Come guardare negli occhi il capo, il titolare il CEO (fearless)

guardare negli occhi il

Foto di Yogendra Singh

Il contatto visivo è uno degli strumenti più potenti della tua autorevolezza.

E anche uno dei più trascurati.

In diversi post ho parlato dell’importanza di guardare negli occhi il tuo interlocutore.
E del motivo per cui, in alcune situazioni, questo diventa difficile.

Molti professionisti avvertono disagio quando si trovano davanti al capo, al titolare o al CEO.
Più la persona è percepita come autorevole — o autoritaria — più è difficile mantenere lo sguardo.

Questa soggezione riduce la tua spontaneità.
Limita la tua capacità di esprimerti.
E indebolisce il tuo impatto.

Eppure, proprio questi momenti sono occasioni decisive per mostrare la tua leadership.

Lo status influenza il tuo comportamento (anche senza che tu te ne accorga)

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, reagiamo continuamente allo status e al potere degli altri.

Dipendenti davanti ai manager.
Studenti davanti ai professori.
Professionisti davanti a figure percepite come superiori.

Il timore di non essere all’altezza può farti distogliere lo sguardo.
Può farti dubitare di te stesso.

Il tuo corpo comunica ciò che la tua mente cerca di nascondere.

Il contatto visivo è uno strumento. Ma va usato con intelligenza

Guardare negli occhi migliora immediatamente la qualità delle tue interazioni.

Trasmette:

  • presenza
  • sicurezza
  • rispetto
  • credibilità

Ma deve essere naturale. Non forzato.

Durante le sessioni di coaching, ad esempio, evito un contatto visivo troppo intenso all’inizio.
Alcune persone potrebbero sentirsi esposte o sotto pressione.

Il contatto visivo diventa più profondo solo quando l’altra persona si sente a suo agio.

L’autorevolezza non invade.
Invita.

Quando eviti lo sguardo, comunichi più di quanto pensi

Se parli guardando altrove, l’altro potrebbe percepire:

  • insicurezza
  • nervosismo
  • disinteresse
  • mancanza di convinzione

Al contrario, quando guardi negli occhi il tuo interlocutore, crei connessione.

Stai dicendo, senza parlare:

“Sono presente. E quello che sto dicendo conta.”

Attenzione: guardare non significa fissare

Il contatto visivo deve essere equilibrato.

Troppo poco → sembri insicuro.
Troppo → sembri aggressivo o dominante.

La regola pratica è semplice:

Mantieni lo sguardo per 2–3 secondi.
Poi distoglilo brevemente.
Poi torna.

Questo crea naturalezza e comfort.

Se fai fatica a mantenere il contatto visivo, usa questo trucco

Guarda il punto tra le sopracciglia.

L’altra persona percepirà comunque il contatto visivo.
Ma per te sarà più facile.

Un altro trucco semplice:

Quando stringi la mano a qualcuno, osserva il colore dei suoi occhi.
Questo ti “costringe” a creare connessione reale.

Il contatto visivo è ancora più importante nei meeting

Quando entri in una sala riunioni:

Fermati.
Respira.
Guarda le persone negli occhi prima di iniziare.

Quando parli, distribuisci lo sguardo tra i presenti.
Non fissare solo le slide.
Non guardare solo i volti amichevoli.

Includi tutti.

Questo aumenta la tua credibilità immediatamente.

Nei momenti difficili, il contatto visivo diventa decisivo

Durante un disaccordo o una conversazione difficile, potresti essere tentato di abbassare lo sguardo.

Non farlo!

Distogliere lo sguardo verso il basso comunica sottomissione.
Guardare negli occhi comunica stabilità.

Non aggressività.
Presenza.

Se il rapporto con il tuo capo è fonte di stress e ti senti in difficoltà nel comunicare con autorevolezza, puoi approfondire il mio percorso mirato:
Gestire il rapporto difficile con il tuo capo

Imparerai a comunicare con calma, sicurezza e rispetto reciproco.

Il contatto visivo rafforza la tua leadership

I tuoi occhi comunicano ciò che le parole non possono dire:

  • fiducia
  • stabilità
  • convinzione
  • presenza

Quando mantieni il contatto visivo, trasformi l’altro da spettatore passivo a interlocutore coinvolto.

Non stai solo parlando.

Stai guidando.

Fai pratica, ogni giorno

Inizia nelle situazioni più semplici:

  • con un collega
  • con un cameriere
  • un negoziante

Poi, gradualmente, nelle situazioni più importanti.

Il contatto visivo è una competenza.
E come ogni competenza, migliora con la pratica.

Un ultimo punto fondamentale

Non puoi cambiare il carattere del tuo capo.

Ma puoi cambiare il modo in cui ti presenti.

Il tuo sguardo può comunicare insicurezza.
Oppure autorevolezza.

La scelta è tua.

Le persone dimenticano molte delle tue parole.
Ma non dimenticano come le hai fatte sentire.

E spesso, tutto inizia da uno sguardo.

Fare un errore nel nuovo lavoro? 5 cose da ricordare

fare un errore

Foto di Vanessa Sezini

Hai timore di chiedere sempre le stesse cose?

Sbagliare anche quelle più semplici?

Hai la sensazione di sentirti “pesante”?
Poco smart?

La paura di fare errori nel nuovo lavoro colpisce tutti:

  • dimenticare passaggi delle procedure
  • ignorare (senza volerlo) la gerarchia aziendale
  • credere di avere ragione
    ripetendo a memoria qualcosa letto chissà dove
  • Rimandare ciò che conta davvero

Detto questo…
tutti commettiamo errori.

Fa parte della vita professionale.
Accettarne le conseguenze è difficile.

Ma se impari a farlo, diventi una persona — e un professionista —
più solido.

1. Riconosci gli errori come… errori

Ammettere di aver sbagliato, soprattutto da “nuovo arrivato”,
è dura.

È vergognoso.

Ma la scelta più debole è fuggire dall’errore o scaricare la colpa sugli altri.

Non puoi imparare finché non riconosci che si tratta di un errore.

Quando ti assumi tutta la responsabilità,
stai sviluppando una mentalità forte.

Ti concentri sul presente.

2. Non lasciare che la paura di sbagliare ti blocchi

Non esiste successo senza fallimento.

Fare qualcosa di nuovo espone all’errore,
ma apre anche alla creatività
e all’innovazione.

Accettare l’errore significa chiedersi:
“Cosa posso imparare da questo?”

Impari.
Vai avanti.
Fai il passo successivo.

Non restare fermo.

Dopo un errore, riprova dicendo:
“Ok.
La prossima volta farò…”

Gli errori ripetuti ti insegnano che esistono altri modi — migliori —
per fare le cose.

3. Gli errori non definiscono chi sei

Quando sbagli nel nuovo lavoro è facile sentirsi bollati.

Colpevoli.
Inadeguati.

Ma tutti fanno errori.
Gli errori non sei tu.

Il rischio è questo:
“Ho fallito”
diventa
“Sono un fallito”.

Come a scuola, ti dai voti,
giudizi,
sentenze.

Serve ristrutturare il dialogo interno.

  • “Io non sono un errore”
  • “Io ho commesso un errore”

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

4. Accetta che non puoi controllare tutto

Non puoi controllare tutto.
E va bene così.

A volte le cose non funzionano.
Punto.

Con l’esperienza capirai che, anche quando succede,
il mondo continua a girare.

La vita va avanti.
Impara.
Matura.
Diventa più resiliente.

Prenditi del tempo per riflettere su come hai gestito un errore
e su come l’hai riparato.

5. Non essere severo con te stesso

Hai fatto un errore con conseguenze?
Bene.

Anzi no.
Male.

Ma hai fatto il possibile
per sistemare le cose?

Allora puoi andare avanti e .. perdonarti.

Non sarà l’ultima volta che sbaglierai.
Sei umano.

Riuscire a sorridere dei propri errori è un segno di maturità.

Con il tempo
riuscirai persino a riderci sopra.

E la prossima volta sarai più calmo,
più centrato.

L’errore è diventato esperienza.
E l’esperienza porta sicurezza.

I primi giorni nel nuovo lavoro: segui l’onda

Cerca di essere accurato, non maniacale.

Resisti alla tentazione di impressionare a tutti i costi.

Osserva.
Ascolta.
Capisci davvero come funziona l’azienda.

Mostra interesse genuino per le persone.

Nelle prime settimane evita eccessi e giudizi affrettati.

Non devi essere un supereroe.

Giudicare un lavoro solo dall’inizio
è quasi sempre fuorviante.

Spesso…
finisci per ricrederti.

Sbagliare non ti rende incompetente

Ti rende umano.

La differenza la fa come reagisci,
non l’errore in sé.

Bassa autostima: 12 segnali evidenti che mostri anche sul lavoro

bassa autostima
Una bassa autostima non influenza soltanto come ti senti.

Influenza il modo in cui lavori.
Come comunichi.
Le decisioni che prendi.
Le opportunità che accetti.
Oppure eviti.

E spesso non si presenta in modo evidente.

Bassa autostima: non sempre significa sentirsi “insicuri”.

A volte si nasconde.

Dentro il bisogno continuo di rassicurazioni. Nella paura dei conflitti. Nel dover spiegare tutto. Nel prendere ogni critica come una ferita personale.

Forse mentre leggi alcune cose ti daranno fastidio.

Non perché siano false.

Ma perché potresti riconoscerti più di quanto vorresti ammettere.

1. Ammiri tutti… tranne te stesso

Ti capita di pensare che gli altri siano sempre più preparati, più sicuri o più competenti di te.

Li osservi. Li confronti continuamente con te stesso. E quasi sempre ne esci sconfitto.

Il problema è che ti confronti con una versione idealizzata degli altri, mentre di te conosci ogni dubbio, ogni fragilità, ogni errore.

E così finisci per vedere soprattutto i tuoi limiti.

Non i tuoi progressi.

Molte persone non soffrono perché valgono poco. Soffrono perché guardano continuamente il proprio valore attraverso gli occhi degli altri.

2. Ridimensioni continuamente quello che fai bene

Hai fatto un buon lavoro?

Probabilmente trovi subito un modo per sminuirlo.

  • “Sì, ma era facile.”
  • “Chiunque ci sarebbe riuscito.”
  • “Ho solo avuto fortuna.”

Nel frattempo invece i tuoi errori diventano enormi.

Una frase detta male.
Un dettaglio sbagliato.
Una dimenticanza minima.

Tutto pesa molto più del necessario.

A volte inizi persino a scherzare sui tuoi difetti prima che lo facciano gli altri.

  • “Con i numeri sono negato.”
  • “Il mio inglese? Shakespeare scansati.”

Sembra autoironia.

Molto più spesso è un modo per colpirti prima che qualcuno possa farlo davvero.

3. Hai continuamente bisogno di conferme

“Che cosa ne pensi?”
“Secondo te va bene?”
“Tu cosa faresti?”

Chiedere un confronto è normale.

Il problema nasce quando non riesci più a fidarti del tuo giudizio senza passare continuamente dall’approvazione degli altri.

E a lungo andare questa cosa si vede.

Troppe spiegazioni.
Troppi giri di parole.
Troppa paura di esporti davvero.

A volte la sicurezza non sta nel convincere tutti.

Sta nel riuscire a dire una cosa in modo semplice, senza doverla giustificare per dieci minuti.

4. Eviti il conflitto anche quando dovresti parlare

Non ami la tensione.

Appena una conversazione si irrigidisce inizi a fare marcia indietro. Ammorbidisci quello che pensi. Lasci perdere.

Fuori sembri tranquillo.

Dentro però continui a rimuginare.

Perché non aver detto ciò che pensavi raramente ti fa stare meglio. Ti lascia addosso soprattutto frustrazione.

Molte persone non evitano il conflitto perché sono “buone”.

Lo evitano perché il disaccordo le fa sentire sbagliate.

5. Hai difficoltà a chiedere ciò che desideri

Un aumento.

Una pausa.

Più responsabilità.

Meno carico.

Ti aspetti che gli altri capiscano da soli quello di cui hai bisogno. Come se il tuo capo dovesse intuire stanchezza, frustrazione o ambizioni senza che tu dica nulla.

Ma così non funziona.
Nessuno ti leggerà mai nella mente.

E continuare ad aspettare che qualcuno riconosca spontaneamente il tuo valore spesso significa restare fermo molto più del necessario.

Se non riesci a esprimere i tuoi bisogni, finirai lentamente per vivere quelli degli altri.

6. Quando qualcosa va male… la colpa è sempre altrove

Gli incompetenti sono sempre gli altri.

I problemi nascono sempre fuori da te.

Le condizioni non erano giuste.
Il collega non ha capito.
Il contesto era sbagliato.

Certo, a volte è vero.

Ma se succede continuamente forse non stai proteggendo la tua autostima. Forse stai evitando di guardarti davvero.

Assumerti una responsabilità non ti indebolisce.

Ti rende credibile.

7. Eviti le sfide per paura di fallire

Non ti esponi.

Non ci provi.

Oppure trovi motivi molto razionali per rimandare ancora un po’.

Aspetto il momento giusto.
Prima devo prepararmi meglio.
Adesso non è il periodo ideale.

A volte però non è prudenza.

È paura travestita da organizzazione.

Il problema non è sbagliare.

È iniziare a pensare che un errore dica chi sei come persona.

8. Trovi sempre una scusa convincente

“Non ho tempo.”
“Gli altri sono più portati.”
“Io non sono fatto per queste cose.”

Ripetute abbastanza a lungo, certe frasi smettono di sembrarti scuse.

Diventano verità.

E da lì inizi lentamente a costruire una vita più piccola di quella che potresti realmente vivere.

9. Una critica ti rovina la giornata

Basta poco.

Una battuta. Un tono sbagliato. Un parere diverso dal tuo.

E continui a pensarci per ore. A volte per giorni.

Ti difendi subito.
Ti irrigidisci.
Oppure fai finta di niente ma dentro resti ferito.

Il problema non è la sensibilità.

Il problema è quando ogni critica sembra una conferma del fatto che non vali abbastanza.

10. Anche i complimenti ti mettono a disagio

Qualcuno ti fa un complimento.

E tu minimizzi subito.

“Ma no…”
“Figurati.”
“Ho solo fatto il mio lavoro.”

Oppure pensi che stiano esagerando.
O prendendoti in giro.

Perché i feedback positivi entrano in conflitto con l’idea negativa che hai di te stesso.

E allora fai fatica a crederci davvero.

11. Comunichi in modo incerto

Non devi avere sempre la risposta pronta.

Nessuno ce l’ha.

Ma se ogni frase inizia con:

“Ehm…”
“Forse…”
“Non so…”

oppure ti scusi continuamente anche quando non hai fatto nulla di sbagliato, alla lunga trasmetti insicurezza.

Le parole che usi costruiscono lentamente anche il modo in cui ti percepisci.

Se passi la vita a ridimensionarti, prima o poi inizierai davvero a sparire agli occhi degli altri.

12. Cerchi continuamente approvazione

Hai bisogno di sentirti accettato.
Apprezzato.
Confermato.

E così dici troppi sì. Eviti di deludere. Ti adatti continuamente per mantenere equilibrio e approvazione attorno a te.

Il problema è che, mentre cerchi di non perdere gli altri, rischi lentamente di perdere te stesso.

La bassa autostima non sempre fa rumore.

A volte appare competente.
Gentile.
Disponibile.
Perfino brillante.

Ma dentro continua a vivere nella paura del giudizio, del rifiuto e dell’errore.

La bassa autostima ti consuma lentamente.

Nelle occasioni che non cogli.
Nelle parole che non dici.
Nelle decisioni che continui a rimandare.

Comunicare bene con i collaboratori: evita di minimizzare

comunicare bene

Foto di rawpixel da Pixabay

“Cosa vuoi che sia! Non è una tragedia quello che è successo, pensa a chi non lavora neanche!”

“Dai, piuttosto, parliamo di cose serie. Hai inviato il preventivo?”

“Guarda che non è così difficile, ti faccio vedere!”

Spesso ce ne usciamo con frasi di questo tipo perché pensiamo che minimizzare i problemi degli altri possa aiutarli a stare meglio.

Beh, non è così.

Messaggi di questo tipo comunicano scarso interesse per il nostro interlocutore e per ciò che sta tentando di dirci.

Rivelano poca attenzione alle sue priorità.

Ai suoi sentimenti.
A ciò che sta vivendo.

Quando minimizzi un problema, lo riduci di importanza.

E quando lo fai per consolare l’altro, spesso ottieni l’effetto opposto.

La persona si sente poco compresa.
Sminuita emotivamente.
Non accolta.

È irrispettoso dire:

“Non è un problema”

quando per chi hai davanti è un grande problema.

Validare le emozioni altrui non peggiora le cose.

Anzi.

Aiuta la persona a sentirsi compresa.
Accolta.
Ascoltata.

Le permette di osservare le proprie emozioni, accettarle e imparare a gestirle.

Nel tuo ruolo di team leader, quando qualcuno ti espone dubbi o insicurezze, non ha bisogno di essere liquidato rapidamente.

Ha bisogno di confronto.
Ha bisogno di sostegno reale.

Non essere troppo veloce nel proporre soluzioni.
Non minimizzare la situazione.
Le emozioni.

Anche quando hai un punto di vista diverso.

Esprimi il tuo parere in modo schietto e sincero.

Ma non assecondare soltanto per evitare il confronto.

Comunicare bene? Non minimizzare

Non dire alla persona che il problema è irrilevante.

Non dirle che sta esagerando.
Che sta ingigantendo la situazione.

Minimizzare le paure altrui produce quasi sempre lo stesso risultato: crea distanza.

Come ho scritto nel mio libro *Autorevolezza*, abbiamo tutti, chi più chi meno, un grande talento nel vedere quanto gli altri dovrebbero cambiare.

Cambiare gli altri ci sembra spesso la soluzione più semplice.

La più comoda.
La più immediata.

Molto più che cambiare noi stessi.

Spesso, come team leader, falliamo proprio per questo motivo.

Siamo convinti che i cambiamenti comportamentali siano necessari per tutti.

Tranne che per noi.

È importante giudicare le persone per i loro punti di forza.

Non per i tuoi.

Non dimenticare che ciò che per te risulta facile e naturale potrebbe essere molto difficile per qualcun altro.

Regole non scritte.
Esperienze diverse.
Sensibilità differenti.

Ognuno parte da un punto diverso.

Sfida le persone con gentilezza.

Rispetta la loro resistenza.

Chiedi loro di affrontare cose difficili.
Ma riconosci il disagio che stanno vivendo.

“So che è difficile per te.”

Una frase semplice.

Spesso molto più utile di qualsiasi consiglio.

Se vuoi comunicare bene, onora i “Sì”.
Ma rispetta anche i “No”.

Non sentirti superiore perché possiedi punti di forza che altri non hanno

Ognuno possiede qualità.
Ognuno ha qualcosa da offrire.

Come team leader dovresti concentrarti sui punti di forza delle persone che lavorano con te.

È facile sentirsi superiori quando confronti i tuoi punti di forza con le debolezze degli altri.

Ma non è particolarmente onorevole.

Né particolarmente utile.

Non imporre i tuoi punti di forza agli altri

Ciò che per te è intuitivo potrebbe richiedere un grande sforzo per qualcun altro.

E viceversa.

Comunicare bene richiede autodisciplina.

Richiede empatia.
Richiede la capacità di rispettare e incoraggiare le persone senza giudicarle continuamente.

Anche per questo il coaching sulla leadership può aiutarti.

Non perché ti insegni una formula magica.

Ma perché ti aiuta a vedere con maggiore lucidità ciò che accade tra te e le persone che guidi.

Vincere una discussione al lavoro: evita di stare sulla difensiva

vincere una discussione
Foto di fauxels

Nel pieno di una discussione… parli in tutta fretta?

Non lasci all’altro il tempo di spiegare?

Ascolti poco…
ma presumi di sapere cosa vuole dire?

Per “vincere” la discussione ti aggrappi alle giustificazioni?

Oppure ti nascondi dietro errori di altri per evitare di assumerti la tua responsabilità?

Se qualcuno ti dicesse che sei sulla difensiva…
lo prenderesti come un’offesa?

Molto spesso reagiamo in modo difensivo anche davanti a frasi o comportamenti che, in realtà, potrebbero essere neutri.

O addirittura positivi.
Ci sentiamo minacciati.

E senza rendercene conto entriamo in un copione mentale:
una storia che la nostra mente ha già scritto.

Il problema è che, mentre quel “film” gira nella nostra testa…
la realtà davanti a noi è spesso diversa.

Difendersi è naturale

Mettersi sulla difensiva non è sempre un male.
Per migliaia di anni questo meccanismo ci ha aiutato a sopravvivere.

Quando percepiamo un rischio:

  • osserviamo
  • studiamo chi abbiamo davanti
  • ci proteggiamo.

È un istinto antico.

Ma nel lavoro — e nelle relazioni — questo atteggiamento può diventare autodistruttivo.

Quando la difensiva rovina i rapporti professionali

Se reagisci sempre sulla difensiva con
il tuo capo,
un collega,
un collaboratore…
le persone si allontanano.

Potresti sembrare:

  • immaturo
  • insicuro
  • incapace di gestire le emozioni.

A volte la difensiva scatta semplicemente perché sei stressato.

Vivi in uno stato di allerta continuo.

E quando questo accade vedi minacce ovunque.
Il risultato?
Perdi opportunità.

Perché smetti di confrontarti davvero con gli altri.

Conosci i tuoi limiti… ed esprimili

Se non è il momento giusto per affrontare una discussione — perché sei stanco, irritato o sotto pressione — è meglio dirlo.

Per esempio:

  • “Capisco che questo tema è importante per te, ma in questo momento non sono nello stato giusto per discuterne. Possiamo parlarne domani?”

Se non sei pronto, rischi di dire cose inappropriate.

E questo spingerà anche l’altra persona sulla difensiva.

Diventa consapevole

Il primo passo è accorgerti di quello che sta succedendo.

Chiediti:

  • Cosa mi ha fatto scattare sulla difensiva?
  • Cosa ho provato in quel momento?

Riconoscere le emozioni è fondamentale.

Sentirti:

  • ferito
  • imbarazzato
  • insicuro

non è un problema.

Anzi.

Il semplice fatto di riconoscerlo può aiutarti a disinnescare la reazione difensiva.

Comunica come ti senti

Spiega il tuo stato d’animo senza accusare.

Un trucco semplice: usa frasi che iniziano con “io” invece che con “tu”.

Per esempio:

  • “Non mi sento a mio agio in questa situazione.”
  • “Faccio fatica ad ascoltare quando alzi la voce.”
  • “Mi sento scoraggiato quando mi ricordi sempre le stesse cose.”

In questo modo non stai attaccando.
Stai spiegando.

Ascolta davvero

Tutti vogliono essere ascoltati.

Eppure, nelle discussioni facciamo esattamente il contrario.

Ascoltiamo solo per preparare la risposta.
O per contrattaccare.

Prova invece ad ascoltare per capire.

Chiediti:

  • cosa sta davvero cercando di dirmi questa persona?
  • cosa la sta infastidendo?
  • come si sente?

Se qualcosa non ti è chiaro, chiedi esempi.

Quando qualcuno si sente davvero ascoltato, spesso abbassa le difese.

E la conversazione cambia tono.

“Vincere” una discussione?

Resisti alla tentazione di reagire in modo difensivo.

A volte la reazione dell’altra persona non ha nulla a che fare con te.

Può essere il risultato di tensioni o frustrazioni accumulate.
Se reagisci difendendoti con forza, il conflitto rischia solo di crescere.

Più ti difendi…
più l’altro attacca.

La contro-difesa raramente risolve qualcosa.

In conclusione

Non puoi controllare le reazioni degli altri.

Puoi però controllare il modo in cui rispondi.

Quando scegli di non reagire in modo difensivo:

  • apri il dialogo
  • accogli le critiche
  • dimostri sicurezza.

E questo è un segnale di grande forza.

Dare feedback nei momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato

Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”,
il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Errori del manager: concentrarsi solo sui risultati e non sulle persone

errori del manager
Avere il titolo di team leader è molto invitante e stimolante.

Gestire persone è affascinante.
Ma è anche difficile.

Richiede tempo.
Richiede applicazione.

Spesso le persone approdano in ruoli manageriali senza avere la preparazione necessaria e le competenze adeguate.

I collaboratori impegnano.
Fiaccano.
Prosciugano.

Se vuoi gestire un team, piccolo o grande che sia, e il tuo successo dipende dalle persone che coordini, devi riuscire a portare un valore aggiunto.

Come scritto nel mio libro “Autorevolezza”, Melissa è una dipendente competente e dedita al lavoro.

La sua natura coscienziosa e il suo talento per la comunicazione le permettono di svolgere con efficacia il ruolo di content editor, ottenendo grande apprezzamento da parte dell’azienda milanese per cui lavora.

Melissa è anche una persona molto sensibile.

Non si sente a suo agio nel parlare davanti a un pubblico, anche ristretto.
Fatica nelle telefonate difficili con clienti o colleghi.

Errori del manager?

Melissa soffre i cambiamenti dell’ultimo minuto e, quando viene spinta oltre la sua zona di comfort senza essere pronta, tende a diventare emotiva e agitata.

Turbata.

Il suo nuovo team leader, Domenico, l’aveva rapidamente etichettata come poco-smart.

Pur senza volerla tiranneggiare, cercava continuamente di stimolarla:

  • “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!”

Melissa ha iniziato a provare un forte disagio nel sentirsi osservata e incalzata durante il lavoro.

Anche i continui promemoria e controlli che Domenico proponeva venivano percepiti come una mancanza di fiducia.

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Un vortice di emozioni che ha compromesso una performance eccellente

Quando una collaboratrice corretta, apprezzata e produttiva accusa un evidente calo di rendimento proprio dopo l’arrivo di un nuovo manager, è quest’ultimo che deve fornire delle spiegazioni.

“Domenico, come reagisce Melissa quando le fai una domanda improvvisa o una richiesta a bruciapelo?”

Aspetta.

Non è lenta.

Le serve semplicemente più tempo.

Non commettere l’errore di pensare che questa necessità le impedisca di lavorare in ambienti veloci e complessi.

Sa adattarsi.
E anche bene.

Deve soltanto prendere le misure.

Le esortazioni continue non aiutano i timidi a diventare coraggiosi.

Anzi.

Ci sono persone che preferiscono osservare prima di saltare.

Tutto qui.

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Lascia ai collaboratori più sensibili il tempo di raccogliere i pensieri

In cambio otterrai idee.
Soluzioni.
Fedeltà aziendale.

Il percorso di coaching di Domenico è iniziato con incontri individuali quindicinali con Melissa.

L’obiettivo era semplice: costruire una relazione più consapevole.

Il primo incoraggiamento che puoi offrire a una persona molto emotiva è essere presente.

Fare una domanda.
E ascoltare davvero.

Grazie a un clima di fiducia, il collaboratore si sentirà più a suo agio e più disposto ad aprirsi.

Spronalo a esprimere i suoi punti di forza e le aree in cui vorrebbe migliorare.

Chiedigli:

  • Come posso aiutarti?
  • Di cosa hai bisogno?
  • Ti serve più tempo?

E ancora:

  • Ti serve più spazio?
  • Il supporto di un collega?
  • Un corso specifico?
  • Come possiamo rendere questo progetto più semplice?

Le persone sensibili tendono ad avere confini più rigorosi e ben definiti.

A volte è meglio fare un passo indietro

Piuttosto che rischiare di perdere un collaboratore valido.

Domenico avrebbe dovuto rispettare maggiormente i confini di Melissa.

  • Comunicare soprattutto via e-mail.
  • Evitare di piombarle in ufficio con richieste improvvise.
  • Avvisarla con un minimo anticipo prima di riunioni o attività importanti.

Se Melissa si fosse agitata, avrebbe avuto il tempo necessario per recuperare la calma.

È importante sottolineare che questi suggerimenti non sono “coccole” rivolte a collaboratori fragili o insicuri.

Non si tratta di proteggere qualcuno dal mondo.

Si tratta di gestire bene le persone.

Ognuno ha punti di forza, debolezze e bisogni differenti

Alcune persone richiedono più attenzione rispetto ad altre.

Quando comprendi il livello di sensibilità di ciascun collaboratore, puoi valorizzarne meglio il potenziale, i talenti, il benessere e le prestazioni.

Nel caso di Domenico, pochi accorgimenti mirati sono stati sufficienti per ricucire un rapporto che rischiava di lasciare conseguenze durature.

Facendo un passo indietro, permetti agli altri di avanzare.

Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita delle persone.

Se ispiri fiducia, farai volare il tuo team.

E con lui volerai anche tu.

Errori del manager: senza cuore costruisci solo ambienti indifferenti

Spesso le persone molto sensibili sono creative, coscienziose ed empatiche.

Possono diventare una risorsa preziosa per l’organizzazione.

E per il team leader che le guida.

Il solo orientamento all’azione, il focus esclusivo su risultati e prestazioni, rischia di farti credere che contino soltanto i numeri.

E in effetti i numeri contano.

Ma le persone?

Non cadere nell’errore di nominare i tuoi collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Quando devi correggerli.
Valutarli.
Criticarli.

Ricorda che i grandi leader si preoccupano della loro gente.

Dare feedback: 15 cose da imparare dai grandi CEO

dare feedback

Foto di ANTONI SHKRABA

Quanto ti piace dare un feedback negativo a un tuo collaboratore?

Probabilmente non molto.

Eppure fa parte del tuo lavoro.

Se condotto in modo costruttivo, il feedback offre guida.
Crea coerenza.
Diventa prezioso sia per te sia per il tuo collaboratore.

Il suo obiettivo non dovrebbe essere accusare o incolpare una persona.

Dovrebbe invece aumentare la consapevolezza, favorire una correzione e aiutare a migliorare una prestazione o un atteggiamento.

Le persone che lavorano con te meritano un feedback

Hanno il diritto di sapere che cosa stanno sbagliando.
E hanno il dovere di provare a correggerlo.

Ma non possono migliorare se nessuno dice loro cosa fare in modo diverso.

I grandi manager non reagiscono d’impulso.

Prima osservano il problema da più prospettive.
Ne colgono le sfumature.
Cercano di comprenderne le cause.

Poi parlano.

Usano una voce calma.
Assertiva.
Mai aggressiva.

Questo permette loro di rimanere concentrati sul problema.
Non sulla persona.

Ascoltano il punto di vista del collaboratore.
Quando è utile, integrano le sue osservazioni con le proprie.

Infine costruiscono una connessione.

Aiutano il collaboratore a comprendere quale impatto abbia avuto un comportamento o una prestazione sul lavoro, sul team o sui risultati.

Perché un buon feedback non serve a dimostrare che hai ragione.

Serve a fare in modo che l’altra persona esca dal colloquio con maggiore chiarezza di quando è entrata.

Ecco 15 cose da ricordare per dare feedback come un grande CEO:

Tieni conto che il feedback avrà effetto sia sul singolo che sul team.

(Le persone condividono le impressioni soprattutto quando negative)

Rispetta sempre la privacy.

Risolvi il problema il prima possibile.

(Se gli animi sono accesi prendi un periodo di riflessione)

Discuti le prestazioni, non la persona.

Ascolta (davvero).

Concentrati sul futuro, non sul passato.

Non generalizzare, specifica sempre.

Condividi la colpa, se necessario.

Consenti al tuo collaboratore di salvare la faccia.

Riassumi quanto detto e quanto avete entrambi concordato.

Stabilisci un momento per verificare i progressi.

Affronta dinieghi e resistenze con calma e obiettività.

Sii disponibile. Incoraggia la persona a “cercarti”.

Trasmetti grande fiducia che il miglioramento può avvenire.

I grandi CEO vedono il potenziale in persone imperfette.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >

 

Come comunicare con una persona arrabbiata sul lavoro

persona arrabbiata

Foto di Christian Supik (Fotografie) + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

Come confrontarti con un collega arrabbiato perché non hai condiviso un documento importante?

Come rispondere a un capo imbufalito per una scadenza dimenticata?

Succede più spesso di quanto pensi.

C’è chi alza la voce.
Chi urla.
Chi rilancia ancora più forte.

Altri provano a mantenere la calma, abbassando il tono.
Cercano di riportare la conversazione su un piano razionale.

Qualcuno invece si chiude.
Non reagisce.
Spera che la tensione passi da sola.

Di solito non funziona.

Il silenzio non spegne la rabbia.
Spesso la alimenta.

Anche le persone più calme, quando l’irritazione sale, perdono lucidità.

È un circolo che si autoalimenta.

Più si reagisce, più la tensione cresce.
Più la tensione cresce, meno si ragiona.

Quando entra in gioco la rabbia, si attivano meccanismi primordiali.
E gestirli diventa difficile.

Per questo servono strategie chiare.

Prendi tempo

La prima cosa da fare con una persona arrabbiata è non reagire subito.

Fermati.

Prenditi il tempo per capire come gestire la situazione.

Puoi dire:

  • “Ne parliamo domani.”
  • “Confrontiamoci con calma domani mattina.”

Non è fuga.
È gestione.

Non cercare subito la soluzione

La fretta di chiudere tutto rapidamente
porta spesso a risposte superficiali.

E lascia strascichi.

Anche quando pensi di aver capito subito il problema,
evita di risolvere “di pancia”.

I conflitti gestiti in fretta tornano.
Quasi sempre.

Il problema potrebbe non essere (solo) tuo

Chiediti che ruolo hai avuto.
Anche involontariamente.

Qualcosa che hai fatto può aver innescato fastidio.

Ma attenzione:
la persona arrabbiata potrebbe essere sotto pressione per motivi che non ti riguardano.

Non tutto è personale.
Anche se sembra.

Comunica come ti senti

Esprimi il tuo punto di vista.

Senza attaccare.
Senza provocare.

Evita “tu”.
Usa “io”.

Meglio dire:

  • “Mi sento a disagio quando il tono si alza. Rende difficile trovare soluzioni.”

Piuttosto che:

  • “Hai creato tensione nel team con il tuo comportamento.”

Il contenuto è simile.
L’effetto no.

Chiedi chiarimenti

Non dare per scontato di aver capito.

Domanda.

  • “Cosa ti ha infastidito esattamente?”
  • “Cosa è successo dal tuo punto di vista?”

Difenderti subito aumenta il conflitto.
Capire lo riduce.

Il tuo momento per spiegarti arriverà.
Ma non è all’inizio.

Evita attacco e difesa

Difendersi in modo rigido
spinge l’altro ad attaccare di più.

La non-difesa, invece, comunica sicurezza.

Puoi dire:

  • “Capisco il tuo punto di vista. Vediamo come risolvere.”
  • “Ho capito che sei arrabbiato. Possiamo trovare una soluzione insieme?”

Non è sottomissione.
È controllo.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Ascolta davvero

Quando l’altro è arrabbiato, parlare meno aiuta.

Ascolta fino in fondo.
Senza interrompere.

Poi riformula.

  • “Se ho capito bene, ti ha dato fastidio che…”

Così dimostri attenzione.
E abbassi la tensione.

Trova un punto di accordo con la persona arrabbiata

Anche nelle situazioni più tese,
c’è quasi sempre qualcosa su cui puoi concordare.

Anche solo in parte.

  • “A volte può essere vero.”
  • “Capisco perché la vedi così.”

Non significa cedere.
Significa creare uno spazio di dialogo.

Concediti una pausa se serve

Ci sono momenti in cui la conversazione non porta da nessuna parte.

Si parla.
Ci si agita.
Ma non si avanza.

Se senti che la situazione sfugge di mano, fermati.

Mettere in pausa non è perdere terreno.
È evitare di peggiorare.

Riprendere dopo, con più lucidità,
spesso cambia tutto.

Gli errori dei manager che minano la motivazione del personale

gli errori dei manager
Potresti essere convinto che il tuo approccio sia professionale, esemplare e ammirevole.

E sono convinto che sia così.

Tuttavia, non sono pochi i team leader che mi contattano per iniziare un percorso di coaching lamentando seri problemi di rapporto con il proprio team.

Con tutto quello che ne consegue.

Conflitti.
Calo della produttività.
Risultati deludenti.
Bruciori di stomaco.

Che cosa ne pensi?

Paranoie di lavoratori con bassa autostima?
Esasperazioni di collaboratori stressati?
Persone sempre più permalose e suscettibili?

Uhm…

Forse.

Potresti non renderti conto di adottare atteggiamenti che per te sono assolutamente normali, ma che il tuo team percepisce come arroganti.

Spavaldi.
Eccessivi.
Odiosi.

Prima di pensare che questo articolo non ti riguardi, concediti qualche minuto.

Leggi l’elenco che segue.
E chiediti, con onestà, se ti ritrovi in qualcuno di questi comportamenti.

Gli errori dei manager? La gestione del team è un valore

Se oggi gestisci un team, piccolo o grande che sia, dovresti riuscire a portare un valore aggiunto.

Significa prendere coscienza dei cambiamenti.
Adattarsi.
Continuare a migliorare il modo in cui ti relazioni con i collaboratori.

Spesso ci comportiamo male senza rendercene conto.

Per mancanza di tempo.
Per stress.
Superficialità.
Incomprensione.

A volte per ignoranza, nel senso di non conoscenza.

E qualche volta, diciamolo, anche per pura arroganza.

Pochi considerano la gestione del team un’area strategica su cui investire.

Spero lo faccia tu.

Ecco alcuni errori che possono minare la motivazione del tuo personale.

1. Non mostrare rispetto

Tutti desideriamo rispetto.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, molti lo cercano sul lavoro, ma pochi hanno davvero chiaro come conquistarlo.

Potresti cadere, anche senza volerlo, in alcuni comportamenti poco rispettosi:

  • interrompere spesso chi sta parlando;
  • fare domande ovvie o correzioni insignificanti che fanno sentire stupidi gli altri;
  • dispensare consigli non richiesti, anche sulla vita privata;
  • usare continuamente parole come “sempre” o “mai”;
  • parlare male di un collaboratore quando non è presente.

2. Non essere empatico

Che cosa trasmetti quando ti relazioni con il tuo team?

Chi lavora con te percepisce attenzione?
Partecipazione?
Interesse?

Oppure vede soltanto una macchina che distribuisce ordini, mansioni e scadenze?

A volte sei distratto.
Fingi di ascoltare.

E si vede.

Anzi.

Si sente.

Per un collaboratore c’è ben poco di più frustrante che vedere la propria richiesta poco ascoltata.

Mal compresa.
Fraintesa.

3. Non mantenere le promesse

Se dici che farai qualcosa e poi non mantieni la parola, basta un solo episodio per incrinare la fiducia.

Non c’è molto altro da aggiungere.

Onestà.
Integrità.
Coerenza.

Sono fondamentali per guidare un team.

L’incoerenza, invece, è difficile da digerire. Ecco gli errori dei manager.

Se continui a ripetere che il weekend è dedicato alla famiglia e poi invii e-mail di lavoro la domenica pomeriggio…

Che messaggio stai trasmettendo?

4. Sottolineare gli errori davanti agli altri

Davanti al team.
Ai colleghi.
Ai clienti.

È il tuo modo di esercitare il potere?

Trova un altro modo.

Più maturo.
Più autorevole.

Il sarcasmo viene spesso usato per alleggerire la tensione.

In realtà è il modo più vigliacco di dire ciò che pensiamo.

Se hai qualcosa da dire, dillo.

Con rispetto.

Altrimenti taci.

Sei il capo.

Dimostralo.

5. Controllare tutto

Vuoi verificare ogni e-mail.
Ogni preventivo.
Ogni documento.

Tutto deve passare dalla tua approvazione.

Deleghi con fatica.

Controlli anche i dettagli più insignificanti.

Così facendo trasmetti un messaggio molto semplice:

“Non mi fido di te.”

Il risultato?

Collaboratori demotivati.
Passivi.
Improduttivi.

PIÙ LEADER DEL TUO TEAM > scopri il tuo percorso di coaching ideale

6. Non condividere le informazioni

Perché trattieni informazioni importanti?

Perché razioni ciò che sai?

Come mai chiedi così raramente opinioni e feedback?

L’unico risultato sono pettegolezzi.
Paure.
Interpretazioni.

Condividere le informazioni è uno dei più grandi atti di fiducia che puoi fare.

La maggior parte delle persone desidera lavorare bene.

Vuole assumersi responsabilità.
Partecipare ai risultati.
Sentirsi coinvolta.

Quando condividi informazioni stai dicendo, senza parole:

“Io mi fido di te.”

7. Non scendere mai dal piedistallo

Sei bravissimo ad assegnare compiti.

Molto meno a partecipare.

A sporcarti le mani.

A lavorare insieme al tuo team.

Metti giù la testa.

Lavora.
Suda.
Condividi la fatica.

Anche questo è leadership.

8. Gli errori dei manager? Essere sempre teso

Quando sei sotto pressione inizi a camminare continuamente.

Avanti.
Indietro.
Di qua.
Di là.

Senza accorgertene diffondi tensione.

Il tuo nervosismo diventa il nervosismo del team.

E quando esci dall’ufficio…

Tutti tirano un sospiro di sollievo.

Pensaci.

9. Manifestare simpatie e preferenze personali

Forse non te ne accorgi.

Ma se pranzi sempre con le stesse persone, fai sempre pausa caffè con lo stesso gruppetto o coinvolgi sempre gli stessi collaboratori…

Gli altri lo notano.

È normale provare maggiore simpatia per alcune persone.

Non è normale lasciare che questa simpatia influenzi le tue decisioni.

Se sorvoli sugli errori degli “amici”, perdi la faccia.

E perdi la stima del resto del team.

Coinvolgi chi deve essere coinvolto.

Ma cerca, con le dovute differenze, di dare spazio a tutti.

10. Non prendere le difese del tuo team

Il titolare ha rimproverato ingiustamente un tuo collaboratore.

Tu sei rimasto in silenzio.

Un cliente ha mancato di rispetto a un membro del tuo staff.

Hai fatto finta di niente.

Quando è stata l’ultima volta che ti sei battuto per una persona del tuo team?

Se non lotti per il tuo staff, difficilmente il tuo staff lotterà per te.

Non significa fare l’eroe.
Non significa mettersi contro il titolare o contro il cliente.

Ecco gli errori dei manager.

Significa dimostrare che le persone che lavorano con te non sono sole.

Oggi questi gesti sono sempre più rari.

Proprio per questo fanno la differenza.

Perché non cominciare già da domani?

Perdita del lavoro: il giusto approccio per reagire

perdita del lavoro
Trovarsi senza lavoro, da un giorno all’altro, soprattutto se in modo inaspettato e percepito come ingiusto, provoca emozioni di grande intensità.

È un vero e proprio uragano emotivo che può destabilizzare la vita, travolgere le certezze e mettere in discussione chi siamo.

Il senso di impotenza e di fallimento può condurre a un atteggiamento di apatia, impedendoci di utilizzare le opportunità e le risorse che abbiamo. Diventa difficile agire. E persino reagire.

È un mix di emozioni.

Tristezza e rimpianto.
Delusione.
Senso di colpa e vergogna.
Frustrazione.
Rabbia.

E da queste emozioni nascono nuove paure, dubbi e insicurezze.

“Ho perso tempo.”
“Non ho fatto le scelte giuste.”
“Sono davvero bravo?”
“Cosa ho fatto di sbagliato?”
“Non troverò più un lavoro.”
“Avrò mai una seconda possibilità?”

Perdita del lavoro: le circostanze sfavorevoli plasmano il carattere

Sono tantissime le persone che attribuiscono una carriera deludente alle circostanze difficili che hanno vissuto.

  • “Ho avuto situazioni difficili… nessuno ha creduto in me… ecco perché non ce l’ho fatta.”

Eppure non sono poche le persone di successo che raccontano la stessa storia, con una conclusione completamente diversa.

  • “Ho avuto situazioni difficili… nessuno ha creduto in me… ed è proprio per questo che ce l’ho fatta.”

Le circostanze rivelano chi sei.
Le tue convinzioni.
Il tuo atteggiamento.

In altre parole, influenzano ciò che riuscirai a ottenere dalla vita.

Non restare intrappolato nella domanda: “Che cosa devo fare adesso?”.

Conta molto di più il modo in cui affronti ciò che è successo.

Poco importa se deciderai di continuare nel tuo settore, cambiare completamente strada, lavorare nel sociale, aprire un’attività o reinventarti.

Conta soprattutto come vedi te stesso.
E cosa vuoi ottenere.

Quando hai deciso dove vuoi andare, chi vuoi diventare e che cosa desideri costruire…

sarà difficile fermarti.

LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te

Quanto riesci a perseverare di fronte agli ostacoli?

Molte persone, dopo aver perso il lavoro, abbandonano sogni e obiettivi perché si arrendono alla prima vera difficoltà.

Se nella vita le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, oppure grazie a una buona dose di fortuna, potresti non aver mai allenato il muscolo della perseveranza.

Ed è proprio quel muscolo che serve quando la strada comincia a salire.

Invece di investire tempo ed energie per superare le difficoltà, potresti convincerti di non essere abbastanza bravo.

Di non essere tagliato per quel lavoro.

E mollare.

Di colpo.

Dopo la perdita del lavoro la perseveranza fa la differenza

Impara da chi ha sempre lavorato sodo.

Sono persone che hanno sviluppato determinazione, costanza e forza di volontà proprio perché hanno dovuto superare molti ostacoli.

Non si raggiunge un traguardo importante senza fatica.
Senza un impegno fuori dall’ordinario.

All’inizio sarà difficile.

Poi, ripetendo quello sforzo ogni giorno, diventerà sempre più naturale.

Quando la salita si fa dura.

Quando sembra che non ci sia più alcuna ragione per continuare.
Tutto intorno a te invita a mollare…

è proprio lì che devi perseverare.

La chiave non è che cosa fare, ma come affrontare la nuova situazione

Sei disposto a non cedere davanti alle difficoltà?

Alle attese?

Ai continui “Le faremo sapere”?

Sai mettere in discussione le tue convinzioni sul mercato del lavoro?

Hai la forza di presentarti all’ennesimo colloquio con un atteggiamento positivo e proattivo?

A volte serve semplicemente percorrere ancora qualche metro.

E continuare.

La perseveranza è la qualità che ti permette di andare oltre le circostanze.

Ti aiuta a superare un fallimento.
Un ribaltamento.
Un passo falso.
Un colpo di sfortuna.

Come accade a uno sportivo che deve recuperare da un infortunio.

Perdita del lavoro? Con la perseveranza aumenti le possibilità di ritrovarlo

Come ho scritto nel mio libro Autorevolezza, una forte determinazione aiuta a superare molte difficoltà.

Uno sforzo occasionale, invece, serve a poco.

Per ottenere risultati occorre applicarsi ogni giorno, fino a trasformare l’impegno in un’abitudine.

Perseveranza significa attaccare giorno dopo giorno.

Non per una settimana.
Non per un mese.

Per anni, se necessario.

Nonostante gli ostacoli.

Nella ricerca di un lavoro non puntare solo su competenze e studi

Anche il talento, da solo, non basta.

Servono duro lavoro.
Tenacia.
Perseveranza.
Grinta.

Ritrovare un lavoro non dipende soltanto dalla preparazione, dalle competenze o dal talento.

Tra una persona molto talentuosa ma poco tenace e una meno dotata ma estremamente perseverante, spesso sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori.

Leggi il post.

Adesso che lo sai anche tu, davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti.

Abbi pazienza.

Persevera.

Riprova.

Credimi.

Ce la farai.

Diventare il leader che tutti vorrebbero come capo

diventare il leader
Per diventare il leader che tutti vorrebbero come capo è necessario guidare le persone.

Andare oltre le mansioni da gestire, distribuire incarichi e assicurarti che ognuno faccia il proprio lavoro.

La vera leadership nasce da chi sei.
Non soltanto da ciò che fai.

Diventare leader non significa seguire un manuale di leadership.

Inizia da te stesso.

Per guidare gli altri devi prima conoscere e gestire te stesso. Un buon punto di partenza è comprendere i tuoi punti di forza e le tue debolezze, scoprire come ti comporti e come puoi offrire il contributo maggiore.

Chiediti:

  • Come comunichi?
  • Sei un buon ascoltatore o ti piace soprattutto sentire il suono della tua voce?
  • Sei un teorico o comunichi con il fare?
  • Lavori meglio con piccoli team o grandi gruppi?
  • Trasmetti coesione o tensione?

Ricorda che la maggior parte delle persone non lascia un lavoro o un’azienda.

Lascia un capo.

1. Mostra la direzione

Le persone ti seguono con entusiasmo quando la tua visione le aiuta a raggiungere i loro obiettivi, personali e professionali.

I tuoi collaboratori vogliono sapere che esiste un futuro.
Vogliono essere certi che ci sia una direzione.

Vogliono sapere dove si sta andando.

Sta a te mostrare una visione, motivare e ispirare le persone a seguirti.

I collaboratori più coinvolti sono quelli che credono nella visione del proprio leader. Da quella fiducia nascono ottimismo e produttività.

Un gruppo guidato da un leader indeciso, invece, perde direzione.
E viene sopraffatto da incertezza e paralisi.

POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “AUTOREVOLEZZA

2. Occupati di… persone

Questo non significa coccolare o adulare qualcuno.

Significa entrare davvero in contatto con chi lavora insieme a te, anche sul piano personale.

I grandi leader si preoccupano della loro gente.

I tuoi collaboratori devono sapere di poter contare su di te nel momento del bisogno.

Devono percepire che hai veramente a cuore le persone con cui lavori e che desideri lasciare un impatto positivo nella loro vita.

3. Tira fuori il meglio

Quando le persone stanno bene, mentalmente ed emotivamente, lavorano di più e con maggiore iniziativa.

Non concentrarti sempre su quello che i tuoi collaboratori non riescono a fare.

Concentrati piuttosto sui loro punti di forza.
Aiutali davvero ad avere successo.

Porta pazienza e sfrutta ogni occasione per far crescere il tuo team.

Anche quando sbagliano, concedi tempo.
Concedi nuovi tentativi.

Dagli errori arrivano spesso i miglioramenti.

Chiediti con frequenza:

  • Sto facendo il meglio per il mio team?
  • Come posso aggiungere valore?

4. Diventare leader significa bilanciare forza e umiltà

Un grande leader è il collante che tiene unita una squadra attorno a un obiettivo condiviso.

La leadership è un delicato equilibrio tra fiducia autentica e umiltà sincera.

Un buon leader non dimentica mai da dove è partito e non si prende troppo sul serio.

Non considerare il tuo successo come il risultato di uno sforzo individuale.

Riconosci sempre il contributo della tua squadra.

5. Dimostra integrità, onestà e capacità

In tutto quello che fai.

Comportati in modo coerente e affidabile. Sii trasparente quando si parla di etica e valori.

Non desiderare di avere ragione.

Desidera fare la cosa giusta.

6. Trasmetti fiducia e speranza

Speranza.
Desiderio.
Sogni.

Oltre a stabilità e fiducia, un leader deve saper dare alle persone la motivazione per affrontare anche le situazioni più difficili, guardando al futuro con maggiore ottimismo.

Nei momenti di cambiamento o di difficoltà organizzativa, trasmettere speranza diventa fondamentale.

Costruisci i tuoi rapporti sulla fiducia.

La fiducia è uno dei pilastri della leadership.

Le persone non tollerano la disonestà.

Quando la fiducia viene persa è molto difficile recuperarla. Comunicazione, sostegno, rispetto e fiducia sono alla base di qualsiasi relazione solida.

Ricorda anche questo.

La fiducia nasce molto più dalle azioni che dalle parole.

Solo quando ciò che fai è coerente con ciò che dici, le persone sceglieranno di fidarsi di te.

La costruzione richiede tempo.
La distruzione pochi secondi.

7. Resta calmo e freddo

Sicurezza.
Forza.
Sostegno.

L’ignoto genera disagio.

In tempi così caotici può essere difficile trasmettere stabilità, ma è proprio quello di cui il tuo team ha bisogno.

Le persone vogliono sapere che hai una presa salda sul timone, anche nel mezzo della tempesta.

8. Inquadra il bersaglio

Resta concentrato sul risultato.

Non lasciarti trascinare dalla dispersione, allentando la presa sull’obiettivo.

Rimani determinato.
Accetta i sacrifici necessari.
Trova soluzioni ai problemi.

Mantieni un atteggiamento vincente, supera le difficoltà e continua a camminare verso i tuoi traguardi.

Diventare leader: titoli e competenze non bastano

Un mio cliente mi ha detto:

“Sono il direttore. Ho il mio ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe seguirmi.”

Titoli e competenze sono importanti.
Ma non bastano.

La vera domanda è un’altra.

Perché le persone dovrebbero seguirti?

Te lo sei mai chiesto?

Se diventare un grande leader è una delle tue aspirazioni, inizia da questa domanda.

Con totale onestà.

“Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirmi?”

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

 

Comunicare male in ufficio: le trappole di NON SO, FORSE e MA

comunicare male Foto di Almighty Shilref

La tua comunicazione, soprattutto nei momenti di incertezza, non dovrebbe mai passare da indicazioni ambigue, confuse o contraddittorie.

Su certe cose, in certi momenti, è necessario essere diretti.
Sicuri.
Chiari.
Trasparenti.

Parole dispersive e slegate generano solo confusione.

Non puoi permetterti di comunicare male.

Quando non sappiamo cosa dire o come affrontare una situazione, abbiamo spesso la tendenza a rinunciare del tutto.

E ci rifugiamo in un farfugliante e tremolante…

“Non lo so.”

In questi tempi incerti non puoi comunicare male

Come ho scritto nel mio libro AUTOREVOLEZZA, affermare di non conoscere una risposta non è un segno di incompetenza.

Anzi.

Può essere una dimostrazione di forza.

Usare continuamente il “Non lo so”, però, ti costa credibilità e influenza.

Ogni volta che te ne esci con un arrendevole “Non lo so”, spingi le persone a cercare risposte altrove.

La prossima volta potrebbero non venire più da te.

Chi sa rispondere con lucidità e fiducia viene percepito come più sicuro.
Più competente.

Piuttosto che rifugiarti nel solito “Non lo so”, preparati alcune risposte migliori.

Per esempio:

  • “Sulla base di quello che conosco oggi, penso che…”
  • “Non ho ancora tutti i dati a disposizione, li sto recuperando.”
  • “Al momento la mia migliore previsione è questa…”
  • “Non ho ancora informazioni sufficienti per rispondere con precisione.”
  • “Posso rispondere solo in parte. Vorrei approfondire alcuni aspetti.”
  • “Permettetemi di capire meglio quali informazioni state cercando.”
  • “Ci sono diverse possibilità. Ho bisogno di qualche dato in più.”
  • “Non conosco ancora abbastanza questo tema e preferisco non improvvisare. Mi prendo qualche giorno per approfondire.”

Risposte di questo tipo ti permettono di prendere tempo senza perdere autorevolezza.

Metti l’accento su ciò che sai.
Non su quello che ancora ti manca.

Evita il “FORSE” se vuoi motivare le persone

Non vuoi dire di no.

Così ti rifugi in un benevolo “Forse”.

FORSE è il modo più semplice per restare nel mezzo.

In stallo.

Se pensi che dire NO sia egoista, ricorda che, spesso, FORSE lo è ancora di più.

Lascia gli altri sospesi.

Blocca decisioni.
Blocca persone.
Progetti.

Quando ti trovi intrappolato in un FORSE, chiediti quale informazione manca davvero.

Trovala.

Poi chiudi la questione.

Se invece non puoi decidere…

di’ NO.

E vai avanti.

FORSE è una ruota del criceto

Ogni volta che dici FORSE rallenti tutti.

FORSE mantiene aperte tutte le opzioni.
Produce confusione.
Genera stagnazione.

SÌ e NO fanno avanzare.

FORSE blocca.

Se sei tentato di dire FORSE, valuta se puoi dire NO.

Se hai bisogno di tempo, comunicalo chiaramente.

“Deciderò entro la fine della giornata.”

Le attività importanti richiedono energia, concentrazione e impegno.

Non puoi costruire un progetto, un team o una carriera sopra una lunga serie di FORSE.

I leader prendono decisioni.

Non sempre perfette.
Ma le prendono.

Elimina il “MA” se vuoi comunicare meglio

MA è come una spugna.

Ogni volta che lo usi, cancelli tutto quello che hai appena detto.

“Avete fatto un ottimo lavoro MA c’è ancora tanto da fare.”

Che cosa arriva davvero all’altra persona?

Che ha fatto un buon lavoro…

oppure che non è mai abbastanza?

Il MA cancella.
Limita.
Ridimensiona.
Giustifica.

Sostituiscilo con E.

Oppure fermati.

Metti un punto.

  • “Hai fatto un ottimo lavoro. C’è ancora tanto da fare.”
  • “Concordo con i risultati. La vedo in modo diverso.”

Il significato resta.

La comunicazione migliora.

Che altro aggiungere?

Ti auguro di vivere con meno FORSE.

Meno MA.

E molta più chiarezza.

Ti capita di non dire ciò che pensi per evitare tensioni — o di dirlo in modo che poi ti pesa?

Con Sviluppare assertività senza perdere empatia impari a comunicare con chiarezza e rispetto, anche nelle situazioni difficili. → Scopri il servizio

Errore del manager: pensare di essere al centro del mondo

errore del manager

Foto di Yama Saighani da Pexels

Roberto pensava di essere molto brillante e competente.

E probabilmente lo è.

Si sorprendeva quando non vedeva riconosciute le sue capacità, convinto che le sue intuizioni fossero migliori di quelle degli altri.

E, ripeto…

verosimilmente lo erano.

Pensava di essere più intelligente e più capace del suo capo.

Roberto ha sempre una risposta pronta.
Non ascolta.
Non ammette mai di aver sbagliato.

Basta fargli una domanda e ti illumina con la “luce del suo sapere”.

Ecco uno dei grandi errori del manager.

Avere fiducia in sé stessi non è un male.

Anzi.

La sicurezza personale è una qualità indispensabile per chi guida altre persone.

La fiducia in se stessi è necessaria per emergere, ma…

Una buona autostima è fondamentale per affrontare le sfide, fare carriera, superare gli ostacoli ed emergere in un mondo sempre più competitivo.

Roberto è molto concentrato sui propri punti di forza.

Molto meno consapevole delle proprie debolezze.

In teoria è un team leader.
In pratica è soltanto un leader.

Senza team.

Perché il team, semplicemente, non esiste.

Esiste lui.

Quando gli ho chiesto come si rapportasse con il suo, ormai ex, staff o se fosse stato motivante nel comportamento e nelle parole, mi ha guardato stupito.

“In che senso?”

Quando sei intelligente e capace è facile convincerti di essere il centro del mondo.

E che gli altri siano soltanto un supporto.

O, peggio ancora, una scocciatura.

Con uno sguardo tra l’assente e il tramortito concluse:

“Sai… pensavo che a ME non sarebbe MAI successo.”

Troppa fiducia + poca prudenza = il manager va a sbattere

“Mai” è una parola che dovremmo eliminare tutti dal nostro vocabolario.

Non soltanto Roberto.

Troppa sicurezza.
Troppa convinzione.
Poca prudenza.

E poi…

arriva il palo!

Sono caduti in tanti.
Sono caduti anche i migliori.

Perché non dovrebbe succedere anche a te?

O a me?

Continua a imparare.

Non dare nulla per scontato.

Ogni storia di fallimento dovrebbe diventare un monito.

Un avvertimento che potrebbe evitarti un errore del manager.

Dura la vita del giovane leader?

Sì.

Maledettamente.

Il passaggio sul tappeto rosso bisogna guadagnarselo.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro AUTOREVOLEZZA

Troppe aziende non sono impostate per sostenere i loro leader

Soprattutto quando sono giovani.

Troppo spesso l’unico messaggio che ricevono è questo:

“Hai fallito.”

E rimangono lì.

Tramortiti.
Increduli.
Incapaci di reagire.

Per padroneggiare la leadership servono competenze.

Ma non bastano.

Occorre allenare anche i tuoi muscoli caratteriali e le tue risorse interiori.

Per diventare un punto di riferimento agli occhi del team è necessario cambiare passo.

Trasmettere fiducia.
Competenza.
Presenza.

Evitare un errore del manager.

Utilizzare un linguaggio più incisivo e motivante.

Per permetterti di entrare ogni giorno nel tuo ufficio con maggiore sicurezza, più fiducia e una leadership più solida.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare? Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Frasi divertenti sul colloquio di lavoro

un colloquio di lavoro
Quando aspetti una risposta dopo un colloquio
non c’è dubbio..

il tempo si dilata.
Sembra scorrere più lentamente.

Ti dicono:
“Le faremo sapere tra una settimana.”

Per te diventa un’attesa snervante.
Una sospensione continua.
Quasi un logorio.

Per l’azienda, invece, è solo una scadenza.
Un momento decisionale da comunicare… tra una settimana.

Il colloquio di lavoro mette alla prova

Per molti, è una situazione stressante.

Devi essere ambizioso
senza risultare impaziente.

Disponibile
senza sembrare timoroso.

Flessibile
senza farti sfruttare.

Sicuro di te, determinato, credibile…
senza alzare troppo i toni.

Il confine è sottile.

Basta poco per sembrare eccentrico.
O, al contrario, poco incisivo.

Un modo per alleggerire

Per questo ho raccolto alcune frasi divertenti
(che ho trovato sul web e in particolare su aforisticamente).

Un modo per sdrammatizzare
un momento che, spesso, di divertente ha ben poco.

Prima dei 30 anni, troppo giovane, senza esperienza.
Dopo i 50 anni, troppo vecchio, troppo caro.
Per molti la speranza di lavoro è di 20 anni
contro una speranza di vita di 100 anni.

Bernard Pivot

 

L’Italia è una Repubblica fondata sui colloqui di lavoro.

Graziella Natale

È facile passare un colloquio di lavoro, basta essere per 20 minuti tutto il contrario di quello che sei veramente.

p_episcopo, Twitter

“Nel suo curriculum lei ha specificato che parla una lingua straniera. L’inglese?”.
E il candidato: “Oui”.
“Ma questo è francese!”.
“Allora corregga: parlo due lingue straniere”.

Anonimo

“I suoi punti di forza?”
“Sono ottimista.”
“Mi farebbe un esempio?”
“Quando comincio?”

Anonimo

Sogno di andare ad un colloquio di lavoro e spiazzare tutti esordendo con un “Vi farò sapere”,
andandomene.

unFabbioAcaso, Twitter

Ti offrono uno stage gratis.
Pensi: “È solo l’inizio, farò carriera”.
Un anno dopo sei dirigente gratis.

IdeeXscrittori, Twitter

Negli annunci di lavoro sono tutte “aziende leader nel settore”. Mai che uno scriva “piccola azienda col padrone stronzo”.

FranAltomare, Twitter

PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > Il mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025) ti guida se vuoi consolidare il tuo impatto e carisma.

“Buongiorno, sono venuto per il colloquio di lavoro.”
“Ha esperienza?”
“Sì, questo è il mio 75esimo colloquio!”

Anonimo

“Ha degli hobby?”.
“Ho una collezione di 150 figure di merda”.
“Le sembrano cose da dire ad un colloquio di lavoro?”.
“151”.

Anonimo

“E il colloquio di lavoro?”
“L’ho superato.”
“Davvero? Grande!”
“Intendevo il trauma. L’ho superato.”

IdeeXscrittori, Twitter

COLLOQUIO DI SUCCESSO > scopri il tuo percorso di coaching ideale

“Lei come si definirebbe?”
“Come la nebbia del mare.”
“Capisco. Perché lei è un tipo misterioso?”
“No, perché prima delle dieci e mezzo, undici non mi alzo mai.”

Luca Klobas

La parte più difficile di un colloquio di lavoro è ricordare tutti i talenti che ti sei inventato.

BarbyeTurica, Twitter

Fare il ministro del lavoro in un paese dove il lavoro non c’è, è come fare il bidello di una scuola a Ferragosto!

Maurizio Crozza

12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante

videochiamata
Utilizziamo spesso la videochiamata sul posto di lavoro.

La maggior parte delle volte è normale routine: chiarimenti, aggiornamenti, contatti con clienti, confronti operativi.

Altre volte, però, l’asticella si alza.

Una videochiamata può diventare decisiva

Un confronto con il tuo capo o con il CEO.
Il reclamo di un cliente importante.
Un richiamo a un collaboratore.
Una riunione con il team.
Un colloquio di lavoro.
La presentazione di un servizio o di un progetto a un potenziale cliente.

In quei momenti…

le parole diventano rilevanti.

Il tuo approccio ancora di più.

È necessario trasmettere il giusto equilibrio tra garbo e determinazione.

Affrontare la situazione con obiettività, calma e sicurezza.

Leadership.

Come puoi leggere nel mio libro Autorevolezza, l’errore più grande che puoi fare è aspettarti che una videochiamata sia identica a un incontro in presenza, con l’unica differenza di uno schermo in mezzo.

Non lo è.

In video cambiano i tempi, cambia la percezione, cambia il modo in cui trasmetti presenza, attenzione e autorevolezza.

Per questo vale la pena prepararsi.

Ecco 12 cose da ricordare prima di una videochiamata importante.

La videochiamata richiede preparazione.
La pratica ti rende fiducioso.
Efficace.

La videochiamata non è così facile come sembra.
Sottovalutarlo è un errore che si paga caro.

La sfida più grande degli incontri virtuali è mantenere le persone coinvolte e interessate.

Ricorda che dovrai trasmettere competenza e autorevolezza solo attraverso un’immagine piatta su uno schermo.

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

Aggiungi valore, non parole.

Imposta videochiamate brevi.
Immagina che le persone ti dicano:
“Okay. Dimmi cosa vuoi… veloce, però!”

Vestiti e agisci come se fossi nel tuo spazio professionale.
Perché lo sei!

Prima di cominciare voltati.
È quello che gli altri vedranno.


PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Se la videochiamata è breve, efficace e produttiva
risulti autorevole.

L’obbiettivo di una fotocamera può essere il più grande critico che tu abbia mai incontrato.
Guardalo direttamente “in faccia”.

Non parlare troppo presto.
Interrompendo il flusso della conversazione sembrerai agitato e ansioso.

Evita tutto ciò che è banale.

Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >
Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli
La presenza executive al telefono

11 cose da ricordare quando hai paura di non valere abbastanza

paura di non valere

Foto di Amine M’Siouri da Pexels

Che tu sia un manager, un imprenditore con la sua azienda a conduzione familiare, uno store manager, la responsabile di un settore o il team leader di un piccolo gruppo di collaboratori, poco importa.

Come ho scritto nell’introduzione del mio libro Autorevolezza, per molti di noi comunicare con forza e autorevolezza è una sfida difficile.

Una sfida che, a volte, perdiamo.

E allora non ci sentiamo “abbastanza”. Abbiamo paura di non valere. Alcuni giorni ci sentiamo piccoli, inadeguati.

Semplicemente non abbastanza.

Sai di cosa sto parlando.

Chiunque attraversa momenti in cui mette in discussione il proprio valore.

Ecco 11 cose da ricordare quando non ti senti abbastanza.

1. Dal confronto con gli altri ne esci quasi sempre perdente

Confrontarsi può stimolare il miglioramento, ma può anche diventare una trappola.

Dal paragone continuo hai poco da guadagnare e molto da perdere, perché il confronto non finisce mai.

C’è sempre qualcuno più bravo, più preparato, più ricco, più sicuro.

Il problema è che conosci benissimo i tuoi limiti e quasi mai quelli degli altri.

Li osservi solo quando sono all’apice del successo.

Prova invece a guardarli con comprensione, non con gelosia. Siamo tutti esseri umani.

Fallibili.

2. La tua mente sa essere molto convincente… in negativo

Non credere a tutto quello che pensi.

La mente sa costruire racconti molto credibili.

“Non sono all’altezza.”
“Non valgo abbastanza.”
“Non sfrutto il mio potenziale.”

Ripeterti queste frasi non ti renderà migliore.

Lascia che questi pensieri passino senza trattenerli. Poi riporta l’attenzione su ciò che sai fare, sui tuoi punti di forza, sulle qualità che troppo spesso dimentichi.

Quando cambia il dialogo interiore, cambiano anche i comportamenti.

3. Gli errori possono davvero aiutarti a migliorare

Restare troppo a lungo sugli errori significa vivere nel passato.

Una cosa è assumersi le responsabilità e imparare. Un’altra è condannarsi per anni.

Gli errori sono lezioni.

Fallire una volta non significa fallire sempre.

Molti dei giudizi che rivolgi a te stesso probabilmente non sono nemmeno tuoi: li hai imparati crescendo.

Sostituisci il giudizio con la comprensione.

Ti sentirai molto più libero.

4. Non è ciò che accade a farti soffrire, ma la resistenza a ciò che accade

Non puoi controllare tutto quello che succede.

Puoi controllare il modo in cui scegli di rispondere.

Continuare a pensare a come “dovrebbero andare le cose” non cambierà la realtà.

Lasciarsi andare non significa arrendersi.

Significa smettere di combattere contro ciò che ormai esiste e iniziare a investire energie su quello che puoi fare adesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa

5. Accettati per quello che sei

Accettarsi non significa sentirsi perfetti.

Significa essere meno severi con se stessi, perdonare gli errori e riconoscere serenamente anche i propri limiti.

Accettare di non essere sempre brillante, coraggioso o carismatico è una conquista.

Ed è proprio da questa accettazione che nasce il cambiamento.

Quando senti di non farcela, prova a fare ancora un piccolo passo.

Le persone più forti non sono quelle che vincono sempre.

Sono quelle che continuano.

6. Non identificarti con ciò che fai

Molti pensano:

“Quando avrò quella posizione…”
“Quando cambierò lavoro…”
“Se otterrò quella promozione…”

…allora mi sentirò finalmente abbastanza.

Ma il valore personale non dipende da ciò che raggiungi.

Ha molto più a che fare con ciò che sei.

Se aspetti un risultato per sentirti di valore, rischi di continuare a riempire un pozzo senza fondo.

7. Concediti il diritto di sentirti inadeguato

Non fingere che vada tutto bene.

Non diventare iperattivo solo per non sentire quello che provi.

Un momento di sconforto non è debolezza.

Concediti il tempo di attraversarlo.

Più cerchi di soffocare le emozioni, più torneranno a chiedere attenzione.

Il tempo speso per rimarginare una ferita emotiva raramente è tempo perso.

8. C’è sempre qualcosa che puoi fare

Il dolore della paura di non valere fa parte della crescita.

Ma una visione senza azione resta soltanto un sogno.

Non serve guardare i gradini.
Serve salirli.
Un passo alla volta.

A volte il passo più piccolo, se nella direzione giusta, diventa il più importante.

9. La strada non è quasi mai lineare

Ognuno arriva ai propri obiettivi seguendo un percorso diverso.

Lungo la strada incontrerai ostacoli, deviazioni, imprevisti.

Alcuni si superano facilmente.
Altri lasciano il segno.

Ma ogni ostacolo può insegnarti qualcosa.

Se hai fallito…

aspetta prima di mollare.

Prova ancora.

10. Non ricercare la perfezione

Quando hai paura di non valere abbastanza nasce il desiderio di essere perfetto.

Così pensi che nessuno potrà criticarti.

È un’illusione.

Le persone che ammiri oggi non sono diventate grandi perché erano perfette.

Lo sono diventate perché hanno trasformato i loro limiti in esperienza.

Con tempo.
Con fatica.

11. Ricorda tutto quello che hai già conquistato

Non mettere in discussione anni di impegno per una sola caduta.

Fermati.

Guarda la strada percorsa.

Ricorda i sacrifici affrontati, gli obiettivi raggiunti, le difficoltà superate.

Invece di concentrarti solo su ciò che manca, prova a dare valore anche a quello che hai costruito.

Se stai vivendo una situazione che non ti piace, chiediti come puoi cambiarla.

Le tue credenze creano, in buona parte, la tua realtà.

Se continui ad aver paura di non valere, di non essere capace, finirai per cercare prove che confermino questa convinzione.

Se invece cambi il modo in cui guardi te stesso, poco alla volta cambierà anche il modo in cui agirai.

E sarà proprio da lì che inizieranno a cambiare anche i risultati.

Motivare i collaboratori: 8 semplici metodi per generare energia positiva

motivare i collaboratori
Andiamo dritti al punto.

Tutte le persone hanno energia.

Un’energia che può crescere oppure disperdersi.

Il tuo compito, come leader, è alimentarla costantemente.

Quanto sei consapevole dell’impatto che hai sull’energia dei tuoi collaboratori?

Sai che il tuo atteggiamento, positivo o negativo, si riflette inevitabilmente nella dinamica della squadra?

Devi proteggere questa energia.
Alimentarla.
Accenderla.

L’energia cresce quando il lavoro ha significato. Quando c’è chiarezza. Quando c’è azione.

Se invece la gestisci male…

arrivano demotivazione e svogliatezza.

Le persone fanno il minimo indispensabile. Il semplice compitino.

I progetti rallentano.
Poi decadono.

Ecco 8 modi semplici per motivare i collaboratori e generare energia positiva.

1. Ascolta preoccupazioni e suggerimenti

Chiediti:

  • Conosco le aspirazioni delle persone del mio team?
  • So davvero cosa desiderano?
  • Che cosa le preoccupa?

Poi chiedi:

  • “Questo sembra preoccuparti?”
  • “Ti vedo particolarmente entusiasta di questo progetto.”
  • “Capisco quello che mi stai dicendo.”

Fai capire alle persone che sei disponibile ad ascoltarle.

Mantieni una politica di “porta aperta”, oppure, se preferisci, di “contatto aperto”.

Se vuoi motivare i collaboratori devi essere inclusivo.

Incoraggiali a parlare.
A chiedere il tuo aiuto (o, se ti piace di più, il tuo supporto).

Se invece guidi con intimidazione e paura, le conseguenze possono essere molto dannose.

Quando le persone si sentono ascoltate e apprezzate, fanno quasi sempre più di quanto sia strettamente necessario.

Questo non significa ignorare gli aspetti negativi.

Se emergono comportamenti tossici…

occupatene subito.

2. Rispetta l’impegno e le aspirazioni

Ciò che è semplice per te potrebbe essere molto difficile per qualcun altro.

Rispetta la fatica.
Riconosci l’impegno.

Dietro molte frustrazioni si nasconde un’aspirazione.

Prova a chiedere:

  • “Che cosa ti piacerebbe fare?”
  • “Come posso aiutarti?”
  • “Qual è il prossimo passo?”
  • “Hai competenze importanti. Come possiamo valorizzarle?”

3. Valorizza punti di forza e progressi

Aiuta le persone a vedere ciò che fanno bene.

Per esempio:

  • “Sei particolarmente bravo a…”
  • “Dai il meglio quando…”
  • “Come hai sviluppato questa competenza?”
  • “Come potresti usarla anche in questa situazione?”

E sottolinea anche i progressi.

  • “Sì, c’è ancora margine di miglioramento, ma rispetto a prima hai fatto passi avanti…”

Le persone crescono molto più facilmente quando qualcuno riconosce i loro miglioramenti.

PIÙ LEADER DEL TUO TEAM > scopri il tuo percorso di coaching ideale (modalità, costi ecc.)

4. Un modo semplice per motivare? Sorridi

Come scrivo nel mio libro Autorevolezza, un sorriso diffonde ottimismo.

Coinvolge.
È contagioso.

Soprattutto nei momenti difficili.

Quando le persone ti vedono sorridere, tendono a rilassarsi.

Il tuo sorriso porta energia positiva nel team.

Comunica fiducia.

E spesso aiuta anche gli altri a ritrovarla.

5. Festeggia insieme al team

Celebrare è uno dei modi più semplici per generare energia positiva.

Non aspettare il grande traguardo.

Festeggia anche le piccole vittorie.
Fai sentire le persone apprezzate.

Riconosci il loro lavoro con parole sincere e incoraggianti.

Non limitarti agli anniversari aziendali o agli obiettivi eccezionali.

Anche i piccoli progressi meritano attenzione.

6. Mostra passione

Non basta fare il proprio lavoro.

Occorre farlo con coinvolgimento.

Cerca di migliorarti ogni giorno.

Mettici energia.
Mettici anima.

I risultati straordinari sono quasi sempre il frutto di azioni ordinarie ripetute con costanza.

La tua passione influenza chi ti circonda.

Se percepisci stanchezza o apatia, porta qualcosa di nuovo.

Una domanda diversa.
Un’idea.
Un’iniziativa.

L’entusiasmo è contagioso quanto la demotivazione.

7. Motivare i collaboratori? Tratta le persone con rispetto

Fatico ancora a capire come alcuni imprenditori e manager trattino male i collaboratori e poi pretendano entusiasmo, produttività e coinvolgimento.

Non funziona così.

Le persone sono una parte fondamentale del tuo successo.

Le organizzazioni che rispettano i propri collaboratori ottengono quasi sempre risultati migliori.

I grandi leader possiedono competenze tecniche.

Ma prima ancora…
“competenze umane”.

Prova a chiederti:

Come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

8. Entra a far parte del team

Non limitarti a gestirlo.

Quando serve, rimboccati le maniche e lavora insieme alle persone.

Soprattutto nei momenti più difficili.

I leader che si mettono in gioco vengono percepiti come più affidabili, cooperativi e credibili.

Le persone seguono più volentieri chi condivide anche la fatica.

Un ambiente di lavoro migliora quando aumentano fiducia, benessere ed emozioni positive.

Migliorano i rapporti.
Migliora la creatività.
Anche i risultati.

Tutti desideriamo lavorare accanto a persone che sappiano ispirare.

A volte succede.
Più spesso no.

Per questo vale la pena diventare una di quelle persone.

Bassa autostima al lavoro? Spesso, sei tu, il tuo critico più severo

bassa autostima al lavoro

Foto di cj_wells88

Come reagisci quando lo stress aumenta?

Inizia il tuo dialogo interiore?
Ti sorprendi a vagare per l’ufficio borbottando tra te e te?

Quello che ti dici ha un impatto enorme sul tuo modo di lavorare.

Il dialogo interno è potente.

Il problema è che raramente è obiettivo.

Non analizza i fatti con lucidità. Piuttosto, alimenta una conversazione che crea ostacoli, ingigantisce i problemi e riduce la tua fiducia.

Bassa autostima sul lavoro? Spesso sei tu il tuo critico più severo

Se ci fai caso, molte delle frasi che ripeti nella tua testa non sono nemmeno davvero tue.

Sono giudizi ricevuti anni fa da genitori, insegnanti, partner o altre figure importanti della tua vita.

Fare autocritica è utile.
Ti rende più consapevole.

Criticarti continuamente, invece, è autodistruttivo. Non migliora le tue prestazioni. Ti fa semplicemente stare peggio.

Viviamo immersi nelle informazioni e il cervello, per risparmiare energia, utilizza scorciatoie mentali che spesso deformano la realtà.

Per questo è fondamentale imparare a sostituire questi pensieri con valutazioni più realistiche.

Ecco 10 modi in cui la tua vocina interiore ti sta togliendo potere personale.

1. Ti imponi standard impossibili

“Hai fallito.”
“Non hai raggiunto gli obiettivi.”

La tua voce interiore ricerca quasi sempre il perfezionismo.

Alza continuamente l’asticella, fino a renderla irraggiungibile.

Il risultato?

Ti condanni a una perenne insoddisfazione.

Pretendere sempre l’eccellenza significa non concederti mai la soddisfazione del progresso.

2. Per te esiste solo tutto o niente

“Ho sbagliato. Non farò mai niente di buono.”
“Ho fallito. La mia carriera è finita.”

Perfetto oppure incapace.
Talento oppure fallito.
CEO oppure nessuno.

Non esistono sfumature.

Questo modo di ragionare ti impedisce di riconoscere i successi parziali e rende invisibili tutti i progressi.

Gli errori non cancellano ciò che hai costruito.

Non sei perfetto.
Sei perfettibile.

Quando impari a riconoscere un errore senza identificarti con quell’errore, recuperi più rapidamente fiducia ed efficacia.

3. Generalizzi. Tutto

“Sono un fallimento.”
“Non sono capace.”
“Non ricevo mai riconoscimenti.”

Fai attenzione a parole come sempre e mai.

Sono quasi sempre esagerazioni.

Una riunione andata male non significa che sbaglierai tutte le riunioni.

Molto meglio dirti:

“Nella riunione di stamattina ho parlato troppo. Ho lasciato poco spazio agli altri.”

Questa è una critica utile.
È specifica.
Ti permette di migliorare.

4. Ti concentri solo sul dettaglio negativo

Durante una presentazione noti una persona distratta.

Immediatamente concludi:

“Sono noioso.”

Nel frattempo ignori tutte le altre persone che ti stanno seguendo con interesse.

Ricorda una cosa.

Non sei responsabile delle reazioni di tutti.

5. Sminuisci i tuoi successi e ingigantisci gli errori

Ricevi un complimento?
Lo ridimensioni.

Ricevi una critica?
La trasformi in una sentenza.

Così facendo continui ad alimentare soltanto le convinzioni negative.

Non dimenticare i feedback positivi.

Anche quelli raccontano chi sei.

6. Ti lasci trascinare da fatalismo e rassegnazione

“Lo sapevo.”
“Non cambierà mai nulla.”

Gli eventi negativi rappresentano solo una parte della tua vita.

Quando però concentri tutta l’attenzione su di essi, finisci per convincerti che nulla potrà migliorare.

Molti aspetti della tua vita non dipendono da te.

La tua responsabilità è reale.
Ma è limitata.

Riconoscere questo non significa deresponsabilizzarsi.

Significa essere più lucidi.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro sull’autorevolezza

7. Ti confronti continuamente con gli altri

“Sono tutti migliori di me.”

È uno dei modi più efficaci per restare fermo.

Il confronto è quasi sempre falsato.

Confronti il peggio di te con il meglio degli altri.

Così ne esci inevitabilmente sconfitto.

Ogni persona possiede punti di forza, limiti, esperienze e percorsi differenti.

Non esiste una classifica unica.

8. Rimandi continuamente

“Comincerò lunedì.”
“Dal mese prossimo.”
“Quando sarò pronto.”

La procrastinazione spesso indossa il vestito della prudenza.

In realtà nasconde paura.

Non esiste il momento perfetto.
Esiste solo il primo passo.

9. Alimenti pensieri di inadeguatezza

“Non sono portato.”
“Sono negato.”

Questo è puro autosabotaggio.

Se continui a ripeterti che non sei abbastanza, finirai per comportarti come se fosse vero.

Ricorda invece tutto ciò che sei già riuscito a costruire.

Continua ad agire.

Non lasciare che sia la tua mente a decidere i tuoi limiti.

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10. Trovi sempre una buona scusa

“Passano sempre i raccomandati.”
“Non ho tempo.”

Le raccomandazioni esistono.

Sono sempre esistite.

Ma trasformarle nella spiegazione di ogni insuccesso significa regalare agli altri il controllo della tua vita.

Anche il “non ho tempo” spesso nasconde altro.

Se qualcosa diventa davvero una priorità, il tempo tendiamo a trovarlo.

In conclusione

Le credenze limitanti consumano energia.

Ridimensionano il tuo potenziale e compromettono la fiducia nelle tue capacità.

Rischi di convincerti che ciò che dice sia la realtà.

Non lo è.

Il punto non è eliminare le emozioni.
È imparare a non trasformarle in verità assolute.

Allenati a sostituire i pensieri distorti con interpretazioni più realistiche.

La tua autostima non cresce ignorando le difficoltà.

Cresce quando impari a guardarle con maggiore lucidità.

Se desideri potenziare la tua autostima sul lavoro, scopri il mio percorso di coaching.