20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri

Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

È l’incipit del mio libro Autorevolezza.

Ci sono giorni in cui proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti — quando sei più vulnerabile — arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che ti risponde per le rime.

E naturalmente arriva nel momento meno indicato.

Magari tra dieci minuti devi entrare in una riunione.

Oppure devi parlare con il tuo capo.

O hai davanti il collaboratore con cui proprio oggi avresti preferito non avere quella conversazione.

Ma non sempre puoi dire:

  • “Oggi non sono in forma. Ne riparliamo domani.”

Il lavoro va avanti.
E tu devi rimetterti in carreggiata.
Non necessariamente tornare al 100%.

Quel tanto che basta per sembrare subito più sicuri.

Ecco 5 cose che puoi fare.

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti possono bastare.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono. Chiedi di non essere disturbato.

Respira. Sul serio.

Quando sei agitato, anche il respiro accelera.

Rallentalo.

Respira con calma. Senza fare niente di speciale.

Non devi raggiungere uno stato zen per sembrare subito più sicuri.

Devi soltanto abbassare un po’ il ritmo.

Non devi essere al 100%

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Capita anche quando hai esperienza. Anche quando quel lavoro lo fai da anni.

Non devi risolvere tutto in dieci minuti.

Devi soltanto recuperare abbastanza presenza per affrontare quello che viene dopo. Sembrare subito più sicuri.

Ricorda qualcosa che hai già affrontato bene

Non una frase motivazionale.

Un fatto.
Un cliente difficile che sei riuscito a gestire.
Una riunione complicata.

Un risultato che pensavi di non riuscire a raggiungere.

Qualcosa che ti ricordi che questa giornata non è tutta la tua storia professionale.

Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

È una delle prime cose che fai quando ti senti insicuro.

  • “Si accorgeranno che sono agitato.”
  • “Staranno pensando che non sono capace.”
  • “Avranno capito che sono in difficoltà.”

Non lo sai.

E continuare a immaginarlo ti toglie altra energia.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Rimetti a posto il corpo

Quando sei sotto pressione, spesso il corpo lo mostra prima ancora che tu dica qualcosa.

Ti chiudi.
Abbassi lo sguardo.
Ti muovi in fretta.

Entri nella stanza quasi chiedendo permesso.

Non hai bisogno di metterti in posa.

Raddrizzati.
Alza lo sguardo.
Lascia andare un po’ le spalle.
Cammina senza precipitarti.

Sono piccoli aggiustamenti.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Rallenta

Quando sei ansioso, acceleri.
Parli più in fretta.
Cammini più in fretta.
Vuoi arrivare subito alla conclusione.

Magari rispondi prima ancora che l’altro abbia finito.

Fai il contrario.
Rallenta un po’.

Non teatralmente.
Quel tanto che basta.

Prima di rispondere, prenditi un secondo.

Quando entri in una stanza, non precipitarti.

Quando parli, lascia finire le frasi.

Perché quando sei in difficoltà hai la sensazione di dover recuperare velocemente il controllo.

E spesso, facendo tutto più velocemente, lo perdi ancora di più.

4. Guarda la persona che hai davanti

Quando sei poco sicuro, viene spontaneo abbassare lo sguardo.

Oppure guardare il computer.
Le carte.
Il telefono.

Qualunque cosa pur di non sostenere quel momento.

Non devi fissare nessuno negli occhi.
Ma quando parli con una persona, guardala.

Soprattutto quando devi dire no.
Quando devi dare un feedback.
Quando devi spiegare una decisione che sai che non piacerà.

Quando devi ammettere:

  • “Su questo ho sbagliato.”

Non servono trucchi.

Serve restare lì.

5. Sorridi. Ma non per nasconderti.

Un cliente una volta mi ha detto:

  • “Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

Lo capisco.

E infatti non devi metterti a ridere.

Ma quando sei teso rischi di entrare in una stanza con il viso chiuso, parlare in modo secco e dare agli altri un’impressione molto diversa da quella che vorresti dare.

Un sorriso naturale può aiutarti a sciogliere un po’ quella tensione.

Non sempre.
Non in ogni situazione.

E soprattutto non devi sorridere per fingere che vada tutto bene.

Se devi affrontare una questione seria, affrontala seriamente.

Il punto è non lasciare che una brutta giornata trasformi automaticamente anche il tuo modo di stare con gli altri.

Quando non ti senti sicuro, non devi fingere di esserlo

Ci sono giornate stonate.

Capitano.

Anche quando hai esperienza.
Anche quando gli altri ti considerano una persona sicura.
Anche quando sei tu quello che dovrebbe rassicurare gli altri.

Il problema non è avere un momento di fragilità.

È lasciare che quel momento prenda tutto lo spazio.

Fermati.
Respira.
Rallenta.
Alza lo sguardo.
E torna a fare quello che sai fare.

A volte basta questo per sembrare subito più sicuri.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché durante una riunione è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda, in fondo, non la prenda davvero sul serio.

Sabrina ha ottenuto il ruolo di team leader che desiderava. Adesso si chiede se ne abbia davvero le competenze.

Davide ha preso coraggio, ha presentato una sua iniziativa ed è stata accettata.

Bene?
Non proprio.

Da quel fatidico OK continua a girargli in testa una domanda:

  • “E se non funziona?”

Domenico, invece, aspetta il momento in cui qualcuno si accorgerà che gestire un team è molto più difficile per lui di quanto lascia vedere.

Nomi e situazioni cambiano.

Le domande, dopo tanti anni di coaching con responsabili e team leader, molto meno.

Come ho scritto nel capitolo 2 del mio libro “Prima volta Leader”, il buio amplifica.

Durante il giorno hai da fare.

Riunioni, telefonate, problemi, decisioni da prendere.

Poi arriva la sera.

Il rumore si abbassa e qualche domanda che durante il giorno eri riuscito a tenere a distanza torna fuori.

  • “Perché gli altri sembrano più sicuri di me?”
  • “Sono davvero capace di fare questo lavoro?”

Durante le sessioni di coaching queste domande prima o poi arrivano.

Non sempre vengono dette subito.

Ma sotto tanti dubbi sulla leadership ne ritrovo soprattutto cinque.

1. … e se non riesco?

Hai sbagliato una decisione.
Hai gestito male un collaboratore.
Hai dato un feedback e la conversazione è finita peggio di come era cominciata.

Il problema non è soltanto l’errore.

È quello che cominci a dirti dopo.

  • “Non sono capace.”
  • “Non sono fatto per questo ruolo.”
  • “Un vero leader non avrebbe reagito così.”

Hai sbagliato qualcosa e cominci a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in te.

Prima di arrivare a questa conclusione, prova a chiederti:

  • “Che cosa ho sbagliato?”
  • “Che cosa non avevo visto?”
  • “Che cosa posso fare diversamente?”

Se questo è un tema che conosci bene, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

2. … e se fallisco?

Questa domanda arriva spesso prima ancora che qualcosa sia andato storto.

Hai proposto un progetto e te lo approvano.
Hai chiesto maggiori responsabilità e te le danno.
Hai finalmente ottenuto quello che volevi.

E invece di festeggiare pensi:

  • “Fantastico… e adesso?”
  • “E se non funziona?”
  • “E se non riesco a gestirlo?”

A quel punto cominci a controllare tutto.

Ricontrolli.
Fai fatica a delegare.
Vuoi essere informato su ogni dettaglio.
Prepari tanto anche le cose che conosci bene.

Nel tentativo di evitare un possibile fallimento, finisci per renderti il lavoro ancora più pesante.

3. Ne ho davvero le competenze?

Questa arriva spesso dopo una promozione.

Prima i salti di gioia.

Poi, magari qualche giorno dopo:

  • “Ma dove mi sono cacciato?”

Fino a ieri eri bravo nel tuo lavoro.

Adesso alcune cose non ti vengono così naturali.
Qualche volta non sai davvero che cosa fare.

Non hai una risposta.
Ti manca esperienza.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non significa sentirti subito bravo in quello nuovo.

Il problema nasce quando da:

  • “Questa cosa non la so ancora fare bene.”

passi a:

  • “Hanno scelto la persona sbagliata.”

E cominci a leggere ogni difficoltà come una conferma.

4. … e se non piaccio?

Questa è più insidiosa.

Vuoi avere un buon rapporto con il team.
Vuoi essere apprezzato.
Vuoi che il tuo capo sia soddisfatto.

Fin qui, niente di strano.

Poi però devi dire no.
Devi correggere qualcuno.
Devi prendere una decisione che sai già che non piacerà.

E cominci a girarci intorno.

Addolcisci troppo.

Rimandi.

Spieghi per dieci minuti una decisione che avresti potuto spiegare in due.

Oppure cambi atteggiamento a seconda della persona che hai davanti.

Essere apprezzato fa piacere. Avere bisogno di esserlo sempre rende molto più difficile guidare.

Prima o poi qualcuno non sarà d’accordo con te.

Succede.

5. … e se mi scoprono?

Questa raramente viene detta così al primo incontro.

Di solito arriva dopo.

Quando c’è un po’ più di fiducia.

  • “Ho paura che prima o poi si accorgano che non sono così bravo.”
  • “Gli altri pensano che io abbia tutto sotto controllo.”
  • “Se sapessero quanto sono insicuro…”

E allora lavori ancora di più.
Ti prepari ancora di più.
Controlli ancora di più.
Cerchi di non mostrare mai un dubbio.

Fai attenzione persino a non dire:

  • “Non lo so.”

È faticoso.
Molto faticoso.

Perché non stai soltanto facendo il tuo lavoro.

Stai anche cercando continuamente di dimostrare che meriti di essere lì.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Paura da leadership. Cosa fare?

Dopo tanti anni passati a lavorare con persone che guidano altre persone, una cosa l’ho vista spesso.

Avere paura non significa che non sei adatto al ruolo.

Ma neppure che devi semplicemente convincerti ad avere più fiducia in te stesso.

Prima prova a capire che cosa ti sta mettendo in difficoltà.

  • “Ho paura di sbagliare?”
  • “Di fallire?”
  • “Di non avere le competenze?”
  • “Di non piacere?”
  • “Che gli altri scoprano che non sono così sicuro come sembro?”

Sembrano la stessa paura.

Non lo sono.

Capire quale ti sta togliendo il sonno è già un buon punto da cui partire.

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia nel mondo del lavoro, anche i giovani sono criticati, giudicati e spesso fraintesi.

Troppo fragili.
Poco disponibili al sacrificio.
Impazienti.
Sempre attaccati al telefono.
Poco rispettosi dell’autorità.

Lavorando con i giovani ne ho incontrati naturalmente anche così.

Ma ne ho incontrati altri curiosi, svegli, disponibili, pieni di idee. Ragazzi e ragazze che magari all’inizio sembravano poco coinvolti e che, quando hanno trovato qualcuno disposto a responsabilizzarli sul serio, sono cambiati parecchio.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

E soprattutto non sono tutti uguali.

Se un giovane o un giovanissimo entra nel tuo team, questi 11 spunti possono esserti utili.

1. Lasciagli spazio per esprimersi

I collaboratori più giovani possono avere un modo di presentarsi, parlare e comportarsi diverso da quello cui sei abituato.

A volte parecchio diverso.

Prima di concludere che sia poco professionale, prova a guardare oltre.

Una felpa, un tatuaggio, un modo informale di parlare possono darti fastidio.

Va bene.

Ma la domanda è un’altra: come lavora questa persona?

  • È affidabile?
  • Impara?
  • Rispetta clienti e colleghi?
  • Porta qualcosa al team?

Non confondere troppo velocemente ciò che è diverso da te con ciò che non va bene.

2. Non dare per scontato il loro rapporto con la tecnologia

Qui cambierei completamente prospettiva rispetto a qualche anno fa.

Essere giovane non significa automaticamente essere bravissimo con la tecnologia.

L’ho visto tante volte.

Velocissimi con smartphone, app e social, molto meno quando devono usare un programma aziendale, scrivere una mail professionale, organizzare un file o compilare correttamente un documento.

Quindi non partire da:

  • “Tanto queste cose voi giovani le sapete fare.”

Verifica.

Se lo sa fare, bene.
Se non lo sa fare, insegnaglielo.

3. Sul cellulare metti regole chiare

Il problema non è essere favorevoli o contrari allo smartphone.

Il problema è capire quando si può usare e quando no.

Se durante il lavoro il telefono crea distrazione, rallenta il servizio, disturba i colleghi o dà una cattiva impressione al cliente, devi dirlo.

Chiaramente.

Non aspettare settimane accumulando fastidio per poi esplodere:

  • “Sei sempre con quel telefono in mano!”

Spiega prima quali sono le regole.

E naturalmente rispettale anche tu.

4. Dai feedback concreti

Con un collaboratore giovane, soprattutto alle prime esperienze, non dare per scontato che sappia già valutare da solo come sta andando.

Se fa bene qualcosa, diglielo.

Ma non limitarti a:

  • “Bravo!”

Spiega che cosa hai visto.

  • “Hai gestito bene quel cliente perché non hai reagito alla sua provocazione.”
  • “Oggi ti sei organizzato meglio e non ho dovuto ricordarti le cose.”

Lo stesso vale quando qualcosa non funziona.

Più il feedback è concreto, più è utilizzabile.

5. Chiarisci subito che cosa ti aspetti

Non dare per scontato che un ragazzo di vent’anni attribuisca al lavoro lo stesso significato che gli attribuisci tu.

Magari per te quel lavoro è stato una carriera.

Per lui potrebbe essere soltanto una tappa.

O un modo per guadagnare mentre studia.
O qualcosa che ancora non sa se gli piace.

Una volta questa cosa mi avrebbe probabilmente infastidito più di oggi.

Con il tempo ho capito che

non devo convincere una persona ad amare il suo lavoro per poterle chiedere di farlo bene.

Puoi anche dirgli:

  • “Capisco che questo probabilmente non è il lavoro della tua vita. Però, finché sei qui, queste sono le cose che mi aspetto da te.”

È più utile che raccontargli una carriera che magari non desidera.

6. Risparmiagli le prediche

Evita il classico consiglio dello zio.

E soprattutto:

  • “Io alla tua età…”
  • “Quando ero giovane io…”
  • “Ai miei tempi…”
  • “Voi giovani di oggi…”

Che palle!

Anche perché il mondo nel quale hai cominciato a lavorare tu non è quello in cui sta cominciando lui.

Questo non significa abbassare le aspettative.

Puoi essere molto esigente senza trasformare ogni errore in una lezione sulla gioventù di oggi.

7. Non mortificarlo per scuoterlo

Umiliare una persona davanti agli altri, usare il sarcasmo o farla sentire incapace può produrre una reazione immediata.

Magari per qualche giorno fila dritto.

Non significa che hai ottenuto qualcosa di buono.

Con i giovani l’ho visto più volte: se sentono che qualsiasi errore diventa un’occasione per metterli sotto, a un certo punto smettono di esporsi.

Fanno il minimo.
Non chiedono più.
Oppure se ne vanno.

Correggi.
Pretendi.
Metti limiti.

Ma non mortificare.

8. Non dimenticare che il clima conta

Il lavoro è anche ambiente.

Colleghi.
Battute.
Pause.

La sensazione di stare bene oppure di entrare ogni mattina in un posto pesante.

Per un collaboratore giovane questo può contare parecchio.

Non significa che il lavoro debba diventare un villaggio vacanze.

Ci sono compiti noiosi.
Giornate pesanti.
Regole da rispettare.

Ma se nel tuo team non si può mai ridere, parlare, fare una pausa insieme o sentirsi parte del gruppo, non sorprenderti se un giovane fa più fatica ad affezionarsi a quel posto.

9. Non pretendere rispetto soltanto perché sei il capo

Qui negli anni non ho cambiato idea.

Puoi avere il titolo.
Puoi decidere turni, ferie e compiti.
Puoi anche richiamare un collaboratore.

Ma questo non significa automaticamente che quella persona ti stimi.

L’autorità arriva con il ruolo. L’autorevolezza te la giochi ogni giorno.

Anche con i collaboratori più giovani.

Nel modo in cui mantieni la parola.
Nel modo in cui li correggi.
Nel modo in cui reagisci quando sbagliano.

E anche nel modo in cui ammetti un tuo errore.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Non diventare troppo friendly

Vuoi dimostrare di non essere il solito capo distante e serioso.

Bene.

Puoi scherzare.
Puoi essere disponibile.
Puoi raccontare qualcosa di te.

Ma attenzione.

Un po’ alla volta può diventare facile confondere la confidenza con la parità di ruolo.

E il problema spesso non si vede quando tutto va bene.

Si vede quando devi dire no.

Quando devi richiamare quella persona.
Quando devi valutare il suo lavoro.
Quando devi prendere una decisione che non le piace.

A quel punto tornare improvvisamente a fare “il capo” può diventare molto più difficile.

Ne ho parlato anche in “6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore”.


Se lavori con collaboratori giovani e vuoi approfondire questo tema,

nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo al rapporto con la Generazione Z.

Come costruire con loro una leadership credibile ed efficace.

11. Sii una guida, soprattutto all’inizio

Un collaboratore giovane può aver bisogno di più presenza di quanto immagini.

Non perché sia incapace.

Semplicemente perché molte cose che per te sono ormai ovvie per lui non lo sono ancora.

Come parlare con un cliente arrabbiato.
Quando chiedere aiuto.
Come comportarsi dopo un errore.
Che cosa significa davvero essere puntuali.

Quando prendere un’iniziativa e quando invece fermarsi e chiedere.

Sono cose che raramente si imparano da una procedura.

Spesso si imparano guardando qualcuno che le fa.
E facendo qualche errore.

Il tuo compito non è stargli addosso.

È esserci abbastanza perché sappia dove andare quando non sa che cosa fare.

Collaboratori giovani? Richiedono tempo

Gestire collaboratori giovani richiede tempo.

A volte anche pazienza.

Ti faranno domande che ti sembreranno banali.

Potrebbero mettere in discussione cose che per te sono scontate.

Qualche volta ti faranno arrabbiare.

E qualche volta sarai tu a dover riconoscere che stavi giudicando troppo in fretta.

Prima di chiederti che cosa c’è che non va nei giovani di oggi, guarda la persona che hai davanti.

È da lì che comincia il lavoro.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.

  • “Beccati questa.”
  • “Volevi fregarmi? Ti ho fregato io.”

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.

Boh?

Così rileggo la mia mail.

E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.

Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto di quanto la mia risposta fosse…

sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro.

La posta elettronica è un modo terribile per litigare

Le mail sono comode.

Veloci.

Ti permettono di mettere tutto nero su bianco.

Il problema arriva quando dall’altra parte c’è tensione. O quando la tensione ce l’hai tu.

Manca lo sguardo.
Manca il tono.

Manca quel momento in cui, mentre stai parlando, ti accorgi dalla faccia dell’altro che forse è meglio fermarti.

Nella mail continui.
Scrivi.
Rileggi.
Aggiungi un’altra frase.

Poi un’altra ancora, perché vuoi essere sicuro che abbia capito.

E qualche volta è proprio quella frase in più che non dovevi scrivere.

Una mail scritta per chiarire può diventare molto facilmente una mail scritta per avere ragione.

Tutti abbiamo ricevuto una mail arrabbiata da un cliente, un collega o un capo.

E tutti, almeno una volta, abbiamo avuto voglia di rispondere per le rime.

Ecco cosa può esserti utile fare.

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni, non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle mail è proprio questo: non devi rispondere nello stesso istante in cui le ricevi.

Lascia sbollire.

Anche quando “urge”, spesso hai almeno cinque minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

A me è capitato più di una volta di rileggere una email arrabbiata dopo essermi allontanato dal computer e pensare:

  • “No. Questa non la posso mandare.”

Cinque minuti prima mi sembrava perfetta.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo quello che c’è scritto oppure quello che pensi ci sia dietro?

Non è la stessa cosa.

  • “Mi sta provocando.”
  • “Lo ha scritto apposta.”
  • “Mi sta prendendo in giro.”
  • “Vuole mettermi in difficoltà.”

Può essere.
Ma prima di rispondere, rileggi.

Soprattutto se quella mail ti ha fatto arrabbiare al primo colpo.

Perché quando sei già irritato, ogni parola sembra confermare quello che pensi dell’altro.

3. Scrivi una mail arrabbiata anche tu

Sì.

Se senti il bisogno, scrivila.

Sfogati.
Metti dentro tutto.

Ma non inviarla.

Io, per sicurezza, non la scriverei nemmeno direttamente nel campo Rispondi.

Nuova mail.
Nessun destinatario.
Oppure una bozza.

Poi chiudi.

Quando torni a leggerla con un po’ più di calma, decidi che cosa tenere.

Io queste mail le modifico.

Molto.

Nel 99% dei casi.

4. Rispondi in modo sintetico

Quando sei arrabbiato hai spesso una strana esigenza: spiegare tutto.

Ogni dettaglio.
Ogni precedente.
Ogni prova che dimostri che hai ragione.

È lì che una risposta di cinque righe diventa una requisitoria.

Se c’è anche solo la possibilità che tu abbia frainteso qualcosa, falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro.
Diretto.

Evita anche formule come:

  • “Come avrai sicuramente capito…”

No.

Non è affatto sicuro.

Se devi spiegare una cosa, spiegala. Non far sentire stupido l’altro perché non l’ha capita.

5. Rispondi in modo semplice

Sarcasmo e ironia funzionano già male quando siamo faccia a faccia.

Per mail possono diventare micidiali.

Tu scrivi una frase sorridendo.
L’altro la legge con il suo tono.
E magari non sta sorridendo affatto.

Se la conversazione è già tesa, non aggiungere altro materiale da interpretare.

Scrivi quello che vuoi dire.

Poi fermati.

6. A un certo punto smetti di scrivere

Questa è una cosa che ho imparato soprattutto sbagliando.

Ci sono scambi di mail che partono con un problema piccolo e, risposta dopo risposta, diventano enormi.

Tu precisi.
L’altro controbatte.

Tu correggi la sua ricostruzione.
Lui corregge la tua.

E dopo sei mail non state più parlando del problema iniziale.

State discutendo su chi ha ragione su come avete discusso del problema.

A quel punto basta.

  • “Ne parliamo?”
  • “Ti chiamo?”
  • “Ci vediamo dieci minuti?”

Faccia a faccia, in video o al telefono.

È meno comodo che continuare a lanciare missili digitali dal tuo ufficio.

Ma spesso è molto più utile.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “9 ragioni per preferire incontri faccia a faccia con i collaboratori”.

Ci sono conversazioni che peggiorano ogni volta che premi “Rispondi”.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

7. Prima di inviarla, falla leggere a qualcuno

Se puoi, fatti leggere la email arrabbiata da una persona fidata.

A volte basta sentirsi dire:

  • “Michele, io questa frase la toglierei.”

E mentre fino a trenta secondi prima eri convinto che fosse la frase più importante di tutta la mail, improvvisamente capisci che forse ha ragione.

Chi è fuori dalla situazione vede cose che tu, in quel momento, non vedi.

Può evitarti qualche clamoroso autogol.

8. Ammetti i tuoi eventuali errori

Questa è la parte meno piacevole.

Perché qualche volta rileggi tutta la conversazione e scopri che sì, l’altro ha esagerato.

Ma tu gli hai dato una bella mano.

Magari hai interpretato male.
Hai risposto male.
Hai usato un tono inutile.
Hai scritto una frase che potevi risparmiarti.

Puoi avere ragione sul problema e avere torto sul modo in cui lo hai gestito.

Se è successo, dillo.

  • “Su questo ho reagito male.”
  • “Quella frase potevo evitarla.”
  • “Ti chiedo scusa per il tono.”

Non significa dargli ragione su tutto.

Significa prenderti la responsabilità della tua parte.

Una email arrabbiata non deve distruggere una relazione professionale costruita negli anni.

Nel mio libro “Autorevolezza” torno più volte su questo punto: lavorare con le persone significa essere esposti anche a frustrazione, tensione e delusione.

La differenza la fa il modo in cui riesci a gestirle senza lasciare che decidano al posto tuo.

Email arrabbiata? Non devi vincere

Queste cose non le ho imparate perché sono sempre stato bravo a gestire le mail difficili.

Alcune le ho imparate proprio perché qualche mail non avrei dovuto mandarla.

O almeno non così.

Con il tempo ho imparato a lasciarle lì.

A rileggerle.
A togliere.
E qualche volta a prendere il telefono.

Non sempre ci riesco.

Ma una cosa cerco di ricordarmela.

A volte hai ragione.
Ma il modo in cui la difendi può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali non devi schiacciare l’altro.

Devi capire come vale la pena rispondere.

Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante

arrogante
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team poco importa…

conosci bene la complessità di dover “convivere” con personalità molto diverse.

È un compito già impegnativo di per sé,
ma diventa particolarmente difficile,
quando un tuo collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante è un problema (per tutti)

Non è solo una complicazione per te.

Il collaboratore arrogante e supponente può diventare un elemento destabilizzante per l’intero team, creando malumori, tensioni, conflitti.

Le persone finiscono per discutere (o litigare).

E no,
non è un tipetto facile.

Dimostra poca sensibilità, usa spesso un linguaggio scurrile, manca di tatto.

Cerca di dominare e controllare gli altri,
soprattutto quando tu non ci sei.

Molti arroganti credono di essere affascinanti.
In realtà, non lo sono.

Dietro l’arroganza, spesso,
si nasconde una grande vulnerabilità
e un disperato bisogno di apparire indispensabili.

Una cosa è certa …

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza” — ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 — trattare con un collaboratore arrogante richiede pazienza e una grande autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio davanti alla presunzione del collaboratore che “fa la star”?

Dipende.

Quando me lo chiedono, rispondo (come coach) con altre domande:

  • Quanto tempo ti porta via questa persona?
  • Sei più focalizzato su lui/lei che sullo tuo prodotto, servizio o clienti?
  • Per ridurre l’attrito nel team stai consumando la tua risorsa più preziosa… il tempo?

Prestazioni alte ≠ comportamento accettabile

Molti collaboratori arroganti hanno prestazioni medie.
Alcuni, invece, sono eccellenti.

È facile essere severi con i “medi” e indulgenti con i “brillanti”.

Ci sta.

Ma attenzione:
il loro comportamento può diventare tossico per il team.

Se non intervieni,
se ignori l’arroganza per convenienza o debolezza,
rischi di apparire come un capo debole o ingiusto.

E, col tempo, potresti fare più danni dell’arrogante stesso.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Ecco 10 spunti per gestire un collaboratore arrogante:

1. Accetta che serviranno tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare il tuo collaboratore arrogante?

Poca di sicuro,
non ho dubbi!

Se stai sperando che “prima o poi capirà”… mi spiace.

Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica radicata.
Può migliorare, ma non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è una cattiva consigliera.

Se non sei “pronto” a gestire le tue emozioni, aspetta.

Meglio rimandare che compromettere definitivamente il rapporto.

Non vedere i collaboratori difficili come ostacoli,
ma come occasioni per crescere come leader.

3. Parlane a quattro occhi

Il richiamo in pubblico può sembrare efficace.

In realtà, spesso peggiora tutto.

L’arrogante è spesso insicuro: l’umiliazione pubblica aumenta la sua insoddisfazione e arroganza.

Meglio un confronto privato,
lontano da occhi e orecchie indiscrete.

4. Documenta i comportamenti

Annota fatti, date, contesti e persone coinvolte.

Anche nelle piccole realtà la documentazione dà forza e chiarezza.

Nelle aziende più grandi, coinvolgi le Risorse Umane.

5. Indica il comportamento (non la persona)

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non dire:
“Sei arrogante!”

Spiega cosa, quando e come un comportamento ha creato un problema concreto.

Evita etichette.
Concentrati sui fatti.

Chiarisci che l’atteggiamento è diventato un problema e interferisce con il resto del personale.

Porta l’esempio specifico in cui il tuo collaboratore arrogante
ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

Esempio short:

“Durante la riunione di lunedì, hai interrotto più volte i colleghi,
sminuendo le loro proposte davanti al gruppo.

Il risultato è stato che due persone hanno smesso di intervenire e
la riunione si è chiusa senza una decisione condivisa.

Questo comportamento ha rallentato il lavoro del team e ha creato tensione inutile.”

6. Lascia spazio alla sua versione

Ascolta.
Senza interrompere.

Anche se non sei d’accordo.

Interrompere significa solo inasprire il confronto.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che (magari) non ci saranno sorprese?

Approfondisci con il post “Vuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi”

7. Ascolta senza giudicare

Difficile, lo so.

Evita frasi come:

  • “Io avrei fatto…”
  • “Io avrei detto…”

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.

È un esercizio di leadership:
garbo + autorità.

8. Esponi il problema in modo oggettivo

Focus sui comportamenti,
una situazione o un problema particolare.

Non sulla persona.

Un attacco all’autostima può danneggiare il rapporto per sempre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

È il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e azioni devono cambiare.

Spiega cosa e come.

Se il collaboratore la mette su “Senza di me tutto crolla” riporta la conversazione sui fatti.

Importante, sì.
Indispensabile, no.

La leadership vera emerge nei momenti difficili.

10. Dai un ultimatum (se serve)

Se, dopo un periodo adeguato,
non c’è alcun miglioramento,
è doveroso essere chiari.

Alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente)
sarai costretto a dargli il “benservito”.

Sempre nel rispetto delle procedure e della tutela legale.

In conclusione

Fai il possibile per aiutare il collaboratore arrogante a diventare un giocatore di squadra.

Ma alla fine devi fare ciò che è meglio per te, il team e l’organizzazione.

Reminder

Comprendere non significa giustificare.
Ascoltare non vuol dire subire.

La vera autorevolezza nasce quando sai unire lucidità, rispetto, confini chiari.

È lì che smetti di rincorrere l’armonia e inizi a guidarla.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone saranno difficili da motivare. Altre faranno quello che serve per mantenere il lavoro, portare a casa lo stipendio e poco più.

Poi ci sono collaboratori competenti, coinvolti, magari anche molto motivati, che un po’ alla volta perdono entusiasmo e voglia di fare.

Che cosa è successo?

A volte sono cambiate le persone.
A volte è cambiato il lavoro.
E qualche volta, c’entra anche il capo.

Ho visto responsabili seri, disponibili e sinceramente preoccupati per la motivazione del team fare ogni giorno, in perfetta buona fede, cose che andavano esattamente nella direzione opposta.

Questo articolo è per loro.

1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi vuoi verificare tutta la corrispondenza, le mail, i preventivi. Tutto rimane fermo finché non arriva la tua “benedizione”. E il tuo OK.

Scusa, ma perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi non gli lasci decidere neppure sulle cose che sa fare meglio di te?

Naturalmente delegare non significa disinteressarsi. Ci sono cose che devi controllare.

Il problema nasce quando il controllo diventa il tuo modo normale di lavorare con le persone.

Dopo un po’ il collaboratore impara.
Smette di decidere.
Aspetta te.

Se chiedi autonomia e poi controlli ogni passo, prima o poi le persone smettono di prendersela.

2. Ti concentri sugli errori

Un collaboratore sbaglia. E subito:

  • “Di chi è la colpa questa volta?”

L’ho vista partire tante volte questa caccia.

Chi ha mandato la mail?
Chi ha parlato con il cliente?
Chi doveva controllare?

Capire le responsabilità serve.

Ma se ogni errore diventa soprattutto una ricerca del colpevole, le persone imparano velocemente che prima di risolvere il problema devono proteggersi.

E allora arrivano le giustificazioni. Non la motivazione:

  • “Io l’avevo detto.”
  • “Non spettava a me.”
  • “Pensavo che se ne occupasse lui.”

Prima risolvi il problema. Poi cerca di capire che cosa è successo e come evitare che succeda di nuovo.

Non significa far finta che nessuno abbia sbagliato. Significa usare l’errore per capire qualcosa, non soltanto per trovare qualcuno da rimproverare.

Su questo puoi leggere anche “9 spunti per criticare il tuo collaboratore senza compromettere il rapporto”.

3. Respingi le idee

Ogni idea è buona? No, senza dubbio.

Ma c’è una differenza enorme tra dire no a un’idea e far capire a una persona che tanto è inutile proporre.

All’inizio il collaboratore insiste. Poi riprova. Poi magari ti dice:

  • “Avrei pensato una cosa…”

e tu hai già quella faccia.

Alla quarta o quinta volta non propone più niente. Non perché non abbia idee. Ha capito che non vale la pena portarle.

E magari, qualche mese dopo, ti lamenti: “Qui nessuno prende iniziativa.”

Prima di dire che il tuo team non propone niente, chiediti che cosa succede quando qualcuno propone qualcosa.

4. Non mantieni la parola

Questa è semplice.

Se dici che farai qualcosa, fallo. Se non puoi farlo, torna dalla persona e spiegale che cosa è cambiato.

  • “Ne parliamo venerdì.”
  • “Mi informo e ti faccio sapere.”
  • “Appena ho una risposta ti chiamo.”

Poi niente.

Una volta capita. Due anche. Ma quando diventa un’abitudine, le persone smettono di prendere sul serio quello che dici.

La motivazione si perde anche così.

5. Dai obiettivi impossibili

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Può essere. Ma prima guarda bene che cosa stai chiedendo.

Ho visto team correre tutto il giorno e sentirsi comunque ripetere che non era abbastanza.

Una richiesta urgente, poi un’altra.
Poi cambia la priorità.
Poi tutto diventa prioritario.

E alla fine:

  • “Ragazzi, dobbiamo darci una mossa.”

Magari se la stanno già dando.

Un obiettivo difficile può stimolare. Un obiettivo che nessuno considera raggiungibile, alla lunga, può ottenere l’effetto contrario.

Non abbassare l’asticella per paura di mettere pressione. Ma ogni tanto controlla che l’asticella non sia finita sul soffitto.

6. Hai i tuoi preferiti

È normale. Con alcuni collaboratori hai più feeling. Con altri fai più fatica.

Il problema arriva quando la simpatia comincia a cambiare il tuo metro di giudizio.

Uno arriva tardi e sorridi.
L’altro arriva tardi e parte il richiamo.

A uno concedi una cosa senza problemi.
All’altro chiedi tre spiegazioni.

E non pensare che il team non se ne accorga.

Se ne accorge.

Non devi trattare tutti nello stesso identico modo. Le persone sono diverse.

Ma le regole non possono cambiare a seconda di quanto una persona ti è simpatica.

7. Tratti male le persone e poi chiedi motivazione

Questa è quella che continuo a capire meno.

Tratti un collaboratore con sufficienza.
Lo interrompi.
Lo correggi davanti a tutti.
Non lo ascolti.
Gli parli male quando sei sotto pressione.
Magari passi senza neppure salutarlo.

Poi, qualche settimana dopo, ti chiedi:

  • “Ma che cosa gli è successo?”
  • “Una volta era molto più motivato.”
  • “Qui manca proprio l’entusiasmo.”

A volte non è successo niente di misterioso.

Le persone si sono semplicemente stancate.

Essere rispettosi non significa essere molli. Puoi dire no, essere esigente, dare un feedback duro, richiamare una persona che non sta facendo il suo lavoro.

Ma c’è una differenza tra essere esigente e far sentire qualcuno piccolo.

E questa differenza, quando lavori ogni giorno, pesa.

Il percorso di coaching mirato “Motivare il team demotivato” ti aiuta a capire che cosa sta spegnendo motivazione e responsabilità e dove puoi intervenire concretamente.

Prima di chiederti come motivare il team

Per anni abbiamo parlato di motivazione come se il capo dovesse avere sempre in tasca qualcosa per accenderla: la frase giusta, il premio, il discorso, l’obiettivo sfidante.

Con il tempo sono diventato più prudente.

Non puoi decidere tu quanto una persona sarà motivata.

Ci sono pezzi che appartengono a lei, alla sua situazione, al momento che sta vivendo, al rapporto che ha con quel lavoro.

Ma puoi guardare quello che succede dalla tua parte.

Controlli tutto?
Vedi soprattutto gli errori?
Ascolti davvero?
Mantieni la parola?
Chiedi cose realistiche?
Usi lo stesso metro?
Come tratti le persone quando sei sotto pressione?

Prima di chiederti come motivare il tuo team, assicurati di non essere tu a spegnerlo.

A volte, serve smettere di fare qualcosa che, giorno dopo giorno, sta togliendo alle persone la voglia di esserci.

Accoglienza sbagliata: quanti danni si possono fare?

accoglienza sbagliata

Non più tardi di un mese fa in un negozio di ottica di lusso la giovane venditrice ci accoglie con un sorriso.

“Vorrei vedere degli occhiali” chiede la persona in mia compagnia.
“Un attimo che le chiamo il venditore?”

Torna dicendo “È per un preventivo?”
“No”
“Allora lo posso fare io”.

Poteva finire lì.

Siccome non era per un preventivo,
siamo stati prontamente “scaricati” alla giovane del front store che ci ha servito (nella sua acerba esperienza e visibile svogliatezza) indicandoci con il dito “c’è quel modello oppure quell’altro” i vari tipi di occhiali ben disposti sui bellissimi display del Punto Vendita.

Il tutto è durato forse 2 minuti e la giovane venditrice non “ha preso in mano” una sola volta un paio d’occhiali.

Poco male.

L’ottico concorrente (dove la persona ha acquistato – in un secondo tempo – gli occhiali) sentitamente ringrazia per l’accoglienza sbagliata di cui sopra.

Le gratificazioni emozionali sono le più sensibili

Personalmente non ne sono rimasto particolarmente turbato, diverso è stata la persona che mi accompagnava (cliente abituale dello store) che non ha reclamato con veemenza per il solo fatto che il proprietario, in quel momento, era assente.

 


 

Anche se mi definisco una persona razionale, anch’io compio scelte dettate dalle emozioni quando decido di acquistare (o di non acquistare) un prodotto o un servizio.

Le gratificazioni emozionali sono quelle più gratificanti ma anche quelle più sensibili e “pericolose”, quando non sono soddisfatte.

Conosco (di vista) il proprietario … persona precisa, meticolosa e competente. Senz’altro sarebbe dispiaciuto dell’accaduto e prenderebbe i provvedimenti del caso … anche se oramai “il danno è fatto“.

Prestiamo attenzione al biglietto da visita del nostro store.
Non mi stancherò mai di ripeterlo.

Investire nell’immagine dello store. Basta?

Domanda.

Quanto serve spendere in rifiniture di lusso, pubblicità d’avanguardia, sito professionale, layout da favola … se poi in 2 minuti scarsi ti sei giocato 2 clienti, di cui uno affezionato e l’altro che ha un blog che parla (spesso e volentieri) d’accoglienza clienti?

Puoi investire migliaia di euro nell’immagine del tuo store ma che riscontri pensi di ottenere se al primo impatto risponde una voce sgraziata e indisponente?
Oppure la vocina tremula e sussurrata dell’esitante apprendista di turno?

E ancora come nel mio caso … relegare alla venditrice junior (peraltro incapace) un momento così importante come quello dell’accoglienza.

Pochi considerano l’accoglienza, un valore o un’area strategica su cui investire (in termine di formazione del personale). Se c’è una cosa che ci fa piacere (e ci fa tornare) in uno store, centro estetico, un bar, hotel o assicurazione … è la qualità dell’accoglienza!

In questi Tempi così incerti e complessi, devi dare un valore aggiunto al tuo servizio, devi prendere coscienza del comportamento dei tuoi clienti, adattarti a questi cambiamenti e chiederti come migliorare, accogliere e approcciare i clienti di oggi ed evitare un’accoglienza sbagliata.

Come prevenire un’accoglienza sbagliata

Prova a chiederti:

Chi è la prima persona che incontra il cliente quando entra in contatto (di persona, via telefono, via mail) con il mio punto vendita?
Questa persona sa esattamente quali sono i miei standard di accoglienza?
Tutto il mio personale sa esattamente come muoversi quando entra un/una cliente?
Che succede se entrano due clienti contemporaneamente?
Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?
Che succede quando non sono presente?

E soprattutto …
Sto dando il giusto esempio?

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.

Se ti stai chiedendo che cosa c’entri la leadership al cellulare con il modo in cui usi lo smartphone, forse sottovaluti quanto i tuoi collaboratori ti osservino.

Sei il capo, il responsabile, quello cui si guarda soprattutto quando c’è un problema.

Anche il modo in cui usi il cellulare dice qualcosa di te.

Non perché un leader debba essere sempre composto, impeccabile e sotto controllo.

Ma ci sono piccoli comportamenti che ripeti senza accorgertene e che, visti da fuori, possono raccontare tutt’altro.

E alcuni li facciamo praticamente tutti.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Sei alle prese con un problema delicato e, preso dal vortice della telefonata, perdi completamente la dimensione di dove sei e con chi sei.

Il tono sale.
Sale ancora.
E alla fine stai praticamente urlando nel telefono.

Tu sei dentro la telefonata.
I tuoi collaboratori no.

Loro vedono il capo che cammina avanti e indietro parlando a voce sempre più alta.

Non è detto che conoscano il problema. Vedono però come lo stai affrontando.

2. Estrarlo continuamente a ogni segnale

Una notifica.
Poi un’altra.
Vibra.
Controlli.
Lo rimetti via.

Dopo trenta secondi, di nuovo.
Dentro, fuori. Dentro, fuori.

La vecchia taschina deformata della giacca forse è sparita, ma il movimento è rimasto.

Ogni tanto prova semplicemente a osservarti.

Quante volte guardi il telefono senza che ce ne sia davvero bisogno?

3. Lasciare che interrompa una conversazione

Se sei in riunione o stai parlando con un collaboratore, mettilo in silenzioso.

Sembra una banalità.

Eppure basta una notifica perché lo sguardo scenda.

Magari solo per due secondi.

Poi:

  • “Scusa, dicevi?”

Una volta non succede niente.

Se diventa il tuo modo abituale di stare con le persone, però, il messaggio arriva: qualunque cosa succeda su quel piccolo schermo può interrompere quello che mi stai dicendo.

4. Girare come una trottola

Questa la riconosco subito.

Parte la telefonata e cominci a camminare.

Ora qua.
Poi là.
Giro dell’ufficio.
Corridoio.
Dietrofront.

Non c’è niente di male nel camminare mentre telefoni.

Ma se sei agitato, quel movimento continuo può diventare contagioso. Soprattutto se chi ti guarda non sa che cosa stia succedendo.

Tu magari stai solo pensando.

Il team vede il capo che gira nervosamente per l’ufficio.

Ogni tanto fermati.

5. Avere una suoneria a tutto volume

Qui non serve farne una questione di leadership al cellulare.

È soprattutto una questione di contesto.

Se ogni telefonata viene annunciata da una musichetta sparata al massimo durante una riunione, un colloquio o mentre stai parlando con un cliente, forse vale la pena cambiarla.

Non perché un leader debba avere una suoneria triste e istituzionale.

Semplicemente perché non tutto deve attirare l’attenzione su di te.

6. Dimenticarlo continuamente

Un mio cliente, sotto quest’aspetto, era diventato quasi una barzelletta per il suo team.

Dimenticava il cellulare ovunque.

A volte glielo riportava il cameriere del bar di fronte.

Altre volte qualcuno del team doveva chiamarlo per capire dove l’avesse lasciato.

Se poi era in modalità silenziosa, partiva la caccia al tesoro.

Fa sorridere.

Ma se succede continuamente, anche queste piccole cose contribuiscono all’immagine che dai: organizzato oppure perennemente alla ricerca di qualcosa.

7. Far vedere tutta la tua agitazione mentre telefoni

Ci sono telefonate che ci cambiano completamente.

Ti tocchi continuamente il viso.
Tamburelli con le dita.
Sbuffi.
Alzi gli occhi al cielo.

Fai smorfie mentre l’altro parla.

  • “Uhm…”
  • “Eh…”
  • “Sì, sì…”

Non significa che devi controllare ogni gesto.

Ma se sei il responsabile e stai facendo una telefonata evidentemente difficile davanti al team, ricorda che gli altri vedono la tua reazione senza sapere necessariamente che cosa stai ascoltando.

E qualche volta riempiono da soli i pezzi mancanti.

Tu conosci la telefonata.
Chi ti guarda vede soltanto come reagisci.

8. Tenerlo sempre con te

Sul tavolo durante una riunione.

Davanti a te mentre prendi un caffè con un collaboratore.
Accanto al piatto a pranzo.
Magari non lo tocchi neppure.

Però è lì.
Pronto.

E basta che si illumini perché per un attimo ti porti via.

Non serve demonizzare lo smartphone.

Ma quando una conversazione conta, ogni tanto vale la pena toglierlo proprio dalla vista.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione. Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

9. Essere sempre preoccupato del telefono

  • “Quanto ho di batteria?”
  • “Hai un caricatore?”
  • “Dov’è la presa?”

Capita.

Il problema è quando il telefono diventa una piccola emergenza permanente.

Lo controlli.
Lo carichi.
Cerchi il cavo.

Ti accorgi che sei al 12% e sembra che sia successo qualcosa di grave.

Non è il livello della batteria a toglierti autorevolezza.

È quanto spazio riesci a dare a una cosa piccola mentre intorno a te ci sono persone e problemi ben più importanti.

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

Questa, per me, resta la peggiore.

  • “Parla pure… ti ascolto.”

E intanto continui a scrivere sul cellulare.

Ogni tanto annuisci.

  • “Uhm.”
  • “Certo.”
  • “Vai pure.”

Non dubito che tu stia sentendo quello che ti stanno dicendo.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non so te, ma se c’è una cosa che continuo a detestare è parlare con qualcuno che guarda il cellulare mentre gli sto parlando.

E se sei il capo c’è anche un problema in più: il collaboratore spesso non ti dirà:

  • “Puoi mettere via quel telefono mentre ti parlo?”

Magari continua.

Finisce quello che deve dirti.
Ed esce dal tuo ufficio.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Quando qualcuno ti sta parlando, il modo più semplice per dimostrargli attenzione è dargliela davvero.

Leadership al cellulare? Ogni tanto guardati da fuori

Non devi diventare schiavo delle buone maniere.

E neppure comportarti come se i tuoi collaboratori stessero assegnandoti un voto ogni volta che prendi in mano il telefono.

Ma ogni tanto guardati da fuori.

  • Parli troppo forte?
  • Lo controlli continuamente?
  • Interrompi una conversazione appena vibra?
  • Continui a scrivere mentre qualcuno ti parla?

Sono piccole cose.

Proprio per questo diventano facilmente abitudini.

E spesso gli altri le vedono molto prima di te.

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza
Non sono poche le persone che mi contattano (per “fare” coaching) perché, pur partite con le migliori intenzioni, col tempo si sono impantanate.

In atteggiamenti di arroganza.
Di spavalderia.
Di reazioni eccessive.

Il risultato?

Rapporti compromessi con il team (grande o piccolo che sia), con tutto lo strascico di:

  • problemi
  • conflitti
  • cali di produttività
  • risultati scarsi
  • notti insonni
  • bruciori di stomaco

Se “il team è la chiave del successo”,
è facile dedurre che:

NO team = NO successo

A volte la nostra insicurezza (o inesperienza come leader) viene coperta — come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” — da perfezionismo, spavalderia, superiorità e arroganza.

Per nascondere la vulnerabilità ci rifugiamo dietro:

  • false competenze
  • finti atteggiamenti di sicurezza
  • dimostrazioni di forza

Per manipolare e controllare i collaboratori.
Fare colpo.
Per sembrare più competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro sia una giungla?
Una lotta continua?

Dove vince il più forte, il capo comanda e gli altri seguono senza discutere?

Attenzione.

Non stai forse scambiando arroganza e prepotenza per fiducia e carattere?

Siamo in tanti a cadere in questo equivoco.

Spesso siamo arroganti perché non abbiamo ancora capito cos’è davvero la fiducia in sé stessi.

Essere arroganti, strafottenti o stronzi non significa essere sicuri di sé.

Anche se, paradossalmente, molti di questi vengono messi su un piedistallo e osannati perché “sono arrivati”.

Il punto è un altro.

  • Cosa vuol dire essere sicuri?

E soprattutto:

  • come esserlo senza cadere nella trappola dell’arroganza?

Ecco 4 atteggiamenti arroganti che svelano insicurezza di leadership:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte.
Sguardo truce.
Sorriso sprezzante.

Incalzi.
Ti imponi.
Ammetti raramente di avere torto.

Usi sarcasmo e battute per svalutare chi ti circonda.

Critichi davanti agli altri
(per mostrare potere).

Parli senza pensare all’impatto
(perché “i forti fanno così”).

Non riconosci mai il lavoro del team
(perché “i duri non fanno complimenti”).

Siamo lontani. Molto lontani.

La linea tra fiducia e arroganza non è sottile: è un abisso.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove nasce questo bisogno di sentirsi superiori, speciali, indispensabili?

Cerchi ammirazione continua.
Pensi che, essendo “il migliore”, tutto ti sia dovuto.

Le tue esigenze vengono prima di tutto.
E pur di emergere sei disposto a passare sopra a chiunque.

Ma ricordalo:
ci sarà sempre qualcuno più esperto, più competente, più brillante di te.

La differenza è qui.

Se hai davvero fiducia in te stesso, questa consapevolezza non scalfisce né il tuo valore né la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza con l’arroganza

Essere visti per quello che siamo fa paura a tutti.

E allora costruiamo muri.
Indossiamo maschere.
Evitiamo di sembrare vulnerabili.

Ma coprire le paure costa energia.
Molta.

Il leader arrogante bleffa.
Millanta.
Getta fumo negli occhi.

Schiva le responsabilità finché non arriva il momento di rivendicare un successo.

Lo sai, vero?
Spesso chi ha l’opinione più alta di sé è anche chi ha l’autostima più fragile.

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché, per sembrare capi forti e sicuri, non sappiamo dire: “Complimenti. Ottimo lavoro.”?

Perché umiliamo i talenti facendo leva sulle loro presunte debolezze?

Paura che si montino la testa?
Che mettano in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di yes-man deboli, non stai guidando un gruppo.

Stai solo difendendoti.

Arroganza e fiducia sono mondi diversi

Il mondo del lavoro, oggi, premia (spesso) i furbi, gli scaltri, i colpi bassi.

Ma per crescere davvero serve riconoscere cosa sono davvero fiducia e arroganza.

Assicurati di conoscerne la differenza.

È necessario traspirare fiducia, non arroganza.

E poi…

nessuno ama una persona arrogante

Nemmeno gli arroganti — quando lo sono gli altri.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

L’autorevolezza non si impone.
Si costruisce.

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

Un percorso breve e pratico per farti ascoltare e rispettare,
anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca

impressione

Foto di Roland Lakis

Chi ben comincia… dice il detto.

Il momento più delicato quando conosci qualcuno è spesso quello iniziale.

Un colloquio di lavoro, l’incontro con il nuovo capo, la prima riunione con il team, un cliente che non hai mai visto. Oppure, perché no, l’appuntamento galante che aspettavi da settimane.

Poi avrai tempo per farti conoscere e dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile.

Ma all’inizio l’altra persona ha poco a disposizione.

Guarda come entri.
Come saluti.
Come ti muovi.
Come la guardi.

E comincia a farsi un’idea.

Non significa che la prima impressione sia sempre giusta. Spesso non lo è.

Ma partire bene aiuta.

1. Tratta bene tutti, non soltanto la persona che conta

Questa per me viene prima di postura, stretta di mano e abbigliamento.

Vai incontro alle persone come se fossero importanti.

Tutte.

Se hai un colloquio di lavoro, non diventare improvvisamente gentile quando entra il selezionatore. Prima hai incontrato qualcuno alla reception, magari una segretaria, qualcuno che ti ha indicato dove aspettare.

Il modo in cui tratti una persona da cui non hai niente da ottenere dice parecchio di te.

Non costa nulla dare attenzione e considerazione a qualcuno.

E non devi diventare un commediante, soggiogato o paraculo.

Non riservare la tua versione migliore soltanto alla persona che devi impressionare.

2. Non entrare pensando soltanto all’impressione che farai

Prima di un incontro importante può partire il solito film:

  • “Come mi vedranno?”
  • “Sembrerò sicuro?”
  • “Si accorgeranno che sono agitato?”

Più ti osservi, più rischi di diventare rigido.

Lascia perdere “Sono fantastico”,
“Andrà benissimo”,
“Devo essere sicuro di me”.

Ricorda piuttosto qualcosa che hai già affrontato bene. Una riunione difficile, un cliente soddisfatto, un risultato di cui sei orgoglioso.

Non devi convincerti di essere bravo.
Ricordati che qualcosa sai già fare.

3. Prima di entrare, guarda come stai

Non ti serve la postura del leader.

Ma se sei agitato, il corpo tende a raccontarlo.

Entri velocemente, guardi in basso, ti sistemi continuamente la giacca, controlli il telefono, non sai dove mettere le mani.

Sono cose normali.

Prima di entrare fermati un momento. Raddrizzati, lascia andare le spalle, alza lo sguardo.

E soprattutto non avere fretta.

A volte basta questo.

4. Vestiti per il contesto

Non esiste il look giusto in assoluto.
Esiste il contesto.

Negli anni ho visto persone presentarsi vestite benissimo ma completamente fuori posto. E altre molto semplici, perfettamente a loro agio.

Non devi stupire.

Devi evitare che il tuo abbigliamento diventi la cosa più interessante di te.

Poi mettici pure qualcosa di tuo. Essere adeguato non significa essere anonimo.

5. Guarda davvero la persona che incontri

Quando saluti qualcuno, guardalo.

Sembra poco. Non lo è.

Soprattutto quando sei teso e la tentazione è guardare altrove, sistemare le carte, controllare il telefono o pensare già a quello che dovrai dire.

Non devi fissarlo negli occhi e neppure ricordarti qualche tecnica particolare.

E sorridi, se ti viene naturale.

Mi è capitato di vedere persone molto cordiali sembrare fredde semplicemente perché, sotto tensione, si chiudevano completamente.

Non erano antipatiche.
Erano troppo concentrate su loro stesse.

6. Dai la mano e rispetta lo spazio dell’altro

Per anni abbiamo letto di tutto sulla stretta di mano.

Troppo debole significa questo.
Troppo forte significa quello.
Palmo così, personalità dominante.
Palmo cosà, insicurezza.

La farei molto più semplice.

Se la situazione prevede una stretta di mano, dalla normalmente. Non stritolare la mano dell’altro e non offrirgli tre dita.

Lo stesso vale per la distanza.

Ci sono persone che parlano molto vicino. Altre, appena fai mezzo passo avanti, ne fanno uno indietro.

Osservalo.

La distanza giusta non la misuri.
La aggiusti.

Se l’altro arretra, non inseguirlo. E se non c’è confidenza, evita di partire subito con mani sulle spalle, pacche e contatti vari.

7. Non cercare di fare una buona impressione a tutti i costi

Forse è il punto più importante.

Quando cerchi troppo di sembrare sicuro, brillante, simpatico o autorevole, rischi di ottenere l’effetto contrario.

Si vede che stai facendo qualcosa.

La buona impressione non nasce da una posa perfetta.

Nasce molto più spesso da cose semplici: non avere fretta, guardare chi hai davanti, ascoltare, trattare bene le persone.

E magari dimenticarti per qualche minuto dell’impressione che vuoi fare.

Se vuoi approfondire il tema dell’autorevolezza, puoi leggere anche “12 spunti per essere più autorevoli al lavoro”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui voce, corpo e presenza contribuiscono alla tua autorevolezza, il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza” ti aiuta a esprimerti con maggiore sicurezza senza costruire un personaggio.

Poi naturalmente arriva il momento di aprire bocca.

E per alcuni di noi i problemi iniziano proprio lì…

Ma questa è tutta un’altra storia.

7 modi infallibili per rovinare il colloquio di lavoro

colloquio

Sai come affrontare con successo un colloquio di lavoro?

Ah, no!

Infatti i colloqui sono spesso il festival dell’errore.

Ansia, tensione e improvvisazione giocano brutti scherzi. E dopo settimane di candidature, silenzi e “le faremo sapere”, può bastare poco per presentarti nel modo sbagliato.

Prima di cercare la risposta perfetta, evita almeno di tagliarti le gambe da solo.

1. Presentarti al momento sbagliato

Arrivare in ritardo non è un buon inizio. Se hai un imprevisto serio, avvisa.

Ma anche presentarti con quaranta minuti di anticipo può creare disagio a chi deve riceverti.

Se arrivi molto prima, fatti due passi, prendi un caffè e presentati qualche minuto prima dell’appuntamento.

Con calma.

2. Sbagliare look

Sbagliare look non significa essere vestito male.

Significa non essere vestito per quel contesto, quell’azienda e quel ruolo.

Se non conosci l’ambiente, evita gli eccessi e scegli qualcosa di semplice e curato.

Non devi impressionare con il vestito.

Devi sentirti a posto quando ti siedi davanti al selezionatore.

3. Inventarti competenze che non hai

“Inglese? Sì, molto buono.”

Poi arriva una domanda in inglese.

“Computer? Nessun problema.”

Poi scopriamo che “con il PC mi dà una mano mio figlio”.

Ne ho sentite parecchie.

Valorizzare quello che sai fare è giusto. Inventarlo è un’altra cosa.

Se una competenza è basilare, dillo.
Se non la utilizzi da anni, dillo.
Se la stai imparando, dillo.

Non devi sapere fare tutto.
Devi riuscire a raccontare bene quello che sai fare davvero.

4. Portarti dietro tutta l’amarezza del lavoro precedente

Licenziamenti, capi difficili, colleghi che ti hanno deluso, candidature senza risposta.

Il mondo del lavoro può essere tosto.

E qualche volta hai anche ottime ragioni per essere arrabbiato.

Ma poi al colloquio escono:

  • “Il mio capo era un idiota.”
  • “Mi hanno fregato.”
  • “In quell’azienda erano tutti incompetenti.”

L’amarezza è una cattiva consigliera.

Puoi raccontare che cosa non ha funzionato senza trasformare il colloquio in un regolamento di conti con il tuo passato professionale.

5. Parlare troppo poco. Oppure non fermarti più

Ci sono candidati che per la tensione si chiudono.

Risposte di tre parole, sguardo basso, informazioni che devi quasi tirare fuori.

E magari hanno esperienza e competenze.
Solo che il selezionatore non può indovinarle.

Poi c’è l’estremo opposto.

Fai una domanda e parte un fiume. Cinque minuti dopo non ricordi più quale fosse la domanda.

Parlare tanto non significa comunicare.

Ascolta la domanda.
Rispondi.
Porta un esempio se serve.

Poi fermati.

6. Parlare di stipendio nel momento sbagliato

Non si vive di sola aria.

Stipendio, orari, vacanze e condizioni di lavoro sono importanti.

Altro che.

Non c’è niente di sbagliato nel chiedere quanto verrai pagato. Ma se nei primi minuti le tue domande riguardano soltanto stipendio, ferie e benefit, il messaggio che arriva può essere un altro.

Lo stipendio non è una domanda sbagliata.
Può esserlo il momento.

Ascolta come procede il colloquio e valuta quando affrontare l’argomento.

7. Non conoscere l’azienda

Questa continua a sorprendermi.

Ti candidi.
Ti chiamano.
Vai al colloquio.

Poi arriva:

  • “Che cosa sa della nostra azienda?”

Silenzio.

Non devi imparare a memoria il sito. Ma almeno sapere che cosa fa l’azienda, per quale posizione ti sei candidato e che cosa ti ha interessato.

Oggi bastano pochi minuti.

Se vuoi preparare meglio questa parte puoi leggere “Colloquio di lavoro: 6 spunti per raccogliere info sull’azienda”.

Prima di pensare a come impressionare chi hai davanti, evita di complicarti il colloquio da solo.

Se hai un colloquio imminente e vuoi prepararlo partendo dalla posizione, dall’azienda e dai punti del tuo percorso che dovrai raccontare bene, il percorso “Colloquio di lavoro” ti aiuta a prepararti in modo mirato.

Non puoi controllare come andrà il colloquio.

Ma almeno non ti sei tagliato le gambe da solo.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione
Ti senti soddisfatto quando termini un lavoro oppure pensi sempre che “non sia ancora abbastanza”?

Riesci a concentrare tempo ed energie sulle cose importanti oppure continui a tornare sui dettagli?

Un’ultima verifica.
Un’altra correzione.

Aspetta, guardo ancora questa cosa…

La perfezione ha questo problema: ogni volta che ti sembra di esserci quasi arrivato, trovi qualcos’altro da sistemare.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho sottolineato proprio questo: la perfezione non esiste.

Questo non significa accontentarsi o lavorare male.

Significa capire quando la ricerca della qualità sta migliorando il tuo lavoro e quando, invece, sta cominciando a rovinarlo.

1. Non finisci mai

Il lavoro è praticamente pronto.

Ma non lo consegni.

Rileggi.
Correggi.
Poi riguardi la correzione.

E quando finalmente devi premere “Invia”, ti viene ancora un dubbio.

Non sempre dietro c’è scrupolosità.

Qualche volta c’è semplicemente paura di sbagliare e di essere giudicato per quello che hai fatto.

Finché il lavoro rimane nelle tue mani puoi ancora migliorarlo.

Quando lo consegni, qualcuno lo vedrà.
E lo giudicherà.

Se riconosci questo meccanismo, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

A volte non continui a migliorare il lavoro.
Stai soltanto rimandando il momento di consegnarlo.

2. Impieghi troppo tempo

Hai finito, ma controlli ancora.

Numeri.
Impaginazione.
Una parola.
Poi torni ai numeri.

Ogni incarico finisce per richiedere molto più tempo del necessario.

Non perché il lavoro sia particolarmente complesso, ma perché non arriva mai il momento in cui per te è abbastanza.

E così il tempo non basta mai.

Un logorio continuo.

3. A forza di cercare la prestazione perfetta, lavori peggio

Può succedere anche questo.

Vuoi fare così bene che cominci a lavorare male.

Pensi troppo.
Ti controlli mentre lavori.
Ti chiedi continuamente se quello che stai facendo sia giusto.

E perdi fluidità.

L’ho visto anche nelle persone che preparano un colloquio: vogliono trovare la risposta perfetta, imparano tutto, controllano ogni parola.

Poi arriva una domanda leggermente diversa da quella prevista e si bloccano.

Prepararsi aiuta. Cercare di controllare tutto no.

4. Ti carichi di stress inutile

Se ogni errore diventa una prova del tuo valore professionale, anche un lavoro normale diventa pesante.

Non stai più soltanto preparando una presentazione, scrivendo una mail o gestendo una riunione.

Stai cercando di dimostrare di essere all’altezza.

Ogni volta.
E questo stanca.

Soprattutto perché il lavoro, prima o poi, ti presenterà qualcosa che non puoi controllare.

5. Cominci a pretendere la perfezione anche dagli altri

Qui il perfezionismo smette di essere soltanto un problema tuo.

Correggi continuamente.
Rifai quello che ha fatto il collaboratore.

Noti subito quello che manca e molto meno quello che funziona.

“Sì, va bene, però…”

Se lavori con un team, questo “però” ripetuto ogni giorno pesa.

Non significa abbassare gli standard.

Significa chiederti se stai davvero migliorando il lavoro oppure se nessuno riesce più a raggiungere il livello che hai in testa.

Il problema comincia quando il tuo “non è ancora abbastanza” diventa anche il metro con cui giudichi gli altri.

6. Ti blocchi

Il perfezionismo qualche volta produce l’effetto opposto a quello che cerchi.

Vuoi fare molto bene.
E non parti.
Oppure parti, torni indietro, cambi, ricominci.

Perché finché non sei sicuro di poter fare qualcosa come vorresti, preferisci aspettare.

Solo che nel frattempo il lavoro rimane lì.

La ricerca della perfezione può diventare un modo molto elegante per non decidere.

7. Perdi opportunità

Aspetti di essere completamente pronto.

Di avere tutte le competenze.
Che arrivi il momento giusto.
Che il progetto sia impeccabile.
Che non ci siano rischi.

E intanto qualcun altro manda la candidatura, presenta la proposta, accetta il nuovo incarico o prova.

Non perché sia più bravo.

Magari era semplicemente disposto a partire senza avere tutto sotto controllo.

Punta al miglior risultato possibile

Non ti sto dicendo di diventare superficiale.

Ci sono lavori in cui un errore può avere conseguenze importanti e altri in cui la precisione è parte stessa della professionalità.

Ma non tutto richiede lo stesso livello di perfezione.

A volte “fatto bene” è esattamente ciò che serve.

Altre volte devi controllare ancora.
La parte difficile è capire la differenza.

Il punto non è fare meno bene il tuo lavoro.

È smettere di consumare tempo ed energie per portarlo da abbastanza buono a perfetto, quando perfetto non serve.

9 accortezze per farsi ricordare sicuramente dai clienti

In piena era di automazione, innovazione e condivisione la cura per i clienti non è mai stata così importante.

Un cliente, in qualsiasi momento, può condividere la sua opinione con molte altre persone attraverso i social media, il web e influenzare (positivamente ma anche negativamente) la tua azienda.

Coltivare le relazioni con le persone (ancor prima che diventino clienti) è una parte cruciale per mirare al successo.

Ecco perché è più importante che mai, creare (per chi entra a contatto con la tua realtà) un’esperienza eccellente e sviluppare un rapporto di “affetto” tra i tuoi clienti e la tua azienda.

Ecco 9 modi per assicurarti che i clienti si ricordino sicuramente di te la prossima volta:

1. Ascoltali

A ogni persona piace essere ascoltata … e perché non dovrebbe esserlo?

Essere ascoltati.
Davvero.

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire ciò che l’altro sta dicendo. Hai notato che, spesso, stai pensando già alla risposta mentre la persona sta ancora parlando?

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela.

2. Ricorda il loro nomi

Troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona desidera essere trattata come un individuo, vuole sentirsi unico e speciale.

Quando usiamo il nome (oltre ad essere educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità della persona. Ancora meglio, ricordare il nome del coniuge, figlio, lo sport o la squadra preferiti dal cliente.

Così facendo, renderemo ogni incontro importante e metteremo di buon umore il nostro interlocutore, che si sentirà accettato. Questo semplice atto (che però significa tanto) può fare un mondo di differenza.

Quando utilizziamo il nome del cliente, stiamo dando un tocco personale che ci può anche aiutare a sdrammatizzare e “neutralizzare” una situazione spiacevole (un fraintendimento, un errore, un reclamo, ecc.). Semplicemente utilizzando il nome, può essere molto efficace per calmare o “sbollire” il nostro cliente.

3. Falli sentire speciali

Il cliente è molto più di una semplice vendita.

Trova il modo di farglielo sapere, ogni volta che ti chiama o entra nel tuo store, centro o ufficio che sia.

Ricordali quando sono in arrivo i suoi prodotti preferiti, quando cominciano i saldi o qualche promozione speciale. Di tanto in tanto, senza una regolarità, fai un presente (uno sconto speciale, un bonus, ecc.) per far sapere quanto apprezzi la loro presenza.

Quando i clienti si sentono apprezzati, sono molto più propensi a ricordarsi di te e dei tuoi servizi.

4. Falli divertire

Troppo spesso “divertimento sul luogo di lavoro” è associato a poca professionalità.

Divertimento sul lavoro vuol dire invece coinvolgimento soprattutto da un punto di vista emozionale.

Per far questo è importante avere passione ed entusiasmo ed essere in grado di trasmetterle al cliente, naturalmente associato alla competenza e conoscenza del prodotto o del servizio.

Prova a chiederti.
Il mio ufficio, store o centro è un posto divertente, rilassante e stimolante dove andare e (soprattutto) ritornare con piacere?

5. Trattali con rispetto e cortesia

I clienti sono il nostro pane quotidiano. Non dimentichiamo di usare le buone maniere.

Tutto questo ti sembra scontato?
Se la risposta è sì, questo potrebbe essere il problema. Le accortezze per accogliere clienti sono semplici e facilmente applicabili, proprio per il fatto di essere così elementari spesso diventano banali e scontate e sono eseguite con superficialità e leggerezza.

Sarai sorpreso di quanti addetti alla vendita o consulenti non usano le buone maniere, durante l’interazione con il cliente. Per qualcuno, anche dire semplicemente “Per favore” o “Grazie”, sembra un grande sforzo.

Poi ci chiediamo perché questi clienti non tornano?

6. Mostra un sincero interesse

A nessuno piace l’ipocrisia.
Tutti riconoscono un sorriso di circostanza o un interesse forzato per spingere la vendita.

Il cliente vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia. Il tuo personale deve essere composto di “persone vere che godono” nell’interagire quotidianamente con il prossimo. Solo quando percepisce un reale interesse nei suoi confronti, il cliente, accetta di comunicare e d’interagire con te e la tua azienda.

E quando succede, si stabilisce un rapporto di fiducia duraturo.

Chiamalo poco in tempi come questi!

7. Dagli informazioni utili

I clienti non possono sempre ottenere le informazioni di cui hanno bisogno, semplicemente perché non sanno come/cosa cercare, hanno poco tempo o non conoscono le domande giuste da fare.

Per questo motivo i clienti di oggi desiderano relazionarsi con un professionista, che sia un grande conoscitore dei prodotti e del settore in cui opera, che conosce i veri bisogni dei suoi clienti e li aiuta dando suggerimenti, soluzioni e consigli pertinenti e professionali.

I venditori o consulenti che aiutano i loro clienti a risolvere problemi (non solo vendendo) sviluppano le migliori relazioni nel lungo periodo.

8. Sorprendili

Aggiungere il fattore wow.
Che cos’è il fattore WOW? Lo dice la parola stessa: sorprendere e meravigliare il cliente!

Per esempio fargli degli auguri che non si attende: mentre è preparato per quelli natalizi, potrebbero sorprendersi (positivamente) per quelli per il compleanno o per un evento importante nella sua vita o quella dei suoi familiari.

Che cosa potresti fare per stupire davvero i tuoi clienti?

Cerca di anticipare i bisogni e fornire soluzioni che il cliente può davvero usare.
Così facendo mostri che sei realmente sintonizzato con lui e che la priorità assoluta è quella di servirli nel modo migliore possibile.

Non premiare il personale solo per le vendite effettuate ma anche per qualsiasi comportamento/iniziativa che impressioni e sorprenda (ovviamente in positivo) il cliente, indipendentemente dal fatto che porti o no a una vendita.

9. Trattali con onestà

Onestà vuol dire trasparenza.

Trasparenza vuol dire massima chiarezza su prezzi, garanzie, resi, cambi, tempistiche, etc. Trasparenza significa che non c’è nulla da nascondere e non c’è paura di ricevere feedback, anche se negativi.

Devi essere disponibili ad ammettere e discutere eventuali manchevolezze e problemi di quello che offri. Tutti parlano di qualità, di servizio e garanzia ma poi sono pochi quelli che mantengono le promesse.

Fidelizzare clienti? Serve tempo ed energia

Creare una cultura orientata al cliente, è un’opportunità di business che non deve essere trascurato. Fidelizzare clienti e fornire un servizio memorabile di alto livello non costa molto e non è complicato, ma ci vuole tempo e fatica per creare un’esperienza di servizio straordinario per i tuoi clienti.

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace

A volte succede.

Sentirti ingabbiato nel tuo lavoro.
Inadeguato.
In balia degli eventi.

Non sai decidere.
Ti penti delle scelte fatte.
Ti chiedi cosa diavolo stai facendo.

Trattieni la voglia di spaccare tutto (una volta si lanciavano i fogli… oggi la tastiera contro lo schermo?) e tornartene a casa.

Il problema è che il giorno dopo sei ancora lì.

Una sensazione precisa: costrizione

C’è un lavoro che non piace che diventa davvero insostenibile.

Altre volte, invece, la situazione è meno chiara. Non stai abbastanza male da mollare tutto, ma neppure abbastanza bene da immaginarti ancora lì tra qualche anno.

E resti.

Per lo stipendio.
Perché conosci quel lavoro.
Perché fuori non sai che cosa troverai.
Perché non sai dove andare.

Prima di decidere se restare o andartene, vale la pena capire che cosa ti sta tenendo fermo.

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Se guardi continuamente quello che gli altri fanno meglio di te, troverai sempre qualcuno con cui perdere il confronto.

Il confronto può stimolare.

Ma può anche diventare un ottimo motivo per non esporti, non candidarti, non provare.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

Il punto non è dimostrare di essere migliore degli altri.

È capire che cosa sai fare tu e dove può avere valore.

2. Sei convinto che “là fuori” sia impossibile

Non ti dirò che cambiare lavoro è facile.

Non lo è.

In alcuni momenti, per alcuni profili, può essere davvero molto difficile.

Questo l’ho visto abbastanza da vicino per non raccontarti la storia del “se vuoi, puoi”.

Ma tra “sarà difficile” e “non ho nessuna possibilità” c’è una bella differenza.

La prima frase ti obbliga a guardare la realtà.

La seconda chiude la partita prima ancora di cominciare.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro che non piace.

Però lo conosci.

Conosci il capo, i colleghi, le dinamiche, persino le cose che ti fanno arrabbiare.

Fuori no.

  • E se il nuovo capo fosse peggio?
  • E se non superassi il periodo di prova?
  • E se mi pentissi?

Sono domande legittime.

Cambiare significa lasciare qualcosa che conosci per qualcosa che ancora non conosci.

La paura non dimostra che devi restare.
Ma neppure che devi andartene.

È un elemento da mettere sul tavolo insieme agli altri.

4. Lavoro che non piace? Ma non sai dove andare

Questa la incontro spesso.

  • “Vorrei cambiare.”

Bene. Dove vorresti andare?

  • “Non lo so. So soltanto che non voglio più stare qui.”

È già un’informazione, ma non basta ancora per prendere una buona decisione.

Che cosa cerchi davvero?

  • Più autonomia?
  • Un ambiente diverso?
  • Più responsabilità?
  • Un lavoro meno esposto?
  • Un cambiamento di professione?

A volte non serve trovare subito la risposta.

Serve cominciare a restringere il campo.

Se sei in questa fase, puoi leggere anche “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”.

5. Stai aspettando di essere pronto

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Aspetto che passi questo periodo.”
  • “Prima devo sistemare alcune cose.”

A volte è vero.

Aspettare può essere una scelta intelligente. Ho visto persone fare bene a non buttarsi subito e preparare il cambiamento con calma.

Altre volte, però, passano sei mesi.
Poi un anno.

E le ragioni per aspettare cambiano, ma tu sei sempre nello stesso punto.

Aspettare ha senso se nel frattempo stai preparando qualcosa.

Altrimenti rischia di diventare un modo molto tranquillo per non decidere.

6. Hai paura di sbagliare

Forse hai già fatto una scelta professionale di cui ti sei pentito.

E adesso pensi:

  • “E se sbaglio di nuovo?”

Non è una paura da liquidare con “buttati”.

Cambiare lavoro può avere conseguenze vere. Economiche, professionali, familiari.

Per questo non ti serve coraggio a tutti i costi.

Ti servono informazioni, alternative, qualche verifica e una valutazione realistica di quello che puoi permetterti di rischiare.

Poi una quota di incertezza rimarrà comunque.

Prima di cercare l’uscita, capisci che cosa ti tiene dentro

Se ti senti intrappolato, la prima domanda non è necessariamente:

“Come faccio ad andarmene?”

Potrebbe essere:

“Che cosa mi sta tenendo qui?”

  • Lo stipendio?
  • La paura?
  • La mancanza di alternative?
  • Il fatto che non sai ancora che cosa vuoi?

Oppure, nonostante tutto, ci sono ancora buone ragioni per restare?

È da qui che partirei.

Se senti che il tuo lavoro non ti corrisponde più ma non riesci a capire se cambiare, dove andare o come muoverti,

il percorso breve e mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” nasce proprio per fare chiarezza prima di prendere una decisione.

Sentirti in trappola è una sensazione.

Capire che cosa ti tiene fermo è già qualcosa di più concreto.

Il primo giorno di lavoro: 13 cose che deve fare un manager

primo giorno di lavoro

Che tu stia per entrare in una startup innovativa, una piccola impresa familiare, un lussuoso store in centro o una multinazionale, il modo in cui entri conta.

Ti stanno aspettando.

Qualcuno sarà curioso.
Qualcuno contento.
Qualcun altro probabilmente ti starà già studiando.

E tu farai esattamente la stessa cosa.

Il primo giorno non devi dimostrare quanto sei bravo né far vedere immediatamente che cosa cambierai.

Devi cominciare a capire dove sei entrato e con chi lavorerai.

Ecco 13 cose che possono aiutarti a partire bene il primo giorno di lavoro.

1. Arriva riposato

Sembra banale.

Ma il primo giorno riceverai nomi, informazioni, procedure, impressioni, domande. E dovrai contemporaneamente osservare, ascoltare e presentarti.

Meglio arrivarci fresco-e-riposato.

La sera prima evita almeno di fare le due di notte.

2. Controlla il tragitto casa-lavoro

Il primo giorno di lavoro non è quello giusto per scoprire che alle 8.15 quella strada è completamente bloccata.

Controlla prima il percorso e considera un po’ di margine.

Se arrivi molto presto, aspetta.

Entrare trafelato e scusarti ancora prima di aver cominciato non è il miglior esordio.

3. Vestiti per il posto in cui stai entrando

Non devi essere elegante a tutti i costi.

Devi essere adeguato.

Un’azienda industriale, una banca, uno store del lusso e una startup possono avere codici molto diversi.

Se ancora non li conosci, il primo giorno meglio un po’ più curato che un po’ meno.

Poi osserverai.

4. Entra bene, senza entrare da star

Un atteggiamento positivo aiuta.
Saluta, sorridi, mostrati disponibile.

Ma niente proclami.
Niente bisogno di impressionare tutti nei primi venti minuti.

E se non sei uno che fa battute, non cominciare proprio oggi.

Non devi conquistare la stanza.
Devi entrarci.

5. Saluta personalmente il team

Questa continuo a considerarla importante.

Non limitarti a un saluto generale dalla porta.

Quando puoi, passa dalle persone.
Presentati.
Scambia due parole.

Non serve un discorso.

Le persone vogliono sentirsi viste, non soltanto contate.

6. Impara i nomi

Il primo giorno di lavoro probabilmente ne dimenticherai parecchi.

Normale.

Ma fai lo sforzo di impararli.

Un nome non è soltanto educazione. Ti permette di rivolgerti direttamente a una persona e comincia a togliere quella distanza inevitabile che c’è con “il nuovo capo”.

Se siete in tanti, prenditi qualche appunto.
Aiuta.

7. Non essere subito tutto te stesso

Sì, continuo a pensarla così.

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, non entrare a cento all’ora.
Se sei molto espansivo, osserva prima quanto lo è l’ambiente.

Non significa recitare una parte.

Significa che sei appena arrivato e ancora non sai leggere bene il posto in cui sei entrato.

Avrai tutto il tempo per essere te stesso.

8. Parla meno e ascolta di più

Nei primi giorni hai un vantaggio enorme: puoi fare domande senza che nessuno si stupisca.

Usalo.
Chiedi.
Ascolta le risposte.

E soprattutto ascolta quando due persone ti raccontano la stessa cosa in modo completamente diverso.

Lì spesso c’è qualcosa da capire.

Quando arrivi come manager, prima di avere qualcosa da dire hai parecchio da ascoltare.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

9. Cerca di capire la cultura aziendale

Non è quella scritta sul sito.

Quella vera.

  • Come si prendono le decisioni?
  • Chi viene ascoltato?
  • Le persone si confrontano apertamente oppure stanno attente a quello che dicono?
  • Quanto conta la gerarchia?
  • Che cosa succede quando qualcuno sbaglia?

Sono cose che difficilmente troverai in una procedura.

Le vedrai.

10. Presta attenzione alle prime impressioni

Questo punto per me è importante.

Nei primi giorni il tuo sguardo è ancora pulito.

Noti cose che tra qualche mese potrebbero sembrarti normali.

Una tensione.

Una persona che tutti ascoltano anche se sulla carta non dovrebbe contare così tanto.

Qualcuno che non parla mai durante una riunione.

Un processo assurdo che tutti considerano inevitabile.

Scrivi quello che noti.

Sensazioni, persone, dinamiche, domande.

Non perché la prima impressione abbia sempre ragione.

Ma perché tra qualche mese non riuscirai più a vedere quell’ambiente con gli occhi di chi è appena entrato.

11. Evita proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente facciamo un po’ d’ordine.”

Lascia perdere.
Non sai ancora abbastanza.

E soprattutto non sai quale rapporto avessero le persone che hai davanti con chi c’era prima di te.

Criticare chi non c’è più è facile.

Se devi parlare del passato, attieniti ai fatti.
Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Questa è una delle tentazioni più forti.

Sei appena arrivato, vedi cose che non funzionano e vuoi dimostrare che sei lì per fare la differenza.

Frena.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, spingere subito sul cambiamento può sembrare coraggioso.

A volte è soltanto avventato.

Prima cerca di capire:

  • perché si lavora in quel modo;
  • chi è coinvolto;
  • che cosa è già stato tentato;
  • quali equilibri toccheresti;
  • quali conseguenze avrebbe il cambiamento.

Non significa lasciare tutto com’è.

Significa capire prima di intervenire. Se vuoi approfondire.

13. Prima di andare via, saluta di nuovo

Sì, lo abbiamo già fatto al mattino.

Fallo anche alla sera.

Una buonasera.
Un “grazie, ci vediamo domani”.
Due parole con chi incontri mentre esci.

È una cosa piccola.

Ma le relazioni professionali si costruiscono anche con cose piccole ripetute nel tempo.

Il primo giorno di lavoro non devi dimostrare che sei il manager giusto.
Devi cominciare a capire il lavoro, le persone e il posto in cui sei entrato.

Usa questi 13 punti come indicazioni, non come regole rigide.

E datti tempo.

Se stai entrando in un nuovo ruolo manageriale e vuoi lavorare in particolare sul modo in cui ti presenti, comunichi e vieni percepito, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” può aiutarti a preparare questo passaggio.

Il cambiamento arriverà.

Il primo giorno di lavoro, soprattutto, guarda e ascolta.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse uno degli errori più comuni che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

A volte, nel tentativo di sembrare più sicuri, autorevoli o rassicuranti, aggiungiamo parole che producono esattamente l’effetto opposto.

Quasi.
Provo.
Spero.
Credo.

Non sono frasi da evitare. Da eliminare dal tuo vocabolario.

Devi accorgerti di quando le stai usando per non prendere posizione, non assumerti un impegno o semplicemente perché non sai bene che cosa dire.

Sul lavoro questa differenza si sente.

1. “Quasi”

  • “Ho quasi finito.”
  • “Il preventivo è quasi pronto.”
  • “Sto quasi arrivando.”

Va bene.
Ma quanto manca?

Ogni volta che dici che hai quasi fatto qualcosa, la realtà è che non l’hai ancora fatta.

Se il tuo capo o un collaboratore ha bisogno di capire a che punto sei, dagli qualcosa di più concreto:

  • “Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto domani alle 9.”

Molto meglio.

“Quasi” informa poco. Un tempo, una scadenza o quello che manca informano molto di più.

2. “Provo”

  • “Provo a finirlo per venerdì.”
  • “Provo a sentire il cliente.”
  • “Vediamo, ci provo.”

Qualche volta è esattamente quello che stai facendo: provando.

Niente di male.

Il problema è quando “provo” diventa la parola che metti davanti a ogni impegno.

L’ho sentita tante volte anche davanti a cose molto semplici.

“Riesci a chiamarlo oggi?”

“Provo.”

E viene quasi spontaneo chiedere: che cosa te lo impedisce?

Se puoi farlo, fallo.
Se non sai se riuscirai, spiega perché.
Quando dipende da qualcun altro, dillo.

3. “Spero”

“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì.”

Dipende da te?

Allora più che sperare devi capire se venerdì è una scadenza realistica.

Non dipende completamente da te?
Dillo.

“Se ricevo i dati entro mercoledì, venerdì riesco a consegnarlo.”

La speranza lasciamola pure dove serve.

Quando qualcuno ha bisogno di una risposta, servono soprattutto informazioni.

4. “Credo”

Qui farei attenzione.

Dire “credo” non significa essere insicuri.

Non è una delle frasi da evitare. A volte è la risposta più seria che puoi dare.

Se non hai tutti gli elementi, meglio:

  • “Credo di sì, ma devo verificare.”

che inventarsi una certezza che non hai.

Il problema arriva quando “credo”, “penso”, “secondo me” precedono praticamente ogni frase.

  • “Credo che potremmo…”
  • “Penso che forse sarebbe…”
  • “Secondo me magari…”

Alla terza premessa, quello che volevi dire si è già perso.

Se hai un’opinione, esprimila.
Se hai un dubbio, dichiaralo.
Non confondere le due cose.

5. “Potrei” e “vorrei”

  • “Vorrei diventare un coach.”
  • “Potrei candidarmi.”
  • “Mi piacerebbe cambiare lavoro.”

Le sento spesso.

E la domanda, prima o poi, diventa:

  • “Bene. Che cosa stai facendo?”

Perché puoi voler cambiare lavoro per anni senza mandare una candidatura.

Puoi voler diventare coach senza informarti su una formazione.

Puoi voler chiedere una promozione senza mai affrontare il discorso.

Non è la parola “vorrei” il problema.

È quando il condizionale continua per mesi e non succede niente dopo.

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.
Punto.

Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice:

“Fidati di me…”

il mio istinto risponde:

“Non fidarti!”

Se devo ricordarti continuamente che sono affidabile, qualcosa non torna.

La fiducia si costruisce in un altro modo: mantieni quello che prometti, dici le cose anche quando sono scomode, non cambi versione a seconda di chi hai davanti.

Lascia che siano i tuoi comportamenti a chiedere fiducia al posto tuo.

7. “Ad essere onesto”

Con i suoi fratelli:

  • “A dire la verità…”
  • “A dire il vero…”
  • “Onestamente…”

Qui il problema è quasi comico.

“Ad essere onesto con te…”

  • E fino a cinque minuti fa?
  • Non eri onesto?

Naturalmente è un modo di dire e qualche volta serve semplicemente a introdurre qualcosa di delicato.

Ma se devi continuamente dichiarare la tua sincerità, l’effetto può diventare quello opposto.

La sincerità perde forza quando hai bisogno di annunciarla.

Se devi dire una cosa difficile, dilla.
Con rispetto.

Ma dilla.


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Non sono le parole il problema

Quasi, provo, spero, credo, vorrei, fidati, onestamente.

Non devi metterti davanti allo specchio e allenarti a cancellarle.

E non devi parlare come un robot.
Il punto è un altro.

Ascoltati.

Soprattutto quando devi dare una risposta, prendere posizione, assumerti un impegno o affrontare una conversazione scomoda.

Potresti scoprire che alcune di queste parole arrivano sempre nello stesso momento: proprio quando vorresti lasciare aperta una porta per poter fare un passo indietro.

Se vuoi approfondire puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui comunichi e vieni percepito nelle situazioni professionali, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” parte proprio dal tuo modo reale di parlare, ascoltare e stare nella relazione.

Non sono frasi da evitare. Non devi cercare parole più autorevoli.

Devi sapere che cosa vuoi dire.
E dirlo.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?

Che si tratti di un progetto importante o di una semplice consegna, la lista sembra non finire mai.

“Non ne ho avuto tempo.”
“Ho troppe cose da fare.”
“Non ho mai imparato a farlo.”
“Non è colpa mia.”
“Non ne so niente, chiedi a Luigi.”
“Scusa… ma quale progetto?”

Poi ci sono i professionisti della materia.

Quelli che, qualunque cosa sia successa, non c’erano. E se c’erano, stavano facendo altro.

Ne hanno sempre pronta una.

Ma attenzione.

Non tutto quello che a te sembra una scusa lo è davvero.

L’ho imparato anch’io.

Prima di “neutralizzare” una scusa devi capire che cosa hai davanti: una giustificazione comoda, una difficoltà reale, qualcosa che non hai spiegato bene tu oppure una responsabilità che il collaboratore sta evitando.

E poi devi parlarne.

1. Comincia da te

Se arrivi in ritardo e hai sempre un motivo, dimentichi una consegna e la colpa è degli altri, cambi continuamente le priorità e poi chiedi puntualità assoluta al team, parti male.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Quando sbagli:

  • “Ho sbagliato.”
  • “Questa cosa era mia.”
  • “Dovevo controllarla.”

Non perdi autorevolezza.

Fai vedere come si assume una responsabilità.

2. Non lasciare che il problema diventi normale

Un ritardo può capitare.
Una consegna mancata anche.

Se però la stessa situazione continua a ripetersi, affrontala.

Non aspettare settimane accumulando fastidio, per poi esplodere davanti a quello che arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi.

Questa l’ho vista succedere parecchie volte.

Parla quando c’è ancora un problema da risolvere, non quando hai già una montagna di irritazione da scaricare.

3. Smetti di dire sempre “Va bene”

Quando mi capitava di sentire scuse dei collaboratori, ricordo che spesso rispondevo:

“Va bene.”

Soluzione facile.

Mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava il confronto con il collaboratore.

Tutto bene allora?
Per niente.

Ho dovuto imparare, anche abbastanza rapidamente, che la conversazione non poteva sempre finire lì.

Puoi comprendere una spiegazione senza per questo chiudere la questione.

“Capisco. Adesso vediamo però che cosa è successo e come evitiamo che ricapiti.”

È diverso da “Va bene”.

4. Lascia spiegare prima di concludere

Se hai già deciso che è una scusa, probabilmente ascolterai soltanto quello che conferma la tua idea.

Lascia parlare la persona.

Non interromperla dopo dieci secondi perché hai già capito tutto.

Poi riporta la conversazione sui fatti:

  • “Contavo di consegnare il preventivo venerdì. Non è successo e adesso dobbiamo riorganizzare il lavoro.”

Non serve:

  • “Sono molto deluso da te.”

Il punto non è far sentire in colpa il collaboratore.

È fargli vedere che cosa ha prodotto quello che è successo.

5. Fai domande. Poi decidi se era davvero una scusa

Se qualcuno dice di non aver avuto tempo, puoi chiedere:

  • Quando hai ricevuto il compito?
  • Quando hai iniziato?
  • A che cosa hai dato priorità?
  • Quando hai capito che non saresti riuscito a finire?
  • Che cosa hai fatto a quel punto?
  • Perché me lo stai dicendo soltanto adesso?

Le domande servono anche a te.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo di qualche minuto.

Una volta il treno.
Un’altra il bus che non aspettava la coincidenza.
La cosa cominciava a innervosirmi parecchio.

Ero tentato di liquidare tutto come le solite scuse. Poi ho guardato meglio.

Abitava in un paese mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare cinque minuti prima avrebbe dovuto partire un’ora prima, cambiare tre mezzi e fare un giro assurdo.

Le ho dato un piccolo margine di flessibilità in entrata.

Problema risolto.

E non ho più sentito quelle “scuse”.

Prima di “combattere” una scusa, assicurati che sia davvero una scusa.

6. Chiedi al collaboratore che cosa propone

Se il problema è reale, non devi necessariamente essere tu a trovare la soluzione.

Chiedi:

  • “Come pensi di evitare che succeda di nuovo?”
  • “Che cosa puoi fare diversamente?”
  • “Che cosa ti serve?”

Poi ascolta.

Evita di trasformarti immediatamente nel consulente, nel papà o nella mamma.

Il collaboratore deve avere una parte attiva nella soluzione.

Altrimenti il problema rimane tuo.

7. Parla del comportamento, non della persona

C’è una bella differenza tra:

“Sei inaffidabile.”

e:

“È la terza volta che la consegna arriva dopo la scadenza concordata.”

Tra:

“Sei il solito ritardatario.”

e:

“Questa settimana sei arrivato in ritardo tre volte.”

Rimani su quello che è successo.

Evita sempre, mai, ogni volta se non corrispondono ai fatti.

E soprattutto evita di trasformare un errore in un’identità.

Se vuoi approfondire questo passaggio, puoi leggere “9 spunti per criticare il tuo collaboratore senza compromettere il rapporto”.

8. Chiarisci che cosa deve succedere la prossima volta

Una conversazione non serve a molto se alla fine nessuno sa che cosa deve cambiare.

Se il problema era l’organizzazione del tempo, chiarite le priorità.

Se il collaboratore non sapeva fare qualcosa, verificate che adesso sappia dove trovare supporto.

Se ha aspettato fino alla scadenza prima di segnalare il problema, concordate quando deve avvisarti la prossima volta.

Non basta:

“Mi raccomando.”

Meglio uscire dalla conversazione sapendo entrambi che cosa vi aspettate.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Chiudi la questione

Avete parlato.
Avete chiarito.
Avete concordato che cosa fare.

Adesso dagli la possibilità di farlo.

Non ricordargli l’errore per le tre settimane successive.

Niente battutine durante la riunione.

Niente:

“Eh, speriamo che stavolta…”

Se dici di avere fiducia, comportati di conseguenza.

E guarda che cosa succede dopo.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

Può succedere.

Hai ascoltato.
Hai verificato.
Avete cercato una soluzione.
Hai chiarito le aspettative.

E il comportamento continua.

A quel punto non serve ripetere la stessa conversazione all’infinito.

Devi prendere atto che il problema non è più la scusa che ti viene raccontata, ma ciò che continua a non cambiare.

E decidere di conseguenza.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” puoi lavorare su una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

Non devi diventare quello che non accetta scuse dei collaboratori.
E neppure quello a cui va sempre bene tutto.

Devi capire che cosa sta succedendo.
E poi affrontarlo.