7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro

errore sul lavoro
Hai commesso un errore sul lavoro.

Preziosa esperienza di apprendimento?
Opportunità di crescita professionale?
Miglioramento in vista del futuro?

Sì. Ma probabilmente non è la prima cosa a cui pensi.

Quando l’errore è importante, arrivano prima il disagio, la preoccupazione e quella domanda che comincia a girarti in testa:

“E adesso cosa faccio?”

L’apprendimento verrà dopo.

Adesso devi capire che cosa è successo e come rimediare.

Hai sbagliato. Prima di recriminare, fermati e ragiona

Quel che è fatto è fatto.

Continuare a ripeterti che sei stato stupido, superficiale o distratto non modifica ciò che è successo.

E soprattutto consuma energie che ti servono per altro.

Questo non significa minimizzare.

Se l’errore sul lavoro è importante, non puoi ignorarlo sperando che si sistemi da solo.

Devi capire che cosa è successo, quali conseguenze può avere e che cosa puoi ancora fare.

Prima di reagire d’impulso, prova allora a porti queste 7 domande.

1. “Che cosa è successo davvero?”

Prima di cercare una soluzione, ricostruisci l’errore.

Dove si è interrotto il processo?
Hai lavorato troppo velocemente?
Ti mancava un’informazione?

Hai dato qualcosa per scontato?
Hai ricevuto un’indicazione poco chiara?
Ti sei fidato di un’informazione senza verificarla?

Oppure conoscevi così bene quel lavoro da aver abbassato l’attenzione?

Non cercare subito un colpevole. Cerca il punto in cui qualcosa ha smesso di funzionare.

Capire la causa dell’errore ti aiuterà sia a correggerlo sia a evitare di ripeterlo.

2. “Chi deve sapere che ho sbagliato?”

È probabilmente una delle domande più scomode.

La tentazione di non dire nulla esiste.

“Magari nessuno se ne accorge.”

“Forse riesco a sistemarlo prima.”

“Perché dovrei espormi inutilmente?”

Non tutti gli errori hanno la stessa gravità e non tutti richiedono di convocare immediatamente gli interessati.

Ma se l’errore può avere conseguenze su un cliente, un collega, una decisione, una scadenza, dei costi o il lavoro di altre persone, nasconderlo può trasformare un problema gestibile in uno molto più serio.

Chiediti allora:

“Se non dico nulla e questa cosa emerge più avanti, quali saranno le conseguenze?”

Se devi comunicarlo, fallo senza costruire una lunga autodifesa.

Spiega che cosa è successo, quali possono essere le conseguenze e che cosa stai facendo per rimediare.

Come sottolineo anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando la questione è delicata è preferibile, quando possibile, metterci la faccia anziché nascondersi dietro una mail.

Ammettere un errore può costarti qualche minuto difficile.
Nasconderlo può costarti molta più credibilità.

3. “Che cosa posso fare adesso per rimediare?”

Una volta ricostruito l’accaduto, sposta l’attenzione sulla soluzione.

Che cosa puoi ancora correggere?
Puoi intervenire da solo?
Devi coinvolgere il tuo capo?

Serve l’aiuto di un collega o di uno specialista?
Bisogna fermare temporaneamente un’attività?
C’è qualcuno che deve essere avvisato immediatamente?

Non limitarti a presentare il problema. Quando puoi, porta anche una proposta per affrontarlo.

Non sempre avrai già la soluzione.

Ma presentarti dicendo:

“È successo questo. Ho verificato queste conseguenze. Vedo queste due possibilità.”

è molto diverso dal limitarti a:

“Abbiamo un problema.”

4. “Devo chiedere scusa? E a chi?”

Gli errori capitano.

Ma se il tuo errore ha creato un problema concreto a qualcuno, una semplice correzione tecnica potrebbe non bastare.

Potresti dover chiedere scusa.

A un cliente.
A un collega.
Al tuo capo.
A un collaboratore che ha dovuto rimediare al tuo posto.

Non servono grandi dichiarazioni.

“Ho sbagliato questa valutazione e ti ho creato un problema. Mi dispiace.”

Poi spiega che cosa stai facendo per sistemare la situazione.

Una buona scusa riconosce la propria parte di responsabilità senza trasformarsi in una lunga serie di giustificazioni.

Se vuoi approfondire questo passaggio e più in generale la gestione dell’errore, puoi leggere anche “8 cose da fare dopo un errore o un fallimento”.

5. “Che cosa devo cambiare perché non succeda di nuovo?”

Rimediare è necessario.

Ma se tutto finisce lì, hai risolto soltanto il problema di oggi.

La domanda successiva è:

“Che cosa devo modificare nel mio modo di lavorare?”

A volte basta poco:

  • introdurre un doppio controllo;
  • modificare un passaggio della procedura;
  • chiedere una conferma prima di procedere;
  • inserire un promemoria;
  • evitare di svolgere quel compito quando sei di fretta o continuamente interrotto.

La soluzione migliore non è necessariamente la più sofisticata.

Deve essere abbastanza semplice da diventare parte del tuo modo di lavorare.

6. “Come posso ricostruire la fiducia?”

Non tutti gli errori compromettono la fiducia.

Ma alcuni sì.

Soprattutto quando hanno avuto conseguenze importanti oppure quando altre persone si sono dovute assumere il peso del tuo sbaglio.

In questi casi non basta dire:

“Non succederà più.”

Devi dimostrarlo.

Per esempio:

“Ho sbagliato perché non ho verificato quei documenti. Da oggi, prima dell’invio, farò un secondo controllo e per le prossime consegne coinvolgerò anche…”

La fiducia non si ricostruisce promettendo di non sbagliare più. Si ricostruisce mostrando che hai capito perché hai sbagliato e che cosa farai diversamente.

Poi servono i fatti.

E quelli richiedono tempo.

7. “Che cosa posso imparare da questo errore?”

Solo adesso arriviamo all’apprendimento.

Quando l’urgenza è passata e hai fatto ciò che potevi per rimediare, vale la pena tornare sull’accaduto.

Non per tormentarti ancora.
Per capire.

Forse hai scoperto che sotto pressione tendi ad accelerare troppo.

Che ti fidi facilmente di informazioni non verificate.
Che quando conosci molto bene un’attività smetti di controllarla con la stessa attenzione.
Che chiedi chiarimenti troppo tardi.

Che hai bisogno di verificare un progetto quando è ancora a metà percorso, non soltanto quando è ormai concluso.

Un errore diventa realmente utile quando modifica qualcosa nel tuo comportamento successivo.

Imparare da un errore non significa trovare qualcosa di positivo in ciò che è successo.
Significa evitare che sia successo inutilmente.

Dopo un errore serve responsabilità, non autoflagellazione

Hai sbagliato.

Può essere spiacevole.
Può avere conseguenze.
Potresti anche ricevere una critica o dover affrontare una conversazione che avresti volentieri evitato.

Ma continuare a colpevolizzarti non ripara nulla.

Quello che puoi fare è assumerti la tua parte di responsabilità e chiederti:

  • che cosa è successo?
  • chi deve saperlo?
  • come posso rimediare?
  • devo chiedere scusa?
  • che cosa devo cambiare?
  • come posso ricostruire la fiducia?
  • che cosa posso imparare?

Queste sono le domande che ti permettono di passare dall’errore alla risposta.

Perché un errore sul lavoro non dimostra necessariamente quanto sei competente.

Il modo in cui reagisci dopo aver sbagliato, invece, può dire molto del professionista che sei.