14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership

Leadership

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, una cosa è essere un membro del team, un’altra è condurre e guidare le persone.

Quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità, puoi scoprire molto rapidamente che essere bravo nel tuo lavoro non significa automaticamente saper guidare gli altri.

Arrivano dubbi,
errori,
reazioni
che non avevi previsto.

A volte diventi troppo rigido.
Altre volte perdi sicurezza.

E non sempre l’azienda ti prepara davvero a quello che incontrerai.

Avere leadership? Troppi pensieri, tante fantasie, pochi fatti

Quando qualcosa non funziona, la mente comincia a correre.

“Sarò davvero capace?”

“Mi rispettano?”

“Sto sbagliando tutto?”

“Forse non sono tagliato per questo ruolo.”

Fermati.

La leadership non si misura da quello che temi possa accadere, ma da quello che scegli di fare quando qualcosa accade davvero.

Ecco 14 mantra da ricordare quando dubbi, pressioni e difficoltà rischiano di farti perdere la direzione.

1. È demoralizzante non essere riconosciuti

Soprattutto quando stai facendo del tuo meglio.

Riconoscere il lavoro e l’impegno dei collaboratori è una responsabilità del leader, non una gentile concessione.

Non guardare soltanto numeri, budget e risultati. Guarda anche come le persone ci sono arrivate.

Un apprezzamento sincero e specifico può avere molto più peso di quanto immagini.

2. Lavorare tanto non significa necessariamente lavorare bene

Quando qualcosa non funziona, la tentazione è spesso quella di fare ancora di più.

Più ore.
Più controllo.
Più energia.

Ma aumentare lo sforzo non corregge automaticamente la direzione.

Non sempre devi fare di più.
A volte devi capire cosa fare diversamente.

Fermati.
Valuta.
Cambia qualcosa.
Prova di nuovo.

3. Senza il tuo team vai poco lontano

Puoi essere competente, preparato e determinato.

Ma se guidi un team, i risultati non dipendono più soltanto da te.

Le persone che lavorano con te sono parte del tuo successo.

Ascoltale.
Falle crescere.
Coinvolgile.
Permetti loro di assumersi responsabilità.

Un leader che vuole dimostrare di poter fare tutto da solo ha già perso una parte importante del suo ruolo.

4. Il rispetto va guadagnato sul campo

La qualifica non ti garantisce avere leadership.

Puoi essere il capo, avere più esperienza o occupare la posizione più alta nell’organigramma. Ma il rispetto non arriva automaticamente insieme al ruolo.

Arriva osservando come ti comporti.

Come mantieni la parola.
Come reagisci sotto pressione.
Come tratti le persone quando qualcosa va storto.

È lì che il team decide quanto fidarsi di te.

5. Se hai bisogno di sentirti superiore, probabilmente sei insicuro

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

A volte proprio l’insicurezza ci porta a irrigidirci, imporci o mostrare continuamente chi comanda.

La vera sicurezza non ha bisogno di essere esibita.

Puoi essere fermo senza essere aggressivo. Deciso senza essere arrogante. Autorevole senza ricordare continuamente agli altri che sei il capo.

6. Non basta dire “Buon lavoro”

Guidare non significa soltanto distribuire compiti, dare direttive e controllare risultati.

Significa anche esserci.

Non devi fare il lavoro dei tuoi collaboratori, ma devi conoscere le loro difficoltà e comprendere cosa significa concretamente raggiungere ciò che stai chiedendo.

Non puoi guidare bene un team osservandolo sempre da lontano.

7. Sii sincero e diretto

Se non dici chiaramente ciò che pensi, i collaboratori saranno costretti a interpretare.

E le interpretazioni generano facilmente dubbi, insicurezza e incomprensioni.

Dai feedback chiari.

Dì cosa sta funzionando e cosa deve cambiare.

Essere diretti non significa essere duri. Significa non lasciare l’altro nell’incertezza.

8. Rispetta chi ti dice qualcosa che non ti piace

È facile ascoltare chi è d’accordo con noi.

Molto più difficile ascoltare chi porta un problema, solleva un’obiezione o mette in discussione una nostra decisione.

La tentazione è difendersi.

Ma proprio quella persona potrebbe offrirti un’informazione che non stai vedendo.

Prima di reagire, ascolta.

Chi ha il coraggio di dirti qualcosa che non vuoi sentire può essere una risorsa preziosa.

9. Individua i leader dentro il tuo team

In ogni gruppo ci sono persone che hanno una particolare capacità di influenzare gli altri.

Non necessariamente hanno una qualifica.

Gli altri le ascoltano, chiedono il loro parere, osservano le loro reazioni.

Non viverle automaticamente come concorrenti.

Coinvolgile.
Ascoltale.
Responsabilizzale.

Un leader sicuro non teme le persone autorevoli che ha intorno.

10. Non pensare: “A me non succederà mai”

“Io non reagirei mai così.”

“Con me questo problema non succederà.”

“So esattamente come gestirlo.”

Attenzione.

Sono caduti professionisti molto più esperti di te e di me.

Non dare mai la leadership per acquisita.

Continua a osservarti, imparare e mettere in discussione quello che fai quando la situazione lo richiede.

11. Sii gentile. Non essere debole

Gentilezza e debolezza non sono sinonimi.

Puoi dire no con educazione.
Puoi correggere qualcuno senza umiliarlo.
Puoi prendere una decisione difficile senza diventare aggressivo.

La fermezza non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

Governare il proprio ego richiede spesso molta più forza che sbraitare, imporsi o mostrare i muscoli.

12. I tuoi collaboratori possono saperne più di te

E non c’è niente di preoccupante.

Conoscono clienti, procedure, strumenti e problemi che affrontano ogni giorno.

Perché non approfittarne?

Chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti al mio posto?”
  • “Cosa mi sta sfuggendo?”
  • “Secondo te, dove nasce il problema?”

non diminuisce la tua autorevolezza.

Può aumentarla.

13. Impara ad ascoltare

Ascoltare non significa semplicemente stare zitto mentre aspetti il tuo turno per parlare.

Significa sospendere per qualche momento risposte, giudizi e soluzioni.

Se non ascolti davvero, difficilmente puoi capire cosa sta accadendo nel tuo team.

E se non capisci, rischi di intervenire sul problema sbagliato.

Prima di guidare una persona devi provare a capire dove si trova.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo.

14. La persona più difficile da gestire sei tu

Questo è probabilmente il mantra più importante.

Puoi imparare tecniche di comunicazione, feedback, delega e motivazione.

Ma prima o poi dovrai confrontarti con:

  • le tue insicurezze
  • la tua impazienza
  • il bisogno di avere ragione
  • la difficoltà a dire no
  • la paura del giudizio
  • il modo in cui reagisci quando sei sotto pressione

Il tuo avere leadership parte da qui.

Non dal tentativo di cambiare continuamente gli altri.

Da te.

Prima di chiederti come gestire meglio il tuo team, chiediti come stai gestendo te stesso.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare abbastanza consapevole da accorgerti di ciò che fai, dell’effetto che produci sugli altri e di ciò che puoi cambiare.

È da questa consapevolezza che nasce la tua autorevolezza.

Troppa sicurezza e spavalderia può mettere in pericolo la tua carriera

carriera

Non sono poche le persone che si sentono tra le più capaci e competenti dell’azienda.

Si sorprendono quando le loro qualità non vengono riconosciute. Sono convinte di avere intuizioni migliori degli altri e, spesso, pensano di essere più intelligenti e preparate persino del loro capo.

Magari lo sono davvero.

Il problema arriva quando essere bravi significa avere sempre la risposta pronta, ascoltare poco e non ammettere mai di aver sbagliato.

Avere fiducia in se stessi non è un male. Tutt’altro.

Una buona dose di sicurezza è fondamentale per affrontare le sfide, assumersi responsabilità, superare gli ostacoli e crescere professionalmente.

Ma anche una qualità, quando diventa eccessiva, può trasformarsi in un limite.

Esiste un lato oscuro dell’eccessiva fiducia in sé

La sicurezza ti aiuta a decidere.
L’eccessiva sicurezza può impedirti di vedere ciò che stai sbagliando.

Tutti siamo attratti dalle persone sicure di sé.

Entrano in una stanza senza esitazioni.
Parlano con convinzione.
Prendono posizione.
Sembrano sapere cosa stanno facendo.

Ma esiste una linea oltre la quale la sicurezza può diventare presunzione, supponenza, arroganza o spacconeria.

Quando sei troppo convinto delle tue capacità rischi di:

  • sottovalutare i rischi
  • non ascoltare chi la pensa diversamente
  • ignorare i segnali che contraddicono le tue convinzioni
  • sopravvalutare il tuo peso nell’organizzazione
  • dare per scontate le persone che lavorano con te

Ed è qui che una qualità importante può cominciare a lavorarti contro.

Essere intelligenti e capaci non garantisce una carriera appagante

Luciano credeva di essere un grande broker.

Si era lanciato in investimenti molto remunerativi, ma anche molto rischiosi. Era convinto delle proprie capacità di analisi e del proprio intuito.

Poi qualcosa è andato storto nella sua carriera.

A posteriori ha riconosciuto di essersi sentito troppo sicuro delle proprie valutazioni.

La competenza c’era.
Era venuta meno la prudenza.

Sandra, invece, era convinta che la direzione presa con la sua start-up fosse quella giusta.

Determinazione e fiducia l’avevano aiutata all’inizio. Poi, lentamente, quella stessa determinazione si era trasformata in testardaggine.

Non chiedeva più indicazioni.
Ascoltava poco i consigli del partner.

I segnali contrari alla sua idea venivano ridimensionati o ignorati.

Essere determinati significa continuare nonostante le difficoltà.
Essere testardi significa continuare anche quando i fatti suggeriscono di fermarsi e guardare meglio.

Ivan era convinto di essere indispensabile.

Si considerava più prezioso degli altri colleghi e pensava che l’azienda non avrebbe mai rinunciato a lui.

Così erano arrivati i ritardi, gli atteggiamenti di sufficienza e una crescente disattenzione verso le persone.

Era sicuro che il suo valore professionale gli avrebbe permesso tutto.

Non è andata così.

Roberto, infine, era brillante e competente.

Probabilmente lo è ancora.

Ma aveva un problema diverso: era un leader senza team.

Tutto ruotava attorno alle sue capacità, alle sue decisioni e ai suoi risultati. Le persone erano quasi uno sfondo.

Quando gli chiesi come si rapportasse con i suoi collaboratori e quanto fosse attento alla loro motivazione, mi guardò stupito.

“In che senso?”

Una domanda semplicissima aveva fatto emergere qualcosa che fino a quel momento non aveva considerato.

Il problema non è avere fiducia in te stesso

Il problema nasce quando la fiducia diventa certezza di avere sempre ragione.

Quando sei competente è facile cominciare a pensare che gli altri rallentino, complichino o abbiano semplicemente meno da offrire.

Ma nel lavoro le relazioni contano.

E se hai un ruolo di responsabilità, contano ancora di più.

Le persone con cui lavori non sono una cornice della tua carriera. Contribuiscono direttamente ai tuoi risultati.

Per questo, ogni tanto, vale la pena fermarsi e chiedersi:

  • “Sto ancora ascoltando chi non è d’accordo con me?”
  • “Quando è stata l’ultima volta che ho cambiato idea?”
  • “Sto sottovalutando qualche segnale perché contraddice ciò che penso?”
  • “Il mio team mi parla liberamente oppure ha imparato che tanto decido io?”
  • “La mia sicurezza sta aiutando gli altri o li sta allontanando?”


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Riconoscere i propri limiti non significa essere insicuri

Forse è proprio il contrario.

Ammettere di non sapere qualcosa, chiedere un parere, riconoscere un errore o cambiare direzione non cancella la tua competenza.

La rende più solida.

Perché puoi essere molto bravo e sbagliare.

Puoi avere esperienza e non vedere qualcosa.

Puoi essere il responsabile e avere davanti una persona che, su quella questione, ne sa più di te.

La sicurezza più solida non nasce dal pensare di avere sempre ragione, ma dal sapere che puoi permetterti anche di metterti in discussione.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

La fiducia in te stesso ti serve.
La spavalderia no.

Conoscere il tuo valore è una forza. Pensare che il tuo valore ti renda infallibile può diventare un pericolo per la tua carriera.

Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader

un collaboratore difficile
Ancora.

È successo ancora.

Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team.
E, di conseguenza, anche a te.

Richieste.
Pretese.
Atteggiamenti.

Il malcontento si diffonde.
Diventa distrazione.
Disattenzione.
Tensione.

E ora rischia di trasformarsi in conflitto aperto

Eppure, è un buon collaboratore.

Competente.
Produttivo.
Professionale.

Anche se non avete un grande feeling, ha sempre fatto il suo lavoro.

Perderlo non sarebbe strategico.
Ma nemmeno ignorare la situazione lo è.

Gestire un collaboratore difficile: serve autorevolezza, non forza

Sei il leader del tuo team.

E questa è una delle parti più difficili del tuo ruolo:

trasmettere fiducia… ma anche autorevolezza.

Comprensione…
ma anche disciplina.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, un collaboratore difficile non è solo un tuo problema.

È un problema del team.

E più aspetti, più cresce.

La prima decisione: che leader vuoi essere?

Puoi ignorare la situazione.
Sperando che si risolva da sola.

Puoi intervenire con durezza.
Fare un cazziatone.
Dare un ultimatum.

Oppure puoi scegliere la strada più difficile.

E anche la più efficace.

Affrontare la situazione con lucidità, presenza, autorevolezza.

Perché la vera differenza non la farà ciò che dirai.
Ma come ti relazionerai.

Prima di agire: capisci cosa sta succedendo. Davvero

Le persone cambiano comportamento per molte ragioni:

  • stress
  • frustrazione
  • mancanza di riconoscimento
  • incomprensioni
  • insicurezza

O, a volte, arroganza.

Ma non puoi gestire ciò che non comprendi.

Il modo più efficace per capire cosa succede è sorprendentemente semplice:

chiedere.

Non supporre.
Non interpretare.

Chiedi.
E poi … ascolta. Davvero.

Scegli il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”

Jean Rostand

Quando le emozioni sono forti, la conversazione diventa scontro.

E le parole, una volta dette, non tornano indietro.

Aspetta che la tensione si abbassi.

E quando parlerai, porta calma.
Non reattività.

Parla a quattr’occhi.
Sempre.

Mai davanti ad altri.
Mai in pubblico.

Il confronto richiede sicurezza psicologica.

Prenditi qualche minuto prima dell’incontro.

Respira.
Rallenta.
Sciogli la tensione.

Le discussioni difficili, se gestite bene, aumentano la tua credibilità.

Esci dal tuo ufficio

Il tuo ufficio è il tuo territorio.

E può intimidire.

Vai a prendere un caffè.
Esci a pranzo.

Un ambiente neutro abbassa le difese.
E apre il dialogo.

Vai con un obiettivo preciso: ascoltare davvero

Non per rispondere.
Ma per capire.

Quando una persona si sente ascoltata davvero, cambia.

Si apre.
Si rilassa.
Fida.

E tu potresti vedere ciò che “prima non vedevi”.

Forse scoprirai che:

  • qualcosa che ritenevi una buona decisione ha creato difficoltà
  • la persona non si sente valorizzata
  • ci sono dinamiche nel team che ignoravi

Ascoltare è un atto di leadership.
Non di debolezza.

Costruisci un dialogo, non un interrogatorio

Non iniziare con accuse.
Non iniziare con giudizi.

Inizia con interesse.

Parla anche di te.
Della tua visione.
Del valore che dai al team.

Poi chiedi:

“Come stai vivendo questo momento?”

“Cosa ti sta creando difficoltà?”

“In cosa posso aiutarti?”

E ascolta.

Applica la regola del 70/30.

70% ascolto.
30% parola.

Se parli troppo, stai imponendo

Hai un collaboratore che ti fa perdere energia, tempo, serenità?

In due sessioni di coaching mirato mettiamo le basi per gestire il rapporto con più lucidità, equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

La verità che molti leader evitano

Non puoi gestire un collaboratore difficile restando distante.

Sperando che il tempo risolva tutto.

A volte accade.
Spessissimo no.

La leadership richiede presenza.

Richiede il coraggio di entrare nella relazione.

Un vero leader non evita le conversazioni difficili

Le trasforma in punti di svolta.

Per il collaboratore.
Per il team.

E per sé stesso.

Un caso pratico di coaching: motivazione dei collaboratori

caso pratico di coaching

“Se non dico cosa fare, non fanno niente.”

“Non sono propositivi.”

“Seguono il carro.”

“Motivazione? Entusiasmo? Più facile vincere le Olimpiadi.”

“Vorrei vederli più motivati, più entusiasti. Sono bravini, però che facce lunghe…”

È così che Sonia mi descrive il suo team durante uno dei nostri primi incontri.

Poi le faccio una domanda:

“Tu, invece, come crei entusiasmo nel tuo staff?”

Mi guarda sorpresa.

“In che senso?”

Il nostro lavoro è cominciato da lì.

Il problema sembrava essere il team

Sonia è un’imprenditrice. Gestisce tre saloni di bellezza ben avviati.

Quando abbiamo iniziato il percorso, il problema sembrava piuttosto chiaro: collaboratori poco motivati, poco propositivi e da stimolare continuamente.

Almeno, questa era la sua lettura.

Il primo lavoro non è stato quindi cercare tecniche per motivare le persone.

È stato aiutare Sonia a guardare il proprio ruolo nella dinamica del team.

Prima di chiederti come motivare le persone, chiediti che cosa fai ogni giorno per non spegnere la loro motivazione.

La motivazione non nasce spontaneamente nei collaboratori. E non può essere delegata a un corso, a un formatore o a un coach.

Chi guida un team deve scendere in campo in prima persona.

In tema di motivazione non puoi essere spettatore

All’inizio Sonia ha mostrato qualche resistenza.

Poi ha riconosciuto che, fino a quel momento, aveva considerato la motivazione soprattutto come qualcosa che riguardava i suoi collaboratori.

Lei osservava.
Aspettava.

E quando non vedeva entusiasmo, concludeva che il problema fosse il loro.

Ha riconosciuto anche di aver utilizzato soprattutto gli incentivi economici, senza avere una vera idea di come lavorare quotidianamente sulla motivazione.

È stato un passaggio importante.

Perché motivare non significa continuamente caricare le persone, fare discorsi entusiasmanti o distribuire premi.

Significa anche:

  • riconoscere un lavoro fatto bene
  • dare feedback chiari
  • coinvolgere le persone
  • condividere informazioni e responsabilità
  • ascoltare idee e proposte
  • far sentire ciascuno parte del lavoro

Sonia ha iniziato anche a riconoscere alcuni suoi comportamenti che, senza volerlo, potevano spegnere la motivazione del team.

Dalla consapevolezza alla pratica

A quel punto siamo passati al lavoro concreto.

Poca teoria.

Situazioni reali del suo lavoro.

Prima di dare un feedback a un collaboratore, Sonia preparava ciò che voleva dire.

Non un discorso da imparare a memoria.

Pochi punti:

  • che cosa aveva osservato
  • quale messaggio voleva far passare
  • che cosa voleva riconoscere o correggere
  • quale risultato si aspettava dalla conversazione

Abbiamo lavorato anche sulla relazione individuale con i collaboratori.

Sonia ha iniziato a ritagliarsi brevi momenti uno-a-uno con le persone del suo staff.

Non soltanto quando c’era un problema.

Anche per riconoscere un risultato, chiedere un’opinione, coinvolgere qualcuno o raccogliere un’idea.

Se parli con le persone soltanto quando qualcosa non funziona, non sorprenderti se ogni confronto con te viene vissuto come un problema.

Un altro passaggio ha riguardato la condivisione delle responsabilità.

Sonia tendeva a decidere molto e a chiedere esecuzione.

Abbiamo cominciato a lavorare su un principio diverso: coinvolgere non significa perdere il controllo.

Significa dare alle persone uno spazio nel quale possano assumersi responsabilità e contribuire davvero.

Il cambiamento non è stato “motivare di più”

Questo, secondo me, è il punto più interessante del percorso.

Sonia non ha imparato qualche tecnica per rendere improvvisamente entusiasti i collaboratori.

Ha cambiato il suo modo di stare nel ruolo.

Ha cominciato a osservare maggiormente:

  • come comunicava
  • quanto riconosceva
  • quanto ascoltava
  • quanto coinvolgeva
  • quanto spazio lasciava alle persone

E soprattutto ha smesso di considerare la motivazione del team come qualcosa che dipendeva esclusivamente dal team.

I cambiamenti, raccontava Sonia, cominciavano a vedersi anche nelle persone.

Ma era cambiato prima di tutto il suo modo di guidarle.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il coaching ha funzionato quando Sonia ha iniziato a fare

Non perché qualcuno le abbia spiegato come diventare una “leader motivante”.

Sonia ha portato nel coaching le sue situazioni reali.

Le abbiamo osservate, discusse e trasformate in azioni da sperimentare sul lavoro.

Poi abbiamo guardato cosa funzionava e cosa no.

E siamo ripartiti da lì.

Il coaching diventa concreto quando ciò che accade durante una sessione entra nel lavoro del giorno dopo.

È questa, ancora oggi, la parte che considero più importante.

Se il clima si sta spegnendo e i risultati rallentano, esplora il percorso “Motivare il team demotivato”: poche sessioni focalizzate, zero teoria inutile, solo strumenti pratici e strategie su misura.

La storia di Sonia parte da collaboratori che, secondo lei, avevano perso motivazione.

Ma la domanda che ha fatto davvero partire il cambiamento è stata un’altra:

“Io, come responsabile, che cosa sto facendo per alimentarla?”

10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte)

cattive notizie

In tempi antichi, i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

I tempi sono cambiati.
Ma una cosa no.

A nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie è uno dei compiti più difficili per un team leader.

Dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire non è mai semplice.

Cali di performance.
Profitti in diminuzione.
Progetti rimandati o cancellati.

Per non parlare di chiusure di reparto,
tagli a salari e benefit o persone licenziate.

Inoltre, c’è la preoccupazione per la reazione

Della singola persona.
Del team.
Della produttività.

Purtroppo molti team leader non sanno come gestire questo tipo di comunicazione e (spesso) rovinano tutto.

L’intenzione è buona.
Il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie in modo professionale.

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia in modo incompleto o frammentario.

Non fa bene a nessuno.
E ti fa perdere il controllo della situazione.

Assicurati di avere tutte le risposte.

Altrimenti rischi di creare stress inutile e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Una cattiva notizia non dovrebbe mai essere una sorpresa.

Se le persone restano spiazzate,
non stai onorando la tua professionalità.

Di persona o via e-mail,
è importante chiarire lo scopo generale della riunione o del colloquio.

Senza entrare nei dettagli.
Senza false rassicurazioni.

Comunica quando/dove,
e anticipa che si parlerà di “prossimi sviluppi”.

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi.
Ma non “tenerle a mollo” troppo a lungo.

3. La tempistica è fondamentale

Aspettare fino all’ultimo minuto non migliora la situazione.

La peggiora.

Prima o poi la notizia uscirà comunque.
E più tardi arriva, più arriva distorta.

Una cattiva notizia data in ritardo
è una cattiva notizia… peggiorata.

Pettegolezzi e informazioni false si diffondono velocemente.

Se possibile, comunica il prima possibile.
Prima che la situazione “lieviti”.

4. Prepararsi

Se la comunicazione riguarda molte persone, suddividerle in piccoli gruppi aiuta a creare uno spazio più gestibile.

Se è un incontro uno-a-uno,
meglio non essere soli nella stanza.
Ad esempio con un rappresentante HR.

Più la notizia è spiacevole, più la posta in gioco si alza.

Questo è il momento
di scegliere le parole con cura.

Può aiutare preparare la persona con frasi come:

  • “Non è semplice per me dire questo…”
  • “Non ti piacerà quello che sto per dirti…”
  • “Non so come reagirai a questa notizia…”

5. Essere chiari e diretti

Troppo spesso le cattive notizie vengono annunciate con giri di parole.

Spiegazioni confuse.
Eccesso di rassicurazioni.
Ambiguità.

Il risultato?
Le persone non capiscono.
Si confondono.
Immaginano scenari peggiori.

Siamo diventati diffidenti verso i leader.
E tentare di “addolcire” i fatti viene percepito come manipolazione.

Mai come in questi casi serve rispetto.

Le cattive notizie vanno date in modo breve, chiaro e diretto.

6. Prepararsi a reazioni inaspettate

Quando ricevono cattive notizie,
le persone non sono razionali.

È umano.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” (nella NUOVA edizione aggiornata 2025), per quanto ci si prepari, si può essere colti di sorpresa.

Nervosismo.
Pianto.
Aggressività.
Accuse.

Rispondere con onestà è fondamentale per mantenere credibilità e contenere le preoccupazioni.

7. L’empatia è la chiave

Tutti abbiamo ricevuto cattive notizie.
E sappiamo quanto conti sentirsi compresi.

Riconosci le emozioni, senza trasformare l’incontro in una seduta terapeutica.

Nel lavoro siamo abituati a nascondere disagio e delusione dietro sorrisi di circostanza.

Dopo l’annuncio,
serve tempo per “accusare il colpo”.

Evita frasi automatiche.
E fai attenzione a espressioni come:

  • “Capisco quanto sia difficile…”
  • “So quanto sia deludente…”

Se suonano vuote,
rischiano di peggiorare la situazione.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico, puoi leggerlo qui →Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

8. Motivare la cattiva notizia

Le persone vogliono sapere perché.

Che si tratti di una valutazione negativa,
un taglio di budget o un licenziamento.

Giustificare e motivare non è opzionale.

È rispetto.

9. Portare soluzioni e incoraggiare l’azione

Una cattiva notizia senza soluzione è davvero una cattiva notizia.

Dove/se possibile, porta un piano.
Una direzione.
Un passo successivo.

La speranza è necessaria.
Ma deve restare ancorata alla realtà.

Niente promesse impossibili.
Niente false garanzie.

I grandi leader danno senso al lavoro anche nei momenti difficili.

10. Trattare le persone con rispetto e dignità

Non stai comunicando una notizia.
Stai parlando a esseri umani.

Licenziare via e-mail o scoprire di essere stati esclusi da un organigramma è vergognoso.

Facile.
Indolore per chi lo fa.
Vigliacco.

Il rispetto e la dignità non sono solo etica.
Sono anche buon business.

In finale

Comunicare cattive notizie non sarà mai facile.

Ma come lo fai determina ciò che accadrà dopo.

A volte, la scelta più professionale è parlare poco.

E ascoltare di più.

“Coaching? Siiii. Comincio lunedi.. no, il prossimo mese.. meglio dopo l’estate”

iniziare coaching

“In questo periodo sono troppo stressato.”
“Quando sarà passato questo periodo.”
“Non sono ancora pronto.”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

E poi ci sono i grandi classici:

  • “Lo farò quando avrò più tempo.”
  • “Quando troverò lavoro.”
  • “Quando mi promuoveranno.”
  • “Quando diventerò capo.”

Insomma: non adesso.

Nella mia esperienza di coach ho incontrato diverse persone interessate alla propria crescita professionale, incuriosite dal coaching e consapevoli di avere qualcosa su cui lavorare.

Eppure rimandano.

Uno dei motivi più ricorrenti è la mancanza di tempo.

Reale, qualche volta.
Presunta, molte altre.

Il momento giusto difficilmente arriva

Quando qualcosa ci mette un po’ in difficoltà, è naturale rimandare.

Ne parliamo al futuro:

  • “Farò.”
  • “Vorrei.”
  • “Prima o poi comincerò.”

Cambiare lavoro, affrontare un problema con il capo, prendere una decisione importante, iniziare un percorso di coaching.

Prima o poi.

Il problema è che quel momento ideale, con poco stress, tutto sotto controllo e la testa completamente libera, potrebbe non arrivare.

Finisce un periodo complicato e ne comincia un altro.

Passa una scadenza e ne arriva una nuova.

Aspettare il momento perfetto può diventare un modo molto efficace per non cominciare mai.

“Non ho tempo” può voler dire molte cose

Non credo che chi dice di non avere tempo stia necessariamente cercando una scusa.

A volte il tempo manca davvero.

Ci sono periodi nei quali lavoro, famiglia, problemi e responsabilità occupano quasi tutto lo spazio disponibile.

Altre volte, però, “non ho tempo” nasconde qualcosa di diverso.

Può voler dire:

  • non è ancora una priorità
  • non sono convinto
  • ho paura di quello che potrei scoprire
  • so che dovrei cambiare qualcosa, ma non me la sento
  • preferisco rimandare una decisione difficile

Ed è qui che vale la pena fermarsi.

Non per colpevolizzarsi.

Per capire.

Una cliente era convinta di non avere un minuto libero

Ricordo una cliente con la quale persino fissare le sessioni era diventato complicato.

“Non ho tempo.”

Era la frase ricorrente.

A un certo punto abbiamo messo nero su bianco una sua giornata tipo.

Non per dimostrarle che aveva torto.

Volevamo capire dove finiva realmente il suo tempo.

Sono emerse attività poco importanti, altre che potevano essere delegate e diversi impegni ai quali continuava a dire sì quasi automaticamente.

Ma è emerso soprattutto un altro aspetto.

Il problema non era soltanto trovare un’ora per il coaching.

Quell’ora significava fermarsi e affrontare qualcosa che continuava a rimandare.

Questa consapevolezza ha cambiato completamente la prospettiva.

Prima di dire “non ho tempo”, fatti una domanda

Non serve riempire ancora di più l’agenda.

E neppure convincerti che, se vuoi veramente qualcosa, devi trovare il tempo a tutti i costi.

Prova piuttosto a chiederti:

“Mi manca davvero il tempo oppure sto rimandando qualcosa che mi mette in difficoltà?”

La risposta può essere scomoda.

Ma almeno è una risposta.

Perché continuare a raccontarsi delle scuse permette di rimandare ancora.

Capire perché stai rimandando ti permette invece di decidere.

Anche di decidere che questo non è il momento.

Ma consapevolmente.

Il primo passo non deve essere enorme

Iniziare non significa necessariamente prendere una decisione definitiva.

A volte significa semplicemente informarsi.

Fare una telefonata.
Parlarne con qualcuno.
Capire meglio che cosa vuoi.

Il primo passo serve soprattutto a uscire dall’immobilità.

Se stai pensando da tempo a un percorso di coaching ma continui a rimandare, puoi semplicemente contattarmi.
Ci confrontiamo sulla situazione e capiamo se, e come, posso esserti utile.

Senza aspettare lunedì.
Il prossimo mese.

O, naturalmente, dopo l’estate.

10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo (per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa — e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio” oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader — minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e la competenza per risolvere i contrasti e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.

Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza di una tua direttiva smentita un minuto dopo dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario, posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio come un segno di debolezza, e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto è sempre più autorevole che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità, così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte) direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a trasformare il tuo stile senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi, cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che, se hai un lavoro che ami, devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno, a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati, un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo, devi affrontare il problema subito o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento, migliaia di persone svolgono lavori che odiano perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:

prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo e rafforzare le tue abilità, sai dove trovarmi.

5 scuse comode comode per non personalizzare la tua candidatura

non personalizzare la candidatura

Sai che personalizzare una candidatura è una buona idea.

Lo hai letto molte volte.

E probabilmente qualche volta hai pensato:

“Lo so, lo so… ma che lavoro.”

Perché quando trovi un annuncio interessante, la tentazione è forte: prendere il CV già pronto, recuperare la lettera utilizzata l’ultima volta, cambiare il destinatario e inviare.

Facile.
Veloce.
Ma non necessariamente efficace.

Personalizzare richiede un po’ più di tempo.

Soprattutto richiede di fermarsi e capire che cosa sta cercando quella specifica azienda e perché la tua esperienza potrebbe interessarle.

Ed è proprio qui che arrivano le scuse.

1. “Devo sbrigarmi, altrimenti arrivano prima gli altri”

  • “Non ho tempo per personalizzare.”
  • “Devo inviare subito.”
  • “Prima mando la candidatura, meglio è.”

La velocità può essere importante.

Ma arrivare prima con una candidatura generica non significa avere più possibilità.

Prima di inviare, prenditi il tempo necessario per leggere bene l’annuncio, individuare ciò che viene richiesto e verificare se il tuo dossier mette realmente in evidenza gli elementi più pertinenti.

Non devi impiegare una giornata.

Devi evitare che la fretta trasformi la candidatura in una risposta automatica.

Essere tra i primi a candidarsi conta poco se non dai un buon motivo per continuare a leggere.

2. “Copy-paste? Tanto non se ne accorge nessuno”

Una candidatura standard si riconosce.

Non necessariamente perché contiene qualche errore clamoroso.

Più semplicemente perché potrebbe essere inviata nello stesso modo a dieci aziende diverse.

Parla molto del candidato e poco della posizione.
Utilizza formule generiche.

Mette in evidenza esperienze e competenze che magari sono importanti, ma non per quel lavoro.

Personalizzare significa fare esattamente il contrario: selezionare ciò che è più pertinente per quella candidatura.

Non devi raccontare tutto.

Devi scegliere cosa vale la pena raccontare.

3. “È un lavoro noioso e prende troppo tempo”

Sì, personalizzare richiede più lavoro che premere Invia.

Ma non significa riscrivere ogni volta CV e lettera da zero.

Puoi avere una buona base e intervenire sui punti che contano:

  • profilo professionale
  • competenze da mettere maggiormente in evidenza
  • esperienze più pertinenti
  • motivazione per quella posizione
  • linguaggio utilizzato nella presentazione

Il principio è semplice.

Non cambiare per cambiare. Cambia ciò che serve per rendere evidente la corrispondenza tra te e quel posto.

4. “Non so abbastanza dell’azienda”

E allora cercalo.

Se vuoi personalizzare la candidatura, prova a capire dove stai mandando il tuo dossier.

Visita il sito dell’azienda.
Leggi con attenzione l’annuncio.

Guarda come presenta i propri servizi, le persone, i valori e il modo di lavorare.

Chiediti:

  • Che tipo di realtà è?
  • Che cosa sembra considerare importante?
  • Quali competenze cerca davvero?
  • Quali parole ricorrono nell’annuncio?
  • Quale parte della mia esperienza risponde meglio a queste esigenze?

Non devi diventare un esperto dell’azienda.

Devi raccogliere informazioni sufficienti per non presentarti come se stessi rispondendo a un annuncio qualsiasi.

Se vuoi approfondire questo passaggio, puoi leggere anche come raccogliere informazioni sull’azienda prima di un colloquio.

5. “Tanto magari non la leggeranno nemmeno”

Può succedere.

Puoi preparare con attenzione una candidatura e non ricevere risposta.

Puoi avere le competenze richieste e non essere convocato.

La ricerca di lavoro contiene una parte che non puoi controllare.

Ma questo non rende inutile lavorare bene sulla parte che puoi controllare.

Se qualcuno leggerà il tuo dossier, troverà una candidatura generica oppure una candidatura nella quale è evidente che hai compreso la posizione?

È questa la domanda.

Personalizzare una candidatura non garantisce un colloquio.
Aumenta però la coerenza tra ciò che l’azienda cerca e ciò che tu scegli di mostrare.

E questa parte dipende da te.

Non sai chi leggerà la candidatura e quale sarà la decisione finale. Puoi però decidere con quale cura presentarti.

Personalizzare non significa reinventarsi ogni volta

Significa scegliere.

Togliere ciò che in quel momento serve meno.

Mettere in evidenza ciò che serve di più.

Perché ogni annuncio pone una domanda professionale diversa.

La tua candidatura dovrebbe cercare di rispondere proprio a quella.

Se stai cercando lavoro e non riesci più a capire come presentarti, quali esperienze valorizzare o dove stia perdendo efficacia la tua candidatura, puoi contattarmi.

Partiamo dalla tua situazione concreta e vediamo insieme dove intervenire.

Prima però, quando stai per premere Invia, prova a farti un’ultima domanda:

“Questa candidatura potrebbe essere inviata identica anche a un’altra azienda?”

Se la risposta è sì, probabilmente non hai ancora finito.

8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello

correggere
Correggere senza ferire: 8 modi per non sembrare un so-tutto-io.

Correzioni.
Puntualizzazioni.
Precisazioni.

In nessun luogo come in ufficio sono così necessarie.

Se sei un manager o un team leader, probabilmente non fai fatica a prendere da parte un membro del team e segnalare un errore.

Ma cosa succede quando le informazioni imprecise arrivano da:

  • un collega
  • un pari grado di un altro dipartimento
  • oppure (peggio) dal tuo capo o dai titolari dell’azienda?

Qui la faccenda cambia.

Il rischio nascosto dietro ogni correzione

Quando correggi qualcuno non sai mai come reagirà.

Senti che è tuo dovere sistemare le cose.
Ma allo stesso tempo ti chiedi:

Mi ringrazierà?
O farà un sorriso di circostanza… legandosela al dito?

Non vuoi sembrare arrogante.
Non vuoi passare per il saputello.

Fai bene.

Nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo a questo tema: oggi le persone sono più suscettibili, più esposte, più rapide a sentirsi attaccate.

Basta una parola fuori posto.
Un tono sbagliato.
Un gesto di troppo.

E il rapporto professionale si incrina.

Potresti pensare: “E chi se ne importa.”

Ma se il tuo lavoro dipende anche dalla qualità delle relazioni, allora sì: ti conviene continuare a leggere.

Non è un caso che la capacità di lavorare in gruppo sia tra le competenze più richieste nel mercato del lavoro attuale.

8 modi per correggere senza risultare presuntuoso:

1. Chiarisci le tue motivazioni

Perché vuoi correggere?

L’errore è davvero rilevante?
O vuoi dimostrare quanto sei brillante?
Perfezionismo?
Ego?

Le tue intenzioni influenzano l’impatto.

Se non sei sicuro delle motivazioni, meglio tacere.

È preferibile non dire nulla piuttosto che rovinare un rapporto costruito in anni.

2. Valuta se la correzione è necessaria

Se conosci bene la persona, sai già cosa puoi dire.

Se invece avete interagito poco, procedi con cautela.

Potrebbe essere molto sensibile.
Potrebbe prenderla sul personale.

3. Cura il COME, non solo il COSA

Spesso la differenza la fa il modo.

Tono.
Sguardo.
Postura.
Mimica.

Evita frasi secche e taglienti.
Evita braccia conserte e fronte corrugata.

Meglio aprire una conversazione:

“Sto guardando il report XY e c’è qualcosa che non mi torna a pagina 3. Possiamo rivederlo insieme?”

Molto diverso da:

  • “Ci sono errori a pagina 3. Rivedila.”

Stesso contenuto.
Impatto opposto.

4. Mai correggere pubblicamente (se puoi evitarlo)

Correggere davanti ad altri crea imbarazzo.

E mette l’altro sulla difensiva.

Scegli il faccia-a-faccia privato.

Dai alla persona la possibilità di “salvare la faccia”.
Rafforzerai la relazione invece di incrinarla.

Eccezione: se l’errore sta facendo perdere tempo o porterà a gravi conseguenze, intervenire pubblicamente può essere necessario.

In quel caso sii rapido, neutro, professionale.

5. Evita le correzioni via e-mail

La mail amplifica i fraintendimenti.

Il tono si perde.
Le intenzioni vengono interpretate.

Meglio parlarne di persona.

6. Usa le domande

Le domande abbassano il livello di tensione.

Passi da una posizione “correttiva” a una collaborativa.

Per esempio:

  • “Vedo che vuoi coinvolgere Anna fin dall’inizio. Pensi che un ingresso posticipato potrebbe snellire il processo?”

Non stai imponendo.

Stai ragionando insieme.

7. Focalizzati sull’errore, non sulla persona

Molte persone si identificano con ciò che fanno.

Se sbagliano, pensano di essere sbagliate.

Crea distanza tra comportamento e identità.

Frasi come:

“Potrei sbagliarmi, ma…”
rendono la correzione più digeribile.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

La NUOVA edizione aggiornata 2025 di

Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

Prima volta Leader” è il libro pratico ideale se stai iniziando a guidare un team.

Due strumenti complementari per sviluppare leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

8. Offri prove, aiuto e soluzioni

Non limitarti a segnalare l’errore.

Spiega il ragionamento.
Offri supporto.

  • “Ho affrontato una situazione simile il mese scorso. Se vuoi, ti mostro come l’ho gestita e troviamo insieme la soluzione.”

Il “noi” cambia tutto.

Comunica che l’altro resta parte importante della squadra.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” e impara a comunicare con autorevolezza anche nelle situazioni più complesse.

La linea sottile

Correggere non è semplice.

Si cammina su una linea sottile tra produttività e presunzione.

Si procede con attenzione.

Gestione del team professionale e competente ma anche gelida e distaccata

gestione del team

Non sono pochi i responsabili che mi contattano perché hanno problemi nella gestione del team.

E spesso sono sinceramente sorpresi.

Si considerano professionali, disponibili e corretti. Ritengono di comportarsi bene con le persone e di fare tutto ciò che il loro ruolo richiede.

I collaboratori, però, possono avere una percezione molto diversa.

Li vedono freddi.
Distaccati.
A volte persino arroganti o indifferenti.

Com’è possibile che intenzione e percezione siano così lontane?

Team leader strafottenti o collaboratori inadeguati?

Quando nasce una difficoltà relazionale, è facile cercare subito il responsabile.

Il leader pensa:

  • “Sono loro che se la prendono per tutto.”
  • “Non posso pesare ogni parola.”
  • “Io sono semplicemente diretto.”
  • “Sono qui per lavorare, non per farmi voler bene.”

Dall’altra parte, il collaboratore può pensare:

  • “Non ascolta.”
  • “Sembra sempre infastidito.”
  • “Quando gli parlo ho l’impressione di disturbarlo.”
  • “Non gli interessa quello che penso.”

Chi ha ragione?

Forse non è questa la domanda più utile.

Nelle relazioni professionali non conta soltanto ciò che pensi di trasmettere.
Conta anche ciò che l’altro riceve.

Questo non significa assecondare ogni sensibilità o rinunciare alla fermezza.

Significa prendere atto che, quando guidi delle persone, il tuo modo di porti produce un effetto.

Anche quando non te ne accorgi.

Professionalità e comportamento non sono la stessa cosa

Puoi conoscere perfettamente il tuo lavoro.

Essere preparato, affidabile, competente e orientato ai risultati.

E contemporaneamente essere percepito come gelido, scostante o poco disponibile.

Le due cose possono convivere.

Perché la professionalità riguarda ciò che sai fare.

La relazione riguarda anche come fai sentire le persone mentre lavori con loro.

Un tono brusco.
Lo sguardo continuamente rivolto allo schermo.
Una risposta data senza alzare la testa.

L’impazienza mentre qualcuno sta cercando di spiegarti un problema.
La sensazione che ogni domanda sia un’interruzione.

Sono piccoli comportamenti.

Ripetuti nel tempo, però, possono costruire una percezione molto precisa.

Che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?

Prova per qualche momento a cambiare prospettiva.

Un collaboratore entra per parlarti.

Che cosa trova?

Attenzione?
Disponibilità?
La sensazione che tu abbia realmente voglia di capire?

Oppure avverte che hai fretta e che vorresti chiudere la conversazione il prima possibile?

Si sente ascoltato oppure semplicemente tollerato?

Non serve essere scortesi per creare distanza.

A volte basta essere sempre di fretta.

Essere concentrati soltanto sul problema da risolvere.
Rispondere prima che l’altro abbia terminato.

Mostrare con il corpo qualcosa di diverso da ciò che diciamo con le parole.

Puoi dire “ti ascolto” con le parole e comunicare “sbrigati” con tutto il resto.

Ed è spesso il resto che rimane.


Vuoi potenziare la comunicazione con il tuo team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi diventare più simpatico

Questo è un punto importante.

L’obiettivo non è trasformarti in una persona espansiva se non lo sei.

E neppure diventare accomodante, sorridere continuamente o cercare l’approvazione del team.

Autorevolezza e calore relazionale non sono opposti.

Puoi essere riservato e presente.
Diretto e rispettoso.
Esigente e disponibile all’ascolto.
Fermo senza diventare freddo.

La questione non è quanto sei simpatico nella gestione del team.

È quanto il tuo modo di comunicare facilita oppure ostacola la relazione professionale.

Nella gestione del team la competenza da sola non basta

Se i tuoi risultati dipendono anche dalle persone che coordini, la relazione con loro è parte del tuo lavoro.

Per questo vale la pena chiederti:

  • Come reagisco quando qualcuno mi porta un problema?
  • Il mio tono cambia quando sono sotto pressione?
  • Ascolto fino in fondo oppure penso già alla risposta?
  • Le persone possono contraddirmi senza temere la mia reazione?

Non servono grandi gesti.

Spesso la differenza passa da comportamenti molto piccoli: fermarsi, guardare, ascoltare, fare una domanda in più prima di dare la risposta.

Se senti che la tua competenza non sempre arriva agli altri con la stessa forza della tua presenza, può essere utile lavorare proprio su questo equilibrio.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

Puoi essere un ottimo professionista e, senza rendertene conto, diventare una presenza difficile da avvicinare.

Accorgersene non mette in discussione la tua competenza.

Ti permette di usarla meglio anche nella relazione con gli altri.

Paranoia o reale possibilità di licenziamento? 9 indizi che potrebbero indicarne uno

licenziamento

C’è chi la prende con filosofia.
Chi con rassegnazione.
Chi rimane sorpreso, scioccato, colto dal panico.

Travolto da un tornado mentre sorseggiava un cappuccino.

Proprio non se lo aspettava.

Eppure, guardando indietro, quasi tutti se ne rendono conto:
c’erano segnali.
Indicazioni.
Campanelli d’allarme.

Non visti.
O, più spesso, inconsciamente ignorati.

L’ossessione del licenziamento

L’idea di essere licenziati è difficile da contenere.

Anche professionisti e manager competenti, stimati, preparati,
possono lasciarsi inghiottire da questa paura,
e consumarsi lentamente…

nel fisico e nell’anima.

La paranoia fa galoppare la fantasia

Un cliente mi ha confessato che, ogni volta che il big-boss parlava con qualcuno a porta chiusa, era certo che stessero decidendo il suo licenziamento.

Se sospetti di essere licenziato,
non puoi limitarti ad aspettare.

Essere proattivi può cambiare la storia prima che sia troppo tardi.

Ma come distinguere i fatti
dalla fantasia?

9 indizi che potrebbero indicare un licenziamento in arrivo:

1. Inizi ad angosciarti (e a boicottarti)

“Lo sapevo.”
“Prima o poi mi fanno fuori.”

La profezia che si auto-avvera funziona.
Se ti convinci di essere fuori,
inizi a comportarti come se lo fossi.

Sospettoso.
Incerto.
Oppure aggressivo.

e la tua aspettativa si avvera. Per davvero!
È solo una questione di tempo.

Per favore … resta ancorato ai fatti concreti.

2. Ricevi valutazioni negative di performance

Una valutazione negativa non equivale a un licenziamento.
Ma più segnali insieme… sì.

Attenzione soprattutto a frasi come:

  • “Non sei in linea con la cultura aziendale”
  • “Hai un problema di atteggiamento”
  • “Non sei un giocatore di squadra”

Qui la situazione si complica.

Infatti, si dà per scontato che i problemi comportamentali sono profondamente radicati e difficili da cambiare.

3. Sei lasciato “fuori dal giro”

Niente più dati chiave.
Riunioni saltate.
Mail importanti che non arrivano.

O peggio:
il capo parla direttamente con i tuoi collaboratori.
È un segnale serio.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza

Con la nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza
e il volume complementare “Prima volta Leader

hai due strumenti concreti per rafforzare impatto, carisma e leadership.

4. Il tuo capo inizia a mettere tutto per iscritto

Noti un’escalation improvvisa di mail, report, tracciamenti?

Se sì, crea anche tu una traccia scritta.
Se no, puoi (per ora) respirare.

L’incertezza può paralizzare… o chiarire.

5. Sei costantemente monitorato

Devi relazionare costantemente su tempo e spese?
Sei l’unica persona a essere esaminata?

Report continui.
Controlli selettivi.
Piani di miglioramento “opachi”.

Un piano di miglioramento può essere un’opportunità.
Oppure una spinta gentile verso l’uscita.

Valuta il livello di trasparenza e di sostegno.

Se il piano è raggiungibili e “onesto” potrebbe essere un’occasione da sfruttare per un’inversione di tendenza.

Tuttavia, se senti che i requisiti sono troppo alti,
inizia a preoccuparti seriamente.

6. Il rapporto con il capo si è deteriorato

Prima c’era dialogo.

Ora tensione, silenzi, critiche pubbliche.

Se non riuscite più a comunicare,
qualcuno nella stanza… è di troppo!

Con il disaccordo con il capo ti invito a approfondire nel mio post .

7. Assumono qualcuno con la tua stessa posizione

Stessa funzione.
Stessa descrizione.
Stesso ruolo.

Qui le domande diventano legittime,
e soprattutto dovresti porne a chi compete.

8. Meno lavoro, più voci

Ti arrivano sempre meno progetti.
Più tempo vuoto.
Poche spiegazioni.

Senti mancanza di fiducia.
Oppure ti stanno ignorando.

Non ignorare la circostanza,
(guarda la situazione da tutte le prospettive)
per determinare se ci sono dei motivi fondati di preoccupazione.

Forse è paranoia.
Forse no.

9. Colleghi strani, pettegolezzi, silenzi

Entrano, smettono di parlare.
Ti evitano.
Rispondono meno.

Forse sanno qualcosa che tu ancora non sai?

Meglio cercare un feedback
che restare nell’ombra.

E se fosse solo paranoia?

Siamo emotivi.
Stressati.
Influenzati da mille fattori.

Potrebbero essere semplicemente tue proiezioni mentali,
dettate da paura e stress.

Bisogna agire con cautela prima di tirare le somme e parlare di licenziamenti

Non trarre conclusioni affrettate se i segnali non sono chiari e sproporzionati.

Parlare apertamente può chiarire tutto.

Oppure accelerare una fine già scritta.
(sempre meglio di una lenta e logorante agonia professionale)

In entrambi i casi, sapere è meglio che immaginare.

In finale

Non mettere la testa sotto la sabbia.
Non farti guidare solo dalla paura.

Facile a-dirsi ma quando si balla – e si parla di licenziamenti-
non è così semplice.

Anche questa è vita!

In un contesto incerto, serve uno “spazio protetto”.

Scopri il coaching mirato
Cambiamenti in azienda? Gestire l’incertezza sul futuro” per orientarti e decidere con calma.

9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro

inadeguatezza al lavoro
Hai la sensazione di essere meno efficace degli altri?
Anche nelle attività più semplici?

Hai paura di essere “lento”?

C’è sempre troppo-da-sapere.
Troppe competenze da dimostrare.
Ogni nuovo incarico sembra enorme.

E ogni incontro con il capo o con i colleghi potrebbe essere
“quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza?

Anche se
— fino a oggi —
l’azienda sembra soddisfatta,
tu dubiti di te stesso.

E inizi, giorno dopo giorno,
a minare la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è dolorosa

Soprattutto di notte.

Il buio amplifica.

Riaffiorano timori indefiniti.
Paure senza nome.
La sensazione di non essere abbastanza.

Fa male.

Ti è mai capitato di “sentire” quel dolore?

Se non impari a sopportarlo,
non potrai mai raggiungere serenità professionale.

Allora cosa fare?

Rinunciare?
Aspettare di essere “scoperto”?
Oppure rimboccarti le maniche e spingerti oltre?

Potrei dirti, come ho scritto nel mio libro Prima volta Leader:
“Non preoccuparti.
Basta avere un po’ di fiducia.”

Ma lo so.
Non basta.

Non scioglie quel groppo in gola.

Ecco allora 9 punti concreti da ricordare:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggi i processi di selezione sono lunghi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni multiple.

Ti hanno osservato da vicino.

Se ti hanno scelto, è perché credono nel tuo potenziale.

Non lavorare per farli cambiare idea.
Lavora per crescere.

2. Attenzione alla trappola della perfezione

Quando finisci un lavoro, sei soddisfatto?
O pensi sempre che “non sia abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella.
Ti carichi di pressione.
Ti perdi nei dettagli.

La perfezione sproporzionata
non è un pregio.

È un sabotaggio.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Guarda i fatti. Solo i fatti.

Respira.

Siediti.
Analizza la realtà, nuda-e-cruda.

Non le fantasie.
Non i tuoi fantasmi interiori.

Ci sono prove oggettive della tua competenza.

Se non ti hanno scelto per un progetto,
non significa che sei incompetente.

Significa solo che — in questo momento —
non eri la persona più adatta.

Vieni a patti con il tuo critico interno.

4. Condividi le tue preoccupazioni

Non restare solo con i tuoi dubbi.

Parlane con qualcuno di cui ti fidi davvero:

Un partner.
Un amico.
Il collega fidato.

O un coach professionista.

Un confronto esterno ridimensiona paure enormi.

A volte poche sessioni di coaching possono restituirti più sicurezza di mesi di rimuginio.

5. Conta la valutazione di chi ti ha assunto

Nel lavoro non conta ciò che pensi tu.

Conta ciò che osserva chi-ti-paga.

Spesso siamo giudici severissimi di noi stessi.

Molti sopravvalutano le proprie competenze.
Altri — validissimi — si sottovalutano.

Probabilmente appartieni al secondo gruppo.

6. Usa l’inadeguatezza come carburante

Può diventare una spinta potente.

Ti obbliga a studiare di più.
A prepararti meglio.
A fare formazione.
Chiedere supporto.

Invece di paralizzarti,
può portarti fuori dalla zona di comfort.

La paura di non essere all’altezza può diventare il tuo alleato.

È successo anche a me.
Molte volte.

E ogni volta mi ha fatto crescere.

7. I datori di lavoro non fanno regali

Nessuno paga stipendio e contributi
a una persona ritenuta inutile.

Se non si lamentano,
è perché il tuo lavoro va bene.

Hanno visto potenziale.
Volontà.
Capacità di apprendere.

Fidati anche tu.

8. Attenzione alla profezia che si auto-avvera

Non è stregoneria.

Se sei convinto di non essere capace,
inizierai a comportarti come tale.

Più ansia.
Più errori.
Ancora più conferme del tuo dubbio.

Ed ecco il circolo vizioso.

9. Non puoi controllare il giudizio degli altri

È impossibile.

Puoi essere competente, disponibile, professionale.
Qualcuno troverà comunque qualcosa da criticare.

Prima lo accetti, meglio è.

Domande come:

  • “Merito questo lavoro?”
  • “Sono davvero capace?”
  • “Come mi valutano gli altri?”

possono monopolizzare la tua mente.

Metti a tacere la voce interiore negativa.
Lascia che quei pensieri si consumino da soli.

E fai l’unica cosa sensata:
abbraccia la sfida.

Inadeguatezza al lavoro?

Lavora su te stesso.
Sviluppa i tuoi punti di forza.

Accetta e supera le tue debolezze.
Convoglia l’energia nel miglioramento.

Non nella paura.

In finale

Inadeguatezza al lavoro non significa essere incompetenti.
Significa che tieni a ciò che fai.

La differenza non sta nell’assenza di dubbio.
Sta in cosa fai dopo.

E lì — davvero — si costruisce la tua solidità professionale.

10 spunti per scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei

scrivere mail
Siamo tutti occupati.

Poco tempo.
Tante cose da fare.
Informazioni da gestire sempre più in fretta.

Nessuno vuole perdere 10 minuti in una conversazione
su qualcosa che richiederebbe una semplice mail.

Allo stesso modo, nessuno ha voglia di decifrare messaggi contorti, lunghi o poco chiari.
Che non vanno dritti al punto.

Ecco 10 accorgimenti per scrivere mail come un executive
(anche se non lo sei):

1. Chiarisci prima di tutto lo scopo della mail

Ogni volta che ti siedi per scrivere mail, fermati un istante.

Chiediti:

Perché sto inviando questa mail?
È davvero necessaria?

Se non riesci a rispondere con chiarezza, non inviarla.

Scrivere senza sapere cosa vuoi davvero ottenere significa che non hai ancora fatto ordine nel pensiero.

E se non sei chiaro tu,
non lo sarà neppure il tuo destinatario.

Il risultato?

Tempo sprecato.
Autorevolezza che si abbassa.
E una mail in più che forse non serviva.

2. Usa la regola: una mail = una cosa

Nelle riunioni, avere più punti all’ordine del giorno può essere utile.

Nelle mail, no.

Meno roba c’è, meglio è.

Una mail dovrebbe contenere una richiesta, un tema, un obiettivo.

Se devi parlare di un altro progetto, di un altro compito o di un’altra decisione,
scrivi un’altra mail.

Questo aiuta chi legge.
Ma aiuta anche te a essere più ordinato.

3. Vai dritto al punto

In una mail dovresti usare meno frasi possibile.

L’imprenditore e saggista Guy Kawasaki propone una regola interessante:

limitare il testo a 5 frasi.

Non sempre è possibile, certo.

Ma molto spesso sì.

Con meno di 5 frasi rischi di sembrare brusco.
Con molte di più, spesso fai perdere tempo.

Anch’io seguo questa logica.
E ti assicuro che, con un po’ di allenamento, diventa naturale.

Scrivi meglio.
Più in fretta.
E con più impatto.

4. Evita negazioni e frasi che seminano dubbi

Frasi come:

“Non so se questo funzionerà…”
“Spero che i risultati non siano…”
“Ho ragione?”
“Mi capisci?”

indeboliscono il messaggio.

Invece di presentare i tuoi pensieri con chiarezza,
stai già insinuando un dubbio.

E se dubiti tu, perché dovrebbe fidarsi l’altro?

Essere autorevoli vuol dire anche questo:
esporre un’idea senza sminuirla prima ancora di averla detta.

5. Smettila di chiedere scusa così tanto

“Mi auguro che…”
“Mi sembra…”
“È probabile che…”
“Scusa il disturbo”
“Era solo un’idea”
“Spero di non aver sbagliato”

Sono frasi comuni.
Normali nel parlato quotidiano.

Ma nelle mail, se usate troppo spesso, trasmettono insicurezza.

Fanno sembrare il tuo messaggio più debole.
Meno deciso.
Meno credibile.

Anche la parola “solo” tende a ridimensionarti.

“Volevo solo chiedere…”
“Era solo un’idea…”

No.
Non è “solo”.

Per chiarezza: non si tratta di fare il duro.
E nemmeno di smettere di chiedere scusa quando serve davvero.

Il punto è non usare continuamente parole come “scusa”, “solo”, “credo”
quando finiscono per togliere forza a ciò che stai dicendo.

6. Usa frasi brevi, paragrafi brevi ed elenchi puntati

Una mail deve essere digeribile.

Evita i blocchi monolitici di testo.
Affaticano chi legge.
E spesso vengono saltati.

Se ti accorgi che stai andando oltre 4 o 5 frasi consecutive, valuta di spezzare.

Meglio ancora se puoi usare un elenco puntato.

Taglia ciò che puoi tagliare.
Se una parola lunga può essere sostituita da una corta, fallo.

Più la tua frase è pulita,
più il messaggio arriva.

7. Inserisci sempre una call to action chiara

Non dare mai per scontato che il destinatario abbia capito cosa deve fare.

Scrivilo tu.
In modo semplice.
Senza vaghezze.

Per esempio:

  • “Mi puoi inviare i file XYZ entro giovedì?”
  • “Potresti scrivere ad Annalisa entro due settimane e aggiornarla su…?”
  • “Scrivi a Sergio e fammi sapere entro domani sera cosa ne pensa.”
  • “Informa Paolo e dimmi entro il 1° febbraio se ha domande.”

Chi legge deve capire subito:

  • cosa vuoi,
  • da chi,
  • entro quando.

8. Rileggi. Sempre. E con calma

Può sembrare un’ovvietà.

Non lo è affatto!

Spesso scrivere una mail breve è più difficile che scriverne una lunga.

Prima di inviare qualsiasi cosa, leggila.
Meglio ancora: leggila ad alta voce.

Controlla ortografia,
grammatica,
tono,
chiarezza.

Se la mail è importante,
falla rileggere a una persona fidata.

Un collega.
Un collaboratore.
Un amico.
Il partner.

Quando si tratta di mail delicate, non è una gara di velocità.
È un esercizio di precisione.

Se puoi, salvala in bozza e rileggila più tardi.

Io lo faccio spesso.

E quasi sempre, tornando sul testo con occhi-nuovi,
vedo subito cosa togliere, cosa correggere, cosa chiarire.

Chiediti:

  • “La mia richiesta è chiara?”
  • “Ci possono essere malintesi?”
  • “Come la prenderei, se fossi io a riceverla?”

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

9. Fai trasparire la tua personalità

Le email dovrebbero riflettere chi-sei nel mondo reale.

Non in modo eccessivo.
Non in modo teatrale.
Ma sì, un po’ di te deve sentirsi!

Evita emoticon, abbreviazioni tipo LOL, font colorati o sfondi creativi.
In ambito professionale, raramente aiutano.

Ma non diventare neppure robotico.

“Per favore” e “grazie” restano segni semplici di educazione e professionalità.

10. Sappi quando non usare la mail

Ci sono conversazioni in cui il tono e il linguaggio del corpo fanno tutta la differenza.

In quei casi, la mail non basta.
Anzi, rischia di peggiorare le cose.

Se non diresti una cosa in faccia a una persona, non scriverla in una mail.

Se la questione richiede un confronto più profondo,
meglio una telefonata.

Se la telefonata rischia di durare più di 5 o 10 minuti,
forse è meglio incontrarsi.

La vera autorevolezza sta anche qui:
sapere qual è il mezzo giusto.

Hai bisogno di una telefonata?
Oppure bastano due righe ben scritte?

Serve davvero scrivere mail?
Oppure una chiamata può chiarire meglio favore, dubbio o contrarietà?

Anche questa è autorevolezza.

A questo proposito,
scopri il mio libro che si intitola proprio “Autorevolezza“.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, risultati e previsioni chiedendoti:

“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti?
Scarsa iniziativa?
Problemi di comunicazione?

Mettere insieme persone capaci ed esperte non garantisce automaticamente che un team funzioni.

Questo probabilmente lo sai.

Ma prima di convocare l’ennesima riunione per capire che cosa non va nei tuoi collaboratori, prova a farti una domanda un po’ più scomoda.

Problemi con il team?
E se una parte del problema fossi tu?

Problemi con il team. Prima guarda anche dalla tua parte

Non significa assumerti la responsabilità di qualsiasi difficoltà.

Un collaboratore può essere poco motivato, poco competente o avere comportamenti che devono essere affrontati.

Ma chi guida un team influenza inevitabilmente ciò che accade al suo interno.

Il tuo stile.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.
Cosa tolleri e cosa correggi.

Lo spazio che lasci alle persone.

Prima di chiederti che cosa non funziona nel tuo team, chiediti che cosa stai facendo tu per farlo funzionare meglio.

Ecco 8 segnali che vale la pena osservare.

1. Non dai feedback

Le persone hanno bisogno di capire che cosa stanno facendo bene e che cosa devono correggere.

Se intervieni soltanto quando qualcosa è ormai diventato un problema, lasci troppo spazio alle interpretazioni.

Non serve commentare continuamente ogni azione.

Serve però che un collaboratore non debba chiedersi per mesi:

“Sto lavorando bene oppure no?”

Un feedback specifico e tempestivo permette di correggere un comportamento, riconoscere un risultato e chiarire le aspettative.

Il silenzio raramente è un buon feedback.

2. Non condividi gli obiettivi

Chiedi risultati.

Ma le persone sanno davvero dove state andando?

Un obiettivo non dovrebbe essere chiaro soltanto nella tua testa.

Il team deve capire che cosa state cercando di ottenere, perché è importante e quale contributo ci si aspetta da ciascuno.

Altrimenti rischi di avere persone impegnate, magari anche molto, ma in direzioni diverse.

Non basta assegnare compiti.
Occorre dare una direzione.

3. Eviti le conversazioni difficili

Vuoi mantenere un buon clima.
Non vuoi sembrare troppo duro.

Temi che un collaboratore possa prenderla male.

E così rimandi.
Addolcisci eccessivamente il messaggio.
Oppure lasci correre.

Il problema è che ciò che non affronti non necessariamente scompare.

Può diventare frustrazione per te e per gli altri componenti del team che vedono un comportamento problematico continuare senza conseguenze.

Essere autorevoli non significa cercare lo scontro.

Significa anche riuscire a dire ciò che deve essere detto quando serve.

4. Sei incoerente

Una settimana chiedi autonomia.
Quella successiva controlli ogni dettaglio.

Prima incoraggi le persone a prendere iniziativa, poi le critichi perché non hanno chiesto il tuo permesso.

Il problema non è cambiare idea.

Un responsabile può farlo.

I problemi con il team nascono quando la squadra non capisce più quali siano i criteri con cui prendi le decisioni.

Se qualcosa è cambiato, spiegalo.

Altrimenti ciò che per te è adattamento può essere percepito dagli altri come incoerenza.

5. Dai poca importanza alle relazioni

Ti concentri su risultati, scadenze e prestazioni.

Tutto necessario.

Ma se ti ricordi delle persone soltanto quando c’è un problema, rischi di costruire una relazione basata quasi esclusivamente sulla correzione.

Conoscere i tuoi collaboratori non significa entrare nella loro vita privata.

Significa sapere come lavorano, dove incontrano difficoltà, che cosa li aiuta e quale contributo possono dare.

La relazione con il team non è qualcosa che fai oltre al tuo lavoro di responsabile.
È parte del tuo lavoro di responsabile.

E questa attenzione si costruisce soprattutto quando non c’è un’emergenza da gestire.

6. Gestisci tutti allo stesso modo

Essere equi non significa comportarsi nello stesso identico modo con tutti.

Un collaboratore può aver bisogno di maggiore autonomia.
Un altro di indicazioni più precise.
Uno apprezza un confronto molto diretto.
Un altro ha bisogno di qualche domanda in più per arrivare alla stessa conclusione.

Le persone sono diverse.

Conoscerle ti permette di adattare il modo di guidarle senza rinunciare alle stesse aspettative professionali.

Puoi chiedere, per esempio:

  • “Di che cosa hai bisogno per lavorare meglio?”
  • “Preferisci maggiore autonomia o indicazioni più frequenti?”
  • “Come posso esserti utile senza sostituirmi a te?”

7. Vuoi controllare tutto

Vuoi verificare ogni passaggio.
Ogni decisione deve passare da te.

Prima di procedere, tutti aspettano la tua approvazione.

Poi magari ti chiedi:
“Perché non prendono mai iniziativa?”

Se vuoi autonomia ma intervieni continuamente, stai inviando due messaggi opposti.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire aspettative e confini, lasciare spazio e intervenire quando serve.

Se ogni decisione torna sempre sulla tua scrivania, il problema potrebbe non essere soltanto la poca iniziativa del team.

8. Pretendi dagli altri ciò che tu non fai

Chiedi puntualità e arrivi sempre in ritardo.

Pretendi comunicazioni chiare e mandi messaggi confusi.

Chiedi ascolto e interrompi continuamente.

Vuoi collaborazione, ma decidi tutto da solo.

Le persone osservano molto più di quanto immagini.

Il tuo comportamento rende credibili — oppure indebolisce — le aspettative che hai nei loro confronti.

Non devi essere perfetto.

Ma difficilmente puoi chiedere con autorevolezza agli altri qualcosa che tu, per primo, ignori sistematicamente.


Vuoi potenziare la tua assertività con il team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Prima di dare la colpa al team, guarda il tuo contributo

Se i risultati non arrivano, non significa automaticamente che il problema sia il leader.

E nemmeno che siano sempre i problemi con il team.

La domanda più utile è un’altra:

“Che cosa, nel mio modo di guidare, potrebbe contribuire a questa situazione?”

Forse la risposta sarà: niente.

Oppure scoprirai un comportamento, una comunicazione poco chiara o un’abitudine che puoi modificare.

Ed è una buona notizia.

Perché quella è la parte sulla quale puoi intervenire direttamente.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di cambiare il tuo team, assicurati di aver guardato con sufficiente attenzione anche il modo in cui lo stai guidando.

“Un percorso di coaching? Per me? Ma per favore …”

percorso di coaching

Ci sono persone competenti, preparate, con anni di esperienza, che davanti alla possibilità di iniziare un percorso di coaching reagiscono più o meno così:

“Coaching? Io?”
“Non ne ho bisogno.”
“So già cosa devo fare.”
“I problemi li ho sempre risolti da solo.”

A volte dietro queste risposte c’è semplicemente la convinzione di non averne bisogno.

Altre volte c’è qualcosa di diverso: l’idea che chiedere un confronto professionale significhi ammettere di non essere abbastanza capaci.

Ma competenza e bisogno di confronto non sono affatto incompatibili.

“Un percorso di coaching? Per me? Ma figuriamoci…”

Quando hai esperienza è facile affidarti a ciò che sai.

Ed è giusto farlo.

Il problema nasce quando la sicurezza nelle tue capacità comincia a trasformarsi nella convinzione di avere già tutte le risposte.

Smetti di chiedere.
Ascolti meno.
Le osservazioni degli altri diventano facilmente critiche da respingere.

Gli errori qualcosa da giustificare.

E magari cominci anche a pensare che il problema siano quasi sempre gli altri: il capo, i colleghi, il team, l’azienda.

Essere competenti significa avere molte risposte.
Essere consapevoli significa sapere che non puoi averle tutte.

Puoi essere sicuro di te senza dover dimostrare continuamente quanto vali. Puoi essere fermo senza fare lo spaccone.

E soprattutto puoi essere molto bravo nel tuo lavoro e avere ancora qualcosa da capire su te stesso.

Cominciare un percorso di coaching non significa non essere capaci

Il coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza.

Non parte necessariamente da:

“C’è qualcosa che non va in me.”

Può partire da domande molto diverse:

  • “Perché in questa situazione continuo a bloccarmi?”
  • “Come posso gestire meglio questo passaggio professionale?”
  • “Perché con quella persona reagisco sempre nello stesso modo?”
  • “Che cosa non sto vedendo?”
  • “Come posso essere più incisivo nel mio ruolo?”

Sono domande che può farsi anche una persona competente.

Anzi, proprio l’esperienza può rendere più difficile accorgersi di alcuni automatismi, perché nel tempo diventano parte del nostro modo abituale di lavorare.

Non sempre basta sapere cosa fare

A volte sai già perfettamente cosa dovresti fare.

Dovresti essere più diretto.
Delegare di più.
Affrontare una conversazione.
Prendere una decisione.
Cambiare qualcosa nel tuo modo di comunicare.

Eppure non lo fai.

Perché tra sapere cosa fare e riuscire realmente a farlo c’è spesso uno spazio che la sola competenza tecnica non riesce a colmare.

Il coaching può servire proprio a lavorare dentro quello spazio.

Non per consegnarti una soluzione pronta.

Ma per aiutarti a osservare la situazione, mettere a fuoco ciò che ti sta bloccando e trasformare la riflessione in qualcosa di concreto.

Avere bisogno di un confronto non significa non sapere.
A volte significa voler vedere meglio.

E vedere meglio può essere utile proprio quando sei troppo dentro una situazione per riuscire a leggerla con sufficiente distanza.

Il coaching non deve dimostrare che hai un problema

Puoi iniziare un percorso perché stai attraversando una difficoltà.

Ma anche perché hai assunto nuove responsabilità.

Perché una relazione professionale non funziona più come vorresti.
Perché vuoi prendere una decisione importante.

Oppure semplicemente perché il modo in cui hai lavorato fino a ieri non ti basta più per ciò che devi affrontare oggi.

Non c’è niente da “ammettere”.

C’è semmai qualcosa da capire.

Riconosci il coaching per quello che può essere

Uno spazio professionale nel quale fermarti.

Portare una situazione reale.
Guardarla da prospettive diverse.
Mettere in discussione qualche certezza.

E decidere che cosa fare.

Non devi dimostrare di essere incapace per avere bisogno di un coach.

E non devi nemmeno convincerti di avere un grande problema.

Devi soltanto avere qualcosa sul quale ritieni utile lavorare.

Se c’è una situazione professionale sulla quale continui a girare senza trovare una direzione chiara, puoi contattarmi.

Un primo confronto serve anche a capire se il coaching sia davvero lo strumento adatto alla tua situazione.

Non è la mancanza di competenza che rende utile un confronto.
È la disponibilità a guardare anche ciò che, da soli, facciamo fatica a vedere.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita -2

scusa per non agire

Leggi anche la parte 1.

5. “Gli altri hanno qualcosa in più”

Molti hanno più talento di me.
Alcuni sono più belli.
Più brillanti, divertenti.
Più ricchi.

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Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.
Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Così fermati.
Ammettilo: alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni hanno più esperienza, altri un po’ meno.
Sergio ha un dono come broker , Alessandro è un venditore eccezionale, Sandra è una creativa brillante …
e allora?
Sergio forse non è intuitivo come te, Alessandro è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica, Sandra è creativa ma non ha la tua concretezza.

Il confronto è sempre eccessivo.

6. “Un giorno lo farò”

“In questo periodo sono stressato”.
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

“Lo farò …
quando finisco l’università,
quando troverò lavoro,
appena mi sposo,
quando avrò figli,
quando i figli saranno sistemati,”

Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.

 


 

Non lasciarti immobilizzare da questa scusa per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà senza “approfittare” di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.
Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.

Fallo in questo momento,
subito.

7. “Non sono portato”

Pensare di “non essere portato”,
di “non averlo tra le corde”,
di “essere negato”
è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è così condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità e
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione, ottenendo risultati inferiori!

Quindi pensare di non essere “portati a” è vero solo fino a quando non sarai tu a crederci
Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.

Non lasciare mai che questi pensieri t’impediscano di fare quello che vuoi.
Guardati intorno,
ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose.
Non è mai troppo tardi.

8. “Non ho le conoscenze giuste”

“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”

Nessuno è così naif da non credere al clientelismo, al favoritismo, al nepotismo.
Nessuno è così ingenuo da credere che tutte le persone “arrivino” solo perché sono brillanti e geniali.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state.
E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.
Ma dobbiamo accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.
Per non passare all’azione.
È solo una scusa per non agire.

Convincersi che non si arriverà da nessuna parte perché non si hanno le conoscenze giuste …
non cambierà lo stato di cose.
Anzi.
Questa credenza limitante andrà ad assorbire energia al tuo potenziale,
rendendoti meno performante nel perseguimento del tuo obiettivo.

“La raccomandazione non è un favore fatto a qualcuno,
è un torto fatto agli altri.”

Pino Caruso

9. “Non sono coraggioso”

Se stai aspettando il giorno, in cui non sentirai più la paura,
per poter fare qualcosa di significativo,
(scusa se te lo dico ma) potresti aspettare tutta la vita.

Le persone coraggiose sentono la paura.
Non fuggono davanti la paura.
Quando la sentono, “spingono”per superarla.
Questa è la differenza tra la persona coraggiosa e tutti gli altri.

Il coraggio è un muscolo.
Diventa più forte ogni volta che si utilizza.
Se non lo utilizzi,
non diventerai mai forte (i muscoli s’indeboliscono se non li usi, vero?)

Spingi (fletti il muscolo del coraggio) oggi,
esercita il coraggio.
e sarai più coraggioso domani.

Quando lo fai,
la paura perderà il suo potere.

Prendi coscienza che una scusa per non agire distrugge il tuo potenziale

Quando consentiamo ai nostri sogni di morire,
la vita diventa insoddisfacente e triste.
Perdiamo la gioia e la felicità.

Oggi è il giorno (giusto) per cominciare a correggere tutte le bugie che ti sei inconsciamente raccontato e che hai accettato come la “tua realtà” .
Inizia il processo di guarigione.
È necessario sconfessare tutte le false idee “su chi sei”, “cosa si può” o “non si può fare”.

Ora puoi disfarti di tutto ciò che ti sei raccontato,
ed è necessario farlo ora.
Adesso.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita – 1

scuse per non agire

Quando decidiamo di fare qualcosa,
scegliamo il nostro obiettivo,
(cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare 3 mesi in Sud America, ecc.)
e spesso non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché metterci alla prova, insistere, persistere,
molliamo facilmente.

Molte volte ancor prima di partire.

Creiamo scuse per non-agire per salvaguardare la nostra autostima

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Piuttosto che metterci in gioco,
ce la prendiamo con la fortuna, il caso o il destino.
tiriamo fuori un ventaglio di giustificazioni,
di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone vivono e muoiono senza aver raggiunto i loro obiettivi.
Ci sono tante persone con idee potenziali o geniali non sfruttate che non potranno mai realizzare perché hanno accettato queste scuse,
queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.
Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano La verità.
La tua realtà.

Ecco 9 scuse per non agire che devi smettere di raccontarti.
Subito.

1. “Oggi è dura”

Basta sentire le news, per vedere quanto è difficile cambiare o trovare un lavoro e quanto si è già fortunati solo ad averne uno (bello o brutto che sia).

Alcuni settori sono più in crisi, ma altri stanno nascendo,
si stanno espandendo.
È così da sempre.
Ogni grande crisi porta con sé recessione,
mancanza di speranza eppure (ricordiamoci che) ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.

 


 

È una questione di “credo”.
Se credi che non ci sia alcuna possibilità, ogni porta si chiude,
resti fermo e ti senti in trappola.
Ma se ci credi … puoi prepararti e lavorare sodo per riuscirci.
Se insisti, alla fine ce la fai.

2. “Non ho tempo”

Sei sempre indaffarato.
Di corsa.
Preso da un vortice di cose-da-fare.

Se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una scusa per non fare qualcosa,
o un modo per non affrontare una certa situazione o lanciarsi in una nuova impresa.

Una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (e per fissare le sessioni di coaching) è rimasta spiazzata (nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo) nel realizzare quante fossero le azioni irrisorie che potevano essere evitate.
Erano solo scuse per non agire.

3. “Gli altri hanno tutte le fortune”

“Audentes fortuna iuvat”
Virgilio

Il detto (“La fortuna aiuta gli audaci”) invita a essere volitivi e coraggiosi davanti a qualsiasi tipo di evento,
anche il più terribile e imprevisto,
poiché la sorte – il “fato” – è dalla parte di coloro che osano e sanno prendere gli opportuni rischi.

L’idea che gli altri abbiano tutte le fortune,
è molto limitante.

 
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È una dimostrazione d’invidia,
senza il riconoscimento delle capacità.

La fortuna non è un’esperienza passiva
in cui il mondo ci dà semplicemente qualcosa su un piatto d’argento.
Richiede uno sforzo e la volontà di far accadere qualcosa.

Se invidio (solo) la fortuna del mio amico o conoscente e non riconosco il suo talento,
la sua esperienza,
il suo amore per quello che fa,
sono davvero fuori strada.

4. “Sono tutti migliori di me”

Ecco uno dei modi perfetti ed efficaci per non muoversi!

Vedere tutti gli altri (ma proprio tutti-tutti?) come più abili,
più capaci o con più talento è un modo efficace
per costruirsi un alibi (comunque facilmente smontabile),
una scusa, un pretesto per proteggersi dai riflettori, evitare le critiche e non gettarsi nella mischia.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di scale di valori.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità
ma perché ci si confronta con un’immagine ideale,
quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo,
ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa più di te.

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