BUONE FESTE A TUTTI

I servizi di coaching sono sospesi dal 23 dicembre al 3 gennaio 2021.
Tanti auguri di BUONE FESTE.
Michele


Foto: Ryan McGuire
Nella vita ci troviamo ogni giorno davanti a scelte di ogni tipo.
Alcune semplici.
Altre più complesse.
Quando si prendono decisioni, è facile commettere errori al lavoro.
Non è mai semplice ammetterli.
Spesso li evitiamo, li giustifichiamo, li nascondiamo.
Per imparare.
Per migliorare.
Anche quando lo fai solo con te stesso.
Ammettere un errore cambia il modo in cui guardi le cose.
Sposti l’attenzione.
Non più sulla colpa…
ma sulla comprensione.
Le persone più solide non sono quelle che non sbagliano.
Sono quelle che riconoscono i propri errori con lucidità.
Senza difendersi.
Senza cercare scuse.
Con consapevolezza.
Sbagliare al lavoro è naturale.
Soprattutto quando affronti qualcosa di nuovo.
Nuovi progetti.
Nuove responsabilità.
Nuove sfide.
Accettare l’errore non significa rassegnarsi.
Significa usarlo.
Trasformarlo in esperienza.
In consapevolezza.
In competenza.
Ecco perché ho raccolto alcune delle frasi più belle sugli errori.
Pensieri di scienziati, filosofi e grandi personaggi
che hanno capito davvero il loro valore.
Perché, alla fine, l’errore non è un limite.
È parte del percorso.
Trovi spunti interessanti nei miei libri: “Autorevolezza” , ora nella sua NUOVA edizione 2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Che si tratti di un collega, del tuo partner o di uno sconosciuto, durante una conversazione difficile spesso crediamo di ascoltare.
In realtà stiamo già pensando a cosa rispondere.
O, peggio ancora, a quale consiglio dare.
È un errore molto comune.
Confondiamo l’ascolto con la ricerca della soluzione.
Così, mentre l’altra persona sta ancora parlando, nella nostra mente compaiono frasi come:
“Fossi in te…”
“Al tuo posto…”
“Lo dico per il tuo bene…”
“Devi capire che…”
Suggerimenti spesso animati dalle migliori intenzioni.
Ma quasi sempre prematuri.
Potresti pensare:
“Se mi viene una buona idea, perché non dovrei condividerla?”
Il punto non è questo.
Il problema nasce quando il desiderio di aiutare prende il posto dell’ascolto.
Nel momento in cui inizi a cercare una soluzione, smetti di prestare piena attenzione a ciò che l’altra persona sta dicendo.
Anche senza accorgertene.
A volte non stiamo preparando una risposta.
Siamo semplicemente distratti.
Pensiamo al lavoro da finire, alla spesa da fare, a un appuntamento o a una scadenza.
L’altra persona continua a parlare.
Noi continuiamo a sentire.
Ma non stiamo più ascoltando davvero.
L’ascolto è una delle competenze più importanti nella comunicazione.
Migliorarlo significa migliorare anche la qualità delle relazioni professionali e personali.
La prossima volta che senti il bisogno di dare subito un suggerimento, fermati.
Riporta l’attenzione su ciò che l’altro sta dicendo.
Ascolta fino in fondo.
Anche se hai la sensazione di aver già capito il problema.
Se senti il bisogno di intervenire, prova invece a fare una domanda.
Ad esempio:
“Qual è la cosa più importante per te in questo momento?”
Una domanda come questa aiuta l’altra persona a chiarire meglio il proprio pensiero.
E aiuta anche te a comprendere ciò che conta davvero.
Ci sono momenti in cui un consiglio è utile.
Altri in cui la cosa più preziosa che puoi fare è continuare ad ascoltare.
Quando siamo sotto pressione o abbiamo poco tempo, siamo tentati di individuare subito il problema e proporre una soluzione.
Ma parlare troppo presto può impedirci di cogliere elementi importanti.
E portarci verso una risposta che funziona per noi, non necessariamente per chi abbiamo davanti.
Ogni suggerimento nasce dal tuo modo di vedere la situazione.
L’ascolto, invece, prova a capire il punto di vista dell’altro.
È una differenza sottile, ma decisiva.
Le persone desiderano sentirsi comprese prima ancora che aiutate.
Se salti troppo in fretta alla soluzione, rischi di interrompere proprio quel processo di comprensione che rende utile qualsiasi consiglio.
Offrire un suggerimento significa cercare una soluzione.
Ma una buona soluzione nasce solo quando hai davvero compreso il problema.
Per questo evita di trasformarti subito in consulente.
Mantieni una mentalità curiosa.
Fai domande.
Cerca di capire cosa conta davvero per il tuo interlocutore.
Quando condividete la stessa comprensione della situazione, anche un suggerimento ha molte più probabilità di essere accolto.
Perché un consiglio dato troppo presto raramente aiuta.
Un ascolto autentico, invece, cambia spesso il corso di una conversazione.
Se vuoi approfondire questo tema, scopri il percorso di coaching dedicato a migliorare la tua comunicazione.

Ci sono momenti in cui il futuro sembra improvvisamente meno prevedibile.
L’economia rallenta, il mercato del lavoro cambia, le aziende si riorganizzano. Oppure, più semplicemente, attraversi una fase della vita in cui non sai quale direzione prendere.
È normale sentirsi disorientati.
Proprio nei periodi di maggiore incertezza iniziamo a porci domande importanti.
Il rischio è reagire chiudendosi.
Aspettare che passi la tempesta.
Rimandare le decisioni.
Restare in una sorta di “periodo di mezzo”, sperando che tutto torni come prima.
Ma l’incertezza non è necessariamente tempo perso.
Può diventare un’occasione per fermarsi, riflettere e prepararsi a ciò che verrà.
Trovarsi sospesi tra un passato che non c’è più e un futuro ancora poco definito è una condizione emotivamente faticosa.
Ci sentiamo smarriti.
Perdiamo alcuni punti di riferimento.
Oscilliamo continuamente tra il desiderio di resistere e quello di cambiare.
Eppure questo tempo, che spesso percepiamo come inattività, può rivelarsi prezioso.
Permette di elaborare ciò che è successo.
Recuperare energie.
Integrare ciò che abbiamo imparato.
Ridefinire le priorità.
Prepararsi ad affrontare con maggiore lucidità ciò che verrà.
“Andrà tutto bene.”
Sono parole che, da sole, servono a poco.
Quando vivi un periodo difficile non hai bisogno di frasi di circostanza.
Hai bisogno di concretezza.
Non minimizzare le tue preoccupazioni.
Non ignorare l’ansia.
Neanche fingere che vada tutto bene.
Se c’è qualcosa di importante da dire, dillo.
In modo diretto.
Con rispetto.
Ma senza nasconderti dietro frasi vaghe o rassicurazioni superficiali.
Nei periodi di incertezza raramente esiste una strada perfettamente definita.
Molto più spesso il percorso procede per tentativi.
Si cambia direzione.
Si corregge il tiro.
Scopriamo opportunità che all’inizio nemmeno immaginavamo.
Per questo è utile mantenere aperte più possibilità.
Esplorare.
Sperimentare.
Valutare con attenzione le diverse opzioni.
Alcune saranno concrete.
Altre ancora confuse.
Alcune ti entusiasmeranno.
Altre ti metteranno a disagio.
Fa parte del processo.
L’importante è non chiudersi a una sola possibilità solo perché è quella che conosci meglio.
Una frase attribuita a Fred Allen dice:
“Cambiare è difficile. Non cambiare è fatale.”
Al di là della sua forza comunicativa, contiene una verità importante.
Il cambiamento fa parte della vita.
E, probabilmente, nei prossimi anni diventerà sempre più frequente.
Molte professioni cambieranno.
Altre nasceranno.
Altre ancora scompariranno.
Per questo è utile sviluppare una buona capacità di adattamento.
Non significa accettare tutto passivamente.
Significa evitare di restare bloccati da pensieri come:
Oppure:
L’incertezza richiede flessibilità.
Non immobilità.
Il panico restringe la capacità di vedere alternative.
Riduce la concentrazione.
Blocca la creatività.
Consuma energie preziose.
Per questo, prima ancora di decidere quale sarà la prossima mossa, è importante recuperare lucidità.
Le decisioni prese solo per paura raramente sono le migliori.
Meglio rallentare qualche ora.
Osservare.
Raccogliere informazioni.
E poi decidere con maggiore consapevolezza.
Essere coraggiosi non significa ignorare le proprie paure.
Non significa fingere che tutto vada bene o mostrarsi forti a tutti i costi.
Il coraggio nasce quando riesci a elaborare ciò che provi e, nonostante le difficoltà, decidi di continuare a muoverti.
Evita di perdere energie lamentandoti continuamente o compatendoti.
Le recriminazioni consumano tempo, offuscano la mente e ti allontanano dall’unica domanda che conta:
Parlare è facile.
Agire molto meno.
Le idee, il talento e la motivazione hanno valore solo quando si trasformano in azioni concrete.
Potrebbe essere necessario accettare qualche compromesso, almeno all’inizio.
Magari la mansione o lo stipendio non saranno quelli che desideravi.
Ma ogni percorso professionale inizia da un primo passo.
Nei periodi di incertezza la tentazione di procrastinare aumenta.
Aspetti il momento perfetto.
Le condizioni ideali.
Più sicurezza.
Il problema è che, nel frattempo, i problemi crescono.
Affronta prima le questioni più difficili.
Poniti le domande scomode.
Concentrati sui fondamentali..
Ogni piccolo risultato aumenta la tua fiducia e crea lo slancio per affrontare il passo successivo.
Che tu stia cambiando lavoro, avviando un nuovo progetto o affrontando un periodo complicato, il fattore decisivo resta il tuo atteggiamento.
La domanda più utile non è:
“Che cosa mi sta succedendo?”
Ma:
“Come voglio affrontare quello che mi sta succedendo?”
È questa la domanda che ti permette di recuperare il senso di controllo.
La perseveranza non elimina gli ostacoli.
Ti permette di attraversarli.
Nei periodi di incertezza l’investimento più utile rimane quello che fai su di te.
Prenderti cura della tua salute fisica, mentale ed emotiva significa costruire le basi per affrontare con maggiore equilibrio anche le situazioni più complesse.
Dedica tempo a imparare.
A riflettere.
A sviluppare nuove competenze.
Comprendere meglio te stesso.
Il tempo è la risorsa più preziosa che possiedi.
Per questo vale la pena scegliere con attenzione come investirlo.
L’incertezza fa parte della vita.
Non possiamo eliminarla.
Possiamo però decidere come viverla.
C’è chi resta fermo aspettando tempi migliori.
E c’è chi utilizza questo periodo per osservare, prepararsi e costruire le basi del proprio futuro.
La differenza sta nell’atteggiamento con cui scegli di affrontarli.

Foto di Patrice Audet da Pixabay
Ci sono periodi in cui il futuro sembra improvvisamente meno prevedibile.
Un cambiamento nel lavoro.
Una crisi economica.
Un evento inatteso.
Oppure un momento della vita in cui ciò che sembrava stabile inizia a vacillare.
È proprio allora che la paura del futuro prende spazio nella nostra mente. Mettiamo in discussione le nostre certezze e cerchiamo risposte che spesso non arrivano.
La tentazione è restare immobili, aspettando che l’incertezza passi.
Ma forse è proprio questo il momento di confrontarti con alcune verità scomode.
Non perché siano piacevoli, ma perché accettarle può aiutarti a guardare al futuro con maggiore lucidità.
Ci piace pensare che chi si comporta bene venga ricompensato e chi sbaglia paghi le conseguenze.
È rassicurante. Ci fa credere che tutto segua una logica prevedibile.
Poi arriva la realtà.
Persone meno preparate ottengono una promozione. Qualcuno raggiunge risultati che sembrano immeritati.
E nasce la domanda:
“Perché loro sì e io no?”
Accettare che la vita non sia sempre giusta non significa diventare cinici. Significa smettere di pretendere che la realtà segua le regole che vorremmo imporle.
Non tutto ha una spiegazione. E non tutte le spiegazioni sono necessarie.
A volte vinci senza aver fatto tutto alla perfezione.
Altre volte perdi nonostante l’impegno.
Nei momenti difficili puoi chiederti:
E risponderti con giudizi severi:
Ma sono conclusioni dettate dallo sconforto, non necessariamente dai fatti.
A volte convivere con una domanda senza risposta è meglio che riempirla con una spiegazione sbagliata.
Non tutti partiamo con gli stessi vantaggi.
C’è chi sembra avere più talento, più facilità, più fortuna.
Se, come me, non ti senti particolarmente “baciato dal destino”, dovrai compensare con altro: costanza, disciplina, perseveranza.
Non per qualche settimana.
A volte per anni.
Significa continuare quando arrivano i rifiuti, gli altri sembrano andare più veloci e il risultato tarda ad arrivare.
La perseveranza non garantisce il successo.
Ma aumenta le possibilità di raggiungerlo.
“Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiare sé stesso.”
Lev Tolstoj
Come coach lo vedo ogni giorno.
Puoi incoraggiare una persona, offrirle strumenti e nuovi punti di vista. Ma non puoi cambiarla contro la sua volontà.
Vale per il partner,
i figli,
i colleghi,
gli amici.
Le persone cambiano quando sono pronte a farlo.
Accettarlo permette di concentrare le energie sull’unica persona che puoi davvero influenzare: te stesso.
Il passato vive nei ricordi. Il futuro nella tua immaginazione.
L’unica realtà è il presente.
La paura del futuro nasce dal tentativo di prevedere ciò che ancora non esiste. Costruiamo scenari, immaginiamo problemi, cerchiamo certezze impossibili.
Avere obiettivi è importante. Vivere costantemente proiettati nel futuro significa però perdere l’unico momento su cui puoi davvero agire: quello presente.
L’imprevedibilità non è un difetto della vita. È una sua caratteristica.
Una grande parte di ciò che accade non dipende da te.
Puoi investire energie cercando di controllare ogni dettaglio. Oppure distinguere ciò che è nelle tue mani da ciò che non lo è.
Più cerchi di controllare l’incontrollabile, più alimenti ansia e frustrazione.
Concentrati su ciò che puoi fare oggi.
Lascia andare ciò che non dipende da te.
Non è rassegnazione.
È lucidità.
Per quanto tu possa impegnarti, ci sarà sempre qualcuno che non ti apprezzerà.
C’è chi giudica con facilità, chi critica per abitudine e chi semplicemente vede il mondo in modo diverso dal tuo.
Desiderare approvazione è normale. Vivere in funzione dell’approvazione degli altri è estenuante.
Ogni volta che cerchi di piacere a tutti rischi di allontanarti un po’ da te stesso.
E più rincorri il consenso, meno risulti autentico.
“Non giudicatemi per i miei successi, ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi.”
Nelson Mandela
La vita porta inevitabilmente delusioni, errori e fallimenti.
Progetti che non si realizzano.
Obiettivi mancati.
Persone che ci deludono.
E succederà ancora.
La differenza non la fa il numero delle cadute, ma la capacità di rialzarsi con qualche esperienza in più.
Spesso immaginiamo che gli altri siano più sereni di noi. Che abbiano meno problemi. Che siano costantemente soddisfatti.
Non è così.
La felicità non è uno stato permanente. E non lo sono nemmeno tristezza, paura o rabbia.
Le emozioni arrivano e se ne vanno.
Accettare anche quelle più difficili significa smettere di viverle come un’anomalia. Sono parte dell’esperienza umana.
La zona di comfort offre sicurezza.
Ma può presentare un conto che scopri solo dopo molti anni.
Può capitare di accontentarti, smettere di metterti in gioco, rinunciare a opportunità che potresti affrontare.
Forse possiedi competenze ed esperienza maggiori di quelle che stai utilizzando oggi. Eppure rimani fermo.
Per paura.
Per abitudine.
Comodità.
Ogni scelta comporta un prezzo.
Anche quella di non scegliere.
Molte difficoltà che attribuiamo al mondo esterno dipendono anche dal nostro modo di reagire agli eventi.
A volte sei tu il tuo critico più severo. Quello che pretende la perfezione, non perdona gli errori e si giudica con una durezza che non riserverebbe mai agli altri.
Prima di voler gestire gli altri, impara a conoscere meglio te stesso.
Le tue paure,
le tue rigidità,
i tuoi punti di forza,
le tue fragilità.
Più aumenta questa consapevolezza, più diventa facile affrontare le difficoltà con equilibrio.
Per quanto tu possa organizzare la tua vita, l’imprevisto continuerà a esistere.
Pianificare è utile. Pensare di poter controllare tutto è un’illusione.
E non sempre l’imprevisto sarà qualcosa di negativo. Alcune opportunità nascono proprio da una deviazione inattesa.
Accettarlo non significa rinunciare ai tuoi progetti.
Significa essere abbastanza flessibile da adattarti quando la realtà prende una strada diversa da quella che avevi immaginato.
La paura del futuro non nasce soltanto da ciò che potrebbe accadere.
Spesso nasce dal desiderio che tutto sia prevedibile, controllabile e giusto.
Ma la vita non funziona così.
Accettare queste verità non elimina l’incertezza. Ti aiuta a viverla con maggiore lucidità.
Perché, quando smetti di combattere la realtà, puoi utilizzare le tue energie per affrontarla.

La vita, in questo periodo, non è facile.
Per nessuno.
Probabilmente anche tu conosci qualcuno —
un collega, un amico, un conoscente —
che sta vivendo un periodo difficile:
perdita del lavoro,
solitudine,
problemi economici,
relazioni in crisi,
malattia,
o la perdita di una persona cara.
Quando siamo davanti a chi soffre,
il primo istinto è spesso tacere.
Per paura di dire qualcosa di sbagliato.
Ed è vero:
consigli affrettati, aneddoti personali, frasi fatte possono fare più male che bene.
Ma non dire nulla è quasi sempre peggio.
Dire qualcosa con buone intenzioni è meglio che restare in silenzio.
Così come riconosciamo la falsità,
riconosciamo anche la gentilezza.
La tua presenza,
la tua attenzione,
il tuo tono
valgono più di qualsiasi frase “giusta”.
Le parole si dimenticano.
Il calore no.
A volte un semplice “Mi dispiace tanto” è il gesto più sincero e utile.
Non risolve.
Accompagna.
Prima di dire o fare qualcosa, chiedi:
Può darsi che ora non se la senta.
O che preferisca rimandare.
Qualunque sia la risposta,
rispettala.
Quando non sappiamo cosa dire,
possiamo comunque fare.
Esempi semplici:
Ancora meglio:
proposte specifiche, facili da accettare.
L’aiuto pratico toglie alla persona il peso di dover chiedere.
“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.
Nei momenti difficili,
non parlare: ascolta.
Ascolta per capire,
non per rispondere.
Evita frasi come:
Evita soprattutto di spostare l’attenzione su di te:
Anche con buone intenzioni,
rischi di togliere spazio a chi soffre.
Non cercare di sistemare tutto.
Almeno non subito.
Spesso la persona vuole solo essere ascoltata.
Puoi chiedere:
Chiarire come essere d’aiuto è già un gesto di rispetto.
Lascia finire le frasi.
Non anticipare.
Non completare i pensieri al posto suo.
Essere interrotti quando si soffre è profondamente frustrante.
Domande sui dettagli
(“E poi cosa è successo?”, “Cosa ti hanno detto?”)
possono bloccare il racconto.
Questa non è un’indagine.
È ascolto.
Conta come si sente la persona,
non la ricostruzione dei fatti.
A volte temiamo di essere invadenti.
Ma una chiamata o un messaggio gentile sono quasi sempre apprezzati.
Non aspettarti una risposta immediata.
Va bene così.
Con persone con cui hai meno confidenza puoi dire:
Questo alleggerisce.
Se hai vissuto qualcosa di simile, con delicatezza:
Non esiste la frase giusta per tutti.
Le stesse parole possono confortare oggi e infastidire domani.
Quando hai un dubbio, chiedi:
A volte il gesto migliore è silenzioso:
portare la spesa,
accompagnare i figli,
alleggerire un impegno.
La presenza — più di tutto —
è ciò che fa davvero la differenza.

Foto di Fifaliana Joy da Pixabay
In un mondo dominato da insicurezze e paura, poche persone si distinguono davvero.
Una personalità forte non finge.
Non si esibisce.
Non cerca di apparire.
Avere una personalità forte non significa voler vincere a tutti i costi.
Significa non lasciarsi condizionare.
E non farsi sfruttare.
Quando qualcuno incontra una personalità forte, spesso non capisce subito chi ha davanti.
C’è chi si sente turbato.
Chi pensa che voglia dominare.
Chi la scambia per durezza.
Maleducazione.
Ma non è questo.
A volte la forza appare intimidatoria solo perché è l’espressione esterna di una fiducia interiore profonda.
Di chi non cerca conferme.
Di chi comunica con sicurezza senza bisogno di imporsi.
La vita non va sempre come vogliamo.
Una personalità forte lo sa.
Per questo non perde tempo in giustificazioni inutili.
È concreta.
Agisce.
Lavora.
Ascolta, ma non alimenta lamentele, alibi o vittimismo.
Non chiede:
ma piuttosto:
“Chiacchiere, pettegolezzi e spazzatura
è ciò che la gente vuole, non l’azione.”
Søren Kierkegaard
Evita conversazioni senza sostanza.
Le trova prevedibili.
Inutili.
Non ama mezze verità, pettegolezzi, superficialità.
Preferisce la profondità.
L’autenticità.
Può sembrare troppo seria.
A volte persino rigida.
In realtà non rifiuta la leggerezza.
Rifiuta l’inconsistenza.
“Nel tempo dell’inganno universale,
dire la verità è un atto rivoluzionario.”
George Orwell
Dire la verità richiede coraggio.
E spesso non è ben visto.
La personalità forte non si nasconde. Dice ciò che pensa, anche quando è scomodo. Ma dire la verità richiede coraggio. E pretende onestà intellettuale.
Rifiuta la menzogna, senza mancare di rispetto alla persona.
Sa che la verità può fare male.
Ma sa anche che può far crescere.
Non teme il confronto.
Esporsi.
“La fortuna non esiste:
esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità.”
Seneca
L’insicurezza, se affrontata, diventa energia.
La personalità forte impara dalle difficoltà.
Vede possibilità dove altri vedono blocchi.
Non si incolla al passato, neanche alla negatività.
Sa con chiarezza cosa non è più disposta ad accettare.
Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” (ed. aggiornata 2025), molte persone preferiscono piacere anche a costo di snaturarsi.
Una personalità forte no.
Non mendica approvazione.
Non cerca consenso a tutti i costi.
Ha fiducia.
Lascia parlare azioni e risultati.
Rispetta gli altri, ma non sacrifica la propria identità.
Dietro la determinazione, però, può esserci anche una parte sensibile, che ha imparato dalla vita ciò che vuole. E ciò che non è più disposta ad accettare.
E per questo, a volte, viene fraintesa.
“Non perdere tempo a discutere con gli sciocchi:
la parola ce l’hanno tutti, il buonsenso pochi.”
Catone il Censore
È informata.
Riflessiva.
Attenta.
Si irrita davanti a giudizi superficiali o opinioni espresse senza comprensione.
Non ama chi parla solo per riempire il silenzio.
Usa ciò che sa per stimolare i pensieri, non per dominare.
Ha i piedi per terra.
Obiettivi chiari.
Vede la realtà per quella che è, non per come vorrebbe che fosse.
Va al punto.
Preferisce i fatti alle illusioni.
E se capisce di aver sbagliato strada, cambia direzione.
Senza drammi.
Senza difendere l’ego.
È fedele all’obiettivo, non all’immagine di sé.
Una personalità forte non è rumorosa.
Non è spettacolare.
È coerente.
Presente.
È responsabile.
Non cerca di piacere.
Neanche di dominare.
Semplicemente … non tradisce se stessa.
La voce, lo sguardo, la presenza dicono molto di più delle parole.
Il coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”: allenati a trasmettere leadership autentica.
Foto di giselaatje da Pixabay
Non importa quale lavoro fai o in quale ambito operi.
Crescere professionalmente non significa soltanto acquisire nuove competenze, fare carriera o ottenere un ruolo migliore. Significa anche sviluppare solidità, coerenza e consapevolezza.
Vuol dire cercare coerenza tra ciò che dici, ciò che fai e i valori che sostieni.
Perché la crescita professionale dipende anche da chi sei, non soltanto da ciò che sai fare.
Essere sicuro delle tue capacità, per esempio, significa non avere bisogno di sminuire gli altri per emergere. Il tuo valore si costruisce con competenza, comportamento e risultati.
Ci sono però alcuni atteggiamenti che possono rallentare questa crescita.
Ecco 7 blocchi che vale la pena riconoscere.
Come tutti, desideri essere considerato, apprezzato e rispettato.
Il problema nasce quando questo bisogno diventa così forte da renderti eccessivamente sensibile alle parole e ai comportamenti degli altri.
Ti offendi facilmente. Interpreti un gesto come una mancanza di rispetto. Attribuisci intenzioni negative senza sapere se esistono davvero.
Non puoi controllare ciò che gli altri dicono o fanno. Puoi però scegliere come reagire.
Prima di concludere che qualcuno volesse ferirti o sminuirti, fermati.
Chiedi.
Verifica.
Molti conflitti nascono proprio dai significati che attribuiamo troppo velocemente alle parole e ai gesti degli altri.
Sai cogliere ogni occasione per raccontare ciò che hai fatto, i risultati ottenuti, i viaggi, gli hobby, le persone che conosci.
Forse lo fai per mostrare il tuo valore o lasciare una buona impressione.
Ma se ogni conversazione finisce per tornare su di te, alla lunga rischi di ottenere l’effetto opposto.
Non hai bisogno di raccontare continuamente quanto vali.
Lascia che siano competenza, risultati e comportamento a parlare per te.
Il valore professionale si costruisce nel tempo. Non ha bisogno di essere continuamente annunciato.
Il talento degli altri può metterti in difficoltà.
Vedi qualcuno ottenere risultati e, anziché riconoscerne il valore, inizi a viverlo come una minaccia.
“Se lui è bravo, io valgo meno.”
Ma il successo di un collega non diminuisce il tuo valore.
Ci sarà sempre qualcuno più competente di te in qualcosa, così come ci saranno ambiti in cui sarai tu ad avere più esperienza o capacità.
Trasformare ogni persona valida in un avversario ti costringe a vivere il lavoro in uno stato continuo di confronto.
La sicurezza professionale non nasce dall’essere sempre il migliore. Nasce dal sapere ciò che vali anche quando incontri qualcuno che, in qualcosa, è migliore di te.
Le tue idee sono sempre le migliori. Sono gli altri a non capire.
Se qualcuno non è d’accordo con te, puoi arrivare a viverlo come una mancanza di rispetto o un attacco personale.
Ma avere sicurezza non significa avere sempre ragione.
Una persona sicura riesce ad ascoltare, confrontarsi e prendere in considerazione opinioni diverse senza sentirsi minacciata.
Può persino dire:
“Ho sbagliato.”
Ammettere un errore non diminuisce la tua autorevolezza. E la la crescita professionale.
Spesso la rafforza.
Walter, operations manager di un’azienda farmaceutica, considera molto utili i feedback che dà ai collaboratori.
Quando però è il suo responsabile a dare un feedback a lui, tende a giudicarlo immediatamente irrilevante o ingiusto.
È facile apprezzare il feedback quando siamo noi a darlo. Molto meno quando mette in discussione qualcosa che riguarda noi.
Questo non significa accettare ogni critica come vera.
Significa riuscire ad ascoltarla prima di respingerla.
Se vuoi crescere professionalmente, ogni tanto chiediti:
Quanto sono realmente disponibile ad ascoltare un feedback che non mi piace?
Prendersi troppo sul serio rende più pesanti errori, critiche e piccole figuracce.
L’autoironia non significa sminuirsi. Significa non avere bisogno di apparire sempre impeccabile.
Saper ridere anche dei propri errori mostra spesso più sicurezza di chi cerca continuamente di difendere un’immagine perfetta di sé.
Accettare le proprie imperfezioni aiuta a vivere con maggiore leggerezza, anche sul lavoro.
Lamentarsi può dare un sollievo immediato. Quando qualcosa non va come vorremmo, parlarne aiuta a scaricare parte della frustrazione.
Il problema nasce quando il lamento diventa l’unica risposta.
Racconti continuamente ciò che non funziona, ma la situazione rimane esattamente la stessa. E intanto perdi energia.
Lamentarsi può essere utile per riconoscere un disagio.
Poi però arriva una domanda più importante:
Non tutto può essere cambiato. Ma quando qualcosa dipende da te, restare nel lamento significa rinunciare alla parte di controllo che possiedi.
La crescita professionale non dipende soltanto da corsi, qualifiche, esperienza o competenze tecniche.
Passa anche dal modo in cui affronti gli altri, le critiche, gli errori e il confronto.
Alcuni blocchi sono evidenti. Altri diventano abitudini così radicate che smetti persino di notarli.
Riconoscerli non significa giudicarti.
Significa capire dove puoi ancora crescere.
Prima di chiederti quale sarà il prossimo passo della la crescita professionale, prova allora a farti una domanda:
Quale parte di me sta rendendo quel passo più difficile del necessario?

Come ti comporti con quella collaboratrice così suscettibile che, ogni volta che le muovi una critica, anche con delicatezza, va in tilt o mette il broncio per una settimana?
E con quel collaboratore che arriva spesso in ritardo, appare svogliato, distratto e si “imbosca” appena può?
All’inizio hai sperato che capisse da solo. Poi gliel’hai fatto notare con gentilezza. Hai aspettato.
Niente.
Allora sei stato più diretto. Si è scusato, ha spiegato, promesso che sarebbe cambiato.
Dopo qualche giorno, tutto come prima.
E adesso?
Sei il leader del team.
Devi trasmettere fiducia e riconoscere il valore delle persone, ma devi anche garantire responsabilità, rispetto delle regole e qualità del lavoro.
Quindi che fai?
Affronti la questione o aspetti?
Alzi il livello di fermezza oppure provi ancora con la diplomazia?
È facile pensare che esistano due modi di affrontare un collaboratore difficile.
Essere decisi, diretti, magari duri.
Oppure essere diplomatici, pazienti e comprensivi.
In realtà, una buona leadership richiede entrambi.
Ci sono momenti in cui serve fermezza. Altri in cui è più utile abbassare la tensione, ascoltare e cercare di capire cosa sta succedendo.
Essere diplomatici non significa essere deboli.
Essere fermi non significa essere aggressivi.
Il punto è riuscire a scegliere l’approccio più utile alla situazione.
Dissidi, incomprensioni e divergenze sul lavoro sono inevitabili.
Il problema non è che esistano.
È ciò che fai quando iniziano a compromettere il lavoro, il clima del team o la tua autorevolezza.
A volte vorremmo gestire un rapporto difficile senza implicarci troppo. Aspettiamo, osserviamo, speriamo che la persona capisca da sola o che il tempo sistemi le cose.
Può succedere.
Ma quando un comportamento si ripete, aspettare non è più prudenza.
Diventa una scelta.
E anche non intervenire comunica qualcosa al collaboratore e al resto del team.
Quando una persona ti irrita da tempo, rischi di non vedere più soltanto il comportamento che ti disturba.
Inizi a vedere la persona attraverso quel comportamento.
È qui che serve fare un passo indietro.
Hai espresso chiaramente ciò che ti aspetti oppure pensi che dovrebbe essere ovvio?
E soprattutto: stai osservando i fatti o stai iniziando a interpretarli attraverso la frustrazione accumulata?
Prima di gestire una persona difficile, devi capire se stai gestendo un comportamento o il giudizio che ormai hai costruito su quella persona.
Quando un collaboratore crea continuamente problemi, è facile lasciarsi risucchiare.
Ci pensi.
Ne parli.
Controlli quello che fa.
Ogni suo comportamento diventa la conferma di ciò che pensi di lui/lei.
Nel frattempo rischi di sottrarre attenzione al resto del team, ai clienti, ai progetti e alle persone che stanno lavorando bene.
Non permettere a un rapporto difficile di occupare tutto lo spazio.
Continua a riconoscere ciò che funziona. Valorizza i risultati del team e, quando lo merita, anche quelli della persona con cui hai difficoltà.
Non si tratta di essere accomodanti.
Si tratta di non lasciare che un problema diventi il centro della tua leadership.
“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.
Non esiste una tecnica valida per tutti.
Con una persona può essere necessario mettere confini più chiari. Con un’altra può essere utile capire cosa alimenta un determinato comportamento.
In altri casi hai già parlato abbastanza e serve semplicemente chiedere un cambiamento concreto.
Per questo, prima di cercare “la frase giusta” o la tecnica da applicare, prova a leggere meglio la situazione.
Forse devi essere più fermo.
Forse devi ascoltare di più.
Hai lasciato correre troppo.
Oppure sei intervenuto così tante volte sul comportamento della persona da non vedere più ciò che funziona.
La leadership non consiste nell’essere sempre diplomatici o sempre grintosi.
Consiste nel capire che cosa richiede quella situazione, con quella persona, in quel momento.
Ed essere abbastanza autorevoli da farlo.
Nel coaching parto proprio da qui: non da una soluzione preconfezionata, ma dalla situazione concreta.
Guardiamo cosa sta accadendo, quali tentativi hai già fatto, come reagisce il collaboratore e quale parte della dinamica dipende anche dal tuo modo di gestirla.
L’obiettivo non è trovare il modo di “sistemare” una persona difficile.
È aiutarti a costruire una risposta più lucida, autorevole e funzionale.
Perché non puoi controllare il comportamento del tuo collaboratore.
Ma puoi decidere molto meglio come gestirlo. Scopri il servizio.

Hai mai avuto a che fare con collaboratori difficili?
Un dipendente tossico, la cui sola presenza sembra demotivare e rallentare tutto il team?
Nel mio libro “Prima volta Leader” sottolineo spesso una verità scomoda:
gestire un collaboratore difficile non è mai semplice.
È un’abilità che richiede:
Un cooperatore problematico va gestito il prima possibile, per ridurre al minimo l’impatto negativo sul resto della squadra.
A volte il collaboratore difficile ha solo bisogno di più attenzione.
Un comportamento “tossico” può essere corretto con il giusto approccio.
Altre volte, invece, devi limitare i danni o prendere decisioni più drastiche.
Con il mio percorso di coaching mirato
“Gestire un collaboratore difficile”
impari a mantenere calma, lucidità e autorevolezza, anche nelle situazioni più tese.
Le principali tipologie di collaboratori difficili sono:
Commenta “sottobanco” le tue decisioni.
In riunione usa sarcasmo e ironia.
Sminuisce colleghi e disposizioni.
È intelligente. E lo sa.
E vuole che lo sappiano tutti.
Atteggiamento, tono e linguaggio non verbale fanno spesso la differenza tra confronto costruttivo e conflitto.
Lavora da solo.
Ignora consigli.
Evita il lavoro di squadra.
Crede di essere unico. A volte lo è davvero.
Sfrutta il suo orientamento al risultato.
Collega il successo personale al buon funzionamento del team.
Sempre insoddisfatto.
Critica idee, processi, cambiamenti.
Si lamenta di tutto. Anche del capo.
Può diventare un buon avvocato del diavolo.
Utilissimo, ma non in ruoli di leadership.
Disorganizzato.
Si perde nel flusso di lavoro.
Scarica sugli altri.
Distratto, assente, poco affidabile.
Quando capisce di essere osservato, spesso cambia atteggiamento.
Lavora sempre.
Non fa pause.
Si sacrifica continuamente.
Sembra ideale. Non lo è.
Prima o poi crolla.
E diventa un problema serio da gestire.
Promuovi equilibrio, collaborazione e recupero.
Spiega che fermarsi non è una colpa, ma una responsabilità.
Ritardi, assenze, gossip, conflitti, comportamenti inadeguati, comunicazione scorretta.
A volte serve una guida.
Altre volte servono decisioni difficili, per il bene del team.
Dominante.
Poco empatico.
Vuole controllare gli altri.
Dietro l’arroganza di collaboratori difficili spesso c’è insicurezza.
Serve molta pazienza. E autocontrollo.
Amichevole.
Sempre d’accordo con tutti.
Ascolta, raccoglie lamentele… e divide il team.
È difficile da smascherare.
Ma estremamente dannoso.
Se crea conflitti in modo sistematico,
l’unica soluzione è accompagnarlo alla porta.
Assenteista cronico.
Zero iniziativa.
Lascia il lavoro agli altri.
Gestire collaboratori difficili non è una questione di “carattere”, ma di leadership consapevole.
Rimandare costa energia, credibilità e clima di lavoro.
Intervenire, invece, è una scelta scomoda… ma necessaria.
Per te, per il team, per i risultati.

“Ho imparato a rispettare le idee altrui, a capire prima di discutere,
a discutere prima di condannare.”
Norberto Bobbio
Un capo può avere un titolo importante, un ufficio più grande, maggiore esperienza e il potere di prendere decisioni.
Può assegnare compiti, stabilire priorità, approvare ferie, valutare prestazioni.
Può ottenere obbedienza.
Ma il rispetto è un’altra cosa.
Il ruolo ti dà autorità. Non ti garantisce autorevolezza.
Un capo insicuro tende a dimenticarlo. Pensa che il rispetto sia una conseguenza naturale della posizione che occupa.
“Qui decido io.”
Forse è vero.
Ma essere il capo non significa automaticamente essere riconosciuto come il leader autorevole.
Quando l’autorevolezza manca, è facile compensarla con il potere.
Controllare di più.
Imporsi.
Ricordare chi comanda.
Circondarsi solo di persone fidate.
Gli altri ricevono briciole di attenzione e poca considerazione.
Può nascere così un piccolo gruppo di “fedelissimi” che gode di maggiore accesso, informazioni e opportunità, mentre una parte del team rimane ai margini.
Il problema non è avere collaboratori di fiducia.
È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.
Il problema nasce quando questa vicinanza diventa favoritismo e il team inizia a percepire che opportunità, ascolto e considerazione non dipendono più dal contributo professionale, ma dalla vicinanza al capo.
È lì che la fiducia comincia a incrinarsi.
Puoi pretendere che vengano rispettate le regole.
Puoi chiedere puntualità, responsabilità, risultati e comportamenti professionali.
Ma non puoi ordinare a qualcuno di stimarti.
Il rispetto che devi continuamente esigere, probabilmente non lo hai ancora guadagnato.
E guadagnarlo richiede tempo.
Passa dalla coerenza tra ciò che chiedi agli altri e ciò che fai tu. Dal modo in cui mantieni una promessa, affronti un problema, gestisci un errore o prendi una decisione difficile.
Il tuo team osserva molto più di quanto immagini.
Non soltanto quello che dici.
Osserva come ti comporti quando sei sotto pressione.
Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.
Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.
Essere autorevole non significa essere accomodante.
Non significa evitare decisioni scomode, chiudere un occhio sui problemi o cercare continuamente l’approvazione del team.
Se hai bisogno di essere amato da tutti, prima o poi avrai difficoltà a guidare.
Alcuni momenti dovrai dire no.
Dare un feedback poco piacevole.
Prendere una decisione impopolare.
Chiedere di più.
Puoi farlo senza umiliare, sminuire o trattare le persone come semplici esecutori.
Puoi essere fermo senza diventare autoritario.
Il rispetto per il leader autorevole passa anche da qui.
“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.
“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.
Un capo insicuro può vivere il talento degli altri come una minaccia.
Teme il collaboratore competente, autonomo, capace di ottenere visibilità.
Così lo controlla, lo limita oppure evita di coinvolgerlo troppo.
Il leader autorevole fa il contrario.
Sceglie persone competenti e accetta che possano sapere qualcosa più di lui. Lascia spazio all’autonomia. Valorizza capacità che non possiede.
Non ha bisogno di essere sempre la persona più brillante nella stanza.
Il talento degli altri non diminuisce la tua autorevolezza. Il modo in cui sai valorizzarlo può rafforzarla.
Un capo vede facilmente collaboratori, mansioni, obiettivi e scadenze.
Un leader continua a vedere anche le persone.
Persone con capacità diverse, ambizioni, difficoltà, motivazioni e modi differenti di lavorare.
Questo non significa trasformarti nel loro confessore o psicologo.
Significa conoscere abbastanza il tuo team da capire chi hai davanti.
Non puoi guidare veramente persone che conosci soltanto attraverso la loro job description.
Puoi mettere insieme persone molto competenti e ottenere comunque risultati mediocri.
Perché un team non nasce semplicemente distribuendo compiti.
Non basta assegnare incarichi, controllare le scadenze e verificare che ognuno faccia il proprio lavoro.
Serve fiducia.
Serve chiarezza.
La percezione che il contributo di ciascuno abbia valore.
E serve un leader capace di tenere insieme tutto questo.
La leadership comincia proprio qui: non nel potere che il ruolo ti concede, ma nel modo in cui scegli di esercitarlo.
Puoi avere collaboratori che fanno ciò che chiedi perché sei il capo.
Oppure persone che riconoscono la tua guida perché, nel tempo, hai dimostrato di meritarla.
La differenza è enorme.
Perché l’autorità può essere assegnata dall’azienda.
L’autorevolezza, invece, te la assegna il tuo team.

Se ti senti sopraffatto e hai la sensazione di vivere solo per lavorare, probabilmente il tuo equilibrio tra lavoro e vita privata si è spostato troppo da una parte.
La tecnologia ha reso i confini molto più sfumati.
Un tempo lasciavamo il lavoro in ufficio.
Oggi ce lo portiamo in tasca.
Mail, messaggi, chiamate e notifiche rendono più difficile uscire dalla “modalità lavoro”, anche quando siamo a cena con gli amici o in vacanza.
Il lavoro sta occupando troppo spazio nella tua vita?
Trascuri la famiglia o senti di non avere più tempo per te?
Quando questa mancanza di equilibrio dura a lungo, aumenta stress, irritabilità e senso di affaticamento. E prima o poi si riflette anche sulle relazioni e sul lavoro stesso.
Il punto non è dividere perfettamente ogni giornata tra lavoro e vita privata.
È trovare un equilibrio sostenibile per te.
L’equilibrio lavoro-privato è personale.
Per qualcuno significa avere più tempo per la famiglia. Per altri riuscire ad allenarsi con continuità, dedicarsi a un interesse o semplicemente arrivare a sera con ancora un po’ di energia.
Prima di cambiare qualcosa, chiediti:
Che cosa mi manca davvero in questo momento?
Abbiamo spesso obiettivi professionali molto chiari e idee molto più confuse su ciò che desideriamo nella vita privata.
Non copiare il modello di qualcun altro. Ciò che funziona per una persona può non funzionare per te.
Le tue decisioni professionali non riguardano soltanto te.
Accettare un trasferimento, ridurre l’orario, cambiare lavoro o assumerti nuove responsabilità può avere conseguenze sul partner, sulla famiglia e sulla vita quotidiana.
Questo non significa rinunciare ai tuoi obiettivi.
Significa considerarne il prezzo reale.
Anche i sacrifici che oggi sembrano inevitabili, se protratti troppo a lungo, possono diventare i rimpianti di domani.
L’equilibrio lavoro-privato non significa distribuire ogni giorno il tempo in modo perfetto.
Ci saranno periodi in cui un progetto importante richiederà più lavoro, qualche sera lunga o un weekend impegnativo.
Il punto è capire se stai vivendo un’eccezione o se l’eccezione è diventata la regola.
Puoi essere ambizioso, amare il tuo lavoro e avere periodi intensi.
Ma nessuno riesce a scalare contemporaneamente tutte le montagne.
È facile dire sì a ogni opportunità.
Sì a una nuova responsabilità.
Sì a un progetto interessante.
Sì a un altro impegno.
Poi però ogni sì occupa spazio.
Dire no non significa essere poco disponibili.
Significa riconoscere che tempo ed energie sono limitati.
Ogni no consapevole protegge qualcosa a cui hai già detto sì.
Essere sempre raggiungibile rende difficile recuperare energia mentale.
Non serve sparire per giorni.
Può bastare decidere che, in alcuni momenti, mail e messaggi di lavoro restano fuori.
Durante una cena.
Per qualche ora la sera.
In una parte del weekend.
Ridurre la connessione continua aiuta a recuperare attenzione e presenza.
Non tutto richiede una risposta immediata.
Essere occupato non significa essere produttivo.
Puoi passare l’intera giornata tra piccoli compiti e arrivare a sera con la sensazione di non aver concluso nulla di importante.
Chiediti quali attività producono realmente risultati e quali ti tengono semplicemente impegnato.
Lavorare meglio non significa necessariamente lavorare di più.
A volte significa fare meno cose, ma quelle giuste.
Non tutte le ore della giornata valgono allo stesso modo.
Ci sono momenti in cui sei più concentrato e altri in cui fai più fatica.
Io, per esempio, sono molto produttivo la mattina e tendo a calare nel pomeriggio.
Conoscere il tuo ritmo ti permette di riservare le attività più impegnative ai momenti in cui hai più energia.
La gestione del tempo funziona molto meglio quando tiene conto anche di come stai.
“Se voglio farlo bene, devo farlo io.”
È un pensiero molto comune.
Ma voler fare tutto da solo ha un prezzo.
Aumenta il carico, riduce il tempo disponibile e rischia di trasformarti nel collo di bottiglia di ogni attività.
Delegare non significa disinteressarsi.
Significa capire quali compiti richiedono davvero la tua presenza e quali possono essere affidati ad altri.
Non tutto ha bisogno di passare dalle tue mani.
Condividere una giornata difficile può essere utile.
Il problema nasce quando il lavoro occupa ogni conversazione.
Prova a darti un limite.
Parlane.
Scarica la tensione.
Poi chiudi.
Può essere una regola semplice: dopo cena niente lavoro, oppure mezz’ora per parlarne e poi si cambia argomento.
Se non metti un confine, il lavoro tende a utilizzare tutto lo spazio che gli concedi.
Definisci quando lavori e quando no.
Non sempre sarà possibile rispettare il confine alla perfezione, ma averlo cambia molto.
Proteggi alcuni momenti della giornata e rendili riconoscibili anche alle persone che vivono con te.
La casa non deve diventare automaticamente un’estensione dell’ufficio.
Il tempo libero non è tempo vuoto.
È tempo di recupero.
Il perfezionismo può consumare un’enorme quantità di tempo.
Ore spese su dettagli che cambiano pochissimo il risultato finale.
Controlli continui.
Revisioni.
Piccole correzioni.
Spesso ciò che stai facendo non deve essere perfetto.
Deve essere fatto bene.
Concentrati prima su ciò che conta davvero. I dettagli vengono dopo.
Uno dei modi più rapidi per distruggere l’equilibrio è sottovalutare sistematicamente il tempo necessario.
Accetti una consegna per venerdì e scopri mercoledì che dovrai lavorare fino a notte.
Impara a stimare meglio.
Osserva quanto tempo richiedono davvero le attività e costruisci scadenze più realistiche.
Un’agenda impossibile non dimostra ambizione.
Dimostra soltanto che prima o poi qualcuno (non necessariamente te) dovrà pagarne il prezzo.
Una riunione con il tuo capo entra in agenda.
La recita di tuo figlio, una cena con il partner o un’ora per te spesso no.
Eppure dovrebbero avere lo stesso livello di attenzione.
Non limitarti a “vedere se resta tempo”.
Proteggilo.
E quando arriva quel momento, prova a essere davvero presente.
Fisicamente e mentalmente.
Quando il lavoro aumenta, spesso sono le prime cose che sacrifichiamo.
Mangiamo peggio.
Dormiamo meno.
Ci muoviamo poco.
E proprio così riduciamo ulteriormente le energie necessarie per affrontare giornate intense.
Non serve trasformare tutto in un progetto.
Muoviti con regolarità.
Mangia in modo ragionevole.
Proteggi il sonno.
E, quando puoi, riduci schermi e stimoli prima di andare a letto.
Le basi sembrano banali.
Finché non iniziano a mancare.
Ritrovare equilibrio lavoro-privato non significa lavorare poco.
Significa evitare che una parte della tua vita occupi tutto lo spazio disponibile.
Ci saranno periodi più intensi e altri più tranquilli.
Non serve inseguire un equilibrio perfetto.
Serve accorgersi quando lo stai perdendo.
E fare qualche scelta prima che siano stanchezza, stress o relazioni a chiedertelo al posto tuo.

La decisione giusta non esiste (e forse è una buona notizia).
Cercando un’immagine per questo articolo, mi sono imbattuto nel solito scenario:
un sentiero nel bosco, due direzioni, nessun cartello.
Il famoso bivio.
È così che immaginiamo le scelte, vero?
Sinistra o destra.
Giusto o sbagliato.
Successo o fallimento.
E subito parte il dialogo interno:
“E se sbaglio?”
“E se poi me ne pento?”
“Forse è meglio aspettare…”
Così resti lì.
Fermo.
In attesa della decisione perfetta.
Anche non-scegliere, in fondo, è una scelta.
Gran parte dello stress che viviamo nasce proprio da qui.
Dal bisogno di decidere.
Ogni giorno prendiamo decine di decisioni.
Alcune leggere, altre più pesanti.
Lanciare la tua attività?
Accettare un ruolo di leadership?
Cambiare lavoro?
Restare dove sei?
Non tutte cambiano la vita.
Ma alcune… si.
E fanno paura.
La domanda ritorna sempre:
La risposta è meno rassicurante di quanto vorremmo:
non esiste.
Non esiste la scelta perfetta.
Non esiste una scelta “giusta” in senso assoluto.
Esistono decisioni con conseguenze diverse.
Alcune porteranno vantaggi.
Altre complicazioni.
Spesso entrambe.
Se potessimo sapere cosa accadrà, non dovremmo decidere.
Ma il futuro resta incerto.
Sempre.
Questo non significa decidere a caso.
Fare il meglio possibile con ciò che hai oggi.
Raccogli informazioni.
Valuta.
Confronta.
Poi arriva un momento in cui devi scegliere comunque.
Perché più dati e informazioni non eliminano l’incertezza.
La rendono solo più sopportabile.
C’è una differenza enorme tra decidere bene
e cercare la decisione perfetta.
La prima è utile.
La seconda ti blocca.
Quando insegui la scelta perfetta, succede qualcosa di molto concreto:
Ogni opzione ha un rischio.
Ogni strada ha un prezzo.
E così resti fermo.
Pensare troppo, a volte, è un modo elegante per non decidere.
Lascia andare l’idea che esista una decisione perfetta.
È un sollievo enorme.
Ti permette di scegliere per quello che sai oggi,
non per quello che vorresti controllare domani.
La vita non premia chi-indovina.
Premia chi-si-muove.
Puoi prendere una decisione imperfetta
e costruirci sopra qualcosa di straordinario.
Puoi anche fare una scelta sensata
e rovinarla con dubbi, paura e indecisione.
Non è la strada che determina tutto.
È come la percorri.
Qui entra in gioco una qualità che spesso sottovalutiamo: la perseveranza.
Non è spettacolare.
Non fa rumore.
Ma è decisiva.
La perseveranza è ciò che ti tiene in movimento quando le cose si complicano.
Quando sbagli.
Quando rallenti.
Inizi a dubitare.
Ti permette di correggere la rotta.
Di imparare.
Di ripartire.
Il successo raramente nasce da una decisione perfetta.
Nasce da una decisione portata avanti con costanza.
“La pazienza e la perseveranza hanno un effetto magico davanti al quale le difficoltà scompaiono e gli ostacoli svaniscono.”
John Quincy Adams
Se nessuna opzione ti convince fino in fondo,
non sei confuso.
Sei in un punto importante.
Non è un errore di percorso.
È un passaggio.
In quei momenti, cambia domanda.
Non chiederti:
Chiediti piuttosto:
Se ti senti fermo, svuotato o senza direzione professionale,
questo percorso ti aiuta a fare chiarezza prima di prendere decisioni affrettate.
Scopri il coaching “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.
La qualità della tua vita non dipende solo dalle scelte.
Dipende da come le vivi.
Da come reagisci.
Da quanto resisti.
Quanto sei disposto a metterti in gioco.
Quando la salita si fa dura,
quando sembra che non abbia senso continuare,
è lì che si decide davvero.
Non al bivio.
Ma lungo la strada.
Servono costanza,
disciplina,
forza mentale.
Perseverare significa continuare anche quando non hai più voglia.
Anche quando non vedi risultati.
Anche quando il dubbio ritorna.
Non per qualche giorno.
Per molto più tempo di quanto pensi.
Non restare fermo al bivio aspettando la scelta perfetta.
Scegli.
E poi rendi quella scelta la strada giusta, passo dopo passo.

Foto di Med Ahabchane da Pixabay
Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato.
Con attenzione.
Vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).
Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti.
Più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).
Ascolta i tuoi collaboratori senza condizionamenti.
Ascolta i loro bisogni, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …
poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).
1. Se pensi che ascoltare sia facile, non ne conosci il vero significato.
2. Il 97% delle persone crede di essere un buon ascoltatore. In realtà sono solo “sentitori”.
3. Ascoltare in modo attivo è una skill fondamentale del leader di successo.
4. Il nostro ascolto è spesso distratto e prevenuto. Pronto a consigliare, giudicare, criticare, condannare .. ancor prima che le parole ci giungano all’orecchio.
5. Ricorda che … lo sciocco parla. Il saggio ascolta.
6. Meno parli, meno probabilità avrai di dire qualcosa di stupido.
7. Se sai ascoltare vuol dire che sei una persona sicura di te. Non ritieni di aver la soluzione per tutto e tutti. Non hai paura del confronto.
8. Hai notato? Desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto.
9. Ascoltare esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore. Crea fiducia. Rafforza la connessione. Aumenta l’efficacia e l’efficienza.
10. Guadagni rispetto ascoltando (tanto). Lo perdi parlando (tanto).
11. Ascoltare è difficile quando ti senti dannatamente intelligente. Quando non hai tempo da perdere. Hai cose importanti da fare. Hai fretta.
12. Ricorda che alle persone piace essere ascoltate e comprese. Tanto quanto piace a te!
13. Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o non stai andando nella giusta direzione.
14. Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un vero leader.
15. “La differenza tra ascoltare e sentire è enorme. Il vero ascolto è la volontà di lasciare che l’altra persona ti cambi.” Alan Alda
16. “La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascoltano con l’intento di rispondere.” Stephen R. Covey
Successo di leader: impara a prestare vero ascolto a quello che dicono i collaboratori o colleghi.
Diventerai il loro punto di riferimento.
Importante e irrinunciabile.

Ci abbiamo a che fare già dal mattino presto…
Siamo in coda in auto e qualcuno ci taglia la strada insultandoci.
La sera, sui mezzi pubblici,
ci strattonano e ci scavalcano.
A nessuno.
Eppure, il mondo ne è pieno.
E ci abbiamo a che fare tutti i (santi) giorni.
Ci sono varie sfaccettature dell’arroganza.
Alcune sono sottili, poco eclatanti.
Quasi invisibili.
E ogni tanto è facile scivolare in atteggiamenti arroganti e spocchiosi.
Prenditi un minuto per pensarci…
non è che, anche tu,
ti stai comportando in modo prepotente e altezzoso?
Ecco 8 segnali che sei arrogante al lavoro
(e forse non te ne rendi nemmeno conto)
Ti comporti in modo arrogante al lavoro quando ignori completamente gli altri.
Fingi “di non vederli”.
Non dai peso alle loro parole.
Se hai una scadenza imminente,
riversi sull’altro stress e ansia per portare a termine (il prima possibile) l’incarico.
“Voglio…”,
“Ho bisogno…”,
“Devo avere…”
sono i tuoi verbi preferiti.
Se c’è una discussione o una riunione, vuoi che riguardi te.
Tutti devono — ovviamente — essere d’accordo con la tua opinione.
Non hai considerazione per il lavoro degli altri.
Credi di essere migliore.
Per l’apparenza, l’intelligenza o la posizione.
Se fossi davvero una persona sicura, invece…
non esiteresti a lodare e dare credito agli altri.
Non ti sentiresti sminuito nel riconoscere i risultati altrui.
Potresti pensare di lodare.
In realtà, stai facendo tutt’altro.
Vale la pena fermarsi a riflettere per evitare i complimenti “al rovescio”.
Hai l’intenzione di offrire un apprezzamento…
ma stai sbagliando tutto.
Quando fai un complimento,
rimani concentrato solo sugli aspetti positivi.
Altrimenti sembrerai snob.
Oppure lo sai…
e sei solo un po’ stronzo?
Sei partito bene.
Con la buona intenzione di ascoltare.
Poi però sei partito per la tua tangente.
Ora stai parlando al posto dell’altro.
Ancora.
E sempre.
Di te.
Al tuo collega — appena colpito da un feedback-cazzotto del capo —
non interesserà sapere
che la lavanderia ti ha rovinato il pullover di cachemire.
Una cosa è l’empatia.
Un’altra è equiparare esperienze irrilevanti.
Concentrati sull’ascolto attivo.
È tutto ciò di cui quella persona ha bisogno.
Non lasci mai intervenire gli altri.
Sei un trattore della conversazione.
Pensi che ciò che hai da dire sia più importante.
È avvilente.
Fai uno sforzo consapevole per ascoltare.
Tanto quanto parli.
Non dovresti sentire il bisogno di sottolineare — ogni volta — quanto sei fantasticoooooo.
Interrompere significa avere poca considerazione per l’opinione altrui.
Le persone sicure lasciano parlare gli altri.
Sono rispettose.
La persona sicura accetta critiche costruttive.
Sa che può migliorare.
Non deve dimostrare sempre di avere ragione.
La persona arrogante, invece,
fatica ad accettare feedback.
“Tutto deve essere fatto a modo mio.”
Se ti riconosci, fai un passo indietro,
e rivedi il tuo atteggiamento.
Non puoi sbagliare.
E se sbagli, non lo ammetti.
Ti vanti.
Ti irrigidisci.
Se fossi davvero sicuro di te non avresti paura di ascoltare opinioni diverse.
E come potrebbe essere altrimenti?
Arroganza e superbia
allontanano le persone.
Il tuo approccio sta uccidendo le relazioni
in nome del successo e dell’auto-gratificazione.
La persona sicura è calorosa.
Non ha bisogno di continue conferme.
La persona arrogante al lavoro indossa la maschera dell’invincibilità
per proteggere la propria vulnerabilità.
Fai attenzione:
il falso carisma si riconosce subito.
E non regge nel tempo.
L’arroganza non è forza.
È insicurezza travestita da potere.
La vera autorevolezza non schiaccia.
Non sovrasta.
Costruisce.

A volte un collaboratore attraversa un periodo difficile.
È stanco, meno coinvolto, più distante. Quella motivazione che fino a poco tempo prima sembrava naturale comincia a diminuire.
All’inizio può sembrare solo una fase.
Poi però il periodo si prolunga e il rapporto diventa più faticoso per tutti.
La persona fa il minimo indispensabile, esegue ciò che viene richiesto ma senza partecipazione, iniziativa o interesse.
E quando questa situazione dura troppo a lungo, il rischio è che la demotivazione non riguardi più soltanto il singolo collaboratore, ma inizi a pesare anche sul clima del team.
La difficoltà aumenta soprattutto quando quella stessa persona, fino a poco tempo prima, lavorava bene e portava risultati.
Per questo è facile reagire con frustrazione.
Pensare:
Il rischio, però, è trasformare la delusione in rancore e finire in una dinamica fatta di critiche, giustificazioni e rinfacci reciproci.
Dovrebbe essere capire che cosa sta succedendo e verificare se esistono ancora le condizioni per recuperare coinvolgimento, responsabilità e qualità del lavoro.
Perché quando un collaboratore valido smette di dare il meglio, spesso perde qualcosa lui/lei.
Ma perde qualcosa anche il team.
Per un manager, un imprenditore o un responsabile, una delle sfide più delicate è proprio questa: intervenire senza ignorare il problema, ma anche senza ridurre tutto a una questione di volontà o atteggiamento.
Serve equilibrio.
Capacità di osservare.
E la lucidità necessaria per distinguere tra un momento di difficoltà, un problema organizzativo e una reale perdita di motivazione.
Una critica costruttiva, capace di unire chiarezza e rispetto, può aiutare la persona a comprendere ciò che non sta funzionando senza sentirsi semplicemente sotto accusa.
Da qui puoi partire per affrontare la situazione in modo più utile e concreto.
Vediamo i punti chiave per approcciare la demotivazione sul lavoro:
1. Se vuoi “salvare” il rapporto devi consapevolizzare che ti prenderà tempo e (soprattutto) energie.
2. L’emotività è cattiva consigliera. Se, al momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua reattività, prendi tempo.
3. Utilizza feedback negativi lontano da occhi indiscreti. In privato e a quattr’occhi.
4. Se ti senti teso e nervoso ricorda che il tuo collaboratore lo sarà ancora di più (sapendo il motivo della convocazione).
5. Evita di partire con un’osservazione positiva sulla persona, tanto per “addolcire la pillola”. Susciteresti immediatamente ancor più chiusura. Vai dritto al punto!
6. Meglio evitare tutte le esortazioni all’ottimismo, il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito dal web.
7. Parla poco ed evita prediche. “Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.” Scrive Roberto Gervaso
8. Ricorda … dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.
9. Evita l’atteggiamento tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Se …ma…”.
10. Permetti alla persona di spiegarsi. Ascolta senza giudicare e interrompere. Anche se non ti piace quello che dice.
11. Focus sulle azioni non sulla persona. Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona.
13. Commenta un comportamento specifico. Evita parole generiche tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI.
14. Devi essere chiaro su cosa/dove/quando. Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.
15. Non mortificare la persona. Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.
16. Riafferma la fiducia nella persona e nelle sue capacità. Poi chiudi la questione. Non ripeterti, perdi incisività.
17. Evita approcci via e-mail. Il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.

Un ingresso impacciato, frettoloso o troppo contratto può indebolire la prima impressione ancora prima che il colloquio inizi davvero.
Non significa che tutto si giochi nei primi secondi.
Ma quei primi momenti contano.
Essere autorevole al colloquio di lavoro comincia infatti molto prima di attraversare la porta. Parte dalla preparazione, dal modo in cui gestisci il nervosismo e dalla presenza che riesci a trasmettere quando incontri il tuo interlocutore.
Non devi entrare fingendo sicurezza per essere autorevole al colloquio.
Devi creare le condizioni per sentirti sufficientemente preparato da non doverla fingere.
Più sei preparato, più sarà facile sentirti tranquillo e presente.
Arrivare trafelato perché non hai trovato parcheggio, scoprire all’ultimo momento di aver sbagliato sede o confondere il nome della persona che incontrerai sono errori evitabili.
Prima del colloquio verifica:
Un imprevisto può sempre capitare.
La mancata preparazione, invece, no.
La sicurezza non nasce dall’improvvisazione. Nasce anche dal sapere di aver fatto ciò che potevi fare prima di entrare.
Vuoi essere ricordato per ciò che dici, per le tue competenze e per il modo in cui ti presenti.
Non per un abbigliamento trascurato o completamente fuori contesto.
Non serve vestirsi per impressionare.
Serve presentarsi con cura.
Scegli un abbigliamento professionale, sobrio e coerente con l’ambiente in cui stai entrando.
Meglio evitare sia l’eccessiva informalità sia l’effetto opposto: sentirti così “ingessato” da non riconoscerti più.
Il tuo abbigliamento dovrebbe sostenere la tua presenza.
Non diventare il protagonista.
Essere nervosi prima di un colloquio è normale.
Non devi eliminare completamente la tensione. Devi evitare che prenda il controllo.
Può aiutarti ricordare una situazione in cui ti sei sentito competente e apprezzato.
Un risultato importante.
Un problema che hai risolto.
Un feedback positivo.
Un momento in cui hai affrontato bene una situazione impegnativa.
Puoi anche utilizzare gli ultimi minuti per fare qualcosa che ti aiuti a staccare mentalmente: ascoltare musica, fare due passi, respirare con calma.
L’obiettivo è arrivare presente.
Non già esausto per il colloquio che hai vissuto nella tua testa prima ancora di cominciare.
Gli ultimi minuti non servono per ripassare freneticamente tutto ciò che sai.
Servono per recuperare presenza.
Raddrizza la postura.
Respira.
Rilassa le spalle.
Evita di entrare camminando troppo velocemente, con lo sguardo basso e il corpo contratto.
Non devi assumere una posa artificiale.
Devi semplicemente evitare che la tensione riduca la tua presenza.
Rallentare leggermente comunica più sicurezza che precipitarsi nella stanza cercando di sembrare sicuro.
La prima impressione non nasce soltanto dalle parole.
Prima ancora che inizi la conversazione, il tuo interlocutore vede come entri, come ti muovi, dove guardi e come reagisci all’incontro.
Tieni la testa dritta.
Cammina con un ritmo naturale.
Non trascinarti, ma nemmeno correre.
Apri leggermente le spalle ed evita di chiuderti su te stesso.
Non stai chiedendo un favore.
Sei lì perché l’azienda vuole capire se le tue competenze e il tuo modo di lavorare possono rispondere a un’esigenza.
E tu devi capire se quell’opportunità è adatta a te.
Questa consapevolezza cambia già il modo in cui entri nella stanza.
Quando incontri il tuo interlocutore, cerca naturalmente il suo sguardo.
Il contatto visivo comunica attenzione, interesse e disponibilità al confronto.
Non significa fissare.
Significa evitare di parlare continuamente guardando il pavimento, la scrivania o altrove.
Se fai fatica a mantenere il contatto visivo, non trasformarlo in un esercizio meccanico.
Guarda la persona quando saluti, quando ascolti e nei momenti importanti della conversazione.
Poi lascia che lo sguardo si muova naturalmente.
Essere autorevole al colloquio non nasce dal fissare qualcuno negli occhi.
Nasce dal riuscire a restare presente nella relazione.
Quando entri, saluta con naturalezza.
Presentati chiaramente.
Sorridi.
Anche la stretta di mano falla in modo semplice e professionale, senza cercare di dimostrare sicurezza attraverso la forza della presa.
Non hai bisogno di costruire una performance.
Le persone sicure non cercano continuamente di dimostrare di esserlo.
Aspetta che ti venga indicato dove accomodarti.
Poi siediti evitando i due estremi.
Non afflosciarti sulla sedia.
Ma non stare nemmeno rigido come se fossi sull’attenti.
Mantieni una postura aperta e comoda, con i piedi ben appoggiati e il corpo orientato verso l’interlocutore.
Anche qui vale la stessa regola:
presente, non impostato.
Una postura naturale ti permette anche di respirare meglio, ascoltare con maggiore attenzione e rispondere senza quella sensazione di dover controllare ogni gesto.
È facile trasformare il colloquio in una performance.
La postura giusta.
Lo sguardo giusto.
La stretta di mano giusta.
La frase giusta.
Ma se pensi continuamente a come stai apparendo, rischi di smettere di ascoltare.
L’autorevolezza non nasce dalla perfezione dei gesti.
Nasce dalla combinazione di preparazione, presenza e consapevolezza del proprio valore.
Entra con rispetto.
Ma senza sentirti inferiore.
Non cercare di impressionare a ogni costo.
Se sei stato invitato a quel colloquio, qualcuno ha già visto qualcosa di interessante nel tuo profilo.
Adesso il tuo compito è permettere che quella persona incontri te, non una versione costruita per l’occasione.
Poi, probabilmente, arriverà la domanda:
“Mi parli di lei.”
Ma questa è un’altra storia.
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