13 errori da evitare come nuovo leader del team – 1

nuovo leader
Stai iniziando nel tuo nuovo ruolo.
Nuovo leader per il tuo nuovo team.

Sei eccitato, un po’ apprensivo, smani dalla voglia d’iniziare …
Hey! Come festeggerai con gli amici?

Tutto bene ma questo non significa necessariamente che sarà facile.

Riuscire ad ottenere l’incarico è solo il primo passo. Essere un buon capo e mantenersi il posto di lavoro, è un’altra cosa e … se parti male … “riaggiustare la rotta” non sarà così facile.

Nuovo leader? I primi 3 mesi sono fondamentali

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Nel mio libro “Prima volta Leader” ho evidenziato la vicenda (e le difficoltà) di Jonathan e di come “si entra” in un nuovo team o organizzazione, è difficile capire “come” fare le cose (non importa quanto sei competente, bravo, esperto o alla prima esperienza) … ci sono nuove regole da assimilare, nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Il malinteso è sempre in agguato, un approccio sbagliato diventa un autogol, un atteggiamento frainteso, una trappola.

La cosa importante da capire è che oltre “cosa-fare” è altrettanto importante “come-fare“.

Quindi qualunque cosa tu faccia, resisti alla tentazione di immergerti a capofitto per avere un impatto “col botto”. Hai bisogno di conoscere prima la cultura del tuo nuovo posto di lavoro; se si salta in troppo in fretta, si rischia di fare l’effetto sbagliato … e il botto lo fai tu!

Vediamo i 13 errori da evitare quando sei il nuovo leader del tuo team:

1. Arrivare con “le risposte” e spazzare via sistemi o politiche esistenti

Non pensare di essere al centro dell’universo.
Pensi che questo sia il modo migliore per proporsi al team, mettersi in mostra e dimostrare il tuo valore?

Prima di partire come un missile ricorda che … questo ti si può ritorcere contro, creare nemici, minare la tua credibilità e causare errori costosi per l’azienda.

Che cosa fare allora?
Calma. Ragiona.
È importante capire il contesto più ampio in cui il tuo lavoro si svolge.
Devi studiare (bene) il tuo nuovo ambiente lavorativo.

 


 

Come sono prese le decisioni?
Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
Come la prenderanno le persone coinvolte?
Saranno contente del cambiamento?

Se ti poni queste domande molto probabilmente riuscirai ad evitare trappole e resistenze che accompagnano ogni cambiamento (piccolo o grande che sia).

2. Pretendere che il team abbia le tue stesse caratteristiche e personalità

Hai mai provato a “metterti nei panni” dei tuoi collaboratori?
Ti sei mai chiesto se il tuo approccio è apprezzato da tutti?
Hai mai pensato se anche gli altri avrebbero reagito allo stesso modo?

È importante rendersi conto che ognuno è diverso (da te e dagli altri membri del team) e ha bisogno di essere gestito di conseguenza.

Non pretendere che anche gli altri abbiano le tue stesse peculiarità e particolarità.
La grandezza di un leader si misura anche da questo.

 
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3. Indugiare e tentennare a contattare il capo

Hai paura di non avere ancora nulla d’importante da dire al tuo capo o titolare?
Di fare domande ovvie o stupide?
Stai aspettando a comunicare “per non disturbare”?
Aspetti che sia lui/lei a farlo perché sa meglio di te quando il momento giusto?

Stai attento a non indugiare troppo, a farti anticipare.
O peggio dimenticare.

Se aspetti il giorno di “saperne di più” o “avere qualcosa di importante da segnalare” non avrai accesso alle informazioni critiche necessarie nei primi tuoi 90 giorni.

Comunicare il tuo piano e il tuo sviluppo al tuo capo ti darà un “po’ di respiro” mentre sei ancora in fase di apprendimento. La comunicazione porta chiarezza e (eventuali) azioni giuste per una “correzione di rotta”.

CONTINUA A LEGGERE > la parte 2.

Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo

crescere il team

Immagina una bimba di 4-5 anni impegnata a cercare di legarsi le scarpette da sola.
In questa fase dello sviluppo manuale e mentale, vuole essere in grado di vestirsi da solo, completamente.

È un buon segno.
Imparare a legarsi da sola le scarpette però non è così facile, non riesce, si agita, è insoddisfatta.
Frustrata.

Qual è il tuo istinto?
Vuoi aiutarla?

Se è testarda, dirà “No, lo faccio da sola” ma poi se non ci riesce e la sua frustrazione diventa troppo alta, a quel punto … la bimba accetta l’aiuto della mamma.

Vuoi far crescere il team? Non aiutarlo

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Spesso il modo migliore per aiutare è non aiutare (almeno non troppo presto).

I leader si sentono in dovere di risolvere i problemi.
Tendono a essere per il team un comodo sgabello anziché una stampella.
I leader possono far crescere il team, aiutare i collaboratori a raggiungere standard più elevati “non-aiutando”.

Aiutare troppo o troppo presto crea “dipendenza”

Quando un tuo collaboratore o dipendente chiede il tuo aiuto o il tuo intervento, spesso quello che desidera (consciamente o inconsciamente) è “scaricare” a te il suo problema.

Nel momento in cui il problema “passa di mano”, non ha più bisogno del tuo aiuto.
Non ha più il problema.
Adesso l’hai tu.

Se sei troppo ansioso “di aiutare”, sarai oberato e sopraffatto di lavoro perché sei “sempre troppo dannatamente utile”.

Se dai sempre la soluzione “pronta e subito” … si formerà la fila alla porta del tuo ufficio!

Non aiutare chi può aiutare se stesso

Se vuoi far crescere le persone, se desideri che veramente imparino,
lasciali risolvere il problema da soli.

Non-aiutare, vuol dire permettere alla persona di costruirsi la capacità, la competenza e la fiducia in se stesso. Le persone di solito possono superare maggior parte dei problemi quando hanno fiducia in se stessi.

Quando vedi che la persona sta progredendo, sta crescendo è il momento di fare un passo indietro e lasciarla fare i prossimi passi per conto proprio.
Proprio come un bambino.

Aiutare troppo può riflettere un tuo bisogno malsano

 


 

Bisogno di sentirti importante.
Bisogno di sentirti ricercato.
Di sentirti indispensabile. Utile.
Bisogno di sentirti “quello che sa”.

Ego.
Solo ego.

Riesci a resistere all’impulso di aiutare-troppo o troppo-presto?
Spesso non-aiutare è più utile di aiutare.

Aiutare troppo indebolisce il team

La sconfitta brucia.
Però apre il cuore e la mente.

Anche la frustrazione brucia.
Però rafforza e crea energia.

Non arrivare subito con le soluzioni.
Soprattutto quelle facili.
Lascia i tuoi collaboratori “a bagnomaria” per un po’ con le loro complicazioni e le loro frustrazioni.

L’importante è monitorare la frustrazione.
Livelli accettabili di frustrazione sviluppano l’attenzione e motivano al cambiamento.

Troppa frustrazione genera conflitto e paralisi.
A questo punto, intervieni.

 
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Non aiutare vuol dire aiutare di più

“Una mano, anche vuota, a volte è di grande aiuto.”
Jean Ethier-Blais

Spesso aiutiamo troppo presto.
Altre volte aiutiamo troppo, diamo soluzioni pronte.
L’intento è nobile ma il metodo è inefficace.

Non aiutare non ti rende distante, distaccato o indifferente.
Anzi.
Restare “dietro le quinte” … aspettare … esprime rispetto.
Vuol dire “mi fido di te”.
Mi fido nelle tue possibilità.

Non aiutare non è una scusa per non dare supporto

Non aiutare non vuol dire fregarsene.
Liberarsi delle responsabilità.
Lasciare i collaboratori soli, non offrire sostegno.

L’obiettivo deve essere sempre lo sviluppo dei tuoi collaboratori.
Far crescere il team.

Sei il leader del tuo team.
Fai sentire che ci sei, dai appoggio e aiuto.
Sostieni e incoraggia costantemente, fai sentire che sei un capo attento.
Discreto, rispettoso e vigile.

crescere il team

9 ragioni perchè le persone seguono un leader

seguire il leader

Chissà quante volte hai sentito di qualcuno pronto a lasciare il suo lavoro perché non si sentiva apprezzato,
riconosciuto o ascoltato dal capo o dal titolare?
E viceversa, un team al completo pronto seguire il suo leader anche in sfide difficili o in situazioni molto problematiche?

Perché le persone seguono il loro leader?

Che cosa si deve dare-dire-fare con la propria squadra, se si vuol essere seguiti?
Come si fa a incidereincoraggiare-ispirare le persone?

Ecco 9 ragioni perché le persone seguono il leader e sono pronte a seguirlo (anche) incondizionatamente:

1. Si interessano (davvero) alle persone

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Le persone seguono Chi si occupa di loro come … persone.

Questo non significa che dobbiamo “coccolare” o adulare ma semplicemente “entrare in contatto” (anche) a livello personale.

I grandi leader si preoccupano della “loro gente”.

La ricerca ha mostrato che i migliori leader sono quelli i cui collaboratori sanno di poter contare nel momento del bisogno o di sostegno.

2. Hanno una visione e una direzione

Le persone vogliono sapere che c’è un futuro e una direzione.
Le persone seguono Chi indica la meta.
Chi indica la direzione.
Chi indica dove-si-deve-andare.

I grandi leader sono in grado di indicare una visione, motivare e ispirare le persone a seguirli. I dipendenti più impegnati sono quelli che hanno fede nella visione dei loro capi, generando così ottimismo e una maggiore produttività.

Un gruppo senza leader non ha direzione.
Un gruppo senza una direzione, può essere sopraffatto da incertezza e paralisi.

3. “Tirano” fuori il meglio dagli altri

Molti team leader si lamentano sempre di quello che i loro collaboratori non riescono a fare.

I migliori team leader si concentrano sui punti di forza delle persone. Vogliono aiutare (davvero) gli altri ad avere successo.
 


 

Hanno pazienza, comprensione e sfruttano ogni opportunità per aiutare il loro team a crescere e svilupparsi. Anche quando sbagliano, sanno che ci vuole tempo, altri tentativi e altri errori prima di migliorare.

Chiediti spesso: “Sto facendo il meglio per il mio team?“, “Come posso aggiungere valore?“.

4. “Costruiscono” un ambiente fondato sulla fiducia

La fiducia è uno dei pilastri fondamentali della leadership.

Le persone non tollerano la disonestà.
Quando la fiducia del “popolo” è persa, non può più essere recuperata.

Fiducia, comunicazione, sostegno e rispetto sono alla base di tutte le relazioni solide e ben funzionanti. La capacità di fidarsi è essenziale e i leader di successo sanno che non possono permettersi di darla per scontata.

La fiducia è influenzata più dalle azioni che dalle parole.
Solo se le tue azioni saranno coerenti con le tue parole, le persone avranno fiducia nella tua leadership.

La costruzione richiede tempo, la distruzione pochi secondi.

5. Dimostrano alto valore d’integrità

Le persone seguono Chi dimostra integrità, onestà e valori.

In tutto quello che fa.

I leader devono comportarsi in maniera coerente e affidabile, essere trasparenti quando si tratta di etica e valori.

Non devi desiderare di “avere ragione” ma piuttosto di “fare la cosa giusta“.

 
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6. Sanno dare speranza

Speranza.
Desiderio.
Sogno.

Il grande leader non solo dà stabilità e fiducia ma offre anche la motivazione che permette alle persone di affrontare le situazioni più impegnative e guardare al futuro con ottimismo e convinzione.

Ricorda che nei momenti difficili, di cambiamenti organizzativi, nuova gestione o nuovi dipendenti … mostrare speranza è fondamentale.

7. Sanno bilanciare forza e umiltà

Leadership è un delicato equilibrio di vera fiducia e genuina umiltà.

I grandi leader non dimenticano mai da dove sono venuti o non si prendono troppo sul serio. Considerano il loro successo non un risultato di uno sforzo solitario ma riconoscono il contributo di tutta la loro squadra.

8. Rimangono calmi e freddi anche sotto pressione

Sicurezza.
Forza.
Sostegno.

L’ignoto crea disagio.
In questi tempi così caotici, può essere difficile per il capo, il leader trasmettere stabilità e sicurezza.

La gente ha bisogno di rassicurazioni, vuole sapere che il suo leader ha una presa salda sul timone, anche nel bel mezzo di una tempesta.

9. Producono risultati e successo

Sono vincenti!

Anche se sono “arrivati”, capiscono che il loro impegno va di là del ruolo e del successo. Preferiscono essere identificati come qualcuno che ha (veramente) a cuore le persone e ha costruito un impatto positivo nella vita degli altri.

Seguire il leader? Titoli e competenze non bastano

Un cliente mi ha detto “Sono il direttore, ho il mio ruolo, le competenze … non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi e seguirmi.
Titoli e le competenze sono importanti, ma non diamole per scontate.

A questo punto la domanda è … perché la gente dovrebbe seguirti?
Perché i collaboratori dovrebbero seguire il leader?
Te lo sei mai chiesto?

Se diventare un leader migliore è una delle tue aspirazioni inizia a chiederti…
… in totale onestà.
“Perché le persone seguire il leader?”.
“Perché le persone dovrebbero seguirmi?”.

Come tirare fuori il meglio dal collaboratore timido o introverso

collaboratore timido

Quando ero adolescente (timido e introverso), avevo smesso di “dichiarare” ai miei amici il mio interesse verso qualche ragazza per la paura di dover essere “pressato all’azione”.

Quando mi scappava un complimento, gli inviti e le spinte degli amici di “attaccare” avevano solo il potere di paralizzarmi ancor di più. “Ma dai!”, “Forza, al limite ti dice di no”, “ Adesso o mai più”, “Se perdi quest’occasione, non la vedrai più”, queste frasi (anziché spronarmi) m’inchiodavano sempre più alla sedia.

L’insicurezza è imbarazzante, paralizzante e invalidante.

Lo sapevo bene.

Tutto quello che chiedevo, è … di non essere pressato e di avere il tempo di “prepararmi” prima di “buttarmi”.

Così diventa facile capire qual è la prima regola per tirare fuori il meglio dai collaboratori timidi o insicuri:

1. Non pressare un collaboratore timido

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Il modo più naturale per “motivare” una persona all’azione suona più o meno così “Coraggio! Fallo e basta! Se va male, la prossima volta andrà meglio!

In realtà, le esortazioni non aiutano i timidi a diventare coraggiosi.
Anzi.
Ci sono persone che amano guardare … prima di saltare!

È importante lasciare ai tuoi collaboratori timidi il tempo per pensare e raccogliere i pensieri.
Otterrai, in cambio, idee e soluzioni.

2. Rispettare i confini

Le persone tranquille tendono ad avere confini più forti e rigorosi.

Non si sentono a loro agio di fronte a persone che non conoscono o gruppi numerosi, non fare telefonate difficili o comunicare cattive notizie con un cliente o un capo.

Quando sono spinte, a oltrepassare la linea della loro zona di comfort (senza essere pronti), è facile che diventino emotivi, agitati e turbati.

Quando questo accade, è meglio fare un passo indietro e rispettare “i confini” piuttosto che spingere e rischiare di perdere un valido collaboratore.

3. Ascoltare attivamente

La maggior parte delle persone introverse non sono brave ad auto-promoversi. Preferiscono che sia il lavoro a parlare per loro. E spesso lo fanno anche molto bene.

Il primo incoraggiamento che possiamo dare alle persone timide è quello di essere “presenti”, fare una domanda, smettere di parlare e … ascoltare con la massima attenzione.
 


 

Pianificare incontri periodici uno a uno che permetteranno di costruire una relazione più stretta. Grazie al clima di fiducia, il collaboratore si sentirà a suo agio e incoraggiato ad aprirsi. Spronalo a esprimere i suoi punti di forza, il lavoro che più li piace e le aree in cui vorrebbe migliorare.

4. Chiedere “Come posso aiutarti”?

Un collaboratore insicuro può bruciare un sacco di tempo ed energia “girando in tondo” chiedendo cosa-fare e come-fare. A volte, è talmente assorbito da un compito, così concentrato su dettagli e rifiniture da rendere la mansione più complicata di quel che è.

È importante rompere quel blocco mentale, aiutarlo a passare dal pensiero all’azione, identificare quello che è più utile, piuttosto che concentrarsi su “quello che manca”.

Chiedi di cosa ha bisogno per andare avanti ed essere più efficiente.

“Cosa ti serve?”
“Più tempo? Più spazio?”
“Il supporto di un altro collaboratore?”
“Un corso specifico per una determinata competenza?”
“Come può essere più facile/semplice questo lavoro/progetto?”

5. Collaboratori timidi preferiscono email

E tutte le forme di comunicazione che permettano loro di lavorare con calma e di evitare la “pressione”.

Come pensi che reagisca il tuo collaboratore timido se li fai una domanda inaspettata o una richiesta a bruciapelo?

Ferma.
Non è incapace. Serve solo un po’ di tempo.

Non pensare che questa idea del “dare il tempo” non permette al collaboratore timido di lavorare in un ambiente frenetico e convulso.
Sa adattarsi, anche bene.
Deve solo prendere le “misure”.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

6. Credere nelle persone

Se non credi nelle persone, limiti il loro potenziale.

Uccidi la speranza.

Il tuo collaboratore timido deve sapere che sei dalla sua parte
.
Celebra lo sforzo, riconosci il progresso, trasmetti fiducia.

Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita

I leader che ispirano speranza “fanno volare” i loro team.
Senza cuore invece, “costruisci” ambienti indifferenti.

È importante sottolineare che questi suggerimenti per la gestione di persone timide non sono una forma di “coccole”.

Questi sono semplicemente accorgimenti che i datori di lavoro e i manager possono utilizzare per gestire al meglio alcuni collaboratori, i cui talenti e punti di forza possono portare grandi vantaggi a tutto il team e alla tua attività o azienda. Se desideri approfondire, ecco il personal coaching per la gestione del tuo team.

Non sai (ancora) cosa è esattamente il coaching?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

9 motivi perchè come giovane leader non farai molta strada

giovane leader

Una cosa è essere un membro del team.
Un’altra è condurre e guidare i membri del team.

Molti sono sicuri di poter raccogliere la sfida.
Bene!
Bello vedere coraggio e intraprendenza!

Quando arriva il momento di agire, però, questa sfida si rileva più difficile del previsto. I giovani team leader sono spesso impreparati ad affrontare la gestione di un gruppo, davanti ai problemi che sorgono o li ignorano o reagiscono male.

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Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho evidenziato come, secondo un recente studio sulla leadership, quasi il 40 per cento dei nuovi leader e responsabili fallisce entro i primi 18 mesi.

Inoltre, molti di loro scoprono che non è quello che si aspettavano, che desideravano oppure comprendono di non avere le competenze per fare bene.

Vediamo insieme 9 motivi perché come giovane leader farai poca strada:

1. “La vuoi facile e subito”

La parola “gavetta” ti fa sorridere?
Bene, rido insieme a te!

Le persone di successo non si aspettano risultati immediati. Non pensano che arriveranno “rapidi” e “facili”.

Sorridono (questa volta a ragione) nel vedere altre persone cadere nelle illusioni “Leader in 1 giorno”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare leader in 4 mosse”.

2. Smetti di crescere e di ascoltare

Perché hai smesso di crescere e imparare?
Ti stanno andando bene le cose e pensi che non ti serva più?
Sei giovane, preparato e credi di essere esperto-di-tutto?

Se hai smesso di ascoltare, crescere, non ammetti di non sapere tutto è un cattivo segnale. Perché?

Sotto molti aspetti … il successo è più difficile da gestire che un fallimento … soprattutto quando smetti di crescere come persona.

3. Pensi di avere tutte le risposte

I giovani team leader tendono a pensare che devono agire come se avessero tutte le risposte … e se non le hanno … dovrebbero agire come se l’avessero!

 


 

E se non funziona?
Hai pensato alle conseguenze?
È come guidare la notte con le luci di posizione.

4. Non conosci te stesso

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Conosci lo scopo, i tuoi valori e la tua visione?
Sai gestire i tuoi comportamenti? Le tue reazioni? E quelle degli altri?
Conosci quello che-funziona e che-non-funziona per te?

Troppe domande?
Forse è meglio che trovi subito le risposte.

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi diventare una percentuale nella statistica dei fallimenti da leadership.

5. Non sei consapevole del prezzo da pagare

+ sali + pressione.

Più sali e più devi vivere sotto la (spietata) luce dei riflettori.
Riconoscimenti e approvazioni ma anche antipatia e invidia.

Anche al tuo (piccolo o grande, poco importa) livello.
Non devi essere un VIP, uno sportivo famoso o un grande imprenditore per risvegliare le gelosie e le avversioni delle persone (anche – e soprattutto – di quelle che ti circondano).

Sorpreso?
Non dovresti. Non c’è niente di nuovo, è vecchio quanto il mondo.

 
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6. Sei arrogante e presuntuoso

Se tendi a pensare che chi si comporta così ha un carattere forte, ti invito a pensare che spesso questo comportamento è tipico delle persone deboli e insicure.

È in genere un tentativo, peraltro vano, di nascondere insicurezza e incompetenza.

Arroganza e prepotenza sono mondi-a-parte rispetto a grinta e carattere.

7. Pensi che basta titolo e competenze

Leadership non è (solo) avere un titolo, un ufficio più grande o “saper fare molto bene il proprio lavoro”.
Non basta.
Non basta concentrarsi sui compiti.

I leader migliori sanno che il loro successo o fallimento dipende dalla capacità di ispirare e guidare il proprio team. Hanno imparato che le persone sono la chiave del loro successo.

La leadership è basata sulle relazioni, sulla fiducia e sulla costruzione di spirito di squadra.

8. Ignori l’importanza delle relazioni personale

Perché quella faccia sorpresa (e un po’ scocciata) nel vedere la tua collaboratrice “scappare subito a casa” perché il suo bimbo è malato. Davvero non sai che i bambini si ammalano così spesso?

Ah! Non ne hai.

Per molti dei tuoi collaboratori l’equilibrio lavoro-privato è una sfida sfiancante. Non farai molta strada se pensi che gli altri siano solo un supporto o (peggio) una scocciatura.

Esprimi il tuo lato più umano e sarai apprezzato anche sul lato personale.
A volte, basta solo un po’ più di comprensione e un pizzico di simpatia.

 


 

9. Sei convinto che “A te non succederà mai

“Mai” è un avverbio che dovremmo togliere tutti dal vocabolario.

Eccessiva fiducia. Troppa convinzione.
Poca prudenza.
Sono caduti in tanti.
Sono caduti (anche) i migliori.
Perché non dovrebbe accadere anche a te? O a me?

Continua a imparare e non dare niente per scontato.
Ogni storia di fallimento deve essere un monito.
Un avvertimento.

Dura la vita del giovane leader?

Troppe aziende non sono impostate per sostenere i loro leader.
Soprattutto un giovane leader.
Troppo spesso, l’unica cosa che si sentono dire è … che hanno fallito.

Per padroneggiare la leadership ti servono ottime competenze ma anche un efficace allenamento dei tuoi “muscoli caratteriali” e delle tue risorse interne.

Dura la vita del giovane leader. Vero?
Il passaggio sul tappeto rosso te lo devi proprio meritare.

Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai ancora deciso di fare il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno. Contattami.

9 ragioni per preferire incontri faccia faccia con i collaboratori

faccia faccia

I progressi tecnologici (e-mail, instant messaging, skype, social networking, ecc.) hanno creato alternative comunicative più flessibili, veloci ed efficaci soprattutto se relazionate a fattori come distanza e tempo.

La comunicazione faccia faccia tuttavia non deve essere trascurata.

Anzi.

Ecco 9 buone ragioni per preferire incontri faccia faccia con i tuoi collaboratori:

1. Le persone preferiscono esperienze dirette

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Quello che le persone desiderano più di ogni altra cosa è contatto autentico.

Oggi il valore aggiunto non è quasi mai quello che “viene detto” (ci sono un sacco di opportunità per i collaboratori di leggere attentamente messaggi, report e resoconti).

Che cosa conta di più?

Il modo in cui “accogli” le persone, come ti “approcci”, come interagisci, come rispondi alle domande, la tua postura, … anche il vestito che indossi, perfino il profumo che “hai scelto”.

I tuoi collaboratori sono lì e … “bevono ogni cosa”.

Attentamente.

2. Le persone apprezzano l’impegno

I tuoi collaboratori o dipendenti sanno che sei occupato e hai poco tempo a disposizione.
Ecco perché apprezzano il tuo sforzo, sanno che ti sei “ritagliato” del tempo per incontrarli.

3. Limitare l’uso eccessivo della mail

L’uso eccessivo della posta elettronica può portare, col tempo, a interazioni personali aride, sterili, “senz’anima” che causano sentimenti d’isolamento e la pericolosa sensazione di essere disconnessi dal resto.

Gli incontri uno a uno offrono la possibilità di ristabilire il contatto umano.

4. Comprendere meglio le reazioni

Solo un incontro faccia faccia ti offre la possibilità di osservare il linguaggio del corpo degli altri.
 


 

Questi gesti o segnali di comunicazione aggiuntivi (di reazione alle nostre parole) possono fornirti spunti per comprendere al meglio le prospettive, il “non detto” dei tuoi collaboratori o dipendenti. La capacità di osservare le reazioni delle parti coinvolte è spesso un fattore chiave per il successo dei negoziati.

5. Sviluppare rapporti e coesione di team

I rapporti di lavoro e di coesione di squadra migliorano quando ci sono interazioni individuali.

Queste relazioni interpersonali si costruiscono mediante una serie di segnali di comunicazione. Una pacca di apprezzamento sincero sulla spalla del tuo collaboratore vale più di 1000 parole!

6. Fornire info su cambiamenti e modifiche

Gli incontri faccia faccia permettono di spiegare (al meglio) le ragioni di una decisione, illustrare un’informazione complessa, comunicare modifiche imminenti, fornire informazioni rilevanti e ricevere feedback da parte dei tuoi collaboratori.

Se gestiti in modo mirato, efficace e tempestivo, queste sessioni faccia a faccia possono ridurre il rischio d’incomprensioni, malintesi o disinformazione, mettere a tacere le pericolose “voci di corridoio”.

7. Prevenire, risolvere incomprensioni e conflitti

Le comunicazioni faccia faccia ti offrono l’opportunità (osservando i segnali non verbali del corpo) di regolare il tuo comportamento, chiarire l’intenzione, evitare errori di comunicazione o incomprensione nonché prevenire e risolvere conflitti sul lavoro.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

8. Gestire una valutazione di un collaboratore

L’incontro per la valutazione delle prestazioni, se gestito bene, può migliorare la performance di un collaboratore e aiutarlo a raggiungere gli obiettivi desiderati.

Le comunicazioni faccia faccia offrono anche l’opportunità di gestire un collaboratore che sta ricevendo un feedback negativo, un richiamo o un provvedimento disciplinare. Il lavoratore deve avere la possibilità di difendersi e di far valere la sua opinione personalmente (via mail è più veloce e più diretta ma la valutazione si fa oralmente, guardandosi negli occhi).

Se gestito in modo obiettivo e professionale, un incontro disciplinare faccia a faccia può disinnescare emozioni negative, evitare incomprensioni che possono essere ostacoli al cambiamento. Il tempo investito può produrre benefici sia per il lavoratore che per l’azienda.

9. Scambiarsi informazioni riservate

Le comunicazioni individuali permettono di stabilire parametri e determinare un adeguato processo di condivisione delle informazioni riservate.

Investire negli incontri individuali

Le sessioni più efficaci sono quelle quando “scendi in campo” in prima persona e incontri i tuoi collaboratori o i dipendenti faccia a faccia.

Gli incontri uno a unofanno sangue”.

Se vuoi migliorare notevolmente la tua comunicazione, investi nell’individuale.
Investi nel personal coaching.

17 differenze tra fare il capo ed essere leader

essere leader

Il mondo del Lavoro è pieno di capi.

Mancano i (grandi) leader.
Mancano i leader.

La scelta spetta interamente a te.
Pensaci prima di fare il prossimo passo. Ecco 17 differenze tra fare il capo ed essere leader.

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Fare il capo o essere leader?

 

Un capo insicuro gioca sulla paura
Il Leader traspira fiducia ed entusiasmo

Un capo megalomane dice “IO”
Il Leader dice “NOI”

Un capo “vecchia maniera” si focalizza solo sugli errori e nel trovare il colpevole
Il Leader aiuta i collaboratori a trovare le soluzioni ai loro errori

Un capo insicuro ha paura di “quelli bravi
Il Leader non boicotta il talento, anzi lo guida e ne diventa il più leale alleato

Un capo old style non festeggia perché centrare il target “fa parte del lavoro”
Il Leader sa che celebrare e festeggiare significa creare coesione e alleanza

Un capo altezzoso decide tutto da solo
Il Leader promuove un lavoro di squadra e coinvolge tutti nel processo decisionale

 


 

Un capo cocciuto si concentra su “avere ragione
Il leader sul “fare la cosa giusta

Un capo meschino si prende il merito se va bene, incolpa gli altri se va male
Il Leader sa che onestà e integrità sono assolutamente essenziali per il successo

Un capo incerto controlla tutto
Il Leader dà fiducia ai collaboratori e lascia libera iniziativa

Un capo SA come si fa
Il Leader MOSTRA come si fa

Un capo dice “cosa fare”
Il Leader è più interessato a chiedere e ascoltare

Un capo nasconde la sua insicurezza con spavalderia, superiorità e arroganza
Il leader conosce la linea sottile tra essere fiducioso ed essere arrogante

Un capo non fa complimenti perché ha paura che i collaboratori si “montano la testa”
Il Leader sa che il riconoscimento spinge le persone a dare il massimo

Un capo debole non ammette mai l’errore (pensa sia debolezza)
Il Leader ammette i propri passi falsi (sa che è “vera forza”)

Un capo miserabile tratta i collaboratori come sudditi
Il leader prende a cuore i problemi del suo staff e aiuta a bilanciare lavoro/privato

Un capo meschino usa i suoi collaboratori
Il Leader sa che i suoi collaboratori sono la chiave del suo successo

Un capo superato dice “VAI
Il Leader dice “ANDIAMO

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

È necessario tornare a guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire. Essere un leader del tuo team è indispensabile!

Mancano i leader.
Sei pronto a scegliere?

6 cose da fare quando non ti senti abbastanza leader

leader

“Vivere non significa attendere che passi la tempesta,
ma imparare a danzare nella pioggia.”

Mahatma Gandhi

Alcuni giorni sono semplicemente peggio di altri.

Non ci sentiamo “abbastanza”.
Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.
Ci sentiamo piccoli, “non abbastanza buoni” per niente e nessuno.

Sai di cosa sto parlando.
Chiunque ha attraverso momenti in cui si sente inadeguato.

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Ecco 6 cose che devi fare quando non ti senti “abbastanza” leader:

1. Smettere di confrontarsi con gli altri

Confrontarsi con gli altri può essere stimolante, spingerti alla sfida e al miglioramento ma può essere anche molto frustrante e deprimente.

Dal continuo confronto hai poco da guadagnare e molto da perdere. I confronti sono sempre eccessivi perché non c’è mai fine al possibile numero di paragoni. I confronti spesso sfociano in risentimento. Rancore verso gli altri e risentimento verso noi stessi (perché non riusciamo).

La verità è che quando siamo profondamente focalizzati sui nostri limiti e fallimenti, raramente vediamo quelli degli altri. Ti sei accorto che ci confrontiamo solo “quando ci fa comodo”, cioè quando gli altri sono al loro massimo o mentre celebrano successi?

2. Smettere di cercare la perfezione, non esiste

Perché tutto questo bisogno di perfezione?

Se senti un forte desiderio di essere il leader perfetto, il comandante “senza macchia e senza paura” è perché sei preoccupato di ciò che gli altri pensano di te, chiedi loro un riconoscimento, un’approvazione, una conferma delle tue abilità … se sei perfetto sicuramente nessuno potrà criticarti, vero?
 


 

Invece di essere catturato nel ciclo senza fine della perfezione da leadership ricorda che alcuni dei personaggi di maggior successo (proprio gli stessi di cui ammiri carisma e leadership) sono ben lungi dall’essere perfetti.

Hanno trasformato i loro limiti, col tempo e fatica, in trionfi.
Tempo e fatica.

3. Stop soffermarsi sui propri errori

Soffermarsi sul passato è vitale, a volte.

Gli errori del passato possono aiutare a migliorare.

Soffermarsi e indugiare troppo sugli errori e fallimenti può bloccarti nel passato, influenzare il presente e rovinare il futuro. Alcune persone riescono a passare oltre più facilmente mentre altri restano intrappolate nel senso di colpa.

Ma una cosa è cercare le responsabilità, imparare dagli errori e un’altra è commiserarsi e passare anni punendoci per l’errore commesso.

4. Ricordarsi che essere leader non è facile

Chi ha detto che la leadership è semplice?
Chi ha detto che la leadership è per tutti?

Ci vuole tempo.
Ci vuole abnegazione.
La leadership è dedizione, coraggio, rischio.

Essere leader non è facile.
Chi non è leader, non lo sa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

5. Accettarsi per quello che si è

Accettarsi non significa piacersi o sentirsi perfetti.

Significa arrendersi alla realtà e cominciare a sentirsi sempre più “in pace” con se stessi.
Vuol dire essere meno critici e severi,
perdonarsi gli errori e accettare i propri limiti.

Accettare il fatto di non essere un leader così coraggioso, carismatico, efficace, forte … è una conquista che richiede un grande sforzo e un lungo lavoro su se stessi.

Questa conquista spingerà per il cambiamento.
Accettarsi è cambiamento.

6. Concedersi il diritto di “sentirsi giù”

Un naturale (e breve) momento di sconforto non è segno di debolezza.

Anzi.

Non ascoltare chi ti sprona con banalità tipo “Ma dai, che cosa vuoi che sia …”, “Ma che te frega …” oppure ti pressa chiedendoti una pronta reazione, una risposta immediata.

Non fingere serenità e produttività, non diventare iperattivo per “non sentire” la sofferenza, smettila di parlarne con tutti o di chiedere supporto a persone non adeguate. Non sentirti in dovere di cacciar l’inadeguatezza il più in fretta possibile.

Dai tempo. Prenditi tempo.
Il tempo per “consolarsi e rimarginare” un momento di scoramento è quello speso meglio.

Non essere troppo critico con te stesso.
Stai facendo il meglio che puoi!

Quando senti che stai per mollare o non ce la fai più … fai ancora un piccolo sforzo per rimanere positivo, paziente e stabile. Le persone più forti sono quelle che non si arrendono mai.

Non mollare. Ce la farai.
Anche questa volta.

20 spunti per guadagnare il rispetto dei collaboratori

rispetto

Quando pensi al tuo lavoro, probabilmente lo fai in termini di ruolo, titolo, competenze e prestazione.

Prova a fare un passo indietro …
lascia da parte per un momento titoli e prestazioni e …
osserva piuttosto come ti approcci al tuo lavoro e al tuo team?

Credi di meritare il rispetto del tuo team?

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Oppure lo pretendi semplicemente perché hai studiato, sei il padrone o hai l’ufficio più grande?

Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

Tutti desideriamo rispetto. Il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa a cui bramiamo in molti,
ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo:

1. Dare rispetto è uno dei segreti per guadagnare rispetto.

2. Impegnati per la crescita professionale di ogni tuo collaboratore.

3. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

4. Ringrazia. Spesso.

5. Il rispetto lo devi guadagnare, non pretendere.

 


 

6. Essere duro con i compiti e dolce con le persone.

7. Non temere i collaboratori di talento.

8. Assicurati di conoscere bene la differenza tra essere fiducioso e arrogante di più

9. Dire “Io sono il capo” significa assumersi anche la responsabilità di esserlo.

10. Saper ridere di se stessi.

11. Dire “Ho sbagliato” ti farà guadagnare più rispetto di “Te l’avevo detto“.

12. Connettiti anche con la base non solo con i collaboratori più stretti.

13. Loda pubblicamente e critica privatamente.

14. Ogni membro del team deve essere “il tuo preferito”.

15. Parla meno e ascolta di più. … di più

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

16. Non perdere occasione di essere amichevole nel comportamento e nei gesti.

17. Non valutare o giudicare prima di conoscere-i-fatti.

18. Non tenere le distanze. Lavora fianco-a-fianco con lo staff. Sporcati le mani.

19. Non farti travolgere dallo charme di un uomo o di una donna del tuo team.

20. Difendi il team incondizionatamente dall’esterno e poi regola i conti all’interno

5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri

sembrare subito più sicuri
Che tu sia un manager,
un piccolo imprenditore della tua azienda a conduzione familiare,
uno store manager del centro città
o il team leader di un gruppetto di collaboratori…

poco importa.

Comunicare forza e autorevolezza è una sfida ostica.

(È l’incipit del mio libro Autorevolezza).

Ci sono giorni in cui… proprio non va.

Ti senti ansioso.
Sopraffatto.
“Non abbastanza”.

Sai di cosa parlo.

E proprio in quei momenti —
quando sei più vulnerabile —
arriva l’imprevisto.

Una complicazione.
Una visita inattesa.
Un cliente che va su tutte le furie.
Un collaboratore che “risponde per le rime”.

E proprio come la più classica Legge di Murphy

Ti colpisce nel momento meno indicato.
Con il rischio di apparire insicuro.
Imbranato.
Inadeguato.

E allora?

Non c’è tempo per recriminare.

Devi ripartire. Subito.
Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo pretende.

Come sembrare subito più sicuri?

Servono due cose:

Autocontrollo.
Strategia.

Ecco 5 accorgimenti concreti:

1. Fermati. Ricaricati. Riparti.

Trova un posto tranquillo.

Cinque-dieci minuti bastano.

Ufficio chiuso.
Sala riunioni libera.
Persino una toilette, se serve.

Stacca il telefono.
Chiedi di non essere disturbato.

a) Respira (sul serio)

Respirazione lenta.
Profonda.
Diaframmatica.

Dal basso ventre.
Non dalle spalle.

Così regoli il ritmo.
Ossigeni meglio il sangue.
Riequilibri il sistema nervoso.

Respira.
E sorridi.
Anche masticare un chewing gum può aiutare.

Quando mastichiamo, il cervello “pensa” che non ci sia pericolo.
(Altrimenti non staremo mangiando).

E abbassa il livello di allerta.

b) Non devi essere al 100%

Accetta quello che è.

Accetta che oggi non sei nella tua versione migliore.

Va bene.

Pochi minuti per accogliere i tuoi limiti.
Non per combatterli.

c) Ricorda un tuo successo

Un momento preciso.

Un apprezzamento ricevuto.
Il cliente conquistato.
Quel progetto portato a termine.
Un risultato difficile.

Richiama quella sensazione.

Tienila qualche istante dentro di te.
È carburante.

d) Smetti di immaginare cosa pensano gli altri

In quei momenti la mente fa un disastro.

  • “Staranno pensando che…”
  • “Avranno capito che…”

Stop.

Quella voce ti drena l’ultima energia rimasta.

Non devi brillare.
Devi solo essere presente.

2. Postura, postura, postura

La postura cambia lo stato mentale.

“Stirati verso l’alto”.
Come se qualcuno tirasse un filo dalla sommità della testa.

Spalle indietro.
Scapole verso il basso.
Braccia rilassate.

Schiena dritta.
Mento leggermente sollevato.
Passo deciso.

Anche una ferma stretta di mano può fare miracoli.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza.

Scopri il percorso di coaching mirato “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

3. Sembrare subito più sicuri: rallenta

Quando siamo ansiosi,
acceleriamo.

Parliamo più in fretta.
Camminiamo più in fretta.
Respiriamo più in fretta.

Fai l’opposto!

Rallenta deliberatamente.

Passi cadenzati.
Movimenti ordinati.
Voce leggermente più lenta.

Può sembrarti “troppo”.
Non lo è.

Trasmette controllo.

Alza il mento.
Guarda avanti.
Non camminare con lo sguardo verso il basso.

4. Contatto visivo

Chi mantiene il contatto visivo viene percepito come più sicuro.

Se ti mette in difficoltà, guarda tra le sopracciglia dell’altro.

Nessuno noterà la differenza.
Ma tu ti sentirai più stabile.

Leggi il mio post per approfondire.

5. Sorridi

Sì.

Sorridi.

Anche quando non ne hai voglia.
Soprattutto quando non ne hai voglia.

Il sorriso modifica la biochimica.
Cambia l’atteggiamento.
Alza la fiducia.

Un cliente mi ha detto:
“Quando sono ansioso non riesco a ridere.”

È proprio lì che serve.

Non soffocare le emozioni.
Ma non lasciare che ti governino.

All’inizio sembra forzato.
Poi diventa naturale.

In finale

La sicurezza non è assenza di fragilità.
È la capacità di restare in piedi anche quando dentro tremi un po’.

La leadership non si misura nei giorni perfetti.
Si misura in quelli stonati.

E lì, davvero, si vede chi sei.

Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno

paura da leadership

Marco è preoccupato perché è stato colto di sorpresa sui dettagli del progetto.

Marta pensa che il titolare dell’azienda in fondo non la prenda seriamente.

Sabrina è convinta di essere completamente non qualificata per il suo nuovo ruolo di team leader.

Davide ha preso coraggio, ha portato la sua iniziativa ed è stata accettata. Bene? No male. Malissimo … da quel fatidico OK la domanda è una “… e se non funziona?”

Domenico è costantemente in ansia perché è sicuro che, prima o poi, tutti si accorgeranno della sua incapacità di gestire il team.

Come ho scritto (nel capitolo 2) nel mio libro “Prima volta Leader” il buio amplifica.

La notte riaffiorano timori e preoccupazioni di qualcosa d’indefinito e pauroso …
soprattutto quando ci sentiamo inadeguati,
bloccati dalla paura di sbagliare o di non essere all’altezza.

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Anche quando riusciamo a fare bene qualcosa,
ci accorgiamo che in fondo non era così terribile (come avevamo pensato) e sentiamo un po’ più di sicurezza e di soddisfazione personale …
il giorno dopo di tutto torna come prima e ricompaiono scenari d’inadeguatezza e di fallimenti.

Torna la paura da leadership.

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

Soprattutto la notte.

Perché anche quelli che sembrano (e sono) meno preparati di me lavorano con più serenità?
Perché gli altri sono più sicuri di me?
Tutti sembrano godere del successo tranne me?
da dove viene questa paura da leadership?

Durante le sessioni di personal coaching,
emerge tutto quello che è tenuto accuratamente (e faticosamente) nascosto sotto facciate di competenza, fiducia e carisma.

Ecco le 5 domande (con tutte le complesse declinazioni e ansiosi mix) che sono alla base della paura da leadership di molti manager, team leader, responsabili, di chiunque gestisca o abbia responsabilità.

1. … e se non riesco?

Fare molta fatica ad accettare il fatto di non riuscire.
Considerare ogni errore “grave” e le sue conseguenze “catastrofiche”.

 


 

Sbagliare e considerarsi una persona sbagliata,
un leader inadeguato, un manager incapace.

La tendenza è di associare lo sbaglio alla persona e il fatto di aver sbagliato viene vissuto come un fallimento personale.

La paura di sbagliare è strettamente collegata con la paura del giudizio degli altri.

2. … e se fallisco?

Fantastico … e se non funziona?

Avere paura di non farcela,
di non essere all’altezza, come capo, come responsabile, di non saper gestire le crescenti richieste …
trovarsi di fronte a compiti troppo grandi, di non avere le capacità,
di non saper decidere e fallire miseramente.

Aver bisogno di avere tutto sotto controllo,
gestire in prima persona, non delegare.

Creare situazioni impegnative e scomode,
improbabili da gestire a riprova delle nostre incapacità.

Creare parametri di valutazione troppo ambiziosi ed eccessivamente perfezionisti.

Quando si teme l’insuccesso e si cerca (disperatamente) di evitarlo in tutti i modi …
è facile capire come andrà a finire.

 
LA TUA CARRIERA DI SUCCESSO > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

3. Ne ho (davvero) le competenze?

Ma dove mi sono cacciato?

Dopo i salti di gioia … ecco la doccia fredda:
sentirsi completamente sotto qualificati per il nuovo lavoro o ruolo!

Responsabilità scoraggianti, disagio nel ruolo.
Non avere idee.
Non sapere nemmeno cosa si deve fare.

Avere una sola certezza (sabotante) …
… da qualche parte (nel processo di assunzione o di organizzazione) qualcuno ha fatto un errore assumendo la persona sbagliata.

4. … e se non piaccio?

Essere condizionati (o ossessionati?) da cosa pensano i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Voler sentirsi dire continuamente di essere un capo competente e indispensabile.

Cambiare atteggiamento a secondo della persona di fronte per guadagnare (accaparrare o forse è meglio dire elemosinare?) il suo apprezzamento e il suo gradimento.

Rifiutare offerte di promozione poiché le nuove responsabilità potrebbero determinare la critica dei colleghi.

Voler essere leader ma con la certezza di piacere,
essere accettato e … senza critiche!

5. … e se mi scoprono?

Eccoti qua, mascherina … ti abbiamo beccato, non sei quello che vuoi apparire!

Paura di essere un bluff.
Un falso.
Un imbroglio.
Aver paura di essere smascherato e di essere visto per quello-che-si-è-veramente.

Coprire le paure,
essere costretti a spendere un sacco di energie per convincere tutti quelli che ci circondano.

Un logorio continuo di ansia e pressione.

Paura da leadership. Cosa fare?

I leader non lottano con la paura.
La guardano in faccia.
L’ascoltano.
L’accettano.

7 modi garantiti per uccidere la motivazione nel tuo team

motivazione

Alcune persone non saranno mai motivate.

Altre faranno solo quello che serve per mantenere il lavoro, dare una parvenza di coinvolgimento e pagare il mutuo.

Poi ci sono collaboratori altamente competenti e motivati che, per una serie di ragioni, perdono entusiasmo e passione per il lavoro e diventano delusi, amareggiati, demotivati e … poco produttivi.

Spesso però è proprio il manager, il capo, il titolare (ovvero il pilastro della produttività) che, con il suo comportamento, uccide (spesso in buona fede o per non conoscenza) la motivazione dei suoi collaboratori.

Quest’articolo è per loro.

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1. Controllare tutto

Ti fidi del tuo team?
Sì, sì, come no!

E poi pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione” e il tuo OK.

Scusa perché hai strappato alla concorrenza quel tizio così bravo se poi sei riluttante a delegare, ti concentri sui dettagli e non lasci libera iniziativa anche sulle decisioni più banali?

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa (davvero) sentire il lavoratore inutile … un idiota! Stai uccidendo la sua motivazione e la crescita professionale.

2. Concentrarsi solo sugli errori

Ogni volta che è commesso un errore, non fare la solita domanda “Di chi è la colpa questa volta?”. Sinceramente, poco importa di chi è la colpa (la colpa è di tutti), l’importante è cercare di capire come risolvere il problema e fare in modo che non si ripresenti più.

Focalizzarsi regolarmente sugli errori, cercare il colpevole, soffermarsi solo “su cosa è andato storto” crea un ambiente negativo, di sospetto, da “caccia alle streghe”, di giustificazioni e ovviamente di demotivazione.

Molto più produttivo canalizzare le energie per trovare risposte e soluzioni.

3. Respingere le idee

Ogni idea è buona?
No, senza dubbio.

Respingere però regolarmente le idee e le proposte del personale, magari senza neanche ascoltarle, non aiuta certamente il coinvolgimento e “l’attaccamento” all’azienda.
 


 

Quando i tuoi collaboratori sentono che la loro “voce” non è mai ascoltata o non sono coinvolti perdono, un po` alla volta, entusiasmo e motivazione, con ovvi effetti negativi sull`ambiente di lavoro e sui risultati.

4. Non mantenere la parola

È semplice.

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la motivazione dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola.

Non c’è molto da dire.
Onestà, integrità e fiducia reciproca sono assolutamente essenziali per il successo nella vita.

5. Dare scadenze o obiettivi non realistici

Pensi che i tuoi collaboratori siano poco efficienti?

Forse hai messo l’asticella talmente in alto da non accorgerti che il tuo team sta (già) facendo un lavoro incredibile?

Se fissi scadenze e obiettivi non realistici stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto di essere consapevoli che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, realizzare o di raggiungere “qualcosa”.

6. Avere preferiti

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre ma non ci dovrebbero essere preferiti, tutti devono essere il “tuo preferito”.

Favorire o non rimproverare una persona con la quale hai un certo feeling, rischia di farti perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando di te un`immagine di leader debole.

In questo modo penalizzi e demotivi tutti gli altri collaboratori, che lavorano con dedizione e rispetto delle regole, che desiderano solo che sia rimarcato un concetto molto semplice e basilare: se le regole esistono, tutti devono rispettarle.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

7. Trattare i collaboratori senza rispetto uccide la motivazione

“Se l’esistenza dei motivatori istantanei rimane un mito,
la presenza di tanti eccellenti demotivatori è invece una realtà conclamata,
nello sport come nelle organizzazioni.”

Pietro Trabucchi

Non ho mai capito perché alcuni manager trattano i propri collaboratori così male e poi pretendono che siano efficienti e produttivi. Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?

Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno loro il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader sanno come motivare il team, hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone e non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti.

Molti di questi errori che i manager fanno sono così facili da evitare (scopri il personal coaching per motivare il tuo team). Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

Sicuramente vorresti essere stimolato, ascoltato, coinvolto ed essere lasciato “in pace” a fare il tuo lavoro correttamente.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

10 atteggiamenti al cellulare che rovinano la tua immagine di leader

leadership al cellulare

Leadership al cellulare.
Se ti stai chiedendo cosa-ci-azzeca (come dice Di Pietro) la leadership con l’utilizzo del smartphone vuol dire che non sei (ancora) del tutto cosciente di come i tuoi collaboratori ti osservano, ti giudicano e ti valutano costantemente.

Sei il capo, il leader, il faro … chi vuoi che guardino, se non te!

Leadership al cellulare? Ecco gli errori comuni

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Lo scopo di quest’articolo non è quello di fare un post divertente ma di renderti partecipe che, puoi avere in tasca anche uno smartphone di ultima generazione (campione di prestazioni e tecnologia), ma quando maneggi questo “aggeggio”, puoi perdere autorevolezza e considerazione, davanti al tuo team.

Ma và! Davvero?

Occhio! Quando siamo al cellulare, compiamo delle azioni, in modo inconscio o automatico, che non sono proprio da “manuale della leadership al cellulare ”.

Vediamo gli errori più comuni (che in realtà facciamo in molti) ma che i tuoi collaboratori non si aspettano (o che non vorrebbero mai vedere) nella persona che, almeno nel loro immaginario, debba sempre dargli la sensazione di essere in grado di affrontare qualsiasi situazione con obiettività, calma e sicurezza.

1. Parlare a voce troppo alta

Un classico.

Quando siamo alle prese con una situazione o un problema particolarmente delicato è facile scivolare in un “trip” telefonico che ci fa perdere completamente la dimensione di dove siamo e con chi siamo. Preso dal vortice della telefonata il tuo tono sale, sale, sale e ti ritrovi letteralmente a urlare nel tuo telefono cellulare.

È molto imbarazzante per chi ti sta intorno e … non ci fai davvero una bella figura!

2. Estrarlo continuamente ad ogni segnale

Arriva la mail, poi l’sms, adesso whatsapp, adesso Fb, e poi si ricomincia il giro … mail, sms, fb,
Dentro, fuori, dentro, fuori dal taschino.

Ma dai … Basta!
 


 

La taschina deformata della giacca per questo “continuo movimento dentro-fuori” non ti dà proprio un’aria da leader ma piuttosto di un “tarantolato” che cerca di superare lo stress dovuto alla mancanza di contatto con il suo smartphone.

3. Non inserire la modalità “silenzioso”

Durante la riunione con il tuo team o un colloquio con il tuo collaboratore non inserire la modalità “silenziatore” è scorretto e maleducato perché interrompe (anche solo per pochi secondi per rispondere a un sms) costantemente la conversazione intrapresa.

4. Parlare e girare come una trottola

Parlando al cellulare è facile che, senza accorgerti, inizi a camminare o girovagare senza meta.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …
Occhio alla tua leadership al cellulare!

Camminare mentre si è al telefono, è un’azione automatica che serve a tagliare fuori tutti gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno, per concentrarci maggiormente sulla conversazione.

Niente di male ci mancherebbe … ma muovendoti continuamente in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro rischi di creare attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare i tuoi collaboratori.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

5. Utilizzare suonerie ridicole

Meglio evitare suonerie ridicole, musichette strane, marcette, suonerie brutte, adattate da motivi noti, storpiate e rumorose … magari solo giusto per attirare l’attenzione!

6. Dimenticarlo di continuo

Un cliente è diventato, sotto quest’aspetto, una barzelletta per il suo team perché si dimentica cronicamente ogni volta il cellulare da qualche parte.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Spesso lo riportava (tra i sorrisini del personale) il cameriere del bar di fronte oppure qualcuno del team doveva “farlo suonare” per scovarlo ma se poi era stato dimenticato in modalità “silenzioso o vibrazione” partiva una vera e propria “caccia al tesoro”.

7. Fare le faccette, tic o usare intercalari ridicoli

“Oh, oh, oh, oh”
“uh,uh,uh,uh”
“ah, ah, ah, ah”
“Uhm, uhm, uhm, uhm”

Ricorda che il tuo corpo trasmette più del 70% dell’informazione. Posture e movimenti non pertinenti (toccarti in modo ripetuto e nervoso i vestiti o i capelli, trotterellare le dita sul tavolo, piede ballerino, incrociare nervosamente le mani e le gambe, coprirsi la bocca con le mani, arricciare le labbra, socchiudere gli occhi e corrugare la fronte, ecc.) sono indice di tensione, nervosismo, dubbi e preoccupazioni e dimostrano scarsa fiducia e bassa autostima.

8. Ostentarlo con arroganza

Meglio non appoggiare il telefono cellulare sul tavolo del bar, del ristorante, durante una riunione o un colloquio.

Sfoggiare con arroganza l’ultimo modello di smartphone non ti fa guadagnare punti …
è un grande sintomo di maleducazione e mancanza di stile.

9. Essere sempre alla ricerca di una presa

Ovvero come lo smartphone di ultima generazione con prestazioni elevatissime è messo in ginocchio dalla scarsa resistenza della sua batteria.

Ovvero come un leader di ultima generazione con competenze elevatissime è messo in ginocchio dall’ossessione della batteria-carica e dalla scarsa resistenza della sua batteria (interna).

10. Usarlo mentre qualcuno ti sta parlando

“Parla pure … ti ascolto”.

E intanto smanetti-come-un-forsennato sulla tastiera del cellulare e con la testa annuisci per dare una minima parvenza d’ascolto. Non dubito che stai sentendo (ascoltare è però tutta un’altra cosa) quello che ti stanno dicendo.

No. Così non funziona.

Non so te ma, se c’è una cosa che proprio detesto, è parlare con qualcuno che usa il cellulare mentre si sta parlando. È una totale mancanza di tatto, d’attenzione e anche d’educazione.

Pensaci la prossima volta che un collaboratore o un collega ti sta parlando (ma vale anche – soprattutto – per moglie/marito, figli e amici).

P.S.
Il fenomeno è così diffuso che è stata inventata una parola, phubbing, che indica proprio “l’azione di chi snobba qualcuno, guardando il proprio cellulare invece di prestargli attenzione”.

Mah!
Ecco la leadership al cellulare!

4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader

arroganza
Non sono poche le persone che mi contattano
(per “fare” coaching) perché, pur partite con le migliori intenzioni,
col tempo si sono impantanate.

In atteggiamenti di arroganza.
Di spavalderia.
Di reazioni eccessive.

Il risultato?

Rapporti compromessi con il team
(grande o piccolo che sia),
con tutto lo strascico di:

  • problemi
  • conflitti
  • cali di produttività
  • risultati scarsi
  • notti insonnibruciori di stomaco

Se “il team è la chiave del successo”,
è facile dedurre che:

NO team = NO successo

A volte la nostra insicurezza
(o inesperienza come leader)
viene coperta — come scrivo nel mio libro “Autorevolezza”,
ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 —
da perfezionismo,
spavalderia,
superiorità
e arroganza.

Per nascondere la vulnerabilità
ci rifugiamo dietro:

  • false competenze
  • finti atteggiamenti di sicurezza
  • dimostrazioni di forza

Per manipolare e controllare i collaboratori.
Fare colpo.
Per sembrare più competenti ai loro occhi.

L’arroganza è la maschera degli insicuri

Sei convinto che il mondo del lavoro sia una giungla?
Una lotta continua?

Dove vince il più forte,
il capo comanda
e gli altri seguono
senza discutere?

Attenzione.
Non stai forse scambiando arroganza e prepotenza
per fiducia e carattere?

Siamo in tanti a cadere in questo equivoco.

Spesso siamo arroganti
perché non abbiamo ancora capito
cos’è davvero la fiducia in sé stessi.

Essere arroganti, strafottenti o stronzi
non significa essere sicuri di sé.

Anche se, paradossalmente,
molti di questi vengono messi su un piedistallo
e osannati perché “sono arrivati”.

Il punto è un altro.

  • Cosa vuol dire essere sicuri?

E soprattutto:

  • come esserlo senza cadere nella trappola dell’arroganza?

4 atteggiamenti arroganti che svelano insicurezza di leadership:

1. Scimmiottare i leader

Braccia conserte.
Sguardo truce.
Sorriso sprezzante.

Incalzi.
Ti imponi.
Ammetti raramente di avere torto.

Usi sarcasmo e battute
per svalutare chi ti circonda.

Critichi davanti agli altri
(per mostrare potere).

Parli senza pensare all’impatto
(perché “i forti fanno così”).

Non riconosci mai il lavoro del team
(perché “i duri non fanno complimenti”).

Siamo lontani.
Molto lontani.

La linea tra fiducia e arroganza
non è sottile:
è un abisso.

2. Voler essere sempre il migliore (senza esserlo)

Da dove nasce questo bisogno
di sentirsi superiori,
speciali,
indispensabili?

Cerchi ammirazione continua.
Pensi che, essendo “il migliore”,
tutto ti sia dovuto.

Le tue esigenze vengono prima di tutto.
E pur di emergere
sei disposto a passare sopra a chiunque.

Ma ricordalo:
ci sarà sempre qualcuno
più esperto, più competente,
più brillante di te.

La differenza è qui.

Se hai davvero fiducia in te stesso,
questa consapevolezza
non scalfisce
né il tuo valore
né la tua autostima.

3. Bleffare e mascherare la sicurezza con l’arroganza

Essere visti per quello che siamo
fa paura a tutti.

E allora costruiamo muri.
Indossiamo maschere.
Evitiamo di sembrare vulnerabili.

Ma coprire le paure costa energia.
Molta.

Il leader arrogante bleffa.
Millanta.
Getta fumo negli occhi.

Schiva le responsabilità
finché non arriva il momento
di rivendicare un successo.

Lo sai, vero?
Spesso chi ha l’opinione più alta di sé
è anche chi ha l’autostima
più fragile.

4. Trattare i collaboratori come sudditi

Perché, per sembrare capi forti e sicuri,
non sappiamo dire:
“Complimenti. Ottimo lavoro.”?

Perché umiliamo i talenti
facendo leva sulle loro presunte debolezze?

Paura che si montino la testa?
Che mettano in discussione la nostra leadership?

Se ti circondi di yes-man deboli,
non stai guidando un gruppo.

Stai solo difendendoti.

Arroganza e fiducia sono mondi diversi

Il mondo del lavoro, oggi,
premia (spesso) i furbi,
gli scaltri,
i colpi bassi.

Ma per crescere davvero
serve riconoscere cosa sono davvero
fiducia e arroganza.

Assicurati di conoscerne la differenza.

È necessario traspirare fiducia,
non arroganza.

E poi…

nessuno ama una persona arrogante

Nemmeno gli arroganti —
quando lo sono gli altri.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni
o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

L’autorevolezza non si impone.
Si costruisce.

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

Un percorso breve e pratico per farti ascoltare e rispettare,
anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

 

13 cose che deve fare un manager il primo giorno di lavoro

primo giorno di lavoro
Che tu stia per entrare in
una startup innovativa,
una piccola impresa familiare,
un lussuoso store in centro
o una multinazionale,

il tuo approccio iniziale farà una differenza enorme
tra il successo e il fallimento
della tua permanenza in azienda.

Come comportarsi il primo giorno di lavoro?

“Chi ben comincia…” dice il detto.
E quale inizio è più importante del primo giorno di lavoro?

Ti stanno aspettando.
Sarai stimolato ed emozionato.
Ti troverai davanti a difficoltà e opportunità.

Il tuo obiettivo è uno solo:
sfruttare al meglio ogni situazione,
a partire dal giorno uno.

Ecco 13 suggerimenti per partire con il piede giusto.

1. Dormire bene

Se vuoi essere lucido, reattivo e presente,
devi essere riposato.

La notte prima non basta.
Gli esperti parlano di un periodo di “riallineamento”.

Tradotto:
vai a dormire prima e svegliati prima
almeno due settimane prima dell’inizio.

Lo so, suona poco comodo.
Ma funziona.

2. Controllare il tragitto casa–lavoro

Arrivare in ritardo il primo giorno è imperdonabile.
Punto.
Prova il percorso prima del “grande giorno”.
Considera l’effetto ora di punta.

Hai un piano B?
(Scioperi, maltempo, imprevisti.)

Calcola il tempo reale
e aggiungi altri 10 minuti di margine.

Arrivare un po’ in anticipo non è mai un problema.

3. Vestirsi professionalmente

Il modo in cui ti vesti
influenza il modo in cui verrai trattato.

Curato = affidabile.
Trasandato = disorganizzato (almeno all’inizio).

Ti piaccia o no,
il tuo aspetto parla prima di te.

Abbigliamento, capelli, mani, alito, profumo (discreto):
tutto contribuisce all’immagine che dai.

4. Avere un atteggiamento positivo

Nulla funziona meglio, il primo giorno,
di un atteggiamento positivo.

Postura dritta.
Passo deciso.
Stretta di mano schietta.
Sorriso sincero (non caricaturale).

Evita l’entrata da star.
Niente proclami.

Qualche battuta?
Poche e appropriate.
Se non è il tuo stile, lascia perdere.

5. Salutare il team personalmente

È spesso sottovalutato.
Ed è un errore.

Salutare ogni persona del team
pone una base fondamentale per la relazione.

Le persone vogliono sentirsi viste.
Non solo contate.

6. Imparare i nomi dei collaboratori

Nessuno si aspetta che li impari subito.
Ma farlo il prima possibile è essenziale.

Un nome non è solo educazione.
È identità.

Usare il nome crea legame,
riconoscimento,
rispetto.

Quando chiami una persona per nome,
stai dicendo: ti vedo.

7. Non essere te stesso (non ancora)

La parola chiave è moderazione.

Se sei molto energico, abbassa un po’ il volume.
Se sei molto pacato, alzalo leggermente.

È il primo giorno.
Osserva.
Registra.
Adattati all’ambiente.

L’umorismo?
Solo se ce l’hai davvero.

8. Parlare meno, ascoltare di più

Ascoltare è il modo più rapido per costruire fiducia.

Non “sentire”.
Ascoltare davvero.

Nei primi giorni:
ascolta bisogni, dubbi, aspettative.
Chiedi feedback.
Poi decidi.

Chi sa ascoltare
non ha paura del confronto.

Ed è sempre percepito come leader.
Leggi il post per approfondire.

9. Capire la cultura aziendale

Osserva i segnali non detti:

  • Orari flessibili o rigidi?
  • Ambiente formale o informale?
  • Collaborazione o individualismo?

Capirlo ti evita autogol
nei “primi minuti di gioco”.

10. Prestare attenzione all’istinto

Nei primi giorni il tuo sguardo è pulito.
Non ancora condizionato.

Tutto appare come è.
Tutto si mostra come è.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo capo o manager.

Scrivi tutto:
sensazioni,
persone,
dinamiche.

Questa percezione “pura” diventerà via via sempre più sfuggente e poi sparirà.
Per sempre.

11. Evitare proclami e critiche ai predecessori

  • “Da oggi cambia tutto.”
  • “Finalmente aria nuova.”

No!

Criticare chi non c’è più è facile.
E ti fa sembrare poco sincero.

Se devi parlare del passato,
attieniti ai fatti.

Con rispetto.

12. Non partire subito con i cambiamenti

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader
spingere subito sul cambiamento
può sembrare coraggioso.

Spesso è solo avventato.

Studia prima l’ambiente: processi, persone, impatti.

  • Come sono prese le decisioni?
  • Quali saranno gli impatti operativi e finanziari?
  • Come la prenderanno le persone coinvolte?
  • Saranno contente, resisteranno oppure “remeranno” contro?

Resisti alla tentazione di cambiare subito in modo compulsivo.

Il cambiamento arriverà.
Ma con criterio.
Strategia.

13. Salutare il team personalmente (di nuovo?)

Sì, lo abbiamo già detto.

Ora però è fine giornata.

Passa a salutare.
Una buonasera.
Un arrivederci.

È un gesto piccolo.
Ma costruisce grandi relazioni.

Non sottovalutare mai il potere delle relazioni.

Primo giorno di lavoro?

Usa questi spunti come linee guida,
non come regole rigide.

Se vuoi un supporto mirato e personalizzato
per partire con il piede giusto:

Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

L’importante è una cosa sola:
partire bene.

Buona fortuna!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

Leggi anche la parte 1.

4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

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“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” … non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.
Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

 


 

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

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Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri, ci sbagliamo di grosso.

Al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

 


 

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Continua a leggere la parte 2.