Feedback costruttivo: 9 espressioni da evitare per essere efficaci

feedback costruttivo

Come ho evidenziato anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando dai un feedback devi prestare attenzione non soltanto a cosa dici, ma anche a come lo dici.

Puoi avere perfettamente ragione sul contenuto e rendere comunque inefficace il tuo feedback per il modo in cui lo formuli.

Alcune espressioni apparentemente innocue possono essere percepite come aggressive, paternalistiche o poco sincere.

E a quel punto succede qualcosa di molto semplice: la persona smette di ascoltare ciò che le stai dicendo e comincia a difendersi.

Un feedback costruttivo dovrebbe avere un obiettivo preciso: aiutare una persona a comprendere un comportamento, valutarne le conseguenze e, quando necessario, modificarlo.

Non dimostrare che hai ragione.

Ecco 9 espressioni alle quali prestare attenzione.

1. “A essere onesto…”

Potrebbe sembrarti un modo per sottolineare la tua sincerità.

In realtà può produrre l’effetto contrario.

  • A essere onesto…
  • Sinceramente…
  • Se devo dirti la verità…

Perché senti il bisogno di specificarlo?
E soprattutto: prima non eri sincero?

Inoltre, iniziare un feedback con “A essere onesto…” prepara immediatamente l’altra persona a ricevere qualcosa di negativo.

Se hai qualcosa da dire, dillo con chiarezza.

La tua sincerità dovrebbe emergere dal modo in cui affronti la conversazione, non dalla necessità di dichiararla.

2. “Mai” e “sempre”

“Fai sempre così.”
“Non ascolti mai.”
“Arrivi sempre in ritardo.”

Gli assoluti indeboliscono il feedback perché offrono all’altra persona una facile via d’uscita.

Basta ricordare una sola occasione in cui non è successo e la discussione si sposta immediatamente:

  • “Non è vero che lo faccio sempre!”

E probabilmente ha ragione.

Meglio parlare di comportamenti osservabili e circoscritti:

  • “Nelle ultime tre riunioni sei arrivato dopo l’orario concordato.”

Il feedback diventa più concreto e molto più difficile da trasformare in una disputa sulle parole.

3. “Fai come Piercarlo”

Confrontare un collaboratore con un altro raramente aiuta.

  • “Guarda come lo fa Piercarlo.”
  • “Dovresti essere più come Miriam.”

Le persone possono raggiungere ottimi risultati in modi diversi.

Il fatto che Piercarlo faccia qualcosa bene non significa automaticamente che tutti debbano lavorare come lui.

Se vuoi evidenziare qualcosa che deve cambiare, parla del comportamento, non della persona da imitare.

Il confronto rischia soltanto di generare irritazione, competizione e risentimento.

4. “Senza offesa…”

Quando senti il bisogno di iniziare una frase con “Senza offesa…”, fermati un momento.

Probabilmente sai già che quello che stai per dire potrebbe essere percepito come offensivo.

  • “Senza offesa, ma questa presentazione è davvero confusa.”

La premessa non rende meno duro ciò che viene dopo.

Non utilizzare una formula per autorizzarti a dire qualsiasi cosa.

Chiediti piuttosto: come posso dire la stessa cosa in modo diretto, rispettoso e utile?

5. “Tutti hanno notato che…” – “Tutti pensano…”

Chi sono tutti?

Quando utilizzi una generica voce collettiva, il destinatario non deve più confrontarsi soltanto con il tuo feedback.

Improvvisamente ha la sensazione di avere un’intera platea contro.

  • “Tutti hanno notato il tuo atteggiamento.”
  • “Anche gli altri pensano che tu sia poco disponibile.”

Il rischio è creare imbarazzo, sospetto e una caccia inevitabile:

  • Chi l’ha detto?
  • Chi pensa questo di me?

Se sei tu a dare il feedback, assumitene la responsabilità.

Se esiste un problema concreto, parla di quello.

Non hai bisogno di convocare una maggioranza immaginaria per rendere più forte ciò che stai dicendo.

6. “Dovresti…” – “Se fossi in te…”

Ci sono momenti in cui un leader deve indicare chiaramente cosa deve essere fatto.

Ma attenzione a non trasformare ogni feedback in una lezione.

  • “Se fossi in te farei così…”
  • “Quello che dovresti fare è…”

Quando parti immediatamente con la soluzione, rischi di togliere all’altra persona la possibilità di ragionare sul problema.

A volte è molto più efficace chiedere:

  • “Come pensi di poter gestire diversamente questa situazione la prossima volta?”

Aiutare qualcuno a trovare una soluzione non significa rinunciare al proprio ruolo.

Significa evitare di sostituirsi continuamente al suo pensiero.

7. “Quello che devi capire è…”

Poche espressioni riescono a creare distanza così velocemente.

“Quello che devi capire è…”

Il sottotesto rischia di essere:

Tu non hai capito.
Adesso te lo spiego io.

Ed è proprio questo retrogusto paternalistico che può far perdere efficacia al feedback.

Se vuoi spiegare qualcosa, spiegalo.

Non hai bisogno di ricordare all’altra persona che tu hai capito e lei no.

8. “Questo è un problema da diversi mesi…”

Qui il problema non è soltanto l’espressione.

È ciò che rivela.

Se un comportamento rappresenta davvero un problema da mesi e ne parli soltanto adesso, la persona potrebbe legittimamente chiederti:

“Perché non me l’hai detto prima?”

Il feedback costruttivo dovrebbe essere tempestivo.

Non accumulare irritazione, episodi e giudizi per settimane o mesi per poi scaricarli tutti durante una conversazione.

Più il feedback è vicino al comportamento osservato, più è facile comprenderlo, contestualizzarlo e modificarlo.


Hai mai rimandato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto

9. “Ma…”

  • “Hai gestito molto bene il reclamo, ma devi dimostrare di conoscere meglio le nostre procedure.”

Il problema non è la parola ma in sé.

È il modo in cui spesso la utilizziamo durante un feedback.

Quando un apprezzamento viene immediatamente seguito da un ma, la persona può iniziare a percepire tutto ciò che precede come una semplice preparazione alla critica.

  • “Bravo, ma…”
  • “Hai fatto un buon lavoro, ma…”

E finisce per ricordare soprattutto ciò che viene dopo.

Se hai un riconoscimento da fare, fallo perché lo ritieni autentico.

Poi affronta separatamente ciò che deve essere migliorato.

Non utilizzare l’apprezzamento come zucchero per rendere più digeribile la critica.

Il feedback non serve a dimostrare che hai ragione

Quando dai un feedback, è facile concentrarti soprattutto sul messaggio che vuoi far passare.

  • Devo fargli capire che…
  • Devo spiegargli che…
  • Deve rendersi conto che…

Ma più ti concentri sulla necessità di convincere, correggere o dimostrare, più rischi di dimenticare la persona che hai davanti.

Un feedback costruttivo non è una sentenza.

Non è neppure un’occasione per mostrare esperienza, superiorità o capacità di analisi.

Serve a rendere visibile qualcosa che può essere migliorato e a creare le condizioni perché l’altra persona possa farlo.

Per questo le parole contano.

Un feedback è efficace quando l’altro può ascoltarlo senza doversi difendere da te.

Essere leader non è facile. Chi non è leader, non lo sa. Fantastica.

la leadership

Foto di rawpixel from Pixabay.

La leadership non è facile

Che tu sia un manager di una multinazionale o il responsabile di settore con i suoi 3 fidi-collaboratori … poco cambia. Non è semplice.

Non importa se hai studiato tanto, poco conta se dirigi 2 o 200 collaboratori.
Essere leader non è (e non sarà mai) comodo. La leadership riguarda più il tuo modo di essere che le parole sul tuo biglietto da visita.

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La leadership non è semplice

Vuoi che ti dica il contrario?
Che avrai sicuramente una carriera grandiosa, un team che ti adorerà, più soldi, più riconoscimento e una vita appagante? Ti dico che ci sono percorsi più facili da intraprendere.

Se stai cercando una strada facile, forse la leadership non fa per te.

Il prestigio ha un prezzo e, onestamente, la maggior parte dei leader piuttosto che persone celebrate nei libri di economia sono più eroi solitari che combattono dure battaglie, dormono sonni agitati e vengono scaricati dall’azienda non appena il loro rendimento scende dello 0,5%.

Non pensare che la leadership sia semplicemente un riconoscimento per anni di lavoro 24/7 o un progetto portato a termine brillantemente.

Se stai aspettando di essere un leader finché non hai il titolo che desideri, è il momento di guardarti allo specchio e avere una conversazione spietatamente onesta con te stesso.

Chiediti … Perché vuoi essere leader?

Hai il titolo ma stai ancora “aspettando” di essere un vero leader?
Stai aspettando che le cose siano più facili?
Che cosa sei disposto a rinunciare?
Sei disposto a partire per questa avventura senza certezza di prestigio o successo?

La leadership non è per tutti

Ci vuole tempo. Ci vuole abnegazione.
Necessita di un grande sforzo.
Leadership è dedizione, coraggio, rischio.

 


 

Essere leader non è facile. Chi non è leader, non lo sa.
Fantastica.

Non ti senti abbastanza leader?

Se ti accetti per quello che sei, non significa sentirsi perfetto.

Se ti accetti per quello che sei, significa arrendersi alla realtà e cominciare a essere sempre più “in pace” con se stessi. Vuol dire essere meno critici e severi, perdonarsi i propri errori e accettare i propri limiti.

Accettare il fatto di non essere una persona così coraggiosa, carismatica, efficace, forte … è una conquista che richiede un grande sforzo e un lungo lavoro su se stessi.
Questa conquista spingerà per il cambiamento. Per la leadership.

Accettarsi è cambiamento.
Accettarsi per quello che si è … il primo passo verso il tuo successo (grande o piccolo che sia, poco importa).

9 modi per sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro – 2

sviluppare fiducia

Leggi anche la parte 1.

4. Usa “La prossima volta …”

Quando vedi un collaboratore sfiduciato bloccato (un’altra volta) davanti all’ostacolo … chiedi: “Che cosa farai diversamente la prossima volta?
Che domanda magica!

Errori ripetuti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare bene le cose.
Superare un ostacolo rognoso aiuta a sviluppare fiducia.

5. “Trasformalo” in coach

Prendi nota delle sue migliori capacità e condividi le sue competenze con gli altri componenti del team.

Se è bravo in qualcosa di specifico, sarà più incline a parlarne e a mettersi in gioco. Attribuiscili il ruolo di coach e il compito di supportare (in quel campo o settore specifico) un collega di team.
Uno-a-uno.

Poi aumenta gradualmente la difficoltà.

LA TUA COMUNICAZIONE AUTOREVOLE CON IL TUO TEAM > trovi spunti interessanti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

6. Aiuta il collaboratore insicuro a non mollare

Rivedi le strategie, l’approccio, gli strumenti, competenze e … fallo andare avanti. Non accontentarti di alcuni tentativi, insisti con lui/lei fino alla fine.

Anche dopo ripetuti fallimenti, non perdere la fiducia in lui/lei.
Mai.
Ricorda che il talento è utile ma la tenacia è il fattore fondamentale del successo a lungo termine.

Se non c’è l’ha (la tenacia), aiuta il collaboratore a trovarla. Se ne ha, sostienilo a non sprecarla e a indirizzarla su qualcosa di valido!

7. Cancella la percezione di fallimento

Non associare l’errore alla persona.

Anche inconsciamente, come se fossimo ancora a scuola, diamo sempre un voto, una valutazione, un giudizio, una sentenza inappellabile e spietata: se “ha fallito”, vorrà dire che “è un fallito”.

 


 

Aiuta il collaboratore dubbioso a ristrutturare le sue convinzioni e smussare gli angoli della sua autocritica più tagliente e imparare a pensare: “Io non sono un errore” ma “Ho commesso un errore”.

La differenza è lampante!

8. Trasforma il fallimento in un momento di crescita

Quando una persona è in debito di fiducia personale, anche l’errore più piccolo confermerà i suoi sentimenti di inadeguatezzaEcco … lo sapevo che non riuscivo. Come sempre.

Aiuta il tuo collaboratore esitante a capire che il fallimento è davvero un passo verso il successo.
Insegnagli a “fallire positivamente”, guardando sempre in avanti, sfruttando al massimo i suoi errori.

Trasforma il fallimento in uno strumento di apprendimento e crescita.
Diminuendo la paura di sbagliare, favorisci la crescita del tuo team.

Se riuscirai a ispirare speranza, farai “volare” il tuo team.

9. Celebra il miglioramento per sviluppare fiducia

Quando raggiungi un obiettivo con il tuo collaboratore, festeggia con lui/lei. Il successo genera successo e la fiducia acquisita procura una maggiore sicurezza.

Racconta la sua storia di successo ad altri dirigenti, in tutta l’azienda. Mostra alla tua squadra quanto ne sei orgoglioso!

Se ti concentri sugli errori, invece, “costruisci” ambienti distaccati e menefreghisti.

 


 

Sviluppare fiducia richiede tempo ed energia

Ma ne vale la pena.
Crea un impatto a lungo termine per il dipendente, per il team e per la tua azienda.

La fiducia è sempre dare.
Anche quando ti aspetti che qualcuno guadagni la tua fiducia, inizia comunque col darla.

Dai fiducia.
Accetta i limiti negli altri.

È importante sottolineare che questi suggerimenti non sono una forma di “coccole” per la gestione di persone insicure, ma piuttosto un potenziamento di collaboratori con un potenziale inespresso.

Se vuoi approfondire … ecco il coaching per gestire il team!

9 modi per sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro – 1

sviluppare la fiducia

Non importa quanto sia intelligente, competente e qualificato il tuo collaboratore, se si sente dubbioso delle sue qualità, non ha la certezza di poter fare la differenza
non mostrerà il suo pieno potenziale.

Alcuni collaboratori,
non sono a loro agio nel parlare davanti alle persone, spingere una vendita, fare telefonate difficili con un cliente. Danno il meglio di sé in altri approcci … magari ascoltare, analizzare, pacificare, ecc…

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Se come team leader,
hai intenzione di sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro spesso, nonostante le buone intenzioni, con le tue parole e il tuo comportamento, rischi di accentuare dubbi e paure.

Infatti, quando il collaboratore esitante è spinto, pressato a oltrepassare la sua zona di comfort (senza essere pronto) è facile che diventi ancor più emotivo, agitato e turbato.
Insicuro e incerto.

Creare fiducia in un collaboratore indeciso non è cosa-facile, non avviene in una notte,
richiede il tuo impegno, una “vera” conversazione, “da-coach”,
non riconoscimenti superficiali o slogan motivazionali presi in prestito.

Ecco 9 modi per infondere fiducia e sviluppare la fiducia di un collaboratore insicuro o sfiduciato:

1. Non pressare

Il modo più naturale per motivare una persona insicura suona più o meno così:
“Coraggio! Se va male, la prossima volta andrà meglio!”

In realtà, le esortazioni non aiutano l’insicuro a diventare coraggioso.
Anzi.

 


 

Ci sono persone che amano guardare … prima di buttarsi!
L’attesa dell’azione inoltre aumenta la paura.
È importante lasciare ai tuoi collaboratori insicuri il tempo per pensare e raccogliere i pensieri.

È meglio fare un passo indietro e rispettare “i confini” piuttosto che spingere e rischiare di perdere un valido collaboratore.


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2. Fai sentire la persona importante se vuoi sviluppare la fiducia

La persona che crede di essere importante agisce come se fosse importante.
Quando aiuti qualcuno a credere che sia importante, espandi il suo potenziale (e il tuo).

Aiuta il tuo collaboratore a credere di più in se stesso.

Nessuno ama sentirsi un “progetto”, una risorsa.
Se tratti il tuo collaboratore come incapace (un bamboccio cui dispensare ordini), si comporterà da perdente.

Connettiti con lui/lei personalmente, trattalo da adulto, osserva i segnali verbali che esprime la mancanza di fiducia.

Parla delle verità difficili.
Non nascondere la realtà e le scarse prestazioni con la compassione e frasi di incitamento prese dal web.
La commiserazione raramente solleva il potenziale.

3. Sii specifico quando dai riconoscimenti

Se dici “Però … hai un potenziale!” non riuscirai a incedere sulla motivazione e sulla potenzialità della persona.

Devi essere il più specifico possibile con esempi quando elogi.

  • “Stamattina, con il cliente A. … Quando hai detto X, hai cambiato la conversazione? Ottimo, stai facendo la differenza!”

Il collaboratore insicuro deve essere convinto e rassicurato dalle tue parole.
Espressioni generiche “Stai andando alla grande”, “ Sei forte” non bastano.

Leggi questo post per approfondire!

 
POTENZIA LA TUA COMUNICAZIONE CON IL TUO TEAM > FAI COACHING
 

Angela – che sta facendo coaching per migliorare la “gestione” del suo capo diretto – spiega benissimo il concetto:
“Il mio manager mi dice sempre che sono brava, ma non mi dà mai dettagli.
Non ne sono poi così sicura.
Se davvero pensasse che fossi così brava, avrebbe ampliato il mio ruolo. Invece … francamente, sto iniziando a interrogarmi sul mio futuro qui. “

Continua a leggere la parte 2.

Errori del leader: 8 motivi perché i collaboratori scappano via – 2

errore del leader

Leggi anche la parte 1.

5. Le persone non si sentono ascoltate

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Caro leader … forse questo non lo sai …
non c’è niente di più frustrante per un tuo collaboratore sentirsi poco ascoltato,
mal capito o frainteso.
Un errore del leader … da evitare assolutamente!

Ti sei accorto che, spesso, stai pensando già alla risposta mentre la persona sta ancora parlando?
Se stai pensando a cosa dire, come puoi ascoltare veramente?

Ascoltare va oltre il semplice “sentire” quello che il tuo collaboratore ha da dire: è capire il messaggio nel suo giusto contesto. La persona vuole sentire la tua partecipazione e il tuo interesse.

No, forse questo davvero non lo sai …
l’ascolto attivo è una delle competenze fondamentali nella gestione (moderna) di un team.

6. Hai un approccio professionale ma anche gelido e artificiale

Caro team leader … ti sei mai chiesto …
che cosa percepisce una persona quando entra nel tuo ufficio?
Che cosa trasmetti, anche inconsciamente, quando ti relazioni con un collaboratore?

 


 

Attenzione, partecipazione, disponibilità, ascolto?
Oppure rimane la gelida sensazione di essere accolto con sufficienza,
indifferenza o risentimento (perché stai disturbando)?

Lo sai,
allo stesso tempo possiamo essere professionali e competenti ma anche gelidi, scortesi o scostanti.

7. Chiedi e pretendi ma non dai l’esempio

Caro team leader …
saresti sorpreso nel sapere quanto il tuo team “assorba” da te abitudini e modi di fare.

Non basta solo passare le informazioni,
dare le direttive, distribuire mansioni.
È necessario guidare le persone con l’esempio.

Devi essere (anche tu) in prima linea, lì davanti.
Se non altro,
questo approccio fa di te un leader forte e concreto, perché ti stai attivamente impegnando per migliorare.

Caro leader … perché non ti sporchi (mai) le mani?
Sei un “grande” ad assegnare il lavoro, molto meno a partecipare.
A prenderne parte. A esserne parte.
Ecco un altro grande errore del leader!

Non scendi mai dal tuo piedistallo, al fianco del tuo team.
Metti giù la testa, lavora, anche tu …
insieme al tuo team.


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8. Non prendi le difese del tuo team

Il titolare della ditta ha appena “cazziato” ingiustamente un tuo collaboratore e non hai mosso un dito?
Un cliente odioso ha trattato senza rispetto un tuo dipendente e ti sei voltato dall’altra parte,
facendo finta di niente?

Quando è l’ultima volta che sei battuto per un membro del tuo team?
Se non lotti per il tuo staff, perdi la loro fiducia.

Caro leader … lo so cosa vuoi dirmi …
non devi “fare l’eroe”, il paladino dei diritti dei più deboli e neanche metterti contro il grande capo o il cliente indisponente (di questi tempi poi …),
ma se sorvoli completamente sull’accaduto, rischi di perdere la stima del tuo personale.

Sono d’accordo con te …
oggigiorno semplici gesti come questi se ne vedono sempre meno e sono ad appannaggio di qualche solitario eroe innovatore.

E allora?
Non sarebbe il caso di cominciare?

Demotivare il team .. il più grande errore del leader

Prima di sapere come motivare gli altri …
sei consapevole degli atteggiamenti o dei comportamenti che stanno (in modo diretto, indiretto, consapevole o no) demotivando le persone che lavorano con te?

Quando sono state assunte, queste persone sicuramente non erano svogliate,
annoiate, diffidenti, indifferenti, – come me le stai descrivendo adesso –
altrimenti non le avresti assunte.
Non ti sembra?

Nel corso del rapporto di lavoro,
si verificano situazioni e azioni che demotivano le persone.

Qualcosa “accade” ai dipendenti che si … spengono.

Errori dei leader: 8 motivi perché i collaboratori scappano via – parte 1

errori dei leader

“In che senso?”
“Che cosa intendi?”

Caro leader … ecco cosa mi hai risposto quando – con aria stupita di chi sente per la prima volta questo tipo di domanda – ti ho chiesto come creavi entusiasmo nel tuo staff o quanto eri motivante nel comportamento e nelle parole.

Oggigiorno chi gestisce oggi un team (piccolo o grande, non fa differenza),
deve riuscire a dare un valore aggiunto e porsi domande su come migliorare e approcciare con più efficacia i propri collaboratori.

Uno dei maggiori errori dei leader? Lasciarsi fuggire i talenti

Spesso ci comportiamo male verso chi-lavora-con-noi senza rendercene conto,
anche in buona fede, per mancanza di tempo, per lo stress, per incomprensione, per superficialità,
per ignoranza (nel senso di non conoscenza) ma anche per pura stronzaggine,
vera strafottenza e ricercata arroganza.

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Pochi considerano la gestione del team,
un valore o un’area strategica su cui investire.
Ecco uno dei peggiori errori dei leader!

Caro leader …
non puntare solo sui numeri.

Un buon manager è anche quello che non lascia fuggire i migliori talenti. Infatti, la principale causa per cui collaboratori decidono di licenziarsi o di cambiare azienda è proprio a causa dei superiori.

Ecco 8 motivi perché i tuoi collaboratori appena possono scappano gambe levate (e i concorrenti sentitamente ringraziano):

1. Non consideri le persone

Caro leder … forse ti sei dimenticato che …
a chiunque farebbe piacere sapere che sta lavorando bene.

Eppure, non chiedi mai pareri e feedback?
Trattieni le informazioni e non le condividi mai (anche quelle di poca importanza)?
Tuttavia condividere, è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente.

Distribuire le varie responsabilità,
condividere le informazioni è un attestato di fiducia per i tuoi collaboratori …
è come dire a ciascuno di loro “Mi fido di te”.

 


 

Quando ti vedono trattenere le informazioni,
i tuoi collaboratori non possono che chiedersi perché non rientrano nella tua cerchia di fiducia e perdono gradualmente entusiasmo.

Ricevere solo disposizioni, senza partecipare (pur minimamente) al processo decisionale,
fa sentire i tuoi collaboratori senza importanza,
inutili.

Poi ti sento parlare di “spirito di squadra” …

2. Sei un maniaco del controllo

Caro leader… ma dai!

Come approfondisco nel capitolo 3 del mio libro “Prima volta Leader” prima ne magnifichi le doti e le capacità, affermi che è stato un colpo strapparlo alla concorrenza,
ma poi non lo lasci lavorare in libertà …
blocchi il tuo collaboratore finché non arriva il tuo “OK”, anche per questioni di secondaria importanza.

Lo sai che così facendo scoraggi l’iniziativa e blocchi la motivazione?

Se sei riluttante a delegare,
ti concentri sui dettagli e scoraggi le persone nel prendere l’iniziativa, il dipendente si sente come un bambinone-che-non-sa,
diventi il motivo principale della fuga dei tuoi migliori collaboratori.

3. Cedi spesso ai favoritismi

Spesso (e forse senza rendertene conto) …
coinvolgi nelle attività professionali sempre e solo le stesse persone.

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune collaboratori rispetto ad altri,
ma manifestando preferenze in maniera così evidente,
perderai la stima e la motivazione di tutto il team.

Lo so cosa vuoi dirmi …
ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri ma è necessario appassionare (con le dovute differenze) ogni singolo membro del tuo team.


Leadership senza errori? Si impara! > Inizia il coaching

4. Tutto è dovuto

Caro leader … ma per favore!

Se vuoi essere proprio sicuro di generare noia e sensazione di inutilità nel tuo team,
c’è una cosa semplicissima che puoi fare … anzi non fare.
Non fare niente.

Aspettati che il lavoro sarà fatto impeccabile come sempre,
come se tutta la fatica non contasse nulla,
considera i risultati ottenuti come qualcosa di dovuto, scontato,
semplicemente il frutto del lavoro.

I tuoi collaboratori non si sentono mai dire “Per favore” e “Grazie”.
Tutto è doveroso. Tutto è dovuto.
Sei convinto che interessi solo lo stipendio (uno dei errori dei leader).

Forse ti sei dimenticato che …
spesso sono proprio le gratificazioni a stimolare il dipendente a crescere e non cambiare azienda.

Continua a leggere anche la parte 2.

Aumentare la tua leadership? Impara a dire NO ai collaboratori

imparare a dire no
Martha è preparata, capace e appassionata del suo lavoro.

È office manager e coordina otto collaboratori. Tiene molto al clima del team, alle relazioni e alla collaborazione.

Forse anche troppo.

Martha vuole mantenere pace e tranquillità. Vuole essere una responsabile disponibile, aperta, diversa da quei capi rigidi che decidono senza ascoltare nessuno.

Così, quando dovrebbe dire NO, spesso preferisce evitare.

Dice “Vediamo”.
“Forse”.

Oppure finisce per dire SI anche quando vorrebbe dire tutt’altro.

Nel breve periodo funziona.

Nessuna discussione.
Nessuna faccia contrariata.
Nessuna tensione.

Ma quella tranquillità ha un prezzo.

Dire sempre SI non significa essere un leader disponibile

Martha comincia ad accorgersene.

Accetta richieste che vorrebbe rifiutare. Si assume attività che dovrebbero svolgere altri. Rimanda decisioni scomode.

Alla fine si ritrova oberata di lavoro, stanca e nervosa.

E soprattutto frustrata con se stessa.

Quando poi arriva al limite, succede il contrario: il NO che non è riuscita a dire prima esce improvvisamente.

Secco.
Brusco.
Irritato.

Il problema, allora, non è più soltanto la richiesta del collaboratore.

È tutto quello che Martha ha accumulato prima.

Dire NO al momento giusto avrebbe probabilmente creato meno tensione di quella che sta cercando di evitare.

Se vuoi essere leader devi accettare che qualche tua decisione non piacerà

È questo il passaggio più difficile.

Martha non teme realmente la parola NO.

Teme quello che potrebbe succedere dopo.

  • “Ci rimarrà male?”
  • “Penserà che non sono disponibile?”
  • “Si arrabbierà?”
  • “Cambierà atteggiamento nei miei confronti?”

Quando coordini altre persone è normale tenere conto delle loro reazioni.

Il problema nasce quando la paura della reazione comincia a decidere al posto tuo.

A quel punto non stai più scegliendo ciò che ritieni corretto per il lavoro, per il team o per la situazione.

Stai scegliendo ciò che ti permette di evitare il disagio.

Un NO non distrugge necessariamente una relazione

Molti leader associano il NO allo scontro.

Pensano che essere fermi significhi essere rigidi. Che mettere un limite significhi diventare autoritari. Che negare una richiesta significhi deludere inevitabilmente qualcuno.

Non è così.

Puoi dire NO e continuare ad ascoltare.
Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

Puoi rifiutare una richiesta spiegandone le ragioni, riconoscendo il punto di vista dell’altra persona e, quando possibile, proponendo un’alternativa.

Il problema non è il NO. È come lo dici e quanto sei capace di sostenerlo.

Non comprare la tranquillità del team con continui SI

È una tentazione comprensibile.

Dire SI risolve immediatamente il problema.

La persona è contenta.
La conversazione finisce.
La tensione sparisce.

Almeno apparentemente.

Ma se continui a evitare decisioni scomode, prima o poi il team comincerà a capire che i tuoi limiti sono negoziabili.

E tu potresti ritrovarti a dire SI non perché sei disponibile, ma perché non riesci più a dire NO.

C’è una grande differenza.

La disponibilità è una scelta.
L’incapacità di mettere un limite.. no.

Non hai bisogno che i tuoi collaboratori siano sempre contenti di te

Questa è forse la consapevolezza più importante per Martha.

Un leader può desiderare un buon rapporto con il proprio team. Anzi, dovrebbe.

Ma non può utilizzare l’approvazione dei collaboratori come criterio per stabilire se sta facendo bene il proprio lavoro.

Ci saranno decisioni apprezzate e altre contestate.
Richieste che potrai accogliere e altre che dovrai rifiutare.

Momenti in cui sarai vicino alle esigenze della persona e altri in cui dovrai tutelare quelle dell’intero team.

Essere autorevole non significa essere sempre apprezzato. Significa riuscire a rimanere coerente anche quando sarebbe più comodo compiacere.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra autorevolezza, comunicazione e gestione delle persone.

Martha non deve imparare soltanto a dire NO

Durante il coaching Martha mi disse:

“Voglio essere diversa, disponibile e aperta, ma anche ferma e decisa nelle mie decisioni.”

Ed è proprio qui il punto.

Non deve trasformarsi in una responsabile più dura.

Deve imparare a non confondere disponibilità con accondiscendenza.

Dire NO quando serve. Spiegarlo quando è utile. Ascoltare la reazione dell’altra persona senza sentirsi obbligata a cambiare decisione soltanto perché quella reazione è negativa.

All’inizio può essere scomodo.

Poi scopri spesso una cosa sorprendente: gli altri accettano i tuoi NO molto meglio di quanto avevi immaginato.

E anche quando non li accettano?

Puoi ascoltare il loro disappunto senza dover necessariamente eliminarlo.

Perché leadership significa anche questo:

non evitare ogni tensione, ma imparare a gestirla senza perdere te stesso.

Parlare con autorevolezza – come un executive – anche se non lo sei

parlare con autorevolezza
Passiamo molto tempo a sviluppare competenze, conoscenze e capacità tecniche.

Molto meno a osservare come comunichiamo ciò che sappiamo.

Eppure puoi essere preparato, competente, avere una buona idea e indebolirla nel momento stesso in cui apri bocca.

Non perché utilizzi la parola sbagliata.

Ma perché continui a giustificarti, rassicurare, ripetere, chiedere conferme. Come se avessi bisogno dell’approvazione degli altri prima ancora di arrivare alla fine della frase.

Parlare con autorevolezza non significa usare parole altisonanti o assumere il tono dell’executive navigato.

Significa qualcosa di molto più semplice:

non indebolire continuamente ciò che hai da dire.

Non proclamare la tua professionalità

“Si fidi.”
“Mi creda.”

Sono espressioni che utilizziamo pensando di trasmettere sicurezza e affidabilità.

Possono produrre l’effetto contrario.

Se devi dichiarare continuamente che sei affidabile, competente o sincero, chi ti ascolta potrebbe cominciare a chiedersi perché senti il bisogno di precisarlo.

La professionalità non ha bisogno di essere proclamata.

Deve emergere da quello che dici, da come lo sostieni e dai fatti che porti.

Invece di dire “Si fidi”, porta un dato, un esempio, un’esperienza concreta. Spiega il ragionamento che ti porta a quella conclusione.

Lascia che sia l’altra persona a pensare:

“Mi posso fidare.”

È molto più potente.

Non chiedere continuamente conferma

“Ho ragione, vero?”
“Mi capisci?”
“Giusto?”
“Non credi?”

Una domanda ogni tanto fa parte di qualsiasi conversazione.

Il problema nasce quando diventa un’abitudine.

Hai espresso un’opinione e immediatamente cerchi approvazione. Fai una proposta e osservi gli altri aspettando un cenno di conferma.

È quasi come dire:

  • “Io penso questo… ma ditemi voi se posso davvero pensarlo.”

Se hai qualcosa da dire, dillo.

Poi lascia agli altri lo spazio per valutarlo, discuterlo e anche non condividerlo.

Autorevolezza non significa pretendere consenso. Significa non averne continuamente bisogno.

Togli le parole che non aggiungono niente

“Quindi…”
“Praticamente…”
“Sostanzialmente…”
“Diciamo…”
“Ehm…”

Tutti utilizziamo intercalari.

Non è necessario trasformare una conversazione in un esercizio di perfezione linguistica.

Ma quando queste parole riempiono continuamente il discorso, il messaggio perde ritmo e incisività.

Spesso gli intercalari compaiono perché abbiamo paura del silenzio.

Dobbiamo riempire ogni secondo.

E invece una breve pausa può comunicare molta più sicurezza di cinque parole utilizzate soltanto per prendere tempo.

Non avere paura di fermarti.

Pensa.
Poi continua.

Non addolcire ogni messaggio

A volte vogliamo essere talmente gentili da rendere quasi invisibile ciò che volevamo dire.

Giriamo intorno al punto.
Introduciamo mille premesse.
Aggiungiamo spiegazioni e attenuanti.

Alla fine chi ci ascolta deve quasi chiedersi:

“Ma cosa vuole dirmi?”

Essere autorevole non significa essere brusco.

Puoi essere rispettoso e diretto nello stesso momento.

Anzi, spesso la chiarezza è una forma di rispetto: non costringe l’altra persona a interpretare continuamente ciò che stai cercando di comunicarle.

Non scusarti per il semplice fatto di parlare

“Scusa il disturbo.”
“Scusa, era solo un’idea.”
“Mi dispiace, forse sto sbagliando…”

Chiedere scusa quando abbiamo commesso un errore è segno di maturità, non di debolezza.

Ma chiedere scusa continuamente è un’altra cosa.

Non devi scusarti perché hai un’opinione.
Non devi scusarti perché fai una domanda.
Non devi scusarti perché proponi qualcosa che potrebbe non essere condiviso.

Prima di dire “scusa”, chiediti:

  • ho realmente qualcosa di cui scusarmi?

Se la risposta è no, probabilmente puoi iniziare direttamente da ciò che vuoi dire.


Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” — un coaching mirato per comunicare da vero leader.

Non ripetere dieci volte quello che hai già detto bene una volta

A volte ripetiamo perché vogliamo essere sicuri che l’altro abbia capito.

Altre volte perché non siamo sicuri che il nostro messaggio sia abbastanza convincente.

Così aggiungiamo dettagli.
Riformuliamo.
Torniamo indietro.
Facciamo un altro esempio.
Poi un altro ancora.

E una buona idea comincia lentamente a perdere forza.

Più parole non significano necessariamente più autorevolezza.

Se hai espresso chiaramente il concetto, fermati.

Lascia spazio.
Permetti all’altra persona di reagire.

Parlare con autorevolezza non significa sembrare più importante

È facile associare l’autorevolezza alla voce profonda, alla frase brillante, al linguaggio sicuro dell’executive che entra in una stanza e conquista tutti.

Parlare con autorevolezza non è una recita.

Puoi utilizzare tutte le tecniche comunicative che vuoi: se stai cercando disperatamente di sembrare autorevole, probabilmente qualcosa arriverà comunque a chi ti ascolta.

Nel mio libro “Autorevolezza” approfondisco proprio il rapporto tra comunicazione, presenza e credibilità professionale.

Non devi parlare come un executive.
E soprattutto non devi fingere di esserlo.

Forse è proprio questa la differenza che percepiamo nelle persone autorevoli.

Non necessariamente parlano meglio degli altri.

Semplicemente, non sembrano chiedere continuamente il permesso di parlare.

Un segreto per parlare con più autorevolezza .. e tutti ascolteranno

parlare con più autorevolezza

“Io do un ordine, o taccio.”
Napoleone Bonaparte

Quando ti viene chiesto di parlare, durante una riunione per esempio, un paio di secondi di silenzio prima di rispondere ti sembrano eterni?

Hai paura che quella pausa venga interpretata come esitazione o insicurezza?

Forse sei convinto che chi è sicuro di sé debba rispondere subito.

Non necessariamente.

La fretta di rispondere può giocare brutti scherzi

Frasi a raffica, pause zero, continui cambi di tono.

Parlare velocemente può dare l’impressione di essere brillanti e sicuri. Spesso produce l’effetto contrario.

La fretta si sente.

Ti costringe a rincorrere le parole, respirare male, interrompere le frasi e cambiare continuamente ritmo.

Quando devi rispondere, prenditi qualche secondo.

Pensa alla frase prima di pronunciarla.
Respira.
Poi parla.

Non devi riempire immediatamente ogni spazio vuoto.

Una breve pausa non comunica necessariamente incertezza. Può trasmettere controllo, sicurezza e fiducia in te stesso.

Parla più lentamente e scandisci le parole

Parlare con più autorevolezza non significa parlare in modo artificiale o esasperatamente lento.

Significa non avere fretta di arrivare alla fine.

Inserisci piccole pause.
Lascia respirare le frasi.
Evita continui saliscendi della voce.
Cambi improvvisi di tono.

Anche il respiro conta.

Quando manca, la voce perde stabilità e il discorso diventa affannato. Quando respiri correttamente, invece, riesci più facilmente a controllare ritmo, tono e volume.

Se vuoi apparire più sicuro di te non concentrarti soltanto sulle parole.

Ascolta anche come le stai pronunciando.

Non avere paura del silenzio

Il silenzio può sembrare imbarazzante soprattutto a chi sta parlando.

Per chi ascolta, invece, una breve pausa spesso è semplicemente… una pausa.

Ti permette di sottolineare un concetto, separare due idee e dare maggiore peso alle parole che vengono dopo.

E soprattutto evita quella sensazione di urgenza che rischia di indebolire anche un messaggio valido.

La fretta può comunicare: devo convincerti.

La calma comunica qualcosa di diverso: so quello che voglio dire e non ho bisogno di rincorrere la tua attenzione.


Vuoi comunicare con presenza e sicurezza, lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile

La calma aumenta la tua autorevolezza

Essere calmi non significa essere freddi, distaccati o privi di energia.

Significa riuscire a governare il proprio modo di comunicare anche quando c’è pressione.

Una domanda difficile.
Un’obiezione.
Una riunione importante.
Un collaboratore che ti mette alla prova.

È proprio in questi momenti che rallentare, respirare e concedersi qualche secondo prima di rispondere può fare la differenza.

Questo è il potere della calma.

E c’è anche un piccolo paradosso:

quando smetti di avere paura del silenzio, le tue parole acquistano più peso.

Se vuoi approfondire questi aspetti, nel mio libro “Autorevolezza” trovi altri spunti dedicati alla comunicazione e parlare con più autorevolezza.

Non farti abbagliare .. la posizione di leadership non ti rende leader

posizione di leadership
Come ho scritto nei miei libri, non sono poche le persone convinte che per diventare leader basti un titolo.

Una promozione.
Un ufficio più grande.
Un team da gestire.
Persone che seguono disposizioni e direttive.

Poi c’è chi, raggiunti rango e autorità, pensa che la leadership sia arrivata automaticamente insieme alla nuova posizione.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Il titolo non ti fa leader

Non diventi improvvisamente un leader perché ti hanno promosso o perché sul tuo biglietto da visita compare un nuovo ruolo.

La posizione ti attribuisce un’autorità formale. Ti permette di prendere decisioni, assegnare compiti, stabilire priorità.

Ma questo non significa necessariamente che le persone ti riconoscano come leader.

La leadership non è rango, privilegio, titolo o denaro.

È responsabilità.

È il modo in cui prendi decisioni, affronti i problemi, gestisci la pressione e tratti le persone.

È quello che fai quando qualcosa va storto.
Quando devi assumerti una responsabilità.
Quando sarebbe più facile scaricarla su qualcun altro.

Puoi avere autorità senza avere autorevolezza

Ogni giorno incontriamo persone che occupano posizioni importanti ma faticano a guidare chi lavora con loro.

Hanno il ruolo.
Hanno il potere decisionale.

Ma non hanno necessariamente la fiducia, la stima e il rispetto delle persone.

Puoi obbligare un collaboratore a eseguire una disposizione perché sei il suo capo. È molto più difficile fare in modo che quella persona si fidi della tua guida.

Questa differenza non dipende dal ruolo.
Dipende da come ti comporti.

La leadership si vede nei comportamenti

Un leader non deve continuamente ricordare agli altri di essere il capo.

Dà direzione.
Prende decisioni.
Si assume responsabilità.
Sa ascoltare e, quando serve, sa anche dire NO.

Non pretende dagli altri comportamenti che lui per primo non è disposto a mettere in pratica.

Guida con l’esempio.

È soprattutto nei momenti difficili che la posizione conta meno e la leadership diventa visibile.

Quando aumenta la pressione.
Quando il team sbaglia.
Quando arriva una decisione impopolare.
Quando bisogna metterci la faccia.

È lì che le persone capiscono chi hanno realmente davanti.

Non hai bisogno di una posizione di leadership per comportarti da leader

Vale anche il contrario.

Puoi esercitare leadership senza essere responsabile di un team, senza avere un titolo importante e senza occupare una posizione gerarchica.

Puoi farlo dove sei adesso.

Prendendo iniziativa.
Assumendoti responsabilità.
Aiutando gli altri a trovare una direzione.
Diventando una persona affidabile nei momenti complicati.

Puoi avere un’influenza positiva sulle persone che ti circondano, siano 2, 20 o 200.

Quindi non farti abbagliare dal titolo che hai ottenuto. E neppure scoraggiare da quello che ancora non hai.

La posizione può darti autorità.
La leadership devi dimostrarla.
Ogni giorno
.

Vuoi essere più autorevole? “Abbraccia” il silenzio

autorevole
Alex è incredibile.

Durante una sessione di coaching, se rimango in silenzio per più di due o tre secondi, parte lui.

Quando lo fermo, si giustifica:

“Pensavo avessi finito.”

Oppure:

“Visto che non parlavi…”

Una volta gli ho proposto:

“Proviamo a stare zitti?”

La risposta è arrivata immediatamente:

“Adesso? Per quanto tempo?”

Alex è un programmatore, competente e preparato. Gestisce un team di sei collaboratori.

Il problema è che, nel tentativo di apparire ancora più competente e autorevole, riempie ogni pausa con parole, spiegazioni e precisazioni.

E ottiene esattamente l’effetto contrario.

La sua comunicazione diventa dispersiva.
L’incisività diminuisce.
La sicurezza che vorrebbe trasmettere si indebolisce.

Alex, come molte persone, interpreta il silenzio come un segno di debolezza.

E allora parla.

Se vuoi essere autorevole, non avere paura del silenzio

Hai mai visto una persona realmente autorevole chiacchierare nervosamente solo per riempire qualche secondo di vuoto?

Il silenzio mette a disagio perché sembra necessario fare qualcosa.

Parlare.
Rispondere.
Aggiungere.
Precisare.

Invece non tutto lo spazio deve essere riempito.

Come approfondisco nel mio libro “Autorevolezza” anche il modo in cui gestisci pause e silenzi contribuisce alla percezione della tua presenza.

Il silenzio non è assenza di comunicazione.
Può essere parte della comunicazione.

Il silenzio ti aiuta ad ascoltare davvero

Essere autorevoli non significa essere sempre quelli che parlano.

Quando qualcuno ti sta spiegando qualcosa, ascolta fino alla fine.

Non interrompere.
Non anticipare la conclusione.
Non offrire immediatamente consigli o soluzioni.

Mantieni il contatto visivo. Fai capire con il linguaggio del corpo che stai seguendo.

E soprattutto non utilizzare il primo secondo di silenzio come segnale per riprenderti la parola.

A volte l’altra persona sta semplicemente pensando. Potrebbe avere ancora qualcosa da aggiungere.

Se intervieni immediatamente, non lo saprai mai.

Non affrettarti a rispondere

Quando durante una riunione qualcuno ti rivolge improvvisamente una domanda, due o tre secondi possono sembrarti eterni.

Non lo sono.

Non devi dimostrare di essere brillante rispondendo nel minor tempo possibile.

Concediti qualche secondo per raccogliere i pensieri.

Respira.
Pensa alla frase che vuoi pronunciare.
Poi rispondi.

Prendersi qualche secondo prima di rispondere non comunica necessariamente esitazione.
Può comunicare che stai pensando.

La fretta, al contrario, può portarti a partire senza sapere esattamente dove vuoi arrivare.

Hai detto quello che dovevi dire? Fermati

Alex aveva un’altra abitudine.

Dopo aver espresso una direttiva, continuava:

  • “Giusto?”
  • “Vero?”
  • “Sai…”

Aggiungeva spiegazioni, precisazioni, altre parole.

Come se la frase appena pronunciata non fosse sufficiente.

Durante il coaching abbiamo lavorato anche su questo: preparare i punti essenziali prima del briefing, arrivare prima al dunque e fermarsi quando il messaggio era completo.

Non devi continuare a parlare soltanto perché gli altri sono in silenzio.

Hai detto quello che dovevi dire? Bene.
Adesso lascia che le tue parole facciano il loro lavoro.

Usa le pause anche mentre parli

Il silenzio non serve soltanto prima di rispondere.

Una breve pausa dopo un passaggio importante permette a chi ti ascolta di elaborarlo.

Ti aiuta anche a rallentare, respirare e scegliere meglio le parole successive.

Non servono pause teatrali.

Bastano pochi secondi naturali.

Parla.
Fai il tuo punto.
Fermati.

La pausa dà spazio al messaggio invece di sommergerlo immediatamente con altre parole.

Il silenzio è utile anche nelle conversazioni difficili

Una pausa può essere particolarmente efficace quando stai negoziando, dando un feedback o affrontando una questione delicata.

Hai fatto una domanda?

Aspetta la risposta.

Hai avanzato una proposta?

Non sentirti obbligato a riempire immediatamente il silenzio spiegando perché sia fantastica.

Hai espresso un punto importante?

Lascia all’altra persona il tempo di pensarci.

Il silenzio ti permette anche di osservare meglio ciò che accade davanti a te e decidere come proseguire la conversazione.


La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Essere autorevole non significa parlare di più

Alcune persone hanno naturalmente una presenza più sicura. Altre devono lavorarci.

Alex sta imparando che non deve diventare un’altra persona.

Deve semplicemente smettere di considerare ogni silenzio come qualcosa da combattere.

Essere autorevoli non significa avere sempre qualcosa da dire, rispondere immediatamente o riempire ogni spazio.

Significa anche sapere ascoltare, scegliere le parole e capire quando è arrivato il momento di fermarsi.

Non avere paura del silenzio. Se hai qualcosa di importante da dire, dillo. Poi dagli spazio.

Gestire collaboratori più esperti come farebbe un grande leader

gestire collaboratori più esperti

“Oddio, non ce la farò mai!
Come faranno a rispettarmi questi?
”.

È stata una delle prime reazioni di Sacha quando ha scoperto che alcuni dei suoi collaboratori avevano alle spalle molti più anni di esperienza di lui.

Lui, giovane e ancora poco esperto nella gestione delle persone, stava per diventare il loro supervisore.

Il suo timore era semplice: prima o poi qualcuno gli avrebbe fatto una domanda alla quale non avrebbe saputo rispondere.

E a quel punto tutti si sarebbero accorti che non era all’altezza.

Esercitare la propria leadership quando alcuni collaboratori sono più esperti, più anziani o tecnicamente più preparati non è sempre facile.

Puoi sentirti intimidito.
Puoi temere di perdere credibilità o rispetto.

Ma il problema non è avere collaboratori che ne sanno più di te.

Il problema nasce quando senti di dover dimostrare continuamente di saperne più di loro.

1. Riconosci la differenza di competenze

Se alcuni collaboratori ne sanno più di te in determinati ambiti, riconoscilo.

Prima di tutto a te stesso.

Non devi conoscere ogni procedura, dettaglio tecnico o risposta per essere un buon leader. Quando conosci e accetti i tuoi limiti, diventi anche più disponibile ad ascoltare e utilizzare le competenze degli altri.

Riconoscere di non sapere tutto non indebolisce la tua leadership.
Fingere di sapere ciò che non sai, sì.

2. Non cercare continuamente di dimostrare chi è il capo

Quando ti senti insicuro nel gestire collaboratori più esperti, la tentazione è comprensibile: mostrare autorità.

Diventare più rigido.
Controllare tutto.
Correggere continuamente.
Mettere in chiaro ruoli e gerarchie.

Ma se senti continuamente la necessità di dimostrare che sei il leader, probabilmente stai ancora cercando di convincere soprattutto te stesso.

Metterla sulla competizione con collaboratori più esperti crea un clima pericoloso.

E alla fine rischi di perdere proprio ciò che stavi cercando di ottenere: autorevolezza.

3. Dimostra chi è il capo. Ma nel modo giusto

No, non è una contraddizione.

Non devi imporre continuamente la tua autorità, ma nemmeno rinunciare al tuo ruolo.

Ascolta pareri e consigli.
Chiedi feedback.
Mostra rispetto per l’esperienza dei tuoi collaboratori.

Poi mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Essere aperti non significa diventare esitanti. Coinvolgere non significa delegare agli altri la responsabilità delle decisioni.

Il rispetto non si pretende attraverso il ruolo.
Si costruisce attraverso il modo in cui eserciti quel ruolo.

4. Delega, ma non diventare dipendente

Sacha aveva individuato nel team un collaboratore particolarmente competente.

Così aveva cominciato ad affidargli tutto ciò che non padroneggiava.

All’inizio sembrava funzionare benissimo.

Il rischio, però, era diventare progressivamente dipendente da quella persona.

Delegare è necessario. Delegare senza conoscere, verificare e mantenere una visione d’insieme è pericoloso.

E c’è un secondo rischio: trasformare il collaboratore più competente nell’unico punto di riferimento può far sentire gli altri sottovalutati.

Utilizza le competenze migliori del tuo team.

Ma non consegnare a una sola persona le chiavi del tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

5. Impara a gestire i “Non lo so”

Un collaboratore ti fa una domanda e non conosci la risposta.

Che fai?

Inventare, improvvisare o rispondere in modo approssimativo soltanto per sembrare competente può costarti molto più di un semplice:

“Non ho la risposta adesso. Verifico e ti faccio sapere.”

Un leader non deve avere tutte le risposte.

Deve però prendersi la responsabilità di cercarle, approfondire e tornare con una risposta.

Questa differenza è fondamentale nel gestire collaboratori più esperti.

Approfondisci con il post.

6. Sfrutta l’esperienza dei tuoi collaboratori

Se hai nel team persone con grande esperienza, perché dovresti temerle?

Usale come risorsa.

Chiedi:

  • “Tu come la vedi?”
  • “In passato come avete gestito questa situazione?”
  • “Secondo la tua esperienza, dove potremmo avere problemi?”

I collaboratori più esperti conoscono processi, errori già commessi, soluzioni che hanno funzionato e dinamiche che difficilmente troverai in una procedura.

Non utilizzare questa esperienza sarebbe una vera ingenuità gestionale.

Essere il leader non significa dover insegnare sempre qualcosa agli altri.

A volte significa avere l’intelligenza di imparare da loro.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

7. Rispetta l’esperienza senza sentirti inferiore

Mostra ai tuoi collaboratori che apprezzi ciò che sanno fare.

Conoscili. Cerca di capire cosa li motiva, quali responsabilità desiderano assumersi, cosa vorrebbero migliorare e come preferiscono lavorare.

Non partire dal presupposto che il collaboratore più anziano o esperto voglia il tuo posto.

Sacha lo ha scoperto parlando individualmente con le persone che temeva di più.

Pensava che avrebbero messo continuamente alla prova la sua competenza. Ha scoperto invece che erano molto più interessate allo sviluppo tecnico e alle nuove tecnologie che a riunioni, budget, problemi disciplinari e responsabilità di supervisione.

Il confronto reale aveva ridimensionato buona parte delle sue paure.

Gestire collaboratori più esperti richiede sicurezza, non superiorità

La competenza tecnica conta.

Ma per guidare un team servono anche capacità di decisione, equilibrio, ascolto, integrità, responsabilità e rispetto.

Puoi guidare persone che sanno fare alcune cose molto meglio di te.

Anzi, un buon leader dovrebbe essere contento di avere nel proprio team persone estremamente competenti.

La sfida è non sentirsi minacciati dalla loro bravura e non diventare dipendenti dalla loro esperienza.

Sii curioso.
Ascolta.
Impara.

Poi assumiti la responsabilità di decidere e guidare.

Perché, alla fine:

La vera leadership non consiste nell’essere quello che ne sa più di tutti.
Consiste nel saper guidare anche chi, in alcune cose, ne sa più di te.

10 abilità che ogni team leader eccellente dovrebbe potenziare

leader eccellente
La pressione aumenta.
I tempi si accorciano.
I problemi non possono essere rimandati.
Gli errori possono avere conseguenze importanti.

Sei il team leader.

Sei in prima linea, proprio dove la pressione si fa sentire.

Per affrontare queste situazioni non bastano competenza tecnica, esperienza e conoscenza del lavoro. Devi saper guidare, coinvolgere e responsabilizzare le persone.

Un team leader eccellente ha, prima di tutto, grandi competenze nel rapportarsi con gli altri.

Ecco 10 abilità che vale la pena potenziare.

1. Gratificare i collaboratori

Le persone vogliono sapere che il loro lavoro è visto e riconosciuto.

Un apprezzamento specifico per un risultato raggiunto, un problema risolto o un comportamento efficace può avere molto più valore di quanto immagini.

La gratificazione non è adulazione. È riconoscere ciò che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare sempre risultati straordinari. Impara anche a sottolineare progressi, impegno e comportamenti positivi.

E quando il team raggiunge un risultato importante, fermati un momento.

Celebrarlo permette di condividere il successo e rafforzare la coesione.

2. Reggere pressione e imprevedibilità

Vendite che saltano all’ultimo momento.
Appuntamenti rimandati.
Assenze improvvise.
Priorità che cambiano.

Puoi pianificare quanto vuoi, ma ci saranno sempre imprevisti.

Il leader eccellente non spreca continuamente energie contro ciò che non può controllare.

Valuta quello che è successo, modifica il piano e concentrati sulla prossima azione.

Pianificare è necessario.

Pretendere che tutto vada esattamente secondo il piano, molto meno.

La vera prova non è quando tutto funziona.
È come reagisci quando qualcosa smette di funzionare.

3. Creare entusiasmo

Non devi trasformarti nell’animatore del villaggio.

E nemmeno presentarti ogni mattina con sorrisi forzati e pacche sulle spalle.

Creare entusiasmo significa soprattutto trasmettere energia, interesse e fiducia nel lavoro che state facendo.

Il tuo atteggiamento influenza il clima del team.

Se sei costantemente negativo, distante o sfiduciato, difficilmente puoi pretendere collaboratori motivati e propositivi.

Le persone devono percepire che credi nel lavoro che chiedi loro di fare.

4. Costruire rapporti di fiducia

La fiducia non nasce perché sei il capo.

Si costruisce nel tempo attraverso coerenza, rispetto, affidabilità e comportamenti concreti.

Condividi responsabilità e informazioni.
Mantieni gli impegni.
Non prenderti tutti i meriti quando le cose vanno bene e non cercare immediatamente un colpevole quando vanno male.

Le persone devono sapere che possono fidarsi di te.

E tu devi dimostrare di fidarti di loro.

5. Comunicare chiaramente le priorità

Tu sai esattamente cosa vuoi dai tuoi collaboratori.

Ma loro lo sanno?
Qual è la priorità?

  • La qualità?
  • Il cliente?
  • I tempi?
  • La precisione?
  • La vendita?
  • La sicurezza?

Non puoi aspettarti risultati chiari se dai indicazioni confuse.

Dire tutto non significa comunicare bene.

Vai al punto. Spiega cosa deve essere fatto, perché è importante e quale risultato ti aspetti.

Se qualcosa non ha funzionato, non limitarti a sottolineare l’errore.

Chiarisci cosa deve cambiare.

6. Gestire i conflitti in modo produttivo

Dove ci sono persone, prima o poi ci saranno divergenze.

Ignorarle non le farà sparire.

Un conflitto lasciato crescere può compromettere rapporti, collaborazione e produttività.

Il tuo compito non è eliminare qualsiasi contrasto, ma impedire che una divergenza professionale diventi uno scontro personale.

Ascolta le parti.
Chiarisci i fatti.
Riporta il confronto sul problema.
Cerca una soluzione praticabile.

Il leader eccellente non è quello in cui nessuno è mai in disaccordo.
È quello che sa gestire il disaccordo senza distruggere la relazione.

7. Coinvolgere tutto il team

Non decidere sempre tutto da solo.

Chiedi ai collaboratori:

  • “Tu come lo risolveresti?”
  • “Cosa cambieresti?”
  • “Dove vedi il problema?”
  • “Quale soluzione proporresti?”

Coinvolgere le persone significa utilizzare competenze ed esperienze che altrimenti rischieresti di perdere.

Significa anche aumentare responsabilità e partecipazione.

Ascolta i suggerimenti, valutali e mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Coinvolgere non significa rinunciare a guidare.

8. Dare obiettivi chiari

“Bisogna migliorare.”

“Dobbiamo fare di più.”

“Serve maggiore attenzione.”

Non sono obiettivi.

Un collaboratore deve capire cosa ti aspetti concretamente da lui.

Definisci risultati chiari e verificabili. Chiedi cosa gli serve per raggiungerli e quali ostacoli vede.

Poi lascia spazio alla responsabilità individuale.

Un obiettivo confuso produce facilmente prestazioni confuse.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Delegare con efficacia

Se vuoi controllare personalmente ogni dettaglio, prima o poi diventerai il collo di bottiglia del tuo stesso team.

Delegare non significa semplicemente liberarsi delle attività che non vuoi fare.

Significa affidare responsabilità, dare autonomia e permettere alle persone di crescere.

Se fai sempre tutto tu, il tuo team imparerà ad aspettare sempre te.

Controlla quando serve,
senza trasformare il controllo in sorveglianza continua.

E accetta che un collaboratore possa fare qualcosa diversamente da come la faresti tu.

Diversamente non significa necessariamente peggio.

10. Ascoltare di più

Sentire e ascoltare non sono la stessa cosa.

Ascoltare significa cercare di capire il messaggio, il contesto e ciò che la persona sta realmente cercando di comunicarti.

Non interrompere continuamente.

Non andare sopra mentre l’altro sta ancora parlando.
Neanche partire dal presupposto di avere già capito tutto.

Chiedi.
Approfondisci.

Il leader eccellente che ascolta non perde autorevolezza. Acquisisce informazioni.

E spesso scopre problemi, tensioni e opportunità molto prima che diventino evidenti.


Essere ascoltato non significa alzare la voce.

In poche sessioni ti aiuto a trovare il tuo stile di leadership autentico, basato su fiducia, presenza e rispetto reciproco.

Scopri il percorso dedicato.

Essere un team leader eccellente non significa essere perfetto

Nessun leader padroneggia sempre tutte queste abilità.

E non serve.

La leadership si costruisce anche osservando il proprio modo di gestire le persone e chiedendosi dove sia necessario migliorare.

Puoi partire da queste 10 abilità:

  • gratificare;
  • reggere pressione e imprevisti;
  • creare entusiasmo;
  • costruire fiducia;
  • comunicare le priorità;
  • gestire i conflitti;
  • coinvolgere;
  • dare obiettivi chiari;
  • delegare;
  • ascoltare.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare un leader più consapevole dell’effetto che produce sulle persone che guida.

9 linguaggi del corpo che ti rendono all’istante più sicuro di te

più sicuro

Alcuni giorni…
proprio non va.

Ci sentiamo ansiosi, sopraffatti,
“non abbastanza”.

Sai di cosa sto parlando.

Il punto è questo:
non c’è tempo per recriminare o rassegnarsi.

Bisogna ripartire subito. E farlo bene.

Serve sembrare più sicuri.
Subito.

Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo reclama.
A volte lo pretende.

Di cosa hai bisogno?
Un po’ di autocontrollo e un pizzico di strategia.

Usa questi spunti per

  • una pronta reazione
  • una presa di posizione
  • una dimostrazione di carattere

che ti permetta di apparire più sicuro e superare il momento di empasse.

Il corpo parla prima di te

La comunicazione non verbale è spesso trascurata.
Eppure ha un impatto enorme.

Anche quando non parliamo,
stiamo comunicando.

Gesti, posture, atteggiamenti dicono molto di noi:
personalità, intenzioni, giudizi.

Prima ancora che tu dica una parola,
il tuo corpo parla per te.

Vuoi padroneggiare il linguaggio della sicurezza?

Ecco 9 segnali del corpo che le persone di successo usano spesso
(e che trovi anche nel mio libro “Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025),
se vuoi apparire una persona sicura e piacevole.

1. Stai dritto

Vuoi apparire più sicuro?
Raddrizzati. Subito.

Piedi all’altezza dei fianchi.
“Stirati” verso l’alto, come se una cordicella ti tirasse su.

Mantieni la sensazione di altezza,
ma rilassa le spalle, portandole leggermente indietro.

Scapole indietro.
Petto aperto.
Mento leggermente sollevato.

Cammina così.

Evita di inclinare la testa.
Evita di appoggiarti a pareti, porte o scrivanie:
trasmette passività e insicurezza.

Le ore al computer incurvano le spalle.

Tienile dritte,
ma rilassate,
anche quando sei seduto.

2. “Espanditi”

“In tutte le specie animali,
la postura espansiva che occupa più spazio
è associata a potere e dominio.”

Amy Cuddy

In una sua ricerca,
dopo appena due minuti in una posizione dominante,
la Cuddy ha osservato un aumento del testosterone
e una diminuzione del cortisolo.

Prima di un meeting, un colloquio, una riunione:
prenditi due minuti.

Gambe divaricate.
Braccia tese sopra la testa, fin dove arrivi.

Fallo in un luogo riservato (la toilette va benissimo).

La sensazione di potenza che ne deriva
ti sorprenderà.

3. Cura la posizione dei piedi

I piedi dicono molto di te.

Non è una scienza esatta,
ma piedi vicini o incrociati trasmettono insicurezza.

Una base più ampia comunica stabilità.

Tieni i piedi leggermente più larghi dei fianchi.
Piccolo cambiamento.
Grande differenza.

4. Rallenta

Ansia e disagio accelerano tutto:
parole, gesti, passi.

Fai l’opposto.
Rallenta.

Passi regolari.
Cadenzati.
Niente fretta.

Mantieni il corpo allineato.
Alza il mento.
Guarda dritto davanti a te.

Questo ritmo ordinato ti farà apparire subito più sicuro e fiducioso.

5. Mantieni il contatto visivo

Molti distolgono lo sguardo subito.
Tu no.

Guarda le persone negli occhi.
Se reggono lo sguardo, sorridi.

Prenditi il tuo tempo.
Trasmette fiducia e apertura.

Se il contatto visivo ti mette in difficoltà,
fissa il punto tra le sopracciglia.
Nessuno se ne accorgerà.

Ricorda:
guarda… e sorridi.

Uno sguardo impassibile può risultare inquietante.

6. Stretta di mano: ferma, non aggressiva

La stretta di mano conta.

Una mano molliccia ti fa perdere punti all’istante.

Se l’altro ha la “mano a pesce morto”,
non stritolare.

Guarda negli occhi mentre stringi la mano.
Abbastanza a lungo da ricordarne il colore.

Non fissare.
Sorridi.

Trasmette presenza.
E sicurezza.

7. Orienta il corpo verso l’altro

La posizione del corpo influenza profondamente la percezione.

Apri la postura.
Non chiudere il petto con le braccia.
Non piegarti.

“Punta” il corpo verso il tuo interlocutore per essere più sicuro.

Angolazioni laterali possono segnalare fuga,
insicurezza, distanza.

È un cambiamento sottile,
ma fa una grande differenza.

8. Mostra il tuo lato piacevole

Il sorriso è uno dei segnali non verbali più potenti.

Spegne l’espressione tesa, nervosa, crucciata.
Invita all’interazione.

Non significa sorridere sempre.
Né fare il piacione.
Né sfoggiare sorrisi finti.

Assicurati che il tuo viso a riposo sia rilassato.

Un accenno di sorriso autentico..
basta.

Autorevolezza non è volume,
ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

9. “Trattieni” il sorriso

Le persone sicure sorridono perché stanno bene.
E non hanno paura di mostrarlo.

Regala sorrisi sinceri.

Occhi, bocca e viso devono partecipare.

Guarda l’altra persona negli occhi.
Nota il colore.
Poi sorridi.

Attendi.

E trattieni il tuo sorriso due secondi in più.

Succede qualcosa.
Un micro-legame.
Una sensazione di familiarità.

Le persone se ne ricordano.

Sorridere, quando è autentico,
dice:

  • “Che bello conoscerti.”

E anche:

  • “Sì, sono sicuro di me.”

In finale per essere più sicuro

Nei giorni in cui la sicurezza vacilla,
non serve diventare qualcun altro.

Basta riallineare il corpo per ritrovare la mente.

Perché spesso,
la sicurezza… inizia da come stai in piedi.

7 metodi infallibili per fare scappare i collaboratori migliori

errori dei manager

Foto di Kaz

Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta semplice potrebbe essere: ottenere buoni risultati. Ed è certamente importante.

Ma per valutare un buon manager non basta osservare cosa riesce a ottenere. È altrettanto utile guardare cosa fa — o non fa — nella gestione quotidiana delle persone.

Perché puoi raggiungere gli obiettivi, rispettare budget e scadenze e, nel frattempo, perdere proprio i collaboratori migliori.

Quelli autonomi.
Competenti.
Affidabili.
Quelli che vorresti trattenere.

Ecco i comportamenti che possono spingerli, lentamente, a guardarsi intorno.

Ecco 7 errori dei manager.

1. Mantieni rapporti professionali freddi

Che cosa percepisce un collaboratore quando entra nel tuo ufficio?

Attenzione, disponibilità, interesse?

Oppure la sensazione di disturbare, di essere accolto con sufficienza o indifferenza?

Essere professionali non significa essere freddi. Puoi essere competente, preciso e orientato ai risultati, ma allo stesso tempo risultare distante, scostante, poco disponibile.

E nel tempo questo pesa.

Riconoscimento, ascolto, disponibilità e apprezzamento non sono dettagli accessori nella gestione delle persone.

Puoi essere un manager competente e, nello stesso tempo, una persona con cui è difficile lavorare.

Non devi diventare amico dei tuoi collaboratori (altro errori dei manager).

Devi però creare le condizioni perché possano parlarti, confrontarsi e portarti un problema prima che diventi troppo grande.

2. Controlla tutto: il micro-management farà il resto

I collaboratori migliori sono spesso quelli capaci di lavorare con una buona autonomia.

Allora perché controllare ogni mail, ogni dettaglio, ogni passaggio?
Perché bloccare una decisione finché non arriva il tuo “OK”, anche quando si tratta di questioni secondarie?

Controllando continuamente rischi di:

  • scoraggiare l’iniziativa;
  • ridurre il senso di responsabilità;
  • rallentare il lavoro;
  • trasformarti nel collo di bottiglia del team.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire obiettivi, responsabilità e confini, lasciare spazio alla persona e verificare nei momenti opportuni.

Se assumi persone competenti e poi non permetti loro di esserlo, prima o poi inizieranno a chiedersi perché dovrebbero restare.

3. Chiedi di fare cose senza spiegare perché

Probabilmente le tue decisioni hanno una ragione.

Ma se quella ragione la conosci soltanto tu, per chi lavora con te tutto può apparire confuso, incoerente o privo di significato.

Le persone hanno bisogno di capire dove stanno andando e perché.

Non significa condividere ogni dettaglio o giustificare continuamente le tue decisioni. Significa dare un senso al lavoro richiesto.

Vale soprattutto quando:

  • cambi improvvisamente una priorità;
  • sposti una persona da un progetto;
  • assegni un nuovo obiettivo;
  • imponi una scadenza particolarmente impegnativa.

Un obiettivo difficile può motivare.

Un obiettivo percepito come arbitrario o irraggiungibile, molto meno.

Le persone accettano più facilmente uno sforzo quando ne comprendono il senso.

4. Errori dei manager? Dici una cosa e ne fai un’altra

“Credo ciò che dico, faccio ciò che credo.”
Victor Hugo

Promettere un’opportunità che non arriva mai.
Prendersi il merito del lavoro del team.
Cambiare continuamente criteri e aspettative.

Poche cose deteriorano il rapporto con i collaboratori quanto la distanza tra ciò che dici e ciò che fai.

Non sempre potrai mantenere una promessa. Le situazioni cambiano, le decisioni vengono riviste, possono intervenire fattori che non dipendono da te.

Ma in quel caso devi spiegare cosa è successo.

La fiducia non richiede perfezione. Richiede coerenza, trasparenza e la disponibilità ad assumerti la responsabilità delle tue decisioni.

5. Fai sentire le persone poco considerate

A chiunque fa piacere sapere che il proprio lavoro conta.

Eppure, nella quotidianità, è facile fare l’opposto:

  • dare soltanto disposizioni;
  • trattenere informazioni;
  • non chiedere mai un parere;
  • dare per scontato il contributo;
  • coinvolgere le persone solo quando qualcosa non funziona.

Condividere un’informazione o chiedere un’opinione può essere un piccolo ma potente segnale di fiducia.

Non significa trasformare ogni decisione in un referendum (sarebbe uno dei errori dei manager).

Il leader ascolta, raccoglie elementi, valuta e poi mantiene la propria autonomia decisionale.

Ma c’è una grande differenza tra decidere e far sentire gli altri irrilevanti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Mostra preferenze e favoritismi

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Con qualcuno il rapporto è immediato. Con altri serve più tempo. Il problema nasce quando questa naturale preferenza personale diventa un criterio di gestione.

Coinvolgi sempre gli stessi.
Dai loro le opportunità migliori.
Ascolti maggiormente le loro idee.
Perdoni errori che ad altri non perdoneresti.

Il team se ne accorge.

E quando le persone percepiscono che impegno, risultati e professionalità contano meno delle simpatie personali, la fiducia comincia a diminuire.

Non devi trattare tutti allo stesso modo.
Devi riuscire a trattare tutti con equità.

Ruoli, competenze e responsabilità possono richiedere livelli diversi di coinvolgimento. Ma i criteri devono essere comprensibili e professionali.

7. Considera tutto dovuto

Il lavoro deve essere fatto bene. Certo.

Ma questo non significa che impegno e risultati debbano diventare invisibili.

Se vuoi spegnere lentamente la motivazione di una persona, puoi fare una cosa molto semplice: non riconoscere mai niente.

Nessun “grazie”.
Nessun “ottimo lavoro”.
Nessun riconoscimento dopo un periodo particolarmente impegnativo.

Solo il prossimo compito.

Non serve distribuire complimenti continuamente o gratificare una persona per aver semplicemente svolto il proprio lavoro.

Serve accorgersi quando qualcuno ha dato un contributo importante.

Ciò che per te è semplicemente “lavoro fatto”, per il collaboratore può essere stato impegno, responsabilità e fatica.

Un riconoscimento sincero, specifico e dato al momento giusto può avere molto più valore di quanto immagini.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Nella gestione del team devi dare un valore aggiunto

Se gestisci persone, una parte del tuo risultato dipende inevitabilmente da loro.

Non basta quindi distribuire compiti, controllare scadenze e verificare risultati.

Devi anche domandarti:

Come lavorano le persone con me?

Si sentono responsabilizzate oppure controllate?
Possono parlare apertamente oppure preferiscono tacere?
Capiscono le mie decisioni?
Percepiscono equità?
Il loro contributo viene riconosciuto?

Non servono necessariamente grandi iniziative.

A volte sono proprio i comportamenti quotidiani a fare la differenza: ascoltare, spiegare una decisione, lasciare autonomia, riconoscere un risultato, dire semplicemente “grazie”.

Sono piccoli gesti.

Ma spesso è proprio dalla loro assenza che un buon collaboratore comincia a pensare:

“Forse è arrivato il momento di guardarmi intorno.”

9 spunti per diventare un modello agli occhi dei tuoi collaboratori

grande leader
La prima volta che ti trovi a guidare un gruppo di persone è facile sentirsi impreparati.

Puoi reagire con troppa rigidità, poca fiducia oppure, al contrario, con eccessiva sicurezza.

Ma per diventare un leader credibile non basta distribuire compiti, inviare mail e controllare che tutti facciano il proprio lavoro.

La leadership si vede soprattutto nel modo in cui le persone vivono il rapporto con te.

Ed è proprio qui che puoi diventare, nel tempo, un punto di riferimento per il tuo team.

1. Indica una direzione chiara

Le persone vogliono sapere dove state andando.

Qual è la priorità?

Qual è il risultato atteso?

Cosa conta davvero?

Un team senza direzione si riempie facilmente di dubbi, interpretazioni e dispersione.

Non devi avere tutte le risposte.

Devi però riuscire a dare un orientamento comprensibile e coerente.

Un leader non deve sapere tutto.
Deve aiutare il team a capire dove sta andando.

2. Tira fuori il meglio dalle persone

Non parlare soltanto di ciò che non funziona.

Osserva anche i punti di forza.

Aiuta i collaboratori a svilupparli.

Concedi spazio per imparare e, quando è possibile, anche per sbagliare senza trasformare ogni errore in una condanna.

Un leader che vuole diventare un riferimento dovrebbe chiedersi spesso:

  • dove questa persona può crescere?
  • cosa sa fare bene?
  • cosa posso fare per responsabilizzarla di più?

Far crescere il team significa anche smettere di guardarlo solo attraverso i suoi errori.

3. Interessati davvero alle persone

Un collaboratore non è soltanto il ruolo che occupa.

Non significa diventare invadente o trasformare il rapporto professionale in amicizia.

Significa conoscere abbastanza le persone da capire cosa le motiva, cosa le mette in difficoltà e quando hanno bisogno di essere ascoltate.

Le persone percepiscono rapidamente se il tuo interesse è autentico oppure di circostanza.

E questo incide molto sulla fiducia.

4. Dimostra integrità

Coerenza, correttezza, trasparenza.

Sono parole semplici, ma diventano molto concrete quando devi prendere una decisione difficile.

Dire una cosa e farne un’altra.

Promettere e poi dimenticare.

Cambiare criterio secondo la persona.

Sono comportamenti che erodono rapidamente credibilità.

L’autorevolezza cresce quando le persone sanno cosa aspettarsi da te.

Non devi avere sempre ragione.

Devi essere disposto a fare la cosa che ritieni corretta e ad assumertene la responsabilità.

5. Dai fiducia nei momenti difficili

Nei periodi di cambiamento, pressione o incertezza, il team osserva molto il leader.

Non serve fingere ottimismo.

Se la situazione è difficile, va detto.

Ma puoi comunque aiutare le persone a distinguere:

  • ciò che sappiamo;
  • ciò che non sappiamo ancora;
  • ciò che possiamo fare adesso.

Questo riduce confusione e senso di impotenza.

Dare fiducia non significa promettere che andrà tutto bene. Significa mostrare che c’è ancora una direzione possibile.


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Costruisci fiducia con i comportamenti

La fiducia non nasce dalle dichiarazioni.

Nasce dalla coerenza.

Mantieni gli impegni. Condividi le informazioni che servono. Dai credito alle persone. Assumiti la responsabilità quando sbagli.

La fiducia richiede tempo per crescere e può essere danneggiata molto rapidamente.

Ma non è necessariamente irrecuperabile.

Si ricostruisce, se i comportamenti cambiano davvero e restano coerenti nel tempo.

7. Bilancia forza e umiltà

Essere sicuri non significa sentirsi superiori.

Puoi essere deciso e allo stesso tempo disponibile ad ascoltare.

Puoi avere responsabilità maggiori senza dimenticare il contributo degli altri.

Puoi ricevere un riconoscimento senza trasformarlo in un successo esclusivamente tuo.

La forza senza umiltà diventa facilmente arroganza.
L’umiltà senza forza rischia di diventare esitazione.

Un buon leader deve saper tenere insieme entrambe.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Resta stabile sotto pressione

Nei momenti difficili, il team non ha bisogno di un leader che finga di non essere preoccupato.

Ha bisogno di qualcuno che non scarichi la propria agitazione sugli altri.

Fermati.
Raccogli le informazioni.
Distingui ciò che è urgente da ciò che può aspettare.

Comunica in modo chiaro.

Non significa essere freddi.

Significa evitare che la tua ansia diventi l’ansia di tutto il gruppo.

9. Porta a casa il risultato

Leadership non è soltanto relazione.

C’è anche un risultato da raggiungere.

Un leader deve saper mantenere il focus, prendere decisioni, correggere la rotta e aiutare il team a non disperdersi.

Questo non significa “vincere a ogni costo”.

Significa non perdere di vista ciò per cui il team esiste.

Le persone difficilmente considereranno un modello un leader molto empatico ma incapace di decidere, organizzare o ottenere risultati.

Titolo e competenze non bastano

Un cliente mi disse:

“Sono il direttore. Ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me.”

Il punto è proprio questo.

Il ruolo può darti autorità formale.

Le competenze possono darti credibilità tecnica.

Ma diventare un riferimento richiede qualcosa in più.

Come ti comporti quando c’è pressione?
Come tratti le persone?
Mantieni quello che prometti?
Sai decidere?
Sai ascoltare?

È lì che nasce la risposta alla domanda più importante:

Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirti, oltre al fatto che sei il capo?

 

Vuoi diventare leader? 7 zavorre che devi mollare se vuoi salire in alto

diventare leader
Quando pensiamo alla crescita professionale, immaginiamo quasi sempre qualcosa da aggiungere.

Più competenze.
Più esperienza.
Più responsabilità.
Più capacità.

Ed è certamente vero.

Ma per diventare leader, a volte, è altrettanto importante togliere qualcosa.

Alleggerire.

Liberarsi di convinzioni, aspettative e pressioni che ci portiamo dietro e che finiscono per rallentarci.

Perché più sali, più alcune zavorre diventano pesanti.

Eccone 7 che vale la pena lasciare a terra.

1. Molla l’idea di dover avere sempre tutte le risposte

Pensi al leader come alla persona che deve sapere tutto?

Quella che risolve qualsiasi problema, risponde immediatamente e non mostra mai esitazioni?

Come sottolineo anche nei miei libri, un buon leader ha invece una discreta consapevolezza dei propri limiti.

Sa quando decidere.
Sa quando chiedere.
Sa quando ascoltare qualcuno che ne sa più di lui.

Il suo valore non dipende dall’avere sempre la risposta pronta.

Essere leader non significa sapere tutto.
Significa sapere anche dove cercare ciò che non sai.

Chi sente continuamente il bisogno di dimostrare competenza rischia di parlare troppo, ascoltare poco e utilizzare male proprio le competenze presenti nel team.

2. Liberati dall’obbligo di non sbagliare mai

Se prendi decisioni, prima o poi sbaglierai.

E più responsabilità hai, più i tuoi errori possono diventare visibili.

La differenza non sta nell’essere infallibili.

Sta nel modo in cui reagisci quando qualcosa non funziona.

Puoi:

  • negare;
  • giustificarti;
  • cercare un colpevole;

oppure riconoscere ciò che è successo, correggere e imparare.

Un errore riconosciuto può aumentare la tua credibilità molto più di un errore nascosto male.

Non devi cercare il fallimento.

Devi semplicemente accettare che, se vuoi sperimentare e decidere, non puoi eliminarne completamente la possibilità.

3. Abbandona l’idea di dover essere sempre brillante e carismatico

Non devi entrare in una stanza e catturare immediatamente tutti gli sguardi.

Non devi avere la battuta pronta.

Non devi essere quello che parla meglio o quello con la personalità più appariscente.

Il carisma può aiutare.

Ma leadership significa anche credibilità, affidabilità, capacità di decidere e influenza costruita nel tempo.

Ci sono persone molto estroverse che non riescono a guidare nessuno.

E persone più riservate che diventano punti di riferimento solidissimi.

Non devi impressionare le persone.
Devi darle buone ragioni per fidarsi di te.

4. Liberati dagli stereotipi su come “deve essere” un leader

Per molto tempo abbiamo costruito un’immagine abbastanza rigida della leadership.

Deciso.
Forte.
Competitivo.
Sempre sicuro.
Poco emotivo.

E spesso anche uomo.

Ma non esiste un unico modello per diventare leader.

Puoi essere autorevole in modi diversi.

Puoi essere riflessivo, diretto, empatico, riservato, energico.

La questione non è assomigliare all’immagine del leader che hai in testa.

È capire quali tuoi comportamenti aiutano realmente le persone a fidarsi, responsabilizzarsi e lavorare bene con te.

Non cercare di interpretare un personaggio.
Costruisci il tuo modo di guidare.

5. Molla l’aspettativa di essere amato da tutti

Essere apprezzati fa piacere.

Anche ai leader.

Il problema nasce quando il bisogno di approvazione comincia a influenzare le tue decisioni.

Eviti un confronto.
Non dici NO.
Tolleri comportamenti che dovresti affrontare.

Rimandi una decisione perché temi la reazione delle persone.

Se hai responsabilità, prima o poi prenderai decisioni che qualcuno non gradirà.

Non significa diventare insensibile.

Significa accettare che rispetto e popolarità non sono la stessa cosa.

Se vuoi essere sempre approvato, prima o poi smetterai di decidere.

6. Non farti abbagliare dalla posizione

Una promozione ti assegna un ruolo.

Non automaticamente leadership.

Puoi avere il titolo, l’ufficio, l’autorità formale e persone che eseguono le tue indicazioni.

Ma questo non dice ancora molto sulla qualità della tua leadership.

La domanda è un’altra:

Le persone ti seguono soltanto perché devono oppure perché riconoscono valore nel modo in cui le guidi?

La posizione può obbligare all’obbedienza.
Difficilmente può obbligare alla fiducia.

Il titolo ti assegna autorità.
L’autorevolezza devi costruirla.

7. Liberati dalla convinzione che leader si nasce

Alcune persone hanno caratteristiche che possono aiutarle.

Maggiore sicurezza.
Facilità nel parlare.
Capacità di prendere decisioni.
Presenza.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte competenze possono essere sviluppate:

  • ascolto;
  • comunicazione;
  • capacità di delegare;
  • gestione dei conflitti;
  • decisione;
  • consapevolezza del proprio comportamento.

Il problema della convinzione “leader si nasce” è che diventa una perfetta giustificazione per non provarci.

Se pensi che sia tutto già deciso, non hai motivo di lavorare su te stesso.

Ed è proprio lì che ti blocchi.

Se vuoi approfondire questi luoghi comuni, puoi leggere anche “9 miti sulla leadership da sfatare subito”.


Autorevolezza non significa autorità: è la capacità di guidare con chiarezza e rispetto. Ti aiuto a ritrovarla e mantenerla nel tempo.

Scopri il servizio dedicato.

Diventare leader significa anche alleggerirsi

Che tu gestisca una persona o cento cambia naturalmente la complessità.

Ma alcune questioni rimangono.

Non devi sapere tutto.
Non devi essere perfetto.
Neanche essere il più brillante nella stanza.

Non devi assomigliare a qualcun altro.
Non devi essere amato da tutti.
Non basta avere il titolo.

E soprattutto, non devi essere nato leader per diventarlo.

A volte la crescita non arriva aggiungendo un’altra tecnica.

Arriva quando finalmente lasci andare una convinzione che ti stava limitando.

Per salire più in alto, qualche volta non serve diventare più forte.
Serve smettere di portarsi dietro pesi inutili.

12 frasi che un grande leader non direbbe mai

leader non direbbe mai
La leadership è uno dei concetti più citati.
E uno dei meno compresi.

Molti desiderano essere leader.
Molti credono di esserlo.

Pochi lo sono davvero.

Alcuni non sono pronti.
Non sono stati formati.

Altri occupano una posizione di leadership,
ma non hanno ancora sviluppato la statura per sostenerla.

Altri ancora hanno il potenziale,
ma per fare il salto serve qualcosa di più preciso:
formazione mirata,
coaching,
lavoro su di sé.

Perché desiderare di essere un leader non significa diventarlo.

“Per guidare gli altri, cammina alle loro spalle.”
— Lao Tse

La leadership non è una questione di ruolo.
È una questione di comportamento.

E, soprattutto, di comunicazione.

Le parole possono:

  • costruire fiducia
  • oppure distruggerla
  • aprire possibilità
  • oppure chiuderle

Dipende da cosa dici.
E da come lo dici.

Ci sono frasi che un leader consapevole evita.

Sempre.

1. “Credi di essere più intelligente di me?”

Quando un collaboratore fa domande o esprime dubbi, non sta sfidando la tua autorità.

Sta contribuendo.

Se reagisci attaccando, le persone smetteranno di parlare.
E tu inizierai a decidere da solo.

Ascoltare non ti rende debole.
Ti rende lucido.

A volte, cambiare idea è l’atto più alto di leadership.

2. “Io ho lavorato tutto il weekend. Tu dove eri?”

Questa frase non motiva.
Colpevolizza.

Il tuo impegno non può diventare un’arma contro gli altri.

Le persone hanno vite,
responsabilità,
limiti.

Un leader non misura il valore dalla presenza costante.
Lo misura dalla qualità del contributo.

La pressione cronica non produce eccellenza.
Produce esaurimento.

3. “Io sono il capo”

Se hai bisogno di dirlo, hai già perso qualcosa.

L’autorità non si impone.
Si riconosce.

I leader autentici non hanno bisogno di ricordare il loro ruolo.
Il loro comportamento lo rende evidente.

Le persone seguono chi rispettano.
Non chi temono.

Per approfondire leggi il mio post: “Come dire, senza dirlo, io sono il capo“.

4. “Non mi hai visto entrare?”

I leader fragili hanno bisogno di segnali esterni di deferenza.

I leader solidi fanno il contrario.
Osservano.
Rispettano.
Non interrompono
inutilmente.

La leadership non è presenza scenica.
È presenza funzionale.

5. “Sei sempre il solito” — “Ogni volta sbagli”

Le generalizzazioni distruggono la fiducia.

Un leader efficace non attacca la persona.
Descrive il comportamento.

Non dice:

“Sei sempre disorganizzato.”

Dice:

“In questo progetto, la scadenza non è stata rispettata. Analizziamo cosa è successo.”

Precisione e rispetto vanno insieme.

6. “Non è colpa mia”

I leader deboli cercano colpevoli.
I leader solidi cercano soluzioni.

Assumersi la responsabilità non significa essere perfetti.
Significa essere affidabili.

Le persone si fidano di chi si espone.
Non di chi si protegge.

7. “Spostati, ti faccio vedere io”

Quando fai tutto tu,
il team non cresce.

Il tuo ruolo non è dimostrare quanto sei bravo.
È creare le condizioni perché gli altri lo diventino.

Un leader efficace:

  • assegna
  • guida
  • lascia spazio

Le persone crescono attraverso l’esperienza.
Non attraverso la sostituzione.

8. “Il fallimento non è un’opzione”

Sembra una frase motivazionale.
In realtà, blocca tutto.

Se l’errore non è permesso, le persone smettono di rischiare.

E senza rischio,
non c’è innovazione.

“Il successo è costruito sugli insuccessi.”
— Thomas Watson, IBM

Un leader maturo non premia la superficialità.
Ma non punisce il tentativo.

9. “È impossibile”

Questa frase chiude il pensiero.

Un leader consapevole,
invece, chiede:

“Come potremmo renderlo possibile?”

Una domanda apre.
Una sentenza chiude.

Le organizzazioni crescono attraverso le domande.
Non attraverso le chiusure.

10. “Non è così che facciamo qui!”

Questa frase protegge il passato.
Ma ostacola il futuro.

Le idee nuove raramente si presentano in forma perfetta.
Richiedono ascolto.
Esplorazione.
Apertura.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Trovi spunti pratici nei miei libri

11. “Non portarmi brutte notizie”

Le brutte notizie non spariscono.
Si nascondono.

E quando emergono,
il costo è più alto.

I leader efficaci creano ambienti in cui le persone parlano subito.

Non per paura.
Per responsabilità.

12. “Sei fortunato ad avere un lavoro qui”

Questa frase distrugge il rispetto reciproco.

Trasmette un messaggio implicito:

  • “Tu dipendi da me.”

I leader autentici comunicano il contrario:

“Siamo fortunati ad averti nel team.”

Il rispetto non si pretende.
Si costruisce.

La verità che molti ignorano

La leadership non si rivela nei momenti facili.
Si rivela nelle parole quotidiane.

Nel tono.
Nelle reazioni.
Nella capacità di regolare sé stessi.

Essere leader significa sapere cosa dire.
Ma soprattutto,
sapere cosa non dire.

Se vuoi migliorare la tua comunicazione e il tuo impatto,
scopri come il coaching può trasformare il tuo approccio.

Con il percorso
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

In finale

Le persone non ricordano il tuo ruolo.
Ricordano come-le-hai-fatte-sentire.

E, nel tempo, non seguono chi parla più forte.

Seguono chi sa usare le parole con responsabilità.