5 scuse comode comode per non personalizzare la tua candidatura

non personalizzare la candidatura

“Oggi per i giovani ci sono tante occasioni, e quindi anche tanta concorrenza.
Quasi nessuno, però, fa lo sforzo di essere originale e diverso dagli altri.”

EDOARDO VIANELLO

Probabilmente ogni volta che leggi che sarebbe più incisivo ed efficace personalizzare ogni tuo singolo dossier di candidatura,
alzi gli occhi al cielo e pensi “Lo so, lo so, ma, boh, che palle …”!

Sai che è un buon consiglio,
ma sai che richiede un po’ di lavoro in più.

E così comincia il gioco del rimando,
della procrastinazione,
del “Lo farò domani”, “Lunedì”, ecc…

Perchè personalizzare la candidatura? Cambi il destinatario e il gioco è fatto!

E quando vedi un annuncio di lavoro interessante,
anziché prendere “ago e filo” e cominciare il tuo lavoro su-misura,
cambi semplicemente il destinatario e con un (abile) colpo sul tasto “invio” …
chiudi la pratica!

Facile, rapido, comodo.
Efficace, no.

Comunque …
se non lo fai tu,
qualcun altro lo farà, al posto tuo!

Ecco 5 scuse che (probabilmente) stai utilizzando per non personalizzare la candidatura:

1. “Devo sbrigarmi altrimenti arrivano prima i concorrenti

“Non ho tempo per personalizzare,
devo inviare il tutto prima che lo faccia qualcun altro.
Prima l’invio, meglio è.
Sarò il primo
”.

Sì, a finire nel cestino.

Tutto quello che vuoi, è inviare al più presto la tua candidatura,
in modo da anticipare gli altri.

Probabilmente il tuo dossier sarà visto prima di altri,
ma potrebbe non essere un gran vantaggio, se non piace a chi la esamina.

 


 

Infatti, molti selezionatori dicono che i primi dossier, che arrivano nella loro casella di posta, sono i peggiori,
perché precipitosi e (spesso) incompleti.

Altri selezionatori diffidano (e cestinano senza guardare) una candidatura ricevuta poche ore dopo l’uscita dell’annuncio.
Motivo?
Ritengono che non ci sia stato il tempo materiale di personalizzare la candidatura, studiare l’azienda, la posizione, ecc…

Le offerte di lavoro non appaiono e scompaiono in una notte.
Ciò significa che hai tutto il tempo di personalizzarle!

E poi … in riferimento all’urgenza di inviare, ricorda che:
ci sarà sempre concorrenza,
non importa quanto velocemente invierai il tuo dossier.
La concorrenza è dappertutto.

2. “Copy paste? Sì, tanto non se ne accorge nessuno

Ah, si, credi davvero!

Un selezionatore esperto si accorge in pochi secondi se ha davanti un candidato che ha personalizzato la sua presentazione oppure
se sta leggendo una candidatura generica,
standard,
inviata in massa con il più classico dei copia-incolla.

3. “È un lavoro noioso che prende tempo

Ci vuole un po’ di lavoro (ma neanche tantissimo – non ne farai una tragedia) per personalizzare curriculum e lettere di presentazione per ogni singola offerta a cui intendi candidarti.

Ma questo sforzo vale ogni minuto del tuo tempo.

Anche se sei la persona più qualificata, sarai messa (giustamente) in secondo piano nel processo di selezione,
rispetto a chi ha investito del tempo per informarsi e personalizzarla.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.
 

Quindi rimboccati le maniche,
e inizia il tuo lavoro di sartoria “su misura”.

Per personalizzare la candidatura, non è necessario ri-scriverla ogni volta,
basta variarne un 25-30%, tutte le volte,
in funzione dell’offerta alla quale stai rispondendo.

4. “Non so come pormi alla società” oppure “Non so dove prendere le informazioni

… e siccome non lo so,
invio il materiale che ho già pronto!

Personalizzare la candidatura vuol dire (anche) “lavorare” sulle singole parole,
il modo di porsi, di presentarsi, di comunicare,
con il potenziale datore di lavoro.

Se c’è una cosa che si dovrebbe sempre fare,
indipendentemente dall’azienda,
è visitare il sito web per cercare di intuirne il “tono” e le tipicità.

Quale immagine trasmette l’azienda? Trendy, classica o “alla mano”?
Il linguaggio usato nel sito è informale, tecnico o “pomposo”?
Ci sono molti termini tecnici o in inglese?
Nella sezione “Chi siamo” ci sono foto o ritratti di ogni singolo componente del team? Cosa vedi”?
Persone seriose in giacca-e-cravatta o sono tutti sorridenti, scialli e giovanili.

Anche se potrebbe non essere una scienza esatta,
sarai d’accordo con me, che si dovrebbe cambiare il modo di presentarsi se l’azienda è una multinazionale o una piccola realtà a conduzione familiare?

Se vuoi approfondire come trovare info sull’azienda a cui ti candidi leggi il mio post.

5. “Tanto nessuno la leggerà comunque

Non poteva mancare.
Un classico.

Non nascondiamoci:
più della metà dei selezionatori non leggono i dossier di candidature.
E questo potrebbe bastare per non preoccuparsi di fare qualcosa di speciale con la tua candidatura.

Ma non dimentichiamoci di quelli che la leggono.
Che sono tanti,
comunque.

Se poi dovessero leggere il tuo dossier e trovarsi davanti a una
copia scialba, incolore, standardizzata,
prodotta in serie.
Come la prenderanno?
Anche tu vuoi essere trattato come unico e speciale?

Dietro un’azienda ci sono persone.
Chi legge la tua candidatura è una persona.
Né più né meno come me e te.
Non puoi creare una singola candidatura e inviarla a tante aziende pensando di risparmiare tempo e fatica.

Ogni annuncio di lavoro è diverso …
anche la risposta all’annuncio deve essere unica e personalizzata.

8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello

correggere
Correggere senza ferire: 8 modi per non sembrare un so-tutto-io.

Correzioni.
Puntualizzazioni.
Precisazioni.

In nessun luogo come in ufficio sono così necessarie.

Se sei un manager o un team leader, probabilmente non fai fatica a prendere da parte un membro del team e segnalare un errore.

Ma cosa succede quando le informazioni imprecise arrivano da:

  • un collega
  • un pari grado di un altro dipartimento
  • oppure (peggio) dal tuo capo o dai titolari dell’azienda?

Qui la faccenda cambia.

Il rischio nascosto dietro ogni correzione

Quando correggi qualcuno non sai mai come reagirà.

Senti che è tuo dovere sistemare le cose.
Ma allo stesso tempo ti chiedi:

Mi ringrazierà?
O farà un sorriso di circostanza… legandosela al dito?

Non vuoi sembrare arrogante.
Non vuoi passare per il saputello.

Fai bene.

Nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo a questo tema: oggi le persone sono più suscettibili, più esposte, più rapide a sentirsi attaccate.

Basta una parola fuori posto.
Un tono sbagliato.
Un gesto di troppo.

E il rapporto professionale si incrina.

Potresti pensare: “E chi se ne importa.”

Ma se il tuo lavoro dipende anche dalla qualità delle relazioni, allora sì: ti conviene continuare a leggere.

Non è un caso che la capacità di lavorare in gruppo sia tra le competenze più richieste nel mercato del lavoro attuale.

8 modi per correggere senza risultare presuntuoso:

1. Chiarisci le tue motivazioni

Perché vuoi correggere?

L’errore è davvero rilevante?
O vuoi dimostrare quanto sei brillante?
Perfezionismo?
Ego?

Le tue intenzioni influenzano l’impatto.

Se non sei sicuro delle motivazioni, meglio tacere.

È preferibile non dire nulla piuttosto che rovinare un rapporto costruito in anni.

2. Valuta se la correzione è necessaria

Se conosci bene la persona, sai già cosa puoi dire.

Se invece avete interagito poco, procedi con cautela.

Potrebbe essere molto sensibile.
Potrebbe prenderla sul personale.

3. Cura il COME, non solo il COSA

Spesso la differenza la fa il modo.

Tono.
Sguardo.
Postura.
Mimica.

Evita frasi secche e taglienti.
Evita braccia conserte e fronte corrugata.

Meglio aprire una conversazione:

“Sto guardando il report XY e c’è qualcosa che non mi torna a pagina 3. Possiamo rivederlo insieme?”

Molto diverso da:

  • “Ci sono errori a pagina 3. Rivedila.”

Stesso contenuto.
Impatto opposto.

4. Mai correggere pubblicamente (se puoi evitarlo)

Correggere davanti ad altri crea imbarazzo.

E mette l’altro sulla difensiva.

Scegli il faccia-a-faccia privato.

Dai alla persona la possibilità di “salvare la faccia”.
Rafforzerai la relazione invece di incrinarla.

Eccezione: se l’errore sta facendo perdere tempo o porterà a gravi conseguenze, intervenire pubblicamente può essere necessario.

In quel caso sii rapido, neutro, professionale.

5. Evita le correzioni via e-mail

La mail amplifica i fraintendimenti.

Il tono si perde.
Le intenzioni vengono interpretate.

Meglio parlarne di persona.

6. Usa le domande

Le domande abbassano il livello di tensione.

Passi da una posizione “correttiva” a una collaborativa.

Per esempio:

  • “Vedo che vuoi coinvolgere Anna fin dall’inizio. Pensi che un ingresso posticipato potrebbe snellire il processo?”

Non stai imponendo.

Stai ragionando insieme.

7. Focalizzati sull’errore, non sulla persona

Molte persone si identificano con ciò che fanno.

Se sbagliano, pensano di essere sbagliate.

Crea distanza tra comportamento e identità.

Frasi come:

“Potrei sbagliarmi, ma…”
rendono la correzione più digeribile.


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Due strumenti complementari per sviluppare leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

8. Offri prove, aiuto e soluzioni

Non limitarti a segnalare l’errore.

Spiega il ragionamento.
Offri supporto.

  • “Ho affrontato una situazione simile il mese scorso. Se vuoi, ti mostro come l’ho gestita e troviamo insieme la soluzione.”

Il “noi” cambia tutto.

Comunica che l’altro resta parte importante della squadra.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” e impara a comunicare con autorevolezza anche nelle situazioni più complesse.

La linea sottile

Correggere non è semplice.

Si cammina su una linea sottile tra produttività e presunzione.

Si procede con attenzione.

Gestione del team professionale e competente ma anche gelida e distaccata

gestione del team

Non sono pochi i responsabili di team che mi contattano,
lamentando problemi di rapporto con i loro staff
(con tutto il seguito di conflitti, scarsi risultati e bruciori di stomaco e … notti insonni).

Team leader strafottenti o collaboratori inadeguati?

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La questione è …
i team leader pensano (anzi sono convinti) di essere professionali, disponibili, aperti,
e interessati …
mentre i loro collaboratori li “vedono” come arroganti, spavaldi, eccessivi,
oppure freddi, distaccati e insensibili.
Indifferenti.

Dove sta la verità?
Chi sta sbagliando?
I leader che si comportano con mal-celata strafottenza e arroganza?
Oppure la colpa è tutta di collaboratori con bassa autostima?
Fragili, stressati e inadeguati?

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo …
sicuramente chi gestisce non ha preso completamente coscienza dei cambiamenti,
non si è adattato,
si pone poche domande su come migliorare,
e gestire al meglio i propri collaboratori.

Le persone oggi sono sempre più sensibili e permalose

D’altra parte,
non dimentichiamoci che i lavoratori (come tutti del resto) sono persone e come tali sono … creature irrazionali.

Oggi siamo tutti (chi-più-chi-meno) facili a risentirci e offenderci!
Siamo sempre più sensibili e suscettibili.
Pretendiamo di essere considerati diversi dagli altri,
esigiamo essere riconosciuti e trattati in un modo unico e particolare.
 


 

Le persone oggi ricercano le soddisfazioni emotive (anche chi si definisce una persona molto razionale).

Le soddisfazioni emotive (riconoscimento, disponibilità, apprezzamento, empatia, ascolto, ecc.)
sono quelle più gratificanti ma anche quelle più sensibili e “pericolose”,
quando non sono soddisfatte.

Distinguiamo professionalità e comportamento.

Nella gestione del team dobbiamo distinguere tra la qualità della tua professionalità (che può essere ottima)
e il tuo atteggiamento verso un collaboratore.

Che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?

Che cosa trasmetti, anche (e soprattutto) inconsciamente,
quando ti relazioni con un collaboratore o dipendente?

Secondo te …
la persona avverte un’attenzione particolare, la tua partecipazione,
la tua disponibilità, si sente ascoltata?

Oppure rimane la gelida sensazione di essere accolto con sufficienza,
indifferenza o risentimento (sembra che sta disturbando)?

Infatti,
allo stesso tempo possiamo essere professionali e competenti ma anche gelidi, scortesi o scostanti.

Spesso,
ci comportiamo male e senza riguardo anche senza rendercene conto,
in buona fede, per mancanza di tempo,
per stress, superficialità, ignoranza (nel senso di non conoscenza).

Nella gestione del team devi dare un valore aggiunto

Se gestisci oggi un team (piccolo o grande, non fa differenza),
quando operi a contatto con le persone,
se il tuo successo dipende dalle persone che gestisci,
deve riuscire a dare un valore aggiunto.

Devi prendere coscienza dei mutamenti, adattarsi a questi cambiamenti e porti domande su come migliorare
e approcciare con più efficacia i tuoi collaboratori,
attraverso la comunicazione, i gesti e i comportamenti .

Quanto più pensi di sapere,
meno hai bisogno di ascoltare.
Ascoltare significa “seguire” le parole,
ma anche (e soprattutto) l’energia e l’emozione delle persone.
Ascoltare vuol dire aumentare il rispetto e l’accettazione.

Pochi considerano la gestione del team,
un valore o un’area strategica su cui investire.
Chi lo fa, vince!

Paranoia o reale possibilità di licenziamento? 9 indizi che potrebbero indicarne uno

licenziamento

C’è chi la prende con filosofia.
Chi con rassegnazione.
Chi rimane sorpreso, scioccato, colto dal panico.

Travolto da un tornado
mentre sorseggiava un cappuccino.

Proprio non se lo aspettava.

Eppure, guardando indietro, quasi tutti se ne rendono conto:
c’erano segnali.
Indicazioni.
Campanelli d’allarme.

Non visti.
O, più spesso, inconsciamente ignorati.

L’ossessione del licenziamento

L’idea di essere licenziati è difficile da contenere.

Anche professionisti e manager
competenti, stimati, preparati
possono lasciarsi inghiottire da questa paura
e consumarsi lentamente…

nel fisico e nell’anima.

La paranoia fa galoppare la fantasia

Un cliente mi ha confessato che,
ogni volta che il big-boss parlava con qualcuno
a porta chiusa,
era certo che stessero decidendo
il suo licenziamento.

Se sospetti di essere licenziato,
non puoi limitarti ad aspettare.

Essere proattivi può cambiare la storia
prima che sia troppo tardi.

Ma come distinguere i fatti
dalla fantasia?

9 indizi che potrebbero indicare un licenziamento in arrivo:

1. Inizi ad angosciarti (e a boicottarti)

“Lo sapevo.”
“Prima o poi mi fanno fuori.”

La profezia che si auto-avvera funziona.
Se ti convinci di essere fuori,
inizi a comportarti come se lo fossi.

Sospettoso.
Incerto.
Oppure aggressivo.

e la tua aspettativa si avvera. Per davvero!
È solo una questione di tempo

Per favore … resta ancorato ai fatti concreti.

2. Ricevi valutazioni negative di performance

Una valutazione negativa non equivale a un licenziamento.
Ma più segnali insieme… sì.

Attenzione soprattutto a frasi come:

  • “Non sei in linea con la cultura aziendale”
  • “Hai un problema di atteggiamento”
  • “Non sei un giocatore di squadra”

Qui la situazione si complica.

Infatti, si dà per scontato che i problemi comportamentali
sono profondamente radicati
e difficili da cambiare.

3. Sei lasciato “fuori dal giro”

Niente più dati chiave.
Riunioni saltate.
Mail importanti che non arrivano.

O peggio:
il capo parla direttamente con i tuoi collaboratori.
È un segnale serio.


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4. Il tuo capo inizia a mettere tutto per iscritto

Noti un’escalation improvvisa di mail, report, tracciamenti?

Se sì, crea anche tu una traccia scritta.
Se no, puoi (per ora) respirare.

L’incertezza può paralizzare… o chiarire.

5. Sei costantemente monitorato

Devi relazionare costantemente su tempo e spese?
Sei l’unica persona a essere esaminata?

Report continui.
Controlli selettivi.
Piani di miglioramento “opachi”.

Un piano di miglioramento può essere un’opportunità.
Oppure una spinta gentile verso l’uscita.

Valuta il livello di trasparenza e di sostegno.

Se il piano è raggiungibili e “onesto” potrebbe essere un’occasione da sfruttare per un’inversione di tendenza.

Tuttavia, se senti che i requisiti sono troppo alti,
inizia a preoccuparti seriamente.

6. Il rapporto con il capo si è deteriorato

Prima c’era dialogo.
Ora tensione,
silenzi,
critiche pubbliche.

Se non riuscite più a comunicare,
qualcuno nella stanza… è di troppo!

Con il disaccordo con il capo ti invito a approfondire nel mio post .

7. Assumono qualcuno con la tua stessa posizione

Stessa funzione.
Stessa descrizione.
Stesso ruolo.

Qui le domande diventano legittime.
e soprattutto dovresti porne a chi compete.

8. Meno lavoro, più voci

Ti arrivano sempre meno progetti.
Più tempo vuoto.
Poche spiegazioni.

Senti mancanza di fiducia.
Oppure ti stanno ignorando.

Non ignorare la circostanza,
(guarda la situazione da tutte le prospettive)
per determinare se ci sono dei motivi fondati di preoccupazione.

Forse è paranoia.
Forse no.

9. Colleghi strani, pettegolezzi, silenzi

Entrano, smettono di parlare.
Ti evitano.
Rispondono meno.

Forse sanno qualcosa che tu ancora non sai?

Meglio cercare un feedback
che restare nell’ombra.

E se fosse solo paranoia?

Siamo emotivi.
Stressati.
Influenzati da mille fattori.

Potrebbero essere semplicemente tue proiezioni mentali,
dettate da paura e stress.

Bisogna agire con cautela prima di tirare le somme e parlare di licenziamenti

Non trarre conclusioni affrettate
se i segnali non sono chiari e sproporzionati.

Parlare apertamente
può chiarire tutto.

Oppure accelerare una fine già scritta.
(sempre meglio di una lenta e logorante agonia professionale)

In entrambi i casi,
sapere è meglio che immaginare.

In finale

Non mettere la testa sotto la sabbia.
Non farti guidare solo dalla paura.

Facile a-dirsi ma quando si balla – e si parla di licenziamenti-
non è così semplice.

Anche questa è vita!

In un contesto incerto, serve uno “spazio protetto”.

Scopri il coaching mirato
Cambiamenti in azienda? Gestire l’incertezza sul futuro”
per orientarti e decidere con calma.

9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro

inadeguatezza al lavoro
Hai la sensazione di essere meno efficace degli altri?
Anche nelle attività più semplici?

Hai paura di essere “lento”?

C’è sempre troppo-da-sapere.
Troppe competenze da dimostrare.
Ogni nuovo incarico sembra enorme.

E ogni incontro con il capo o con i colleghi potrebbe essere
“quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza?

Anche se
— fino a oggi —
l’azienda sembra soddisfatta,
tu dubiti di te stesso.

E inizi, giorno dopo giorno,
a minare la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è dolorosa

Soprattutto di notte.

Il buio amplifica.

Riaffiorano timori indefiniti.
Paure senza nome.
La sensazione di non essere abbastanza.

Fa male.

Ti è mai capitato di “sentire” quel dolore?

Se non impari a sopportarlo,
non potrai mai raggiungere serenità professionale.

Allora cosa fare?

Rinunciare?
Aspettare di essere “scoperto”?
Oppure rimboccarti le maniche e spingerti oltre?

Potrei dirti, come ho scritto nel mio libro Prima volta Leader:
“Non preoccuparti.
Basta avere un po’ di fiducia.”

Ma lo so.
Non basta.

Non scioglie quel groppo in gola.

Ecco allora 9 punti concreti da ricordare:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggi i processi di selezione sono lunghi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni multiple.

Ti hanno osservato da vicino.

Se ti hanno scelto,
è perché credono nel tuo potenziale.

Non lavorare per farli cambiare idea.
Lavora per crescere.

2. Attenzione alla trappola della perfezione

Quando finisci un lavoro, sei soddisfatto?
O pensi sempre che “non sia abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella.
Ti carichi di pressione.
Ti perdi nei dettagli.

La perfezione sproporzionata
non è un pregio.

È un sabotaggio.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Guarda i fatti. Solo i fatti.

Respira.

Siediti.
Analizza la realtà, nuda-e-cruda.

Non le fantasie.
Non i tuoi fantasmi interiori.

Ci sono prove oggettive della tua competenza.

Se non ti hanno scelto per un progetto,
non significa che sei incompetente.

Significa solo che — in questo momento —
non eri la persona più adatta.

Vieni a patti con il tuo critico interno.

4. Condividi le tue preoccupazioni

Non restare solo con i tuoi dubbi.

Parlane con qualcuno di cui ti fidi davvero:

Un partner.
Un amico.
Il collega fidato.

O un coach professionista.

Un confronto esterno ridimensiona paure enormi.

A volte poche sessioni di coaching possono restituirti più sicurezza di mesi di rimuginio.

5. Conta la valutazione di chi ti ha assunto

Nel lavoro non conta ciò che pensi tu.

Conta ciò che osserva chi-ti-paga.

Spesso siamo giudici severissimi di noi stessi.

Molti sopravvalutano le proprie competenze.
Altri — validissimi — si sottovalutano.

Probabilmente appartieni al secondo gruppo.

6. Usa l’inadeguatezza come carburante

Può diventare una spinta potente.

Ti obbliga a studiare di più.
A prepararti meglio.
A fare formazione.
Chiedere supporto.

Invece di paralizzarti,
può portarti fuori dalla zona di comfort.

La paura di non essere all’altezza
può diventare il tuo alleato.

È successo anche a me.
Molte volte.

E ogni volta mi ha fatto crescere.

7. I datori di lavoro non fanno regali

Nessuno paga stipendio e contributi
a una persona ritenuta inutile.

Se non si lamentano,
è perché il tuo lavoro va bene.

Hanno visto potenziale.
Volontà.
Capacità di apprendere.

Fidati anche tu.

8. Attenzione alla profezia che si auto-avvera

Non è stregoneria.

Se sei convinto di non essere capace,
inizierai a comportarti come tale.

Più ansia.
Più errori.
Ancora più conferme del tuo dubbio.

Ed ecco il circolo vizioso.

9. Non puoi controllare il giudizio degli altri

È impossibile.

Puoi essere competente, disponibile, professionale.
Qualcuno troverà comunque qualcosa da criticare.

Prima lo accetti,
meglio è.

Domande come:

  • “Merito questo lavoro?”
  • “Sono davvero capace?”
  • “Come mi valutano gli altri?”

possono monopolizzare la tua mente.

Metti a tacere la voce interiore negativa.
Lascia che quei pensieri si consumino da soli.

E fai l’unica cosa sensata:
abbraccia la sfida.

Inadeguatezza al lavoro?

Lavora su te stesso.
Sviluppa i tuoi punti di forza.

Accetta e supera le tue debolezze.
Convoglia l’energia nel miglioramento.

Non nella paura.

In finale

Inadeguatezza al lavoro non significa essere incompetenti.
Significa che tieni a ciò che fai.

La differenza non sta nell’assenza di dubbio.
Sta in cosa fai dopo.

E lì — davvero — si costruisce la tua solidità professionale.

10 spunti per scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei

scrivere mail
Siamo tutti occupati.

Poco tempo.
Tante cose da fare.
Informazioni da gestire sempre più in fretta.

Nessuno vuole perdere 10 minuti in una conversazione
su qualcosa che richiederebbe una semplice mail.

Allo stesso modo, nessuno ha voglia di decifrare messaggi contorti, lunghi o poco chiari.
Che non vanno dritti al punto.

Ecco 10 accorgimenti per scrivere mail come un executive
(anche se non lo sei):

1. Chiarisci prima di tutto lo scopo della mail

Ogni volta che ti siedi per scrivere mail, fermati un istante.

Chiediti:

“Perché sto inviando questa mail?”
“È davvero necessaria?”

Se non riesci a rispondere con chiarezza, non inviarla.

Scrivere senza sapere cosa vuoi davvero ottenere
significa che non hai ancora fatto ordine nel pensiero.

E se non sei chiaro tu,
non lo sarà neppure il tuo destinatario.

Il risultato?

Tempo sprecato.
Autorevolezza che si abbassa.
E una mail in più che forse non serviva.

2. Usa la regola: una mail = una cosa

Nelle riunioni, avere più punti all’ordine del giorno può essere utile.

Nelle mail, no.

Meno roba c’è, meglio è.

Una mail dovrebbe contenere una richiesta, un tema, un obiettivo.

Se devi parlare di un altro progetto, di un altro compito o di un’altra decisione,
scrivi un’altra mail.

Questo aiuta chi legge.
Ma aiuta anche te a essere più ordinato.

3. Vai dritto al punto

In una mail dovresti usare meno frasi possibile.

L’imprenditore e saggista Guy Kawasaki propone una regola interessante:

limitare il testo a 5 frasi.

Non sempre è possibile, certo.

Ma molto spesso sì.

Con meno di 5 frasi rischi di sembrare brusco.
Con molte di più, spesso fai perdere tempo.

Anch’io seguo questa logica.
E ti assicuro che, con un po’ di allenamento, diventa naturale.

Scrivi meglio.
Più in fretta.
E con più impatto.

4. Evita negazioni e frasi che seminano dubbi

Frasi come:

“Non so se questo funzionerà…”
“Spero che i risultati non siano…”
“Ho ragione?”
“Mi capisci?”

indeboliscono il messaggio.

Invece di presentare i tuoi pensieri con chiarezza,
stai già insinuando un dubbio.

E se dubiti tu,
perché dovrebbe fidarsi l’altro?

Essere autorevoli vuol dire anche questo:
esporre un’idea senza sminuirla prima ancora di averla detta.

5. Smettila di chiedere scusa così tanto

“Mi auguro che…”
“Mi sembra…”
“È probabile che…”
“Scusa il disturbo”
“Era solo un’idea”
“Spero di non aver sbagliato”

Sono frasi comuni.
Normali nel parlato quotidiano.

Ma nelle mail, se usate troppo spesso,
trasmettono insicurezza.

Fanno sembrare il tuo messaggio più debole.
Meno deciso.
Meno credibile.

Anche la parola “solo” tende a ridimensionarti.

“Volevo solo chiedere…”
“Era solo un’idea…”

No.
Non è “solo”.

Per chiarezza: non si tratta di fare il duro.
E nemmeno di smettere di chiedere scusa quando serve davvero.

Il punto è non usare continuamente parole come “scusa”, “solo”, “credo”
quando finiscono per togliere forza a ciò che stai dicendo.

6. Usa frasi brevi, paragrafi brevi ed elenchi puntati

Una mail deve essere digeribile.

Evita i blocchi monolitici di testo.
Affaticano chi legge.
E spesso vengono saltati.

Se ti accorgi che stai andando oltre 4 o 5 frasi consecutive,
valuta di spezzare.

Meglio ancora se puoi usare un elenco puntato.

Taglia ciò che puoi tagliare.
Se una parola lunga può essere sostituita da una corta, fallo.

Più la tua frase è pulita,
più il messaggio arriva.

7. Inserisci sempre una call to action chiara

Non dare mai per scontato che il destinatario abbia capito cosa deve fare.

Scrivilo tu.
In modo semplice.
Senza vaghezze.

Per esempio:

  • “Mi puoi inviare i file XYZ entro giovedì?”
  • “Potresti scrivere ad Annalisa entro due settimane e aggiornarla su…?”
  • “Scrivi a Sergio e fammi sapere entro domani sera cosa ne pensa.”
  • “Informa Paolo e dimmi entro il 1° febbraio se ha domande.”

Chi legge deve capire subito:

  • cosa vuoi,
  • da chi,
  • entro quando.

8. Rileggi. Sempre. E con calma

Può sembrare un’ovvietà.

Non lo è affatto!

Spesso scrivere una mail breve è più difficile che scriverne una lunga.

Prima di inviare qualsiasi cosa, leggila.
Meglio ancora: leggila ad alta voce.

Controlla ortografia,
grammatica,
tono,
chiarezza.

Se la mail è importante,
falla rileggere a una persona fidata.

Un collega.
Un collaboratore.
Un amico.
Il partner.

Quando si tratta di mail delicate, non è una gara di velocità.
È un esercizio di precisione.

Se puoi, salvala in bozza e rileggila più tardi.

Io lo faccio spesso.
E quasi sempre, tornando sul testo con occhi-nuovi,
vedo subito cosa togliere, cosa correggere, cosa chiarire.

Chiediti:

  • “La mia richiesta è chiara?”
  • “Ci possono essere malintesi?”
  • “Come la prenderei, se fossi io a riceverla?”

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

9. Fai trasparire la tua personalità

Le email dovrebbero riflettere chi-sei nel mondo reale.

Non in modo eccessivo.
Non in modo teatrale.
Ma sì, un po’ di te deve sentirsi!

Evita emoticon, abbreviazioni tipo LOL, font colorati o sfondi creativi.
In ambito professionale, raramente aiutano.

Ma non diventare neppure robotico.

“Per favore” e “grazie” restano segni semplici di educazione e professionalità.

10. Sappi quando non usare la mail

Ci sono conversazioni in cui il tono e il linguaggio del corpo fanno tutta la differenza.

In quei casi, la mail non basta.
Anzi, rischia di peggiorare le cose.

Se non diresti una cosa in faccia a una persona,
non scriverla in una mail.

Se la questione richiede un confronto più profondo,
meglio una telefonata.

Se la telefonata rischia di durare più di 5 o 10 minuti,
forse è meglio incontrarsi.

La vera autorevolezza sta anche qui:
sapere qual è il mezzo giusto.

Hai bisogno di una telefonata?
Oppure bastano due righe ben scritte?

Serve davvero scrivere mail?
Oppure una chiamata può chiarire meglio favore, dubbio o contrarietà?

Anche questa è autorevolezza.

A questo proposito,
scopri il mio libro che si intitola proprio “Autorevolezza“.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, relazioni,
piani e strategie di marketing e ti sei chiesto pensieroso:
“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti? Problemi con il team?
Troppe superstar, troppe “coccole”?

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Hai scelto i tuoi collaboratori sulla base di competenze individuali,
dell’esperienza, della conoscenza e della capacità di pianificare.
Mettere insieme una squadra,
non garantisce automaticamente il successo.
Questo lo sai.

Problemi con il team ? E se il problema fossi tu?

Prima di chinarti nuovamente su dati e previsioni,
e di pianificare un altro incontro con tutto il team (o il singolo collaboratore),
per capire qual è il suo problema,
ti sei chiesto se hai contribuito (anche tu) alla scarsa performance?

Ti sei mai chiesto se … il problema non sono i tuoi collaboratori,
ma sei tu?
Con il tuo stile, il tuo atteggiamento, la troppa (o poca) attenzione al dettaglio
e la tua comunicazione molto ambigua e sconnessa?

Se non sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza,
è molto difficile controllare i tuoi comportamenti,
e gestire efficacemente le relazioni con gli altri.

Ecco 8 segnali che indicano che le difficoltà non sono nei tuoi collaboratori,
ma il problema sei tu:

1. Non dai feedback (né positivi né negativi)

Dare feedback (negativi o positivi) regolari ai tuoi collaboratori è un impegno fondamentale,
se vuoi mantenere elevati gli standard delle prestazioni professionali,
garantire rendimento e produttività.

Mentre un feedback negativo consente di correggere un errore e aiuta a impostare al meglio il lavoro
(soprattutto perché i dipendenti – in realtà – desiderano feedback negativi, purché costruttivi e rispettosi),
un feedback positivo motiva il collaboratore a mantenere l’atteggiamento tenuto finora.

 


 

Se c’è un comportamento che desideri sia cambiato,
se vuoi che un compito sia eseguito al meglio, la prossima volta,
informa il tuo collaboratore entro una settimana (al massimo!).

Programmare incontri regolari uno-a-uno con ogni persona del tuo team può contribuire a rendere questo cambiamento più facile e riduce i rischi di incomprensione.

2. Non condividi gli obiettivi

Ti sei assicurato che gli obiettivi siano chiari a tutti i tuoi collaboratori?

Se il tuo team non ha idea di quale siano lo scopo e la direzione,
come potrà mai avere una possibilità di successo?

I collaboratori vogliono conoscere la direzione.
I grandi leader sono in grado di indicare una visione,
motivare e ispirare le persone a seguirli.

I dipendenti più impegnati sono quelli che hanno fede nella visione dei loro capi,
e generano così ottimismo e una maggiore produttività.

Un team senza obiettivi non ha direzione.
Un team senza una direzione,
può essere sopraffatto da incertezza e paralisi.

3. Sei troppo sensibile con i collaboratori

Spesso il manager insicuro ha un approccio troppo indiretto con i collaboratori.
Purtroppo si lascia condizionare dal desiderio di “essere amato” e tralascia gli obblighi fondamentali del suo ruolo.

Se stai descrivendo il tuo personale come troppo sensibile e suscettibile,
è facile che tu stia… parlando di te stesso.

 


 

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità e cerchi di essere amato,
tendi a tralasciare o sorvolare i feedback negativi ma ricordati che i problemi con il team vanno risolti,
altrimenti i collaboratori sono frustrati e si lamentano, con tanti saluti …
alla tua team leadership.

4. Sei incoerente

Una settimana reclami maggiore indipendenza e autonomia,
quella dopo, richiami tutti a seguire strettamente le procedure.

Se invii al tuo team messaggi ambigui,
molto probabilmente resteranno dove li stai portando,
ovvero fuori strada.

Su questo punto,
ti stai giocando la credibilità del tuo team.
Inviando messaggi incongruenti puoi apparire, agli occhi del tuo staff, come illogico e contraddittorio,
e perdi carisma e motivazione.

Probabilmente è un problema di comunicazione:
quando chiedevi al team di essere più indipendente,
forse intendevi chiedere di portare maggiori suggerimenti e soluzioni ai problemi,
e non solo domande.

5. Non dai importanza alle relazioni

Leadership si basa sulle relazioni.

I leader pagano un prezzo elevato per aver ignorato l’importante processo di costruzione di relazioni sane e produttive.

 


 

Indifferenza e poca empatia portano a un clima troppo freddo che non genera “attaccamento alla maglia” da parte dei lavoratori.
Per creare queste relazioni, devi prestare attenzione alle persone,
“devi prendertene cura”,
continuando a imparare e non dando mai niente per scontato.

Non concentrarti solo sui risultati, sulla prestazione,
sui punti deboli dei tuoi collaboratori.
Non ricordarti di loro solo quando ci sono problemi con il team,
quando si tratta di valutare o criticare.

6. Gestisci ogni collaboratore allo stesso modo

Nella gestione di un team è fondamentale adattare il proprio stile a ciascun collaboratore.

Spesso,
i manager trattano i loro collaboratori come vorrebbero essere trattati loro stessi.

Un team (per fortuna) è composto di diverse personalità e competenze.
Alcune persone migliorano con più struttura e procedure,
altri sono più motivati quando sono liberi di agire e se sono “contenuti” crescono frustrati.

Cerca di conoscere meglio ciascuno dei tuoi collaboratori.
Chiedi loro quale sia il loro stile di comunicazione preferito,
come gradirebbero ricevere i feedback,
e quali competenze vorrebbero sviluppare nei prossimi 6 – 12 mesi.

7. Focus su piccoli compiti

Quando pretendi di verificare ogni cosa,
di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione”,
quando sei così riluttante a delegare,
ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa (anche sulle decisioni più banali)
uccidi piano piano la motivazione e la crescita professionale del tuo staff.

 


 

Se non mostri fiducia,
fai sentire i tuoi collaboratori demotivati … inutili!
Così facendo coltivi improduttività.
Non fai che aumentare i problemi con il team.

8. Dici, pretendi ma non dai l’esempio

Saresti sorpreso nel sapere quanto il tuo team “assorba” da te abitudini e modi di fare.
Dai un’occhiata ai problemi ricorrenti e trova il modo di “modellare” al meglio la tua squadra.

Guida le persone con l’esempio,
non basta solo passare le informazioni,
dare le direttive.

Se per esempio, hai dato standard di riferimento eccellenti per il servizio e l’accoglienza clienti (del tuo store, SPA o hotel), devi essere conseguente con le tue azioni,
devi essere in prima linea, lì davanti,
a dare il benvenuto a ogni cliente (dando così l’esempio al tuo staff).

Se non altro,
questo approccio fa di te un leader forte e concreto,
perché ti stai attivamente impegnando per migliorare.

Prima di scaricare le colpe, chiediti se hai contribuito alla scarsa performance

Non ottenere i risultati sperati può essere scoraggiante,
comunque prima di scaricare la colpa sull’inefficienza dei tuoi collaboratori,
è essenziale che tu prenda coscienza del tuo scopo,
dei tuoi obiettivi,
i tuoi valori e la tua visione,
di come ti “vedono” gli altri,
quello che-funziona e quello che non-funziona per te.

Con un po’ di pazienza e consapevolezza,
potresti scoprire come aiutare e sostenere al meglio il tuo personale,
superare questi problemi con il team,
e (forse) anche trasformarli in una storia di successo.

Se desideri approfondire il tema della team leadership,
scopri il coaching sulla gestione del team!

“Un percorso di coaching? Per me? Ma per favore …”

percorso di coaching

“La presunzione può gonfiare un uomo,
ma non lo farà mai volare.”

JOHN RUSKIN

Molti tendono a pensare che devono agire come se avessero tutte le risposte …
e se non le hanno … dovrebbero agire come se l’avessero!
A volte funziona, spesso no!
Hai pensato alle conseguenze?
È come guidare la notte con le sole luci di posizione.

“Un percorso di coaching? Per me? Ma figuriamoci …”

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Sei competente, preparato e credi di essere esperto-di-tutto?
Perché hai smesso di crescere e imparare?
Di ascoltare?
Pensi che non ti serva più?

Ti senti più intelligente e capace di tutti,
in particolare del tuo capo, vero?
Sei abile e veloce ma anche arrogante, supponente e non ammetti mai di aver sbagliato.
Hai “già tutte le risposte”, basta chiedere e “illumini” con la luce del tuo sapere.

Sei davvero un duro o fai solo lo spaccone?

Se hai smesso di ascoltare, di chiedere, di crescere potrebbe essere è un cattivo segnale.
Essere intelligente e capace non sempre significa avere una carriera appagante.

Non sono poche le persone che lamentano una carriera poco soddisfacente causa comportamenti “sbagliati” che hanno pregiudicato il rapporto con il capo, il team, i colleghi, oppure non si sono più riprese da “trombate” che hanno creato dubbi e perplessità sulle proprie (reali) capacità.

Un comportamento eccessivo ed esagerato è tipico delle persone insicure che cercano di nascondere con atteggiamenti altezzosi un profondo complesso d’inferiorità.
Basta poco per mandarli in crisi.

Cominciare un percorso di coaching non vuol dire non essere capace

Iniziare un percorso di coaching non vuol dire essere impreparati,
incompetenti
incapaci.
 


 

Coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza o un’indicazione della tua non-capacità di raggiungere gli obiettivi.
Anzi.

Pensaci …
nessuna grande azienda o multinazionale investirebbe nel coaching se credesse che i propri collaboratori non siano in grado di trasformare e migliorare le loro prestazioni.

Le aziende non investono in coaching per i loro dipendenti mediocri; lo fanno solo per quelli ad alta potenzialità.
I budget limitati sono solo per le persone che vogliono “coltivare” e far crescere;
per collaboratori con problemi gravi di performance … ci sono alternative molto più convenienti.

Dobbiamo tirar fuori il meglio in tempi sempre più ristretti

E poi, forse non ti rendi conto che …
non abbiamo più tempo per lunghi percorsi di apprendimento,
i problemi non si possono più rinviare,
gli errori hanno conseguenze e costi importanti.
Dobbiamo tirar fuori il meglio di noi in tempi sempre più ristretti.
L’apprendimento di nuove competenze può essere incredibilmente stimolante e sfidante ma anche preoccupante e scoraggiante.

Iniziare un percorso di coaching non vuol dire avere un problema,
un limite, una difficoltà,
significa semplicemente che …
grazie al supporto di un coach professionista puoi migliorare la performance e raggiungere gli obiettivi, in meno tempo e con meno dispendio di energie.

Coaching non è negativo.
Tutt’altro.
È positivo.

Riconosci il coaching per quello che è …

Invece,
di preoccuparti di vedere il coaching come un “misuratore” delle tue competenze,
riconoscilo semplicemente per quello che è:
una fantastica opportunità per la crescita,
lo sviluppo, l’auto-comprensione e
l’avanzamento di carriera.

“Ammettere” di aver bisogno di un coach è accettare di non essere perfetto.
Di non avere tutte le competenze.
Di voler ancora imparare.

“Ammettere” di aver bisogno di un supporto professionale è il primo passo verso il tuo successo.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Non hai ancora deciso se iniziare un percorso di coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita -2

scusa per non agire

Leggi anche la parte 1.

5. “Gli altri hanno qualcosa in più”

Molti hanno più talento di me.
Alcuni sono più belli.
Più brillanti, divertenti.
Più ricchi.

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Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.
Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Così fermati.
Ammettilo: alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni hanno più esperienza, altri un po’ meno.
Sergio ha un dono come broker , Alessandro è un venditore eccezionale, Sandra è una creativa brillante …
e allora?
Sergio forse non è intuitivo come te, Alessandro è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica, Sandra è creativa ma non ha la tua concretezza.

Il confronto è sempre eccessivo.

6. “Un giorno lo farò”

“In questo periodo sono stressato”.
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

“Lo farò …
quando finisco l’università,
quando troverò lavoro,
appena mi sposo,
quando avrò figli,
quando i figli saranno sistemati,”

Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.

 


 

Non lasciarti immobilizzare da questa scusa per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà senza “approfittare” di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.
Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.

Fallo in questo momento,
subito.

7. “Non sono portato”

Pensare di “non essere portato”,
di “non averlo tra le corde”,
di “essere negato”
è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è così condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità e
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione, ottenendo risultati inferiori!

Quindi pensare di non essere “portati a” è vero solo fino a quando non sarai tu a crederci
Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.

Non lasciare mai che questi pensieri t’impediscano di fare quello che vuoi.
Guardati intorno,
ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose.
Non è mai troppo tardi.

8. “Non ho le conoscenze giuste”

“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”

Nessuno è così naif da non credere al clientelismo, al favoritismo, al nepotismo.
Nessuno è così ingenuo da credere che tutte le persone “arrivino” solo perché sono brillanti e geniali.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state.
E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.
Ma dobbiamo accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.
Per non passare all’azione.
È solo una scusa per non agire.

Convincersi che non si arriverà da nessuna parte perché non si hanno le conoscenze giuste …
non cambierà lo stato di cose.
Anzi.
Questa credenza limitante andrà ad assorbire energia al tuo potenziale,
rendendoti meno performante nel perseguimento del tuo obiettivo.

“La raccomandazione non è un favore fatto a qualcuno,
è un torto fatto agli altri.”

Pino Caruso

9. “Non sono coraggioso”

Se stai aspettando il giorno, in cui non sentirai più la paura,
per poter fare qualcosa di significativo,
(scusa se te lo dico ma) potresti aspettare tutta la vita.

Le persone coraggiose sentono la paura.
Non fuggono davanti la paura.
Quando la sentono, “spingono”per superarla.
Questa è la differenza tra la persona coraggiosa e tutti gli altri.

Il coraggio è un muscolo.
Diventa più forte ogni volta che si utilizza.
Se non lo utilizzi,
non diventerai mai forte (i muscoli s’indeboliscono se non li usi, vero?)

Spingi (fletti il muscolo del coraggio) oggi,
esercita il coraggio.
e sarai più coraggioso domani.

Quando lo fai,
la paura perderà il suo potere.

Prendi coscienza che una scusa per non agire distrugge il tuo potenziale

Quando consentiamo ai nostri sogni di morire,
la vita diventa insoddisfacente e triste.
Perdiamo la gioia e la felicità.

Oggi è il giorno (giusto) per cominciare a correggere tutte le bugie che ti sei inconsciamente raccontato e che hai accettato come la “tua realtà” .
Inizia il processo di guarigione.
È necessario sconfessare tutte le false idee “su chi sei”, “cosa si può” o “non si può fare”.

Ora puoi disfarti di tutto ciò che ti sei raccontato,
ed è necessario farlo ora.
Adesso.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita – 1

scuse per non agire

Quando decidiamo di fare qualcosa,
scegliamo il nostro obiettivo,
(cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare 3 mesi in Sud America, ecc.)
e spesso non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché metterci alla prova, insistere, persistere,
molliamo facilmente.

Molte volte ancor prima di partire.

Creiamo scuse per non-agire per salvaguardare la nostra autostima

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Piuttosto che metterci in gioco,
ce la prendiamo con la fortuna, il caso o il destino.
tiriamo fuori un ventaglio di giustificazioni,
di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone vivono e muoiono senza aver raggiunto i loro obiettivi.
Ci sono tante persone con idee potenziali o geniali non sfruttate che non potranno mai realizzare perché hanno accettato queste scuse,
queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.
Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano La verità.
La tua realtà.

Ecco 9 scuse per non agire che devi smettere di raccontarti.
Subito.

1. “Oggi è dura”

Basta sentire le news, per vedere quanto è difficile cambiare o trovare un lavoro e quanto si è già fortunati solo ad averne uno (bello o brutto che sia).

Alcuni settori sono più in crisi, ma altri stanno nascendo,
si stanno espandendo.
È così da sempre.
Ogni grande crisi porta con sé recessione,
mancanza di speranza eppure (ricordiamoci che) ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.

 


 

È una questione di “credo”.
Se credi che non ci sia alcuna possibilità, ogni porta si chiude,
resti fermo e ti senti in trappola.
Ma se ci credi … puoi prepararti e lavorare sodo per riuscirci.
Se insisti, alla fine ce la fai.

2. “Non ho tempo”

Sei sempre indaffarato.
Di corsa.
Preso da un vortice di cose-da-fare.

Se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una scusa per non fare qualcosa,
o un modo per non affrontare una certa situazione o lanciarsi in una nuova impresa.

Una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (e per fissare le sessioni di coaching) è rimasta spiazzata (nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo) nel realizzare quante fossero le azioni irrisorie che potevano essere evitate.
Erano solo scuse per non agire.

3. “Gli altri hanno tutte le fortune”

“Audentes fortuna iuvat”
Virgilio

Il detto (“La fortuna aiuta gli audaci”) invita a essere volitivi e coraggiosi davanti a qualsiasi tipo di evento,
anche il più terribile e imprevisto,
poiché la sorte – il “fato” – è dalla parte di coloro che osano e sanno prendere gli opportuni rischi.

L’idea che gli altri abbiano tutte le fortune,
è molto limitante.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

È una dimostrazione d’invidia,
senza il riconoscimento delle capacità.

La fortuna non è un’esperienza passiva
in cui il mondo ci dà semplicemente qualcosa su un piatto d’argento.
Richiede uno sforzo e la volontà di far accadere qualcosa.

Se invidio (solo) la fortuna del mio amico o conoscente e non riconosco il suo talento,
la sua esperienza,
il suo amore per quello che fa,
sono davvero fuori strada.

4. “Sono tutti migliori di me”

Ecco uno dei modi perfetti ed efficaci per non muoversi!

Vedere tutti gli altri (ma proprio tutti-tutti?) come più abili,
più capaci o con più talento è un modo efficace
per costruirsi un alibi (comunque facilmente smontabile),
una scusa, un pretesto per proteggersi dai riflettori, evitare le critiche e non gettarsi nella mischia.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di scale di valori.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità
ma perché ci si confronta con un’immagine ideale,
quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo,
ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa più di te.

Continua a leggere la parte 2.

5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere un leader (oggi) non è cosa facile.
I team sono molto diversificati, digitali e dinamici.
Guidare con successo un gruppo attraverso gli alti e bassi di questi tempi così caotici e complessi può essere una delle più grandi sfide che tu possa affrontare.

Per diventare un leader indiscusso del tuo team e ottenere ottime performance devi prendere sempre più confidenza con la motivazione, la crescita professionale e i talenti dei tuoi collaboratori.

Ecco 5 segreti per aumentare la tua team leadership:

1. Essere imparziale e coerente per diventare il leader indiscusso del tuo team

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È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone del tuo team rispetto ad altre.

Meglio però non manifestare simpatie e preferenze personali.
È facile che si creino confusioni o malintesi che favoriscono l’idea che la tua gestione sia basata su favori e preferenze.

Usa una comunicazione cristallina,
con linee guida trasparenti e chiare.

Quando ti trovi davanti a casi eccezionali per urgenza, o particolarità, comunica in modo chiaro a tutti le motivazioni del fatto, specificando che si tratta di un caso inusuale, urgente o importante.

Più comunichi le cause di una certa decisione,
più i tuoi collaboratori non coglieranno incoerenza o malafede nelle tue scelte.

2. Difendere il personale

Hai mai lavorato con qualcuno che ti ha difeso quando hai fatto un errore?
Ti ha appoggiato davanti a critiche ingiuste?
Ha messo in gioco la propria reputazione per te?
Ha difeso le tue azioni davanti a un dirigente o un cliente?

Se hai già sperimentato una di queste esperienze,
probabilmente ti avrà lasciato un’impressione molto profonda,
e rafforzato il rapporto che avevi con quella persona.

Che tipo d’impatto pensi possa avere un leader che si comporta così con la sua squadra?
Che tipo d’influenza potrebbe avere un capo che prende le difese?
Quando è l’ultima volta che ti sei battuto per un membro del tuo team?

 


 

Come in che senso?
Se non lotti per il tuo staff, perdi la sua fiducia.
Non devi “fare l’eroe”, il kamikaze, il paladino dei diritti dei più deboli e neanche rischiare di metterti in cattiva luce con persone-chiave ma se non muovi un dito o fai finta di niente rischi di perdere la stima del tuo personale.

Sono d’accordo con te … nell’attuale Mercato del lavoro, nella gestione team, semplici gesti come questi se ne vedono sempre meno e sono ad appannaggio di qualche solitario eroe innovatore.
E allora?

3. Celebrare con il team

Festeggi spesso con il tuo team?
Si, come no!
Siamo talmente focalizzati sul futuro, sul target, sui problemi che raramente ci concediamo una pausa per apprezzare e celebrare i successi nel nostro lavoro.

Quando festeggi con il tuo team, condividi sensazioni positive e crei spirito di coesione e di alleanza.
Le celebrazioni rafforzano i rapporti, sono divertenti, alleggeriscono l’ambiente e consentono al team di vivere momenti personali positivi.

Ogni occasione deve essere l’opportunità per celebrare,
divertirsi e svagarsi con il tuo team.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

4. Trattare i collaboratori come … persone

Non ho capito (e non lo capirò mai) perché alcuni manager trattano i propri collaboratori senza rispetto e poi pretendono (per tutta risposta) che siano efficienti e produttivi.

Questi manager non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?
E come i loro dipendenti se trattati correttamente e con rispetto, avrebbero un rendimento migliore?

Il grande leader si preoccupa della “sua gente”.
Tratta i propri collaboratori come … persone.
Entra in contatto anche a livello personale.

Il leader indiscusso sa motivare il team,
ha sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perde mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

5. Sostenere e promuovere i collaboratori

Promuovere il tuo team ha un valore importante.
Fondamentale.

Spetta a te come leader parlare del valore del tuo team, annunciare i loro successi, aiutare la tua squadra a essere più visibile ai “piani alti” o al “grande capo”, creare maggiore orgoglio e soddisfazione di squadra.

Se non sei tu a promuovere la tua squadra,
chi lo farà al posto tuo?

Il team leader indiscusso si concentra sui punti di forza delle persone.
Vuole aiutare (davvero) i propri collaboratori ad avere successo.

Ha pazienza, comprensione e sfrutta ogni opportunità per aiutare il suo team a crescere e svilupparsi.
Anche quando i collaboratori sbagliano, sanno che ci vuole tempo, altri tentativi e altri errori prima di migliorare.

Difendere, celebrare e promuovere la tua squadra sono grandi fattori di fidelizzazione del tuo team.

E tu che ne pensi?
Ti sei mai chiesto se il tuo team sia mai stato “conquistato” dalla tua figura di leader?
Quale approccio miglioreresti della tua leadership?

9 frasi che non sentirai mai durante le mie sessioni coaching

sessioni di coaching

Le parole sono importanti.

Nella mia professione di coach durante le sessioni di coaching,
le parole devono stimolare, ispirare e spronare
ma possono anche scostare, confondere o stancare.

Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante le sessioni di coaching:

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1. “Mi raccomando … fai questo e non fare quello

Se c’è una cosa che (come coach) evito, accuratamente nelle sessioni di coaching è …
dirti cosa-fare, cosa-scegliere, dove-andare.

La responsabilità è tutta tua.
Solo tua.

Non è mia la responsabilità di risolvere i tuoi problemi oppure raggiungere i tuoi obiettivi per te.

Il mio obiettivo è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti, incoraggiarti,
condividere feedback e offrirti qualsiasi altra cosa nel mio kit-di-strumenti per aiutarti a raggiungere gli obiettivi che sono importanti per te.

2. “Ecco le risposte che cercavi

Coaching non è consulenza.
A differenza di un consulente, che è assunto per fornire le risposte,
non è nel ruolo del coach conoscere tutte le risposte e risolvere i problemi del cliente.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande.
Non io.

Sei tu che devi dare le risposte a domande che sembrano facili, ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.
Provaci, dai, eccone alcune:
Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”

“Che cosa stai aspettando?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?”

3. “Cercherò di essere breve, ti spiego …

Non mi dilungo in lunghe e fumose teorie.
Anzi di teoria c’è né molto poca.
Quasi niente.

La teoria è controproducente in questi casi.
Cercheresti di approcciare tutti i problemi in modo meccanico tentando di applicare quello che hai sentito.
 


 

I problemi che incontri nel lavoro non hanno niente a che fare con quello che hai studiato.
Te ne sei accorto, vero?

4. “Fai come se fossi un amico

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.
Inestimabile, aggiungo io.

Coaching non è amicizia.
Un caro amico/a (pur con la buona volontà e la buona fede) non ti farà le domande difficili che devono essere fatte,
non sarà imparziale e non riuscirà a portare l’efficace prospettiva di un professionista.
Non coinvolto e non giudicante.
E per questo più efficiente.

5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio

Coaching non è terapia.
Non si concentra sul passato, guarigione di profonde ferite emotive o risolvere i sintomi quali ansia o depressione,
ad appannaggio di specialisti del settore.

Il coaching si basa prevalentemente sul presente e ciò che sarà il futuro.

6. Nelle sessioni di coaching non sentirai frasi da pseudo-guru per “pompare” la motivazione

Nessuna sessione di coaching improntata solo su slogan motivazionale,
facili frasi a effetto o teorie sulla motivazione.

Come perchè?
Se anche tu hai avuto,
come tutti,
problemi di motivazione, sai perfettamente che se qualcuno ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

7. “Scusa … rispondo un attimo a un’altra telefonata e poi continuiamo

Quando sono con te in una sessione di coaching,
sei l’unica persona con la quale interagisco.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Sono completamente focalizzato su di te.
Il tempo (che hai pagando) nelle sessioni di coaching è esclusivamente per te.

8. “Ecco una dritta miracolosa

Mi spiace … nessuna soffiata miracolosa o trovata geniale.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Serve impegno e “fatica”.
Mettersi in gioco.
Altro che dritta miracolosa!

Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in grandi personalità è così difficile.

9. “Fidati di me” – “Credi in me

L’onestà e la correttezza non si dichiarano a parole,
ma solo attraverso fatti concreti.

Che cosa è tutto questo prodigarsi di annunci e proclami riguardo sincerità e integrità?

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare,
annunciare e “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Ho fiducia che trapeli attraverso i miei gesti, le mie parole,
i fatti o la mia consulenza.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

In fin dei conti, gli adolescenti credono di diventare adulti scimmiottando adulti rimasti bambini che fuggono davanti alla vita.
Muriel Barbery

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti.
La forza mentale no.

Non si vede.
Si sente.

Come ho descritto nel mio libro “Autorevolezza
(nel capitolo autorevole vs autoritario),
per mostrarti forte – anche a livello mentale –
spesso indossi una maschera.

Reciti la parte del duro

Mascheri le debolezze con posture e atteggiamenti di finta durezza.
Pensi che così gli altri ti temeranno.

Questo approccio può portarti qualche successo iniziale.
Ma l’effetto svanisce in fretta.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti,
serve forza vera.
Forza mentale.

Grinta.
Tenacia.
E il desiderio continuo di migliorare.

“Giocare a fare il duro” è facile

Lo possono fare tutti.
Uomini e donne.

Atteggiarsi.
Ostentare.
Scimmiottare.

Ma tra forza e spacconeria c’è una differenza enorme.
Ecco sei segnali chiari.

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte, sì.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che nulla potrà fermarlo.

Ma proclamare non significa essere forti.

Chi agisce così sopravvaluta le proprie capacità
e spesso si trova impreparato davanti alla realtà.

Oppure sottovaluta le difficoltà…
e va a sbattere contro il palo!

La forza mentale è riconoscere i propri limiti.

Sapere che il duro lavoro è necessario.
Accettare che il fallimento fa parte del percorso.

Chi è forte lo sa.
E non si spaventa.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte, le affronta.

Il gradasso spreca energie per mascherare difetti ed emozioni,
perché le considera segni di debolezza.

Dice:
“Sono il migliore!”

Ma sotto c’è spesso insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza emotiva.

La persona forte non si fa controllare dalle emozioni.
Le gestisce.

Non spreca energie a coprire le mancanze.
Investe tempo per migliorarsi.

Per crescere.
Per superarsi.


Su questo tema trovi spunti utili nei miei libri:

Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025,
per sviluppare una presenza autorevole reale.

Prima volta Leader”, se sei all’inizio del tuo percorso.

3. Lo spaccone scimmiotta il duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” copia modelli visti al cinema o nei reality:
braccia conserte,
sguardo truce,
sorriso sprezzante.

Usa sarcasmo e battute per svalutare.

Interrompe.
Impone i suoi argomenti.
È polemico, ruvido, aggressivo.

Sta confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere.

Finzione per realtà.

Il vero duro, invece,
trasmette fiducia in modo calmo.
Contenuto.
Silenzioso.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui → “7 caratteristiche che indicano una personalità forte

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

Chi è forte, non ha bisogno di dimostrarlo.

Chi vuole sembrare duro
cerca approvazione.

Vuole essere visto come tosto.
Ha sempre qualcosa da dimostrare.

La sua autostima dipende dallo sguardo degli altri.

Chi è davvero forte no.
Non deve convincere nessuno.
Non cerca applausi.

La sua motivazione nasce da dentro.
Il suo unico referente è se stesso.

5. Lo sbruffone vuole potere sugli altri

Chi è forte, vuole potere su di sé.

Chi gioca a fare il duro controlla,
spadroneggia,
fa richieste irragionevoli.

La persona forte lavora su pensieri,
emozioni
e comportamenti.

Non controlla il mondo.
Controlla se stesso.

6. Chi gioca a fare il duro, se fallisce, dà la colpa agli altri

Chi è forte si assume la responsabilità.

Lo spaccone accusa persone, sfortuna e circostanze.
Cerca un capro espiatorio.

Così resta fermo.
Si lamenta.
Aspetta.

La forza è vedere il fallimento come un trampolino.

Sapere che raramente è colpa solo degli altri.
Assumersi la propria parte.

Solo così si può passare allo step successivo.

Essere forti significa avere fiducia
nella capacità di rialzarsi
e imparare dagli errori.

A volte essere forti è l’unica scelta che hai

La forza mentale non nasce in un giorno.
Si costruisce.

Ogni sfida – anche piccola –
è un allenamento.

Se impari a vederla così,
svilupperai chiarezza, lucidità e solidità.

La vera forza non fa rumore.
Non intimidisce.
Non ostenta.

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece…
tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora…
non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna
o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.
Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di
negativo,
svantaggioso,
spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti,
guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico,
sgradevole,
petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti,
azioni
o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.