Riunione online: 8 spunti per essere efficaci e autorevoli

riunione online

Foto di Anna Shvets da Pexels

Le riunioni online sono ormai diventate parte della nostra quotidianità.

All’inizio sembravano una semplice alternativa agli incontri in presenza.

In realtà non lo sono mai state.

Una riunione online non è una riunione tradizionale trasferita su uno schermo.

È un ambiente completamente diverso.

Cambiano le distanze.
Cambiano i tempi.
Cambia il modo in cui gli altri percepiscono la tua presenza.

Ed è qui che molti professionisti perdono autorevolezza.

Non perché siano meno preparati.

Perché continuano a comunicare come se fossero seduti nella stessa stanza.

Come ho scritto nel capitolo dedicato alle riunioni del mio libro “Autorevolezza“, parlare in videoconferenza richiede competenze leggermente diverse.

La videocamera amplifica alcuni difetti e ne nasconde altri.

Può rendere piatta una persona brillante oppure dare forza a chi ha imparato a utilizzarla bene.

Ecco gli aspetti sui quali vale davvero la pena lavorare.

1. Preparati come faresti per un incontro importante

Molti entrano in una riunione online con l’idea che basti accendere il computer.

È il modo migliore per sembrare improvvisati.

Davanti alla videocamera dovrai trasmettere competenza e autorevolezza con molti meno strumenti rispetto a una riunione in presenza.

Non puoi stringere una mano.
Non puoi utilizzare pienamente il linguaggio del corpo.

La tua presenza passa quasi esclusivamente attraverso:

  • voce;
  • volto;
  • sguardo;
  • ritmo;
  • capacità di coinvolgere.

La preparazione fa la differenza.

2. Registrati: scoprirai cose che non immagini

Molti evitano di rivedersi.

Capisco il motivo.

La prima registrazione può essere quasi scioccante.

Quella voce monotona.
Quegli “ehm…” continui.
Lo sguardo perso sul monitor.

Eppure è uno degli strumenti più efficaci per migliorare.

Quando rivedi una registrazione chiediti:

  • parlo troppo velocemente?
  • la mia voce è coinvolgente?
  • gesticolo troppo o troppo poco?
  • guardo davvero la videocamera?
  • risulto naturale?
  • l’inquadratura è equilibrata?
  • ci sono problemi tecnici o rumori di fondo?

Pochi minuti di osservazione possono migliorare moltissimo la tua presenza.

3. Cura l’ambiente

Lo sfondo comunica.
La luce comunica.

Anche i piccoli dettagli comunicano.

Se hai una finestra alle spalle il tuo volto diventa scuro.
Se la luce arriva frontalmente il viso appare più naturale.

Prima di iniziare verifica:

  • illuminazione;
  • qualità dell’audio;
  • sfondo;
  • possibili interruzioni;
  • notifiche e telefono.

Sono dettagli.

Ma spesso fanno la differenza tra un professionista preparato e uno improvvisato.

4. Il corpo continua a parlare

Anche se gli altri vedono solo una parte di te.

Una postura chiusa comunica chiusura.
Una postura stabile comunica sicurezza.

Durante la videoriunione:

  • mantieni la schiena dritta;
  • rilassa le spalle;
  • lascia visibili le mani quando possibile;
  • annuisci mentre ascolti;
  • evita movimenti nervosi;
  • guarda la videocamera quando parli.

Non serve recitare.

Serve essere intenzionali.

Vuoi comunicare con presenza e sicurezza, lasciando davvero il segno in ogni riunione?

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

5. Vestiti come se fossi davvero in ufficio

Può sembrare banale.

Non lo è.

Il modo in cui ti presenti influenza anche il modo in cui ti senti.

Vestirti con la stessa cura che avresti in presenza ti aiuta a mantenere il giusto livello di attenzione e professionalità.

E gli altri continueranno a vederti come il professionista che sei.

6. Le riunioni brevi funzionano meglio

Dopo un certo tempo lo schermo stanca.

L’attenzione cala.
L’energia diminuisce.

Quando possibile cerca di mantenere gli incontri entro i 30-45 minuti.

Vai rapidamente al punto.

Meglio una riunione breve e produttiva che una lunga e dispersiva.

7. Porta più energia di quella che credi necessaria

La videocamera tende a “spegnere” parte della tua energia.

Se in presenza sembri coinvolto, in una riunione online potresti apparire semplicemente normale.

Per questo conviene aumentare leggermente intensità e presenza.

Ad esempio:

  • parla con una voce più piena;
  • articola bene le parole;
  • varia ritmo e intonazione;
  • sorridi quando è naturale;
  • usa le mani senza esagerare.

L’obiettivo non è diventare teatrale.

È evitare di sembrare spento.

Come ripeto spesso ai miei clienti, la videocamera è un critico severissimo.

Rende immediatamente visibile quando il tuo entusiasmo cala.

8. Non interrompere il flusso della conversazione

In una riunione online è più difficile capire quando qualcuno ha davvero terminato di parlare.

Per questo è utile attendere una frazione di secondo prima di intervenire.

Se sei tu a guidare l’incontro, stabilisci regole semplici fin dall’inizio.

Per esempio:

  • microfoni spenti quando non si interviene;
  • funzione “alza la mano”;
  • tempi chiari per domande e confronti.

Se durante la riunione devi cercare un documento o prendere appunti, dichiaralo.

In presenza gli altri vedrebbero cosa stai facendo.

Online no.

Quel breve chiarimento evita che qualcuno interpreti il tuo silenzio come disinteresse.

Una riunione online efficace non dipende soltanto dalla piattaforma o dalla connessione.

Dipende soprattutto dalla consapevolezza di chi la conduce.

Molti cercano di migliorare i contenuti.

Pochi migliorano il modo in cui quei contenuti arrivano agli altri.

Ed è proprio lì che si costruisce la tua autorevolezza.

Come gestire la strisciante sensazione di incertezza che ci scende lungo la schiena

gestire l'incertezza

Foto di Aleksandar Pasaric da Pexels

Stiamo diventando sempre meno tolleranti all’incertezza.

Vogliamo sapere.
Prevedere.
Controllare.
Ridurre il margine di rischio.

Il problema è che il lavoro, oggi, si muove spesso nella direzione opposta.

Cambiamenti continui.
Decisioni da prendere con informazioni incomplete.
Progetti che cambiano mentre li stai ancora costruendo.

L’incertezza può tenerti sveglio la notte, portarti a immaginare tutto ciò che potrebbe andare storto, spingerti a controllare continuamente notizie, messaggi, dati, risposte.

Oppure può diventare un “allenamento”.

Un modo per imparare a restare lucido anche quando non hai tutte le garanzie che vorresti.

La domanda non è come eliminare l’incertezza.

La domanda è come imparare a starci dentro senza perdere equilibrio.

1. Accetta che la certezza non esiste

Niente è davvero certo.

Anche quando pensi di esserti costruito un piccolo rifugio di prevedibilità, basta poco perché qualcosa cambi.

Prima lo accetti, più facilmente riesci ad affrontare la vita e il lavoro con maggiore lucidità.

Non significa diventare passivo.

Significa smettere di chiedere alla realtà qualcosa che la realtà non può garantire.

2. Sostituisci le aspettative con i piani

Le aspettative cercano di controllare il risultato.
I piani ti aiutano a orientare l’azione.

La differenza è enorme.

Quando costruisci aspettative troppo rigide, ti prepari spesso alla delusione. Puoi indirizzare il tuo domani, ma difficilmente potrai controllarlo nei dettagli.

Tutto ciò di cui hai veramente bisogno è:

  • un piano;
  • una direzione;
  • molta flessibilità.

3. Allenati gradualmente all’incertezza

Quando siamo preoccupati, cerchiamo subito risposte.

Controlliamo il telefono.
Cerchiamo informazioni.
Chiediamo conferme.
Proviamo a chiudere ogni dubbio.

Questo dà sollievo nel breve periodo, ma riduce la nostra capacità di tollerare l’incertezza.

È come un muscolo.

Se non lo “alleni”, si indebolisce.

Ogni tanto prova a restare qualche minuto nel dubbio senza correre subito a cercare una risposta.

Non è piacevole.
Ma è utile
.

4. Concentrati su ciò che puoi controllare

Non puoi controllare il futuro.
Non puoi controllare le reazioni degli altri.
Non puoi controllare ogni imprevisto.

Gestire l’incertezza? Puoi però controllare il modo in cui analizzi, scegli, rispondi e ti muovi.

Spesso trascuriamo le piccole cose che possiamo fare perché siamo ossessionati dalle grandi cose su cui non abbiamo alcun controllo.

Muoviti sulla base di ciò che sai.

Potresti sbagliare.

Ma è quasi sempre meglio che restare fermo.

5. Inserisci l’imprevisto in agenda

L’inaspettato accade.

Sempre.

E non sempre è negativo.

A volte le svolte migliori arrivano proprio da una deviazione che non volevi prendere.

Organizza la giornata, pianifica con metodo, ma non in modo maniacale. Lascia spazio a ciò che potrebbe cambiare.

Accettare l’imprevisto non significa essere superficiali.

Significa essere più preparati alla realtà.

6. Riduci il livello di stress

Per gestire l’incertezza serve energia.

E l’energia va protetta.

Una vita sociale significativa, il movimento fisico, il sonno, una buona alimentazione e qualche spazio di recupero non sono dettagli secondari.

Sono risorse.

Quando sei svuotato, ogni incertezza sembra più grande.

Quando sei più stabile, anche ciò che non controlli diventa più gestibile.

7. Non soffermarti solo sui problemi

“E se poi va male?”

È una domanda che può accendere ansia per ore.

La tua attenzione determina il tuo stato emotivo.

Più tempo passi a immaginare scenari negativi, meno energia hai per agire.

Non devi negare i problemi.

Devi evitare che occupino tutto lo spazio.

Chiediti:

  • Cosa posso fare adesso?
  • Qual è il prossimo passo utile?
  • Quale azione può ridurre anche solo un po’ la confusione?

8. Ascolta anche il tuo intuito

Non prenderai sempre la decisione giusta.

Nessuno lo fa.

Gestire l’incertezza significa anche accettare che alcune scelte saranno imperfette.

L’intuizione non sostituisce l’analisi, ma può completarla.

Funziona meglio quando non la forzi.

Quando ti concedi il tempo di ascoltare ciò che senti, non solo ciò che pensi.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

È il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

9. Poniti domande più utili

La domanda giusta non è:

  • “Come elimino l’incertezza?”

Molto meglio chiedersi:

  • “Come posso muovermi meglio dentro questa incertezza?”

Puoi domandarti:

  • Cosa mi manca?
  • Quali opzioni ho?
  • Cosa voglio veramente?
  • Chi potrebbe aiutarmi?
  • Cosa posso provare a breve termine senza creare danni?

Sul lavoro puoi chiedere al team:

  • quali risorse abbiamo;
  • quali priorità vanno chiarite;
  • quale procedura possiamo semplificare;
  • quale decisione possiamo prendere adesso;

10. Aspettati chiarezza mentre avanzi, non prima

Convivere con l’incertezza è come guardare dentro una stanza buia.

La luce si accende solo dopo essere entrati.
La strada emerge mentre avanzi, non prima.

È come camminare di notte in un vialetto illuminato da faretti che si accendono automaticamente al tuo passaggio. Non vedi tutto il percorso.

Vedi solo i prossimi metri.

E spesso bastano.

L’azione chiarisce la complessità.

Il futuro è incerto.

I comportamenti che scegli oggi, però, non dovrebbero esserlo.

Prendi decisioni che riflettano i tuoi valori.

Chiediti:

  • Cosa è importante?
  • Chi scelgo di essere?
  • Qual è il passo più coerente con la persona che voglio diventare?

La capacità di gestire l’incertezza è una delle competenze più importanti da coltivare nel lavoro e nella vita.

Le cose potrebbero non andare come speri.

Ma potrai comunque essere orgoglioso di come hai scelto di affrontarle.

Esito colloquio di lavoro: come gestire l’ansia dell’attesa

esito colloquio di lavoro

Foto di cottonbro da Pexels

L’intervista di lavoro è finita.
Non è la prima.

Sai che siete rimasti in tre.
Ormai siamo al rush finale.
Alla decisione finale.

Il colloquio si è concluso con il prevedibile:
“Le faremo sapere.”

Tempi d’attesa?
1 settimana…
Uhm.
7 giorni.
168 ore d’attesa.

Uno stillicidio.

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”

Giorgio Faletti

A quel punto inizia
(l’ossessiva) ricerca di indizi
per scoprire “come andrà a finire”.

Questo screening è spesso accompagnato
da tensione e ruminazione.

E non ti dico poi se,
oltre a questa risposta,
ne attendi anche un’altra precedente.

Che fare?
Cosa scegliere?

Se stai pensando di aver parlato troppo,
o di non aver parlato abbastanza,
o che alla domanda “dove ti vedi tra 5 anni” hai balbettato…

Ricorda: non vale la pena stressarti.

Non puoi tornare indietro nel tempo per cambiare.
Quindi perché preoccuparsi?

Macché.

Aspettare con trepidazione la telefonata,
controllare “se c’è linea”,
è estremamente logorante.

Finisci per perdere concentrazione
e sprecare tempo prezioso
che potresti investire in altre opportunità di lavoro.

Indirizza la tua energia nell’e-mail di follow-up.
E reinvesti quel vigore nella tua ricerca.

Continua la ricerca di lavoro

Perché?
Non è meglio aspettare che rispondano prima?

No.

Non dimenticare l’obiettivo finale:
trovare un lavoro.

Mandi una candidatura.
Aspetti la risposta.
Ti chiamano per il colloquio.
Pensi che sia andata bene.
Aspetti ancora.

Poi scopri che la scelta è andata su un altro candidato.
Peccato.

Peccato sì, perché
da quando hai mandato la prima mail
alla risposta
sono passati quasi due mesi.

E tu, nel frattempo?
Hai solo aspettato.

Non aspettare che finisca l’intero iter
di una sola selezione.

Apri più canali.
Più alternative.
Più sbocchi.

Porta avanti più selezioni alla volta

Non fermarti.
Rilancia.

Non aspettare.
Non sperare.

Continuare la ricerca di lavoro
ti aiuta a distogliere la mente dall’esito del colloquio
e a usare meglio il tuo tempo.

Resta concentrato.
Produttivo.

E, sì:
il tempo passerà anche più velocemente.

Il tempo non scorre allo stesso modo per tutti

Quando aspetti una risposta importante,
il tempo si dilata.
Sembra rallentare.

“Le faremo sapere tra una settimana”,
per te che aspetti
diventa un logorio continuo.

Per l’altra parte, invece,
è solo una decisione da comunicare…
tra una settimana.

Non credere che HR,
il datore di lavoro
o il manager che deve firmare il contratto
stia pensando:

“Meglio sbrigarsi, il candidato è in fervida attesa.”

Né che facciano apposta
a tenere i candidati sui carboni ardenti.

Le priorità sono diverse.

E spesso cambiano all’improvviso.

Ricordarlo aiuta a fare un respiro profondo
e a concedere il tempo necessario.

Non saltare alle conclusioni

Se cerchi di decifrare messaggi nascosti
durante il colloquio,
rischi solo di farti del male.

Dire che ci sono altri candidati
non significa che non siano stati colpiti da te.

Nella maggior parte dei casi,
le osservazioni fatte durante l’intervista
servono solo a tenerti informato.

Non leggere tra le righe.
Non costruire storie.

Evita conclusioni affrettate.

Ti risparmierai delusioni inutili
e manterrai aperte più opzioni possibili.

Esito colloquio di lavoro? Non vedere solo i lati negativi

Valutare il colloquio è utile.
Farlo diventare un’ossessione, no.

Se ti fissi solo su ciò che forse hai sbagliato,
minerai la fiducia per i colloqui futuri.

E sprecherai un’occasione di crescita.

Impara dai tuoi errori.
Sii costruttivo nella tua autocritica.

Non analizzare troppo.
Probabilmente non è andata così male
come pensi.

E se la risposta ritarda…

Quando passa “troppo tempo”,
la mente inizia a correre.

Fantastica.
Divaga.
Vaneggia.

E presume il peggio.

Più o meno così:

Non mi rispondono →
c’è un problema →
il problema sono io →
non sono piaciuto →
non prenderò il lavoro →
la mia carriera è finita.

Sic. Sic. Che sfigato.

Esagerazioni?

Eppure, molti professionisti e manager
si lasciano risucchiare da questo vortice
— complice l’ansia —
fino a consumarsi
nel fisico e nella testa.

L’attesa fa galoppare la fantasia.
E vedere fantasmi ovunque.

Chiediti:

  • Riesci davvero a sentire queste emozioni negative?
  • Stai giudicando le intenzioni degli altri attraverso il filtro dell’ansia?
  • Non stai forse esagerando?

Quando aspetti l’esito di un colloquio
è fondamentale fare un passo indietro,
fare un bel respiro profondo

Rimettere ordine nei pensieri.

A volte nemmeno il datore di lavoro ha tutte le idee chiare

Se non ti hanno spiegato i prossimi passi
non significa che l’esito sia negativo.

Spesso l’intervistatore
non conosce davvero gli step successivi.

Le aziende sono concentrate su costi,
scenari di mercato,
decisioni ancora in evoluzione.

Non far galoppare la fantasia

È spesso forviante e ansiogena.

Per quanto riguarda l’esito di un colloquio di lavoro,
ricorda:
la calma è (davvero) il potere dei forti.

Un buon curriculum ti apre la porta.

Ma è il colloquio
— e come lo gestisci prima e dopo —
a farti ottenere il lavoro.

Mi auguro che questi suggerimenti
per gestire l’ansia da esito del colloquio
ti siano stati utili.

L’attesa non è passività.
È disciplina.

Sarebbe tutto più facile se smettessi di credere in un percorso di carriera lineare

come fare carriera oggi
Siamo tutti, chi più chi meno, condizionati dal mito della carriera lineare.

Immaginiamo un percorso che comincia dal basso e, grazie al duro lavoro, procede verso una destinazione prestigiosa: una posizione dirigenziale, la responsabilità di un team, la promozione a capo di un dipartimento.

Insomma, arrivare da qualche parte.

Raggiungere il massimo del proprio potenziale e ottenere finalmente il riconoscimento meritato dopo anni di impegno.

È una rappresentazione rassicurante.

Se lavori bene, cresci.
Se ti impegni, vieni premiato.
Se segui la strada giusta, prima o poi arrivi.

Per molto tempo questa idea ha avuto una certa corrispondenza con la realtà.

Non per tutti.
Non sempre.

Ma abbastanza da diventare un modello collettivo.

Oggi la carriera lineare corrisponde molto meno alla realtà

Il mercato del lavoro è diventato più complesso e imprevedibile.

Le aziende cambiano direzione.
I ruoli scompaiono.
Le competenze invecchiano.
Settori considerati solidi entrano in crisi.

Chi si trova in alto può essere scaraventato in basso. Chi pensava di essere finalmente arrivato può scoprire che la destinazione non esiste più.

È un continuo salire e scendere

Deviazioni.
Ripartenze.
Tempi di attesa.
Passaggi che sembrano non portare da nessuna parte.

La parte più difficile non è sempre ciò che accade.

È il significato che attribuiamo a ciò che accade.

Se credi che una carriera debba procedere sempre verso l’alto, ogni rallentamento sembrerà un fallimento.

Un cambio di settore diventerà una sconfitta.
Una posizione meno prestigiosa, una retrocessione.
La perdita del lavoro, una vergogna.

Forse il problema non è la tua carriera.

È la forma che pensavi dovesse avere.

E se non esistesse più una formula standard?

Forse non ci aspetta una strada dritta e prevedibile.

Forse promozioni, denaro e titoli non sono gli unici indicatori di successo.

Forse non è possibile arrivare alla destinazione senza deviazioni, pause o percorsi alternativi.

Essere troppo legati a un tragitto preciso può trasformarsi in una trappola.

Ti costringe a far funzionare qualcosa che non funziona più.
Ti rende cieco davanti ad altre opportunità.

Ti porta a difendere il piano, anche quando il piano non ti rappresenta più.

Quando invece smetti di pensare alla carriera come a una linea retta, il panorama cambia.

Puoi imparare qualcosa che ti interessa, anche se oggi non ne vedi ancora l’utilità.

Puoi accettare un passaggio laterale senza viverlo come un arretramento.

Puoi lasciare un settore, ripartire, rallentare oppure cambiare direzione senza concludere che hai sprecato tutto.

Come fare carriera oggi? Forse iniziando a ridefinire che cosa significa

Fare carriera non vuol dire necessariamente salire.

Può voler dire:

  • acquisire maggiore autonomia;
  • lavorare in un ambiente più sano;
  • usare meglio le proprie competenze;
  • imparare qualcosa di nuovo;
  • guadagnare meno, ma vivere meglio;
  • lasciare un ruolo prestigioso che non ti rappresenta più;
  • costruire un percorso più coerente con la persona che sei diventato.

Questo non significa rinunciare all’ambizione.

Significa smettere di misurarla soltanto in verticale.

Una carriera non lineare amplia i possibili passi successivi. Ti obbliga a chiederti non solo dove vuoi arrivare, ma anche che cosa vuoi continuare a portare con te.

Competenze.
Esperienze.
Interessi.
Valori.

Sono questi gli elementi che danno continuità a un percorso, anche quando il titolo professionale cambia.

Per quel che mi riguarda, ho avuto grandi sogni e grandi obiettivi.

C’è stato un periodo della mia vita in cui tutto sembrava possibile.

Poi una porta si è chiusa.

Poi un’altra.

A volte ho vinto senza particolari meriti.
Altre volte ho perso senza avere grandi colpe.

Ci sono state anche randellate tra capo e collo che mi hanno lasciato frastornato. Pensavo di avere le risorse per rialzarmi velocemente, di conoscere già tutte le risposte.

Invece mi sono ritrovato al punto di partenza.

O almeno così mi sembrava.

Con il tempo ho capito che il punto di partenza non era più lo stesso.

Io non ero più lo stesso.

Avevo nuove competenze.
Nuove ferite.
Una visione più realistica di me stesso e del lavoro.

Quello che sembrava un ritorno indietro era, in realtà, un punto diverso del percorso.

La carriera lineare non è più una formula standard

Quando qualcosa si interrompe, la prima domanda è quasi sempre:

  • “Che cosa faccio adesso?”

È comprensibile.

Ma forse arriva troppo presto.

Prima potresti chiederti:

  • Che cosa è cambiato davvero?
  • Che cosa non funziona più?
  • Quale parte del vecchio percorso voglio conservare?
  • Quali competenze posso usare in modo diverso?
  • Che cosa significa oggi, per me, avere successo?

Non serve trovare subito una nuova destinazione.

Serve leggere con maggiore lucidità il punto in cui ti trovi.

Solo dopo puoi decidere la prossima mossa.

Non giudicarti soltanto per i risultati raggiunti

Viviamo in una società che misura molto.

Ruolo.
Retribuzione.
Titolo.
Velocità della crescita.

Così rischiamo di attribuire valore soltanto a ciò che è visibile.

Ma una carriera è fatta anche di capacità sviluppate, relazioni costruite, errori attraversati, responsabilità assunte e decisioni difficili.

Non tutto ciò che conta può essere inserito nel curriculum.

Avere obiettivi resta importante.

Diventa pericoloso quando trasformi ogni deviazione in una prova della tua inadeguatezza.

Flessibilità non significa vivere senza direzione.

Significa saperla rivedere quando la realtà cambia.

La domanda non è soltanto dove stai andando

È anche come stai attraversando il percorso.

  • Come affronti gli ostacoli?
  • Sai reggere le attese e le frustrazioni?
  • Sei disposto a ridiscutere convinzioni che un tempo ti sembravano indiscutibili?
  • Riesci a distinguere una pausa da una resa?
  • Una deviazione da un fallimento?

Una carriera non lineare non è necessariamente una carriera confusa.

Può essere una carriera più vera.

Meno elegante da raccontare.

Ma più coerente con la complessità della vita.

Se stai attraversando un cambiamento professionale, il coaching per la carriera può aiutarti a:

  • preparare un piano d’azione concreto per cambiare ruolo, azienda o settore;
  • rendere più strategico il tuo approccio alla ricerca di lavoro;
  • rileggere competenze ed esperienze senza restare prigioniero del percorso immaginato anni fa;
  • ritrovare una direzione senza pretendere di conoscere già tutta la strada.

Interpretare il movimento degli occhi durante una conversazione

movimento degli occhi

Foto di Anna Shvets da Pexels

“Gli occhi non mentono mai”
“Basta uno sguardo per capire”
“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”

Nel lavoro — riunioni, colloqui, negoziazioni —
il movimento degli occhi ha un significato profondo.

Uno sguardo può essere denso di informazioni.

E spesso ci fidiamo più della vista che di qualsiasi altra parola.

Siamo convinti che il linguaggio verbale possa ingannare.
Gli occhi, invece, no.

Ma è davvero così?

E soprattutto: come leggere il movimento degli occhi
in un contesto professionale?

Questo post non ha la pretesa di essere esaustivo
su un tema complesso come la comunicazione non verbale.

L’obiettivo è offrire spunti pratici
per interpretare il movimento degli occhi
nelle interazioni lavorative.

Contatto diretto

Uno sguardo diretto, rilassato e stabile durante l’ascolto comunica:
attenzione, onestà, presenza.

È generalmente un segnale positivo.
Indica interesse verso ciò che stai dicendo.

Al contrario, evitare sistematicamente il contatto visivo
può indicare vergogna, senso di colpa o disagio.

Guardare in alto

Spesso guardiamo in alto quando stiamo elaborando informazioni,
collegando il discorso a un’esperienza o a un’emozione.

In alcuni contesti può anche segnalare frustrazione
o una forma di rassegnazione.

Fissare negli occhi

Uno sguardo fisso e prolungato, senza pause,
può essere percepito come una sfida o un tentativo di intimidazione.

Se invece non è accompagnato da tensione,
può indicare interesse autentico e considerazione.

Il contesto fa la differenza.

Socchiudere gli occhi

Socchiudere gli occhi equivale a creare una barriera.

Se accompagnato da un’espressione dura,
è un segnale di ostilità mascherata.

Un avvertimento silenzioso.

Guardare in basso

Nel contesto professionale è un segnale generalmente negativo.

Può indicare:
colpa, imbarazzo, paura,
o il tentativo di sottrarsi alla situazione.

Guardare di lato

Guardare di lato è spesso collegato al recupero di un pensiero
o alla valutazione di ciò che l’altro sta dicendo.

Distogliendo brevemente lo sguardo,
si raccolgono informazioni e si chiariscono le idee.

Se però lo sguardo scivola di lato ripetutamente,
può indicare ansia, impazienza o desiderio di intervenire.

Distogliere lo sguardo

Uno sguardo sfuggente può indicare evasività
o il tentativo di nascondere qualcosa.

L’assenza totale di contatto visivo può essere letta come:
disprezzo, insicurezza o scarsa fiducia in sé.

In situazioni di forte tensione,
distogliere lo sguardo può anche avere una funzione distensiva.

Occhi che vagano

Uno sguardo che vaga comunica insicurezza e smarrimento.

È tipico di chi:
non ha compreso del tutto un concetto,
è sotto pressione,
fatica a mantenere un dialogo lucido e strutturato.

Guardare lontano

Chi guarda oltre, verso l’orizzonte,
sta prendendo distanza dalla situazione.

È un tentativo di non farsi “imbrigliare” dal discorso
o di uscire mentalmente dall’interazione

Sfregarsi gli occhi o un occhio

Può indicare:
stupore, incredulità, turbamento,
ma anche noia o rifiuto di vedere qualcosa di sgradito.

Se avviene subito dopo aver parlato,
può segnalare una menzogna.

Sbattere le ciglia

Indica agitazione o eccitazione.

Chi sbatte spesso le palpebre
sta cercando di “vederci chiaro”.

Movimenti rapidi degli occhi,
accompagnati da attenzione,
sono tipici di persone sveglie, reattive, “smart”.

Sgranare gli occhi

Occhi spalancati indicano:
interesse, sorpresa, coinvolgimento.

È uno dei segnali più chiari di attenzione positiva.

Nel lavoro non serve “indovinare” le persone.
Serve osservarle meglio.

E spesso, la risposta
è già scritta negli occhi.

Dare un feedback: 7 volte quando è meglio tacere e sorvolare

dare un feedback
Dare feedback è una delle responsabilità più importanti di chi guida un team.

Eppure molti manager sono convinti che il problema sia trovare le parole giuste.

Non sempre è così.

Molto più spesso il problema è scegliere il momento sbagliato.

Perché un feedback corretto, dato nel momento sbagliato, può ottenere l’effetto opposto: chiudere il dialogo, creare difese, incrinare la fiducia.

Il punto non è parlare ogni volta che noti qualcosa.

Il punto è capire quando parlare… e quando aspettare.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza“, il valore di un feedback non dipende soltanto dal contenuto. Dipende dal contesto, dal momento e dallo stato emotivo delle persone coinvolte.

A volte la leadership si vede proprio nella capacità di rimandare una conversazione.

Non per evitarla.
Per renderla davvero utile.

Ecco alcune situazioni in cui aspettare può essere una scelta più autorevole che intervenire subito.

1. Quando stai ancora reagendo con la pancia

È appena successo qualcosa.

Sei irritato.
Deluso.
Arrabbiato.

In quei momenti hai l’impressione di essere molto lucido.

Spesso non lo sei.

L’emozione restringe il campo visivo. Ti fa vedere soprattutto l’errore, molto meno la persona.

Un feedback dato per scaricare la tensione raramente migliora il comportamento di chi lo riceve.

Prima recupera calma e prospettiva.

Poi affronta la conversazione.

2. Quando non sei realmente preparato

Entrare in ufficio e dire:

  • “Facciamo due parole.”

non significa essere pronti.

Chiediti prima:

  • Qual è il vero problema?
  • Che cosa voglio ottenere?
  • Quale cambiamento mi aspetto?

Se non hai ancora una risposta chiara, probabilmente non è il momento di iniziare quella conversazione.

Meglio rimandarla di qualche ora.

Non evitarla.

3. Quando hai solo una critica da fare

Dire che qualcosa non funziona è facile.

Molto più difficile è aiutare la persona a capire come migliorare.

Se il tuo feedback si limita a sottolineare ciò che non va, rischia di diventare un semplice giudizio.

Un feedback autorevole contiene sempre una direzione.

Non solo una valutazione.

4. Quando ci sono altre persone presenti

L’elogio può essere pubblico.

La correzione, quasi sempre, dovrebbe essere privata.

Davanti ai colleghi, il collaboratore difficilmente ascolterà davvero.

Più probabilmente penserà a difendersi.

Oppure a salvare la faccia.

Nel faccia a faccia, invece, aumentano le possibilità che ascolti, faccia domande e rifletta davvero.

5. Quando la persona sta attraversando un periodo difficile

Prestazioni in calo.
Errori insoliti.
Scarsa concentrazione.

La tentazione è attribuire tutto a poca motivazione.

Ma non sempre è così.

Dietro un cambiamento improvviso possono esserci:

  • un problema familiare;
  • una malattia;
  • uno stress importante;
  • un sovraccarico di lavoro.

Prima di correggere il comportamento, cerca di capire la situazione.

In alcuni momenti le persone hanno bisogno prima di essere comprese.

Solo dopo corrette.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione

6. Quando il risultato non è arrivato, ma l’impegno sì

Ci sono collaboratori che falliscono perché si impegnano poco.

Altri falliscono nonostante abbiano dato tutto.

Le due situazioni non meritano lo stesso feedback.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a chi ha già dato il massimo rischia solo di spegnere la motivazione.

Prima riconosci l’impegno.

L’analisi degli errori potrà arrivare dopo, quando le emozioni si saranno raffreddate.

7. Quando si tratta di un errore occasionale

Non ogni errore richiede una conversazione formale.

Se una persona affidabile commette uno sbaglio isolato, chiediti:

  • È davvero necessario trasformarlo in un feedback?
  • Oppure basta correggere l’errore e andare avanti?

Ogni osservazione lascia una traccia.

Se intervieni continuamente anche per dettagli marginali, il rischio è che le persone smettano di distinguere ciò che è davvero importante.

Il silenzio, a volte, è una scelta di leadership

Tacere non significa evitare.

Significa scegliere il momento migliore.

Un leader autorevole non sente il bisogno di commentare ogni errore, ogni comportamento, ogni situazione.

Sa distinguere ciò che richiede un intervento immediato da ciò che produrrà risultati migliori qualche ora, o qualche giorno, più tardi.

Perché dare un feedback non serve a dimostrare che hai ragione.

Serve ad aiutare l’altra persona a lavorare meglio.

Ed è questa la differenza tra correggere qualcuno… e farlo crescere.

Riunioni con il capo, direzione, CEO: un estratto dal mio libro “Autorevolezza”

libro michele ferrarelli

  • Vorresti essere più carismatico e meno impacciato?
  • Emanare più rigore e autorevolezza?
  • Hai bisogno di raccogliere più credito e considerazione con i capi, il board, il CEO?
  • I feedback e le riunioni ti agitano il sonno?
  • Mostri buone maniere e toni pacati ma anche nessun contraddittorio?
  • Ti senti continuamente sotto esame?

L’autorevolezza non è solo una questione pratica

È quella particolare abilità che motiva e coinvolge gli altri a “fare alcune cose” perché lo vogliono e non perché si sentono obbligate.

Autorevolezza come riconoscimento della tua influenza e del ruolo di guida, di leader; chiedere piuttosto che ordinare, senza dover dire “Si fa così e basta!”.

Trasporre il tuo pensiero in parola con la massima chiarezza ed equilibrio, con una comunicazione chiara e diretta, sia quando ti rapporti faccia a faccia con una singola persona sia quando si tratta di parlare davanti a un “pubblico” (anche se di poche persone: i capi, il team, i clienti, i colleghi ecc.).
 


 

Un estratto del capitolo 5 del mio libro (riunioni con il capo, direzione, CEO – e uscirne bene):

“Capita a molti di vivere con forte disagio la presenza di una o più figure autorevoli (e spesso anche autoritarie) che vengono considerate “superiori”.

Questa soggezione ci toglie spontaneità, ci limita nell’esprimere le nostre idee e capacità.

Ci boicotta proprio quando dovremmo rendere al meglio. Infatti, nell’occasione di presenziare e conoscere la “gente che conta” della sua azienda,
Agnese si sta sempre più focalizzando sugli aspetti negativi e ansiogeni (l’AD è descritto come uno sempre serio, che parla poco e guarda dritto negli occhi) perdendo di vista opportunità e vantaggi di una chance (imperdibile) che le si sta presentando. Ha paura di sbagliare completamente la prima impressione.

E fa bene… come ci ricorda Oscar Wilde:

“Non c’è una seconda occasione
per fare una buona prima impressione.”

Siamo esseri umani sociali, influenziamo e siamo influenzati. Quando interagiamo, reagiamo anche al successo, allo status o al potere dell’altra persona.

Infatti, molti dipendenti sono intimiditi dai loro manager, gli studenti dai loro professori.

Qualcuno si sente a disagio nei confronti di buttafuori, poliziotti e soldati in divisa oppure professionisti come medici e avvocati, autorità politiche e religiose ma anche al superiore, il datore di lavoro, tutte le persone molto sicure di sé che si esprimono con toni decisi.

Anche quando siamo confrontati a individui ritenuti intelligenti e competenti o VIP possiamo sentirci timorosi e impacciati. Siamo preoccupati di fare/dire qualcosa di stupido. Non essere all’altezza.

Per di più ci sono persone insicure e arroganti che usano deliberatamente la loro personalità, posizione, fisicità o potere per intimidire e approfittare degli altri. Fanno i prepotenti per sostenere il loro (fragile) ego. Ne abbiamo già parlato in merito all’essere autoritari, nel Capitolo 1.

In primo luogo, Agnese deve comprendere che non sta scegliendo questo comportamento in modo consapevole.

Le sue esperienze passate (prima di ogni cosa l’imprinting familiare) la stanno facendo reagire con timore.
Il primo passo è riconoscere consapevolmente quanto sta accadendo.

È perfettamente normale provare una fitta d’ansia all’idea di interagire con persone importanti.
Immagino anche che la prima volta potrai sentirti un po’ intimorito ma dopo venti volte, gran parte della paura sarà svanita.

Il timore che senti non ha nulla a che fare con gli altri: riguarda te.

Continuando a osservare e dare importanza agli altri, la tua vita perde consistenza e i tuoi gesti assumono meno forza e meno valore.

Non sono gli altri a pensare che tu non sia abbastanza bravo, la verità è che sei tu a credere di non essere abbastanza “capace”.

La maggioranza delle persone sperimenta qualche insicurezza quando affronta nuove sfide. Agnese non è in grado di interiorizzare e accettare il suo successo, accusando un vero e proprio sentimento di paura e di inadeguatezza. Ha difficoltà a credere di esserne degna, attribuendo il successo alla fortuna piuttosto che alla sua capacità.

Teme che, prima o poi, il capo e i colleghi smascherino la sua incapacità, il suo inganno (ecco perché questa particolare condizione psicologica è denominata “sindrome dell’impostore”).”

Il libro Michele Ferrarelli è in versione cartacea e digitale

Una buona parte di ciò che leggerai sono riflessioni e considerazioni sulla base delle esperienze dei percorsi di coaching che ho vissuto con i miei clienti.

Il libro contiene strumenti, strategie pratiche e concrete che ti permetteranno di “costruire” la tua reputazione, evitare di “nasconderti” dietro atteggiamenti arroganti e posture autoritarie, potenziare i tuoi talenti, il tuo carisma, le tue abilità comunicative per creare forti relazioni con le persone che ti circondano.

Diventa il punto di riferimento carismatico del tuo team.
Buona lettura!
 

Colloqui individuali: 6 errori assolutamente da evitare

colloqui individuali

Foto di cottonbro da Pexels

I colloqui individuali con i collaboratori: il problema non è farli, ma come li usi.

Hai fissato il colloquio individuale con un tuo collaboratore.

Entrate nella sala riunioni.

Dieci, quindici, venti minuti.

Parlate degli aggiornamenti sui progetti, delle scadenze, di qualche problema operativo. Poi vi salutate.

Tutto corretto.
Tutto professionale.

Eppure, uscendo dalla stanza, hai la sensazione che non sia cambiato nulla.

Nessuna nuova idea.
Nessuna decisione importante.

Solo informazioni che, probabilmente, vi sareste potuti scambiare anche via e-mail.

Succede molto più spesso di quanto immagini.

Il problema non è organizzare i colloqui individuali.

È trasformarli in un semplice aggiornamento operativo.

Un colloquio individuale non serve ad aggiornarti

Molti manager usano l’incontro uno a uno per controllare l’andamento del lavoro.

È comprensibile.

Ma è anche il modo più veloce per impoverire quello spazio.

Report, numeri, scadenze e attività possono essere condivisi in molti modi.

Ci sono invece conversazioni che hanno bisogno della presenza.

Quelle che riguardano:

  • motivazione;
  • difficoltà;
  • dubbi;
  • crescita professionale;
  • rapporto con il team;
  • aspirazioni future.

Sono queste le conversazioni che fanno la differenza.

Le domande contano più delle risposte

Molti responsabili arrivano ai colloqui individuali con un elenco di cose da dire.

Pochi arrivano con un elenco di domande.

Eppure è proprio lì che cambia la qualità dell’incontro.

Domande come:

  • C’è qualcosa che oggi ti sta rallentando?
  • Su cosa vorresti ricevere più supporto?
  • Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ti dà più energia?
  • C’è qualcosa che non mi stai dicendo?

spostano la conversazione su un piano completamente diverso.

Non servono a raccogliere informazioni.

Servono a capire la persona.

La qualità del colloquio dipende dalla tua presenza

Il collaboratore se ne accorge immediatamente.

Guardi continuamente il telefono.
Controlli le notifiche.
Rispondi a una mail.

Ogni distrazione comunica la stessa cosa.

“In questo momento c’è qualcosa di più importante di te.”

Essere presenti non significa semplicemente ascoltare.

Significa fare capire all’altra persona che, per quei trenta minuti, non esiste altro.

È molto più difficile di quanto sembri.

Ed è anche molto più raro.

Non trasformare i colloqui individuali in un interrogatorio

Esiste un errore meno evidente.

Quello di usare il colloquio individuale per raccogliere informazioni sul resto del team.

  • “Come va con Marco?”
  • “Hai notato qualcosa?”
  • “Secondo te che cosa sta succedendo?”

A volte è utile comprendere le dinamiche del gruppo.

Ma se il collaboratore percepisce che quell’incontro serve soprattutto a ottenere “soffiate”, la fiducia si rompe.

Il colloquio individuale dovrebbe essere uno spazio sicuro.

Non uno strumento di controllo.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice:
basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Ascolta anche quello che non viene detto

Alcuni collaboratori ti diranno chiaramente che qualcosa non va.

Altri no.

Diranno:

“Va tutto bene.”

Ma eviteranno il contatto visivo.
Parleranno con meno energia.
Esiteranno.
Cambieranno improvvisamente argomento.

La leadership non consiste soltanto nell’ascoltare le parole.

Consiste nell’accorgersi quando parole, tono e comportamento raccontano storie diverse.

È lì che nasce la conversazione più importante.

Chiedi un feedback anche sui tuoi colloqui

C’è una domanda che quasi nessun manager fa.

Ed è un peccato.

  • “Come vivi i nostri incontri uno a uno?”

Oppure:

“C’è qualcosa che potremmo fare per renderli più utili?”

Le risposte possono sorprendere.

Qualcuno li aspetta con piacere.
Qualcun altro li vive con ansia.

Qualcuno vorrebbe parlare di più del proprio sviluppo.
Qualcun altro preferirebbe incontri più brevi ma più frequenti.

Se non lo chiedi, continuerai a organizzare colloqui che funzionano… soprattutto per te.

L’obiettivo non è riempire il tempo

Un buon colloquio individuale non si misura dalla durata.

Si misura da ciò che cambia. Dopo.

Il collaboratore torna al lavoro con più chiarezza?
Con maggiore fiducia?
Con una decisione presa?
Un ostacolo rimosso?

Se la risposta è sì, quell’incontro ha avuto valore.

Anche se è durato soltanto venti minuti.

La parte più importante del colloquio comincia quando finisce

Molti manager conducono ottimi colloqui.

Poi non succede più nulla.

Le decisioni rimangono sospese.
Gli accordi vengono dimenticati.
Le promesse restano parole.

È proprio lì che il colloquio perde forza.

Perché un incontro individuale non serve semplicemente a parlare.

Serve a costruire continuità.
È questo che crea fiducia.

Ed è la fiducia, molto più delle tecniche di leadership, che convince le persone a seguirti.

Ambizione professionale: è positiva oppure malsana?

ambizione

Foto di jae park da Pexels

L’ambizione può guidarti verso i più grandi traguardi della vita.
Verso il riconoscimento.
Verso il potere.

È la spinta che ti fa andare avanti.

Ti fa alzare dal letto ogni mattina.
Ti spinge a fare tutto ciò che è “necessario” fare.

In questo senso, è motivazione.
È carburante.

Per avere successo, raggiungere obiettivi, realizzare sogni,
l’ambizione è essenziale.

Ma essere molto ambiziosi è sempre positivo?

L’ambizione ti pressa ogni giorno.

Ti fa desiderare sempre di più.
Ti spinge a superare ostacoli, difficoltà, limiti.

Ed è così che migliori la tua vita.
Ambendo a qualcosa di più grande.
Migliore.

Può portarti dove non avresti mai pensato di arrivare.

Il problema è quando smette di guidarti
e inizia a consumarti.

Un’ambizione eccessiva può diventare tossica

Ti rende insoddisfatto.
Sempre in rincorsa.
Mai davvero appagato.

Come capirlo?

Ecco alcune distinzioni utili tra ambizione sana e ambizione malsana.

Una sana ambizione ti ispira

Hai studiato Legge perché volevi aiutare le persone?
Provi soddisfazione nel difendere chi è più fragile?

Oppure stai cercando di dimostrare qualcosa a qualcuno?
Ai tuoi genitori?
A chi non ha mai creduto in te?

Volevi fare il videomaker,
ma hai scelto l’Università “giusta” per non deludere i tuoi?

Quando un obiettivo è guidato più dagli altri che da te,
non è più ambizione.
È adattamento forzato.

A volte non serve una rivoluzione,
ma una decisione chiara.

Una sana ambizione non ricerca la perfezione

Sei spinto dal bisogno ossessivo di emergere?

Di compensare una sensazione di inadeguatezza?

Ti butti nel lavoro cercando riconoscimento continuo?

E quando arrivano i risultati…
ne vuoi subito altri.
Sempre di più.

Alzi la posta.
Critichi chi non corre come te.
Ti irrigidisci.

La perfezione non esiste.
Inseguirla è un lasciapassare per la frustrazione.

Meglio il miglioramento continuo
che l’ideale irraggiungibile.

Una sana ambizione mantiene la rotta

Molti vogliono “salvare il mondo”.
Creare grandi progetti.
Aiutare gli altri.

Ma quando il lavoro diventa totalizzante,
il prezzo lo paghi altrove.

Famiglia.
Salute.
Relazioni.

Aiutare “su larga scala”
non giustifica trascurare chi ti è vicino.

Quando perdi di vista lo scopo iniziale,
l’ambizione ha già deviato.

Una sana ambizione ha obiettivi realistici

Un obiettivo è sano se è raggiungibile.

Aprire un’attività di formazione è realistico.
Essere finanziariamente indipendente in 3 mesi, molto meno.

Obiettivi irrealistici preparano solo una cosa:
la delusione.

Meglio un piano concreto,
passo dopo passo,
che un salto nel vuoto.

A questo proposito ti consiglio di leggere il mio post
“Perché restare nel lavoro che non ti piace può avere senso“.

Una sana ambizione non spiana tutto-e-tutti

Riconosci il lavoro degli altri?
O prendi tutta la gloria?

Stai sacrificando relazioni importanti
per “arrivare”?

Non sono poche le persone che giustificano le loro azioni per avere successo e lo chiamano aspirazione.
Desiderio. Ambizione.

Qui non si parla più di ambizione.
Ma di spietatezza.

Osserva come la tua ambizione professionale sta influenzando chi ti sta intorno.

Stai dedicando tempo a queste persone?
Esprimi il tuo apprezzamento per loro?

Una sana ambizione è equilibrata

Dormire.
Riposare.
Avere hobby.

Stare con le persone
non perché servono,
ma perché ti fanno stare bene.

Se tutto diventa funzionale al risultato,
l’ambizione ha già preso il comando.

Se senti che è il momento di cambiare
ma ti manca direzione o sicurezza,
lavoriamo insieme per esplorare nuove opportunità
e costruire un piano concreto di transizione.

Scopri i servizi mirati alla carriera.

Quando l’ambizione diventa malsana

  • genera ansia costante
  • rende ipersensibili alle critiche
  • lega l’autostima solo ai risultati
  • logora le relazioni
  • impedisce di “staccare”

Se l’ambizione ti ispira, sei sulla strada giusta.

Se ti consuma, è il momento di rallentare.

Essere onesti con sé stessi è il primo passo.
Chiedi feedback sinceri.
Anche scomodi.

In conclusione

Il desiderio di migliorare è umano.

Ma quando diventa ossessione,
crea più sofferenza che crescita.

Valuta con lucidità
non solo cosa stai inseguendo,
ma a che prezzo.

Se senti che l’ambizione ti sta controllando,
un supporto professionale è un atto di responsabilità,
non di debolezza.

Un coach non spegne la tua spinta.
Ti aiuta a dirigerla.

L’ambizione è una forza potente.

Può costruire.
O distruggere.

La differenza non è quanto vuoi arrivare lontano,
ma se stai ancora riconoscendo
la persona che stai diventando lungo la strada.

Il mio libro “Autorevolezza”: da settembre su Amazon

libro di ferrarelli

Strategie e tecniche per diventare il riferimento carismatico dei tuoi collaboratori e colleghi.

 

A settembre su Amazon (cartaceo e digitale)

 

Che tu sia manager di una multinazionale, il piccolo imprenditore della tua zona,
un professionista con il suo studio ben avviato,
lo store manager del centro, un quadro aziendale,
il coordinatore con il suo piccolo team,

che il tuo team sia di 2 o 20 collaboratori, poco importa …
trasmettere forza, autorevolezza, utilizzare una comunicazione efficace, è una sfida che può risultare ostica e faticosa.

Da cui rischiamo di uscirne perdenti!

Il mio proposito di coach è allenare i tuoi “muscoli caratteriali”: la fiducia, l’intraprendenza e la determinazione.

Questo libro è un valido spunto per darti tutti gli strumenti che servono per potenziare le tue doti personali, migliorare la tua comunicazione,
i tuoi rapporti interpersonali, il tuo carisma,
il rispetto dei tuoi collaboratori e dei tuoi colleghi.

Spesso, chi gestisce (oppure ha intenzione di farlo) un team non ha completa coscienza delle difficoltà. Pochi si pongono domande su come ottimizzare e gestire al meglio i propri collaboratori.

È a queste domande che cercherò di darti soluzioni pratiche.

Buone vacanze


 

I servizi di coaching sono sospesi per la pausa estiva.
Riprenderanno lunedì 6 settembre.

BUONE VACANZE A TUTTI!

Michele

 

 

 

Come essere leader in tempi difficili: 8 spunti da mettere in pratica

come essere leader

Foto di Florin Radu da Pixabay

Siamo tutti, chi più chi meno, impreparati ad affrontare situazioni nuove e imprevedibili.

C’è chi sottovaluta il cambiamento.
Chi lo ignora.
Chi, invece, reagisce d’impulso.

A volte con eccessivo entusiasmo e troppa fiducia.

Altre con paura, prudenza e scarsa intraprendenza.

È proprio in questi momenti che emerge la leadership.

Essere leader non significa limitarsi ad assegnare compiti, distribuire incarichi o controllare che tutto venga eseguito.

La vera leadership nasce da chi sei, molto prima di ciò che dici o fai.

Ecco alcuni comportamenti che fanno davvero la differenza.

1. Dai speranza

L’incertezza genera disagio.

Quando tutto cambia, le persone non cercano qualcuno che conosca già tutte le risposte.

Cercano qualcuno che sappia indicare una direzione.

Non basta introdurre nuove procedure o copiare ciò che fanno gli altri.

Serve una visione.

I tuoi collaboratori vogliono capire:

  • dove state andando;
  • perché state andando in quella direzione;
  • quale sarà il prossimo passo.

Un leader senza direzione genera confusione.
Un team senza direzione resta bloccato.

2. Mantieni la calma sotto pressione

Nei momenti più difficili il tuo comportamento viene osservato ancora più delle tue parole.

Il team vuole percepire che hai una presa salda sul timone, anche quando il mare è agitato.

La calma non elimina i problemi.

Ma trasmette fiducia a chi ti segue.

3. Tira fuori il meglio dalle persone

È facile concentrarsi sugli errori.

Molto più difficile è valorizzare ciò che le persone fanno bene.

Aiuta i tuoi collaboratori a sviluppare i loro punti di forza.

Concedi tempo per imparare.
Lascia spazio ai tentativi.

Molti miglioramenti nascono proprio dagli errori.

Ogni tanto fermati e chiediti:

  • Sto facendo davvero il meglio per il mio team?
  • Come posso aiutarlo a crescere?
  • In che modo posso creare più valore?

4. Ascolta con attenzione

Nei periodi di cambiamento aumenta la tentazione di parlare molto.

Aggiornamenti.
Comunicazioni.
Nuove direttive.

Ma il tuo team ha bisogno anche di essere ascoltato.

Prenditi il tempo per chiedere:

  • “Cosa posso fare per supportarti?”

Poi ascolta la risposta. Davvero.

Le persone affrontano meglio il cambiamento quando sentono di avere voce in capitolo.

5. Interessati davvero alle persone

I collaboratori non sono solo risorse.

Sono persone.

Questo non significa proteggerli da ogni difficoltà o assecondarli sempre.

Significa dimostrare che ti interessa sinceramente il loro percorso professionale e umano.

I grandi leader costruiscono relazioni prima ancora che risultati.

Le persone devono sapere che, quando serve, possono contare su di te.

6. Costruisci fiducia ogni giorno

La fiducia nasce da tre elementi.

Integrità.
Coerenza.
Trasparenza.

Non cercare sempre di avere ragione.
Cerca di fare la cosa giusta.

Le persone tollerano gli errori.

Molto meno la disonestà.

Ricorda sempre che la fiducia si costruisce lentamente e può essere distrutta in pochi secondi.

Per questo motivo le tue azioni devono essere coerenti con ciò che dici.

Solo allora diventerai credibile.

Nei momenti di cambiamento la trasparenza diventa ancora più importante.

Quando mancano informazioni, aumentano supposizioni, voci e paure.

Aiuta il tuo team a capire:

  • cosa sta succedendo;
  • quali sono le priorità;
  • dove è necessario concentrare l’attenzione.

7. Bilancia forza e umiltà

Leadership significa trovare un equilibrio.

Essere sicuro di te senza diventare arrogante.

Prendere decisioni senza dimenticare il contributo degli altri.

Un grande leader non attribuisce ogni successo solo a sé stesso.

Riconosce il valore della squadra.

E non dimentica mai da dove è partito.

Se il tuo team fatica a seguirti, può non essere un problema di competenza ma di comunicazione.

In questo percorso impari a guidare con empatia e fermezza, non con autorità.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

8. Rimani concentrato sul risultato

Nei momenti difficili è facile disperdere energie.

Nuove urgenze.
Nuovi problemi.
Nuove preoccupazioni.

Non perdere di vista l’obiettivo.

Continua a cercare soluzioni.

Non scoraggiarti davanti agli ostacoli.

Titoli, competenze ed esperienza sono importanti.

Ma da soli non bastano.

Le persone seguono chi trasmette fiducia, equilibrio e direzione.

Per questo, se desideri diventare un leader autorevole, prova a porti una domanda semplice.

  • Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirmi?

Se riuscirai a rispondere con sincerità, avrai già iniziato a costruire la tua leadership.

Raggiungere gli obiettivi ha il suo prezzo: 13 citazioni lo ricordano

raggiungere gli obiettivi

Sono poche le persone davvero disposte ad accettare
il disagio (e il sacrificio) necessari per raggiungere i propri obiettivi.

Desiderare il successo professionale non basta,
soprattutto se non sei disposto a pagarne il prezzo.

Non sorprenderti.

Non c’è nulla di nuovo.
È vecchio quanto il mondo.

Il successo non è in vendita. Il pagamento è sempre anticipato.

Se vuoi diventare un atleta professionista,
devi pagarne il prezzo.

Forse guadagnerai milioni,
ma prima ti allenerai per anni
più duramente della maggior parte delle persone.

Se vuoi diventare un avvocato di grido,
devi pagarne il prezzo.

Anni con il naso sui libri.
Fine settimana sacrificati,
mentre gli altri organizzano weekend al mare.

Se vuoi diventare un fotografo top nel settore moda,
devi pagarne il prezzo.

Non è per tutti

Ma vuoi mettere la gratificazione
di guadagnare da vivere — e più —
con la tua passione?

Qualunque sia l’obiettivo che scegli di perseguire
(al tuo livello, piccolo o grande che sia),
il prezzo va pagato.

Non è garantito che realizzerai ogni desiderio.

Ma se sei abbastanza coraggioso da provarci,
se resisti alla delusione,
se non ti accontenti per paura…

puoi farcela!

Meglio questo
che conformarti a una vita
di cui, alla fine,
potresti rammaricarti.

Ecco 13 frasi celebri per ricordarti che il “successo” ha sempre un prezzo da pagare.

“Se non c’è un prezzo da pagare,

allora non ha valore.”

Albert Einstein

“Non cadere nell’errore di abbandonare un’idea solo perché incontra delle resistenze iniziali.”

Seth Godin

“Ogni volta che il mondo vede una persona di successo, nota solo la gloria pubblica, e mai i sacrifici fatti in privato per raggiungerla”

Vaibhav Shah

“Non ho altro da offrire che sangue, fatica,

lacrime e sudore.”

Winston Churchill

“Il successo è come qualsiasi altra cosa di valore: ha un prezzo.

Devi pagare quel prezzo per vincere, lo devi pagare per raggiungere il punto in cui il successo diventa possibile.

Ma soprattutto devi pagare quel prezzo per restare una persona di successo.”

Vince Lombardi

“È importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.”

Alex Zanardi

“Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare.

Non solo la vita, ma la propria serenità.”

Roberto Saviano

“Quando ho pregato per il successo, mi sono dimenticato di chiedere anche un buon sonno e una buona digestione.

Mason Cooley

“Le tue idee non ti renderanno ricco e famoso.

Saranno il duro lavoro e le tue abilità che lo faranno.”

Elon Musk

“Il successo è la somma di piccoli sforzi,

ripetuti giorno dopo giorno.”

Robert Collier

“Raggiungere un obiettivo ha un prezzo:

il rischio di fallire.”

Diego Agostini

“Il dizionario è l’unico posto dove successo viene prima di sudore.”

Vince Lombardi

“Alcune persone sognano il successo…

mentre altre si svegliano e lavorano sodo.”

Anonimo

Credenze sul percorso di personal coaching da sfatare. Subito.

percorso di personal coaching

Se dici a qualcuno che lavori come coach, spesso la risposta è sempre la stessa.

  • “Ah… quindi dai consigli?”

Oppure:

  • “Io non ne avrei bisogno.”

O ancora:

  • “Il coaching serve a chi ha problemi.”

Sono convinzioni molto diffuse.

Il punto è che vengono ripetute così spesso da sembrare vere.

Eppure descrivono un coaching che, nella realtà, non esiste.

Prima di decidere se il percorso di personal coaching faccia oppure no per te, vale la pena chiarire alcuni dei malintesi più comuni.

1. “Sto già lavorando bene. Non ho bisogno di un coach.”

Bene.
Benissimo.

Il coaching non nasce per riparare ciò che non funziona.

Nasce per sviluppare ciò che può funzionare ancora meglio.

Molte persone arrivano in coaching non perché sono in crisi, ma perché desiderano:

  • assumere maggiori responsabilità;
  • diventare leader più efficaci;
  • comunicare meglio;
  • trovare un equilibrio più sostenibile tra lavoro e vita privata.

Un confronto con un professionista esterno, riservato e non giudicante, può aiutarti a raggiungere questi obiettivi con maggiore lucidità e in meno tempo.

2. “Il coach mi dà le risposte.”

In realtà accade il contrario.

Il coaching non consiste nel ricevere risposte.

Consiste nel trovare quelle giuste per te.

Per questo il coach utilizza soprattutto domande.

Domande capaci di farti osservare una situazione da un punto di vista diverso.

Il coaching non è consulenza.
Non ti dice cosa fare.

Ti aiuta a capire cosa ha più senso fare.

3. “Il coach mi darà dei consigli.”

Anche questo è un equivoco.

Il coaching parte da un presupposto semplice:

le persone possiedono molte più risorse di quelle che credono.

Il lavoro del coach non è sostituirsi a te.

È creare le condizioni perché emergano idee, decisioni e soluzioni realmente tue.

4. “Io voglio risposte, non domande.”

Le risposte oggi sono ovunque.

Basta aprire Google o ChatGPT.

Il problema è un altro.

Le risposte sono generiche.
La tua situazione, invece, non lo è.

Il valore del percorso di personal coaching non sta nell’aggiungere altre informazioni.

Sta nell’aiutarti a capire quali sono davvero quelle utili nel tuo caso.

5. “Posso parlarne con un amico.”

A volte è vero.

Un buon amico può aiutarti moltissimo.

Ma difficilmente riuscirà a essere completamente imparziale.

Tenderà a proteggerti.
A darti ragione.

Oppure a consigliarti sulla base della propria esperienza.

Un coach, invece, non deve convincerti di nulla.

Deve aiutarti a vedere meglio.

6. “Il coaching richiede molto tempo.”

Non necessariamente.

Quando l’obiettivo è chiaro, anche percorsi brevi possono produrre cambiamenti significativi.

Naturalmente obiettivi più ampi — come sviluppare la leadership o migliorare la comunicazione — richiedono tempi diversi.

La durata dipende dall’obiettivo.

Non dal coaching.

7. “Il coaching è solo per grandi manager o sportivi famosi.”

È un’immagine alimentata da alcuni casi molto noti.

La realtà è diversa.

Oggi il coaching è accessibile a professionisti, responsabili, imprenditori e persone che desiderano affrontare meglio una fase della propria vita lavorativa.

Più che un costo, molte persone lo considerano un investimento sul proprio sviluppo.

8. “Il coaching è una terapia.”

No.
Netto.

Coaching e terapia hanno obiettivi differenti.

Il coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

Non cura disturbi psicologici né affronta percorsi terapeutici.

Quando emerge la necessità di un supporto diverso, il ruolo del coach è anche quello di riconoscerlo e indirizzare la persona verso il professionista più adatto.

9. “Il coaching non produce risultati.”

In realtà il coaching nasce proprio per produrre risultati.

Ogni percorso parte da un obiettivo concreto.

Lo rende più chiaro.
Lo trasforma in un piano d’azione.

E accompagna la persona mentre lo realizza.

Naturalmente il coach non può fare il lavoro al posto tuo.

Ma può aiutarti a vedere con maggiore lucidità ciò che conta davvero e a muoverti con maggiore consapevolezza.

Il coaching non serve perché non sai cosa fare.

Serve quando, pur avendo molte informazioni, hai bisogno di leggere meglio la situazione che stai vivendo.

È proprio da quella nuova lettura che, molto spesso, nasce l’azione giusta.

Se ti muovi ogni giorno tra conflitti, motivazione che cala e difficoltà nel dare indicazioni chiare, non sei solo.

Esplora il percorso mirato per rafforzare leadership, comunicazione e gestione del team.

8 segnali evidenti che il colloquio di lavoro è andato male

colloquio di lavoro è andato male

Foto di Alena Darmel da Pexels

Hai la sensazione che il colloquio di lavoro sia andato male?
O almeno… non come speravi?

Hai colto qualche segnale “strano”, ma non sai bene come interpretarlo?

Prima di tutto, una cosa importante:
ne avrai certezza solo quando riceverai una risposta.

Capita spesso di chiudere mentalmente la questione…
e poi ricevere l’invito al secondo colloquio.

Detto questo, vediamo 8 segnali che potrebbero (sottolineo: potrebbero) indicare che il colloquio non è andato come speravi.

1. Te l’hanno detto apertamente

Succede raramente, ma può capitare.

Gli intervistatori ti hanno detto chiaramente di avere dubbi sulla tua esperienza o su alcune risposte.

Non farti prendere dal panico.
Anzi: è meglio di quanto pensi.

Nel 95% dei casi non dicono nulla e scartano.
Qui, invece, ti stanno dando la possibilità di spiegarti o chiarire.

Se però il colloquio si chiude senza darti spazio per farlo, è improbabile che il percorso prosegua.

2. Tornano più volte sugli stessi punti

Stesse domande, viste da angolazioni diverse.

Il “buco” nel CV.
Il motivo per cui hai lasciato il lavoro precedente.

È un segnale di dubbio, non ancora risolto.

Se hai modo di approfondire, è un buon segno.
Ma evita risposte vaghe o evasive.

Qui servono chiarezza e precisione, non battute di circostanza.

3. Scarsa attenzione

Un intervistatore coinvolto:

  • sorride
  • annuisce
  • segue quello che dici

Se invece lo percepisci presente solo fisicamente,
poco reattivo, con energia bassa e sguardo altrove…

potrebbe essere un segnale di disinteresse.

4. Il colloquio finisce troppo presto

Un colloquio lungo è spesso un buon segnale.
Uno che termina prima del previsto, meno.

Attenzione però alle eccezioni:
ritardi, agenda piena o decisione già presa (in positivo).

Non è una sentenza, ma è un campanello.

5. Nessuna indicazione sui prossimi passi

Non ti hanno detto:

  • come prosegue la selezione
  • quando arriverà una risposta
  • cosa aspettarti dopo

Può significare molte cose:
bocciatura, dimenticanza o scarsa organizzazione interna (che comunque non è un buon segnale).

6. Non ti hanno dato spazio per fare domande

Il colloquio è uno scambio, non un interrogatorio.

Se l’intervista si chiude senza lasciarti fare domande,
oppure ricevi risposte vaghe e frettolose ..

potrebbero aver già deciso di guardare altrove.

Essere un segnale che il colloquio di lavoro è andato male.

7. Non “vendono” l’azienda o il ruolo

Quando un colloquio va bene, i selezionatori parlano del futuro:

  • opportunità
  • crescita
  • contesto
  • ruolo

Se non cercano minimamente di renderti entusiasta,
potrebbe essere un segnale di scarso interesse.

8. Non hanno chiesto la tua disponibilità

Domande come:

  • Quando potresti iniziare?
  • Stai facendo altri colloqui?
  • Quando potresti lasciare l’attuale azienda?

Se arrivano, è spesso un ottimo segnale.
Se non arrivano, non è una condanna… ma resta un indicatore.

In conclusione

Questi sono segnali, non certezze.

Concediti un momento di delusione: è normale.
Poi riprendi lucidità.

Invia sempre una mail di ringraziamento.

Rifletti su cosa potresti migliorare.
Ogni colloquio è “allenamento”.

Vuoi potenziare il tuo approccio ai colloqui di lavoro?

Con le sessioni di coaching personalizzate puoi:

  • rispondere in modo più efficace
  • evitare di diventare accondiscendente
  • verificare CV e strategia di risposta
  • preparare le domande più delicate
  • gestire l’ansia da colloquio

Perché il colloquio non si “subisce”.
Si guida.

Grande comunicatore: come ascoltare ciò che non viene detto

grande comunicatore

La comunicazione si può dividere, in modo semplice, in due parti:

  • ciò che si dice
  • ciò che non viene detto.

Peter F. Drucker lo ha espresso con chiarezza:

“Gli ascoltatori empatici possono udire persino ciò che viene detto in silenzio.

La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto.”

Ma come si diventa un grande comunicatore?

Come puoi sentire ciò che non viene detto?

Più entri nel mondo dell’altro, più lasci fuori la tua storia.

Troppo spesso riempi i silenzi con la tua esperienza.
Interpreti.
Anticipi.
Concludi.

Ma ascoltare davvero richiede un’altra cosa: presenza.

Concentrati sulla persona

Parla poco.

Non pensare alla tua risposta mentre l’altro parla.
Non immaginare cosa-dirai-dopo.

Evita interrompere.

Non finire le frasi al posto suo.

Dai alla persona tutta la tua attenzione.

Lascia che trovi il suo ritmo.
Lascia che faccia pause.
Che pensi.

Usa tutti i tuoi sensi per ascoltare

Ascoltare non è solo un atto mentale. È un atto percettivo.

Osserva il linguaggio del corpo.
Nota i micro-cambiamenti del volto.
Ascolta il tono,
il ritmo,
l’energia.

Immagina cosa sta accadendo dentro quella persona.

Non per giudicare.
Ma per comprendere.

Elimina le distrazioni

Ascoltare è una scelta intenzionale.
Spegni il telefono.
Non controllare notifiche.
Non guardare altrove.

La tua attenzione è il primo segnale di rispetto.

Diventa consapevole dei tuoi pregiudizi

Ognuno di noi è pieno di opinioni, esperienze,
interpretazioni.

Non puoi eliminarle.
Ma puoi riconoscerle.

Il grande comunicatore non ascolta per confermare ciò che pensa.
Ascolta per scoprire ciò che ancora non sa.

Svuota la mente.
E ascolta davvero.

Ascolta oltre le parole

Osserva le incongruenze.

Le parole sono positive, ma il volto è teso?
Il tono è incerto?
Il ritmo è accelerato?

“Ascolta” le emozioni.

C’è paura?
Esitazione?
Entusiasmo trattenuto?

“Ascolta” il livello di energia.

L’energia comunica spesso più delle parole.

Fai domande che aprono, non che chiudono

Le domande migliori sono neutre. Senza giudizio.

Non interrogano. Invitano.

Invece di:

  • “Ma cosa hai fatto?”

Prova con:

“Dimmi di più su questo.”

Oppure:

  • “Voglio essere sicuro di aver capito…”
  • “Ho notato qualcosa che mi ha incuriosito…”
  • “Puoi aiutarmi a comprendere meglio questo passaggio?”
  • “Ho capito bene che…?”

Le domande giuste creano spazio.
E nello spazio emerge la verità.

Mettiti nei suoi panni

Prova a vedere il mondo dal suo punto di vista.

Quali sono le sue paure?
Le sue pressioni?
Le sue esperienze?

Non saltare alle tue conclusioni.

Sii curioso.
Non difensivo.

La curiosità apre. Il giudizio chiude.

Ascolta anche il tuo intuito

A volte senti qualcosa prima ancora di capirlo.

Una tensione.
Una dissonanza.
Una sensazione difficile da spiegare.

L’intuito precede la logica.

Non sostituisce la ragione.
La completa.

In conclusione

Essere un grande comunicatore non significa parlare meglio.

Significa ascoltare meglio.

Ciò che non viene detto —
il linguaggio del corpo, il tono, l’energia, le pause —
è spesso la parte più autentica del messaggio.

Le parole informano.
Ma la presenza rivela.

Se desideri sviluppare una comunicazione più autorevole, empatica e incisiva, puoi iniziare da qui:

“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”

e approfondire i principi nel mio libro “Autorevolezza” dedicato alla comunicazione e alla leadership.

Perché le persone non ascoltano chi parla di più.

Ascoltano chi sa ascoltare meglio.

Comunicazione efficace: ecco il segreto dei grandi leader

comunicazione efficace
Il nuovo team leader si è insediato da qualche settimana.

Vuole creare un clima di fiducia con i membri del suo team e ha organizzato un’altra riunione per rafforzare il tanto ricercato, e spesso osannato, spirito di squadra.

Si è preparato.
Si impegna.
Ci crede.

Anche i collaboratori sembrano crederci.
Almeno a parole.

Se osservi con attenzione i segnali non verbali delle persone, puoi imparare dal linguaggio del corpo quanto dalle parole che ascolti.

Le persone ti comunicano quanto siano interessate, disponibili o coinvolte anche quando non dicono nulla.

Durante la riunione le frasi sono gentili e ben articolate.

Si parla di unità.
Collaborazione.
Partecipazione.
Lavorare come squadra anziché come singoli individui.

Il non verbale, però, racconta qualcosa di diverso.

Un cenno occasionale.
Una risatina.
Gli occhi rivolti fuori dalla finestra.
Le dita che scorrono sullo smartphone.

Un telefono fa vibrare il tavolo.
Qualcuno guarda con impazienza l’orologio.
Altri tengono le braccia conserte, una postura svogliata o le sopracciglia alzate.

Tradotto?

Nervosismo.
Disinteresse.
Disapprovazione.
Sospetto.

I messaggi non verbali, il più delle volte, non sono intenzionali.

Ed è proprio questo che li rende autentici e preziosi.

Alcune persone li inviano in modo sottile.
Altre sono molto più facili da leggere.

Durante questa riunione, per esempio, la collaboratrice con maggiore anzianità ha parlato a nome di tutto il gruppo. Ha sottolineato l’importanza della collaborazione e della partecipazione.

Le sue parole erano rivolte al nuovo team leader.

Il corpo, però, era orientato verso un’altra persona.

Nessun contatto visivo diretto.

Alcune persone sono molto abili con le parole

Sembrano aperte quando, in realtà, sono poco disponibili.

Usano toni tranquilli.
Sorridono.
A volte lusingano.

Ma dietro tante parole, quando il fumo si dirada e cominci a vedere l’arrosto, può emergere altro.

Persone che proteggono il proprio territorio.
Pronte a tirarsi indietro.
A prendere le distanze.
Oppure a incolpare qualcun altro.

Il team leader dovrebbe imparare il segreto dei grandi leader

Ascoltare ciò che non viene detto.

Il linguaggio del corpo può mostrare l’incongruenza tra le parole e ciò che la persona sta realmente comunicando.

Se qualcuno dice di essere felice ma ha gli occhi freddi, anche se la bocca sorride, tenderemo a credere agli occhi.

Se scuote la testa mentre dice di sì, crederemo alla testa.

Non alle parole.

Se una persona afferma:

  • “Questo mese è stato terribile”

e noi ascoltiamo soltanto la frase, probabilmente penseremo che stia attraversando un momento difficile.

Se però pronuncia le stesse parole sorridendo e facendo l’occhiolino, il significato cambia completamente.

Potremmo persino immaginare che sia stato un mese di vendite eccezionale.

Come supervisore, saper leggere i segnali non verbali è fondamentale

La parte più importante della comunicazione non consiste soltanto nell’ascoltare ciò che viene detto.

Consiste anche nel cogliere ciò che non viene espresso apertamente.

Gli imprenditori, i manager e i grandi leader lo sanno bene.

Il non verbale è una delle forme più potenti di comunicazione.

I migliori comunicatori sono sensibili alle emozioni, alle esitazioni e ai pensieri che emergono senza bisogno di parole.

Se sei troppo occupato a preparare ciò che dirai, non riuscirai ad ascoltare davvero chi hai davanti.

Un collaboratore.
Il tuo team.
Un cliente.

L’ascolto attivo non coinvolge soltanto le orecchie.

Coinvolge anche:

  • gli occhi;
  • la postura;
  • il tono della voce;
  • le espressioni del viso;
  • i movimenti;
  • le pause.

In pratica, tutto ciò che riguarda la persona.

I segnali non verbali possono cambiare completamente il messaggio

Dedichiamo molta attenzione alle parole che pronunciamo.

Eppure uno sguardo o un gesto possono dire molto di più.

Le espressioni facciali, il contatto visivo, la postura, i gesti e il tono della voce trasmettono interesse, sincerità, tensione, fiducia oppure distanza.

I grandi leader sanno che la capacità di comunicare è fondamentale.

Rapporto e fiducia si costruiscono, oppure si perdono, proprio attraverso la comunicazione.

Comunicare bene non significa soltanto parlare e ascoltare.
Significa anche osservare.

Più impari a farlo, più diventi capace di leggere le dinamiche del tuo team e di comprendere ciò che le parole, da sole, non raccontano.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader competente è ancora molto radicato.

Deve sapere tutto.
Avere sempre la risposta pronta.
Prendere decisioni immediate.
Non mostrare dubbi.

Per questo, una delle frasi più difficili da pronunciare per un leader è:

“Non lo so.”

Quelle tre parole fanno sentire molti inadeguati.

Come se ammettere un’incertezza significasse perdere autorevolezza.

Eppure è proprio qui che potresti cadere in una trappola.

Credere che il tuo valore dipenda dalla quantità di risposte che sai dare.

In realtà, spesso accade il contrario.

Più senti di dover avere sempre la risposta, meno ascolti.

Entri in riunione con la soluzione già pronta. Interrompi.

Concludi troppo in fretta.
Difendi la tua idea invece di esplorarne altre.

L’obiettivo non diventa più capire.
Diventa avere ragione.

La leadership, invece, raramente consiste nel conoscere tutte le risposte.

Molto più spesso consiste nel creare le condizioni perché emergano quelle migliori.

Per questo non dovresti aver paura di dire:

“Non lo so. Ragioniamoci insieme.”

Non perché tu sia impreparato.

Perché sai che nessuna persona può vedere tutto da sola.

La trappola è credere di dover avere tutte le risposte

Nessuno può sapere tutto.

Nessuno possiede la soluzione migliore per ogni problema, decisione o situazione.

Se sei convinto che un leader debba sempre avere la risposta pronta, sei già entrato in una delle trappole più pericolose della leadership.

Ascoltare diventa allora una competenza strategica.
Non un gesto di cortesia.

Molti leader e imprenditori di successo raccontano che una parte importante della loro crescita è nata proprio dall’ascolto dei feedback più scomodi.

Spesso sono stati proprio quelli a permettere i miglioramenti più importanti.

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti permette di:

  • comprendere meglio ciò che sta accadendo;
  • costruire relazioni più solide;
  • valorizzare competenze che da solo non potresti vedere;
  • aumentare il senso di appartenenza del team.

Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate.

Di contribuire.
Di percepire che le proprie idee hanno un peso.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali devi decidere rapidamente.

Emergenze.
Crisi.
Momenti in cui serve una direzione chiara.

Ma queste sono l’eccezione.
Non la regola.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quello che hanno da dirti.

Non restare ancorato alla tua prima idea.

Prima di una riunione prova a confrontare questi due approcci:

  • entrare con la risposta già pronta;
  • entrare con l’obiettivo di trovare insieme la risposta migliore.

Sembrano simili.

In realtà cambiano completamente la qualità della conversazione.

Valorizza le competenze del tuo team.
Ascolta prima di decidere.
Rispetta idee diverse dalle proprie.

Non sentire il bisogno di dimostrare continuamente di avere ragione.
Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi imparare a fare le domande giuste.

È questo che ti tiene lontano dalla trappola del leader “so-tutto-io”.

Ecco 14 motivi per cui, spesso senza accorgertene, smetti di ascoltare i suggerimenti degli altri… e perché questo può diventare uno dei limiti più grandi della tua leadership.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.