere l’azienda

Cioè?

Chiedere “Che cosa fa la vostra azienda?” oppure non saper rispondere o balbettare alla classica domanda “Che cosa sa della nostra azienda?” potrebbe essere sufficiente per compromettere l’esito del colloquio.

Ignorare le caratteristiche dell’azienda oppure porre domande che sono chiaramente visibili sul sito dell’azienda (per la quale ti stai proponendo) è un classico errore. Questo dice subito che non hai preparato l’intervista.

È un modo veloce che usano i selezionatori per scremare la lista di candidati durante i colloqui. Se non sai la risposta, sei fuori.

Prendere info sull’azienda per la quale ti stai proponendo, ti prende poco tempo ma i suoi effetti sono importanti. Questo non vuol dire imparare a memoria ogni prodotto o nominativo presente nel sito. Al datore non interessa un’analisi approfondita della sua situazione aziendale ma basta avere un’idea chiara e semplice di come l’azienda è strutturata, cosa produce, gli obiettivi, le filiali, ecc.

Oggigiorno tutte le aziende hanno un sito internet, dove poter reperire informazioni di base.

Leggi anche la parte 1.

Un primo passo è concentrarti solo su questo: non tagliarti le gambe da solo con errori gravi. Concentrati sui principi base e il resto verrà da sé. Evita questi 7 errori e poco importa come andrà il resto del colloquio.

7 modi infallibili per rovinare il colloquio di lavoro – 1

colloquio

Sai come affrontare con successo un colloquio di lavoro?
Ah, no! Infatti, non è un caso che i colloqui di lavoro siano il festival dell’errore.

Ansia, tensione, improvvisazione giocano brutti scherzi e l’errore (magari anche più di uno) è sempre in agguato.

Che cosa serve? Tecniche innovative o complesse strategie d’interazione personale? L’importante è evitare questi 7 errori che sono gravi agli occhi del selezionatore o datore di lavoro e … che non ti perdonano.

Se incappi in questi errori, magari continuerai il colloquio (per qualche altro minuto) ma il reclutatore ha già preso la sua decisione.

Il gioco è fatto.

Non si torna più indietro.

Anzi, indietro si torna … a casa con un nulla di fatto!

1. Presentarsi con tempismo sbagliato

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Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.

Grida all’inaffidabilità. Non c’è scusa che esista.

L’unica scusa per il ritardo a un colloquio di lavoro è una calamità naturale o uno sciopero selvaggio dei trasporti urbani.

Essere in orario per un colloquio di lavoro è la regola n.1. Non importa se si seguono tutte le altre regole. Se sei in ritardo, sei fuori al 90%. Un colloquio di lavoro è il tempo in cui un potenziale datore di lavoro dovrebbe vedere il meglio di te … e se questo è l’inizio!

Se la puntualità è sempre apprezzata, un eccessivo anticipo può costituire un elemento negativo perché esprime troppa ansia di fare una buona figura.

Oltremodo la tua presenza in forte anticipo potrebbe non essere gradita perché disturba la normale programmazione dell’attività lavorativa dell’azienda, store o centro (sei un ospite inaspettato da gestire) e potrebbe attaccarti addosso l’etichetta dello scocciatore.

Non è il massimo prima di un colloquio d’assunzione.

Se arrivi molto prima sul luogo dell’appuntamento del colloquio di lavoro … fatti due passi rilassanti, vai in un bar a leggere un giornale e presentati 10 minuti prima. Bastano.

2. Sbagliare look

Sei mai andato a un colloquio di lavoro in jeans?
Oppure, ti sei presentato molto elegante al colloquio e ti sei accorto che i jeans, invece, li indossava il tuo selezionatore?
 

 

Ah si! Sbagliare look è questo … vuol dire semplicemente non aver scelto l’abbigliamento adatto al contesto lavorativo, all’azienda e al ruolo professionale ricercato.

Come regolarsi?

Se non conosci la cultura dell’azienda o del datore di lavoro, per non sbagliare evita qualunque eccesso e scegli abiti semplici che valorizzino la tua persona, senza però essere troppo elegante o, al contrario, troppo casual.

Meglio evitare minigonne, abiti scollati, look troppo sexy, tacchi 12 cm., magliette di gruppi musicali, ecc.

Tieni presente che il look col quale ti presenterai al colloquio dovrà essere poi, a grandi linee, quello che terrai in caso di assunzione. Leggi per approfondire

3. Mentire durante il colloquio di lavoro

Nessun selezionatore o datore di lavoro si aspetta che il candidato dica tutta e solo la verità. Alcuni parlano con decine di candidati ogni settimana e sono spesso capaci di leggere tra le righe e fare le domande giuste per far emergere la verità … e se ti scoprono, finisci nella loro “lista nera”

I datori di lavoro vogliono dipendenti con integrità (poi spesso manca a loro … ma questa è tutta un’altra storia) e se scoprono bugie e menzogne la prima cosa che fanno, è indicare la porta.
 


 

Le menzogne possono non solo riguardare un eventuale licenziamento subito o un periodo d’inattività nel percorso professionale ma anche semplicemente:

• Vantarsi di sapere bene l’inglese quando in realtà si ha una conoscenza “scolastica”;
• Dire di saper utilizzare bene il computer ma poi scrivi lento come una lumaca;
• Dire di conoscere un argomento ma poi cominci a esitare e balbettare;
• Millantare conoscenze, competenze o esperienze importanti per poi cadere alla prima domanda;

Una volta “scoperti”, non ci salva balbettando scuse puerili tipo “È un po’ che non parlo inglese”, “Con il PC mi dà una mano mio figlio” … la menzogna, soprattutto quando evidente e spudorata, equivale a compromettere il colloquio.

Mentire non è quasi mai la scelta migliore, anche perché la verità prima o poi viene sempre a galla.

Anche ipotizzando di riuscire a “farla franca” una volta assunti si rischia di fare brutte figure se mancano le competenze necessarie, il rischio è non essere confermati nel periodo di prova.

Continua a leggere la parte 2.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia mai abbastanza” e alzi continuamente gli standard fino a quando, inevitabilmente, fallisci?

Riesci a focalizzare il tempo e le energie sui punti salienti di un lavoro o progetto o ti tormenti per ogni minimo dettaglio?

La perfezione è come un miraggio … si scorge in lontananza … ma ogni volta che ci si arriva vicino … sparisce e rimane solo la delusione.
Si dice che … la ricerca della perfezione è uno dei percorsi più veloci per l’infelicità.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho sottolineato come …

La perfezione non esiste

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La perfezione è un’illusione che ci tiene intrappolati in un ciclo senza fine d’infelicità e delusione.

Allora perché sentiamo il bisogno di essere sempre perfetti e impeccabili?
È una questione d’autostima.

Se abbiamo un così forte desiderio di essere perfetti, è perché siamo preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi, chiediamo loro un riconoscimento, un’approvazione … se siamo perfetti sicuramente chi mai potrebbe criticarci o trovare un difetto nel nostro lavoro? Infatti, la fiducia di un perfezionista è subordinata al raggiungimento degli obiettivi.

Ecco 7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro:

1. Perfezione vuol dire non finire mai

Il Mondo di oggi è così complesso e si muove troppo velocemente, come puoi pensare di raggiungere la perfezione?

Come puoi credere di finire un lavoro, un progetto in poco tempo senza mettere in conto errori, imprecisioni, approssimazioni o problemi con i clienti/capi che diventano sempre più impazienti mentre aspettano il tuo lavoro finito?

Se sei un perfezionista inguaribile, hai così tanta paura di sbagliare che tendi a non finire mai i compiti, sei ossessionato dall’incertezza ogni volta che termini un compito. Ecco perché i perfezionisti sono così riluttanti a prendere in considerazione “qualcosa di finito”. È il tempo delle valutazioni e dei giudizi.

2. La perfezione richiede troppo tempo

Siccome sei un perfezionista impenitente (pensi di essere giudicato male) anche se hai finito, tendi a riguardare, controllare e verificare in modo maniacale tutti gli aspetti … ma così facendo stai dilatando al massimo il tempo a tua disposizione.
 


 

E così il tempo non ti basta mai.

Ogni incarico richiede una quantità eccessiva di tempo, peggiorata dalla costante perdita di energia per la ricerca di errori.

Un logorio continuo.

3. Il perfezionismo riduce la performance

Lo sapevi che la preoccupazione incessante per raggiungere la perfezione può compromettere o ridurre la performance?

I Psicologi canadesi Gordon L. Flett e Paul L. Hewitt hanno studiato gli effetti debilitanti sugli atleti in ansia per realizzare la prestazione perfetta. “Anche se alcuni sport richiedono agli atleti di ottenere prestazioni perfette, la tendenza a essere preoccupati per il raggiungimento della perfezione spesso compromette le prestazioni.”

4. La perfezione fa aumentare ansia e stress

Che cosa contraddistingue un perfezionista incallito?

La costante preoccupazione per gli errori e i dubbi sulle sue azioni. I perfezionisti temono che un errore porterà gli altri a pensare male di loro; la prestazione è intrinseca alla loro visione di se stessi.

La perenne lotta per essere perfetti può essere molto logorante e stressante. E lo stress può portare irritabilità, mancanza di empatia, difficoltà di concentrazione e una miriade di altri problemi, sia fisici sia mentali.

5. Il perfezionismo causa rapporti difficili

Se sei un perfezionista accanito, vuol dire che stai (disperatamente) cercando di raggiungere un modello mitizzato o impossibile da ottenere. Vuoi che anche gli altri siano perfetti e spesso poni obiettivi fuori dal comune, quasi impossibili da raggiungere.

Probabilmente sei piuttosto critico sia con te stesso sia con gli altri, ti senti superiore e pur di apparire perfetto sei disposto a tutto e questo causa inevitabilmente rapporti professionali difficili.

Ogni giorno, sul lavoro ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

6. La perfezione spesso è controproducente

Se sul lavoro, utilizzi il perfezionismo per “forzarti” a svolgere bene un compito in modo da aumentare la tua autostima … ricorda che così facendo rischi di ottenere l’esatto effetto opposto.

Il perfezionismo esasperato è controproducente e porta alla paralisi.

Questa stasi si traduce in scarso rendimento sul lavoro (con conseguenti discussioni, critiche, disapprovazioni, ecc.) che è proprio quello che il perfezionista, ironia della sorte, sta cercando di evitare a tutti i costi.

7. Perfezione vuol dire perdere opportunità

Se sei perennemente in attesa che le cose siano perfette, potresti perdere delle occasioni e mancare delle opportunità, a causa della paura del fallimento.

La ricerca della perfezione impedisce di far accadere le cose nella vita.

Non c’è mai un momento perfetto, un lavoro perfetto, una città perfetta, dei colleghi perfetti o un partner perfetto … così se non desideri anche tu entrare nella “ruota del criceto” per inseguire la perfezione, potrebbe essere il momento di cominciare ad agire in modo diverso.

Alcuni degli imprenditori di maggior successo hanno iniziato progetti che erano ben lungi dall’essere perfetti e li hanno trasformati, strada facendo, in successi.

Puntare al miglior risultato possibile

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”, ci carichiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti … e anneghiamo in ansia da prestazione o da fantasie che gli altri ci stanno giudicando male.

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.

Devi essere consapevole di aver dato o fatto il massimo con le risorse a tua disposizione, considerando tutte le variabili, impedimenti e intoppi che sono fuori dal tuo controllo e la tua volontà. Così inizia a guardare alla perfezione (sproporzionata) come un ostacolo piuttosto che qualcosa di cui essere orgogliosi.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo eccessivo perfezionismo i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

9 accortezze per farsi ricordare sicuramente dai clienti

In piena era di automazione, innovazione e condivisione la cura per i clienti non è mai stata così importante.

Un cliente, in qualsiasi momento, può condividere la sua opinione con molte altre persone attraverso i social media, il web e influenzare (positivamente ma anche negativamente) la tua azienda.

Coltivare le relazioni con le persone (ancor prima che diventino clienti) è una parte cruciale per mirare al successo.

Ecco perché è più importante che mai, creare (per chi entra a contatto con la tua realtà) un’esperienza eccellente e sviluppare un rapporto di “affetto” tra i tuoi clienti e la tua azienda.

Ecco 9 modi per assicurarti che i clienti si ricordino sicuramente di te la prossima volta:

1. Ascoltali

A ogni persona piace essere ascoltata … e perché non dovrebbe esserlo?

Essere ascoltati.
Davvero.

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire ciò che l’altro sta dicendo. Hai notato che, spesso, stai pensando già alla risposta mentre la persona sta ancora parlando?

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela.

2. Ricorda il loro nomi

Troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona desidera essere trattata come un individuo, vuole sentirsi unico e speciale.

Quando usiamo il nome (oltre ad essere educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità della persona. Ancora meglio, ricordare il nome del coniuge, figlio, lo sport o la squadra preferiti dal cliente.

Così facendo, renderemo ogni incontro importante e metteremo di buon umore il nostro interlocutore, che si sentirà accettato. Questo semplice atto (che però significa tanto) può fare un mondo di differenza.

Quando utilizziamo il nome del cliente, stiamo dando un tocco personale che ci può anche aiutare a sdrammatizzare e “neutralizzare” una situazione spiacevole (un fraintendimento, un errore, un reclamo, ecc.). Semplicemente utilizzando il nome, può essere molto efficace per calmare o “sbollire” il nostro cliente.
 


 

3. Falli sentire speciali

Il cliente è molto più di una semplice vendita.

Trova il modo di farglielo sapere, ogni volta che ti chiama o entra nel tuo store, centro o ufficio che sia.

Ricordali quando sono in arrivo i suoi prodotti preferiti, quando cominciano i saldi o qualche promozione speciale. Di tanto in tanto, senza una regolarità, fai un presente (uno sconto speciale, un bonus, ecc.) per far sapere quanto apprezzi la loro presenza.

Quando i clienti si sentono apprezzati, sono molto più propensi a ricordarsi di te e dei tuoi servizi.

4. Falli divertire

Troppo spesso “divertimento sul luogo di lavoro” è associato a poca professionalità.

Divertimento sul lavoro vuol dire invece coinvolgimento soprattutto da un punto di vista emozionale.

Per far questo è importante avere passione ed entusiasmo ed essere in grado di trasmetterle al cliente, naturalmente associato alla competenza e conoscenza del prodotto o del servizio.

Prova a chiederti.
Il mio ufficio, store o centro è un posto divertente, rilassante e stimolante dove andare e (soprattutto) ritornare con piacere?

5. Trattali con rispetto e cortesia

I clienti sono il nostro pane quotidiano. Non dimentichiamo di usare le buone maniere.

Tutto questo ti sembra scontato?
Se la risposta è sì, questo potrebbe essere il problema. Le accortezze per accogliere clienti sono semplici e facilmente applicabili, proprio per il fatto di essere così elementari spesso diventano banali e scontate e sono eseguite con superficialità e leggerezza.

Sarai sorpreso di quanti addetti alla vendita o consulenti non usano le buone maniere, durante l’interazione con il cliente. Per qualcuno, anche dire semplicemente “Per favore” o “Grazie”, sembra un grande sforzo.

Poi ci chiediamo perché questi clienti non tornano?

 
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6. Mostra un sincero interesse

A nessuno piace l’ipocrisia.
Tutti riconoscono un sorriso di circostanza o un interesse forzato per spingere la vendita.

Il cliente vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia. Il tuo personale deve essere composto di “persone vere che godono” nell’interagire quotidianamente con il prossimo. Solo quando percepisce un reale interesse nei suoi confronti, il cliente, accetta di comunicare e d’interagire con te e la tua azienda.

E quando succede, si stabilisce un rapporto di fiducia duraturo.

Chiamalo poco in tempi come questi!

7. Dagli informazioni utili

I clienti non possono sempre ottenere le informazioni di cui hanno bisogno, semplicemente perché non sanno come/cosa cercare, hanno poco tempo o non conoscono le domande giuste da fare.

Per questo motivo i clienti di oggi desiderano relazionarsi con un professionista, che sia un grande conoscitore dei prodotti e del settore in cui opera, che conosce i veri bisogni dei suoi clienti e li aiuta dando suggerimenti, soluzioni e consigli pertinenti e professionali.

I venditori o consulenti che aiutano i loro clienti a risolvere problemi (non solo vendendo) sviluppano le migliori relazioni nel lungo periodo.

8. Sorprendili

Aggiungere il fattore wow.
Che cos’è il fattore WOW? Lo dice la parola stessa: sorprendere e meravigliare il cliente!

Per esempio fargli degli auguri che non si attende: mentre è preparato per quelli natalizi, potrebbero sorprendersi (positivamente) per quelli per il compleanno o per un evento importante nella sua vita o quella dei suoi familiari.

Che cosa potresti fare per stupire davvero i tuoi clienti?

Cerca di anticipare i bisogni e fornire soluzioni che il cliente può davvero usare.
Così facendo mostri che sei realmente sintonizzato con lui e che la priorità assoluta è quella di servirli nel modo migliore possibile.

Non premiare il personale solo per le vendite effettuate ma anche per qualsiasi comportamento/iniziativa che impressioni e sorprenda (ovviamente in positivo) il cliente, indipendentemente dal fatto che porti o no a una vendita.

9. Trattali con onestà

Onestà vuol dire trasparenza.

Trasparenza vuol dire massima chiarezza su prezzi, garanzie, resi, cambi, tempistiche, etc. Trasparenza significa che non c’è nulla da nascondere e non c’è paura di ricevere feedback, anche se negativi.

Devi essere disponibili ad ammettere e discutere eventuali manchevolezze e problemi di quello che offri. Tutti parlano di qualità, di servizio e garanzia ma poi sono pochi quelli che mantengono le promesse.

Fidelizzare clienti? Serve tempo ed energia

Creare una cultura orientata al cliente, è un’opportunità di business che non deve essere trascurato. Fidelizzare clienti e fornire un servizio memorabile di alto livello non costa molto e non è complicato, ma ci vuole tempo e fatica per creare un’esperienza di servizio straordinario per i tuoi clienti.

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace
A volte succede.

Sentirsi ingabbiati nel proprio lavoro.
Sentirsi inadeguati.
In balia degli eventi.

Non saper decidere.
Pentirsi delle scelte fatte.
Credere che l’infelicità sia un destino.

Rendersi conto di non riuscire a cambiare la propria vita.

Una sensazione precisa: costrizione

Sentirsi in trappola.

Ci chiediamo cosa diavolo stiamo facendo.

Tratteniamo la voglia di spaccare tutto
(una volta si lanciavano i fogli…
Oggi? La tastiera contro lo schermo?).

E di tornarcene a casa.

Ci ritroviamo con le spalle al muro.
Nessuna via d’uscita visibile.

Vorremmo urlare.
Scappare.
Spaccare tutto.

Ma questa situazione ci inchioda.
E non ci permette di muoverci.

Cosa ci tiene legati a un lavoro che non ci piace?

L’obbligo.
Il dovere.
Lo stipendio fisso.

La paura.
La comodità.
La codardia (chiamiamola col suo nome).

Il fatto è questo:
restiamo paralizzati
anche quando il lavoro non ci piace più.

Qualunque sia la prigionia in cui siamo finiti,
l’importante è non mollare
e trovare il modo di uscirne …

… il prima possibile

Sentirsi intrappolati logora.
Fa vacillare la sicurezza.
Consuma l’autostima.

Se non vedi un futuro nel tuo lavoro,
forse è il momento di ripensare il tuo percorso.

Non mi piace l’idea
che qualcuno si senta intrappolato.

Per questo cerchiamo di fare luce
sui pensieri e sui motivi
che ti tengono fermo.

Metto a tua disposizione la mia esperienza di career coaching e reinserimento professionale
per aiutarti a fare chiarezza.

Questo percorso breve e mirato
ti aiuta a capire cosa vuoi davvero
e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Scopriamo insieme i sei motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro:

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Vedere gli altri come più bravi, più capaci, più talentuosi
è uno dei modi più efficaci
per sentirsi una nullità
e restare fermi.

Il confronto può stimolare.
Ma se pensi che tutti siano migliori di te,
ti stai costruendo un alibi.

Un muro.
Per proteggerti dai riflettori.
Evitare critiche.
Non entrare in gioco.

Ma così ti metti in trappola.
Da solo.

Ognuno è migliore e peggiore
su infinite scale di valore.

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Marco non ha la tua intuizione.
Sergio non ha la tua competenza tecnica.
Margherita non ha la tua concretezza.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

2. Sei convinto che “là fuori” è difficile

Non sono d’accordo.

“Là fuori” non è difficile.
È molto difficile.

È tosta.
Ma cosa ti aspettavi?
Il tappeto rosso?

Viviamo un momento complicato.
Lo sappiamo tutti.

Ma parlarne in termini catastrofici
produce solo ansia
e immobilità.

È una questione di credo.

Se credi che non ci siano possibilità,
ogni porta resta chiusa.

Se credi che una possibilità esista,
puoi prepararti.
Lavorare.
Muovere il primo passo.

E, insistendo,
alla fine ce la fai.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro non ti entusiasma,
ma lo conosci!

Conosci le dinamiche.
Le persone.
È una routine “sicura”.

  • Se poi il nuovo capo fosse peggio?
  • E se i colleghi fossero tossici?

Paura normale.
Legittima.

Ma l’ignoto, spesso,
è ciò che accelera la crescita.

La paura non sparirà mai.
Va accettata.

Accettarla non significa essere deboli.
Ma essere lucidi.

4. Non sai dove andare

Rimanere fermi in attesa della risposta
è una trappola elegante.

La vera alternativa è farsi domande serie.
Scomode.
Oneste.

  • Cosa cerchi davvero?
  • Più autonomia?
  • Più creatività?
  • Responsabilità (ma la sai reggere)?

Spesso “non so dove andare”
è solo una scusa
per non muoversi.

Ecco un post approfondito dedicato a capire se è arrivato il momento .. → “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare ha senso
solo se fa parte di una strategia.

Altrimenti è immobilità travestita da prudenza.

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Quando passa questo periodo…”
  • “Non sono ancora pronto.”

Quando lo sarai?

La verità è semplice:
non lo saremo mai.

Si parte.
E si migliora strada facendo.

Un passo alla volta.

6. Hai paura di sbagliare

Hai già fallito una volta
e temi di rifarlo.

Ma non esistono garanzie.

Chi entra in campo
accetta di potersi fare male.

Eppure, chi va avanti,
cade, si rialza
e prosegue.

Il fallimento non è la fine.
È parte del percorso.

Anche se fa male.

Come uscire dalla sensazione di trappola

Senza vittimismo.
Senza scuse.

Accettando i limiti.
Imparando dagli errori.
Passando all’azione.

La sfortuna conta meno di quanto crediamo.
I risultati sono una conseguenza diretta
delle nostre azioni.

Se ti senti intrappolato,
non aspettare oltre.

Se senti che è il momento di cambiare
ma ti mancano direzione o sicurezza,
lavoriamo insieme per esplorare alternative
e costruire un piano concreto di transizione.

In finale

Sentirsi in trappola
non significa essere deboli.

Significa che qualcosa dentro di te
sta chiedendo spazio.

E prima o poi,
va ascoltato.

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro

primo giorno di lavoro
Che tu stia per entrare in
una startup innovativa,
una piccola impresa familiare,
un lussuoso store in centro
o una multinazionale,

il tuo approccio iniziale farà una differenza enorme
tra il successo e il fallimento
della tua permanenza in azienda.

Come comportarsi il primo giorno di lavoro?

“Chi ben comincia…” dice il detto.
E quale inizio è più importante del primo giorno di lavoro?

Ti stanno aspettando.
Sarai stimolato ed emozionato.
Ti troverai davanti a difficoltà e opportunità.

Il tuo obiettivo è uno solo:
sfruttare al meglio ogni situazione,
a partire dal giorno uno.

Ecco 13 suggerimenti per partire con il piede giusto.

1. Dormire bene

Se vuoi essere lucido, reattivo e presente,
devi essere riposato.

La notte prima non basta.
Gli esperti parlano di un periodo di “riallineamento”.

Tradotto:
vai a dormire prima e svegliati prima
almeno due settimane prima dell’inizio.

Lo so, suona poco comodo.
Ma funziona.

2. Controllare il tragitto casa–lavoro

Arrivare in ritardo il primo giorno è imperdonabile.
Punto.
Prova il percorso prima del “grande giorno”.
Considera l’effetto ora di punta.

Hai un piano B?
(Scioperi, maltempo, imprevisti.)

Calcola il tempo reale
e aggiungi altri 10 minuti di margine.

Arrivare un po’ in anticipo non è mai un problema.

3. Vestirsi professionalmente

Il modo in cui ti vesti
influenza il modo in cui verrai trattato.

Curato = affidabile.
Trasandato = disorganizzato (almeno all’inizio).

Ti piaccia o no,
il tuo aspetto parla prima di te.

Abbigliamento, capelli, mani, alito, profumo (discreto):
tutto contribuisce all’immagine che dai.

4. Avere un atteggiamento positivo

Nulla funziona meglio, il primo giorno,
di un atteggiamento positivo.

Postura dritta.
Passo deciso.
Stretta di mano schietta.
Sorriso sincero (non caricaturale).

Evita l’entrata da star.
Niente proclami.

Qualche battuta?
Poche e appropriate.
Se non è il tuo stile, lascia perdere.

5. Salutare il team personalmente

È spesso sottovalutato.
Ed è un errore.

Salutare ogni persona del team
pone una base fondamentale per la relazione.

Le persone vogliono sentirsi viste.
Non solo contate.

6. Imparare i nomi dei collaboratori

Nessuno si aspetta che li impari subito.
Ma farlo il prima possibile è essenziale.

Un nome non è solo educazione.
È identità.

Usare il nome crea legame,
riconoscimento,
rispetto.

Quando chiami una persona per nome,
stai dicendo: ti vedo.

7. Non essere te stesso (non ancora)

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, abbassa un po’ il volume.
Se sei molto pacato, alzalo leggermente.

È il primo giorno.
Osserva.
Registra.
Adattati all’ambiente.

L’umorismo?
Solo se ce l’hai davvero.

8. Parlare meno, ascoltare di più

Ascoltare è il modo più rapido per costruire fiducia.

Non “sentire”.
Ascoltare davvero.

Nei primi giorni:
ascolta bisogni, dubbi, aspettative.
Chiedi feedback.
Poi decidi.

Chi sa ascoltare
non ha paura del confronto.

Ed è sempre percepito come leader.
Leggi il post per approfondire.

9. Capire la cultura aziendale

Osserva i segnali non detti:

  • Orari flessibili o rigidi?
  • Ambiente formale o informale?
  • Collaborazione o individualismo?

Capirlo ti evita autogol
nei “primi minuti di gioco”.

10. Prestare attenzione all’istinto

Nei primi giorni il tuo sguardo è pulito.
Non ancora condizionato.

Tutto appare come è.
Tutto si mostra come è.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo capo o manager.

Scrivi tutto:
sensazioni,
persone,
dinamiche.

Questa percezione “pura” diventerà via via sempre più sfuggente e poi sparirà.
Per sempre.

11. Evitare proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente aria nuova.”

No!

Criticare chi non c’è più è facile.
E ti fa sembrare poco sincero.

Se devi parlare del passato,
attieniti ai fatti.

Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader
spingere subito sul cambiamento
può sembrare coraggioso.

Spesso è solo avventato.

Studia prima l’ambiente: processi, persone, impatti.

  • Come sono prese le decisioni?
  • Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
  • Come la prenderanno le persone coinvolte?
  • Saranno contente, resisteranno oppure “remeranno” contro?

Resisti alla tentazione di cambiare subito in modo compulsivo.

Il cambiamento arriverà.
Ma con criterio.
Strategia.

13. Salutare il team personalmente (di nuovo?)

Sì, lo abbiamo già detto.

Ora però è fine giornata.

Passa a salutare.
Una buonasera.
Un arrivederci.

È un gesto piccolo.
Ma costruisce grandi relazioni.

Non sottovalutare mai il potere delle relazioni.

Primo giorno di lavoro?

Usa questi spunti come linee guida,
non come regole rigide.

Se vuoi un supporto mirato e personalizzato
per partire con il piede giusto:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

L’importante è una cosa sola:
partire bene.

Buona fortuna!