5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere leader non è semplice.

Puoi avere esperienza, competenze tecniche, conoscere perfettamente il lavoro e prendere buone decisioni.

Ma quando guidi un team c’è un’altra domanda con cui devi fare i conti:

come ti vedono le persone che lavorano con te?

Perché l’autorevolezza non dipende soltanto dal ruolo che ricopri.

Si costruisce anche attraverso comportamenti molto concreti: come decidi, come reagisci quando qualcuno sbaglia, quanto riconosci il lavoro fatto e come sostieni la crescita delle persone.

Ecco 5 aspetti sui quali vale la pena interrogarsi.

1. Sii imparziale e coerente

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone rispetto ad altre.

Con qualcuno il rapporto nasce facilmente.
Con altri richiede più attenzione.

Il problema comincia quando le simpatie personali entrano nelle decisioni professionali.

Orari, opportunità, riconoscimenti, richieste, errori: se il team percepisce criteri diversi a seconda della persona coinvolta, la tua credibilità ne risente.

Essere imparziale non significa prendere sempre la stessa decisione per tutti.

Ci possono essere situazioni particolari che richiedono risposte differenti.

In questi casi diventa importante spiegare il criterio della decisione.

La coerenza non significa decidere sempre nello stesso modo.
Significa rendere comprensibile il criterio con cui decidi.

Le persone possono anche non essere d’accordo con te.

Ma devono poter capire da dove nasce una tua scelta.

2. Difendi i tuoi collaboratori quando è giusto farlo

Hai mai lavorato con un responsabile che ti ha sostenuto davanti a una critica ingiusta?

Probabilmente te lo ricordi ancora.

Un collaboratore deve sapere che, quando la situazione lo richiede, il suo responsabile non sarà il primo a prendere le distanze per proteggere se stesso.

Questo non significa difendere qualsiasi comportamento.

Se una persona ha commesso un errore, l’errore va affrontato.
Se deve assumersi una responsabilità, deve farlo.

Ma c’è una grande differenza tra correggere un collaboratore e scaricarlo.

Un leader può assumersi la responsabilità del proprio team verso l’esterno e, successivamente, affrontare con la persona ciò che non ha funzionato.

“Su questo punto abbiamo sbagliato. Me ne assumo la responsabilità. Poi capiremo internamente che cosa dobbiamo correggere.”

Difendere il team non significa coprirne gli errori.
Significa non abbandonare le persone proprio quando il ruolo di leader diventa più scomodo.

È in quei momenti che la fiducia viene realmente messa alla prova.

3. Fermati a riconoscere i risultati

Siamo spesso concentrati su ciò che viene dopo.

Un obiettivo raggiunto porta immediatamente al successivo.
Un problema risolto lascia spazio a quello nuovo.

E così il team può avere la sensazione che qualsiasi risultato diventi normale appena viene raggiunto.

Celebrare non significa organizzare una festa per ogni piccolo successo.

Può bastare fermarsi e riconoscere ciò che è stato fatto.

“Questo risultato non era scontato. Avete fatto un buon lavoro.”

Oppure condividere un traguardo, ringraziare le persone coinvolte, concedersi un momento per guardare insieme ciò che è stato ottenuto.

Un risultato riconosciuto acquista un significato diverso da un risultato semplicemente archiviato.

4. Tratta i collaboratori come persone

Sembra ovvio.

Eppure, sotto pressione, è facile vedere soprattutto ruoli, compiti, problemi e prestazioni.

Quello che consegna sempre in ritardo.
Quella che deve migliorare.
Quello che non raggiunge il target.

Ma dietro una prestazione c’è una persona.

Questo non significa diventare amici dei collaboratori o entrare nella loro vita privata.

Significa mantenere attenzione e rispetto anche quando devi essere esigente.

Ascoltare.
Chiedere.

Conoscere abbastanza le persone da capire che cosa le aiuta a lavorare bene e dove incontrano maggiori difficoltà.

Puoi essere fermo senza essere distante.
Puoi chiedere molto senza trattare le persone come semplici esecutori.

5. Sostieni e fai crescere le persone

Un leader indiscusso non dovrebbe occuparsi dei propri collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Dovrebbe anche chiedersi:

  • In che cosa questa persona è particolarmente brava?
  • Dove potrebbe crescere?
  • Quale responsabilità potrei cominciare ad affidarle?
  • Sto rendendo visibile il suo buon lavoro oppure me ne prendo implicitamente il merito?

Sostenere un collaboratore significa anche parlare del suo valore quando lui non è presente.

Dargli visibilità.

Affidargli occasioni nelle quali possa mettersi alla prova.

Lasciargli spazio per crescere, anche accettando che qualche errore faccia parte del percorso.

Un leader autorevole non ha bisogno di tenere le persone piccole per sentirsi grande.

La crescita dei tuoi collaboratori non riduce il tuo ruolo.

Può essere uno dei segnali più evidenti della qualità con cui lo stai esercitando.


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Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

L’autorevolezza si vede soprattutto nei comportamenti

Essere riconosciuto come leader indiscusso non dipende da quanto ricordi agli altri di esserlo.

Dipende anche da ciò che il team sperimenta lavorando con te.

Coerenza.
Sostegno.
Riconoscimento.
Rispetto.
Crescita.

Sono comportamenti quotidiani, non grandi dichiarazioni.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto. Scopri il servizio dedicato.

E allora prova a chiederti:

quale di questi cinque comportamenti il tuo team riconoscerebbe immediatamente in te?

E quale, invece, dovresti cominciare a mostrare un po’ di più per essere leader indiscusso?

9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching

sessioni di coaching

Le parole sono importanti.

Nel coaching possono aprire una riflessione, mettere a fuoco qualcosa che fino a quel momento era confuso, oppure aiutare a guardare una situazione da un’altra prospettiva.

Ma possono anche condizionare, indirizzare troppo o riempire inutilmente lo spazio.

Per questo conta non soltanto ciò che un coach dice, ma anche ciò che sceglie di non dire.

Ecco 9 frasi che difficilmente sentirai durante le mie sessioni di coaching.

1. “Mi raccomando: fai questo e non fare quello”

Se c’è una cosa che cerco di evitare è decidere al posto tuo.

“Fai così.”
“Scegli questa strada.”
“Al tuo posto io farei…”

Posso farti domande, restituirti ciò che osservo, mettere in discussione una convinzione, aiutarti a considerare conseguenze e alternative.

Ma la decisione rimane tua.

Un coach può accompagnarti nella decisione.
Non dovrebbe appropriarsi della decisione.

Il mio compito è aiutarti a leggerlo meglio e arrivare a una decisione della quale tu possa assumerti la responsabilità.

2. “Ecco le risposte che cercavi”

Il coaching non è una consulenza nella quale qualcuno analizza il problema e ti consegna la soluzione.

Naturalmente un coach porta esperienza, metodo e competenze.

Ma una parte importante del lavoro consiste nell’aiutarti a costruire le tue risposte, anche attraverso domande che possono sembrare semplici:

  • “Che cosa vuoi davvero ottenere?”
  • “Che cosa ti sta bloccando?”
  • “Che cosa stai evitando?”
  • “Quale possibilità non hai ancora considerato?”
  • “Che cosa sei disposto a fare concretamente?”

Non sempre la risposta arriva immediatamente.

Ed è proprio lì che spesso comincia la parte interessante del lavoro.

3. “Adesso ti spiego tutta la teoria…”

La teoria può essere utile.

Ma durante le sessioni di coaching non dovrebbe diventare il centro del lavoro.

Se mi racconti una difficoltà con il tuo capo, una decisione che non riesci a prendere o un problema con il team, non hai necessariamente bisogno di una lunga lezione.

Hai bisogno di lavorare su quella situazione.

Un modello, una distinzione o uno strumento possono aiutare quando servono a comprendere meglio ciò che sta accadendo.

Altrimenti rischiano soltanto di aggiungere informazioni a un problema che avevi già capito benissimo sul piano teorico.

4. “Parlami come se fossi un amico”

Un buon amico può ascoltarti, sostenerti e anche dirti cose scomode.

Ma coaching e amicizia hanno funzioni diverse.

Un coach non è coinvolto nella tua situazione come può esserlo una persona che ti conosce da anni.

Non deve proteggerti, darti ragione o prendere posizione.
Può quindi fermarsi su una frase che hai appena detto e chiederti:

“Sei sicuro che sia proprio così?”

Oppure:

“Che cosa ti fa dire questo?”

Quella distanza professionale non rende il rapporto più freddo.

Gli permette di avere una funzione diversa.

5. “Scaviamo nel tuo passato per trovare la causa”

Il coaching non è psicoterapia.

Questo non significa che durante una sessione il passato non possa emergere.

Un’esperienza precedente può essere importante per capire un comportamento, una convinzione o qualcosa che continui a ripetere.

Ma il lavoro di coaching rimane prevalentemente orientato alla situazione presente, all’obiettivo e a ciò che puoi fare da qui in avanti.

Quando invece il bisogno riguarda sofferenza psicologica o aspetti che richiedono un intervento clinico, il riferimento appropriato è un professionista sanitario qualificato.

6. “Dai, forza! Devi solo motivarti”

Non credo molto nelle pacche sulle spalle travestite da coaching.

Se sei demotivato, probabilmente dirti:

“Forza, devi crederci!”

non cambierà granché.

Preferisco capire che cosa sta succedendo alla tua motivazione.

È stanchezza?
Non credi più nell’obiettivo?
Ti senti bloccato?

Stai continuando a perseguire qualcosa che forse non vuoi più?

Prima di cercare di aumentare la motivazione, può essere molto più utile capire perché si è abbassata.

7. “Scusa, rispondo un attimo e poi continuiamo”

Durante le sessioni di coaching il tempo è tuo.

Non significa soltanto spegnere o mettere da parte il telefono.

Significa esserci.

Ascoltare quello che dici e anche accorgersi di una pausa, di un’esitazione, di una parola che ritorna.

La qualità dell’attenzione fa parte del lavoro.

E non dovrebbe essere divisa con qualcos’altro.

8. “Ti do una dritta che risolve tutto”

Magari esistesse!

A volte un piccolo cambiamento produce effetti importanti.

Uno strumento concreto può essere molto utile.

Ma diffido delle soluzioni che funzionerebbero per chiunque, in qualsiasi situazione.

Una difficoltà professionale ha un contesto, delle persone coinvolte, una storia e delle conseguenze.

Una buona soluzione non è quella che suona bene.
È quella che riesci a portare nella tua situazione reale.

Per questo nelle sessioni di coaching preferisco lavorare su passi concreti piuttosto che promettere scorciatoie.

9. “Fidati di me”

La fiducia non dovrebbe essere richiesta.
Dovrebbe costruirsi.

Attraverso il modo in cui vieni ascoltato.

La qualità delle domande.
La riservatezza.
La chiarezza del rapporto.

E anche la possibilità di dire:

“Questa cosa non mi convince.”

Non ho bisogno che tu sia d’accordo con me.

E soprattutto non ho bisogno che tu faccia qualcosa soltanto perché te l’ho suggerito io.

Il coaching funziona meglio quando il confronto rimane libero, adulto e responsabile.

Alla fine, il lavoro deve servire a te

Non mi interessa che tu esca da una sessione pensando:

“Il mio coach aveva ragione.”

Preferisco che tu esca pensando:

“Adesso vedo meglio la situazione.”
“Ho capito che cosa devo affrontare.”
“So quale passo voglio provare a fare.”

Questo, per me, è molto più importante.

Se c’è una situazione professionale sulla quale senti il bisogno di fare chiarezza, contattami per capire se un percorso di coaching può esserti utile.

Il valore di una sessione non sta nelle risposte del coach, ma nella lucidità con cui tu torni alla tua situazione.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

essere forte

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti.
La forza mentale no.

Non si vede.
Si sente.

Come ho descritto nel mio libro “Autorevolezza” (nel capitolo autorevole vs autoritario), per mostrarti forte – anche a livello mentale – spesso indossi una maschera.

Reciti la parte del duro

Mascheri le debolezze con posture e atteggiamenti di finta durezza.
Pensi che così gli altri ti temeranno.

Questo approccio può portarti qualche successo iniziale.
Ma l’effetto svanisce in fretta.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti,
serve forza vera.
Forza mentale.

Grinta.
Tenacia.
E il desiderio continuo di migliorare.

“Giocare a fare il duro” è facile

Lo possono fare tutti.
Uomini e donne.

Atteggiarsi.
Ostentare.
Scimmiottare.

Ma tra forza e spacconeria c’è una differenza enorme.
Ecco sei segnali chiari.

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte, sì.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che nulla potrà fermarlo.

Ma proclamare non significa essere forti.

Chi agisce così sopravvaluta le proprie capacità e spesso si trova impreparato davanti alla realtà.

Oppure sottovaluta le difficoltà… e va a sbattere contro il palo!

La forza mentale è riconoscere i propri limiti.

Sapere che il duro lavoro è necessario.
Accettare che il fallimento fa parte del percorso.

Chi è forte lo sa.
E non si spaventa.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte, le affronta.

Il gradasso spreca energie per mascherare difetti ed emozioni,
perché le considera segni di debolezza.

Dice:
“Sono il migliore!”

Ma sotto c’è spesso insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza emotiva.

La persona forte non si fa controllare dalle emozioni.
Le gestisce.

Non spreca energie a coprire le mancanze.
Investe tempo per migliorarsi.

Per crescere.
Per superarsi.


Su questo tema trovi spunti utili nei miei libri:

Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025,
per sviluppare una presenza autorevole reale.

Prima volta Leader”, se sei all’inizio del tuo percorso.

3. Lo spaccone scimmiotta il duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” copia modelli visti al cinema o nei reality:
braccia conserte,
sguardo truce,
sorriso sprezzante.

Usa sarcasmo e battute per svalutare.

Interrompe.
Impone i suoi argomenti.
È polemico, ruvido, aggressivo.

Sta confondendo arroganza e prepotenza con grinta e carattere.

Finzione per realtà.

Il vero duro, invece, trasmette fiducia in modo calmo.
Contenuto.
Silenzioso.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui → “7 caratteristiche che indicano una personalità forte

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

Chi è forte, non ha bisogno di dimostrarlo.

Vuole sembrare duro cerca approvazione.

Vuole essere visto come tosto.
Ha sempre qualcosa da dimostrare.

La sua autostima dipende dallo sguardo degli altri.

Chi è davvero forte no.
Non deve convincere nessuno.
Non cerca applausi.

La sua motivazione nasce da dentro.
Il suo unico referente è se stesso.

5. Lo sbruffone vuole potere sugli altri

Chi è forte, vuole potere su di sé.

Chi gioca a fare il duro controlla, spadroneggia, fa richieste irragionevoli.

La persona forte lavora su pensieri,
emozioni e comportamenti.

Non controlla il mondo.
Controlla se stesso.

6. Chi gioca a fare il duro, se fallisce, dà la colpa agli altri

Chi è forte si assume la responsabilità.

Lo spaccone accusa persone, sfortuna e circostanze.
Cerca un capro espiatorio.

Così resta fermo.
Si lamenta.
Aspetta.

La forza è vedere il fallimento come un trampolino.

Sapere che raramente è colpa solo degli altri.
Assumersi la propria parte.

Solo così si può passare allo step successivo.

Essere forti significa avere fiducia nella capacità di rialzarsi e imparare dagli errori.

A volte essere forti è l’unica scelta che hai

La forza mentale non nasce in un giorno.
Si costruisce.

Ogni sfida – anche piccola – è un allenamento.

Se impari a vederla così,
svilupperai chiarezza, lucidità e solidità.

La vera forza non fa rumore.
Non intimidisce.
Non ostenta.

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece… tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora… non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.

Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di negativo, svantaggioso, spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti.

Guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico, sgradevole, petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti, azioni o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.


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Trovi spunti interessanti nei miei libri:

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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.