11 spunti per nascondere il nervosismo -e apparire più calmo e sicuro

nascondere il nervosismo

Foto di Ryan MacGuire

Che tu ci creda o no, anche le persone che sembrano più sicure possono essere nervose prima di un colloquio, una presentazione, una riunione o il primo giorno di lavoro.

Il cuore accelera.
Il respiro cambia.
Il corpo si irrigidisce.
I pensieri corrono.

La differenza è che alcune persone hanno imparato a gestire meglio i segnali del nervosismo, evitando che prendano il controllo della situazione.

Essere nervosi non significa necessariamente sembrarlo

Quando non ti senti a tuo agio davanti agli altri, può partire una spirale poco piacevole.

Ti senti osservato.
Pensi di non essere abbastanza sicuro.
Ti chiedi che cosa penseranno di te.
E più cerchi di controllarti, più rischi di apparire rigido e impacciato.

Non puoi ordinare al nervosismo di sparire.

Puoi però imparare a ridurne gli effetti sulla tua comunicazione.

L’obiettivo non è fingere sicurezza.
È evitare che il nervosismo parli al posto tuo.

Ecco 11 accorgimenti pratici.

1. Respira

Quando sei nervoso, il respiro tende a diventare più rapido e superficiale.

Prima di parlare, rallenta. Fai qualche respiro profondo e cerca di ritrovare un ritmo regolare.

Non serve fare esercizi complicati proprio nel momento in cui sei sotto pressione. Ti serve soprattutto evitare che il respiro segua l’agitazione.

Allenarti quando sei tranquillo renderà più facile farlo quando ne avrai bisogno.

2. Non dichiarare subito che sei nervoso

“Scusate, sono molto nervoso.”

Perché dirlo?

Magari nessuno se n’era accorto.

Dichiarandolo, porti l’attenzione proprio su fatto che vorresti nascondere il nervosismo. È come indicare agli altri quella piccola macchia sulla giacca che probabilmente non avrebbero mai notato.

Se riesci a continuare, continua.

Non devi necessariamente raccontare agli altri tutto quello che sta succedendo dentro di te.

3. Parla più lentamente

Il nervosismo accelera.

Accelera i pensieri, il respiro e molto spesso anche le parole.

Quando senti che stai partendo a raffica ..

rallenta deliberatamente.
Fai una piccola pausa tra una frase e l’altra.
Scandisci bene le parole.

A te potrà sembrare di parlare troppo lentamente.

Probabilmente agli altri sembrerai semplicemente più chiaro e sicuro.

Quando sei nervoso, rallentare è quasi sempre meglio che accelerare.

4. Controlla i piccoli gesti nervosi

Toccarsi continuamente i capelli.
Muovere la gamba.
Giocare con una penna.
Controllare il cellulare.
Toccarsi il viso.

Sono piccoli movimenti che possono rendere visibile la tua agitazione.

Non devi trasformarti in una statua. Cerca piuttosto di ridurre i movimenti inutili e ripetitivi per nascondere il nervosismo.

Rilassa le spalle, appoggia bene i piedi e lascia che i gesti accompagnino naturalmente ciò che stai dicendo.

5. Mantieni il contatto visivo

Se mentre parli continui a guardare il tavolo, il soffitto o qualsiasi cosa pur di non incontrare lo sguardo degli altri, il tuo disagio diventa più evidente.

Il contatto visivo comunica presenza.

Non significa fissare qualcuno negli occhi senza mai distogliere lo sguardo. Significa restare in relazione con chi hai davanti, anziché cercare continuamente una via di fuga.

6. Preparati bene

Una parte del nervosismo nasce semplicemente dal sentirsi poco preparati.

Prima di una riunione, un colloquio o una presentazione, verifica ciò che puoi controllare:

  • argomenti e punti principali;
  • persone presenti;
  • luogo e orario;
  • materiale necessario;
  • eventuali domande prevedibili.

Più riduci gli imprevisti evitabili, più energie avrai per gestire quelli inevitabili.

Prepararsi non elimina il nervosismo. Ma evita di aggiungere ansia inutile e nascondere il nervosismo.

7. Fai una domanda

Se senti che stai perdendo il filo, non devi necessariamente continuare a parlare.

Fai una domanda pertinente.

Sposti momentaneamente l’attenzione sull’interlocutore e ti concedi qualche secondo per respirare, ascoltare e riordinare i pensieri.

Una buona domanda non è una scappatoia.

È parte della conversazione.

8. Prova a leggere il nervosismo in modo diverso

Cuore che batte.
Energia.
Attivazione.
Attesa.

Le sensazioni fisiche del nervosismo possono assomigliare a quelle che proviamo quando siamo eccitati per qualcosa di importante.

Invece di ripeterti “Sono nervoso, andrà male”, prova a dirti:

“Sono eccitato perché questa situazione per me conta.”

Non è una formula magica.

Ma può aiutarti a non interpretare automaticamente ogni sensazione come il segnale che qualcosa sta andando storto.

9. Sorridi, senza forzare

Un leggero sorriso può rendere il volto più disteso e facilitare il contatto con gli altri.

Non significa avere il sorriso stampato in faccia o cercare di apparire simpatico a tutti i costi.

Significa evitare che la tensione trasformi il tuo viso in una maschera rigida e preoccupata.

Su questo tema puoi leggere anche “5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri”.

10. Non combattere continuamente il nervosismo

Questo punto sembra contraddire il titolo dell’articolo, ma è probabilmente uno dei più importanti.

Più ti ripeti:

“Non devo essere nervoso.”
“Non devono accorgersene.”
“Devo calmarmi.”

più rischi di concentrarti proprio sul nervosismo.

Accettare che in quel momento sei agitato non significa rassegnarti.

Significa smettere di spendere tutte le tue energie nel tentativo di cancellare una sensazione e utilizzarle, invece, per gestire la situazione.

Puoi essere nervoso e, nello stesso tempo, comunicare bene.

11. Metti in discussione quello che ti stai raccontando

Spesso non è soltanto la situazione a metterci in difficoltà.

È ciò che immaginiamo possa succedere.

“Farò una figuraccia.”
“Si accorgeranno che sono insicuro.”
“Penseranno che non sono all’altezza.”

Quando parte questo monologo, prova a fermarti e chiederti:

  • È davvero così probabile che accada?
  • Sto guardando i fatti o sto immaginando il peggio?
  • Se qualcosa andasse storto, sarei davvero incapace di gestirlo?
  • Che cosa direi a un amico nella mia stessa situazione?

Non devi convincerti che andrà tutto magnificamente per nascondere il nervosismo.

Devi semplicemente riportare i tuoi pensieri a una dimensione più realistica.

Non devi eliminare il nervosismo per apparire sicuro

Puoi prepararti bene, respirare, parlare lentamente, controllare i movimenti, guardare negli occhi e continuare a sentire un po’ di agitazione.

Va bene così.

La vera differenza non la fa l’assenza di nervosismo.

La fa quando permetti al nervosismo di condizionare la tua voce, il tuo corpo e ciò che vuoi dire.

La sicurezza non è non essere nervosi.
È riuscire a restare presenti anche quando lo siamo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

10 frasi che ti fanno apparire subito insicuro al lavoro – anche se non lo sei

frasi apparire insicuro
Come ho sottolineato più volte nel mio libro “Autorevolezza”, quando comunichiamo non conta soltanto ciò che vogliamo dire.

Conta anche come lo facciamo arrivare agli altri.

Soprattutto quando siamo sotto pressione, emozionati o nervosi, alcune espressioni possono farci apparire più esitanti, dipendenti dall’approvazione o poco convinti di ciò che stiamo dicendo.

Non perché siano parole “vietate”.

Il problema nasce quando diventano un’abitudine che indebolisce continuamente il messaggio.

Non devi eliminare ogni esitazione dal tuo linguaggio.
Devi evitare di trasformare ogni frase in una richiesta di rassicurazione.

Ecco 10 esempi che ti fanno apparire insicuro al lavoro.

1. “Non lo so”

Non sapere qualcosa non significa essere incompetenti.

Anzi, inventare una risposta per non ammetterlo è molto peggio.

Il problema è fermarsi lì:

“Non lo so.”

Meglio:

“Non ho ancora questa informazione. Verifico e ti aggiorno entro oggi.”

Oppure:

“Non ne sono sicuro. Prima di risponderti preferisco controllare.”

Non devi conoscere tutto. Devi sapere che cosa fare quando non conosci la risposta.

Su questo puoi leggere anche il mio post “Cosa rispondono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. “Devo chiedere al capo”

Può essere assolutamente vero.
Tutti abbiamo limiti decisionali.

Ma ripetere continuamente che qualcun altro deve autorizzarti può farti apparire privo di autonomia.

Meglio:

“Verifico internamente e ti do una risposta domani.”

Stessa realtà.

Meno enfasi sulla tua mancanza di potere decisionale.

3. “Credo che…” – “Penso che…”

Non c’è niente di sbagliato nel dire “penso” quando stai realmente esprimendo un’opinione.

Diventa debole quando lo utilizzi per attenuare anche ciò di cui sei ragionevolmente sicuro.

“Credo che possiamo consegnare venerdì.”

Se lo sai:

“Possiamo consegnare venerdì.”

Se invece esistono dubbi, esplicitali:

“Possiamo consegnare venerdì, se riceviamo i dati entro mercoledì.”

La sicurezza non consiste nel fingere certezze. Consiste nel dire chiaramente quanto sei certo e da cosa dipende.

4. “Vero?” – “Ho ragione?” – “È OK?”

Chiedere un parere è utile.
Cercare continuamente conferma, meno.

“È una buona idea, vero?”
“Ho fatto bene?”
“Sei d’accordo, no?”

Se le utilizzi spesso, rischiano di sembrare richieste di approvazione.

Esprimi prima il tuo punto di vista.

Poi, se serve davvero:

“Tu come la vedi?”

Così cerchi confronto, non rassicurazione.

5. “Incredibilmente” – “Assolutamente” – “Estremamente”

Non tutte le frasi hanno bisogno di essere potenziate.

“Sono estremamente felice.”
“È assolutamente incredibile.”
“Sono davvero, davvero entusiasta.”

A volte più cerchiamo di enfatizzare, meno risultiamo credibili.

Le parole semplici spesso trasmettono più sicurezza delle esagerazioni.

6. “Sono disponibile a qualsiasi ora”

Essere flessibile va bene.

Cancellare completamente la tua agenda per dimostrarlo, meno.

Meglio:

“Martedì e giovedì pomeriggio sono libero. Se necessario posso cercare un’altra soluzione.”

Comunichi disponibilità senza trasmettere l’idea che il tuo tempo non abbia valore.

7. “Mi dispiace disturbarti…”

Se stai davvero interrompendo qualcuno in un momento poco opportuno, una forma di cortesia è normale.

Ma se devi continuamente scusarti prima ancora di parlare:

“Scusa il disturbo…”
“Mi dispiace chiedertelo…”

rischi di presentare la tua richiesta come qualcosa di cui dovresti quasi vergognarti.

Meglio:

“Quando hai qualche minuto vorrei confrontarmi con te su…”

Cortesia sì. Sottomissione preventiva no.

8. “Scusa…”

Chiedere scusa quando hai sbagliato è segno di responsabilità.

Chiedere scusa per avere un’opinione, fare una domanda o proporre un’idea è un’altra cosa.

“Scusa, era solo un’idea…”
“Scusa, forse dico una sciocchezza…”
“Scusa se non sono d’accordo…”

Perché scusarti?

Non devi chiedere permesso per avere qualcosa di utile da dire.

Se hai sbagliato, chiedi scusa.
Altrimenti parla.

9. “Cercherò di farlo” – “Spero di riuscire”

Qualche volta è la risposta più sincera.

Ma se sai già quali sono le condizioni necessarie, è meglio esplicitarle.

Invece di:

“Spero di riuscire a finirlo entro venerdì.”

puoi dire:

“Posso chiuderlo entro venerdì se ricevo i dati entro mercoledì.”

Così trasformi l’incertezza in condizioni concrete.

E se davvero non sai se riuscirai?

Dillo.

Sicurezza non significa promettere ciò che non puoi garantire.

10. “Posso avere un minuto del tuo tempo?”

Se ti serve davvero un minuto, va benissimo.

Ma spesso utilizziamo questa frase per introdurre conversazioni che richiederanno venti minuti.

Questo crea fretta ancora prima di cominciare.

Meglio:

“Vorrei confrontarmi con te su questo tema. Quando avresti una quindicina di minuti?”

Dai al tuo argomento il tempo che merita.

Non devi parlare come un robot per non sembrare insicuro al lavoro

Eliminare automaticamente “credo”, “scusa”, “non lo so” e qualsiasi espressione di dubbio non ti renderebbe più autorevole.

Ti renderebbe artificiale.

La differenza sta nella frequenza e soprattutto nel motivo per cui utilizzi quelle parole.

Stai davvero esprimendo un dubbio?
Stai chiedendo un parere?
Hai commesso un errore?

Oppure stai soltanto cercando di attenuare tutto ciò che dici per paura della reazione degli altri?

Parlare con sicurezza non significa sembrare certo di tutto.
Significa non indebolire inutilmente ciò che hai da dire.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Ti senti insicuro al lavoro?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

13 errori che rendono ancor più dura la tua ricerca di lavoro – 2

cercare il lavoro

Leggi anche la parte 1.

7. Ascolti (troppo) le persone

Nonostante le migliori intenzioni,
amici e familiari offrono input che possono farti sentire sopraffatto e mettere in discussione il tuo percorso di ricerca lavoro.

I loro consigli sono basati sui loro valori e sulle loro esperienze e possono non conoscere i tuoi (reali) obiettivi e aspirazioni.

Con i loro buoni propositi,
possono confonderti e farti deviare, ostacolarti,
anziché aiutarti.
Ascolta, ma mantieni la tua libertà di pensiero.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

In questo caso,
l’ideale è un coach.
Non coinvolto e non giudicante.

8. Non sei preparato per il colloquio

“- Cosa diresti se assumessi un uomo che si presenta ad un colloquio di lavoro senza neanche una camicia?
– Chris: Che forse aveva dei bei pantaloni.

La ricerca della felicità

Niente uccide le possibilità di successo più velocemente che andare a un colloquio e non sapere nulla sul lavoro o sulla società.

Se non ti prepari per un colloquio fai affidamento su un solo elemento di successo:
la fortuna.

Ti senti fortunato?
Ah no. Allora ti devi preparare bene.
Molto bene,
anzi benissimo!

9. Getti la spugna troppo presto

Cercare il lavoro può essere uno sforzo lungo e prosciugante.
Cercare il lavoro può essere sfibrante e logorante.

Piuttosto che scoraggiarti e deprimerti,
continua a provare e rimanere positivo.
Lo so, non è facile!
C’è un grande lavoro là fuori che ti aspetta e … lo troverai!
 


 

Ci vuole costanza e disciplina per continuare a scrivere una lettera di motivazione,
aggiornare il curriculum e inviarlo a qualche azienda con la speranza di essere contattati.

Quando sei disoccupato,
è davvero facile demoralizzarti ogni volta che non senti nient’altro che rifiuti e ringraziamenti.

Mantieni la prospettiva: è una situazione solo temporanea.
La tua determinazione porterà a un’opportunità.
Ci devi credere.

Lo so, non è facile.
Ci sono passato.

10. Ricerchi posizioni solo a tempo pieno e indeterminato

Il Mondo del Lavoro di oggi ha bisogno di mobilità più che mai.
Gli studi dimostrano che un numero crescente di datori di lavoro sta facendo sempre più uso di lavoratori contingenti.

Sono tantissime le persone in cerca di lavoro che considerano solo le opportunità per il tempo pieno e/o indeterminato.

È efficace essere aperti al part time, a lavori temporanei, al lavoro freelance,
da liberi professionisti, a contratto, ecc.
per massimizzare le possibilità di successo nel cercare il lavoro.

11. Non personalizzi i dossier di candidatura

I datori di lavoro non assumono qualcuno che vuole un qualsiasi lavoro,
desiderano impegnarsi con CHI vuole davvero quel lavoro,
vogliono candidati appassionati, impegnati, dotati,
desiderabili.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.
 

Ecco perché la tua candidatura dovrebbe essere coinvolgente,
interessante, singolare e avvincente.

Invece,
anziché personalizzare la tua candidatura (per ogni singola azienda cui ti proponi)
cambi semplicemente il destinatario e con un abile colpo sul tasto “invio” …
chiudi la pratica!

Facile, rapido, comodo.
Efficace, no.

Comunque …
se non lo fai tu,
qualcun altro lo farà,
al posto tuo!

Leggi il mio post per approfondire.

12. Ti “accontenti” delle tue conclusioni

“Non sto ricevendo offerte perché …
sono troppo vecchio,
troppo giovane,
senza esperienza, troppo esperto,
troppo inesperto,
insomma troppo in qualsiasi altra cosa … “

Ecco … è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente diventerà così condizionata da questi pensieri limitanti che
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione,
ottenendo risultati inferiori!

Pensare di essere “troppo” sarà vero solo fino a quando sarai tu a crederci.

Se ritieni “di non essere esperto” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.
E cercare il lavoro sarà ancora più difficile.

13. Un unico obiettivo .. cercare il lavoro perfetto

Un lavoro minore sarà d’ostacolo alla tua carriera?
Uhm, dipende.
Un lungo periodo di inattività potrebbe fare ancora più danni al tuo curriculum e al tuo conto in banca.

Spesso (soprattutto se è da un po’ di tempo che sei alla ricerca),
la cosa migliore da fare e non vedere il colore del tuo salvagente.

Afferra il primo lavoro che trovi a portata di mano (fallo con energia e professionalità) e tirati fuori da questa situazione di stallo.

Nel mondo del lavoro di oggi la competizione è molto alta.
Se vuoi avere più possibilità di superare la concorrenza è importante non commettere passi falsi!

13 errori che rendono ancor più dura la tua ricerca di lavoro – 1

cercare un lavoro

Cercare un lavoro può essere molto impegnativo,
infatti si dice che la ricerca di lavoro è a sua volta
un lavoro!

La maggior parte delle persone pensa che trovare un lavoro oggi sia (oltre una questione di fortuna) difficilissimo per via della troppa competizione e della crisi economica.

Cercare un lavoro potrebbe richiedere diversi mesi (o forse più) e mettere a dura prova la tua determinazione prima e la tua autostima poi.
I sentimenti d’insicurezza e di ansia (con il passare del tempo) prendono il sopravvento.

Oltre alla difficoltà intrinseca del processo,
spesso facciamo errori che ostacolano ulteriormente la ricerca di un lavoro.

Ecco 13 errori che ogni persona alla ricerca di un lavoro dovrebbe evitare:

1. Focus solo su di te

Quando si è alla ricerca di un lavoro (magari già da un po’ di tempo) è totalmente comprensibile sentirsi bloccati, frustrati e scoraggiati.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Si pensa al futuro, si è preoccupati,
si è concentrati su se stessi e sulla propria condizione.

Ricorda però che
i datori di lavoro assumono in base alle loro esigenze (aumentare i profitti,
bilanciare il carico di lavoro di un team, espandere un reparto, ecc.)
e non seguono i tuoi bisogni.

Delle tue necessità o urgenze si interessano ben poco.

È di fondamentale importanza rimanere concentrati sulla soddisfazione dei bisogni dei potenziali datori di lavoro…
e non proiettare su di loro i tuoi desideri, aspettative,
risentimenti e amarezza.

2. Sei negativo e pessimista

Se ti convinci di non essere “abbastanza” per quella posizione o pensi che nessuno ti chiamerà mai,
perdi un sacco di opportunità.

Il cinismo, l’amarezza e il pessimismo si trasmettono nei colloqui di lavoro –
anche se ti sembrerà strano, succede anche nelle lettere e nelle email –
e questi atteggiamenti negativi possono affondare le tue possibilità.

Invece di lamentarti,
pensa a come puoi mostrare il tuo valore durante la ricerca di lavoro.

 


 

Riserva le tue frustrazioni personali per un amico o un familiare.
Circondati il più possibile di persone positive,
che lavorano (anche disoccupate ma positive)
e la tua energia automaticamente comincerà ad attrarre piuttosto che allontanare.

3. Sei troppo indolente – cercare un lavoro diventa ancora più difficile

“Mi spezzo ma non m’impiego.”
Achille Campanile

Purtroppo il cellulare non squilla da solo.
Nessuno viene a bussare alla porta di casa tua.
Non accade nulla se non fai nulla,
è talmente logico da essere banale.

Invece,
insegui attivamente le opportunità.
Otterrai risultati migliori essendo proattivo.

È importante la dedizione e la disciplina.

Crea un piano e una routine di ogni giorno,
sviluppa un programma,
fissa degli obiettivi,
e cerca di essere il più possibile attivo e produttivo.

A quel punto sarai anche …
attrattivo!

4. Punti alla quantità piuttosto che alla qualità

Quando sei alla ricerca affannosa di un lavoro,
è facile dimenticarsi dei buoni propositi ed enfatizzare la quantità rispetto alla qualità.

Invece di pensare quanto sei bravo perché sei riuscito a inviare 10 CV in una sola serata con il più classico dei copia-incolla,
concentrati sulla presentazione di materiali di prima qualità per ruoli cui sei veramente interessato.

Vince la personalizzazione!

Per approfondire leggi il mio post 5 scuse comode comode per non personalizzare la tua candidatura

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.
 

5. Ti candidi per posizioni sbagliate

Quando il panico comincia a fare capolino (perché il tempo passa e il lavoro stenta ad arrivare),
può capitare di pensare che abbassando le pretese,
le richieste, la posizione e lo stipendio si possa risollevare l’interesse verso la nostra candidatura.

Spesso si sollevano solo le sopracciglia di chi legge il tuo CV.

Il responsabile delle assunzioni può presumere che stai facendo esattamente quello che stai facendo:
arrampicarti sugli specchi.

Un mio cliente (area manager del settore lusso) viste le risposte negative nella sua posizione si era incaponito (inutilmente) nell’inviare candidature come addetto alla vendita,
pensando di suscitare chissà quali clamori.

Spesso scendere è più difficile che salire.

Non c’è niente di male nell’accettare una posizione meno qualificata.
Non sprecare il tuo tempo e i tuoi dossier di candidatura per ruoli che sarebbero stati palesemente interessanti dieci anni fa.

6. Non sai ottimizzare il tempo

La ricerca di un lavoro non dovrebbe essere un lavoro a tempo pieno!

Cercare un lavoro è un impegno faticoso,
prosciugante a livello energetico perché tocca tasti a noi sensibili,
su una base di ansia ed emotività.

Se ti arrovelli in queste emozioni tutto il santo giorno (in breve tempo)
la tua energia andrà persa e rischierai di entrare in un loop negativo e pericoloso.

Ti consiglio di passare 4 ore filate al giorno (scegli le ore quando ti senti al tuo massimo energetico) concentrati e impegnati nelle ricerche,
scrivi lettere di candidatura e allenati nelle interviste di lavoro.

Le altre ore dedicale alla cura di te stesso (palestra, corsa, hobby, ecc...),
staccati il più possibile per ricaricare la tua “batteria” energetica.
Ti servirà.

Continua a leggere la parte 2.

10 domande toste toste per capire quanto sei tagliato per comandare

pronto a comandare
Sei determinato e vuoi arrivare dove desideri. Bene.

La determinazione è indispensabile. Come lo sono impegno, preparazione e voglia di mettersi in gioco.

Ma desiderare qualcosa non significa necessariamente essere pronti. O essere tagliati per quel ruolo. Almeno, non ancora.

E questo vale soprattutto quando si parla di leadership.

Pronto a comandare? Ecco 10 domande che devi porti con onestà

Molti desiderano diventare leader per il ruolo, lo stipendio, il prestigio o la possibilità di decidere.

Molti meno si chiedono che cosa comporti davvero guidare altre persone.

Perché comandare non significa soltanto avere più potere. Significa assumersi responsabilità, prendere decisioni scomode, affrontare conflitti e accettare che non tutti saranno contenti di te.

Ecco 10 domande toste toste che possono aiutarti a capire quanto sei pronto.

1. Conosci te stesso?

Prima di gestire gli altri, devi conoscere abbastanza bene te stesso.

Sai quali sono i tuoi punti di forza?
E quelli deboli?
Cosa succede quando sei sotto pressione?
Vieni contraddetto o qualcuno mette in discussione una tua decisione?

La conoscenza di sé è una delle basi della leadership.

Chiediti:

  • So riconoscere i miei limiti?
  • So accettare una critica senza mettermi immediatamente sulla difensiva?
  • Riesco a capire quando il problema è anche nel mio comportamento?

Prima di chiederti se sei pronto a comandare, chiediti quanto sei pronto a gestire te stesso.

2. Sai gestire l’incertezza?

Hai bisogno di conoscere ogni dettaglio prima di decidere?

Nel lavoro sarebbe magnifico poter avere sempre informazioni complete, risultati prevedibili e rapporti perfetti di causa-effetto.

Ma spesso non funziona così.

Chi è pronto a comandare deve prendere decisioni anche quando il quadro non è completo. E a volte deve aspettare settimane o mesi prima di capire se la scelta fatta fosse quella giusta.

Non significa decidere alla cieca.

Significa saper valutare ciò che hai a disposizione, assumerti una responsabilità e muoverti anche quando non hai tutte le certezze che vorresti.

3. Dai davvero importanza alle persone?

Puoi essere molto orientato ai risultati. Non c’è niente di male.

Ma se vuoi guidare un team, ci sono anche le persone.

Non puoi ricordarti dei collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona, devi correggerli o valutarne la performance.

Le persone non sono semplicemente lo strumento attraverso il quale raggiungere un risultato.

Un buon leader sa che risultati e persone devono camminare insieme.

4. Sai affrontare le conversazioni difficili?

Vuoi una posizione di maggiore responsabilità?

Preparati anche alla parte meno affascinante.

Dovrai parlare con chi non raggiunge gli obiettivi, con chi crea tensioni, con chi si lamenta continuamente. Dovrai dare feedback scomodi, porre limiti e affrontare comportamenti che sarebbe molto più facile ignorare.

Guidare significa anche dire cose che l’altro potrebbe non avere alcuna voglia di sentirsi dire.

Puoi rimandare una conversazione difficile per qualche giorno.

Non puoi rimandarla per sempre.

5. Quanto dipendi dal giudizio degli altri?

La leadership non è un concorso di popolarità.

Quando assumi responsabilità, aumentano anche gli occhi puntati su di te.

Riceverai approvazione e riconoscimenti, ma anche critiche, antipatie e giudizi.

Se hai bisogno di piacere a tutti, rischierai di evitare decisioni impopolari, essere troppo accomodante oppure cercare continuamente conferme.

Un leader non deve diventare insensibile al giudizio degli altri.

Deve però essere capace di ascoltarlo senza diventarne prigioniero.

Per approfondire puoi leggere Come non preoccuparsi del giudizio degli altri.

6. Sai guidare persone più esperte di te?

Gestire persone più anziane, più esperte o tecnicamente più preparate può mettere alla prova la tua sicurezza.

Il rischio è cadere in uno dei due estremi:

  • diventare esitante perché temi di non essere abbastanza autorevole;
  • irrigidirti e mostrare continuamente chi comanda.

L’autorevolezza non nasce dal bisogno di dimostrare chi ha il potere.

Se una persona del tuo team conosce un argomento molto meglio di te, riesci a riconoscerlo senza sentirti minacciato?

È una domanda importante.

7. Sai dire chiaramente cosa ti aspetti?

Essere leader non significa gridare, controllare tutto o impartire ordini continuamente.

Significa anche saper dire:

questo è ciò che mi aspetto; questo è ciò che non funziona; questo è ciò che dobbiamo cambiare.

Con chiarezza, calma e rispetto.

  • Sai dare un feedback senza diventare aggressivo?
  • Sai essere fermo senza umiliare?
  • Sai porre un limite senza trasformarlo in una prova di forza?

La leadership si vede molto anche da qui.

8. Sai chiedere consiglio?

Se costruisci una buona squadra, prima o poi avrai accanto persone più competenti di te in qualcosa.

Ed è proprio quello che dovrebbe succedere.

La domanda è: il tuo ego riesce a sopportarlo?

Sai chiedere un’opinione?
Riesci a dire “Tu ne sai più di me: cosa ne pensi?”
senza sentire diminuire la tua autorevolezza?

Oppure preferisci decidere e fare tutto da solo per dimostrare di essere tu il capo?

Un leader che deve essere sempre la persona più intelligente della stanza rischia di costruire un team molto più debole di quanto potrebbe.

9. Riesci a dormire prima di un licenziamento?

Ci sono decisioni che nessun corso di leadership può rendere piacevoli.

Comunicare a una persona che il rapporto di lavoro finisce è una di queste.

Potresti trovarti davanti rabbia, pianto, accuse, silenzio o una reazione completamente diversa da quella che avevi immaginato.

Essere dispiaciuti non significa essere incapaci di comandare.

Anzi.

Ma se la paura di affrontare la sofferenza o la reazione dell’altro ti porta continuamente a evitare decisioni necessarie, allora il problema esiste.

Guidare significa anche reggere emotivamente decisioni difficili senza perdere umanità.

10. Sei disposto a sostenere il peso della responsabilità?

Più responsabilità significa anche più decisioni di cui rispondere.

A volte dovrai scegliere senza poter condividere tutto con il team. Altre volte dovrai difendere una decisione che non piace. E in certi momenti potresti sentirti solo.

La responsabilità è uno dei prezzi della leadership.

Questo non significa sacrificare la vita privata, essere sempre reperibile o diventare il primo a entrare e l’ultimo a uscire.

Significa sapere che, quando qualcosa non funziona, non potrai limitarti a indicare gli altri.

Sei disposto a dire:

“La responsabilità finale è mia.”

Allora, sei davvero pronto a comandare?

Se alcune risposte ti hanno messo in difficoltà, non significa che devi rinunciare a diventare leader.

Significa semplicemente che hai individuato dove devi ancora lavorare su te stesso.

La leadership non è una qualità che possiedi oppure no una volta per tutte. Si costruisce attraverso esperienza, errori, consapevolezza e capacità di mettersi in discussione.

È anche uno dei concetti che approfondisco nel mio libro “Prima volta Leader”: assumere un ruolo di responsabilità non significa automaticamente essere pronto a comandare.

Il punto non è chiederti soltanto se sei pronto a comandare.
Il punto è capire se sei disposto ad assumerti ciò che comandare comporta.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo” e lavora per ritrovare autorevolezza e solidità nel tuo ruolo.

6 segnali che indicano che vuoi davvero lavorare per affermarti sul lavoro

cambiamento

“Troppa gente si occupa dei sensi unici e dei sensi vietati,
senza mai mettersi in cammino.”
Fabrizio Caramagna

Poco importa quanto abbiamo ricevuto dalla vita,
abbiamo un costante desiderio di miglioramento.
Desideriamo di più.
Vogliamo di più.
Più successo, più soldi, più felicità, rapporti più solidi e …
pensiamo, sogniamo e lottiamo per ottenere quello che stiamo cercando.

I grandi manager, politici e atleti hanno un allenatore.
Tutti abbiamo bisogno di un coach.
Il professionista di fiducia che ti “allena” e prepara mentalmente ad affrontare con più fiducia e determinazione i cambiamenti improvvisi,
i problemi quotidiani e la competitività sempre più aggressiva.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ecco 6 segnali che indicano che vuoi un cambiamento e desideri mostrare agli altri le tue reali capacità:

1. Hai capito che “pronto” non lo sarai mai

Hai aspettato,
rimandato, rinviato,
hai raccolto tutte le informazioni necessarie …
adesso devi fare il primo passo!

Non aspettare di essere preparato, perfetto o di “saperne di più”.
Non aspettare di essere pronto per iniziare il percorso di coaching.
Perché “veramente pronto”non lo sarai mai.

Non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) insidiosa.

Anche se conosci tutta la teoria,
ma non “scendi” nella pratica sei sempre al punto di partenza.

Potresti leggere 1000 libri e informarti per giorni o per anni,
ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.

A un certo punto dovrai fermarti,
respirare e … lanciarti!

2. Sei disposto a investire tempo ed energia

Il coaching richiede tempo ed energia.
Vero!
 


 

Non guardare solo l’investimento,
prendi in considerazione (piuttosto) il ritorno di questo investimento: centrare i tuoi obiettivi,
migliorare alcuni aspetti della tua leadership,
andare incontro all’opportunità di sentirti ancora più vivo,
più leader, pieno di energia e deciso a mostrare al mondo le tue reali capacità.

Vale la pena investire tempo ed energia?
Certo che si!

E il costo?
Nella mia esperienza,
la spesa non rientra nelle “resistenze”.

Generalmente,
chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati,
chi vuole lavorare su se stesso, il costo lo vede come un investimento e …
vuole cominciare subito!

3. Sei stufo dei soliti risultati.

Per tanto tempo la routine ti ha dato un senso di sicurezza e di protezione?
Difficilmente hai fatto un passo fuori dal conosciuto,
dalla certezza, dalla zona di comfort?

Adesso basta.
Non ne puoi più.
Se fai quello che hai sempre fatto,
se ti comporti/reagisci come sempre … otterrai sempre gli stessi risultati.
Non hai bisogno della sfera magica per sapere che è così.

Adesso,
hai capito che se non esci allo scoperto, non succederà mai niente …
di stimolante, vitale.
Niente di esaltante.

Devi vivere i cambiamenti come incentivi e opportunità per la tua crescita
e non come minacce alla tua sicurezza e stabilità.

4. Hai capito di aver bisogno di una “spinta” per superare un ostacolo

Hai capito che non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché prendere l’opportunità per metterti alla prova, tiri fuori un ventaglio di giustificazioni per non continuare (o iniziare) e getti subito la spugna.
Piuttosto che metterti in gioco, te la prendi con la fortuna, il caso o il destino.

Perché ti nascondi dietro queste scuse per non-fare?
Che cosa succederà se continui a rimandare?

Se rispondi onestamente,
ti renderai conto che è importante iniziare subito.
Non importa quale sia il tuo obiettivo.

5. Hai capito che se chiedi aiuto non sei un incapace

Anche se stai lavorando bene, in questi tempi incerti e complessi,
la sfida è essere sempre motivati e determinati nell’affrontare i cambiamenti improvvisi e la competizione organizzata.

Coaching non è un solo un intervento per risolvere problemi o superare limiti.

Iniziare un percorso di coaching non vuol dire essere impreparati,
incompetenti
incapaci.

Coaching non è un atto d’accusa verso la tua competenza o un’indicazione della tua non-capacità.

6. Hai capito che per un reale cambiamento hai bisogno di un supporto professionale

Commercialisti, medici, avvocati ma anche architetti (per interni),
hair stylist e tecnici informatici sono professionisti cui ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno di cure specifiche,
consigli tecnici o assistenza pratica.

Di solito si fa così.
Chiedi aiuto e sostegno in caso di bisogno e necessità.

Per il coaching è la stessa cosa perchè è una metodologia all’avanguardia nell’area della formazione.

Il coach non ha la bacchetta magica,
ma ti affianca personalmente per aiutarti a raggiungere obiettivi più ambiziosi e appaganti,
investendo meno tempo, risorse ed energie.

Il coaching è cambiamento.
Un nuovo modo di pensare porta a nuove idee,
nuove strategie e nuove opportunità.

Se sei pronto per il cambiamento positivo,
sei pronto per il coaching (altrimenti segui la mia guida d’introduzione).

13 linguaggi del corpo che come donna dovresti evitare per non perdere credibilità

donne al lavoro

“La questione non è chi mi darà il permesso,
ma chi mi fermerà”

Ayn Rand

Tutti i leader sono giudicati (anche) dal loro linguaggio del corpo.

Tutte le leader donne sono giudicate soprattutto dal loro linguaggio del corpo.

E, più in generale, tutte le donne al lavoro vengono valutate anche — e spesso inconsciamente — per ciò che comunicano senza parole.

Se vuoi essere percepita come autorevole, credibile e sicura di te, devi essere consapevole dei segnali non-verbali che stai inviando.
Sempre.

Donne al lavoro: il linguaggio non-verbale è (quasi) tutto

Nel mio libro “Autorevolezza” racconto la storia di una team leader che non riusciva a gestire i suoi colleghi maschi.

Mi spiegava:

“Mi rendo conto che non mi hanno mai preso sul serio.
È come se pensassero che stessi flirtando con loro.
Ma ti assicuro che non lo sto facendo.”

Il problema non era ciò che diceva.
Era come lo comunicava senza rendersene conto.

Durante le interazioni manteneva uno “sguardo sociale”:
lo sguardo si muoveva inconsciamente tra occhi e bocca.

In un contesto professionale, questo può essere interpretato come ambiguità.
Non come autorevolezza.

Molte donne, senza volerlo, inviano segnali non verbali che riducono la loro autorità e aumentano la percezione di vulnerabilità o insicurezza.

13 errori di linguaggio del corpo che riducono l’autorevolezza:

1. Testa troppo inclinata

Inclinare la testa segnala ascolto e apertura.

Ma se diventa abituale, viene inconsciamente interpretato come segnale di sottomissione.

Mantieni una posizione neutra.
È il modo più semplice per comunicare stabilità e sicurezza.

2. Presenza fisica “ristretta”

Spalle chiuse.
Gomiti stretti.
Corpo contratto.

Ridurre il proprio spazio comunica una cosa sola: ritiro.
(altrimenti perché non occupare più spazio).

Il corpo deve sostenere il tuo ruolo, non nasconderlo.

3. Gesti adolescenziali

Giocare con i capelli.
Toccare continuamente gioielli.
Strofinarsi le mani.

Questi gesti comunicano nervosismo e riducono immediatamente la percezione di maturità e leadership.

4. Parlare con tono troppo basso

Non è una questione di volume.
È una questione di presenza.

Se la tua voce non arriva, il tuo messaggio non esiste.

Allenare voce e chiarezza è un passo decisivo per essere ascoltata davvero.

5. Sorridere in modo eccessivo o fuori contesto

Lo so, lo so…

Ho più volte scritto di sorridere spesso perché la gente ama il sorriso e che è un potente spunto non-verbale.

Infatti …
il sorriso è potente.

Ma fai attenzione al contesto.

Se usato nel momento sbagliato, distrugge la tua credibilità.

Sorridere mentre dai un feedback critico o affronti un problema serio genera incoerenza.

La coerenza crea autorevolezza. Non il sorriso continuo.

6. Annuire costantemente

Annuire comunica ascolto.

Ma se eccessivo, comunica bisogno di approvazione.

Un leader ascolta.
Non chiede inconsciamente conferma.

7. Tono ascendente alla fine delle frasi

Quando il tono sale, sembra una domanda.

Anche quando non lo è.

Questo indebolisce la percezione di certezza.

Le affermazioni autorevoli terminano con un tono discendente.

Per approfondire, leggi il mio post sull’autorevolezza della voce.

8. Aspettare sempre il proprio turno

Essere rispettosa è importante.

Ma essere invisibile è pericoloso
(specialmente in una organizzazione piena di forti personalità).

Se vuoi essere ascoltata, devi occupare lo spazio comunicativo.
Con calma. Ma con decisione.

9. Eccessiva espressività

Troppi gesti.
Troppa mimica.
Troppa intensità.

Il risultato è dispersione.

Se esprimi l’intero spettro di emozioni e dai sfogo alla loro espressività potresti
essere considerata la clown dell’ufficio.

La presenza autorevole è essenziale.
Non teatrale.

10. Stretta di mano debole

Molte persone ti giudicheranno immediatamente dalla tua stretta di mano.

La stretta di mano è il primo messaggio.

Una stretta ferma comunica immediatamente sicurezza e stabilità.

Una debole ti “dipinge” all’istante come passiva e priva di fiducia.

11. Flirtare inconsciamente

Sorrisi eccessivi.
Sguardi ambigui.
Gesti civettuoli involontari.

Questi comportamenti riducono immediatamente la percezione di leadership.

L’autorevolezza richiede chiarezza.

12. Sguardo ambiguo

Lo sguardo professionale si concentra tra occhi e fronte.

Lo sguardo sociale si sposta verso la bocca.

Questo tipo di sguardo può essere interpretato come civettuolo,
ambiguo, seducente.

Poco serio,
ancor meno autorevole.

Lo sguardo guida l’interpretazione.

13. Look non adeguato al contesto

Il tuo aspetto comunica prima ancora che tu parli.

Non si tratta di essere perfetta.
Si tratta di essere coerente con il tuo ruolo.

Ordine, cura e coerenza rafforzano la tua presenza.

Donne al lavoro? Evita come il fuoco:

  • uno stile non appropriato per l’età o troppo sexy,
  • poca cura personale,
  • capelli perennemente sporchi e legati,
  • ricrescita di settimane,
  • smalto sbeccato da giorni e altre sciatterie,
  • profumo troppo forte,
  • make-up eccessivo,
  • gioielli vistosi e rumorosi, ecc.

Vuoi rafforzare la tua presenza e comunicare con autorevolezza reale?

Il coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
ti aiuta a rendere voce, postura e linguaggio del corpo strumenti di leadership concreti.

Autorevolezza non significa rinunciare alla femminilità

Molte donne temono che essere autorevoli significhi essere fredde o aggressive.

Non è così!

Puoi essere:

  • autorevole e empatica
  • ferma e rispettosa
  • sicura e autentica

L’autorevolezza non è rigidità.
È coerenza.

È allineamento tra ciò che sei,
ciò che dici e ciò che il tuo corpo comunica.

12 spunti potenti per superare un momento di scoraggiamento al lavoro

scoraggiamento al lavoro

“Scoraggiarsi significa perdere.”
Bruce Lee

Il lavoro non ti entusiasma più.

Niente passione.
Niente orgoglio.
Gestisci un processo già avviato.

Nessuno ti chiede un parere.
Prendi lo stipendio e torni a casa.

Ti impegni. Tanto.
Ma ti senti bloccato.

Avanzano sempre gli stessi.
Le critiche arrivano puntuali.
I riconoscimenti no.

Corri. Ti sbatti.
E nonostante tutto… il target non è centrato.

Ti cadono le braccia.
E non solo quelle.

Siamo bombardati da messaggi positivi:

“Pensa positivo.”
“Sii vincente.”
“Reagisci.”

Ma quando le cose non vanno,
come si fa a non sentirsi scoraggiati?
demoralizzati e
affaticati.

Prima di prendere decisioni importanti — dire qualcosa, mollare tutto, cambiare lavoro — è fondamentale uscire dalla nebbia dello scoraggiamento.

Approfondisci anche nel mio post “6 cose da fare quando ti senti poco leader”.

Ecco 12 strategie concrete.

1. Smettila di confrontarti

Il confronto può stimolare.
Ma più spesso deprime.

Ci confrontiamo quando “ci fa comodo”:
quando gli altri vincono, festeggiano, ottengono promozioni.

Vediamo i loro successi.
Non i loro fallimenti.

Dal confronto continuo hai poco da guadagnare.
E molto da perdere.
Spesso sfociano nello scoraggiamento,
nel rancore verso gli altri e verso noi stessi.

La verità è che siamo profondamente focalizzati sui nostri limiti e fallimenti,
e raramente vediamo quelli degli altri.

2. Accetta le persone per quello che sono

Il collega sleale.
Il capo arrogante.
Il cliente prepotente.

Sono-come-sono.

Pretendere che seguano le regole non scritte della tua testa è frustrante.
Cercare di cambiarli è scoraggiante.

Puoi cambiare solo il tuo modo di reagire.

3. Lascia andare rabbia e amarezza

Lo scoraggiamento alimenta rancore.

Lascia da parte l’amarezza.
La collera e il rancore.

Perdona.
Perdona anche te stesso.

Altrimenti resti intrappolato nel senso di ingiustizia.
E non vedi più vie d’uscita.

4. Smettila di controllare ciò che non dipende da te

Vendite saltate.
Ritardi.
Imprevisti.

Succederanno comunque.

Non sprecare energia nel tentativo di controllare l’incontrollabile.
Gestisci il tuo atteggiamento.

Non lamentarti o demoralizzarti, accetta la realtà e focalizzati solo sulle prossime azioni da compiere.

Diventa più flessibile.
Lascia spazio in agenda per l’imprevisto.

5. Ricorda le tue vittorie

Un esame superato.
Una promozione.
Il cliente conquistato.

Richiama alla mente un momento preciso in cui sei stato all’altezza.

Il cervello ha bisogno di prove.
Ricordare le esperienze di successo genera positività.

6. Muoviti

Il corpo influisce sulla mente.

Cammina.
Corri.
Vai in palestra.

Muoversi è una medicina sottovalutata.

7. Limita le persone negative

La negatività è contagiosa.

Se puoi, riduci il tempo con pessimisti e “succhiatori di energia”.

Pranza con chi ti incoraggia.
Proteggi il tuo spazio mentale.

8. Fai qualcosa di nuovo (o finisci ciò che rimandi)

Il nuovo rinfresca. Sempre.

Impara una nuova competenza.
Leggi un libro.
Segui un webinar.

Oppure completa quel compito che rimandi da settimane.

Una piccola vittoria immediata
riaccende l’energia.

Anche riordinare la scrivania o la casa impatta sul nostro umore in modo positivo: più di quanto immagini.
organizza la tua scrivania,
il guardaroba,
pulisci la casa,
lava l’auto, aspira i tappetini, ecc. ….

9. Confidati con qualcuno di fidato

A volte parlare basta.

Chiedi a qualcuno che stimi come ha superato un momento difficile.

Diffida di chi dice di non essersi mai sentito scoraggiato.

10. Dormi

La cultura moderna è priva di sonno.

E il sonno è il 70% del benessere.

Vai a letto prima.
Allontana il telefono.
Proteggi il riposo.

Lo smartphone interferisce con il riposo: tenerlo sul comodino può regalarti notti agitate perché la luce emessa all’arrivo messaggi sopprime la melatonina, che favorisce il sonno.

Il benessere non è fortuna.
È uno sforzo consapevole.

11. Concediti il diritto di sentirti giù

Un naturale (e breve) momento di scoraggiamento al lavoro non è segno di debolezza.
Anzi.

Non fingere serenità.
Non diventare iperattivo per non “sentire”.

Dai tempo.
Prenditi tempo.

Il tempo per “consolarsi e rimarginare” un momento di scoramento è quello speso meglio.
Utilizza lo scoraggiamento al lavoro come motivazione per riflettere.

A volte serve stare un po’ soli.

Io faccio così.

12. Trappole da evitare

Quando sei scoraggiato:

  • Non prendere decisioni importanti.
  • Non anestetizzarti con fumo, alcol o cibo.
  • Evita di colpevolizzarti.
  • Non aspettare che siano gli altri a motivarti.

Incoraggiati da solo.

Quando senti che stai per mollare…

Fai ancora un piccolo sforzo.
Rimani stabile.
Paziente.

Le persone forti non sono quelle che non cadono mai.
Sono quelle che non restano a terra.

Se lo scoraggiamento diventa ricorrente e senti di aver perso direzione e autorevolezza,
nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader trovi strumenti concreti per ritrovare lucidità e impatto.

E se vuoi un confronto diretto, scopri i miei servizi di coaching.

Lo scoraggiamento non è la fine del percorso.

È una pausa.
Sta a te decidere se usarla per mollare…
o per ripartire meglio.

Vuoi migliorare il rapporto con il tuo capo? Ecco 9 azioni tanto semplici quanto potenti

il capo

Le accortezze di una buona relazione professionale
(sia con un collega, il capo o un collaboratore)
sono semplici e facilmente applicabili.

Ma proprio perché sono semplici…
spesso vengono trascurate o eseguite con leggerezza.

Oggi siamo tutti più permalosi e sensibili.

Sicuramente avrai notato come le persone siano più facili a risentirsi e offendersi rispetto al passato.

Nei miei libri ho più volte sottolineato che:
una parola sbagliata,
una correzione inappropriata,
un gesto mancato o
eccessivo…

può far saltare in aria un rapporto professionale che sembrava solido.

Compromettere il rapporto con chi può influenzare il tuo percorso professionale
non è mai consigliabile.

Ecco 9 azioni semplici per connetterti con il tuo capo:

1. Chiedi aiuto e consigli

Le persone amano essere considerate esperte e specialiste del settore,
(sicuramente anche il tuo capo).

Chiedere supporto o conferma di una soluzione
mostra quanto stimi la sua opinione.

2. Adatta il tuo stile di comunicazione

Faccia a faccia,
e-mail,
report
o conversazioni informali?

Informazioni dettagliate
o riepiloghi sintetici?

Quando comunicarle?

Ogni giorno,
a cadenza settimanale o solo in riunioni programmate?

Lascia a lui/lei determinare la natura del vostro rapporto
e della vostra comunicazione.

3. Chiedi un feedback

Molti collaboratori evitano per paura della risposta.

Invece, invia aggiornamenti brevi sulle tue attività,
valorizza i risultati,
minimizza le negatività
(senza nascondere le criticità).

4. Arriva con le soluzioni

Non limitarti a segnalare problemi.
Cerca di presentare anche soluzioni.

Porta almeno una o due soluzioni concrete.

Niente parla più forte delle azioni positive.

5. Sii autentico

Anche il capo più sicuro può sperimentare
sensazioni d’isolamento e incertezza.

Onestà, trasparenza e responsabilità sono apprezzate.

Diventa un ascoltatore attento,
un “confidente” sul quale il capo può contare.

6. Evita indiscrezioni e pettegolezzi

Scansati (come fosse fuoco) dal gossip e dalle chiacchiere.

Evita di essere associato con persone maldicenti o piagnucolose.

Il gossip rovina i rapporti e può compromettere la tua credibilità.

Anche fuori ufficio,
mantieni professionalità e discrezione.

7. Risolvi i tuoi problemi

Il tuo capo è già “sommerso di suo”.

Affronta le tue responsabilità senza aspettare che sia il capo a farlo.

Appari subito più efficiente e affidabile.

8. Presta attenzione alle scadenze

Essere puntuale è un tuo dovere.

Sorprendi il tuo capo completandolo prima del previsto.

Se qualcosa è importante per il tuo boss,
fallo diventare importante anche per te.

Rispettare le priorità del capo e anticipare i tempi dimostra impegno e cura.

9. Esprimi il disaccordo con gentilezza e soluzioni

Ti ricordi i consigli di tua madre di contare
fino a tre prima di rispondere?

Bene.

Vale (soprattutto) quando si parla di divergenze con il tuo capo.

Se ti senti arrabbiato,
è meglio dire il meno possibile.

Se il capo è arrabbiato,
è meglio dire ancora il meno possibile.

Per approfondire il disaccordo sul capo leggi il post “Disaccordo con il capo: 20 cose da ricordare prima di aprire bocca“.

In definitiva

La buona relazione professionale nasce da comprensione, ascolto e rispetto reciproco.

Ma farsi rispettare richiede anche assertività,
soprattutto di fronte a comportamenti spocchiosi o irriverenti.

Impara a comunicare con fermezza e gentilezza.

Quando il rapporto con il capo diventa fonte di stress,
serve un confronto lucido e professionale.

Con il mio breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo
impari a comunicare con calma e autorevolezza,
senza compromettere il tuo benessere.

Un percorso di coaching? Siii, ma solo se facile e veloce

coaching facile

Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo,
se hai sempre “vinto facile”,
potresti non aver allenato i muscoli caratteriali,
quelli necessari quando la strada diventa in salita.

Cosa fai quando trovi sulla tua strada difficoltà,
ostacoli o impedimenti?

Insisti e persisti finché non raggiungi il tuo obiettivo oppure …
getti la spugna al primo intralcio.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Il successo non è facile.
Questo è il motivo per cui un sacco di gente non raggiunge il livello di successo che (davvero) desidera.
Il successo non è veloce.
Questo è il motivo per cui molte persone mollano troppo presto.

Su certe cose bisognerebbe essere (brutalmente) onesti

Continuo a vedere annunci e slogan in tutto il web che invitano a
Scaricare la guida gratuita per creare un cambiamento facile e veloce” in tutti i settori della tua vita.

Gratuito, facile e veloce!
Che cosa vogliamo di più?

Cambiare vuol dire fare, essere e pensare in modo diverso.
Quanto sia difficile dipende da te e dalla tua situazione,
ma dire che il cambiamento è facile, senza sforzo e rapido è senza dubbio una bugia assoluta.

Il cambiamento è un processo graduale e non è un lavoro di una notte.
Non lasciarti ingannare,
non pensare che cambiare sia così facile.
Perché non lo è.
Non ci sono scorciatoie magiche per cambiare e la maggior parte delle persone ha bisogno di lavorare su se stessa per creare una nuova realtà.

Il cambiamento non è facile ma neanche impossibile

“Quella che il bruco chiama fine del mondo,
il resto del mondo chiama farfalla.”

Lao Tzu

Che succede quando ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo,
un trasferimento in un’altra città oppure un percorso di coaching per potenziare un tuo atteggiamento con il tuo team o il tuo capo?
 


 

Ecco … arriva (almeno un po’) il disagio.
Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“ alla quale non sei abituato.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.
Provi fastidio perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.

Non spaventarti!
Dì a te stesso:
“È nuovo. Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Quando “entriamo” nel nuovo “incontriamo” il disagio

Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.
Ti senti più vivo, più forte.
Fiducioso.

Ecco perché le persone di successo non si aspettano risultati immediati.
Non pensano che i riconoscimenti arriveranno “rapidi” e “facili”.

Sanno che nessuno diventa famoso in una notte o trova il successo senza anni di duro lavoro,
perseveranza e una quantità (pur ridicola) di fortuna.
Sorridono nel vedere persone che cadono in illusioni tipo:
“Arricchirsi rapidamente con il Market online”,
“Un percorso di coaching facile e veloce”,
“Fare un blog di successo in 1 mese”,
“Diventare leader in 4 semplici mosse”.

Le persone di successo sanno che serve applicazione (altro che coaching facile).
Impegno.
Serve mettersi in gioco.

Un percorso di coaching facile facile?

Il coaching funziona solo se sei disposto a “metterci del tuo”.
Il coaching è basato sull’azione, sulla concretezza.
Non si tratta di terapia o consulenza,
dove basta “entrare e parlare”.

Devi entrare in campo …
per questo funziona!

Se sei pronto a rimboccarti le maniche e metterti al lavoro,
puoi prendere in considerazione un percorso di coaching.
E i risultati arriveranno.
Credimi!

Come motivare il tuo team. Carota-bastone? Incentivi? Prima di tutto non devi …

motivare
I giovani leader (e non solo) mi chiedono spesso come motivare collaboratori che descrivono come indifferenti, poco coinvolti o demotivati.

Si aspettano di parlare di incentivi, benefit, premi, tecniche motivazionali. Magari qualche frase a effetto capace di riaccendere improvvisamente l’entusiasmo.

La domanda, alla fine, è sempre la stessa:

  • “Come si fa a motivare le persone?”

La domanda non è sbagliata.

Ma prima ne farei un’altra:

Prima di chiederti come motivare il tuo team, chiediti che cosa stai facendo per non demotivarlo.

Perché prima di attribuire la mancanza di motivazione alle persone, vale la pena guardare anche ciò che accade nel contesto di lavoro. E, soprattutto, al modo in cui le stai guidando.

Prima di tutto… non demotivare

Anziché partire da cosa fare, cominciamo da cosa non fare.

Perché puoi conoscere tutte le tecniche motivazionali del mondo, ma serviranno a poco se contemporaneamente:

  • non spieghi il perché delle tue decisioni;
  • prometti e poi non mantieni;
  • cambi continuamente obiettivi e priorità;
  • fai favoritismi;
  • dai per scontato il lavoro delle persone;
  • non ti fidi delle loro capacità;
  • cerchi colpevoli anziché soluzioni;
  • dimentichi perfino un semplice “grazie”.

Vediamoli uno per uno.

1. Dare disposizioni senza spiegare il perché

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che stanno facendo.

Non significa dover giustificare ogni singola decisione. Significa permettere ai collaboratori di comprendere dove si sta andando e perché viene chiesto loro un determinato sforzo.

Quando manca completamente il significato, il lavoro rischia di trasformarsi in una semplice successione di compiti.

Chiediti:

“Le persone del mio team capiscono perché stiamo facendo questo?”

2. Essere incoerente

“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.”

Sandro Pertini

Puoi parlare quanto vuoi di fiducia, responsabilità e collaborazione.

Ma se prometti e non mantieni, cambi versione secondo la convenienza oppure chiedi agli altri comportamenti che tu per primo non rispetti, la tua credibilità si indebolisce.

Una promessa fatta con leggerezza e poi dimenticata può pesare molto più di quanto immagini.

Le persone osservano quello che dici. Ma soprattutto guardano quello che fai.

3. Spostare continuamente gli obiettivi

Un collaboratore si impegna per raggiungere un risultato. Poi improvvisamente cambiano priorità, scadenze o criteri.

Può succedere. Il lavoro cambia e gli imprevisti esistono.

Il problema nasce quando diventa la normalità oppure quando assegni obiettivi palesemente irrealistici.

Se una persona percepisce che, qualunque sforzo faccia, il traguardo continuerà ad allontanarsi, prima o poi smetterà di correre.

Chiediti:

“Gli obiettivi che sto chiedendo sono chiari, coerenti e realmente raggiungibili?”

4. Fare favoritismi

È normale avere maggiore sintonia con alcuni collaboratori rispetto ad altri.

Il problema nasce quando questa preferenza diventa evidente: coinvolgi sempre le stesse persone, ascolti sempre gli stessi pareri, concedi opportunità sempre agli stessi.

Il favoritismo non demotiva soltanto chi viene escluso. Può compromettere la fiducia dell’intero team.

Non devi trattare tutti nello stesso identico modo. Devi però fare in modo che ciascuno si senta considerato e rispettato.

5. Non riconoscere il lavoro fatto bene

Una stretta di mano.
Un “grazie”.
Un “ottimo lavoro” detto con sincerità e guardando negli occhi la persona.

Piccole cose?
Forse.

Eppure sapere che il proprio contributo viene visto e riconosciuto conta.

Se noti i tuoi collaboratori soltanto quando sbagliano, il messaggio implicito diventa piuttosto chiaro: quando le cose funzionano è normale, quando qualcosa non funziona arrivano immediatamente attenzione e critica.

Non servono complimenti continui o artificiali. Serve non dare tutto per scontato.

Su questo tema puoi approfondire con il mio post “10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori”.

6. Non fidarti delle capacità delle persone

Chiedere un parere, condividere un’informazione, affidare una responsabilità sono anche segnali di fiducia.

Se invece controlli tutto, decidi tutto e trattieni continuamente le informazioni, rischi di comunicare esattamente il contrario:

“Non mi fido abbastanza di te.”

Delegare non significa abbandonare il controllo. Significa permettere alle persone di assumersi responsabilità e dimostrare ciò che sanno fare.

7. Concentrarti sempre sugli errori

Quando qualcosa va storto, qual è la tua prima domanda?

“Di chi è la colpa?”

Oppure:

“Che cosa è successo e come possiamo evitare che accada di nuovo?”

La differenza è enorme.

Cercare sistematicamente un colpevole crea difesa, paura e scarico di responsabilità. Cercare di comprendere l’errore permette invece di correggerlo e imparare.

Questo non significa ignorare le responsabilità individuali. Significa non trasformare ogni errore in una caccia al colpevole.


Vuoi potenziare la tua assertività con il tuo team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Dare tutto per dovuto

“Per favore.”
“Grazie.”

Sono parole semplicissime. Eppure, soprattutto quando aumentano pressione, scadenze e problemi, sembrano essere proprio le prime a sparire.

Essere il responsabile non significa che tutto ti sia dovuto.

Puoi chiedere molto alle persone.
Puoi essere esigente.
Puoi pretendere professionalità e risultati.

Ma esigenza e rispetto possono convivere perfettamente.

Motivare il team comincia anche da te

Quando un team perde energia è facile pensare che il problema siano le persone.

A volte è così. Altre volte, però, vale la pena chiedersi quanto incidano il contesto e il modo in cui vengono guidate.

Prima di cercare nuovi modi per motivare il tuo team, assicurati di non essere tu — anche inconsapevolmente — a spegnerne la motivazione.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento, scopri il mio percorso mirato Motivare il team demotivato”.

Uno spazio pratico e protetto per analizzare le dinamiche reali e costruire azioni subito applicabili.

Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

feedback potenziante

“Il feedback è la colazione del campione.”
Ken Blanchard

Andiamo dritti al punto.

Un buon feedback non dice semplicemente “Bravo” oppure “Hai sbagliato”.

Fa capire alla persona che cosa hai osservato, quale impatto ha avuto e che cosa vale la pena mantenere o cambiare.

Lode e critica, invece, rischiano di diventare giudizi sulla persona:

“Sei stato bravissimo.”
“Hai un atteggiamento scorretto.”
“Non sei abbastanza attento.”

Sono affermazioni generiche. Dicono poco su ciò che concretamente ha funzionato oppure deve essere migliorato.

Se vuoi dare un feedback potenziante (davvero utile) ai tuoi collaboratori, parti da qui.

1. Sii breve e vai al punto

Un feedback troppo lungo e dispersivo perde forza.

Non devi essere freddo o robotico. Devi semplicemente sapere qual è il messaggio che vuoi far passare ed evitare di sommergerlo con spiegazioni, premesse e giri di parole.

Se devi dire una cosa, dilla.

Con chiarezza.

2. Parla di fatti specifici

“Hai un atteggiamento sbagliato” non è un feedback.

Che cosa ha fatto esattamente la persona?
Che cosa ha detto?
Quando è successo?

Meglio:

“Durante la riunione di questa mattina hai interrotto tre volte Roberto mentre stava presentando i dati.”

Più sei specifico, meno lasci spazio a interpretazioni e discussioni inutili.

Parla di ciò che hai osservato, non di ciò che hai dedotto.

Meglio “Ho notato che…”, “Ho osservato…”, “Durante la riunione è successo…”

rispetto a giudizi come “Sei superficiale”, “Non ti interessa” oppure “Lo fai sempre”.

3. Concentrati sul comportamento, non sulla persona

Questo è probabilmente il punto più importante.

Il feedback deve mettere in discussione un comportamento, non il valore della persona.

Se attacchi la persona, è molto probabile che si difenda.

Evita quindi:

“Sei sempre disorganizzato.”

Meglio:

“Negli ultimi due report mancavano alcuni dati che avevamo concordato di inserire.”

Evita anche parole come sempre, mai, ogni volta. Trasformano facilmente un’osservazione concreta in un’accusa.

4. Spiega l’impatto

Non fermarti a ciò che è successo.

Spiega quali conseguenze ha prodotto quel comportamento.

Per esempio:

“Michele, nella proposta inviata alla ditta Verona c’erano diversi errori nel preventivo. Il cliente ha perso fiducia nella nostra proposta e si è rivolto alla concorrenza.”

Il feedback potenziante diventa così più concreto perché collega:

  • ciò che è accaduto;
  • il comportamento osservato;
  • le sue conseguenze.

La persona comprende non soltanto che cosa non ha funzionato, ma anche perché è importante correggerlo.

5. Scegli il momento giusto

Un feedback positivo?

Dallo appena possibile.
Più aspetti, più perde forza.

Un feedback correttivo richiede invece una valutazione in più.

Se sei arrabbiato, frustrato o troppo coinvolto emotivamente, può essere meglio aspettare.

Non troppo.

Aspettare non significa evitare.

Significa concederti il tempo necessario per affrontare la conversazione con lucidità, senza trasformare il feedback in uno sfogo.

6. Un feedback potenziante alla volta

Se devi parlare di un comportamento preciso, resta su quello.

Non approfittarne per recuperare tutto quello che non ti è piaciuto negli ultimi sei mesi:

“E già che ci siamo…”

No.

Un episodio, un comportamento, un messaggio.

Più allarghi il campo, più perdi incisività.

E aumenti la probabilità che il collaboratore smetta di ascoltare e inizi semplicemente a difendersi.

7. Sii sincero e diretto

Essere diretti non significa essere aggressivi.

Significa dire ciò che deve essere detto con chiarezza e rispetto.

Evita anche di nascondere un feedback correttivo dentro complimenti poco credibili:

“Michele, hai sempre lavorato benissimo e sei una persona fantastica, però…”

La persona ha già capito che tutto quello che precede il però è soltanto l’introduzione alla vera questione.

Arriva al punto.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi il mio post “10 spunti per parlare chiaro e diretto”.

8. Fai capire anche ciò che funziona

Il feedback potenziante non serve soltanto a correggere.

Serve anche a rafforzare i comportamenti efficaci.

C’è una bella differenza tra:

“Ottimo lavoro, bravo!”

e:

“Il modo in cui hai gestito il reclamo del signor Rossi è stato efficace. Sei rimasto gentile e disponibile, ma allo stesso tempo fermo nel proporre una soluzione.”

Oppure tra:

“Ottimo approccio!”

e:

“Il modo in cui hai risposto questa mattina alle domande del cliente ha dimostrato che conosci bene le nostre procedure e sai spiegarle con chiarezza.”

Nel primo caso stai facendo un complimento.

Nel secondo stai indicando esattamente quale comportamento apprezzi e vuoi incoraggiare.

9. Attenzione al tono

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando dai un feedback correttivo non conta soltanto ciò che dici.

Conta come lo dici.

Rabbia, sarcasmo, frustrazione o delusione rischiano di coprire completamente il contenuto del messaggio.

Il collaboratore non sentirà più che cosa deve migliorare.

Sentirà soltanto che sei arrabbiato con lui.

Lo scopo di un feedback correttivo non è trovare un colpevole.
È creare la consapevolezza necessaria per correggere un comportamento.

Ed è proprio nelle conversazioni più delicate che chiarezza, tono e capacità di gestire la propria emotività fanno la differenza.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

10. Dai feedback con continuità

Non aspettare il colloquio annuale.

E non parlare con un collaboratore soltanto quando qualcosa va storto.

Il feedback potenziante funziona quando diventa una parte normale della relazione professionale.

Naturalmente non significa commentare continuamente tutto ciò che fanno le persone. Anche il feedback, se eccessivo, diventa controllo e perde efficacia.

La frequenza dipende dalla situazione, dalla persona e dal tipo di lavoro.

Serve equilibrio tra troppo e mai.

Prima di dare un feedback, preparati

Soprattutto quando devi affrontare una questione delicata, non improvvisare.

Prima della conversazione chiediti:

  • Qual è il punto che voglio far passare?
  • Quale comportamento concreto ho osservato?
  • Quale impatto ha avuto?
  • Che cosa voglio che la persona mantenga o cambi?
  • Che cosa posso evitare di dire perché non serve?

Se non sei ancora allenato, scrivilo.

Poche parole.
Frasi brevi.
Fatti concreti.

Poi parla con la persona.
In presenza, quando possibile.

E una volta che il messaggio è arrivato, non continuare a girarci intorno.

Un buon feedback non deve lasciare il collaboratore con la sensazione di essere stato giudicato.

Deve permettergli di capire che cosa ha fatto, quale effetto ha prodotto e che cosa può fare da quel momento in avanti.

Questa è la differenza tra una critica che scoraggia e un feedback che aiuta davvero a crescere.

Ricerca di lavoro? 8 emozioni che devi imparare a gestire

ricerca di lavoro

La ricerca di lavoro non è fatta soltanto di CV, candidature, colloqui e risposte agli annunci.

È anche un percorso emotivo.

Soprattutto quando dura più del previsto.

All’inizio puoi sentirti determinato e fiducioso. Poi arriva una risposta negativa. Mandi altre candidature e nessuno risponde.

Passano le settimane.

La fiducia sale, scende, ritorna e magari crolla nuovamente.

Se ci sei passato, sai di cosa parlo.

Cercare lavoro significa anche imparare a non lasciare che ciò che provi decida al posto tuo.

Ecco 8 emozioni che, prima o poi, potresti incontrare.

1. Incertezza

La domanda che pesa di più è spesso molto semplice:

“Quando finirà?”

Non sapere quando troverai un nuovo lavoro può diventare più difficile della ricerca stessa.

Cominci a fare ipotesi, immaginare scenari, cambiare continuamente strategia.

Sto cercando nel settore sbagliato?
Devo cambiare qualcosa nel CV?
Dovrei accettare qualsiasi cosa?
E se tra sei mesi fossi ancora qui?

Il rischio è voler eliminare un’incertezza che, almeno in parte, non puoi eliminare.

Puoi però concentrarti su ciò che dipende da te: qualità delle candidature, contatti, preparazione ai colloqui, ampliamento della ricerca.

Non sai quando arriverà il risultato.

Ma puoi decidere che cosa fare oggi.

2. Frustrazione

Una risposta negativa fa male.

Ma spesso è ancora più frustrante non ricevere alcuna risposta.

Invii candidature, aspetti, controlli la posta. Niente.

Con il passare del tempo può nascere una sensazione molto spiacevole: quella di essere diventato invisibile.

Nel mio lavoro con persone impegnate nel reinserimento professionale lo vedo spesso. Persino una risposta negativa, almeno, chiude qualcosa.

Il silenzio invece lascia tutto sospeso.

Non trasformarlo però automaticamente in un giudizio sul tuo valore professionale.

L’assenza di una risposta non è una risposta su di te.

3. Rabbia

Puoi essere arrabbiato con l’ex capo, l’azienda, il mercato del lavoro, chi ti ha licenziato o chi continua a non risponderti.

Puoi esserlo anche con te stesso.

Avrei dovuto capirlo prima.
Dovevo muovermi diversamente.
Perché non riesco a venirne fuori?

La rabbia non va necessariamente cancellata.

Può diventare energia da indirizzare verso qualcosa di utile.

Una telefonata.
Una candidatura fatta meglio.
Un contatto che continui a rimandare.
Una decisione che devi prendere.

Il problema non è provare rabbia.

È restarci dentro senza farne nulla.

4. Rifiuto

Nella ricerca di lavoro il rifiuto arriva spesso.

A volte esplicitamente:

“Abbiamo scelto un altro candidato.”

Altre volte attraverso il silenzio.

Ed è facile trasformare:

“Non hanno scelto me”

in:

“Non sono abbastanza bravo.”

Sono due cose molto diverse.

Un’azienda sta scegliendo una persona per quella posizione, in quel momento, sulla base delle proprie esigenze.

Il rifiuto può certamente aiutarti a capire se devi correggere qualcosa. Ma non deve diventare automaticamente una sentenza sul tuo valore.

Essere scartato per un lavoro non significa essere scartato come professionista.

5. Tristezza

Ci sono momenti in cui semplicemente ti senti giù.

Vedi gli altri lavorare, fare progetti, andare avanti. Tu invece hai la sensazione di essere fermo.

La ricerca prolungata può togliere energia e incidere sulla fiducia in te stesso.

Non devi fingere che vada tutto bene.

Ma fai attenzione a non permettere che la situazione professionale occupi tutta la tua vita.

Continua, per quanto possibile, a coltivare relazioni, interessi, attività fisica, routine e tutto ciò che ti ricorda che non sei soltanto una persona che sta cercando lavoro.

6. Imbarazzo

Incontri qualcuno che non vedevi da tempo.

E arriva la domanda:

“E tu, cosa fai adesso?”

Una domanda normalissima può diventare improvvisamente pesantissima.

Non hai però bisogno né di inventarti qualcosa né di raccontare tutta la tua situazione.

Puoi semplicemente dire:

“Sto cercando una nuova opportunità professionale e sto valutando alcune possibilità.”

Punto.

Essere temporaneamente senza lavoro non richiede una giustificazione.

7. Senso di ingiustizia

“Non è giusto.”

Hai esperienza.
Hai lavorato bene.
Ti sei impegnato.
Magari vedi persone che reputi meno preparate trovare opportunità prima di te.

È comprensibile provare amarezza.

Il problema nasce quando il senso di ingiustizia assorbe tutte le tue energie.

Perché puoi avere perfettamente ragione e, contemporaneamente, restare fermo.

Il mercato del lavoro non distribuisce necessariamente opportunità secondo ciò che consideriamo giusto o meritato.

Puoi contestarlo, arrabbiarti, trovarlo assurdo.

Poi però devi tornare alla domanda che ti serve davvero:

“Con la situazione che ho davanti, che cosa posso fare adesso?”

8. E poi, finalmente, la gioia

Dopo settimane o mesi arriva una telefonata.

Un colloquio.
Poi un altro.
E finalmente:

“Vorremmo proporti…”

La tensione si scioglie.

Solo allora, guardandoti indietro, ti rendi conto di quante volte hai pensato di non farcela.

“Questa parte della mia vita, questa piccola parte della mia vita si può chiamare Felicità.”
Chris Gardner, La ricerca della felicità

Forse la ricerca non ti ha reso automaticamente “più forte”.

Ma probabilmente ti ha fatto conoscere meglio il tuo modo di reagire all’incertezza, al rifiuto e alla difficoltà.

E questa consapevolezza può restare anche quando la ricerca è finita.

La ricerca di lavoro non è soltanto una questione di strategia

CV, LinkedIn, candidature e colloqui contano.

Ma quando la ricerca si prolunga, devi proteggere anche la lucidità con cui continui a muoverti.

Perché frustrazione, paura, rabbia o sfiducia possono portarti a candidarti male, rinunciare troppo presto oppure prendere decisioni soltanto per uscire rapidamente da una situazione che non sopporti più.

Se vuoi approfondire anche la parte più operativa, puoi leggere “7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV”.

Se ti senti fermo, svuotato o senza una direzione professionale chiara, forse prima di decidere dove andare vale la pena capire che cosa vuoi davvero.

Scopri il percorso Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere.

Desideri fare un salto di responsabilità al lavoro? Semplice, basta chiederlo

salto di responsabilità

Durante una sessione di coaching una giovane marketing manager mi racconta la sua frustrazione.

Lavora molto, ottiene buoni risultati, è disponibile.
Eppure la sua carriera sembra non muoversi.

Le chiedo:

“Hai mai detto chiaramente al tuo capo che vorresti crescere e assumerti maggiori responsabilità?”

La risposta arriva quasi sorpresa:

“È evidente che voglio crescere. Basta guardarmi.

Arrivo prima, stacco dopo, sono sempre disponibile. Con tutto quello che faccio ogni giorno, com’è possibile che nessuno se ne renda conto?”

Le chiedo allora se abbia mai avuto un’occasione concreta per parlarne.

Sì.

Durante il colloquio annuale con il suo superiore.

“E cosa hai detto?”

“Niente. Tutto a posto. Grazie.”

Ecco il punto.

A volte siamo convinti di aver comunicato chiaramente le nostre ambizioni.
In realtà non è così.

In un mondo del lavoro ideale la soluzione sarebbe semplice:

“Vuoi un salto di responsabilità? Basta chiederlo.”

Semplice, vero?
Non proprio.

Non dare per scontato che gli altri conoscano le tue ambizioni

Incontro spesso professionisti competenti che si sentono poco riconosciuti dall’azienda o dal proprio capo.

“Dopo tutto quello che faccio…”
“Dovrebbe averlo capito…”
“Pensavo fosse evidente…”
“Possibile che non si accorgano che sono pronto?”

Il problema è proprio qui.

Pretendiamo che siano gli altri a riconoscere ciò che desideriamo senza averlo mai espresso chiaramente.

Il tuo capo può vedere che lavori molto.

Può apprezzare la tua disponibilità, la competenza, l’impegno.

Ma non necessariamente può sapere che desideri:

  • coordinare un progetto;
  • assumerti maggiori responsabilità;
  • gestire delle persone;
  • cambiare ruolo;
  • crescere professionalmente.

Lavorare bene e dichiarare dove vuoi andare sono due cose diverse.

Il tuo lavoro può parlare bene di te.
Ma difficilmente può dire al posto tuo che cosa vuoi.

Se vuoi fare un salto di responsabilità, devi esporti

Esporsi non significa andare dal capo e pretendere una promozione.

Significa rendere visibile una tua aspirazione.

Puoi dire, per esempio:

“Mi piacerebbe crescere e assumermi progressivamente maggiori responsabilità. Vorrei capire che cosa dovrei dimostrare o sviluppare per poter essere preso in considerazione.”

La differenza è importante.

Non stai dicendo:

“Mi merito una promozione.”

Stai dicendo:

“Questa è la direzione nella quale vorrei crescere. Che cosa serve per arrivarci?”

A quel punto puoi ottenere informazioni preziose.

Magari scopri che sei già considerato una persona pronta.
Oppure che, prima di fare il salto, devi migliorare alcuni aspetti.

O ancora che in quell’azienda, almeno nel breve periodo, quello spazio semplicemente non esiste.

Sono risposte molto diverse.

Ma sono comunque più utili dell’attesa.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Come farsi notare al lavoro (se nessuno si accorge quanto sei bravo)”.

Naturalmente, chiedere non significa ottenere

Dichiarare le proprie ambizioni significa anche accettare che la risposta possa essere:

  • “Non adesso.”

Oppure:

  • “Non sei ancora pronto.”

O persino:

  • “Qui non vediamo per te questa possibilità.”

Può fare male.

Ma almeno hai un’informazione reale sulla quale ragionare.

Perché c’è una grande differenza tra:

  • “Non mi fanno crescere.”

e:

  • “Ho espresso chiaramente ciò che desidero e questa è stata la loro risposta.”

Nel primo caso rischi di vivere per mesi dentro supposizioni, interpretazioni e risentimenti.

Nel secondo hai qualcosa di concreto su cui decidere.

Chiedere non ti garantisce un sì.
Ti permette però di uscire dal territorio delle supposizioni.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

E se scopri che lì non puoi crescere?

Anche questa è una possibilità.

Forse hai fatto tutto quello che potevi. Hai espresso che vuoi un salto di responsabilità, chiesto un confronto, verificato possibilità e tempi.

E la risposta continua a essere negativa o indefinita.

A quel punto la domanda cambia.

Non è più:

  • “Come faccio a farmi riconoscere?”

Diventa:

  • “Quanto voglio ancora aspettare?”

Oppure:

  • “Questa azienda può ancora offrirmi ciò che cerco professionalmente?”

Ed è qui che può diventare importante non prendere decisioni soltanto sulla spinta della frustrazione.

Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale, questo percorso ti aiuta a fare chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.

Scopri il percorso Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere.

Perché cambiare azienda può essere la scelta giusta.

Ma prima è utile capire se vuoi davvero andare via o se vuoi, finalmente, provare ad andare avanti.

10 potenti strategie per costruire una solida fiducia in te stesso

fiducia in te stesso

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, nel mondo del lavoro competenze e capacità sono fondamentali.

Ma non sempre bastano.

Servono anche solidità, capacità di reggere l’incertezza e fiducia nelle proprie possibilità.

Soprattutto quando qualcosa comincia a vacillare: un errore, una critica, un nuovo ruolo, un risultato che non arriva o il confronto con persone che sembrano più sicure di noi.

Non confondere sicurezza e arroganza

Quando ci sentiamo “non abbastanza” possiamo diventare esitanti, perdere fiducia nelle nostre capacità oppure cercare di nascondere l’insicurezza mostrandoci eccessivamente sicuri.

L’arroganza non è sicurezza.

La fiducia più solida non ha bisogno di essere esibita continuamente.

Si costruisce.

Giorno dopo giorno, attraverso il modo in cui affrontiamo ciò che ci accade.

Ecco 10 strategie per allenarla.

1. Accetta una parte d’incertezza

Vendite che saltano,
appuntamenti rimandati,
previsioni sbagliate,
cambiamenti improvvisi.

Per quanto tu possa organizzarti,
non puoi controllare tutto.

Continuare a provarci consuma energie e aumenta frustrazione e ansia.

Organizzati,
pianifica,
preparati.

Ma lascia anche uno spazio mentale — e possibilmente nell’agenda — per ciò che non avevi previsto.

Essere sicuri non significa sapere sempre cosa accadrà.
Significa sapere che, quando accadrà, proverai a gestirlo.

2. Fai attenzione a come parli a te stesso

Nei momenti difficili il nostro dialogo interiore può diventare spietato:

  • “Sapevo che avrei fallito.”
  • “Non troverò mai più un lavoro.”
  • “Prima o poi sbaglierò.”
  • “Non sono abbastanza bravo.”

Ti rivolgeresti nello stesso modo a un caro amico?

Non significa raccontarti che andrà tutto magnificamente.

Significa sostituire sentenze definitive con valutazioni più realistiche.

Hai sbagliato? Cerca di capire perché.
Non sai qualcosa? Informati.
Non è andata questa volta? Correggi e riprova.

3. Presta attenzione al tuo corpo

La sicurezza passa anche attraverso il corpo.

Quando sei sotto pressione potresti chiuderti, abbassare lo sguardo, irrigidirti, parlare velocemente o occupare meno spazio possibile.

Non devi costruire una posa artificiale da “persona potente”.

Piuttosto:

  • mantieni una postura aperta;
  • guarda il tuo interlocutore;
  • rallenta il ritmo;
  • respira;
  • evita movimenti nervosi continui.

Il corpo non deve fingere sicurezza. Deve evitare di amplificare inutilmente la tua insicurezza.

4. Punta al miglior risultato possibile, non alla perfezione

Se per sentirti all’altezza devi essere sempre impeccabile, prima o poi la tua sicurezza ne pagherà il prezzo.

Ogni errore diventa una minaccia.
Ogni critica una bocciatura.
Ogni risultato inferiore alle aspettative una prova della tua incapacità.

Non devi essere perfetto.

Devi fare bene ciò che puoi fare, con le risorse e le informazioni che hai in quel momento.

Punta all’eccellenza, non all’impossibile.

5. Usa i cambiamenti per allenare la tua fiducia

Un nuovo ruolo.
Un nuovo capo.
Un trasferimento.
Una responsabilità che non hai mai avuto.

Il nuovo porta spesso con sé disagio.

Non necessariamente perché hai fatto una scelta sbagliata, ma perché stai entrando in un territorio che ancora non conosci.

Ogni volta che affronti una situazione nuova e impari a gestirla, aggiungi un piccolo pezzo alla percezione che hai delle tue capacità.

Puoi approfondire questo passaggio nel mio post “Il disagio contribuisce alla tua crescita personale”.

6. Impara a stare anche dentro l’errore

La paura di sbagliare può diventare paralizzante.

Ma l’errore contiene informazioni preziose:

  • mostra dove sei meno preparato;
  • mette alla prova il tuo modo di reagire;
  • ti costringe a correggere;
  • ti permette di capire cosa fare diversamente la prossima volta.

La fiducia non nasce dal non sbagliare. Cresce anche scoprendo che puoi sbagliare senza crollare.

7. Esplora il “grigio”

“Io sono fatto così: per me è bianco o nero.”

Sembra una dichiarazione di carattere.

Spesso, invece, è una gabbia.

La realtà professionale è piena di sfumature: una decisione può essere buona senza essere perfetta, una persona può avere ragione su un punto e torto su un altro, qualcosa che oggi non funziona domani può funzionare diversamente.

La rigidità dà una sensazione di sicurezza.
La flessibilità permette di costruirne una più solida.

8. Non prenderti sempre così sul serio

L’autoironia aiuta a ridimensionare errori, gaffe e momenti d’insicurezza.

Non significa svalutarti o prenderti in giro.

Significa riuscire a pensare:

  • “Sì, questa volta ho fatto una figuraccia.”

E continuare a vivere.

Chi ha fiducia in sé non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere impeccabile.

Può sbagliare.
Può sorriderne.
Può correggersi.

9. Smettila di misurarti continuamente con gli altri

“Sono tutti migliori di me.”
“Gli altri hanno qualcosa in più.”

Il confronto diventa pericoloso quando mettiamo le nostre fragilità reali contro l’immagine migliore che vediamo degli altri.

Vediamo la loro sicurezza.
Non vediamo i loro dubbi.
Vediamo il risultato.

Non sempre conosciamo il percorso che c’è dietro.

Confrontarti può essere utile per imparare. Molto meno quando diventa il metro con cui stabilisci quanto vali.

10. Considera la fiducia come qualcosa che si allena

Forse questo è il punto più importante.

Molte persone pensano:

“Sono fatto così.”
“Non sono mai stato sicuro di me.”
“Gli altri hanno carattere, io no.”

Ma la fiducia può crescere attraverso l’esperienza.

Ogni volta che:

  • affronti una conversazione che avresti preferito evitare;
  • esprimi un’opinione senza cercare immediatamente approvazione;
  • prendi una decisione difficile;
  • superi un errore;
  • affronti una situazione nuova;

stai raccogliendo prove concrete del fatto che puoi fidarti un po’ di più di te stesso.

La fiducia non arriva prima dell’azione.
Molto spesso arriva dopo, quando scopri di essere riuscito ad affrontare ciò che temevi.

Se hai perso sicurezza nel tuo ruolo

Può succedere anche a chi fino a ieri si sentiva perfettamente solido.

Un nuovo incarico, un collaboratore difficile, una contestazione, un errore o un periodo particolarmente complesso possono farti dubitare del tuo modo di guidare.

Non significa necessariamente che tu abbia perso le tue capacità.

Può significare che hai bisogno di ritrovare un punto d’appoggio e capire dove la tua sicurezza ha cominciato a vacillare.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida? In due sessioni mirate puoi ritrovare più equilibrio e chiarezza nel tuo stile di leadership.

Scopri Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo.

5 spunti per esprimere il disaccordo in una riunione (senza fare danni)

esprimere il disaccordo

“Non sono d’accordo.”

Tre parole.
Semplici.
Eppure capaci di irrigidire una stanza.

Questa frase mette spesso a disagio chi la ascolta.
E, diciamolo, anche chi la pronuncia.

E tu?
Come reagisci quando non sei d’accordo?
Ti prepari al confronto?
Temi il conflitto?

Nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025) ho dedicato un intero capitolo alle riunioni e a come esprimere il disaccordo in modo assertivo, senza bruciarsi credibilità o relazioni.

Sei in riunione con il team..

con il capo,
con il titolare.

È il momento di valutare una proposta.
Sei d’accordo… oppure no.

Ma qualcosa ti blocca.

Avresti voluto dire:

  • “No, così non funziona.”
  • “Non è la direzione giusta.”
  • “C’è un problema.”

E invece esci dalla sala senza aver detto nulla

Forse hai fatto bene a tacere.
Esprimere dissenso può essere delicato.

Come reagirà l’altro?
Si irrigidirà?
Se la legherà al dito?

E poi… nessuno vuole passare per l’arrogante saputello.

Essere troppo diretti può sembrare aggressivo.
Essere troppo morbidi può renderti invisibile.

Serve equilibrio.

Non tutti accettano il contraddittorio

“L’onesto disaccordo è spesso un buon segno di progresso.”

Gandhi

Oggi le persone sono più suscettibili.
Te ne sei accorto vero?

Basta poco per creare attrito.

Una parola fuori posto,
una correzione mal formulata,
e il rapporto professionale si incrina.

I leader davvero solidi, però,
vogliono il confronto.

Desiderano essere messi in discussione.
Cercano punti di vista diversi.

E il tuo capo?
Accoglie il dissenso o si irrigidisce alla prima obiezione?

Se è così…
non è solo un problema di carattere.
È un problema di comunicazione.

Come dire “non sono d’accordo” senza creare attrito?

Serve strategia.
E un pizzico di diplomazia.

1. Esprimi un disaccordo parziale

Inizia mostrando ascolto.

  • “Capisco quello che dici, ma…”
  • “Sono d’accordo fino a un certo punto, tuttavia…”
  • “Vedo il senso della proposta, però…”

Esempi:

  • “Capisco il punto di vista, tuttavia questi obiettivi non sono realistici.”
  • “Comprendo le motivazioni, però questo sistema non funziona con volumi bassi.”
  • “Sono d’accordo sull’importanza della formazione, ma se investiamo solo sui direttori rischiamo di scoprirci sui venditori.”

3. Ammorbidisci il dissenso

Piccoli segnali fanno una grande differenza.

  • “Mi dispiace, ma non sono d’accordo…”
  • “Sì, ma non credi che…?”

Esempi:

  • “Ok, ma non credi che così aumentiamo la pressione sul team?”
  • “Mi spiace non essere d’accordo, ma dovremmo rivedere la strategia di marketing.”
  • “Capisco la proposta, ma l’anno scorso non ha dato i risultati sperati.”

3. Usa il dubbio (non l’attacco)

Il dubbio apre il dialogo.

  • “Mi chiedo se…”
  • “Non sono sicuro che…”
  • “I dati indicano che…”

Esempi:

  • “Non ne sono così certo: i dati mostrano un trend diverso.”
  • “Non sono sicuro sia fattibile in questo momento.”
  • “Ho una lettura diversa: questo periodo dell’anno è storicamente poco adatto.”

4. Evita il linguaggio negativo diretto

Meglio evitare frasi come:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Così non funziona.”
  • “Non sono d’accordo.”

Sostituiscile con domande o osservazioni:

  • “È possibile che emergano delle difficoltà?”
  • “Ci sono rischi che dovremmo considerare?”
  • “Possiamo valutare un’alternativa?”

5. Cura il linguaggio non verbale per esprimere il disaccordo

Il corpo parla.
Sempre.

Quando vuoi esprimere il disaccordo:

  • evita smorfie, occhi al cielo, testa che oscilla
  • niente bisbigli o sguardi inquisitori

Il tuo obiettivo non è vincere.
È dimostrare affidabilità.

Un professionista che ascolta,
non attacca le persone,
lavora sulle soluzioni.

Vuoi rendere i tuoi interventi chiari, incisivi e memorabili?

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni”.

I grandi leader fanno così.

Quando sei in disaccordo, ricorda:
si affronta il problema, non la persona.

Imparare a dire “non sono d’accordo” senza creare attrito
è una competenza cruciale.

Detto questo, non sono ingenuo.

Puoi scegliere le parole giuste,
curare tono e linguaggio del corpo,
metterci tutta la diplomazia possibile.

Ma se dall’altra parte c’è una persona arrogante e inflessibile,
il problema non è come esprimere il disaccordo.

È con chi stai parlando.

In certi casi, la vera autorevolezza non è insistere,
ma capire quando fermarsi e proteggere il tuo spazio.

10 errori da evitare quando ti chiedono “Mi parli di lei?”

parli di lei

“Ho letto il suo CV. Potrebbe dirmi qualcosa di più su di lei?”

“Come si descriverebbe?”

“Mi parli di lei.”

Sembra la più semplice delle domande.

Eppure è una di quelle capaci di mettere in difficoltà anche candidati preparati e con una buona esperienza professionale.

Perché?

Perché parlare di sé non significa raccontare tutto. Significa scegliere cosa raccontare, in poco tempo, dando un senso al proprio percorso professionale.

“Mi parli di lei” è spesso anche un modo semplice per rompere il ghiaccio e iniziare la conversazione.

Ma proprio perché è una domanda così aperta, lascia a te la responsabilità di decidere da dove partire, cosa mettere in evidenza e quando fermarti.

“Mi parli di lei” non significa “mi racconti la sua vita”. Significa: “mi aiuti a capire chi è professionalmente”.

Ecco 10 errori da evitare.

1. Fermarti a due o tre frasi scontate

Sai che questa domanda potrebbe arrivare.

Eppure molti candidati rispondono con poche informazioni di rito:

  • “Mi chiamo…”
  • “Ho studiato…”
  • “Ho lavorato come…”

Poi silenzio.

Oppure arrivano gli “uhm… uhm…”.

Non serve preparare un discorso da recitare a memoria. Ma serve sapere quali sono i 3-4 elementi che vuoi assolutamente far emergere.

Esperienza, competenze, evoluzione professionale e ciò che stai cercando oggi possono essere un buon punto di partenza.

2. Parlare della famiglia invece che di te

“Mio padre fa…, mia madre…, ho una sorella che…, nel tempo libero adoro…”

Attenzione.

Non sei a un primo appuntamento.

In un colloquio di lavoro il focus dovrebbe rimanere prevalentemente professionale, a meno che un elemento personale sia pertinente o aiuti davvero a comprendere il tuo percorso.

Non serve raccontare tutto ciò che ti definisce come persona.

Devi aiutare chi hai davanti a capire chi sei rispetto al lavoro per cui ti stai candidando.

3. Ripetere il CV parola per parola

“Come può vedere dal mio curriculum…”

E parte la cronistoria.

2012…

2015…

2019…

2023…

2026…

Il selezionatore ha già il tuo CV.

“Mi parli di lei” non è un invito a leggerglielo ad alta voce.

Usa invece il curriculum come base per costruire un filo:

  • da dove arrivi;
  • quali esperienze ti hanno formato maggiormente;
  • cosa sai fare particolarmente bene;
  • perché oggi sei interessato proprio a quel ruolo.

Il CV contiene i dati.

Tu devi dare un significato a quei dati.

4. Partire troppo indietro e non arrivare più al punto

“Dunque… dopo le scuole medie…”

No.

Una risposta troppo lunga rischia di sommergere chi ascolta di informazioni poco utili e di far perdere proprio quelle importanti.

Non esiste un minutaggio perfetto valido per ogni colloquio, ma come riferimento una presentazione iniziale di circa uno-due minuti è generalmente più che sufficiente.

Una buona presentazione non racconta tutto.
Fa venire voglia di chiederti qualcosa in più.

Poi sarà l’intervistatore ad approfondire ciò che gli interessa.

Il tuo compito, all’inizio, è soprattutto dargli una direzione chiara da seguire.

5. Fare la lista delle tue qualità

“Sono puntuale, preciso, flessibile, organizzato, dinamico e professionale.”

Benissimo.
Ma sono parole.

Evita il catalogo delle qualità e porta qualche elemento concreto che permetta di riconoscerle.

Invece di dichiarare semplicemente:

“Sono molto organizzato.”

puoi spiegare brevemente quale tipo di attività, responsabilità o situazione ti ha richiesto quella capacità.

Non devi magnificare le tue qualità.
Devi renderle credibili.

6. Essere troppo modesto

Questo è l’errore opposto.

Professionisti competenti e con anni di esperienza che, quando devono parlare di sé, improvvisamente diventano vaghi.

  • “Mah… ho fatto un po’ di cose…”
  • “Niente di particolare…”
  • “Ho semplicemente fatto il mio lavoro…”

Parlare dei tuoi risultati non significa essere arrogante.

Se hai risolto un problema, raggiunto un risultato, sviluppato una competenza o assunto una responsabilità importante, puoi dirlo.

Sono fatti.
Il punto non è vantarti.

È non costringere l’intervistatore a indovinare il tuo valore.

7. Mentire o gonfiare ciò che hai fatto

Una cosa è presentare bene la propria esperienza.

Un’altra è inventarla.

Gonfiare responsabilità, competenze, conoscenze linguistiche o risultati può sembrare una scorciatoia efficace.

Fino alla domanda successiva.
O fino a quando qualcuno verifica.

Non hai bisogno di inventare una versione migliore di te. Hai bisogno di raccontare meglio quella reale.

8. Rispondere a parli di lei: “Che cosa vuole sapere?”

“Vuole sapere della mia esperienza, della formazione oppure…?”

Una piccola richiesta di chiarimento può naturalmente essere opportuna in alcuni contesti.

Ma davanti a una classica domanda aperta come “Mi parli di lei”, rimandare immediatamente la domanda al selezionatore può comunicare scarsa preparazione o difficoltà nel selezionare autonomamente le informazioni importanti.

Prendi tu l’iniziativa.
Hai davanti uno spazio aperto.
Usalo.

9. Parlare male dell’ex capo o dell’azienda

“Me ne sono andato perché il mio capo era impossibile.”

“L’ambiente era diventato invivibile.”

“L’azienda non sapeva valorizzare nessuno.”

Forse hai perfettamente ragione.

Ma questo non è il momento di regolare i conti con il passato.

Rancore, sarcasmo e accuse spostano l’attenzione da ciò che puoi offrire a ciò che ti è successo.

Puoi raccontare anche un’esperienza professionale difficile senza trasformarla in un processo all’ex datore di lavoro.

Se vuoi approfondire, leggi “Parlare male dell’ex datore di lavoro è da rosso diretto”.

10. Partire subito da stipendio, comodità e bisogni personali

Stipendio, orari, distanza da casa, flessibilità e condizioni di lavoro sono importanti.

Eccome.

Ma quando ti viene chiesto di parlare di te, partire da:

  • “Cerco qualcosa vicino a casa.”
  • “Vorrei guadagnare di più.”
  • “Ho bisogno di maggiore flessibilità.”

rischia di spostare immediatamente il focus su ciò che vuoi ricevere anziché su ciò che puoi portare.

Ci sarà il momento per parlare delle condizioni.

Nella presentazione iniziale fai emergere prima il tuo percorso, il tuo valore e il motivo professionale per cui quella posizione ti interessa.

Allora, cosa dovresti dire quando ti chiedono “Mi parli di lei?”

Non serve imparare una risposta perfetta.

Serve costruire una presentazione breve, concreta e coerente con il posto per cui ti stai candidando.

Prima del colloquio chiediti:

  • Quali sono le 2-3 esperienze più pertinenti?
  • Quali competenze voglio far emergere?
  • Quale filo collega ciò che ho fatto a ciò che sto cercando?
  • Perché questa posizione rappresenta un passo sensato per me?
  • Che cosa vorrei che l’intervistatore ricordasse di me dopo questi primi due minuti?

Preparala.
Provala ad alta voce.

Poi lascia che durante il colloquio rimanga abbastanza naturale da poter diventare una conversazione.

Prepararsi non significa imparare una parte.
Significa sapere cosa vuoi far capire di te.

E se durante questa preparazione ti accorgi che il problema non è soltanto come presentarti, ma che non hai ancora chiaro quale dovrebbe essere il tuo prossimo passo professionale, allora vale la pena fermarsi prima.

Stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire?

In un percorso mirato ti aiuto a fare chiarezza, valutare le opzioni e definire il prossimo passo giusto per te.

Scopri il servizio Esplora, valuta, decidi.

I risultati al lavoro non arrivano? Concediti il diritto di “sentirti giù”

risultati al lavoro

I clienti sono sempre più imprevedibili.
Le previsioni saltano.
I risultati al lavoro non arrivano.

Un progetto sul quale avevi investito tempo ed energie non funziona come speravi.

Pianificare, analizzare, organizzare e verificare ci aiuta a lavorare meglio. Ma può anche darci l’illusione di avere tutto sotto controllo.

Poi qualcosa va storto.

E quando gli eventi prendono una direzione diversa da quella prevista, arrivano preoccupazione, tensione e frustrazione.

Dormiamo poco e male.
Ci sentiamo stanchi.
Pensiamo cosa fare diversamente.

E quel nodo alla gola non va né giù né su.

Risultati al lavoro? Alcuni periodi sono semplicemente peggiori di altri

Ci sono giorni in cui non ci sentiamo all’altezza.

Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.

Cominciamo a mettere in discussione quello che facciamo e, qualche volta, persino quello che valiamo.

Sai di cosa sto parlando.

Capita a tutti di attraversare momenti in cui ci si sente inadeguati al lavoro.

Il problema è che proprio in questi momenti possiamo diventare particolarmente severi con noi stessi.

Ci giudichiamo mentre siamo stanchi, delusi o preoccupati. E da quella posizione rischiamo di arrivare a conclusioni molto più pesanti della realtà.

“Non sono abbastanza bravo.”

“Ho sbagliato tutto.”

“Forse non sono più capace.”

“Gli altri riescono. Io no.”

Un risultato negativo dice qualcosa su ciò che è accaduto.
Non necessariamente su quanto vali.

Prima di emettere sentenze su te stesso, prova a distinguere i fatti dalle conclusioni che stai traendo.

Se i risultati non arrivano, concediti di “sentirti giù”

Un momento di sconforto non è un segnale di debolezza.

Non devi necessariamente reagire subito.

E non devi ascoltare per forza chi cerca di tirarti su con frasi come:

  • “Ma dai, che cosa vuoi che sia…”
  • “Non pensarci.”
  • “Devi reagire.”
  • “Forza, guarda avanti.”

Magari lo dice con le migliori intenzioni. Ma tu, in quel momento, potresti avere bisogno di altro.

Di fermarti.
Di riconoscere la delusione.
Di capire che cosa ti ha colpito così tanto.

Non fingere serenità e produttività solo per dimostrare che sei forte. E non riempirti immediatamente di attività per evitare di sentire quello che stai provando.

Non forzare il tempo di recupero

Quando qualcosa scuote la nostra sicurezza, abbiamo spesso fretta di tornare quelli di prima.

Ma non tutto deve essere sistemato immediatamente.

Prenditi il tempo necessario.

Non per crogiolarti nello sconforto, ma per lasciare sedimentare ciò che è successo e recuperare lucidità.

Potresti chiederti:

  • Che cosa mi ha ferito davvero di questa situazione?
  • Sto giudicando me stesso o sto valutando un risultato?
  • Che cosa dipendeva da me e che cosa no?
  • C’è qualcosa che posso imparare da quanto è accaduto?
  • Qual è il prossimo passo utile, quando sarò pronto a farlo?

Ripartire non significa cancellare in fretta ciò che provi.
Significa riuscire, poco alla volta, a guardarlo con maggiore lucidità.

Se hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza, è il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Quando tornerà un po’ di calma mentale, potrai guardare quello che è successo con maggiore distanza e decidere che cosa fare.

Non necessariamente più forte di prima. Ma più consapevole di ciò che ti è successo e di ciò che ti serve adesso.