20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

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Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

 


 

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri
Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

(È l’incipit del mio libro Autorevolezza).

Ci sono giorni in cui… proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti —
quando sei più vulnerabile —
arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che “risponde per le rime”.

E proprio come la più classica Legge di Murphy

Ti colpisce nel momento meno indicato.
Con il rischio di apparire insicuro.
Imbranato.
Inadeguato.

E allora?

Non c’è tempo per recriminare.

Devi ripartire. Subito.
Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo pretende.

Come sembrare subito più sicuri?

Servono due cose:

Autocontrollo.
Strategia.

Ecco 5 accorgimenti concreti:

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti bastano.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono.
Chiedi di non essere disturbato.

a) Respira (sul serio)

Respirazione lenta.
Profonda.
Diaframmatica.

Dal basso ventre.
Non dalle spalle.

Così regoli il ritmo.
Ossigeni meglio il sangue.
Riequilibri il sistema nervoso.

Respira.
E sorridi.
Anche masticare un chewing gum può aiutare.

Quando mastichiamo, il cervello “pensa” che non ci sia pericolo.
(Altrimenti non staremo mangiando).

E abbassa il livello di allerta.

b) Non devi essere al 100%

Accetta quello che è.

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Pochi minuti per accogliere i tuoi limiti.
Non per combatterli.

c) Ricorda un tuo successo

Un momento preciso.

Un apprezzamento ricevuto.
Il cliente conquistato.
Quel progetto portato a termine.
Un risultato difficile.

Richiama quella sensazione.

Tienila qualche istante dentro di te.
È carburante.

d) Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

In quei momenti la mente fa un disastro.

  • “Staranno pensando che…”
  • “Avranno capito che…”

Stop.

Quella voce ti drena l’ultima energia rimasta.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Postura, postura, postura

La postura cambia lo stato mentale.

“Stirati verso l’alto”.
Come se qualcuno tirasse un filo dalla sommità della testa.

Spalle indietro.
Scapole verso il basso.
Braccia rilassate.

Schiena dritta.
Mento leggermente sollevato.
Passo deciso.

Anche una ferma stretta di mano può fare miracoli.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza.

Scopri il percorso di coaching mirato “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Sembrare subito più sicuri: rallenta

Quando siamo ansiosi,
acceleriamo.

Parliamo più in fretta.
Camminiamo più in fretta.
Respiriamo più in fretta.

Fai l’opposto!

Rallenta deliberatamente.

Passi cadenzati.
Movimenti ordinati.
Voce leggermente più lenta.

Può sembrarti “troppo”.
Non lo è.

Trasmette controllo.

Alza il mento.
Guarda avanti.
Non camminare con lo sguardo verso il basso.

4. Contatto visivo

Chi mantiene il contatto visivo viene percepito come più sicuro.

Se ti mette in difficoltà, guarda tra le sopracciglia dell’altro.

Nessuno noterà la differenza.
Ma tu ti sentirai più stabile.

Leggi il mio post per approfondire.

5. Sorridi

Sì.

Sorridi.

Anche quando non ne hai voglia.
Soprattutto quando non ne hai voglia.

Il sorriso modifica la biochimica.
Cambia l’atteggiamento.
Alza la fiducia.

Un cliente mi ha detto:
“Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

È proprio lì che serve.

Non soffocare le emozioni.
Ma non lasciare che ti governino.

All’inizio sembra forzato.
Poi diventa naturale.

In finale

La sicurezza non è assenza di fragilità.
È la capacità di restare in piedi anche quando dentro tremi un po’.

La leadership non si misura nei giorni perfetti.
Si misura in quelli stonati.

E lì, davvero, si vede chi sei.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda in fondo non la prenda seriamente.

Sabrina è convinta di essere completamente non qualificata per il suo nuovo ruolo di team leader.

Davide ha preso coraggio, ha portato la sua iniziativa ed è stata accettata. Bene? No male. Malissimo … da quel fatidico OK la domanda è una “… e se non funziona?”

Domenico è costantemente in ansia perché è sicuro che, prima o poi, tutti si accorgeranno della sua incapacità di gestire il team.

Come ho scritto (nel capitolo 2) nel mio libro “Prima volta Leader” il buio amplifica.

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso …
soprattutto quando ci sentiamo inadeguati,
bloccati dalla paura di sbagliare o di non essere all’altezza.

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Anche quando riusciamo a fare bene qualcosa,
ci accorgiamo che in fondo non era così terribile (come avevamo pensato) e sentiamo un po’ più di sicurezza e di soddisfazione personale …
il giorno dopo di tutto torna come prima e ricompaiono scenari d’inadeguatezza e di fallimenti.

Torna la paura da leadership.

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

Soprattutto la notte.

Perché anche quelli che sembrano (e sono) meno preparati di me lavorano con più serenità?
Perché gli altri sono più sicuri di me?
Tutti sembrano godere del successo tranne me?
da dove viene questa paura da leadership?

Durante le sessioni di personal coaching,
emerge tutto quello che è tenuto accuratamente (e faticosamente) nascosto sotto facciate di competenza, fiducia e carisma.

Ecco le 5 domande (con tutte le complesse declinazioni e ansiosi mix) che sono alla base della paura da leadership di molti manager, team leader, responsabili, di chiunque gestisca o abbia responsabilità.

1. … e se non riesco?

Fare molta fatica ad accettare il fatto di non riuscire.
Considerare ogni errore “grave” e le sue conseguenze “catastrofiche”.

 


 

Sbagliare e considerarsi una persona sbagliata,
un leader inadeguato, un manager incapace.

La tendenza è di associare lo sbaglio alla persona e il fatto di aver sbagliato viene vissuto come un fallimento personale.

La paura di sbagliare è strettamente collegata con la paura del giudizio degli altri.

2. … e se fallisco?

Fantastico … e se non funziona?

Avere paura di non farcela,
di non essere all’altezza, come capo, come responsabile, di non saper gestire le crescenti richieste …
trovarsi di fronte a compiti troppo grandi, di non avere le capacità,
di non saper decidere e fallire miseramente.

Aver bisogno di avere tutto sotto controllo,
gestire in prima persona, non delegare.

Creare situazioni impegnative e scomode,
improbabili da gestire a riprova delle nostre incapacità.

Creare parametri di valutazione troppo ambiziosi ed eccessivamente perfezionisti.

Quando si teme l’insuccesso e si cerca (disperatamente) di evitarlo in tutti i modi …
è facile capire come andrà a finire.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

3. Ne ho (davvero) le competenze?

Ma dove mi sono cacciato?

Dopo i salti di gioia … ecco la doccia fredda:
sentirsi completamente sotto qualificati per il nuovo lavoro o ruolo!

Responsabilità scoraggianti, disagio nel ruolo.
Non avere idee.
Non sapere nemmeno cosa si deve fare.

Avere una sola certezza (sabotante) …
… da qualche parte (nel processo di assunzione o di organizzazione) qualcuno ha fatto un errore assumendo la persona sbagliata.

4. … e se non piaccio?

Essere condizionati (o ossessionati?) da cosa pensano i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Voler sentirsi dire continuamente di essere un capo competente e indispensabile.

Cambiare atteggiamento a secondo della persona di fronte per guadagnare (accaparrare o forse è meglio dire elemosinare?) il suo apprezzamento e il suo gradimento.

Rifiutare offerte di promozione poiché le nuove responsabilità potrebbero determinare la critica dei colleghi.

Voler essere leader ma con la certezza di piacere,
essere accettato e … senza critiche!

5. … e se mi scoprono?

Eccoti qua, mascherina … ti abbiamo beccato, non sei quello che vuoi apparire!

Paura di essere un bluff.
Un falso.
Un imbroglio.
Aver paura di essere smascherato e di essere visto per quello-che-si-è-veramente.

Coprire le paure,
essere costretti a spendere un sacco di energie per convincere tutti quelli che ci circondano.

Un logorio continuo di ansia e pressione.

Paura da leadership. Cosa fare?

I leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia.
L’ascoltano.
L’accettano.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone non saranno mai motivate.

Altre faranno solo quello che serve per mantenere il lavoro, dare una parvenza di coinvolgimento e pagare il mutuo.

Poi ci sono collaboratori altamente competenti e motivati che, per una serie di ragioni, perdono entusiasmo e passione per il lavoro e diventano delusi, amareggiati, demotivati e … poco produttivi.

Spesso però è proprio il manager, il capo, il titolare (ovvero il pilastro della produttività) che, con il suo comportamento, uccide (spesso in buona fede o per non conoscenza) la motivazione dei suoi collaboratori.

Quest’articolo è per loro.

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1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione” e il tuo OK.

Scusa perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi sei riluttante a delegare, ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa anche sulle decisioni più banali?

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa (davvero) sentire il lavoratore inutile … un idiota! Stai uccidendo la sua motivazione e la crescita professionale.

2. Concentrarsi solo sugli errori

Ogni volta che è commesso un errore, non fare la solita domanda “Di chi è la colpa questa volta?”. Sinceramente, poco importa di chi è la colpa (la colpa è di tutti), l’importante è cercare di capire come risolvere il problema e fare in modo che non si ripresenti più.

Focalizzarsi regolarmente sugli errori, cercare il colpevole, soffermarsi solo “su cosa è andato storto” crea un ambiente negativo, di sospetto, da “caccia alle streghe”, di giustificazioni e ovviamente di demotivazione.

Molto più produttivo canalizzare le energie per trovare risposte e soluzioni.

3. Respingere le idee

Ogni idea è buona?
No, senza dubbio.

Respingere però regolarmente le idee e le proposte del personale, magari senza neanche ascoltarle, non aiuta certamente il coinvolgimento e “l’attaccamento” all’azienda.
 


 

Quando i tuoi collaboratori sentono che la loro “voce” non è mai ascoltata o non sono coinvolti perdono, un po` alla volta, entusiasmo e motivazione, con ovvi effetti negativi sull`ambiente di lavoro e sui risultati.

4. Non mantenere la parola

È semplice.

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la motivazione dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.

Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia reciproca sono assolutamente essenziali per il successo nella vita.

5. Dare scadenze o obiettivi non realistici

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Forse hai messo l’asticella talmente in alto da non accorgerti che il tuo team sta (già) facendo un lavoro incredibile?

Se fissi scadenze e obiettivi non realistici stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto di essere consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, realizzare o di raggiungere “qualcosa”.

6. Avere preferiti

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre ma non ci dovrebbero essere preferiti, tutti devono essere il “tuo preferito”.

Favorire o non rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling, rischia di farti perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando di te un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi e demotivi tutti gli altri collaboratori, che lavorano con dedizione e rispetto delle regole, che desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare: se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

7. Trattare i collaboratori senza rispetto uccide la motivazione

“Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito,
la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata,
nello sport come nelle organizzazioni.”

Pietro Trabucchi

Non ho mai capito perché alcuni manager trattano i propri collaboratori così male e poi pretendono che siano efficienti e produttivi. Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?

Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno loro il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader sanno come motivare il team, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

Molti di questi errori che i manager fanno sono così facili da evitare (scopri il personal coaching per motivare il tuo team). Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

Sicuramente vorresti essere stimolato, ascoltato, coinvolto ed essere lasciato “in pace” a fare il tuo lavoro correttamente.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.
Se ti stai chiedendo cosa-ci-azzeca (come dice Di Pietro) la leadership con l’utilizzo del smartphone vuol dire che non sei (ancora) del tutto cosciente di come i tuoi collaboratori ti osservano, ti giudicano e ti valutano costantemente.

Sei il capo, il leader, il faro … chi vuoi che guardino, se non te!

Leadership al cellulare? Ecco gli errori comuni

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Lo scopo di quest’articolo non è quello di fare un post divertente ma di renderti partecipe che, puoi avere in tasca anche uno smartphone di ultima generazione (campione di prestazioni e tecnologia), ma quando maneggi questo “aggeggio”, puoi perdere autorevolezza e considerazione, davanti al tuo team.

Ma và! Davvero?

Occhio! Quando siamo al cellulare, compiamo delle azioni, in modo inconscio o automatico, che non sono proprio da “manuale della leadership al cellulare ”.

Vediamo gli errori più comuni (che in realtà facciamo in molti) ma che i tuoi collaboratori non si aspettano (o che non vorrebbero mai vedere) nella persona che, almeno nel loro immaginario, debba sempre dargli la sensazione di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione con obiettività, calma e sicurezza.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Quando siamo alle prese con una situazione o un problema particolarmente delicato è facile scivolare in un “trip” telefonico che ci fa perdere completamente la dimensione di dove siamo e con chi siamo. Preso dal vortice della telefonata il tuo tono sale, sale, sale e ti ritrovi letteralmente a urlare nel tuo telefono cellulare.

È molto imbarazzante per chi ti sta intorno e … non ci fai davvero una bella figura!

2. Estrarlo continuamente ad ogni segnale

Arriva la mail, poi l’sms, adesso whatsapp, adesso Fb, e poi si ricomincia il giro … mail, sms, fb,
Dentro, fuori, dentro, fuori dal taschino.

Ma dai … Basta!
 


 

La taschina deformata della giacca per questo “continuo movimento dentro-fuori” non ti dà proprio un’aria da leader ma piuttosto di un “tarantolato” che cerca di superare lo stress dovuto alla mancanza di contatto con il suo smartphone.

3. Non inserire la modalità “silenzioso”

Durante la riunione con il tuo team o un colloquio con il tuo collaboratore non inserire la modalità “silenziatore” è scorretto e maleducato perché interrompe (anche solo per pochi secondi per rispondere a un sms) costantemente la conversazione intrapresa.

4. Parlare e girare come una trottola

Parlando al cellulare è facile che, senza accorgerti, inizi a camminare o girovagare senza meta.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …
Occhio alla tua leadership al cellulare!

Camminare mentre si è al telefono, è un’azione automatica che serve a tagliare fuori tutti gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, per concentrarci maggiormente sulla conversazione.

Niente di male ci mancherebbe … ma muovendoti continuamente in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro rischi di creare attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare i tuoi collaboratori.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

5. Utilizzare suonerie ridicole

Meglio evitare suonerie ridicole, musichette strane, marcette, suonerie brutte, adattate da motivi noti, storpiate e rumorose … magari solo giusto per attirare l’attenzione!

6. Dimenticarlo di continuo

Un cliente è diventato, sotto quest’aspetto, una barzelletta per il suo team perché si dimentica cronicamente ogni volta il cellulare da qualche parte.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Spesso lo riportava (tra i sorrisini del personale) il cameriere del bar di fronte oppure qualcuno del team doveva “farlo suonare” per scovarlo ma se poi era stato dimenticato in modalità “silenzioso o vibrazione” partiva una vera e propria “caccia al tesoro”.

7. Fare le faccette, tic o usare intercalari ridicoli

“Oh, oh, oh, oh”
“uh,uh,uh,uh”
“ah, ah, ah, ah”
“Uhm, uhm, uhm, uhm”

Ricorda che il tuo corpo trasmette più del 70% dell’informazione. Posture e movimenti non pertinenti (toccarti in modo ripetuto e nervoso i vestiti o i capelli, trotterellare le dita sul tavolo, piede ballerino, incrociare nervosamente le mani e le gambe, coprirsi la bocca con le mani, arricciare le labbra, socchiudere gli occhi e corrugare la fronte, ecc.) sono indice di tensione, nervosismo, dubbi e preoccupazioni e dimostrano scarsa fiducia e bassa autostima.

8. Ostentarlo con arroganza

Meglio non appoggiare il telefono cellulare sul tavolo del bar, del ristorante, durante una riunione o un colloquio.

Sfoggiare con arroganza l’ultimo modello di smartphone non ti fa guadagnare punti …
è un grande sintomo di maleducazione e mancanza di stile.

9. Essere sempre alla ricerca di una presa

Ovvero come lo smartphone di ultima generazione con prestazioni elevatissime è messo in ginocchio dalla scarsa resistenza della sua batteria.

Ovvero come un leader di ultima generazione con competenze elevatissime è messo in ginocchio dall’ossessione della batteria-carica e dalla scarsa resistenza della sua batteria (interna).

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

“Parla pure … ti ascolto”.

E intanto smanetti-come-un-forsennato sulla tastiera del cellulare e con la testa annuisci per dare una minima parvenza d’ascolto. Non dubito che stai sentendo (ascoltare è però tutta un’altra cosa) quello che ti stanno dicendo.

No. Così non funziona.

Non so te ma, se c’è una cosa che proprio detesto, è parlare con qualcuno che usa il cellulare mentre si sta parlando. È una totale mancanza di tatto, d’attenzione e anche d’educazione.

Pensaci la prossima volta che un collaboratore o un collega ti sta parlando (ma vale anche – soprattutto – per moglie/marito, figli e amici).

P.S.
Il fenomeno è così diffuso che è stata inventata una parola, phubbing, che indica proprio “l’azione di chi snobba qualcuno, guardando il proprio cellulare invece di prestargli attenzione”.

Mah!
Ecco la leadership al cellulare!

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza
Non sono poche le persone che mi contattano
(per “fare” coaching) perché, pur partite con le migliori intenzioni,
col tempo si sono impantanate.

In atteggiamenti di arroganza.
Di spavalderia.
Di reazioni eccessive.

Il risultato?

Rapporti compromessi con il team
(grande o piccolo che sia),
con tutto lo strascico di:

  • problemi
  • conflitti
  • cali di produttività
  • risultati scarsi
  • notti insonnibruciori di stomaco

Se “il team è la chiave del successo”,
è facile dedurre che:

NO team = NO successo

A volte la nostra insicurezza
(o inesperienza come leader)
viene coperta — come scrivo nel mio libro “Autorevolezza”,
ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —
da perfezionismo,
spavalderia,
superiorità
e arroganza.

Per nascondere la vulnerabilità
ci rifugiamo dietro:

  • false competenze
  • finti atteggiamenti di sicurezza
  • dimostrazioni di forza

Per manipolare e controllare i collaboratori.
Fare colpo.
Per sembrare più competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro sia una giungla?
Una lotta continua?

Dove vince il più forte,
il capo comanda
e gli altri seguono
senza discutere?

Attenzione.
Non stai forse scambiando arroganza e prepotenza
per fiducia e carattere?

Siamo in tanti a cadere in questo equivoco.

Spesso siamo arroganti
perché non abbiamo ancora capito
cos’è davvero la fiducia in sé stessi.

Essere arroganti, strafottenti o stronzi
non significa essere sicuri di sé.

Anche se, paradossalmente,
molti di questi vengono messi su un piedistallo
e osannati perché “sono arrivati”.

Il punto è un altro.

  • Cosa vuol dire essere sicuri?

E soprattutto:

  • come esserlo senza cadere nella trappola dell’arroganza?

4 atteggiamenti arroganti che svelano insicurezza di leadership:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte.
Sguardo truce.
Sorriso sprezzante.

Incalzi.
Ti imponi.
Ammetti raramente di avere torto.

Usi sarcasmo e battute
per svalutare chi ti circonda.

Critichi davanti agli altri
(per mostrare potere).

Parli senza pensare all’impatto
(perché “i forti fanno così”).

Non riconosci mai il lavoro del team
(perché “i duri non fanno complimenti”).

Siamo lontani.
Molto lontani.

La linea tra fiducia e arroganza
non è sottile:
è un abisso.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove nasce questo bisogno
di sentirsi superiori,
speciali,
indispensabili?

Cerchi ammirazione continua.
Pensi che, essendo “il migliore”,
tutto ti sia dovuto.

Le tue esigenze vengono prima di tutto.
E pur di emergere
sei disposto a passare sopra a chiunque.

Ma ricordalo:
ci sarà sempre qualcuno
più esperto, più competente,
più brillante di te.

La differenza è qui.

Se hai davvero fiducia in te stesso,
questa consapevolezza
non scalfisce
né il tuo valore
né la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza con l’arroganza

Essere visti per quello che siamo
fa paura a tutti.

E allora costruiamo muri.
Indossiamo maschere.
Evitiamo di sembrare vulnerabili.

Ma coprire le paure costa energia.
Molta.

Il leader arrogante bleffa.
Millanta.
Getta fumo negli occhi.

Schiva le responsabilità
finché non arriva il momento
di rivendicare un successo.

Lo sai, vero?
Spesso chi ha l’opinione più alta di sé
è anche chi ha l’autostima
più fragile.

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché, per sembrare capi forti e sicuri,
non sappiamo dire:
“Complimenti. Ottimo lavoro.”?

Perché umiliamo i talenti
facendo leva sulle loro presunte debolezze?

Paura che si montino la testa?
Che mettano in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di yes-man deboli,
non stai guidando un gruppo.

Stai solo difendendoti.

Arroganza e fiducia sono mondi diversi

Il mondo del lavoro, oggi,
premia (spesso) i furbi,
gli scaltri,
i colpi bassi.

Ma per crescere davvero
serve riconoscere cosa sono davvero
fiducia e arroganza.

Assicurati di conoscerne la differenza.

È necessario traspirare fiducia,
non arroganza.

E poi…

nessuno ama una persona arrogante

Nemmeno gli arroganti —
quando lo sono gli altri.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni
o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

L’autorevolezza non si impone.
Si costruisce.

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

Un percorso breve e pratico per farti ascoltare e rispettare,
anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

 

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro

primo giorno di lavoro
Che tu stia per entrare in
una startup innovativa,
una piccola impresa familiare,
un lussuoso store in centro
o una multinazionale,

il tuo approccio iniziale farà una differenza enorme
tra il successo e il fallimento
della tua permanenza in azienda.

Come comportarsi il primo giorno di lavoro?

“Chi ben comincia…” dice il detto.
E quale inizio è più importante del primo giorno di lavoro?

Ti stanno aspettando.
Sarai stimolato ed emozionato.
Ti troverai davanti a difficoltà e opportunità.

Il tuo obiettivo è uno solo:
sfruttare al meglio ogni situazione,
a partire dal giorno uno.

Ecco 13 suggerimenti per partire con il piede giusto.

1. Dormire bene

Se vuoi essere lucido, reattivo e presente,
devi essere riposato.

La notte prima non basta.
Gli esperti parlano di un periodo di “riallineamento”.

Tradotto:
vai a dormire prima e svegliati prima
almeno due settimane prima dell’inizio.

Lo so, suona poco comodo.
Ma funziona.

2. Controllare il tragitto casa–lavoro

Arrivare in ritardo il primo giorno è imperdonabile.
Punto.
Prova il percorso prima del “grande giorno”.
Considera l’effetto ora di punta.

Hai un piano B?
(Scioperi, maltempo, imprevisti.)

Calcola il tempo reale
e aggiungi altri 10 minuti di margine.

Arrivare un po’ in anticipo non è mai un problema.

3. Vestirsi professionalmente

Il modo in cui ti vesti
influenza il modo in cui verrai trattato.

Curato = affidabile.
Trasandato = disorganizzato (almeno all’inizio).

Ti piaccia o no,
il tuo aspetto parla prima di te.

Abbigliamento, capelli, mani, alito, profumo (discreto):
tutto contribuisce all’immagine che dai.

4. Avere un atteggiamento positivo

Nulla funziona meglio, il primo giorno,
di un atteggiamento positivo.

Postura dritta.
Passo deciso.
Stretta di mano schietta.
Sorriso sincero (non caricaturale).

Evita l’entrata da star.
Niente proclami.

Qualche battuta?
Poche e appropriate.
Se non è il tuo stile, lascia perdere.

5. Salutare il team personalmente

È spesso sottovalutato.
Ed è un errore.

Salutare ogni persona del team
pone una base fondamentale per la relazione.

Le persone vogliono sentirsi viste.
Non solo contate.

6. Imparare i nomi dei collaboratori

Nessuno si aspetta che li impari subito.
Ma farlo il prima possibile è essenziale.

Un nome non è solo educazione.
È identità.

Usare il nome crea legame,
riconoscimento,
rispetto.

Quando chiami una persona per nome,
stai dicendo: ti vedo.

7. Non essere te stesso (non ancora)

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, abbassa un po’ il volume.
Se sei molto pacato, alzalo leggermente.

È il primo giorno.
Osserva.
Registra.
Adattati all’ambiente.

L’umorismo?
Solo se ce l’hai davvero.

8. Parlare meno, ascoltare di più

Ascoltare è il modo più rapido per costruire fiducia.

Non “sentire”.
Ascoltare davvero.

Nei primi giorni:
ascolta bisogni, dubbi, aspettative.
Chiedi feedback.
Poi decidi.

Chi sa ascoltare
non ha paura del confronto.

Ed è sempre percepito come leader.
Leggi il post per approfondire.

9. Capire la cultura aziendale

Osserva i segnali non detti:

  • Orari flessibili o rigidi?
  • Ambiente formale o informale?
  • Collaborazione o individualismo?

Capirlo ti evita autogol
nei “primi minuti di gioco”.

10. Prestare attenzione all’istinto

Nei primi giorni il tuo sguardo è pulito.
Non ancora condizionato.

Tutto appare come è.
Tutto si mostra come è.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo capo o manager.

Scrivi tutto:
sensazioni,
persone,
dinamiche.

Questa percezione “pura” diventerà via via sempre più sfuggente e poi sparirà.
Per sempre.

11. Evitare proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente aria nuova.”

No!

Criticare chi non c’è più è facile.
E ti fa sembrare poco sincero.

Se devi parlare del passato,
attieniti ai fatti.

Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader
spingere subito sul cambiamento
può sembrare coraggioso.

Spesso è solo avventato.

Studia prima l’ambiente: processi, persone, impatti.

  • Come sono prese le decisioni?
  • Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
  • Come la prenderanno le persone coinvolte?
  • Saranno contente, resisteranno oppure “remeranno” contro?

Resisti alla tentazione di cambiare subito in modo compulsivo.

Il cambiamento arriverà.
Ma con criterio.
Strategia.

13. Salutare il team personalmente (di nuovo?)

Sì, lo abbiamo già detto.

Ora però è fine giornata.

Passa a salutare.
Una buonasera.
Un arrivederci.

È un gesto piccolo.
Ma costruisce grandi relazioni.

Non sottovalutare mai il potere delle relazioni.

Primo giorno di lavoro?

Usa questi spunti come linee guida,
non come regole rigide.

Se vuoi un supporto mirato e personalizzato
per partire con il piede giusto:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

L’importante è una cosa sola:
partire bene.

Buona fortuna!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

Leggi anche la parte 1.

4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

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“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” … non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.
Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

 


 

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

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Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri, ci sbagliamo di grosso.

Al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

 


 

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Continua a leggere la parte 2.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 2

scuse dei collaboratori

Leggi anche la parte 1.

5. Fare domande mirate per capire

Le domande ti permetteranno di approfondire, di chiarire la questione, capire la causa principale del problema e arrivare alla radice della scusa.

Fare domande trasmetterà ai tuoi collaboratori che non sei il tipo che accetta le scuse senza dire una parola. Anche perché quando fai le domande giuste, molto spesso le scuse si rilevano tutt’altro che scusabili.

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La chiave è concentrarsi su domande aperte. Evita risposta con SI/No. Questo costringerà la persona a pensare davvero cosa rispondere e non buttare lì una delle solite frasi di circostanza.

Per esempio, se un collaboratore insiste nel dire che non ha trovato il tempo di portare a termine quanto richiesto, puoi chiedere:
“Quando ti è stato assegnato il progetto/compito?”
“Quando hai iniziato?”
“A cosa hai dato la priorità in tutto questo tempo?”
“Che cosa hai fatto/provato/pensato quando vedevi che eri in ritardo?”
“Cosa ti ha spinto a comunicarmelo solo adesso?”

Come puoi vedere è difficile dare risposte banali o scontate a queste domande.

A volte, può anche accadere che invece alcune scuse siano legittime o giustificabili ma tocca a te, come manager o responsabile, scavare, scoprire e decidere il da farsi.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo (anche se di pochi minuti).
La scusa era riferita una volta al treno in ritardo, un’altra al bus che non aspettava la coincidenza, ecc.

Sono stato tentato di respingere malamente le continue scuse ma poi ho deciso di dare un’occhiata più da vicino alla questione. In effetti, il paesino dove abitava era mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare 5 minuti prima sarebbe dovuta partire da casa 1 ora prima, cambiare 3 mezzi e fare un giro più lungo. Mi è bastato darle un piccolo orario flessibile in entrata per risolvere la questione e non sentire le sue continue scuse (che m’innervosivano parecchio).

6. Chiedere al collaboratore di trovare soluzioni

La cosa importante da trasmettere ai collaboratori è non cercare scuse ma trovare piuttosto soluzioni per superare il problema.
Spetta a loro garantire l’efficacia e prevenire futuri problemi.

Cosa gli serve?
Spostare la pausa di mezzogiorno, uscire prima da casa, un parcheggio nelle vicinanze,
un supporto per svolgere quel determinato compito?
 


 

Rimani in attesa delle loro risoluzioni o proposte. Non assumere tu la responsabilità di trovare una soluzione. Evita di cedere alla tentazione di fare il consulente o il papà/mamma (non è il tuo ruolo).

Se ricominciano di nuovo le scuse dei collaboratori,
puoi sempre chiedere il motivo per cui la prima soluzione non ha funzionato.

7. Focus sulle azioni non sulla persona

Esponi il problema in modo oggettivo e senza pregiudizi.

Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona. L’autostima del tuo collaboratore non va toccata! Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile. Un passo falso e il rapporto si può danneggiare per sempre.

La critica si deve riferire esclusivamente a un comportamento, un compito o una situazione particolare. Evita di usare parole tipo ogni volta, sempre, mai, che rischiano di trasformare la critica in un rimprovero scoraggiante “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli”.

Evita anche “Sei inaffidabile”, “Sei il solito ritardatario” come pure “Sei un incapace” oppure “Sei uno stupido”.

Se impari a muovere critiche costruttive bilanciando garbo e autorità, aumenterai il tuo rispetto, la tua credibilità e la produttività delle persone che ti circondano.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

8. Definire le aspettative per la prossima volta

Dopo aver ordinato per bene spiegazioni, motivazioni e problemi, è il momento di determinare chiare aspettative per il futuro.

Se, per esempio, il collaboratore ha avuto difficoltà a organizzare il suo tempo puoi ripetere le strategie di gestione del tempo che avete stabilito e decidete una serie di controlli periodici, per essere sicuri di mantenere la giusta direzione.

Se invece il collaboratore “non sapeva come fare“, devi assicurarti che adesso è consapevole delle risorse disponibili e che capisca che deve prendere l’iniziativa, invece di aspettare passivamente la scadenza o di incolpare ad altri.

Prova a esprimere un auspicio positivo per il futuro.

Per esempio, anziché dire, “Sei il solito ritardatario” prova con “Sarei molto contento se le prossime volte riuscissi ad arrivare puntuale”.

Anziché criticare la persona, tipo “Non sei bravo per questo compito” molto meglio dire “Per questo compito, penso che potresti procedere in modo diverso”.

9. Riaffermare la fiducia e chiudere la questione

Rinnova la tua fiducia nella persona, nelle sue capacità e poi … smettila di parlarne! Non ripeterti e non fare battutine.

Un leader eccellente non cerca rivincite o vendette, sa che è parte del suo lavoro coinvolgere il personale sulle prestazioni e le scuse o resistenze che inevitabilmente seguono quando si tenta di cambiare o migliorare un comportamento.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

A volte, può capitare che il feedback, dato anche a più riprese, non porti ad alcun risultato o cambiamento accettabile.
Se il tuo collaboratore rifiuta di ascoltare il tuo feedback o lo fa con sufficienza, significa che non è capace di accettarlo.

Prendine atto, cambia strategia e trova un’altra soluzione.
E questa è tutta un’altra storia!

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle – parte 1

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?
Che siano legate a un grande progetto o a una semplice consegna poco importa … la lista sembra non finire mai.


“Non ne ho avuto tempo”
“Ho troppe cose da fare in questo momento”
“Non ho mai imparato a farlo”
“Non ho trovato il parcheggio”
“il treno/bus/metro era in ritardo”
“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi”
“Scusa … ma quale progetto?”

Molte volte la scusa inizia alla chetichella, dei piccoli ritardi 1 o 2 volte la settimana per via del traffico o il parcheggio. Ben presto il ritardo si trasformerà in un fatto quotidiano. E quel che è peggio che anche altri dipendenti inizieranno a trarre subito vantaggio da quest’opportunità, che sentono non essere stata affrontata subito e con la dovuta decisione.

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Le persone si accorgono rapidamente quando sono ammesse scuse. Alla fine rischia di diventare un vero e proprio fenomeno morale all’interno di un’azienda perché si è creata una cultura della prevenzione piuttosto che della responsabilità!

E poi ci sono i professionisti.

Quel collaboratore/trice che rifiuta assolutamente di accettare la responsabilità per qualsiasi azione o errori, anche di fronte a prove inconfutabili. Non si assume mai le responsabilità e se ne tira sempre fuori. Non era lì, e se c’era, era occupato a fare altro … ne ha sempre pronta una!

Come sei messo con le scuse dei collaboratori?

Il tuo dipendente ha davvero troppo lavoro? C’è davvero tanto da fare e così poco tempo? O forse sei un capo che-è-facile-da-metter-via? O forse sei uno che si logora per giorni per poi esplodere di botto davanti a quello che (ironia della sorte) arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi? Sai comunicare in modo efficace con il tuo team?

In effetti, la comunicazione è l’ingrediente chiave per cambiare il modo in cui il tuo personale si comporta o lavora. Detto questo, non pensare che solo perché comunichi meglio con il tuo team, le scuse spariranno come d’incanto.

Magari.

La cosa importante da ricordare è che …
manager e gestori spesso falliscono perché permettono ai loro collaboratori o dipendenti di farla franca con le scuse.

La prossima volta che senti scuse o giustificazioni poco accettabili prova ad applicare questi 9 spunti per neutralizzarle:

1. Dare l’esempio

Il buon esempio, sosteneva il pedagogo greco Isocrate, è un dovere per chi comanda.
 


 

Non si può pretendere, infatti, che il popolo sia onesto e permettere a chi governa di non osservare le leggi. Un vero leader deve indicare la direzione e il suo comportamento deve essere irreprensibile.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia e, allo stesso tempo, incoraggia i tuoi collaboratori a fare lo stesso.

(P.S.
Mi domando cosa direbbe il buon Isocrate sentendo oggi il TG delle 20.00?)

2. Agire in fretta per affrontare il problema

Se ti senti sfibrato dalle continue scuse dei collaboratori, vuol dire che ne senti spesso, il fenomeno è già rodato e sta assumendo connotati pericolosi.

Stop.
Adesso.

È il momento di fermare questa escalation e dimostrare a tutti che ci saranno conseguenze, a prescindere delle scuse. Se consenti ancora di giustificare scarse prestazioni autorizzi tutti a fare lo stesso, anche quei dipendenti che rispettano regole e procedure.

3. Smettere di dire “Va bene”

Quando mi capitava di sentire una scusa, ricordo che rispondevo “Va bene”. Mi sembrava una soluzione facile e semplice, mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava i confronti con i collaboratori.

Tutto bene allora?
Per niente.
Ho dovuto imparare (anche più che rapidamente) che la conversazione non poteva certo chiudersi lì.

Era necessario trovare il modo di neutralizzare le scuse oppure i collaboratori, ben presto, avrebbero cominciato a camminare (ma anche a correre) sulla mia leadership.

Accettare le scuse fa male alla reputazione e fa male alla produttività del team.

Soprattutto quando sono tutt’altro che accettabili. Accettare scuse passivamente è una delle peggiori cose che un manager possa fare. Questo genera una cultura d’irresponsabilità e un ambiente in cui i collaboratori saranno sempre pronti ad alzare l’asticella della scusa per sviare ogni responsabilità.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

4. Mostrare delusione e le conseguenze

Permetti alla persona di spiegarsi.

Il focus è sul dipendente se davvero vuoi ascoltare quello che ha da dire. Non interromperlo, non controbattere, attendi fino allo fine e poi replica.

Quando senti una scusa inaccettabile, devi trasmettere un senso di delusione e spiegare esattamente come quello che è stato fatto (o non fatto) porterà conseguenze al team e all’Azienda nel suo complesso.

Evita “Sono così deluso da te ” ma piuttosto qualcosa del tipo “Facevo davvero conto di consegnare al Cliente il preventivo entro venerdì. Adesso siamo costretti tutti ad arrampicarci sugli specchi questo weekend”.

Magari se il tuo collaboratore si renderà conto che la sua mancanza (o errore) avrà ripercussioni su tutto il team,
forse la prossima volta ci penserà meglio.
Forse.

Continua a leggere la parte 2.

Capo per la prima volta? 8 atteggiamenti da evitare se non vuoi bruciarti subito il team – 2

prima volta capo

Leggi anche la parte 1.

5. Pensare che solo perché non hai vita privata non la devono avere neanche gli altri

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Lo so che sei uno che lavora sodo, un panzer che non ci pensa su due volte se li chiedono di lavorare fino a tardi o nel fine settimana …
ma ti sei preso la briga di chiederti se per gli altri è lo stesso?

Ah! No?

Perché sgrani così gli occhi quando la tua collaboratrice ti chiama per dirti che il suo bambino è ancora malato.
Davvero non sai che i bambini si ammalano così spesso?

Ah! Non ne hai.

Per molti dei tuoi collaboratori l’equilibrio lavoro-privato è una sfida sfiancante che molto spesso li vede uscire perdenti.
Questo è quello che fa la gente per andare avanti.

Non ti nascondere dietro “Cosa ci posso fare? Non posso decidere diversamente!“.

A volte,
basta solo un po’ più di comprensione e un pizzico di simpatia.

6. Essere un amico piuttosto che essere il capo

L’amicizia sul lavoro è uno dei temi più delicati da affrontare.

Avere amici sul posto di lavoro ci dà più carica,
motivazione e una spalla cui poggiarsi in caso di difficoltà.

 


 

Ma tu sei il capo adesso … te lo sei scordato?

Il tuo ruolo è dare valutazioni per migliorare le prestazioni ma se temi che facendole,
qualcuno potrebbe prendere questo feedback personalmente, tanto da rovinare l’amicizia,
allora è meglio che rivedi il tuo concetto di amicizia sul lavoro.

La cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti.
Leggi questo post per approfondire.

7. Essere un micro-manager

Non ti fidi dei tuoi collaboratori e il tuo desiderio di controllo è così da pretendere di verificare la corrispondenza e le e-mail,
di bloccare tutto finché non dai il tuo “OK” all’ultima proposta da inviare al cliente.

Perché tutto deve passare da te?
Vuoi veramente avere il controllo su tutto?

Lo sai che così facendo limiti la capacità delle persone, scoraggi l’iniziativa,
blocchi la motivazione, la crescita professionale e l’assunzione di responsabilità?

Se sei riluttante a delegare,
ti concentri sui dettagli e scoraggi il tuo staff nel prendere l’iniziativa è facile che diventi “il collo di bottiglia” della tua attività.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

8. Partire a “razzo” con i cambiamenti

Molti persone (prima volta capo) si presentano in azienda e spingono subito per il cambiamento …
pensando che questo sia il modo migliore per proporsi al team,
mettersi in mostra e dimostrare il proprio valore.

A volte è così.
Spesso no.

Prima di partire come un siluro ricorda che … questo ti si può ritorcere contro,
creare nemici, minare la tua credibilità e causare errori costosi per l’azienda.

Che cosa fare allora?
Resisti alla tentazione compulsiva di agire subito.

Il cambiamento si farà ma prima di spingere sull’acceleratore devi studiare (bene) l’ambiente lavorativo.
Come sono prese le decisioni?
Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
Come la prenderanno le persone coinvolte?
Saranno contente del cambiamento o preferiscono lo status quo?

Porti queste domande ti permetterà di evitare trappole e resistenze che accompagnano ogni cambiamento (piccolo o grande che sia).

Prima volta capo? Mica facile!

Non dimenticare che il tuo lavoro richiede molto più che un’attività gestionale.

Quando sei per la prima volta capo sei entusiasta,
e vuoi essere sicuro di fare tutto bene per avere successo ma se pensi che, secondo le statistiche,
quasi la metà dei neopromossi fallisce nel primo anno e mezzo capisci quanto sia importante investire tempo ed energie nello sviluppo della tua leadership.

Il coaching può fare la differenza nel tuo sviluppo, quando sei un giovane imprenditore, manager o quadro, prima volta capo … approfondisci l’argomento!

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Non sai ancora bene cosa sia il coaching e non hai ancora deciso se iniziare un percorso?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Capo per la prima volta? 8 atteggiamenti da evitare se non vuoi bruciarti subito il team – 1

capo per la prima volta

Come ho scritto (proprio nell’introduzione) nel mio nuovo libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ti sei preparato e hai lavorato duramente per arrivare fin qui.

Te lo meriti.

Capo per la prima volta? Adesso ci siamo!

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L’agognata promozione è finalmente arrivata.

Sei eccitato, apprensivo, smani dalla voglia d’iniziare e …
ma questo non significa necessariamente che sarà facile.
Riuscire ad ottenere la promozione è solo il primo passo.

Essere un buon capo è un’altra cosa e … se inciampi appena fuori dal cancelletto di partenza non potrai mai avere questa possibilità.

Mettiamola così: le intenzioni sono buone ma come siamo messi con i nervi,
l’ego e la mancanza di esperienza?

Capo per la prima volta?
Ecco 8 atteggiamenti da evitare se non vuoi giocarti subito il team:

1. Essere un so-tutto-io

Quando sei giovane e rampante, pensi di essere l’unica persona che può fare bene le cose.

Certo, sei bravo e capace!

 


 

Il punto debole è che ti credi onnipotente ma anche onnisciente.

Assegni un compito impossibile ed esigi che sia sulla tua scrivania entro la fine della settimana.
Dai istruzioni vaghe e ti aspetti che i tuoi collaboratori capiscano al volo cosa deve esser fatto.

Non hai bisogno di spingere al limite per dimostrare che sei più intelligente dei tuoi collaboratori.
O forse si?

Credi di sapere tutto semplicemente perché ti è stato dato un titolo o l’ufficio più grande?

2. Essere accondiscendente per paura del giudizio

Se hai bisogno continuamente del giudizio positivo degli altri,
è un chiaro segno che hai paura di essere rifiutato o emarginato dal resto del gruppo.

È uno schema mentale che ti porta ben presto a fare di tutto per compiacere i tuoi collaboratori,
pur di ottenere la loro stima e il loro rispetto.

Pensi davvero che diventando una sorta di burattino otterrai più rispetto?
Nessuno apprezza realmente chi asseconda sempre gli altri, come un cagnolino.

Tanto meno un capo.
Soprattutto un capo.

3. Essere concentrato solo su te stesso

Un collaboratore ti chiede un favore, prometti di aiutarlo e di andarli incontro …
ma poi non se ne fa niente.

Un dipendente ti comunica un suo problema personale,
e pensi di essergli utili con semplici e spicciole frasi di circostanza.

Hai notato quanto desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma quando è il nostro turno,
non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto?

La verità è che siamo distratti,
poco interessati sugli altri ma concentrati su noi stessi e sui nostri interessi.

Per trasmettere più empatia sul lavoro (e non solo) occorre uno sforzo d’interesse,
di concentrazione e d’attenzione
.

Occorrono disponibilità,
sano e sincero interesse verso gli altri.

Fallo e diventerai,
per i tuoi collaboratori un punto di riferimento importante e irrinunciabile,
anche se sei capo per la prima volta.

Un vero leader.

 


 

4. Scimmiottare un leader forte

L’hai visto fare in TV, al cinema o nei reality e allora perché non “trasportarlo paro-paro” anche sul lavoro?

Braccia conserte, sguardo truce da “capo-che-non-deve-chiedere-mai” o da “donna-manager-in-carriera”, sorriso sprezzante.

Sei critico,
usi il sarcasmo e le battute per svalutare gli altri e ogni occasione è buona per mettere in difficoltà i tuoi collaboratori
(proprio come hai visto fare in TV).

Scusa ma non è che stai scambiando arroganza e prepotenza per grinta e carattere?
Non cadere, per favore, in questo equivoco!

Sei consapevole che se alla prima-curva-vai-dritto
laggiù nel fosso non ti verrà a cercare nessuno?

Spesso se siamo aggressivi, prepotenti o arroganti è in genere un tentativo,
peraltro vano, di nascondere un profondo complesso d’inferiorità.

La fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo,
calmo e contenuto.

Quindi … sorridi di più e non prenderti troppo sul serio (proprio come non hai visto fare in TV).

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2

Da collega a capo. Mica facile? Benvenuto nel management!

da collega a capo
Nel mio libro “Prima volta Leader” – Se non nasci leader, lo puoi diventare – ho raccontato la storia di Thomas.

Fino a ieri rideva e scherzava a crepapelle con tutti.
Era uno di “loro”.
Un amico.
Parte del team.

Poi è arrivata la promozione a supervisore.

E da quel momento qualcosa è cambiato.

Ora si sente osservato con sospetto.
O peggio… con ostilità.

Cosa ti fa pensare che con te sarà diverso?

Hai iniziato pieno di entusiasmo.
Hai lavorato duramente per arrivare fin qui.
Te lo meriti.

Ma questo non significa che sarà facile.

Benvenuto nel management!

La difficile transizione da collega a capo

Non tutti accetteranno subito il tuo nuovo ruolo.

Qualcuno continuerà a trattarti come prima.
Qualcun altro metterà alla prova i tuoi limiti.
Qualcun altro ancora… aspetterà un tuo errore.

E tu ti chiederai:

“Ma non hanno ancora capito che adesso il capo sono io?”

La verità è che il passaggio da collega a responsabile è una delle transizioni più delicate in assoluto.

Perché cambiano contemporaneamente:

  • le aspettative
  • le responsabilità
  • le dinamiche relazionali
  • e la pressione

Prima eri parte del gruppo.
Ora sei responsabile dei risultati del gruppo.

Empatia, produttività, relazioni, performance.

Non è semplice.
E non deve esserlo.

1. Accetta che il rapporto cambierà

È inevitabile.

Le dinamiche cambiano.
Gli obiettivi cambiano.
Il tuo ruolo cambia.

Ora sei tu che:

  • assegni il lavoro
  • valuti le performance
  • prendi decisioni, anche impopolari

Non sei più un pari.
Sei un punto di riferimento.

Accettarlo è il primo passo.

2. Ridefinisci i confini

I confini devono diventare più chiari.

Alcune confidenze non saranno più appropriate.
Alcune conversazioni non saranno più possibili.

È normale che qualcuno diventi più prudente.
O più distante.

Non prenderla sul personale.

È un adattamento reciproco.

3. Parla individualmente con ogni collaboratore

È uno dei passaggi più importanti.

Incontra ogni membro del team.

Parlate apertamente di:

  • aspettative reciproche
  • obiettivi
  • possibili difficoltà

Un’aspettativa non chiarita diventa facilmente frustrazione.
E la frustrazione diventa resistenza.

4. Rimani aperto al dialogo

Non chiuderti.
Non irrigidirti.

Rimani accessibile.
Disponibile.
Presente.

Se emergono tensioni, affrontale con rispetto.

Spesso anche l’altra persona vive lo stesso disagio.

La leadership non è distanza.
È equilibrio.

5. Evita il pettegolezzo

Come disse Woody Allen:
“Il pettegolezzo è come fumare sigarette: piacevole, ma poco sano.”

Prima poteva essere un modo per creare complicità.

Ora può distruggere la tua credibilità.

Le persone osservano.

E valutano.
Sempre.

6. Dovrai gestire invidie e gelosie

Non tutti saranno felici della tua promozione.

Qualcuno voleva quel ruolo.
Qualcuno pensa di meritarlo più di te.

È umano.
Non reagire con difesa.
Reagisci con maturità.

Mantieni rispetto e professionalità.

Sempre.

7. Non mostrare favoritismi

È una delle trappole più pericolose.

Anche se non lo fai intenzionalmente, qualcuno potrebbe percepirlo.

E la percezione diventa realtà.

Tratta tutti con equità.
Con coerenza.
Con rispetto.

La fiducia nasce dalla giustizia.

8. Non cercare di essere popolare

Non sei lì per essere simpatico.

Se cerchi approvazione, perderai autorevolezza.

Un leader non compiace.
Un leader guida.

Con rispetto.
Ma con chiarezza.

9. Usa il vantaggio di conoscere il team

Conosci già le persone.

Sai:

  • chi è affidabile
  • chi ha bisogno di supporto
  • chi può crescere
  • chi ha più resistenza

Questo è un enorme vantaggio.

Usalo con intelligenza.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida?

Scopri il percorso:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo

10. Dai fiducia alle persone

Non devi avere tutte le risposte.

Coinvolgi il team.
Ascolta.
Chiedi opinioni.

La fiducia genera responsabilità.
E la responsabilità genera crescita.

11. Da collega a capo: rimani te stesso

Il ruolo è cambiato.

Tu no.

Non diventare freddo.
Non diventare distante.
Ancor meno diventare qualcuno che non sei.

Autorevolezza non significa perdere umanità.

Significa integrarla con la responsabilità.

Passare da collega a capo è una delle prove più difficili della tua carriera

Ma è anche una delle più trasformative.

Non è solo un cambio di ruolo.
È un cambio di identità.

E il modo in cui attraversi questa transizione definirà il leader che diventerai.

Se vuoi sviluppare una leadership più solida, naturale e autorevole, trovi spunti concreti nei miei libri:

Il momento in cui smetti di essere “uno del gruppo” è il momento in cui inizi davvero a diventare un leader.

Non perché gli altri cambiano.
Ma perché cambi tu.

Vuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

comunicare con efficacia

Ok, fermati ho capito dove vuoi arrivare.
Non c’è bisogno che tu finisca. Lo faccio io per te.
Non ti piacciono i nuovi orari di lavoro, vero?
Forza, continua.
Anzi no!

Sei il titolare, il manager, il capo, il leader del tuo team … hai fretta, hai il tempo contato,
le vendite “saltate” all’ultimo istante, le “grane” da risolvere, il target da raggiungere,
appuntamenti costantemente rimandati, previsioni in tilt, un continuo e frustrante adattarsi ad un Mercato sempre più caotico …
e allora perché perdere tempo ad ascoltare il tuo collaboratore quando solo dopo 3 parole già capito quello che vuole dirti?

 

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Non finire le frasi per comunicare con efficacia

Se vuoi comunicare con efficacia e diventare un punto di riferimento importante e irrinunciabile per il tuo team,
devi imparare ad ascoltare, lasciare parlare il tuo collaboratore, non interrompere e rispondere solo quando ha finito di parlare.
Mica facile, vero?

Consenti al tuo collaboratore di concludere il suo discorso.

Devi contenere la voglia irrefrenabile d’interrompere per aggiungere qualcosa,
per correggere, per dire la tua, per stringere i tempi.

Se finisci tu le frasi non gli offri la libertà di esprimersi,
di esternare e di creare un contatto
.

Così facendo sprechi solo tempo,
deprimi chi parla e riduci la comprensione del discorso.

E poi … sei così sicuro di sapere già tutto in anticipo?
E se per caso avessi mal interpretato le sue intenzioni?
Daresti vita a una serie di equivoci e malintesi (che ti faranno perdere ancora più tempo) che possono compromettere un rapporto o il buon esito di un progetto.

E anche ammesso che, grazie all’esperienza o all’intuito,
avessi davvero anticipato i propositi del tuo collaboratore in ogni caso, se interrompi,
ti stai precludendo la possibilità di capire “come” si sta esprimendo,
il vero messaggio nascosto, il “non detto“.

 


 

È davvero sicuro e tranquillo come dice?
È davvero disponibile o lo è solo perché non se la sente di dire “NO” al capo?

Evita d’interrompere il tuo collaboratore

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”
Peter Drucker

Ci sono tanti buoni motivi per ascoltare e non interrompere il tuo collaboratore.

Non è una questione quantitativa, ti bastano anche solo pochi minuti ma devi fare uno sforzo d’interesse,
di concentrazione e d’attenzione
, per mostrare realmente la tua disponibilità verso il tuo collaboratore.

È facile capire perché i buoni ascoltatori sono leader tanto apprezzati e ricercati!

Credo che ognuno di noi debba riflettere su come comunicare con efficacia,
ascoltare e comprendere veramente gli altri.

Siamo aperti al dialogo o stiamo semplicemente sentendo cosa gli altri ci stanno dicendo?
Siamo realmente capaci di mettere da parte i nostri pensieri,
ascoltare con attenzione e accogliere l’altro senza giudicare?

Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più

ascoltare i collaboratori

Imparare ad ascoltare è il primo passo verso il tuo successo.
Imparare ad ascoltare è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace.

Se non ascolti,
come puoi pretendere di farti ascoltare e di comunicare efficacemente con il tuo team?

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire quello che un tuo collaboratore sta dicendo.

Ascoltare significa fare silenzio interiormente.
Vuol dire placare il nostro chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che l’altro sta dicendo.

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Ascoltare significa prima capire e poi offrire un consiglio o una soluzione.

Ascoltare va oltre il semplice “sentire”: è empatia.
La capacità di entrare in empatia ci permette di capire il messaggio nel suo giusto contesto,
dimostrando sincero interesse per gli altri.

Ascoltare i collaboratori senza pregiudizi

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre,
ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci diranno i nostri collaboratori.

Con queste idee preconcette corriamo il serio rischio di filtrare la conversazione,
saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno della persona.

Per un collaboratore o un dipendente,
non c’è niente di più frustrante vedere come la sua richiesta-esigenza-problematica sia stata poco ascoltata,
capita o fraintesa dal proprio capo o dal proprio datore di lavoro.

Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato con attenzione,
vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).

Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti,
più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autorevolezza sul lavoro
 

Ascoltare i collaboratori senza condizionamenti

Ascolta i bisogni dei tuoi collaboratori, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …
poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).

Se sai ascoltare i collaboratori vuol dire che sei una persona sicura di te,
non ritieni di aver la soluzione per tutto e per tutti e non hai paura del confronto.

Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o che non stai andando nella giusta direzione.
Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei …
un vero leader.

Vuoi comunicare con efficacia?
Prima di tutto devi imparare ad ascoltare se vuoi davvero conquistare il tuo team!

6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore

collaboratore amico

Foto di StockSnap

Si comincia così…

Parlando dei problemi e delle difficoltà
incontrate sul lavoro
con quel collaboratore ritenuto particolarmente professionale e affidabile.

Oppure,
come ho raccontato nel mio libro “Prima volta Leader”,
la storia di Sarah.

Sarah voleva dimostrare di non essere
il “solito” capo o imprenditore senza scrupoli.

Basta con i capi direttivi e seriosi?

Sarah essere un capo friendly.
Una che condivide informazioni con la sua truppa.

Compresi commenti
e foto su Facebook.

Oppure sei giovane.
Alla prima esperienza.

E non riesci a trattenerti
dal confidarti con la collaboratrice più giovane,
o con quella che senti più simile a te
per difficoltà o incertezze.

Niente di male, per carità…

Eppure,
un po’ alla volta,
si costruisce un rapporto di amicizia.

Ed è lì che nasce la confusione:
confidenza ≠ parità di ruolo.

Non importa quanto tu possa sentirti vicino
a un tuo collaboratore o dipendente.

Un rapporto professionale
non è una vera amicizia.

Il ruolo di un manager trascende l’amicizia,
perché crea uno scenario
che tra veri amici non dovrebbe mai esistere.

I pericoli di un collaboratore “amico”

Costruire un rapporto coinvolgente
ma gerarchico
non è semplice.

Questo non significa essere freddi,
antipatici
o non disponibili.

Significa stabilire una distanza minima,
oltre la quale non si deve andare.

Sempre con cortesia.
Sempre con educazione.
Ma anche con educata fermezza.

Ecco 6 buoni motivi per cui
non è una buona idea
che un manager e un collaboratore
si definiscano amici.

1. Si crea la percezione di favoritismo

Anche se pensi di essere equo al 100%,
gli altri collaboratori potrebbero interpretare male
alcune tue decisioni.

Pensando che tu stia proteggendo
o favorendo chi ti è più vicino.

Questa percezione influenza —
consciamente o no —
decisioni su promozioni,
incarichi,
licenziamenti.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori sulla tua comunicazione,
limiti e autorevolezza.

2. Rischi di frustrare le aspettative (tue e sue)

Se consideri un collaboratore un amico,
nascono aspettative implicite:

  • “Un amico non farebbe mai…”
  • “Un amico dovrebbe dirmelo…”

Ma anche dall’altra parte:

  • “Un amico mi lascerebbe uscire prima.”
  • “Che sarà mai questo favore, fra amici…”

Quando un’aspettativa viene delusa,
restano delusione
e rancore.

E il rancore sul lavoro
è sempre pericoloso.

3. Confondi amicizia e professionalità

Il confine diventa nebuloso.

E questo può insinuare nel collaboratore
l’idea di poter fare meglio di te.

A volte senza rendersene conto,
inizia a boicottarti.

A remarti contro.

4. Non riesci a valutare in modo obiettivo

Dare feedback.
Criticare.
Disciplinare.

Fa parte del ruolo di capo.

Ma come puoi farlo
in modo lucido e imparziale
con un amico?

Ti capita di non dire ciò che pensi
per evitare tensioni —
o di dirlo male
e poi portartelo dietro?

5. Prendi le critiche sul personale

Un po’ di pettegolezzo
tra colleghi
può essere fisiologico.

Tutti, prima o poi,
si lamentano dei capi.

Ma se il collaboratore è tuo amico,
la prenderai sul personale.

Ti sentirai ferito.
Tradito.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,
puoi leggerlo qui →La chiave per non prendere le critiche come offese personali“.

Un consiglio:

quando esci a bere qualcosa con il team…
vai via per primo
(o almeno non per ultimo).

Così li dai il tempo
di lamentarsi di te.

Dai, non prenderla sul personale.
Capita a tutti.
Davvero pensavi di esserne immune?

6. Comprometti la tua leadership

Essere amici
significa anche lasciarsi andare fuori dal lavoro.

E qui entra in gioco il modello di ruolo.

Forse non ti piacerà
vedere le tue foto
(in braghette corte e birra in mano)
sul profilo social del collaboratore.

Alcuni potrebbero vivere
i tuoi tentativi di amicizia
come invadenti
o come bisogno di approvazione.

Non proprio il massimo
per la tua leadership.

In conclusione

Evita confidenze e pettegolezzi.
Evita di farti coinvolgere troppo.

Non per freddezza.
Ma per rispetto dei ruoli.

Comportati in modo corretto e coerente
con tutti i tuoi collaboratori,
senza l’aspettativa di farteli amici.

Un po’ come gli studenti con i professori:
rispetto, educazione…
e giusta distanza.

Le amicizie coltivale altrove.
In contesti meno formali dell’ufficio.

Essere un buon capo

Non significa essere amici di tutti.

Significa essere affidabili.
Coerenti.

E, quando serve,
scomodi.

Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

grinta

Foto di Mark Sebastien

“Il talento da solo vale poco.
Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro.”

Stephen King

Ogni estate, all’Accademia Militare di West Point arrivano, da tutti gli Stati Uniti,
circa un migliaio di giovani uomini e donne per iniziare un ciclo di studio di quattro anni.
Si parte con una dura formazione di base di 8 settimane e al termine solo 1 giovane su 20 riesce a varcare la soglia della classe per continuare la strada della maestria militare.

Un gruppo di ricercatori ha voluto scoprire perché solo alcuni studenti ce la fanno e la stragrande maggioranza invece non supera la prima prova.

È questione di forza?
Resistenza fisica?
Intelligenza?
Capacità di leadership?

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Niente di tutto ciò sembra.

Per i ricercatori,
il miglior indicatore di successo è una valutazione non-cognitiva,
una caratteristica non-fisica, la “Grit” (che in italiano possiamo tradurre con GRINTA).

Attraverso la sua ricerca presso l’Università della Pennsylvania e l’insegnamento al Public Schools West Point Military Academy e alla National Spelling Bee – la vincitrice del prestigioso MacArthur Fellowship – Angela Duckworth ha scoperto che la capacità di sopportare lo stress e il saper superare i fallimenti,
per raggiungere l’obiettivo, è il miglior indicatore del successo futuro.

Nel suo eccellente intervento TED Angela Duckworth ha definito la grinta come
“… perseveranza e passione per raggiunger obiettivi a lungo termine. Grit è avere resistenza. Grit è “attaccare” il futuro, giorno dopo giorno. Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni”

Quindi …

La vita è una maratona non uno sprint

Grit è vivere la vita come se fosse una maratona, non uno sprint”, insiste la psicologa americana.
GRINTA è la disposizione a perseguire gli obiettivi a lungo termine con passione e tenacia.

È la capacità di resistere a distrazioni momentanee e tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
Grit, in sostanza, è l’essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.
 


 

L’enfasi è sulla capacità di resistenza, sul perseguire gli obiettivi nonostante i continui “no”.
È l’abilità di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che …

Il talento non basta occorre tenacia

Il talento non è sufficiente, occorre grinta!

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace, ma senza talento,
sarà probabilmente quest’ultima a ottenere i risultati migliori.

“Quello che mi ha colpito è stato che il Quoziente Intellettivo (QI) non è l’unica differenza tra i miei studenti”, ha condiviso la Duckworth “Alcuni dei miei migliori performer non hanno punteggi QI stratosferici. Alcuni dei miei più brillanti ragazzi non stanno andando poi così bene. Non è questione d’intelligenza, di bell’aspetto, di salute fisica, di QI.
È Grit, è solo questione di grinta!”

Ma perché alcune persone hanno grinta e altre no? Qui la scienza ha bisogno di colmare ancora tante e diverse lacune.

Una cosa però sembra sicura …

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP>: scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Il talento non ti rende grintoso

Quello che so è che il talento non ti rende grintoso” afferma la Duckworth. “I nostri dati mostrano molto chiaramente che ci sono molte persone di talento che non raggiungono i propri obiettivi. La grinta è, spesso, persino inversamente proporzionale al talento.”.

Nonostante i progressi nel campo delle neuroscienze e delle biotecnologie,
la Grinta è straordinariamente difficile da individuare.

Per alcuni devi sperimentare (e superare) grandi avversità per ottenerla,
per altri è questione di genetica “c’è-l’hai-o-non-c’è-l’hai”.

Personalmente, penso che non esista una formula per sviluppare o coltivare la Grinta, perché è intensamente personale e soggettiva.
È un qualcosa di profondo.
È una chiave misteriosa e potente che è dentro di noi e solo noi possiamo accedervi
.

È forte la tentazione (oppure è solo una scusa?) credere che solo quelli che sembrano più bravi,
belli e intelligenti saranno premiati … quelli che alla fine arrivano ai grandi ruoli,
quelli più desiderabili, quelli più ambiti.

E certamente, spesso è così.
E certamente, è anche giusto così!

La grinta ci aiuta a non mollare

Che cosa possiamo imparare dagli studi di Angela Duckworth?

Se siamo naturalmente dotati, ci suggeriscono che il talento, da solo, non ci aprirà tutte le porte per il successo.
E se invece abbiamo poco talento ma grinta da vendere, questi dati ci incoraggiano a non fermarci, a persistere, a non mollare!

Se anche tu, come me, il talento lo ammiri solo in TV e ti sei reso conto (da un pezzo) che genio, talento, bellezza, fortuna non sono (o non sono più) frecce al tuo arco, spero possa essere da stimolo sapere che il talento è utile ma la grinta è il fattore X del successo a lungo termine .

Grit, la Grinta.

Se non c’è l’hai, devi trovarla.
Se ne hai, tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!