9 modi per sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro – 2

sviluppare fiducia

Leggi anche la parte 1.

4. Usa “La prossima volta …”

Quando vedi un collaboratore sfiduciato bloccato (un’altra volta) davanti all’ostacolo … chiedi: “Che cosa farai diversamente la prossima volta?
Che domanda magica!

Errori ripetuti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare bene le cose.
Superare un ostacolo rognoso aiuta a sviluppare fiducia.

5. “Trasformalo” in coach

Prendi nota delle sue migliori capacità e condividi le sue competenze con gli altri componenti del team.

Se è bravo in qualcosa di specifico, sarà più incline a parlarne e a mettersi in gioco. Attribuiscili il ruolo di coach e il compito di supportare (in quel campo o settore specifico) un collega di team.
Uno-a-uno.

Poi aumenta gradualmente la difficoltà.

LA TUA COMUNICAZIONE AUTOREVOLE CON IL TUO TEAM > trovi spunti interessanti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

6. Aiuta il collaboratore insicuro a non mollare

Rivedi le strategie, l’approccio, gli strumenti, competenze e … fallo andare avanti. Non accontentarti di alcuni tentativi, insisti con lui/lei fino alla fine.

Anche dopo ripetuti fallimenti, non perdere la fiducia in lui/lei.
Mai.
Ricorda che il talento è utile ma la tenacia è il fattore fondamentale del successo a lungo termine.

Se non c’è l’ha (la tenacia), aiuta il collaboratore a trovarla. Se ne ha, sostienilo a non sprecarla e a indirizzarla su qualcosa di valido!

7. Cancella la percezione di fallimento

Non associare l’errore alla persona.

Anche inconsciamente, come se fossimo ancora a scuola, diamo sempre un voto, una valutazione, un giudizio, una sentenza inappellabile e spietata: se “ha fallito”, vorrà dire che “è un fallito”.

 


 

Aiuta il collaboratore dubbioso a ristrutturare le sue convinzioni e smussare gli angoli della sua autocritica più tagliente e imparare a pensare: “Io non sono un errore” ma “Ho commesso un errore”.

La differenza è lampante!

8. Trasforma il fallimento in un momento di crescita

Quando una persona è in debito di fiducia personale, anche l’errore più piccolo confermerà i suoi sentimenti di inadeguatezzaEcco … lo sapevo che non riuscivo. Come sempre.

Aiuta il tuo collaboratore esitante a capire che il fallimento è davvero un passo verso il successo.
Insegnagli a “fallire positivamente”, guardando sempre in avanti, sfruttando al massimo i suoi errori.

Trasforma il fallimento in uno strumento di apprendimento e crescita.
Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita del tuo team.

Se riuscirai a ispirare speranza, farai “volare” il tuo team.

9. Celebra il miglioramento per sviluppare fiducia

Quando raggiungi un obiettivo con il tuo collaboratore, festeggia con lui/lei. Il successo genera successo e la fiducia acquisita procura una maggiore sicurezza.

Racconta la sua storia di successo ad altri dirigenti, in tutta l’azienda. Mostra alla tua squadra quanto ne sei orgoglioso!

Se ti concentri sugli errori, invece, “costruisci” ambienti distaccati e menefreghisti.

 


 

Sviluppare fiducia richiede tempo ed energia

Ma ne vale la pena.
Crea un impatto a lungo termine per il dipendente, per il team e per la tua azienda.

La fiducia è sempre dare.
Anche quando ti aspetti che qualcuno guadagni la tua fiducia, inizia comunque col darla.

Dai fiducia.
Accetta i limiti negli altri.

È importante sottolineare che questi suggerimenti non sono una forma di “coccole” per la gestione di persone insicure, ma piuttosto un potenziamento di collaboratori con un potenziale inespresso.

Se vuoi approfondire … ecco il coaching per gestire il team!

9 modi per sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro – 1

sviluppare la fiducia

Non importa quanto sia intelligente, competente e qualificato il tuo collaboratore, se si sente dubbioso delle sue qualità, non ha la certezza di poter fare la differenza
non mostrerà il suo pieno potenziale.

Alcuni collaboratori,
non sono a loro agio nel parlare davanti alle persone, spingere una vendita, fare telefonate difficili con un cliente. Danno il meglio di sé in altri approcci … magari ascoltare, analizzare, pacificare, ecc…

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Se come team leader,
hai intenzione di sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro spesso, nonostante le buone intenzioni, con le tue parole e il tuo comportamento, rischi di accentuare dubbi e paure.

Infatti, quando il collaboratore esitante è spinto, pressato a oltrepassare la sua zona di comfort (senza essere pronto) è facile che diventi ancor più emotivo, agitato e turbato.
Insicuro e incerto.

Creare fiducia in un collaboratore indeciso non è cosa-facile, non avviene in una notte,
richiede il tuo impegno, una “vera” conversazione, “da-coach”,
non riconoscimenti superficiali o slogan motivazionali presi in prestito.

Ecco 9 modi per infondere fiducia e sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro o sfiduciato:

1. Non pressare

Il modo più naturale per motivare una persona insicura suona più o meno così:
“Coraggio! Se va male, la prossima volta andrà meglio!”

In realtà, le esortazioni non aiutano l’insicuro a diventare coraggioso.
Anzi.

 


 

Ci sono persone che amano guardare … prima di buttarsi!
L’attesa dell’azione inoltre aumenta la paura.
È importante lasciare ai tuoi collaboratori insicuri il tempo per pensare e raccogliere i pensieri.

È meglio fare un passo indietro e rispettare “i confini” piuttosto che spingere e rischiare di perdere un valido collaboratore.


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2. Fai sentire la persona importante se vuoi sviluppare la fiducia

La persona che crede di essere importante agisce come se fosse importante.
Quando aiuti qualcuno a credere che sia importante, espandi il suo potenziale (e il tuo).

Aiuta il tuo collaboratore a credere di più in se stesso.

Nessuno ama sentirsi un “progetto”, una risorsa.
Se tratti il tuo collaboratore come incapace (un bamboccio cui dispensare ordini), si comporterà da perdente.

Connettiti con lui/lei personalmente, trattalo da adulto, osserva i segnali verbali che esprime la mancanza di fiducia.

Parla delle verità difficili.
Non nascondere la realtà e le scarse prestazioni con la compassione e frasi di incitamento prese dal web.
La commiserazione raramente solleva il potenziale.

3. Sii specifico quando dai riconoscimenti

Se dici “Però … hai un potenziale!” non riuscirai a incedere sulla motivazione e sulla potenzialità della persona.

Devi essere il più specifico possibile con esempi quando elogi.

  • “Stamattina, con il cliente A. … Quando hai detto X, hai cambiato la conversazione? Ottimo, stai facendo la differenza!”

Il collaboratore insicuro deve essere convinto e rassicurato dalle tue parole.
Espressioni generiche “Stai andando alla grande”, “ Sei forte” non bastano.

Leggi questo post per approfondire!

 
POTENZIA LA TUA COMUNICAZIONE CON IL TUO TEAM > FAI COACHING
 

Angela – che sta facendo coaching per migliorare la “gestione” del suo capo diretto – spiega benissimo il concetto:
“Il mio manager mi dice sempre che sono brava, ma non mi dà mai dettagli.
Non ne sono poi così sicura.
Se davvero pensasse che fossi così brava, avrebbe ampliato il mio ruolo. Invece … francamente, sto iniziando a interrogarmi sul mio futuro qui. “

Continua a leggere la parte 2.

Aumentare la tua leadership? Impara a dire NO ai collaboratori

imparare a dire no
Martha è preparata, capace e appassionata del suo lavoro.

È office manager e coordina otto collaboratori. Tiene molto al clima del team, alle relazioni e alla collaborazione.

Forse anche troppo.

Martha vuole mantenere pace e tranquillità. Vuole essere una responsabile disponibile, aperta, diversa da quei capi rigidi che decidono senza ascoltare nessuno.

Così, quando dovrebbe dire NO, spesso preferisce evitare.

Dice “Vediamo”.
“Forse”.

Oppure finisce per dire SI anche quando vorrebbe dire tutt’altro.

Nel breve periodo funziona.

Nessuna discussione.
Nessuna faccia contrariata.
Nessuna tensione.

Ma quella tranquillità ha un prezzo.

Dire sempre SI non significa essere un leader disponibile

Martha comincia ad accorgersene.

Accetta richieste che vorrebbe rifiutare. Si assume attività che dovrebbero svolgere altri. Rimanda decisioni scomode.

Alla fine si ritrova oberata di lavoro, stanca e nervosa.

E soprattutto frustrata con se stessa.

Quando poi arriva al limite, succede il contrario: il NO che non è riuscita a dire prima esce improvvisamente.

Secco.
Brusco.
Irritato.

Il problema, allora, non è più soltanto la richiesta del collaboratore.

È tutto quello che Martha ha accumulato prima.

Dire NO al momento giusto avrebbe probabilmente creato meno tensione di quella che sta cercando di evitare.

Se vuoi essere leader devi accettare che qualche tua decisione non piacerà

È questo il passaggio più difficile.

Martha non teme realmente la parola NO.

Teme quello che potrebbe succedere dopo.

  • “Ci rimarrà male?”
  • “Penserà che non sono disponibile?”
  • “Si arrabbierà?”
  • “Cambierà atteggiamento nei miei confronti?”

Quando coordini altre persone è normale tenere conto delle loro reazioni.

Il problema nasce quando la paura della reazione comincia a decidere al posto tuo.

A quel punto non stai più scegliendo ciò che ritieni corretto per il lavoro, per il team o per la situazione.

Stai scegliendo ciò che ti permette di evitare il disagio.

Un NO non distrugge necessariamente una relazione

Molti leader associano il NO allo scontro.

Pensano che essere fermi significhi essere rigidi. Che mettere un limite significhi diventare autoritari. Che negare una richiesta significhi deludere inevitabilmente qualcuno.

Non è così.

Puoi dire NO e continuare ad ascoltare.
Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

Puoi rifiutare una richiesta spiegandone le ragioni, riconoscendo il punto di vista dell’altra persona e, quando possibile, proponendo un’alternativa.

Il problema non è il NO. È come lo dici e quanto sei capace di sostenerlo.

Non comprare la tranquillità del team con continui SI

È una tentazione comprensibile.

Dire SI risolve immediatamente il problema.

La persona è contenta.
La conversazione finisce.
La tensione sparisce.

Almeno apparentemente.

Ma se continui a evitare decisioni scomode, prima o poi il team comincerà a capire che i tuoi limiti sono negoziabili.

E tu potresti ritrovarti a dire SI non perché sei disponibile, ma perché non riesci più a dire NO.

C’è una grande differenza.

La disponibilità è una scelta.
L’incapacità di mettere un limite.. no.

Non hai bisogno che i tuoi collaboratori siano sempre contenti di te

Questa è forse la consapevolezza più importante per Martha.

Un leader può desiderare un buon rapporto con il proprio team. Anzi, dovrebbe.

Ma non può utilizzare l’approvazione dei collaboratori come criterio per stabilire se sta facendo bene il proprio lavoro.

Ci saranno decisioni apprezzate e altre contestate.
Richieste che potrai accogliere e altre che dovrai rifiutare.

Momenti in cui sarai vicino alle esigenze della persona e altri in cui dovrai tutelare quelle dell’intero team.

Essere autorevole non significa essere sempre apprezzato. Significa riuscire a rimanere coerente anche quando sarebbe più comodo compiacere.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra autorevolezza, comunicazione e gestione delle persone.

Martha non deve imparare soltanto a dire NO

Durante il coaching Martha mi disse:

“Voglio essere diversa, disponibile e aperta, ma anche ferma e decisa nelle mie decisioni.”

Ed è proprio qui il punto.

Non deve trasformarsi in una responsabile più dura.

Deve imparare a non confondere disponibilità con accondiscendenza.

Dire NO quando serve. Spiegarlo quando è utile. Ascoltare la reazione dell’altra persona senza sentirsi obbligata a cambiare decisione soltanto perché quella reazione è negativa.

All’inizio può essere scomodo.

Poi scopri spesso una cosa sorprendente: gli altri accettano i tuoi NO molto meglio di quanto avevi immaginato.

E anche quando non li accettano?

Puoi ascoltare il loro disappunto senza dover necessariamente eliminarlo.

Perché leadership significa anche questo:

non evitare ogni tensione, ma imparare a gestirla senza perdere te stesso.

12 frasi che ispirano motivazione e fiducia nei collaboratori (usale spesso)

frasi che ispirano
Per molti di noi è più facile parlare di cosa non funziona piuttosto che riconoscere ciò che sta funzionando.

Succede anche ai leader.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” molti team leader si sentono più a loro agio nel correggere un errore che nel riconoscere un buon lavoro.

Temono di sembrare deboli, poco esigenti o eccessivamente accomodanti. Oppure pensano che gratificare troppo una persona possa farle credere di essere “arrivata”.

Eppure riconoscere un buon lavoro non significa abbassare l’asticella.

Significa far capire alla persona quali comportamenti, capacità e risultati vale la pena continuare a mettere in campo.

Criticare è più facile che riconoscere

Un collaboratore ha bisogno di sapere quando sta sbagliando.

Ma ha bisogno anche di capire quando sta facendo bene e perché.

Il punto non è distribuire complimenti per tenere alto il morale. Un “Bravo!” detto automaticamente serve a poco.

Un riconoscimento preciso, invece, dice alla persona: ho visto quello che hai fatto, ne comprendo il valore e so perché è stato importante.

E questo può incidere sulla fiducia molto più di quanto immagini.

Ecco 12 frasi che ispirano che puoi utilizzare.

1. “Sei sulla strada giusta…”

Oppure:

“Stai facendo progressi su…”

Non fermarti alla frase. Spiega cosa hai notato.

Più il riconoscimento è concreto, più diventa credibile.

2. “Ho notato come…”

  • “Ho notato quanto hai lavorato per…”
  • “Ho notato che hai insistito nonostante la difficoltà…”

A volte la parte più importante del riconoscimento sta proprio in quelle prime due parole:

“Ho notato.”

Dicono al collaboratore che il suo impegno non è passato inosservato.

3. “Sono rimasto impressionato da…”

  • “Sono rimasto impressionato dalla professionalità che hai dimostrato stamattina con il cliente.”

Non serve utilizzarla continuamente.

Proprio per questo, quando è sincera e accompagnata da un esempio preciso, ha un peso particolare.

4. “Vorrei conoscere il tuo parere su…”

Come leader potresti semplicemente dire cosa fare.

Chiedere un’opinione, invece, comunica qualcosa di diverso: la tua esperienza e il tuo punto di vista mi interessano.

Non significa rinunciare alla decisione finale.

Significa coinvolgere il collaboratore prima di prenderla.

5. “Hai fatto davvero la differenza”

Ancora meglio:

  • “Hai fatto la differenza quando…”

Le persone vogliono capire che il loro lavoro produce un effetto concreto.

Mostra quale.

Un cliente soddisfatto, un problema risolto, una scadenza rispettata, un collega aiutato, un processo migliorato.

6. “È un compito delicato. Ho pensato di affidarlo a te”

Affidare una responsabilità importante è uno dei riconoscimenti più forti.

Non stai dicendo semplicemente “Sei bravo”.

Stai dicendo:

“Mi fido di te.”

E poi lo dimostri con i fatti.

7. “Grazie per…”

Il “grazie” più efficace non è automatico.

È specifico.

  • “Grazie per esserti fermato ieri.”
  • “Grazie per come hai gestito quel cliente.”
  • “Grazie per avermi segnalato il problema prima che diventasse più grande.”

Poche parole.
Frasi che ispirano.
Ma devono essere vere.

8. “È stato davvero un ottimo lavoro. Dimmi come hai fatto”

Qui il riconoscimento fa un passo in più.

Non soltanto apprezzi il risultato, ma mostri interesse per come la persona lo ha ottenuto.

Le stai riconoscendo una competenza.

E le chiedi di condividerla.

9. “Che cosa posso fare per aiutarti?”

Leadership non significa soltanto chiedere risultati.

A volte significa accorgersi che una persona è in difficoltà e domandare cosa puoi fare per permetterle di lavorare meglio.

Non devi risolvere ogni problema al posto suo.

Devi farle capire che non è sola davanti al problema.


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10. “Un collega mi ha parlato molto bene del tuo lavoro”

Il riconoscimento dei colleghi ha un valore particolare perché spesso viene percepito come spontaneo.

Se qualcuno ti parla positivamente di un componente del team, perché tenertelo per te?

Faglielo sapere.

11. “Hai lavorato molto in questo periodo. Prenditi il pomeriggio”

Naturalmente non è sempre possibile.

Ma quando lo è, un gesto concreto può valere più di molti discorsi sulla motivazione.

Il riconoscimento non deve essere necessariamente una delle frasi che ispirano.

Può essere una decisione.

12. “Durante le vacanze non pensare al lavoro”

Soprattutto i collaboratori più scrupolosi possono avere difficoltà a staccare davvero.

Dire esplicitamente che non ti aspetti messaggi, controlli o disponibilità continua comunica rispetto.

Anche questo costruisce fiducia.

Tratta i collaboratori come persone, non come strumenti

Le frasi funzionano soltanto se dietro c’è qualcosa di vero.

  • Se dici “Mi fido di te” e poi controlli ogni dettaglio, la frase perde valore.
  • Se chiedi “Cosa ne pensi?” ma hai già deciso e non ascolti la risposta, il collaboratore lo capirà.
  • Se dici “Ottimo lavoro” a tutti, continuamente e senza spiegare perché, anche il complimento più positivo diventerà rumore.

Il riconoscimento non deve essere abbondante. Deve essere credibile.

Non servono grandi discorsi, semplici frasi che ispirano.

A volte bastano pochi secondi, un esempio concreto, uno sguardo diretto e un semplice:

  • “Grazie. Hai fatto davvero un buon lavoro.”

A chiunque fa piacere sapere che sta lavorando bene.

Ma ancora di più fa piacere capire che qualcuno se n’è accorto.

Riunione con il tuo team: come gestire un’osservazione non gradita

riunione con il team
Come leader del tuo team, come reagisci quando un collaboratore ti rivolge una domanda polemica? Un’osservazione pungente? Una considerazione al limite della provocazione?

Soprattutto: come la gestisci davanti a tutto il team?

Non avere paura delle osservazioni dei collaboratori, anche quando sono scomode o poco pertinenti. La scelta peggiore è cercare di evitarle sperando che scompaiano da sole.

Non succederà.

Se ben gestite, possono invece diventare occasioni preziose: permettono di approfondire un tema, capire cosa pensa davvero il team e misurare il livello di attenzione e partecipazione.

Un’obiezione durante la riunione con il team non è necessariamente una minaccia alla tua leadership. Può diventare un’occasione per rafforzarla.

Non farti travolgere dalle emozioni

Una domanda pungente, soprattutto davanti agli altri, può irritarti. Può farti sentire messo in discussione o provocato.

Ma se reagisci emotivamente rischi di dire qualcosa di cui potresti pentirti e, soprattutto, di trasformare una divergenza professionale in una questione personale.

Quanto più rimani tranquillo e centrato, tanto meglio riuscirai a gestire la situazione.

Ascolta fino alla fine

Non tagliare la parola.
Non interrompere.
Non parlare sopra al collaboratore.

Anche se hai già sentito quella critica e pensi di conoscere perfettamente la risposta, lascia che la persona finisca e spieghi come è arrivata a quella conclusione.

Attenzione anche al linguaggio del corpo.

Sospirare, sbuffare, roteare gli occhi o assumere un’espressione di sfida comunica molto più di quanto pensi.

Ascoltare non significa essere d’accordo. Significa capire prima di rispondere.

Dai credito all’osservazione, anche se non ti piace

Prima di replicare puoi riconoscere il punto di vista della persona:

“Capisco quello che stai dicendo.”

Non significa approvare. Significa semplicemente: “Ti sto ascoltando e prendo sul serio ciò che dici.”

Se nell’osservazione c’è qualcosa di condivisibile, riconoscilo. Se non sei d’accordo su altri aspetti, dillo con altrettanta chiarezza.

Senza enfatizzare.
Senza metterti sulla difensiva.

Non trasformare la riunione in un duello

Durante la riunione con il team evita di focalizzarti esclusivamente sulla persona che ha sollevato l’obiezione.

Se il confronto diventa un lungo botta e risposta tra voi due, il resto del team finisce per assistere a un duello: qualcuno si schiererà con te, qualcuno con il collega, qualcun altro starà semplicemente a guardare per vedere “come se la cava il capo”.

Riporta invece la questione al gruppo.

  • “È una percezione che ha anche qualcun altro?”
  • “Come la vedete?”

In questo modo la discussione rimane professionale e la riunione continua a essere del team, non vostra.


Vuoi potenziare la tua assertività?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non lasciare che la riunione diventi una gazzarra

Una discussione vivace può essere utile. Una caciara no.

Quando iniziano il rimpallo delle responsabilità, le battutine e la gara per stabilire chi abbia ragione, tocca a te riportare il confronto sui binari.

Non devi vincere la discussione.
Devi gestirla.

Chiarisci cosa c’è davvero dietro l’osservazione

Non fermarti alla prima frase.

Hai il cosa. Adesso cerca di capire il perché.

  • “Cosa ti porta a questa conclusione?”
  • “A quale situazione ti riferisci?”
  • “Qual è, secondo te, il problema principale?”

A volte scoprirai che dietro un’obiezione ci sono informazioni mancanti o percezioni sbagliate. Altre volte, invece, emergerà un problema reale che non avevi considerato.

Ed è proprio per questo che vale la pena fare domande prima di rispondere.

Esprimi il tuo punto di vista

Una volta compresa la questione, puoi spiegare la tua posizione.

Non limitarti a ripetere esattamente quello che hai già detto. Usa parole diverse, aggiungi le informazioni che mancavano e chiarisci il ragionamento che sta dietro alla tua decisione.

E se durante il confronto emerge qualcosa che modifica la tua valutazione, non avere paura di riconoscerlo.

Essere autorevole non significa avere sempre ragione.

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La chiave resta l’ascolto

Gestire un’osservazione scomoda davanti al team non significa respingerla velocemente o dimostrare chi comanda.

Significa ascoltare, capire cosa c’è dietro, mantenere il controllo della discussione e poi rispondere con chiarezza.

Se invece eviti il confronto, liquidi il collaboratore con una giustificazione debole oppure ricorri alla gerarchia — “Il capo sono io” — rischi di ottenere esattamente l’effetto contrario.

Non mostri forza.
Mostri insicurezza.

Come gestire con efficacia il collaboratore sarcastico e irrispettoso

gestire il collaboratore difficile

Foto di Ryan McGuire

Una iena.

Ecco cosa “diventa” Michela durante le sessioni di coaching quando parla di Enrico.

Un nuovo collaboratore.
Intelligente.
Capace.
Ma sarcastico.

Commenta con tono maligno alcune sue decisioni.
Nelle riunioni si comporta come se Michela avesse poca importanza.

Fa osservazioni “spiritose”. Anche davanti agli altri.

Gestire il collaboratore difficile:

“Uno stronzo. Ecco cos’è.
Ma chi ce l’ha mandato?
Non mi sta dando il rispetto come manager.”

Michela vorrebbe risolvere il problema velocemente.

Non sa se pesa di più il sarcasmo…
o la difficoltà di affrontarlo.

Le chiedo:

“Quanto spazio mentale ti sta occupando questa persona?”

“Quanto disturbo sta creando?”

Troppo.

Ed è questo il punto.

Se un collaboratore difficile inizia a minare la tua leadership, devi intervenire.

Subito.

Più a lungo lasci che il problema si espanda, più danneggerà:

  • la tua autorevolezza
  • la coesione del team
  • il clima di lavoro

Il sarcasmo non gestito diventa veleno.

Per te.
E per la squadra.

Il sarcasmo è una sfida di leadership

Il sarcasmo può essere umorismo.

Oppure un’arma.

Può essere leggerezza… o mancanza di rispetto.

Sta a te capire quale dei due.
E agire di conseguenza.

Ecco 9 strategie per gestire un collaboratore sarcastico senza perdere autorevolezza.

1. Comprendi la vera natura del sarcasmo

Chiediti:
Sta cercando di essere divertente?
O sta cercando di sminuirti?

Se usa sarcasmo con tutti, anche con sé stesso, potrebbe essere solo uno stile comunicativo immaturo.

Se invece è diretto solo verso di te, è probabilmente una sfida alla tua leadership.
In questo caso, ignorare non basta.

Devi intervenire.

2. Non prenderla sul personale

Il tuo obiettivo non è vincere uno scontro.
È guidare un team.

Il rispetto non si impone con il titolo.
Si costruisce con la presenza.

Evita minacce tipo (almeno non subito):

  • “Lo dirò al CEO.”
  • “Lo segnalerò alla Direzione.”

Ti indeboliscono.

L’autorità vera non ha bisogno di alzare la voce.

3. Mantieni autocontrollo assoluto

Non rispondere al sarcasmo con sarcasmo.

Mai.
Evita escalation.

Rimani neutro.
Calmo.
Presente.

Puoi usare domande come:

  • “Cosa intendi esattamente?”
  • “Puoi chiarire?”
  • “Non la vedo così. Spiegami meglio.”

Se necessario, sii diretto:

“Trovo questo commento inappropriato. Ti chiedo di evitarlo.”

Senza rabbia.
Senza aggressività.
Solo fermezza.

4. Parla in privato. Sempre.

Mai correggere davanti agli altri.
Creeresti solo difesa.
E umiliazione.

Fissa un incontro a quattr’occhi.

Preparati mentalmente.
Respira.
Rallenta.

La tua calma sarà la tua forza.

5. Dai un feedback chiaro e specifico

Non attaccare la persona.
Concentrati sui comportamenti.

Non dire:

  • “Sei irrispettoso.”

Piuttosto:

“Durante la riunione di ieri hai fatto questo commento. Questo comportamento indebolisce la collaborazione nel team.”

Parla dell’impatto.
Non del carattere.

E chiarisci cosa-ti-aspetti.

6. Mostra rispetto. Anche se non lo provi

Il rispetto è una scelta.
Non una reazione.

Puoi non apprezzare una persona.

Ma puoi comunque comportarti da leader.

Ascolta.
Senza interrompere.

La tua autorevolezza si misura soprattutto nei momenti difficili.

7. Documenta i comportamenti

Annota:

  • date
  • episodi
  • contesto
  • impatto

Non per punire.

Ma per proteggere la tua leadership e l’organizzazione.

E per agire con lucidità,
non con emotività.

8. Rimani focalizzato sui tuoi obiettivi

Non lasciare che una persona monopolizzi la tua energia mentale.

Continua a guidare il team.
Riconosci i successi.
Rafforza il clima positivo.

Un leader non si lascia risucchiare dalla negatività.

La gestisce.
E va oltre.

9. Chiedi un cambiamento concreto

Sii chiaro.
Sii specifico.
Fermo.

Spiega quali comportamenti devono cambiare.
E in quali tempi.

Se non cambia nulla, dovrai agire.

Proteggere il team è parte del tuo ruolo.

Non è opzionale.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo.

Non istinto.

Nel percorso di coaching mirato “Gestire un collaboratore difficile” lavori su comunicazione, limiti e autorevolezza per tornare a guidare con chiarezza.

La verità che molti leader evitano

Sperare che il problema si risolva da solo raramente funziona.

Il tempo non risolve.
Amplifica.

La leadership richiede presenza.
Decisione.
Responsabilità.

Anche quando è scomodo.

La tua autorevolezza non si misura quando tutto va bene.

Si misura quando qualcuno prova a metterla alla prova.

È lì che smetti di essere solo un manager.
E diventi un leader.

Fare crescere il team: la gestione delle scuse e delle giustificazioni

fare crescere il team

Come reagisci quando un collaboratore arriva con l’ennesima giustificazione?

Accetti ogni spiegazione per evitare discussioni?

Oppure lasci correre, accumuli irritazione per settimane e poi esplodi con quello che arriva in ritardo per la prima volta?

Nessuno dei due approcci aiuta a fare crescere il team.

Gestire scuse e giustificazioni non significa diventare rigidi o sospettosi. Significa capire quando hai davanti una difficoltà reale e quando, invece, la spiegazione sta diventando un modo per evitare la responsabilità.

Le persone capiscono rapidamente quali scuse vengono accettate

Se una giustificazione viene accolta continuamente senza affrontare il problema, il messaggio passa velocemente.

Non solo alla persona interessata.

Anche agli altri.

Ciò che tolleri ripetutamente rischia di diventare uno standard per tutto il team.

E questo può essere particolarmente demotivante per i collaboratori che rispettano impegni, responsabilità e scadenze.

Non devi mettere in discussione ogni spiegazione. Un imprevisto capita a tutti.

Il problema comincia quando l’eccezione diventa un’abitudine.

Non discutere all’infinito sulla scusa

  • “Non ho avuto tempo.”
  • “Ho troppe cose da fare.”
  • “Non mi hanno spiegato come farlo.”
  • “Non è colpa mia.”
  • “Non ne sapevo niente.”

Puoi passare molto tempo a stabilire quanto sia credibile ogni spiegazione.

Oppure puoi spostare la conversazione su qualcosa di più utile:

“Cosa puoi fare perché non succeda di nuovo?”

È qui che cambia il livello della conversazione.

Non stai più discutendo sul passato. Stai chiedendo alla persona di assumersi una parte di responsabilità sul futuro.

Una spiegazione può aiutare a capire cosa è successo.
Non può diventare il modo abituale per evitare la responsabilità.

Chiedi al collaboratore di trovare una soluzione

Se vuoi fare crescere il team, resisti alla tentazione di risolvere immediatamente il problema al posto suo.

Chiedi:

  • “Che cosa proponi?”
  • “Di cosa hai bisogno per riuscirci la prossima volta?”
  • “Come pensi di organizzarti diversamente?”

Forse serve spostare un orario, una formazione specifica, un supporto tecnico o l’aiuto temporaneo di un collega.

Se esiste un ostacolo concreto, naturalmente il leader deve fare la sua parte.

Ma la prima soluzione non deve arrivare automaticamente da te.

Altrimenti il collaboratore impara qualcosa di molto semplice: porta il problema al capo e sarà il capo a occuparsene.


Sulla gestione delle scuse dei collaboratori trovi spunti interessanti nel mio libro:

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non trasformarti nel risolutore ufficiale del team

Essere disponibili non significa sostituirsi alle persone.

Un leader deve sostenere, dare strumenti, rimuovere gli ostacoli che il collaboratore non può rimuovere da solo.

Ma deve anche permettere alle persone di sviluppare autonomia.

Aiutare un collaboratore non significa togliergli la responsabilità.
Significa metterlo nelle condizioni di assumersela.

Se continui a intervenire, decidere e sistemare tutto personalmente, forse nel breve periodo farai prima.

Nel lungo periodo, però, avrai un team che continuerà a dipendere da te. Approfondisci con il post.

Riafferma la fiducia e chiudi la questione

Una volta chiarito il problema e concordato cosa fare, non continuare a tornarci sopra.

Niente prediche.
Niente battutine alla prima occasione.
Neanche “Te l’avevo detto”.

Riafferma la fiducia nella persona e lascia che siano i comportamenti successivi a parlare.

Se il problema si ripresenta, allora sarà necessario affrontarlo nuovamente e capire perché la soluzione concordata non ha funzionato.

Ma senza trasformare la gestione delle prestazioni in una rivincita personale.

Fare crescere il team significa aumentare la responsabilità

Un leader non deve essere né quello che accetta qualsiasi scusa né quello che aspetta l’errore per punire.

Deve riuscire a distinguere tra difficoltà, imprevisti e giustificazioni ricorrenti.

E soprattutto deve riportare la conversazione sulla domanda più importante:

“Adesso, cosa puoi fare tu per risolvere il problema?”

Un team cresce quando le persone smettono di concentrarsi su perché qualcosa non è stato fatto e cominciano a chiedersi come farlo meglio la prossima volta.

Se il tuo team fatica a seguirti, può non essere un problema di competenza ma di comunicazione. In questo percorso impari a guidare con empatia e fermezza, non con autorità.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Il segreto del grande leader? Coinvolgere tutto il team – nessuno escluso

coinvolgere il team
Forse non te ne rendi conto, ma all’interno del tuo team potresti confrontarti sempre con le stesse persone.

Quelle più esperte.
Più disponibili.
Quelle con cui hai maggiore sintonia.
Che sai già come reagiranno.

Con gli altri, invece, il rapporto rischia di ridursi alle direttive di routine.

Naturalmente non tutti i collaboratori devono essere coinvolti nello stesso modo. Ruoli, responsabilità e competenze sono diversi.

Ma una cosa non dovrebbe cambiare:

ogni persona dovrebbe sentirsi parte del tuo team.

Tutti vogliono sentire che il proprio lavoro conta

Anche chi svolge un compito meno visibile desidera fare un buon lavoro, avere obiettivi chiari e capire quale contributo sta dando.

Non serve coinvolgere tutti in tutto.

Serve evitare che qualcuno abbia costantemente la sensazione di essere ai margini.

Non tutti devono avere lo stesso ruolo.
Tutti devono sentire che il proprio ruolo ha un valore.

Condividi le informazioni che servono. Spiega dove state andando. Fai capire perché una determinata attività è importante.

Le persone lavorano diversamente quando comprendono come il loro contributo si inserisce nel risultato complessivo.

Non dividere il team in persone di serie A e serie B

Le divisioni possono nascere quasi senza accorgersene.

Nuovi assunti e vecchia guardia.
Tempo pieno e part time.
Amministrazione e commerciale.
Chi lavora sempre al tuo fianco.
Chi incontri una volta alla settimana.

Differenze reali, naturalmente.

Il problema nasce quando queste differenze diventano anche differenze di attenzione, ascolto e considerazione.

Nel tuo team non dovrebbero esserci “panchinari”.

Se chiedi sempre il parere alle stesse due persone, assegni i progetti interessanti sempre agli stessi, condividi le informazioni soltanto con la tua cerchia più vicina, prima o poi gli altri se ne accorgeranno.

E tireranno le loro conclusioni.

Altro che coinvolgere il team!

Usa il NOI. Ma deve essere credibile

Dire “siamo una squadra” serve a poco se poi nei fatti coinvolgi sempre gli stessi.

Il NOI funziona quando trova conferma nei comportamenti.

Quando condividi.
Quando ascolti.
Quando riconosci il contributo anche di chi lavora lontano dai riflettori.

Il senso di appartenenza non nasce dagli slogan. Nasce dall’esperienza quotidiana delle persone.

Fai domande. Anche a chi parla meno

Non aspettare sempre che siano i collaboratori a farsi avanti.

Chiedi:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti in questa situazione?”
  • “C’è qualcosa che secondo te potremmo fare diversamente?”
  • “Vorrei conoscere il tuo punto di vista.”

Sono domande semplici, ma mandano un messaggio importante:

la tua opinione mi interessa.

Coinvolgere il team non significa cedere la decisione. Significa creare spazio perché le persone possano contribuire.

Ascolta le proposte, valuta i suggerimenti e mantieni la tua responsabilità decisionale.

Se sei il leader, la decisione finale può spettare a te.

Coinvolgere il team non significa trasformare ogni scelta in una votazione.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Attenzione a non ascoltare soltanto le persone più visibili

In ogni team ci sono persone che parlano molto e altre che intervengono poco.

Quelle che bussano continuamente alla tua porta e quelle che difficilmente lo faranno.

È facile finire per dare più attenzione a chi sa prendersela.

Un leader dovrebbe accorgersi anche di chi non alza la mano.

Non perché tutti abbiano necessariamente qualcosa di decisivo da dire, ma perché una buona idea può arrivare anche dalla persona più silenziosa, dal nuovo arrivato o da chi svolge un ruolo apparentemente secondario.

Coinvolgere il team non significa accontentare tutti

Ascoltare una persona non significa darle ragione.

Chiedere un’opinione non significa essere obbligati a seguirla.

E coinvolgere tutti non significa distribuire responsabilità artificialmente pur di non scontentare nessuno.

Significa creare un contesto in cui le persone possano contribuire e sappiano che il loro contributo sarà preso seriamente in considerazione.

Poi il leader decide.

E, quando necessario, spiega perché.

Il mio percorso “Motivare il team demotivato” ti offre un confronto non giudicante e un piano d’azione chiaro per recuperare energia e allineamento.

Un grande leader non lascia nessuno permanentemente ai margini

Non devi dedicare a tutti lo stesso tempo.

Non devi affidare a tutti le stesse responsabilità.
Non devi coinvolgere ogni collaboratore in ogni decisione.

Devi però fare attenzione che le differenze necessarie non diventino esclusione.

Perché quando una persona si sente costantemente fuori dal gioco, prima o poi smette anche di provare a entrarci.

Il punto non è coinvolgere tutti allo stesso modo.
È fare in modo che nessuno smetta di sentirsi parte del team.

Come migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore in 7 mosse

comunicazione con un collaboratore
Dritti al punto: ascoltare è una delle competenze fondamentali per comunicare davvero con un collaboratore.

Come ho scritto più volte anche nei miei libri, se non ascolti, come puoi pretendere di capire ciò che l’altro sta cercando di dirti?

Sembra elementare.

Eppure ascoltare è molto più difficile di quanto pensiamo.

Non significa semplicemente restare in silenzio mentre qualcuno parla. Significa mettere momentaneamente da parte giudizi, risposte già pronte e distrazioni per cercare di comprendere il messaggio nel suo contesto.

Sentire è automatico.
Ascoltare richiede attenzione.

Ecco 7 mosse per migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore.

1. Presta davvero attenzione

Se puoi, preparati ad ascoltare.

Metti da parte per qualche minuto ciò che stavi facendo. Guarda la persona. Allontana il telefono. Evita di continuare a leggere una mail mentre dici:

“Parla pure, ti ascolto.”*

Probabilmente sentirai le parole.

Ma difficilmente coglierai tutto il resto.

Se perdi il filo, non fingere di aver capito.

Meglio dire:

“Scusa, ho perso quest’ultimo passaggio. Puoi ripeterlo?”

Fingere di aver ascoltato è molto peggio che ammettere di essersi distratti.

2. Non preparare la risposta mentre l’altro sta parlando

Succede continuamente.

Il collaboratore sta ancora spiegando e tu hai già cominciato a costruire mentalmente la risposta, la soluzione o l’obiezione.

A quel punto non stai più ascoltando.

Stai semplicemente aspettando il tuo turno per parlare.

Se vuoi comprendere, lascia per qualche minuto in sospeso la necessità di rispondere.

La risposta arriverà dopo.

3. Non arrivare troppo velocemente alle conclusioni

A volte vogliamo dimostrare di avere capito subito.

“Sì, sì, ho capito dove vuoi arrivare…”

E interrompiamo.

Magari hai davvero intuito il problema.
Magari no.

Non c’è niente di più frustrante nella comunicazione con un collaboratore sentirsi rispondere a qualcosa che non ha ancora finito di spiegare.

Lascia che completi il ragionamento.

Poi verifica se hai compreso correttamente.

4. Non interrompere

Per ascoltare serve anche tollerare qualche secondo di silenzio.

Non devi riempire ogni pausa con un consiglio, una correzione o un’esperienza personale.

Consenti alla persona di finire.
Non completarle le frasi.
Non parlarle sopra.
Non utilizzare ogni pausa come occasione per riprenderti immediatamente la conversazione.

Se interrompi continuamente, non stai accelerando la conversazione.
Stai aumentando il rischio di non capirla.

5. Mostra che stai ascoltando

Il tuo corpo comunica quanto le tue parole.

Se guardi continuamente l’orologio, controlli il cellulare o ti volti verso il computer, puoi anche dire “Mi interessa”, ma il messaggio che arriva è un altro.

Mantieni un contatto visivo naturale.

Puoi annuire, fare una domanda breve, utilizzare piccoli segnali come:

  • “Capisco.”
  • “Continua.”
  • “E poi cosa è successo?”

Annuire non significa necessariamente essere d’accordo.

Significa:

“Ti sto seguendo.”


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Riformula ciò che hai capito

Una delle tecniche più semplici per evitare fraintendimenti è riprendere con parole tue quello che hai ascoltato.

Per esempio:

  • “Se ho capito bene, il problema principale è…”
  • “Quindi mi stai dicendo che…”
  • “A tuo avviso la difficoltà nasce da…”

Non è necessario ripetere tutto.

Devi verificare di avere colto il punto essenziale.

La riformulazione è particolarmente utile quando il collaboratore è agitato, poco chiaro o porta diversi problemi contemporaneamente.

Prima di cercare una soluzione, assicurati di aver capito bene il problema.

7. Evita le frasi che contraddicono il tuo comportamento

Alcune espressioni sembrano rassicuranti, ma diventano boomerang se quello che fai comunica il contrario.

Nella comunicazione con un collaboratore attenzione a frasi come:

  • “Ti capisco” se non hai ancora compreso bene la situazione;
  • “Vieni al punto” quando la persona sta cercando di spiegarsi;
  • “Parla pure, ti ascolto” mentre continui a lavorare;
  • “Continua, mi interessa” mentre guardi il telefono o l’orologio.

Le persone prestano molta attenzione alla coerenza tra quello che dici e quello che fai.

Non basta dichiarare interesse. Devi farlo percepire.


Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato per iniziare a comprendere le dinamiche e impostare una strategia efficace.

→ Scopri il servizio.

Ascoltare non significa essere sempre d’accordo

Questo è un punto importante.

Ascoltare un collaboratore non significa approvare tutto quello che dice.

Puoi ascoltare attentamente e poi non essere d’accordo.

Puoi comprendere il suo punto di vista e prendere comunque una decisione diversa.

Puoi mostrare empatia e allo stesso tempo stabilire un limite.

L’ascolto serve a capire meglio prima di decidere come rispondere.

Ed è proprio questo che lo rende una competenza fondamentale per un leader.

Alla fine, la domanda da farti è molto semplice:

Quando un collaboratore ti parla, desideri veramente capire oppure stai soltanto aspettando il momento per rispondere?

Gestire ex colleghi: 11 spunti di successo per la tua leadership

gestire ex colleghi
Diventare il capo è una transizione entusiasmante e appagante.

Ma può anche rivelarsi piuttosto stressante.

Soprattutto quando diventi il leader di persone che, fino a poco tempo prima, erano tuoi colleghi.

“La leadership è azione, non posizione.”

Donald H. McGannon

C’è l’ex collega che, dopo la tua promozione, comincia a guardarti con sospetto o gelosia.

Quello che continua a trattarti come uno del gruppo. E quello che ti considera ancora un amicone e non ha ancora realizzato che adesso il tuo ruolo è cambiato.

Fino a ieri anche tu parlavi del capo.
Adesso, dall’altra parte, ci sei tu.

E forse scopri che è un po’ più complicato di quanto immaginavi.

Dovrai costruire credibilità e autorevolezza senza comportarti come se la promozione ti avesse dato alla testa.

Perché adesso sei responsabile anche della produttività e dei risultati del team.

Ecco 11 spunti per gestire questa delicata transizione.

1. Accetta che i rapporti con gli ex colleghi cambieranno

Prima ne prendi consapevolezza, meglio è.

Cambiano le dinamiche, le responsabilità, gli obiettivi e la pressione. Potresti anche essere costretto a prendere decisioni impopolari.

Fino a ieri condividevi malcontento, confidenze e magari qualche critica. Oggi assegni il lavoro, valuti risultati e prestazioni, prendi decisioni che riguardano quelle stesse persone.

Il rapporto non può rimanere identico.

Non sei diventato un’altra persona.
È cambiato il tuo ruolo.

2. Stabilisci nuovi confini

Il rapporto con i tuoi ex colleghi deve essere rimodellato.

Alcuni confini devono essere ridefiniti. Alcuni argomenti che prima potevi affrontare liberamente, oggi richiedono maggiore attenzione.

Questo non significa diventare improvvisamente freddo, distante o indisponibile.

Significa capire che non puoi continuare a comportarti esattamente come prima.

Può capitare anche di sentirti un po’ più solo o escluso. Fa parte della transizione.

L’importante è non compensare questa sensazione cercando continuamente di tornare a essere uno del gruppo.

3. Rendi chiara la transizione

Normalmente è l’azienda ad annunciare formalmente una promozione.

Se non avviene, concorda con il tuo responsabile o con le Risorse Umane come comunicare il cambiamento.

L’importante è che ruolo e responsabilità siano chiari a tutti.

Evita però proclami o dimostrazioni di forza.

Non hai bisogno di ricordare continuamente agli altri che adesso sei tu il capo.

4. Non cambiare tutto appena arrivi

La tentazione può essere forte.

Finalmente puoi modificare quelle procedure che hai sempre criticato, sistemare ciò che secondo te non funzionava e dimostrare subito che hai idee.

Calma.

Cambiamenti troppo rapidi possono generare resistenza e, soprattutto, farti prendere decisioni senza avere ancora la prospettiva del nuovo ruolo.

Parti dalle questioni più semplici.

Per quelle importanti, osserva, raccogli informazioni, ascolta le persone e poi decidi.

La promozione non ti obbliga a dimostrare immediatamente che cambierai tutto.

5. Costruisci la tua autorità senza esibirla

Essere al comando non significa dare continue dimostrazioni di autorità.

Spiega piuttosto come intendi lavorare, quali sono le tue aspettative e quali obiettivi vuoi raggiungere con il gruppo.

Può essere utile incontrare il team insieme e poi, quando possibile, parlare individualmente con ogni collaboratore.

Chiarisci:

  • cosa ti aspetti;
  • quali saranno le priorità;
  • come intendi lavorare;
  • cosa possono aspettarsi da te.

E soprattutto ascolta.

Non devi convincere tutti che sarai un grande capo. Devi iniziare a comportarti come un buon leader.

6. Non aspettarti che tutti continuino a parlarti come prima

Quando passi da collega a responsabile, qualcosa inevitabilmente cambia.

Le persone possono diventare più guardinghe.
Alcune confidenze spariscono.
Potresti non essere più coinvolto in certe conversazioni.

Non prenderla necessariamente sul personale.

I tuoi collaboratori stanno ridefinendo il rapporto con te esattamente come tu lo stai ridefinendo con loro.

Lascia loro il tempo necessario.

7. Affronta il collega deluso dalla tua promozione

La situazione diventa più delicata se uno dei tuoi ex colleghi desiderava proprio il ruolo che hai ottenuto tu.

Potrebbe essere deluso, frustrato o arrabbiato.

Non ignorarlo.

Non devi scusarti per essere stato scelto, ma puoi riconoscere la situazione e mostrare rispetto per la persona.

Potresti dirgli:

  • “Capisco che tu possa essere deluso. Per me rimani una parte importante del team e vorrei continuare a valorizzare il tuo contributo.”

Poi saranno soprattutto i tuoi comportamenti nel tempo a rendere credibili queste parole.

8. Rimani disponibile al dialogo

La maggiore distanza professionale non deve trasformarsi in chiusura.

Continua a confrontarti, ascoltare idee e accogliere opinioni.

Se la precedente confidenza crea qualche imbarazzo o tensione, affronta la questione direttamente e con rispetto.

Potresti scoprire che anche il tuo ex collega non sa bene come comportarsi con te.

Un rapporto professionale diverso non deve necessariamente diventare un rapporto peggiore.

9. Esci dal circuito dei pettegolezzi

Fino a ieri magari partecipavi anche tu a qualche commento sul capo, sull’azienda o sui colleghi.

Adesso devi stare molto più attento.

Una battuta che prima sembrava innocua può assumere un peso completamente diverso se arriva dal responsabile.

Non significa diventare rigido o perdere il senso dell’umorismo.

Significa evitare pettegolezzi, schieramenti e confidenze che potrebbero compromettere la fiducia nel tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Al gestire ex colleghi ho dedicato un intero capitolo nel mio libro “Prima volta Leader”.

10. Tratta tutti con rispetto e imparzialità

Probabilmente hai costruito rapporti più stretti con alcuni colleghi.

È naturale.

Ma ora devi evitare che queste relazioni influenzino — o sembrino influenzare — assegnazioni, opportunità, valutazioni e decisioni.

Anche se sei convinto di essere imparziale, gli altri osservano i tuoi comportamenti.

Fai attenzione soprattutto a:

  • chi coinvolgi più spesso;
  • a chi concedi maggiore flessibilità;
  • chi ascolti maggiormente;
  • come distribuisci opportunità e responsabilità.

Non devi rinnegare le vecchie amicizie.
Devi impedire che diventino favoritismi.

11. Non cercare l’approvazione dei tuoi ex colleghi

Questa probabilmente è una delle trappole più insidiose.

Vuoi continuare a essere apprezzato. Non vuoi sembrare quello che, appena promosso, cambia atteggiamento.

Così rischi di diventare troppo accomodante, evitare decisioni difficili o concedere ciò che non concederesti ad altri.

Ma guidare un team non significa essere popolari.

Significa prendere decisioni, assumersi responsabilità, trattare le persone con rispetto e mantenere l’attenzione sugli obiettivi.

Se hai continuamente bisogno dell’approvazione dei tuoi ex colleghi, saranno loro a guidare te.


Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Gestire ex colleghi: sfrutta ciò che già conosci, senza pensare di sapere tutto

In questa transizione hai anche un vantaggio importante: conosci già le persone e il funzionamento del team.

Sai chi ha esperienza, chi è autonomo, chi ha bisogno di maggiore supporto. Conosci molti punti di forza, alcune difficoltà e diversi meccanismi di lavoro.

Usa questa conoscenza come punto di partenza, non come sentenza definitiva.

Il tuo nuovo ruolo potrebbe farti vedere persone e situazioni da una prospettiva diversa.

Dai fiducia.
Chiedi suggerimenti.
Rimani aperto alle idee.
Riconosci i contributi.
Sostieni la crescita delle persone.

Aumenta, quando necessario, la distanza professionale, ma rimani connesso al team.

Gestire ex colleghi?

Rimani te stesso, ma accetta che il tuo ruolo sia cambiato.

Gestire ex colleghi è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita. Può diventare anche uno dei primi veri banchi di prova della tua leadership.

Discussione difficile con un collaboratore: 12 errori da evitare

discussione con un collaboratore
Nel mio secondo libro “Prima volta Leader” sottolineo come le conversazioni difficili siano una parte inevitabile della gestione di un team.

Un errore ripetuto.
Una prestazione insufficiente.
Un comportamento che crea problemi.
Una decisione che il collaboratore non accetterà volentieri.

Sono conversazioni che possono mettere a disagio entrambi.

Proprio per questo la tentazione è spesso quella di rimandarle, accorciarle il più possibile oppure affrontarle quando siamo già irritati.

Ed è qui che iniziano i problemi.

L’obiettivo non dovrebbe essere “vincere” la discussione con un collaboratore, ma affrontare il problema senza trasformare il collaboratore nel problema.

Una discussione difficile deve portare da qualche parte

Non sempre riuscirai a trovare una soluzione che soddisfi tutti.

A volte dovrai essere molto chiaro.
Altre volte dovrai ascoltare qualcosa che non ti aspettavi.

In ogni caso, una buona conversazione dovrebbe permettere almeno di:

  • chiarire il problema;
  • ascoltare le diverse posizioni;
  • definire ciò che deve cambiare;
  • stabilire che cosa succederà dopo.

Per riuscirci, ci sono 12 errori che vale la pena evitare.

1. Rimandare continuamente la discussione con un collaboratore

Speri che il problema si risolva da solo.

A volte succede.

Molto più spesso, però, il problema rimane e nel frattempo cresce anche il tuo fastidio.

Quando finalmente affronti la questione, non stai più parlando soltanto dell’ultimo episodio.

Ti porti dietro settimane di irritazione.

Rimandare troppo a lungo rende spesso più difficile una conversazione che era già scomoda.

Non significa intervenire impulsivamente.
Significa non utilizzare l’attesa come strategia permanente.

2. Affrontarla quando sei ancora arrabbiato

Se sei furioso, ferito o molto agitato, difficilmente riuscirai ad avere una conversazione lucida.

Il rischio è che il problema professionale diventi personale.

Alzi il tono.
Generalizzi.
Dici qualcosa che non avresti voluto dire.

Se puoi, prenditi il tempo necessario per ricostruire i fatti e capire quale risultato vuoi ottenere.

Prima di affrontare una conversazione difficile, chiediti se vuoi risolvere il problema o soltanto scaricare la tua rabbia.

Sono due cose molto diverse.

3. Avere fretta di chiudere

La discussione con un collaboratore ti mette a disagio.

Vorresti arrivare al punto, dire quello che devi dire e uscire il prima possibile.

Comprensibile.

Ma il tuo collaboratore potrebbe avere bisogno di capire, spiegare o fare domande.

Se trasmetti impazienza, rischi di comunicare che hai già deciso tutto e che quello che lui/lei dirà non cambierà nulla.

Non significa trascinare il colloquio all’infinito.
Significa lasciare il tempo necessario perché ci sia davvero una conversazione.

4. Attaccare la persona invece del comportamento

“Sei inaffidabile.”
“Sei sempre superficiale.”
“Sei un ritardatario.”

Frasi del genere non descrivono un problema.

Descrivono una persona.

E quando una persona si sente etichettata, la reazione naturale è difendersi.

Molto meglio concentrarsi su ciò che è osservabile:

“Nelle ultime tre consegne non abbiamo rispettato la scadenza concordata.”

oppure:

“Quando il cliente ti ha fatto quella domanda, hai risposto interrompendolo più volte.”

Parla del comportamento che deve cambiare, non dell’identità della persona.

È lo stesso principio che vale quando devi dare un feedback efficace a un collaboratore.

5. Arrivare con la sentenza già pronta

Hai visto qualcosa.
Hai sentito una versione.
Hai tratto una conclusione.

Ma sai davvero che cosa è successo?

Prima di accusare, verifica.

Può esserci un’informazione che non conosci.

Un problema organizzativo.
Una richiesta poco chiara.
Una responsabilità diversa da quella che avevi immaginato.

Questo non significa cercare giustificazioni a ogni costo.

Significa separare ciò che sai da ciò che stai supponendo.

I fatti aiutano la conversazione.
Le supposizioni la incendiano.

6. Dire qualcosa di discriminatorio o poco professionale

“Voi giovani siete tutti così.”
“Alla tua età dovresti essere più veloce.”
“Le donne reagiscono sempre in questo modo.”

Qui non siamo più nel campo del feedback.

Siamo entrati in quello dei pregiudizi.

Età, genere, origine, religione, orientamento sessuale o altre caratteristiche personali non devono diventare spiegazioni improvvisate di una prestazione o di un comportamento.

Rimani sul problema concreto.

È più professionale, più corretto e molto più utile.

7. Non ascoltare la risposta

Hai preparato quello che vuoi dire.

Bene.

Ma hai preparato anche la disponibilità ad ascoltare?

Una discussione con un collaboratore non è un monologo.

Se mentre il collaboratore parla stai soltanto preparando la tua prossima risposta, non stai realmente ascoltando.

Potresti perdere informazioni importanti.
Potresti scoprire che avevi capito male una parte della situazione.

Oppure potresti semplicemente permettere alla persona di sentirsi ascoltata senza per questo darle automaticamente ragione.

Ascoltare non significa rinunciare alla tua posizione. Significa capire meglio prima di decidere.

8. Ripetere sempre la stessa conversazione senza cambiare nulla

Ne avete già parlato.

Poi di nuovo.
E ancora.

Il problema però continua.

A questo punto non basta ripetere le stesse frasi con maggiore intensità.

Devi chiederti:

  • il problema è stato definito con chiarezza?
  • il collaboratore ha capito cosa deve cambiare?
  • sono state concordate azioni precise?
  • sono state chiarite le conseguenze se il comportamento continua?

Se una conversazione ritorna continuamente identica, forse non manca un’altra conversazione: manca una decisione.

9. Lasciare che la discussione degeneri

Accuse.
Interruzioni.
Vecchi rancori.
Battute sarcastiche.

“E allora tu quella volta…”

A quel punto non state più affrontando il problema iniziale.

State combattendo.

Il tuo ruolo è riportare la conversazione sul punto.

Puoi dire:

“Torniamo alla questione che dobbiamo risolvere oggi.”

Oppure:

“Capisco che ci siano altri aspetti, ma vorrei prima chiarire questo.”

Guidare una discussione con un collaboratore significa anche impedirle di diventare una resa dei conti.

10. Affrontare una questione delicata con una mail

Una mail può essere utile per comunicare informazioni.

Molto meno per gestire tensioni, critiche importanti o problemi relazionali.

Per iscritto perdi tono, reazioni immediate, domande e possibilità di correggere un’interpretazione.

Quando il tema è delicato, il confronto diretto permette di vedere come l’altra persona reagisce e di adattare la conversazione.

Non significa che qualsiasi questione debba essere affrontata fisicamente nella stessa stanza.

Una videochiamata può essere sufficiente.

Il principio rimane:

più il tema è delicato, meno conviene affidarlo soltanto alla comunicazione scritta.

11. Confondere fermezza ed empatia

Puoi essere chiaro senza essere freddo.

Puoi riconoscere che una persona è delusa, preoccupata o in difficoltà senza trasformare il colloquio in una seduta terapeutica.

“Capisco che questa cosa possa essere difficile da sentire.”

È una frase molto diversa da:

“Va bene, allora lasciamo perdere.”

L’empatia non cancella il problema.

Ti permette semplicemente di riconoscere la persona mentre affronti il problema.

Essere empatici non significa abbassare le aspettative.
Significa non dimenticare chi hai davanti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

12. Chiudere la porta e dimenticare tutto

La conversazione è finita.

Finalmente.

Ma il lavoro non è necessariamente concluso.

Se avete concordato un cambiamento, una scadenza o un’azione, dovrai verificare che ciò che avete deciso stia realmente accadendo.

Il follow-up può essere molto semplice:

“Come sta andando rispetto a quello che abbiamo concordato?”

Oppure:

“Ho visto un miglioramento su questo aspetto. Continuiamo così.”

Il punto non è controllare ossessivamente.

È dare continuità alla conversazione.

E quando il problema è risolto, chiudilo davvero.

Non continuare a utilizzare un vecchio errore come arma nelle discussioni future.

Una discussione difficile non deve diventare uno scontro

Non esiste una formula che renda piacevole qualsiasi confronto.

Ci saranno collaboratori che reagiranno male.
Altri che non saranno d’accordo.
Altri ancora che ti metteranno in difficoltà.

Ma puoi prepararti meglio.

Puoi arrivare con fatti anziché supposizioni.
Puoi essere diretto senza attaccare.
Puoi ascoltare senza perdere autorevolezza.

Mostrare empatia senza rinunciare alle aspettative.

E soprattutto puoi entrare nella conversazione sapendo che cosa vuoi chiarire e che cosa dovrebbe succedere dopo.

Una discussione difficile ben gestita non elimina necessariamente il problema in un colpo solo.

Ma può evitare di crearne altri.

Il successo di una conversazione difficile non si misura dal fatto che nessuno si sia irritato.
Si misura dalla chiarezza con cui, alla fine, entrambi sapete cosa succederà dopo.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Come motivare il tuo team. Carota-bastone? Incentivi? Prima di tutto non devi …

motivare
I giovani leader (e non solo) mi chiedono spesso come motivare collaboratori che descrivono come indifferenti, poco coinvolti o demotivati.

Si aspettano di parlare di incentivi, benefit, premi, tecniche motivazionali. Magari qualche frase a effetto capace di riaccendere improvvisamente l’entusiasmo.

La domanda, alla fine, è sempre la stessa:

  • “Come si fa a motivare le persone?”

La domanda non è sbagliata.

Ma prima ne farei un’altra:

Prima di chiederti come motivare il tuo team, chiediti che cosa stai facendo per non demotivarlo.

Perché prima di attribuire la mancanza di motivazione alle persone, vale la pena guardare anche ciò che accade nel contesto di lavoro. E, soprattutto, al modo in cui le stai guidando.

Prima di tutto… non demotivare

Anziché partire da cosa fare, cominciamo da cosa non fare.

Perché puoi conoscere tutte le tecniche motivazionali del mondo, ma serviranno a poco se contemporaneamente:

  • non spieghi il perché delle tue decisioni;
  • prometti e poi non mantieni;
  • cambi continuamente obiettivi e priorità;
  • fai favoritismi;
  • dai per scontato il lavoro delle persone;
  • non ti fidi delle loro capacità;
  • cerchi colpevoli anziché soluzioni;
  • dimentichi perfino un semplice “grazie”.

Vediamoli uno per uno.

1. Dare disposizioni senza spiegare il perché

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che stanno facendo.

Non significa dover giustificare ogni singola decisione. Significa permettere ai collaboratori di comprendere dove si sta andando e perché viene chiesto loro un determinato sforzo.

Quando manca completamente il significato, il lavoro rischia di trasformarsi in una semplice successione di compiti.

Chiediti:

“Le persone del mio team capiscono perché stiamo facendo questo?”

2. Essere incoerente

“I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.”

Sandro Pertini

Puoi parlare quanto vuoi di fiducia, responsabilità e collaborazione.

Ma se prometti e non mantieni, cambi versione secondo la convenienza oppure chiedi agli altri comportamenti che tu per primo non rispetti, la tua credibilità si indebolisce.

Una promessa fatta con leggerezza e poi dimenticata può pesare molto più di quanto immagini.

Le persone osservano quello che dici. Ma soprattutto guardano quello che fai.

3. Spostare continuamente gli obiettivi

Un collaboratore si impegna per raggiungere un risultato. Poi improvvisamente cambiano priorità, scadenze o criteri.

Può succedere. Il lavoro cambia e gli imprevisti esistono.

Il problema nasce quando diventa la normalità oppure quando assegni obiettivi palesemente irrealistici.

Se una persona percepisce che, qualunque sforzo faccia, il traguardo continuerà ad allontanarsi, prima o poi smetterà di correre.

Chiediti:

“Gli obiettivi che sto chiedendo sono chiari, coerenti e realmente raggiungibili?”

4. Fare favoritismi

È normale avere maggiore sintonia con alcuni collaboratori rispetto ad altri.

Il problema nasce quando questa preferenza diventa evidente: coinvolgi sempre le stesse persone, ascolti sempre gli stessi pareri, concedi opportunità sempre agli stessi.

Il favoritismo non demotiva soltanto chi viene escluso. Può compromettere la fiducia dell’intero team.

Non devi trattare tutti nello stesso identico modo. Devi però fare in modo che ciascuno si senta considerato e rispettato.

5. Non riconoscere il lavoro fatto bene

Una stretta di mano.
Un “grazie”.
Un “ottimo lavoro” detto con sincerità e guardando negli occhi la persona.

Piccole cose?
Forse.

Eppure sapere che il proprio contributo viene visto e riconosciuto conta.

Se noti i tuoi collaboratori soltanto quando sbagliano, il messaggio implicito diventa piuttosto chiaro: quando le cose funzionano è normale, quando qualcosa non funziona arrivano immediatamente attenzione e critica.

Non servono complimenti continui o artificiali. Serve non dare tutto per scontato.

Su questo tema puoi approfondire con il mio post “10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori”.

6. Non fidarti delle capacità delle persone

Chiedere un parere, condividere un’informazione, affidare una responsabilità sono anche segnali di fiducia.

Se invece controlli tutto, decidi tutto e trattieni continuamente le informazioni, rischi di comunicare esattamente il contrario:

“Non mi fido abbastanza di te.”

Delegare non significa abbandonare il controllo. Significa permettere alle persone di assumersi responsabilità e dimostrare ciò che sanno fare.

7. Concentrarti sempre sugli errori

Quando qualcosa va storto, qual è la tua prima domanda?

“Di chi è la colpa?”

Oppure:

“Che cosa è successo e come possiamo evitare che accada di nuovo?”

La differenza è enorme.

Cercare sistematicamente un colpevole crea difesa, paura e scarico di responsabilità. Cercare di comprendere l’errore permette invece di correggerlo e imparare.

Questo non significa ignorare le responsabilità individuali. Significa non trasformare ogni errore in una caccia al colpevole.


Vuoi potenziare la tua assertività con il tuo team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Dare tutto per dovuto

“Per favore.”
“Grazie.”

Sono parole semplicissime. Eppure, soprattutto quando aumentano pressione, scadenze e problemi, sembrano essere proprio le prime a sparire.

Essere il responsabile non significa che tutto ti sia dovuto.

Puoi chiedere molto alle persone.
Puoi essere esigente.
Puoi pretendere professionalità e risultati.

Ma esigenza e rispetto possono convivere perfettamente.

Motivare il team comincia anche da te

Quando un team perde energia è facile pensare che il problema siano le persone.

A volte è così. Altre volte, però, vale la pena chiedersi quanto incidano il contesto e il modo in cui vengono guidate.

Prima di cercare nuovi modi per motivare il tuo team, assicurati di non essere tu — anche inconsapevolmente — a spegnerne la motivazione.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento, scopri il mio percorso mirato Motivare il team demotivato”.

Uno spazio pratico e protetto per analizzare le dinamiche reali e costruire azioni subito applicabili.

Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

feedback potenziante

“Il feedback è la colazione del campione.”
Ken Blanchard

Andiamo dritti al punto.

Un buon feedback non dice semplicemente “Bravo” oppure “Hai sbagliato”.

Fa capire alla persona che cosa hai osservato, quale impatto ha avuto e che cosa vale la pena mantenere o cambiare.

Lode e critica, invece, rischiano di diventare giudizi sulla persona:

“Sei stato bravissimo.”
“Hai un atteggiamento scorretto.”
“Non sei abbastanza attento.”

Sono affermazioni generiche. Dicono poco su ciò che concretamente ha funzionato oppure deve essere migliorato.

Se vuoi dare un feedback potenziante (davvero utile) ai tuoi collaboratori, parti da qui.

1. Sii breve e vai al punto

Un feedback troppo lungo e dispersivo perde forza.

Non devi essere freddo o robotico. Devi semplicemente sapere qual è il messaggio che vuoi far passare ed evitare di sommergerlo con spiegazioni, premesse e giri di parole.

Se devi dire una cosa, dilla.

Con chiarezza.

2. Parla di fatti specifici

“Hai un atteggiamento sbagliato” non è un feedback.

Che cosa ha fatto esattamente la persona?
Che cosa ha detto?
Quando è successo?

Meglio:

“Durante la riunione di questa mattina hai interrotto tre volte Roberto mentre stava presentando i dati.”

Più sei specifico, meno lasci spazio a interpretazioni e discussioni inutili.

Parla di ciò che hai osservato, non di ciò che hai dedotto.

Meglio “Ho notato che…”, “Ho osservato…”, “Durante la riunione è successo…”

rispetto a giudizi come “Sei superficiale”, “Non ti interessa” oppure “Lo fai sempre”.

3. Concentrati sul comportamento, non sulla persona

Questo è probabilmente il punto più importante.

Il feedback deve mettere in discussione un comportamento, non il valore della persona.

Se attacchi la persona, è molto probabile che si difenda.

Evita quindi:

“Sei sempre disorganizzato.”

Meglio:

“Negli ultimi due report mancavano alcuni dati che avevamo concordato di inserire.”

Evita anche parole come sempre, mai, ogni volta. Trasformano facilmente un’osservazione concreta in un’accusa.

4. Spiega l’impatto

Non fermarti a ciò che è successo.

Spiega quali conseguenze ha prodotto quel comportamento.

Per esempio:

“Michele, nella proposta inviata alla ditta Verona c’erano diversi errori nel preventivo. Il cliente ha perso fiducia nella nostra proposta e si è rivolto alla concorrenza.”

Il feedback potenziante diventa così più concreto perché collega:

  • ciò che è accaduto;
  • il comportamento osservato;
  • le sue conseguenze.

La persona comprende non soltanto che cosa non ha funzionato, ma anche perché è importante correggerlo.

5. Scegli il momento giusto

Un feedback positivo?

Dallo appena possibile.
Più aspetti, più perde forza.

Un feedback correttivo richiede invece una valutazione in più.

Se sei arrabbiato, frustrato o troppo coinvolto emotivamente, può essere meglio aspettare.

Non troppo.

Aspettare non significa evitare.

Significa concederti il tempo necessario per affrontare la conversazione con lucidità, senza trasformare il feedback in uno sfogo.

6. Un feedback potenziante alla volta

Se devi parlare di un comportamento preciso, resta su quello.

Non approfittarne per recuperare tutto quello che non ti è piaciuto negli ultimi sei mesi:

“E già che ci siamo…”

No.

Un episodio, un comportamento, un messaggio.

Più allarghi il campo, più perdi incisività.

E aumenti la probabilità che il collaboratore smetta di ascoltare e inizi semplicemente a difendersi.

7. Sii sincero e diretto

Essere diretti non significa essere aggressivi.

Significa dire ciò che deve essere detto con chiarezza e rispetto.

Evita anche di nascondere un feedback correttivo dentro complimenti poco credibili:

“Michele, hai sempre lavorato benissimo e sei una persona fantastica, però…”

La persona ha già capito che tutto quello che precede il però è soltanto l’introduzione alla vera questione.

Arriva al punto.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi il mio post “10 spunti per parlare chiaro e diretto”.

8. Fai capire anche ciò che funziona

Il feedback potenziante non serve soltanto a correggere.

Serve anche a rafforzare i comportamenti efficaci.

C’è una bella differenza tra:

“Ottimo lavoro, bravo!”

e:

“Il modo in cui hai gestito il reclamo del signor Rossi è stato efficace. Sei rimasto gentile e disponibile, ma allo stesso tempo fermo nel proporre una soluzione.”

Oppure tra:

“Ottimo approccio!”

e:

“Il modo in cui hai risposto questa mattina alle domande del cliente ha dimostrato che conosci bene le nostre procedure e sai spiegarle con chiarezza.”

Nel primo caso stai facendo un complimento.

Nel secondo stai indicando esattamente quale comportamento apprezzi e vuoi incoraggiare.

9. Attenzione al tono

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando dai un feedback correttivo non conta soltanto ciò che dici.

Conta come lo dici.

Rabbia, sarcasmo, frustrazione o delusione rischiano di coprire completamente il contenuto del messaggio.

Il collaboratore non sentirà più che cosa deve migliorare.

Sentirà soltanto che sei arrabbiato con lui.

Lo scopo di un feedback correttivo non è trovare un colpevole.
È creare la consapevolezza necessaria per correggere un comportamento.

Ed è proprio nelle conversazioni più delicate che chiarezza, tono e capacità di gestire la propria emotività fanno la differenza.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

10. Dai feedback con continuità

Non aspettare il colloquio annuale.

E non parlare con un collaboratore soltanto quando qualcosa va storto.

Il feedback potenziante funziona quando diventa una parte normale della relazione professionale.

Naturalmente non significa commentare continuamente tutto ciò che fanno le persone. Anche il feedback, se eccessivo, diventa controllo e perde efficacia.

La frequenza dipende dalla situazione, dalla persona e dal tipo di lavoro.

Serve equilibrio tra troppo e mai.

Prima di dare un feedback, preparati

Soprattutto quando devi affrontare una questione delicata, non improvvisare.

Prima della conversazione chiediti:

  • Qual è il punto che voglio far passare?
  • Quale comportamento concreto ho osservato?
  • Quale impatto ha avuto?
  • Che cosa voglio che la persona mantenga o cambi?
  • Che cosa posso evitare di dire perché non serve?

Se non sei ancora allenato, scrivilo.

Poche parole.
Frasi brevi.
Fatti concreti.

Poi parla con la persona.
In presenza, quando possibile.

E una volta che il messaggio è arrivato, non continuare a girarci intorno.

Un buon feedback non deve lasciare il collaboratore con la sensazione di essere stato giudicato.

Deve permettergli di capire che cosa ha fatto, quale effetto ha prodotto e che cosa può fare da quel momento in avanti.

Questa è la differenza tra una critica che scoraggia e un feedback che aiuta davvero a crescere.

Gestire un collaboratore difficile con l’autorevolezza di un grande leader

un collaboratore difficile
Ancora.

È successo ancora.

Un collaboratore sta rendendo la vita difficile a parte del team.
E, di conseguenza, anche a te.

Richieste.
Pretese.
Atteggiamenti.

Il malcontento si diffonde.
Diventa distrazione.
Disattenzione.
Tensione.

E ora rischia di trasformarsi in conflitto aperto

Eppure, è un buon collaboratore.

Competente.
Produttivo.
Professionale.

Anche se non avete un grande feeling, ha sempre fatto il suo lavoro.

Perderlo non sarebbe strategico.
Ma nemmeno ignorare la situazione lo è.

Gestire un collaboratore difficile: serve autorevolezza, non forza

Sei il leader del tuo team.

E questa è una delle parti più difficili del tuo ruolo:

trasmettere fiducia… ma anche autorevolezza.

Comprensione…
ma anche disciplina.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, un collaboratore difficile non è solo un tuo problema.

È un problema del team.

E più aspetti, più cresce.

La prima decisione: che leader vuoi essere?

Puoi ignorare la situazione.
Sperando che si risolva da sola.

Puoi intervenire con durezza.
Fare un cazziatone.
Dare un ultimatum.

Oppure puoi scegliere la strada più difficile.

E anche la più efficace.

Affrontare la situazione con lucidità, presenza, autorevolezza.

Perché la vera differenza non la farà ciò che dirai.
Ma come ti relazionerai.

Prima di agire: capisci cosa sta succedendo. Davvero

Le persone cambiano comportamento per molte ragioni:

  • stress
  • frustrazione
  • mancanza di riconoscimento
  • incomprensioni
  • insicurezza

O, a volte, arroganza.

Ma non puoi gestire ciò che non comprendi.

Il modo più efficace per capire cosa succede è sorprendentemente semplice:

chiedere.

Non supporre.
Non interpretare.

Chiedi.
E poi … ascolta. Davvero.

Scegli il momento giusto

“Il vero lavoro è saper attendere.”

Jean Rostand

Quando le emozioni sono forti, la conversazione diventa scontro.

E le parole, una volta dette, non tornano indietro.

Aspetta che la tensione si abbassi.

E quando parlerai, porta calma.
Non reattività.

Parla a quattr’occhi.
Sempre.

Mai davanti ad altri.
Mai in pubblico.

Il confronto richiede sicurezza psicologica.

Prenditi qualche minuto prima dell’incontro.

Respira.
Rallenta.
Sciogli la tensione.

Le discussioni difficili, se gestite bene, aumentano la tua credibilità.

Esci dal tuo ufficio

Il tuo ufficio è il tuo territorio.

E può intimidire.

Vai a prendere un caffè.
Esci a pranzo.

Un ambiente neutro abbassa le difese.
E apre il dialogo.

Vai con un obiettivo preciso: ascoltare davvero

Non per rispondere.
Ma per capire.

Quando una persona si sente ascoltata davvero, cambia.

Si apre.
Si rilassa.
Fida.

E tu potresti vedere ciò che “prima non vedevi”.

Forse scoprirai che:

  • qualcosa che ritenevi una buona decisione ha creato difficoltà
  • la persona non si sente valorizzata
  • ci sono dinamiche nel team che ignoravi

Ascoltare è un atto di leadership.
Non di debolezza.

Costruisci un dialogo, non un interrogatorio

Non iniziare con accuse.
Non iniziare con giudizi.

Inizia con interesse.

Parla anche di te.
Della tua visione.
Del valore che dai al team.

Poi chiedi:

“Come stai vivendo questo momento?”

“Cosa ti sta creando difficoltà?”

“In cosa posso aiutarti?”

E ascolta.

Applica la regola del 70/30.

70% ascolto.
30% parola.

Se parli troppo, stai imponendo

Hai un collaboratore che ti fa perdere energia, tempo, serenità?

In due sessioni di coaching mirato mettiamo le basi per gestire il rapporto con più lucidità, equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

La verità che molti leader evitano

Non puoi gestire un collaboratore difficile restando distante.

Sperando che il tempo risolva tutto.

A volte accade.
Spessissimo no.

La leadership richiede presenza.

Richiede il coraggio di entrare nella relazione.

Un vero leader non evita le conversazioni difficili

Le trasforma in punti di svolta.

Per il collaboratore.
Per il team.

E per sé stesso.

10 suggerimenti per dare cattive notizie con professionalità (e dormire la notte)

cattive notizie

In tempi antichi, i messaggeri che portavano cattive notizie rischiavano di essere uccisi.

I tempi sono cambiati.
Ma una cosa no.

A nessuno piace essere il portatore di cattive notizie.

Comunicare cattive notizie è uno dei compiti più difficili per un team leader.

Dire alle persone qualcosa che non vogliono sentirsi dire non è mai semplice.

Cali di performance.
Profitti in diminuzione.
Progetti rimandati o cancellati.

Per non parlare di chiusure di reparto,
tagli a salari e benefit o persone licenziate.

Inoltre, c’è la preoccupazione per la reazione

Della singola persona.
Del team.
Della produttività.

Purtroppo molti team leader non sanno come gestire questo tipo di comunicazione e (spesso) rovinano tutto.

L’intenzione è buona.
Il risultato pessimo.

Ecco 10 spunti per comunicare cattive notizie in modo professionale.

1. Aspettare di avere tutte le informazioni

Non condividere una cattiva notizia in modo incompleto o frammentario.

Non fa bene a nessuno.
E ti fa perdere il controllo della situazione.

Assicurati di avere tutte le risposte.

Altrimenti rischi di creare stress inutile e pericoloso gossip da corridoio.

2. Le cattive notizie non dovrebbero mai cogliere di sorpresa

Una cattiva notizia non dovrebbe mai essere una sorpresa.

Se le persone restano spiazzate,
non stai onorando la tua professionalità.

Di persona o via e-mail,
è importante chiarire lo scopo generale della riunione o del colloquio.

Senza entrare nei dettagli.
Senza false rassicurazioni.

Comunica quando/dove,
e anticipa che si parlerà di “prossimi sviluppi”.

Consenti alle persone di iniziare a preoccuparsi.
Ma non “tenerle a mollo” troppo a lungo.

3. La tempistica è fondamentale

Aspettare fino all’ultimo minuto non migliora la situazione.

La peggiora.

Prima o poi la notizia uscirà comunque.
E più tardi arriva, più arriva distorta.

Una cattiva notizia data in ritardo
è una cattiva notizia… peggiorata.

Pettegolezzi e informazioni false si diffondono velocemente.

Se possibile, comunica il prima possibile.
Prima che la situazione “lieviti”.

4. Prepararsi

Se la comunicazione riguarda molte persone, suddividerle in piccoli gruppi aiuta a creare uno spazio più gestibile.

Se è un incontro uno-a-uno,
meglio non essere soli nella stanza.
Ad esempio con un rappresentante HR.

Più la notizia è spiacevole, più la posta in gioco si alza.

Questo è il momento
di scegliere le parole con cura.

Può aiutare preparare la persona con frasi come:

  • “Non è semplice per me dire questo…”
  • “Non ti piacerà quello che sto per dirti…”
  • “Non so come reagirai a questa notizia…”

5. Essere chiari e diretti

Troppo spesso le cattive notizie vengono annunciate con giri di parole.

Spiegazioni confuse.
Eccesso di rassicurazioni.
Ambiguità.

Il risultato?
Le persone non capiscono.
Si confondono.
Immaginano scenari peggiori.

Siamo diventati diffidenti verso i leader.
E tentare di “addolcire” i fatti viene percepito come manipolazione.

Mai come in questi casi serve rispetto.

Le cattive notizie vanno date in modo breve, chiaro e diretto.

6. Prepararsi a reazioni inaspettate

Quando ricevono cattive notizie,
le persone non sono razionali.

È umano.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” (nella NUOVA edizione aggiornata 2025), per quanto ci si prepari, si può essere colti di sorpresa.

Nervosismo.
Pianto.
Aggressività.
Accuse.

Rispondere con onestà è fondamentale per mantenere credibilità e contenere le preoccupazioni.

7. L’empatia è la chiave

Tutti abbiamo ricevuto cattive notizie.
E sappiamo quanto conti sentirsi compresi.

Riconosci le emozioni, senza trasformare l’incontro in una seduta terapeutica.

Nel lavoro siamo abituati a nascondere disagio e delusione dietro sorrisi di circostanza.

Dopo l’annuncio,
serve tempo per “accusare il colpo”.

Evita frasi automatiche.
E fai attenzione a espressioni come:

  • “Capisco quanto sia difficile…”
  • “So quanto sia deludente…”

Se suonano vuote,
rischiano di peggiorare la situazione.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico, puoi leggerlo qui →Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

8. Motivare la cattiva notizia

Le persone vogliono sapere perché.

Che si tratti di una valutazione negativa,
un taglio di budget o un licenziamento.

Giustificare e motivare non è opzionale.

È rispetto.

9. Portare soluzioni e incoraggiare l’azione

Una cattiva notizia senza soluzione è davvero una cattiva notizia.

Dove/se possibile, porta un piano.
Una direzione.
Un passo successivo.

La speranza è necessaria.
Ma deve restare ancorata alla realtà.

Niente promesse impossibili.
Niente false garanzie.

I grandi leader danno senso al lavoro anche nei momenti difficili.

10. Trattare le persone con rispetto e dignità

Non stai comunicando una notizia.
Stai parlando a esseri umani.

Licenziare via e-mail o scoprire di essere stati esclusi da un organigramma è vergognoso.

Facile.
Indolore per chi lo fa.
Vigliacco.

Il rispetto e la dignità non sono solo etica.
Sono anche buon business.

In finale

Comunicare cattive notizie non sarà mai facile.

Ma come lo fai determina ciò che accadrà dopo.

A volte, la scelta più professionale è parlare poco.

E ascoltare di più.

Gestione del team professionale e competente ma anche gelida e distaccata

gestione del team

Non sono pochi i responsabili che mi contattano perché hanno problemi nella gestione del team.

E spesso sono sinceramente sorpresi.

Si considerano professionali, disponibili e corretti. Ritengono di comportarsi bene con le persone e di fare tutto ciò che il loro ruolo richiede.

I collaboratori, però, possono avere una percezione molto diversa.

Li vedono freddi.
Distaccati.
A volte persino arroganti o indifferenti.

Com’è possibile che intenzione e percezione siano così lontane?

Team leader strafottenti o collaboratori inadeguati?

Quando nasce una difficoltà relazionale, è facile cercare subito il responsabile.

Il leader pensa:

  • “Sono loro che se la prendono per tutto.”
  • “Non posso pesare ogni parola.”
  • “Io sono semplicemente diretto.”
  • “Sono qui per lavorare, non per farmi voler bene.”

Dall’altra parte, il collaboratore può pensare:

  • “Non ascolta.”
  • “Sembra sempre infastidito.”
  • “Quando gli parlo ho l’impressione di disturbarlo.”
  • “Non gli interessa quello che penso.”

Chi ha ragione?

Forse non è questa la domanda più utile.

Nelle relazioni professionali non conta soltanto ciò che pensi di trasmettere.
Conta anche ciò che l’altro riceve.

Questo non significa assecondare ogni sensibilità o rinunciare alla fermezza.

Significa prendere atto che, quando guidi delle persone, il tuo modo di porti produce un effetto.

Anche quando non te ne accorgi.

Professionalità e comportamento non sono la stessa cosa

Puoi conoscere perfettamente il tuo lavoro.

Essere preparato, affidabile, competente e orientato ai risultati.

E contemporaneamente essere percepito come gelido, scostante o poco disponibile.

Le due cose possono convivere.

Perché la professionalità riguarda ciò che sai fare.

La relazione riguarda anche come fai sentire le persone mentre lavori con loro.

Un tono brusco.
Lo sguardo continuamente rivolto allo schermo.
Una risposta data senza alzare la testa.

L’impazienza mentre qualcuno sta cercando di spiegarti un problema.
La sensazione che ogni domanda sia un’interruzione.

Sono piccoli comportamenti.

Ripetuti nel tempo, però, possono costruire una percezione molto precisa.

Che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?

Prova per qualche momento a cambiare prospettiva.

Un collaboratore entra per parlarti.

Che cosa trova?

Attenzione?
Disponibilità?
La sensazione che tu abbia realmente voglia di capire?

Oppure avverte che hai fretta e che vorresti chiudere la conversazione il prima possibile?

Si sente ascoltato oppure semplicemente tollerato?

Non serve essere scortesi per creare distanza.

A volte basta essere sempre di fretta.

Essere concentrati soltanto sul problema da risolvere.
Rispondere prima che l’altro abbia terminato.

Mostrare con il corpo qualcosa di diverso da ciò che diciamo con le parole.

Puoi dire “ti ascolto” con le parole e comunicare “sbrigati” con tutto il resto.

Ed è spesso il resto che rimane.


Vuoi potenziare la comunicazione con il tuo team?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi diventare più simpatico

Questo è un punto importante.

L’obiettivo non è trasformarti in una persona espansiva se non lo sei.

E neppure diventare accomodante, sorridere continuamente o cercare l’approvazione del team.

Autorevolezza e calore relazionale non sono opposti.

Puoi essere riservato e presente.
Diretto e rispettoso.
Esigente e disponibile all’ascolto.
Fermo senza diventare freddo.

La questione non è quanto sei simpatico nella gestione del team.

È quanto il tuo modo di comunicare facilita oppure ostacola la relazione professionale.

Nella gestione del team la competenza da sola non basta

Se i tuoi risultati dipendono anche dalle persone che coordini, la relazione con loro è parte del tuo lavoro.

Per questo vale la pena chiederti:

  • Come reagisco quando qualcuno mi porta un problema?
  • Il mio tono cambia quando sono sotto pressione?
  • Ascolto fino in fondo oppure penso già alla risposta?
  • Le persone possono contraddirmi senza temere la mia reazione?

Non servono grandi gesti.

Spesso la differenza passa da comportamenti molto piccoli: fermarsi, guardare, ascoltare, fare una domanda in più prima di dare la risposta.

Se senti che la tua competenza non sempre arriva agli altri con la stessa forza della tua presenza, può essere utile lavorare proprio su questo equilibrio.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

Puoi essere un ottimo professionista e, senza rendertene conto, diventare una presenza difficile da avvicinare.

Accorgersene non mette in discussione la tua competenza.

Ti permette di usarla meglio anche nella relazione con gli altri.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, risultati e previsioni chiedendoti:

“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti?
Scarsa iniziativa?
Problemi di comunicazione?

Mettere insieme persone capaci ed esperte non garantisce automaticamente che un team funzioni.

Questo probabilmente lo sai.

Ma prima di convocare l’ennesima riunione per capire che cosa non va nei tuoi collaboratori, prova a farti una domanda un po’ più scomoda.

Problemi con il team?
E se una parte del problema fossi tu?

Problemi con il team. Prima guarda anche dalla tua parte

Non significa assumerti la responsabilità di qualsiasi difficoltà.

Un collaboratore può essere poco motivato, poco competente o avere comportamenti che devono essere affrontati.

Ma chi guida un team influenza inevitabilmente ciò che accade al suo interno.

Il tuo stile.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.
Cosa tolleri e cosa correggi.

Lo spazio che lasci alle persone.

Prima di chiederti che cosa non funziona nel tuo team, chiediti che cosa stai facendo tu per farlo funzionare meglio.

Ecco 8 segnali che vale la pena osservare.

1. Non dai feedback

Le persone hanno bisogno di capire che cosa stanno facendo bene e che cosa devono correggere.

Se intervieni soltanto quando qualcosa è ormai diventato un problema, lasci troppo spazio alle interpretazioni.

Non serve commentare continuamente ogni azione.

Serve però che un collaboratore non debba chiedersi per mesi:

“Sto lavorando bene oppure no?”

Un feedback specifico e tempestivo permette di correggere un comportamento, riconoscere un risultato e chiarire le aspettative.

Il silenzio raramente è un buon feedback.

2. Non condividi gli obiettivi

Chiedi risultati.

Ma le persone sanno davvero dove state andando?

Un obiettivo non dovrebbe essere chiaro soltanto nella tua testa.

Il team deve capire che cosa state cercando di ottenere, perché è importante e quale contributo ci si aspetta da ciascuno.

Altrimenti rischi di avere persone impegnate, magari anche molto, ma in direzioni diverse.

Non basta assegnare compiti.
Occorre dare una direzione.

3. Eviti le conversazioni difficili

Vuoi mantenere un buon clima.
Non vuoi sembrare troppo duro.

Temi che un collaboratore possa prenderla male.

E così rimandi.
Addolcisci eccessivamente il messaggio.
Oppure lasci correre.

Il problema è che ciò che non affronti non necessariamente scompare.

Può diventare frustrazione per te e per gli altri componenti del team che vedono un comportamento problematico continuare senza conseguenze.

Essere autorevoli non significa cercare lo scontro.

Significa anche riuscire a dire ciò che deve essere detto quando serve.

4. Sei incoerente

Una settimana chiedi autonomia.
Quella successiva controlli ogni dettaglio.

Prima incoraggi le persone a prendere iniziativa, poi le critichi perché non hanno chiesto il tuo permesso.

Il problema non è cambiare idea.

Un responsabile può farlo.

I problemi con il team nascono quando la squadra non capisce più quali siano i criteri con cui prendi le decisioni.

Se qualcosa è cambiato, spiegalo.

Altrimenti ciò che per te è adattamento può essere percepito dagli altri come incoerenza.

5. Dai poca importanza alle relazioni

Ti concentri su risultati, scadenze e prestazioni.

Tutto necessario.

Ma se ti ricordi delle persone soltanto quando c’è un problema, rischi di costruire una relazione basata quasi esclusivamente sulla correzione.

Conoscere i tuoi collaboratori non significa entrare nella loro vita privata.

Significa sapere come lavorano, dove incontrano difficoltà, che cosa li aiuta e quale contributo possono dare.

La relazione con il team non è qualcosa che fai oltre al tuo lavoro di responsabile.
È parte del tuo lavoro di responsabile.

E questa attenzione si costruisce soprattutto quando non c’è un’emergenza da gestire.

6. Gestisci tutti allo stesso modo

Essere equi non significa comportarsi nello stesso identico modo con tutti.

Un collaboratore può aver bisogno di maggiore autonomia.
Un altro di indicazioni più precise.
Uno apprezza un confronto molto diretto.
Un altro ha bisogno di qualche domanda in più per arrivare alla stessa conclusione.

Le persone sono diverse.

Conoscerle ti permette di adattare il modo di guidarle senza rinunciare alle stesse aspettative professionali.

Puoi chiedere, per esempio:

  • “Di che cosa hai bisogno per lavorare meglio?”
  • “Preferisci maggiore autonomia o indicazioni più frequenti?”
  • “Come posso esserti utile senza sostituirmi a te?”

7. Vuoi controllare tutto

Vuoi verificare ogni passaggio.
Ogni decisione deve passare da te.

Prima di procedere, tutti aspettano la tua approvazione.

Poi magari ti chiedi:
“Perché non prendono mai iniziativa?”

Se vuoi autonomia ma intervieni continuamente, stai inviando due messaggi opposti.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire aspettative e confini, lasciare spazio e intervenire quando serve.

Se ogni decisione torna sempre sulla tua scrivania, il problema potrebbe non essere soltanto la poca iniziativa del team.

8. Pretendi dagli altri ciò che tu non fai

Chiedi puntualità e arrivi sempre in ritardo.

Pretendi comunicazioni chiare e mandi messaggi confusi.

Chiedi ascolto e interrompi continuamente.

Vuoi collaborazione, ma decidi tutto da solo.

Le persone osservano molto più di quanto immagini.

Il tuo comportamento rende credibili — oppure indebolisce — le aspettative che hai nei loro confronti.

Non devi essere perfetto.

Ma difficilmente puoi chiedere con autorevolezza agli altri qualcosa che tu, per primo, ignori sistematicamente.


Vuoi potenziare la tua assertività con il team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Prima di dare la colpa al team, guarda il tuo contributo

Se i risultati non arrivano, non significa automaticamente che il problema sia il leader.

E nemmeno che siano sempre i problemi con il team.

La domanda più utile è un’altra:

“Che cosa, nel mio modo di guidare, potrebbe contribuire a questa situazione?”

Forse la risposta sarà: niente.

Oppure scoprirai un comportamento, una comunicazione poco chiara o un’abitudine che puoi modificare.

Ed è una buona notizia.

Perché quella è la parte sulla quale puoi intervenire direttamente.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di cambiare il tuo team, assicurati di aver guardato con sufficiente attenzione anche il modo in cui lo stai guidando.

5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere leader non è semplice.

Puoi avere esperienza, competenze tecniche, conoscere perfettamente il lavoro e prendere buone decisioni.

Ma quando guidi un team c’è un’altra domanda con cui devi fare i conti:

come ti vedono le persone che lavorano con te?

Perché l’autorevolezza non dipende soltanto dal ruolo che ricopri.

Si costruisce anche attraverso comportamenti molto concreti: come decidi, come reagisci quando qualcuno sbaglia, quanto riconosci il lavoro fatto e come sostieni la crescita delle persone.

Ecco 5 aspetti sui quali vale la pena interrogarsi.

1. Sii imparziale e coerente

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone rispetto ad altre.

Con qualcuno il rapporto nasce facilmente.
Con altri richiede più attenzione.

Il problema comincia quando le simpatie personali entrano nelle decisioni professionali.

Orari, opportunità, riconoscimenti, richieste, errori: se il team percepisce criteri diversi a seconda della persona coinvolta, la tua credibilità ne risente.

Essere imparziale non significa prendere sempre la stessa decisione per tutti.

Ci possono essere situazioni particolari che richiedono risposte differenti.

In questi casi diventa importante spiegare il criterio della decisione.

La coerenza non significa decidere sempre nello stesso modo.
Significa rendere comprensibile il criterio con cui decidi.

Le persone possono anche non essere d’accordo con te.

Ma devono poter capire da dove nasce una tua scelta.

2. Difendi i tuoi collaboratori quando è giusto farlo

Hai mai lavorato con un responsabile che ti ha sostenuto davanti a una critica ingiusta?

Probabilmente te lo ricordi ancora.

Un collaboratore deve sapere che, quando la situazione lo richiede, il suo responsabile non sarà il primo a prendere le distanze per proteggere se stesso.

Questo non significa difendere qualsiasi comportamento.

Se una persona ha commesso un errore, l’errore va affrontato.
Se deve assumersi una responsabilità, deve farlo.

Ma c’è una grande differenza tra correggere un collaboratore e scaricarlo.

Un leader può assumersi la responsabilità del proprio team verso l’esterno e, successivamente, affrontare con la persona ciò che non ha funzionato.

“Su questo punto abbiamo sbagliato. Me ne assumo la responsabilità. Poi capiremo internamente che cosa dobbiamo correggere.”

Difendere il team non significa coprirne gli errori.
Significa non abbandonare le persone proprio quando il ruolo di leader diventa più scomodo.

È in quei momenti che la fiducia viene realmente messa alla prova.

3. Fermati a riconoscere i risultati

Siamo spesso concentrati su ciò che viene dopo.

Un obiettivo raggiunto porta immediatamente al successivo.
Un problema risolto lascia spazio a quello nuovo.

E così il team può avere la sensazione che qualsiasi risultato diventi normale appena viene raggiunto.

Celebrare non significa organizzare una festa per ogni piccolo successo.

Può bastare fermarsi e riconoscere ciò che è stato fatto.

“Questo risultato non era scontato. Avete fatto un buon lavoro.”

Oppure condividere un traguardo, ringraziare le persone coinvolte, concedersi un momento per guardare insieme ciò che è stato ottenuto.

Un risultato riconosciuto acquista un significato diverso da un risultato semplicemente archiviato.

4. Tratta i collaboratori come persone

Sembra ovvio.

Eppure, sotto pressione, è facile vedere soprattutto ruoli, compiti, problemi e prestazioni.

Quello che consegna sempre in ritardo.
Quella che deve migliorare.
Quello che non raggiunge il target.

Ma dietro una prestazione c’è una persona.

Questo non significa diventare amici dei collaboratori o entrare nella loro vita privata.

Significa mantenere attenzione e rispetto anche quando devi essere esigente.

Ascoltare.
Chiedere.

Conoscere abbastanza le persone da capire che cosa le aiuta a lavorare bene e dove incontrano maggiori difficoltà.

Puoi essere fermo senza essere distante.
Puoi chiedere molto senza trattare le persone come semplici esecutori.

5. Sostieni e fai crescere le persone

Un leader indiscusso non dovrebbe occuparsi dei propri collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Dovrebbe anche chiedersi:

  • In che cosa questa persona è particolarmente brava?
  • Dove potrebbe crescere?
  • Quale responsabilità potrei cominciare ad affidarle?
  • Sto rendendo visibile il suo buon lavoro oppure me ne prendo implicitamente il merito?

Sostenere un collaboratore significa anche parlare del suo valore quando lui non è presente.

Dargli visibilità.

Affidargli occasioni nelle quali possa mettersi alla prova.

Lasciargli spazio per crescere, anche accettando che qualche errore faccia parte del percorso.

Un leader autorevole non ha bisogno di tenere le persone piccole per sentirsi grande.

La crescita dei tuoi collaboratori non riduce il tuo ruolo.

Può essere uno dei segnali più evidenti della qualità con cui lo stai esercitando.


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L’autorevolezza si vede soprattutto nei comportamenti

Essere riconosciuto come leader indiscusso non dipende da quanto ricordi agli altri di esserlo.

Dipende anche da ciò che il team sperimenta lavorando con te.

Coerenza.
Sostegno.
Riconoscimento.
Rispetto.
Crescita.

Sono comportamenti quotidiani, non grandi dichiarazioni.

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E allora prova a chiederti:

quale di questi cinque comportamenti il tuo team riconoscerebbe immediatamente in te?

E quale, invece, dovresti cominciare a mostrare un po’ di più per essere leader indiscusso?