Il percorso di coaching: 7 motivi perché resisti – parte 5

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Perché alcune persone resistono al coaching?
Nella mia esperienza ho notato diversi motivi ricorrenti.
Persone interessate alla propria crescita professionale.
Curiose. Motivate. A volte persino affascinate dal coaching.
Eppure esitano.
Rimandano.
Resistono.
Ecco alcune delle resistenze che incontro più spesso.
1. Mancanza (presunta) di tempo
Molte persone fanno fatica a dire NO.
Sono sempre di corsa. Sempre indaffarate.
Prese da un turbinio di attività.
In altri casi, il non-avere-tempo nasconde altro.
La paura di affrontare una situazione.
La paura di iniziare qualcosa di nuovo.
Oppure stanno attraversando una fase di cambiamento.
Una transizione.
Un periodo delicato.
E non se la sentono di aggiungere un’altra sfida.
2. Paura di passare all’azione
Per molte persone è più rassicurante prepararsi che agire.
Fare corsi.
Frequentare workshop.
Comprare libri.
Guardare video, parlare, teorizzare.
Conoscono tutta la teoria.
Ma non scendono nella pratica.
Così restano fermi.
Sempre nello stesso punto.
3. “Un giorno lo farò…”
Parliamo spesso al futuro.
A volte al condizionale.
“Farò.”
“Vorrei.”
Dietro queste parole si nascondono spesso delle paure.
Timori che impediscono di passare all’azione.
Subito.
Così continuiamo a parlare di ciò che faremo.
Un giorno.
Nel frattempo rimandiamo.
E il presente resta fermo.
Spesso perché il passato continua a influenzarci.
Temiamo che una delusione, un errore o un fallimento possano ripetersi.
E quindi aspettiamo.
4. Paura di mettersi in gioco
Se facciamo quello che abbiamo sempre fatto, otterremo sempre gli stessi risultati.
Una frase conosciuta.
Ma ancora attuale.
Se non usciamo allo scoperto difficilmente accadrà qualcosa di nuovo.
Qualcosa di stimolante.
Di vitale.
Di esaltante.
Spesso è più semplice attribuire tutto alla fortuna.
Al caso.
Al destino.
Piuttosto che mettersi davvero in gioco.
5. “Coaching? Non sono mica incompetente”
Iniziare un percorso di coaching non significa essere impreparati.
Non significa essere incapaci.
Non significa essere incompetenti.
Il coaching non è un atto d’accusa.
Non certifica una mancanza.
Non evidenzia un difetto.
Un segnale di debolezza.
È semplicemente uno strumento per crescere.
6. Paura di non riuscire
Nella vita, quando decidiamo di scendere in campo, veniamo feriti.
A volte più di una volta.
Più sei stato ferito, più temi di esserlo ancora.
Più temi di esserlo ancora, più sviluppi meccanismi di protezione.
Meccanismi spesso inconsci.
Strategie di evitamento.
Difese.
Difese che cercano di proteggerti.
Ma che finiscono per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento.
E spesso anche qualsiasi ambizione professionale.
7. “È tutta colpa del capo…”
O del collega.
O dell’azienda.
Colpa del mercato.
Alcune persone guardano alla propria carriera e vedono soprattutto ostacoli esterni.
Un capo menefreghista.
Un collega traditore.
La sfortuna.
Tutto viene attribuito all’esterno.
Poco spazio viene lasciato a una domanda importante:
“Cosa avrei potuto fare diversamente?”
A questo punto del percorso professionale il coaching viene percepito come interessante.
Ma inutile.
Perché non può riparare un torto.
Non può cancellare una delusione.
Non può riscrivere il passato.
E il costo di un percorso di coaching?
Nella mia esperienza il costo raramente rappresenta la vera resistenza.
Le persone tendono a vederlo come un investimento.
Su sé stesse.
Sulla propria crescita.
Sul proprio futuro.
Generalmente chi è determinato non ha bisogno di essere spinto.
Chi desidera una svolta.
Chi è stanco dei soliti risultati.
Vuole lavorare su sé stesso.
Prima o poi trova il modo.
C’è una cosa che non faccio mai con un potenziale cliente
Non convinco.
Non persuado.
Ancor meno vendo.
Non faccio pressione.
Sentirsi attratti dall’idea di intraprendere un percorso di coaching è già un segnale importante.
Sentirsi curiosi.
Coinvolti.
Persino un po’ emozionati.
Spesso è proprio da lì che inizia il cambiamento.








Formatore e Coach.

