6 cose da fare quando non ti senti abbastanza leader

leader
Alcuni giorni sono semplicemente peggio di altri.

Hai gestito male una riunione.
Un collaboratore ti ha messo in difficoltà.
Hai reagito male a una critica.
Hai preso una decisione.. sbagliata.

Oppure non è successo niente di particolare.

È semplicemente una di quelle giornate in cui non ti senti abbastanza leader.

Ti senti meno sicuro.
Ti vengono dubbi che prima non avevi.
Guardi gli altri e sembrano tutti più capaci di te.

Se hai responsabilità di un team, probabilmente sai di cosa sto parlando.

Mi è capitato di incontrare responsabili molto preparati che, dopo un episodio andato male, cominciavano improvvisamente a mettere in discussione tutto.

Non soltanto quello che era successo.
Proprio loro stessi come leader.

Ecco 6 cose che puoi fare quando succede anche a te.

1. Non usare gli altri per misurare quanto vali

Confrontarti con gli altri può essere utile.

Puoi osservare un responsabile più esperto e imparare qualcosa. Puoi vedere un modo diverso di gestire una situazione e chiederti se potrebbe funzionare anche per te.

Il problema nasce quando sei già in difficoltà e cominci a guardare soltanto ciò che gli altri fanno meglio.

Il collega che parla con grande sicurezza.
Il capo che sembra sapere sempre cosa dire.
Quel responsabile che riesce a farsi seguire senza apparente fatica.

Tu vedi quel momento.

Non vedi tutte le volte in cui anche quella persona ha avuto dubbi, ha sbagliato tono, ha preso una decisione infelice. È tornata a casa chiedendosi se avesse gestito bene una situazione.

Quando non ti senti abbastanza, il confronto rischia di essere truccato in partenza: confronti le tue difficoltà con quello che gli altri mostrano meglio.

E naturalmente perdi.

2. Smetti di pretendere di essere il leader perfetto

Perché tutto questo bisogno di perfezione?

Quando diventi responsabile può insinuarsi un’idea pericolosa: adesso dovresti sapere come comportarti.

Dovresti essere sicuro.
Dovresti trovare le parole giuste.
Sapere quando intervenire, quando tacere.

Dovresti essere autorevole senza essere autoritario, disponibile senza essere troppo disponibile, vicino alle persone senza perdere il ruolo.

Non funziona sempre così.

A volte sbaglierai tono.
A volte parlerai troppo.
Altre volte ti accorgerai che avresti dovuto dire qualcosa e invece sei rimasto zitto.

Fa parte del lavoro.

Essere leader non significa sapere sempre qual è la cosa giusta da fare.

Significa anche accorgerti quando qualcosa non ha funzionato e provare a capire perché.

3. Non continuare a processarti per un errore

Ripensare a un errore serve.

Continuare a rigirarlo per giorni nella testa molto meno.

C’è una differenza tra chiederti:

  • “Che cosa non ha funzionato?”
  • “Che cosa potevo fare diversamente?”
  • “Che cosa farò la prossima volta?”

e continuare a ripeterti:

  • “Ho fatto una figuraccia.”
  • “Non sono capace.”
  • “Un vero leader non avrebbe reagito così.”

Nel primo caso stai cercando di capire.

Nel secondo stai usando un episodio per dare un giudizio su di te.

Lavorando con responsabili e team leader, questa differenza la vedo spesso.

Si parte da una riunione andata male, da un collaboratore che ha reagito male a un feedback, da una decisione contestata.

E nel giro di pochi minuti la domanda non è più:

  • “Ho gestito bene questa situazione?”

Diventa:

  • “Sono davvero capace di fare il leader?”

Sono due domande molto diverse.

4. Ricordati che guidare persone è difficile

Chi ha detto che la leadership è semplice?

Da fuori alcune cose sembrano facili.

Devi dare un feedback? Diglielo.
Un collaboratore non rispetta una regola? Intervieni.
Il team è demotivato? Motivarlo fa parte del tuo lavoro.

Poi ci sei dentro.

E scopri che quel collaboratore ha una storia, un carattere, delle ragioni che non avevi considerato.

Che il feedback che sulla carta sembrava chiarissimo viene accolto male.

Che una decisione corretta può comunque scontentare qualcuno.

Che devi scegliere anche quando non hai tutti gli elementi che vorresti avere.

Guidare persone significa lavorare in situazioni che raramente sono pulite come sembrano sulla carta.

Questa non è una giustificazione per fare male il tuo lavoro.

È semplicemente il lavoro.

5. Accetta che alcune cose non ti riescano ancora bene

Accettarti come leader non significa dirti che vai bene così e non devi cambiare niente.

Significa riuscire a guardarti senza trasformare ogni limite in una condanna.

Magari fai fatica a gestire i conflitti.
Magari rimandi troppo i feedback difficili.
Cerchi troppo l’approvazione del team.
Davanti a una persona molto sicura perdi sicurezza.

Oppure sei molto bravo a decidere ma meno bravo ad ascoltare.

Puoi riconoscere un limite senza concludere che non sei adatto a fare il leader.

Anzi, è proprio quando riesci a guardare con un po’ di lucidità ciò che non ti riesce che puoi cominciare a lavorarci.

6. Concediti il diritto di sentirti giù

Un momento di sconforto non è un segno di debolezza.

Ci sono giornate in cui qualcosa ti colpisce più del previsto.

Una critica.
Una discussione.
Un errore.

La sensazione di non essere riuscito a farti ascoltare.

In quei momenti arrivano facilmente anche i consigli.

  • “Ma dai, che cosa vuoi che sia…”
  • “Non pensarci.”
  • “Devi reagire.”
  • “Fregatene.”

Magari sono detti con le migliori intenzioni.

Ma non devi stare meglio immediatamente.

Non devi fingere serenità.
Non devi diventare iperattivo per non pensarci.

E non devi nemmeno raccontarlo a dieci persone sperando che qualcuno trovi la frase capace di rimettere tutto a posto.

Datti un po’ di tempo.

Poi, quando il rumore si abbassa, torna alla situazione.

  • Che cosa è successo davvero?
  • Che cosa ti ha colpito così tanto?
  • C’è qualcosa che devi correggere?

Oppure stai chiedendo a te stesso molto più di quanto chiederesti a un altro leader nella stessa situazione?

Una giornata storta non dice quanto vali come leader.
Dice soltanto che oggi qualcosa è andato storto.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi sentirti sempre un leader per esserlo

Ci saranno momenti in cui ti sentirai sicuro del tuo ruolo.

Altri in cui molto meno.

Con il tempo alcune situazioni diventeranno più facili. Altre continueranno a metterti alla prova.

Il punto non è arrivare al momento in cui non avrai più dubbi.

È imparare a non trasformare ogni dubbio in una sentenza su di te.

Se oggi non ti senti abbastanza leader, prima di concludere che non lo sei, prova a capire che cosa è successo.

Forse hai qualcosa da correggere.
Forse devi imparare qualcosa.
Forse hai bisogno di confrontarti con qualcuno.

O forse hai semplicemente avuto una brutta giornata.

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri

Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

È l’incipit del mio libro Autorevolezza.

Ci sono giorni in cui proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti — quando sei più vulnerabile — arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che ti risponde per le rime.

E naturalmente arriva nel momento meno indicato.

Magari tra dieci minuti devi entrare in una riunione.

Oppure devi parlare con il tuo capo.

O hai davanti il collaboratore con cui proprio oggi avresti preferito non avere quella conversazione.

Ma non sempre puoi dire:

  • “Oggi non sono in forma. Ne riparliamo domani.”

Il lavoro va avanti.
E tu devi rimetterti in carreggiata.
Non necessariamente tornare al 100%.

Quel tanto che basta per sembrare subito più sicuri.

Ecco 5 cose che puoi fare.

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti possono bastare.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono. Chiedi di non essere disturbato.

Respira. Sul serio.

Quando sei agitato, anche il respiro accelera.

Rallentalo.

Respira con calma. Senza fare niente di speciale.

Non devi raggiungere uno stato zen per sembrare subito più sicuri.

Devi soltanto abbassare un po’ il ritmo.

Non devi essere al 100%

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Capita anche quando hai esperienza. Anche quando quel lavoro lo fai da anni.

Non devi risolvere tutto in dieci minuti.

Devi soltanto recuperare abbastanza presenza per affrontare quello che viene dopo. Sembrare subito più sicuri.

Ricorda qualcosa che hai già affrontato bene

Non una frase motivazionale.

Un fatto.
Un cliente difficile che sei riuscito a gestire.
Una riunione complicata.

Un risultato che pensavi di non riuscire a raggiungere.

Qualcosa che ti ricordi che questa giornata non è tutta la tua storia professionale.

Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

È una delle prime cose che fai quando ti senti insicuro.

  • “Si accorgeranno che sono agitato.”
  • “Staranno pensando che non sono capace.”
  • “Avranno capito che sono in difficoltà.”

Non lo sai.

E continuare a immaginarlo ti toglie altra energia.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Rimetti a posto il corpo

Quando sei sotto pressione, spesso il corpo lo mostra prima ancora che tu dica qualcosa.

Ti chiudi.
Abbassi lo sguardo.
Ti muovi in fretta.

Entri nella stanza quasi chiedendo permesso.

Non hai bisogno di metterti in posa.

Raddrizzati.
Alza lo sguardo.
Lascia andare un po’ le spalle.
Cammina senza precipitarti.

Sono piccoli aggiustamenti.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Rallenta

Quando sei ansioso, acceleri.
Parli più in fretta.
Cammini più in fretta.
Vuoi arrivare subito alla conclusione.

Magari rispondi prima ancora che l’altro abbia finito.

Fai il contrario.
Rallenta un po’.

Non teatralmente.
Quel tanto che basta.

Prima di rispondere, prenditi un secondo.

Quando entri in una stanza, non precipitarti.

Quando parli, lascia finire le frasi.

Perché quando sei in difficoltà hai la sensazione di dover recuperare velocemente il controllo.

E spesso, facendo tutto più velocemente, lo perdi ancora di più.

4. Guarda la persona che hai davanti

Quando sei poco sicuro, viene spontaneo abbassare lo sguardo.

Oppure guardare il computer.
Le carte.
Il telefono.

Qualunque cosa pur di non sostenere quel momento.

Non devi fissare nessuno negli occhi.
Ma quando parli con una persona, guardala.

Soprattutto quando devi dire no.
Quando devi dare un feedback.
Quando devi spiegare una decisione che sai che non piacerà.

Quando devi ammettere:

  • “Su questo ho sbagliato.”

Non servono trucchi.

Serve restare lì.

5. Sorridi. Ma non per nasconderti.

Un cliente una volta mi ha detto:

  • “Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

Lo capisco.

E infatti non devi metterti a ridere.

Ma quando sei teso rischi di entrare in una stanza con il viso chiuso, parlare in modo secco e dare agli altri un’impressione molto diversa da quella che vorresti dare.

Un sorriso naturale può aiutarti a sciogliere un po’ quella tensione.

Non sempre.
Non in ogni situazione.

E soprattutto non devi sorridere per fingere che vada tutto bene.

Se devi affrontare una questione seria, affrontala seriamente.

Il punto è non lasciare che una brutta giornata trasformi automaticamente anche il tuo modo di stare con gli altri.

Quando non ti senti sicuro, non devi fingere di esserlo

Ci sono giornate stonate.

Capitano.

Anche quando hai esperienza.
Anche quando gli altri ti considerano una persona sicura.
Anche quando sei tu quello che dovrebbe rassicurare gli altri.

Il problema non è avere un momento di fragilità.

È lasciare che quel momento prenda tutto lo spazio.

Fermati.
Respira.
Rallenta.
Alza lo sguardo.
E torna a fare quello che sai fare.

A volte basta questo per sembrare subito più sicuri.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché durante una riunione è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda, in fondo, non la prenda davvero sul serio.

Sabrina ha ottenuto il ruolo di team leader che desiderava. Adesso si chiede se ne abbia davvero le competenze.

Davide ha preso coraggio, ha presentato una sua iniziativa ed è stata accettata.

Bene?
Non proprio.

Da quel fatidico OK continua a girargli in testa una domanda:

  • “E se non funziona?”

Domenico, invece, aspetta il momento in cui qualcuno si accorgerà che gestire un team è molto più difficile per lui di quanto lascia vedere.

Nomi e situazioni cambiano.

Le domande, dopo tanti anni di coaching con responsabili e team leader, molto meno.

Come ho scritto nel capitolo 2 del mio libro “Prima volta Leader”, il buio amplifica.

Durante il giorno hai da fare.

Riunioni, telefonate, problemi, decisioni da prendere.

Poi arriva la sera.

Il rumore si abbassa e qualche domanda che durante il giorno eri riuscito a tenere a distanza torna fuori.

  • “Perché gli altri sembrano più sicuri di me?”
  • “Sono davvero capace di fare questo lavoro?”

Durante le sessioni di coaching queste domande prima o poi arrivano.

Non sempre vengono dette subito.

Ma sotto tanti dubbi sulla leadership ne ritrovo soprattutto cinque.

1. … e se non riesco?

Hai sbagliato una decisione.
Hai gestito male un collaboratore.
Hai dato un feedback e la conversazione è finita peggio di come era cominciata.

Il problema non è soltanto l’errore.

È quello che cominci a dirti dopo.

  • “Non sono capace.”
  • “Non sono fatto per questo ruolo.”
  • “Un vero leader non avrebbe reagito così.”

Hai sbagliato qualcosa e cominci a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato in te.

Prima di arrivare a questa conclusione, prova a chiederti:

  • “Che cosa ho sbagliato?”
  • “Che cosa non avevo visto?”
  • “Che cosa posso fare diversamente?”

Se questo è un tema che conosci bene, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

2. … e se fallisco?

Questa domanda arriva spesso prima ancora che qualcosa sia andato storto.

Hai proposto un progetto e te lo approvano.
Hai chiesto maggiori responsabilità e te le danno.
Hai finalmente ottenuto quello che volevi.

E invece di festeggiare pensi:

  • “Fantastico… e adesso?”
  • “E se non funziona?”
  • “E se non riesco a gestirlo?”

A quel punto cominci a controllare tutto.

Ricontrolli.
Fai fatica a delegare.
Vuoi essere informato su ogni dettaglio.
Prepari tanto anche le cose che conosci bene.

Nel tentativo di evitare un possibile fallimento, finisci per renderti il lavoro ancora più pesante.

3. Ne ho davvero le competenze?

Questa arriva spesso dopo una promozione.

Prima i salti di gioia.

Poi, magari qualche giorno dopo:

  • “Ma dove mi sono cacciato?”

Fino a ieri eri bravo nel tuo lavoro.

Adesso alcune cose non ti vengono così naturali.
Qualche volta non sai davvero che cosa fare.

Non hai una risposta.
Ti manca esperienza.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non significa sentirti subito bravo in quello nuovo.

Il problema nasce quando da:

  • “Questa cosa non la so ancora fare bene.”

passi a:

  • “Hanno scelto la persona sbagliata.”

E cominci a leggere ogni difficoltà come una conferma.

4. … e se non piaccio?

Questa è più insidiosa.

Vuoi avere un buon rapporto con il team.
Vuoi essere apprezzato.
Vuoi che il tuo capo sia soddisfatto.

Fin qui, niente di strano.

Poi però devi dire no.
Devi correggere qualcuno.
Devi prendere una decisione che sai già che non piacerà.

E cominci a girarci intorno.

Addolcisci troppo.

Rimandi.

Spieghi per dieci minuti una decisione che avresti potuto spiegare in due.

Oppure cambi atteggiamento a seconda della persona che hai davanti.

Essere apprezzato fa piacere. Avere bisogno di esserlo sempre rende molto più difficile guidare.

Prima o poi qualcuno non sarà d’accordo con te.

Succede.

5. … e se mi scoprono?

Questa raramente viene detta così al primo incontro.

Di solito arriva dopo.

Quando c’è un po’ più di fiducia.

  • “Ho paura che prima o poi si accorgano che non sono così bravo.”
  • “Gli altri pensano che io abbia tutto sotto controllo.”
  • “Se sapessero quanto sono insicuro…”

E allora lavori ancora di più.
Ti prepari ancora di più.
Controlli ancora di più.
Cerchi di non mostrare mai un dubbio.

Fai attenzione persino a non dire:

  • “Non lo so.”

È faticoso.
Molto faticoso.

Perché non stai soltanto facendo il tuo lavoro.

Stai anche cercando continuamente di dimostrare che meriti di essere lì.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Paura da leadership. Cosa fare?

Dopo tanti anni passati a lavorare con persone che guidano altre persone, una cosa l’ho vista spesso.

Avere paura non significa che non sei adatto al ruolo.

Ma neppure che devi semplicemente convincerti ad avere più fiducia in te stesso.

Prima prova a capire che cosa ti sta mettendo in difficoltà.

  • “Ho paura di sbagliare?”
  • “Di fallire?”
  • “Di non avere le competenze?”
  • “Di non piacere?”
  • “Che gli altri scoprano che non sono così sicuro come sembro?”

Sembrano la stessa paura.

Non lo sono.

Capire quale ti sta togliendo il sonno è già un buon punto da cui partire.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone saranno difficili da motivare. Altre faranno quello che serve per mantenere il lavoro, portare a casa lo stipendio e poco più.

Poi ci sono collaboratori competenti, coinvolti, magari anche molto motivati, che un po’ alla volta perdono entusiasmo e voglia di fare.

Che cosa è successo?

A volte sono cambiate le persone.
A volte è cambiato il lavoro.
E qualche volta, c’entra anche il capo.

Ho visto responsabili seri, disponibili e sinceramente preoccupati per la motivazione del team fare ogni giorno, in perfetta buona fede, cose che andavano esattamente nella direzione opposta.

Questo articolo è per loro.

1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi vuoi verificare tutta la corrispondenza, le mail, i preventivi. Tutto rimane fermo finché non arriva la tua “benedizione”. E il tuo OK.

Scusa, ma perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi non gli lasci decidere neppure sulle cose che sa fare meglio di te?

Naturalmente delegare non significa disinteressarsi. Ci sono cose che devi controllare.

Il problema nasce quando il controllo diventa il tuo modo normale di lavorare con le persone.

Dopo un po’ il collaboratore impara.
Smette di decidere.
Aspetta te.

Se chiedi autonomia e poi controlli ogni passo, prima o poi le persone smettono di prendersela.

2. Ti concentri sugli errori

Un collaboratore sbaglia. E subito:

  • “Di chi è la colpa questa volta?”

L’ho vista partire tante volte questa caccia.

Chi ha mandato la mail?
Chi ha parlato con il cliente?
Chi doveva controllare?

Capire le responsabilità serve.

Ma se ogni errore diventa soprattutto una ricerca del colpevole, le persone imparano velocemente che prima di risolvere il problema devono proteggersi.

E allora arrivano le giustificazioni. Non la motivazione:

  • “Io l’avevo detto.”
  • “Non spettava a me.”
  • “Pensavo che se ne occupasse lui.”

Prima risolvi il problema. Poi cerca di capire che cosa è successo e come evitare che succeda di nuovo.

Non significa far finta che nessuno abbia sbagliato. Significa usare l’errore per capire qualcosa, non soltanto per trovare qualcuno da rimproverare.

Su questo puoi leggere anche “9 spunti per criticare il tuo collaboratore senza compromettere il rapporto”.

3. Respingi le idee

Ogni idea è buona? No, senza dubbio.

Ma c’è una differenza enorme tra dire no a un’idea e far capire a una persona che tanto è inutile proporre.

All’inizio il collaboratore insiste. Poi riprova. Poi magari ti dice:

  • “Avrei pensato una cosa…”

e tu hai già quella faccia.

Alla quarta o quinta volta non propone più niente. Non perché non abbia idee. Ha capito che non vale la pena portarle.

E magari, qualche mese dopo, ti lamenti: “Qui nessuno prende iniziativa.”

Prima di dire che il tuo team non propone niente, chiediti che cosa succede quando qualcuno propone qualcosa.

4. Non mantieni la parola

Questa è semplice.

Se dici che farai qualcosa, fallo. Se non puoi farlo, torna dalla persona e spiegale che cosa è cambiato.

  • “Ne parliamo venerdì.”
  • “Mi informo e ti faccio sapere.”
  • “Appena ho una risposta ti chiamo.”

Poi niente.

Una volta capita. Due anche. Ma quando diventa un’abitudine, le persone smettono di prendere sul serio quello che dici.

La motivazione si perde anche così.

5. Dai obiettivi impossibili

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Può essere. Ma prima guarda bene che cosa stai chiedendo.

Ho visto team correre tutto il giorno e sentirsi comunque ripetere che non era abbastanza.

Una richiesta urgente, poi un’altra.
Poi cambia la priorità.
Poi tutto diventa prioritario.

E alla fine:

  • “Ragazzi, dobbiamo darci una mossa.”

Magari se la stanno già dando.

Un obiettivo difficile può stimolare. Un obiettivo che nessuno considera raggiungibile, alla lunga, può ottenere l’effetto contrario.

Non abbassare l’asticella per paura di mettere pressione. Ma ogni tanto controlla che l’asticella non sia finita sul soffitto.

6. Hai i tuoi preferiti

È normale. Con alcuni collaboratori hai più feeling. Con altri fai più fatica.

Il problema arriva quando la simpatia comincia a cambiare il tuo metro di giudizio.

Uno arriva tardi e sorridi.
L’altro arriva tardi e parte il richiamo.

A uno concedi una cosa senza problemi.
All’altro chiedi tre spiegazioni.

E non pensare che il team non se ne accorga.

Se ne accorge.

Non devi trattare tutti nello stesso identico modo. Le persone sono diverse.

Ma le regole non possono cambiare a seconda di quanto una persona ti è simpatica.

7. Tratti male le persone e poi chiedi motivazione

Questa è quella che continuo a capire meno.

Tratti un collaboratore con sufficienza.
Lo interrompi.
Lo correggi davanti a tutti.
Non lo ascolti.
Gli parli male quando sei sotto pressione.
Magari passi senza neppure salutarlo.

Poi, qualche settimana dopo, ti chiedi:

  • “Ma che cosa gli è successo?”
  • “Una volta era molto più motivato.”
  • “Qui manca proprio l’entusiasmo.”

A volte non è successo niente di misterioso.

Le persone si sono semplicemente stancate.

Essere rispettosi non significa essere molli. Puoi dire no, essere esigente, dare un feedback duro, richiamare una persona che non sta facendo il suo lavoro.

Ma c’è una differenza tra essere esigente e far sentire qualcuno piccolo.

E questa differenza, quando lavori ogni giorno, pesa.

Il percorso di coaching mirato “Motivare il team demotivato” ti aiuta a capire che cosa sta spegnendo motivazione e responsabilità e dove puoi intervenire concretamente.

Prima di chiederti come motivare il team

Per anni abbiamo parlato di motivazione come se il capo dovesse avere sempre in tasca qualcosa per accenderla: la frase giusta, il premio, il discorso, l’obiettivo sfidante.

Con il tempo sono diventato più prudente.

Non puoi decidere tu quanto una persona sarà motivata.

Ci sono pezzi che appartengono a lei, alla sua situazione, al momento che sta vivendo, al rapporto che ha con quel lavoro.

Ma puoi guardare quello che succede dalla tua parte.

Controlli tutto?
Vedi soprattutto gli errori?
Ascolti davvero?
Mantieni la parola?
Chiedi cose realistiche?
Usi lo stesso metro?
Come tratti le persone quando sei sotto pressione?

Prima di chiederti come motivare il tuo team, assicurati di non essere tu a spegnerlo.

A volte, serve smettere di fare qualcosa che, giorno dopo giorno, sta togliendo alle persone la voglia di esserci.

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.

Se ti stai chiedendo che cosa c’entri la leadership al cellulare con il modo in cui usi lo smartphone, forse sottovaluti quanto i tuoi collaboratori ti osservino.

Sei il capo, il responsabile, quello cui si guarda soprattutto quando c’è un problema.

Anche il modo in cui usi il cellulare dice qualcosa di te.

Non perché un leader debba essere sempre composto, impeccabile e sotto controllo.

Ma ci sono piccoli comportamenti che ripeti senza accorgertene e che, visti da fuori, possono raccontare tutt’altro.

E alcuni li facciamo praticamente tutti.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Sei alle prese con un problema delicato e, preso dal vortice della telefonata, perdi completamente la dimensione di dove sei e con chi sei.

Il tono sale.
Sale ancora.
E alla fine stai praticamente urlando nel telefono.

Tu sei dentro la telefonata.
I tuoi collaboratori no.

Loro vedono il capo che cammina avanti e indietro parlando a voce sempre più alta.

Non è detto che conoscano il problema. Vedono però come lo stai affrontando.

2. Estrarlo continuamente a ogni segnale

Una notifica.
Poi un’altra.
Vibra.
Controlli.
Lo rimetti via.

Dopo trenta secondi, di nuovo.
Dentro, fuori. Dentro, fuori.

La vecchia taschina deformata della giacca forse è sparita, ma il movimento è rimasto.

Ogni tanto prova semplicemente a osservarti.

Quante volte guardi il telefono senza che ce ne sia davvero bisogno?

3. Lasciare che interrompa una conversazione

Se sei in riunione o stai parlando con un collaboratore, mettilo in silenzioso.

Sembra una banalità.

Eppure basta una notifica perché lo sguardo scenda.

Magari solo per due secondi.

Poi:

  • “Scusa, dicevi?”

Una volta non succede niente.

Se diventa il tuo modo abituale di stare con le persone, però, il messaggio arriva: qualunque cosa succeda su quel piccolo schermo può interrompere quello che mi stai dicendo.

4. Girare come una trottola

Questa la riconosco subito.

Parte la telefonata e cominci a camminare.

Ora qua.
Poi là.
Giro dell’ufficio.
Corridoio.
Dietrofront.

Non c’è niente di male nel camminare mentre telefoni.

Ma se sei agitato, quel movimento continuo può diventare contagioso. Soprattutto se chi ti guarda non sa che cosa stia succedendo.

Tu magari stai solo pensando.

Il team vede il capo che gira nervosamente per l’ufficio.

Ogni tanto fermati.

5. Avere una suoneria a tutto volume

Qui non serve farne una questione di leadership al cellulare.

È soprattutto una questione di contesto.

Se ogni telefonata viene annunciata da una musichetta sparata al massimo durante una riunione, un colloquio o mentre stai parlando con un cliente, forse vale la pena cambiarla.

Non perché un leader debba avere una suoneria triste e istituzionale.

Semplicemente perché non tutto deve attirare l’attenzione su di te.

6. Dimenticarlo continuamente

Un mio cliente, sotto quest’aspetto, era diventato quasi una barzelletta per il suo team.

Dimenticava il cellulare ovunque.

A volte glielo riportava il cameriere del bar di fronte.

Altre volte qualcuno del team doveva chiamarlo per capire dove l’avesse lasciato.

Se poi era in modalità silenziosa, partiva la caccia al tesoro.

Fa sorridere.

Ma se succede continuamente, anche queste piccole cose contribuiscono all’immagine che dai: organizzato oppure perennemente alla ricerca di qualcosa.

7. Far vedere tutta la tua agitazione mentre telefoni

Ci sono telefonate che ci cambiano completamente.

Ti tocchi continuamente il viso.
Tamburelli con le dita.
Sbuffi.
Alzi gli occhi al cielo.

Fai smorfie mentre l’altro parla.

  • “Uhm…”
  • “Eh…”
  • “Sì, sì…”

Non significa che devi controllare ogni gesto.

Ma se sei il responsabile e stai facendo una telefonata evidentemente difficile davanti al team, ricorda che gli altri vedono la tua reazione senza sapere necessariamente che cosa stai ascoltando.

E qualche volta riempiono da soli i pezzi mancanti.

Tu conosci la telefonata.
Chi ti guarda vede soltanto come reagisci.

8. Tenerlo sempre con te

Sul tavolo durante una riunione.

Davanti a te mentre prendi un caffè con un collaboratore.
Accanto al piatto a pranzo.
Magari non lo tocchi neppure.

Però è lì.
Pronto.

E basta che si illumini perché per un attimo ti porti via.

Non serve demonizzare lo smartphone.

Ma quando una conversazione conta, ogni tanto vale la pena toglierlo proprio dalla vista.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione. Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

9. Essere sempre preoccupato del telefono

  • “Quanto ho di batteria?”
  • “Hai un caricatore?”
  • “Dov’è la presa?”

Capita.

Il problema è quando il telefono diventa una piccola emergenza permanente.

Lo controlli.
Lo carichi.
Cerchi il cavo.

Ti accorgi che sei al 12% e sembra che sia successo qualcosa di grave.

Non è il livello della batteria a toglierti autorevolezza.

È quanto spazio riesci a dare a una cosa piccola mentre intorno a te ci sono persone e problemi ben più importanti.

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

Questa, per me, resta la peggiore.

  • “Parla pure… ti ascolto.”

E intanto continui a scrivere sul cellulare.

Ogni tanto annuisci.

  • “Uhm.”
  • “Certo.”
  • “Vai pure.”

Non dubito che tu stia sentendo quello che ti stanno dicendo.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non so te, ma se c’è una cosa che continuo a detestare è parlare con qualcuno che guarda il cellulare mentre gli sto parlando.

E se sei il capo c’è anche un problema in più: il collaboratore spesso non ti dirà:

  • “Puoi mettere via quel telefono mentre ti parlo?”

Magari continua.

Finisce quello che deve dirti.
Ed esce dal tuo ufficio.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Quando qualcuno ti sta parlando, il modo più semplice per dimostrargli attenzione è dargliela davvero.

Leadership al cellulare? Ogni tanto guardati da fuori

Non devi diventare schiavo delle buone maniere.

E neppure comportarti come se i tuoi collaboratori stessero assegnandoti un voto ogni volta che prendi in mano il telefono.

Ma ogni tanto guardati da fuori.

  • Parli troppo forte?
  • Lo controlli continuamente?
  • Interrompi una conversazione appena vibra?
  • Continui a scrivere mentre qualcuno ti parla?

Sono piccole cose.

Proprio per questo diventano facilmente abitudini.

E spesso gli altri le vedono molto prima di te.

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza
Non sono poche le persone che mi contattano (per “fare” coaching) perché, pur partite con le migliori intenzioni, col tempo si sono impantanate.

In atteggiamenti di arroganza.
Di spavalderia.
Di reazioni eccessive.

Il risultato?

Rapporti compromessi con il team (grande o piccolo che sia), con tutto lo strascico di:

  • problemi
  • conflitti
  • cali di produttività
  • risultati scarsi
  • notti insonni
  • bruciori di stomaco

Se “il team è la chiave del successo”,
è facile dedurre che:

NO team = NO successo

A volte la nostra insicurezza (o inesperienza come leader) viene coperta — come scrivo nel mio libro “Autorevolezza” — da perfezionismo, spavalderia, superiorità e arroganza.

Per nascondere la vulnerabilità ci rifugiamo dietro:

  • false competenze
  • finti atteggiamenti di sicurezza
  • dimostrazioni di forza

Per manipolare e controllare i collaboratori.
Fare colpo.
Per sembrare più competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro sia una giungla?
Una lotta continua?

Dove vince il più forte, il capo comanda e gli altri seguono senza discutere?

Attenzione.

Non stai forse scambiando arroganza e prepotenza per fiducia e carattere?

Siamo in tanti a cadere in questo equivoco.

Spesso siamo arroganti perché non abbiamo ancora capito cos’è davvero la fiducia in sé stessi.

Essere arroganti, strafottenti o stronzi non significa essere sicuri di sé.

Anche se, paradossalmente, molti di questi vengono messi su un piedistallo e osannati perché “sono arrivati”.

Il punto è un altro.

  • Cosa vuol dire essere sicuri?

E soprattutto:

  • come esserlo senza cadere nella trappola dell’arroganza?

Ecco 4 atteggiamenti arroganti che svelano insicurezza di leadership:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte.
Sguardo truce.
Sorriso sprezzante.

Incalzi.
Ti imponi.
Ammetti raramente di avere torto.

Usi sarcasmo e battute per svalutare chi ti circonda.

Critichi davanti agli altri
(per mostrare potere).

Parli senza pensare all’impatto
(perché “i forti fanno così”).

Non riconosci mai il lavoro del team
(perché “i duri non fanno complimenti”).

Siamo lontani. Molto lontani.

La linea tra fiducia e arroganza non è sottile: è un abisso.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove nasce questo bisogno di sentirsi superiori, speciali, indispensabili?

Cerchi ammirazione continua.
Pensi che, essendo “il migliore”, tutto ti sia dovuto.

Le tue esigenze vengono prima di tutto.
E pur di emergere sei disposto a passare sopra a chiunque.

Ma ricordalo:
ci sarà sempre qualcuno più esperto, più competente, più brillante di te.

La differenza è qui.

Se hai davvero fiducia in te stesso, questa consapevolezza non scalfisce né il tuo valore né la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza con l’arroganza

Essere visti per quello che siamo fa paura a tutti.

E allora costruiamo muri.
Indossiamo maschere.
Evitiamo di sembrare vulnerabili.

Ma coprire le paure costa energia.
Molta.

Il leader arrogante bleffa.
Millanta.
Getta fumo negli occhi.

Schiva le responsabilità finché non arriva il momento di rivendicare un successo.

Lo sai, vero?
Spesso chi ha l’opinione più alta di sé è anche chi ha l’autostima più fragile.

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché, per sembrare capi forti e sicuri, non sappiamo dire: “Complimenti. Ottimo lavoro.”?

Perché umiliamo i talenti facendo leva sulle loro presunte debolezze?

Paura che si montino la testa?
Che mettano in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di yes-man deboli, non stai guidando un gruppo.

Stai solo difendendoti.

Arroganza e fiducia sono mondi diversi

Il mondo del lavoro, oggi, premia (spesso) i furbi, gli scaltri, i colpi bassi.

Ma per crescere davvero serve riconoscere cosa sono davvero fiducia e arroganza.

Assicurati di conoscerne la differenza.

È necessario traspirare fiducia, non arroganza.

E poi…

nessuno ama una persona arrogante

Nemmeno gli arroganti — quando lo sono gli altri.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

L’autorevolezza non si impone.
Si costruisce.

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

Un percorso breve e pratico per farti ascoltare e rispettare,
anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Il primo giorno di lavoro: 13 cose che deve fare un manager

primo giorno di lavoro

Che tu stia per entrare in una startup innovativa, una piccola impresa familiare, un lussuoso store in centro o una multinazionale, il modo in cui entri conta.

Ti stanno aspettando.

Qualcuno sarà curioso.
Qualcuno contento.
Qualcun altro probabilmente ti starà già studiando.

E tu farai esattamente la stessa cosa.

Il primo giorno non devi dimostrare quanto sei bravo né far vedere immediatamente che cosa cambierai.

Devi cominciare a capire dove sei entrato e con chi lavorerai.

Ecco 13 cose che possono aiutarti a partire bene il primo giorno di lavoro.

1. Arriva riposato

Sembra banale.

Ma il primo giorno riceverai nomi, informazioni, procedure, impressioni, domande. E dovrai contemporaneamente osservare, ascoltare e presentarti.

Meglio arrivarci fresco-e-riposato.

La sera prima evita almeno di fare le due di notte.

2. Controlla il tragitto casa-lavoro

Il primo giorno di lavoro non è quello giusto per scoprire che alle 8.15 quella strada è completamente bloccata.

Controlla prima il percorso e considera un po’ di margine.

Se arrivi molto presto, aspetta.

Entrare trafelato e scusarti ancora prima di aver cominciato non è il miglior esordio.

3. Vestiti per il posto in cui stai entrando

Non devi essere elegante a tutti i costi.

Devi essere adeguato.

Un’azienda industriale, una banca, uno store del lusso e una startup possono avere codici molto diversi.

Se ancora non li conosci, il primo giorno meglio un po’ più curato che un po’ meno.

Poi osserverai.

4. Entra bene, senza entrare da star

Un atteggiamento positivo aiuta.
Saluta, sorridi, mostrati disponibile.

Ma niente proclami.
Niente bisogno di impressionare tutti nei primi venti minuti.

E se non sei uno che fa battute, non cominciare proprio oggi.

Non devi conquistare la stanza.
Devi entrarci.

5. Saluta personalmente il team

Questa continuo a considerarla importante.

Non limitarti a un saluto generale dalla porta.

Quando puoi, passa dalle persone.
Presentati.
Scambia due parole.

Non serve un discorso.

Le persone vogliono sentirsi viste, non soltanto contate.

6. Impara i nomi

Il primo giorno di lavoro probabilmente ne dimenticherai parecchi.

Normale.

Ma fai lo sforzo di impararli.

Un nome non è soltanto educazione. Ti permette di rivolgerti direttamente a una persona e comincia a togliere quella distanza inevitabile che c’è con “il nuovo capo”.

Se siete in tanti, prenditi qualche appunto.
Aiuta.

7. Non essere subito tutto te stesso

Sì, continuo a pensarla così.

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, non entrare a cento all’ora.
Se sei molto espansivo, osserva prima quanto lo è l’ambiente.

Non significa recitare una parte.

Significa che sei appena arrivato e ancora non sai leggere bene il posto in cui sei entrato.

Avrai tutto il tempo per essere te stesso.

8. Parla meno e ascolta di più

Nei primi giorni hai un vantaggio enorme: puoi fare domande senza che nessuno si stupisca.

Usalo.
Chiedi.
Ascolta le risposte.

E soprattutto ascolta quando due persone ti raccontano la stessa cosa in modo completamente diverso.

Lì spesso c’è qualcosa da capire.

Quando arrivi come manager, prima di avere qualcosa da dire hai parecchio da ascoltare.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

9. Cerca di capire la cultura aziendale

Non è quella scritta sul sito.

Quella vera.

  • Come si prendono le decisioni?
  • Chi viene ascoltato?
  • Le persone si confrontano apertamente oppure stanno attente a quello che dicono?
  • Quanto conta la gerarchia?
  • Che cosa succede quando qualcuno sbaglia?

Sono cose che difficilmente troverai in una procedura.

Le vedrai.

10. Presta attenzione alle prime impressioni

Questo punto per me è importante.

Nei primi giorni il tuo sguardo è ancora pulito.

Noti cose che tra qualche mese potrebbero sembrarti normali.

Una tensione.

Una persona che tutti ascoltano anche se sulla carta non dovrebbe contare così tanto.

Qualcuno che non parla mai durante una riunione.

Un processo assurdo che tutti considerano inevitabile.

Scrivi quello che noti.

Sensazioni, persone, dinamiche, domande.

Non perché la prima impressione abbia sempre ragione.

Ma perché tra qualche mese non riuscirai più a vedere quell’ambiente con gli occhi di chi è appena entrato.

11. Evita proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente facciamo un po’ d’ordine.”

Lascia perdere.
Non sai ancora abbastanza.

E soprattutto non sai quale rapporto avessero le persone che hai davanti con chi c’era prima di te.

Criticare chi non c’è più è facile.

Se devi parlare del passato, attieniti ai fatti.
Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Questa è una delle tentazioni più forti.

Sei appena arrivato, vedi cose che non funzionano e vuoi dimostrare che sei lì per fare la differenza.

Frena.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, spingere subito sul cambiamento può sembrare coraggioso.

A volte è soltanto avventato.

Prima cerca di capire:

  • perché si lavora in quel modo;
  • chi è coinvolto;
  • che cosa è già stato tentato;
  • quali equilibri toccheresti;
  • quali conseguenze avrebbe il cambiamento.

Non significa lasciare tutto com’è.

Significa capire prima di intervenire. Se vuoi approfondire.

13. Prima di andare via, saluta di nuovo

Sì, lo abbiamo già fatto al mattino.

Fallo anche alla sera.

Una buonasera.
Un “grazie, ci vediamo domani”.
Due parole con chi incontri mentre esci.

È una cosa piccola.

Ma le relazioni professionali si costruiscono anche con cose piccole ripetute nel tempo.

Il primo giorno di lavoro non devi dimostrare che sei il manager giusto.
Devi cominciare a capire il lavoro, le persone e il posto in cui sei entrato.

Usa questi 13 punti come indicazioni, non come regole rigide.

E datti tempo.

Se stai entrando in un nuovo ruolo manageriale e vuoi lavorare in particolare sul modo in cui ti presenti, comunichi e vieni percepito, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” può aiutarti a preparare questo passaggio.

Il cambiamento arriverà.

Il primo giorno di lavoro, soprattutto, guarda e ascolta.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse uno degli errori più comuni che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

A volte, nel tentativo di sembrare più sicuri, autorevoli o rassicuranti, aggiungiamo parole che producono esattamente l’effetto opposto.

Quasi.
Provo.
Spero.
Credo.

Non sono frasi da evitare. Da eliminare dal tuo vocabolario.

Devi accorgerti di quando le stai usando per non prendere posizione, non assumerti un impegno o semplicemente perché non sai bene che cosa dire.

Sul lavoro questa differenza si sente.

1. “Quasi”

  • “Ho quasi finito.”
  • “Il preventivo è quasi pronto.”
  • “Sto quasi arrivando.”

Va bene.
Ma quanto manca?

Ogni volta che dici che hai quasi fatto qualcosa, la realtà è che non l’hai ancora fatta.

Se il tuo capo o un collaboratore ha bisogno di capire a che punto sei, dagli qualcosa di più concreto:

  • “Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto domani alle 9.”

Molto meglio.

“Quasi” informa poco. Un tempo, una scadenza o quello che manca informano molto di più.

2. “Provo”

  • “Provo a finirlo per venerdì.”
  • “Provo a sentire il cliente.”
  • “Vediamo, ci provo.”

Qualche volta è esattamente quello che stai facendo: provando.

Niente di male.

Il problema è quando “provo” diventa la parola che metti davanti a ogni impegno.

L’ho sentita tante volte anche davanti a cose molto semplici.

“Riesci a chiamarlo oggi?”

“Provo.”

E viene quasi spontaneo chiedere: che cosa te lo impedisce?

Se puoi farlo, fallo.
Se non sai se riuscirai, spiega perché.
Quando dipende da qualcun altro, dillo.

3. “Spero”

“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì.”

Dipende da te?

Allora più che sperare devi capire se venerdì è una scadenza realistica.

Non dipende completamente da te?
Dillo.

“Se ricevo i dati entro mercoledì, venerdì riesco a consegnarlo.”

La speranza lasciamola pure dove serve.

Quando qualcuno ha bisogno di una risposta, servono soprattutto informazioni.

4. “Credo”

Qui farei attenzione.

Dire “credo” non significa essere insicuri.

Non è una delle frasi da evitare. A volte è la risposta più seria che puoi dare.

Se non hai tutti gli elementi, meglio:

  • “Credo di sì, ma devo verificare.”

che inventarsi una certezza che non hai.

Il problema arriva quando “credo”, “penso”, “secondo me” precedono praticamente ogni frase.

  • “Credo che potremmo…”
  • “Penso che forse sarebbe…”
  • “Secondo me magari…”

Alla terza premessa, quello che volevi dire si è già perso.

Se hai un’opinione, esprimila.
Se hai un dubbio, dichiaralo.
Non confondere le due cose.

5. “Potrei” e “vorrei”

  • “Vorrei diventare un coach.”
  • “Potrei candidarmi.”
  • “Mi piacerebbe cambiare lavoro.”

Le sento spesso.

E la domanda, prima o poi, diventa:

  • “Bene. Che cosa stai facendo?”

Perché puoi voler cambiare lavoro per anni senza mandare una candidatura.

Puoi voler diventare coach senza informarti su una formazione.

Puoi voler chiedere una promozione senza mai affrontare il discorso.

Non è la parola “vorrei” il problema.

È quando il condizionale continua per mesi e non succede niente dopo.

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.
Punto.

Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice:

“Fidati di me…”

il mio istinto risponde:

“Non fidarti!”

Se devo ricordarti continuamente che sono affidabile, qualcosa non torna.

La fiducia si costruisce in un altro modo: mantieni quello che prometti, dici le cose anche quando sono scomode, non cambi versione a seconda di chi hai davanti.

Lascia che siano i tuoi comportamenti a chiedere fiducia al posto tuo.

7. “Ad essere onesto”

Con i suoi fratelli:

  • “A dire la verità…”
  • “A dire il vero…”
  • “Onestamente…”

Qui il problema è quasi comico.

“Ad essere onesto con te…”

  • E fino a cinque minuti fa?
  • Non eri onesto?

Naturalmente è un modo di dire e qualche volta serve semplicemente a introdurre qualcosa di delicato.

Ma se devi continuamente dichiarare la tua sincerità, l’effetto può diventare quello opposto.

La sincerità perde forza quando hai bisogno di annunciarla.

Se devi dire una cosa difficile, dilla.
Con rispetto.

Ma dilla.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non sono le parole il problema

Quasi, provo, spero, credo, vorrei, fidati, onestamente.

Non devi metterti davanti allo specchio e allenarti a cancellarle.

E non devi parlare come un robot.
Il punto è un altro.

Ascoltati.

Soprattutto quando devi dare una risposta, prendere posizione, assumerti un impegno o affrontare una conversazione scomoda.

Potresti scoprire che alcune di queste parole arrivano sempre nello stesso momento: proprio quando vorresti lasciare aperta una porta per poter fare un passo indietro.

Se vuoi approfondire puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui comunichi e vieni percepito nelle situazioni professionali, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” parte proprio dal tuo modo reale di parlare, ascoltare e stare nella relazione.

Non sono frasi da evitare. Non devi cercare parole più autorevoli.

Devi sapere che cosa vuoi dire.
E dirlo.

Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle

scuse dei collaboratori

Le scuse dei collaboratori ti stanno sfibrando?

Che si tratti di un progetto importante o di una semplice consegna, la lista sembra non finire mai.

“Non ne ho avuto tempo.”
“Ho troppe cose da fare.”
“Non ho mai imparato a farlo.”
“Non è colpa mia.”
“Non ne so niente, chiedi a Luigi.”
“Scusa… ma quale progetto?”

Poi ci sono i professionisti della materia.

Quelli che, qualunque cosa sia successa, non c’erano. E se c’erano, stavano facendo altro.

Ne hanno sempre pronta una.

Ma attenzione.

Non tutto quello che a te sembra una scusa lo è davvero.

L’ho imparato anch’io.

Prima di “neutralizzare” una scusa devi capire che cosa hai davanti: una giustificazione comoda, una difficoltà reale, qualcosa che non hai spiegato bene tu oppure una responsabilità che il collaboratore sta evitando.

E poi devi parlarne.

1. Comincia da te

Se arrivi in ritardo e hai sempre un motivo, dimentichi una consegna e la colpa è degli altri, cambi continuamente le priorità e poi chiedi puntualità assoluta al team, parti male.

Non cercare scuse neanche per te stesso.

Quando sbagli:

  • “Ho sbagliato.”
  • “Questa cosa era mia.”
  • “Dovevo controllarla.”

Non perdi autorevolezza.

Fai vedere come si assume una responsabilità.

2. Non lasciare che il problema diventi normale

Un ritardo può capitare.
Una consegna mancata anche.

Se però la stessa situazione continua a ripetersi, affrontala.

Non aspettare settimane accumulando fastidio, per poi esplodere davanti a quello che arriva in ritardo per la prima volta e di soli 58 secondi.

Questa l’ho vista succedere parecchie volte.

Parla quando c’è ancora un problema da risolvere, non quando hai già una montagna di irritazione da scaricare.

3. Smetti di dire sempre “Va bene”

Quando mi capitava di sentire scuse dei collaboratori, ricordo che spesso rispondevo:

“Va bene.”

Soluzione facile.

Mi toglieva dagli impicci e soprattutto mi evitava il confronto con il collaboratore.

Tutto bene allora?
Per niente.

Ho dovuto imparare, anche abbastanza rapidamente, che la conversazione non poteva sempre finire lì.

Puoi comprendere una spiegazione senza per questo chiudere la questione.

“Capisco. Adesso vediamo però che cosa è successo e come evitiamo che ricapiti.”

È diverso da “Va bene”.

4. Lascia spiegare prima di concludere

Se hai già deciso che è una scusa, probabilmente ascolterai soltanto quello che conferma la tua idea.

Lascia parlare la persona.

Non interromperla dopo dieci secondi perché hai già capito tutto.

Poi riporta la conversazione sui fatti:

  • “Contavo di consegnare il preventivo venerdì. Non è successo e adesso dobbiamo riorganizzare il lavoro.”

Non serve:

  • “Sono molto deluso da te.”

Il punto non è far sentire in colpa il collaboratore.

È fargli vedere che cosa ha prodotto quello che è successo.

5. Fai domande. Poi decidi se era davvero una scusa

Se qualcuno dice di non aver avuto tempo, puoi chiedere:

  • Quando hai ricevuto il compito?
  • Quando hai iniziato?
  • A che cosa hai dato priorità?
  • Quando hai capito che non saresti riuscito a finire?
  • Che cosa hai fatto a quel punto?
  • Perché me lo stai dicendo soltanto adesso?

Le domande servono anche a te.

Mi ricordo di una collaboratrice che continuava ad arrivare in ritardo di qualche minuto.

Una volta il treno.
Un’altra il bus che non aspettava la coincidenza.
La cosa cominciava a innervosirmi parecchio.

Ero tentato di liquidare tutto come le solite scuse. Poi ho guardato meglio.

Abitava in un paese mal servito dai mezzi pubblici. Per arrivare cinque minuti prima avrebbe dovuto partire un’ora prima, cambiare tre mezzi e fare un giro assurdo.

Le ho dato un piccolo margine di flessibilità in entrata.

Problema risolto.

E non ho più sentito quelle “scuse”.

Prima di “combattere” una scusa, assicurati che sia davvero una scusa.

6. Chiedi al collaboratore che cosa propone

Se il problema è reale, non devi necessariamente essere tu a trovare la soluzione.

Chiedi:

  • “Come pensi di evitare che succeda di nuovo?”
  • “Che cosa puoi fare diversamente?”
  • “Che cosa ti serve?”

Poi ascolta.

Evita di trasformarti immediatamente nel consulente, nel papà o nella mamma.

Il collaboratore deve avere una parte attiva nella soluzione.

Altrimenti il problema rimane tuo.

7. Parla del comportamento, non della persona

C’è una bella differenza tra:

“Sei inaffidabile.”

e:

“È la terza volta che la consegna arriva dopo la scadenza concordata.”

Tra:

“Sei il solito ritardatario.”

e:

“Questa settimana sei arrivato in ritardo tre volte.”

Rimani su quello che è successo.

Evita sempre, mai, ogni volta se non corrispondono ai fatti.

E soprattutto evita di trasformare un errore in un’identità.

Se vuoi approfondire questo passaggio, puoi leggere “9 spunti per criticare il tuo collaboratore senza compromettere il rapporto”.

8. Chiarisci che cosa deve succedere la prossima volta

Una conversazione non serve a molto se alla fine nessuno sa che cosa deve cambiare.

Se il problema era l’organizzazione del tempo, chiarite le priorità.

Se il collaboratore non sapeva fare qualcosa, verificate che adesso sappia dove trovare supporto.

Se ha aspettato fino alla scadenza prima di segnalare il problema, concordate quando deve avvisarti la prossima volta.

Non basta:

“Mi raccomando.”

Meglio uscire dalla conversazione sapendo entrambi che cosa vi aspettate.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Chiudi la questione

Avete parlato.
Avete chiarito.
Avete concordato che cosa fare.

Adesso dagli la possibilità di farlo.

Non ricordargli l’errore per le tre settimane successive.

Niente battutine durante la riunione.

Niente:

“Eh, speriamo che stavolta…”

Se dici di avere fiducia, comportati di conseguenza.

E guarda che cosa succede dopo.

E se le scuse dei collaboratori continuano?

Può succedere.

Hai ascoltato.
Hai verificato.
Avete cercato una soluzione.
Hai chiarito le aspettative.

E il comportamento continua.

A quel punto non serve ripetere la stessa conversazione all’infinito.

Devi prendere atto che il problema non è più la scusa che ti viene raccontata, ma ciò che continua a non cambiare.

E decidere di conseguenza.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” puoi lavorare su una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

Non devi diventare quello che non accetta scuse dei collaboratori.
E neppure quello a cui va sempre bene tutto.

Devi capire che cosa sta succedendo.
E poi affrontarlo.

Capo per la prima volta? 8 atteggiamenti da evitare se non vuoi bruciarti subito il team

capo per la prima volta

Come ho scritto nell’introduzione del mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, ti sei preparato e hai lavorato duramente per arrivare fin qui.

Te lo meriti.

La promozione è finalmente arrivata.

Sei contento, apprensivo, smani dalla voglia di iniziare.

Adesso ci siamo.

Ottenere la promozione, però, è soltanto il primo passo.

Da domani non cambia soltanto il tuo lavoro. Cambia anche il modo in cui le persone ti guardano, ti parlano e interpretano quello che fai.

E tu, inevitabilmente, vorrai dimostrare che la scelta è stata giusta.

È proprio qui che puoi cominciare a fare danni.

1. Fare il so-tutto-io

Sei bravo.

Probabilmente è anche per questo che ti hanno promosso.

Il problema comincia quando pensi che essere diventato capo significhi improvvisamente saperne più di tutti su tutto.

  • Dai istruzioni vaghe e ti aspetti che gli altri capiscano al volo.
  • Assegni un compito senza sapere quanto lavoro richiede.
  • Correggi persone che magari fanno quella cosa da dieci anni.

Non hai bisogno di dimostrare continuamente di essere più intelligente dei tuoi collaboratori.

E soprattutto non devi avere sempre la risposta.

Qualche volta puoi anche chiedere:

“Tu come la vedi?”

Non succede niente.
Rimani il capo.

2. Dire sempre sì perché vuoi piacere al team

È una tentazione forte, soprattutto all’inizio.

Vuoi creare un buon clima.
Non vuoi passare subito per quello rigido.
Vuoi essere apprezzato.

E così concedi.
Lasci correre.

Eviti una conversazione che potrebbe creare tensione.

Poi arriva il momento in cui devi dire no, correggere un comportamento o prendere una decisione impopolare.

E lì cominciano i problemi.

Essere disponibili non significa essere accondiscendenti.

Il rispetto del team non lo ottieni dicendo sempre sì.

3. Essere concentrato soltanto su te stesso

Hai parecchio da fare.

Nuovo ruolo, nuove responsabilità, riunioni, obiettivi, pressioni dall’alto.

Facile che tutto cominci a girare intorno a te.

Un collaboratore ti chiede una cosa.

“Sì, dopo ne parliamo.”

Poi te ne dimentichi.

Un altro ti racconta un problema e mentre parla tu stai già pensando alla mail che devi mandare.

Capita.

Ma se capita sempre, le persone smettono di venire da te.

Non servono grandi discorsi sull’empatia.

Quando qualcuno ti parla, ascoltalo. E se prometti di tornare su una questione, tornaci.

Sembra poco.
Non lo è.

4. Scimmiottare il leader forte

Braccia conserte.
Sguardo truce da capo-che-non-deve-chiedere-mai.
Tono duro.
Sarcasmo.

Qualche battuta per mettere in difficoltà quello che hai davanti.

L’hai visto fare da altri capi. Magari qualcuno ti ha anche detto che devi “farti rispettare subito”.

Attenzione a non scambiare arroganza e prepotenza per grinta e carattere.

Non devi diventare improvvisamente più duro perché adesso hai un team.

Se per sembrare capo devi continuamente ricordare agli altri che sei il capo, qualcosa non sta funzionando.

Sorridi un po’ di più.
E non prenderti troppo sul serio.

5. Pensare che, siccome tu non hai vita privata, non debbano averla neanche gli altri

Sei uno che lavora sodo.
Un panzer.

Se c’è da fermarsi fino a tardi, ti fermi. Se serve il sabato, ci sei.

Bene.

Ma ti sei preso la briga di chiederti se per gli altri è lo stesso?

La collaboratrice ti chiama perché il bambino è ancora malato.

Di nuovo.
Sgrani gli occhi.

Davvero non sai che i bambini si ammalano così spesso?
Ah! Non ne hai.

Non significa che devi accettare qualsiasi richiesta o risolvere i problemi personali di tutti.

Significa ricordarti che le persone hanno una vita anche quando tu hai una scadenza.

A volte non puoi fare niente.
Altre volte basta un minimo di flessibilità.

6. Fare l’amico invece del capo

Questo è delicato.

Magari fino a ieri eri collega delle stesse persone che oggi devi coordinare.

Prendevate il caffè insieme.
Vi raccontavate tutto.

Poi arriva la promozione.
E adesso?

Adesso qualche volta dovrai distribuire il lavoro, dire no, dare un feedback, valutare una prestazione o prendere una decisione che a un tuo ex collega-amico non piacerà.

Non devi diventare freddo. Ma il ruolo è cambiato.

Se per proteggere un’amicizia eviti le conversazioni che dovresti avere come responsabile, prima o poi il conto arriva.

Se questo passaggio ti riguarda, puoi leggere “6 motivi per cui non dovresti definire un collaboratore un amico”.

7. Diventare un micro-manager

All’inizio può sembrarti prudenza.

  • “Fammi vedere prima di mandarlo.”
  • “Mettimi in copia.”
  • “Aspetta il mio OK.”
  • “Passa da me prima di decidere.”

Poi, senza quasi accorgertene, tutto passa da te.

Email.
Preventivi.
Decisioni.
Dettagli.

E diventi il collo di bottiglia del tuo stesso team.

I collaboratori smettono di decidere perché tanto devono chiederti tutto.

Tu sei sommerso.

E magari ti lamenti pure che “qui nessuno si prende una responsabilità”.

Qualcosa non torna.

8. Partire a razzo con i cambiamenti

Questa è un’altra grande tentazione.

Sei appena arrivato e vedi subito dieci cose che cambieresti.

Finalmente puoi farlo.
Frena.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, spingere subito sul cambiamento può sembrare coraggioso.

Spesso è semplicemente troppo presto.

Prima cerca di capire:

  • perché si lavora in quel modo;
  • chi ha deciso quelle procedure;
  • che cosa è già stato tentato;
  • chi sarà coinvolto dal cambiamento;
  • quali conseguenze non stai ancora vedendo.

Non significa lasciare tutto com’è.

Significa evitare di demolire qualcosa prima di aver capito perché è lì.

Il cambiamento arriverà.

Ma non devi farlo lunedì mattina per dimostrare che la tua promozione aveva senso.

Capo per la prima volta? Mica facile

All’inizio avrai voglia di fare tutto bene.
Normale.

E proprio per questo potresti esagerare.

Essere troppo disponibile.
Troppo duro.
Troppo presente.
Troppo veloce.

Controllare troppo.
Cambiare troppo.

Con il tempo capirai che guidare un team richiede anche di regolare te stesso, non soltanto gli altri.

E qualche errore lo farai.

Anch’io ne ho fatti.

Alcuni li capisci subito.
Altri quando vedi la faccia del collaboratore che hai davanti.
Altri ancora parecchio tempo dopo.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, può essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Non devi dimostrare dal primo giorno di essere un grande capo.

Comincia a non bruciarti il team.

Da collega a capo. Mica facile? Benvenuto nel management!

da collega a capo

Nel mio libro Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare ho raccontato la storia di Thomas.

Fino a ieri rideva e scherzava a crepapelle con tutti.
Era uno di loro, amico di tutto il team.
Poi è arrivata la promozione a supervisore.

E qualcosa è cambiato.

Adesso si sente guardato con sospetto. O peggio, con ostilità.

Quando era nel gruppo, sentiva spesso parlar male del capo. E adesso che dall’altra parte c’è lui…

Cosa gli fa pensare che con lui sarà diverso?

La difficile transizione da collega a capo

Hai lavorato duramente per arrivare fin qui. Te lo meriti.

Ma non tutti sembrano aver accettato il tuo nuovo ruolo.

Qualcuno continua a trattarti come prima, qualcun altro pensa di poterla fare franca e magari hai già dovuto richiamare un collega che consideravi un amico.

“Ma non hanno ancora capito che adesso il capo sono io?”

Dì la verità, non pensavi che sarebbe stato così complicato, vero?

Benvenuto nel management!

Prima condividevi malumori e difficoltà del gruppo. Adesso devi rispondere della produttività, dei risultati e prendere decisioni che potrebbero non piacere ai tuoi ex colleghi.

Gruppo, empatia, produttività, risultati… uhm! Mica facile!

Ecco undici spunti per affrontare questa transizione.

1. Accetta che il rapporto cambierà

Da adesso cambiano le responsabilità, gli obiettivi e probabilmente anche la pressione.

Fino a ieri potevi lamentarti insieme ai colleghi di una decisione del responsabile. Oggi potresti essere tu a prendere quella stessa decisione.

Non sei più un loro pari. Sei la persona che assegna il lavoro, valuta i risultati e, quando serve, prende decisioni impopolari.

Non significa rinnegare i rapporti costruiti negli anni. Ma accettare che dovranno trovare un nuovo equilibrio.

2. Ridefinisci i confini

Alcune confidenze non saranno più appropriate. Ci sono argomenti che prima discutevi liberamente e che adesso richiedono riservatezza.

Aspettati anche che qualcuno diventi più guardingo.

Magari prima ti raccontava tutto. Adesso, quando arrivi alla macchinetta del caffè, la conversazione cambia improvvisamente argomento.

Non prenderla male, se succede. Ci sta.

Anche i tuoi ex colleghi devono abituarsi alla nuova situazione.

3. Incontra individualmente ogni collaboratore

Prenditi del tempo per parlare con ciascun membro del team.

Metti sul tavolo le aspettative reciproche:
cosa ti aspetti tu da lui
e cosa si aspetta lui da te,
adesso che sei il suo responsabile?

Parlate anche delle possibili difficoltà.

Un’aspettativa frustrata può produrre delusione e rancore. E il rancore, sul luogo di lavoro, è una brutta compagnia.

Non dare per scontato che tutti abbiano compreso il tuo nuovo ruolo. E non aspettarti che ti parlino subito con assoluta schiettezza.

4. Rimani aperto al dialogo

Il nuovo ruolo non ti obbliga a diventare improvvisamente freddo o inavvicinabile.

Continua ad ascoltare e confrontarti. Se avverti tensioni legate alla precedente confidenza, affrontale con tatto, possibilmente in privato.

Potresti scoprire che anche l’altra persona vive un certo disagio.

Prima di interpretare ogni distanza come una sfida alla tua autorità, prova a capire che cosa sta succedendo.

5. Evita di spettegolare

Fino a qualche tempo fa, forse, spettegolavi anche tu con i colleghi più stretti.

Una battuta sul capo, uno sfogo davanti al caffè, qualche commento su ciò che non funzionava.

Lo scherzo distende gli animi, ma adesso devi prestare più attenzione.

Se partecipi ai pettegolezzi su un collaboratore, come potrà fidarsi di te quando avrà un problema?

Non devi stare alla larga dalla macchinetta del caffè come se fosse una zona contaminata. Devi soltanto capire quando una chiacchierata sta diventando qualcosa di diverso.

6. Dovrai gestire invidie e gelosie

Hai ottenuto la promozione perché chi ha deciso ha visto in te le competenze giuste.

Ma i tuoi colleghi la pensano allo stesso modo?

Magari qualcuno ambiva a quella posizione.
Era convinto di meritarla più di te.
E deve accettare che abbiano scelto un altro.

Non per tutti sarà facile mettere da parte l’ego e venire a congratularsi con te.

Prova ad avere un po’ di comprensione ed empatia. Il passaggio da collega a collaboratore può essere difficile anche per lui.

7. Non manifestare simpatie e preferenze

È naturale avere maggiore feeling con alcune persone. Magari con un collega hai condiviso anni di lavoro, difficoltà e soddisfazioni.

Ma adesso devi prestare attenzione a come queste simpatie possono influenzare le tue decisioni.

Anche se ti consideri equo al cento per cento, gli altri potrebbero interpretare diversamente certe scelte.

Perché hai assegnato proprio a lui quel progetto?
Perché con il tuo vecchio amico sei più indulgente?

Le preferenze, vere o presunte, rischiano di creare sfiducia e demotivazione.

Ne ho parlato anche nell’articolo Preferenze e simpatie: ecco come perdi punti con il tuo team.

8. Non cercare l’approvazione dei tuoi ex colleghi

Essere apprezzato fa piacere a tutti.

Il problema nasce quando, pur di non perdere la vecchia complicità, eviti le decisioni scomode.

Non richiami chi sbaglia, chiudi un occhio su un comportamento scorretto, rimandi un confronto per paura di offendere qualcuno.

Se devi soddisfare continuamente le aspettative dei tuoi precedenti compagni di lavoro, rischi di diventare un burattino sotto il loro comando.

Non puoi conquistare tutti. Concentrati sul lavoro da fare, tratta le persone con rispetto e cerca di essere coerente.

9. Sfrutta la conoscenza delle persone

Conosci il team dall’interno. Sai come funziona il lavoro, quali sono le difficoltà quotidiane e chi sono quelli che tirano il carretto.

Conosci anche qualche pecca, le abitudini meno produttive e i problemi che dall’ufficio del responsabile magari non si vedono.

È un vantaggio.
Usalo.

Ma non dare per scontato di conoscere già tutto delle persone. Qualcuno potrebbe sorprenderti, in meglio oppure in peggio.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida?

Nel percorso di coaching mirato Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo possiamo confrontarci sulle difficoltà che stai affrontando e capire dove intervenire.

10. Dai fiducia a tutti i membri del team

Non fingere di avere tutte le risposte.

Chiedi suggerimenti, ascolta le idee e riconosci il contributo delle persone. E soprattutto, concedi loro la giusta autonomia.

Ti ricordi quando il tuo capo non ti dava lo spazio di lavoro che volevi?

Ecco l’occasione per cambiare!

Non stare continuamente con il fiato sul collo ai collaboratori. Lascia loro lo spazio per lavorare e fai sapere che ci sei quando hanno bisogno di te.

11. Da collega a capo? Rimani te stesso!

Adesso il tuo ruolo è diverso, ma tu sei sempre lo stesso.

Non hai bisogno di trasformarti in un’altra persona per dimostrare che sei diventato il capo.

Puoi continuare a essere cordiale, sorridere e scherzare. Naturalmente, ci saranno momenti in cui dovrai essere fermo e magari deludere qualcuno.

Fa parte del ruolo.

Se affronti questa transizione con troppa leggerezza, rischi di sottovalutarne le difficoltà. Se invece la vivi come una continua battaglia per dimostrare chi comanda, rischi di complicarti la vita da solo.

Non devi dimostrare ogni giorno di essere il capo. Devi imparare a esserlo.

Da collega a capo: un’occasione per lavorare su te stesso

Passare da collega a responsabile dei tuoi ex colleghi è una sfida, ma anche un’opportunità di crescita.

Dovrai imparare quando ascoltare, quando intervenire, quando mantenere una certa distanza e quando avvicinarti.

E soprattutto, ricordarti come ci si sente dall’altra parte della scrivania.

Se stai affrontando le prime responsabilità di gestione, trovi altri spunti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

La promozione ti ha dato un nuovo ruolo. Adesso viene il lavoro più impegnativo: imparare a interpretarlo, senza perdere te stesso per strada.

Vuoi comunicare con efficacia con il tuo team? Non interrompere e non finire le frasi

comunicare con efficacia

«Ok, fermati, ho capito dove vuoi arrivare.

Non c’è bisogno che tu finisca. Lo faccio io per te.

Non ti piacciono i nuovi orari di lavoro, vero?

Forza, continua. Anzi no!»

Sei il titolare, il manager, il capo del tuo team.
Hai fretta, il tempo contato, le vendite saltate all’ultimo istante,
le grane da risolvere, il target da raggiungere.

Appuntamenti rimandati, previsioni in tilt, un continuo adattarsi a un mercato sempre più caotico.

E allora perché perdere tempo ad ascoltare il tuo collaboratore quando dopo tre parole hai già capito quello che vuole dirti?

Non finire le frasi del tuo collaboratore

Se vuoi comunicare con efficacia, devi imparare a lasciare parlare il tuo collaboratore. Senza interromperlo per aggiungere qualcosa, correggere, dire la tua o stringere i tempi.

Mica facile, vero?

Soprattutto quando sei convinto di sapere già dove vuole arrivare.

Ma se finisci tu le sue frasi, non gli lasci lo spazio per esprimersi.
E magari lo scoraggi dal riprovarci.

E poi… sei così sicuro di aver capito tutto?

Se hai interpretato male le sue intenzioni, rischi di creare equivoci e malintesi. Proprio quelli che volevi evitare per risparmiare tempo.

Ma c’è un’altra questione.

Anche ammesso che, grazie all’esperienza o all’intuito, tu abbia anticipato correttamente ciò che vuole dirti, interrompendolo perdi la possibilità di capire come te lo sta dicendo.

Il tono, le esitazioni, quello che fatica a esprimere.

È davvero tranquillo come sostiene?
È davvero disponibile?
Oppure non se la sente di dire «NO» al capo?

Evita di interrompere. Anche quando hai fretta

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

— Peter Drucker

Non devi necessariamente dedicare un’ora a ogni conversazione.

A volte bastano pochi minuti.
Ma devi esserci.

Non con la testa già alla prossima riunione, alla risposta da dare o al problema che ti aspetta sulla scrivania.

Lascia finire il tuo collaboratore.
Ascolta prima di correggere o proporre una soluzione.

E se pensi di aver capito, prova a verificare invece di concludere la frase al posto suo.

Non significa rinunciare a guidare la conversazione. Significa evitare di decidere troppo presto che cosa l’altro stia cercando di dirti.

Per approfondire, leggi anche Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più.

Se invece vuoi lavorare concretamente sul tuo modo di comunicare con i collaboratori, scopri il coaching mirato Dare feedback costruttivi in situazioni critiche.

Comunicare con efficacia? E tu, come ascolti?

Quando un collaboratore ti parla, sei davvero aperto a ciò che ha da dire oppure stai soltanto aspettando il momento di intervenire?

E soprattutto, quante volte gli hai finito una frase convinto di sapere già come sarebbe andata a finire?

Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più

ascoltare i collaboratori

Imparare ad ascoltare è il primo passo verso il tuo successo.
Imparare ad ascoltare è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace.

Se non ascolti,
come puoi pretendere di farti ascoltare e di comunicare efficacemente con il tuo team?

Non dare per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire quello che un tuo collaboratore sta dicendo.

Ascoltare significa fare silenzio interiormente.
Vuol dire placare il nostro chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che l’altro sta dicendo.

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Ascoltare significa prima capire e poi offrire un consiglio o una soluzione.

Ascoltare va oltre il semplice “sentire”: è empatia.
La capacità di entrare in empatia ci permette di capire il messaggio nel suo giusto contesto,
dimostrando sincero interesse per gli altri.

Ascoltare i collaboratori senza pregiudizi

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre,
ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci diranno i nostri collaboratori.

Con queste idee preconcette corriamo il serio rischio di filtrare la conversazione,
saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno della persona.

Per un collaboratore o un dipendente,
non c’è niente di più frustrante vedere come la sua richiesta-esigenza-problematica sia stata poco ascoltata,
capita o fraintesa dal proprio capo o dal proprio datore di lavoro.

Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato con attenzione,
vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).

Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti,
più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autorevolezza sul lavoro
 

Ascoltare i collaboratori senza condizionamenti

Ascolta i bisogni dei tuoi collaboratori, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …
poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).

Se sai ascoltare i collaboratori vuol dire che sei una persona sicura di te,
non ritieni di aver la soluzione per tutto e per tutti e non hai paura del confronto.

Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o che non stai andando nella giusta direzione.
Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei …
un vero leader.

Vuoi comunicare con efficacia?
Prima di tutto devi imparare ad ascoltare se vuoi davvero conquistare il tuo team!

6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore

collaboratore amico

Foto di StockSnap

Si comincia così…

Parlando dei problemi e delle difficoltà
incontrate sul lavoro
con quel collaboratore ritenuto particolarmente professionale e affidabile.

Oppure,
come ho raccontato nel mio libro “Prima volta Leader”,
la storia di Sarah.

Sarah voleva dimostrare di non essere
il “solito” capo o imprenditore senza scrupoli.

Basta con i capi direttivi e seriosi?

Sarah essere un capo friendly.
Una che condivide informazioni con la sua truppa.

Compresi commenti
e foto su Facebook.

Oppure sei giovane.
Alla prima esperienza.

E non riesci a trattenerti
dal confidarti con la collaboratrice più giovane,
o con quella che senti più simile a te
per difficoltà o incertezze.

Niente di male, per carità…

Eppure,
un po’ alla volta,
si costruisce un rapporto di amicizia.

Ed è lì che nasce la confusione:
confidenza ≠ parità di ruolo.

Non importa quanto tu possa sentirti vicino
a un tuo collaboratore o dipendente.

Un rapporto professionale
non è una vera amicizia.

Il ruolo di un manager trascende l’amicizia,
perché crea uno scenario
che tra veri amici non dovrebbe mai esistere.

I pericoli di un collaboratore “amico”

Costruire un rapporto coinvolgente
ma gerarchico
non è semplice.

Questo non significa essere freddi,
antipatici
o non disponibili.

Significa stabilire una distanza minima,
oltre la quale non si deve andare.

Sempre con cortesia.
Sempre con educazione.
Ma anche con educata fermezza.

Ecco 6 buoni motivi per cui
non è una buona idea
che un manager e un collaboratore
si definiscano amici.

1. Si crea la percezione di favoritismo

Anche se pensi di essere equo al 100%,
gli altri collaboratori potrebbero interpretare male
alcune tue decisioni.

Pensando che tu stia proteggendo
o favorendo chi ti è più vicino.

Questa percezione influenza —
consciamente o no —
decisioni su promozioni,
incarichi,
licenziamenti.

Quando la collaborazione si trasforma in tensione, serve metodo, non istinto.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori sulla tua comunicazione,
limiti e autorevolezza.

2. Rischi di frustrare le aspettative (tue e sue)

Se consideri un collaboratore un amico,
nascono aspettative implicite:

  • “Un amico non farebbe mai…”
  • “Un amico dovrebbe dirmelo…”

Ma anche dall’altra parte:

  • “Un amico mi lascerebbe uscire prima.”
  • “Che sarà mai questo favore, fra amici…”

Quando un’aspettativa viene delusa,
restano delusione
e rancore.

E il rancore sul lavoro
è sempre pericoloso.

3. Confondi amicizia e professionalità

Il confine diventa nebuloso.

E questo può insinuare nel collaboratore
l’idea di poter fare meglio di te.

A volte senza rendersene conto,
inizia a boicottarti.

A remarti contro.

4. Non riesci a valutare in modo obiettivo

Dare feedback.
Criticare.
Disciplinare.

Fa parte del ruolo di capo.

Ma come puoi farlo
in modo lucido e imparziale
con un amico?

Ti capita di non dire ciò che pensi
per evitare tensioni —
o di dirlo male
e poi portartelo dietro?

5. Prendi le critiche sul personale

Un po’ di pettegolezzo
tra colleghi
può essere fisiologico.

Tutti, prima o poi,
si lamentano dei capi.

Ma se il collaboratore è tuo amico,
la prenderai sul personale.

Ti sentirai ferito.
Tradito.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,
puoi leggerlo qui → “La chiave per non prendere le critiche come offese personali“.

Un consiglio:

quando esci a bere qualcosa con il team…
vai via per primo
(o almeno non per ultimo).

Così li dai il tempo
di lamentarsi di te.

Dai, non prenderla sul personale.
Capita a tutti.
Davvero pensavi di esserne immune?

6. Comprometti la tua leadership

Essere amici
significa anche lasciarsi andare fuori dal lavoro.

E qui entra in gioco il modello di ruolo.

Forse non ti piacerà
vedere le tue foto
(in braghette corte e birra in mano)
sul profilo social del collaboratore.

Alcuni potrebbero vivere
i tuoi tentativi di amicizia
come invadenti
o come bisogno di approvazione.

Non proprio il massimo
per la tua leadership.

In conclusione

Evita confidenze e pettegolezzi.
Evita di farti coinvolgere troppo.

Non per freddezza.
Ma per rispetto dei ruoli.

Comportati in modo corretto e coerente
con tutti i tuoi collaboratori,
senza l’aspettativa di farteli amici.

Un po’ come gli studenti con i professori:
rispetto, educazione…
e giusta distanza.

Le amicizie coltivale altrove.
In contesti meno formali dell’ufficio.

Essere un buon capo

Non significa essere amici di tutti.

Significa essere affidabili.
Coerenti.

E, quando serve,
scomodi.

Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

grinta

Foto di Mark Sebastien

“Il talento da solo vale poco.
Ciò che separa il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro.”

Stephen King

Ogni estate, all’Accademia Militare di West Point arrivano, da tutti gli Stati Uniti,
circa un migliaio di giovani uomini e donne per iniziare un ciclo di studio di quattro anni.
Si parte con una dura formazione di base di 8 settimane e al termine solo 1 giovane su 20 riesce a varcare la soglia della classe per continuare la strada della maestria militare.

Un gruppo di ricercatori ha voluto scoprire perché solo alcuni studenti ce la fanno e la stragrande maggioranza invece non supera la prima prova.

È questione di forza?
Resistenza fisica?
Intelligenza?
Capacità di leadership?

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Niente di tutto ciò sembra.

Per i ricercatori,
il miglior indicatore di successo è una valutazione non-cognitiva,
una caratteristica non-fisica, la “Grit” (che in italiano possiamo tradurre con GRINTA).

Attraverso la sua ricerca presso l’Università della Pennsylvania e l’insegnamento al Public Schools West Point Military Academy e alla National Spelling Bee – la vincitrice del prestigioso MacArthur Fellowship – Angela Duckworth ha scoperto che la capacità di sopportare lo stress e il saper superare i fallimenti,
per raggiungere l’obiettivo, è il miglior indicatore del successo futuro.

Nel suo eccellente intervento TED Angela Duckworth ha definito la grinta come
“… perseveranza e passione per raggiunger obiettivi a lungo termine. Grit è avere resistenza. Grit è “attaccare” il futuro, giorno dopo giorno. Non solo per una settimana, non solo per un mese ma per anni”

Quindi …

La vita è una maratona non uno sprint

“Grit è vivere la vita come se fosse una maratona, non uno sprint”, insiste la psicologa americana.
GRINTA è la disposizione a perseguire gli obiettivi a lungo termine con passione e tenacia.

È la capacità di resistere a distrazioni momentanee e tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
Grit, in sostanza, è l’essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.
 


 

L’enfasi è sulla capacità di resistenza, sul perseguire gli obiettivi nonostante i continui “no”.
È l’abilità di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che …

Il talento non basta occorre tenacia

Il talento non è sufficiente, occorre grinta!

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace, ma senza talento,
sarà probabilmente quest’ultima a ottenere i risultati migliori.

“Quello che mi ha colpito è stato che il Quoziente Intellettivo (QI) non è l’unica differenza tra i miei studenti”, ha condiviso la Duckworth “Alcuni dei miei migliori performer non hanno punteggi QI stratosferici. Alcuni dei miei più brillanti ragazzi non stanno andando poi così bene. Non è questione d’intelligenza, di bell’aspetto, di salute fisica, di QI.
È Grit, è solo questione di grinta!”

Ma perché alcune persone hanno grinta e altre no? Qui la scienza ha bisogno di colmare ancora tante e diverse lacune.

Una cosa però sembra sicura …

 
POTENZIA LA TUA LEADERSHIP>: scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Il talento non ti rende grintoso

“Quello che so è che il talento non ti rende grintoso” afferma la Duckworth. “I nostri dati mostrano molto chiaramente che ci sono molte persone di talento che non raggiungono i propri obiettivi. La grinta è, spesso, persino inversamente proporzionale al talento.”.

Nonostante i progressi nel campo delle neuroscienze e delle biotecnologie,
la Grinta è straordinariamente difficile da individuare.

Per alcuni devi sperimentare (e superare) grandi avversità per ottenerla,
per altri è questione di genetica “c’è-l’hai-o-non-c’è-l’hai”.

Personalmente, penso che non esista una formula per sviluppare o coltivare la Grinta, perché è intensamente personale e soggettiva.
È un qualcosa di profondo.
È una chiave misteriosa e potente che è dentro di noi e solo noi possiamo accedervi
.

È forte la tentazione (oppure è solo una scusa?) credere che solo quelli che sembrano più bravi,
belli e intelligenti saranno premiati … quelli che alla fine arrivano ai grandi ruoli,
quelli più desiderabili, quelli più ambiti.

E certamente, spesso è così.
E certamente, è anche giusto così!

La grinta ci aiuta a non mollare

Che cosa possiamo imparare dagli studi di Angela Duckworth?

Se siamo naturalmente dotati, ci suggeriscono che il talento, da solo, non ci aprirà tutte le porte per il successo.
E se invece abbiamo poco talento ma grinta da vendere, questi dati ci incoraggiano a non fermarci, a persistere, a non mollare!

Se anche tu, come me, il talento lo ammiri solo in TV e ti sei reso conto (da un pezzo) che genio, talento, bellezza, fortuna non sono (o non sono più) frecce al tuo arco, spero possa essere da stimolo sapere che il talento è utile ma la grinta è il fattore X del successo a lungo termine .

Grit, la Grinta.

Se non c’è l’hai, devi trovarla.
Se ne hai, tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!

8 frasi che dovresti dire spesso ai tuoi collaboratori

frasi per motivare il team

Foto di rawpixel

Frasi per motivare il team?

Non siamo abituati a farle.
A porgere complimenti e apprezzamenti ai nostri collaboratori.

Non sappiamo come fare.
Abbiamo paura di sbagliare, di creare favoritismi,
di risultare goffi o persino ridicoli.

Oppure temiamo che, gratificando chi lavora con noi,
“gli diamo troppo potere”,
che “si monti la testa”,
che “si senta migliore di noi”.

E così ci tratteniamo.

Non pronunciamo (quasi) mai frasi per motivare il team.

Che peccato!

Un’enorme occasione persa per diffondere carisma, fiducia e positività.

Sei il leader del tuo team

Il tuo ruolo è chiaro:
trasmettere fiducia e far sentire ogni persona importante.

Un leader che sa comunicare
crea team più forti, collaborativi e responsabili.

La gratificazione è il punto di partenza
per costruire un team solido e propositivo.

Queste frasi — che trovi anche nel mio libro “Autorevolezza”,
ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025

e “Prima volta Leader” — sono semplici, ma potenti.

Usale con sincerità.

1. “Ottimo lavoro, complimenti”

È una frase diretta.
Senza giri di parole.

Nutre l’autostima.
E l’autostima è un bisogno umano fondamentale.

Si alimenta di riconoscimento
e vale più di molte forme di retribuzione.

Riconosci sforzi e risultati.

Far sentire una persona apprezzata
crea un ambiente positivo, motivato, produttivo.

Approfondisci con il mio post .

2. “Mi fido di te”

Condividi responsabilità, informazioni… e successo.

La fiducia è uno dei riconoscimenti più potenti che esistano.

Distribuire responsabilità
equivale a dire: “Credo in te”.

Vedrai la motivazione salire alle stelle.

3. “Tutto bene a casa?”

Prenditi cura delle persone,
non solo dei ruoli
(senza essere papà/mamma/psi ecc.).

Ricorda compleanni.
Nomi dei figli.
Un “Come stai?” detto con sincerità.

Le piccole attenzioni costruiscono grandi relazioni.

Mostra il tuo lato umano
Sarai rispettato anche come persona.

Ogni frase può ispirare… o scoraggiare.
Scegli parole che costruiscono.

4. “Cosa ne pensi?”

Coinvolgi il team.
Non decidere sempre tutto da solo.
Fai domande come:

  • “Questo è il problema, tu come lo risolveresti?”
  • “Qui non stiamo andando bene, cosa faresti?”

Ascolta.
Valuta.
Poi decidi.

Le persone coinvolte
sono sempre le più motivate.

5. “Ti ascolto”

Ascoltare è il cuore della comunicazione efficace.

Le persone vogliono sentirsi
viste,
comprese,
considerate
.

Più percepiscono il tuo interesse autentico,
più cresce la loro disponibilità a collaborare.

Un leader che ascolta
è un leader sicuro di sé.

6. “Come posso aiutarti?”

Sii un supporto concreto.
Chiedi:

  • “Di cosa hai bisogno?”
  • “Che supporto ti serve?”
  • “Come posso esserti utile?”

Aiuta a rimuovere ostacoli.
Sostieni soprattutto nei momenti difficili.

È lì che si vede la leadership.

7. “Festeggiamo?”

Quando è stata l’ultima volta?

Siamo sempre proiettati sul prossimo obiettivo,
sul prossimo problema.

E dimentichiamo di celebrare.

Ogni successo — anche piccolo —
è un’occasione per creare coesione e alleanza.

Fermati.
Riconosci.
Festeggia.

8. “Grazie”

Sei lettere.
Un valore enorme.

È la frase più semplice…
e spesso la più difficile da dire.

“Grazie” motiva, soprattutto nei momenti duri.

In finale

Queste frasi sono semplici.
Ma hanno un potere enorme.

Usate con sincerità,
creano fiducia,
motivazione,
risultati.

Sono le frasi
che ogni collaboratore vorrebbe sentire
dal proprio leader.

Conflitti, incomprensioni, demotivazione:
prima o poi ogni leader ci passa.

Il percorso di coaching “Motivare il team demotivato”
ti aiuta a capire cosa sta davvero accadendo nel gruppo
e a riattivare motivazione e coesione.

Vuoi essere un bravo capo? Evita queste frasi

essere un bravo capo

Foto di giselaatje

Le parole sono importanti.

Possono motivare, ispirare e convincere ma anche frustrare, disorientare o depotenziare.
Dipende da ciò che diciamo e da come lo diciamo.

Poco importa quanto tu debba stare in contatto con i tuoi collaboratori ma è sorprendente (e forse non te ne rendi conto) quanto le tue parole possano alzare o distruggere il morale del tuo team.
Se vuoi essere un bravo capo, ecco alcune frasi che non devi assolutamente lasciarti sfuggire!

“Ho lavorato tutto il week-end. Tu dov’eri?”

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Anche se lavori tanto, questo non vuol dire che i tuoi collaboratori debbano essere disponibili 24 ore su 24. Oltre che sbagliate, queste frasi colpevolizzanti sono controproducenti poiché producono un forte stress e peggiorano la qualità del lavoro.

“Fai così perchè sono io che pago a fine mese”

Le minacce non sono un buon modo per accrescere la volontà e l’impegno del tuo team. I grandi leader hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone. Gestiscono le persone incoraggiandole, aiutandole e cogliendo ogni occasione per essere amichevole sia nel comportamento sia nei gesti.

“Dobbiamo tagliare i costi”

Frase da evitare con il tuo team, soprattutto se hai appena comprato il PC d’ultima generazione o rifatto l’ufficio.

Niente di male, per carità!

Il contenimento dei costi e il rinnovamento sono importantissimi per restare competitivi in questo Mercato così complesso e incerto. Agli occhi del tuo team, tuttavia, queste decisioni appaiono incongrue e ambigue. Molto probabilmente è solo una questione di tempistica!

“Abbiamo sempre fatto così”

Questa si che è una frase giusta per … scoraggiare l’innovazione e la creatività dei tuoi collaboratori o dei tuoi dipendenti. Invece di stimolare il tuo personale a cercare soluzioni nuove e idee innovative lo “affossi” definitivamente con questa frase molto depotenziante.

 


 

“Fai così perché lo dico io!”

Lo so che, spesso, non hai tempo e sei stressato ma perché rispondere così quando qualcuno chiede delle spiegazioni?

Spiegare al tuo collaboratore perché una certa cosa va fatta e perché va fatta proprio in quel modo, lo aiuta a comprendere il quadro generale delle operazioni dell’azienda, favorisce la sua crescita e la sua produttività.

Sei il leader, diventa un supporto attivo e concreto per ognuno dei tuoi collaboratori.
Fai sentire che ci sei, dai appoggio e aiuto a chi ti circonda.
Anche questo vuol dire essere un bravo capo.

“Non lamentarti. Sei già fortunato a lavorare”

Altra frase subdola che svilisce un collaboratore che, molto probabilmente, cerca solo di sfogarsi anche per pochi minuti. Un bravo capo deve essere sempre disponibile e ascoltare anche le lamentele del suo personale.

“Sei SEMPRE il solito!” – “OGNI volta sbagli”

Evita di generalizzare il carattere o il comportamento di una persona in modo negativo. Usare parole tipo “ogni volta, sempre, mai, tutti” rischiano di trasformare la tua critica in un rimprovero molto scoraggiante e demotivante.

“Sei un incapace” – “Sei uno stupido”

E’ sempre bene focalizzarsi sul comportamento e non sulla persona. Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona. L’autostima del tuo collaboratore non va toccata! Qui siamo su un terreno minato e molto sensibile.

 
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Vuoi essere un bravo capo?

La tua critica (anche se legittima) si deve riferire esclusivamente a un comportamento, un compito, una situazione o un problema particolare.

Sei il capo, il leader, una persona carismatica e positiva. Il tuo atteggiamento deve trasmettere fiducia e importanza a ogni singolo membro del tuo team.

Anche se tutti i tuoi collaboratori non sono affidabili tu dai sempre un’occasione! Evita tutte le espressioni poco rispettose, discriminanti, i giudizi frustranti o le offese che possono minare lo spirito di squadra e la motivazione dei tuoi collaboratori.

È necessario coinvolgere tutte le persone che lavorano con te.
È tempo di diventare leader del tuo team!
Non credi?