12 spunti per ottenere il rispetto che meriti sul tuo luogo di lavoro

rispetto sul lavoro
Tutti desideriamo rispetto sul lavoro.

È un tema che ritorna spesso nel mio libro
Autorevolezza”.

Avere il rispetto degli altri è un bisogno universale.
Ma spesso abbiamo idee sbagliate su come ottenerlo.

Il rispetto è difficile da guadagnare.
Ancora più difficile da mantenere.

Eppure, è indispensabile,
in ogni relazione professionale (e non solo).

Il rispetto è una leva potente

Quando c’è, il rispetto:

  • crea fiducia
  • alimenta la motivazione
  • apre opportunità

Quando manca:

  • genera tensione
  • stress
  • insoddisfazione

E, diciamolo, anche qualche “bruciore di stomaco”.

Fare bene il proprio lavoro è la base.

Ma non basta.

Ci sono comportamenti quotidiani che fanno la differenza.

1. Il rispetto non si pretende, si costruisce

Un cliente mi ha detto:
“Voglio più rispetto al lavoro”.

Quando gli ho chiesto come ottenerlo,
mi ha elencato… cosa gli altri avrebbero dovuto fare per rispettarlo.

Ecco il punto.
Il rispetto non arriva dagli altri.
Parte da te.

Non cade dal cielo.

Si costruisce.

Con le azioni.
La coerenza.
Con il modo in cui ti presenti ogni giorno.

Domanda utile:

“Cosa posso fare io, concretamente, per meritarmelo?”

2. Non cercare approvazione a tutti i costi

Se hai bisogno di piacere a tutti…
perderai rispetto.

Le persone percepiscono quando stai cercando consenso.

Quando ti adatti troppo.
Quando eviti il confronto.
Dici sempre sì.

Piacere non è sinonimo di essere rispettati.

Anzi, spesso è il contrario.

3. Rispetta le scadenze. Sempre

Una scadenza è un impegno.

E un impegno è una promessa.

Se salti le scadenze:
perdi credibilità,
perdi affidabilità,
rispetto.

Se una scadenza è irrealistica, non lamentarti.

Riformula.
“Posso consegnarlo entro fine settimana, se ho supporto su questa parte del progetto.”

Chiaro.
Costruttivo.
Responsabile.

4. La puntualità è comunicazione

Essere in ritardo comunica un messaggio preciso:

“Il mio tempo vale più del tuo.”

Magari non è quello che vuoi dire.
Ma è quello che passa.

Essere puntuali è rispetto.

Prima ancora che organizzazione.

5. Impara a ridere di te stesso

Autoironia non è debolezza.

È sicurezza.

Ammettere un errore.
Sdrammatizzare una gaffe.
Ridere di un lapsus.

Non ti indebolisce.

Ti rende umano.

E le persone si fidano di chi è umano.

6. Evita il gossip (soprattutto quello tossico)

Un po’ di leggerezza tra colleghi è normale.

Ma il gossip continuo…
erode la fiducia.

Se vieni percepito come una persona che parla degli altri,
prima o poi qualcuno penserà:

“Chissà cosa dice di me.”

E il rispetto si sgretola.

7. Difendere gli altri crea rispetto

Se hai mai avuto qualcuno che ti ha difeso ingiustamente attaccato…

lo ricordi ancora.

Difendere un collega, un collaboratore, quando serve,
lascia un segno.

Non serve fare l’eroe.

Ma avere il coraggio di esporsi,
quando è giusto,
costruisce autorevolezza.

8. Cura la tua presenza

Non si tratta di moda.
Si tratta di messaggio.

Come ti presenti comunica:

quanto ti prendi sul serio,
quanto rispetti il contesto,
tieni al tuo ruolo

Non devi esagerare.
Ma nemmeno trascurarti.

Presentati come se ogni giorno potessi fare un passo avanti.

9. Lavora su ciò che puoi controllare

Non puoi cambiare gli altri.
Non puoi controllare tutto.

Puoi però lavorare su di te.

Sul tuo atteggiamento.
Sulla tua comunicazione.
Sulle tue reazioni.

È lì che inizia il rispetto.

Se senti che ti manca sicurezza, chiarezza o autorevolezza, puoi lavorarci in modo concreto:

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Saper tacere è una competenza

Non tutto va detto.

Non sempre.

Neanche subito.

A volte, il rispetto si costruisce nel silenzio.

Ascoltare davvero:

senza interrompere,
senza preparare la risposta,
voler avere ragione.

Ti rende più incisivo.

11. Stabilisci confini chiari

Se non metti limiti…
gli altri li supereranno.

Sempre.

I confini non sono muri.
Sono indicazioni.

“Questo mi va bene.”
“Questo no.”

Senza aggressività.
Senza paura.

Solo chiarezza.

12. Sicurezza non è arroganza

È una linea sottile.

La sicurezza attrae.
L’arroganza respinge.

Spesso, dietro l’arroganza, c’è insicurezza.

E si vede.

Il rispetto non nasce dal voler dimostrare.
Nasce dal saper-essere.

Leggi il mio post per approfondire: “La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro”

Una cosa che spesso dimentichiamo

Quando ci sentiamo poco rispettati,
tendiamo a pensare:

  • “Lo fanno apposta.”

Non sempre è così.

A volte è mancanza di chiarezza.
A volte è abitudine.
Distrazione.

Parlare, spiegare, confrontarsi…
è più efficace del chiudersi o reagire.

Il rispetto non è qualcosa che chiedi

È qualcosa che costruisci.

Giorno dopo giorno.
Scelta dopo scelta.

E quando smetti di inseguirlo…
inizia ad arrivare.

6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.

8 insicurezze al lavoro che tutti temono (anche il tuo capo)

insicurezze al lavoro

Foto di BarbaraAlane

Non sono pochi i professionisti che mi contattano per fare coaching
perché si sentono insicuri sul lavoro.

Dubbi sulle proprie qualità.
Perplessità sulle proprie competenze.
La sensazione di non essere abbastanza.

Desiderano lavorare bene.
Essere apprezzati.
Fare la differenza.

Eppure, attraversano momenti di incertezza

Momenti che, se ignorati, rischiano di trasformarsi in capitomboli professionali.

Se hai paura che le tue insicurezze emergano sul lavoro, ricordati una cosa.

Anche le persone che sembrano più sicure di sé — incluso il tuo capo — hanno:

  • dubbi
  • paure
  • incertezze.

La differenza è che hanno imparato a gestirle.

Ecco 8 insicurezze molto comuni sul lavoro
(anche tra i professionisti più esperti).

1. Sentirsi invisibili

Molte persone hanno paura di non essere viste o ascoltate.

Nessuno critica il tuo lavoro.
Ma nessuno lo apprezza nemmeno.

Invii una mail…
silenzio radio.

Hai chiesto un follow-up?

Nessuna risposta.
Non sei criticato.
Non sei elogiato.

Sei semplicemente… ignorato.

Complimenti: hai sviluppato il superpotere dell’invisibilità.

Ed è frustrante.

Perché sai che il tuo lavoro è utile.
Sai che ciò che fai ha valore.

Se solo qualcuno lo notasse!

2. Dire qualcosa di ridicolo

“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere ciò che non sono.”

— Giacomo Leopardi

Molti temono di dire qualcosa che li faccia apparire:

  • poco professionali
  • inesperti
  • fuori luogo.

Nessuno vuole essere visto come il principiante della situazione.

Il problema è che non esiste il tasto rewind per le parole.

A volte la soluzione è più semplice di quanto credi:

  • scusarsi
  • chiarire
  • oppure usare un po’ di autoironia.

Una piccola gaffe non distruggerà la tua carriera.

3. Non avere nulla da dire

Sta per iniziare l’ennesima riunione.

E tu inizi a sudare freddo.
Sai perché.

Temi di non avere nulla di utile da dire.

In molte riunioni succede sempre la stessa cosa:
alcune persone dominano la conversazione
mentre altri restano in silenzio.

E restare seduti lì, senza contribuire, può essere una sensazione terribile.

Nessuno vuole essere la persona che “non aggiunge mai valore”.

4. Non capire

Sei seduto in riunione.

E mentre scorrono:

  • tecnicismi
  • acronimi
  • concetti complessi

pensi:

“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Non capire è una delle insicurezze più diffuse.

In teoria la soluzione è semplice:
chiedere.

In pratica, molti fanno altro.

Annuiscono.
Fingono di capire.

Sperando che nessuno faccia loro una domanda.

5. Non consegnare il lavoro in tempo

Essere in ritardo nella consegna di un lavoro è una delle cose meno tollerate.

Comunica una cosa molto precisa:
inaffidabilità.

Le scadenze raccontano molto di te:

  • del tuo metodo di lavoro
  • della tua organizzazione
  • del tuo senso di responsabilità.

Rispettarle è una delle regole più importanti.

6. Non essere riconosciuti

“Posso vivere due mesi grazie a un bel complimento.”

— Mark Twain

Anche nel lavoro abbiamo bisogno di riconoscimento.

Non vogliamo solo timbrare il cartellino e aspettare lo stipendio.

Vogliamo sapere che il nostro lavoro:

  • è utile
  • apprezzato
  • visto.

Quando un progetto su cui hai lavorato duramente passa inosservato…
è difficile non sentirsi scoraggiati.

Ancora peggio quando il merito viene attribuito a qualcun altro.

7. Sentirsi inadeguati

Molti professionisti hanno una sensazione costante:
non essere all’altezza del ruolo.

Ogni nuovo incarico sembra enorme.
Ogni incontro con il capo genera tensione.

“E se si accorgessero che non sono così competente?”

Ma c’è una verità semplice.

Se non fossi qualificato per il tuo ruolo…
probabilmente non lo avresti!

Se vuoi approfondire l’inadeguatezza della sindrome dell’impostore ho dedicato un capitolo nel mio libro “Prima vola Leader”.

8. Pensare di non avere talento

Confrontarsi con gli altri è inevitabile.

E spesso sembra che qualcuno sia:

  • più veloce
  • più brillante
  • più talentuoso.

Questo confronto può generare:

  • gelosia
  • frustrazione
  • insicurezza.

Ma ecco una cosa importante.
Il talento, da solo, non basta.

Servono anche costanza, duro lavoro e
determinazione.

Tra una persona talentuosa ma poco determinata
e una meno talentuosa ma tenace…
personalmente scommetto sempre sulla seconda!

Se senti di non essere abbastanza incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, potrebbe essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il percorso di coaching mirato:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una riflessione finale

Le insicurezze sul lavoro sono normali.

A volte possono spingerti a migliorare.
Altre volte rischiano di bloccarti.

Anche i professionisti più sicuri hanno dubbi.

La differenza è che non permettono alle insicurezze di fermarli.

Le ascoltano.
Imparano da loro.

E poi… continuano ad andare avanti.

Sei il nuovo team leader? 20 regole per sopravvivere i primi mesi (e non solo)

nuovo lavoro di team leader

Nuovo lavoro di team leader?
Complimenti!

Hai superato la prova di colloquio,
hai ottenuto l’offerta,
hai accettato i termini
e ora sei pronto per il nuovo lavoro.

Nuovo lavoro di team leader? I primi 3 mesi sono fondamentali

Appena si entra in un nuovo team o organizzazione, è difficile capire “come” fare le cose.

Poco importa quanto sei competente, bravo, esperto o alla prima esperienza.

Ci sono nuove regole da assimilare,
nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Questa fase iniziale può essere sia stimolante che sfidante. Ma è anche una straordinaria opportunità per crescere, imparare e dimostrare la tua capacità di adattamento.

Per navigare con successo in questa transizione…

ci sono alcune strategie che possono aiutarti a costruire rapidamente fiducia, stabilire relazioni e inserirti nella nuova dinamica del team.

Il malinteso è sempre in agguato,
un approccio sbagliato diventa un autogol,
un atteggiamento frainteso, una trappola.

Ora che si sta avvicinando il gran giorno,
i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli ti stanno tenendo sveglio la notte.

Tieni a portata di mano o di smartphone queste 20 regole per trovare forza nella tua leadership.

Partire con sicurezza ed entusiasmo verso il tuo nuovo lavoro di team leader.

Puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Prima volta Leader”.

20 regole per sopravvivere i primi mesi nel tuo nuovo lavoro di team leader:

 

1. L’ansia che senti per il tuo inizio – la sentono anche gli altri (anche di più).

2. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

3. Non devi dimostrare subito quello che sai. Lo hai già fatto in fase di selezione.

4. Una parola è poco, due sono troppe. Ascolta di più, parla di meno.

5. Non credere a tutto quello che ti verrà detto.

6. Chiediti “Se faccio questo, chi ne subirà le conseguenze?

7. Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

8. Devi essere consapevole che la motivazione dello staff passa inevitabilmente da te

9. Senza il tuo team … non vai da nessuna parte!

10. Se senti il bisogno di sentirti superiore vuol dire che non lo sei.

11. Concentrati sull’unica persona che puoi controllare .. te stesso.

12. Per iniziare bene sono sufficienti 3 cose: Presentarsi – Ascoltare – Creare relazioni.

13. Non fare il brillante … soprattutto se non lo sei!

14. Se senti la necessità di parlare delle tue capacità, del tuo successo, di quanto sei bravo … non farlo. Fai parlare i fatti.

15. Se ti assalgono i dubbi sulla tua leadership .. ferma i pensieri, blocca le fantasie, concentrati sui fatti. “Dialoga” con le tue paure.

16. Ricorda che … l’autocontrollo è forza, il (giusto) pensiero è padronanza, la calma è potere.

17. Non preoccuparti troppo degli altri. La persona più difficile da gestire … sarai tu!

18. Ricorda le parole di Wolf RinkeDire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

19. Lavora su te stesso … se non vuoi entrare nella statistica dei fallimenti da leadership.

20. Se non prendi sonno, ricorda che … i grandi leader non lottano con la paura. La guardano in faccia. L’ascoltano. L’accettano.

Basta signor Gentilezza: 6 chiavi per ottenere più rispetto al lavoro

rispetto al lavoro

Sei una brava persona.
Vuoi trattare bene gli altri.
Vuoi essere gradito e apprezzato sul lavoro.

Sei generoso, flessibile, educato.
Non dici mai di NO.

Un virtuoso.

Poi, poco alla volta, inizi a notare qualcosa che non torna.
Le persone intorno a te non rispondono bene alla tua filosofia da “bravo ragazzo”.

Sei educato, ma anche esitante.
Titubante.
Indiretto.
A tratti passivo-aggressivo.
(Eh sì, capita anche a te!)

E lo capisci:
il problema sei tu.

Non sei onesto — prima di tutto con te stesso.

Non è piacevole essere sempre gentile e disponibile

Come scrivo nel capitolo sul carisma del mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione ampliata 2025 quando permetti agli altri di sovrastarti, dominarti, camminarti sopra:

diventi pieno di risentimento,
di rancore,
e ti senti sfruttato.

Perché, in effetti, lo sei.

Hai difficoltà a chiedere.
A dire NO.
Anche alle richieste più ingiustificate.

Quando hai bisogno di qualcosa, non chiedi.
Per non creare disagi agli altri.

E in compenso… li crei a te stesso.

Sprechi un’enorme quantità di energia per capire come dire NO.
E alla fine dici SÌ.

Un’altra volta!

La verità (scomoda) è questa:

nessuno apprezza davvero chi asseconda sempre gli altri.

Soprattutto se sei un team leader.

Educazione e gentilezza non sono il problema.

Diventare uno zerbino, sì.

Come smettere di essere “troppo carino” (e iniziare a essere rispettato sul lavoro)?

Non servono scatti d’ira.
Né svolte estreme.

Serve un cambio di atteggiamento.

1. Rispetta prima te stesso

“Chi rispetta sé stesso è al sicuro da tutti.”

Henry Wadsworth Longfellow

Se vuoi rispetto, chiarisci prima cosa significa per te rispettarti.

Crea più equilibrio tra lavoro e vita privata.
Inizia a essere gentile con te stesso.

2. Assumiti la responsabilità di cambiare

Non aspettare che qualcuno lo faccia al posto tuo.

Se qualcosa non funziona, è tua responsabilità agire.

Dire NO o dare un feedback non è una colpa.

3. Definisci i tuoi confini

Se non stabilisci limiti, gli altri li supereranno.
Sempre.

E questo, col tempo, diventa frustrante, castrante, corrosivo.
Perdi autostima.
Motivazione.

Chiarisci i tuoi valori.
E impegnati a difenderli.

4. Impara a dire NO

Dire NO è scomodo.
Dire SÌ controvoglia è peggio.

Ogni SÌ forzato mina la tua credibilità.
E la tua autorevolezza.

Inizia da cose semplici.
Allenati.
Scoprirai che gli altri reggono molto meglio di quanto credi.

Se vuoi approfondire leggi il mio post:
Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)

5. Smetti di giustificarti

Non devi chiedere il permesso per tutto.
Né di avere bisogni.

Non sei responsabile delle reazioni degli altri.
Il senso di colpa iniziale è normale.

Con il tempo … passa.

6. Dimostra assertività (non aggressività)

Meno parole.
Più chiarezza.

Risposte semplici.
Dirette.
Gentili ma ferme.

Non servono potere, ruolo o controllo per essere rispettati.

Grintoso o diplomatico?

Né stronzo né aggressivo.

Il vero equilibrio sta nel saper dosare grinta e diplomazia,
a seconda delle situazioni.

Essere rispettati non significa piacere a tutti.
Significa non tradire te stesso per essere accettato.

E quello, sul lavoro come nella vita,
è il primo vero atto di autorevolezza.

Nel percorso di coaching mirato:
Sviluppare assertività senza perdere empatia

costruisci uno stile comunicativo diretto, autentico e rispettoso.

10 domande toste toste per capire quanto sei tagliato per comandare

pronto a comandare
Sei determinato e vuoi arrivare dove desideri. Bene.

La determinazione è indispensabile. Come lo sono impegno, preparazione e voglia di mettersi in gioco.

Ma desiderare qualcosa non significa necessariamente essere pronti. O essere tagliati per quel ruolo. Almeno, non ancora.

E questo vale soprattutto quando si parla di leadership.

Pronto a comandare? Ecco 10 domande che devi porti con onestà

Molti desiderano diventare leader per il ruolo, lo stipendio, il prestigio o la possibilità di decidere.

Molti meno si chiedono che cosa comporti davvero guidare altre persone.

Perché comandare non significa soltanto avere più potere. Significa assumersi responsabilità, prendere decisioni scomode, affrontare conflitti e accettare che non tutti saranno contenti di te.

Ecco 10 domande toste toste che possono aiutarti a capire quanto sei pronto.

1. Conosci te stesso?

Prima di gestire gli altri, devi conoscere abbastanza bene te stesso.

Sai quali sono i tuoi punti di forza?
E quelli deboli?
Cosa succede quando sei sotto pressione?
Vieni contraddetto o qualcuno mette in discussione una tua decisione?

La conoscenza di sé è una delle basi della leadership.

Chiediti:

  • So riconoscere i miei limiti?
  • So accettare una critica senza mettermi immediatamente sulla difensiva?
  • Riesco a capire quando il problema è anche nel mio comportamento?

Prima di chiederti se sei pronto a comandare, chiediti quanto sei pronto a gestire te stesso.

2. Sai gestire l’incertezza?

Hai bisogno di conoscere ogni dettaglio prima di decidere?

Nel lavoro sarebbe magnifico poter avere sempre informazioni complete, risultati prevedibili e rapporti perfetti di causa-effetto.

Ma spesso non funziona così.

Chi è pronto a comandare deve prendere decisioni anche quando il quadro non è completo. E a volte deve aspettare settimane o mesi prima di capire se la scelta fatta fosse quella giusta.

Non significa decidere alla cieca.

Significa saper valutare ciò che hai a disposizione, assumerti una responsabilità e muoverti anche quando non hai tutte le certezze che vorresti.

3. Dai davvero importanza alle persone?

Puoi essere molto orientato ai risultati. Non c’è niente di male.

Ma se vuoi guidare un team, ci sono anche le persone.

Non puoi ricordarti dei collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona, devi correggerli o valutarne la performance.

Le persone non sono semplicemente lo strumento attraverso il quale raggiungere un risultato.

Un buon leader sa che risultati e persone devono camminare insieme.

4. Sai affrontare le conversazioni difficili?

Vuoi una posizione di maggiore responsabilità?

Preparati anche alla parte meno affascinante.

Dovrai parlare con chi non raggiunge gli obiettivi, con chi crea tensioni, con chi si lamenta continuamente. Dovrai dare feedback scomodi, porre limiti e affrontare comportamenti che sarebbe molto più facile ignorare.

Guidare significa anche dire cose che l’altro potrebbe non avere alcuna voglia di sentirsi dire.

Puoi rimandare una conversazione difficile per qualche giorno.

Non puoi rimandarla per sempre.

5. Quanto dipendi dal giudizio degli altri?

La leadership non è un concorso di popolarità.

Quando assumi responsabilità, aumentano anche gli occhi puntati su di te.

Riceverai approvazione e riconoscimenti, ma anche critiche, antipatie e giudizi.

Se hai bisogno di piacere a tutti, rischierai di evitare decisioni impopolari, essere troppo accomodante oppure cercare continuamente conferme.

Un leader non deve diventare insensibile al giudizio degli altri.

Deve però essere capace di ascoltarlo senza diventarne prigioniero.

Per approfondire puoi leggere Come non preoccuparsi del giudizio degli altri.

6. Sai guidare persone più esperte di te?

Gestire persone più anziane, più esperte o tecnicamente più preparate può mettere alla prova la tua sicurezza.

Il rischio è cadere in uno dei due estremi:

  • diventare esitante perché temi di non essere abbastanza autorevole;
  • irrigidirti e mostrare continuamente chi comanda.

L’autorevolezza non nasce dal bisogno di dimostrare chi ha il potere.

Se una persona del tuo team conosce un argomento molto meglio di te, riesci a riconoscerlo senza sentirti minacciato?

È una domanda importante.

7. Sai dire chiaramente cosa ti aspetti?

Essere leader non significa gridare, controllare tutto o impartire ordini continuamente.

Significa anche saper dire:

questo è ciò che mi aspetto; questo è ciò che non funziona; questo è ciò che dobbiamo cambiare.

Con chiarezza, calma e rispetto.

  • Sai dare un feedback senza diventare aggressivo?
  • Sai essere fermo senza umiliare?
  • Sai porre un limite senza trasformarlo in una prova di forza?

La leadership si vede molto anche da qui.

8. Sai chiedere consiglio?

Se costruisci una buona squadra, prima o poi avrai accanto persone più competenti di te in qualcosa.

Ed è proprio quello che dovrebbe succedere.

La domanda è: il tuo ego riesce a sopportarlo?

Sai chiedere un’opinione?
Riesci a dire “Tu ne sai più di me: cosa ne pensi?”
senza sentire diminuire la tua autorevolezza?

Oppure preferisci decidere e fare tutto da solo per dimostrare di essere tu il capo?

Un leader che deve essere sempre la persona più intelligente della stanza rischia di costruire un team molto più debole di quanto potrebbe.

9. Riesci a dormire prima di un licenziamento?

Ci sono decisioni che nessun corso di leadership può rendere piacevoli.

Comunicare a una persona che il rapporto di lavoro finisce è una di queste.

Potresti trovarti davanti rabbia, pianto, accuse, silenzio o una reazione completamente diversa da quella che avevi immaginato.

Essere dispiaciuti non significa essere incapaci di comandare.

Anzi.

Ma se la paura di affrontare la sofferenza o la reazione dell’altro ti porta continuamente a evitare decisioni necessarie, allora il problema esiste.

Guidare significa anche reggere emotivamente decisioni difficili senza perdere umanità.

10. Sei disposto a sostenere il peso della responsabilità?

Più responsabilità significa anche più decisioni di cui rispondere.

A volte dovrai scegliere senza poter condividere tutto con il team. Altre volte dovrai difendere una decisione che non piace. E in certi momenti potresti sentirti solo.

La responsabilità è uno dei prezzi della leadership.

Questo non significa sacrificare la vita privata, essere sempre reperibile o diventare il primo a entrare e l’ultimo a uscire.

Significa sapere che, quando qualcosa non funziona, non potrai limitarti a indicare gli altri.

Sei disposto a dire:

“La responsabilità finale è mia.”

Allora, sei davvero pronto a comandare?

Se alcune risposte ti hanno messo in difficoltà, non significa che devi rinunciare a diventare leader.

Significa semplicemente che hai individuato dove devi ancora lavorare su te stesso.

La leadership non è una qualità che possiedi oppure no una volta per tutte. Si costruisce attraverso esperienza, errori, consapevolezza e capacità di mettersi in discussione.

È anche uno dei concetti che approfondisco nel mio libro “Prima volta Leader”: assumere un ruolo di responsabilità non significa automaticamente essere pronto a comandare.

Il punto non è chiederti soltanto se sei pronto a comandare.
Il punto è capire se sei disposto ad assumerti ciò che comandare comporta.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo” e lavora per ritrovare autorevolezza e solidità nel tuo ruolo.

14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership

Leadership

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, una cosa è essere un membro del team, un’altra è condurre e guidare le persone.

Quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità, puoi scoprire molto rapidamente che essere bravo nel tuo lavoro non significa automaticamente saper guidare gli altri.

Arrivano dubbi,
errori,
reazioni
che non avevi previsto.

A volte diventi troppo rigido.
Altre volte perdi sicurezza.

E non sempre l’azienda ti prepara davvero a quello che incontrerai.

Avere leadership? Troppi pensieri, tante fantasie, pochi fatti

Quando qualcosa non funziona, la mente comincia a correre.

“Sarò davvero capace?”

“Mi rispettano?”

“Sto sbagliando tutto?”

“Forse non sono tagliato per questo ruolo.”

Fermati.

La leadership non si misura da quello che temi possa accadere, ma da quello che scegli di fare quando qualcosa accade davvero.

Ecco 14 mantra da ricordare quando dubbi, pressioni e difficoltà rischiano di farti perdere la direzione.

1. È demoralizzante non essere riconosciuti

Soprattutto quando stai facendo del tuo meglio.

Riconoscere il lavoro e l’impegno dei collaboratori è una responsabilità del leader, non una gentile concessione.

Non guardare soltanto numeri, budget e risultati. Guarda anche come le persone ci sono arrivate.

Un apprezzamento sincero e specifico può avere molto più peso di quanto immagini.

2. Lavorare tanto non significa necessariamente lavorare bene

Quando qualcosa non funziona, la tentazione è spesso quella di fare ancora di più.

Più ore.
Più controllo.
Più energia.

Ma aumentare lo sforzo non corregge automaticamente la direzione.

Non sempre devi fare di più.
A volte devi capire cosa fare diversamente.

Fermati.
Valuta.
Cambia qualcosa.
Prova di nuovo.

3. Senza il tuo team vai poco lontano

Puoi essere competente, preparato e determinato.

Ma se guidi un team, i risultati non dipendono più soltanto da te.

Le persone che lavorano con te sono parte del tuo successo.

Ascoltale.
Falle crescere.
Coinvolgile.
Permetti loro di assumersi responsabilità.

Un leader che vuole dimostrare di poter fare tutto da solo ha già perso una parte importante del suo ruolo.

4. Il rispetto va guadagnato sul campo

La qualifica non ti garantisce avere leadership.

Puoi essere il capo, avere più esperienza o occupare la posizione più alta nell’organigramma. Ma il rispetto non arriva automaticamente insieme al ruolo.

Arriva osservando come ti comporti.

Come mantieni la parola.
Come reagisci sotto pressione.
Come tratti le persone quando qualcosa va storto.

È lì che il team decide quanto fidarsi di te.

5. Se hai bisogno di sentirti superiore, probabilmente sei insicuro

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

A volte proprio l’insicurezza ci porta a irrigidirci, imporci o mostrare continuamente chi comanda.

La vera sicurezza non ha bisogno di essere esibita.

Puoi essere fermo senza essere aggressivo. Deciso senza essere arrogante. Autorevole senza ricordare continuamente agli altri che sei il capo.

6. Non basta dire “Buon lavoro”

Guidare non significa soltanto distribuire compiti, dare direttive e controllare risultati.

Significa anche esserci.

Non devi fare il lavoro dei tuoi collaboratori, ma devi conoscere le loro difficoltà e comprendere cosa significa concretamente raggiungere ciò che stai chiedendo.

Non puoi guidare bene un team osservandolo sempre da lontano.

7. Sii sincero e diretto

Se non dici chiaramente ciò che pensi, i collaboratori saranno costretti a interpretare.

E le interpretazioni generano facilmente dubbi, insicurezza e incomprensioni.

Dai feedback chiari.

Dì cosa sta funzionando e cosa deve cambiare.

Essere diretti non significa essere duri. Significa non lasciare l’altro nell’incertezza.

8. Rispetta chi ti dice qualcosa che non ti piace

È facile ascoltare chi è d’accordo con noi.

Molto più difficile ascoltare chi porta un problema, solleva un’obiezione o mette in discussione una nostra decisione.

La tentazione è difendersi.

Ma proprio quella persona potrebbe offrirti un’informazione che non stai vedendo.

Prima di reagire, ascolta.

Chi ha il coraggio di dirti qualcosa che non vuoi sentire può essere una risorsa preziosa.

9. Individua i leader dentro il tuo team

In ogni gruppo ci sono persone che hanno una particolare capacità di influenzare gli altri.

Non necessariamente hanno una qualifica.

Gli altri le ascoltano, chiedono il loro parere, osservano le loro reazioni.

Non viverle automaticamente come concorrenti.

Coinvolgile.
Ascoltale.
Responsabilizzale.

Un leader sicuro non teme le persone autorevoli che ha intorno.

10. Non pensare: “A me non succederà mai”

“Io non reagirei mai così.”

“Con me questo problema non succederà.”

“So esattamente come gestirlo.”

Attenzione.

Sono caduti professionisti molto più esperti di te e di me.

Non dare mai la leadership per acquisita.

Continua a osservarti, imparare e mettere in discussione quello che fai quando la situazione lo richiede.

11. Sii gentile. Non essere debole

Gentilezza e debolezza non sono sinonimi.

Puoi dire no con educazione.
Puoi correggere qualcuno senza umiliarlo.
Puoi prendere una decisione difficile senza diventare aggressivo.

La fermezza non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

Governare il proprio ego richiede spesso molta più forza che sbraitare, imporsi o mostrare i muscoli.

12. I tuoi collaboratori possono saperne più di te

E non c’è niente di preoccupante.

Conoscono clienti, procedure, strumenti e problemi che affrontano ogni giorno.

Perché non approfittarne?

Chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti al mio posto?”
  • “Cosa mi sta sfuggendo?”
  • “Secondo te, dove nasce il problema?”

non diminuisce la tua autorevolezza.

Può aumentarla.

13. Impara ad ascoltare

Ascoltare non significa semplicemente stare zitto mentre aspetti il tuo turno per parlare.

Significa sospendere per qualche momento risposte, giudizi e soluzioni.

Se non ascolti davvero, difficilmente puoi capire cosa sta accadendo nel tuo team.

E se non capisci, rischi di intervenire sul problema sbagliato.

Prima di guidare una persona devi provare a capire dove si trova.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo.

14. La persona più difficile da gestire sei tu

Questo è probabilmente il mantra più importante.

Puoi imparare tecniche di comunicazione, feedback, delega e motivazione.

Ma prima o poi dovrai confrontarti con:

  • le tue insicurezze
  • la tua impazienza
  • il bisogno di avere ragione
  • la difficoltà a dire no
  • la paura del giudizio
  • il modo in cui reagisci quando sei sotto pressione

Il tuo avere leadership parte da qui.

Non dal tentativo di cambiare continuamente gli altri.

Da te.

Prima di chiederti come gestire meglio il tuo team, chiediti come stai gestendo te stesso.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare abbastanza consapevole da accorgerti di ciò che fai, dell’effetto che produci sugli altri e di ciò che puoi cambiare.

È da questa consapevolezza che nasce la tua autorevolezza.

10 spunti per scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei

scrivere mail
Siamo tutti occupati.

Poco tempo.
Tante cose da fare.
Informazioni da gestire sempre più in fretta.

Nessuno vuole perdere 10 minuti in una conversazione
su qualcosa che richiederebbe una semplice mail.

Allo stesso modo, nessuno ha voglia di decifrare messaggi contorti, lunghi o poco chiari.
Che non vanno dritti al punto.

Ecco 10 accorgimenti per scrivere mail come un executive
(anche se non lo sei):

1. Chiarisci prima di tutto lo scopo della mail

Ogni volta che ti siedi per scrivere mail, fermati un istante.

Chiediti:

Perché sto inviando questa mail?
È davvero necessaria?

Se non riesci a rispondere con chiarezza, non inviarla.

Scrivere senza sapere cosa vuoi davvero ottenere significa che non hai ancora fatto ordine nel pensiero.

E se non sei chiaro tu,
non lo sarà neppure il tuo destinatario.

Il risultato?

Tempo sprecato.
Autorevolezza che si abbassa.
E una mail in più che forse non serviva.

2. Usa la regola: una mail = una cosa

Nelle riunioni, avere più punti all’ordine del giorno può essere utile.

Nelle mail, no.

Meno roba c’è, meglio è.

Una mail dovrebbe contenere una richiesta, un tema, un obiettivo.

Se devi parlare di un altro progetto, di un altro compito o di un’altra decisione,
scrivi un’altra mail.

Questo aiuta chi legge.
Ma aiuta anche te a essere più ordinato.

3. Vai dritto al punto

In una mail dovresti usare meno frasi possibile.

L’imprenditore e saggista Guy Kawasaki propone una regola interessante:

limitare il testo a 5 frasi.

Non sempre è possibile, certo.

Ma molto spesso sì.

Con meno di 5 frasi rischi di sembrare brusco.
Con molte di più, spesso fai perdere tempo.

Anch’io seguo questa logica.
E ti assicuro che, con un po’ di allenamento, diventa naturale.

Scrivi meglio.
Più in fretta.
E con più impatto.

4. Evita negazioni e frasi che seminano dubbi

Frasi come:

“Non so se questo funzionerà…”
“Spero che i risultati non siano…”
“Ho ragione?”
“Mi capisci?”

indeboliscono il messaggio.

Invece di presentare i tuoi pensieri con chiarezza,
stai già insinuando un dubbio.

E se dubiti tu, perché dovrebbe fidarsi l’altro?

Essere autorevoli vuol dire anche questo:
esporre un’idea senza sminuirla prima ancora di averla detta.

5. Smettila di chiedere scusa così tanto

“Mi auguro che…”
“Mi sembra…”
“È probabile che…”
“Scusa il disturbo”
“Era solo un’idea”
“Spero di non aver sbagliato”

Sono frasi comuni.
Normali nel parlato quotidiano.

Ma nelle mail, se usate troppo spesso, trasmettono insicurezza.

Fanno sembrare il tuo messaggio più debole.
Meno deciso.
Meno credibile.

Anche la parola “solo” tende a ridimensionarti.

“Volevo solo chiedere…”
“Era solo un’idea…”

No.
Non è “solo”.

Per chiarezza: non si tratta di fare il duro.
E nemmeno di smettere di chiedere scusa quando serve davvero.

Il punto è non usare continuamente parole come “scusa”, “solo”, “credo”
quando finiscono per togliere forza a ciò che stai dicendo.

6. Usa frasi brevi, paragrafi brevi ed elenchi puntati

Una mail deve essere digeribile.

Evita i blocchi monolitici di testo.
Affaticano chi legge.
E spesso vengono saltati.

Se ti accorgi che stai andando oltre 4 o 5 frasi consecutive, valuta di spezzare.

Meglio ancora se puoi usare un elenco puntato.

Taglia ciò che puoi tagliare.
Se una parola lunga può essere sostituita da una corta, fallo.

Più la tua frase è pulita,
più il messaggio arriva.

7. Inserisci sempre una call to action chiara

Non dare mai per scontato che il destinatario abbia capito cosa deve fare.

Scrivilo tu.
In modo semplice.
Senza vaghezze.

Per esempio:

  • “Mi puoi inviare i file XYZ entro giovedì?”
  • “Potresti scrivere ad Annalisa entro due settimane e aggiornarla su…?”
  • “Scrivi a Sergio e fammi sapere entro domani sera cosa ne pensa.”
  • “Informa Paolo e dimmi entro il 1° febbraio se ha domande.”

Chi legge deve capire subito:

  • cosa vuoi,
  • da chi,
  • entro quando.

8. Rileggi. Sempre. E con calma

Può sembrare un’ovvietà.

Non lo è affatto!

Spesso scrivere una mail breve è più difficile che scriverne una lunga.

Prima di inviare qualsiasi cosa, leggila.
Meglio ancora: leggila ad alta voce.

Controlla ortografia,
grammatica,
tono,
chiarezza.

Se la mail è importante,
falla rileggere a una persona fidata.

Un collega.
Un collaboratore.
Un amico.
Il partner.

Quando si tratta di mail delicate, non è una gara di velocità.
È un esercizio di precisione.

Se puoi, salvala in bozza e rileggila più tardi.

Io lo faccio spesso.

E quasi sempre, tornando sul testo con occhi-nuovi,
vedo subito cosa togliere, cosa correggere, cosa chiarire.

Chiediti:

  • “La mia richiesta è chiara?”
  • “Ci possono essere malintesi?”
  • “Come la prenderei, se fossi io a riceverla?”

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

9. Fai trasparire la tua personalità

Le email dovrebbero riflettere chi-sei nel mondo reale.

Non in modo eccessivo.
Non in modo teatrale.
Ma sì, un po’ di te deve sentirsi!

Evita emoticon, abbreviazioni tipo LOL, font colorati o sfondi creativi.
In ambito professionale, raramente aiutano.

Ma non diventare neppure robotico.

“Per favore” e “grazie” restano segni semplici di educazione e professionalità.

10. Sappi quando non usare la mail

Ci sono conversazioni in cui il tono e il linguaggio del corpo fanno tutta la differenza.

In quei casi, la mail non basta.
Anzi, rischia di peggiorare le cose.

Se non diresti una cosa in faccia a una persona, non scriverla in una mail.

Se la questione richiede un confronto più profondo,
meglio una telefonata.

Se la telefonata rischia di durare più di 5 o 10 minuti,
forse è meglio incontrarsi.

La vera autorevolezza sta anche qui:
sapere qual è il mezzo giusto.

Hai bisogno di una telefonata?
Oppure bastano due righe ben scritte?

Serve davvero scrivere mail?
Oppure una chiamata può chiarire meglio favore, dubbio o contrarietà?

Anche questa è autorevolezza.

A questo proposito,
scopri il mio libro che si intitola proprio “Autorevolezza“.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, risultati e previsioni chiedendoti:

“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti?
Scarsa iniziativa?
Problemi di comunicazione?

Mettere insieme persone capaci ed esperte non garantisce automaticamente che un team funzioni.

Questo probabilmente lo sai.

Ma prima di convocare l’ennesima riunione per capire che cosa non va nei tuoi collaboratori, prova a farti una domanda un po’ più scomoda.

Problemi con il team?
E se una parte del problema fossi tu?

Problemi con il team. Prima guarda anche dalla tua parte

Non significa assumerti la responsabilità di qualsiasi difficoltà.

Un collaboratore può essere poco motivato, poco competente o avere comportamenti che devono essere affrontati.

Ma chi guida un team influenza inevitabilmente ciò che accade al suo interno.

Il tuo stile.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.
Cosa tolleri e cosa correggi.

Lo spazio che lasci alle persone.

Prima di chiederti che cosa non funziona nel tuo team, chiediti che cosa stai facendo tu per farlo funzionare meglio.

Ecco 8 segnali che vale la pena osservare.

1. Non dai feedback

Le persone hanno bisogno di capire che cosa stanno facendo bene e che cosa devono correggere.

Se intervieni soltanto quando qualcosa è ormai diventato un problema, lasci troppo spazio alle interpretazioni.

Non serve commentare continuamente ogni azione.

Serve però che un collaboratore non debba chiedersi per mesi:

“Sto lavorando bene oppure no?”

Un feedback specifico e tempestivo permette di correggere un comportamento, riconoscere un risultato e chiarire le aspettative.

Il silenzio raramente è un buon feedback.

2. Non condividi gli obiettivi

Chiedi risultati.

Ma le persone sanno davvero dove state andando?

Un obiettivo non dovrebbe essere chiaro soltanto nella tua testa.

Il team deve capire che cosa state cercando di ottenere, perché è importante e quale contributo ci si aspetta da ciascuno.

Altrimenti rischi di avere persone impegnate, magari anche molto, ma in direzioni diverse.

Non basta assegnare compiti.
Occorre dare una direzione.

3. Eviti le conversazioni difficili

Vuoi mantenere un buon clima.
Non vuoi sembrare troppo duro.

Temi che un collaboratore possa prenderla male.

E così rimandi.
Addolcisci eccessivamente il messaggio.
Oppure lasci correre.

Il problema è che ciò che non affronti non necessariamente scompare.

Può diventare frustrazione per te e per gli altri componenti del team che vedono un comportamento problematico continuare senza conseguenze.

Essere autorevoli non significa cercare lo scontro.

Significa anche riuscire a dire ciò che deve essere detto quando serve.

4. Sei incoerente

Una settimana chiedi autonomia.
Quella successiva controlli ogni dettaglio.

Prima incoraggi le persone a prendere iniziativa, poi le critichi perché non hanno chiesto il tuo permesso.

Il problema non è cambiare idea.

Un responsabile può farlo.

I problemi con il team nascono quando la squadra non capisce più quali siano i criteri con cui prendi le decisioni.

Se qualcosa è cambiato, spiegalo.

Altrimenti ciò che per te è adattamento può essere percepito dagli altri come incoerenza.

5. Dai poca importanza alle relazioni

Ti concentri su risultati, scadenze e prestazioni.

Tutto necessario.

Ma se ti ricordi delle persone soltanto quando c’è un problema, rischi di costruire una relazione basata quasi esclusivamente sulla correzione.

Conoscere i tuoi collaboratori non significa entrare nella loro vita privata.

Significa sapere come lavorano, dove incontrano difficoltà, che cosa li aiuta e quale contributo possono dare.

La relazione con il team non è qualcosa che fai oltre al tuo lavoro di responsabile.
È parte del tuo lavoro di responsabile.

E questa attenzione si costruisce soprattutto quando non c’è un’emergenza da gestire.

6. Gestisci tutti allo stesso modo

Essere equi non significa comportarsi nello stesso identico modo con tutti.

Un collaboratore può aver bisogno di maggiore autonomia.
Un altro di indicazioni più precise.
Uno apprezza un confronto molto diretto.
Un altro ha bisogno di qualche domanda in più per arrivare alla stessa conclusione.

Le persone sono diverse.

Conoscerle ti permette di adattare il modo di guidarle senza rinunciare alle stesse aspettative professionali.

Puoi chiedere, per esempio:

  • “Di che cosa hai bisogno per lavorare meglio?”
  • “Preferisci maggiore autonomia o indicazioni più frequenti?”
  • “Come posso esserti utile senza sostituirmi a te?”

7. Vuoi controllare tutto

Vuoi verificare ogni passaggio.
Ogni decisione deve passare da te.

Prima di procedere, tutti aspettano la tua approvazione.

Poi magari ti chiedi:
“Perché non prendono mai iniziativa?”

Se vuoi autonomia ma intervieni continuamente, stai inviando due messaggi opposti.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire aspettative e confini, lasciare spazio e intervenire quando serve.

Se ogni decisione torna sempre sulla tua scrivania, il problema potrebbe non essere soltanto la poca iniziativa del team.

8. Pretendi dagli altri ciò che tu non fai

Chiedi puntualità e arrivi sempre in ritardo.

Pretendi comunicazioni chiare e mandi messaggi confusi.

Chiedi ascolto e interrompi continuamente.

Vuoi collaborazione, ma decidi tutto da solo.

Le persone osservano molto più di quanto immagini.

Il tuo comportamento rende credibili — oppure indebolisce — le aspettative che hai nei loro confronti.

Non devi essere perfetto.

Ma difficilmente puoi chiedere con autorevolezza agli altri qualcosa che tu, per primo, ignori sistematicamente.


Vuoi potenziare la tua assertività con il team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Prima di dare la colpa al team, guarda il tuo contributo

Se i risultati non arrivano, non significa automaticamente che il problema sia il leader.

E nemmeno che siano sempre i problemi con il team.

La domanda più utile è un’altra:

“Che cosa, nel mio modo di guidare, potrebbe contribuire a questa situazione?”

Forse la risposta sarà: niente.

Oppure scoprirai un comportamento, una comunicazione poco chiara o un’abitudine che puoi modificare.

Ed è una buona notizia.

Perché quella è la parte sulla quale puoi intervenire direttamente.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di cambiare il tuo team, assicurati di aver guardato con sufficiente attenzione anche il modo in cui lo stai guidando.

5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere leader non è semplice.

Puoi avere esperienza, competenze tecniche, conoscere perfettamente il lavoro e prendere buone decisioni.

Ma quando guidi un team c’è un’altra domanda con cui devi fare i conti:

come ti vedono le persone che lavorano con te?

Perché l’autorevolezza non dipende soltanto dal ruolo che ricopri.

Si costruisce anche attraverso comportamenti molto concreti: come decidi, come reagisci quando qualcuno sbaglia, quanto riconosci il lavoro fatto e come sostieni la crescita delle persone.

Ecco 5 aspetti sui quali vale la pena interrogarsi.

1. Sii imparziale e coerente

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone rispetto ad altre.

Con qualcuno il rapporto nasce facilmente.
Con altri richiede più attenzione.

Il problema comincia quando le simpatie personali entrano nelle decisioni professionali.

Orari, opportunità, riconoscimenti, richieste, errori: se il team percepisce criteri diversi a seconda della persona coinvolta, la tua credibilità ne risente.

Essere imparziale non significa prendere sempre la stessa decisione per tutti.

Ci possono essere situazioni particolari che richiedono risposte differenti.

In questi casi diventa importante spiegare il criterio della decisione.

La coerenza non significa decidere sempre nello stesso modo.
Significa rendere comprensibile il criterio con cui decidi.

Le persone possono anche non essere d’accordo con te.

Ma devono poter capire da dove nasce una tua scelta.

2. Difendi i tuoi collaboratori quando è giusto farlo

Hai mai lavorato con un responsabile che ti ha sostenuto davanti a una critica ingiusta?

Probabilmente te lo ricordi ancora.

Un collaboratore deve sapere che, quando la situazione lo richiede, il suo responsabile non sarà il primo a prendere le distanze per proteggere se stesso.

Questo non significa difendere qualsiasi comportamento.

Se una persona ha commesso un errore, l’errore va affrontato.
Se deve assumersi una responsabilità, deve farlo.

Ma c’è una grande differenza tra correggere un collaboratore e scaricarlo.

Un leader può assumersi la responsabilità del proprio team verso l’esterno e, successivamente, affrontare con la persona ciò che non ha funzionato.

“Su questo punto abbiamo sbagliato. Me ne assumo la responsabilità. Poi capiremo internamente che cosa dobbiamo correggere.”

Difendere il team non significa coprirne gli errori.
Significa non abbandonare le persone proprio quando il ruolo di leader diventa più scomodo.

È in quei momenti che la fiducia viene realmente messa alla prova.

3. Fermati a riconoscere i risultati

Siamo spesso concentrati su ciò che viene dopo.

Un obiettivo raggiunto porta immediatamente al successivo.
Un problema risolto lascia spazio a quello nuovo.

E così il team può avere la sensazione che qualsiasi risultato diventi normale appena viene raggiunto.

Celebrare non significa organizzare una festa per ogni piccolo successo.

Può bastare fermarsi e riconoscere ciò che è stato fatto.

“Questo risultato non era scontato. Avete fatto un buon lavoro.”

Oppure condividere un traguardo, ringraziare le persone coinvolte, concedersi un momento per guardare insieme ciò che è stato ottenuto.

Un risultato riconosciuto acquista un significato diverso da un risultato semplicemente archiviato.

4. Tratta i collaboratori come persone

Sembra ovvio.

Eppure, sotto pressione, è facile vedere soprattutto ruoli, compiti, problemi e prestazioni.

Quello che consegna sempre in ritardo.
Quella che deve migliorare.
Quello che non raggiunge il target.

Ma dietro una prestazione c’è una persona.

Questo non significa diventare amici dei collaboratori o entrare nella loro vita privata.

Significa mantenere attenzione e rispetto anche quando devi essere esigente.

Ascoltare.
Chiedere.

Conoscere abbastanza le persone da capire che cosa le aiuta a lavorare bene e dove incontrano maggiori difficoltà.

Puoi essere fermo senza essere distante.
Puoi chiedere molto senza trattare le persone come semplici esecutori.

5. Sostieni e fai crescere le persone

Un leader indiscusso non dovrebbe occuparsi dei propri collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Dovrebbe anche chiedersi:

  • In che cosa questa persona è particolarmente brava?
  • Dove potrebbe crescere?
  • Quale responsabilità potrei cominciare ad affidarle?
  • Sto rendendo visibile il suo buon lavoro oppure me ne prendo implicitamente il merito?

Sostenere un collaboratore significa anche parlare del suo valore quando lui non è presente.

Dargli visibilità.

Affidargli occasioni nelle quali possa mettersi alla prova.

Lasciargli spazio per crescere, anche accettando che qualche errore faccia parte del percorso.

Un leader autorevole non ha bisogno di tenere le persone piccole per sentirsi grande.

La crescita dei tuoi collaboratori non riduce il tuo ruolo.

Può essere uno dei segnali più evidenti della qualità con cui lo stai esercitando.


Vuoi potenziare la tua assertività?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

L’autorevolezza si vede soprattutto nei comportamenti

Essere riconosciuto come leader indiscusso non dipende da quanto ricordi agli altri di esserlo.

Dipende anche da ciò che il team sperimenta lavorando con te.

Coerenza.
Sostegno.
Riconoscimento.
Rispetto.
Crescita.

Sono comportamenti quotidiani, non grandi dichiarazioni.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto. Scopri il servizio dedicato.

E allora prova a chiederti:

quale di questi cinque comportamenti il tuo team riconoscerebbe immediatamente in te?

E quale, invece, dovresti cominciare a mostrare un po’ di più per essere leader indiscusso?

14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader – 2

immagine di leader

Leggi la parte 1 del post14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader“.

7. Mangiarsi le unghie o giocherellare con i capelli

Tutti facciamo gesti inconsapevoli quando siamo nervosi e sotto stress.

Chi si strofina le mani,
chi afferra la loro parte superiore delle braccia,
altri si mordono la bocca e si toccano il collo.

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Le donne (soprattutto) sono viste come timorose, ansiose o distratte quando assumono comportamenti da teenager tipo
gingillarsi con i capelli,
giocherellare con la collana
o mordersi un dito.

Le persone ti percepiscono come eccessivamente preoccupata per il tuo aspetto fisico e non abbastanza concentrata sul lavoro.

8. Espressioni non corrispondenti

Se (per esempio) stai dando un feedback negativo a un collaboratore,
sorridendo forzatamente e in modo nervoso,
non aiuterà a trasmettere il giusto messaggio.

L’altra persona si sentirà a disagio.

Anche se non sa esattamente il motivo,
quando si trasmette incoerenza tra le parole e le espressioni,
le persone avvertono contraddizione,
sospettano che stai tramando qualcosa o che stai cercando di ingannarlo.

9. Stretta di mano molliccia

Si dice che un bel sorriso, guardare negli occhi accompagnando il tutto con una ferma stretta di mano … faccia miracoli!
Verissimo!

Una stretta di mano debole è indice di mancanza di autorità e fiducia,
non è conforme all’ immagine di leader che vuoi dare,
mentre una stretta di mano troppo forte potrebbe essere percepita come aggressiva e dominante.

 


 

Adatta la stretta di mano a ogni persona e situazione,
ma assicurati che questo (semplice) gesto sia fatto con decisione.¨

10. Espressione del viso accigliata

Lo stress, la pressione, il target da raggiungere,
gli imprevisti e previsioni che saltano prosciugano (ogni giorno) le nostre energie.

Ansia e preoccupazioni “scavano” sui nostri visi espressioni
gravi e imbronciate.
Infelici.

Anche se non ti senti così,
invii messaggi che sei arrabbiato,
teso e poco incline al contatto.

Un’espressione corrucciata allontana le persone.
Sorridere, invece, suggerisce che sei aperto, affidabile, sicuro di sé e amichevole.

11. Parlare al cellulare e girare come una trottola

Parlando al cellulare è facile che, senza accorgerti,
inizi a camminare o girovagare senza meta.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …

Camminare mentre si è al telefono,
è un’azione automatica che serve a tagliare fuori tutti gli stimoli sensoriali provenienti dall’esterno,
per concentrarci maggiormente sulla conversazione.

Niente di male ci mancherebbe …
ma muovendoti continuamente (e nervosamente) in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro crei attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare i tuoi collaboratori.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

12. Avvicinarsi o allontanarsi troppo può minare la tua immagine di leader

Se ti avvicini troppo a qualcuno,
prendi il braccio, appoggi la mano sulla spalla,
invadi lo spazio dell’altro,
ti prendi confidenze senza il permesso,
diventi aggressivo e indisponente.
Significa che non hai rispetto o comprensione per lo spazio personale dell’altra persona.

Al contrario, se mantieni troppo le distanze (2-4 metri) mandi segnali di freddezza e di rifiuto.

Per non sbagliare in genere è meglio tenere una distanza di 1-2 metri.

Così sarai abbastanza vicino da interagire, senza fare sentire a disagio le persone.
Distanze inferiori a 1 metro sono di solito riservate per la famiglia e gli amici.

13. Essere eccessivamente espressivo o esagerare con i gesti

Pochi (e giusti) gesti mentre parli
aggiungono passione, espressività, entusiasmo al tuo messaggio.

Gesti troppo zelanti o esagerati possono indicare che sei caotico o che stai
cercando di “drammatizzare” quello che stai dicendo.

Se comunichi con le mani,
cerca di non esagerare.

Utilizza piccoli gesti controllati per mostrare forza e fiducia,
la tua immagine di leader.
Mostra i palmi delle mani per comunicare che non hai nulla da nascondere.

Se vuoi massimizzare la tua autorevolezza,
riduci al minimo i movimenti.

14. Guardare continuamente il cellulare

Parla pure … ti ascolto”.

E intanto smanetti-come-un-forsennato sulla tastiera del cellulare e con la testa annuisci per dare una minima parvenza d’ascolto.

Guardare il cellulare mentre parli o ascolti (ascoltare è però tutta un’altra cosa) con qualcuno è un chiaro segno di mancanza di rispetto e di educazione.

Pensaci la prossima volta che un collaboratore o un collega ti sta parlando
(ma vale anche – soprattutto – per moglie/marito, figli e amici).

P.S.
Il fenomeno è così diffuso che è stata inventata una parola, phubbing,
che indica proprio “l’azione di chi snobba qualcuno, guardando il proprio cellulare invece di prestargli attenzione”.

14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader – 1

immagine di leader

Se consideri che,
circa il 90 % della comunicazione è non verbale,
e i nostri corpi hanno una “lingua” propria,
ti rendi subito conto che il linguaggio del corpo è importante tanto quanto le parole che utilizzi.

Quando il tuo ruolo lavorativo è legata all’immagine di leader,
è fondamentale dare grande importanza alla comprensione del linguaggio del corpo e degli altri segnali non verbali.

Per capire dove è necessario migliorare,
ho selezionato 14 dei modi peggiori di gestire il tuo corpo quando sei impegnato con i colleghi, i tuoi collaboratori o il gran capo:

1. Annuire e sorridere troppo

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Quando annuiamo,
vuol dire che siamo d’accordo,
stiamo ascoltando e incoraggiamo l’altro a parlare.

Annuendo continuamente esprimi incoraggiamento e impegno ma non autorevolezza e potere.
Così facendo, trasmetti l’impressione che stai (disperatamente) cercando d’impressionare e di compiacere.

Segnali la tua ansia di approvazione.

Anche il sorriso è un linguaggio del corpo potente e positivo,
ma quando (anche qui) sono persistenti o inappropriati,
può essere fonte di confusione e di poca credibilità.
Soprattutto se stai discutendo di un argomento serio,
esprimendo rabbia o stai dando feedback negativi

2. Seduta ciondolante o “contratta” può minare la tua immagine di leader

Una buona postura è importante ovunque ti trovi.

Con una seduta ciondolante e dinoccolata comunichi mancanza di rispetto per chi-parla.
Noia e apatia.
Menefreghismo.
Desiderio di non essere dove sei.

Il tuo corpo lo esprime per te … forte e chiaro!

Inoltre, se desideri una presenza da executive, un’immagine di leader, è importante “prendere fisicamente la stanza, espandersi e occupare più spazio possibile”.
Il nostro cervello è condizionato (inconsciamente) a equiparare il potere,
con la quantità di spazio che le persone occupano.

 


 

Se sei seduto in una postura contratta e “ristretta” al minimo delle sue dimensioni, occupi meno spazio e proietti meno potenza, sembrando insicuro o sottomesso.
Una “buona” postura invece incute rispetto.

3. Incrociare le braccia sul petto

Anche se piegare le braccia sul petto, può essere una posizione di riposo confortevole,
resisti alla tentazione di farlo.

Evita (sempre) di sederti con le braccia incrociate sul petto.
La maggior parte delle persone interpreterà il tuo gesto come
freddo, chiuso, polemico oppure difensivo.

Anche se stai sorridendo,
l’altra persona sentirà un senso di fastidio a interagire con te.
Anche pugni chiusi, braccia e le gambe incrociate, possono segnalare che non sei aperto ai punti di vista degli altri.

4. Non guardare negli occhi l’interlocutore

Guardare negli occhi gli altri comunica fiducia,
leadership,
forza e intelligenza.

Soprattutto quando stai parlando di punti difficili o importanti.
Guardando verso il basso mentre parli, ti fa sembrare insicuro,
e le tue parole perdono effetto.
Forza.

Quando eviti il contatto visivo sembra che hai qualcosa da nascondere.
Susciti sospetti.
Invii un messaggio all’altra persona: Non sono interessato a quello che dici.

Attenzione però al contatto con gli occhi quando è troppo intenso e prolungato perché può essere percepito come aggressivo o dominante.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

5. Muoversi troppo, a scatti, con passi brevi

Quando sei sotto pressione o sei stressato è facile che,
senza accorgerti, inizi a girovagare senza meta o coerenza.
Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro …

Fai attenzione!
Così facendo stai creando un clima di tensione che può influenzare e condizionare
negativamente
tutte le persone che ti circondano.

Questo proprio non te lo puoi permettere.
Pensaci la prossima volta che cominci a correre e muoverti come un tarantolato.

Prendi le misure della lunghezza dei tuoi passi,
passi regolari e cadenzati, piuttosto che passi veloci, frettolosi o frenetici.
Non aver fretta e ricordati di mantenere la postura del corpo allineato.

Alza il mento e guarda dritto,
non guardare in basso mentre cammini.

6. Testa chinata di lato

La testa chinata di lato (quando qualcuno sta parlando) è un segnale di empatia e comprensione.
Mostra che sei in ascolto.
Sei coinvolto.

Ma una testa chinata può anche essere inconsciamente messa in relazione ad un segnale di sottomissione (i cani piegano il collo in ossequio a un animale più dominante).

Se desideri proiettare un’ immagine di leader, potere e autorevolezza tieni la testa verso l’alto,
in una posizione più neutra.

Leggi anche la parte 2.

Cosa rispondono i leader quando non conoscono la risposta

cosa rispondere

“È facile fare domande difficili.
Difficile è dare risposte facili.”

Alessandro Morandotti

Tutto stava andando bene.

Poi, proprio mentre tutti stanno chiudendo il laptop, qualcuno chiede:
“Quindi… cosa pensi di fare adesso?”

La stanza si ferma.
Gli sguardi tornano su di te.

Apri bocca.

E tutto quello che esce è un farfugliante, tremolante:
“Non lo so.”

Dire spesso “non lo so” ti costa credibilità e influenza

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader“,
dire di non conoscere una risposta non è una tragedia.

Non è un errore.
E nemmeno un segno di incompetenza.

Anzi, a volte è una dimostrazione di forza.

Ma usarlo come risposta automatica, ripetuta,
ti costa credibilità.

Se vuoi essere preso sul serio come leader,
questa è una frase da ridimensionare
e sostituire con risposte più mature.
Autorevoli.

Quando il “non lo so” ti taglia fuori

Molti professionisti — competenti, preparati, esperti
di fronte a una domanda inattesa
non riescono ad andare oltre:

  • spalle alzate
  • testa che oscilla
  • un arrendevole “non lo so”

Una risposta che starebbe meglio
in bocca a un apprendista alle prime armi.

Risultato?

Fuori, in un attimo,
dalla lista degli “esperti affidabili”.

L’altra trappola: parlare senza sapere

Esiste anche l’estremo opposto.

Quando un capo, un cliente o un collaboratore
ti chiede un parere fuori dal tuo ambito,
la tentazione è forte:

  • parlare comunque
  • improvvisare
  • riempire il silenzio

Per piacere.
Per sembrare veloce.
Apparire smart.

Peccato che risposte imprecise, errate o incomplete
erodano la tua reputazione
molto più di un silenzio gestito bene.

“Non lo so” non è una risposta da leader

Quando non sappiamo cosa fare,
spesso rinunciamo del tutto.

Ma sul lavoro vale una regola semplice:
insegniamo agli altri come trattarci.

Ogni “non lo so” detto senza costrutto
spinge le persone ad andare da qualcun altro.

Se questo è il tuo obiettivo, va bene.

Altrimenti, serve prepararsi.

Cosa dire al posto di “non lo so”

Non frasi da imparare a memoria.

Ma strutture da adattare alla situazione
e alla tua personalità:

“Al momento non ho informazioni sufficienti per rispondere alla tua domanda.”

“Buona domanda. Lo scoprirò.”

“Sulla base di quello che conosco oggi, penso che …”

“Non ho ancora a portata di mano tutti i dati, li sto recuperando …”

“Al momento la mia migliore stima/previsione è la seguente …”

“Non posso rispondere che, in parte, ma vorrei considerare ulteriormente …”

“Permettetemi di essere sicuro di capire quali informazioni state cercando … ”

“Ci sono diverse possibilità, ho bisogno di altri/maggiori informazioni/dati … ”

“Non ho abbastanza famigliarità con XYZ e non mi piace tentare di indovinare. Lasciatemi approfondire …

Perché funzionano

Queste risposte ti permettono di:

  • prendere tempo senza perdere autorevolezza
  • impostare una linea temporale chiara
  • dimostrare iniziativa e metodo
  • spostare l’attenzione su ciò che sai, non su ciò che manca
  • ascoltare meglio una richiesta spesso confusa

Paradossalmente,
posticipare una risposta aumenta la credibilità
se lo fai con struttura.

Conta cosa dici. Ma anche come lo dici.
Guarda negli occhi.

Postura stabile.
Tono fermo.

Ogni risposta è un’occasione

Per costruire — o erodere — la tua presenza da leader.

Se vuoi essere percepito come affidabile, autorevole,
“aggiorna” il tuo vocabolario.

Meno “non lo so” automatici.

Più risposte consapevoli,
pertinenti,
influenti.

È così che si cresce.
Ed è così che si viene ascoltati.

Con il mio percorso di coaching mirato:
Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

12 cose da fare ogni giorno per essere ancora più leader del tuo team – 2

Leggi anche la parte 1.

6. Connettersi, comunicare, facilitare

Guidare le persone richiede fiducia e comprensione.
Positività, empatia, compassione e umiltà.

Costruire una vera e propria connessione personale con il tuo team è fondamentale per sviluppare la fiducia necessaria per costruire una forte leadership.

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Non concentrarti solo sulle “procedure e la giusta direzione aziendale”,
vai oltre le fredde normative e i rigidi sistemi.

Non basta comunicare … devi facilitare!

Elimina rapidamente eventuali incomprensioni.
Dai ai tuoi dipendenti tutta la tua attenzione,
mantieni una mente aperta e …
il contatto con gli occhi mentre parli (non sul monitor per inviare la prossima mail)

È importante essere genuini, sinceri,
Schietti.
È la differenza (enorme) tra dare-informazioni rispetto a potenziare-le-persone.

7. Incoraggiare la creatività

Se desideri far crescere il tuo personale,
devi essere capace di lanciare nuove sfide alla tua squadra,
evitando che noia e compiacenza prendano il sopravvento.

È necessario dare al tuo team la libertà di riflettere ed esplorare.

Ogni tuo collaboratore deve sapere che hai fiducia nel suo potenziale,
sei aperto alle sue idee,
sei pronto a considerarle ed (eventualmente) a svilupparle.

L’opportunità di presentare le proprie idee,
porta maggiore impegno,
migliora la capacità di problem solving e
incrementa la produttività.

 


 

Premiando e riconoscendo la creatività,
(non solo le attività “che richiedono poco cervello”),
aiuti il tuo personale a sviluppare il loro pieno potenziale.

8. Chiedere un feedback

I tuoi collaboratori non sono gli unici che possono beneficiare di un feedback onesto, mirato e costruttivo.

Confrontarsi con il partner,
un caro amico/a o un collega fidato,
porta un valore inestimabile e nuove prospettive sul tuo approccio e stile di leadership.

Anche il supporto di un coach professionista, non giudicante, ti aiuta a sviluppare il tuo approccio e potenziare la tua leadership. Anche poche sessioni di coaching possono essere più motivanti e produttive di un libro, un video tutorial o un workshop (pur validi che siano!).

9. Ammettere quando si sbaglia o non si conosce la risposta

A nessuno piace ammettere un errore,
uno sbaglio, una pecca (soprattutto quando sei il capo).

Vogliamo essere sempre nel giusto,
far finta che è stato solo un malinteso
o un errore compiuto da qualcun altro.

Per molti, la leadership è nascondere eventuali limiti, errori e punti deboli.

Essere ancora più leader significa dire “Mi dispiace”, scusarsi (quando necessario) e ammettere quando non si ha la soluzione a un problema, rivela il proprio lato umano e fallibile,
aiuta a ottenere il rispetto dei collaboratori,
aiuta ad essere un leader migliore e più efficace.
essere ancora più leader del tuo team.

Quando si ammette un errore,
i tuoi collaboratori si sentiranno al sicuro di ammettere (a loro volta) i loro errori,
invece di cominciare con i “balletti dei giochi di colpa” che disperdono un sacco di energia.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

10. Non tollerare errori di negligenza, superficialità

Puoi accettare gli sbagli da parte dei tuoi collaboratori,
ma t’invito a rispettare tolleranza-zero,
massima attenzione e tempestività
per gli errori dettati da incompetenza, superficialità o negligenza.

Se non intervieni prontamente,
ne risentirà la performance di tutto il tuo team,
dai un`immagine di leadership debole,
demotivi i collaboratori competenti e rendi difficile il raggiungimento degli obiettivi.

11. Essere prodighi di riconoscimenti

“Una parola di apprezzamento può spesso
ottenere ciò che nient’altro avrebbe potuto ottenere.”

B.C. Forbes

Le persone sono inondate da troppi compiti,
eccessive incombenze in un lasso di tempo che ogni giorno diventa sempre più risicato.

La tecnologia e la pressione dei risultati possono essere schiaccianti,
quindi è importante segnalare,
riconoscere e celebrare le “vittorie”,
non importa quanto piccole.

Molti impiegati (soprattutto quelli più giovani) hanno bisogno di costante incoraggiamento.
Se devi criticare, pensa seriamente l’impatto che le tue parole possono avere e cerca di essere il più costruttivo possibile.

12. Parlare meno e ascoltare di più per essere ancora più leader del tuo team

Non mi stancherò mai di ripeterlo …
saper ascoltare è il segreto per avere una comunicazione davvero efficace con il tuo team.

Ogni tuo singolo collaboratore desidera essere ascoltato con attenzione, vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia.

Ascolta le loro perplessità, i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare e puoi agisci di conseguenza.
Se sai ascoltare i tuoi collaboratori vuol dire che sei una persona sicura di te, non ritieni di aver la soluzione per tutto e per tutti e non hai paura del confronto.

Un vero leader!

Se vuoi approfondire l’argomento , scopri il coaching per la team leadership,
Se hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

12 cose da fare ogni giorno per essere ancora più leader del tuo team – 1

Quando ricopri una posizione di responsabilità,
(piccola o grande che sia, poco importa)
un ruolo manageriale,
una delle prime cose su cui (probabilmente) desideri lavorare e migliorare
è affinare le tue capacità di leadership.

Per diventare un leader eccellente,
devi andare oltre
a distribuire incarichi, inviare messaggi di posta elettronica e assicurarti che ognuno faccia il suo lavoro.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

È possibile costruire la capacità di leadership con piccole ( che poi così piccole non sono) ed efficaci azioni quotidiane.

Ecco 12 “cose da fare” ogni giorno per essere più leader del tuo team:

1. Stimolare le persone a pensare e … parlare

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I leader di maggior successo conoscono la mentalità,
le capacità e le aree di miglioramento dei propri collaboratori.

Usano questa conoscenza per motivare la loro squadra
al raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi.

Non intimidire i tuoi collaboratori.
Falli sentire a loro agio, liberi di parlare e … di crescere.

Sposta l’attenzione da te stesso, incoraggia gli altri a esprimere con fiducia le loro opinioni.
Fai in modo che il tuo team sappia che sei disponibile a discutere apertamente i problemi di lavoro.

Condividi le loro prospettive e i loro punti di vista.
Mantenendo (mi raccomando!) la tua libertà di giudizio e di pensiero.

2. Essere diretto

Se non sei diretto,
se non dai feedback onesti,
i tuoi collaboratori non sapranno mai ciò che veramente pensi della qualità del loro lavoro.

La mancanza di una comunicazione diretta e poco incisiva crea dubbi,
incertezza e ansia.
Paura.

È importante condividere feedback costruttivi su tutto ciò che ogni tuo collaboratore fa.
È il modo migliore per guidare tutto il team nella giusta direzione.
Ed essere più leader del tuo team.
 


 

Le indicazioni positive sono importanti quanto quelle negative.
Sforzati per trovare il giusto equilibrio.

3. Conoscere meglio il team

Non ho dubbi che conosci il nome e la funzione di ogni collaboratore ma sai davvero chi sono, a cosa sono interessati e quali sono i loro punti di forza (e come possono essere sfruttati) e i loro punti deboli?

Conoscere il tuo staff (anche) a livello personale non solo ti aiuterà ad apprezzarli maggiormente,
ma ti aiuterà anche a gestire meglio.

Conosci i tuoi collaboratori.
Chiedi delle loro famiglie,
i figli, i loro hobby,
le loro passioni.

Dimostrerai che ti curi di loro anche come persone e non li consideri solo
un nome sul libro paga dell’azienda.

4. Imparare dal team vuol dire essere più leader

“È impossibile per un uomo imparare ciò che crede di sapere già.”
Epitteto

Essere responsabile non significa avere tutte le risposte.

Uno dei più grandi errori che puoi fare come manager è non imparare o chiedere al tuo team.
In effetti, i collaboratori sono una delle migliori risorse cui poter attingere.

Così ogni giorno, impara dal tuo team.

Chiedili se hanno incontrato quel particolare problema prima,
come l’hanno risolto.

Chiedi pareri sui nuovi processi che stai pensando di attuare,
o come suggerirebbero per renderlo più efficiente.
Discutere apertamente crea un ambiente positivo che favorisce la crescita personale e professionale.
Anche questo vuol dire essere più leader.

La stragrande maggioranza dei tuoi collaboratori ha idee da condividere.
Vuole essere parte del processo decisionale,
desidera diffondere la sua conoscenza
e la sua competenza.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

5. Uscire dall’ufficio

Uno dei più grandi errori di un team leader è quello di trascorrere tutte le ore di lavoro in ufficio.

Le quattro mura, con il tempo, diventano un muro di gomma che rischiano di tagliarti fuori dalla realtà quotidiana. Così rischi di smarrire il collegamento con il tuo personale e perdere il polso della situazione.

Così (appena puoi) esci dal tuo ufficio.
E “fai due passi” nella tua azienda.
Bastano pochi minuti.
Non cercare di giudicare,
anzi lasciati (solo) guidare dall’istinto.

Ascolta.
Senti.
Cerca di escludere la mente.
Fai silenzio interiormente.

Placa il tuo chiacchiericcio interno,
presta la tua più totale attenzione.

L’istinto va oltre le frasi di rito, i sorrisi di circostanza, le strette di mano, gli “inchini e i salamelecchi” che accompagnano il tuo passaggio.

Cosa vedi?
Cosa senti?

Va tutto (veramente) bene, come ti dicono?
Come sembra?
Com’è davvero l’ambiente di lavoro?
Rilassato, preoccupato, nervoso?

Continua a leggere la parte 2.

Coaching per giovani leader – investi su te stesso

coaching per giovani leader

“Come posso sperare di comandare sugli altri,
se non ho il pieno controllo su me stesso?

François Rabelais

Quanto tempo ti ci è voluto?
Pochi anni?
Diversi mesi oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?

Ti è bastato poco.
Molto poco … per capire che tutti i libri che hai letto, i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato, la capacità lavorativa che hai … non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.

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Le qualità personali non si sviluppano seguendo un corso o leggendo un libro

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori (non userò mai la parola risorse),
le relazioni extra lavorative,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress,
l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano seguendo un corso, un workshop, un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Se non è cambiato niente.
Oppure è cambiato poco,
significa che non è quello di cui hai bisogno.

E allora cosa fai?
Continui a cercare, ovvio.

Continui a cercare le risposte.
Si dice che “chi-cerca-trova”.
Google è perfetto per darti le risposte che cercavi.

E infatti ne trovi tante.
Tantissime.

Purtroppo … le conosci già.
Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Le risposte che trovi sono generiche e tutt’altro che incisive

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.
 


 

E allora continui a cercare.
Ancora.
Inseguire, bramare, tentare.

E non guardi nell’unico posto, dove troveresti le risposte che stai cercando.
Dentro di te.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande. Non io.
Possono sembrarti domande facili ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.

Provaci, dai:

Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Come farai a sapere quando sei arrivato?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?

Lo sai che i leader più esperti pensano che i giovani desiderano il successo su un piatto d’argento.
Senza lottare.
Ah no?

Dimostra che si sbagliano.
Alza i tuoi standard personali.
Bassi standard portano alla mediocrità.

Se non ce la fai, riprova.
Riprova ancora.
Fai le cose difficili.
La facilità, la comodità ti fa diventare molliccio, arrendevole, fragile.
O forse molliccio lo sei già?

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Sviluppa la tua capacità di “attraversare” la delusione e la frustrazione

Le lotte di oggi,
ti porteranno da qualche altra parte … domani.

Non lasciare che i leader più esperti raccolgano al posto tuo.
Smettila di parlare.
Smettila di sognare.
Fantasticare.
Entra nel concreto.
Fai qualcosa.
Non piagnucolare. Risolvi i problemi.

Non essere tu il collo di bottiglia

Perché non stai chiedendo feedback?
Non smettere di farti domande.
Persegui la chiarezza, fai più domande.

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Sai gestire le tue reazioni … e quelle degli altri?
Le attese, la frustrazione?
Quanto riesci a reggere l’insuccesso?

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi entrare (anche tu) nella statistica dei fallimenti da giovane leadership.

Che fregatura!
Cercavi risposte e invece sono io a farti domande,
e le risposte le devi dare tu.
Provaci ancora dai …

Ti senti un modello per il tuo team?
Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
Sei sempre motivante nel comportamento e nelle parole?
Hai una personalità dinamica che coinvolge chi ti sta intorno?
C’è qualcuno nella tua squadra che hai lasciato fuori, ignorato, deluso?

“Fare” coaching per giovani leader,
vuol dire diventare consapevole che la motivazione del tuo staff passa inevitabilmente (e inesorabilmente) da te.

Investi su te stesso: coaching per giovani leader

Che cosa stai aspettando?
Qual è il tuo prossimo passo?
Che cosa stai imparando?
Dimmi che cosa farai, in modo diverso, la prossima volta?
Hai capito cos’è il coaching per giovani leader?

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione. Coaching per giovani leader.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri il mio percorso di benvenuto facendo click qui.

Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare

Siamo onesti.
Non hai tempo.
Scadenze imminenti,
Le grane da risolvere,
il target da raggiungere.
Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il capo.
È normale avere tempi “strettissimi”.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo si trova … sempre!

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In effetti, non ho incontrato un solo responsabile, manager o team leader che mi abbia detto di non aver il “tempo contro”…
ma poi il tempo per criticare,
rimproverare,
disapprovare,
biasimare,
chissà perché poi … lo trova sempre!

Di fronte a una prestazione negativa da parte dei tuoi collaboratori,
puoi essere un capo esigente,
uno con “la critica facile”, pignolo e pesante … ma è altrettanto giusto restare impassibili di fronte a una performance positiva?

È motivante chiudere la questione con un semplice “Ok, grazie”?
Metti la stessa energia ed emotività per criticare rispetto a quando porgi un riconoscimento positivo?

Trovi normale tutto questo?
Certo che sì.
Che domanda!

Quando lo chiedo, la stra-grande maggioranza (per non dire tutti) dà per scontato ricevere dai propri collaboratori prestazioni in linea con le aspettative “Far bene le cose fa parte del loro lavoro”.

Consideriamo la performance positiva come … dovuta, doverosa, ovvia

Valutiamo il riconoscimento per un lavoro ben eseguito da parte dei nostri collaboratori come “inutile”, “tempo perso”.
“Sanno che li apprezzo”.
“Non critico quindi sanno che stanno lavorando bene”.

Addirittura qualcuno pensa che con un feedback positivo “qualcuno si potrebbe montare la testa”.
Lo trovi ancora normale?
 


 

Significa che non sei consapevole che la maggior parte delle persone desidera essere tenuta nella giusta considerazione!
L’autostima è un bisogno umano e si alimenta di riconoscimento e fiducia in se stessi.
La gratificazione è il motore che ci spinge a dare il massimo per ottenere risultati sempre migliori.

L’apprezzamento e il riconoscimento sono molto importanti,
se non la cosa più importante nella gestione del personale,
perché valorizza il lavoro fatto.
Giorno dopo giorno.

Soprattutto in questi tempi incerti e complessi si raccolgono molti “NO” ed è fondamentale riconoscere e sottolineare ogni “SI” che si riesce a conquistare con la fatica e l’impegno.

Non fermarti solo ai numeri e il budget

Non tutti mirano solo a timbrare il cartellino,
tirare le otto ore e aspettare lo stipendio alla fine del mese.

Riconoscere ai propri collaboratori il lavoro fatto,
i rischi che hanno preso e i risultati che hanno ottenuto crea un ambiente di lavoro positivo,
motivato e molto produttivo.

È una competenza fondamentale per ogni persona responsabile di un team (grande o piccolo che sia, poco importa).

Non aspettare la revisione o il colloquio annuale per complimentarti o dire grazie a un tuo collaboratore.
Complimenti e apprezzamenti ben fatti possono costruire e rafforzare le relazioni, aumentare la fiducia, migliorare la produttività e ridurre il turnover del personale.

Esagerazioni?
Non direi proprio.
La ricerca mostra che la maggior parte dei dipendenti desidera semplicemente un ringraziamento o un apprezzamento
da parte del capo o del supervisore per il lavoro svolto.
Semplicemente.

 
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Concentrati sulla crescita motivazionale del tuo staff creando uno spirito di squadra attraverso l’apprezzamento e il riconoscimento.
Un leader eccellente riesce a trovare anche (e soprattutto) il tempo per apprezzare.
Non solo per criticare.

Fai in modo che ogni tuo collaboratore sappia che lo consideri la chiave del tuo successo.

P.S. – importante

Durante le sessioni di coaching mi capita (spesso) che le persone che ritengono “inutili” e “tempo perso” apprezzamenti e riconoscimenti per un lavoro ben eseguito dei propri collaboratori …

si lamentino (ironia della sorte?) proprio di non ricevere a loro volta feedback positivi, approvazioni, riconoscimenti o appoggio da parte del management, del “gran capo” o dal titolare dell’azienda.