Autorevolezza al lavoro: il potere della calma

potere della calma

Ci sono giornate in cui sembra arrivare tutto insieme.

Una decisione urgente.
Un problema con un cliente.
Un obiettivo che rischia di saltare.
Un collaboratore che bussa alla porta proprio quando non hai un minuto.

La pressione aumenta.

E inevitabilmente qualcosa di quella pressione passa anche nel modo in cui parli, ascolti e ti muovi.

Diventi più veloce.
Più sbrigativo.
Interrompi.
Rispondi mentre fai altro.

Non necessariamente perché non ti interessano le persone. Semplicemente perché hai la testa da un’altra parte.

Eppure, proprio nei momenti di maggiore pressione, la calma può diventare una componente importante della tua autorevolezza.

Essere calmo non significa non avere pressione.
Significa evitare di scaricare automaticamente quella pressione sulle persone che hai davanti.

La calma non è qualcosa che devi recitare

Essere calmo non significa mostrarti impassibile.

Non significa nascondere le emozioni, rallentare artificialmente i movimenti o assumere la postura di chi ha sempre tutto sotto controllo.

Puoi essere preoccupato.
Puoi avere fretta.
Puoi persino essere arrabbiato.

La differenza sta nel modo in cui gestisci ciò che stai provando mentre entri in relazione con gli altri.

Pensa all’ultima volta che hai parlato con qualcuno che aveva evidentemente fretta.

Probabilmente lo hai capito subito.

Lo sguardo andava altrove.
La risposta arrivava subitto.
Il corpo è già diretto alla porta.

Come ti sei sentito?

Ascoltato?

Oppure tollerato per qualche minuto?

Che cosa comunichi quando hai fretta?

Immagina adesso la situazione opposta.

Un collaboratore viene da te perché ha bisogno di un chiarimento.

Tu hai una riunione tra dieci minuti, una mail urgente da inviare e un problema che continua a girarti in testa.

Non c’è niente di strano.

Essere autorevole non significa avere sempre tempo.

Il problema nasce quando provi a far credere all’altro di averne mentre, in realtà, non stai ascoltando.

Continui a guardare il computer.
Controlli il telefono.
Completi una mail.
Anticipi ciò che sta per dirti.

“Sì, sì, ho capito.”

Fisicamente sei lì.

Con l’attenzione, molto meno.

E la persona che hai davanti spesso se ne accorge.

La fretta non comunica necessariamente disinteresse. Ma può essere percepita come disinteresse.

Questa distinzione è importante.

La calma si vede soprattutto quando il tempo manca

Non sempre puoi concedere mezz’ora a chi vuole parlarti.

A volte hai davvero cinque minuti.

La qualità dell’ascolto, però, non dipende soltanto dalla quantità di tempo disponibile.

Puoi avere mezz’ora e ascoltare distrattamente.

Oppure avere cinque minuti ed essere realmente presente.

Quando il tempo stringe, possono aiutarti alcune cose molto semplici:

  • Dillo apertamente. “Ho cinque minuti adesso. Se non bastano, troviamo un altro momento.”
  • Smetti per qualche minuto di fare altro. Se continui a scrivere, leggere o controllare il telefono, stai dividendo l’attenzione.
  • Chiedi che cosa conta davvero. “Qual è la questione più importante che vuoi affrontare?”
  • Non anticipare subito la soluzione. Prima di decidere di aver capito, fai qualche domanda.
  • Se rimandi, fissa un momento preciso. “Adesso non riesco. Ne parliamo alle 16?” E poi mantieni l’impegno.
  • Se sei troppo stanco o irritato per ascoltare davvero, riconoscilo. A volte rimandare è più rispettoso che fingere attenzione.

Non sono tecniche per sembrare calmo.

Servono piuttosto a non lasciare che sia la fretta a guidare completamente la conversazione.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

La calma non significa risolvere tutto

C’è un’altra trappola.

Quando hai poco tempo, puoi essere tentato di arrivare immediatamente alla soluzione.

“Fai così.”
“Chiamalo.”
“Digli questo.”
“Ci penso io.”

È veloce.

Ma se lo fai continuamente, rischi di trasformarti nel punto attraverso cui deve passare ogni problema.

A volte è più utile chiedere:

  • “Tu come pensi di affrontarlo?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Ascoltare non significa assumerti automaticamente il problema dell’altro.

Significa capire prima di decidere quale contributo sia realmente necessario.

Voce, corpo e intenzione devono raccontare la stessa cosa

La calma passa anche attraverso il modo in cui comunichi.

Non esiste una postura magica che ti renda autorevole.

E tenere le mani in una determinata posizione non dimostra automaticamente apertura, sicurezza o disponibilità.

Conta l’insieme.

Se dici:

“Dimmi, ti ascolto.”

ma nel frattempo guardi continuamente l’orologio, il messaggio che arriva è contraddittorio.

Se dici di non avere fretta ma parli velocissimo e interrompi, accade la stessa cosa.

Voce, corpo e parole non devono essere perfetti. Devono essere sufficientemente coerenti.

La calma non si comunica restando immobili.
Si comunica quando ciò che dici, il modo in cui lo dici e l’attenzione che offri vanno nella stessa direzione.

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La calma aumenta la tua autorevolezza

Un leader calmo non è quello che non si agita mai.

Non è quello che ha sempre la risposta.

E nemmeno quello che riesce a mostrarsi sereno qualsiasi cosa accada.

È quello che, anche sotto pressione, riesce abbastanza spesso a non trasformare la propria urgenza nell’urgenza di tutti.

Questo ha un effetto sulle persone.
Permette loro di parlare.
Rende più facile affrontare un problema senza aggiungere altra tensione.

Ed è anche una forma di autorevolezza.

Se vuoi approfondire il tema, nel mio libro “Autorevolezza” trovi altri spunti per diventare un punto di riferimento più solido per collaboratori e colleghi.

La calma non elimina la pressione.
Evita che la pressione decida al posto tuo come parlare, ascoltare e reagire.

Forse è questo il suo vero potere.