Un percorso di coaching individuale: 8 motivi perché ancora non ti decidi

Ci pensi da tempo.
C’è una situazione professionale che vorresti affrontare diversamente. Un cambiamento che continui a rimandare. Un problema con il capo, il team, la carriera o semplicemente con il modo in cui stai vivendo il tuo lavoro.
Hai pensato anche al coaching.
Poi però non fai il passo.
Non necessariamente perché non ti interessa.
A volte ciò che ci trattiene non è la mancanza di interesse, ma qualcosa che facciamo fatica a riconoscere.
Ecco 8 motivi che, nella mia esperienza, possono rendere difficile decidere di iniziare un percorso di coaching individuale.
1. “Mi piacerebbe, ma non ho tempo”
Sei sempre di corsa.
Lavoro, famiglia, impegni, problemi da risolvere. E il tempo per fermarti a lavorare su una questione professionale importante sembra non esserci mai.
Può essere vero.
Ma qualche volta il “non ho tempo” significa anche altro.
Non tutto ciò per cui non troviamo tempo ci manca davvero il tempo di fare.
Alcune cose continuiamo a rimandarle perché richiedono di fermarci, prendere una posizione, affrontare una situazione che preferiremmo lasciare com’è.
La domanda allora cambia.
Non è soltanto: “Ho tempo per farlo?”
Ma: “Quanto è importante per me affrontare questa situazione?”
2. “Lo farò quando sarà il momento giusto”
Dopo questo periodo.
Dopo le vacanze.
Quando avrò meno lavoro.
Quando sarò più tranquillo.
Aspettare può essere una scelta sensata. Non tutto deve essere affrontato immediatamente.
Il problema nasce quando il momento giusto continua a spostarsi.
Mese dopo mese.
A volte aspettiamo di sentirci pronti per fare qualcosa che, proprio perché ci mette in discussione, difficilmente ci farà sentire completamente pronti.
Puoi leggere libri, seguire corsi, ascoltare podcast e raccogliere informazioni.
Sono strumenti utili.
Ma arriva un momento in cui conoscere di più non cambia più nulla.
Serve cominciare a lavorare su ciò che sta succedendo a te.
3. “Coaching? Non ne ho bisogno”
Iniziare un percorso di coaching non significa ammettere di essere incapaci.
E nemmeno avere necessariamente un problema.
Puoi essere competente, esperto e perfettamente in grado di gestire il tuo lavoro, ma trovarti davanti a una situazione che non riesci più a leggere con sufficiente distacco.
È normale.
Quando siamo dentro un problema, vediamo inevitabilmente la situazione dalla nostra prospettiva.
Un confronto esterno può aiutare proprio qui.
Non perché qualcuno debba dirti cosa fare, ma perché può aiutarti a vedere meglio ciò che da solo continui a guardare nello stesso modo.
Chiedere un confronto non significa avere meno risorse. Può significare volerle utilizzare meglio.
4. “Ci sto pensando…” ma temi di non riuscire
Qualche volta non è il coaching a spaventare.
È quello che potrebbe succedere dopo.
Se metti davvero a fuoco ciò che vuoi, potresti dover prendere una decisione.
Affrontare una conversazione.
Cambiare comportamento.
Fare qualcosa che hai sempre evitato.
E potresti anche scoprire che non tutto funzionerà come speravi.
Finché rimani nel “ci sto pensando”, invece, nulla cambia e nulla rischia di fallire.
Ma restare fermi è comunque una scelta.
La domanda non è se riuscirai sicuramente.
È se vuoi continuare a lasciare che sia la paura di non riuscire a decidere per te.
5. “Quanto dura? Quanto costa? Dove mi porta?”
È una resistenza che comprendo bene.
Un percorso di coaching non dovrebbe essere qualcosa di indefinito, in cui entri senza sapere quanto durerà, cosa farai e quale impegno richiederà.
Prima di iniziare dovresti poter capire almeno:
- su quale obiettivo lavorerai;
- quale approccio verrà utilizzato;
- quale impegno sarà richiesto;
- quali sono costi e modalità;
- come valuterete l’utilità del percorso.
Non tutto può essere previsto in anticipo.
Ma questo non significa partire alla cieca.
Un buon percorso non dovrebbe creare dipendenza dal coach, ma aumentare progressivamente la tua autonomia.
6. “Il problema non sono io. È il capo”
Può essere.
A volte il problema è davvero un capo difficile, un ambiente poco sano, un collega scorretto o un’organizzazione che non riconosce il tuo valore.
Il coaching non serve a convincerti che sia sempre colpa tua.
Ma neppure a stabilire chi abbia ragione.
Serve a capire cosa puoi fare tu dentro quella situazione.
Perché il comportamento degli altri potrebbe non cambiare.
Il tuo margine di azione, invece, può cambiare molto.
Puoi decidere come comunicare, quali confini mettere, cosa accettare, quale strategia adottare e, in alcuni casi, se sia arrivato il momento di andare altrove.
Non puoi controllare tutto ciò che accade nel lavoro. Puoi però lavorare sul modo in cui scegli di affrontarlo.
7. “Non so quanto fidarmi del coaching”
È una perplessità legittima.
Sotto la parola coaching trovi approcci, percorsi e professionalità molto diversi.
Per questo non dovresti scegliere soltanto sulla base di una promessa, di una frase motivazionale o di una bella presenza online.
Informati.
Chiedi quale formazione possiede il coach, quale esperienza ha, come lavora e quali sono i confini del suo intervento.
E fai domande.
Anche quelle scomode.
Prima di iniziare un percorso dovresti capire se quella persona e quel modo di lavorare sono adatti a te.
La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.
8. “E il costo?”
Il costo conta.
Non ha senso fingere il contrario.
Un percorso di coaching richiede denaro, ma anche tempo, attenzione e disponibilità a lavorare su di sé.
Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Quanto costa?”
Ma nemmeno cadere nell’eccesso opposto e convincerti che qualsiasi cifra sia giustificata perché “stai investendo su te stesso”.
La domanda più utile è:
“Questa situazione è abbastanza importante da giustificare questo investimento?”
Se la risposta è no, probabilmente non è il momento.
Se la risposta è sì, allora puoi valutare se quel percorso, quel professionista e quell’investimento abbiano senso per te.
Forse il punto non è deciderti a fare coaching
Non credo che tutti abbiano bisogno di un coach.
E non penso che ogni difficoltà professionale richieda un percorso di coaching.
Ci sono problemi che puoi affrontare da solo.
Altri che si risolvono con una conversazione, una decisione o semplicemente con il tempo.
Il coaching diventa interessante quando continui a girare intorno alla stessa situazione senza riuscire a trovare una lettura diversa.
Quando sai che qualcosa dovrebbe cambiare, ma non capisci ancora cosa.
Oppure quando sai perfettamente cosa dovresti fare, ma continui a non farlo.
A quel punto la domanda non è più:
- “Ho bisogno di un coach?”
Potrebbe essere:
- “Questa situazione merita ancora di essere rimandata?”
Se la risposta è sì, aspetta.
Se la risposta è no, forse non devi essere completamente pronto.
Devi soltanto decidere di cominciare a guardarla davvero.








Formatore e Coach.

