10 motivi perchè il tuo team ti detesta (e forse non sai neanche il perché)

gestione del team

Il tuo team ti detesta.
Non ti sopporta.
Ti odia.

Davvero?

Probabilmente no.

Ma potrebbe esserci qualcuno che vive male la tua gestione del team e tu potresti non essertene accorto.

Prima di pensare che questo articolo non ti riguardi, prova a leggere i 10 punti che seguono.

Non servono comportamenti da tiranno.

A volte bastano abitudini che consideriamo perfettamente normali.

Spesso non siamo consapevoli di come gestiamo il team

Puoi essere convinto che il tuo comportamento sia professionale, corretto e perfettamente adeguato al tuo ruolo.

Eppure alcuni atteggiamenti che per te sono normali possono essere percepiti dai collaboratori come distanza, arroganza, sfiducia o mancanza di rispetto.

Succede anche in buona fede.

Per mancanza di tempo.
Per stress.
Per superficialità.

Perché siamo concentrati sui risultati e prestiamo meno attenzione a come ci relazioniamo con le persone.

La domanda interessante allora non è:

“Perché il mio team è così permaloso?”

Ma:

“C’è qualcosa nel mio modo di gestire le persone che contribuisce al problema?”

Non sempre il problema è ciò che fai.
A volte è ciò che fai senza accorgerti dell’effetto che produce sugli altri.

Ecco 10 comportamenti sui quali vale la pena interrogarsi sulla tua gestione del team.

1. Tratti i collaboratori senza rispetto

Il rispetto non si pretende soltanto perché sulla tua firma compare una qualifica da responsabile.

Si costruisce anche attraverso comportamenti apparentemente piccoli.

Per esempio:

  • interrompere continuamente mentre qualcuno sta parlando;
  • correggere una persona davanti agli altri quando non è necessario;
  • dare consigli non richiesti, anche sulla vita privata;
  • utilizzare continuamente parole come “sempre” e “mai”;
  • parlare di un collaboratore come se non fosse presente.

“Sei sempre in ritardo.”
“Ogni volta sbagli qualcosa.”

Sono frasi semplici.

Ma spostano l’attenzione dal comportamento alla persona.

Puoi essere esigente senza essere svalutante.

2. Sei professionale, ma gelido e indisponente

Essere professionali non significa essere freddi.

Quando un collaboratore ti parla, che cosa percepisce?

Attenzione?
Interesse?
Oppure la sensazione che tu stia aspettando soltanto che finisca?

Puoi anche annuire, guardarlo e dire:

“Certo, capisco.”

Ma se nel frattempo controlli il telefono, guardi lo schermo o pensi già alla prossima cosa da fare, la tua assenza si sente.

Per un collaboratore è frustrante scoprire che una richiesta o un problema sono stati ascoltati soltanto a metà.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

3. Sei incongruente e fai promesse che non mantieni

Dici una cosa.
Poi ne fai un’altra.

Prometti di occuparti di un problema e non lo fai.
Chiedi puntualità e sei il primo ad arrivare in ritardo.

Inviti le persone a proteggere il proprio tempo libero e poi mandi continuamente messaggi di lavoro durante il fine settimana.

La fiducia si costruisce anche attraverso la coerenza tra ciò che chiedi e ciò che fai.

Naturalmente può capitare di non riuscire a mantenere un impegno.

In quel caso spiegalo.

Il problema non è cambiare idea.

È comportarsi come se la promessa non fosse mai esistita.

4. Sottolinei errori e carenze con sarcasmo

Davanti al team.
Ai colleghi.

Magari persino davanti a un cliente.

“Finalmente ce l’hai fatta.”
“Miracolo!”
“Questa volta non hai sbagliato.”

Può sembrare una battuta.

Per chi la riceve potrebbe non esserlo affatto.

Se devi correggere un comportamento, fallo direttamente.

Il sarcasmo non rende più leggero un feedback che umilia la persona.

E soprattutto non utilizzare il pubblico per aumentare il peso della correzione.

5. Sei un maniaco del controllo

Vuoi verificare tutto.

E-mail.
Preventivi.
Documenti.
Decisioni.

Anche quelle più piccole.

Niente parte senza il tuo “OK”.

A volte il controllo nasce da una buona intenzione: vuoi evitare errori e garantire la qualità.

Ma se tutto deve passare continuamente da te, il messaggio che arriva può essere molto diverso:

“Non mi fido abbastanza di te.”

6. Non condividi le informazioni

Trattieni informazioni che potrebbero essere utili al team.

Comunichi soltanto quando è strettamente necessario.

Coinvolgi le persone quando le decisioni sono già state prese.

Poi ti sorprendi se iniziano supposizioni, interpretazioni e voci di corridoio.

Naturalmente un responsabile non può e non deve condividere tutto della gestione del team.

Ma quando un’informazione può aiutare una persona a capire meglio che cosa sta facendo, perché lo sta facendo e verso quale obiettivo state andando, condividerla può fare una grande differenza.

A volte dire:

“Ti aggiorno su quello che sta succedendo.”

significa anche:

“Ti considero parte di questo lavoro.”

7. Non ti sporchi mai le mani

Sei molto bravo ad assegnare il lavoro.

Molto meno a esserci quando il momento diventa difficile.

Essere leader non significa fare il lavoro al posto dei collaboratori.

E neppure intervenire continuamente.

Ma ci sono momenti in cui il team deve percepire che non stai semplicemente osservando la fatica degli altri dalla distanza.

Una scadenza complicata.
Un’emergenza.
Un cliente difficile.
Un periodo particolarmente pesante.

A volte la tua presenza concreta vale più di molti discorsi sulla squadra.

8. Sei teso tutto il tempo

Corri.
Controlli.
Sbuffi.
Entri ed esci.
Cambi continuamente priorità.

Chiedi una cosa e cinque minuti dopo ne chiedi un’altra.

Forse sei semplicemente sotto pressione.

Ma il tuo stato può diventare parte dell’ambiente di lavoro.

Il modo in cui gestisci la pressione non riguarda soltanto te.

Un responsabile agitato può trasmettere urgenza anche quando non ce n’è bisogno.

E se quando esci dall’ufficio tutti sembrano rilassarsi improvvisamente, forse vale la pena chiedersi perché.

9. Manifesti simpatie e preferenze personali

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Non siamo macchine.

Il problema nasce quando questa sintonia comincia a influenzare la tua gestione del team.

Vai sempre a pranzo con gli stessi.
Coinvolgi sempre gli stessi.
Perdoni ad alcuni ciò che rimproveri ad altri.
Condividi informazioni con il tuo piccolo gruppo di fiducia.

Non devi avere lo stesso rapporto con tutti. Devi però cercare di utilizzare criteri coerenti.

Alcuni collaboratori, per ruolo o responsabilità, saranno necessariamente più coinvolti di altri.

L’importante è che una differenza professionale non diventi un favoritismo personale.

10. Non prendi le difese del tuo team

Un collaboratore viene trattato ingiustamente da un cliente.

Il tuo responsabile lo attacca davanti a tutti.

Qualcuno gli manca apertamente di rispetto.

E tu?
Niente.

Non significa che devi difendere sempre e comunque un collaboratore.

Se ha sbagliato, l’errore va affrontato.

Ma una cosa è correggere una persona.

Un’altra è lasciarla sola mentre viene trattata in modo ingiusto o irrispettoso.

Puoi intervenire senza fare l’eroe e senza trasformare ogni situazione in uno scontro.

A volte basta dire:

“Fermiamoci un momento. Vorrei capire bene che cosa è successo.”

Oppure:

“Su questo punto preferisco confrontarmi prima con lui e poi le faccio sapere.”

Difendere il team non significa coprire gli errori. Significa non abbandonare le persone quando la situazione diventa difficile.


Vuoi essere più assertivo?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il tuo team ti detesta davvero?

Probabilmente il titolo esagera.
Ed è proprio questo il punto.

Non serve arrivare all’odio perché un rapporto tra leader e collaboratori cominci a deteriorarsi.

Può iniziare molto prima.

Con una promessa dimenticata.
Un’interruzione continua.
Una battuta sarcastica.
Un controllo di troppo.
Una preferenza troppo evidente.

Una persona che ti parla e sente che non la stai ascoltando.

Presi singolarmente possono sembrare dettagli.

Ripetuti nel tempo, diventano il modo in cui le persone vivono la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nella gestione del team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima però puoi farti una domanda molto semplice:

“Quale di questi 10 comportamenti potrebbero riconoscere in me i miei collaboratori?”

Non quello che riconosci tu.

Quello che riconoscerebbero loro.

Come entrare in una stanza piena di gente come un vero leader

entrare come un leader

Non importa che tu sia un manager affermato, un imprenditore conosciuto o un professionista all’inizio della carriera.

Quando entri in una stanza, le persone iniziano a farsi un’impressione di te prima ancora che tu abbia detto una parola.

Può essere un ufficio.
Una sala riunioni.
Un colloquio di lavoro.
Un evento professionale.

Potresti incontrare collaboratori, colleghi, clienti, responsabili o persone che non hai mai visto prima.

Non puoi controllare ciò che penseranno di te.

Puoi però essere più consapevole di come entri, come ti muovi e come occupi quello spazio.

Se non gestisci la tua presenza, saranno gli altri a interpretarla

Entrare con autorevolezza non significa fare un ingresso teatrale.

Non devi impressionare.
Non devi sembrare importante.
E non devi costruirti un personaggio.

Significa piuttosto evitare che fretta, tensione, insicurezza o impreparazione parlino al posto tuo.

E questo comincia molto prima di attraversare la porta.

1. Prima di entrare, riduci il nervosismo

Se sei agitato, non cercare necessariamente di trasformarti in una persona improvvisamente sicura di sé.

Concediti qualche minuto.

Respira.

Rallenta.

Può aiutarti ricordare una situazione professionale nella quale ti sei sentito competente e a tuo agio.

Non per convincerti di essere invincibile.

Semplicemente per spostare l’attenzione dalla paura di essere giudicato a ciò che sai fare.

Anche ascoltare musica, fare due passi o dedicarti per qualche minuto a qualcosa che ti rilassa può aiutarti ad arrivare con uno stato d’animo diverso.

L’obiettivo non è caricarti.

È entrare presente.

2. Preparati prima

Che si tratti di una conferenza, una riunione, un colloquio o un evento aziendale, una parte della sicurezza nasce da qualcosa di molto poco spettacolare:

la preparazione.

Informati prima su:

  • luogo e orario;
  • persone che incontrerai;
  • obiettivo dell’incontro;
  • eventuale materiale necessario;
  • abbigliamento adeguato al contesto;
  • percorso e tempo necessario per arrivare.

Arrivare trafelato perché non trovavi parcheggio o scoprire all’ultimo momento di avere frainteso luogo, orario o tipo di incontro non aiuta.

Gli imprevisti capitano.

Le disattenzioni evitabili sono un’altra cosa.

Una presenza autorevole comincia spesso da qualcosa di molto semplice: arrivare preparati.

3. Cura il tuo aspetto senza trasformarlo in una recita

Naturalmente vuoi essere apprezzato per ciò che sai fare, non per come sei vestito.

Ma anche l’aspetto contribuisce alla prima impressione.

Non significa seguire necessariamente le ultime tendenze o vestirsi per impressionare.

Significa presentarsi in modo curato, appropriato alla situazione e coerente con il proprio ruolo.

Sobrio non significa anonimo.
Elegante non significa ingessato.

E soprattutto:

non lasciare che quello che indossi diventi più importante della persona che lo indossa.

4. Quando entri, non avere fretta di “fare qualcosa”

Questo è forse uno degli errori più comuni quando vuoi entrare come un leader.

Entri e senti immediatamente il bisogno di:

salutare qualcuno,
tirare fuori il telefono,
cercare una persona conosciuta,
parlare,
fare qualcosa con le mani.

Invece puoi semplicemente entrare.

Fermarti un istante.

Guardarti intorno.
Capire dove sei.
Individuare le persone.
Poi muoverti.

Non serve camminare lentamente per sembrare sicuro.

Serve evitare che l’agitazione trasformi i tuoi movimenti in una corsa.

5. Non cercare di conquistare tutta la stanza

Se conosci già qualcuno, puoi naturalmente iniziare da quella persona.

Se non conosci nessuno, osserva.

Una persona da sola o un piccolo gruppo possono rendere più semplice iniziare una conversazione.

Non devi comportarti come se fossi il padrone di casa.
Non devi stringere dieci mani in trenta secondi.
E non devi dimostrare di essere perfettamente a tuo agio se non lo sei.

Un semplice:

“Buongiorno, sono Michele.”

oppure:

“Buonasera, credo che non ci siamo ancora presentati.”

può bastare.

L’autorevolezza non ha bisogno di fare rumore appena entra.

6. Cura la postura, senza metterti in posa

Il corpo comunica.

Ma non esiste una postura magica che ti trasformi automaticamente in una persona autorevole.

Non devi allargarti.
Occupare più spazio possibile.
Tenere il petto in fuori.

O assumere una fantomatica “posizione di potere” quando vuoi entrare come un leader.

Cerca piuttosto una postura naturale, aperta e stabile.

Testa non continuamente abbassata.
Spalle non contratte.
Movimenti non eccessivamente nervosi.
Braccia e mani libere di accompagnare ciò che dici.

Ne ho parlato più approfonditamente nell’articolo “14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader”.

Non devi usare il corpo per recitare la parte del leader.
Devi evitare che il corpo indebolisca cosa vuoi comunicare.

7. Usa lo sguardo per entrare in relazione

Non devi fissare le persone.

E neppure obbligarti a mantenere continuamente il contatto visivo.

Quando entri, guardati intorno.
Quando saluti qualcuno, guardalo.
Quando una persona ti parla, falle sentire che la stai ascoltando.

Poi distogli tranquillamente lo sguardo quando è naturale farlo.

Il contatto visivo funziona quando accompagna la relazione, non quando diventa una tecnica.

Lo stesso vale per il sorriso.

Non serve averlo stampato sul viso.

Un sorriso spontaneo nel momento dell’incontro può comunicare apertura molto meglio di un’espressione costruita per sembrare sicuri di sé.

8. Lascia che le mani accompagnino le parole

Se vuoi entrare come un leader, non devi studiare ogni gesto.

E soprattutto non devi pensare:

“Adesso devo muovere le mani per sembrare autorevole.”

Sarebbe il modo più rapido per diventare artificiale.

Se gesticoli naturalmente, lascia che le mani accompagnino ciò che dici.
Se gesticoli poco, non devi trasformarti.

Presta attenzione soprattutto ai gesti che nascono dalla tensione:

giocherellare continuamente con la penna,
toccare il telefono,
sistemarsi ripetutamente gli abiti,
stringere e sfregare le mani senza accorgersene.

Non perché un singolo gesto riveli insicurezza.

Ma perché un insieme di movimenti agitati può rendere meno stabile la tua presenza.

9. Sposta l’attenzione da te agli altri

Quando entri in una stanza pensando:

“Come sembro?”
“Mi staranno guardando?”
“Che impressione sto facendo?”

tutta la tua attenzione rimane concentrata su di te.

Prova a cambiare domanda.

“Chi c’è qui?”
“Con chi posso parlare?”
“Che cosa posso capire di queste persone?”
“Chi sembra un po’ spaesato quanto me?”

È un cambiamento piccolo, ma importante.

Entrare come un leader non nasce soltanto dalla sicurezza che mostri.

Nasce anche dalla qualità dell’attenzione che riesci a dare agli altri.


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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Entrare come un leader non significa sembrare un leader

È questa, alla fine, la distinzione più importante.

Puoi avere l’abito perfetto.

La postura studiata.
Il sorriso preparato.
Lo sguardo allenato.

E risultare comunque artificiale.

Oppure puoi entrare con calma, osservare, salutare, ascoltare e occupare il tuo spazio senza bisogno di dimostrare continuamente qualcosa.

La presenza non è una posa.

È il modo in cui voce, sguardo, postura, movimenti e attenzione agli altri diventano coerenti con ciò che vuoi comunicare.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te

collaboratori più anziani
Cosa c’è di più bello di vedere la luce negli occhi di un giovane manager.

Idee.
Visioni.
Energia.

Voglia di lasciare il segno.

Poi però arriva la realtà.

Sei in una posizione di leadership… e gestisci collaboratori più anziani, più esperti e più navigati.

E lì iniziano i dubbi:

“Come li motivo?”
“Come evito attriti?”
“Mi rispetteranno?”

Gestire collaboratori più anziani: 7 errori da evitare.

Spesso questi errori nascono da stereotipi.
Vediamoli.

1. Arrivare e cambiare tutto. Subito

“Adesso sistemiamo tutto.”

Errore.

Chi lavora lì da anni ha visto:

  • tanti capi
  • tanti cambiamenti
  • tante “rivoluzioni” inutili

Prima capisci.
Poi cambi.

Studia:

  • contesto
  • dinamiche
  • storia

Altrimenti trovi solo resistenza.

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho parlato di Jonathan che si è presentato al nuovo lavoro pronto a picconare e cambiare tutto ma …

2. Ignorare le differenze d’età

Persone diverse = vite diverse.

Molti collaboratori più senior hanno:

  • famiglia
  • figli
  • responsabilità

Non vivono il lavoro come lo vivi tu.

Serve comprensione, flessibilità e un pizzico di umanità

3. Non chiedere (per paura di sembrare debole)

“Devo dimostrare che so.”

E quindi:
fai tutto da solo.

Errore enorme.

I collaboratori più esperti sono una risorsa:

  • conoscono clienti
  • conoscono problemi
  • conoscono soluzioni

Coinvolgili.

Non perdi autorevolezza.
La costruisci.

4. Pensare: “Non mi rispetteranno”

Normale pensarlo.

Succede.

Ma attenzione:
non deve guidare il tuo comportamento.

Sai perché?

Il rispetto non arriva dall’età.

Piuttosto da:

  • come lavori
  • come comunichi
  • come gestisci le persone

Fai bene il tuo lavoro… e l’età diventa irrilevante.

5. Dimostrare a tutti i costi chi comanda

“Qui comando io.”

No.

Questo crea tensione, competizione e resistenza.

Non serve imporre.
Serve guidare.

Evita anche battute tipo “nonno”, “zio”… anche se scherzose.

6. Non essere equo

“È più esperto… lascio correre.”
Errore.

Se eviti di affrontare problemi:
perdi credibilità.

Anche con gli altri.

Feedback difficile?
Sì.

Necessario?
Sempre.

A questo proposito leggi il mio post su:
Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

7. Pensare che siano “superati”

“Sono lenti.”
“Non capiscono.”
“Non si aggiornano.”

A volte è vero.
Ma spesso no.

È un pregiudizio.

Non dare per scontato che non sappiano usare tecnologia o che non vogliano imparare.

Mantieni la mente aperta.

Il punto chiave

Collaboratori più anziani? Non è una questione di età.

Ma piuttosto di:

motivazione,
competenze,
atteggiamento.

Conosci davvero le persone

Prenditi il tempo per capire:

  • cosa li motiva
  • cosa li frustra
  • come vogliono essere gestiti

Potresti scoprire che…
avete molto più in comune di quanto pensi.

Collaboratori più anziani: le differenze sono un vantaggio

Un team con età diverse ha più prospettive, più esperienza e maggiori soluzioni.

Se lo sai gestire.

Conclusione

Non devi dimostrare di essere il più bravo.

Devi dimostrare di saper guidare.

E questo passa da:

  • ascolto
  • rispetto
  • intelligenza relazionale

Non farti bloccare dall’età.
Né dalla tua… né dalla loro.

Perché un leader non si misura in anni.
Ma da come fa crescere le persone.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Pensa come un coach, muoviti come un coach

manager coach

Che il tuo team sia composto da una persona o da cento, difficilmente otterrai il meglio se tutti aspettano continuamente che sia tu a dire che cosa fare, come farlo e quando farlo.

Hai bisogno anche di collaboratori capaci di pensare con la propria testa.

Assumersi responsabilità.
Portare idee.

Affrontare problemi senza aspettare sempre la soluzione dall’alto.

È qui che alcuni principi del coaching possono diventare interessanti anche per chi guida un team.

Essere leader non significa diventare manager coach

Utilizzare un approccio coaching non significa rinunciare al proprio ruolo di responsabile.

Ci sono momenti in cui devi decidere.

Dare indicazioni.
Stabilire una priorità.
Correggere.

Dire chiaramente:

“Facciamo così.”

Ma ce ne sono altri in cui fornire immediatamente la risposta migliore toglie al collaboratore la possibilità di ragionare, assumersi responsabilità e trovare una propria soluzione.

Il punto non è quindi trasformarti nel coach dei tuoi collaboratori.

È ampliare il tuo modo di guidarli.

Un leader non deve avere sempre la risposta pronta.
A volte deve saper creare lo spazio perché sia il collaboratore a trovarla.

Ecco alcuni modi per farlo.

1. Ascolta e fai domande

Quando qualcuno arriva con un problema, la tentazione è intervenire immediatamente.

Spiegare.
Correggere.
Risolvere.

A volte è necessario.

Altre volte puoi fermarti un momento e fare una domanda.

Invece di:

  • “Non hai ancora finito?”

puoi chiedere:

  • “A che punto sei?”

Invece di:

  • “Perché hai fatto questo errore?”

puoi provare con:

  • “Che cosa è successo?”

Oppure:

  • “Che cosa faresti diversamente la prossima volta?”

E davanti a un problema:

  • “Come pensi che potremmo affrontarlo?”

Non si tratta semplicemente di rendere le domande più gentili.

La differenza è nella responsabilità che lasci all’altra persona.

2. Osserva e approfondisci

Non accontentarti sempre della prima spiegazione.

Un collaboratore non rispetta una scadenza.
Un altro sembra demotivato.
Due persone continuano a entrare in conflitto.

Puoi intervenire immediatamente sul comportamento.

Oppure, come un manager coach, puoi cercare di capire meglio che cosa sta succedendo.

  • “Da quanto tempo succede?”
  • “In quali situazioni accade soprattutto?”
  • “Che cosa sta rendendo difficile il lavoro?”

Approfondire non significa trasformare ogni problema in una seduta di coaching.

Significa evitare di intervenire sui sintomi quando il problema è altrove.

3. Distribuisci responsabilità, non soltanto compiti

C’è una differenza tra dire:

“Fai questo entro venerdì.”

e chiedere a una persona di assumersi realmente la responsabilità di un risultato.

Nel primo caso assegni un’attività.

Nel secondo definisci l’obiettivo, chiarisci i confini e lasci uno spazio nel quale il collaboratore può decidere come arrivarci.

Naturalmente autonomia e responsabilità devono essere adeguate all’esperienza, alle competenze e al ruolo della persona.

Ma se decidi sempre tutto tu, non puoi sorprenderti se il team continua a dipendere da te.

Se vuoi collaboratori più autonomi, devi lasciare anche uno spazio nel quale esercitare l’autonomia.

4. Sviluppa le persone, non soltanto il lavoro

Quando la pressione aumenta, è facile concentrarsi esclusivamente su ciò che deve essere fatto.

La scadenza.
Il cliente.
Il risultato.
Il problema da risolvere.

Ma guidare un team significa anche chiedersi:

  • “Che cosa può imparare questa persona da questa situazione?”
  • “Quale responsabilità potrebbe assumersi?”
  • “Dove ha bisogno di crescere?”

Non significa trasformare ogni giornata in un’attività formativa.

Significa non considerare il collaboratore soltanto qualcuno al quale assegnare compiti.

Un team cresce anche quando crescono le persone che ne fanno parte.

5. Facilita l’apprendimento

Se ogni volta che emerge un problema intervieni con la soluzione, probabilmente andrai più veloce.

Quella volta.

Ma la volta successiva potresti ritrovarti davanti allo stesso problema e alla stessa richiesta:

“Che cosa devo fare?”

Puoi invece aiutare la persona a ricostruire ciò che è successo:

  • che cosa ha funzionato;
  • che cosa non ha funzionato;
  • che cosa ha imparato;
  • che cosa potrebbe fare diversamente la prossima volta.

Dare una risposta risolve un problema. Aiutare qualcuno a ragionare può renderlo più capace di affrontare anche il prossimo.

6. Mantieni il focus

Fare domande non significa lasciare che la conversazione vada ovunque.

Il ruolo del responsabile rimane.
L’obiettivo deve essere chiaro.

Così come devono esserlo aspettative, responsabilità e risultati.

Se la conversazione si disperde, riportala al punto.

“Qual è il problema che dobbiamo risolvere?”
“Qual è il risultato che vogliamo ottenere?”
“Qual è il prossimo passo concreto?”

Un approccio coaching non elimina direzione e responsabilità.

Le rende più partecipate quando è possibile farlo.

7. Assicurati che ci sia comprensione

Hai spiegato.
Hai dato un feedback.
Avete concordato cosa fare.

Non dare automaticamente per scontato che entrambi abbiate capito la stessa cosa.

Puoi chiedere:

“Come procediamo quindi?”
“Qual è la priorità che ti porti via da questo confronto?”
“Che cosa farai come primo passo?”

Non è un interrogatorio.

È un modo semplice per verificare che una conversazione abbia prodotto chiarezza e non soltanto parole.

Il manager coach sfida prima di tutto se stesso

Forse è questo il punto più difficile.

Fare un passo indietro quando avresti già la soluzione.

Ascoltare fino in fondo.

Resistere alla tentazione di correggere immediatamente.

Lasciare che qualcuno trovi una strada diversa dalla tua.

Accettare che autonomia significhi anche non avere tutto sotto controllo.

Non sempre è possibile.
E non sempre è opportuno.

Ma se vuoi un team capace di assumersi maggiori responsabilità, non puoi essere contemporaneamente la persona che decide, risolve e controlla tutto.

Pensa come un manager coach quando serve.

Fai domande.
Ascolta.
Approfondisci.

Poi torna pienamente nel tuo ruolo di leader quando è il momento di decidere.

L’approccio coaching non sostituisce la leadership.
Aggiunge uno strumento: aiutare le persone a diventare progressivamente meno dipendenti dalle tue risposte.

Se senti che nella gestione del tuo team finisci per intervenire, decidere o risolvere troppo spesso al posto degli altri, contattami.

Possiamo partire proprio dal tuo modo di guidare le persone.

Il segreto definitivo per piacere al tuo team

piacere al team

Ti sei mai chiesto che cosa fare per piacere al team?

Come comportarti.
Che cosa dire.
Quanto essere disponibile.
Quando lasciar correre.
Come evitare di creare tensioni.

È comprensibile.

Nessun responsabile desidera entrare in ufficio e percepire ostilità, distanza o insofferenza da parte del proprio team.

Il problema nasce quando il desiderio di avere una buona relazione si trasforma nel bisogno di essere apprezzati.

Perché da quel momento potresti iniziare a prendere decisioni non più in funzione di ciò che ritieni giusto, ma della reazione che temi di provocare.

Il bisogno di piacere al team può complicare la leadership

Un collaboratore sta lavorando male, ma rimandi il confronto.

Devi dire no a una richiesta, ma cerchi una soluzione che non scontenti nessuno.

Dovresti correggere un comportamento, ma temi di compromettere il rapporto.

Hai preso una decisione impopolare e senti immediatamente il bisogno di giustificarla più del necessario.

Perché?

A volte perché essere apprezzati è rassicurante.

Specialmente quando non ci sentiamo ancora completamente solidi nel nostro ruolo.

Ma guidare un team significa anche affrontare situazioni nelle quali qualcuno potrebbe non essere contento di ciò che decidi.

Se hai bisogno che tutti siano contenti di te, alcune decisioni necessarie diventeranno molto difficili da prendere.

Cercare di piacere può farti perdere autorevolezza

Il problema non è essere gentili.

Non è avere un buon rapporto con i collaboratori.

Non è ridere insieme, interessarsi alle persone o creare un ambiente piacevole.

Tutto questo è importante.

Il problema comincia quando la relazione diventa il criterio con cui prendi le decisioni.

Potresti iniziare a:

  • evitare conversazioni difficili;
  • concedere eccezioni che non concederesti ad altri;
  • tollerare comportamenti che andrebbero affrontati;
  • dire sì quando vorresti o dovresti dire no;
  • cercare continuamente conferme sul tuo operato.

E a quel punto succede qualcosa di paradossale.

Nel tentativo di preservare la relazione, rischi di renderla meno chiara.

I collaboratori non sanno più dove siano i confini.

Non capiscono fino a che punto possono spingersi.

E tu potresti accumulare irritazione proprio perché continui ad accettare cose che non vorresti accettare.

Non devi scegliere tra essere apprezzato ed essere autorevole

È una falsa alternativa.

Non devi diventare rigido per dimostrare di essere forte.

E non devi creare distanza per ricordare agli altri che sei il responsabile.

Puoi essere disponibile e dire no.
Puoi ascoltare e poi decidere diversamente.
Avere un buon rapporto con una persona e darle un feedback che non le piacerà.

Puoi comprendere una difficoltà senza necessariamente accettare qualsiasi comportamento.

Puoi dire:

  • “Capisco la tua richiesta, ma questa volta non posso accoglierla.”

Oppure:

  • “So che quello che sto per dirti potrebbe non farti piacere, ma dobbiamo affrontare questo punto.”

O ancora:

  • “Ti ascolto volentieri, ma la decisione rimane questa.”

Autorevolezza e relazione non sono opposte.

La difficoltà sta nel riuscire a mantenere entrambe.

È un tema che ho approfondito anche in “Troppo buono? Occhio alla leadership”.

Non cercare di piacere a tutti

Ci saranno collaboratori con i quali avrai maggiore sintonia.

Altri con cui il rapporto sarà più professionale.

Qualcuno apprezzerà il tuo modo di guidare. Qualcun altro meno.

Non puoi controllarlo completamente.

E probabilmente non dovresti neppure provarci.

Ciò che puoi controllare è altro.

Essere corretto.
Essere coerente.
Ascoltare.
Spiegare quando serve.
Prendere posizione.
Riconoscere un errore.

Utilizzare criteri il più possibile equi.

E assumerti la responsabilità delle tue decisioni.


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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

E allora qual è il segreto definitivo per piacere al team?

Probabilmente smettere di cercare di piacergli.

Non nel senso di disinteressarti delle persone.

Esattamente il contrario.

Significa prendere abbastanza sul serio il rapporto da non costruirlo sull’approvazione.

Essere disponibile senza diventare compiacente.
Essere vicino senza perdere il ruolo.
Essere fermo senza diventare rigido.

E accettare che, qualche volta, una buona decisione possa anche non piacere.

Il rispetto che costruisci nel tempo vale più dell’approvazione che riesci a ottenere sul momento.

Se senti che il bisogno di evitare tensioni, dire sempre sì o essere apprezzato sta rendendo più difficile il tuo ruolo di responsabile, contattami.

Possiamo lavorare proprio sul modo in cui eserciti autorevolezza senza perdere la qualità della relazione con il team.

6 motivi perché non ascolti mai i tuoi collaboratori

ascoltare collaboratori

Se non sai ascoltare, come puoi pretendere di ascoltare i collaboratori?

Ascoltare non significa semplicemente sentire.

Puoi essere davanti a un collaboratore, annuire, guardarlo e perfino rispondergli senza aver realmente ascoltato ciò che stava cercando di dirti.

Magari hai già deciso che cosa pensare.

Stai preparando la risposta.

Oppure hai capito le prime tre parole e sei già arrivato alle tue conclusioni.

Per un collaboratore è frustrante scoprire che una richiesta, una difficoltà o un punto di vista sono stati ascoltati a metà, fraintesi o liquidati troppo velocemente.

Non significa che devi essere sempre disponibile.

E neppure che devi essere d’accordo.

Significa concedere all’altra persona, quando decidi di ascoltarla, la tua attenzione reale.

Ascoltare non significa dare ragione.
Significa capire prima di decidere che cosa farne.

Perché allora è così difficile ascoltare i collaboratori?

Ecco 6 motivi.

1. Non hai tempo

Siamo realistici.

Hai una riunione tra dieci minuti.
Una scadenza da rispettare.
Un cliente che aspetta una risposta.
Un problema da risolvere.

E proprio in quel momento un collaboratore arriva con:

“Hai cinque minuti?”

La tentazione è ascoltare mentre continui a leggere l’e-mail, guardare l’orologio o pensare alla riunione successiva.

Ma l’ascolto non dipende soltanto dalla quantità di tempo. Dipende dalla qualità dell’attenzione.

Cinque minuti di attenzione reale possono essere più utili di venti trascorsi facendo altro.

E se quei cinque minuti non li hai?

Dillo.

  • “Adesso non riesco ad ascoltarti come vorrei. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, ricordati di farlo.

2. Sei troppo concentrato sull’azione

Hai un problema?
Risolviamolo.

C’è qualcosa che non funziona?
Correggiamolo.

Qualcuno arriva con una difficoltà?
Troviamo subito la soluzione.

Essere orientati all’azione è una qualità importante.

Ma può diventare un limite quando inizi a risolvere un problema prima ancora di averlo compreso.

Il collaboratore sta ancora parlando e tu stai già pensando:

“Ho capito. Facciamo così.”

Forse hai davvero capito.

Oppure hai capito soltanto ciò che ti aspettavi di sentire.

Se mentre l’altro parla stai già preparando la risposta, una parte del tuo ascolto è già finita.

3. Pensi di sapere già tutto

Ci sono conversazioni che sembrano prevedibili.

Conosci quella persona.
Conosci quel problema.

È già successo.

Sai già dove vuole arrivare.

E così interrompi.

  • “Sì, sì. Ho capito.”
  • “So già cosa vuoi dirmi.”
  • “Aspetta, fammi indovinare…”

Può anche darsi che tu abbia ragione.

Ma se parti dalla convinzione di conoscere già il finale, rischi di non accorgerti di ciò che questa volta è diverso.

Ascoltare i collaboratori richiede anche la disponibilità a scoprire che la tua prima interpretazione potrebbe essere incompleta.

4. Ti annoi

Non tutti comunicano nello stesso modo.

C’è chi arriva subito al punto.
Chi deve contestualizzare.
Chi ripete.
Chi apre parentesi.
Chi impiega dieci minuti per raccontare qualcosa che tu avresti spiegato in due.

E magari dopo un po’ pensi:

  • “Dove vuole arrivare?”

Ascoltare non significa però lasciare che qualsiasi conversazione proceda senza limiti.

Puoi aiutare la persona a focalizzarsi.

  • “Qual è il punto principale sul quale vuoi confrontarti con me?”

Oppure:

  • “Proviamo a concentrarci su quello che dobbiamo risolvere.”

Ascoltare e dare una direzione alla conversazione possono convivere.

5. Hai troppe distrazioni

Il telefono vibra.
Arriva un’e-mail.
Qualcuno passa davanti alla porta.
Tra poco hai una riunione.
Sul monitor c’è ancora il documento che stavi preparando.

E intanto il collaboratore parla.

Tu ci sei.

Ma solo in parte.

Il problema è che spesso la distrazione si vede.

Se hai deciso di dedicare qualche minuto a quella conversazione:

  • allontana il telefono;
  • smetti di scrivere;
  • chiudi ciò che ti distrae sullo schermo;
  • guarda la persona mentre parla.

Non serve creare un rituale.
Serve semplicemente esserci.

Se invece non puoi farlo, è più corretto dire:

  • “Questo è importante. Adesso però non riuscirei a darti la giusta attenzione. Possiamo riprenderlo dopo?”

6. Hai paura di ciò che comporta ascoltare

Questo è forse il punto più interessante.

A volte non ascoltiamo perché temiamo che farlo significhi perdere una parte della nostra autorità.

Se ascolto, dovrò accettare quello che mi chiede?

Se chiedo un’opinione, penseranno che non so decidere?

Se apro la discussione, poi dovrò cambiare idea?

Se accolgo una difficoltà personale, diventerò responsabile anche di quella?

No.

Ascoltare i collaboratori non significa:

  • essere d’accordo;
  • accettare ogni richiesta;
  • rinunciare a decidere;
  • farsi carico di qualsiasi problema;
  • trasformarsi nel terapeuta del proprio team.

Puoi ascoltare attentamente e poi dire:

  • “Capisco il tuo punto di vista, ma la decisione rimane questa.”

Oppure:

  • “Quello che mi hai detto cambia alcuni aspetti. Ci rifletto e ti do una risposta.”

O anche:

  • “Su questo posso venirti incontro. Su quest’altro no.”

L’ascolto non ti toglie autorevolezza. Ti permette di decidere dopo aver compreso meglio ciò che hai davanti.

È anche uno dei principi che ho approfondito in “Pensa come un coach, muoviti come un coach”: non avere sempre la risposta pronta può aiutare le persone ad assumersi maggiore responsabilità.

Ascoltare crea relazione. Ma soprattutto crea comprensione

Non devi trasformarti improvvisamente nel leader che passa le giornate ad ascoltare tutti.

Comincia dalle conversazioni che già hai.

Quando un collaboratore entra nel tuo ufficio, prova a chiederti:

“Lo sto davvero ascoltando o sto aspettando che finisca?”

A volte bastano pochi minuti.
Una domanda in più.
Un’interruzione in meno.
Il telefono lasciato sul tavolo.

La disponibilità a non arrivare immediatamente alla conclusione.

Non devi necessariamente fare ciò che i tuoi collaboratori ti chiedono. Ma prima di decidere, dovresti almeno aver capito che cosa ti stanno dicendo.

Un leader autorevole non ascolta perché non sa che cosa fare.
Ascolta perché non presume di sapere tutto prima ancora di aver sentito.

Se senti che nella relazione con il tuo team fai fatica ad ascoltare, farti ascoltare o mantenere autorevolezza senza irrigidirti, scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di essere un grande leader devi essere un grande Uomo

grande leader

O una grande donna.

Tanti pensano di essere leader.
La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande leader devi essere una grande persona.
Possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”
Wolf J. Rinke

Avere PERSEVERANZA

La perseveranza è un tratto comune tra i grandi leader.
È resistenza contro le difficoltà, gli ostacoli e lo scoraggiamento.

Una persona deve essere perseverante per condurre (con successo) un team di dipendenti, collaboratori o colleghi al raggiungimento degli obiettivi.

La perseveranza si sviluppa solo attraverso le prove.
Prove difficili.
I leader migliori sopportano le prove e si rafforzano.
Non si arrendono mai.

Avere INTEGRITA’

È la scelta del “giusto”.

Coerenza tra le azioni, i valori, i metodi, i principi e i risultati.
Integrità è fare delle scelte a prescindere le conseguenze.
Fare la cosa giusta a prescindere le circostanze.

È più che essere onesti.
Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza morale.

L’integrità è uno dei migliori attributi di un grande leader.
L’integrità rende l’Uomo affidabile, attendibile e incrollabile.

Trasmettere FIDUCIA

Molte persone confondono la fiducia con arroganza ed egocentrismo.

La fiducia è essere sicuro di sé e consapevole.
L’Uomo fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Possedere Autocontrollo

Le tentazioni e le lusinghe sono tante e dietro ogni angolo.
Saper domare i desideri, trovare il modo di gestire le emozioni e gli impulsi, incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.
E non è da tutti.

Essere esigenti, appassionati e impazienti è parte di una leadership efficace.
Non essere in grado di contenere se stessi, farsi travolgere, agire con stress e irritabilità (come un bambino che fa i capricci) può avere effetti devastanti.
Non passa mese senza che un personaggio famoso non sia stato distrutto da sesso, denaro, successo, droga.

Troppe persone mancano di autocontrollo, che è il fondamento di una vita virtuosa.
I leader eccezionali mantengono calma e lucidità anche sotto forte stress o durante una crisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Dare prova di Coraggio

Il coraggio è la prima virtù
e rende possibili tutte le altre.

La leadership richiede coraggio.
L’innovazione richiede coraggio.
Fare ciò che è giusto (anche se può essere impopolare) richiede coraggio.

La paura non deve controllare la nostra vita.
Il grande leader prende posizione di fronte alle avversità.
A prescindere le circostanze.

Un grande leader conosce la vera Umiltà

L’umiltà indica che ci siamo liberati dal veleno dell’egocentrismo.

Eppure umiltà è spesso (erroneamente) fraintesa con remissività, debolezza e influenzabilità.

Sempre più ricerche identificano i migliori leader quelle persone che stanno dietro le quinte e che guidano i loro dipendenti o collaboratori grazie ad un approccio … silenzioso, fatto di ascolto, trasparenza, conoscenza dei propri limiti, apprezzamento dei punti di forza dei dipendenti, ricerca di feedback e concentrandosi sulle esigenze degli altri.

Il leader “umile” contribuisce in modo molto efficace al coinvolgimento e alla crescita professionale dei suoi collaboratori.

“La vera leadership deve beneficiare i seguaci
non arricchire i leader.
”
John C. Maxwell

Come affermare se stessi in 13 passi

affermare se stessi

Sai dire quello che pensi anche quando gli altri non sono d’accordo?

Sai dire no senza sentirti immediatamente in colpa?

Chiedere spiegazioni quando qualcosa non ti è chiaro?

Dire a qualcuno che un suo comportamento ti infastidisce?

Oppure, per evitare tensioni, preferisci lasciar correre?

Magari sul momento funziona.
Poi però rimane qualcosa.

La sensazione di non esserti fatto rispettare. Il fastidio per aver accettato qualcosa che non volevi. A volte anche rabbia verso l’altra persona.

Affermare te stesso non significa diventare aggressivo. Significa riuscire a esprimere ciò che pensi, vuoi o non vuoi senza rinunciare al rispetto dell’altro.

E non sempre viene spontaneo.

Ecco 13 passi su cui possiamo lavorare per affermare se stessi.

1. Assumiti la responsabilità di ciò che puoi cambiare

Se qualcosa continua a non funzionare nei tuoi rapporti professionali o personali, aspettare che siano sempre gli altri a cambiare difficilmente risolverà il problema.

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa posso fare io, diversamente?”

Non significa attribuirti la responsabilità di tutto ciò che accade.

Significa riconoscere la parte sulla quale puoi realmente intervenire: ciò che dici, ciò che accetti, i limiti che metti e il modo in cui reagisci.

Anche in un percorso di coaching il cambiamento non può farlo il coach al posto tuo.

2. Datti tempo

Se per anni hai evitato il conflitto, hai detto sì per non deludere oppure hai preferito tacere, difficilmente cambierai comportamento dopo aver letto un articolo.

E neppure dopo una singola conversazione.

Affermarti richiede pratica.

Alcune volte riuscirai a dire esattamente ciò che volevi.
Altre penserai alla risposta giusta soltanto mezz’ora dopo.

Fa parte dell’apprendimento.

Non devi diventare improvvisamente un’altra persona. Devi imparare progressivamente a occupare meglio il tuo spazio.

3. Comincia dalle piccole situazioni

Non partire necessariamente dal confronto più difficile con il tuo capo.

Allenati dove il rischio è minore.

Può essere:

  • rifiutare una richiesta che non puoi soddisfare;
  • chiedere una correzione quando qualcosa non è come avevi concordato;
  • esprimere una preferenza anziché adeguarti automaticamente;
  • intervenire quando qualcuno ti interrompe continuamente.

Un piccolo no o una precisazione possono sembrare poca cosa.

Ma se normalmente avresti taciuto, sono già un cambiamento importante.

4. Affermare se stessi? Chiarisci i tuoi confini

È difficile difendere un confine se prima non sai dove si trova.

Che cosa sei disposto ad accettare?

Che cosa per te supera il limite?

Quali comportamenti ti infastidiscono?

Su quali questioni sei flessibile e su quali no?

I confini non servono a stabilire come gli altri devono comportarsi.

Servono soprattutto a chiarire come intendi comportarti tu quando qualcosa per te non è accettabile.

Un confine non serve a controllare gli altri.
Serve a rendere più chiaro ciò che tu sei disposto ad accettare.

5. Non aspettarti che gli altri leggano nella tua mente

È una trappola molto comune.

  • “Dovrebbe capire che mi dà fastidio.”
  • “È evidente che non sono d’accordo.”
  • “Dovrebbe arrivarci da solo.”

Forse.

Ma forse no.

Ricordo il caso di una persona che durante una sessione lamentava un rapporto difficile con il proprio capo.

Gli chiesi se avesse mai espresso apertamente il suo disagio.

  • “No. Certe cose non si devono nemmeno dire. È evidente che non sono contento. Basta guardarmi.”

Gli chiesi allora se il capo gli avesse mai domandato come andavano le cose tra loro.

“Sì.”

“E tu che cosa hai risposto?”

“Tutto bene, grazie.”

Ecco il punto.

Se dici che va tutto bene, non puoi contemporaneamente pretendere che l’altro capisca che non va affatto bene.

6. Non assumerti la responsabilità di ogni reazione altrui

Hai detto no e l’altra persona è delusa.
Hai espresso un’opinione diversa e qualcuno si è irritato.
Hai messo un limite e non è stato accolto con entusiasmo.

Questo non significa automaticamente che tu abbia sbagliato.

Naturalmente devi considerare l’effetto delle tue parole e il modo in cui le esprimi.

Ma non puoi organizzare ogni tua scelta con l’unico obiettivo di evitare qualsiasi disappunto negli altri.

Nell’ affermare se stessi, puoi essere rispettoso senza essere sempre accomodante.

Puoi tenere conto degli altri senza rinunciare sistematicamente a te stesso.

7. Impara a dire no

Dire no è probabilmente uno degli esercizi più concreti dell’assertività.

Il problema è che spesso lo carichiamo di troppe spiegazioni.

  • “Mi dispiace tantissimo, avrei voluto, però sai che in questo periodo…”

A volte basta:

  • “No, questa volta non riesco.”

Oppure:

  • “Preferisco non prendere questo impegno.”

Essere gentile non significa necessariamente dire sì.

E dire no non significa essere scortese.

Se questo è uno dei tuoi punti difficili, puoi approfondirlo in “Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)”.

8. Sii semplice e diretto

Quando hai difficoltà ad affermare se stessi, potresti cercare di rendere più accettabile ciò che stai dicendo aggiungendo spiegazioni su spiegazioni.

Il risultato?

Il messaggio diventa meno chiaro.

Se vuoi qualcosa, chiedilo.
Se qualcosa non ti va, dillo.
Se non sei d’accordo, esprimi il tuo punto di vista.

Con rispetto, naturalmente.

Ma senza costruire un lungo percorso per arrivare finalmente alla frase che conta.

Essere diretti non significa essere duri.
Significa evitare che il messaggio si perda mentre cerchi di renderlo accettabile a tutti.

9. Non chiedere scusa per il semplice fatto di avere un’esigenza

Ci sono situazioni in cui chiedere scusa è giusto.

Hai commesso un errore.
Hai mancato di rispetto.
Hai creato un problema.

Ma esprimere una preferenza, fare una richiesta o rifiutare qualcosa non richiede automaticamente delle scuse.

  • “Mi dispiace, ma avrei bisogno di…”
  • “Scusa se te lo dico, però…”
  • “Mi spiace creare problemi, ma…”

A volte queste formule sono semplice cortesia.

Altre volte rivelano quanto ci sentiamo a disagio persino nel dichiarare ciò di cui abbiamo bisogno.

Prova a osservarti.

10. Parla di ciò che accade, non attaccare la persona

Quando vuoi chiedere un cambiamento, evita di trasformare il comportamento dell’altro in un giudizio sulla persona.

  • “Sei sempre il solito.”
  • “Non hai rispetto per nessuno.”
  • “Con te è impossibile parlare.”

Portano facilmente l’altra persona sulla difensiva.

È molto diverso dire:

  • “Quando mi interrompi mentre sto spiegando qualcosa, faccio fatica a completare il ragionamento. Vorrei poter finire prima di confrontarci.”

Oppure:

  • “Capisco il tuo punto di vista. Io però la vedo diversamente.”

Descrivi ciò che accade.
Spiega l’effetto che produce.
Formula una richiesta concreta.

Non è necessario costruire ogni frase intorno all’io. È più importante evitare che una richiesta diventi un’accusa.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

11. Fai attenzione anche a voce e corpo

Puoi pronunciare una frase perfettamente assertiva e indebolirla subito dopo.

Abbassando improvvisamente la voce.
Accelerando.
Ridendo per imbarazzo.
Aggiungendo giustificazioni.

Oppure puoi cercare di compensare l’insicurezza alzando troppo il volume e irrigidendoti.

Non esiste una postura che automaticamente ti renda autorevole.

Conta la coerenza tra ciò che dici e il modo in cui lo dici.

Parla con un volume adeguato.
Non avere fretta di riempire il silenzio.
Mantieni una postura naturale.
Guarda la persona con cui stai parlando.

E lascia che la frase arrivi.

L’autorevolezza non è volume.
È coerenza tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

12. Non giustificare ogni tua scelta

Spiegare le ragioni di una decisione può essere utile.

Sentirti obbligato a farlo ogni volta è un’altra cosa.

Se hai continuamente bisogno che gli altri comprendano, approvino e convalidino le tue scelte, rischi di trasformare ogni decisione in una richiesta implicita di permesso.

Puoi spiegarti quando è necessario.

Ma puoi anche dire:

  • “Ho deciso così.”
  • “Preferisco questa soluzione.”
  • “Per me questa volta non è possibile.”

E fermarti lì.

13. Rimani fermo quando è importante

Affermarti non significa pronunciare una volta la frase giusta e aspettarti che tutto cambi.

Qualcuno potrebbe insistere.
Mettere in discussione il tuo no.
Provare a riportarti sulla posizione precedente.

In quel momento non hai necessariamente bisogno di diventare più duro.

Puoi semplicemente ripetere con calma la tua posizione.

  • “Capisco quello che mi stai chiedendo, ma questa volta non posso.”

Se emergono nuove informazioni, puoi naturalmente cambiare idea.

Essere assertivo non significa non cambiare mai posizione.

Significa evitare di cambiarla soltanto perché ti senti a disagio nel sostenerla.

Affermare se stessi: attenzione alle trappole

Quando inizi a sentirti più sicuro, puoi cadere nell’eccesso opposto.

Pensare che essere assertivo significhi dover sempre dire ciò che pensi, mettere continuamente confini o non cedere mai.

Non è così.

Ci sono alcune trappole da evitare:

  • voler essere assertivo sempre: a volte non vale la pena aprire un confronto;
  • insistere finché l’altro cede: questa non è assertività, è pressione;
  • aspettarti che tutti apprezzino il cambiamento: chi era abituato alla tua disponibilità potrebbe aver bisogno di tempo;
  • sentirti automaticamente in colpa se qualcuno è deluso: il disappunto dell’altro non dimostra che hai sbagliato;
  • rifiutare ogni compromesso: sapersi affermare significa anche scegliere quando una mediazione è ragionevole.

Affermare te stesso non significa diventare inflessibile

Questo è forse il punto più importante.

L’assertività non serve a vincere ogni confronto.

Non serve a ottenere sempre ciò che vuoi.

E non serve a dimostrare che nessuno può metterti in discussione.

A volte terrai la tua posizione.
Altre volte farai un passo verso l’altro.

In qualche situazione scoprirai persino che l’altra persona aveva ragione.

Affermarti non significa imporre te stesso.
Significa riuscire a restare presente nella relazione senza rinunciare a ciò che pensi, senti o ritieni importante.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra essere assertivo e voler semplicemente avere ragione.

Autorevolezza al lavoro: il potere della calma

potere della calma

Ci sono giornate in cui sembra arrivare tutto insieme.

Una decisione urgente.
Un problema con un cliente.
Un obiettivo che rischia di saltare.
Un collaboratore che bussa alla porta proprio quando non hai un minuto.

La pressione aumenta.

E inevitabilmente qualcosa di quella pressione passa anche nel modo in cui parli, ascolti e ti muovi.

Diventi più veloce.
Più sbrigativo.
Interrompi.
Rispondi mentre fai altro.

Non necessariamente perché non ti interessano le persone. Semplicemente perché hai la testa da un’altra parte.

Eppure, proprio nei momenti di maggiore pressione, la calma può diventare una componente importante della tua autorevolezza.

Essere calmo non significa non avere pressione.
Significa evitare di scaricare automaticamente quella pressione sulle persone che hai davanti.

La calma non è qualcosa che devi recitare

Essere calmo non significa mostrarti impassibile.

Non significa nascondere le emozioni, rallentare artificialmente i movimenti o assumere la postura di chi ha sempre tutto sotto controllo.

Puoi essere preoccupato.
Puoi avere fretta.
Puoi persino essere arrabbiato.

La differenza sta nel modo in cui gestisci ciò che stai provando mentre entri in relazione con gli altri.

Pensa all’ultima volta che hai parlato con qualcuno che aveva evidentemente fretta.

Probabilmente lo hai capito subito.

Lo sguardo andava altrove.
La risposta arrivava subitto.
Il corpo è già diretto alla porta.

Come ti sei sentito?

Ascoltato?

Oppure tollerato per qualche minuto?

Che cosa comunichi quando hai fretta?

Immagina adesso la situazione opposta.

Un collaboratore viene da te perché ha bisogno di un chiarimento.

Tu hai una riunione tra dieci minuti, una mail urgente da inviare e un problema che continua a girarti in testa.

Non c’è niente di strano.

Essere autorevole non significa avere sempre tempo.

Il problema nasce quando provi a far credere all’altro di averne mentre, in realtà, non stai ascoltando.

Continui a guardare il computer.
Controlli il telefono.
Completi una mail.
Anticipi ciò che sta per dirti.

“Sì, sì, ho capito.”

Fisicamente sei lì.

Con l’attenzione, molto meno.

E la persona che hai davanti spesso se ne accorge.

La fretta non comunica necessariamente disinteresse. Ma può essere percepita come disinteresse.

Questa distinzione è importante.

La calma si vede soprattutto quando il tempo manca

Non sempre puoi concedere mezz’ora a chi vuole parlarti.

A volte hai davvero cinque minuti.

La qualità dell’ascolto, però, non dipende soltanto dalla quantità di tempo disponibile.

Puoi avere mezz’ora e ascoltare distrattamente.

Oppure avere cinque minuti ed essere realmente presente.

Quando il tempo stringe, possono aiutarti alcune cose molto semplici:

  • Dillo apertamente. “Ho cinque minuti adesso. Se non bastano, troviamo un altro momento.”
  • Smetti per qualche minuto di fare altro. Se continui a scrivere, leggere o controllare il telefono, stai dividendo l’attenzione.
  • Chiedi che cosa conta davvero. “Qual è la questione più importante che vuoi affrontare?”
  • Non anticipare subito la soluzione. Prima di decidere di aver capito, fai qualche domanda.
  • Se rimandi, fissa un momento preciso. “Adesso non riesco. Ne parliamo alle 16?” E poi mantieni l’impegno.
  • Se sei troppo stanco o irritato per ascoltare davvero, riconoscilo. A volte rimandare è più rispettoso che fingere attenzione.

Non sono tecniche per sembrare calmo.

Servono piuttosto a non lasciare che sia la fretta a guidare completamente la conversazione.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

La calma non significa risolvere tutto

C’è un’altra trappola.

Quando hai poco tempo, puoi essere tentato di arrivare immediatamente alla soluzione.

“Fai così.”
“Chiamalo.”
“Digli questo.”
“Ci penso io.”

È veloce.

Ma se lo fai continuamente, rischi di trasformarti nel punto attraverso cui deve passare ogni problema.

A volte è più utile chiedere:

  • “Tu come pensi di affrontarlo?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Ascoltare non significa assumerti automaticamente il problema dell’altro.

Significa capire prima di decidere quale contributo sia realmente necessario.

Voce, corpo e intenzione devono raccontare la stessa cosa

La calma passa anche attraverso il modo in cui comunichi.

Non esiste una postura magica che ti renda autorevole.

E tenere le mani in una determinata posizione non dimostra automaticamente apertura, sicurezza o disponibilità.

Conta l’insieme.

Se dici:

“Dimmi, ti ascolto.”

ma nel frattempo guardi continuamente l’orologio, il messaggio che arriva è contraddittorio.

Se dici di non avere fretta ma parli velocissimo e interrompi, accade la stessa cosa.

Voce, corpo e parole non devono essere perfetti. Devono essere sufficientemente coerenti.

La calma non si comunica restando immobili.
Si comunica quando ciò che dici, il modo in cui lo dici e l’attenzione che offri vanno nella stessa direzione.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

La calma aumenta la tua autorevolezza

Un leader calmo non è quello che non si agita mai.

Non è quello che ha sempre la risposta.

E nemmeno quello che riesce a mostrarsi sereno qualsiasi cosa accada.

È quello che, anche sotto pressione, riesce abbastanza spesso a non trasformare la propria urgenza nell’urgenza di tutti.

Questo ha un effetto sulle persone.
Permette loro di parlare.
Rende più facile affrontare un problema senza aggiungere altra tensione.

Ed è anche una forma di autorevolezza.

Se vuoi approfondire il tema, nel mio libro “Autorevolezza” trovi altri spunti per diventare un punto di riferimento più solido per collaboratori e colleghi.

La calma non elimina la pressione.
Evita che la pressione decida al posto tuo come parlare, ascoltare e reagire.

Forse è questo il suo vero potere.

10 miti sulla leadership da sfatare subito

miti sulla leadership

La leadership è uno dei concetti più utilizzati nel mondo del lavoro.

E anche uno dei più equivocati.

C’è chi associa il leader al carisma.
Chi al potere.
Chi alla capacità di decidere veloce.
Avere sempre una risposta.
Chi pensa che leader si nasca.

E chi crede che la leadership riguardi soltanto manager, dirigenti e grandi imprenditori.

Sono convinzioni che possono sembrare innocue. In realtà influenzano il modo in cui vivi il tuo ruolo e il leader che pensi di dover diventare.

Vediamo 10 miti sulla leadership che vale la pena mettere in discussione.

1. Leader si nasce

È probabilmente uno dei miti più resistenti.

  • “Non ho il carattere del leader.”
    “Non sono abbastanza carismatico.”
    “Non sono portato.”

Naturalmente alcune caratteristiche personali possono aiutarti.

C’è chi si sente più a proprio agio nel prendere la parola, decidere, esporsi o assumersi responsabilità.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte capacità necessarie per guidare altre persone si sviluppano attraverso esperienza, errori, confronto, consapevolezza e pratica.

Non devi diventare un’altra persona per essere un leader migliore. Ma puoi cambiare il tuo modo di guidare.

2. Devo avere sempre tutte le risposte

Quando diventi responsabile di altre persone può comparire una pressione particolare:

“Adesso dovrei sapere che cosa fare.”

Non sempre.

Essere leader significa anche prendere decisioni.

Ci sono momenti nei quali devi indicare una direzione, assumerti una responsabilità e dare una risposta.

Ma avere responsabilità non significa dover sapere tutto.

Puoi chiedere.
Puoi ascoltare chi ne sa più di te.
Puoi dire:

“Su questo punto devo approfondire.”

E puoi cambiare idea quando emergono informazioni migliori.

Un leader che deve dimostrare continuamente di avere tutte le risposte rischia, prima o poi, di smettere di fare domande.

3. La leadership si misura soltanto dai risultati

I risultati contano.

Un team non esiste soltanto per stare bene insieme. Ha obiettivi, responsabilità e prestazioni da raggiungere.

Il problema nasce quando il risultato diventa l’unica misura della leadership.

Puoi raggiungere un obiettivo spremendo il team.
Puoi ottenere obbedienza attraverso la paura.
Puoi centrare un risultato lasciando dietro di te persone demotivate, dipendenti o pronte ad andarsene.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Abbiamo raggiunto il risultato?”

Ma anche:

“Come ci siamo arrivati?”

Perché il modo in cui raggiungi un risultato può influenzare profondamente quelli che verranno dopo.

4. Un buon leader non sbaglia

Più responsabilità assumi, più alcune tue decisioni diventano visibili.

E quindi anche gli errori.

Il problema non è pretendere che sbagliare sia positivo.

Alcuni errori costano.
Alcuni potevano essere evitati.
Altri richiedono assunzione di responsabilità.

La differenza sta in ciò che fai dopo.

Nascondi?
Cerchi un colpevole?
Difendi la decisione a ogni costo?

Oppure riconosci ciò che non ha funzionato e correggi?

Essere autorevole non significa non sbagliare.
Conta anche quello che fai dopo un errore

5. Devo essere brillante e carismatico

Non devi necessariamente entrare in una stanza e attirare immediatamente l’attenzione.

Non devi essere estroverso.

E non devi avere una personalità travolgente.

Il carisma può aiutare alcune persone a ottenere attenzione.

Ma ottenere attenzione e diventare un punto di riferimento non sono la stessa cosa.

Puoi essere pacato e autorevole.
Riservato e incisivo.
Puoi parlare poco ed essere ascoltato quando lo fai.

Nel tempo pesano anche affidabilità, coerenza, capacità di ascoltare, competenza e modo di stare nelle situazioni difficili.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per comunicare con maggiore sicurezza e autorevolezza.

6. Devo avere potere e controllo

Hai un ruolo di responsabilità.
Puoi prendere decisioni.
Assegnare compiti.
Stabilire priorità.
Dire no.

Anche questo fa parte della leadership.

Ma avere autorità formale e avere autorevolezza non sono la stessa cosa.

Il ruolo può permetterti di ottenere obbedienza.

Non garantisce automaticamente fiducia, responsabilità o disponibilità a seguirti quando la situazione diventa difficile.

Un team nel quale ogni problema, decisione e iniziativa deve passare da te può sembrare sotto controllo.

In realtà potrebbe essere un team che ha imparato a dipendere da te.

7. I leader migliori sono uomini

La capacità di guidare persone non deriva dal genere.

E non esiste un unico modello di comportamento al quale uomini o donne debbano adeguarsi per essere considerati leader.

Per molto tempo, però, alcune caratteristiche sono state associate più facilmente all’immagine tradizionale del leader: decisione, durezza, competitività, sicurezza ostentata.

Questo può aver contribuito a creare un modello molto ristretto di ciò che significa guidare.

Ma puoi esercitare leadership in modi differenti.

Essere fermo senza essere aggressivo.
Empatico senza essere debole.
Determinato senza diventare autoritario.

La leadership non riguarda solo te. Quello che fai ha conseguenze anche sul lavoro degli altri.

8. Il titolo mi renderà leader

Una promozione cambia il tuo ruolo.

Non necessariamente il modo in cui le persone ti percepiscono.

Da un giorno all’altro puoi diventare responsabile del team.

Il giorno dopo, però, devi ancora costruire il rapporto con le persone che ne fanno parte.

Il titolo ti assegna responsabilità e autorità formale.

L’autorevolezza si costruisce attraverso ciò che fai con quella responsabilità.

Come decidi.
Come comunichi.
Come reagisci sotto pressione.
Tratti le persone.
Affronti un errore.
Gestisci un conflitto.

È anche per questo che può esserti utile leggere “9 ragioni perché le persone seguono un leader”.

9. Essere leader significa essere apprezzato

Se cerchi continuamente l’approvazione del team, alcune decisioni diventano molto difficili.

Dovrai dire no.
Correggere un comportamento.
Dare un feedback scomodo.
Prendere una decisione difficile.

Questo non significa che un leader debba essere freddo, distante o indifferente al giudizio degli altri.

Significa distinguere tra costruire buone relazioni e avere bisogno di essere apprezzato da tutti.

Puoi essere rispettato senza piacere sempre.

E puoi essere molto popolare senza essere necessariamente autorevole.

10. La leadership riguarda soltanto chi sta in alto

Quando sentiamo la parola leadership immaginiamo facilmente il vertice.

Un CEO.
Un dirigente.
Un grande imprenditore.

Ma la leadership diventa concreta anche quando coordini tre persone.

Quando sei responsabile di un piccolo punto vendita.
Quando guidi un progetto.
Quando devi dare una direzione a collaboratori che fino a ieri erano tuoi colleghi.

La dimensione del team cambia la complessità.

Non elimina la responsabilità di guidarlo.

Diventi leader quando inizi a essere responsabile anche del lavoro degli altri.

Sfatare i miti non basta

Puoi sapere che leader non si nasce.

Che non devi avere tutte le risposte.
Che il titolo non basta.
Che non devi piacere a tutti.

E continuare comunque a comportarti come se queste convinzioni fossero vere.

Perché alcuni miti non rimangono nella teoria.

Entrano nel modo in cui lavori.

Ti fanno parlare quando sarebbe meglio ascoltare.

Nascondere un dubbio per paura di sembrare debole.

Evitare un confronto perché vuoi essere apprezzato.

Controllare tutto perché pensi che un leader debba avere tutto sotto controllo.

La leadership si può sviluppare. Ma prima di imparare nuove tecniche, vale la pena capire quale idea di leadership hai già.

13 errori da evitare come nuovo leader del team

nuovo leader

Stai iniziando un nuovo ruolo.

Adesso sei tu a guidare il team.

Probabilmente c’è entusiasmo. Ma può esserci anche un po’ di apprensione, soprattutto se è la prima volta che ti trovi dall’altra parte.

Ottenere l’incarico è stato un passaggio importante. Esercitarlo è un’altra cosa.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la storia di Jonathan e le difficoltà che incontra entrando nel suo nuovo ruolo.

Perché, indipendentemente dalla tua esperienza, quando arrivi in un nuovo team devi capire persone, equilibri, abitudini, aspettative e modi di lavorare che ancora non conosci.

Ed è proprio qui che puoi commettere alcuni degli errori più comuni.

La tentazione può essere quella di partire velocemente, dimostrare quanto vali e lasciare subito la tua impronta.

Ma prima di cambiare qualcosa devi capire dentro che cosa sei entrato.

Ecco 13 errori da evitare quando sei il nuovo leader del team.

1. Arrivare con tutte le risposte

Sei il nuovo leader.

Sei stato scelto per quel ruolo e vuoi dimostrare che la scelta è stata giusta.

È comprensibile.

Il rischio è arrivare e cominciare immediatamente a correggere procedure, cambiare abitudini e spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Prima osserva.

Cerca di capire come vengono prese le decisioni, quali equilibri esistono, che cosa funziona e che cosa invece crea realmente difficoltà.

Può darsi che alcune cose vadano cambiate.

Ma cambiare prima di aver capito il contesto può creare resistenze che avresti potuto evitare.

Quando entri in un nuovo team, non devi dimostrare quanto sai.
Prima devi capire come funziona.

2. Pretendere che gli altri funzionino come te

Tu hai il tuo modo di lavorare.
I tuoi tempi.
Il tuo bisogno di autonomia, confronto, precisione o velocità.

I tuoi collaboratori potrebbero funzionare diversamente.

Questo non significa adattarti continuamente a tutti o rinunciare alle tue aspettative.

Significa evitare di utilizzare te stesso come unico metro di misura.

Una persona necessita di più indicazioni.
Un’altra di maggiore autonomia.
Una può esporsi facilmente.
Un’altra necessita di più tempo.

Guidare un team significa anche imparare a riconoscere queste differenze.

3. Aspettare troppo prima di confrontarti con il tuo capo

Potresti pensare:

  • “Prima devo capire meglio la situazione.”
  • “Non ho ancora niente di importante da dire.”
  • “Aspetto che sia lui a cercarmi.”

Non aspettare troppo.

Nei primi tempi hai bisogno di capire che cosa il tuo responsabile si aspetta da te, quali sono le priorità e su quali aspetti hai autonomia.

Meglio chiarirlo presto che scoprire dopo qualche settimana che stavate lavorando con aspettative differenti.

4. Gestire il team senza sostenerlo

Essere responsabile non significa soltanto distribuire compiti, controllare risultati e valutare prestazioni.

Una parte del tuo ruolo di nuovo leader consiste anche nel capire che cosa impedisce alle persone di lavorare bene.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa ti serve per procedere?”
  • “Dove stai incontrando difficoltà?”
  • “Che cosa puoi fare tu e dove invece serve il mio intervento?”

Essere di supporto non significa risolvere ogni problema al posto loro.

Al contrario: un buon supporto dovrebbe aumentare l’autonomia, non la dipendenza dal leader.

5. Non chiarire le aspettative

Molti problemi iniziano da aspettative mai esplicitate.

Tu pensi che una cosa sia evidente.

Il collaboratore ne interpreta un’altra.

Poi arriva la delusione:

  • “Pensavo fosse chiaro.”

Probabilmente per te lo era.

Chiarisci invece ciò che ritieni importante: responsabilità, priorità, autonomia, modalità di comunicazione, qualità attesa e comportamenti che consideri essenziali nel lavoro del team.

Non puoi pretendere che gli altri rispettino aspettative che conosci soltanto tu.

6. Lamentarti continuamente

Se sei appena arrivato e cominci subito a lamentarti dell’azienda, dei processi, del tuo capo o delle persone che lavorano con te, stai già comunicando qualcosa sul tuo modo di affrontare le difficoltà.

Questo non significa fingere che tutto funzioni.

Puoi criticare un processo.
Puoi evidenziare un problema.
Puoi proporre un cambiamento.

Ma c’è una differenza tra affrontare criticamente un problema e trasformare la lamentela in una modalità abituale di relazione.

7. Entrare nel gossip

All’inizio potresti ricevere molte informazioni.

  • “Vedrai come è fatto quello…”
  • “Con lei devi stare attento…”
  • “Qui è sempre funzionato così perché…”

Ascolta ciò che può aiutarti a comprendere il contesto, ma evita di diventare rapidamente parte delle alleanze, delle antipatie e dei giudizi già presenti nel gruppo.

Costruisci la tua lettura delle persone attraverso l’esperienza diretta.

8. Diventare difensivo quando qualcuno ti contraddice

Se sei ancora alla ricerca di una tua sicurezza nel ruolo, il dissenso può sembrarti più minaccioso di quanto sia realmente.

Un collaboratore che non è d’accordo con te non sta necessariamente mettendo in discussione la tua autorità.

Potrebbe semplicemente conoscere meglio di te una procedura, un cliente o una situazione.

Puoi dire:

  • “Spiegami meglio come la vedi.”
  • “C’è qualcosa che mi sta sfuggendo?”

Ammettere di non conoscere ancora tutto non indebolisce automaticamente la tua autorevolezza.

Pretendere di sapere ciò che ancora non conosci può farlo molto di più.

9. Cercare subito di diventare amico di tutti

Creare un buon rapporto con il team è importante.

Essere disponibile, cordiale e umano lo è altrettanto.

Ma se il tuo bisogno di essere accettato diventa troppo forte, prima o poi il ruolo ti presenterà il conto.

Dovrai correggere.
Dare un feedback scomodo.
Dire no.
Decidere qualcosa di poco gradito.

Il punto non è mantenere una fredda “distanza professionale”. È non confondere una buona relazione con il bisogno di essere approvato.

Su questo tema puoi approfondire con “6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore”.

10. Diventare eccessivamente autoritario

È l’errore opposto.

Hai finalmente un ruolo di responsabilità e senti il bisogno di far capire chiaramente chi decide.

A volte dovrai decidere tu.

La leadership non è una consultazione permanente.

Ma se utilizzi continuamente il ruolo per chiudere ogni confronto, rischi di ottenere esecuzione senza partecipazione.

Il ruolo ti dà il diritto di decidere.
Non ti garantisce automaticamente che le persone riconoscano la tua autorevolezza.

11. Evitare i feedback difficili

Quando sei appena arrivato può essere scomodo affrontare subito un comportamento che non funziona.

Potresti aspettare.
Minimizzare.
Sperare che si sistemi da solo.

Soprattutto se vuoi costruire un buon rapporto con il team.

Ma rimandare troppo può rendere il problema più difficile da affrontare successivamente.

Un feedback critico non deve essere aggressivo.

Deve essere chiaro, concreto e riferito a comportamenti osservabili, non alla persona.

12. Accorgerti delle persone soltanto quando qualcosa non funziona

C’è un altro rischio.

Sei concentrato sui risultati e quindi la tua attenzione viene attirata soprattutto da problemi, errori e prestazioni insufficienti.

Il collaboratore che lavora bene diventa quasi invisibile.

Non serve distribuire complimenti continuamente.

Serve però accorgerti anche di ciò che funziona.

Un risultato raggiunto.
Un comportamento utile.
Un miglioramento.
Una responsabilità.

Se parli con le persone solo quando qualcosa non va, finiranno per associare la tua presenza a un problema.

13. Pensare di dovercela fare da solo

Hai ricevuto una responsabilità.

Questo non significa che tu debba affrontare da solo ogni dubbio, difficoltà o passaggio delicato.

Confrontarti con qualcuno può aiutarti a vedere ciò che, mentre sei immerso nella situazione, fai fatica a vedere.

Può essere il tuo responsabile.
Un collega esperto.
Un mentore.
Un coach.

L’importante è avere uno spazio nel quale poter ragionare anche su ciò che sta succedendo a te mentre cerchi di guidare gli altri.

Se senti che il nuovo ruolo ti sta mettendo alla prova e vuoi confrontarti su una situazione concreta, contattami.

Possiamo capire insieme su che cosa è più utile lavorare e quale potrebbe essere il passo successivo.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader

Quando assumi il ruolo di nuovo leader è naturale voler partire bene.

Ma partire bene non significa solo impressionare il team nelle prime settimane.

Significa cominciare a capire.
Osservare.
Fare domande.
Chiarire le aspettative.
Intervenire quando serve.

E concederti anche il tempo necessario per imparare un ruolo che, fino a poco tempo prima, non era il tuo.

Quando diventi leader, non devi dimostrare subito quanto vali.
Prima devi conoscere il team che hai davanti.

È da lì che puoi cominciare a costruire la tua autorevolezza.

Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo

crescere il team

Immagina una bambina che sta cercando di allacciarsi le scarpe da sola.

Ci prova.
Non riesce.
Riprova.

Comincia a innervosirsi.

Il tuo primo impulso probabilmente è intervenire e aiutarla.

È comprensibile.

Ma se lo fai immediatamente, risolvi il problema delle scarpe. Non necessariamente la aiuti a imparare ad allacciarle.

Con i collaboratori può accadere qualcosa di simile.

A volte aiutare troppo presto non aiuta

Quando un collaboratore arriva con un problema, soprattutto se conosci già la soluzione, è molto facile rispondere immediatamente.

  • “Fai così.”
  • “Parla con questa persona.”
  • “Mandami tutto, ci penso io.”

È veloce.
È efficiente.

E spesso è anche fatto con le migliori intenzioni.

Ma se diventa il tuo modo abituale di intervenire, può produrre un effetto che probabilmente non desideri: il collaboratore impara a portarti i problemi prima ancora di aver provato ad affrontarli.

A quel punto il problema passa di mano.
Prima era suo.

Adesso è tuo.

E se questo meccanismo si ripete, non dovrebbe sorprenderti trovare sempre più persone alla tua porta in cerca di una risposta.

Se dai sempre tu la soluzione, il team impara a cercare te.
Non necessariamente a cercare una soluzione.

Prima di aiutare, prova a capire che cosa serve

Non tutti i problemi devono essere lasciati al collaboratore.

A volte devi intervenire.

Perché mancano informazioni.
Perché la persona non ha le competenze.
Perché il rischio di errore è troppo alto.
Perché la decisione spetta a te.

Oppure semplicemente perché, in quel momento, il tuo aiuto è davvero necessario.

Ma prima di prendere in mano il problema puoi fermarti e chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Sono domande semplici, ma cambiano la posizione del collaboratore.

Non è più soltanto qualcuno che arriva con un problema.

Rimane parte della sua soluzione.

Non aiutare subito può essere un modo per dare fiducia

Fare un passo indietro non significa abbandonare la persona.

Può significare:

  • “Credo che tu possa provare ad affrontare questa situazione.”

È una forma di fiducia.

Quando il collaboratore riesce a risolvere qualcosa senza ricevere immediatamente la soluzione dal responsabile, non acquisisce soltanto una risposta.

Costruisce esperienza, autonomia e maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Ed è proprio questo che rischi di sottrargli quando intervieni troppo presto.

A volte il bisogno di aiutare è anche tuo

C’è poi una domanda un po’ più scomoda.

  • Perché senti il bisogno di intervenire subito?

Naturalmente può essere perché vuoi aiutare.

Ma qualche volta può esserci anche altro:

  • ti piace sentirti utile;
  • sai già come risolvere il problema e fai prima a occupartene tu;
  • fai fatica a vedere qualcuno procedere in modo diverso dal tuo;
  • temi che un errore del collaboratore ricada su di te;
  • essere quello che “sa come fare” ti fa sentire più sicuro nel tuo ruolo.

Non c’è bisogno di trasformare tutto questo in un problema psicologico.

È sufficiente accorgersene.

Perché anche un aiuto dato con le migliori intenzioni può togliere all’altro lo spazio necessario per imparare.

E far crescere il team.

Lasciare spazio non significa lasciare solo

Nel vecchio modo di intendere la leadership, il responsabile competente era spesso quello che aveva le risposte.

Ma se vuoi far crescere l’autonomia del team, qualche volta devi riuscire a non dare immediatamente la tua.

Puoi restare presente.
Osservare.
Fare domande.
Dare un’indicazione quando serve.

E intervenire se la situazione supera le capacità, l’autonomia o le responsabilità del collaboratore.

Questo è molto diverso dal lasciare qualcuno solo davanti a un problema che non è in grado di gestire.

Se vuoi approfondire questo modo di guidare le persone, puoi leggere anche “Pensa come un coach, muoviti come un coach”.

Far crescere una persona non significa lasciarla sola.
Significa capire quando sostenerla e quando lasciarle spazio.

Anche la frustrazione va letta

Quando una persona sta imparando qualcosa di nuovo, una certa difficoltà è inevitabile.

Non riuscire subito può costringerla a provare, ragionare, cercare alternative.

Ma questo non significa che più frustrazione produce automaticamente più crescita.

C’è una differenza tra una difficoltà che stimola e una situazione nella quale la persona non ha strumenti, informazioni o possibilità concrete di riuscire.

È qui che entra in gioco il tuo ruolo.

Non devi eliminare ogni difficoltà.
Ma nemmeno osservare da lontano aspettando di far crescere il team.

Devi capire che cosa gli serve in quel momento.

Una domanda?
Un’indicazione?
Più autonomia?
Un confronto?

Oppure un tuo intervento diretto?

Non aiutare non significa fregarsene

Questo è il punto decisivo.

Non aiutare troppo presto non significa diventare distante.

Non significa liberarti delle tue responsabilità.

E non significa rispondere:

  • “È un problema tuo, arrangiati.”

Sei comunque il leader.
Devi esserci quando serve.

Ma esserci non significa necessariamente prendere il controllo.

A volte il tuo contributo migliore è dare una risposta.
Altre volte è fare una domanda.
Altre ancora è aspettare e vedere che cosa riesce a fare la persona senza di te.

Se ti accorgi che nel tuo team tutto finisce sulla tua scrivania, oppure fai fatica a trovare il confine tra supportare e sostituirti agli altri, contattami.

Possiamo partire da una situazione concreta e capire dove il tuo intervento aiuta davvero e dove, invece, rischia di non far crescere il team.

Il tuo compito non è risolvere tutti i problemi del team.
È aiutare il team a diventare sempre più capace di affrontarli.

9 ragioni perché le persone seguono un leader

seguire il leader

Perché alcune persone sono disposte a seguire il proprio leader anche nei momenti difficili, mentre altre smettono progressivamente di fidarsi?

Non basta avere un ruolo.
Non bastano le competenze.

E non basta nemmeno essere una persona brillante o carismatica.

Le persone osservano come ti comporti, come prendi le decisioni, come le tratti e che cosa succede quando le cose si complicano.

Ecco 9 ragioni per cui un team può riconoscere la tua autorevolezza ed essere disposto a seguirti.

1. Ti interessi davvero alle persone

Le persone si accorgono abbastanza velocemente se per te sono soltanto collaboratori che devono produrre risultati oppure persone con cui lavori ogni giorno.

Interessarti a loro non significa coccolarle, diventare loro amico o evitare di essere esigente.

Significa conoscerle.

Ascoltarle.

Accorgerti quando qualcosa cambia.

Sapere che cosa stanno facendo bene e dove stanno incontrando difficoltà.

Puoi chiedere molto alle persone e, nello stesso tempo, far sentire che per te contano.

2. Dai una direzione

Un team ha bisogno di sapere dove sta andando.

Non devi avere una risposta per tutto né prevedere esattamente che cosa succederà.

Devi però riuscire a rendere sufficientemente chiari la direzione, le priorità e il senso delle decisioni che prendi.

Quando tutto sembra urgente, il leader aiuta a capire che cosa viene prima.

Quando qualcosa cambia, spiega che cosa cambia.

Quando c’è confusione, prova a riportare il team su ciò che conta.

Le persone non hanno bisogno di un leader che conosca sempre la strada.
Hanno bisogno di capire in quale direzione stanno andando.

3. Aiuti le persone a dare il meglio

È facile accorgersi di ciò che un collaboratore non sa fare.

Più difficile è vedere ciò che sa fare bene e capire come utilizzarlo meglio.

Far crescere una persona non significa ignorarne i limiti.

Significa lavorare su entrambi:

  • riconoscere e utilizzare i suoi punti di forza;
  • aiutarla a sviluppare ciò che ancora le manca.

Puoi chiederti:

  • “Sto utilizzando bene le capacità di questa persona?”
  • “Che cosa posso fare per aiutarla a crescere?”

Un leader non deve trasformare ogni collaboratore nella propria idea di collaboratore perfetto.

Deve cercare di far emergere il meglio dalla persona che ha davanti.

4. Costruisci fiducia

La fiducia non nasce perché dici:

  • “Puoi fidarti di me.”

Si costruisce nel tempo.

In quello che fai dopo aver preso un impegno.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno sbaglia.

La coerenza fra quello che chiedi agli altri e quello che fai tu.

Può essere danneggiata rapidamente, ma non direi che una volta persa sia necessariamente impossibile recuperarla.

A volte si può ricostruire.

Richiede però tempo, coerenza e comportamenti concreti.

La fiducia dipende molto meno da ciò che dichiari e molto più da ciò che le persone imparano ad aspettarsi da te.

5. Sei coerente con ciò che chiedi agli altri

Se chiedi puntualità e sei continuamente in ritardo, il team lo vede.

Se chiedi trasparenza ma nascondi le informazioni quando ti conviene, lo vede.

Se pretendi che gli altri riconoscano gli errori ma tu trovi sempre una giustificazione per i tuoi, lo vede.

L’integrità non richiede di essere perfetto.

Richiede una ragionevole coerenza fra quello che dici, quello che chiedi e quello che fai.

Ed è proprio questa coerenza che, nel tempo, contribuisce alla tua credibilità.

6. Dai una prospettiva nei momenti difficili

Quando le cose vanno bene è relativamente facile.

È quando aumentano incertezza, cambiamenti e problemi che il comportamento del leader diventa particolarmente visibile.

Non devi distribuire ottimismo artificiale.

Non serve dire:

  • “Andrà tutto bene.”

se non sai affatto se andrà tutto bene.

Puoi invece aiutare il team a distinguere ciò che sapete da ciò che ancora non sapete, ciò che potete controllare da ciò che non dipende da voi.

E soprattutto indicare quale può essere il prossimo passo.

A volte è molto più utile di una rassicurazione.

7. Sai essere fermo senza sentirti superiore

Essere leader significa anche assumerti responsabilità che gli altri non hanno.

Decidere.
Dire no.
Intervenire quando qualcosa non funziona.

Ma avere più responsabilità non significa avere sempre ragione.

Puoi essere fermo e, nello stesso tempo, ascoltare.
Puoi decidere e riconoscere il contributo degli altri.
Puoi sapere molto e ammettere:

  • “Su questo ne sai più di me.”

L’umiltà non indebolisce la leadership quando è accompagnata dalla capacità di assumersi le proprie responsabilità.

8. Mantieni la calma sotto pressione

Il team osserva il leader soprattutto quando qualcosa va storto.

Se ogni imprevisto produce agitazione, fretta e reazioni impulsive, quella tensione tende facilmente a propagarsi.

Mantenere la calma non significa essere impassibile.

Puoi essere preoccupato.
Puoi non sapere come risolvere il problema.
Puoi avere bisogno di tempo.

La differenza sta nel non trasformare automaticamente la tua pressione nella pressione di tutti.

Su questo tema puoi approfondire con “Autorevolezza al lavoro: il potere della calma”.

Nei momenti difficili il team non si aspetta che tu abbia tutto sotto controllo.
Ha bisogno di vedere che non perdi il controllo di te stesso.

9. Produci risultati senza dimenticare le persone

Anche i risultati contano.

Un leader che costruisce ottime relazioni ma non riesce mai a portare il team verso gli obiettivi ha un problema.

Così come ce l’ha chi raggiunge risultati importanti lasciandosi dietro persone esauste, demotivate o incapaci di lavorare senza di lui.

La leadership deve tenere insieme entrambe le dimensioni.

Risultati e persone.

Non sempre sarà possibile trovare un equilibrio perfetto.

Ma se una delle due dimensioni scompare continuamente, prima o poi ne risentirà anche l’altra.

Il titolo non basta per essere seguito

Tempo fa un cliente mi disse:

  • “Sono il direttore, ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me e seguirmi.”

Ruolo e competenze sono importanti.

Ma il ruolo stabilisce una responsabilità. Non obbliga le persone a riconoscerti automaticamente autorevolezza.

È qualcosa che costruisci nel tempo attraverso il modo in cui lavori con loro.

Se senti che fai fatica a farti ascoltare, a ottenere fiducia oppure a trovare il tuo modo di guidare il team, contattami.

Possiamo partire da ciò che sta realmente accadendo nel tuo ruolo e capire su che cosa è più utile lavorare.

E alla fine la domanda più interessante non è:

  • “Perché le persone seguono un leader?”

È molto più personale:

  • “Perché le persone dovrebbero seguire proprio me?”

Come tirare fuori il meglio dal collaboratore timido o introverso

collaboratore timido

Da adolescente ero timido e introverso.

Ricordo che, quando mi piaceva una ragazza, le esortazioni degli amici producevano su di me esattamente l’effetto contrario.

  • “Dai, vai!”
  • “Al massimo ti dice di no.”
  • “Adesso o mai più.”

Più cercavano di spingermi, più mi bloccavo.

Avrei avuto bisogno di una cosa molto più semplice: un po’ di tempo per prepararmi e decidere da solo quando agire.

Anche sul lavoro può succedere qualcosa di simile.

Quando un collaboratore parla poco, non interviene immediatamente o sembra poco propenso a esporsi, il primo impulso può essere quello di spronarlo.

Ma non sempre funziona.

E soprattutto, parlare poco non significa avere poco da dire.

1. Non metterlo continuamente sotto pressione

  • “Coraggio, buttati!”
  • “Devi essere più sicuro.”
  • “Devi farti vedere di più.”

Dette con le migliori intenzioni, queste frasi possono produrre l’effetto contrario.

Non tutte le persone funzionano bene quando vengono spinte a reagire immediatamente.

Alcune hanno bisogno di osservare, raccogliere le idee e capire come muoversi prima di esporsi.

Questo non significa evitare ogni situazione scomoda.

Significa non confondere la pressione con l’incoraggiamento.

Se una persona ha bisogno di più tempo per esporsi, spingerla più forte non significa necessariamente aiutarla.

2. Rispetta i suoi tempi senza proteggerlo troppo

Rispettare i tempi di un collaboratore timido non significa costruirli intorno una zona protetta.

Anche un collaboratore timido o introverso deve affrontare telefonate, riunioni, clienti, feedback e situazioni che possono metterlo alla prova.

Il punto è come lo accompagni verso quelle situazioni.

Puoi prepararlo prima.
Chiarire che cosa ti aspetti.
Dare il tempo di organizzarsi.
Affidargli progressivamente situazioni impegnative.

L’obiettivo non è evitare il disagio a ogni costo.

È evitare che l’unica strategia diventi:

  • “Buttati e vedrai che passa.”

3. Ascolta anche chi non cerca continuamente spazio

Nel team alcune persone rendono molto visibile ciò che fanno.

Raccontano.
Propongono.
Intervengono.
Chiedono.

Altre tendono a esporsi meno.

Se aspetti che siano sempre loro a prendere la parola, rischi di accorgerti meno delle loro idee, dei risultati e persino delle difficoltà che stanno incontrando.

Può essere utile creare momenti individuali con il collaboratore timido nei quali chiedere:

  • “Come sta andando?”
  • “C’è qualcosa che vorresti propormi?”
  • “Quale parte del tuo lavoro ti riesce particolarmente bene?”
  • “Su che cosa vorresti crescere?”

Poi ascolta.

Senza riempire immediatamente ogni silenzio.

Chi parla meno non dovrebbe dover parlare più forte degli altri per essere ascoltato.

4. Chiedi che cosa gli serve

Quando una persona rimane bloccata su un compito, la soluzione non è necessariamente darle subito la risposta.

Puoi aiutarla a capire che cosa le impedisce di procedere.

  • “Che cosa ti sta bloccando?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Che cosa ti serve per andare avanti?”
  • “C’è qualcosa che possiamo rendere più semplice?”

Potrebbe aver bisogno di più informazioni.
Di confrontarsi con qualcuno.
Di chiarire una priorità.

Oppure semplicemente di smettere di perfezionare qualcosa che è già sufficientemente buono.

Il tuo compito non è indovinare di che cosa ha bisogno.

Chiediglielo.

5. Non pretendere sempre una risposta immediata

Fai una domanda durante una riunione.

Una persona risponde immediatamente.
Un’altra rimane in silenzio.

È facile interpretare la prima come più preparata, sicura o competente.

Non necessariamente è così.

Alcune persone ragionano meglio prima di rispondere.

Puoi anticipare un argomento importante prima della riunione.

Puoi dire:

  • “Pensaci e ne riparliamo domani.”

Puoi utilizzare anche una mail quando non è necessaria una risposta immediata.

Non perché una persona introversa debba comunicare soltanto per iscritto.

Ma perché non tutte le buone risposte nascono a bruciapelo.

Questo non impedisce al collaboratore timido di imparare a muoversi anche in contesti veloci.

6. Fagli capire che credi nelle sue capacità

Un collaboratore timido non ha bisogno di essere rassicurato continuamente.

Ha però bisogno di capire che il suo responsabile vede ciò che sa fare.

Riconosci un buon lavoro.
Fagli notare un progresso.
Affidagli responsabilità coerenti con le sue capacità.

E quando pensi che possa affrontare qualcosa di più impegnativo, diglielo.

  • “Penso che tu possa gestirlo.”

Poi lasciagli lo spazio per farlo.

Credere nelle capacità di qualcuno non significa proteggerlo dagli errori.

Significa non interpretare automaticamente esitazione, riservatezza o bisogno di tempo come mancanza di capacità.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi trasformare un introverso in un estroverso

Questo è forse il punto più importante.

Il tuo obiettivo non dovrebbe essere rendere tutti i collaboratori più espansivi, veloci nel rispondere o disinvolti nell’esporsi.

Devi aiutarli a lavorare bene, crescere e assumersi le proprie responsabilità.

Qualcuno lo farà parlando molto.

Qualcun altro osservando di più prima di intervenire.

Qualcuno avrà bisogno di essere incoraggiato a esporsi maggiormente.

Qualcun altro dovrà imparare a lasciare più spazio agli altri.

Far crescere una persona non significa trasformarla nel collaboratore perfetto.
Significa aiutarla a utilizzare meglio ciò che ha e a sviluppare ciò che le manca.

Se vuoi approfondire il tema della timidezza e dell’introversione in un’altra situazione professionale, puoi leggere anche “6 strategie che timidi e introversi dovrebbero conoscere prima di un’intervista di lavoro”.

E se con un collaboratore la differenza di stile è diventata ormai fonte di incomprensioni o tensioni, può essere utile lavorare sul modo in cui gestisci la relazione.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori su comunicazione, limiti e autorevolezza, per tornare a guidare con chiarezza. → Scopri come funziona.

Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

9 motivi perchè come giovane leader non farai molta strada

giovane leader

Una cosa è far parte di un team.

Un’altra è assumerti la responsabilità di guidarlo.

Finché sei soprattutto responsabile del tuo lavoro, puoi contare sulle tue competenze, sulla tua esperienza e sulla qualità di ciò che fai.

Quando diventi leader cambia qualcosa.

Adesso devi prendere decisioni che riguardano anche gli altri, dare feedback, gestire tensioni, chiarire aspettative, assumerti responsabilità e affrontare situazioni per le quali la competenza tecnica non basta più.

È proprio qui che come giovane leader potresti scoprire che il passaggio è più impegnativo del previsto.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” affronto proprio questo passaggio: diventare responsabile di altre persone significa imparare un lavoro che, almeno in parte, è nuovo.

Ecco 9 atteggiamenti che possono rendere molto più difficile il tuo percorso come giovane leader.

1. Vuoi diventare bravo troppo in fretta

Hai ricevuto una promozione.
Hai finalmente il tuo team.
È naturale voler dimostrare che sei pronto.

Il rischio è pretendere di sentirti subito sicuro, autorevole e perfettamente a tuo agio nel nuovo ruolo.

La leadership richiede tempo.

Devi conoscere le persone, fare esperienza, sbagliare qualche valutazione, correggere il tiro e capire quale modo di guidare funziona per te e per il team che hai davanti.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader. Devi cominciare a imparare a esserlo.

2. Smetti di ascoltare e imparare

La promozione può produrre uno strano effetto.

Prima facevi domande perché dovevi imparare.

Adesso pensi che, essendo diventato responsabile, dovresti essere tu quello che dà le risposte.

Non funziona così.

Più aumentano le tue responsabilità, più diventa importante continuare a osservare, ascoltare e chiedere.

Anche alle persone che coordini.

Essere leader non significa essere arrivato.

Significa assumerti una responsabilità diversa, continuando a imparare mentre la eserciti.

3. Pensi di dover avere tutte le risposte

Questo è uno dei rischi più comuni quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità.

Qualcuno ti fa una domanda e senti di dover rispondere.

Subito.

Anche quando non sei sicuro.

Puoi invece dire:

  • “Non lo so ancora.”
  • “Verifico e ti faccio sapere.”
  • “Prima di decidere voglio capire meglio.”
  • “Tu come la vedi?”

Non perdi autorevolezza perché non conosci una risposta.

Rischi di perderne molta di più quando fingi di sapere ciò che non sai.

4. Conosci poco il tuo modo di funzionare

Sai quali sono i tuoi punti di forza professionali.

  • Ma sai che cosa succede a te quando sei sotto pressione?
  • Come reagisci quando qualcuno ti contraddice?
  • Che cosa fai quando un collaboratore non segue le tue indicazioni?
  • Come vivi un errore?
  • Quanto hai bisogno di essere approvato?
  • Quanto fai fatica a dire no?

Come giovane leader comincia a osservare anche te stesso.

Perché il modo in cui reagisci entra inevitabilmente nel modo in cui guidi gli altri.

Prima di imparare a gestire un team, devi cominciare a capire che cosa succede a te mentre lo gestisci.

5. Non accetti di essere più esposto

Quando diventi responsabile, ciò che fai diventa più visibile.

Una decisione può essere apprezzata da qualcuno e contestata da qualcun altro.

Un feedback può essere accolto bene oppure male.

Una scelta che per te sembra ragionevole può creare malcontento nel team.

Non significa che devi diventare indifferente alle reazioni degli altri.

Significa accettare che non puoi utilizzare l’approvazione delle persone come unico criterio per capire se stai guidando bene.

A volte dovrai prendere una decisione che non piace.
Spiegarla.
Ascoltare le obiezioni.

E, se continui a ritenerla corretta, sostenerla.

6. Confondi autorevolezza e arroganza

Essere deciso non significa essere arrogante.

Essere autorevole non significa avere sempre l’ultima parola.

E avere responsabilità maggiori non rende automaticamente le tue opinioni migliori di quelle degli altri.

L’arroganza può manifestarsi in molti modi:

  • interrompere continuamente;
  • non accettare osservazioni;
  • svalutare le idee degli altri;
  • utilizzare il ruolo per chiudere una discussione;
  • trattare ogni dissenso come una sfida personale.

Puoi approfondire questo aspetto in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

La fermezza ti permette di prendere posizione. L’arroganza ti impedisce di vedere quando quella posizione merita di essere rivista.

7. Pensi che bastino titolo e competenze

Se sei stato promosso, probabilmente qualcosa sai fare bene.

Ma essere competente nel tuo lavoro e saper guidare altre persone sono due competenze diverse.

Come giovane leader, il titolo ti assegna una responsabilità.

Non ti garantisce automaticamente fiducia, ascolto e autorevolezza.

Quelli si costruiscono.

Nel modo in cui comunichi.
Nel modo in cui prendi decisioni.
Nel modo in cui affronti gli errori.
Nel modo in cui tratti le persone quando qualcosa non funziona.

Il ruolo può renderti responsabile del team.
Non può obbligare il team a riconoscerti come leader.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto.

Scopri il servizio dedicato.

8. Vedi il collaboratore soltanto attraverso il lavoro

Una collaboratrice deve uscire prima perché suo figlio sta male.

Un collaboratore attraversa un periodo complicato.

Qualcuno ha bisogno di maggiore flessibilità per qualche giorno.

Non puoi sempre risolvere i problemi personali delle persone che lavorano con te.

E non devi nemmeno farlo.

Ma puoi ricordarti che dietro il ruolo professionale c’è una persona.

Comprendere una situazione non significa rinunciare alle esigenze del lavoro.

Significa cercare, quando è possibile, di tenere presenti entrambe.

Un leader che vede soltanto compiti, scadenze e risultati rischia di perdere informazioni importanti sulle persone con cui lavora.

9. Pensi che certe difficoltà capitino soltanto agli altri

All’inizio può essere facile pensare:

  • “Io non farò quell’errore.”
  • “Con il mio team sarà diverso.”
  • “Io saprò farmi rispettare.”

Forse.

Ma la leadership ha un modo molto concreto di mettere alla prova le convinzioni che avevi prima di esercitarla.

Potresti scoprire di essere impaziente.
Più sensibile alle critiche.
Più bisognoso di approvazione.
Oppure meno bravo a gestire un conflitto di quanto immaginavi.

Non è una condanna.
È materiale su cui lavorare.

Il problema non è scoprire di avere qualcosa da imparare. È convincerti troppo presto di non averne più bisogno.

Diventare leader è un passaggio, non una consacrazione

Molte aziende promuovono una persona perché è competente nel proprio lavoro e poi si aspettano che sappia automaticamente guidare gli altri.

Non sempre offrono preparazione, confronto o accompagnamento.

E così il nuovo leader può trovarsi a imparare mentre sta già facendo.

È una situazione impegnativa, ma non significa che tu debba arrivare al nuovo ruolo già completamente preparato.

Devi però essere disposto a osservarti.
Fare domande.
Chiedere confronto quando serve.
Correggere qualcosa.

E accettare che diventare leader non dimostra che sei arrivato: significa che hai appena cominciato a imparare.

9 ragioni per preferire incontri faccia faccia con i collaboratori

faccia faccia

Mail, messaggi, chat e videoconferenze hanno reso la comunicazione sul lavoro più veloce e flessibile.

Ed è un vantaggio.

Non avrebbe senso organizzare un incontro per ogni informazione che puoi comunicare efficacemente in poche righe.

Ci sono però conversazioni nelle quali il canale che scegli fa parte del messaggio.

Un feedback delicato.
Un’incomprensione.
Un cambiamento importante.
Una difficoltà personale.
Una decisione che potrebbe suscitare domande o preoccupazioni.

In questi casi, una conversazione diretta — in presenza quando possibile, oppure in video se lavorate a distanza — può essere molto più utile di uno scambio di messaggi.

Ecco 9 ragioni per preferire un incontro faccia a faccia con un collaboratore quando la situazione lo richiede.

1. Crei un contatto più diretto

Quando incontri una persona, la comunicazione non passa soltanto attraverso le parole.

Conta il tono.
Conta il ritmo.
Conta la possibilità di fermarti.
Fare una domanda.
Accorgerti che qualcosa non è chiaro.
Lasciare spazio a una reazione.

Non significa che una conversazione diretta sia automaticamente migliore di una mail.

Significa che, quando il contenuto è importante, avere la persona davanti ti permette di costruire la conversazione insieme a lei.

Quando una conversazione è delicata, parlarne direttamente può fare la differenza.

2. Dimostri che quella conversazione merita tempo

I tuoi collaboratori sanno che hai impegni, scadenze e responsabilità.

Proprio per questo, quando scegli di dedicare tempo a un confronto individuale, stai comunicando qualcosa.

  • “Questa questione merita attenzione.”
  • “Voglio capire anche il tuo punto di vista.”
  • “Non voglio liquidare tutto con una mail.”

Non servono necessariamente incontri lunghi.

A volte bastano quindici minuti di attenzione vera.

Il valore non sta nella durata dell’incontro, ma nella qualità della presenza che offri.

3. Eviti di affidare tutto alla mail

La mail è utilissima.

Permette di lasciare traccia, condividere informazioni, riepilogare decisioni e comunicare rapidamente.

Il problema nasce quando usi la mail anche quando sarebbe meglio parlarsi.

Una tensione con un collaboratore.
Un feedback difficile.
Un comportamento che vuoi correggere.
Una situazione che rischia di essere fraintesa.

Scrivere può sembrare più semplice perché ti permette di scegliere con calma le parole.

Ma proprio quando una situazione è delicata, il testo può non bastare.

A volte devi poter spiegare.
Ascoltare.
Chiarire.

E magari correggere immediatamente un’interpretazione che non avevi previsto.

4. Puoi osservare meglio come viene ricevuto il messaggio

Durante un incontro diretto puoi accorgerti che una persona sembra sorpresa, confusa, infastidita oppure semplicemente pensierosa.

Puoi accorgerti che qualcosa merita di essere approfondito.

E chiedere.

  • “Mi sembra che questo punto ti abbia lasciato qualche dubbio. È così?”
  • “Come la vedi?”
  • “C’è qualcosa che non ti torna?”

Il vantaggio del faccia a faccia non è poter “leggere” l’altro.

È avere più possibilità di verificare se ciò che hai comunicato è stato compreso nel modo che immaginavi.

5. Costruisci la relazione nel tempo

La relazione con un collaboratore non si costruisce soltanto nelle grandi conversazioni.

Si costruisce attraverso tanti piccoli contatti.

Un confronto.
Una domanda.
Un momento nel quale ascolti.
Un riconoscimento.
Una difficoltà affrontata insieme.

Gli incontri individuali ti aiutano a conoscere meglio i tuoi collaboratori.

La fiducia si costruisce nel tempo, anche attraverso questi piccoli momenti di confronto.

6. Spieghi meglio cambiamenti e decisioni

Alcune informazioni possono essere comunicate tranquillamente per iscritto.

Altre hanno bisogno di contesto.

Spesso vogliono capire anche:

  • perché è stata presa quella decisione;
  • che cosa cambierà concretamente per loro;
  • che cosa rimarrà invariato;
  • che cosa ti aspetti;
  • che cosa ancora non sai.

Un incontro diretto permette alle persone di fare domande e a te di capire dove stanno nascendo dubbi o interpretazioni diverse.

Non elimina automaticamente malintesi e voci di corridoio.

Ma ti offre maggiori possibilità di affrontarli.

7. Puoi affrontare prima un’incomprensione

Quando una relazione comincia a diventare tesa, continuare a comunicare soltanto attraverso messaggi può peggiorare la situazione.

Una frase viene interpretata male.
Arriva una risposta più fredda.
Tu reagisci al tono.
L’altro reagisce alla tua reazione.

E il problema iniziale rischia di perdersi.

In questi casi può essere molto più utile fermare lo scambio e dire:

  • “Credo che per mail rischiamo di complicare la questione. Parliamone direttamente.”

Non sempre il confronto risolverà il problema.
Ma parlarne direttamente può evitare malintesi.

Se vuoi approfondire il valore delle pause e dell’ascolto nelle conversazioni professionali, puoi leggere anche “15 momenti in cui tacere è meglio che parlare”.

8. Gestisci meglio un feedback delicato

Ci sono feedback che possono essere comunicati velocemente.

Altri richiedono attenzione.

Se devi affrontare un problema di prestazione, un comportamento che si ripete o una situazione particolarmente delicata, il collaboratore deve poter capire che cosa gli stai dicendo e avere la possibilità di rispondere.

Può chiedere chiarimenti.
Portare elementi che non conoscevi.
Essere in disaccordo.

Oppure farti capire che il problema è diverso da come lo avevi interpretato.

Un feedback delicato non è un messaggio da consegnare.
È una conversazione da gestire.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

9. Affronti con maggiore cura questioni personali o sensibili

Non tutto dovrebbe viaggiare attraverso una mail.

Ci sono informazioni personali, difficoltà individuali o questioni riservate che richiedono maggiore attenzione.

Anche qui non esiste una regola valida per ogni situazione.

Ma prima di scrivere qualcosa di delicato, chiediti:

questa persona ha bisogno soltanto dell’informazione oppure ha bisogno di poterne parlare con me?

La risposta può aiutarti a scegliere il canale più adatto.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nel mio libro “Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

Non tutto richiede un incontro

Preferire il faccia a faccia quando serve non significa trasformare ogni questione in una riunione.

Una mail può essere perfetta.
Un messaggio può bastare.
Una telefonata può essere la soluzione più semplice.
Una videochiamata può sostituire bene la presenza quando la distanza non permette di incontrarsi.

La domanda utile è un’altra:

quanto è importante, complessa o delicata la conversazione?

Più aumenta il rischio di incomprensione, più hai bisogno di ascoltare la reazione dell’altra persona e più quella conversazione riguarda la relazione, meno conviene affidarsi soltanto allo scritto.

Le conversazioni più delicate è meglio affrontarle direttamente.

17 differenze tra fare il capo ed essere leader

essere leader

Il mondo del Lavoro è pieno di capi.

Mancano i (grandi) leader.
Mancano i leader.

La scelta spetta interamente a te.
Pensaci prima di fare il prossimo passo. Ecco 17 differenze tra fare il capo ed essere leader.

Fare il capo o essere leader?

 

Un capo insicuro gioca sulla paura
Il Leader traspira fiducia ed entusiasmo

Un capo megalomane dice “IO”
Il Leader dice “NOI”

Un capo “vecchia maniera” si focalizza solo sugli errori e nel trovare il colpevole
Il Leader aiuta i collaboratori a trovare le soluzioni ai loro errori

Un capo insicuro ha paura di “quelli bravi”
Il Leader non boicotta il talento, anzi lo guida e ne diventa il più leale alleato

Un capo old style non festeggia perché centrare il target “fa parte del lavoro”
Il Leader sa che celebrare e festeggiare significa creare coesione e alleanza

Un capo altezzoso decide tutto da solo
Il Leader promuove un lavoro di squadra e coinvolge tutti nel processo decisionale

Un capo cocciuto si concentra su “avere ragione”
Il leader sul “fare la cosa giusta“

Un capo meschino si prende il merito se va bene, incolpa gli altri se va male
Il Leader sa che onestà e integrità sono assolutamente essenziali per il successo

Un capo incerto controlla tutto
Il Leader dà fiducia ai collaboratori e lascia libera iniziativa

Un capo SA come si fa
Il Leader MOSTRA come si fa

Un capo dice “cosa fare”
Il Leader è più interessato a chiedere e ascoltare

Un capo nasconde la sua insicurezza con spavalderia, superiorità e arroganza
Il leader conosce la linea sottile tra essere fiducioso ed essere arrogante

Un capo non fa complimenti perché ha paura che i collaboratori si “montano la testa”
Il Leader sa che il riconoscimento spinge le persone a dare il massimo

Un capo debole non ammette mai l’errore (pensa sia debolezza)
Il Leader ammette i propri passi falsi (sa che è “vera forza”)

Un capo miserabile tratta i collaboratori come sudditi
Il leader prende a cuore i problemi del suo staff e aiuta a bilanciare lavoro/privato

Un capo meschino usa i suoi collaboratori
Il Leader sa che i suoi collaboratori sono la chiave del suo successo

Un capo superato dice “VAI”
Il Leader dice “ANDIAMO”

La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

È necessario tornare a guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire. Essere un leader del tuo team è indispensabile!

Mancano i leader.
Sei pronto a scegliere?