Come gestire con efficacia un collaboratore non professionale

collaboratore non professionale
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team, poco importa.

Sicuramente conosci la complessità di dover convivere con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

È un compito spesso difficile.

Soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore mostra un comportamento poco professionale.

Ma cosa vuol dire, concretamente, non professionalità?

La non-professionalità ha molte facce.

Si va dal ritardo abituale alle assenze continuate.
Dal molestare o criticare i colleghi al mettere zizzania nel team.

Dal “gossippare” in ufficio al portare costantemente i problemi personali sul lavoro.

Poi ci sono altri segnali:
abbigliamento trascurato,
comunicazione poco consona,
informazioni false,
furto.

Insomma, gli esempi non mancano.

Il comportamento non professionale di un collaboratore dovrebbe essere affrontato il più rapidamente possibile.

Non è solo un problema per te.

Un collaboratore poco professionale può diventare un fattore destabilizzante per tutto il team, creando tensioni e malumori tra gli altri dipendenti.

Se non intervieni — per debolezza, quieto vivere o convenienza — il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto.

E questo ha conseguenze rapide su motivazione,
performance,
risultati.

Ecco quindi 6 passi per affrontare con successo un collaboratore poco professionale.

1. Documentare i comportamenti non professionali

È importante documentare con precisione tutti i comportamenti errati.

Segna:

  • data e ora
  • descrizione dell’accaduto
  • persone coinvolte

Comprovare con accuratezza i comportamenti scorretti è fondamentale.

In questo modo il collaboratore non potrà eludere o contraddire i fatti sostenendo che le informazioni siano vaghe o imprecise.

Anche (e soprattutto) se la tua azienda è piccola, documentare i fatti dà maggiore incisività e ufficialità alle tue parole.

2. Incontrare il collaboratore

Incontra personalmente il collaboratore lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Prima dell’incontro prenditi qualche minuto.

Respira profondamente.
Rilassati.
Sciogli la tensione dal viso.

Ti servirà.

Durante l’incontro metti in chiaro che il suo comportamento è diventato un problema che interferisce con il buon andamento del lavoro.

3. Fare esempi specifici

Porta uno o due episodi concreti in cui il comportamento del collaboratore ha influenzato negativamente il lavoro o l’immagine dell’azienda.

Evita frasi generiche come:

“Hai un atteggiamento poco professionale.”
“Hai sbagliato.”

La critica deve essere specifica.

Spiega chiaramente:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando

Descrivi azioni,
comportamenti
e parole.

Evita etichette o giudizi personali come:

  • arrogante
  • egoista
  • presuntuoso.

Concentrati sulle azioni, non sulla persona.

Non toccare l’autostima del collaboratore: un passo falso può danneggiare il rapporto per sempre.

4. Ascoltare e permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegare la propria versione dei fatti.

Ascolta senza giudicare.

Se un collaboratore ha avuto un comportamento poco professionale, non dargli la possibilità di difendersi sarebbe altrettanto poco professionale.

Spiega i tuoi punti, ma non interrompere il tuo interlocutore mentre espone le sue giustificazioni.
Anche se non sei d’accordo.

Interrompere porta solo a inasprire il dialogo.

Questo momento è anche un’occasione per imparare a dare critiche costruttive, bilanciando garbo e autorità.

Così aumenterai rispetto, credibilità e produttività nel team.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato possono aiutarti a comprendere meglio le dinamiche, ritrovare più calma e impostare una strategia efficace.

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5. Chiedere di cambiare approccio

Dopo aver chiarito che il comportamento non è accettabile, chiedi un cambiamento concreto.

Sii molto preciso.

Spiega quali comportamenti devono cambiare e quali azioni non sono più tollerabili.

Il collaboratore deve sapere esattamente cosa ci si aspetta da lui.

Informalo anche che, se non si noteranno miglioramenti, sarai costretto a prendere provvedimenti.

6. Fare una richiesta perentoria

Un periodo di prova può essere una soluzione ragionevole.

Definisci chiaramente che dopo un certo tempo vi incontrerete di nuovo.

Se l’atteggiamento non sarà migliorato, potrebbero essere presi provvedimenti seri, fino al licenziamento.

È importante che ogni passaggio sia pianificato e gestito correttamente, anche per evitare problemi legali per te e per l’azienda.

Il tuo obiettivo deve essere aiutare il collaboratore a “rientrare” nel team.

Ma, alla fine, potresti dover prendere decisioni difficili per il bene del gruppo e della tua organizzazione.

Questi suggerimenti non sono una guida da seguire alla lettera

Sono spunti di riflessione.

I rapporti professionali — proprio come quelli personali — sono complessi.

Non esistono regole valide in ogni situazione.

Ogni caso va contestualizzato e adattato:
all’azienda,
alla situazione,
alla tua personalità
e a quella del tuo collaboratore.

Gestire un collaboratore poco professionale non è mai piacevole.

Ma ignorare il problema è quasi sempre la scelta peggiore.

La leadership richiede anche questo:
affrontare le situazioni scomode con chiarezza,
rispetto
e responsabilità.

Perché un team funziona davvero solo quando le regole sono chiare per tutti.

Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo

crescere il team

Immagina una bimba di 4-5 anni impegnata a cercare di legarsi le scarpette da sola.
In questa fase dello sviluppo manuale e mentale, vuole essere in grado di vestirsi da solo, completamente.

È un buon segno.
Imparare a legarsi da sola le scarpette però non è così facile, non riesce, si agita, è insoddisfatta.
Frustrata.

Qual è il tuo istinto?
Vuoi aiutarla?

Se è testarda, dirà “No, lo faccio da sola” ma poi se non ci riesce e la sua frustrazione diventa troppo alta, a quel punto … la bimba accetta l’aiuto della mamma.

Vuoi far crescere il team? Non aiutarlo

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Spesso il modo migliore per aiutare è non aiutare (almeno non troppo presto).

I leader si sentono in dovere di risolvere i problemi.
Tendono a essere per il team un comodo sgabello anziché una stampella.
I leader possono far crescere il team, aiutare i collaboratori a raggiungere standard più elevati “non-aiutando”.

Aiutare troppo o troppo presto crea “dipendenza”

Quando un tuo collaboratore o dipendente chiede il tuo aiuto o il tuo intervento, spesso quello che desidera (consciamente o inconsciamente) è “scaricare” a te il suo problema.

Nel momento in cui il problema “passa di mano”, non ha più bisogno del tuo aiuto.
Non ha più il problema.
Adesso l’hai tu.

Se sei troppo ansioso “di aiutare”, sarai oberato e sopraffatto di lavoro perché sei “sempre troppo dannatamente utile”.

Se dai sempre la soluzione “pronta e subito” … si formerà la fila alla porta del tuo ufficio!

Non aiutare chi può aiutare se stesso

Se vuoi far crescere le persone, se desideri che veramente imparino,
lasciali risolvere il problema da soli.

Non-aiutare, vuol dire permettere alla persona di costruirsi la capacità, la competenza e la fiducia in se stesso. Le persone di solito possono superare maggior parte dei problemi quando hanno fiducia in se stessi.

Quando vedi che la persona sta progredendo, sta crescendo è il momento di fare un passo indietro e lasciarla fare i prossimi passi per conto proprio.
Proprio come un bambino.

Aiutare troppo può riflettere un tuo bisogno malsano

 


 

Bisogno di sentirti importante.
Bisogno di sentirti ricercato.
Di sentirti indispensabile. Utile.
Bisogno di sentirti “quello che sa”.

Ego.
Solo ego.

Riesci a resistere all’impulso di aiutare-troppo o troppo-presto?
Spesso non-aiutare è più utile di aiutare.

Aiutare troppo indebolisce il team

La sconfitta brucia.
Però apre il cuore e la mente.

Anche la frustrazione brucia.
Però rafforza e crea energia.

Non arrivare subito con le soluzioni.
Soprattutto quelle facili.
Lascia i tuoi collaboratori “a bagnomaria” per un po’ con le loro complicazioni e le loro frustrazioni.

L’importante è monitorare la frustrazione.
Livelli accettabili di frustrazione sviluppano l’attenzione e motivano al cambiamento.

Troppa frustrazione genera conflitto e paralisi.
A questo punto, intervieni.

 
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Non aiutare vuol dire aiutare di più

“Una mano, anche vuota, a volte è di grande aiuto.”
Jean Ethier-Blais

Spesso aiutiamo troppo presto.
Altre volte aiutiamo troppo, diamo soluzioni pronte.
L’intento è nobile ma il metodo è inefficace.

Non aiutare non ti rende distante, distaccato o indifferente.
Anzi.
Restare “dietro le quinte” … aspettare … esprime rispetto.
Vuol dire “mi fido di te”.
Mi fido nelle tue possibilità.

Non aiutare non è una scusa per non dare supporto

Non aiutare non vuol dire fregarsene.
Liberarsi delle responsabilità.
Lasciare i collaboratori soli, non offrire sostegno.

L’obiettivo deve essere sempre lo sviluppo dei tuoi collaboratori.
Far crescere il team.

Sei il leader del tuo team.
Fai sentire che ci sei, dai appoggio e aiuto.
Sostieni e incoraggia costantemente, fai sentire che sei un capo attento.
Discreto, rispettoso e vigile.

crescere il team

Come tirare fuori il meglio dal collaboratore timido o introverso

collaboratore timido

Quando ero adolescente (timido e introverso), avevo smesso di “dichiarare” ai miei amici il mio interesse verso qualche ragazza per la paura di dover essere “pressato all’azione”.

Quando mi scappava un complimento, gli inviti e le spinte degli amici di “attaccare” avevano solo il potere di paralizzarmi ancor di più. “Ma dai!”, “Forza, al limite ti dice di no”, “ Adesso o mai più”, “Se perdi quest’occasione, non la vedrai più”, queste frasi (anziché spronarmi) m’inchiodavano sempre più alla sedia.

L’insicurezza è imbarazzante, paralizzante e invalidante.

Lo sapevo bene.

Tutto quello che chiedevo, è … di non essere pressato e di avere il tempo di “prepararmi” prima di “buttarmi”.

Così diventa facile capire qual è la prima regola per tirare fuori il meglio dai collaboratori timidi o insicuri:

1. Non pressare un collaboratore timido

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Il modo più naturale per “motivare” una persona all’azione suona più o meno così “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!

In realtà, le esortazioni non aiutano i timidi a diventare coraggiosi.
Anzi.
Ci sono persone che amano guardare … prima di saltare!

È importante lasciare ai tuoi collaboratori timidi il tempo per pensare e raccogliere i pensieri.
Otterrai, in cambio, idee e soluzioni.

2. Rispettare i confini

Le persone tranquille tendono ad avere confini più forti e rigorosi.

Non si sentono a loro agio di fronte a persone che non conoscono o gruppi numerosi, non fare telefonate difficili o comunicare cattive notizie con un cliente o un capo.

Quando sono spinte, a oltrepassare la linea della loro zona di comfort (senza essere pronti), è facile che diventino emotivi, agitati e turbati.

Quando questo accade, è meglio fare un passo indietro e rispettare “i confini” piuttosto che spingere e rischiare di perdere un valido collaboratore.

3. Ascoltare attivamente

La maggior parte delle persone introverse non sono brave ad auto-promoversi. Preferiscono che sia il lavoro a parlare per loro. E spesso lo fanno anche molto bene.

Il primo incoraggiamento che possiamo dare alle persone timide è quello di essere “presenti”, fare una domanda, smettere di parlare e … ascoltare con la massima attenzione.
 


 

Pianificare incontri periodici uno a uno che permetteranno di costruire una relazione più stretta. Grazie al clima di fiducia, il collaboratore si sentirà a suo agio e incoraggiato ad aprirsi. Spronalo a esprimere i suoi punti di forza, il lavoro che più li piace e le aree in cui vorrebbe migliorare.

4. Chiedere “Come posso aiutarti”?

Un collaboratore insicuro può bruciare un sacco di tempo ed energia “girando in tondo” chiedendo cosa-fare e come-fare. A volte, è talmente assorbito da un compito, così concentrato su dettagli e rifiniture da rendere la mansione più complicata di quel che è.

È importante rompere quel blocco mentale, aiutarlo a passare dal pensiero all’azione, identificare quello che è più utile, piuttosto che concentrarsi su “quello che manca”.

Chiedi di cosa ha bisogno per andare avanti ed essere più efficiente.

“Cosa ti serve?”
“Più tempo? Più spazio?”
“Il supporto di un altro collaboratore?”
“Un corso specifico per una determinata competenza?”
“Come può essere più facile/semplice questo lavoro/progetto?”

5. Collaboratori timidi preferiscono email

E tutte le forme di comunicazione che permettano loro di lavorare con calma e di evitare la “pressione”.

Come pensi che reagisca il tuo collaboratore timido se li fai una domanda inaspettata o una richiesta a bruciapelo?

Ferma.
Non è incapace. Serve solo un po’ di tempo.

Non pensare che questa idea del “dare il tempo” non permette al collaboratore timido di lavorare in un ambiente frenetico e convulso.
Sa adattarsi, anche bene.
Deve solo prendere le “misure”.

 
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6. Credere nelle persone

Se non credi nelle persone, limiti il loro potenziale.

Uccidi la speranza.

Il tuo collaboratore timido deve sapere che sei dalla sua parte
.
Celebra lo sforzo, riconosci il progresso, trasmetti fiducia.

Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita

I leader che ispirano speranza “fanno volare” i loro team.
Senza cuore invece, “costruisci” ambienti indifferenti.

È importante sottolineare che questi suggerimenti per la gestione di persone timide non sono una forma di “coccole”.

Questi sono semplicemente accorgimenti che i datori di lavoro e i manager possono utilizzare per gestire al meglio alcuni collaboratori, i cui talenti e punti di forza possono portare grandi vantaggi a tutto il team e alla tua attività o azienda. Se desideri approfondire, ecco il personal coaching per la gestione del tuo team.

Non sai (ancora) cosa è esattamente il coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

9 ragioni per preferire incontri faccia faccia con i collaboratori

faccia faccia

I progressi tecnologici (e-mail, instant messaging, skype, social networking, ecc.) hanno creato alternative comunicative più flessibili, veloci ed efficaci soprattutto se relazionate a fattori come distanza e tempo.

La comunicazione faccia faccia tuttavia non deve essere trascurata.

Anzi.

Ecco 9 buone ragioni per preferire incontri faccia faccia con i tuoi collaboratori:

1. Le persone preferiscono esperienze dirette

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Quello che le persone desiderano più di ogni altra cosa è contatto autentico.

Oggi il valore aggiunto non è quasi mai quello che “viene detto” (ci sono un sacco di opportunità per i collaboratori di leggere attentamente messaggi, report e resoconti).

Che cosa conta di più?

Il modo in cui “accogli” le persone, come ti “approcci”, come interagisci, come rispondi alle domande, la tua postura, … anche il vestito che indossi, perfino il profumo che “hai scelto”.

I tuoi collaboratori sono lì e … “bevono ogni cosa”.

Attentamente.

2. Le persone apprezzano l’impegno

I tuoi collaboratori o dipendenti sanno che sei occupato e hai poco tempo a disposizione.
Ecco perché apprezzano il tuo sforzo, sanno che ti sei “ritagliato” del tempo per incontrarli.

3. Limitare l’uso eccessivo della mail

L’uso eccessivo della posta elettronica può portare, col tempo, a interazioni personali aride, sterili, “senz’anima” che causano sentimenti d’isolamento e la pericolosa sensazione di essere disconnessi dal resto.

Gli incontri uno a uno offrono la possibilità di ristabilire il contatto umano.

4. Comprendere meglio le reazioni

Solo un incontro faccia faccia ti offre la possibilità di osservare il linguaggio del corpo degli altri.
 


 

Questi gesti o segnali di comunicazione aggiuntivi (di reazione alle nostre parole) possono fornirti spunti per comprendere al meglio le prospettive, il “non detto” dei tuoi collaboratori o dipendenti. La capacità di osservare le reazioni delle parti coinvolte è spesso un fattore chiave per il successo dei negoziati.

5. Sviluppare rapporti e coesione di team

I rapporti di lavoro e di coesione di squadra migliorano quando ci sono interazioni individuali.

Queste relazioni interpersonali si costruiscono mediante una serie di segnali di comunicazione. Una pacca di apprezzamento sincero sulla spalla del tuo collaboratore vale più di 1000 parole!

6. Fornire info su cambiamenti e modifiche

Gli incontri faccia faccia permettono di spiegare (al meglio) le ragioni di una decisione, illustrare un’informazione complessa, comunicare modifiche imminenti, fornire informazioni rilevanti e ricevere feedback da parte dei tuoi collaboratori.

Se gestiti in modo mirato, efficace e tempestivo, queste sessioni faccia a faccia possono ridurre il rischio d’incomprensioni, malintesi o disinformazione, mettere a tacere le pericolose “voci di corridoio”.

7. Prevenire, risolvere incomprensioni e conflitti

Le comunicazioni faccia faccia ti offrono l’opportunità (osservando i segnali non verbali del corpo) di regolare il tuo comportamento, chiarire l’intenzione, evitare errori di comunicazione o incomprensione nonché prevenire e risolvere conflitti sul lavoro.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

8. Gestire una valutazione di un collaboratore

L’incontro per la valutazione delle prestazioni, se gestito bene, può migliorare la performance di un collaboratore e aiutarlo a raggiungere gli obiettivi desiderati.

Le comunicazioni faccia faccia offrono anche l’opportunità di gestire un collaboratore che sta ricevendo un feedback negativo, un richiamo o un provvedimento disciplinare. Il lavoratore deve avere la possibilità di difendersi e di far valere la sua opinione personalmente (via mail è più veloce e più diretta ma la valutazione si fa oralmente, guardandosi negli occhi).

Se gestito in modo obiettivo e professionale, un incontro disciplinare faccia a faccia può disinnescare emozioni negative, evitare incomprensioni che possono essere ostacoli al cambiamento. Il tempo investito può produrre benefici sia per il lavoratore che per l’azienda.

9. Scambiarsi informazioni riservate

Le comunicazioni individuali permettono di stabilire parametri e determinare un adeguato processo di condivisione delle informazioni riservate.

Investire negli incontri individuali

Le sessioni più efficaci sono quelle quando “scendi in campo” in prima persona e incontri i tuoi collaboratori o i dipendenti faccia a faccia.

Gli incontri uno a unofanno sangue”.

Se vuoi migliorare notevolmente la tua comunicazione, investi nell’individuale.
Investi nel personal coaching.

11 spunti per gestire con successo i collaboratori più giovani

collaboratori giovani

Come ogni generazione che si affaccia alla ribalta, i giovani d’oggi sono tanto criticati e bistrattati … ma anche spesso fraintesi.

“Faccio” personal coaching (anche) con i giovani … è vero sono egocentrici, irriverenti, insolenti, sfacciati, comunicano tantissimo, troppo e male. Ma sono anche creativi, intelligenti, smart, tolleranti, entusiasti, “attaccati” ai valori della famiglia, della comunità e dell’ambiente.

I collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano. Ecco 11 spunti che dovresti prendere in considerazione, quando un collaboratore giovane o giovanissimo si “affaccia” nella tua azienda o nel tuo team:

1. Lasciare libera espressione

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Nel Mercato di oggi si parla tanto di differenziazione, personalizzazione, distinzione …
Bene. Eccoci accontentati.

Quella attuale, è una generazione che celebra (almeno negli intenti) l’auto-espressione e la diversità.
I giovani di oggi vogliono distinguersi.

Vogliono che la loro individualità s’intraveda, anche quando gli è richiesto un apporto costante di servizio e di performance.

Andiamo aldilà delle loro creste, felpe e tatuaggi, scaviamo un pò più in profondità e cerchiamo il valore aggiunto che i collaboratori più giovani ci possono dare.

2. Via libera al multitasking

Ricordiamoci che i nostri giovani possono praticare il multitasking meglio di qualsiasi altra generazione prima di loro.

Infatti, per me (che sono multitasking-zero) rimarrà un mistero come possano giocare, scrivere un messaggio, risponderti e divertirsi … allo stesso tempo!

3. Lasciare usare i cellulari sul posto di lavoro

Sono nati con un dispositivo mobile in mano.
Prendiamone atto (nel limite del buon senso).

Se non causa un problema di sicurezza, lasciamoli usare i loro telefoni (almeno durante le pause di lavoro) … saranno sicuramente più produttivi, se non limitiamo la loro forma naturale di comunicazione.
 


 

Inoltre, anziché ostacolare e boicottare l’uso dei cellulari, forse è più interessante appassionare i collaboratori più giovani facendoli diventare social-ambasciatori della tua attività o coinvolgendo i tuoi clienti (utilizzando Twitter, Instagram, Facebook, ecc.).

Nessuno sa utilizzare i social meglio di loro.

4. Dare feedback costruttivi

I giovani d’oggi, più di qualsiasi altra generazione precedente, hanno bisogno di feedback inerenti alle loro prestazioni.

Hanno bisogno di sapere che stanno-facendo-bene.

Se li vedi fare bene qualcosa, fermati, spiegali cosa hai osservato e perché è importante.

Troppo spesso, tutto quello che ricevono, sono rimproveri generici, critiche non costruttive e richiami per compiti mal eseguiti.

5. Definire le reciproche aspettative

Per molti giovani e giovanissimi il lavoro è solo “qualcosa da fare nel fine settimana” per guadagnare i soldi per divertirsi o comprare felpe o elettronica.

Se speri di far brillare i loro occhi parlando di promozioni, percorsi di carriera, salita di scale aziendali … forse stai sprecando tempo.

Forse dicendo “Capisco che questo non è il lavoro della tua vita, ecco quello che mi aspetto da te … ” vedrai che saranno più propensi a rispondere e interagire.

 
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6. Evitare slogan o prediche

Meglio evitare tutte quelle esortazioni al lavoro, il classico consiglio “dello – zio” o slogan motivazionali presi in prestito dalla Rete. Gli slogan non sono inutili ma in questo contesto possono essere quasi controproducenti.

Anche le prediche, non sono solo controindicate perché contribuiscono a colpevolizzare una persona ma sono anche perfettamente inutili. Non giudicare e non confrontare i giovani di oggi a quando avevi tu 20 anni.

Evitare l’atteggiamento del “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Quando ero giovane io…”, “Voi giovani di oggi …”.

Che palle!

7. Non mortificare

Lo stile mortificatore è quello in assoluto meno indicato per scuotere e motivare un giovane. Può avere (forse) un effetto nell’immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

Non sorprenderti se poi di colpo … sparisce, e non lo vedi più.

8. Coltivare un clima positivo

Per i giovani, il posto di lavoro deve essere anche divertente e positivo.

Vogliono fare amicizia con gli altri colleghi, andare a pranzo insieme, ridere e scherzare durante le ore di lavoro ed essere coinvolti negli eventi aziendali.

I giovani dipendenti, anche se lavorano tanto, generalmente non sono maniaci del lavoro. Riempiono la loro vita con molte altre attività, sport, gruppi sociali, le classi, gli amici. Casa, la famiglia e gli amici sono spesso le prime priorità.

È facile immaginare che possono essere facilmente annoiati da compiti banali e di routine. Un ambiente di lavoro monotono, grave e pesante non tratterrà i giovani collaboratori per molto tempo.

 
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9. Il rispetto deve essere “guadagnato”

È un falso mito che i giovani d’oggi non rispettano l’autorità.

Non rispettano l’autorità “in quanto tale“.

La stima deve essere guadagnata “sul campo”.

Il capo, manager o titolare deve essere meritevole di rispetto e lealtà. Se li rispetti, rispetti i loro interessi, in cambio ti stimeranno e ti apprezzeranno. Infatti, la fedeltà dei più giovani, una volta guadagnata, è di lunga durata.

L’insoddisfazione per il capo o il superiore è il motivo principale d’abbandono dell’azienda o del lavoro.

10. Evitare di essere troppo fiendly

Vuoi dimostrare di non essere il “solito” capo direttivo e serioso, vuoi essere alla mano, un superiore cui piace condividere informazioni, compreso i commenti e le foto su Fb?

Niente di male ma attenzione che questo è un terreno scivoloso.

Infatti, un po’ alla volta, si costruisce così un rapporto d’amicizia, in cui è facile mescolare la confidenza con la parità di ruolo e confondere un rapporto professionale con una vera e propria amicizia.

11. Il capo come guida

I giovani desiderano imparare, vogliono un’esperienza espressiva.

Per questo ambiscono a un capo o un superiore che sia vicino, attento e consapevole.

Hanno bisogno di una guida … un mentore. Non è più sufficiente assumere le persone giuste e mostrare loro la strada, devi essere la persona giusta per “conquistare” il loro affetto e la loro stima.

Il capo per i più giovani deve essere una figura di forte di riferimento, “uno” su cui poter contare e fidarsi. Devono sentirsi bene, “sentire il potere” ma anche poter venire da te per qualsiasi cosa.

Essere autorevole ma non autoritario.
Una persona di polso, con un pugno avvolto in un guanto di velluto.

Collaboratori giovani? Investimento di tempo ed energia

Come vedi i modelli che circondano i collaboratori giovani non sono sempre quello che sembrano.

Anche se pensi che piercing e tatuaggi non siano professionali, ricorda che se stai gestendo uno staff collaboratori giovani, devi consapevolizzare che portano energia ed entusiasmo ma ti richiedono un grande investimento di tempo, attenzione ed energia.

In bocca al lupo!

Scopri il “mio” coaching per la gestione del team.
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai ancora fatto il primo passo?
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Come gestire con efficacia un collaboratore arrogante

arrogante
Che tu sia proprietario di una piccola impresa,
un manager di una grande azienda
oppure il responsabile di un piccolo team
poco importa…

conosci bene la complessità di dover “convivere” con personalità molto diverse.

È un compito già impegnativo di per sé,
ma diventa particolarmente difficile
quando un tuo collaboratore ha una personalità narcisistica e arrogante.

Il collaboratore arrogante è un problema (per tutti)

Non è solo una complicazione per te.

Il collaboratore arrogante e supponente può diventare
un elemento destabilizzante per l’intero team,
creando malumori,
tensioni,
conflitti.

Le persone finiscono per discutere (o litigare).

E no,
non è un tipetto facile.

Dimostra poca sensibilità,
usa spesso un linguaggio scurrile,
manca di tatto.

Cerca di dominare e controllare gli altri,
soprattutto quando tu non ci sei.

Molti arroganti credono di essere affascinanti.
In realtà, non lo sono.

Dietro l’arroganza, spesso,
si nasconde una grande vulnerabilità
e un disperato bisogno di apparire indispensabili.

Una cosa è certa …

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza
— ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —

trattare con un collaboratore arrogante
richiede pazienza
e una grande quantità di autocontrollo.

Conviene chiudere un occhio
davanti alla presunzione del collaboratore che “fa la star”?

Dipende.

Quando me lo chiedono,
rispondo (come coach) con altre domande:

  • Quanto tempo ti porta via questa persona?
  • Sei più focalizzato su lui/lei che sullo tuo prodotto, servizio o clienti?
  • Per ridurre l’attrito nel team stai consumando la tua risorsa più preziosa… il tempo?

Prestazioni alte ≠ comportamento accettabile

Molti collaboratori arroganti hanno prestazioni medie.
Alcuni, invece, sono eccellenti.

È facile essere severi con i “medi”
e indulgenti con i “brillanti”.

Ci sta.

Ma attenzione:
il loro comportamento può diventare tossico per il team.

Se non intervieni,
se ignori l’arroganza per convenienza o debolezza,
rischi di apparire come un capo debole o ingiusto.

E, col tempo,
potresti fare più danni dell’arrogante stesso.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione,
serve metodo, non istinto.

Ecco 10 spunti per gestire un collaboratore arrogante:

1. Accetta che serviranno tempo ed energie

Quanta voglia hai di affrontare il tuo collaboratore arrogante?
Poca di sicuro,
non ho dubbi!

Se stai sperando che “prima o poi capirà”…
mi spiace.

Non accadrà.

L’arroganza è una caratteristica radicata.
Può migliorare,
ma non sparirà in una notte.

2. Non reagire con emotività

L’emozionalità è una cattiva consigliera.

Se non sei “pronto” a gestire le tue emozioni,
aspetta.

Meglio rimandare
che compromettere definitivamente il rapporto.

Non vedere i collaboratori difficili come ostacoli,
ma come occasioni per crescere come leader.

3. Parlane a quattro occhi

Il richiamo in pubblico può sembrare efficace.

In realtà, spesso peggiora tutto.

L’arrogante è spesso insicuro:
l’umiliazione pubblica aumenta
la sua insoddisfazione e arroganza.

Meglio un confronto privato,
lontano da occhi e orecchie indiscrete.

4. Documenta i comportamenti

Annota fatti, date, contesti e persone coinvolte.

Anche nelle piccole realtà
la documentazione dà forza e chiarezza.

Nelle aziende più grandi,
coinvolgi le Risorse Umane.

5. Indica il comportamento (non la persona)

“Ci sono persone che sanno tutto,
e purtroppo è tutto quello che sanno.”

Oscar Wilde

Non dire:
“Sei arrogante!”

Spiega cosa, quando e come
un comportamento ha creato un problema concreto.

Evita etichette.
Concentrati sui fatti.

Chiarisci che l’atteggiamento è diventato un problema e interferisce con il resto del personale.

Porta l’esempio specifico in cui il tuo collaboratore arrogante
ha influenzato negativamente e pesantemente tutto il team.

Esempio short:

“Durante la riunione di lunedì, hai interrotto più volte i colleghi,
sminuendo le loro proposte davanti al gruppo.

Il risultato è stato che due persone hanno smesso di intervenire e
la riunione si è chiusa senza una decisione condivisa.

Questo comportamento ha rallentato il lavoro del team e ha creato tensione inutile.”

6. Lascia spazio alla sua versione

Ascolta.
Senza interrompere.

Anche se non sei d’accordo.

Interrompere significa solo
inasprire il confronto.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Chi ti dice, che (magari) non ci saranno sorprese?

Approfondisci con il postVuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

7. Ascolta senza giudicare

Difficile, lo so.

Evita frasi come:
“Io avrei fatto…”
“Io avrei detto…”

È un’occasione per imparare … a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità.

È un esercizio di leadership:
garbo + autorità.

8. Esponi il problema in modo oggettivo

Focus sui comportamenti.
una situazione o un problema particolare.

Non sulla persona.

Un attacco all’autostima
può danneggiare il rapporto per sempre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

È il momento di chiedere uno sforzo concertato e concreto
per cambiare ed eliminare tale comportamento.

Meglio essere precisi nelle descrizioni di quali comportamenti e
azioni devono cambiare.

Spiega cosa e come.

Se il collaboratore la mette su
“Senza di me tutto crolla”
riporta la conversazione sui fatti.

Importante, sì.
Indispensabile, no.

La leadership vera emerge nei momenti difficili.

10. Dai un ultimatum (se serve)

Se, dopo un periodo adeguato,
non c’è alcun miglioramento,
è doveroso essere chiari.

Alla prossima infrazione (delineata e definita chiaramente)
sarai costretto a dargli il “benservito”.

Sempre nel rispetto delle procedure
e della tutela legale.

In conclusione

Fai il possibile per aiutare il collaboratore arrogante
a diventare un giocatore di squadra.

Ma alla fine
devi fare ciò che è meglio
per te, il team e l’organizzazione.

Reminder

Comprendere non significa giustificare.
Ascoltare non vuol dire subire.

La vera autorevolezza nasce
quando sai unire lucidità,
rispetto,
confini chiari.

È lì che smetti di rincorrere l’armonia
e inizi a guidarla.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone non saranno mai motivate.

Altre faranno solo quello che serve per mantenere il lavoro, dare una parvenza di coinvolgimento e pagare il mutuo.

Poi ci sono collaboratori altamente competenti e motivati che, per una serie di ragioni, perdono entusiasmo e passione per il lavoro e diventano delusi, amareggiati, demotivati e … poco produttivi.

Spesso però è proprio il manager, il capo, il titolare (ovvero il pilastro della produttività) che, con il suo comportamento, uccide (spesso in buona fede o per non conoscenza) la motivazione dei suoi collaboratori.

Quest’articolo è per loro.

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1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione” e il tuo OK.

Scusa perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi sei riluttante a delegare, ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa anche sulle decisioni più banali?

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa (davvero) sentire il lavoratore inutile … un idiota! Stai uccidendo la sua motivazione e la crescita professionale.

2. Concentrarsi solo sugli errori

Ogni volta che è commesso un errore, non fare la solita domanda “Di chi è la colpa questa volta?”. Sinceramente, poco importa di chi è la colpa (la colpa è di tutti), l’importante è cercare di capire come risolvere il problema e fare in modo che non si ripresenti più.

Focalizzarsi regolarmente sugli errori, cercare il colpevole, soffermarsi solo “su cosa è andato storto” crea un ambiente negativo, di sospetto, da “caccia alle streghe”, di giustificazioni e ovviamente di demotivazione.

Molto più produttivo canalizzare le energie per trovare risposte e soluzioni.

3. Respingere le idee

Ogni idea è buona?
No, senza dubbio.

Respingere però regolarmente le idee e le proposte del personale, magari senza neanche ascoltarle, non aiuta certamente il coinvolgimento e “l’attaccamento” all’azienda.
 


 

Quando i tuoi collaboratori sentono che la loro “voce” non è mai ascoltata o non sono coinvolti perdono, un po` alla volta, entusiasmo e motivazione, con ovvi effetti negativi sull`ambiente di lavoro e sui risultati.

4. Non mantenere la parola

È semplice.

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la motivazione dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.

Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia reciproca sono assolutamente essenziali per il successo nella vita.

5. Dare scadenze o obiettivi non realistici

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Forse hai messo l’asticella talmente in alto da non accorgerti che il tuo team sta (già) facendo un lavoro incredibile?

Se fissi scadenze e obiettivi non realistici stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto di essere consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, realizzare o di raggiungere “qualcosa”.

6. Avere preferiti

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre ma non ci dovrebbero essere preferiti, tutti devono essere il “tuo preferito”.

Favorire o non rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling, rischia di farti perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando di te un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi e demotivi tutti gli altri collaboratori, che lavorano con dedizione e rispetto delle regole, che desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare: se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

7. Trattare i collaboratori senza rispetto uccide la motivazione

“Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito,
la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata,
nello sport come nelle organizzazioni.”

Pietro Trabucchi

Non ho mai capito perché alcuni manager trattano i propri collaboratori così male e poi pretendono che siano efficienti e produttivi. Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?

Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno loro il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader sanno come motivare il team, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

Molti di questi errori che i manager fanno sono così facili da evitare (scopri il personal coaching per motivare il tuo team). Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

Sicuramente vorresti essere stimolato, ascoltato, coinvolto ed essere lasciato “in pace” a fare il tuo lavoro correttamente.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 2

scuse dei collaboratori

Leggi anche la parte 1.

5. Fare domande mirate per capire

Le domande ti permetteranno di approfondire, di chiarire la questione, capire la causa principale del problema e arrivare alla radice della scusa.

Fare domande trasmetterà ai tuoi collaboratori che non sei il tipo che accetta le scuse senza dire una parola. Anche perché quando fai le domande giuste, molto spesso le scuse si rilevano tutt’altro che scusabili.

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La chiave è concentrarsi su domande aperte. Evita risposta con SI/No. Questo costringerà la persona a pensare davvero cosa rispondere e non buttare lì una delle solite frasi di circostanza.

Per esempio, se un collaboratore insiste nel dire che non ha trovato il tempo di portare a termine quanto richiesto, puoi chiedere:
“Quando ti è stato assegnato il progetto/compito?”
“Quando hai iniziato?”
“A cosa hai dato la priorità in tutto questo tempo?”
“Che cosa hai fatto/provato/pensato quando vedevi che eri in ritardo?”
“Cosa ti ha spinto a comunicarmelo solo adesso?”

Come puoi vedere è difficile dare risposte banali o scontate a queste domande.

A volte, può anche accadere che invece alcune scuse siano legittime o giustificabili ma tocca a te, come manager o responsabile, scavare, scoprire e decidere il da farsi.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo (anche se di pochi minuti).
La scusa era riferita una volta al treno in ritardo, un’altra al bus che non aspettava la coincidenza, ecc.

Sono stato tentato di respingere malamente le continue scuse ma poi ho deciso di dare un’occhiata più da vicino alla questione. In effetti, il paesino dove abitava era mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare 5 minuti prima sarebbe dovuta partire da casa 1 ora prima, cambiare 3 mezzi e fare un giro più lungo. Mi è bastato darle un piccolo orario flessibile in entrata per risolvere la questione e non sentire le sue continue scuse (che m’innervosivano parecchio).

6. Chiedere al collaboratore di trovare soluzioni

La cosa importante da trasmettere ai collaboratori è non cercare scuse ma trovare piuttosto soluzioni per superare il problema.
Spetta a loro garantire l’efficacia e prevenire futuri problemi.

Cosa gli serve?
Spostare la pausa di mezzogiorno, uscire prima da casa, un parcheggio nelle vicinanze,
un supporto per svolgere quel determinato compito?
 


 

Rimani in attesa delle loro risoluzioni o proposte. Non assumere tu la responsabilità di trovare una soluzione. Evita di cedere alla tentazione di fare il consulente o il papà/mamma (non è il tuo ruolo).

Se ricominciano di nuovo le scuse dei collaboratori,
puoi sempre chiedere il motivo per cui la prima soluzione non ha funzionato.

7. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.

Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona. L’autostima del tuo collaboratore non va toccata! Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile. Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

La critica si deve riferire esclusivamente a un comportamento, un compito o una situazione particolare. Evita di usare parole tipo ogni volta, sempre, mai, che rischiano di trasformare la critica in un rimprovero scoraggiante “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli”.

Evita anche “Sei inaffidabile”, “Sei il solito ritardatario” come pure “Sei un incapace” oppure “Sei uno stupido”.

Se impari a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità, aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

8. Definire le aspettative per la prossima volta

Dopo aver ordinato per bene spiegazioni, motivazioni e problemi, è il momento di determinare chiare aspettative per il futuro.

Se, per esempio, il collaboratore ha avuto difficoltà a organizzare il suo tempo puoi ripetere le strategie di gestione del tempo che avete stabilito e decidete una serie di controlli periodici, per essere sicuri di mantenere la giusta direzione.

Se invece il collaboratore “non sapeva come fare“, devi assicurarti che adesso è consapevole delle risorse disponibili e che capisca che deve prendere l’iniziativa, invece di aspettare passivamente la scadenza o di incolpare ad altri.

Prova a esprimere un auspicio positivo per il futuro.

Per esempio, anziché dire, “Sei il solito ritardatario” prova con “Sarei molto contento se le prossime volte riuscissi ad arrivare puntuale”.

Anziché criticare la persona, tipo “Non sei bravo per questo compito” molto meglio dire “Per questo compito, penso che potresti procedere in modo diverso”.

9. Riaffermare la fiducia e chiudere la questione

Rinnova la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi … smettila di parlarne! Non ripeterti e non fare battutine.

Un leader eccellente non cerca rivincite o vendette, sa che è parte del suo lavoro coinvolgere il personale sulle prestazioni e le scuse o resistenze che inevitabilmente seguono quando si tenta di cambiare o migliorare un comportamento.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

A volte, può capitare che il feedback, dato anche a più riprese, non porti ad alcun risultato o cambiamento accettabile.
Se il tuo collaboratore rifiuta di ascoltare il tuo feedback o lo fa con sufficienza, significa che non è capace di accettarlo.

Prendine atto, cambia strategia e trova un’altra soluzione.
E questa è tutta un’altra storia!

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 1

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?
Che siano legate a un grande progetto o a una semplice consegna poco importa … la lista sembra non finire mai.


“Non ne ho avuto tempo”
“Ho troppe cose da fare in questo momento”
“Non ho mai imparato a farlo”
“Non ho trovato il parcheggio”
“il treno/bus/metro era in ritardo”
“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi”
“Scusa … ma quale progetto?”

Molte volte la scusa inizia alla chetichella, dei piccoli ritardi 1 o 2 volte la settimana per via del traffico o il parcheggio. Ben presto il ritardo si trasformerà in un fatto quotidiano. E quel che è peggio che anche altri dipendenti inizieranno a trarre subito vantaggio da quest’opportunità, che sentono non essere stata affrontata subito e con la dovuta decisione.

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Le persone si accorgono rapidamente quando sono ammesse scuse. Alla fine rischia di diventare un vero e proprio fenomeno morale all’interno di un’azienda perché si è creata una cultura della prevenzione piuttosto che della responsabilità!

E poi ci sono i professionisti.

Quel collaboratore/trice che rifiuta assolutamente di accettare la responsabilità per qualsiasi azione o errori, anche di fronte a prove inconfutabili. Non si assume mai le responsabilità e se ne tira sempre fuori. Non era lì, e se c’era, era occupato a fare altro … ne ha sempre pronta una!

Come sei messo con le scuse dei collaboratori?

Il tuo dipendente ha davvero troppo lavoro? C’è davvero tanto da fare e così poco tempo? O forse sei un capo che-è-facile-da-metter-via? O forse sei uno che si logora per giorni per poi esplodere di botto davanti a quello che (ironia della sorte) arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi? Sai comunicare in modo efficace con il tuo team?

In effetti, la comunicazione è l’ingrediente chiave per cambiare il modo in cui il tuo personale si comporta o lavora. Detto questo, non pensare che solo perché comunichi meglio con il tuo team, le scuse spariranno come d’incanto.

Magari.

La cosa importante da ricordare è che …
manager e gestori spesso falliscono perché permettono ai loro collaboratori o dipendenti di farla franca con le scuse.

La prossima volta che senti scuse o giustificazioni poco accettabili prova ad applicare questi 9 spunti per neutralizzarle:

1. Dare l’esempio

Il buon esempio, sosteneva il pedagogo greco Isocrate, è un dovere per chi comanda.
 


 

Non si può pretendere, infatti, che il popolo sia onesto e permettere a chi governa di non osservare le leggi. Un vero leader deve indicare la direzione e il suo comportamento deve essere irreprensibile.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia e, allo stesso tempo, incoraggia i tuoi collaboratori a fare lo stesso.

(P.S.
Mi domando cosa direbbe il buon Isocrate sentendo oggi il TG delle 20.00?)

2. Agire in fretta per affrontare il problema

Se ti senti sfibrato dalle continue scuse dei collaboratori, vuol dire che ne senti spesso, il fenomeno è già rodato e sta assumendo connotati pericolosi.

Stop.
Adesso.

È il momento di fermare questa escalation e dimostrare a tutti che ci saranno conseguenze, a prescindere delle scuse. Se consenti ancora di giustificare scarse prestazioni autorizzi tutti a fare lo stesso, anche quei dipendenti che rispettano regole e procedure.

3. Smettere di dire “Va bene”

Quando mi capitava di sentire una scusa, ricordo che rispondevo “Va bene”. Mi sembrava una soluzione facile e semplice, mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava i confronti con i collaboratori.

Tutto bene allora?
Per niente.
Ho dovuto imparare (anche più che rapidamente) che la conversazione non poteva certo chiudersi lì.

Era necessario trovare il modo di neutralizzare le scuse oppure i collaboratori, ben presto, avrebbero cominciato a camminare (ma anche a correre) sulla mia leadership.

Accettare le scuse fa male alla reputazione e fa male alla produttività del team.

Soprattutto quando sono tutt’altro che accettabili. Accettare scuse passivamente è una delle peggiori cose che un manager possa fare. Questo genera una cultura d’irresponsabilità e un ambiente in cui i collaboratori saranno sempre pronti ad alzare l’asticella della scusa per sviare ogni responsabilità.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

4. Mostrare delusione e le conseguenze

Permetti alla persona di spiegarsi.

Il focus è sul dipendente se davvero vuoi ascoltare quello che ha da dire. Non interromperlo, non controbattere, attendi fino allo fine e poi replica.

Quando senti una scusa inaccettabile, devi trasmettere un senso di delusione e spiegare esattamente come quello che è stato fatto (o non fatto) porterà conseguenze al team e all’Azienda nel suo complesso.

Evita “Sono così deluso da te ” ma piuttosto qualcosa del tipo “Facevo davvero conto di consegnare al Cliente il preventivo entro venerdì. Adesso siamo costretti tutti ad arrampicarci sugli specchi questo weekend”.

Magari se il tuo collaboratore si renderà conto che la sua mancanza (o errore) avrà ripercussioni su tutto il team,
forse la prossima volta ci penserà meglio.
Forse.

Continua a leggere la parte 2.

8 atteggiamenti che minano la tua autorità di store manager

store manager leadership

Quali atteggiamenti minano la store manager leadership?

 

1. Girare nello store come una trottola

Quando sei sotto pressione o sei stressato è facile che, senza accorgerti, inizi a girovagare senza meta o coerenza. Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro … Ecco il segnale per i tuoi collaboratori: “Il capo è ansioso o nervoso”.

Occhio!

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Così facendo stai creando un clima di tensione che può influenzare e condizionare oltre i tuoi collaboratori anche i tuoi clienti.

Questo proprio non te lo puoi permettere.

Pensaci la prossima volta che cominci a correre e muoverti come una trottola per il tuo negozio o centro.

2. Sorridere e annuire troppo

Vuoi apparire troppo accondiscendente esagerando nel sorridente e nell’annuire?
No, vero?

Così facendo, trasmetti l’impressione che stai (disperatamente) cercando d’impressionare e compiacere il “pubblico”: i clienti del tuo store o centro.

3. “Troneggiare” vicino alla cassa

Molti responsabili o store manager si riconoscono subito perché “troneggiano” vicino alla cassa (a braccia conserte, con sguardo da “duro” e aria severa) per controllare le procedure d’incasso e lo store.

Ovviamente, non c’è niente di male nel controllare … anzi!

Il problema è questa postura-plastico-autoritaria che, a mio modesto avviso, proprio non ti si addice e rischia di diventare ridicola. Ricerca invece il tuo stile di leadership personale.

4. Nascondersi

È l’opposto del “tronista” di prima.

Ti cercano e non ti trovano, ti nascondi, mimetizzato negli angoli, negli anfratti, nel magazzino. Quando poi c’è un reclamo o una discussione … ti dilegui con un’abilità da ninja.

 


 

Se hai dato al tuo team standard di riferimento per il servizio e accoglienza clienti, devi essere conseguente con le tue azioni, devi essere in prima linea, lì davanti a dare l’esempio al tuo staff.

5. Guardarsi spesso allo specchio

Gli specchi dello store o del centro oramai non bastano più.

Un conto è controllare se la tua immagine è ok … un altro è utilizzare ogni specchio o riflesso per specchiarsi e ammirare il tuo aspetto. Un continuo aggiustarsi la cravatta, il bordo della giacca, il ciuffo, la frangia, i capelli… un occhio al negozio, l’altro allo specchio, uno al cliente l’altro allo specchio.

Quel che è peggio che non te ne accorgi neanche più.
Niente di male per carità!

C’è solo un problema … la star da ammirare non sei tu.

L’unica star è il cliente!

6. Trasformare le affermazioni in domande

Dì quello che pensi non chiederlo.

Se il tuo tono tende a salire alla fine della frase (come se fosse una domanda) stai indebolendo la tua autorevolezza perché trasformi le tue affermazioni in domande. Così facendo, stai mettendo in discussione la tua comunicazione e dai l’impressione che non hai fiducia in quello che stai dicendo.

7. Evitare il contatto visivo

Quest’atteggiamento fa percepire alle persone insicurezza e paura di confrontarsi.

Non lo vuoi, vero?

Allora cerca il contatto visivo con gli altri perché indica anche il tuo livello di coinvolgimento, interesse e calore. Quando stabilisci un contatto visivo, si deduce che quello che hai da dire è importante e lo è anche la persona che hai davanti.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

8. Assumere posture poco appropriate

Ricorda che il tuo corpo trasmette più del 70% dell’informazione. Il modo in cui comunichi è importante tanto quanto il messaggio stesso.

Una buona postura crea una presenza dinamica e un atteggiamento di leadership. Al contrario, posture non pertinenti (movimenti veloci o ripetitivi che sono indice di tensione, nervosismo, dubbi e preoccupazioni) dimostrano scarsa fiducia e bassa autostima:
• Toccarti in modo ripetuto e nervoso i vestiti e i capelli
• Sorriso forzato
• Trotterellare le dita sul tavolo
• Piede ballerino
• Braccia incrociate sul petto
• Incrociare nervosamente le mani e le gambe
• Postura molle o eccessivamente rigida
• Coprirsi la bocca con le mani
• Arricciare le labbra, socchiudere gli occhi e corrugare la fronte
• Mantieni troppa distanza (sembra che hai timore)

10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori

complimentare i collaboratori
Apriamo senza troppi preamboli…
dritti al punto.

Saper fare complimenti e riconoscimenti potenzianti ai propri collaboratori
non è un “di più”.

È una competenza chiave.

Non è solo numeri e budget

Un leader eccellente non gestisce solo:

  • risultati
  • indicatori di performance
  • numeri

Si occupa anche (e soprattutto?) di:

  • motivazione
  • crescita
  • riconoscimento

Nel mercato di oggi — fatto di tanti “pali” e pochi “goal” —
quei pochi risultati conquistati con fatica…

vanno riconosciuti.

Perché i complimenti fanno la differenza

Un apprezzamento fatto bene:

  • rafforza le relazioni
  • aumenta la fiducia
  • migliora la produttività
  • riduce il turnover

Non è teoria.

Le persone vogliono essere viste.
Considerate.

Non tutti lavorano solo per lo stipendio.

L’autostima si nutre di riconoscimento.

“Non ho tempo per queste cose”

Davvero?
Curioso…

per criticare il tempo si trova sempre.

Un grande leader trova tempo per complimentare i collaboratori, anche solo per dire:

  • “Grazie”
  • “Ottimo lavoro”

E lo fa nel modo giusto.

Ecco come fare complimenti davvero efficaci:

1. Sii sincero

Le persone “sentono” subito un complimento finto.

Evita:

  • esagerazioni
  • frasi di circostanza
  • lodi “per tirare su il morale”

Meglio niente, che falso.

2. Sii specifico

“Bravo” è meglio di niente.
Ma non basta.

Meglio più specifico:

  • “Il modo in cui hai gestito stamattina il reclamo è stato efficace:
    gentile, ma deciso.”

Così dimostri:

  • attenzione
  • presenza
  • rispetto

3. Vai dritto al punto

Un buon complimento è:

  • breve
  • chiaro
  • diretto

Se giri intorno…
perdi impatto.

4. Riconosci lo sforzo

Non solo il risultato.

Anche l’impegno.

  • “Ottimo lavoro. So che ci hai dedicato due weekend.”

Questo cambia tutto.

5. Valorizza il carattere

Non solo cosa ha fatto.

Ma anche chi-è-la-persona.

  • “Si vede che sei una persona creativa.”

Questo resta.

6. Evita ambiguità

Un complimento “sporco” diventa un boomerang:

  • “Bravo… chi ti ha aiutato?”
  • “Meglio dell’ultima volta…”

Distrugge il valore.

7. Scegli il momento giusto

Se la persona è:

  • stressata
  • di corsa
  • distratta

il complimento si perde.

E sprechi un’occasione.

Meglio:

  • subito dopo il fatto
  • quando è “presente”

8. Usa il silenzio (fa la differenza)

Porgi il complimento…

e poi fermati.

Fai una pausa.

Lascia che “arrivi” il tuo messaggio.

Se riempi subito il silenzio:
perdi l’effetto.

9. Non aspettarti nulla

Un complimento non è uno scambio.

Non serve per:

  • ottenere qualcosa
  • ricevere in cambio

È per l’altro.

10. A voce o per iscritto?

Entrambi funzionano.

  • a voce → più diretto
  • scritto → più duraturo

Complimentare i collaboratori in pubblico o privato?
Dipende dalla persona.

Non tutti amano l’esposizione davanti ad altri.

Non complicarti la vita

È inutile essere perfetti.
seguire regole rigide.

Serve una cosa sola:
interesse sincero per le persone.

E se sei di fretta?

Nessun problema.

Basta poco:

  • uno sguardo
  • una stretta di mano
  • un “Grazie”

fatto con presenza.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la relazione professionale.

Scopri il coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”,
e impara a comunicare con autorevolezza anche nelle situazioni più complesse.

Vale più di mille parole

Non aspettare il momento perfetto per porgere il tuo riconoscimento.

Non serve.
Inizia oggi.

Perché a chiunque fa piacere sapere
che sta facendo bene il proprio lavoro.

Se ti interessa l’argomento, ne ho parlato in modo diffuso nei miei libri:

“Autorevolezza” nella nuova edizione aggiornata 2025

“Prima volta Leader”

Due libri con strumenti pratici per migliorare il tuo impatto, carisma e leadership.

Da collega a capo. Mica facile? Benvenuto nel management!

da collega a capo
Nel mio libro “Prima volta Leader” – Se non nasci leader, lo puoi diventare – ho raccontato la storia di Thomas.

Fino a ieri rideva e scherzava a crepapelle con tutti.
Era uno di “loro”.
Un amico.
Parte del team.

Poi è arrivata la promozione a supervisore.

E da quel momento qualcosa è cambiato.

Ora si sente osservato con sospetto.
O peggio… con ostilità.

Cosa ti fa pensare che con te sarà diverso?

Hai iniziato pieno di entusiasmo.
Hai lavorato duramente per arrivare fin qui.
Te lo meriti.

Ma questo non significa che sarà facile.

Benvenuto nel management!

La difficile transizione da collega a capo

Non tutti accetteranno subito il tuo nuovo ruolo.

Qualcuno continuerà a trattarti come prima.
Qualcun altro metterà alla prova i tuoi limiti.
Qualcun altro ancora… aspetterà un tuo errore.

E tu ti chiederai:

“Ma non hanno ancora capito che adesso il capo sono io?”

La verità è che il passaggio da collega a responsabile è una delle transizioni più delicate in assoluto.

Perché cambiano contemporaneamente:

  • le aspettative
  • le responsabilità
  • le dinamiche relazionali
  • e la pressione

Prima eri parte del gruppo.
Ora sei responsabile dei risultati del gruppo.

Empatia, produttività, relazioni, performance.

Non è semplice.
E non deve esserlo.

1. Accetta che il rapporto cambierà

È inevitabile.

Le dinamiche cambiano.
Gli obiettivi cambiano.
Il tuo ruolo cambia.

Ora sei tu che:

  • assegni il lavoro
  • valuti le performance
  • prendi decisioni, anche impopolari

Non sei più un pari.
Sei un punto di riferimento.

Accettarlo è il primo passo.

2. Ridefinisci i confini

I confini devono diventare più chiari.

Alcune confidenze non saranno più appropriate.
Alcune conversazioni non saranno più possibili.

È normale che qualcuno diventi più prudente.
O più distante.

Non prenderla sul personale.

È un adattamento reciproco.

3. Parla individualmente con ogni collaboratore

È uno dei passaggi più importanti.

Incontra ogni membro del team.

Parlate apertamente di:

  • aspettative reciproche
  • obiettivi
  • possibili difficoltà

Un’aspettativa non chiarita diventa facilmente frustrazione.
E la frustrazione diventa resistenza.

4. Rimani aperto al dialogo

Non chiuderti.
Non irrigidirti.

Rimani accessibile.
Disponibile.
Presente.

Se emergono tensioni, affrontale con rispetto.

Spesso anche l’altra persona vive lo stesso disagio.

La leadership non è distanza.
È equilibrio.

5. Evita il pettegolezzo

Come disse Woody Allen:
“Il pettegolezzo è come fumare sigarette: piacevole, ma poco sano.”

Prima poteva essere un modo per creare complicità.

Ora può distruggere la tua credibilità.

Le persone osservano.

E valutano.
Sempre.

6. Dovrai gestire invidie e gelosie

Non tutti saranno felici della tua promozione.

Qualcuno voleva quel ruolo.
Qualcuno pensa di meritarlo più di te.

È umano.
Non reagire con difesa.
Reagisci con maturità.

Mantieni rispetto e professionalità.

Sempre.

7. Non mostrare favoritismi

È una delle trappole più pericolose.

Anche se non lo fai intenzionalmente, qualcuno potrebbe percepirlo.

E la percezione diventa realtà.

Tratta tutti con equità.
Con coerenza.
Con rispetto.

La fiducia nasce dalla giustizia.

8. Non cercare di essere popolare

Non sei lì per essere simpatico.

Se cerchi approvazione, perderai autorevolezza.

Un leader non compiace.
Un leader guida.

Con rispetto.
Ma con chiarezza.

9. Usa il vantaggio di conoscere il team

Conosci già le persone.

Sai:

  • chi è affidabile
  • chi ha bisogno di supporto
  • chi può crescere
  • chi ha più resistenza

Questo è un enorme vantaggio.

Usalo con intelligenza.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida?

Scopri il percorso:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo

10. Dai fiducia alle persone

Non devi avere tutte le risposte.

Coinvolgi il team.
Ascolta.
Chiedi opinioni.

La fiducia genera responsabilità.
E la responsabilità genera crescita.

11. Da collega a capo: rimani te stesso

Il ruolo è cambiato.

Tu no.

Non diventare freddo.
Non diventare distante.
Ancor meno diventare qualcuno che non sei.

Autorevolezza non significa perdere umanità.

Significa integrarla con la responsabilità.

Passare da collega a capo è una delle prove più difficili della tua carriera

Ma è anche una delle più trasformative.

Non è solo un cambio di ruolo.
È un cambio di identità.

E il modo in cui attraversi questa transizione definirà il leader che diventerai.

Se vuoi sviluppare una leadership più solida, naturale e autorevole, trovi spunti concreti nei miei libri:

Il momento in cui smetti di essere “uno del gruppo” è il momento in cui inizi davvero a diventare un leader.

Non perché gli altri cambiano.
Ma perché cambi tu.

Vuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

comunicare con efficacia

Ok, fermati ho capito dove vuoi arrivare.
Non c’è bisogno che tu finisca. Lo faccio io per te.
Non ti piacciono i nuovi orari di lavoro, vero?
Forza, continua.
Anzi no!

Sei il titolare, il manager, il capo, il leader del tuo team … hai fretta, hai il tempo contato,
le vendite “saltate” all’ultimo istante, le “grane” da risolvere, il target da raggiungere,
appuntamenti costantemente rimandati, previsioni in tilt, un continuo e frustrante adattarsi ad un Mercato sempre più caotico …
e allora perché perdere tempo ad ascoltare il tuo collaboratore quando solo dopo 3 parole già capito quello che vuole dirti?

 

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Non finire le frasi per comunicare con efficacia

Se vuoi comunicare con efficacia e diventare un punto di riferimento importante e irrinunciabile per il tuo team,
devi imparare ad ascoltare, lasciare parlare il tuo collaboratore, non interrompere e rispondere solo quando ha finito di parlare.
Mica facile, vero?

Consenti al tuo collaboratore di concludere il suo discorso.

Devi contenere la voglia irrefrenabile d’interrompere per aggiungere qualcosa,
per correggere, per dire la tua, per stringere i tempi.

Se finisci tu le frasi non gli offri la libertà di esprimersi,
di esternare e di creare un contatto
.

Così facendo sprechi solo tempo,
deprimi chi parla e riduci la comprensione del discorso.

E poi … sei così sicuro di sapere già tutto in anticipo?
E se per caso avessi mal interpretato le sue intenzioni?
Daresti vita a una serie di equivoci e malintesi (che ti faranno perdere ancora più tempo) che possono compromettere un rapporto o il buon esito di un progetto.

E anche ammesso che, grazie all’esperienza o all’intuito,
avessi davvero anticipato i propositi del tuo collaboratore in ogni caso, se interrompi,
ti stai precludendo la possibilità di capire “come” si sta esprimendo,
il vero messaggio nascosto, il “non detto“.

 


 

È davvero sicuro e tranquillo come dice?
È davvero disponibile o lo è solo perché non se la sente di dire “NO” al capo?

Evita d’interrompere il tuo collaboratore

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”
Peter Drucker

Ci sono tanti buoni motivi per ascoltare e non interrompere il tuo collaboratore.

Non è una questione quantitativa, ti bastano anche solo pochi minuti ma devi fare uno sforzo d’interesse,
di concentrazione e d’attenzione
, per mostrare realmente la tua disponibilità verso il tuo collaboratore.

È facile capire perché i buoni ascoltatori sono leader tanto apprezzati e ricercati!

Credo che ognuno di noi debba riflettere su come comunicare con efficacia,
ascoltare e comprendere veramente gli altri.

Siamo aperti al dialogo o stiamo semplicemente sentendo cosa gli altri ci stanno dicendo?
Siamo realmente capaci di mettere da parte i nostri pensieri,
ascoltare con attenzione e accogliere l’altro senza giudicare?

Coaching: il supporto per gestire i collaboratori con efficacia

gestire collaboratori

I risultati non sono all’altezza delle aspettative?
Ti piacerebbe migliorare alcuni aspetti del tuo approccio e della tua leadership?
Avere una gestione più efficacia del tuo personale?

Occorre dedizione per gestire collaboratori

Gestire i rapporti personali sul lavoro è tutt’altro che facile e lo sai bene anche tu, visto che ogni giorno ti trovi a convivere con i comportamenti e gli atteggiamenti dei tuoi collaboratori, che ti provocano ansia e malumore.

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Ognuno ha il suo stile, il suo carattere e le sue reazioni.
C’è chi è troppo passivo e chi, al contrario, è troppo irruente. Chi troppo permaloso e chi eccessivamente pettegolo o poco disponibile verso gli altri colleghi.

E tu, come ti relazioni con i tuoi collaboratori?
Sei socievole, chiuso o diffidente?
Vorresti essere più empatico e disponibile ma la paura di “perdere il controllo” ti fa irrigidire?

I comportamenti come chiave per comunicare

Di questi tempi, è importante gestire con efficacia i tuoi collaboratori perché le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso della tua attività.

Gestire un team non è solo dire ai collaboratori cosa fare, trasmettere informazioni, capacità e abilità ma creare, piuttosto, dei rapporti potenti e produttivi.

Non esiste un modello di comportamento migliore di tutti gli altri. Quello che “dici” al tuo team è importante, ma lo è ancor di più il “modo” in cui ti comporti, la congruenza delle tue parole con i fatti, la tua convinzione e la tua energia.

I tuoi comportamenti sono la chiave per comunicare, persuadere, entusiasmare e risolvere i problemi. Per questo diventa fondamentale provare, verificare, definire nuovi comportamenti provando e riprovando sino a prendere confidenza con questi “nuovi” atteggiamenti.

Personal coaching per gestire i collaboratori

Ecco che entrano in gioco le sessioni individuali di personal coaching.
 


 

Che cosa facciamo concretamente durante questi incontri formativi?

Sarai stimolato a ricercare e scoprire il tuo stile di leadership e l’approccio migliore per gestire in modo positivo e costruttivo il rapporto con il tuo team. In pratica, no assoluto a lunghe teorie della gestione, “scimmiottamenti da grande manager”, pose plastiche, frasi “a effetto” ma … ma pratica, pratica, pratica!

Impari in sostanza come prepararti per un colloquio/feedback con un collaboratore difficile, gestire obiezioni, repliche o “attacchi” da parte di un tuo collaboratore, difendere le tue idee e mostrare il disaccordo con positività, chiedere “PERCHE” e dire “NO” ai tuoi collaboratori senza sensi di colpa.

Apprendi come trasmettere fiducia e come comunicare con un linguaggio più incisivo e stimolante. Come potenziare il tuo approccio relazionale: la postura, le espressioni del viso, i gesti, la voce, etc. per aumentare la tua autorevolezza.

Lo sai che chi sa ascoltare aumenta il suo carisma? Apprendi come “ascoltare in modo attivo” i tuoi collaboratori.

Quanto dura il percorso di coaching?

Dipende dal tuo obiettivo.

Il numero delle sessioni di coaching le definiamo insieme sulla base delle tua necessità e dalla complessità dell’obiettivo che hai prefissato.

Qual è la tua esigenza?
Una “dritta” veloce, un supporto concreto di qualche ora o un percorso formativo personalizzato ed efficace con test finale?

Mediamente, un percorso di personal coaching varia da 1-2 sessioni per un tema specifico (coaching mirato) a 3-6 sessioni per un obiettivo più complesso (personal coaching). Una volta deciso, partiamo! Sessioni individuali (di circa 90 min.) una volta la settimana sull’obiettivo che hai definito.

Ho pensato per te un servizio di personal coaching dedicato esclusivamente ai privati.

Vedrai i risultati!

Team coaching: come potenziare e motivare il team

motivare il team

Quando un responsabile, un manager o un titolare di azienda (piccola o grande che sia) condivide le responsabilità, i compiti e le informazioni crea un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto gradito a tutti i suoi collaboratori o dipendenti (siano 2 o 200, poco importa).

Quando le persone sono coinvolte in un progetto, quando possono esprimere il loro parere e le loro idee, oppure le è riconosciuto il lavoro fatto … è innegabile che si sentano più importanti, più lusingate e più motivate.

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Accresce l’autostima e aumenta l’impegno e la produttività.

Chiedi pareri e feedback al tuo team

Piuttosto che decidere tutto da solo, promuovi un lavoro di squadra. Incoraggia le persone del tuo team al dialogo, ascolta quello che hanno da dire e poi valuta i loro suggerimenti, mantenendo sempre la tua autonomia di pensiero e di azione. Rendi partecipi tutti i tuoi collaboratori di ogni iniziativa e attività attraverso una comunicazione semplice e trasparente.

Anche le persone con compiti “secondari” desiderano fare un buon lavoro, avere degli obiettivi da raggiungere e partecipare al successo dell’azienda per la quale lavorano. Ovviamente ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri ma devi cercare di coinvolgere (con le dovute differenze) ogni membro del tuo team.

Fai domande stimolanti tipo: “Questo è il nostro problema, tu come lo risolveresti?” oppure “Non stiamo andando bene in quel settore, tu cosa faresti?” e anche “Come miglioreresti questa situazione?” ascolta le loro risposte con attenzione, alcune potrebbero fornirti dei validi spunti di riflessione.

Le persone vogliono contribuire con nuove idee

Le persone che contribuiscono con nuove idee e soluzioni, si sentiranno certamente coinvolte e lusingate di poter esporre la propria opinione al loro capo/titolare.

Non ci credi?
 


 
Immagina, per un momento, il tuo capo (se ne hai uno) o una persona di successo di cui hai stima che ti mette la mano sulla spalla e ti chiede “Come miglioreresti questa situazione? Vorrei conoscere la tua opinione … ” e ascolta la tua risposta con interesse e attenzione.
Come ti senti, adesso? Non mi dire che non ti senti gratificato e motivato?

Questi semplici azioni (ti portano via pochissimi minuti … cosi anticipo subito la scusa della mancanza di tempo!) creano un grande impatto emotivo e motivazionale sul tuo personale. E non ti preoccupare, se chiedi … non darai l’idea al tuo personale di quello che ”sta perdendo smalto e polso. Non sa cosa fare e lo chiede a noi”.

Sono d’accordo con te … nell’attuale mercato del lavoro, semplici gesta come queste se ne vedono sempre meno e sono ad appannaggio di qualche solitario eroe innovatore.
E allora? Non sarebbe il caso di cominciare?
Perché non ci provi già domani?

Motivare il team è un impegno quotidiano

Oppure credi che per motivare il team bastino delle semplici frasi motivazionali e delle pacche d’incoraggiamento sulle spalle? Frequentare un corso motivazionale (a prescindere dalla bravura e la competenza del coach), da solo non ti basterà a diventare un bravo motivatore se non prendi coscienza che devi “scendere in campo” in prima persona.

Motivare è un impegno quotidiano, è un “paziente costruire” giorno per giorno e richiede tutta la tua attenzione e il tuo coinvolgimento, supportato da un reale interesse verso le persone che lavorano con te.

I grandi leader hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli, con tutti, nel comportamento e nei gesti.

Condividere è un grande atto di fiducia

Condividi con il tuo team le responsabilità, i compiti e le informazioni e … il successo.

Condividere è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per i tuoi collaboratori. La maggior parte delle persone che lavorano al tuo fianco desiderano fare un buon lavoro, condividere con te le responsabilità, i compiti e raggiungere ottimi risultati.

Distribuire le varie responsabilità, condividere le informazioni è un attestato di fiducia per i tuoi collaboratori … è come dire a ognuno di loro “Io mi fido di te”.

Vedrai come la motivazione può salire alle stelle!

6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore

collaboratore amico

Foto di StockSnap

Si comincia così…

Parlando dei problemi e delle difficoltà
incontrate sul lavoro
con quel collaboratore ritenuto particolarmente professionale e affidabile.

Oppure,
come ho raccontato nel mio libro “Prima volta Leader”,
la storia di Sarah.

Sarah voleva dimostrare di non essere
il “solito” capo o imprenditore senza scrupoli.

Basta con i capi direttivi e seriosi?

Sarah essere un capo friendly.
Una che condivide informazioni con la sua truppa.

Compresi commenti
e foto su Facebook.

Oppure sei giovane.
Alla prima esperienza.

E non riesci a trattenerti
dal confidarti con la collaboratrice più giovane,
o con quella che senti più simile a te
per difficoltà o incertezze.

Niente di male, per carità…

Eppure,
un po’ alla volta,
si costruisce un rapporto di amicizia.

Ed è lì che nasce la confusione:
confidenza ≠ parità di ruolo.

Non importa quanto tu possa sentirti vicino
a un tuo collaboratore o dipendente.

Un rapporto professionale
non è una vera amicizia.

Il ruolo di un manager trascende l’amicizia,
perché crea uno scenario
che tra veri amici non dovrebbe mai esistere.

I pericoli di un collaboratore “amico”

Costruire un rapporto coinvolgente
ma gerarchico
non è semplice.

Questo non significa essere freddi,
antipatici
o non disponibili.

Significa stabilire una distanza minima,
oltre la quale non si deve andare.

Sempre con cortesia.
Sempre con educazione.
Ma anche con educata fermezza.

Ecco 6 buoni motivi per cui
non è una buona idea
che un manager e un collaboratore
si definiscano amici.

1. Si crea la percezione di favoritismo

Anche se pensi di essere equo al 100%,
gli altri collaboratori potrebbero interpretare male
alcune tue decisioni.

Pensando che tu stia proteggendo
o favorendo chi ti è più vicino.

Questa percezione influenza —
consciamente o no —
decisioni su promozioni,
incarichi,
licenziamenti.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori sulla tua comunicazione,
limiti e autorevolezza.

2. Rischi di frustrare le aspettative (tue e sue)

Se consideri un collaboratore un amico,
nascono aspettative implicite:

  • “Un amico non farebbe mai…”
  • “Un amico dovrebbe dirmelo…”

Ma anche dall’altra parte:

  • “Un amico mi lascerebbe uscire prima.”
  • “Che sarà mai questo favore, fra amici…”

Quando un’aspettativa viene delusa,
restano delusione
e rancore.

E il rancore sul lavoro
è sempre pericoloso.

3. Confondi amicizia e professionalità

Il confine diventa nebuloso.

E questo può insinuare nel collaboratore
l’idea di poter fare meglio di te.

A volte senza rendersene conto,
inizia a boicottarti.

A remarti contro.

4. Non riesci a valutare in modo obiettivo

Dare feedback.
Criticare.
Disciplinare.

Fa parte del ruolo di capo.

Ma come puoi farlo
in modo lucido e imparziale
con un amico?

Ti capita di non dire ciò che pensi
per evitare tensioni —
o di dirlo male
e poi portartelo dietro?

5. Prendi le critiche sul personale

Un po’ di pettegolezzo
tra colleghi
può essere fisiologico.

Tutti, prima o poi,
si lamentano dei capi.

Ma se il collaboratore è tuo amico,
la prenderai sul personale.

Ti sentirai ferito.
Tradito.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,
puoi leggerlo qui →La chiave per non prendere le critiche come offese personali“.

Un consiglio:

quando esci a bere qualcosa con il team…
vai via per primo
(o almeno non per ultimo).

Così li dai il tempo
di lamentarsi di te.

Dai, non prenderla sul personale.
Capita a tutti.
Davvero pensavi di esserne immune?

6. Comprometti la tua leadership

Essere amici
significa anche lasciarsi andare fuori dal lavoro.

E qui entra in gioco il modello di ruolo.

Forse non ti piacerà
vedere le tue foto
(in braghette corte e birra in mano)
sul profilo social del collaboratore.

Alcuni potrebbero vivere
i tuoi tentativi di amicizia
come invadenti
o come bisogno di approvazione.

Non proprio il massimo
per la tua leadership.

In conclusione

Evita confidenze e pettegolezzi.
Evita di farti coinvolgere troppo.

Non per freddezza.
Ma per rispetto dei ruoli.

Comportati in modo corretto e coerente
con tutti i tuoi collaboratori,
senza l’aspettativa di farteli amici.

Un po’ come gli studenti con i professori:
rispetto, educazione…
e giusta distanza.

Le amicizie coltivale altrove.
In contesti meno formali dell’ufficio.

Essere un buon capo

Non significa essere amici di tutti.

Significa essere affidabili.
Coerenti.

E, quando serve,
scomodi.

12 spunti per approcciare con successo un collaboratore demotivato – parte 2

motivare il personale

LEGGI ANCHE > la parte 1.

4. Evitare slogan e frasi a effetto

Meglio evitare tutte quelle esortazioni all’ottimismo per motivare il personale,
il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito da qualche coach-di-grido.

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Gli slogan non sono inutili,
ma in un contesto di demotivazione possono essere quasi controproducenti.

5. Parlare poco ed evitare le prediche

“Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.”
Roberto Gervaso

Anche le prediche,
non sono solo controproducenti perché contribuiscono a colpevolizzare una persona (che magari si colpevolizza già abbastanza di suo) ma sono anche perfettamente inutili.

Dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.
Ormai è rotta!

6. Permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegarsi o di rifiutare le tue dichiarazioni.

Potrai certamente spiegare tutti i tuoi punti ma assicurati di non interrompere il tuo collaboratore o dipendente in modo che spieghi le sue motivazioni o preoccupazioni.

Lascia parlare il tuo interlocutore, anche se non sei d’accordo,
perché interrompendolo, otterrai solo il risultato di inasprire il dialogo.

Ascolta con attenzione quello che ha da dire.
Magari ci saranno sorprese!

7. Ascoltare senza giudicare e interrompere

Ascolta senza giudicare.
Non controbattere, fallo finire e poi replica, se è il caso.

Evita l’atteggiamento del “io avrei fatto …”, “io avrei detto…”, “se …ma…”.
 


 

Ricorda che …
se impari a muovere a critiche costruttive bilanciando garbo e autorità,
aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

8. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.
Concentrati solo sulla prestazione.
Evita attacchi personali o commenti sulla persona
.

Non toccare l’autostima del tuo collaboratore!

Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile.
Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

Fai riferimento esclusivamente a un suo comportamento,
una situazione o un problema particolare.

9. Commentare un comportamento specifico

Evita di usare parole tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI,
che rischiano di trasformare le tue osservazioni in un rimprovero scoraggiante
“Sei SEMPRE demotivato” “Non hai MAI grinta” oppure “OGNI VOLTA sei negativo”.

La critica deve essere sempre riferita a qualcosa di specifico e non a qualcosa di generico.
Devi essere chiaro su cosa, dove e quando;
spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

10. Non criticare o mortificare

Lo stile mortificatore, a mio avviso, è quello in assoluto meno indicato per la motivazione di una persona.
Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

11. Rinnovare la fiducia e chiudere la questione per motivare il personale

Riafferma la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi chiudi la questione (almeno per il momento!).
Non ritornare, anche in modo indiretto, sui motivi dei dissapori.

Se ripeti continuamente un concetto,
perdi d’incisività.

Non nutrire rancore anche perché rischi di infilarti in un tunnel di rinfacci reciproci.
Il tuo obiettivo è “recuperare” il più velocemente possibile un collaboratore produttivo e non stabilire un vincitore e un vinto.

Se “l’operazione di recupero” non avviene,
avete perso qualcosa entrambi!

12. Evitare approcci via email

Il tuo collaboratore deve avere la possibilità di difendersi personalmente e di far valere la sua opinione.
La critica via mail è più veloce, più diretta, meno coinvolgente, emotivamente,
ma il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.

Che tu sia manager, piccolo imprenditore o responsabile di un piccolo team, di questi tempi,
una delle sfide più grandi per chi, come te,
si trova a gestire un team di collaboratori è motivare il personale.
Tenere alto il morale della “truppa”.

Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso della tua attività.
Non sei d’accordo?

12 spunti per approcciare con successo un collaboratore demotivato – parte 1

motivare il personale

Il tuo collaboratore di fiducia è stanco e demotivato?
La tua assistente sta saturando l’atmosfera attorno a lei con la sua negatività?
La tua venditrice più esperta è in fase-down e hai paura che anche tutto il team o,
peggio, i clienti percepiscano, consapevolmente o inconsapevolmente,
quest’atmosfera pesante e che siano influenzati negativamente?

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Di questi tempi ci mancava anche questo!

Sul lungo periodo la situazione può diventare ingestibile e sfiancante

Spesso succede che una persona attraversi un periodo delicato o di fragilità.
Quando però il periodo si fa lungo, il rapporto diventa sempre più faticoso e stressante per tutti (soprattutto per te),
e la situazione rischia di diventare ingestibile e sfiancante,
anche perché sembra non ci sia niente da fare per motivare il personale!

Che peccato!

Anche perché Il collaboratore o dipendente in questione (magari) ha sempre lavorato bene e con profitto.
I suoi risultati, fino a poco tempo prima,
apprezzabili ora presentano numeri imbarazzanti …
il suo rendimento si è bloccato senza motivazione apparente.

Adesso,
fa il “compitino”, si limita a esaudire le richieste, ”tira la chiusura”,
non si mette più in gioco e, inevitabilmente,
questa percezione influenza il suo atteggiamento e la produttività.

Se poi la persona demotivata è a contatto diretto con i clienti,
a lungo andare, questo potrebbe significare una riduzione del volume d’affari e delle vendite.

Per motivare il personale basta dire “qualcosa di motivante”?

Sono sicuro che hai provato più volte a dire “qualcosa di motivante”,
a dare una scossa ma ti sei ritrovato, subito, al punto di partenza.
Sai perchè?
 


 

Se anche tu hai avuto, come tutti,
problemi di motivazione sai perfettamente che se anche dai una pacca sulla spalla per motivare il personale,
o dici: “Dai, forza motivati!” non gli sarà di grande aiuto.

Allora … come ti comporti? Come uscire dall’empasse?
Come lo approcci? Carota o bastone?
Agire o aspettare sperando che “torni quello di prima”?

Una cosa è sicura.
Non puoi sottovalutare, o peggio ignorare,
questa situazione.

Cosa fare per motivare il personale?

Devi intervenire.

I collaboratori in crisi sono spesso persone demotivate e occorre che ricevano una nuova iniezione di energia,
ad esempio con l’assegnazione di nuove mansioni o con percorsi di formazione e coaching specifici.

Vediamo come approcciare in modo efficace un collaboratore demotivato:

1. Armati di pazienza se vuoi motivare il personale

“La pazienza è anche una forma di azione.”
Auguste Rodin

Se vuoi salvare il rapporto professionale e “ritrovare” il tuo collaboratore o dipendente devi consapevolizzare che non sarà una cosa breve;
ti prenderà tempo e, soprattutto, energie.

2. Non reagire con emotività

Può darsi che tu sia, anche inconsciamente,
incacchiato-nero con il tuo collaboratore (“Ci mancava anche questo” oppure “Proprio adesso che le cose andavano bene” anche “ Adesso che contavo su di lui/lei” e ancora “Con tutto quello che ho fatto per lui/lei”).

L’emotività è cattiva consigliera.
Se, per il momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua emotività,
prendi tempo e aspetta di sbollire.

Come ho scritto nel mio libro meglio non approcciare qualcuno quando si è incavolati o agitati.
Rischi di dire o fare qualcosa di sconveniente che può compromettere definitivamente il tuo rapporto lavorativo.

 
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3. Parlare lontano da occhi indiscreti

Non discutere con il tuo collaboratore davanti ai colleghi o ai clienti,
si sentirà sminuito davanti agli altri,
ferito e ancor meno propenso ad aumentare il suo impegno e la sua produttività.

Utilizza feedback negativi solo nel privato e a quattr’occhi.
Chiama la persona nel tuo ufficio,
in una saletta conferenze libera o in qualsiasi altro posto lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Come puoi immaginare,
il tuo collaboratore sarà teso (sapendo il motivo della tua convocazione).
Poco prima dell’incontro, prenditi qualche minuto per rilassati più che puoi,
respira profondamente, sorridi per sciogliere la tensione dalla tua faccia.

Evita di cominciare con un’osservazione positiva sulla persona,
tanto per addolcire la pillola “Ascolta Cristina, ci conosciamo da tempo e apprezzo molto la tua collaborazione …” susciteresti immediatamente ancor più chiusura e diffidenza.

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.