Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori – parte 1

feedback potenziante

“Il feedback è la colazione del campione.”
Ken Blanchard

Andiamo dritti al punto …
ci sono due tipi di feedback:
feedback costruttivo oppure lode / critica.

Un feedback costruttivo è specifico,
potenziante (almeno nelle intenzioni);
è focalizzato su un problema e si sulla base su osservazioni.

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Critica o lode? No, feedback potenziante

L’elogio e la critica sono entrambi giudizi personali (uno favorevole e l’altro sfavorevole) su un comportamento o un risultato.
Le informazioni sono generalmente vaghe e (spesso) depotenzianti,
incentrate sulla persona e basate su opinioni,
interpretazioni o sentimenti.

Non cadere nella trappola di fare lodi o critiche sulle prestazioni dei tuoi collaboratori o dipendenti.
Evita di dare riconoscimento esclusivamente a seconda dei risultati ottenuti.
Riconosci invece i comportamenti che hanno portato a quei risultati.

Ecco come deve essere un feedback per essere costruttivo e potenziante:

1. Breve

Un feedback prolisso, dispersivo, inconcludente trasmette l’impressione che tu sia impreparato, insicuro e poco focalizzato.
Rischia di compromettere l’incisività del tuo messaggio.

Non devi essere robotico, insensibile e distaccato ma devi andare velocemente al punto,
senza tentennamenti.

2. Specifico

Senza le specifiche, otterrai solo elogi o critiche.
Non serve dire “Hai un atteggiamento scorretto” oppure “Hai sbagliato”.

Il feedback potenziante deve essere riferito a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico.
Devi essere chiaro sul cosa, dove e quando:
spiega le azioni fatte,
i comportamenti avuti o le cose dette.

3. Descrivere l’impatto

Quando dai un feedback a un tuo collaboratore, è importante descrivere anche l’impatto provocato da quell’azione o da quel comportamento.

Non solo renderà il messaggio più oggettivo e chiaro ma sottolineerà la necessità di cambiamento.

Per esempio “ Michele, so che sei stato fino a tardi l’altro ieri per preparare la proposta alla ditta Verona. Il cliente si è innervosito, rilevando diversi errori nel preventivo e si è rivolto alla concorrenza” (impatto – perdita del contratto).

 


 

4. Giusta tempistica

Quando devi dare un feedback per uno sforzo (o un comportamento) che vale la pena di riconoscere?

Se è positivo, la risposta è … appena possibile.
Più il tempo passa, più si aspetta,
più il valore del feedback diminuisce.

Nel dare un feedback negativo, invece ti consiglio di applicare una diversa linea temporale … ovvero, quando sei pronto.

L’emotività è cattiva consigliera.
Se, appena accade l’evento o il fatto, non sei in grado di gestire e controllare quel che provi, aspetta.
Meglio non approcciarti a qualcuno quando non sei pronto.

Rischi di dire o fare qualcosa di sconveniente che può compromettere definitivamente il tuo rapporto lavorativo.
Ricorda che … aspettare non vuol dire evitare.

Non aspettare troppo,
se lo fai, il tuo collaboratore penserà che stai raccogliendo le prove per una punizione.

 
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5. 1 feedback = 1 “fatto”

Utilizza il feedback potenziante per un solo evento,
circostanza o episodio.

Se hai bisogno di comunicare qualcosa che abbia a che fare con un’altra mansione, un progetto,
un compito, un incarico,
non usare feedback (anche se ti può sembrare più comodo e veloce).

Così facendo disperdi le informazioni,
paghi in incisività ed efficacia.

6. Aperto e sincero

È fondamentale che tu sia sincero e che eviti di trasmettere messaggi ambigui e contrastanti.
Essere sincero non significa essere buonista ma piuttosto dire-quello-che-devi con cura e rispetto.

Evita di utilizzare parole come “ma”, “però” e “anche se”,
perché possono
creare contraddizioni e dubbi.

 
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7. Di persona

Dare il feedback potenziante di persona,
non via mail o SMS.

La natura di un feedback costruttivo è verbale e informale.

Questo può essere fatto solo parlando faccia a faccia – o per telefono – quando non è possibile altrimenti.

8. Potenziante

In situazioni di feedback positivi, esprimi un apprezzamento.
L’apprezzamento da solo è lode o elogio.
Se mal espresso “suona” scontato e ruffiano.

Rilevando un aspetto specifico di una situazione, dai prova d’attenzione e d’interesse e tocchi tasti motivazionali molto sensibili per le persone che lavorano con te.

Normale: “Ottimo lavoro, ben fatto”.
Feedback potenziante “Il modo in cui hai gestito il reclamo del signor Rossi è stato ottimo. Hai avuto un approccio gentile e comprensivo e allo stesso tempo deciso ed efficace”.

Normale: “Ottimo approccio, bravo!”.
Feedback potenziante: “Il modo in cui hai risposto alle domande del cliente stamattina è stato eccellente. Hai dimostrato di aver compreso le nostre procedure e la nostra filosofia”.

CONTINUA A LEGGERE >
la parte 2.

Se desideri approfondire leggi il mio post “10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori”.

Ricerca di lavoro? 8 emozioni che devi imparare a gestire

ricerca di lavoro

La ricerca di lavoro può evocare tutta una serie di emozioni.

È una cavalcata emozionante (nel senso che le emozioni possono salire, abbassarsi,
risorgere di nuovo e ripresentarsi – all’improvviso – con impeto sempre maggiore).

Un mare agitato di pensieri tempestosi,
suggestioni contrastanti e turbamenti passeggeri.

Se non ti è mai successo …
non puoi capire.

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Saper gestire le emozioni durante la ricerca di lavoro significa essere in grado di condizionare i propri pensieri ed evitare che apprensioni e timori gestiscano completamente la tua mente. Ecco le 8 emozioni che devi imparare a gestire:

1. Incertezza

Quando il tempo passa …
cresce l’insicurezza di non sapere quando la ricerca di lavoro si concluderà.
Quando ne verrai fuori.
Quando troverai (finalmente) un nuovo lavoro.

Ti senti perso,
non sai dove sbattere la testa.
Domande, incognite, ipotesi affollano la tua mente sulle possibili azioni da intraprendere,
i pensieri vanno in tilt e per quanto ti sforzi,
sembra difficile trovare una soluzione praticabile.

Inizi a immaginare potenziali scenari sempre più negativi …
ti chiedi se vale la pena fare tanta fatica per niente e hai la tentazione di mollare tutto
beh, non farlo!

2. Frustrazione

Sensazione d’insignificanza che deriva (spesso) dalla mancanza di risposte alle numerose candidature.

Nel mio lavoro di coach a contatto con persone alla presa col reinserimento professionale,
osservo che quando le aziende rispondono (anche se negativamente) le persone avvertono – per lo meno – la sensazione di esistere.

La frustrazione è massima invece quando non succede niente.
Non una misera mail, una breve telefonata, uno straccio di lettera …
Niente di niente …

Il nulla assoluto che ti spinge a …
controllare la connessione internet del tuo PC e il postino (che forse) sta imbucando da un’altra parte la tua corrispondenza.

Se non ti è mai successo,
non puoi capire …

3. Rabbia

Man mano che realizzi quanto sta accadendo,
monta la tua rabbia verso con il capo, i titolari,
l’azienda, i colleghi traditori, la globalizzazione, le multinazionali,
il “Trump” di turno che ha generato tutto questo.
 


 

Se hai la possibilità di “buttare fuori”, puoi scaricarti e sfogarti,
altrimenti la rabbia continuerà a ribollire dentro di te.
Contro gli altri,
e contro te stesso.
Perché non sei capace di reagire.
Di tirarti-fuori.
Non sei stato capace.

La soluzione è canalizzare questa rabbia (che è pura energia – forza) verso le azioni necessarie per scuotere-e-risolvere la questione.

4. Gestione del rifiuto

Come coach posso affermare (senza possibilità di smentita) che se vuoi “allenare” la tua resilienza nella gestione dell’insuccesso, non devi fare altro … che essere disoccupato.

I continui rifiuti richiamano immediatamente l’idea di un giudizio negativo,
di una disapprovazione inappellabile nei nostri confronti, non essere all’altezza,
non piacere agli altri, avere qualcosa che non va.

Per quanto doloroso e sgradevole sia,
il rifiuto è parte integrante della vita.

Vale per me, per te, per tutti …
anche (e soprattutto) per le persone di maggior successo che hanno ricevuto tantissimi rifiuti e porte in faccia.

5. Tristezza

Vedere gli altri andare in vacanza,
invidiare amici e parenti che sono al mare a godersi la vita mentre tu stai continuando una ricerca che sembra senza fine.

In questo difficile percorso emotivo puoi provare momenti di abbattimento quando pensi a ciò che hai perso, alle aspettative svanite e agli errori commessi.
 

 

Questa sensazione di malinconia può portarti a perdere energia e voglia di fare,
ma anche a riflettere su te stesso,
sul tuo passato e sul tuo presente,
su quelli che sono i veri valori,
ciò che conta davvero nella tua vita (potrebbe essere un momento “magico” e irripetibile sotto diversi aspetti).

6. Imbarazzo

Se hai perso il lavoro,
e sei alla (disperata) ricerca ti sarà certamente successo di aver incrociato qualcuno che non vedevi da un po’ e di aver pensato “Azz! Proprio adesso …”.

La banalità della nostra epoca non ti fa sconti:
se incontri qualcuno che non vedi da un po’,
la domanda che ti farà sarà sempre la stessa “Cosa fai adesso?”

Imbarazzo.
Tanto imbarazzo.
Si va da una risposta finto-brillante, alla pura-menzogna o una mesta ammissione con un finale malinconico tipo “Così è la vita”.

Se ci sei passato e incontri qualcuno che non vedi da un po’ …
fa la cosa giusta … non chiedere niente!
Resta nel vago.
Altrimenti il suo imbarazzo diventerà il tuo imbarazzo.

7. Senso di ingiustizia

Man mano che realizzi quanto sta accadendo,
monta il tuo rancore verso il sistema.
Il mondo.

Ti senti defraudato, ingannato,
deluso, senti che non è giusto.
Ingiusto.

Purtroppo,
il senso di giustizia non è altro che un’idea astratta.
Un concetto assolutamente irreale che ha il potere di influenzare il tuo stato d’animo.

Non puoi basarti sulla presenza o meno di giustizia che vedi intorno a te.
Cerca di avere una visione più obiettiva e reale del mondo.

8. Gioia per la fine della ricerca di lavoro

Quando,
dopo una lunga attesa, finalmente arriva la chiamata,
il colloquio e l’assunzione … allora esplode la gioia!
Sì, ci hai creduto e ce l’hai fatta!
E’ stata dura ma ci sei riuscito!

Adesso che sei arrivato alla meta puoi guardare indietro e avvertirne il senso.
Il disagio di dover fare qualcosa che non ti è mai stato insegnato a scuola o semplicemente cui non eri preparato.

Non è stato affatto semplice la ricerca di lavoro, sei caduto e ti sei rialzato,
la tua frustrazione è stata messa a dura prova.
Le prove che ti hanno fatto così tanto patire ti hanno reso più forte.

Adesso,
puoi guardare avanti con fiducia e consapevolezza.

“Questa parte della mia vita,
questa piccola parte della mia vita si può chiamare Felicità!”

Chris Gardner – (Will Smith) – La ricerca della felicità

Desideri fare un salto di responsabilità al lavoro? Semplice, basta chiederlo

salto di responsabilità

Durante una sessione di personal coaching ho chiesto a una giovane marketing manager,
che lamentava il suo malcontento per una carriera che stentava a decollare,
se avesse mai espresso la sua aspirazione di crescita in azienda o al suo diretto superiore.

“No … si… È evidente che voglio crescere.
Basta guardarmi.
Arrivo prima, stacco dopo, sono sempre disponibile.
Ma com’è possibile che nessuno se ne renda?
Con tutto quello che faccio ogni santo giorno!“.

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Quando poi le ho chiesto se avesse avuto mai l’opportunità di poterne parlare, la risposta è stata: “Si, durante il colloquio annuale con il mio superiore diretto. Che cosa ho detto?
Niente, tutto a posto.
Grazie.”

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe facile:
“Vuoi più responsabilità? Basta chiederlo”.
Semplice, vero?

Peccato che la questione qui si complica,
si blocca, si arena.

Non dare per scontato che gli altri conoscano i tuoi bisogni

Non sono poche le persone mi contattano per “fare” coaching lamentando problemi (con tutto lo strascico di congetture e bruciori di stomaco) con il loro capo/a o con l’azienda” colpevoli (a loro avviso) di non aver riconosciuto e dato seguito alle loro ambizioni di crescita professionale.

Sicuramente questi professionisti (competenti ed efficienti)
non sono consapevoli di adottare atteggiamenti e comportamenti (che ritengono “assolutamente normali”) che risultano poco assertivi e poco rispettosi di se stessi.

Il punto debole è pretendere che siano gli altri a riconoscere i nostri bisogni e desideri,
senza dover dire una parola.
Così non funziona.

Non aspettarti che il capo/a, il titolare legga nella tua mente.
La lettura del pensiero non è ancora possibile.

Mai dare per scontato che gli altri conoscano ogni tuo bisogno o necessità.
Non pensare che gli altri intuiscano, intendano, percepiscano.
Mai dare nulla per scontato.
 


 

Se vuoi (davvero) qualcosa … esponiti

Se desideri un salto di responsabilità, dichiaralo.
Vuoi fare un salto di qualità? Mettiti in vista.

Se non lo fai tu,
qualcun altro lo farà al posto tuo.
Stanne certo.

Non aspettare che qualcun altro risolva o esprima i tuoi bisogni per te.
I tuoi desideri sono di tua responsabilità.

Se c’è qualcosa che desideri cambiare nella tua vita,
prendi provvedimenti.

Salto di responsabilità? Affronta anche le conseguenze

Se non sei felice,
tu sei responsabile per le conseguenze delle tue azioni.

Dichiarare le tue ambizioni professionali potrebbe portare anche a spiacevoli conseguenze:
magari il primo a esserne scontento è proprio il tuo superiore diretto (che ha paura di essere scavalcato).

Voler fare un salto di responsabilità,
esprimere le tue aspirazioni vuol dire assumersi (anche) le responsabilità di tali conseguenze,
qualunque cosa accada.

Affrontare le conseguenze è molto meglio che vivere una vita a metà,
compiacente e arrendevole.

 

10 potenti strategie per costruire una solida fiducia in te stesso – 2

fiducia in te

Leggi anche la parte 1.

6. “Abbraccia” i tuoi errori

La maggior parte di noi vive in una cultura lavorativa condizionata dalla paura di sbagliare, del fallimento,
peggiorata (in questi tempi di crisi) dal timore di perdere il posto di lavoro.

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Tuttavia, gli errori sono preziosi perché mostrano i tuoi limiti (dove devi formarti o informarti).
Fanno luce sulle debolezze (ma anche sui punti di forza).

Gli errori ti rendono “resistente”.
Un errore potrebbe essere il tuo insegnamento più prezioso.

Approfondisci con il post “Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita”

7. Esplora il “grigio”

“Sono fatta così.
Per me è bianco o nero!”

Ecco una frase che si sente spesso.
Per chi è “bianco o nero” non esistono compromessi, vie di mezzo, accordi… rappresentati dal grigio.

Viviamo in una società che ci insegna a scegliere tra giusto o sbagliato, amico o nemico, amore o odio,
bianco o nero.

L’apprendimento si sviluppa nel grigio, dove bianco e nero si “mescolano”.
L’apprendimento si crea esplorando le differenze.

 


 

Domani potresti ritenere sbagliato quello che oggi consideri giusto, in futuro potresti odiare cosa ami fare adesso, una persona che giudichi male in questo momento potrebbe col tempo sorprenderti positivamente.

Mantieni sempre una grande apertura mentale, evita scelte fisse e rigide,
e ricordati che nella vita tutto può cambiare.

8. Non prenderti troppo seriamente

L’autoironia è la capacità di sdrammatizzare,
saper ridere della nostra insicurezza e dei nostri errori.

Avere coscienza dei nostri limiti e della nostra fragilità e non sentirsi sopraffatti dalle imposizioni di una società che ci vuole sempre perfetti.

Sembra facile, ma in realtà usare l’ironia in certi frangenti è più facile a dirsi che a farsi.
Richiede molta umiltà e altrettanto coraggio.

Impara a rilassarti. Fai un bel respiro.
Cammina. Ridi.

9. Smettila di paragonarti agli altri

  • “Sono tutti migliori di me”
  • “Gli altri hanno qualcosa in più”

Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.

Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Dal confronto con gli altri se ne esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti, (non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità) ma perché ci si confronta con un’immagine ideale, quindi irraggiungibile.

 


 

Il confronto è sempre eccessivo.
Ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di valori.

10. Pensa alla fiducia in te stesso come a un muscolo

Un errore che molte persone fanno è pensare che la fiducia in se stessi sia qualcosa di innato,
se non nasci sicuro vuol dire che non lo sarai mai.

In realtà, la sicurezza, la fiducia è un “muscolo” che tutti noi abbiamo che, proprio come i muscoli del nostro corpo, possono crescere e rafforzarsi attraverso l’allenamento.

È proprio come nella preparazione di una maratona,
dove è necessario allenare i muscoli regolarmente.

Più li “usi”, più forte diventi.
Perché per la maratona della vita dovrebbe essere diverso?

10 potenti strategie per costruire una solida fiducia in te stesso – 1

fiducia in te stesso

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile, complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza mentale.
Di autostima.

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Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da messaggi (diretti o sublimali) che ci dicono
Non sei all’altezza!

Non mascherare la fiducia con la supponenza


Sentirci non abbastanza
è sufficiente per farci girare la testa, diventare esitanti e incerti,
perdere la fede nelle nostra capacità,
smarrire l’autostima.

Le persone insicure mascherano spesso le loro insicurezze con la sfrontatezza.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

È importante evitare di nascondere, celare, velare, ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta. Inattaccabile.

Ecco 10 potenti strategie per costruire una solida fiducia in te stesso:

1. “Abbraccia” l’incertezza

Vendite saltate all’ultimo istante, appuntamenti costantemente rimandati, previsioni saltate, un continuo e frustrante adattarsi a un Mercato sempre più caotico e imprevedibile.

È inutile … non puoi avere tutte le risposte!
Prendi le distanze dalle cose che non puoi controllare.
Non farlo, ti porterà solo ansia e frustrazione.

Non vedi che viviamo in tempi così complessi e incerti?

 


 

Per quanto tu possa organizzare e pianificare, ci saranno sempre imprevisti, appuntamenti cancellati, ritardi, emergenze e cambi di programma.

Non sprecare la tua energia per controllare situazioni che non dipendono da te.

Diventa più flessibile.
Organizzati la giornata e pianifica con metodo ma lascia uno spazio nella tua agenda per l’imprevisto.

2. Fai attenzione al modo in cui parli a te stesso

  • “Sapevo che avrei fallito”
  • “Non troverò mai più un lavoro”
  • “Prima o poi … sbaglierò di sicuro “
  • “Sono un incompetente, un perdente e non farò mai nulla di buono”

Cosa diresti a un caro amico che ti confidasse frasi del genere?

Il tuo monologo interiore, i tuoi pensieri influenzano notevolmente il modo in cui ti senti e ti comporti.

Se sei convinto di sbagliare o credi di fallire, per il solo fatto di crederlo ti comporti in modo tale che … la tua aspettativa si avvera.

Sostituisci i pensieri eccessivamente negativi con pensieri più realistici.

Non colpevolizzarti quando non sai. Impegnati a scoprire.
Non aspettare soluzioni magiche.

Prova. Riprova …
.. ancora una volta!

 


 

3. Presta attenzione al tuo corpo

Il nostro cervello è condizionato (inconsciamente) a equiparare il potere,
con la quantità di spazio che le persone occupano.

Una “buona” postura (prendere fisicamente la stanza, espandersi e occupare più spazio possibile) incute rispetto, forza. Potenza.

Se invece sei seduto in una posizione contratta e “ristretta” al minimo delle tue dimensioni,
occupi meno spazio e proietti meno forza,
sembrando insicuro o titubante.

4. Punta al miglior risultato possibile e non alla perfezione

Tutte le volte in cui vuoi essere perfetto, efficiente e “all’altezza” in modo da aumentare la tua autostima …
metti sulle spalle carichi emotivi molto pesanti e rischi di ottenere l’effetto esattamente opposto.

Anneghi in ansia da prestazione o nella fantasticheria che gli altri ti stiano giudicando male.
Con tanti saluti alla tua autostima.

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.

Rifiuta il perfezionismo (eccessivo) perseguendo l’eccellenza.
Concentrati sul miglior risultato possibile.

 
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5. Cambiamenti e turbolenze della vita sono “esercizi” per la tua fiducia

“Vivere non significa attendere che passi la tempesta,
ma imparare a danzare nella pioggia.”

Gandhi

Affronta i cambiamenti e le turbolenze della vita come un’opportunità di crescita e non come minacce da evitare a tutti i costi.

Transizioni e inquietudini fanno parte della nostra crescita personale.
Sono il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

Il disagio “porta” alla crescita. È così.
NO disagio = NO crescita.

Approfondisci con il mio post “Il disagio contribuisce alla tua crescita personale”

Continua a leggere la parte 2.

5 spunti per esprimere il disaccordo in una riunione (senza fare danni)

esprimere il disaccordo

“Non sono d’accordo.”

Tre parole.
Semplici.
Eppure capaci di irrigidire una stanza.

Questa frase mette spesso a disagio chi la ascolta.
E, diciamolo, anche chi la pronuncia.

E tu?
Come reagisci quando non sei d’accordo?
Ti prepari al confronto?
Temi il conflitto?

Nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025) ho dedicato un intero capitolo alle riunioni e a come esprimere il disaccordo in modo assertivo, senza bruciarsi credibilità o relazioni.

Sei in riunione con il team..

con il capo,
con il titolare.

È il momento di valutare una proposta.
Sei d’accordo… oppure no.

Ma qualcosa ti blocca.

Avresti voluto dire:

  • “No, così non funziona.”
  • “Non è la direzione giusta.”
  • “C’è un problema.”

E invece esci dalla sala senza aver detto nulla

Forse hai fatto bene a tacere.
Esprimere dissenso può essere delicato.

Come reagirà l’altro?
Si irrigidirà?
Se la legherà al dito?

E poi… nessuno vuole passare per l’arrogante saputello.

Essere troppo diretti può sembrare aggressivo.
Essere troppo morbidi può renderti invisibile.

Serve equilibrio.

Non tutti accettano il contraddittorio

“L’onesto disaccordo è spesso un buon segno di progresso.”

Gandhi

Oggi le persone sono più suscettibili.
Te ne sei accorto vero?

Basta poco per creare attrito.

Una parola fuori posto,
una correzione mal formulata,
e il rapporto professionale si incrina.

I leader davvero solidi, però,
vogliono il confronto.

Desiderano essere messi in discussione.
Cercano punti di vista diversi.

E il tuo capo?
Accoglie il dissenso o si irrigidisce alla prima obiezione?

Se è così…
non è solo un problema di carattere.
È un problema di comunicazione.

Come dire “non sono d’accordo” senza creare attrito?

Serve strategia.
E un pizzico di diplomazia.

1. Esprimi un disaccordo parziale

Inizia mostrando ascolto.

  • “Capisco quello che dici, ma…”
  • “Sono d’accordo fino a un certo punto, tuttavia…”
  • “Vedo il senso della proposta, però…”

Esempi:

  • “Capisco il punto di vista, tuttavia questi obiettivi non sono realistici.”
  • “Comprendo le motivazioni, però questo sistema non funziona con volumi bassi.”
  • “Sono d’accordo sull’importanza della formazione, ma se investiamo solo sui direttori rischiamo di scoprirci sui venditori.”

3. Ammorbidisci il dissenso

Piccoli segnali fanno una grande differenza.

  • “Mi dispiace, ma non sono d’accordo…”
  • “Sì, ma non credi che…?”

Esempi:

  • “Ok, ma non credi che così aumentiamo la pressione sul team?”
  • “Mi spiace non essere d’accordo, ma dovremmo rivedere la strategia di marketing.”
  • “Capisco la proposta, ma l’anno scorso non ha dato i risultati sperati.”

3. Usa il dubbio (non l’attacco)

Il dubbio apre il dialogo.

  • “Mi chiedo se…”
  • “Non sono sicuro che…”
  • “I dati indicano che…”

Esempi:

  • “Non ne sono così certo: i dati mostrano un trend diverso.”
  • “Non sono sicuro sia fattibile in questo momento.”
  • “Ho una lettura diversa: questo periodo dell’anno è storicamente poco adatto.”

4. Evita il linguaggio negativo diretto

Meglio evitare frasi come:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Così non funziona.”
  • “Non sono d’accordo.”

Sostituiscile con domande o osservazioni:

  • “È possibile che emergano delle difficoltà?”
  • “Ci sono rischi che dovremmo considerare?”
  • “Possiamo valutare un’alternativa?”

5. Cura il linguaggio non verbale per esprimere il disaccordo

Il corpo parla.
Sempre.

Quando vuoi esprimere il disaccordo:

  • evita smorfie, occhi al cielo, testa che oscilla
  • niente bisbigli o sguardi inquisitori

Il tuo obiettivo non è vincere.
È dimostrare affidabilità.

Un professionista che ascolta,
non attacca le persone,
lavora sulle soluzioni.

Vuoi rendere i tuoi interventi chiari, incisivi e memorabili?

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni”.

I grandi leader fanno così.

Quando sei in disaccordo, ricorda:
si affronta il problema, non la persona.

Imparare a dire “non sono d’accordo” senza creare attrito
è una competenza cruciale.

Detto questo, non sono ingenuo.

Puoi scegliere le parole giuste,
curare tono e linguaggio del corpo,
metterci tutta la diplomazia possibile.

Ma se dall’altra parte c’è una persona arrogante e inflessibile,
il problema non è come esprimere il disaccordo.

È con chi stai parlando.

In certi casi, la vera autorevolezza non è insistere,
ma capire quando fermarsi e proteggere il tuo spazio.

10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?” – 2

parli di lei

Leggi anche i primi 4 punti.

5. Elencare semplicemente una lista delle tue qualità

Se utilizzi la presentazione per decantare le tue lodi e magnificare le tue qualità d’impiegato o manager rischi di annoiare il tuo interlocutore.

Evita di trasformare questa presentazione in una lista (semplicista e scontata) delle tue qualità.
“Sono puntuale, flessibile, organizzato, competente, professionale …”
Ah si? Bravo, ma chi non lo è?

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Non esagerare, ma non sottovalutarti nemmeno;
sii specifico e concreto,
quanto più possibile,
è il modo migliore per centrare l’obiettivo!

Inoltre,
non cercare di “venderti” durante la presentazione,
(è troppo presto)
perché così facendo sarai percepito come una persona che mira esclusivamente al posto di lavoro ed è più concentrata sui propri bisogni piuttosto che su quelli dell’azienda.

6. Essere “troppo” modesto

Non sono pochi i professionisti (di ogni età e settore) che, nonostante indubbie preparazioni e capacità, odiano dover parlare di loro stessi, sono umili e vaghi,
non sono a loro agio nel “vendersi” e non riescono a comunicare chiaramente la loro preparazione.

Così sembrano essere le persone meno competenti del mondo.
E non lo sono.
Che peccato!

Se ti prepari,
puoi trovare un modo per presentarti al meglio pur rimanendo fedele alla tua personalità.

Ricordiamoci che parlare di te stesso, dei tuoi successi e delle tue realizzazioni, non è boria,
arroganza o presunzione.

Quando parli di un risultato, parli di un dato di fatto.
Quando parli di come hai risolto un problema, hai imparato una nuova abilità
o collaborato con il team, stai parlando di fatti concreti.

Non aver paura di parlare dei risultati che hai raggiunto.

7. Mentire quando ti chiedono Mi parli di lei

A molte persone piace – in un colloquio di lavoro – mentire, esagerare o gonfiare quel che raccontano mentre descrivono le proprie abilità e competenze.

 

 

È un grosso rischio.
Se il datore di lavoro scoprirà che hai mentito,
le conseguenze saranno inevitabili!

8. “Bene, che cosa vuol sapere?”

O peggio
“Vuol sapere della mia esperienza di lavoro, della mia formazione, che tipo d’informazione stai cercando?”
Complimenti. Sei partito malissimo!

Perché una risposta come questa dice a un intervistatore che sei impreparato per una domanda non strutturata.

Mi parli di lei … può essere interpretato in molti modi diversi;
tuttavia,chiedere troppi chiarimenti ti fa solo apparire esitante e confuso.

9. Lamentarsi dell’ex capo o datore di lavoro

“Lingua lunga – carriera corta”.
Žarko Petan

Non vedi l’ora di sfogarti contro il tuo ex capo o datore di lavoro con sorrisini e frasi sarcastiche?

Le esperienze negative, i torti, le ingiustizie, le sopraffazioni del passato ti possono rendere rancoroso e suscettibile.
È normale e anche comprensibile.

In fase di colloquio di lavoro, essere astioso e pieno di risentimento verso il tuo precedente datore di lavoro non piace alla persona che ti sta intervistando,
poiché denota insofferenza e potenziale insubordinazione.

In generale, ogni tipo di lamentela (per quanto giustificata possa essere) va accuratamente evitata.

 


 

Meglio armarsi di sorriso,
positività e convinzione e abbandonare ogni traccia di rancore, risentimento o diffidenza.

Se vuoi approfondire leggi il mio post Parlare male del ex datore di lavoro è da rosso diretto

10. Parlare di stipendio e mutuo da pagare

Fai attenzione a cosa dici (quando rispondi a mi parli di lei) riguardo queste categorie.
Se sei interessato al lavoro solo per motivi di soldi o perché è vicino a casa – e lo ammetti senza problemi –
darai l’impressione di non voler aiutare l’azienda ad avere successo.

Sappiamo bene tutti che non si vive di sola aria.
Stipendio, vacanze, orario flessibile o altri benefici sono importanti.
Altro che.

Parlare di vil-denaro però il più delle volte può trasmettere un messaggio sbagliato (soprattutto in fase di introduzione) perché denota un maggiore interesse per la retribuzione rispetto al compito e alla mansione.

Ecco 10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?”.
Come comportarsi allora in modo efficace? Approfondisci cliccando qui.

10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?” – 1

parli di lei

“Ho letto il suo CV, potrebbe dirmi qualcosa di più su di lei?”
“Come la descrivono i suoi amici?”

“Mi parli di lei”
La più semplice delle domande.

È una delle domande più comuni;
è (quasi) garantito che la sentirai,
indipendentemente dal settore,
tipo di lavoro e livello di esperienza.

“Mi parli di lei” … la domanda più facile?

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Parlare di te dovrebbe essere la cosa più facile da fare, vero?
Eppure siamo in tanti ad arrivare impreparati, impacciati,
non all’altezza.

Per l’intervistatore (invece) è il modo più semplice per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione,
mettere alla prova la tua “preparazione” mentale, costringerti a uscire dalla zona di comfort
e farti sentire (un po’) a disagio.

Grazie a questa domanda non strutturata l’intervistatore può iniziare a misurare la tua capacità di affrontare situazioni strane e inaspettate.
Non male per una domanda così innocua (all’apparenza)!

Ecco 10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?”:

1. Non andare oltre le 2-3 frasi

Pur sapendo che questa è una domanda comune,
molti intervistati rimangono spiazzati e non riescono ad andare oltre a poche frasi di rito e per di più scontate e prevedibili.
Banalissime.

Il tuo nome, le scuole in cui hai studiato, la professione che hai svolto,
il tutto intercalato da “Uhm … uhm …” che indicano una scomoda verità …
sulla tua preparazione.

2. Raccontare della famiglia, invece di te stesso

“Mio padre è …, mia madre è …, ho una sorella che studia a Parigi …. Amo le passeggiate in montagna. Mi piace dipingere con l’acquarello …“.

Anche se potrebbe essere il modo più semplice per rispondere a questa domanda.
l’errore più comune che puoi fare è parlare troppo della tua famiglia,
della tua vita personale e dei tuoi hobby.

Non è un tuo primo appuntamento.
Il tuo intervistatore non vuole sapere se ti piace l’Aperol spritz,
il parapendio o camminare a piedi nudi sulla spiaggia.
 


 

In un colloquio di lavoro,
devi concentrarti su chi sei come professionista (a meno che un fatto personale non sia in qualche modo correlato con il posto di lavoro a cui ambisci).

3. Ripetere paro-paro il CV

Molti candidati (senza accorgersene) rispondono a questa domanda partendo con uno scontato “Come si vede dal mio curriculum …” e continuano con una monotona recita passo-passo del loro CV.

Mi parli di leinon è un invito a elencare semplicemente le tue esperienze passate che sono già elencate nel tuo dossier.
Chi ti sta selezionando le ha già viste,
annotate ed evidenziate.
Non serve ripeterle.

4. Esitare, divagare o andare troppo indietro negli anni

Se esiti durante il colloquio comunichi al tuo intervistatore di essere impreparato.
Una risposta prolissa, troppo lunga,
può dare (invece) l’impressione che tu sia insicuro e poco concentrato e rischia di danneggiare le probabilità di ottenere il lavoro.

Non lanciarti nella recita del tuo curriculum partendo dall’inizio … della tua vita!
È noioso, potrai confondere il tuo intervistatore con un sovraccarico d’informazioni, e, quando arrivi finalmente al punto,
il tuo intervistatore potrebbe pensare al suo pranzo.

Piuttosto, sii breve.
Conciso.
Massimo (ma proprio massimo) 2 minuti.
 

Leggi anche gli altri 6 punti.

I risultati al lavoro non arrivano? Concediti il diritto di “sentirti giù”

risultati al lavoro

I clienti sono sempre più imprevedibili.
Le mode vanno e vengono.
Le previsioni di acquisto saltano regolarmente.
caotico e irrazionale questo Mercato del lavoro?

Pianificare, analizzare, organizzare, verificare ci dà l’illusione di avere il pieno controllo degli eventi e ci convince che tutto andrà secondo i nostri piani.
Ma quando qualcosa va storto iniziamo a preoccuparci, avvertiamo ansia e tensione,
ci sentiamo stressati e frustrati perché gli eventi sono fuori dal nostro controllo.

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Dormiamo poco e male, ci sentiamo stanchi e stressati.
Con fiumi di caffè cerchiamo di smuovere quel nodo alla gola,
che non va nè giù nè su.

Alcuni periodi sono semplicemente peggiori di altri

Alcuni giorni sono semplicemente peggiori di altri.
Non ci sentiamo “abbastanza”.
Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.
Ci sentiamo piccoli, “non abbastanza”.
Poca cosa.

Sai di cosa sto parlando.
Chiunque ha attraverso momenti in cui si sente inadeguato al lavoro.

Spesso, siamo molto perfezionisti, severi e petulanti
nei confronti di noi stessi.
Siamo i nostri peggiori critici e le nostre valutazioni sono molto lontane dalla realtà.

Poi ti guardi in giro e ti accorgi che nell’attuale mondo del Lavoro,
ci sono tante persone che sopravvalutano le loro competenze (e pensano di essere competenti, brillanti e meritevoli) e altrettante che sono molto valide ma che si reputano poco competenti.
Molto probabilmente oggi la vedi troppo nera rispetto a quello che è.
Non essere troppo critico con te stesso.
Stai facendo il meglio che puoi!
Meglio smettere di valutarti da-solo e concentrati (solo) su come migliorare te stesso.
 


 

Risultati al lavoro non all’altezza?
Un breve momento di sconforto non è sintomo di debolezza

Concediti il diritto di “sentirti giù”.

Un naturale (e breve) momento di sconforto non è segnale di debolezza.
Anzi.
Non ascoltare chi ti sprona con banalità tipo “Ma dai, che cosa vuoi che sia …”, “Ma che te frega …” oppure ti pressa chiedendoti una pronta reazione,
una risposta immediata.

Non fingere serenità e produttività,
non diventare iperattivo per “non sentire” la sofferenza,
smettila di parlarne con tutti o di chiedere supporto a persone non adeguate.

Non forzare il “tempo di recupero”

Non sentirti in dovere di cacciar l’inadeguatezza il più in fretta possibile.
Dai tempo.
Prenditi tempo.
Il tempo per “consolarsi e rimarginare” la ferita di un momento di scoramento è quello speso meglio.
È la chiave di accesso a una ripresa piena e autentica della tua vita personale.

Quando senti che stai per mollare o non ce la fai più … fai ancora un piccolo sforzo per rimanere positivo, paziente e stabile.
Le persone più forti sono quelle che non si arrendono mai.
Non mollare.
Ce la farai.
Anche questa volta.

Leggi questo post se vuoi approfondire un momento in cui non ti “senti abbastanza” leader.
 

14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership – 2

avere la leadership

Leggi anche la parte 1.

7. Sii sincero e diretto

Se non sei diretto, se non dai feedback onesti,
i tuoi collaboratori non sapranno mai cosa veramente pensi della qualità del loro lavoro.

La mancanza di una comunicazione diretta e poco incisiva crea dubbi, incertezza e ansia.
Paura.

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È importante condividere feedback costruttivi su tutto ciò che ogni tuo collaboratore fa.
È il modo migliore per guidare il tuo team nella giusta direzione.

Le indicazioni positive sono importanti quanto quelle negative.
Trova il giusto equilibrio.

8. Rispetta – non punire – le persone che ti dicono qualcosa che non ti piace

In tempi antichi,
i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

Anche se i tempi sono cambiati,
resta il fatto che ancora oggi dichiarare una verità,
esprimere la propria disapprovazione in tanti ambienti lavorativi è sinonimo di biasimo e di condanna.

Invece il “portatore di verità”, può essere (se gestito bene) una risorsa che può dare una nuova visione, una nuova apertura, una nuova soluzione.
Tanto inaspettata quanto risolutrice.

Chi ti dice qualcosa che non ti piace,
merita tutto il tuo rispetto.

9. Conquista i leader del tuo team

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho sottolineato come ogni team ha persone che lo influenzano (al loro interno).

Sono i leader all’interno del tuo team.

Fai del tuo meglio per “tirarli dalla tua parte”.
Devono diventare tuoi (preziosi) alleati non tuoi antagonisti.
Come puoi conquistarli?

 


 

Non essere spaventato.
Se lo sei, vuol dire che sei ancora (troppo) insicuro e devi lavorare sulla tua leadership.
Un grande leader non teme la concorrenza ed evita la competizione interna.

10. Non pensare “A me non succederà mai”

“Mai” è un avverbio che dovresti togliere dal tuo vocabolario.
Eccessiva fiducia in sé. Troppa convinzione.
Poca prudenza.

Lo sai che sono caduti in tanti?
Sono caduti (anche) i migliori.
Perché non dovrebbe accadere a te?

Continua a imparare e non dare mai niente per scontato.

11. Sii gentile. Non essere debole

“È il nostro segreto:
garbo e gentilezza!”
John Milton : L’avvocato del diavolo

La gente di solito non associa la gentilezza alla forza.

Essere gentile non significa essere un avversario facile,
uno zerbino, una persona che è facile ferire, manipolare, controllare,
prendere per il naso.

Trattare gli altri con gentilezza, significa utilizzare questa “forza” per aiutare gli altri.

 


 

Essere educato significa lavorare duramente per governare l’ego,
invece di permettere all’ego di dominare te.

La cortesia, il rispetto sono muscoli da rafforzare,
nutrire. Ci vuole lavoro, pazienza e disciplina.

È molto più facile sbraitare.
Essere arrogante.

12. I tuoi collaboratori spesso ne sanno più di te

Pensi che chiedere un parere o un consiglio sia un segnale di debolezza?
Pur di non chiedere aiuto decidi di fare tutto da solo, senza consultare nessuno?

Spesso, i tuoi collaboratori ne sanno più di te.
Davvero.

Conoscono ciò che funziona e ciò che non lo fa, hanno visto (e risolto) quasi ogni possibile problema,
conoscono (per esempio) i clienti meglio di chiunque altro.

È davvero un peccato e un’ingenuità manageriale non attingere a questo “mare” di risorse e informazioni.

Non ritenerti così intelligente!

Se sei il più vecchio, impara da quelli più giovani.
Se sei più giovane, “apriti” a quelli più anziani di te.

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

13. Impara ad ascoltare

Imparare ad ascoltare è il primo passo per avere una comunicazione davvero efficace.

Se non ascolti, come puoi pretendere di farti ascoltare e di comunicare efficacemente con il tuo team?

Ascoltare significa fare silenzio interiormente.
Ascoltare vuol dire placare il tuo chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che l’altro sta dicendo.

Avere la leadership significa prima capire e poi offrire un consiglio o una soluzione.

Ascoltare è la capacità di entrare in empatia per capire il messaggio nel suo giusto contesto,
dimostrando sincero interesse per gli altri.

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

14. La persona più difficile da gestire … sei tu

Mi chiedo …
quanto sei consapevole di questo?

Hai coscienza di essere TU al centro di tutte le tue complicazioni, frustrazioni e fallimenti che incontrerai come leader?

La tua crescita professionale inizia con la consapevolezza che prima di gestire gli altri devi saper gestire te stesso.

Conosci i tuoi punti di forza e di debolezza?
Sai gestire i tuoi modi di fare? I tuoi atteggiamenti? Le frustrazioni?
Le reazioni degli altri?

Conosci quello che-funziona e che-non-funziona per te?
Non sai cosa rispondere?
Trova subito le risposte.

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
… altrimenti andrai a “rimpolpare” la statistica dei fallimenti da leadership.

14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership – 1

Leadership

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” una cosa è essere un membro del team, un’altra è condurre e guidare le persone del team.

I giovani team leader sono spesso impreparati ad affrontare la gestione di un gruppo,
molto spesso ignorano o reagiscono male di fronte ai problemi che incontrano.

Con eccessiva rigidità o poca sicurezza.

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Troppe aziende non sono impostate per sostenere i loro responsabili.
Soprattutto quelli giovani.

Troppo spesso,
l’unica cosa che dicono è … che hanno fallito.

Dubbi sulla tua leadership?
Troppi pensieri, tante fantasie, pochi fatti

Che cosa vorresti che ti dicessi?
Per favore … non mi dire che cosa speri di fare.
Dimmi quello che farai.

Comincia da questi 14 mantra per focalizzare al massimo i tuoi pensieri.

Il mantra è una formula sacra che viene ripetuta come una sorta di preghiera.

Come una scialuppa di salvataggio in mezzo alle onde,
il mantra ci permette di indirizzare la mente verso un porto sicuro,
attraversando le tempeste con le quali la vita ci travolge.

È lo strumento che ci aiuta ad attraversare il mare (spesso agitato) della nostra mente.
Quando la mente vaga senza meta,
il mantra la riporta sulla giusta strada.

Inizia da questi 14 mantra per ritrovare fede e forza nella tua leadership:

 


 

1. È demoralizzante non essere riconosciuti

Soprattutto quando stai facendo del tuo meglio.

Porgere complimenti e riconoscimenti potenzianti ai propri dipendenti o collaboratori,
per il lavoro fatto e i risultati ottenuti,
è una competenza fondamentale per un team leader.

Vai oltre i numeri e il budget e dedicati anche (o soprattutto)
alla crescita motivazionale del tuo staff attraverso l’apprezzamento e il riconoscimento.

La capacità di dare un apprezzamento potenziante quindi è una caratteristica assolutamente necessaria soprattutto nel mercato di oggi, dove i pochi successi, conquistati con fatica e impegno,
devono essere riconosciuti e apprezzati.

Per approfondire leggi il mio post “Come porgere riconoscimenti potenzianti ai collaboratori

2. Non pensare che le cose andranno bene solo per il semplice fatto che stai lavorando tanto

Non aspettare soluzioni magiche. Prova qualcosa di nuovo.
Valuta. Adattati.
Riprova.

Sii positivo. Resta aperto.
“Pratica” ottimismo e trasparenza.

 


 

Lavorare troppo è probabilmente il più grande segno distintivo d’incompetenza.

Il manager impreparato non è in grado di gestire se stesso,
non riesce a massimizzare il rendimento giornaliero sulla base dell’energia e dello sforzo mentale che mette in campo.

3. Senza il tuo team … tu sei insignificante

Le persone del tuo team sono il tuo patrimonio.

Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso del tuo lavoro, della tua azienda, della tua attività. Da solo non vai da nessuna parte!

Hai bisogno dei tuoi collaboratori,
più di quanto loro abbiano bisogno di te.

Se il “team è la chiave del successo” è facile dedurre che
“NO team = NO successo”.

4. Il rispetto va guadagnato sul campo

Non puoi ottenere il rispetto del team semplicemente perché hai “studiato”,
sei il “capo” o hai l’ufficio più grande.
Non funziona così.

 
COLLOQUIO DI SUCCESSO scopri il tuo percorso di coaching ideale
 

Tutti desideriamo rispetto,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come ottenerlo.

Devi essere meritevole di rispetto e lealtà.
Se rispetti i tuoi collaboratori, rispetti i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno.

Spesso ci comportiamo male e senza riguardo senza rendercene conto,
anche in buona fede, per mancanza di tempo, per lo stress, per incomprensione, per superficialità, per ignoranza (nel senso di non conoscenza).

Il tuo atteggiamento ispira tutto il personale.
Il tuo team smette di dare il meglio quando ti vede manipolare numeri,
dati e informazioni per il tuo vantaggio personale.

5. Se avverti il bisogno di sentirti superiore significa che non lo sei

Pochi hanno realmente capito cos’è in realtà la fiducia in se stessi.

Spesso, ci comportiamo con arroganza semplicemente perché siamo insicuri e pieni di paura.

Per controbilanciare, ricopriamo e mascheriamo la nostra vulnerabilità con atteggiamenti di superiorità e di presunzione.

Fiducia e arroganza sono mondi a parte.

 


 

Mostrarsi strafottenti non vuol dire essere sicuri di sé.
Avere leadership.

6. Non basta dire “Buon lavoro”

Non basta assegnare il lavoro. Consegnare direttive.
Distribuire mansioni.

Devi anche partecipare. Prenderne parte.
Esserne parte.
Devi scendere dal tuo piedistallo.

Essere al fianco del tuo team.
Metti giù la testa, lavora, sporcati le mani … insieme al tuo team.

Ecco la leadership!
Vedrai la differenza!

Continua a leggere la parte 2.

Troppa sicurezza e spavalderia può mettere in pericolo la tua carriera

carriera

Non sono poche le persone che si sentono le più capaci e competenti dell’azienda,
che si sorprendono quando non vedono riconosciute le loro grandi capacità,
che sono convinte che la loro personalità sia superiore e che le loro intuizioni siano più brillanti di quelle degli altri.

Sono ancora di più le persone che pensano di essere più intelligenti e capaci …
del loro capo.

Molte persone sono (in effetti) intelligenti e smart,
capaci e competenti,
molto spesso purtroppo hanno già tutte le risposte,
non ascoltano e non ammettono mai di aver sbagliato.
Basta chiedere loro qualcosa e ti illuminano con la “luce del sapere”.

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Avere tanta fiducia in sé non è del tutto un male.
La sicurezza è una qualità necessaria.

Una buona dose di autostima è fondamentale per affrontare le sfide, far carriera,
superare gli ostacoli ed emergere in questo mondo sempre più competitivo.

Esiste il lato oscuro dell’eccessiva fiducia in sé

“Troppe persone sopravvalutano ciò che non sono e sottovalutano ciò che sono.”
Malcolm Forbes

Tutti amano e ammirano una persona sicura di sé.
Chi non è conquistato dal leader che entra a grandi passi nella stanza,
cattura l’attenzione con la sua sola presenza
e prende il controllo della situazione?

Tuttavia,
c’è il lato oscuro dell’eccessiva fiducia in sé.

Troppa fiducia può accrescere esageratamente l’ego
e può diventare boria,
presunzione, supponenza.
Spacconeria.

L’eccesso di ego è il motivo principale per il quale i leader falliscono.

Non sono poche le persone brillanti e capaci che mi contattano perché lamentano una carriera poco soddisfacente a causa di comportamenti sproporzionati che hanno pregiudicato il rapporto con il capo, il team, i colleghi oppure
che non si sono più riprese da “trombate” che hanno creato dubbi e perplessità sulle proprie (reali) capacità.

 


 

Essere intelligenti e capaci non sempre significa avere una carriera appagante

Luciano credeva di essere un grande broker.
Si è lanciato in investimenti molto remunerativi ma troppo rischiosi.
Dice che si sentiva troppo sicuro di sé e che si era sbagliato circa le sue reali capacità di analisi e il suo intuito.
Troppa foga e uno smisurato eccesso di sicurezza.

Sandra era convinta che la direzione presa con la sua start-up fosse quella giusta.
Ha mostrato una fiducia sproporzionata nelle sue intuizioni,
nella sua determinazione, nella sua ostinazione …
che (con il tempo) si è trasformata in testardaggine.
Cocciutaggine.

Rifiutava di chiedere indicazioni, consigli,
non ascoltava gli appelli alla prudenza del partner,
non era in grado di leggere i segnali di pericolo che trovava lungo la strada.

Ivan era convinto di essere prezioso per il suo datore di lavoro più di qualsiasi altro collega.
Ha dimostrato il suo eccesso di fiducia in sé arrivando spesso in ritardo al lavoro e con atteggiamenti di sufficienza (verso tutto il suo personale)
perché pensava che non sarebbe mai stato licenziato dal suo ruolo di responsabile amministrativo.
Invece …
(non ha ricevuto nessuna telefonata da parte degli ex colleghi).

Roberto pensava di essere molto brillante e competente (probabilmente lo è anche) .
È un leader fiducioso capace di massimizzare i suoi punti di forza,
riducendo al minimo le sue debolezze.
In teoria è un team leader ma in pratica è solo un leader (senza team).
Perché per lui il team non esiste.
È completamente ego-centrato.

Quando gli ho chiesto come si rapportava con il suo (ex) staff o se era motivante nel comportamento e nelle parole …
con aria stupita (di chi sente per la prima volta questo tipo di domanda) mi ha risposto “In che senso?”.
Se vuoi approfondire.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Consapevolizza i tuoi limiti

Quando sei intelligente e capace è facile pensare di essere “al centro del mondo” e che gli altri siano solo un supporto o, peggio,
una scocciatura.

Invece la realtà è che i rapporti professionali contano,
eccome!
Le persone con cui lavori (i tuoi colleghi o il tuo team) sono la chiave del tuo successo.

Non essere concentrato solo sulla tua carriera e sul tuo successo personale.

Prima di intraprendere qualsiasi azione sul posto di lavoro,
chiediti quale sarà il beneficio per tutto il team (non solo per te stesso).

“Ammettere” i propri limiti è accettare di non essere perfetti,
di non avere tutte le competenze.
Questo è il primo passo verso il successo.

Leggi anche questo post sui pericoli per la tua carriera quando ti senti troppo sicuro di te stesso!

Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader

un collaboratore difficile
Ancora.

È successo ancora.

Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team.
E, di conseguenza, anche a te.

Richieste.
Pretese.
Atteggiamenti.

Il malcontento si diffonde.
Diventa distrazione.
Disattenzione.
Tensione.

E ora rischia di trasformarsi in conflitto aperto

Eppure, è un buon collaboratore.

Competente.
Produttivo.
Professionale.

Anche se non avete un grande feeling, ha sempre fatto il suo lavoro.

Perderlo non sarebbe strategico.
Ma nemmeno ignorare la situazione lo è.

Gestire un collaboratore difficile: serve autorevolezza, non forza

Sei il leader del tuo team.

E questa è una delle parti più difficili del tuo ruolo:

trasmettere fiducia…
ma anche autorevolezza.

Comprensione…
ma anche disciplina.

Come ho scritto nel mio libro
Autorevolezza”,
un collaboratore difficile non è solo un tuo problema.

È un problema del team.

E più aspetti, più cresce.

La prima decisione: che leader vuoi essere?

Puoi ignorare la situazione.
Sperando che si risolva da sola.

Puoi intervenire con durezza.
Fare un cazziatone.
Dare un ultimatum.

Oppure puoi scegliere la strada più difficile.

E anche la più efficace.

Affrontare la situazione con
lucidità,
presenza,
autorevolezza.

Perché la vera differenza non la farà ciò che dirai.
Ma come ti relazionerai.

Prima di agire: capisci cosa sta succedendo. Davvero

Le persone cambiano comportamento per molte ragioni:

  • stress
  • frustrazione
  • mancanza di riconoscimento
  • incomprensioni
  • insicurezza

O, a volte, arroganza.

Ma non puoi gestire ciò che non comprendi.

Il modo più efficace per capire cosa succede è sorprendentemente semplice:

chiedere.

Non supporre.
Non interpretare.

Chiedi.
E poi … ascolta. Davvero.

Scegli il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”

Jean Rostand

Quando le emozioni sono forti, la conversazione diventa scontro.

E le parole, una volta dette, non tornano indietro.

Aspetta che la tensione si abbassi.

E quando parlerai,
porta calma.
Non reattività.

Parla a quattr’occhi.
Sempre.

Mai davanti ad altri.
Mai in pubblico.

Il confronto richiede sicurezza psicologica.

Prenditi qualche minuto prima dell’incontro.

Respira.
Rallenta.
Sciogli la tensione.

Le discussioni difficili, se gestite bene, aumentano la tua credibilità.

Esci dal tuo ufficio

Il tuo ufficio è il tuo territorio.

E può intimidire.

Vai a prendere un caffè.
Esci a pranzo.

Un ambiente neutro abbassa le difese.
E apre il dialogo.

Vai con un obiettivo preciso: ascoltare davvero

Non per rispondere.
Ma per capire.

Quando una persona si sente ascoltata davvero, cambia.

Si apre.
Si rilassa.
Fida.

E tu potresti vedere ciò che “prima non vedevi”.

Forse scoprirai che:

  • qualcosa che ritenevi una buona decisione ha creato difficoltà
  • la persona non si sente valorizzata
  • ci sono dinamiche nel team che ignoravi

Ascoltare è un atto di leadership.
Non di debolezza.

Costruisci un dialogo, non un interrogatorio

Non iniziare con accuse.
Non iniziare con giudizi.

Inizia con interesse.

Parla anche di te.
Della tua visione.
Del valore che dai al team.

Poi chiedi:

“Come stai vivendo questo momento?”

“Cosa ti sta creando difficoltà?”

“In cosa posso aiutarti?”

E ascolta.

Applica la regola del 70/30.

70% ascolto.
30% parola.

Se parli troppo, stai imponendo

Hai un collaboratore che ti fa perdere energia,
tempo,
serenità?

In due sessioni di coaching mirato mettiamo le basi per gestire il rapporto con più lucidità, equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

La verità che molti leader evitano

Non puoi gestire un collaboratore difficile restando distante.

Sperando che il tempo risolva tutto.

A volte accade.
Spessissimo no.

La leadership richiede presenza.

Richiede il coraggio di entrare nella relazione.

Un vero leader non evita le conversazioni difficili

Le trasforma in punti di svolta.

Per il collaboratore.
Per il team.

E per sé stesso.

Un caso pratico di coaching: motivazione dei collaboratori

caso pratico di coaching

“Se non dici cosa fare, non fanno niente.”
“Non sono propositivi.”
“Seguono il carro.”
“Motivazione? Entusiasmo? Più facile vincere le olimpiadi”
“Cosa mi aspetto dal coaching? Vorrei vederli più motivati, entusiasti, sono bravini però che facce lunghe …”.

Ecco cosa mi ha risposto Sonia quando le ho chiesto di parlarmi del suo team e delle aspettative nel confronto del coaching.

Ma poi quando le ho chiesto come creava entusiasmo nel suo staff o se lei era motivante nel comportamento e nelle parole …
con aria stupita (di chi sente per la prima volta questo tipo di domanda) mi ha risposto
“In che senso?”.

Un caso pratico di coaching: motivazione del team

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Ecco da dove siamo partiti.

Un percorso di coaching “puro” (pacchetto di base da 6 sessioni) è stato utilizzato per consapevolizzare Sonia del suo ruolo d’imprenditrice (possiede tre saloni di bellezza ben avviati e di successo),
leader e di “trascinatrice” e renderla cosciente che la motivazione non “zampilla spontaneamente” dai suoi collaboratori e non si può nemmeno delegare a un corso,
un formatore o a un coach.

Frequentare un corso motivazionale (a prescindere dalla bravura e la competenza del coach),
non basterà a far diventare la persona,
un bravo motivatore se non prende prima coscienza che deve “scendere in campo” in prima persona.
Ci deve “mettere del suo”.

Sonia adesso ha consapevolizzato che la motivazione del suo personale passa inevitabilmente da lei.
È lei quella che per prima deve motivarsi, entusiasmarsi,
ispirarsi e dopo (solo-dopo) la può pretendere dai suoi dipendenti.

In tema di motivazione non si può essere spettatori

Dopo le prime “resistenze” e riluttanze,
Sonia ha riconosciuto che in tema di motivazione è stata passiva,
“spettatrice” a volte anche indolente (tanto da ammettere che durante un mio corso in uno dei suoi centri -pur essendo presente – non ascoltava pensando che il tema motivazionale fosse di solo appannaggio del suo personale).

Ha anche riconosciuto di non avere alcuna idea sul come motivare i suoi dipendenti e di essersi (fino a quel momento) affidata solo a riconoscimenti economici.

Grazie agli ottimi risultati riportati abbiamo continuato con un altro percorso di coaching di 4 sessioni più “tecnico” focalizzato sulla capacità di dare feedback potenzianti e non critiche demotivanti, condividere le responsabilità e i compiti.
 


 

L’accento è stato messo sul fatto che quando un responsabile, un manager o un titolare di azienda (piccola o grande che sia) condivide le responsabilità,
i compiti e le informazioni crea un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto gradito a tutti i suoi collaboratori o dipendenti (siano 2 o 200, poco importa).

Un percorso di coaching? Nessuna teoria, solo pratica

Ci siamo concentrati proprio su quest’aspetto con compiti ed esercizi pratici.
Nessuna teoria.
Solo pratica.
Sonia doveva… prepararsi, (letteralmente scrivere) prima di andare da un collaboratore e dare il suo feedback.
Abbiamo creato un calendario (dove a rotazione) incontrava (anche per pochi minuti) uno-a-uno ogni singolo componente del suo staff per riconoscerlo, complimentarsi, coinvolgerlo e incoraggiarlo a contribuire con nuove idee.

Inoltre a casa doveva esercitarsi su alcuni particolari esercizi di autocoaching,
utili per la sua auto motivazione.

La riuscita di questo 2° percorso è stato possibile solo grazie alla “nuova “ consapevolezza di Sonia.

I risultati sono stati davvero ottimi.
Adesso Sonia ha preso “in mano” la motivazione del suo team,
è consapevole della sua leadership, si sente più sicura e fiduciosa.
Soprattutto si sente davvero motivatrice.
E i risultati (sentendo lei) si vedono.
Eccome!

Incontro Sonia una volta il mese dove si confronta con me su situazioni particolari che li succedono e trova velocemente le sue risposte strategiche. “Conoscendo entrambi il coaching” ci mettiamo veramente poco ad arrivare al nocciolo della questione.

 

10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte)

cattive notizie

In tempi antichi,
i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

I tempi sono cambiati.
Ma una cosa no.

A nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie
è uno dei compiti più difficili per un team leader.

Dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire
non è mai semplice.

Cali di performance.
Profitti in diminuzione.
Progetti rimandati o cancellati.

Per non parlare di chiusure di reparto,
tagli a salari e benefit
o persone licenziate.

Inoltre, c’è la preoccupazione per la reazione

Della singola persona.
Del team.
Della produttività.

Purtroppo molti team leader
non sanno come gestire questo tipo di comunicazione
e (spesso) rovinano tutto.

L’intenzione è buona.
Il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie in modo professionale.

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia
in modo incompleto o frammentario.

Non fa bene a nessuno.
E ti fa perdere il controllo della situazione.

Assicurati di avere tutte le risposte.

Altrimenti rischi di creare stress inutile
e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Una cattiva notizia
non dovrebbe mai essere una sorpresa.

Se le persone restano spiazzate,
non stai onorando la tua professionalità.

Di persona o via e-mail,
è importante chiarire lo scopo generale
della riunione o del colloquio.

Senza entrare nei dettagli.
Senza false rassicurazioni.

Comunica quando/dove,
e anticipa che si parlerà di “prossimi sviluppi”.

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi.
Ma non “tenerle a mollo” troppo a lungo.

3. La tempistica è fondamentale

Aspettare fino all’ultimo minuto
non migliora la situazione.

La peggiora.

Prima o poi la notizia uscirà comunque.
E più tardi arriva,
più arriva distorta.

Una cattiva notizia data in ritardo
è una cattiva notizia… peggiorata.

Pettegolezzi e informazioni false
si diffondono velocemente.

Se possibile,
comunica il prima possibile.
Prima che la situazione “lieviti”.

4. Prepararsi

Se la comunicazione riguarda molte persone,
suddividerle in piccoli gruppi
aiuta a creare uno spazio più gestibile.

Se è un incontro uno-a-uno,
meglio non essere soli nella stanza.
Ad esempio con un rappresentante HR.

Più la notizia è spiacevole,
più la posta in gioco si alza.

Questo è il momento
di scegliere le parole con cura.

Può aiutare preparare la persona con frasi come:

  • “Non è semplice per me dire questo…”
  • “Non ti piacerà quello che sto per dirti…”
  • “Non so come reagirai a questa notizia…”

5. Essere chiari e diretti

Troppo spesso le cattive notizie
vengono annunciate con giri di parole.

Spiegazioni confuse.
Eccesso di rassicurazioni.
Ambiguità.

Il risultato?
Le persone non capiscono.
Si confondono.
Immaginano scenari peggiori.

Siamo diventati diffidenti verso i leader.
E tentare di “addolcire” i fatti
viene percepito come manipolazione.

Mai come in questi casi
serve rispetto.

Le cattive notizie vanno date
in modo breve, chiaro e diretto.

6. Prepararsi a reazioni inaspettate

Quando ricevono cattive notizie,
le persone non sono razionali.

È umano.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza
(nella NUOVA edizione aggiornata 2025),
per quanto ci si prepari,
si può essere colti di sorpresa.

Nervosismo.
Pianto.
Aggressività.
Accuse.

Rispondere con onestà
è fondamentale per mantenere credibilità
e contenere le preoccupazioni.

7. L’empatia è la chiave

Tutti abbiamo ricevuto cattive notizie.
E sappiamo quanto conti sentirsi compresi.

Riconosci le emozioni,
senza trasformare l’incontro
in una seduta terapeutica.

Nel lavoro siamo abituati
a nascondere disagio e delusione
dietro sorrisi di circostanza.

Dopo l’annuncio,
serve tempo per “accusare il colpo”.

Evita frasi automatiche.
E fai attenzione a espressioni come:

  • “Capisco quanto sia difficile…”
  • “So quanto sia deludente…”

Se suonano vuote,
rischiano di peggiorare la situazione.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui →Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

8. Motivare la cattiva notizia

Le persone vogliono sapere perché.

Che si tratti di una valutazione negativa,
un taglio di budget
o un licenziamento.

Giustificare e motivare
non è opzionale.

È rispetto.

 

9. Portare soluzioni e incoraggiare l’azione

Una cattiva notizia senza soluzione
è davvero una cattiva notizia.

Dove/se possibile,
porta un piano.
Una direzione.
Un passo successivo.

La speranza è necessaria.
Ma deve restare ancorata alla realtà.

Niente promesse impossibili.
Niente false garanzie.

I grandi leader
danno senso al lavoro
anche nei momenti difficili.

10. Trattare le persone con rispetto e dignità

Non stai comunicando una notizia.
Stai parlando a esseri umani.

Licenziare via e-mail
o scoprire di essere stati esclusi
da un organigramma
è vergognoso.

Facile.
Indolore per chi lo fa.
Vigliacco.

Il rispetto e la dignità
non sono solo etica.
Sono anche buon business.

In finale

Comunicare cattive notizie non sarà mai facile.

Ma come lo fai
determina ciò che accadrà dopo.

A volte,
la scelta più professionale
è parlare poco.

E ascoltare di più.

“Coaching? Siiii. Comincio lunedi.. no, il prossimo mese.. meglio dopo l’estate”

iniziare coaching

In questo periodo sono stressato”.
“Quando sarà passato questo periodo, lo faccio”
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.

E anche

Lo farò …
quando troverò lavoro,
quando mi promuovono,
se divento capo

Sì, sì. Come no!

Nella mia esperienza,
ho notato diversi motivi ricorrenti per cui alcune persone (pur interessate alla loro crescita professionale e affascinate dal coaching) esitano e “resistono” a intraprendere un percorso di coaching.

Uno di questi è la (presunta) mancanza di tempo.

Il tempo giusto per l’azione è oggi

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Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.
Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”,

Cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare a visitare la Patagonia, ecc…
Quando lo farai? Un giorno.

Non lasciarti immobilizzare dalla sindrome di “domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”.
Il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
altrimenti … non comincerai mai!

Veramente non hai tempo?
Perché le nostre giornate sembrano più corte rispetto a quelle di altre persone?
Eppure per tutti una giornata è di 24 ore!

Molto probabilmente usi il tempo per fare altro e non te ne accorgi, abbiamo sempre tempo per gli aperitivi e per discutere su Facebook …
oppure a leggere mail non importanti o a navigare (ma spesso a cazzeggiare) su Internet perdendosi negli “ultimi aggiornamenti” di gossip.

Spesso il non avere tempo è solo una scusa per non agire ( e non iniziare coaching)

In pratica,
quante ore passiamo su cose poco importanti e quanto tempo dedichiamo al nostro miglioramento e al nostro progresso?
Se diamo priorità alle cose veramente importanti,
scopriamo di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

A volte,
il non-avere-tempo diventa una scusa per non fare qualcosa e riempire, in qualche modo, la nostra giornata o semplicemente perché abbiamo paura di affrontare una certa situazione o di lanciarci in una nuova impresa.
 


 

Per esempio,
una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (in effetti fissare le sessioni di coaching con lei era diventata un’impresa) è rimasta spiazzata nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo piena di azioni irrisorie che potevano essere evitate o delegate facilmente.
Ha realizzato così che la sua mancanza di tempo era solo una “scusa” per non mettersi in gioco.

L’importante è fare il primo passo, evitando di accampare scuse:
solo allora l’azione sostituirà la procrastinazione.

L’azione come antidoto alla procrastinazione

Quando farai coaching?
Dopo una lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra?
Aspettando il segnale dal cielo o da un sogno?
Oppure semplicemente aspettando un altro “domani”?

Devi fare il primo passo.
Fallo adesso, subito.
Perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.
E non sarai mai pronto (davvero).

Non hai ancora deciso se iniziare un percorso di coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo
(per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa —
e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio”
oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader —
minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e
la competenza per risolvere i contrasti
e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.
Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza
di una tua direttiva smentita un minuto dopo
dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario,
posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio
come un segno di debolezza,
e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare
maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio
dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto
è sempre più autorevole
che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo
verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità,
così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte)
direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica
autorevolezza da Executive”
ti aiuta a trasformare il tuo stile
senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi,
cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che,
se hai un lavoro che ami,
devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale
e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno,
a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”,
avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo
e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi
perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati,
un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta
solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona
che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro
e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore
per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager
o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo,
devi affrontare il problema subito
o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente
o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva
non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento,
migliaia di persone svolgono lavori che odiano
perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto
per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati
è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma
significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:
prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo
e rafforzare le tue abilità,
sai dove trovarmi.