Parlare da leader: come essere migliore dei tuoi colleghi

parlare da leader

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Con una comunicazione adeguata puoi creare una visione del futuro, spiegare con efficacia situazioni delicate e complesse, mostrare soluzioni che altri non vedono.

Puoi suscitare ispirazione.

Ma questo non accade se la tua comunicazione è blanda, casuale o vaga.

Pensa attentamente alle parole che scegli.

Devi essere specifico.
Concreto.
Evocativo.

Il linguaggio della leadership deve essere semplice ma audace. Prima di parlare da leader, in modo formale o informale, chiediti:

“Cosa sta succedendo?”
“Cosa voglio?”

Se non sai cosa vuoi, o peggio ancora stai inseguendo obiettivi solo egocentrici, forse dovresti restare in silenzio finché non sei pronto ad articolare una visione più ampia.

L’importante non è solo quello che dici, ma come lo dici

Probabilmente investi molto tempo nello sviluppo di abilità e competenze.

Molto meno nello sviluppo delle tue abilità personali.

Eppure il modo in cui parli, ti presenti e comunichi è decisivo.

La tua voce è il veicolo che spinge le persone ad ascoltarti.

A prendere sul serio te.
E le tue parole.

Non conta soltanto ciò che dici.
Conta come lo dici.

La correttezza non si proclama

“Fidati.”
“Credimi.”

Sono frasi fatte con cui pensi di trasmettere sincerità, sicurezza e onestà.

Spesso ottieni l’effetto contrario.

L’interlocutore può pensare che tu le utilizzi proprio nei momenti di difficoltà, quando vuoi spingere una richiesta o rendere più credibile ciò che stai dicendo.

Sono affermazioni che indeboliscono la tua professionalità.

Quando sei sicuro della tua proposta, del tuo servizio o della tua offerta, l’ultima cosa che dovresti fare è mettere sul piatto la tua serietà.

La serietà si vede.
Non si annuncia.


La nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro Autorevolezza ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se stai muovendo i primi passi nella gestione di un team.

Due libri complementari per sviluppare assertività, leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

Se vuoi parlare da leader, non dichiarare la tua competenza

Non proclamare la tua correttezza.

Lascia che emerga attraverso i gesti, le parole, la presenza.

Se devi dimostrarla, porta esempi concreti.

Situazioni reali.
Comportamenti osservabili.
Decisioni prese.

Questo significa parlare da leader.

Non usare negazioni

Evita di presentare le tue idee con formule che indeboliscono subito il messaggio.

Per esempio:

* “Non so se questo funzionerà…”
* “Spero che i risultati non saranno…”
* “Ho ragione, vero?”
* “Mi capisci?”

Invece di dare a chi ti ascolta un motivo per dubitare, esponi il tuo pensiero in modo chiaro.

Senza scusarti in anticipo.
Senza chiedere conferme a ogni frase.

Lascia agli altri la libertà di valutare ciò che dici.

Sarai sorpreso da quanto le persone si fidano di te quando inizi a fidarti di te stesso.

Parlare da leader: evita parole dispersive, intercalari e superlativi

“Quindi… quindi…”
“Giusto?”
“Vero?”
“Ehm…”
“Incredibile.”
“Sorprendente.”
“Fantastico.”

Se li usi continuamente, ti indeboliscono.

Nascondono indecisione.

Ti fanno perdere credibilità.

Anche i superlativi esagerati cancellano il vero significato.

Quando tutto è fantastico, alla fine niente lo è davvero.

Evita dichiarazioni banali ed enfatizzate.

Spiega i fatti.

In modo chiaro.
Concreto.
Avvincente.

Non lodare gli altri con parole generiche e scontate.

Non sforzarti di piacere

Evita di addolcire troppo il messaggio.

Il bisogno di essere carino, gradevole o rassicurante ti porta spesso a usare parole deboli.

Parole che tolgono energia.
E incisività.

Non siamo attratti da chi fa di tutto per piacere, colpire, impressionare o conquistare.

Se ti sforzi troppo di piacere, trasmetti insicurezza.

Sembra che tu abbia bisogno di approvazione.

Piacere alle persone non dovrebbe essere una strategia.

Non dovrebbe essere un calcolo.
Dovrebbe semplicemente accadere.

Non utilizzare di continuo intercalari

“Giustappunto.”
“In definitiva.”
“Dico bene?”
“Vi pare?”
“Naturalmente.”
“Sostanzialmente.”

Gli intercalari sono molto diffusi nel parlare quotidiano.

Aumentano quando non sai bene che cosa dire.

Quando sei costretto a riempire il vuoto.

Quando farfugli qualcosa, senza un vero collegamento con la frase.

Vuoi parlare da leader? Non ripeterti

Pensi che più ripeti un concetto, più diventi convincente?

Spesso accade il contrario.

Se ripeti troppo, sembra che non ti fidi di quello che dici.

Diventi dispersivo.
Annoi chi ascolta.

La ripetizione continua crea confusione e ti impedisce di arrivare al punto.
I dettagli inutili allontanano il discorso dalla meta.

E ti fanno perdere incisività.

Parla chiaro

Quando l’argomento diventa importante o difficile, spesso evitiamo di fare il punto.

Ci tiriamo indietro usando frasi generiche:

“Dipende dalla squadra.”
“È una situazione piuttosto difficile.”

Non rifugiarti in un linguaggio fiacco.

Un linguaggio chiaro aumenta il tuo coraggio e ti collega meglio a ciò che vuoi davvero dire.

Usa parole concrete.
Accurate.
Dirette.

La chiarezza arriva anche da lì.

Cogli l’attimo.

Sta a te usare il miglior linguaggio di leadership possibile.

Parla bene.

Se desideri un supporto personalizzato per essere più autorevole e parlare da leader, scopri il mio servizio di personal coaching.

Discussione sul lavoro: affrontare con successo una persona sulla difensiva

persona sulla difensiva

Foto di RODNAE Productions da Pexels

Quante volte hai visto una persona sulla difensiva?

Non appena inizi a parlare:

  • incrocia le braccia
  • alza “barriere”
  • giocherella con la penna
  • distoglie lo sguardo
  • volta la testa
  • difende a oltranza il suo operato

Il linguaggio del corpo è il primo segnale.
Ancora prima delle parole.

Quando una persona si mette sulla difensiva,
crea fisicamente una distanza tra te e lei.

Difendersi significa una cosa sola:

Evitare di accettare responsabilità.

Se c’è una colpa, puoi starne certo…
non è la sua!

La difesa è spesso il segnale di una difficoltà più profonda:
accettare l’incombenza della situazione.

Sul lavoro, per molti, difendersi è diventata una forma d’arte.

In realtà è una reazione istintiva

Proteggersi dal senso di colpa e dall’insicurezza.

Le persone sempre sulla difensiva faticano ad assumersi responsabilità e spesso si sentono sbagliate, inadeguate.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA versione aggiornata 2025 –

per alcune persone accettare responsabilità
è vissuto come accettare il fallimento.

Quando il feedback diventa un attacco

Chi è sulla difensiva percepisce il feedback come ingiusto
o come un attacco personale.

Non come un’osservazione su comportamenti o risultati.

Difendendosi crede di evitare il confronto,
ma in realtà lo sabota.

Accusa te.
Il contesto.
Il collega.
L’azienda.

“Se mi avessero aiutato, non sarebbe successo.”

Invece di scusarsi e riparare, elenca giustificazioni.
Minimizza.
Ridimensiona il problema.

È importante dirlo chiaramente:
il comportamento difensivo spesso nasce
da problemi più profondi
che hanno poco a che fare con te.

Non puoi controllare le reazioni degli altri.
Puoi solo scegliere come comunicare.

Persona sulla difensiva: resisti alla tentazione di “avere ragione”

Quando qualcuno si difende,
mantenere una comunicazione sana è difficile.

E spesso, senza accorgercene, peggioriamo la situazione.

Ricorda:
la reazione dell’altro ha poco a che fare con te.

È il risultato di emozioni represse e accumulate nel tempo.

Più ti difendi,
più aumenti la probabilità di uno scontro.

La contro-difesa è inefficace.

Più ti giustifichi, più dai forza alle opinioni altrui.

Quando scegli di non difenderti:

  • apri al dialogo
  • accetti il confronto
  • dimostri ascolto
  • non mostri paura

Ed è lì che l’altro, spesso,
abbassa le armi.

Trova un accordo (anche minimo)

Porta pazienza.
Mantieni la calma.

È difficile.
Ma è la cosa più utile che puoi fare.

Anche se il punto di vista dell’altro ti sembra fastidioso o irragionevole,
cerca un punto di contatto.

Esprimi un consenso parziale:

  • “Capisco che tu la veda in modo diverso.”
  • “In alcune situazioni potrebbe essere vero.”
  • “Potresti avere ragione.”

Se la persona non accetta il tuo feedback,
cerca di capire perché.

Riconosci la sua reazione, senza giudicarla.

Chiediti con onestà:

  • Ho interpretato male i fatti?
  • Ho frainteso le sue intenzioni?
  • Il feedback è impreciso o ingiusto?
  • È solo una risposta emotiva?

Persona sulla difensiva? Mantieni una mentalità aperta

Fai domande vere.
Non retoriche.

Mostra che vuoi capire,
non vincere.

Chiedi come si sente.
Ascolta.
Chiedi ancora.

Come scrivo nel capitolo 5 del mio libro, usa affermazioni aperte per ridurre la difesa:

  • “Riconosco che questo può essere difficile da ascoltare.
    Voglio capire meglio: su cosa non sei d’accordo?”
  • “Quali altri punti di vista pensi dovremmo considerare?”
  • “Io vedo questa come una tua responsabilità.
    Parliamo del perché tu non la vedi così.”

Quando una persona si sente compresa,
la difesa cala.

Lo spazio di dialogo si apre.

Gestire conversazioni difficili
richiede lucidità, empatia e metodo.

In conclusione

Una persona sulla difensiva non è “contro di te”.

È spesso contro se stessa.

E se sai restare saldo, senza difenderti né attaccare,
sei già un passo avanti nella tua autorevolezza.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione
di una relazione professionale.

Scopri il coaching mirato:
Dare feedback costruttivi in situazioni critiche

e impara a comunicare con autorevolezza
anche nelle situazioni più complesse.

Rispetto sul lavoro: spesso il problema è la tua comunicazione

rispetto nel lavoro

Foto di Courtney Stephens da Pexels

Ti senti poco rispettato al lavoro? Forse il problema non è (solo) quello che dici.

Quando fai una domanda, c’è sempre qualcuno che pensa che tu non abbia capito.

Quando fai un complimento, qualcuno lo interpreta come adulazione.

Dai un feedback, sembra che tu stia criticando.

Ti è mai capitato?

Può essere frustrante. Soprattutto quando hai la sensazione di essere chiaro nelle intenzioni, ma gli altri sembrano capire tutt’altro.

La comunicazione funziona così: non conta solo quello che vuoi trasmettere. Conta anche ciò che arriva.

Non per colpevolizzarti.

Osserva il tuo modo di comunicare con uno sguardo diverso.

A volte bastano piccole abitudini, spesso inconsapevoli, per creare distanza tra te e chi hai davanti.

Ecco alcuni comportamenti che possono compromettere la qualità delle tue relazioni professionali.

Sei sempre sulla difensiva

Ricevi un’osservazione e senti subito il bisogno di spiegarti.

Giustificarti.

Dimostrare che la responsabilità non è tua.

È una reazione comprensibile.
Sentiamo il bisogno di proteggerci.

Il problema è che, quando ti metti immediatamente sulla difensiva, anche l’altra persona tende a fare lo stesso.

La conversazione smette di essere uno scambio e diventa una gara a chi ha ragione.

Concediti qualche secondo prima di rispondere.
Ascolta fino in fondo.
Fai domande.

Solo dopo decidi se è davvero necessario difendere la tua posizione.

POTRESTI TROVARE SPUNTI INTERESSANTI > nel mio libro “Autorevolezza

Ascolti per rispondere, non per capire

Molte persone credono di ascoltare.

In realtà stanno solo aspettando il proprio turno per parlare.

Mentre l’altro espone un problema, stanno già preparando la risposta.

Oppure pensano di aver capito tutto dopo le prime due frasi.

L’ascolto, invece, richiede una piccola rinuncia: sospendere per qualche minuto il bisogno di avere subito una risposta.

Ascoltare con attenzione produce un altro effetto.

Le persone si sentono considerate.

E chi si sente considerato tende anche a dare maggiore credibilità a chi ha davanti.

Interrompi o finisci le frasi degli altri

Forse lo fai con buone intenzioni.

Pensi di velocizzare la conversazione.

Credi di aver già capito dove l’altro vuole arrivare.

Ma chi viene interrotto raramente vive questa esperienza come un aiuto.

Più spesso si sente poco ascoltato.
O poco importante.

Inoltre, sei davvero certo di aver compreso quello che stava per dire?

Una frase conclusa troppo presto può cambiare completamente il significato del discorso.

Prenditi qualche secondo in più.
Lascia terminare il ragionamento.

Scoprirai che, molto spesso, l’ultima parte della frase era proprio quella che ti mancava.

Hai sempre la risposta pronta

Conosci quella persona che spiega continuamente come andrebbero fatte le cose?

Che corregge tutti.
Che fatica ad ammettere di non sapere qualcosa.

Inizia spesso le frasi con:

  • “Quello che devi capire è…”

Anche se competente, rischia di risultare pesante.

Non perché abbia torto.
Ma perché comunica superiorità.

La competenza convince molto di più quando lascia spazio anche agli altri.

Puoi esprimere le tue idee senza trasformarle nell’unica verità possibile.

Una frase come:

  • “Io la vedo in questo modo…”

apre il confronto.

Una frase come:

  • “La verità è questa…”

lo chiude.

Le tue emozioni sono invisibili

C’è chi pensa che, sul lavoro, mostrare emozioni sia un segno di debolezza.

Così mantiene sempre la stessa espressione.

Lo stesso tono.
La stessa distanza.

In realtà una comunicazione completamente neutra crea facilmente equivoci.

Se il tuo volto non trasmette nulla, gli altri inizieranno a interpretarlo.

Magari penseranno che sei infastidito.

Oppure annoiato.
O arrabbiato.

Anche quando non lo sei.

Essere professionali non significa diventare impassibili.

Un sorriso, uno sguardo attento, un’espressione coerente con quello che stai dicendo aiutano gli altri a capire le tue intenzioni.

Parli in modo troppo complicato

Ti è mai capitato di rileggere una tua e-mail e accorgerti che è lunga, piena di termini tecnici e difficile da seguire?

Succede più spesso di quanto immagini.

A volte crediamo che usare un linguaggio ricercato renda il nostro messaggio più autorevole.

In realtà può produrre l’effetto opposto.

Chi ti ascolta o ti legge potrebbe smettere di seguirti, non perché l’argomento sia difficile, ma perché il modo in cui lo presenti richiede uno sforzo eccessivo.

Vale anche per gli acronimi, il gergo aziendale e le parole inglesi usate per abitudine.

Se sei sicuro che tutti le conoscano, nessun problema.

Altrimenti, spiegale.

La chiarezza non impoverisce la comunicazione. La rende più efficace.

Il linguaggio del corpo racconta qualcosa che non vorresti dire

Molti pensano che la comunicazione coincida con le parole.

In realtà il corpo parla continuamente.

Braccia incrociate.
Sguardo sfuggente.
Dito puntato.
Fronte corrugata.
Labbra serrate.

Anche se non te ne accorgi, questi segnali possono trasmettere chiusura, tensione o ostilità.

Esistono poi piccoli gesti quasi automatici: giocherellare con i capelli, toccarsi continuamente il viso, sistemarsi il colletto, evitare il contatto visivo.

Sono abitudini che spesso rivelano nervosismo o insicurezza, anche quando dentro di te ti senti tranquillo.

Prima di chiederti cosa dire, prova quindi a osservare come lo stai dicendo.

A volte basta modificare una postura per cambiare il clima di una conversazione.

PIÙ AUTOSTIMA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace (modalità, costi ecc.)

Trasformi le opinioni in sentenze

“Non funzionerà.”
“Bisogna fare così.”
“È evidente che il problema è questo.”

Sono frasi che rischiano di chiudere il confronto ancora prima che inizi.

Le persone ascoltano più volentieri chi presenta il proprio punto di vista come un contributo, non come una verità assoluta.

Una piccola differenza di linguaggio cambia completamente il tono della conversazione.

Prova a dire:

  • “Io la penso così…”

oppure:

  • “Dal mio punto di vista…”

Non perdi autorevolezza.
Lasci semplicemente spazio anche all’altro.

Parli sempre di te

Ogni esperienza raccontata dall’altro diventa l’occasione per parlare della tua.

Ogni problema ti ricorda qualcosa che hai vissuto.
Ogni conversazione torna, prima o poi, su di te.

Probabilmente non lo fai per protagonismo.

Magari pensi di creare vicinanza.

Ma chi ti ascolta potrebbe avere un’impressione diversa.

Le relazioni funzionano quando c’è equilibrio.

Raccontare qualcosa di sé è naturale.

Farlo continuamente può diventare stancante.

Ogni tanto prova a restare nella storia dell’altro.

Scoprirai che fare domande crea molta più connessione che raccontare un’altra esperienza personale.

Eviti il contatto visivo

Gli occhi comunicano attenzione.
Presenza.
Interesse.

Se continui a guardare il telefono, il computer o altrove mentre qualcuno ti parla, il messaggio che trasmetti è semplice:

  • “In questo momento non sei la mia priorità.”

Naturalmente non serve fissare una persona in modo innaturale.

Ma un contatto visivo autentico comunica sicurezza, affidabilità e rispetto.

Quando affronti un argomento importante, lo sguardo spesso vale quanto le parole.

Cerchi di controllare la conversazione

Domande come:

  • “Perché hai fatto così?”

oppure:

  • “Devi fare questo.”

possono sembrare innocue.

A volte, però, vengono percepite come un tentativo di dirigere la conversazione o di mettere l’altro sulla difensiva.

Una conversazione efficace non è una prova di forza.

Non vince chi parla di più.

“Vince” chi riesce a creare uno spazio in cui entrambi possono ragionare.

Sei molto introverso

Essere introversi non è un difetto.
Così come non lo è essere timidi.

Il punto è un altro.

Le persone non possono sapere che cosa stai pensando.

Se rimani sempre in silenzio, eviti il confronto o mostri poche reazioni, qualcuno potrebbe interpretare il tuo comportamento come distacco, disinteresse o perfino arroganza.

Può bastare un sorriso.
Una domanda.
Un piccolo commento.

A volte sono sufficienti per cambiare completamente la percezione che gli altri hanno di te.

Minimizzi i problemi degli altri

“Ma dai…”
“Non è niente.”
“Vedrai che passa.”

Queste frasi nascono spesso da una buona intenzione.

Vorresti rassicurare.

Il problema è che, invece di rassicurare, rischiano di far sentire l’altra persona poco compresa.

Le emozioni hanno bisogno di essere riconosciute.

Puoi anche non condividere la preoccupazione di chi hai davanti.

Ma puoi comunque comprenderla.

È una differenza enorme.

Il tono della voce cambia il significato delle parole

Puoi scegliere le parole giuste.

Eppure ottenere comunque una reazione negativa.

Una voce troppo alta può sembrare aggressiva.
Una voce piatta e monotona può trasmettere disinteresse.
Un volume troppo basso può comunicare insicurezza.

La differenza, ancora una volta, non sta soltanto nel cosa dici.

Sta nel come lo dici.

Pause.
Enfasi.
Ritmo.
Espressione del volto.
Contatto visivo.

Sono tutti elementi della stessa comunicazione.

Imparare a gestirli significa aumentare la probabilità che il messaggio venga compreso nel modo in cui intendevi trasmetterlo.

In conclusione

Quando ti senti poco rispettato sul lavoro, la tentazione è cercare subito la causa negli altri.

A volte è davvero così.

Altre volte, però, il problema nasce da piccoli comportamenti che ripeti ogni giorno senza accorgertene.

Aumenta la tua consapevolezza.
Osserva come comunichi.
Quali segnali invii senza volerlo.

Perché, molto spesso, il rispetto non dipende solo dalle competenze che possiedi.

Dipende anche da come gli altri vivono l’esperienza di parlare con te.

PIÙ RISPETTO SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te

Come stupire nelle riunioni di lavoro quando sei l’ultimo arrivato

riunioni di lavoro

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Iniziare in un nuovo posto di lavoro può essere stimolante ed entusiasmante.

Ma anche stressante.

A volte perfino schiacciante.

Devi apprendere procedure nuove, assorbire una grande quantità di informazioni, ricordare nomi, ruoli, password, abitudini e modi di lavorare.

Devi relazionarti con persone che non conosci ancora.

E, nello stesso tempo, vuoi fare una buona impressione.

Con i colleghi.
Con il nuovo capo.
Con l’organizzazione.

Insomma, tanta pressione.

È normale sentirsi nervosi, indecisi e apprensivi

L’ansia dei primi giorni di lavoro nasce proprio da questa instabilità: non hai ancora punti di riferimento, non sai bene come muoverti e la mente comincia a correre per ritrovare un equilibrio.

In questa fase ci sono almeno quattro cose da non dimenticare:

  • arrivare in orario;
  • lavorare con serietà;
  • ascoltare più che parlare;
  • trovare gradualmente il tuo spazio.

Hai voglia di fare.

Emergere.
Crescere.
Arrivare in fretta.

A volte, però, proprio questa fretta può diventare un problema.

E poi ci sono le riunioni di lavoro

Sei nuovo.

Non conosci ancora le dinamiche interne.

Regole non scritte.
Equilibri.
Giochi di potere.

In una riunione alcune persone possono dominare la scena, prendere la parola, catturare l’attenzione e lasciare agli altri poche briciole di visibilità.

Anche a te.

È naturale sentirsi nervosi durante le prime riunioni e avere paura di dire qualcosa di sbagliato.

Il pericolo, però, è anche non dire nulla.

Perché il silenzio può essere interpretato in molti modi.

Mancanza di esperienza.
Scarso interesse.
Poca preparazione.
Assenza di valore aggiunto.

Se aspiri a una posizione di leadership, ricorda una cosa: parlare è anche un segnale di fiducia.

Non significa prevaricare.
Non significa occupare tutto lo spazio.
Significa esserci.

Condividere un pensiero.
Fare una domanda.
Portare un contributo.

Durante le prime riunioni di lavoro è importante esprimere le tue idee senza snaturarti e senza limitare la tua personalità.

  • Parlare o non parlare?
  • Quando intervenire?
  • Che cosa dire?
  • È meglio aspettare o prendere la parola?

La riunione è una piccola occasione di visibilità.

Non sprecarla.

La preparazione è la chiave

Se la riunione è accompagnata da un ordine del giorno, leggilo con attenzione.

Scegli un punto.
Preparati su quello.

Prima dell’incontro, prendi un tema all’ordine del giorno ed elaboralo in anticipo. Così sarai pronto ad aggiungere qualcosa di utile alla discussione.

Non devi parlare tanto.
Devi parlare meglio.

Puoi decidere, per esempio, di intervenire tre volte:

  • una volta con un commento preparato;
  • una volta con una domanda pertinente;
  • un’altra volta con una riflessione su un possibile approccio.

Non serve impressionare tutti.

Serve iniziare a costruire presenza.

Fai domande

Uno dei modi più semplici per farti notare nelle prime riunioni è porre buone domande.

Non domande qualsiasi.

Domande che dimostrano attenzione, curiosità e desiderio di capire meglio.

Per esempio:

  • Qual è la base di questa osservazione?
  • Quali sono i benefici di questo approccio?
  • Come sappiamo che questo sarà il problema?
  • Possiamo tornare un momento al punto precedente?

Quando fai domande stimolanti, mostri sicurezza e coinvolgimento.

Approfondisci ciò che dicono gli altri.

Diventi un partecipante attivo.

A volte chiedere di tornare alla slide precedente o a un passaggio appena discusso è molto efficace. Significa che stavi ascoltando e che hai colto un dettaglio.

Ricorda: la curiosità premia.

L’autocompiacimento no.

Come farsi notare nelle prime riunioni di lavoro

Se durante l’incontro emerge un tema che richiede ulteriori ricerche, puoi offrirti di raccogliere informazioni per la riunione successiva.

Senza teatralità.
Senza voler strafare.

Dimostri iniziativa, interesse e coinvolgimento.

Alla fine della riunione potresti anche inviare una breve e-mail al tuo capo, riassumendo i punti chiave oppure proponendo un approfondimento nato dalla conversazione.

Non è solo una strategia di visibilità.

È anche un modo per acquisire fiducia in te stesso.

Maneggia il disaccordo con strategia

Se qualcuno dice qualcosa con cui non sei d’accordo, non negare in modo precipitoso.

E se qualcuno non è d’accordo con te, non concludere subito di aver detto una stupidaggine.

Non è detto che l’altro abbia ragione.
E non è detto che tu abbia torto.

Quando attribuisci più valore alle idee altrui che alle tue, stai comunicando una cosa precisa: non credi davvero che i tuoi pensieri meritino spazio.

Le tue esperienze, le tue opinioni e le tue intuizioni possono essere utili.

A volte sono proprio ciò che gli altri hanno bisogno di sentire.

Non cedere il tuo potere

Durante una riunione è normale fare riferimento al capo o a persone più in alto nella gerarchia.

Ma questo non significa che tu debba scomparire.

Credi nelle tue idee.
Condividile con fiducia.

Non adattare passivamente il tuo punto di vista solo per compiacere gli altri o per sembrare allineato.

Le persone notano quando mantieni una posizione con equilibrio.

E notano anche quando ti rimangi subito ciò che hai detto.

I tuoi pensieri meritano di essere condivisi.

A una condizione.

Che portino valore.

Il desiderio di farti notare può ritorcersi contro

Cerca di non voler apparire troppo intelligente.

Di non parlare solo per impressionare.

Di non trasformare ogni intervento in una piccola performance.

Se non sai qualcosa, ammettilo.
Se hai un dubbio, chiedi.
Hai un’idea? Condividila.

Non essere la persona più rumorosa nella stanza.

Non diventare affamato di visibilità.

Anche se sei introverso, puoi portare influenza sostenendo il contributo di un collega:

“Ottima idea. Vedo bene questa possibilità.”

Vai al tuo ritmo.

Se ti senti pronto, parla.
Se non lo sei, aspetta.

Ma non sparire.

Nelle riunioni devi essere il primo a parlare? Anche no

Alcuni formatori e coach invitano a cogliere ogni occasione per parlare per primi.

Spingerti oltre la zona di comfort.
Guidare la discussione.
Non censurarti.
Esprimerti senza esitazione.

Concordo solo in parte.

È vero: più taci, più sarà difficile entrare nella conversazione.

Ma parlare troppo o parlare a caso non ti renderà più autorevole.

Se hai qualcosa di utile da dire, intervieni.

Se vuoi parlare solo per piacere, per paura di essere escluso o per bisogno di approvazione, meglio aspettare.

Non hai nulla di interessante da dire? Meglio tacere.

In questa fase è importante dimostrare presenza, attenzione e interesse.

Non occupare spazio inutilmente.

Evita tutto ciò che è banale

Soluzioni ovvie.
Presupposti scontati.
Osservazioni mediocri.
Citazioni prese dal web.

Piuttosto che citare qualcun altro, prova a esprimere un pensiero tuo.

Non fingere di essere esperto se non lo sei.

Prima o poi si vede.

Spesso, per sembrare più competenti, aggiungiamo parole, formule ed espressioni che indeboliscono la comunicazione.

Invece di dire:

  • “Potrebbe essere una domanda stupida…”

puoi dire:

  • “Vorrei capire meglio. Quando parli di…”

Nel mio libro Autorevolezza ho riservato un intero capitolo all’organizzazione delle riunioni e all’importanza di esprimersi nel modo più efficace.

Monitora la tua presenza fisica

Siediti dritto.
Pianta i piedi ben fermi sul pavimento.
Mantieni il contatto visivo, soprattutto quando parli.

Usa il tuo spazio e le mani, se ti viene naturale.

Se partecipi a una riunione con più persone, sorridi a chi sta parlando e mantieni un contatto visivo equilibrato con gli altri.

Il corpo comunica prima delle parole.

Ascolta attivamente

Un buon modo per dimostrare ascolto è riprendere le idee emerse durante la discussione.

Prendi appunti.

Ti aiuteranno a evitare malintesi e a ricordare dettagli importanti.

Anche se il tema non riguarda direttamente te o il tuo reparto, presta attenzione.

Proprio perché non sei coinvolto, potresti offrire una prospettiva esterna utile.

Evita di agitarti, giocherellare con il telefono o controllare notifiche.

Durante le riunioni di lavoro spegni il cellulare.

Oppure lascialo nella giacca o nella borsa.

Così non sarai nemmeno tentato.

Riunioni di lavoro: in conclusione

Durante le prime riunioni stabilisci una strategia semplice: dire qualcosa nei primi 10-15 minuti.

Una domanda.
Un commento.
Una proposta.
Un’opinione.
Un’osservazione pertinente.

Non dire nulla è l’opzione a più basso rischio.

Soprattutto se sei nuovo.

Ma se vuoi trasmettere l’impressione di essere concentrato, interessato e presente, devi condividere pensieri utili.

Non molti.

Ma utili.

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e allenati a portare nei tuoi interventi chiarezza, sicurezza e presenza autentica.

Feedback sul lavoro: il giusto approccio (un estratto dal mio libro)

feedback sul lavoro

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Un feedback sul lavoro può essere valutativo o potenziante.

Dovrebbe essere specifico e costruttivo.

Focalizzato sul problema e basarsi su osservazioni oggettive, almeno nelle intenzioni.

L’elogio e la critica sono giudizi personali, uno benevolo e l’altro sfavorevole, su un comportamento o un risultato.

Spesso sono vaghi e depotenzianti, incentrati sulla persona e basati su convincimenti, interpretazioni o sentimenti.

Lo scopo di un feedback sul lavoro, se è negativo, non dovrebbe essere quello di incolpare o accusare la persona.

Ma creare piuttosto la giusta consapevolezza che può condurre alla correzione o al miglioramento delle sue prestazioni o atteggiamento.

Le persone che lavorano con te meritano un feedback da parte tua.

Hanno il diritto di sapere cosa-sbagliano e il dovere di provare a sistemare le cose che sbagliano.

Non possono farlo se non sanno cosa o come fare.

Ecco un estratto del capitolo 5 del mio libro “Autorevolezza”, ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025.

Feedback valutativo

Il feedback valutativo (spesso è sotto forma di revisione semestrale o annuale delle prestazioni) è ciò a cui pensa la maggior parte delle persone quando sente la parola “feedback”.

Implica una valutazione, può essere emotivamente carico perché pieno di sorprese o disaccordi.

Spesso è legato alla retribuzione.

Le persone rimangono deluse o turbate oppure sollevate ed euforiche.
Consente confronti su dati e target.

L’obiettivo principale del feedback valutativo è assicurarsi che la persona comprenda chiaramente (senza essere necessariamente d’accordo) quale sia la valutazione ricevuta.

Feedback potenziante

È empowerment.
Crescita.
Sviluppo.
Il piano di crescita.

È centrato sul migliorare e creare un’immagine solida per il futuro.

Dà potere perché aiuta le persone a identificare e rimuovere gli ostacoli che devono affrontare.

  • Cosa possiamo fare di meglio per soddisfare/migliorare il tuo piano d’azione?
  • Come possiamo aumentare/potenziare/sistemare…?

Queste domande potenzianti possono essere poste ogni giorno, attorno al tavolo riunione o in un corridoio per la pausa caffè.

Tale approccio evolutivo toglie agitazione, irritazione e soprattutto…

la sorpresa.

Sia il feedback valutativo sia quello potenziante sono essenziali per lo sviluppo della persona.

Sono collegati ma diversi, per contenuti e per “carico emotivo”, ed è importante separarli.
Tuttavia, se una persona è aperta, la sessione di feedback valutativo può terminare con un ponte verso lo sviluppo.

E viceversa.

La maggior parte delle persone apprezza l’opportunità di una migliore percezione del proprio comportamento, a patto che il tono del discorso non sia ostile o giudicante.

Il giusto approccio dei feedback sul lavoro

Porgere feedback sul lavoro è una questione delicata.
Non utilizzarli con superficialità e leggerezza.

Anche se sono amichevoli e accoglienti, creano pressione. Possono risultare intimidatori e compromettere le relazioni professionali.

Non presentarti con una lunga lista di aspettative, soprattutto se irrealistiche, perché portano delusione e frustrazione.

Sii consapevole dell’ansia o delle preoccupazioni che provochi nella persona.

Giusto o sbagliato, buono o cattivo, qualunque cosa una persona stia facendo o provando, è …

la sua realtà.

È troppo facile concentrarsi su ciò che non va. Potresti essere ingiusto quando non lo consideri.

Avvicina le persone attraverso i loro punti di forza ed esperienza.

“Quando dai un feedback,
l’approccio che userai farà tutta la differenza.”

Michele Ferrarelli

Non dovresti mai essere titubante, ma comprensivo e disponibile.

Come team leader è necessario assumerti la responsabilità di costruire una base solida di fiducia.

Oltremodo è tua responsabilità “riparare” tali dinamiche interpersonali se si incrinano.

Ne hai la facoltà.

Sei tu a determinare il contenuto e la modalità dei tuoi dialoghi. Lavoraci da subito, sin dalle prime conversazioni.

Il tuo collaboratore deve sapere che riconosci i suoi talenti e che credi in lui. Spiega che conosci e apprezzi il suo percorso professionale.

Condividi il tuo obiettivo: massimizzare il suo potenziale.
E mostra quanto sei felice di questa opportunità!

Quando emergono cattive prestazioni e dinamiche, non eludere il tuo ruolo in questa vicenda.

Prova a chiederti:

  • Cosa mi sto perdendo?
  • Cosa non capisco di questa persona?
  • La mia percezione è stata influenzata da un recente evento negativo?
  • Cosa ho fatto di sbagliato?

Feedback sul lavoro? La pratica è fondamentale per affinare il tuo stile

Puoi esercitarti davanti allo specchio, con il tuo partner o un amico.
Provare quello che dirai, ad alta voce, ti permetterà di sentire il tuo tono.

Potresti anche registrare le tue parole per capire come “suoni”.

È anche importante pensare al tuo linguaggio del corpo, che può parlare più forte delle tue parole.

Spesso siamo inconsapevoli di inviare messaggi negativi.

Prova a sintetizzare il tuo intervento, anche se breve, in punti chiave.
Se non ti senti ancora pronto, scrivi cosa devi dire.

Cerca di formulare frasi brevi.

Qual è il messaggio che vuoi far passare.
Chiediti:

  • Qual è il punto?
  • Quale concetto deve passare assolutamente?
  • Che cosa posso evitare?
  • Come preferisce la persona ricevere il feedback?

Modifica il tuo approccio di conseguenza.

Inizia più “leggero” (parlando del più e del meno) se sai che hai davanti una persona che va in confusione con una comunicazione estremamente diretta.

Preparati a una reazione emotiva di rabbia, rifiuto o forse anche lacrime.
Resta comunque sempre calmo e professionale.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Arroganza nel lavoro: la maschera che indossano gli insicuri

arroganza nel lavoro

Foto di Anete Lusina da Pexels

La persona arrogante sul lavoro comunica a tutto il mondo i propri successi
(non importa quanto piccoli).

Dà una visione eccessivamente positiva,
mascherando una realtà che spesso non è affatto così ideale.

Il più delle volte, dietro l’arroganza, si nasconde una scarsa fiducia in sé stessi,
compensata dalla presunzione
— immotivata — …

di voler apparire più competenti
e più bravi degli altri.

Spesso ci comportiamo con arroganza semplicemente perché
non abbiamo ancora capito cos’è davvero la fiducia in noi stessi.

Essere arroganti,
strafottenti
e stronzi

non significa essere sicuri di sé.

Anche se — paradossalmente — chi lo è viene spesso messo su un piedistallo e osannato,
perché “è diventato qualcuno”.

Ma allora:

  • Cos’è l’arroganza nel lavoro?
  • Cosa vuol dire essere sicuri?
  • Come si può essere fiduciosi
    senza cadere nella trappola dell’arroganza?

Il mondo del lavoro oggi è complesso (più che mai)

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza
— ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —
il mondo del lavoro è competitivo e difficile.

Non è più solo una questione
di conoscenze,
capacità
e abilità.

È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica si vede.
La forza mentale no.
Non si vede.
Si sente.

Spesso, per sembrare forte,
indossi la maschera del duro.
Reciti una parte.

Nascondi le debolezze dietro posture autoritarie
e atteggiamenti rigidi.

All’inizio può anche funzionare.

Qualche risultato arriva.
Ma l’effetto svanisce in fretta.
Te lo assicuro.

Nel lungo periodo,
per raggiungere obiettivi importanti,
servono forza mentale,
grinta,
tenacia.

E il desiderio costante di migliorarti.

Autorevolezza non è volume.
È equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

La “maschera da duro” è una scorciatoia banale

È un portamento scontato.
Facile.
Accessibile a tutti.

Nel mio lavoro, durante sessioni di coaching con leader che si definivano
(per loro stessa ammissione)
“troppo buoni” …

quando chiedevo
come avrebbero voluto essere,
le risposte arrivavano subito:

  • “Più bastardo.”
  • “Più carogna.”
  • “Più figlio di puttana.”

Ah. Tutto qui?

Davvero vuoi questo?
Anni di studio, impegno, intelligenza
per…
incutere timore?

Diventare uno stronzo?

Ce ne sono già tanti
nel Mondo del lavoro.

No, grazie.
Non ce ne serve uno in più.

Arroganza nel lavoro? No. Abbiamo bisogno di leader

Uomini e donne.
Persone con una forte etica morale.

Non immaturi in cerca di rivalsa.

Invece di aumentare la “bastardaggine” (cosa peraltro puerile),
l’approccio più efficace è saper equilibrare — secondo le circostanze —
grinta e diplomazia.

La persona forte non spreca energia per coprire le mancanze.

Le riconosce.
E investe tempo per migliorarsi.

Essere forte richiede consapevolezza emotiva

Saper gestire le emozioni,
non farsi gestire da esse.

Forza mentale significa:

  • riconoscere i propri limiti
  • accettare le mancanze
  • sapere che il risultato passa dal lavoro duro

Non sprecare energia cercando di nasconderti dietro l’arroganza.

Riconosci i difetti.
Investi su di te.
Supera le debolezze.

Essere forte vuol dire anche avere fiducia nella capacità di rialzarti dopo un fallimento.

Imparare dagli errori.

  • Sii ambizioso,
    senza impazienza.
  • Disponibile,
    senza timore.
  • Flessibile,
    senza farti sfruttare.
  • Fiducioso e sicuro,
    senza alzare i toni.

Fiducia e arroganza nel lavoro: una linea sottile

La scelta spetta a te.
Pensaci prima del prossimo passo.

Quando si parla di aggressività e arroganza,
pensiamo subito alle forme più evidenti:
urla,
grida,
attacchi.

Ma esistono aggressività più sottili.
Meno appariscenti.
E altrettanto dannose.

Spesso crediamo di essere assertivi, e invece siamo prepotenti.

Il prezzo?
Conflitti.
Perdita di rispetto.
Relazioni rovinate.

Se qualcuno ti ha già detto:
“Ehi, ma come sei aggressivo”.

È un segnale.
Il primo passo per cambiare.

Ricorda: la vera forza non fa rumore

Non intimidisce.
Non schiaccia.

Si riconosce da come fa crescere chi ha intorno.

Se vuoi che il tuo team ti segua perché ti riconosce,
non perché “deve”…

lavoriamo insieme su voce, postura e linguaggio,
per trasmettere credibilità e ispirare collaborazione.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Colloquio individuale con un collaboratore: 20 regole di base (spesso poco applicate)

colloquio individuale

Foto di cottonbro da Pexels

Le accortezze di un buon colloquio individuale con un collaboratore sono semplici.

Facilmente applicabili.

Si pensa che basti essere educati, parlare in modo chiaro… e il gioco è fatto!

Proprio perché sono così semplici, spesso diventano banali.
Scontate.

E quindi eseguite con superficialità e leggerezza.

Un esempio?

Il sorriso di circostanza.
Quell’increspare leggermente le labbra per accennare un sorriso.

Non toglie quel retrogusto di disagio e di non-riconoscimento che proviamo.

Siamo molto lontani da:

  • “Oh! Ma che piacere averti qui!”

Oppure…

Come spiegare quel senso di superiorità e altezzosità che, a volte, ci accoglie in un colloquio individuale?

Possiamo bollare la persona come scortese o poco professionale?

Magari no.

Eppure, rimane quella sensazione gelida.
Di sufficienza.
Di fretta.
Indifferenza.

Come se stessimo disturbando.

Tutte esagerazioni? Paranoie?

Non direi.

Come spiego nel mio libro “Autorevolezza”, le persone oggi ricercano soddisfazioni emotive.
Anche chi si definisce estremamente razionale.

Riconoscimento.
Disponibilità.
Ascolto.
Apprezzamento.
Empatia.

Sono queste le esperienze più gratificanti.

Ma anche le più sensibili.
E le più pericolose, quando mancano.

Per questo è fondamentale distinguere tra professionalità e comportamento.

Una check-list essenziale per i tuoi colloqui individuali

Queste 20 regole sono semplici.

Forse le conosci già.
Ma applicarle con consapevolezza cambia tutto.

Considera questo post come una check-list operativa.
Un promemoria concreto prima del tuo prossimo incontro.

1. Ricorda la potenza della prima impressione

Bastano pochi secondi per formare una percezione.

E una volta formata, cambiarla è difficile.

I primi istanti sono decisivi.
Ogni dettaglio contribuisce.

Nulla dovrebbe essere lasciato al caso.

Approfondisci con il mio post sulla prima impressione.

2. Attenzione al look

Vuoi essere ricordato per la tua competenza.
Non per una trascuratezza evitabile.

Sobrio.
Curato.
Coerente con il contesto.

Elegante, ma autentico.

3. La puntualità è un must

Il ritardo comunica disorganizzazione.
Anche — e soprattutto — se sei il capo.

Se accade, scusati subito.

4. La cortesia non è opzionale

La vera leadership si riconosce da come tratti tutti.

Non solo chi è “sopra”.
Ma anche chi è “sotto”.

Chi ha bisogno di dimostrare di essere superiore, non lo è ancora.

5. Prepara la location

Arriva prima.
Prepara lo spazio.

Questo riduce lo stress e aumenta la tua presenza.

Evita colloqui uno dopo l’altro senza pausa.
Ogni incontro merita energia piena.

6. Alzati in piedi quando la persona entra

È un gesto semplice.

Ma comunica rispetto.
Presenza.
Accoglienza.

E migliora anche la qualità della tua voce.

7. Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica sicurezza.

E riconoscimento.

Stai dicendo:
“Tu sei importante.”

8. Annuisci e reagisci

Un volto immobile crea distanza.

Annuisci.
Sorridi.
Reagisci in modo naturale.

Mostra che sei presente.

9. Inizia con leggerezza

Non entrare subito nel merito.

Qualche minuto di conversazione informale crea connessione.

Costruisce fiducia.

10. Prendi appunti

Prendere appunti comunica rispetto.

Dimostra che ciò che l’altro dice ha valore.

E rafforza la tua memoria operativa.

11. Ascolta davvero

Non dominare la conversazione.

Ascoltare è la base dell’autorevolezza.

Se non ascolti, non verrai ascoltato.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per sviluppare questa capacità fondamentale.

12. Poni domande conclusive

Verso la fine, chiedi:

  • “C’è qualcosa di cui vorresti parlare prima di chiudere?”

Questo apre spazio a ciò che conta davvero.

13. Ricorda e usa il nome

Il nome è identità.

Usarlo crea connessione.
Riconoscimento.
Rispetto.

14. Non dimenticare il follow-up

Ciò che accade dopo l’incontro è decisivo.

Scrivi.
Conferma.
Segui.

È qui che si consolida la fiducia.

15. Non trasmettere fretta

La fretta comunica disinteresse.

La calma comunica autorevolezza.

Chi si sente ascoltato, si apre.

16. Evita argomenti rischiosi

Politica.
Religione.
Battute fuori luogo.

Mantieni il focus.
La professionalità protegge la relazione.

La tua autorevolezza passa anche dalla tua comunicazione.

Scopri il percorso:
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

17. Non essere troppo informale

Non devi essere un amico.

Devi essere un leader.

Autentico.
Presente.
Equilibrato.

18. Spegni il telefono

Controllare notifiche durante un colloquio distrugge la connessione.

Comunica disinteresse.

La tua presenza è il tuo strumento principale.

19. Non divagare

Mantieni la direzione.

La chiarezza rafforza la leadership.

La dispersione la indebolisce.

20. Dai seguito alle parole

Definisci i prossimi passi.

Scrivili.
Condividili.
Seguili.

La fiducia nasce dalla coerenza.

Il vero obiettivo di un colloquio individuale

Non è solo scambiare informazioni.

È costruire fiducia.
È rafforzare la relazione.
Sviluppare autonomia e responsabilità.

Quando un colloquio è condotto con presenza e consapevolezza, diventa uno strumento di leadership potente.

Quando è gestito con superficialità, diventa solo un incontro in più.

Le persone non ricordano tutto ciò che hai detto.

Ma – stanne certo – ricordano come si sono sentite davanti a te.

È lì che nasce — o si perde — la tua autorevolezza.

Parlare come un leader: l’approccio che fa tutta la differenza

parlare come un leader

Foto di Moose Photos da Pexels

Parlare come un leader.
La mentalità conta.
Fa la differenza.

Le parole sono importanti.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” le parole possono attrarre, ispirare e convincere ma anche allontanare, disorientare o annoiare.

Rendere il lavoro difficile o piacevole.
Elevare il tuo status o
danneggiare la tua reputazione.

Dipende da ciò che dici.
Da come lo dici.

Spesso, le parole che utilizzi o che non utilizzi la dicono lunga su di te. Leggi il post.

A meno che tu non sia un comunicatore particolarmente brillante,
limita la quantità delle tue parole.

Potresti non essere così interessante come pensi

Non appena comprendi il reale potere delle parole, cominci a prestare sempre maggiore attenzione al loro peso.

Poche parole ben indirizzate possono dare speranza dopo una sconfitta.
Alcune parole maldestre possono rovinare una vittoria.

Se dici “Avresti potuto fare di più” dopo che la persona ha dato il massimo, togli forza e causi scoramento.

Non puoi dare energia con parole negative.
Non puoi raggiungere il massimo potenziale se parli di debolezza.

La comunicazione efficace (parlare come un leader) è il primo passo verso il tuo successo.

Ecco alcune frasi che “cambiate” fanno tutta la differenza:

“È difficile”

“È un’opportunità”

“Come hai potuto farlo!”

“Come possiamo farlo meglio?”

“Ignoralo!”

“Affrontiamolo!”

“È difficile, non raggiungeremo mai questo obiettivo”

“È un’opportunità stimolante, chi è con me?”

POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non lo so”

“Chi lo sa?”

“Non hai ancora finito il progetto?”

“A che punto siamo con il progetto?”

“Hai un problema?”

“Come posso aiutarti?”

“Perché hai fatto quell’errore?”

“Parlami di quell’errore?”

PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO

Trovi spunti interessanti nei miei libri:
“Autorevolezza” , è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

“Perché non hai fatto …?”

“Quali altri approcci potresti prendere la prossima volta?”

“Perché sei sempre così oberato di lavoro?”

“Cosa puoi delegare ai tuoi colleghi?”

“Non possiamo, perché …”

“Che cosa possiamo fare?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Come possiamo semplificare?”

CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te

“Non ha importanza!”

“Quanto è importante?”

“Abbiamo sempre fatto in questo modo”

“Possiamo affrontarlo da una prospettiva diversa?”

“Mettiamolo nel cassetto”

“I tempi non sono ancora maturi. Mettiamolo in agenda tra un trimestre”

“È contro la nostra politica aziendale.”

“È contro la nostra politica aziendale. Puoi riformularlo in modo diverso?”


“È inutile. Ci abbiamo già provato”

“Ci abbiamo già provato. Come potremo riuscirci questa volta?”

“Non posso farlo”

“Penso che la soluzione migliore sia …”

” Non ti preoccupare” – “Stai tranquillo”

“Ti spiego perché non devi preoccuparti …” (esponendo fatti concreti)


“Non lo so”

“Dammi il tempo di controllare/verificare e ti ricontatto”

“(tu) Non lo hai spiegato bene”

“Faccio fatica (io) a comprendere completamente l’idea che stai condividendo”

“Capisci anche tu, adesso …”

“Mi sono spiegato bene?”

Discussione con un dipendente: ecco come fanno i grandi leader

discussione difficile con un dipendente

Le discussioni, il più delle volte, non hanno quasi mai bisogno di chiarire i fatti.

I fatti-sono-fatti.

Si tratta piuttosto di contrasti sulle percezioni, le interpretazioni o i valori che ognuno di noi attribuisce a quello che è/non è accaduto.

Pochi amano una conversazione difficile.
Ancora meno, la sanno gestire bene.

La maggioranza di noi “sa cosa dovrebbe fare” ma generalmente “non lo fa”.

Manca l’abitudine oppure si ha paura di come la conversazione girerà.

Magari il collaboratore la prende male.

Se poi è un dipendente-chiave (uno di quelli che se ti molla sono dolori) il rischio che diventi una questione anche “pericolosa” è molto alta.

La preparazione è fondamentale.

Se preparata bene la conversazione, avrà maggiori possibilità di essere produttiva.

Evitare la conversazione invece renderà solo più difficile la questione.

La tempestività è importante.
Più aspetti, più diventa difficile.

Ecco 8 spunti per una discussione con un dipendente o un collaboratore … proprio come farebbe un leader autorevole:

1. Fatti trovare pronto

Imposta il telefono su “silenzioso”.
Metti a “riposo” il tuo computer.

Rimuovi le barriere fisiche tra te e la persona.

Non “nasconderti” dietro lo schermo del laptop.

2. Arriva rapidamente al punto

Evita le chiacchiere.

Impara a esprimere la tua opinione in modo conciso e diretto. “C’è una questione che vorrei discutere con te.”

Smettila di girare in tondo e vai al punto.

È quello che penso di un qualsiasi manager con poche capacità di leadership.

Se hai organizzato un incontro faccia a faccia con il tuo collaboratore, dai al colloquio l’importanza che merita.

Non minimizzare il motivo dell’appuntamento.

3. Evita di sottolineare solo cosa-non-funziona

Non è importante cosa-dici, ma piuttosto come-lo-dici.

Non sono le parole che utilizzi, ma piuttosto il modo in cui lo dici che lascia un’impressione (positiva o negativa) sulla persona. Leggi il post.

Costruisci una relazione produttiva.
Le intenzioni positive sono la base per una discussione di successo.

Come detto prima, la preparazione è la chiave.

Non passare il 95% a spiegare cosa non va,
e solo il restante 5% su come farlo bene.

Pensa di più a ciò che vuoi, piuttosto ciò che non vuoi.

4. Discussione con un dipendente: non stare sulla difensiva

Se alzi le barriere difensive comunichi un intenso bisogno di proteggerti.

La difesa aumenta, anziché diminuire, le possibilità che qualcuno possa “attaccarti” ancora di più.

La difesa è una risposta debole, mentre la non-difesa comunica forza e fiducia.

Il primo passo è diventare consapevole di quando ti metti sulla difensiva.

Cerca di prestare attenzione.

  • Cosa ti ha fatto mettere sulla difensiva?
  • Come ti senti rispetto a quello che è stato detto/fatto?

5. Prepara piani di azione

Fai del tuo meglio per terminare la discussione ponendo domande.

Creando piani di azioni e rivelando le tue aspettative su ciò che vorresti vedere/accadere.

Indica il problema.
Porta un esempio.
Dichiara la tua intenzione positiva.

Chiedi:

  • “Come potresti migliorare in quest’area?”

Continua a seguire la persona, assicurati che segua quanto pianificato.

Se ha bisogno di supporto, fatti trovare.

Dopo una conversazione difficile,
cerca di resistere all’impulso di evitare la persona o di trattarla in modo diverso.

È fondamentale normalizzare (il prima possibile) le interazioni all’interno del tuo luogo di lavoro.

6. Discussione con un dipendente difficile: descrivi l’impatto del suo atteggiamento sbagliato

A volte siamo così coinvolti che trascuriamo le spiegazioni.

  • Qual è l’impatto del comportamento del tuo collaboratore?
  • Clienti insoddisfatti, calo di produttività?
  • Team nervoso, ambiente di lavoro in fibrillazione?

Descrivi il suo comportamento e l’impatto che ne consegue.

Offri il tuo aiuto.
Fatti trovare!

7. Crea possibili soluzioni al problema

È tempo di creare nuove possibilità/soluzioni che definiscano i nuovi comportamenti.

La ripetizione di vecchi comportamenti consolida solo il passato.

Il vecchio.

Aiuta il tuo collaboratore a trovare soluzioni.

Chiedi:

  • “Cosa potresti fare per creare nuove opzioni?
  • “Chi ti potrebbe aiutare/darti supporto?
  • “Cosa ti suggerirebbe un grande leader?”
  • “Se tu fossi di fronte a questa situazione, come/cosa faresti per risolverla?”

Dopo aver selezionato due o tre opzioni, chiedi:

  • Quale opzione/possibilità/soluzione vorresti sperimentare questa settimana?”

Se il tuo interlocutore dice “Cercherò di fare di più” chiedili:

  • “Cosa vuol dire per te concretamente di-più?”
  • “Dammi 1 o 2 possibilità/opzioni concrete che potrebbero migliorare questa situazione.”

In definitiva, l’unico modo per gestire in modo appropriato una discussione con un dipendente è … affrontarlo!

A volte, si evita una conversazione difficile perché ci si sente a disagio.

Purtroppo, stai solo ingrandendo il problema, prolungando l’ansia e potresti creare ancora più rancore e animosità.

Se vuoi apprendere come effettuare discussioni assertive con i tuoi collaboratori o dipendenti scopri il mio percorso di coaching.

Come diventare un leader: la presenza executive al telefono

come diventare un leader

Foto di Barbara Olsen da Pexels

Riceviamo e facciamo decine di telefonate ogni giorno sul lavoro.

La maggior parte appartiene alla normale routine: chiedere aggiornamenti, rispondere a richieste, contattare clienti, fissare appuntamenti.

Rispondiamo quasi in automatico,
senza prestare particolare attenzione alle parole o al modo in cui le pronunciamo.

Poi, però, arriva quella telefonata.

Il capo diretto.
Il CEO.
Un cliente importante che reclama.
Un colloquio di lavoro.
Un confronto delicato con un collaboratore.

All’improvviso cambia tutto.

Non perché cambino le parole, ma perché cambia il loro peso.

Ed è proprio qui che molti commettono un errore: pensano che una telefonata importante sia semplicemente una conversazione… senza vedersi.

In realtà è molto di più.

Al telefono perdi quasi tutti gli strumenti della comunicazione.

Non puoi contare sul contatto visivo,
sul sorriso,
sulla stretta di mano,
sulla postura,
sul linguaggio del corpo.

Rimane una sola cosa.
La tua voce.

Sarà la tua voce a trasmettere sicurezza oppure incertezza, calma oppure agitazione, competenza oppure improvvisazione.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la voce non accompagna il messaggio.

È il messaggio.

Ecco alcune strategie che hanno aiutato molti miei clienti a diventare più autorevoli durante le telefonate importanti.

1. Ricorda che il COME conta più del COSA

La voce è il veicolo che convince le persone ad ascoltarti e a prendere sul serio ciò che dici.

Gli studi mostrano che, durante una telefonata, gran parte dell’impressione che trasmetti nasce dal tono della voce, molto più che dalle parole utilizzate.

La prima domanda, quindi, non dovrebbe essere:

“Cosa dirò?”

Ma:

“Come voglio suonare?”

2. Registra la tua voce

Ascoltarti è spesso sorprendente.

Scoprirai se parli troppo velocemente, troppo piano oppure se riempi continuamente il discorso con:

  • “Ehm mm”
  • “Vero?”
  • “Effettivamente…”
  • “Praticamente…”
  • “Sicuramente…”

Sono dettagli che raramente notiamo mentre parliamo.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e rafforza la tua leadership comunicativa

3. Prepara la voce prima della telefonata

Se ti aspetta una chiamata importante, prepara anche la voce.

Bevi qualche sorso d’acqua.

Evita di mangiare subito prima.

Fai qualche semplice esercizio vocale.

Può sembrare un dettaglio, ma una voce rilassata comunica molta più sicurezza di una gola secca o affaticata.

4. Sorridi prima di rispondere

Un sorriso sincero si sente.

Anche se l’altra persona non può vederti.

I muscoli del viso si rilassano, la voce diventa più aperta e naturale, il tono più caldo.

Sorridere non migliora soltanto ciò che trasmetti.

Migliora anche come ti senti.

5. Cura la postura

È curioso.

Anche quando nessuno ti vede, il corpo continua a influenzare la voce.

Se puoi, alzati in piedi.

Oppure siediti con la schiena dritta.

Respirerai meglio, la voce sarà più piena e darai naturalmente maggiore energia alle parole.

Non accasciarti sulla sedia e non telefonare sdraiato sul divano.

L’interlocutore non vedrà la postura.
La sentirà
.

6. L’autorevolezza comincia dal “Pronto”

Evita risposte come:

“Sì?”

oppure

“Siiii … pronto?”

Rispondi con il tuo nome, pronunciato con tono chiaro e deciso.

Fin dai primi secondi comunichi ordine, presenza e professionalità.

7. Dedica tutta l’attenzione alla telefonata

Metti in silenzioso gli altri dispositivi.

Non leggere WhatsApp.
Non rispondere alle e-mail.

Evita il vivavoce quando possibile.

Chi è dall’altra parte percepisce immediatamente quando la sua telefonata compete con altre dieci cose.

Usa invece un buon auricolare o un microfono di qualità.

Anche piccoli rumori di fondo possono compromettere la qualità della conversazione.

8. Mostra che stai ascoltando

Piccoli segnali come:

  • “Sì.”
  • “Capisco.”
  • “Certo.”

aiutano l’altra persona a capire che sei presente senza interrompere il suo ragionamento.

Se temi di dimenticare qualcosa, annotala.

Non interrompere.

9. Come diventare un leader: varia il ritmo della voce

Una voce monotona spegne l’attenzione.
Una voce troppo veloce comunica ansia.

Quando arrivi a un concetto importante rallenta.

Fai respirare le parole.

Cambia leggermente ritmo e intensità.

Sono queste variazioni che aiutano il tuo interlocutore a ricordare ciò che conta davvero.

10. Prenditi il tempo per rispondere

Molti credono che rispondere subito sia segno di sicurezza.

Spesso è vero il contrario.

Una persona autorevole non teme qualche secondo di silenzio.

Se la domanda è delicata puoi dire tranquillamente:

“Mi dia un momento per riflettere.”

Raccogli prima i pensieri.

Poi parla.

11. Come diventare un leader: elimina gli “Ehmmm”

Gli intercalari continui trasmettono esitazione.

Se non riesci ancora a eliminarli, sostituiscili con pause oppure con parole più intenzionali come:

  • “Vediamo…”
  • “Ora…”
  • “Dunque…”

Sembrerai molto più sicuro.

12. Come diventare un leader? Impara a usare il silenzio

I migliori comunicatori non parlano continuamente.

Usano le pause.

Prima di un concetto importante.
Dopo un’affermazione significativa.

Il silenzio dà peso alle parole.

Permette all’altra persona di elaborarle.

E comunica sicurezza molto più di una risposta precipitosa.

Una telefonata importante non si gioca (solo) sulle parole.

Si gioca soprattutto sulla qualità della tua presenza.

Quando l’altra persona non può vederti, ascolta tutto quello che sei attraverso la tua voce.

Se impari a gestirla con calma, chiarezza e intenzionalità, non migliorerai soltanto le tue telefonate.

Rafforzerai la tua autorevolezza.

Ed è questo, molto spesso, che le persone ricordano di più.

Fare carriera oggi: devi essere aggressivo per emergere?

fare carriera oggi

Foto di Christian Supik + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

La tua collega “brilla” sempre?

Fa sembrare grandiosa ogni cosa che fa…
anche quando non lo è.

Gonfia risultati.
Si avvicina (strategicamente) alle persone che contano.
È sempre nei posti giusti, con le persone giuste.

E tu?

Preferisci:

  • fare bene il tuo lavoro
  • restare concreto
  • non sgomitare
  • non scavalcare nessuno

È una questione di stile.

Anche di correttezza.

Benissimo allora? Anche no.

Perché qualcosa inizia a muoversi dentro:

  • ti senti meno considerato
  • poco visibile
  • quasi… lasciato indietro

E allora la domanda arriva:
come si fa carriera oggi senza diventare arroganti?

Fare carriera oggi? Fare bene il lavoro non basta

Diciamolo chiaramente:

Il lavoro ben fatto NON viene automaticamente notato.

Figuriamoci premiato.

Se tieni la testa bassa:

  • diventa “normale”
  • viene dato per scontato
  • viene dimenticato

Non importa quanto sei bravo.

Il punto scomodo

Il tuo capo sa davvero:

  • cosa fai ogni giorno?
  • che risultati porti?
  • quale valore generi?

Nella maggior parte dei casi… no.

Autorevolezza ≠ arroganza

Come ho scritto nel mio libro
Autorevolezza” non serve essere egocentrici.

Ma piuttosto:

  • fiduciosi
  • assertivi
  • visibili

C’è una differenza enorme tra
vantarsi e comunicare il proprio valore.

Non devi essere aggressivo… ma nemmeno invisibile

Alcune persone si promuovono troppo:

  • irruenti
  • invadenti
  • arroganti

Altre fanno l’opposto:

  • esitano
  • si tirano indietro
  • aspettano

Entrambi gli estremi sono un problema.

Tu devi stare nel mezzo:
visibile, ma credibile.

Se non ti promuovi… qualcuno lo farà al posto tuo

È così che funziona.

Oggi le opportunità sono più limitate.

E se non alzi la mano…qualcun altro lo farà.

Se non ti viene naturale autopromuoverti (tranquillo, succede a molti):
almeno comunica:

  • cosa sai fare
  • cosa hai ottenuto
  • cosa hai risolto/evitato

Non è ego.
È chiarezza.

Un esempio concreto

Un mio cliente faceva sempre lo stesso errore:
nei briefing parlava solo di problemi.

Risultato?
Il management perdeva fiducia.

Ha cambiato approccio:

“Ieri abbiamo avuto un problema al sistema.
Ho individuato la causa.
Oggi provo A (e, se serve, B) per risolverlo.”

Problema + soluzione.

Risultato?
Maggiore fiducia.
Maggiore credibilità.

Come vieni percepito… cambia tutto

Se comunichi solo difficoltà:
sembri in difficoltà.

Quando comunichi anche soluzioni:
sembri una persona che sa gestire.

E questo fa tutta la differenza se vuoi fare carriera oggi.

Non confrontarti con chi “decolla”

Quel collega che sembra andare velocissimo…

  • forse è davvero bravo
  • forse è solo bravo a mostrarsi

Tu non hai la visione completa.

Guardare gli altri però ti distrae.

E ti logora.

Concentrati sulla tua:

  • qualità
  • costanza
  • crescita reale

Promuovere sé stessi (bene) è una competenza

Non c’è nulla di sbagliato nel farlo.

Finché:

  • dici la verità
  • resti coerente
  • non tradisci i tuoi valori

Non serve diventare qualcun altro.

Quando farlo (senza forzare)

Ci sono momenti giusti tipo:

  • revisioni periodiche
  • incontri one-to-one
  • aggiornamenti di progetto

Usali.

Parla di:

  • risultati
  • impatto
  • progressi

Non aspettarti che leggano nella tua mente

Errore comune:
“Se lavoro bene, se ne accorgeranno.”

Anche no.

La tua carriera è una tua responsabilità.

Se vuoi una promozione:
dichiaralo.

Se vuoi più responsabilità:
chiedile.

Vuoi crescere:
alza la mano.

A questo proposito, scopri i miei brevi percorsi di coaching mirato sulla carriera.

Conclusione

Non serve essere arroganti.

Ma non puoi neanche permetterti di essere invisibile.

Tra chi urla e chi tace…
emerge chi sa comunicare il proprio valore.

Renderlo visibile.

Con equilibrio.
Coerenza.
Autorevolezza.

Perché se non racconti il tuo valore…
qualcun altro lo farà al posto tuo.

10 modi in cui bravi manager dicono cose giuste nel modo sbagliato

comunicare da leader

Foto di Skyler Ewing da Pexels

Dire cose giuste non basta: se sbagli il modo, il messaggio cambia.

“Non è importante quello che dici, ma come lo dici.”

Probabilmente hai sentito questa frase decine di volte.

Eppure, sul lavoro, continuiamo a comportarci come se contassero soprattutto i contenuti.

Prepariamo argomentazioni impeccabili.
Cerchiamo le parole giuste.
Costruiamo ragionamenti logici.

Poi succede qualcosa di curioso.

L’altra persona si irrigidisce.
Si offende.
Va sulla difensiva.
Oppure interpreta il nostro intervento come un attacco.

E ci ritroviamo a pensare:

“Ma io avevo ragione.”

Probabilmente è vero.

Il problema è che, nelle relazioni professionali, avere ragione non significa necessariamente essere ascoltati.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” il modo in cui comunichi modifica il significato delle tue stesse parole.

Pensa a una canzone rap cantata nello slang di una grande metropoli americana.

Magari non comprendi quasi nulla del testo.

Eppure percepisci rabbia.
Riscatto.
Frustrazione.

Lo stesso accade con un’opera lirica.

Molte persone si emozionano profondamente senza comprenderne il significato letterale.

Il cervello interpreta molto più delle parole

Interpreta il tono.
Il ritmo.
L’intenzione.
L’energia.

Ed è esattamente ciò che succede anche in ufficio.

Puoi dire una cosa giusta e ottenere un effetto sbagliato.

Non perché il contenuto sia errato.

Ma perché il modo in cui arriva modifica completamente ciò che l’altra persona sente.

Ecco alcune situazioni nelle quali potresti perdere autorevolezza senza rendertene conto.

1. Le parole sono giuste, ma il linguaggio è sbagliato

Le parole possono costruire oppure chiudere una conversazione.

Per esempio:

  • “È un’idea pessima.”
  • “Non sono sicuro sia la soluzione migliore.”

Oppure:

  • “Non sono d’accordo.”
  • “La vedo in modo diverso.”

La differenza non è soltanto nella cortesia.

È nella disponibilità che lasci all’altro di continuare a pensare insieme a te.

Anche un feedback può cambiare completamente tono.

Piuttosto che dire:

  • “Ci sono errori nel report.”

prova:

  • “Possiamo guardare insieme questa parte? Ho notato qualcosa che merita un controllo.”

2. Il corpo smentisce la voce

La comunicazione non verbale arriva prima delle parole.

Braccia incrociate.
Sopracciglia aggrottate.
Occhi al cielo.
Testa che scuote continuamente.

Anche se stai dicendo qualcosa di sensato, il tuo corpo potrebbe comunicare:

  • “Sono qui per darti torto.”

3. Hai ragione, ma sembri aggressivo

Interrompi.
Parli sopra gli altri.
Punti il dito.
Mantieni uno sguardo inquisitore.

Il risultato?

Le persone smettono di ascoltare il contenuto e iniziano a difendersi dal tuo atteggiamento.

Se vuoi comunicare da leader non rinunciare alla fermezza.

Esprimila con calma.

4. Hai ragione, ma sembri sapere sempre tutto

Ci sono frasi che chiudono qualsiasi confronto.

Per esempio:

  • “Fossi in te…”
  • “Al tuo posto…”
  • “Devi capire che…”

Magari il consiglio è corretto.

Ma il modo in cui arriva comunica superiorità.

L’autorevolezza non ha bisogno di mettersi sopra.

5. Hai scelto la persona sbagliata

Esistono organizzazioni dove il dissenso viene accolto.

Altre nelle quali viene vissuto come un attacco personale.

Prima di parlare chiediti:

  • Chi ho davanti?
  • Il mio interlocutore desidera davvero confrontarsi oppure vuole soltanto conferme?

La diplomazia non consiste nel tacere.

Consiste nel capire come e quando dire la stessa cosa.

6. Sei troppo morbido… oppure troppo duro

Quando devi dire “no”, evita lunghi giri di parole.

Se ti giustifichi troppo, sembri insicuro.

Quando invece devi correggere qualcuno, evita l’effetto opposto.

Se vuoi comunicare da leader non serve affondare il coltello.

Parla del comportamento.
Non demolire la persona.

L’obiettivo non è avere l’ultima parola.

È migliorare la situazione.

7. Il tono cambia il significato

Puoi usare le parole perfette.

Se però il tono è:

  • stanco,
  • rumoroso,
  • monotono,
  • impaziente,

le persone ricorderanno quello.

Non il contenuto.

Ancora una volta la differenza la fa il come, non il cosa.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Hai parlato nel momento sbagliato

Anche una frase corretta può fare danni.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a una persona che ha appena dato tutto se stessa produce scoraggiamento, non crescita.

Prima di parlare chiediti:

  • È questo il momento giusto?
  • Oppure la persona, prima di tutto, ha bisogno di ritrovare equilibrio?

9. Correggi davanti agli altri

Quasi sempre è un errore.

Anche quando hai ragione.

Un feedback dato davanti al team rischia di trasformarsi in umiliazione.

Meglio un confronto privato.

L’unica eccezione è quando intervenire subito evita conseguenze importanti per tutto il gruppo.

10. Ti concentri solo sul contenuto

Molti cercano le parole giuste.

Pochi preparano il modo in cui le diranno.

Eppure è proprio lì che si gioca gran parte dell’autorevolezza.

Il tono.
La postura.
Le pause.
Il momento.
La relazione.

Tutto questo modifica il significato delle stesse identiche parole.

In conclusione… per comunicare da leader

Quando una conversazione va male, siamo portati a pensare:

  • “Forse ho detto la cosa sbagliata.”

A volte è vero.

Molto più spesso, però, hai detto la cosa giusta nel modo sbagliato.

Oppure alla persona sbagliata.
Oppure nel momento sbagliato.

Ricorda: l’autorevolezza non nasce soltanto da ciò che sai.

Come diventare leader: mostrare la presenza di un executive, anche se non lo sei

come diventare leader

Foto di The Lazy Artist Gallery da Pexels

Viviamo in un mondo del lavoro che non si ferma mai.

Telefonate.
Riunioni.
E-mail.
Chat.
Decisioni continue.

È diventato difficile trovare anche solo pochi minuti per raccogliere i pensieri, osservare con lucidità quello che sta accadendo e scegliere con calma la risposta migliore.

Eppure è proprio qui che potresti perdere autorevolezza.

Non perché manchi di competenza.

Perché reagisci troppo in fretta.

La fretta viene spesso confusa con efficienza.

In realtà, molto spesso, comunica il contrario: agitazione, pressione, bisogno di controllo.

La calma, invece, non rallenta il lavoro.

Rallenta solo ciò che rischia di farti sbagliare.

La calma è una forma di presenza

Se vuoi trasmettere autorevolezza, dovresti imparare a portare più calma nella tua vita quotidiana. Non soltanto al lavoro.

La presenza di un leader nasce da qui.

Non dalla voce più forte.
Non dal titolo.
Non dalla capacità di avere sempre una risposta.

Nasce dalla capacità di restare centrato mentre intorno tutto accelera.

Una persona calma comunica equilibrio.

Le persone percepiscono che sai governare prima di tutto te stesso.
Per questo tendono a fidarsi di te.

La calma diventa influenza

Questo è potere.

Non il potere dell’autorità.
Il potere della presenza.

Più impari a rallentare il modo in cui cammini, parli e pensi, maggiore sarà la sensazione di controllo che trasmetterai.

E prima ancora… che sentirai.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, la presenza da executive nasce molto prima delle parole.

Nasce da come entri in una stanza.

Da come occupi lo spazio.
Da come riesci a restare saldo quando gli altri perdono equilibrio.

Come diventare leader? Comincia dal tuo corpo

Il linguaggio del corpo influenza profondamente la tua presenza.

Molte persone lavorano sui contenuti.
Pochissime lavorano sul modo in cui li incarnano.

Prova a osservarti.

  • Hai spesso le braccia conserte?
  • Cammini troppo velocemente?
  • Ti muovi in modo nervoso?
  • Giocherelli continuamente con le mani?

Sono piccoli dettagli.
Ma comunicano moltissimo.

Una postura stabile, le spalle aperte, movimenti lenti e intenzionali trasmettono sicurezza prima ancora che tu inizi a parlare.

Mostrare i palmi delle tue mani comunica apertura.

Camminare con passi regolari comunica controllo.

Non avere fretta comunica fiducia.

Pensa a una pantera prima della caccia.

Non corre ovunque.

Si muove lentamente.
Con precisione.
Con assoluta consapevolezza della propria forza.

Il contatto visivo racconta chi sei

Guardare negli occhi le persone comunica fiducia.

Dice che sei presente.
Che stai ascoltando.
Che non hai bisogno di nasconderti.

Al contrario, evitare continuamente lo sguardo può farti apparire distratto, insicuro oppure poco trasparente.

Attenzione però anche all’eccesso.

Uno sguardo troppo intenso può trasformarsi facilmente in pressione o aggressività.

Come spesso accade nella leadership, non è questione di fare di più.

È questione di trovare la giusta misura.

Anche il tuo volto comunica prima delle parole

Stress.
Scadenze.
Imprevisti.
Pressione.

Tutto questo lascia tracce sul tuo viso.

A volte entri in ufficio senza essere arrabbiato.

Eppure il tuo volto racconta esattamente il contrario.

Un’espressione costantemente corrucciata allontana.
Un sorriso autentico, invece, suggerisce disponibilità, sicurezza e apertura.

Le persone non si fidano soltanto di ciò che dici.

Si fidano anche di ciò che vedono.

Mostrare le tue emozioni non significa perdere autorevolezza.

Significa risultare umano.

Naturalmente anche qui serve equilibrio.

Espressioni troppo teatrali rischiano di sembrare costruite.

L’obiettivo non è recitare.
È essere coerente.

La presenza comincia dal dialogo che hai con te stesso

La presenza da leader non riguarda soltanto il modo in cui gli altri ti percepiscono.

Comincia dal modo in cui tu percepisci te stesso.

Se pensi continuamente di non essere all’altezza, di dover dimostrare qualcosa oppure di non meritare quel posto al tavolo, il tuo corpo finirà per raccontarlo.

Prima ancora della tua voce.

Il dialogo interiore influenza profondamente il modo in cui lavori, comunichi e prendi decisioni.

Anche il respiro diventa un indicatore prezioso.

Quando accelera senza motivo, spesso è l’ansia che ha preso il comando.

E recuperare lucidità significa tornare a scegliere.

Non semplicemente reagire.

La presenza autorevole non consiste nel diventare qualcun altro

Questo è forse il fraintendimento più diffuso.

Molti pensano che avere presenza significhi imitare il dirigente carismatico, parlare con una voce più profonda o assumere atteggiamenti costruiti.

Non è così.

La presenza autorevole nasce quando smetti di recitare.

Quando diventi una versione più stabile, più consapevole e più intenzionale di te stesso.

Richiede allenamento.
Richiede pratica.
Il desiderio di migliorare continuamente.

Non di trasformarti in qualcun altro.

Se vuoi approfondire il tema della presenza autorevole puoi leggere il mio libro “Autorevolezza“.

Oppure scoprire come posso aiutarti attraverso un percorso di coaching dedicato a rafforzare il tuo carisma e la tua leadership con collaboratori e colleghi.

Ogni Nuovo Anno promettiamo di cambiare. Ma cambiamo davvero?

obiettivi 2022
Ogni nuovo anno promettiamo di cambiare. Forse dovremmo cambiare il modo in cui scegliamo di cambiare.

Ogni volta che comincia un nuovo anno succede la stessa cosa.

Facciamo progetti.
Scriviamo liste.
Promettiamo a noi stessi che questa sarà la volta buona.

Per qualche giorno ci sentiamo diversi. Più motivati. Più disciplinati. Più ottimisti.

Poi la vita ricomincia.

Le urgenze tornano.
Le vecchie abitudini riappaiono.
Le energie diminuiscono.

E molti buoni propositi spariscono in silenzio.

Le statistiche raccontano che buona parte di essi viene abbandonata già dopo poche settimane.

La spiegazione più semplice è dire che ci manca la forza di volontà.

Io non ne sono così convinto.

Forse il problema è un altro.

Forse chiediamo ai buoni propositi di fare un lavoro che dovrebbero fare le nostre abitudini.

Oppure pretendiamo di controllare un futuro che, per sua natura, non può essere controllato.

Ogni anno immaginiamo una strada perfettamente lineare.

La realtà, invece, ci presenta deviazioni, imprevisti, cambi di direzione.

Non è pessimismo.

È semplicemente la vita.

Per questo, negli ultimi anni, ho cambiato il modo di guardare agli obiettivi.

Non perché abbia smesso di credere nella crescita.

Ma perché ho imparato che la lucidità vale più dell’entusiasmo dei primi giorni di gennaio.

Queste sono le idee che provo a ricordare a me stesso.

Non scelgo buoni propositi. Scelgo intenzioni.

Un proposito contiene già un risultato.

Se non lo raggiungo, rischio di viverlo come un fallimento.

Un’intenzione è diversa.
Indica una direzione.

Per esempio:

  • “Desidero diventare più presente quando ascolto le persone.”
  • “Voglio imparare a fare domande migliori.”

Sono intenzioni che non dipendono dalle circostanze ma dal modo in cui decido di comportarmi.

Paradossalmente sono proprio quelle che, nel tempo, producono i cambiamenti più profondi.

Sostituisco le grandi aspettative con piccoli passi.

Le aspettative cercano di controllare il risultato.
Le intenzioni orientano il comportamento.

La differenza è enorme.

Non posso controllare quello che succederà nei prossimi mesi.

Posso però decidere come lavorerò oggi.
Posso scegliere il prossimo passo.

Ed è quasi sempre sufficiente.

Non ho bisogno di vedere tutta la strada.

Mi basta vedere il tratto successivo.

La chiarezza arriva camminando.

Molti aspettano di avere tutto chiaro prima di partire.

Quasi mai funziona così.

La chiarezza non precede l’azione.
La segue.

È come percorrere un vialetto illuminato da piccoli faretti che si accendono soltanto quando fai un passo avanti.

Non vedi il traguardo.

Vedi abbastanza per continuare.

Ogni decisione presa con consapevolezza illumina quella successiva.

Anche nel lavoro succede così.

Puoi trovare qualche spunto anche nel mio libro “Autorevolezza“, dove approfondisco il rapporto tra consapevolezza, decisioni e leadership.

Non rinuncio ai miei progetti. Li metto in pausa quando serve.

Abbiamo l’abitudine di pensare che esistano solo due possibilità:

  • andare avanti;
  • rinunciare.

In realtà ne esiste una terza.

Aspettare il momento giusto.

Ci sono periodi nei quali insistere significa solo consumare energie.

Mettere un progetto in stand-by non significa abbandonarlo.

Significa proteggerlo.

Quando arriveranno condizioni migliori, potrai riprenderlo con maggiore forza.

Cerco di affrontare subito ciò che mi mette a disagio

Le cose difficili tendono a peggiorare mentre aspettiamo.

Una telefonata rimandata.
Un confronto evitato.
Una decisione lasciata in sospeso.

Il problema raramente rimane uguale.

Quasi sempre cresce.

I leader autorevoli non eliminano le difficoltà.

Le affrontano prima che diventino troppo grandi.

Preferisco obiettivi vicini a obiettivi lontani.

Gli obiettivi molto ambiziosi sono affascinanti.

Ma possono anche diventare paralizzanti.

Preferisco chiedermi:

  • Cosa posso realizzare questa settimana?
  • Qual è il passo più utile oggi?

Ogni piccolo progresso alimenta motivazione.

La motivazione, invece, raramente nasce aspettando un grande risultato.

Proteggo la mia attenzione.

Viviamo immersi in un flusso continuo di informazioni.

Notizie.
Opinioni.
Allarmi.
Aggiornamenti.

Ho davvero bisogno di sapere tutto?

Oppure mi basta comprendere ciò che è davvero utile?

L’attenzione è una risorsa limitata.

Preferisco investirla sulle soluzioni piuttosto che alimentare continuamente le preoccupazioni.

Alla fine conta soprattutto una domanda.

Non:

  • “Che cosa succederà?”

Ma:

  • “Come risponderò a quello che succederà?”

Questa domanda cambia completamente prospettiva.

Non elimina l’incertezza.

Restituisce però qualcosa di molto prezioso.

La responsabilità.

Perché il futuro non dipenderà soltanto dagli eventi.

Dipenderà soprattutto dalla lucidità con cui saprò leggerli, interpretarli e affrontarli.

Ed è questa, oggi, l’intenzione che considero più importante di tutte.