12 frasi che un grande leader non direbbe mai

leader non direbbe mai
La leadership è uno dei concetti più citati.
E uno dei meno compresi.

Molti desiderano essere leader.
Molti credono di esserlo.

Pochi lo sono davvero.

Alcuni non sono pronti.
Non sono stati formati.

Altri occupano una posizione di leadership,
ma non hanno ancora sviluppato la statura per sostenerla.

Altri ancora hanno il potenziale,
ma per fare il salto serve qualcosa di più preciso:
formazione mirata,
coaching,
lavoro su di sé.

Perché desiderare di essere un leader non significa diventarlo.

“Per guidare gli altri, cammina alle loro spalle.”
— Lao Tse

La leadership non è una questione di ruolo.
È una questione di comportamento.

E, soprattutto, di comunicazione.

Le parole possono:

  • costruire fiducia
  • oppure distruggerla
  • aprire possibilità
  • oppure chiuderle

Dipende da cosa dici.
E da come lo dici.

Ci sono frasi che un leader consapevole evita.

Sempre.

1. “Credi di essere più intelligente di me?”

Quando un collaboratore fa domande o esprime dubbi, non sta sfidando la tua autorità.

Sta contribuendo.

Se reagisci attaccando, le persone smetteranno di parlare.
E tu inizierai a decidere da solo.

Ascoltare non ti rende debole.
Ti rende lucido.

A volte, cambiare idea è l’atto più alto di leadership.

2. “Io ho lavorato tutto il weekend. Tu dove eri?”

Questa frase non motiva.
Colpevolizza.

Il tuo impegno non può diventare un’arma contro gli altri.

Le persone hanno vite,
responsabilità,
limiti.

Un leader non misura il valore dalla presenza costante.
Lo misura dalla qualità del contributo.

La pressione cronica non produce eccellenza.
Produce esaurimento.

3. “Io sono il capo”

Se hai bisogno di dirlo, hai già perso qualcosa.

L’autorità non si impone.
Si riconosce.

I leader autentici non hanno bisogno di ricordare il loro ruolo.
Il loro comportamento lo rende evidente.

Le persone seguono chi rispettano.
Non chi temono.

Per approfondire leggi il mio post: “Come dire, senza dirlo, io sono il capo“.

4. “Non mi hai visto entrare?”

I leader fragili hanno bisogno di segnali esterni di deferenza.

I leader solidi fanno il contrario.
Osservano.
Rispettano.
Non interrompono
inutilmente.

La leadership non è presenza scenica.
È presenza funzionale.

5. “Sei sempre il solito” — “Ogni volta sbagli”

Le generalizzazioni distruggono la fiducia.

Un leader efficace non attacca la persona.
Descrive il comportamento.

Non dice:

“Sei sempre disorganizzato.”

Dice:

“In questo progetto, la scadenza non è stata rispettata. Analizziamo cosa è successo.”

Precisione e rispetto vanno insieme.

6. “Non è colpa mia”

I leader deboli cercano colpevoli.
I leader solidi cercano soluzioni.

Assumersi la responsabilità non significa essere perfetti.
Significa essere affidabili.

Le persone si fidano di chi si espone.
Non di chi si protegge.

7. “Spostati, ti faccio vedere io”

Quando fai tutto tu,
il team non cresce.

Il tuo ruolo non è dimostrare quanto sei bravo.
È creare le condizioni perché gli altri lo diventino.

Un leader efficace:

  • assegna
  • guida
  • lascia spazio

Le persone crescono attraverso l’esperienza.
Non attraverso la sostituzione.

8. “Il fallimento non è un’opzione”

Sembra una frase motivazionale.
In realtà, blocca tutto.

Se l’errore non è permesso, le persone smettono di rischiare.

E senza rischio,
non c’è innovazione.

“Il successo è costruito sugli insuccessi.”
— Thomas Watson, IBM

Un leader maturo non premia la superficialità.
Ma non punisce il tentativo.

9. “È impossibile”

Questa frase chiude il pensiero.

Un leader consapevole,
invece, chiede:

“Come potremmo renderlo possibile?”

Una domanda apre.
Una sentenza chiude.

Le organizzazioni crescono attraverso le domande.
Non attraverso le chiusure.

10. “Non è così che facciamo qui!”

Questa frase protegge il passato.
Ma ostacola il futuro.

Le idee nuove raramente si presentano in forma perfetta.
Richiedono ascolto.
Esplorazione.
Apertura.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Trovi spunti pratici nei miei libri

11. “Non portarmi brutte notizie”

Le brutte notizie non spariscono.
Si nascondono.

E quando emergono,
il costo è più alto.

I leader efficaci creano ambienti in cui le persone parlano subito.

Non per paura.
Per responsabilità.

12. “Sei fortunato ad avere un lavoro qui”

Questa frase distrugge il rispetto reciproco.

Trasmette un messaggio implicito:

  • “Tu dipendi da me.”

I leader autentici comunicano il contrario:

“Siamo fortunati ad averti nel team.”

Il rispetto non si pretende.
Si costruisce.

La verità che molti ignorano

La leadership non si rivela nei momenti facili.
Si rivela nelle parole quotidiane.

Nel tono.
Nelle reazioni.
Nella capacità di regolare sé stessi.

Essere leader significa sapere cosa dire.
Ma soprattutto,
sapere cosa non dire.

Se vuoi migliorare la tua comunicazione e il tuo impatto,
scopri come il coaching può trasformare il tuo approccio.

Con il percorso
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

In finale

Le persone non ricordano il tuo ruolo.
Ricordano come-le-hai-fatte-sentire.

E, nel tempo, non seguono chi parla più forte.

Seguono chi sa usare le parole con responsabilità.

12 spunti per ottenere il rispetto che meriti sul tuo luogo di lavoro

rispetto sul lavoro
Tutti desideriamo rispetto sul lavoro.

È un tema che ritorna spesso nel mio libro
“Autorevolezza”.

Avere il rispetto degli altri è un bisogno universale.
Ma spesso abbiamo idee sbagliate su come ottenerlo.

Il rispetto è difficile da guadagnare.
Ancora più difficile da mantenere.

Eppure, è indispensabile,
in ogni relazione professionale (e non solo).

Il rispetto è una leva potente

Quando c’è, il rispetto:

  • crea fiducia
  • alimenta la motivazione
  • apre opportunità

Quando manca:

  • genera tensione
  • stress
  • insoddisfazione

E, diciamolo, anche qualche “bruciore di stomaco”.

Fare bene il proprio lavoro è la base.

Ma non basta.

Ci sono comportamenti quotidiani che fanno la differenza.

1. Il rispetto non si pretende, si costruisce

Un cliente mi ha detto:
“Voglio più rispetto al lavoro”.

Quando gli ho chiesto come ottenerlo,
mi ha elencato… cosa gli altri avrebbero dovuto fare per rispettarlo.

Ecco il punto.
Il rispetto non arriva dagli altri.
Parte da te.

Non cade dal cielo.

Si costruisce.

Con le azioni.
La coerenza.
Con il modo in cui ti presenti ogni giorno.

Domanda utile:

“Cosa posso fare io, concretamente, per meritarmelo?”

2. Non cercare approvazione a tutti i costi

Se hai bisogno di piacere a tutti…
perderai rispetto.

Le persone percepiscono quando stai cercando consenso.

Quando ti adatti troppo.
Quando eviti il confronto.
Dici sempre sì.

Piacere non è sinonimo di essere rispettati.

Anzi, spesso è il contrario.

3. Rispetta le scadenze. Sempre

Una scadenza è un impegno.

E un impegno è una promessa.

Se salti le scadenze:
perdi credibilità,
perdi affidabilità,
rispetto.

Se una scadenza è irrealistica, non lamentarti.

Riformula.
“Posso consegnarlo entro fine settimana, se ho supporto su questa parte del progetto.”

Chiaro.
Costruttivo.
Responsabile.

4. La puntualità è comunicazione

Essere in ritardo comunica un messaggio preciso:

“Il mio tempo vale più del tuo.”

Magari non è quello che vuoi dire.
Ma è quello che passa.

Essere puntuali è rispetto.

Prima ancora che organizzazione.

5. Impara a ridere di te stesso

Autoironia non è debolezza.

È sicurezza.

Ammettere un errore.
Sdrammatizzare una gaffe.
Ridere di un lapsus.

Non ti indebolisce.

Ti rende umano.

E le persone si fidano di chi è umano.

6. Evita il gossip (soprattutto quello tossico)

Un po’ di leggerezza tra colleghi è normale.

Ma il gossip continuo…
erode la fiducia.

Se vieni percepito come una persona che parla degli altri,
prima o poi qualcuno penserà:

“Chissà cosa dice di me.”

E il rispetto si sgretola.

7. Difendere gli altri crea rispetto

Se hai mai avuto qualcuno che ti ha difeso ingiustamente attaccato…

lo ricordi ancora.

Difendere un collega, un collaboratore, quando serve,
lascia un segno.

Non serve fare l’eroe.

Ma avere il coraggio di esporsi,
quando è giusto,
costruisce autorevolezza.

8. Cura la tua presenza

Non si tratta di moda.
Si tratta di messaggio.

Come ti presenti comunica:

quanto ti prendi sul serio,
quanto rispetti il contesto,
tieni al tuo ruolo

Non devi esagerare.
Ma nemmeno trascurarti.

Presentati come se ogni giorno potessi fare un passo avanti.

9. Lavora su ciò che puoi controllare

Non puoi cambiare gli altri.
Non puoi controllare tutto.

Puoi però lavorare su di te.

Sul tuo atteggiamento.
Sulla tua comunicazione.
Sulle tue reazioni.

È lì che inizia il rispetto.

Se senti che ti manca sicurezza, chiarezza o autorevolezza, puoi lavorarci in modo concreto:

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Saper tacere è una competenza

Non tutto va detto.

Non sempre.

Neanche subito.

A volte, il rispetto si costruisce nel silenzio.

Ascoltare davvero:

senza interrompere,
senza preparare la risposta,
voler avere ragione.

Ti rende più incisivo.

11. Stabilisci confini chiari

Se non metti limiti…
gli altri li supereranno.

Sempre.

I confini non sono muri.
Sono indicazioni.

“Questo mi va bene.”
“Questo no.”

Senza aggressività.
Senza paura.

Solo chiarezza.

12. Sicurezza non è arroganza

È una linea sottile.

La sicurezza attrae.
L’arroganza respinge.

Spesso, dietro l’arroganza, c’è insicurezza.

E si vede.

Il rispetto non nasce dal voler dimostrare.
Nasce dal saper-essere.

Leggi il mio post per approfondire: “La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro”

Una cosa che spesso dimentichiamo

Quando ci sentiamo poco rispettati,
tendiamo a pensare:

  • “Lo fanno apposta.”

Non sempre è così.

A volte è mancanza di chiarezza.
A volte è abitudine.
Distrazione.

Parlare, spiegare, confrontarsi…
è più efficace del chiudersi o reagire.

Il rispetto non è qualcosa che chiedi

È qualcosa che costruisci.

Giorno dopo giorno.
Scelta dopo scelta.

E quando smetti di inseguirlo…
inizia ad arrivare.

6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io”

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.

8 insicurezze al lavoro che tutti temono (anche il tuo capo)

insicurezze al lavoro

Foto di BarbaraAlane

Non sono pochi i professionisti che mi contattano per fare coaching
perché si sentono insicuri sul lavoro.

Dubbi sulle proprie qualità.
Perplessità sulle proprie competenze.
La sensazione di non essere abbastanza.

Desiderano lavorare bene.
Essere apprezzati.
Fare la differenza.

Eppure, attraversano momenti di incertezza

Momenti che, se ignorati, rischiano di trasformarsi in capitomboli professionali.

Se hai paura che le tue insicurezze emergano sul lavoro, ricordati una cosa.

Anche le persone che sembrano più sicure di sé — incluso il tuo capo — hanno:

  • dubbi
  • paure
  • incertezze.

La differenza è che hanno imparato a gestirle.

Ecco 8 insicurezze molto comuni sul lavoro
(anche tra i professionisti più esperti).

1. Sentirsi invisibili

Molte persone hanno paura di non essere viste o ascoltate.

Nessuno critica il tuo lavoro.
Ma nessuno lo apprezza nemmeno.

Invii una mail…
silenzio radio.

Hai chiesto un follow-up?

Nessuna risposta.
Non sei criticato.
Non sei elogiato.

Sei semplicemente… ignorato.

Complimenti: hai sviluppato il superpotere dell’invisibilità.

Ed è frustrante.

Perché sai che il tuo lavoro è utile.
Sai che ciò che fai ha valore.

Se solo qualcuno lo notasse!

2. Dire qualcosa di ridicolo

“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere ciò che non sono.”

— Giacomo Leopardi

Molti temono di dire qualcosa che li faccia apparire:

  • poco professionali
  • inesperti
  • fuori luogo.

Nessuno vuole essere visto come il principiante della situazione.

Il problema è che non esiste il tasto rewind per le parole.

A volte la soluzione è più semplice di quanto credi:

  • scusarsi
  • chiarire
  • oppure usare un po’ di autoironia.

Una piccola gaffe non distruggerà la tua carriera.

3. Non avere nulla da dire

Sta per iniziare l’ennesima riunione.

E tu inizi a sudare freddo.
Sai perché.

Temi di non avere nulla di utile da dire.

In molte riunioni succede sempre la stessa cosa:
alcune persone dominano la conversazione
mentre altri restano in silenzio.

E restare seduti lì, senza contribuire, può essere una sensazione terribile.

Nessuno vuole essere la persona che “non aggiunge mai valore”.

4. Non capire

Sei seduto in riunione.

E mentre scorrono:

  • tecnicismi
  • acronimi
  • concetti complessi

pensi:

“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Non capire è una delle insicurezze più diffuse.

In teoria la soluzione è semplice:
chiedere.

In pratica, molti fanno altro.

Annuiscono.
Fingono di capire.

Sperando che nessuno faccia loro una domanda.

5. Non consegnare il lavoro in tempo

Essere in ritardo nella consegna di un lavoro è una delle cose meno tollerate.

Comunica una cosa molto precisa:
inaffidabilità.

Le scadenze raccontano molto di te:

  • del tuo metodo di lavoro
  • della tua organizzazione
  • del tuo senso di responsabilità.

Rispettarle è una delle regole più importanti.

6. Non essere riconosciuti

“Posso vivere due mesi grazie a un bel complimento.”

— Mark Twain

Anche nel lavoro abbiamo bisogno di riconoscimento.

Non vogliamo solo timbrare il cartellino e aspettare lo stipendio.

Vogliamo sapere che il nostro lavoro:

  • è utile
  • apprezzato
  • visto.

Quando un progetto su cui hai lavorato duramente passa inosservato…
è difficile non sentirsi scoraggiati.

Ancora peggio quando il merito viene attribuito a qualcun altro.

7. Sentirsi inadeguati

Molti professionisti hanno una sensazione costante:
non essere all’altezza del ruolo.

Ogni nuovo incarico sembra enorme.
Ogni incontro con il capo genera tensione.

“E se si accorgessero che non sono così competente?”

Ma c’è una verità semplice.

Se non fossi qualificato per il tuo ruolo…
probabilmente non lo avresti!

Se vuoi approfondire l’inadeguatezza della sindrome dell’impostore ho dedicato un capitolo nel mio libro “Prima vola Leader”.

8. Pensare di non avere talento

Confrontarsi con gli altri è inevitabile.

E spesso sembra che qualcuno sia:

  • più veloce
  • più brillante
  • più talentuoso.

Questo confronto può generare:

  • gelosia
  • frustrazione
  • insicurezza.

Ma ecco una cosa importante.
Il talento, da solo, non basta.

Servono anche costanza, duro lavoro e
determinazione.

Tra una persona talentuosa ma poco determinata
e una meno talentuosa ma tenace…
personalmente scommetto sempre sulla seconda!

Se senti di non essere abbastanza incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, potrebbe essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il percorso di coaching mirato:
“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una riflessione finale

Le insicurezze sul lavoro sono normali.

A volte possono spingerti a migliorare.
Altre volte rischiano di bloccarti.

Anche i professionisti più sicuri hanno dubbi.

La differenza è che non permettono alle insicurezze di fermarli.

Le ascoltano.
Imparano da loro.

E poi… continuano ad andare avanti.

Sei il nuovo team leader? 20 regole per sopravvivere i primi mesi (e non solo)

nuovo lavoro di team leader

Nuovo lavoro di team leader?
Complimenti!

Hai superato la prova di colloquio,
hai ottenuto l’offerta,
hai accettato i termini
e ora sei pronto per il nuovo lavoro.

Nuovo lavoro di team leader? I primi 3 mesi sono fondamentali

Appena si entra in un nuovo team o organizzazione, è difficile capire “come” fare le cose.

Poco importa quanto sei competente, bravo, esperto o alla prima esperienza.

Ci sono nuove regole da assimilare,
nuove persone da conoscere e una nuova cultura da comprendere.

Questa fase iniziale può essere sia stimolante che sfidante. Ma è anche una straordinaria opportunità per crescere, imparare e dimostrare la tua capacità di adattamento.

Per navigare con successo in questa transizione…

ci sono alcune strategie che possono aiutarti a costruire rapidamente fiducia, stabilire relazioni e inserirti nella nuova dinamica del team.

Il malinteso è sempre in agguato,
un approccio sbagliato diventa un autogol,
un atteggiamento frainteso, una trappola.

Ora che si sta avvicinando il gran giorno,
i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli ti stanno tenendo sveglio la notte.

Tieni a portata di mano o di smartphone queste 20 regole per trovare forza nella tua leadership.

Partire con sicurezza ed entusiasmo verso il tuo nuovo lavoro di team leader.

Puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Prima volta Leader”.

20 regole per sopravvivere i primi mesi nel tuo nuovo lavoro di team leader:

 

1. L’ansia che senti per il tuo inizio – la sentono anche gli altri (anche di più).

2. Se hai bisogno di essere amato difficilmente sarai anche rispettato.

3. Non devi dimostrare subito quello che sai. Lo hai già fatto in fase di selezione.

4. Una parola è poco, due sono troppe. Ascolta di più, parla di meno.

5. Non credere a tutto quello che ti verrà detto.

6. Chiediti “Se faccio questo, chi ne subirà le conseguenze?”

7. Il rispetto va guadagnato “sul campo”.

8. Devi essere consapevole che la motivazione dello staff passa inevitabilmente da te

9. Senza il tuo team … non vai da nessuna parte!

10. Se senti il bisogno di sentirti superiore vuol dire che non lo sei.

11. Concentrati sull’unica persona che puoi controllare .. te stesso.

12. Per iniziare bene sono sufficienti 3 cose: Presentarsi – Ascoltare – Creare relazioni.

13. Non fare il brillante … soprattutto se non lo sei!

14. Se senti la necessità di parlare delle tue capacità, del tuo successo, di quanto sei bravo … non farlo. Fai parlare i fatti.

15. Se ti assalgono i dubbi sulla tua leadership .. ferma i pensieri, blocca le fantasie, concentrati sui fatti. “Dialoga” con le tue paure.

16. Ricorda che … l’autocontrollo è forza, il (giusto) pensiero è padronanza, la calma è potere.

17. Non preoccuparti troppo degli altri. La persona più difficile da gestire … sarai tu!

18. Ricorda le parole di Wolf Rinke “Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

19. Lavora su te stesso … se non vuoi entrare nella statistica dei fallimenti da leadership.

20. Se non prendi sonno, ricorda che … i grandi leader non lottano con la paura. La guardano in faccia. L’ascoltano. L’accettano.

Basta signor Gentilezza: 6 chiavi per ottenere più rispetto al lavoro

rispetto al lavoro

Sei una brava persona.
Vuoi trattare bene gli altri.
Vuoi essere gradito e apprezzato sul lavoro.

Sei generoso, flessibile, educato.
Non dici mai di NO.

Un virtuoso.

Poi, poco alla volta, inizi a notare qualcosa che non torna.
Le persone intorno a te non rispondono bene alla tua filosofia da “bravo ragazzo”.

Sei educato, ma anche esitante.
Titubante.
Indiretto.
A tratti passivo-aggressivo.
(Eh sì, capita anche a te!)

E lo capisci:
il problema sei tu.

Non sei onesto — prima di tutto con te stesso.

Non è piacevole essere sempre gentile e disponibile

Come scrivo nel capitolo sul carisma del mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione ampliata 2025 quando permetti agli altri di sovrastarti, dominarti, camminarti sopra:

diventi pieno di risentimento,
di rancore,
e ti senti sfruttato.

Perché, in effetti, lo sei.

Hai difficoltà a chiedere.
A dire NO.
Anche alle richieste più ingiustificate.

Quando hai bisogno di qualcosa, non chiedi.
Per non creare disagi agli altri.

E in compenso… li crei a te stesso.

Sprechi un’enorme quantità di energia per capire come dire NO.
E alla fine dici SÌ.

Un’altra volta!

La verità (scomoda) è questa:

nessuno apprezza davvero chi asseconda sempre gli altri.

Soprattutto se sei un team leader.

Educazione e gentilezza non sono il problema.

Diventare uno zerbino, sì.

Come smettere di essere “troppo carino” (e iniziare a essere rispettato sul lavoro)?

Non servono scatti d’ira.
Né svolte estreme.

Serve un cambio di atteggiamento.

1. Rispetta prima te stesso

“Chi rispetta sé stesso è al sicuro da tutti.”

Henry Wadsworth Longfellow

Se vuoi rispetto, chiarisci prima cosa significa per te rispettarti.

Crea più equilibrio tra lavoro e vita privata.
Inizia a essere gentile con te stesso.

2. Assumiti la responsabilità di cambiare

Non aspettare che qualcuno lo faccia al posto tuo.

Se qualcosa non funziona, è tua responsabilità agire.

Dire NO o dare un feedback non è una colpa.

3. Definisci i tuoi confini

Se non stabilisci limiti, gli altri li supereranno.
Sempre.

E questo, col tempo, diventa frustrante, castrante, corrosivo.
Perdi autostima.
Motivazione.

Chiarisci i tuoi valori.
E impegnati a difenderli.

4. Impara a dire NO

Dire NO è scomodo.
Dire SÌ controvoglia è peggio.

Ogni SÌ forzato mina la tua credibilità.
E la tua autorevolezza.

Inizia da cose semplici.
Allenati.
Scoprirai che gli altri reggono molto meglio di quanto credi.

Se vuoi approfondire leggi il mio post:
“Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)”

5. Smetti di giustificarti

Non devi chiedere il permesso per tutto.
Né di avere bisogni.

Non sei responsabile delle reazioni degli altri.
Il senso di colpa iniziale è normale.

Con il tempo … passa.

6. Dimostra assertività (non aggressività)

Meno parole.
Più chiarezza.

Risposte semplici.
Dirette.
Gentili ma ferme.

Non servono potere, ruolo o controllo per essere rispettati.

Grintoso o diplomatico?

Né stronzo né aggressivo.

Il vero equilibrio sta nel saper dosare grinta e diplomazia,
a seconda delle situazioni.

Essere rispettati non significa piacere a tutti.
Significa non tradire te stesso per essere accettato.

E quello, sul lavoro come nella vita,
è il primo vero atto di autorevolezza.

Nel percorso di coaching mirato:
“Sviluppare assertività senza perdere empatia”

costruisci uno stile comunicativo diretto, autentico e rispettoso.

10 domande toste toste per capire quanto sei tagliato per comandare

pronto a comandare
Sei determinato e vuoi arrivare dove desideri. Bene.

La determinazione è indispensabile. Come lo sono impegno, preparazione e voglia di mettersi in gioco.

Ma desiderare qualcosa non significa necessariamente essere pronti. O essere tagliati per quel ruolo. Almeno, non ancora.

E questo vale soprattutto quando si parla di leadership.

Pronto a comandare? Ecco 10 domande che devi porti con onestà

Molti desiderano diventare leader per il ruolo, lo stipendio, il prestigio o la possibilità di decidere.

Molti meno si chiedono che cosa comporti davvero guidare altre persone.

Perché comandare non significa soltanto avere più potere. Significa assumersi responsabilità, prendere decisioni scomode, affrontare conflitti e accettare che non tutti saranno contenti di te.

Ecco 10 domande toste toste che possono aiutarti a capire quanto sei pronto.

1. Conosci te stesso?

Prima di gestire gli altri, devi conoscere abbastanza bene te stesso.

Sai quali sono i tuoi punti di forza?
E quelli deboli?
Cosa succede quando sei sotto pressione?
Vieni contraddetto o qualcuno mette in discussione una tua decisione?

La conoscenza di sé è una delle basi della leadership.

Chiediti:

  • So riconoscere i miei limiti?
  • So accettare una critica senza mettermi immediatamente sulla difensiva?
  • Riesco a capire quando il problema è anche nel mio comportamento?

Prima di chiederti se sei pronto a comandare, chiediti quanto sei pronto a gestire te stesso.

2. Sai gestire l’incertezza?

Hai bisogno di conoscere ogni dettaglio prima di decidere?

Nel lavoro sarebbe magnifico poter avere sempre informazioni complete, risultati prevedibili e rapporti perfetti di causa-effetto.

Ma spesso non funziona così.

Chi è pronto a comandare deve prendere decisioni anche quando il quadro non è completo. E a volte deve aspettare settimane o mesi prima di capire se la scelta fatta fosse quella giusta.

Non significa decidere alla cieca.

Significa saper valutare ciò che hai a disposizione, assumerti una responsabilità e muoverti anche quando non hai tutte le certezze che vorresti.

3. Dai davvero importanza alle persone?

Puoi essere molto orientato ai risultati. Non c’è niente di male.

Ma se vuoi guidare un team, ci sono anche le persone.

Non puoi ricordarti dei collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona, devi correggerli o valutarne la performance.

Le persone non sono semplicemente lo strumento attraverso il quale raggiungere un risultato.

Un buon leader sa che risultati e persone devono camminare insieme.

4. Sai affrontare le conversazioni difficili?

Vuoi una posizione di maggiore responsabilità?

Preparati anche alla parte meno affascinante.

Dovrai parlare con chi non raggiunge gli obiettivi, con chi crea tensioni, con chi si lamenta continuamente. Dovrai dare feedback scomodi, porre limiti e affrontare comportamenti che sarebbe molto più facile ignorare.

Guidare significa anche dire cose che l’altro potrebbe non avere alcuna voglia di sentirsi dire.

Puoi rimandare una conversazione difficile per qualche giorno.

Non puoi rimandarla per sempre.

5. Quanto dipendi dal giudizio degli altri?

La leadership non è un concorso di popolarità.

Quando assumi responsabilità, aumentano anche gli occhi puntati su di te.

Riceverai approvazione e riconoscimenti, ma anche critiche, antipatie e giudizi.

Se hai bisogno di piacere a tutti, rischierai di evitare decisioni impopolari, essere troppo accomodante oppure cercare continuamente conferme.

Un leader non deve diventare insensibile al giudizio degli altri.

Deve però essere capace di ascoltarlo senza diventarne prigioniero.

Per approfondire puoi leggere Come non preoccuparsi del giudizio degli altri.

6. Sai guidare persone più esperte di te?

Gestire persone più anziane, più esperte o tecnicamente più preparate può mettere alla prova la tua sicurezza.

Il rischio è cadere in uno dei due estremi:

  • diventare esitante perché temi di non essere abbastanza autorevole;
  • irrigidirti e mostrare continuamente chi comanda.

L’autorevolezza non nasce dal bisogno di dimostrare chi ha il potere.

Se una persona del tuo team conosce un argomento molto meglio di te, riesci a riconoscerlo senza sentirti minacciato?

È una domanda importante.

7. Sai dire chiaramente cosa ti aspetti?

Essere leader non significa gridare, controllare tutto o impartire ordini continuamente.

Significa anche saper dire:

questo è ciò che mi aspetto; questo è ciò che non funziona; questo è ciò che dobbiamo cambiare.

Con chiarezza, calma e rispetto.

  • Sai dare un feedback senza diventare aggressivo?
  • Sai essere fermo senza umiliare?
  • Sai porre un limite senza trasformarlo in una prova di forza?

La leadership si vede molto anche da qui.

8. Sai chiedere consiglio?

Se costruisci una buona squadra, prima o poi avrai accanto persone più competenti di te in qualcosa.

Ed è proprio quello che dovrebbe succedere.

La domanda è: il tuo ego riesce a sopportarlo?

Sai chiedere un’opinione?
Riesci a dire “Tu ne sai più di me: cosa ne pensi?”
senza sentire diminuire la tua autorevolezza?

Oppure preferisci decidere e fare tutto da solo per dimostrare di essere tu il capo?

Un leader che deve essere sempre la persona più intelligente della stanza rischia di costruire un team molto più debole di quanto potrebbe.

9. Riesci a dormire prima di un licenziamento?

Ci sono decisioni che nessun corso di leadership può rendere piacevoli.

Comunicare a una persona che il rapporto di lavoro finisce è una di queste.

Potresti trovarti davanti rabbia, pianto, accuse, silenzio o una reazione completamente diversa da quella che avevi immaginato.

Essere dispiaciuti non significa essere incapaci di comandare.

Anzi.

Ma se la paura di affrontare la sofferenza o la reazione dell’altro ti porta continuamente a evitare decisioni necessarie, allora il problema esiste.

Guidare significa anche reggere emotivamente decisioni difficili senza perdere umanità.

10. Sei disposto a sostenere il peso della responsabilità?

Più responsabilità significa anche più decisioni di cui rispondere.

A volte dovrai scegliere senza poter condividere tutto con il team. Altre volte dovrai difendere una decisione che non piace. E in certi momenti potresti sentirti solo.

La responsabilità è uno dei prezzi della leadership.

Questo non significa sacrificare la vita privata, essere sempre reperibile o diventare il primo a entrare e l’ultimo a uscire.

Significa sapere che, quando qualcosa non funziona, non potrai limitarti a indicare gli altri.

Sei disposto a dire:

“La responsabilità finale è mia.”

Allora, sei davvero pronto a comandare?

Se alcune risposte ti hanno messo in difficoltà, non significa che devi rinunciare a diventare leader.

Significa semplicemente che hai individuato dove devi ancora lavorare su te stesso.

La leadership non è una qualità che possiedi oppure no una volta per tutte. Si costruisce attraverso esperienza, errori, consapevolezza e capacità di mettersi in discussione.

È anche uno dei concetti che approfondisco nel mio libro “Prima volta Leader”: assumere un ruolo di responsabilità non significa automaticamente essere pronto a comandare.

Il punto non è chiederti soltanto se sei pronto a comandare.
Il punto è capire se sei disposto ad assumerti ciò che comandare comporta.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo” e lavora per ritrovare autorevolezza e solidità nel tuo ruolo.

14 mantra da recitare per trovare fede e forza nella tua leadership

Leadership

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, una cosa è essere un membro del team, un’altra è condurre e guidare le persone.

Quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità, puoi scoprire molto rapidamente che essere bravo nel tuo lavoro non significa automaticamente saper guidare gli altri.

Arrivano dubbi,
errori,
reazioni
che non avevi previsto.

A volte diventi troppo rigido.
Altre volte perdi sicurezza.

E non sempre l’azienda ti prepara davvero a quello che incontrerai.

Avere leadership? Troppi pensieri, tante fantasie, pochi fatti

Quando qualcosa non funziona, la mente comincia a correre.

“Sarò davvero capace?”

“Mi rispettano?”

“Sto sbagliando tutto?”

“Forse non sono tagliato per questo ruolo.”

Fermati.

La leadership non si misura da quello che temi possa accadere, ma da quello che scegli di fare quando qualcosa accade davvero.

Ecco 14 mantra da ricordare quando dubbi, pressioni e difficoltà rischiano di farti perdere la direzione.

1. È demoralizzante non essere riconosciuti

Soprattutto quando stai facendo del tuo meglio.

Riconoscere il lavoro e l’impegno dei collaboratori è una responsabilità del leader, non una gentile concessione.

Non guardare soltanto numeri, budget e risultati. Guarda anche come le persone ci sono arrivate.

Un apprezzamento sincero e specifico può avere molto più peso di quanto immagini.

2. Lavorare tanto non significa necessariamente lavorare bene

Quando qualcosa non funziona, la tentazione è spesso quella di fare ancora di più.

Più ore.
Più controllo.
Più energia.

Ma aumentare lo sforzo non corregge automaticamente la direzione.

Non sempre devi fare di più.
A volte devi capire cosa fare diversamente.

Fermati.
Valuta.
Cambia qualcosa.
Prova di nuovo.

3. Senza il tuo team vai poco lontano

Puoi essere competente, preparato e determinato.

Ma se guidi un team, i risultati non dipendono più soltanto da te.

Le persone che lavorano con te sono parte del tuo successo.

Ascoltale.
Falle crescere.
Coinvolgile.
Permetti loro di assumersi responsabilità.

Un leader che vuole dimostrare di poter fare tutto da solo ha già perso una parte importante del suo ruolo.

4. Il rispetto va guadagnato sul campo

La qualifica non ti garantisce avere leadership.

Puoi essere il capo, avere più esperienza o occupare la posizione più alta nell’organigramma. Ma il rispetto non arriva automaticamente insieme al ruolo.

Arriva osservando come ti comporti.

Come mantieni la parola.
Come reagisci sotto pressione.
Come tratti le persone quando qualcosa va storto.

È lì che il team decide quanto fidarsi di te.

5. Se hai bisogno di sentirti superiore, probabilmente sei insicuro

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

A volte proprio l’insicurezza ci porta a irrigidirci, imporci o mostrare continuamente chi comanda.

La vera sicurezza non ha bisogno di essere esibita.

Puoi essere fermo senza essere aggressivo. Deciso senza essere arrogante. Autorevole senza ricordare continuamente agli altri che sei il capo.

6. Non basta dire “Buon lavoro”

Guidare non significa soltanto distribuire compiti, dare direttive e controllare risultati.

Significa anche esserci.

Non devi fare il lavoro dei tuoi collaboratori, ma devi conoscere le loro difficoltà e comprendere cosa significa concretamente raggiungere ciò che stai chiedendo.

Non puoi guidare bene un team osservandolo sempre da lontano.

7. Sii sincero e diretto

Se non dici chiaramente ciò che pensi, i collaboratori saranno costretti a interpretare.

E le interpretazioni generano facilmente dubbi, insicurezza e incomprensioni.

Dai feedback chiari.

Dì cosa sta funzionando e cosa deve cambiare.

Essere diretti non significa essere duri. Significa non lasciare l’altro nell’incertezza.

8. Rispetta chi ti dice qualcosa che non ti piace

È facile ascoltare chi è d’accordo con noi.

Molto più difficile ascoltare chi porta un problema, solleva un’obiezione o mette in discussione una nostra decisione.

La tentazione è difendersi.

Ma proprio quella persona potrebbe offrirti un’informazione che non stai vedendo.

Prima di reagire, ascolta.

Chi ha il coraggio di dirti qualcosa che non vuoi sentire può essere una risorsa preziosa.

9. Individua i leader dentro il tuo team

In ogni gruppo ci sono persone che hanno una particolare capacità di influenzare gli altri.

Non necessariamente hanno una qualifica.

Gli altri le ascoltano, chiedono il loro parere, osservano le loro reazioni.

Non viverle automaticamente come concorrenti.

Coinvolgile.
Ascoltale.
Responsabilizzale.

Un leader sicuro non teme le persone autorevoli che ha intorno.

10. Non pensare: “A me non succederà mai”

“Io non reagirei mai così.”

“Con me questo problema non succederà.”

“So esattamente come gestirlo.”

Attenzione.

Sono caduti professionisti molto più esperti di te e di me.

Non dare mai la leadership per acquisita.

Continua a osservarti, imparare e mettere in discussione quello che fai quando la situazione lo richiede.

11. Sii gentile. Non essere debole

Gentilezza e debolezza non sono sinonimi.

Puoi dire no con educazione.
Puoi correggere qualcuno senza umiliarlo.
Puoi prendere una decisione difficile senza diventare aggressivo.

La fermezza non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

Governare il proprio ego richiede spesso molta più forza che sbraitare, imporsi o mostrare i muscoli.

12. I tuoi collaboratori possono saperne più di te

E non c’è niente di preoccupante.

Conoscono clienti, procedure, strumenti e problemi che affrontano ogni giorno.

Perché non approfittarne?

Chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti al mio posto?”
  • “Cosa mi sta sfuggendo?”
  • “Secondo te, dove nasce il problema?”

non diminuisce la tua autorevolezza.

Può aumentarla.

13. Impara ad ascoltare

Ascoltare non significa semplicemente stare zitto mentre aspetti il tuo turno per parlare.

Significa sospendere per qualche momento risposte, giudizi e soluzioni.

Se non ascolti davvero, difficilmente puoi capire cosa sta accadendo nel tuo team.

E se non capisci, rischi di intervenire sul problema sbagliato.

Prima di guidare una persona devi provare a capire dove si trova.

Se vuoi approfondire questo aspetto, leggi “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

14. La persona più difficile da gestire sei tu

Questo è probabilmente il mantra più importante.

Puoi imparare tecniche di comunicazione, feedback, delega e motivazione.

Ma prima o poi dovrai confrontarti con:

  • le tue insicurezze
  • la tua impazienza
  • il bisogno di avere ragione
  • la difficoltà a dire no
  • la paura del giudizio
  • il modo in cui reagisci quando sei sotto pressione

Il tuo avere leadership parte da qui.

Non dal tentativo di cambiare continuamente gli altri.

Da te.

Prima di chiederti come gestire meglio il tuo team, chiediti come stai gestendo te stesso.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare abbastanza consapevole da accorgerti di ciò che fai, dell’effetto che produci sugli altri e di ciò che puoi cambiare.

È da questa consapevolezza che nasce la tua autorevolezza.

10 spunti per scrivere mail come un CEO, anche se non lo sei

scrivere mail
Siamo tutti occupati.

Poco tempo.
Tante cose da fare.
Informazioni da gestire sempre più in fretta.

Nessuno vuole perdere 10 minuti in una conversazione
su qualcosa che richiederebbe una semplice mail.

Allo stesso modo, nessuno ha voglia di decifrare messaggi contorti, lunghi o poco chiari.
Che non vanno dritti al punto.

Ecco 10 accorgimenti per scrivere mail come un executive
(anche se non lo sei):

1. Chiarisci prima di tutto lo scopo della mail

Ogni volta che ti siedi per scrivere mail, fermati un istante.

Chiediti:

Perché sto inviando questa mail?
È davvero necessaria?

Se non riesci a rispondere con chiarezza, non inviarla.

Scrivere senza sapere cosa vuoi davvero ottenere significa che non hai ancora fatto ordine nel pensiero.

E se non sei chiaro tu,
non lo sarà neppure il tuo destinatario.

Il risultato?

Tempo sprecato.
Autorevolezza che si abbassa.
E una mail in più che forse non serviva.

2. Usa la regola: una mail = una cosa

Nelle riunioni, avere più punti all’ordine del giorno può essere utile.

Nelle mail, no.

Meno roba c’è, meglio è.

Una mail dovrebbe contenere una richiesta, un tema, un obiettivo.

Se devi parlare di un altro progetto, di un altro compito o di un’altra decisione,
scrivi un’altra mail.

Questo aiuta chi legge.
Ma aiuta anche te a essere più ordinato.

3. Vai dritto al punto

In una mail dovresti usare meno frasi possibile.

L’imprenditore e saggista Guy Kawasaki propone una regola interessante:

limitare il testo a 5 frasi.

Non sempre è possibile, certo.

Ma molto spesso sì.

Con meno di 5 frasi rischi di sembrare brusco.
Con molte di più, spesso fai perdere tempo.

Anch’io seguo questa logica.
E ti assicuro che, con un po’ di allenamento, diventa naturale.

Scrivi meglio.
Più in fretta.
E con più impatto.

4. Evita negazioni e frasi che seminano dubbi

Frasi come:

“Non so se questo funzionerà…”
“Spero che i risultati non siano…”
“Ho ragione?”
“Mi capisci?”

indeboliscono il messaggio.

Invece di presentare i tuoi pensieri con chiarezza,
stai già insinuando un dubbio.

E se dubiti tu, perché dovrebbe fidarsi l’altro?

Essere autorevoli vuol dire anche questo:
esporre un’idea senza sminuirla prima ancora di averla detta.

5. Smettila di chiedere scusa così tanto

“Mi auguro che…”
“Mi sembra…”
“È probabile che…”
“Scusa il disturbo”
“Era solo un’idea”
“Spero di non aver sbagliato”

Sono frasi comuni.
Normali nel parlato quotidiano.

Ma nelle mail, se usate troppo spesso, trasmettono insicurezza.

Fanno sembrare il tuo messaggio più debole.
Meno deciso.
Meno credibile.

Anche la parola “solo” tende a ridimensionarti.

“Volevo solo chiedere…”
“Era solo un’idea…”

No.
Non è “solo”.

Per chiarezza: non si tratta di fare il duro.
E nemmeno di smettere di chiedere scusa quando serve davvero.

Il punto è non usare continuamente parole come “scusa”, “solo”, “credo”
quando finiscono per togliere forza a ciò che stai dicendo.

6. Usa frasi brevi, paragrafi brevi ed elenchi puntati

Una mail deve essere digeribile.

Evita i blocchi monolitici di testo.
Affaticano chi legge.
E spesso vengono saltati.

Se ti accorgi che stai andando oltre 4 o 5 frasi consecutive, valuta di spezzare.

Meglio ancora se puoi usare un elenco puntato.

Taglia ciò che puoi tagliare.
Se una parola lunga può essere sostituita da una corta, fallo.

Più la tua frase è pulita,
più il messaggio arriva.

7. Inserisci sempre una call to action chiara

Non dare mai per scontato che il destinatario abbia capito cosa deve fare.

Scrivilo tu.
In modo semplice.
Senza vaghezze.

Per esempio:

  • “Mi puoi inviare i file XYZ entro giovedì?”
  • “Potresti scrivere ad Annalisa entro due settimane e aggiornarla su…?”
  • “Scrivi a Sergio e fammi sapere entro domani sera cosa ne pensa.”
  • “Informa Paolo e dimmi entro il 1° febbraio se ha domande.”

Chi legge deve capire subito:

  • cosa vuoi,
  • da chi,
  • entro quando.

8. Rileggi. Sempre. E con calma

Può sembrare un’ovvietà.

Non lo è affatto!

Spesso scrivere una mail breve è più difficile che scriverne una lunga.

Prima di inviare qualsiasi cosa, leggila.
Meglio ancora: leggila ad alta voce.

Controlla ortografia,
grammatica,
tono,
chiarezza.

Se la mail è importante,
falla rileggere a una persona fidata.

Un collega.
Un collaboratore.
Un amico.
Il partner.

Quando si tratta di mail delicate, non è una gara di velocità.
È un esercizio di precisione.

Se puoi, salvala in bozza e rileggila più tardi.

Io lo faccio spesso.

E quasi sempre, tornando sul testo con occhi-nuovi,
vedo subito cosa togliere, cosa correggere, cosa chiarire.

Chiediti:

  • “La mia richiesta è chiara?”
  • “Ci possono essere malintesi?”
  • “Come la prenderei, se fossi io a riceverla?”

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

9. Fai trasparire la tua personalità

Le email dovrebbero riflettere chi-sei nel mondo reale.

Non in modo eccessivo.
Non in modo teatrale.
Ma sì, un po’ di te deve sentirsi!

Evita emoticon, abbreviazioni tipo LOL, font colorati o sfondi creativi.
In ambito professionale, raramente aiutano.

Ma non diventare neppure robotico.

“Per favore” e “grazie” restano segni semplici di educazione e professionalità.

10. Sappi quando non usare la mail

Ci sono conversazioni in cui il tono e il linguaggio del corpo fanno tutta la differenza.

In quei casi, la mail non basta.
Anzi, rischia di peggiorare le cose.

Se non diresti una cosa in faccia a una persona, non scriverla in una mail.

Se la questione richiede un confronto più profondo,
meglio una telefonata.

Se la telefonata rischia di durare più di 5 o 10 minuti,
forse è meglio incontrarsi.

La vera autorevolezza sta anche qui:
sapere qual è il mezzo giusto.

Hai bisogno di una telefonata?
Oppure bastano due righe ben scritte?

Serve davvero scrivere mail?
Oppure una chiamata può chiarire meglio favore, dubbio o contrarietà?

Anche questa è autorevolezza.

A questo proposito,
scopri il mio libro che si intitola proprio “Autorevolezza“.

8 segnali che il problema non sono i tuoi collaboratori, ma sei tu!

problemi con il team

Foto di Arden

Quante volte ti sei chinato su report, risultati e previsioni chiedendoti:

“Perché il mio team non riesce a raggiungere i risultati?”

Collaboratori poco motivati?
Poco competenti?
Scarsa iniziativa?
Problemi di comunicazione?

Mettere insieme persone capaci ed esperte non garantisce automaticamente che un team funzioni.

Questo probabilmente lo sai.

Ma prima di convocare l’ennesima riunione per capire che cosa non va nei tuoi collaboratori, prova a farti una domanda un po’ più scomoda.

Problemi con il team?
E se una parte del problema fossi tu?

Problemi con il team. Prima guarda anche dalla tua parte

Non significa assumerti la responsabilità di qualsiasi difficoltà.

Un collaboratore può essere poco motivato, poco competente o avere comportamenti che devono essere affrontati.

Ma chi guida un team influenza inevitabilmente ciò che accade al suo interno.

Il tuo stile.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.
Cosa tolleri e cosa correggi.

Lo spazio che lasci alle persone.

Prima di chiederti che cosa non funziona nel tuo team, chiediti che cosa stai facendo tu per farlo funzionare meglio.

Ecco 8 segnali che vale la pena osservare.

1. Non dai feedback

Le persone hanno bisogno di capire che cosa stanno facendo bene e che cosa devono correggere.

Se intervieni soltanto quando qualcosa è ormai diventato un problema, lasci troppo spazio alle interpretazioni.

Non serve commentare continuamente ogni azione.

Serve però che un collaboratore non debba chiedersi per mesi:

“Sto lavorando bene oppure no?”

Un feedback specifico e tempestivo permette di correggere un comportamento, riconoscere un risultato e chiarire le aspettative.

Il silenzio raramente è un buon feedback.

2. Non condividi gli obiettivi

Chiedi risultati.

Ma le persone sanno davvero dove state andando?

Un obiettivo non dovrebbe essere chiaro soltanto nella tua testa.

Il team deve capire che cosa state cercando di ottenere, perché è importante e quale contributo ci si aspetta da ciascuno.

Altrimenti rischi di avere persone impegnate, magari anche molto, ma in direzioni diverse.

Non basta assegnare compiti.
Occorre dare una direzione.

3. Eviti le conversazioni difficili

Vuoi mantenere un buon clima.
Non vuoi sembrare troppo duro.

Temi che un collaboratore possa prenderla male.

E così rimandi.
Addolcisci eccessivamente il messaggio.
Oppure lasci correre.

Il problema è che ciò che non affronti non necessariamente scompare.

Può diventare frustrazione per te e per gli altri componenti del team che vedono un comportamento problematico continuare senza conseguenze.

Essere autorevoli non significa cercare lo scontro.

Significa anche riuscire a dire ciò che deve essere detto quando serve.

4. Sei incoerente

Una settimana chiedi autonomia.
Quella successiva controlli ogni dettaglio.

Prima incoraggi le persone a prendere iniziativa, poi le critichi perché non hanno chiesto il tuo permesso.

Il problema non è cambiare idea.

Un responsabile può farlo.

I problemi con il team nascono quando la squadra non capisce più quali siano i criteri con cui prendi le decisioni.

Se qualcosa è cambiato, spiegalo.

Altrimenti ciò che per te è adattamento può essere percepito dagli altri come incoerenza.

5. Dai poca importanza alle relazioni

Ti concentri su risultati, scadenze e prestazioni.

Tutto necessario.

Ma se ti ricordi delle persone soltanto quando c’è un problema, rischi di costruire una relazione basata quasi esclusivamente sulla correzione.

Conoscere i tuoi collaboratori non significa entrare nella loro vita privata.

Significa sapere come lavorano, dove incontrano difficoltà, che cosa li aiuta e quale contributo possono dare.

La relazione con il team non è qualcosa che fai oltre al tuo lavoro di responsabile.
È parte del tuo lavoro di responsabile.

E questa attenzione si costruisce soprattutto quando non c’è un’emergenza da gestire.

6. Gestisci tutti allo stesso modo

Essere equi non significa comportarsi nello stesso identico modo con tutti.

Un collaboratore può aver bisogno di maggiore autonomia.
Un altro di indicazioni più precise.
Uno apprezza un confronto molto diretto.
Un altro ha bisogno di qualche domanda in più per arrivare alla stessa conclusione.

Le persone sono diverse.

Conoscerle ti permette di adattare il modo di guidarle senza rinunciare alle stesse aspettative professionali.

Puoi chiedere, per esempio:

  • “Di che cosa hai bisogno per lavorare meglio?”
  • “Preferisci maggiore autonomia o indicazioni più frequenti?”
  • “Come posso esserti utile senza sostituirmi a te?”

7. Vuoi controllare tutto

Vuoi verificare ogni passaggio.
Ogni decisione deve passare da te.

Prima di procedere, tutti aspettano la tua approvazione.

Poi magari ti chiedi:
“Perché non prendono mai iniziativa?”

Se vuoi autonomia ma intervieni continuamente, stai inviando due messaggi opposti.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire aspettative e confini, lasciare spazio e intervenire quando serve.

Se ogni decisione torna sempre sulla tua scrivania, il problema potrebbe non essere soltanto la poca iniziativa del team.

8. Pretendi dagli altri ciò che tu non fai

Chiedi puntualità e arrivi sempre in ritardo.

Pretendi comunicazioni chiare e mandi messaggi confusi.

Chiedi ascolto e interrompi continuamente.

Vuoi collaborazione, ma decidi tutto da solo.

Le persone osservano molto più di quanto immagini.

Il tuo comportamento rende credibili — oppure indebolisce — le aspettative che hai nei loro confronti.

Non devi essere perfetto.

Ma difficilmente puoi chiedere con autorevolezza agli altri qualcosa che tu, per primo, ignori sistematicamente.


Vuoi potenziare la tua assertività con il team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Prima di dare la colpa al team, guarda il tuo contributo

Se i risultati non arrivano, non significa automaticamente che il problema sia il leader.

E nemmeno che siano sempre i problemi con il team.

La domanda più utile è un’altra:

“Che cosa, nel mio modo di guidare, potrebbe contribuire a questa situazione?”

Forse la risposta sarà: niente.

Oppure scoprirai un comportamento, una comunicazione poco chiara o un’abitudine che puoi modificare.

Ed è una buona notizia.

Perché quella è la parte sulla quale puoi intervenire direttamente.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Prima di cambiare il tuo team, assicurati di aver guardato con sufficiente attenzione anche il modo in cui lo stai guidando.

5 segreti per diventare il leader indiscusso agli occhi del tuo team

leader indiscusso

“Un buon leader ispira la gente ad avere fiducia nel leader,
un grande leader ispira le persone ad avere fiducia in se stessi”.

Lao Tse

Essere leader non è semplice.

Puoi avere esperienza, competenze tecniche, conoscere perfettamente il lavoro e prendere buone decisioni.

Ma quando guidi un team c’è un’altra domanda con cui devi fare i conti:

come ti vedono le persone che lavorano con te?

Perché l’autorevolezza non dipende soltanto dal ruolo che ricopri.

Si costruisce anche attraverso comportamenti molto concreti: come decidi, come reagisci quando qualcuno sbaglia, quanto riconosci il lavoro fatto e come sostieni la crescita delle persone.

Ecco 5 aspetti sui quali vale la pena interrogarsi.

1. Sii imparziale e coerente

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone rispetto ad altre.

Con qualcuno il rapporto nasce facilmente.
Con altri richiede più attenzione.

Il problema comincia quando le simpatie personali entrano nelle decisioni professionali.

Orari, opportunità, riconoscimenti, richieste, errori: se il team percepisce criteri diversi a seconda della persona coinvolta, la tua credibilità ne risente.

Essere imparziale non significa prendere sempre la stessa decisione per tutti.

Ci possono essere situazioni particolari che richiedono risposte differenti.

In questi casi diventa importante spiegare il criterio della decisione.

La coerenza non significa decidere sempre nello stesso modo.
Significa rendere comprensibile il criterio con cui decidi.

Le persone possono anche non essere d’accordo con te.

Ma devono poter capire da dove nasce una tua scelta.

2. Difendi i tuoi collaboratori quando è giusto farlo

Hai mai lavorato con un responsabile che ti ha sostenuto davanti a una critica ingiusta?

Probabilmente te lo ricordi ancora.

Un collaboratore deve sapere che, quando la situazione lo richiede, il suo responsabile non sarà il primo a prendere le distanze per proteggere se stesso.

Questo non significa difendere qualsiasi comportamento.

Se una persona ha commesso un errore, l’errore va affrontato.
Se deve assumersi una responsabilità, deve farlo.

Ma c’è una grande differenza tra correggere un collaboratore e scaricarlo.

Un leader può assumersi la responsabilità del proprio team verso l’esterno e, successivamente, affrontare con la persona ciò che non ha funzionato.

“Su questo punto abbiamo sbagliato. Me ne assumo la responsabilità. Poi capiremo internamente che cosa dobbiamo correggere.”

Difendere il team non significa coprirne gli errori.
Significa non abbandonare le persone proprio quando il ruolo di leader diventa più scomodo.

È in quei momenti che la fiducia viene realmente messa alla prova.

3. Fermati a riconoscere i risultati

Siamo spesso concentrati su ciò che viene dopo.

Un obiettivo raggiunto porta immediatamente al successivo.
Un problema risolto lascia spazio a quello nuovo.

E così il team può avere la sensazione che qualsiasi risultato diventi normale appena viene raggiunto.

Celebrare non significa organizzare una festa per ogni piccolo successo.

Può bastare fermarsi e riconoscere ciò che è stato fatto.

“Questo risultato non era scontato. Avete fatto un buon lavoro.”

Oppure condividere un traguardo, ringraziare le persone coinvolte, concedersi un momento per guardare insieme ciò che è stato ottenuto.

Un risultato riconosciuto acquista un significato diverso da un risultato semplicemente archiviato.

4. Tratta i collaboratori come persone

Sembra ovvio.

Eppure, sotto pressione, è facile vedere soprattutto ruoli, compiti, problemi e prestazioni.

Quello che consegna sempre in ritardo.
Quella che deve migliorare.
Quello che non raggiunge il target.

Ma dietro una prestazione c’è una persona.

Questo non significa diventare amici dei collaboratori o entrare nella loro vita privata.

Significa mantenere attenzione e rispetto anche quando devi essere esigente.

Ascoltare.
Chiedere.

Conoscere abbastanza le persone da capire che cosa le aiuta a lavorare bene e dove incontrano maggiori difficoltà.

Puoi essere fermo senza essere distante.
Puoi chiedere molto senza trattare le persone come semplici esecutori.

5. Sostieni e fai crescere le persone

Un leader indiscusso non dovrebbe occuparsi dei propri collaboratori soltanto quando qualcosa non funziona.

Dovrebbe anche chiedersi:

  • In che cosa questa persona è particolarmente brava?
  • Dove potrebbe crescere?
  • Quale responsabilità potrei cominciare ad affidarle?
  • Sto rendendo visibile il suo buon lavoro oppure me ne prendo implicitamente il merito?

Sostenere un collaboratore significa anche parlare del suo valore quando lui non è presente.

Dargli visibilità.

Affidargli occasioni nelle quali possa mettersi alla prova.

Lasciargli spazio per crescere, anche accettando che qualche errore faccia parte del percorso.

Un leader autorevole non ha bisogno di tenere le persone piccole per sentirsi grande.

La crescita dei tuoi collaboratori non riduce il tuo ruolo.

Può essere uno dei segnali più evidenti della qualità con cui lo stai esercitando.


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L’autorevolezza si vede soprattutto nei comportamenti

Essere riconosciuto come leader indiscusso non dipende da quanto ricordi agli altri di esserlo.

Dipende anche da ciò che il team sperimenta lavorando con te.

Coerenza.
Sostegno.
Riconoscimento.
Rispetto.
Crescita.

Sono comportamenti quotidiani, non grandi dichiarazioni.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto. Scopri il servizio dedicato.

E allora prova a chiederti:

quale di questi cinque comportamenti il tuo team riconoscerebbe immediatamente in te?

E quale, invece, dovresti cominciare a mostrare un po’ di più per essere leader indiscusso?

14 modi di gestire il corpo che minano la tua immagine di leader

immagine di leader
Quando parli con un collaboratore, partecipi a una riunione o affronti una conversazione difficile, non comunichi soltanto con le parole.

Comunicano anche il tuo sguardo, la postura, i movimenti, le espressioni del viso e il modo in cui occupi lo spazio.

Questo non significa che ogni gesto abbia un significato preciso.

Incrociare le braccia non dimostra automaticamente che sei sulla difensiva. Abbassare lo sguardo non significa necessariamente essere insicuri.

Ma quando alcuni comportamenti si ripetono o sono incoerenti con ciò che dici, possono indebolire la tua presenza e il tuo messaggio.

Ecco 14 comportamenti che minano la tua immagine di leader.

1. Annuire e sorridere continuamente

Annuire mentre qualcuno parla può comunicare attenzione e incoraggiarlo a continuare.

Sorridere rende generalmente più aperta la relazione.

Il problema è l’eccesso.

Se annuisci continuamente, sorridi anche mentre affronti un argomento serio o accompagni quasi ogni frase dell’altro con un segnale di approvazione, puoi trasmettere insicurezza o un eccessivo bisogno di compiacere.

Non devi diventare rigido.

Devi semplicemente lasciare che il tuo comportamento sia coerente con il momento.

2. Stare seduto in modo ciondolante o contratto

La postura contribuisce alla presenza.

Essere completamente abbandonato sulla sedia durante una conversazione importante può trasmettere disinteresse o poca partecipazione.

All’estremo opposto, stare rannicchiato, irrigidito o cercare quasi di scomparire può rendere la tua presenza meno sicura.

Non serve “occupare più spazio possibile” per sembrare autorevoli.

Serve trovare una posizione stabile, naturale e composta.

La presenza non nasce dall’occupare più spazio.
Nasce dal sentirsi sufficientemente a proprio agio nello spazio che si occupa.

3. Incrociare continuamente le braccia

Incrociare le braccia può essere semplicemente comodo.

Non significa automaticamente:

“Sono chiuso.”
“Non sono d’accordo.”
“Non voglio ascoltarti.”

Ma se durante una conversazione mantieni una postura rigida, le braccia serrate, il corpo arretrato e un’espressione tesa, l’insieme può creare distanza.

È questo che conta.

Non il singolo gesto, ma il messaggio complessivo che il corpo sta trasmettendo.

4. Evitare continuamente lo sguardo

Il contatto visivo aiuta a comunicare presenza e attenzione.

Se mentre qualcuno ti parla guardi continuamente il monitor, i documenti o altrove, può avere la sensazione che tu non sia realmente interessato.

Anche mentre parli, evitare sistematicamente lo sguardo può indebolire il messaggio.

Ma vale anche il contrario.

Fissare continuamente una persona non comunica maggiore autorevolezza. Può semplicemente metterla a disagio.

Lo sguardo efficace è presente, naturale e compatibile con la situazione.

5. Muoversi continuamente e in modo frenetico

Quando siamo sotto pressione, il corpo spesso accelera insieme alla mente.

Cammini avanti e indietro.
Cambi continuamente posizione.
Prendi qualcosa e subito la rimetti giù.
Ti sposti veloce da una persona all’altra.

Probabilmente non te ne accorgi nemmeno.

Ma la tua agitazione può diventare visibile anche agli altri.

Non devi muoverti lentamente per sembrare autorevole.

Devi evitare che la fretta diventi il messaggio principale che il tuo corpo porta nella stanza.

6. Tenere la testa continuamente inclinata

Inclinare leggermente la testa mentre qualcuno parla può accompagnare naturalmente l’ascolto.

Potrebbe non essere un segnale di sottomissione.

Diventa interessante osservare, piuttosto, se durante situazioni nelle quali vorresti essere particolarmente incisivo il tuo corpo tende sistematicamente a ritrarsi, abbassarsi o perdere stabilità.

Non serve correggere artificialmente ogni movimento.

Una postura naturale e stabile comunica molto meglio di una posa costruita per sembrare potente.

7. Giocherellare continuamente con qualcosa

Una penna.
L’orologio.
I capelli.
Un anello.
Le dita.
Il bordo di un foglio.

Sono piccoli gesti che spesso compiamo senza rendercene conto, soprattutto quando siamo tesi.

Non rivelano automaticamente insicurezza.

Ma se diventano continui possono distrarre l’interlocutore e rendere visibile la tua agitazione più delle tue parole.

Il primo passo non è eliminarli.
È accorgerti che li fai.

8. Dire una cosa con le parole e un’altra con il viso

Stai dando un feedback delicato e sorridi nervosamente.

Dici:

“Non c’è nessun problema.”

Ma il viso è teso e il tono lascia intendere tutt’altro.

Quando parole, voce ed espressione non sembrano andare nella stessa direzione, l’interlocutore può non sapere quale messaggio prendere sul serio.

Quando parole e corpo raccontano due storie diverse, la comunicazione perde chiarezza.

Non significa controllare ogni espressione.

Significa diventare più consapevole della coerenza tra ciò che vuoi comunicare e come lo stai comunicando.

9. Dare una stretta di mano incerta o esagerata

Quando la situazione prevede una stretta di mano, anche quel breve contatto contribuisce alla prima impressione.

Non serve dimostrare forza.

Una stretta esageratamente energica può risultare sgradevole quanto una mano offerta distrattamente.

Meglio un gesto semplice, presente e naturale, adattato alla persona e alla situazione.

E senza trasformare una stretta di mano in un test della personalità.

10. Avere sempre un’espressione tesa

Pressione, problemi, scadenze e imprevisti finiscono inevitabilmente anche sul viso.

Il punto non è sorridere continuamente.

Un leader non deve avere un’espressione allegra per obbligo.

Ma se il tuo volto appare costantemente teso o infastidito, le persone possono cominciare a chiedersi:

“Posso parlargli adesso?”
“È arrabbiato?”
“Meglio lasciar perdere?”

Magari non sei arrabbiato affatto.

Ma se le persone hanno continuamente paura di disturbarti, la comunicazione con il team ne risente.

11. Girare continuamente mentre sei al telefono

Per alcune persone camminare mentre telefonano è assolutamente naturale.

Il problema nasce quando, in un ambiente condiviso, il tuo movimento diventa frenetico e invade continuamente lo spazio degli altri.

Se mentre telefoni percorri avanti e indietro l’ufficio, interrompi ciò che stanno facendo gli altri o trasmetti agitazione, vale la pena accorgersene.

Non perché camminare al telefono sia sbagliato.

Ma perché anche le nostre abitudini più innocue hanno un effetto sull’ambiente nel quale lavoriamo.

12. Avvicinarti troppo

Ognuno ha una diversa sensibilità rispetto allo spazio personale.

Dipende dalla persona, dal rapporto, dal contesto e anche dalla cultura.

Per questo eviterei regole rigide sui centimetri o sui metri.

Osserva invece le reazioni.

Se una persona arretra quando ti avvicini, probabilmente ti sta già dando un’informazione utile.

Lo stesso vale per il contatto fisico.

Una mano sulla spalla che per te è spontanea può non esserlo affatto per l’altra persona.

Autorevolezza significa anche rispettare lo spazio altrui senza presumere troppa confidenza.

13. Gesticolare troppo

I gesti possono dare energia e chiarezza alle parole alla tua immagine di leader.

Possono sottolineare un passaggio importante e rendere più viva la comunicazione.

Ma quando diventano continui, molto ampi o frenetici, rischiano di attirare più attenzione del messaggio.

Non devi tenere le mani immobili.
E neppure ridurre artificialmente ogni movimento.

L’obiettivo è più semplice: fare in modo che i gesti accompagnino le parole invece di competere con loro.


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14. Guardare continuamente il cellulare

“Parla pure, ti ascolto.”

E intanto guardi lo schermo.
Scrivi.
Controlli una notifica.
Annuisci senza alzare la testa.

Probabilmente è uno dei comportamenti più semplici da correggere e uno di quelli che comunicano più chiaramente disattenzione.

Se hai davanti una persona, soprattutto durante una conversazione importante, esserci significa anche togliere per qualche minuto lo sguardo dal telefono.

Non servono tecniche sofisticate di linguaggio del corpo.

Serve attenzione.

Il corpo non deve recitare la parte del leader

Il punto non è imparare una serie di pose per la tua immagine di leader.

Petto in fuori.
Mento alto.
Stretta forte.
Sguardo fisso.
Gesti controllati.

Rischieresti soltanto di apparire costruito.

L’obiettivo è un altro: diventare consapevole di ciò che il tuo corpo aggiunge — oppure sottrae — alle tue parole.

Se vuoi essere più autorevole nel lavoro, osserva soprattutto la coerenza tra ciò che dici, il modo in cui lo dici e la presenza che porti nella relazione.

Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità? Lavora sulla tua immagine di leader con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

Non devi usare il corpo solo per sembrare più autorevole.
Devi evitare che il corpo indebolisca l’autorevolezza delle tue parole.

Cosa rispondono i leader quando non conoscono la risposta

cosa rispondere

Tutto stava andando bene.

Poi, proprio mentre tutti stanno chiudendo il laptop, qualcuno chiede:
“Quindi… cosa pensi di fare adesso?”

La stanza si ferma.
Gli sguardi tornano su di te.

Apri bocca.

E tutto quello che esce è un farfugliante, tremolante:
“Non lo so.”

Dire spesso “non lo so” ti costa credibilità e influenza

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader“,
dire di non conoscere una risposta non è una tragedia.

Non è un errore.
E nemmeno un segno di incompetenza.

Anzi, a volte è una dimostrazione di forza.

Ma usarlo come risposta automatica, ripetuta,
ti costa credibilità.

Se vuoi essere preso sul serio come leader, questa è una frase da ridimensionare e sostituire con risposte più mature.

Autorevoli.

Quando il “non lo so” ti taglia fuori

Molti professionisti — anche competenti, preparati, esperti — di fronte a una domanda inattesa non riescono ad andare oltre:

  • spalle alzate
  • testa che oscilla
  • un arrendevole “non lo so”

Una risposta che starebbe meglio in bocca a un apprendista alle prime armi.

Risultato?

Fuori, in un attimo,
dalla lista degli “esperti affidabili”.

L’altra trappola: parlare senza sapere

Esiste anche l’estremo opposto.

Quando un capo, un cliente o un collaboratore ti chiede un parere fuori dal tuo ambito, la tentazione è forte:

  • parlare comunque
  • improvvisare
  • riempire il silenzio

Per piacere.
Per sembrare veloce.
Apparire smart.

Peccato che risposte imprecise, errate o incomplete erodano la tua reputazione molto più di un silenzio gestito bene.

“Non lo so” non è una risposta da leader

Quando non sappiamo cosa fare,
spesso rinunciamo del tutto.

Ma sul lavoro vale una regola semplice:
insegniamo agli altri come trattarci.

Ogni “non lo so” detto senza costrutto spinge le persone ad andare da qualcun altro.

Se questo è il tuo obiettivo, va bene.

Altrimenti, serve prepararsi.

Cosa dire al posto di “non lo so”

Non frasi da imparare a memoria.

Ma strutture da adattare alla situazione
e alla tua personalità:

“Al momento non ho informazioni sufficienti per rispondere alla tua domanda.”

“Buona domanda. Lo scoprirò.”

“Sulla base di quello che conosco oggi, penso che …”

“Non ho ancora a portata di mano tutti i dati, li sto recuperando …”

“Al momento la mia migliore stima/previsione è la seguente …”

“Non posso rispondere che, in parte, ma vorrei considerare ulteriormente …”

“Permettetemi di essere sicuro di capire quali informazioni state cercando … “

“Ci sono diverse possibilità, ho bisogno di altri/maggiori informazioni/dati … ”

“Non ho abbastanza famigliarità con XYZ e non mi piace tentare di indovinare. Lasciatemi approfondire …

Perché funzionano

Queste risposte ti permettono di:

  • prendere tempo senza perdere autorevolezza
  • impostare una linea temporale chiara
  • dimostrare iniziativa e metodo
  • spostare l’attenzione su ciò che sai, non su ciò che manca
  • ascoltare meglio una richiesta spesso confusa

Paradossalmente,
posticipare una risposta aumenta la credibilità
se lo fai con struttura.

Conta cosa dici. Ma anche come lo dici.
Guarda negli occhi.

Postura stabile.
Tono fermo.

Ogni risposta è un’occasione

Per costruire — o erodere — la tua presenza da leader.

Se vuoi essere percepito come affidabile, autorevole,
“aggiorna” il tuo vocabolario.

Meno “non lo so” automatici.

Più risposte consapevoli, pertinenti, influenti.

È così che si cresce.
Ed è così che si viene ascoltati.

Con il mio percorso di coaching mirato:
“Sviluppare assertività senza perdere empatia“ trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

12 cose da fare ogni giorno per essere ancora più leader del tuo team

Quando ricopri una posizione di responsabilità, una parte importante del tuo lavoro consiste nel migliorare il modo in cui guidi le persone.

Essere leader significa distribuire compiti, prendere decisioni, controllare risultati e assicurarsi che il lavoro venga fatto.

Ma non basta.

Guidare un team significa occuparsi del lavoro e, nello stesso tempo, delle persone che devono farlo.

La leadership non si costruisce soltanto nelle grandi decisioni.

Si vede anche nei piccoli comportamenti quotidiani.

Ecco 12 cose che puoi fare con continuità per rafforzare la tua leadership.

1. Dare spazio alle persone

Conoscere competenze, punti di forza e aree di miglioramento dei collaboratori ti permette di guidarli meglio.

Ma per conoscerli devi anche lasciare loro spazio.

Fai in modo che possano esprimere un’opinione, sollevare un problema o proporti una soluzione senza avere la sensazione di dover indovinare ciò che vuoi sentirti dire.

Ascoltare il loro punto di vista non significa necessariamente condividerlo.

Dare spazio alle persone non significa rinunciare alla tua responsabilità di decidere.

2. Essere diretto

Se non dici con chiarezza ciò che pensi del lavoro di una persona, quella persona dovrà cercare di capirlo da sola.

Un feedback poco chiaro crea facilmente dubbi e interpretazioni.

“Sta andando bene?”
“C’è qualcosa che non mi sta dicendo?”
“Che cosa si aspetta esattamente da me?”

Essere diretti non significa essere bruschi.

Significa dire ciò che funziona, ciò che non funziona e ciò che ti aspetti, con rispetto e senza inutili giri di parole.

3. Conoscere meglio il team

Probabilmente conosci ruolo, competenze ed esperienza delle persone che lavorano con te.

Ma sai che cosa le motiva? Dove vorrebbero crescere? Che cosa le mette maggiormente in difficoltà?

Non devi entrare nella loro vita privata per dimostrare interesse.

Conoscere una persona significa anche capire come lavora, che cosa le serve e quali capacità potrebbe sviluppare.

4. Imparare dal team

Essere responsabile non significa avere tutte le risposte.

Le persone che lavorano ogni giorno su attività, clienti, procedure e problemi possono vedere cose che tu non vedi.

Chiedi.

“Tu come la vedi?”
“Hai già incontrato questo problema?”
“Che cosa cambieresti?”

Chiedere non diminuisce la tua autorevolezza.

Essere leader non significa essere la persona che sa sempre più degli altri.
Significa anche sapere quando vale la pena ascoltare ciò che gli altri sanno.

5. Uscire dall’ufficio

Se trascorri gran parte della giornata tra riunioni, email, telefonate e documenti, rischi di perdere il contatto con ciò che accade davvero nel team.

Ogni tanto esci.
Osserva.
Ascolta.

Parla con le persone senza avere necessariamente un problema da risolvere.

“Come stanno andando le cose?”
“C’è qualcosa che dovrei sapere?”

Non trasformare questi momenti in controlli informali. Servono a mantenere il contatto con la realtà quotidiana del lavoro.

6. Comunicare e facilitare

Comunicare non significa soltanto trasmettere informazioni.

Puoi dare istruzioni precise e lasciare comunque dietro di te dubbi, incomprensioni e problemi irrisolti.

Un leader deve anche facilitare: chiarire ciò che non è stato compreso, mettere in contatto le persone giuste, rimuovere un ostacolo, far emergere un problema.

E quando qualcuno ti parla, dargli attenzione invece di continuare a leggere il monitor o controllare il telefono.

A volte facilitare il lavoro del team vale più di un’altra direttiva.

7. Incoraggiare idee e iniziativa

Se vuoi persone autonome, devi lasciare loro qualche spazio nel quale possano esserlo.

Chiedi proposte.

Permetti di sperimentare quando il rischio è ragionevole.

Non bocciare automaticamente un’idea soltanto perché non è quella che avresti avuto tu.

Avere fiducia nel potenziale di una persona significa anche darle la possibilità di dimostrarlo.

Se ogni proposta viene accolta con:

“Abbiamo sempre fatto così.”

prima o poi le persone smetteranno di proporre.

8. Chiedere feedback anche su di te

Il feedback non serve soltanto ai collaboratori.

Anche tu hai bisogno di capire come arriva agli altri il tuo modo di guidare.

Puoi confrontarti con una persona di cui ti fidi, chiedere direttamente al team quando il contesto lo permette oppure lavorarci con un professionista esterno.

Non chiederti soltanto:

“Sono un buon leader?”

Chiediti piuttosto:

“Che cosa faccio che aiuta il team?”
“Dove creo difficoltà senza accorgermene?”
“Che cosa potrei fare diversamente?”

9. Ammettere quando sbagli o non conosci la risposta

Il ruolo non ti obbliga a sapere tutto.

E neppure a difendere una decisione quando ti sei accorto che era sbagliata.

Puoi dire:

“Su questo ho sbagliato.”
“Non conosco la risposta.”
“Devo verificare.”
“Avevi ragione tu.”

Il problema nasce più facilmente quando tutti vedono l’errore e tu continui a fingere che non esista.

Il modo in cui gestisci i tuoi errori dice al team molto su come potrà gestire i propri.

10. Non lasciare correre superficialità e negligenza

Accettare che le persone possano sbagliare non significa accettare qualsiasi errore nello stesso modo.

Un errore commesso mentre si impara qualcosa di nuovo è diverso da un comportamento ripetutamente superficiale. Una dimenticanza occasionale è diversa dalla negligenza.

Il tuo compito è capire che cosa è successo e intervenire in modo proporzionato.

Se lasci sistematicamente correre comportamenti che danneggiano il lavoro, il messaggio arriva anche alle persone che lavorano con attenzione.

11. Riconoscere ciò che viene fatto bene

Non aspettare la valutazione annuale per dire a qualcuno che ha fatto un buon lavoro.

Quando vedi qualcosa che merita di essere riconosciuto, dillo. Ma sii concreto.

Non soltanto:

“Bravo.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Sei rimasto calmo e hai trovato una soluzione senza scaricare il problema sugli altri.”

Un riconoscimento specifico aiuta la persona a capire che cosa ha fatto bene e che cosa vale la pena continuare a fare.

Evita che il buon lavoro diventi invisibile soltanto perché era ciò che ti aspettavi.

12. Parlare meno e ascoltare di più

Un responsabile parla molto.

Spiega.
Decide.
Corregge.
Risponde.
Dà indicazioni.

Proprio per questo può essere utile, ogni tanto, fare il contrario.

Ascoltare senza preparare immediatamente la risposta.

Fare una domanda in più.

Lasciare qualche secondo di silenzio.

Non partire dal presupposto di avere già capito ciò che l’altra persona sta cercando di dirti.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

Ascoltare non ti rende meno leader.
Ti permette di decidere conoscendo qualcosa in più.

La leadership si costruisce anche nei giorni normali

Non devi fare tutte queste 12 cose ogni mattina come se fossero una lista da spuntare.

La leadership si costruisce attraverso comportamenti ripetuti nel tempo: come ascolti, come correggi, come riconosci, come reagisci a un errore, quanto spazio lasci e quanto sei presente.

Sono queste piccole situazioni quotidiane che, sommate, costruiscono l’immagine che il team ha di te.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale: “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

E allora può essere più utile una domanda concreta:

“Quale di questi comportamenti dovrei cominciare a praticare meglio già da domani?”

Coaching per giovani leader – investi su te stesso

coaching per giovani leader

“Come posso sperare di comandare sugli altri,
se non ho il pieno controllo su me stesso?
”
François Rabelais

Quanto tempo ti ci è voluto?
Pochi anni?
Diversi mesi oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?

Ti è bastato poco.
Molto poco … per capire che tutti i libri che hai letto, i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato, la capacità lavorativa che hai … non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.

Le qualità personali non si sviluppano seguendo un corso o leggendo un libro

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori (non userò mai la parola risorse),
le relazioni extra lavorative,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress,
l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano seguendo un corso, un workshop, un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Se non è cambiato niente.
Oppure è cambiato poco,
significa che non è quello di cui hai bisogno.

E allora cosa fai?
Continui a cercare, ovvio.

Continui a cercare le risposte.
Si dice che “chi-cerca-trova”.
Google è perfetto per darti le risposte che cercavi.

E infatti ne trovi tante.
Tantissime.

Purtroppo … le conosci già.
Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Le risposte che trovi sono generiche e tutt’altro che incisive

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.

E allora continui a cercare.
Ancora.
Inseguire, bramare, tentare.

E non guardi nell’unico posto, dove troveresti le risposte che stai cercando.
Dentro di te.

Il mio obiettivo di coach non è darti le risposte ma aiutarti a “scoprire le tue risposte”.
Sei tu che devi rispondere alle domande. Non io.
Possono sembrarti domande facili ma (in realtà) non lo sono, per niente.
C’è un mondo dentro.
Il tuo.

Provaci, dai:

“Dimmi chi vuoi diventare?”
“Cosa ti aspetti da te stesso?”
“Dimmi, dove stai andando?”
“Come farai a sapere quando sei arrivato?”
“Che cosa posso fare (veramente) per te?
”

Lo sai che i leader più esperti pensano che i giovani desiderano il successo su un piatto d’argento.
Senza lottare.
Ah no?

Dimostra che si sbagliano.
Alza i tuoi standard personali.
Bassi standard portano alla mediocrità.

Se non ce la fai, riprova.
Riprova ancora.
Fai le cose difficili.
La facilità, la comodità ti fa diventare molliccio, arrendevole, fragile.
O forse molliccio lo sei già?

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Sviluppa la tua capacità di “attraversare” la delusione e la frustrazione

Le lotte di oggi,
ti porteranno da qualche altra parte … domani.

Non lasciare che i leader più esperti raccolgano al posto tuo.
Smettila di parlare.
Smettila di sognare.
Fantasticare.
Entra nel concreto.
Fai qualcosa.
Non piagnucolare. Risolvi i problemi.

Non essere tu il collo di bottiglia

Perché non stai chiedendo feedback?
Non smettere di farti domande.
Persegui la chiarezza, fai più domande.

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Sai gestire le tue reazioni … e quelle degli altri?
Le attese, la frustrazione?
Quanto riesci a reggere l’insuccesso?

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi entrare (anche tu) nella statistica dei fallimenti da giovane leadership.

Che fregatura!
Cercavi risposte e invece sono io a farti domande,
e le risposte le devi dare tu.
Provaci ancora dai …

Ti senti un modello per il tuo team?
Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
Sei sempre motivante nel comportamento e nelle parole?
Hai una personalità dinamica che coinvolge chi ti sta intorno?
C’è qualcuno nella tua squadra che hai lasciato fuori, ignorato, deluso?

“Fare” coaching per giovani leader,
vuol dire diventare consapevole che la motivazione del tuo staff passa inevitabilmente (e inesorabilmente) da te.

Investi su te stesso: coaching per giovani leader

Che cosa stai aspettando?
Qual è il tuo prossimo passo?
Che cosa stai imparando?
Dimmi che cosa farai, in modo diverso, la prossima volta?
Hai capito cos’è il coaching per giovani leader?

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
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Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare
Siamo onesti.

Non hai tempo.

Scadenze imminenti.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.

Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il responsabile.

È normale avere tempi stretti.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo trovi sempre

Ho incontrato moltissimi responsabili, manager e team leader con la sensazione di avere costantemente il tempo contro.

Eppure, quando qualcosa non funziona, il tempo per intervenire spesso si trova.

Per criticare.
Correggere.
Richiamare.
Far notare un errore.

Ed è giusto farlo, quando serve.

Ma di fronte a una buona prestazione?

Metti la stessa attenzione nel riconoscere ciò che funziona che nel segnalare ciò che non funziona?

Un collaboratore fa bene il proprio lavoro.
Rispetta una scadenza difficile.
Gestisce bene un cliente.
Risolve un problema.

“Ok, grazie.”

Fine.

Perché?

Perché spesso consideriamo una buona prestazione semplicemente ciò che una persona è pagata per fare.

Consideriamo la buona performance come dovuta

“Fa parte del suo lavoro.”
“Sa già che lo apprezzo.”
“Se non dico niente significa che va tutto bene.”

Qualcuno teme persino che, riconoscendo troppo spesso un buon lavoro, il collaboratore possa “montarsi la testa”.

E così accade qualcosa di curioso.

Gli errori diventano visibili. Il buon lavoro diventa silenzioso.

Naturalmente non significa complimentarsi continuamente o trasformare ogni attività svolta correttamente in un evento da celebrare.

Significa non dare sistematicamente per scontato ciò che funziona.

Un riconoscimento sincero e specifico dice alla persona che il suo lavoro è stato visto.

E questo conta.

Non fermarti soltanto ai numeri e al budget

Un risultato non racconta sempre tutto ciò che è servito per ottenerlo.

Dietro possono esserci impegno, capacità di gestire una situazione difficile, collaborazione, iniziativa o un miglioramento che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare necessariamente il colloquio annuale per farlo.

Se un collaboratore ha fatto qualcosa particolarmente bene, diglielo.

Ma cerca di essere concreto.

Non soltanto:

“Bravo, ottimo lavoro.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Non era semplice e sei riuscito a trovare una soluzione senza creare ulteriore tensione.”

Il secondo feedback ha molto più valore perché fa capire alla persona che cosa hai realmente apprezzato.

Ne ho parlato anche nell’articolo 10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori.

Se trovi immediatamente il tempo per dire cosa non funziona, dovresti riuscire a trovarlo anche quando qualcosa funziona bene.

Non servono grandi discorsi.
A volte bastano trenta secondi.

L’importante è che il riconoscimento sia autentico, specifico e meritato.

Criticare e riconoscere fanno parte dello stesso ruolo

Essere un buon responsabile non significa essere sempre positivo.

Ci sono momenti in cui devi correggere un comportamento, affrontare un errore o dire chiaramente che una prestazione non è adeguata.

Riconoscere il buon lavoro non significa abbassare gli standard.

Significa utilizzare entrambe le possibilità che hai come leader: intervenire quando qualcosa non funziona e riconoscere quando qualcuno sta facendo bene.

Se invece il tuo feedback arriva quasi esclusivamente quando c’è un problema, il team impara presto una cosa:

quando il capo si avvicina, probabilmente c’è qualcosa che non va.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

P.S. – Una piccola contraddizione

Durante le sessioni di coaching mi capita di incontrare responsabili che considerano complimenti e riconoscimenti quasi superflui.

“Non ce n’è bisogno.”
“Il buon lavoro dovrebbe essere normale.”
“Non posso stare sempre lì a fare complimenti.”

Poi, parlando del loro rapporto con il proprio responsabile, emerge:

“Non mi dice mai niente.”
“Non so mai se è soddisfatto del mio lavoro.”
“Si fa vivo soltanto quando c’è un problema.”

È interessante.

A volte consideriamo superfluo dare agli altri proprio quel riconoscimento che, quando manca a noi, sentiamo immediatamente.

8 segnali che rivelano la tua insicurezza sul lavoro (e tutti se ne stanno accorgendo)

insicurezza al lavoro
Nel mio libro “Prima volta Leader” ho sottolineato come molti giovani leader ostentino sicurezza senza possederla davvero.

Parlano dei loro successi.
Delle loro conquiste.

Di quanto siano competenti,
intelligenti,
brillanti.

Non mostrano mai debolezze.
Non dicono mai: “Non lo so”.

E qualcuno, purtroppo …

scambia tutto questo per vera sicurezza di sé.

In realtà hanno costruito una maschera:
sicurezza e spavalderia recitate,
per nascondere l’insicurezza sul lavoro.

Il problema?
Questa maschera cade facilmente.

Basta una minima minaccia percepita e reagiscono con aggressività.

Fingere, nel tempo, peggiora solo le cose.

Ti costringe a compensare continuamente.
A spendere energie preziose per mantenere la facciata.

E, poco alla volta, l’insicurezza filtra.
Si vede.
Tutti se ne accorgono.

8 segnali evidenti di insicurezza sul lavoro:

1. Chiedi continue rassicurazioni

  • “Ha senso?”
  • “Che cosa ne pensi?”
  • “Faresti lo stesso?”
  • “Ti sembra OK?”

Se sei sicuro di te,
non hai bisogno dello specchio, specchio delle mie brame
per validare ogni tua scelta.

A meno che… tu non stia semplicemente testando la fiducia degli altri.
(ed è un altro discorso.)

2. Vuoi sempre avere ragione

Chi vuole sempre avere ragione mostra insicurezza, rigidità, paura del giudizio.

Il mondo diventa bianco o nero.
Giusto o sbagliato.

Così ti isoli.
Rifiuti prospettive diverse che potrebbero essere più efficaci.

In realtà stai spendendo più energia a dimostrare di avere ragione che a scegliere la soluzione migliore.

3. Ti metti sempre in posizione di svantaggio

Esiti.
Lasci il passo.
Parli poco.
Eviti il confronto con figure autorevoli.

Un po’ di deferenza è educazione.
Troppa deferenza è bassa autostima.

L’insicurezza può essere mascherata.
Ma si sente.

4. Sei suscettibile e reagisci in modo eccessivo

Ogni parola diventa un attacco.
Ogni gesto una mancanza di rispetto.

Analizzi tutto,
fuori contesto,
alla ricerca di significati nascosti.

È una personalità iper-reattiva.
Ossessionata dal giudizio.

Chi ha vera fiducia accetta feedback, errori e confronto senza bisogno di creare rumore.

5. Va sempre “tutto benissimo”

L’ottimismo è prezioso.
Soprattutto in tempi difficili.

Ma fingere che vada sempre tutto bene è come guardare un temporale e dire: “Che bella giornata”.

Negare la fatica non è forza.
È evitamento.

Essere autentici nei momenti duri porta più rispetto di un sorriso forzato.

6. Devi mostrare continuamente i tuoi successi

Parli spesso di:

  • risultati
  • status
  • conoscenze importanti
  • clienti
  • riconoscimenti

A qualcuno potrebbe piacere.
A molti no.

Vantarsi (anche in modo sottile) è spesso segno di vuoto o insoddisfazione.

Non è l’insicurezza a infastidire.
È il tentativo di coprirla.

Dimmi di cosa-ti-vanti e ti dirò cosa-ti-manca.

Le persone sicure non competono continuamente.
Non devono dimostrare nulla.

Agiscono.

7. Dai troppe spiegazioni per affermarti

Parli piano.
Esiti.
Ti giustifichi.

Riempire i “no” di spiegazioni infinite ti rende debole.

Una spiegazione breve è sufficiente.
Non devi convincere nessuno.

Altrimenti sembri insicuro.
Perdi autorevolezza.

8. Dici “NO”, poi torni indietro

Se cambi facilmente posizione,
comunichi che le tue decisioni sono negoziabili.

Insistere funziona.
E gli altri lo imparano in fretta.

Cambiare idea è sano.

Ma non quando nasce dal bisogno di approvazione.

L’insicurezza sul lavoro è la mancanza di fiducia nelle proprie capacità di ottenere risultati.

Succede spesso crescendo professionalmente:
più responsabilità,
più dubbi.

Essere leader significa sapere cosa-dire, quando-dirlo.

La vera sicurezza non fa rumore

Non si difende.
Non si vanta.

Si riconosce dalla calma, dalla chiarezza,
e dalla capacità di restare autentici
anche quando non si ha tutte le risposte.

Ti senti in difficoltà nel guidare il team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching mirato
“Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”