6 spunti per rispondere a domande scortesi durante il colloquio di lavoro

domande scortesi al colloquio

Può succedere.

Il colloquio procede normalmente e, all’improvviso, arriva una domanda che ti spiazza.

  • “Un po’ variopinto il suo curriculum, non trova?”
  • “Come mai ha cambiato così tanti lavori?”

Oppure un commento personale che ti sembra poco delicato.

Non sto parlando di domande illegittime o discriminatorie, che richiedono un discorso diverso.

Parlo di quelle domande inopportune, provocatorie o semplicemente scortesi che possono arrivare durante un colloquio.

Non sempre puoi sapere perché l’intervistatore le abbia fatte.

Potrebbe voler vedere come reagisci a una domanda scomoda.
Potrebbe essere curioso.
Oppure potrebbe semplicemente avere poco tatto.

Qualunque sia la ragione, il rischio è che la domanda ti faccia reagire d’impulso e sposti il colloquio su un terreno che non ti aiuta.

Ecco 6 modi per gestire la situazione.

1. Mantieni la calma

È probabilmente la cosa più difficile.

Una domanda ti infastidisce e immediatamente senti il bisogno di difenderti.

Prima di rispondere, però, prenditi qualche secondo.

Non devi sorridere per forza.
Non devi fingere che la domanda ti faccia piacere.
E non devi neppure dimostrare immediatamente che l’intervistatore ha torto.

Puoi semplicemente chiederti:

“Come posso rispondere senza lasciare che sia il fastidio a decidere per me?”

Una domanda scortese non ti obbliga a dare una risposta impulsiva.

2. Rispondi alla domanda, non al tono

La stessa domanda può essere posta in molti modi.

Alcuni più rispettosi di altri.

Se il contenuto della domanda è comunque pertinente al colloquio, prova a separarlo dal modo in cui è stata formulata.

  • “Il suo curriculum è piuttosto confuso, non trova?”

Potresti rispondere:

  • “Ho effettivamente avuto esperienze diverse. Se vuole, le spiego il filo che le collega e perché oggi mi sto orientando verso questa posizione.”

Non hai accettato il giudizio.
Non hai attaccato l’intervistatore.

Hai riportato la conversazione sul tuo percorso professionale.

3. Usa anche il silenzio

Non devi rispondere immediatamente a tutto.

Una breve pausa può essere utile.

Ti permette di capire che cosa vuoi dire e impedisce alla prima reazione emotiva di trasformarsi automaticamente nella tua risposta.

Se la domanda ti sorprende, puoi anche dire:

  • “Mi lasci un momento per pensarci.”

Non c’è nulla di sbagliato.

Prendersi qualche secondo non significa essere in difficoltà. Significa scegliere la risposta invece di subirla.

4. Riporta la conversazione su ciò che conta

Alcune domande scortesi al colloquio possono contenere un giudizio implicito.

  • “Non pensa di essere un po’ troppo qualificato per questa posizione?”

Puoi trascorrere cinque minuti a difenderti.

Oppure puoi utilizzare la domanda per spiegare perché quella posizione ti interessa davvero.

  • “Capisco la domanda. Proprio per la mia esperienza ho valutato con attenzione questa candidatura. Quello che mi interessa particolarmente del ruolo è…”

Non stai evitando la domanda.

Stai riportando il colloquio su informazioni utili per valutare la tua candidatura.

5. Chiedi di chiarire la domanda

Quando una domanda ti sembra ambigua, provocatoria o semplicemente non ne comprendi il senso, non avere fretta di rispondere.

Chiedi un chiarimento.

  • “Potrebbe spiegarmi meglio che cosa intende?”

Oppure:

  • “Mi aiuta a capire a quale aspetto del mio percorso si riferisce?”

È una strategia molto semplice.

Ti concede qualche secondo per pensare e, soprattutto, obbliga l’intervistatore a rendere più esplicito ciò che sta chiedendo.

A volte, già nel riformulare la domanda, il tono cambia.

Se vuoi arrivare al colloquio preparato anche alle domande che possono metterti maggiormente in difficoltà, può esserti utile anche “Come preparare un colloquio di lavoro vincente in 5 mosse”.

Se hai un colloquio importante e vuoi preparare risposte efficaci anche alle domande più delicate, scopri il mio coaching per il colloquio di lavoro.

6. Se il colloquio diventa davvero irrispettoso?

C’è un limite.

Se le domande scortesi al colloquio diventano ripetutamente offensive, inappropriate o estranee alla valutazione professionale, non sei obbligato a partecipare a qualsiasi costo.

Puoi non rispondere.
Puoi mettere un limite.

Puoi anche decidere che quel colloquio ti sta fornendo un’informazione importante sull’azienda nella quale stai pensando di entrare.

Potresti dire:

  • “Preferirei non rispondere a questa domanda.”

Oppure, se ritieni che il limite sia stato superato:

  • “La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. Credo però che questa opportunità non sia adatta a me.”

E concludere il colloquio.

Senza provocazioni.
Senza bisogno di avere l’ultima parola.

Durante un colloquio non sei soltanto tu a essere valutato.
Anche il modo in cui il selezionatore conduce il colloquio ti sta dicendo qualcosa sull’azienda.

Una domanda scomoda può essere gestita.

Una domanda formulata male può essere chiarita.

Una provocazione può essere riportata sul terreno professionale.

Ma prepararsi bene a un colloquio non significa imparare a tollerare qualsiasi comportamento pur di ottenere il posto.

Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche

Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi spiegazioni?
Ti giustifichi?
Senti immediatamente il bisogno di difenderti?

A volte una critica ci infastidisce anche quando sappiamo di aver commesso un errore.

Ricevere una critica non è mai piacevole

Possiamo chiamarla in tanti modi: rimprovero, critica, valutazione, feedback.

Possiamo accompagnarla con aggettivi rassicuranti come positivo, motivazionale, costruttivo.

Ma una cosa rimane: sentirsi criticati non fa piacere.

La critica può entrare in conflitto con un bisogno molto umano: sentirci apprezzati, riconosciuti, considerati competenti.

E c’è un’altra cosa che può irritarci.

Quando lavori bene, spesso tutto tace.
Sembra normale.

Quando invece sbagli, l’errore può diventare immediatamente visibile.

La reazione istintiva può essere quella di metterti sulla difensiva, giustificarti, ribattere o contrattaccare.

Oppure la critica può cominciare a lavorarti dentro:

  • “Non valgo abbastanza.”
  • “Sono incapace.”
  • “Se fossi davvero bravo, non mi criticherebbero.”

Ma tra “ho sbagliato qualcosa” e “c’è qualcosa che non va in me” c’è una differenza enorme.

Una critica può riguardare qualcosa che hai fatto senza diventare automaticamente un giudizio su chi sei.

Come gestire la paura delle critiche?

1. Accetta di non essere perfetto

Nella vita professionale si sbaglia.

Può essere criticato il tuo comportamento, una prestazione, il tuo stile di lavoro o il modo in cui hai gestito una situazione.

Non significa necessariamente che tutto ciò che hai fatto sia sbagliato.

E soprattutto non significa che tu debba difendere ogni errore per proteggere il tuo valore professionale.

Puoi riconoscere:

  • “Qui avrei potuto fare meglio.”

senza concludere:

  • “Non sono abbastanza bravo.”

Sono due cose molto diverse.

2. Prima ascolta

Quando senti arrivare una critica, può partire immediatamente la risposta nella tua testa.

  • “Non è vero.”
  • “Non ha capito.”
  • “Sì, però anche lui…”

Prova a non rispondere subito.

Ascolta fino alla fine e cerca di capire che cosa ti viene realmente contestato.

Potrai spiegarti, dissentire o correggere alcune affermazioni. Ma farlo dopo aver compreso la critica ti permette di rispondere a ciò che è stato detto, anziché alla prima emozione che hai provato.

3. Non trasformarla immediatamente in qualcosa di personale

Questo è probabilmente uno dei passaggi più difficili.

Se qualcuno critica un tuo lavoro, puoi sentire che sta criticando te.

Prova allora a creare un po’ di distanza e chiederti:

  • “Se questa stessa osservazione fosse rivolta a un collega, come la valuterei?”

Potresti accorgerti che ciò che ti sembrava un attacco personale contiene una parte utile.

Oppure potresti arrivare alla conclusione opposta: la critica è effettivamente esagerata o ingiusta.

La distanza serve proprio a distinguere meglio le due cose.

4. Non trascinare la discussione all’infinito

Hai ascoltato.
Hai chiesto chiarimenti.
Hai spiegato il tuo punto di vista.

A un certo punto può bastare.

Continuare a giustificarti non rende necessariamente la tua posizione più convincente. A volte produce l’effetto contrario.

E soprattutto evita una tentazione molto comune: difenderti criticando chi ti sta criticando.

“E tu allora?”

Non risponde alla questione.

Ne apre semplicemente un’altra.

5. Analizza ciò che hai sentito

Quando l’emozione iniziale si è abbassata, torna sulla critica.

Non per rimuginarci sopra, ma per capire se contiene qualcosa che ti può essere utile.

Puoi chiederti:

  • “Che cosa è successo concretamente?”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Questa osservazione riguarda un episodio oppure qualcosa che si ripete?”
  • “Quale parte della critica riconosco e quale invece non condivido?”

Una critica diventa molto più gestibile quando smette di essere un generico “non vado bene” e diventa un’informazione precisa da valutare.

6. Accetta che gli altri possano vedere qualcosa che tu non vedi

Non tutte le critiche nascono dal desiderio di denigrarti.

Qualcuno potrebbe vedere un effetto del tuo comportamento che tu non avevi considerato.

Per questo, quando una critica è troppo generica, chiedi esempi concreti:

  • “A quale situazione ti riferisci?”
  • “Che cosa avresti preferito che facessi diversamente?”
  • “Puoi farmi un esempio?”

Domande di questo tipo costringono anche l’altra persona a uscire dai giudizi generici.

“Sei poco incisivo” dice poco.

Un esempio concreto ti permette invece di capire se c’è davvero qualcosa su cui lavorare.

7. Se il modo ti ha infastidito, puoi dirlo

Una critica può essere fondata ed essere espressa male.

Le due cose possono convivere.

Puoi riconoscere il contenuto e, nello stesso tempo, mettere un limite sul modo.

  • “Capisco quello che mi stai facendo notare. Il modo in cui me l’hai detto, però, mi ha messo sulla difensiva.”

Non devi scegliere necessariamente tra ingoiare il fastidio e reagire aggressivamente.

Puoi affrontare anche il modo in cui la critica ti è stata rivolta.

8. Cerca che cosa puoi farne

Dopo aver ascoltato e valutato la critica, arriva la domanda più utile:

  • “Adesso che cosa posso fare?”

Forse devi correggere qualcosa.
Chiedere un chiarimento.
Cambiare un comportamento.
Prestare maggiore attenzione.

Oppure concludere che quella critica non richiede alcun cambiamento.

L’obiettivo non è utilizzare ogni critica per “diventare migliore”. È decidere lucidamente se contiene qualcosa che merita una tua azione.

Se invece sei tu a dover affrontare conversazioni delicate con collaboratori o colleghi, scopri il percorso di coaching “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

Sul tema può esserti utile anche il mio post “Il feedback del capo ti ha messo KO? 8 spunti per risollevarsi prima del gong”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede.

Una critica può essere ingiusta.

Può nascere da un’informazione incompleta, da un’interpretazione sbagliata o essere semplicemente un giudizio che non condividi.

In quel caso puoi spiegare la tua posizione.
Puoi chiedere fatti ed esempi.
Puoi mettere un limite.

E qualche volta puoi anche decidere di non darle ulteriore spazio.

Accettare di essere criticato non significa accettare qualsiasi critica come vera.

La maturità non sta nell’incassare ogni critica senza reagire.
Sta nel riuscire a distinguere ciò che può esserti utile da ciò che non ti appartiene.

Le critiche continueranno ad arrivare – e anche la paura delle critiche.

Alcune saranno utili.
Altre saranno formulate male.
Altre ancora saranno semplicemente ingiuste.

Il punto non smettere di aver paura delle critiche.

È evitare che ogni critica diventi automaticamente una sentenza sul tuo valore.

Come affermare se stessi in 13 passi

affermare se stessi

Sai dire quello che pensi anche quando gli altri non sono d’accordo?

Sai dire no senza sentirti immediatamente in colpa?

Chiedere spiegazioni quando qualcosa non ti è chiaro?

Dire a qualcuno che un suo comportamento ti infastidisce?

Oppure, per evitare tensioni, preferisci lasciar correre?

Magari sul momento funziona.
Poi però rimane qualcosa.

La sensazione di non esserti fatto rispettare. Il fastidio per aver accettato qualcosa che non volevi. A volte anche rabbia verso l’altra persona.

Affermare te stesso non significa diventare aggressivo. Significa riuscire a esprimere ciò che pensi, vuoi o non vuoi senza rinunciare al rispetto dell’altro.

E non sempre viene spontaneo.

Ecco 13 passi su cui possiamo lavorare per affermare se stessi.

1. Assumiti la responsabilità di ciò che puoi cambiare

Se qualcosa continua a non funzionare nei tuoi rapporti professionali o personali, aspettare che siano sempre gli altri a cambiare difficilmente risolverà il problema.

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa posso fare io, diversamente?”

Non significa attribuirti la responsabilità di tutto ciò che accade.

Significa riconoscere la parte sulla quale puoi realmente intervenire: ciò che dici, ciò che accetti, i limiti che metti e il modo in cui reagisci.

Anche in un percorso di coaching il cambiamento non può farlo il coach al posto tuo.

2. Datti tempo

Se per anni hai evitato il conflitto, hai detto sì per non deludere oppure hai preferito tacere, difficilmente cambierai comportamento dopo aver letto un articolo.

E neppure dopo una singola conversazione.

Affermarti richiede pratica.

Alcune volte riuscirai a dire esattamente ciò che volevi.
Altre penserai alla risposta giusta soltanto mezz’ora dopo.

Fa parte dell’apprendimento.

Non devi diventare improvvisamente un’altra persona. Devi imparare progressivamente a occupare meglio il tuo spazio.

3. Comincia dalle piccole situazioni

Non partire necessariamente dal confronto più difficile con il tuo capo.

Allenati dove il rischio è minore.

Può essere:

  • rifiutare una richiesta che non puoi soddisfare;
  • chiedere una correzione quando qualcosa non è come avevi concordato;
  • esprimere una preferenza anziché adeguarti automaticamente;
  • intervenire quando qualcuno ti interrompe continuamente.

Un piccolo no o una precisazione possono sembrare poca cosa.

Ma se normalmente avresti taciuto, sono già un cambiamento importante.

4. Affermare se stessi? Chiarisci i tuoi confini

È difficile difendere un confine se prima non sai dove si trova.

Che cosa sei disposto ad accettare?

Che cosa per te supera il limite?

Quali comportamenti ti infastidiscono?

Su quali questioni sei flessibile e su quali no?

I confini non servono a stabilire come gli altri devono comportarsi.

Servono soprattutto a chiarire come intendi comportarti tu quando qualcosa per te non è accettabile.

Un confine non serve a controllare gli altri.
Serve a rendere più chiaro ciò che tu sei disposto ad accettare.

5. Non aspettarti che gli altri leggano nella tua mente

È una trappola molto comune.

  • “Dovrebbe capire che mi dà fastidio.”
  • “È evidente che non sono d’accordo.”
  • “Dovrebbe arrivarci da solo.”

Forse.

Ma forse no.

Ricordo il caso di una persona che durante una sessione lamentava un rapporto difficile con il proprio capo.

Gli chiesi se avesse mai espresso apertamente il suo disagio.

  • “No. Certe cose non si devono nemmeno dire. È evidente che non sono contento. Basta guardarmi.”

Gli chiesi allora se il capo gli avesse mai domandato come andavano le cose tra loro.

“Sì.”

“E tu che cosa hai risposto?”

“Tutto bene, grazie.”

Ecco il punto.

Se dici che va tutto bene, non puoi contemporaneamente pretendere che l’altro capisca che non va affatto bene.

6. Non assumerti la responsabilità di ogni reazione altrui

Hai detto no e l’altra persona è delusa.
Hai espresso un’opinione diversa e qualcuno si è irritato.
Hai messo un limite e non è stato accolto con entusiasmo.

Questo non significa automaticamente che tu abbia sbagliato.

Naturalmente devi considerare l’effetto delle tue parole e il modo in cui le esprimi.

Ma non puoi organizzare ogni tua scelta con l’unico obiettivo di evitare qualsiasi disappunto negli altri.

Nell’ affermare se stessi, puoi essere rispettoso senza essere sempre accomodante.

Puoi tenere conto degli altri senza rinunciare sistematicamente a te stesso.

7. Impara a dire no

Dire no è probabilmente uno degli esercizi più concreti dell’assertività.

Il problema è che spesso lo carichiamo di troppe spiegazioni.

  • “Mi dispiace tantissimo, avrei voluto, però sai che in questo periodo…”

A volte basta:

  • “No, questa volta non riesco.”

Oppure:

  • “Preferisco non prendere questo impegno.”

Essere gentile non significa necessariamente dire sì.

E dire no non significa essere scortese.

Se questo è uno dei tuoi punti difficili, puoi approfondirlo in “Come dire No sul lavoro senza offendere (e farsi rispettare)”.

8. Sii semplice e diretto

Quando hai difficoltà ad affermare se stessi, potresti cercare di rendere più accettabile ciò che stai dicendo aggiungendo spiegazioni su spiegazioni.

Il risultato?

Il messaggio diventa meno chiaro.

Se vuoi qualcosa, chiedilo.
Se qualcosa non ti va, dillo.
Se non sei d’accordo, esprimi il tuo punto di vista.

Con rispetto, naturalmente.

Ma senza costruire un lungo percorso per arrivare finalmente alla frase che conta.

Essere diretti non significa essere duri.
Significa evitare che il messaggio si perda mentre cerchi di renderlo accettabile a tutti.

9. Non chiedere scusa per il semplice fatto di avere un’esigenza

Ci sono situazioni in cui chiedere scusa è giusto.

Hai commesso un errore.
Hai mancato di rispetto.
Hai creato un problema.

Ma esprimere una preferenza, fare una richiesta o rifiutare qualcosa non richiede automaticamente delle scuse.

  • “Mi dispiace, ma avrei bisogno di…”
  • “Scusa se te lo dico, però…”
  • “Mi spiace creare problemi, ma…”

A volte queste formule sono semplice cortesia.

Altre volte rivelano quanto ci sentiamo a disagio persino nel dichiarare ciò di cui abbiamo bisogno.

Prova a osservarti.

10. Parla di ciò che accade, non attaccare la persona

Quando vuoi chiedere un cambiamento, evita di trasformare il comportamento dell’altro in un giudizio sulla persona.

  • “Sei sempre il solito.”
  • “Non hai rispetto per nessuno.”
  • “Con te è impossibile parlare.”

Portano facilmente l’altra persona sulla difensiva.

È molto diverso dire:

  • “Quando mi interrompi mentre sto spiegando qualcosa, faccio fatica a completare il ragionamento. Vorrei poter finire prima di confrontarci.”

Oppure:

  • “Capisco il tuo punto di vista. Io però la vedo diversamente.”

Descrivi ciò che accade.
Spiega l’effetto che produce.
Formula una richiesta concreta.

Non è necessario costruire ogni frase intorno all’io. È più importante evitare che una richiesta diventi un’accusa.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

11. Fai attenzione anche a voce e corpo

Puoi pronunciare una frase perfettamente assertiva e indebolirla subito dopo.

Abbassando improvvisamente la voce.
Accelerando.
Ridendo per imbarazzo.
Aggiungendo giustificazioni.

Oppure puoi cercare di compensare l’insicurezza alzando troppo il volume e irrigidendoti.

Non esiste una postura che automaticamente ti renda autorevole.

Conta la coerenza tra ciò che dici e il modo in cui lo dici.

Parla con un volume adeguato.
Non avere fretta di riempire il silenzio.
Mantieni una postura naturale.
Guarda la persona con cui stai parlando.

E lascia che la frase arrivi.

L’autorevolezza non è volume.
È coerenza tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

12. Non giustificare ogni tua scelta

Spiegare le ragioni di una decisione può essere utile.

Sentirti obbligato a farlo ogni volta è un’altra cosa.

Se hai continuamente bisogno che gli altri comprendano, approvino e convalidino le tue scelte, rischi di trasformare ogni decisione in una richiesta implicita di permesso.

Puoi spiegarti quando è necessario.

Ma puoi anche dire:

  • “Ho deciso così.”
  • “Preferisco questa soluzione.”
  • “Per me questa volta non è possibile.”

E fermarti lì.

13. Rimani fermo quando è importante

Affermarti non significa pronunciare una volta la frase giusta e aspettarti che tutto cambi.

Qualcuno potrebbe insistere.
Mettere in discussione il tuo no.
Provare a riportarti sulla posizione precedente.

In quel momento non hai necessariamente bisogno di diventare più duro.

Puoi semplicemente ripetere con calma la tua posizione.

  • “Capisco quello che mi stai chiedendo, ma questa volta non posso.”

Se emergono nuove informazioni, puoi naturalmente cambiare idea.

Essere assertivo non significa non cambiare mai posizione.

Significa evitare di cambiarla soltanto perché ti senti a disagio nel sostenerla.

Affermare se stessi: attenzione alle trappole

Quando inizi a sentirti più sicuro, puoi cadere nell’eccesso opposto.

Pensare che essere assertivo significhi dover sempre dire ciò che pensi, mettere continuamente confini o non cedere mai.

Non è così.

Ci sono alcune trappole da evitare:

  • voler essere assertivo sempre: a volte non vale la pena aprire un confronto;
  • insistere finché l’altro cede: questa non è assertività, è pressione;
  • aspettarti che tutti apprezzino il cambiamento: chi era abituato alla tua disponibilità potrebbe aver bisogno di tempo;
  • sentirti automaticamente in colpa se qualcuno è deluso: il disappunto dell’altro non dimostra che hai sbagliato;
  • rifiutare ogni compromesso: sapersi affermare significa anche scegliere quando una mediazione è ragionevole.

Affermare te stesso non significa diventare inflessibile

Questo è forse il punto più importante.

L’assertività non serve a vincere ogni confronto.

Non serve a ottenere sempre ciò che vuoi.

E non serve a dimostrare che nessuno può metterti in discussione.

A volte terrai la tua posizione.
Altre volte farai un passo verso l’altro.

In qualche situazione scoprirai persino che l’altra persona aveva ragione.

Affermarti non significa imporre te stesso.
Significa riuscire a restare presente nella relazione senza rinunciare a ciò che pensi, senti o ritieni importante.

Ed è probabilmente questa la differenza più importante tra essere assertivo e voler semplicemente avere ragione.

8 cose da fare dopo un errore al lavoro

dopo un errore

Sbagliare continuamente può mettere in discussione la tua professionalità.

Ma pretendere di non sbagliare mai può avere un altro effetto: spingerti a scegliere soltanto ciò che conosci già, evitare rischi e non esporti.

La domanda, quindi, non è:

  • “Come faccio a non sbagliare?”

Piuttosto:

  • “Che cosa faccio quando sbaglio?”

Perché non tutti gli errori sono utili. Diventano utili quando riesci a capire che cosa è successo e che cosa farne.

Ecco 8 cose da ricordare dopo un errore al lavoro.

1. Concediti la reazione, poi torna ai fatti

Un errore può farti arrabbiare.

Può deluderti, metterti in imbarazzo o lasciarti con la sensazione di aver compromesso qualcosa di importante.

Non devi fingere che non sia successo niente.

Ma c’è una differenza tra attraversare la delusione e rimanerci dentro.

Dopo la prima reazione, prova a tornare ai fatti:

  • che cosa è successo realmente?
  • quali sono le conseguenze?
  • che cosa puoi ancora correggere?
  • qual è la prossima cosa utile da fare?

Rimuginare continuamente sull’errore non lo corregge. E soprattutto rischia di impedirti di vedere ciò che puoi fare adesso.

2. Cerca la tua parte di responsabilità

Quando qualcosa va male è facile guardare immediatamente fuori.

  • “Non mi hanno dato abbastanza informazioni.”
  • “Il collega non ha fatto la sua parte.”
  • “Il cliente ha cambiato idea all’ultimo momento.”

Può anche essere tutto vero.

Un errore raramente ha una sola causa.

Ma dopo aver considerato ciò che dipendeva dagli altri o dalle circostanze, chiediti:

  • “Quale parte dipendeva da me?”

Non per colpevolizzarti.

Perché la tua parte di responsabilità è anche quella sulla quale hai maggiore possibilità di intervenire.

3. Trasforma “ho sbagliato” in “la prossima volta…”

Una volta individuato che cosa non ha funzionato, prova a completare questa frase:

“La prossima volta…”

  • “La prossima volta chiederò una conferma prima di procedere.”
  • “La prossima volta preparerò meglio quel passaggio.”
  • “La prossima volta affronterò il problema prima che diventi urgente.”

Un errore dal quale ricavi soltanto:

  • “Sono stato stupido.”

ti lascia poco.

Un errore che riesci a trasformare in un comportamento diverso per la prossima volta comincia invece a diventare esperienza.

4. Non trasformare un errore in una sconfitta generale

Hai sbagliato una presentazione.
Hai perso un cliente.
Hai gestito male una conversazione.

Non significa che tutto ciò che hai fatto fino a quel momento perda improvvisamente valore.

Dopo un errore abbiamo facilmente la tentazione di allargare il giudizio:

  • “Sbaglio sempre tutto.”
  • “Non sono portato.”
  • “Non ce la farò mai.”

Fermati sull’episodio.

Un errore può essere importante senza diventare il riassunto della tua storia professionale.

5. Decidi se insistere, correggere o cambiare strada

Il vecchio consiglio sarebbe:

  • “Non mollare mai.”

Ma non sempre è un buon consiglio.

A volte devi riprovare.
Altre volte devi cambiare metodo.

In qualche caso devi riconoscere che stai insistendo su una strada che non funziona più.

La perseveranza è utile quando ti permette di continuare a lavorare verso qualcosa che ha ancora senso.

Diventa meno utile quando significa ripetere lo stesso tentativo aspettandoti ogni volta un risultato diverso.

Dopo un fallimento, quindi, non chiederti soltanto:

  • “Come posso riprovare?”

Chiediti anche:

  • “Vale ancora la pena andare in questa direzione?”

6. Considera ciò che l’errore ti ha fatto vedere

Non direi che sbagliare sia una “benedizione”.

Alcuni errori avremmo preferito non commetterli.

Alcuni hanno conseguenze pesanti.

Altri non insegnano automaticamente niente.

Ma può accadere che proprio un risultato negativo renda visibile qualcosa che prima non avevi considerato.

Un limite.
Una competenza da sviluppare.
Un obiettivo che non desideri più.
Una modalità che non funziona.
Un’alternativa che non avevi considerato.

Non devi essere contento di aver sbagliato per poter imparare.

7. Separa ciò che hai fatto da ciò che sei

Questo è probabilmente il passaggio più importante.

  • “Ho fallito.”

può trasformarsi molto velocemente in:

  • “Sono un fallito.”

Ma non sono la stessa cosa.

Puoi aver preso una decisione sbagliata senza essere incapace di decidere.

Puoi aver gestito male una situazione senza essere professionalmente inadeguato.

Puoi aver fallito un obiettivo senza essere tu il fallimento.

L’errore riguarda qualcosa che hai fatto. Non definisce automaticamente chi sei.

Se dopo un periodo complicato senti che gli errori o una delusione professionale hanno intaccato la fiducia in te stesso, può essere il momento di ricostruire punti di riferimento più solidi.

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire fiducia, equilibrio e motivazione.

Scopri il mio percorso per ritrovare autostima e ripartire con serenità e consapevolezza.

8. Rimetti l’errore dentro una storia più grande

Quando sei dentro un fallimento, quel momento può sembrare enorme.

Occupa tutto lo spazio.

A distanza di tempo, spesso cambia proporzione.

Non perché improvvisamente non conti più, ma perché nel frattempo sono successe altre cose. Hai preso altre decisioni. Hai ottenuto altri risultati. Forse hai anche commesso altri errori.

La vita professionale non si ferma su un singolo episodio.

Per questo puoi riconoscere ciò che è successo, assumerti le tue responsabilità, correggere quello che puoi e poi permetterti di andare avanti.

Se vuoi approfondire proprio il momento successivo all’errore, puoi leggere anche “7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro”.

Dopo un errore la domanda più utile è “Che cosa posso capire da ciò che è successo?”

Non tutti gli errori ti faranno crescere.
Non tutti i fallimenti nascondono un’opportunità.

E non tutto deve necessariamente avere un lieto fine.

Ma anche quando qualcosa è andato male, puoi evitare di aggiungere all’errore una seconda conseguenza: usarlo come prova del tuo valore personale.

Hai sbagliato qualcosa.

Adesso puoi decidere che cosa farne.

Autorevolezza al lavoro: il potere della calma

potere della calma

Ci sono giornate in cui sembra arrivare tutto insieme.

Una decisione urgente.
Un problema con un cliente.
Un obiettivo che rischia di saltare.
Un collaboratore che bussa alla porta proprio quando non hai un minuto.

La pressione aumenta.

E inevitabilmente qualcosa di quella pressione passa anche nel modo in cui parli, ascolti e ti muovi.

Diventi più veloce.
Più sbrigativo.
Interrompi.
Rispondi mentre fai altro.

Non necessariamente perché non ti interessano le persone. Semplicemente perché hai la testa da un’altra parte.

Eppure, proprio nei momenti di maggiore pressione, la calma può diventare una componente importante della tua autorevolezza.

Essere calmo non significa non avere pressione.
Significa evitare di scaricare automaticamente quella pressione sulle persone che hai davanti.

La calma non è qualcosa che devi recitare

Essere calmo non significa mostrarti impassibile.

Non significa nascondere le emozioni, rallentare artificialmente i movimenti o assumere la postura di chi ha sempre tutto sotto controllo.

Puoi essere preoccupato.
Puoi avere fretta.
Puoi persino essere arrabbiato.

La differenza sta nel modo in cui gestisci ciò che stai provando mentre entri in relazione con gli altri.

Pensa all’ultima volta che hai parlato con qualcuno che aveva evidentemente fretta.

Probabilmente lo hai capito subito.

Lo sguardo andava altrove.
La risposta arrivava subitto.
Il corpo è già diretto alla porta.

Come ti sei sentito?

Ascoltato?

Oppure tollerato per qualche minuto?

Che cosa comunichi quando hai fretta?

Immagina adesso la situazione opposta.

Un collaboratore viene da te perché ha bisogno di un chiarimento.

Tu hai una riunione tra dieci minuti, una mail urgente da inviare e un problema che continua a girarti in testa.

Non c’è niente di strano.

Essere autorevole non significa avere sempre tempo.

Il problema nasce quando provi a far credere all’altro di averne mentre, in realtà, non stai ascoltando.

Continui a guardare il computer.
Controlli il telefono.
Completi una mail.
Anticipi ciò che sta per dirti.

“Sì, sì, ho capito.”

Fisicamente sei lì.

Con l’attenzione, molto meno.

E la persona che hai davanti spesso se ne accorge.

La fretta non comunica necessariamente disinteresse. Ma può essere percepita come disinteresse.

Questa distinzione è importante.

La calma si vede soprattutto quando il tempo manca

Non sempre puoi concedere mezz’ora a chi vuole parlarti.

A volte hai davvero cinque minuti.

La qualità dell’ascolto, però, non dipende soltanto dalla quantità di tempo disponibile.

Puoi avere mezz’ora e ascoltare distrattamente.

Oppure avere cinque minuti ed essere realmente presente.

Quando il tempo stringe, possono aiutarti alcune cose molto semplici:

  • Dillo apertamente. “Ho cinque minuti adesso. Se non bastano, troviamo un altro momento.”
  • Smetti per qualche minuto di fare altro. Se continui a scrivere, leggere o controllare il telefono, stai dividendo l’attenzione.
  • Chiedi che cosa conta davvero. “Qual è la questione più importante che vuoi affrontare?”
  • Non anticipare subito la soluzione. Prima di decidere di aver capito, fai qualche domanda.
  • Se rimandi, fissa un momento preciso. “Adesso non riesco. Ne parliamo alle 16?” E poi mantieni l’impegno.
  • Se sei troppo stanco o irritato per ascoltare davvero, riconoscilo. A volte rimandare è più rispettoso che fingere attenzione.

Non sono tecniche per sembrare calmo.

Servono piuttosto a non lasciare che sia la fretta a guidare completamente la conversazione.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

La calma non significa risolvere tutto

C’è un’altra trappola.

Quando hai poco tempo, puoi essere tentato di arrivare immediatamente alla soluzione.

“Fai così.”
“Chiamalo.”
“Digli questo.”
“Ci penso io.”

È veloce.

Ma se lo fai continuamente, rischi di trasformarti nel punto attraverso cui deve passare ogni problema.

A volte è più utile chiedere:

  • “Tu come pensi di affrontarlo?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Ascoltare non significa assumerti automaticamente il problema dell’altro.

Significa capire prima di decidere quale contributo sia realmente necessario.

Voce, corpo e intenzione devono raccontare la stessa cosa

La calma passa anche attraverso il modo in cui comunichi.

Non esiste una postura magica che ti renda autorevole.

E tenere le mani in una determinata posizione non dimostra automaticamente apertura, sicurezza o disponibilità.

Conta l’insieme.

Se dici:

“Dimmi, ti ascolto.”

ma nel frattempo guardi continuamente l’orologio, il messaggio che arriva è contraddittorio.

Se dici di non avere fretta ma parli velocissimo e interrompi, accade la stessa cosa.

Voce, corpo e parole non devono essere perfetti. Devono essere sufficientemente coerenti.

La calma non si comunica restando immobili.
Si comunica quando ciò che dici, il modo in cui lo dici e l’attenzione che offri vanno nella stessa direzione.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

La calma aumenta la tua autorevolezza

Un leader calmo non è quello che non si agita mai.

Non è quello che ha sempre la risposta.

E nemmeno quello che riesce a mostrarsi sereno qualsiasi cosa accada.

È quello che, anche sotto pressione, riesce abbastanza spesso a non trasformare la propria urgenza nell’urgenza di tutti.

Questo ha un effetto sulle persone.
Permette loro di parlare.
Rende più facile affrontare un problema senza aggiungere altra tensione.

Ed è anche una forma di autorevolezza.

Se vuoi approfondire il tema, nel mio libro “Autorevolezza” trovi altri spunti per diventare un punto di riferimento più solido per collaboratori e colleghi.

La calma non elimina la pressione.
Evita che la pressione decida al posto tuo come parlare, ascoltare e reagire.

Forse è questo il suo vero potere.

10 miti sulla leadership da sfatare subito

miti sulla leadership

La leadership è uno dei concetti più utilizzati nel mondo del lavoro.

E anche uno dei più equivocati.

C’è chi associa il leader al carisma.
Chi al potere.
Chi alla capacità di decidere veloce.
Avere sempre una risposta.
Chi pensa che leader si nasca.

E chi crede che la leadership riguardi soltanto manager, dirigenti e grandi imprenditori.

Sono convinzioni che possono sembrare innocue. In realtà influenzano il modo in cui vivi il tuo ruolo e il leader che pensi di dover diventare.

Vediamo 10 miti sulla leadership che vale la pena mettere in discussione.

1. Leader si nasce

È probabilmente uno dei miti più resistenti.

  • “Non ho il carattere del leader.”
    “Non sono abbastanza carismatico.”
    “Non sono portato.”

Naturalmente alcune caratteristiche personali possono aiutarti.

C’è chi si sente più a proprio agio nel prendere la parola, decidere, esporsi o assumersi responsabilità.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte capacità necessarie per guidare altre persone si sviluppano attraverso esperienza, errori, confronto, consapevolezza e pratica.

Non devi diventare un’altra persona per essere un leader migliore. Ma puoi cambiare il tuo modo di guidare.

2. Devo avere sempre tutte le risposte

Quando diventi responsabile di altre persone può comparire una pressione particolare:

“Adesso dovrei sapere che cosa fare.”

Non sempre.

Essere leader significa anche prendere decisioni.

Ci sono momenti nei quali devi indicare una direzione, assumerti una responsabilità e dare una risposta.

Ma avere responsabilità non significa dover sapere tutto.

Puoi chiedere.
Puoi ascoltare chi ne sa più di te.
Puoi dire:

“Su questo punto devo approfondire.”

E puoi cambiare idea quando emergono informazioni migliori.

Un leader che deve dimostrare continuamente di avere tutte le risposte rischia, prima o poi, di smettere di fare domande.

3. La leadership si misura soltanto dai risultati

I risultati contano.

Un team non esiste soltanto per stare bene insieme. Ha obiettivi, responsabilità e prestazioni da raggiungere.

Il problema nasce quando il risultato diventa l’unica misura della leadership.

Puoi raggiungere un obiettivo spremendo il team.
Puoi ottenere obbedienza attraverso la paura.
Puoi centrare un risultato lasciando dietro di te persone demotivate, dipendenti o pronte ad andarsene.

La domanda, allora, non è soltanto:

“Abbiamo raggiunto il risultato?”

Ma anche:

“Come ci siamo arrivati?”

Perché il modo in cui raggiungi un risultato può influenzare profondamente quelli che verranno dopo.

4. Un buon leader non sbaglia

Più responsabilità assumi, più alcune tue decisioni diventano visibili.

E quindi anche gli errori.

Il problema non è pretendere che sbagliare sia positivo.

Alcuni errori costano.
Alcuni potevano essere evitati.
Altri richiedono assunzione di responsabilità.

La differenza sta in ciò che fai dopo.

Nascondi?
Cerchi un colpevole?
Difendi la decisione a ogni costo?

Oppure riconosci ciò che non ha funzionato e correggi?

Essere autorevole non significa non sbagliare.
Conta anche quello che fai dopo un errore

5. Devo essere brillante e carismatico

Non devi necessariamente entrare in una stanza e attirare immediatamente l’attenzione.

Non devi essere estroverso.

E non devi avere una personalità travolgente.

Il carisma può aiutare alcune persone a ottenere attenzione.

Ma ottenere attenzione e diventare un punto di riferimento non sono la stessa cosa.

Puoi essere pacato e autorevole.
Riservato e incisivo.
Puoi parlare poco ed essere ascoltato quando lo fai.

Nel tempo pesano anche affidabilità, coerenza, capacità di ascoltare, competenza e modo di stare nelle situazioni difficili.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per comunicare con maggiore sicurezza e autorevolezza.

6. Devo avere potere e controllo

Hai un ruolo di responsabilità.
Puoi prendere decisioni.
Assegnare compiti.
Stabilire priorità.
Dire no.

Anche questo fa parte della leadership.

Ma avere autorità formale e avere autorevolezza non sono la stessa cosa.

Il ruolo può permetterti di ottenere obbedienza.

Non garantisce automaticamente fiducia, responsabilità o disponibilità a seguirti quando la situazione diventa difficile.

Un team nel quale ogni problema, decisione e iniziativa deve passare da te può sembrare sotto controllo.

In realtà potrebbe essere un team che ha imparato a dipendere da te.

7. I leader migliori sono uomini

La capacità di guidare persone non deriva dal genere.

E non esiste un unico modello di comportamento al quale uomini o donne debbano adeguarsi per essere considerati leader.

Per molto tempo, però, alcune caratteristiche sono state associate più facilmente all’immagine tradizionale del leader: decisione, durezza, competitività, sicurezza ostentata.

Questo può aver contribuito a creare un modello molto ristretto di ciò che significa guidare.

Ma puoi esercitare leadership in modi differenti.

Essere fermo senza essere aggressivo.
Empatico senza essere debole.
Determinato senza diventare autoritario.

La leadership non riguarda solo te. Quello che fai ha conseguenze anche sul lavoro degli altri.

8. Il titolo mi renderà leader

Una promozione cambia il tuo ruolo.

Non necessariamente il modo in cui le persone ti percepiscono.

Da un giorno all’altro puoi diventare responsabile del team.

Il giorno dopo, però, devi ancora costruire il rapporto con le persone che ne fanno parte.

Il titolo ti assegna responsabilità e autorità formale.

L’autorevolezza si costruisce attraverso ciò che fai con quella responsabilità.

Come decidi.
Come comunichi.
Come reagisci sotto pressione.
Tratti le persone.
Affronti un errore.
Gestisci un conflitto.

È anche per questo che può esserti utile leggere “9 ragioni perché le persone seguono un leader”.

9. Essere leader significa essere apprezzato

Se cerchi continuamente l’approvazione del team, alcune decisioni diventano molto difficili.

Dovrai dire no.
Correggere un comportamento.
Dare un feedback scomodo.
Prendere una decisione difficile.

Questo non significa che un leader debba essere freddo, distante o indifferente al giudizio degli altri.

Significa distinguere tra costruire buone relazioni e avere bisogno di essere apprezzato da tutti.

Puoi essere rispettato senza piacere sempre.

E puoi essere molto popolare senza essere necessariamente autorevole.

10. La leadership riguarda soltanto chi sta in alto

Quando sentiamo la parola leadership immaginiamo facilmente il vertice.

Un CEO.
Un dirigente.
Un grande imprenditore.

Ma la leadership diventa concreta anche quando coordini tre persone.

Quando sei responsabile di un piccolo punto vendita.
Quando guidi un progetto.
Quando devi dare una direzione a collaboratori che fino a ieri erano tuoi colleghi.

La dimensione del team cambia la complessità.

Non elimina la responsabilità di guidarlo.

Diventi leader quando inizi a essere responsabile anche del lavoro degli altri.

Sfatare i miti non basta

Puoi sapere che leader non si nasce.

Che non devi avere tutte le risposte.
Che il titolo non basta.
Che non devi piacere a tutti.

E continuare comunque a comportarti come se queste convinzioni fossero vere.

Perché alcuni miti non rimangono nella teoria.

Entrano nel modo in cui lavori.

Ti fanno parlare quando sarebbe meglio ascoltare.

Nascondere un dubbio per paura di sembrare debole.

Evitare un confronto perché vuoi essere apprezzato.

Controllare tutto perché pensi che un leader debba avere tutto sotto controllo.

La leadership si può sviluppare. Ma prima di imparare nuove tecniche, vale la pena capire quale idea di leadership hai già.

7 ragioni perchè non riesci a concentrarti al lavoro

concentrarsi al lavoro
Inizi a leggere.
A metà pagina ti accorgi di non aver capito.
Ricominci.
Ancora niente.

Arrivi in fondo… e non ricordi l’inizio.

Che cosa sta succedendo?

Smarrisci spesso le chiavi.
Sei quasi sempre in ritardo.

Ti si chiudono gli occhi durante le riunioni e sobbalzi quando qualcuno chiude una porta?

La mancanza di concentrazione ti fa perdere tempo.

E spesso ti impedisce di ottenere buoni risultati per lavori che potresti svolgere bene in due ore,
se solo fossi più focalizzato.

Così, concentrarsi al lavoro diventa difficile.
La vita diventa faticosa.
Molto faticosa.

Ecco 7 ragioni per cui fai fatica a concentrarti al lavoro.

1. Sovraccarico di social, mail, telefonate

(Dicono che) è bello essere sempre connessi.

Peccato che ogni notifica:

  • interrompa il filo logico
  • costringa a ripartire da capo
  • frammenti l’attenzione

Evita i social mentre lavori.
Meglio usarli durante le pause.

Lo stesso vale per le mail.

Rispondere a ogni messaggio appena arriva ti impedisce di entrare in profondità.

  • Quante mail richiedono davvero una risposta immediata?
  • E le telefonate?
  • Se non sono urgenti, perché non lasciarle alla segreteria?

Personalmente controllo mail e segreteria telefonica a orari più o meno fissi: mattino – pranzo – tardo pomeriggio.

Sì, proprio così.
Un po’ come prendere le medicine.

2. Concentrarsi al lavoro: il multitasking non aiuta

Se sei bravo nel multitasking potresti pensare di fare più cose in meno tempo.

Ripensaci.

Più frammenti l’attenzione,
più diventa difficile concentrarsi davvero.

Ogni cambio di compito ha un costo mentale.

Sul lungo periodo, questo porta a:

  • minore profondità
  • maggiore stanchezza
  • difficoltà sui compiti complessi

Tre progetti insieme richiedono quasi sempre più tempo che affrontarli uno alla volta.

Una cosa alla volta, soprattutto sui compiti importanti.

Il multitasking lascialo per attività leggere (riordinare mentre sei al telefono, ad esempio).

3. Mancanza di sonno

La privazione di sonno è una delle cause più comuni di scarsa concentrazione.

Se dormi poco:

  • sei irritabile
  • spossato
  • meno lucido

Il primo passo è semplice (non facile): dormire 7–8 ore a notte (secondo il tuo fabbisogno personale).

La sera:

  • riduci TV e smartphone
  • scollegati almeno un’ora prima di dormire

Alcune ricerche mostrano che tenere lo smartphone sul comodino può disturbare il sonno.

La luce delle notifiche sopprime la melatonina,
l’ormone che favorisce il riposo.

4. Pochi stimoli o soddisfazioni sul lavoro

Ambienti disorganizzati.
Progetti destinati a finire nel nulla.
Feedback negativi ripetuti.

In queste condizioni è normale perdere:

  • motivazione
  • energia
  • concentrazione

Compiti banali e ripetitivi, poco significato, poche responsabilità spengono il cervello, lentamente.

5. Troppo stress

Un po’ di stress aiuta.
Troppo stress distrugge.

Quando le priorità sono troppe:

  • l’attenzione cala
  • aumenta la distrazione
  • cresce la dimenticanza

Ansia e stress chiedono sempre un prezzo.
E la concentrazione è tra le prime a pagare.

Usa tecniche di rilassamento e cura lo stile di vita, a casa e al lavoro.

6. Poco esercizio fisico

L’attività fisica regolare:

  • mantiene la mente acuta
  • migliora memoria e apprendimento
  • stimola i neuroni

Non serve la palestra.

Anche una camminata a passo sostenuto è sufficiente.

Meglio muoversi nella prima parte della giornata.

Per concentrarsi al lavoro evita allenamenti intensi la sera:
uno stress eccessivo peggiora il sonno.

7. Consumo eccessivo di caffeina (e bevande stimolanti)

La caffeina può essere un’alleata.
Se usata con misura.

Un consumo moderato (2–3 caffè al giorno) può migliorare vigilanza e reattività.

Ma l’eccesso fa l’esatto contrario.

Troppa caffeina può provocare:

  • insonnia
  • nervosismo
  • mal di testa
  • agitazione
  • difficoltà di concentrazione

E qui sta l’inganno: la caffeina non è solo nel caffè.

È presente anche in:

  • energy drink
  • bevande tipo cola
  • tè (soprattutto tè nero)
  • bevande “funzionali” o sportive
  • cioccolato (soprattutto fondente)

Il risultato?

Sommando tutto, spesso assumi molta più caffeina di quanto credi.

Questo sovraccarico stimola il sistema nervoso, aumenta l’irrequietezza e peggiora la qualità del sonno.

E se dormi male,
il giorno dopo paghi il conto
in concentrazione, lucidità ed energia.

Meno stimolanti artificiali.
Più equilibrio.

In chiusura

Concentrarsi al lavoro non è solo forza di volontà.

È una competenza che si protegge,
un equilibrio che si costruisce ogni giorno.

Se la perdi,
non colpevolizzarti subito.

Osserva.
Riduci il rumore.
Riparti da ciò che conta davvero.

13 errori da evitare come nuovo leader del team

nuovo leader

Stai iniziando un nuovo ruolo.

Adesso sei tu a guidare il team.

Probabilmente c’è entusiasmo. Ma può esserci anche un po’ di apprensione, soprattutto se è la prima volta che ti trovi dall’altra parte.

Ottenere l’incarico è stato un passaggio importante. Esercitarlo è un’altra cosa.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la storia di Jonathan e le difficoltà che incontra entrando nel suo nuovo ruolo.

Perché, indipendentemente dalla tua esperienza, quando arrivi in un nuovo team devi capire persone, equilibri, abitudini, aspettative e modi di lavorare che ancora non conosci.

Ed è proprio qui che puoi commettere alcuni degli errori più comuni.

La tentazione può essere quella di partire velocemente, dimostrare quanto vali e lasciare subito la tua impronta.

Ma prima di cambiare qualcosa devi capire dentro che cosa sei entrato.

Ecco 13 errori da evitare quando sei il nuovo leader del team.

1. Arrivare con tutte le risposte

Sei il nuovo leader.

Sei stato scelto per quel ruolo e vuoi dimostrare che la scelta è stata giusta.

È comprensibile.

Il rischio è arrivare e cominciare immediatamente a correggere procedure, cambiare abitudini e spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Prima osserva.

Cerca di capire come vengono prese le decisioni, quali equilibri esistono, che cosa funziona e che cosa invece crea realmente difficoltà.

Può darsi che alcune cose vadano cambiate.

Ma cambiare prima di aver capito il contesto può creare resistenze che avresti potuto evitare.

Quando entri in un nuovo team, non devi dimostrare quanto sai.
Prima devi capire come funziona.

2. Pretendere che gli altri funzionino come te

Tu hai il tuo modo di lavorare.
I tuoi tempi.
Il tuo bisogno di autonomia, confronto, precisione o velocità.

I tuoi collaboratori potrebbero funzionare diversamente.

Questo non significa adattarti continuamente a tutti o rinunciare alle tue aspettative.

Significa evitare di utilizzare te stesso come unico metro di misura.

Una persona necessita di più indicazioni.
Un’altra di maggiore autonomia.
Una può esporsi facilmente.
Un’altra necessita di più tempo.

Guidare un team significa anche imparare a riconoscere queste differenze.

3. Aspettare troppo prima di confrontarti con il tuo capo

Potresti pensare:

  • “Prima devo capire meglio la situazione.”
  • “Non ho ancora niente di importante da dire.”
  • “Aspetto che sia lui a cercarmi.”

Non aspettare troppo.

Nei primi tempi hai bisogno di capire che cosa il tuo responsabile si aspetta da te, quali sono le priorità e su quali aspetti hai autonomia.

Meglio chiarirlo presto che scoprire dopo qualche settimana che stavate lavorando con aspettative differenti.

4. Gestire il team senza sostenerlo

Essere responsabile non significa soltanto distribuire compiti, controllare risultati e valutare prestazioni.

Una parte del tuo ruolo di nuovo leader consiste anche nel capire che cosa impedisce alle persone di lavorare bene.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa ti serve per procedere?”
  • “Dove stai incontrando difficoltà?”
  • “Che cosa puoi fare tu e dove invece serve il mio intervento?”

Essere di supporto non significa risolvere ogni problema al posto loro.

Al contrario: un buon supporto dovrebbe aumentare l’autonomia, non la dipendenza dal leader.

5. Non chiarire le aspettative

Molti problemi iniziano da aspettative mai esplicitate.

Tu pensi che una cosa sia evidente.

Il collaboratore ne interpreta un’altra.

Poi arriva la delusione:

  • “Pensavo fosse chiaro.”

Probabilmente per te lo era.

Chiarisci invece ciò che ritieni importante: responsabilità, priorità, autonomia, modalità di comunicazione, qualità attesa e comportamenti che consideri essenziali nel lavoro del team.

Non puoi pretendere che gli altri rispettino aspettative che conosci soltanto tu.

6. Lamentarti continuamente

Se sei appena arrivato e cominci subito a lamentarti dell’azienda, dei processi, del tuo capo o delle persone che lavorano con te, stai già comunicando qualcosa sul tuo modo di affrontare le difficoltà.

Questo non significa fingere che tutto funzioni.

Puoi criticare un processo.
Puoi evidenziare un problema.
Puoi proporre un cambiamento.

Ma c’è una differenza tra affrontare criticamente un problema e trasformare la lamentela in una modalità abituale di relazione.

7. Entrare nel gossip

All’inizio potresti ricevere molte informazioni.

  • “Vedrai come è fatto quello…”
  • “Con lei devi stare attento…”
  • “Qui è sempre funzionato così perché…”

Ascolta ciò che può aiutarti a comprendere il contesto, ma evita di diventare rapidamente parte delle alleanze, delle antipatie e dei giudizi già presenti nel gruppo.

Costruisci la tua lettura delle persone attraverso l’esperienza diretta.

8. Diventare difensivo quando qualcuno ti contraddice

Se sei ancora alla ricerca di una tua sicurezza nel ruolo, il dissenso può sembrarti più minaccioso di quanto sia realmente.

Un collaboratore che non è d’accordo con te non sta necessariamente mettendo in discussione la tua autorità.

Potrebbe semplicemente conoscere meglio di te una procedura, un cliente o una situazione.

Puoi dire:

  • “Spiegami meglio come la vedi.”
  • “C’è qualcosa che mi sta sfuggendo?”

Ammettere di non conoscere ancora tutto non indebolisce automaticamente la tua autorevolezza.

Pretendere di sapere ciò che ancora non conosci può farlo molto di più.

9. Cercare subito di diventare amico di tutti

Creare un buon rapporto con il team è importante.

Essere disponibile, cordiale e umano lo è altrettanto.

Ma se il tuo bisogno di essere accettato diventa troppo forte, prima o poi il ruolo ti presenterà il conto.

Dovrai correggere.
Dare un feedback scomodo.
Dire no.
Decidere qualcosa di poco gradito.

Il punto non è mantenere una fredda “distanza professionale”. È non confondere una buona relazione con il bisogno di essere approvato.

Su questo tema puoi approfondire con “6 motivi perché non dovresti definirti amico di un tuo collaboratore”.

10. Diventare eccessivamente autoritario

È l’errore opposto.

Hai finalmente un ruolo di responsabilità e senti il bisogno di far capire chiaramente chi decide.

A volte dovrai decidere tu.

La leadership non è una consultazione permanente.

Ma se utilizzi continuamente il ruolo per chiudere ogni confronto, rischi di ottenere esecuzione senza partecipazione.

Il ruolo ti dà il diritto di decidere.
Non ti garantisce automaticamente che le persone riconoscano la tua autorevolezza.

11. Evitare i feedback difficili

Quando sei appena arrivato può essere scomodo affrontare subito un comportamento che non funziona.

Potresti aspettare.
Minimizzare.
Sperare che si sistemi da solo.

Soprattutto se vuoi costruire un buon rapporto con il team.

Ma rimandare troppo può rendere il problema più difficile da affrontare successivamente.

Un feedback critico non deve essere aggressivo.

Deve essere chiaro, concreto e riferito a comportamenti osservabili, non alla persona.

12. Accorgerti delle persone soltanto quando qualcosa non funziona

C’è un altro rischio.

Sei concentrato sui risultati e quindi la tua attenzione viene attirata soprattutto da problemi, errori e prestazioni insufficienti.

Il collaboratore che lavora bene diventa quasi invisibile.

Non serve distribuire complimenti continuamente.

Serve però accorgerti anche di ciò che funziona.

Un risultato raggiunto.
Un comportamento utile.
Un miglioramento.
Una responsabilità.

Se parli con le persone solo quando qualcosa non va, finiranno per associare la tua presenza a un problema.

13. Pensare di dovercela fare da solo

Hai ricevuto una responsabilità.

Questo non significa che tu debba affrontare da solo ogni dubbio, difficoltà o passaggio delicato.

Confrontarti con qualcuno può aiutarti a vedere ciò che, mentre sei immerso nella situazione, fai fatica a vedere.

Può essere il tuo responsabile.
Un collega esperto.
Un mentore.
Un coach.

L’importante è avere uno spazio nel quale poter ragionare anche su ciò che sta succedendo a te mentre cerchi di guidare gli altri.

Se senti che il nuovo ruolo ti sta mettendo alla prova e vuoi confrontarti su una situazione concreta, contattami.

Possiamo capire insieme su che cosa è più utile lavorare e quale potrebbe essere il passo successivo.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader

Quando assumi il ruolo di nuovo leader è naturale voler partire bene.

Ma partire bene non significa solo impressionare il team nelle prime settimane.

Significa cominciare a capire.
Osservare.
Fare domande.
Chiarire le aspettative.
Intervenire quando serve.

E concederti anche il tempo necessario per imparare un ruolo che, fino a poco tempo prima, non era il tuo.

Quando diventi leader, non devi dimostrare subito quanto vali.
Prima devi conoscere il team che hai davanti.

È da lì che puoi cominciare a costruire la tua autorevolezza.

Vuoi far crescere il tuo team? Non aiutarlo

crescere il team

Immagina una bambina che sta cercando di allacciarsi le scarpe da sola.

Ci prova.
Non riesce.
Riprova.

Comincia a innervosirsi.

Il tuo primo impulso probabilmente è intervenire e aiutarla.

È comprensibile.

Ma se lo fai immediatamente, risolvi il problema delle scarpe. Non necessariamente la aiuti a imparare ad allacciarle.

Con i collaboratori può accadere qualcosa di simile.

A volte aiutare troppo presto non aiuta

Quando un collaboratore arriva con un problema, soprattutto se conosci già la soluzione, è molto facile rispondere immediatamente.

  • “Fai così.”
  • “Parla con questa persona.”
  • “Mandami tutto, ci penso io.”

È veloce.
È efficiente.

E spesso è anche fatto con le migliori intenzioni.

Ma se diventa il tuo modo abituale di intervenire, può produrre un effetto che probabilmente non desideri: il collaboratore impara a portarti i problemi prima ancora di aver provato ad affrontarli.

A quel punto il problema passa di mano.
Prima era suo.

Adesso è tuo.

E se questo meccanismo si ripete, non dovrebbe sorprenderti trovare sempre più persone alla tua porta in cerca di una risposta.

Se dai sempre tu la soluzione, il team impara a cercare te.
Non necessariamente a cercare una soluzione.

Prima di aiutare, prova a capire che cosa serve

Non tutti i problemi devono essere lasciati al collaboratore.

A volte devi intervenire.

Perché mancano informazioni.
Perché la persona non ha le competenze.
Perché il rischio di errore è troppo alto.
Perché la decisione spetta a te.

Oppure semplicemente perché, in quel momento, il tuo aiuto è davvero necessario.

Ma prima di prendere in mano il problema puoi fermarti e chiedere:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Quali possibilità vedi?”
  • “Che cosa ti serve da me?”

Sono domande semplici, ma cambiano la posizione del collaboratore.

Non è più soltanto qualcuno che arriva con un problema.

Rimane parte della sua soluzione.

Non aiutare subito può essere un modo per dare fiducia

Fare un passo indietro non significa abbandonare la persona.

Può significare:

  • “Credo che tu possa provare ad affrontare questa situazione.”

È una forma di fiducia.

Quando il collaboratore riesce a risolvere qualcosa senza ricevere immediatamente la soluzione dal responsabile, non acquisisce soltanto una risposta.

Costruisce esperienza, autonomia e maggiore fiducia nelle proprie capacità.

Ed è proprio questo che rischi di sottrargli quando intervieni troppo presto.

A volte il bisogno di aiutare è anche tuo

C’è poi una domanda un po’ più scomoda.

  • Perché senti il bisogno di intervenire subito?

Naturalmente può essere perché vuoi aiutare.

Ma qualche volta può esserci anche altro:

  • ti piace sentirti utile;
  • sai già come risolvere il problema e fai prima a occupartene tu;
  • fai fatica a vedere qualcuno procedere in modo diverso dal tuo;
  • temi che un errore del collaboratore ricada su di te;
  • essere quello che “sa come fare” ti fa sentire più sicuro nel tuo ruolo.

Non c’è bisogno di trasformare tutto questo in un problema psicologico.

È sufficiente accorgersene.

Perché anche un aiuto dato con le migliori intenzioni può togliere all’altro lo spazio necessario per imparare.

E far crescere il team.

Lasciare spazio non significa lasciare solo

Nel vecchio modo di intendere la leadership, il responsabile competente era spesso quello che aveva le risposte.

Ma se vuoi far crescere l’autonomia del team, qualche volta devi riuscire a non dare immediatamente la tua.

Puoi restare presente.
Osservare.
Fare domande.
Dare un’indicazione quando serve.

E intervenire se la situazione supera le capacità, l’autonomia o le responsabilità del collaboratore.

Questo è molto diverso dal lasciare qualcuno solo davanti a un problema che non è in grado di gestire.

Se vuoi approfondire questo modo di guidare le persone, puoi leggere anche “Pensa come un coach, muoviti come un coach”.

Far crescere una persona non significa lasciarla sola.
Significa capire quando sostenerla e quando lasciarle spazio.

Anche la frustrazione va letta

Quando una persona sta imparando qualcosa di nuovo, una certa difficoltà è inevitabile.

Non riuscire subito può costringerla a provare, ragionare, cercare alternative.

Ma questo non significa che più frustrazione produce automaticamente più crescita.

C’è una differenza tra una difficoltà che stimola e una situazione nella quale la persona non ha strumenti, informazioni o possibilità concrete di riuscire.

È qui che entra in gioco il tuo ruolo.

Non devi eliminare ogni difficoltà.
Ma nemmeno osservare da lontano aspettando di far crescere il team.

Devi capire che cosa gli serve in quel momento.

Una domanda?
Un’indicazione?
Più autonomia?
Un confronto?

Oppure un tuo intervento diretto?

Non aiutare non significa fregarsene

Questo è il punto decisivo.

Non aiutare troppo presto non significa diventare distante.

Non significa liberarti delle tue responsabilità.

E non significa rispondere:

  • “È un problema tuo, arrangiati.”

Sei comunque il leader.
Devi esserci quando serve.

Ma esserci non significa necessariamente prendere il controllo.

A volte il tuo contributo migliore è dare una risposta.
Altre volte è fare una domanda.
Altre ancora è aspettare e vedere che cosa riesce a fare la persona senza di te.

Se ti accorgi che nel tuo team tutto finisce sulla tua scrivania, oppure fai fatica a trovare il confine tra supportare e sostituirti agli altri, contattami.

Possiamo partire da una situazione concreta e capire dove il tuo intervento aiuta davvero e dove, invece, rischia di non far crescere il team.

Il tuo compito non è risolvere tutti i problemi del team.
È aiutare il team a diventare sempre più capace di affrontarli.

6 fattori da ricordare quando ti senti inadeguato nel nuovo lavoro

inadeguato nel lavoro

Foto di Stocksnap.

Prima l’agonia della ricerca lavoro.
Poi i salti di gioia.

E infine… la doccia fredda: sentirti completamente inadeguato nel nuovo lavoro o ruolo!

I primi giorni possono sopraffarti.

Hai una sola certezza (auto-sabotante):

da qualche parte — nel processo di selezione o nell’organizzazione — qualcuno ha fatto un errore.

E la persona sbagliata sei tu.

Perché ti senti inadeguato nel lavoro?

Nel mio libro Autorevolezza, questo tema emerge spesso.
Soprattutto nei nuovi team leader.

C’è troppo da sapere.
Troppe competenze da dimostrare.

Ogni incarico sembra impossibile.
Ogni incontro con il capo può essere “quello decisivo”.

Quello in cui scopriranno che non sei all’altezza.
Inadeguato nel lavoro.

Responsabilità scoraggianti. Disagio nel ruolo.

Idee poche.
Anzi: idee zero.

Non sapere cosa fare

Non sapere a chi chiedere.

Oppure chiedere aiuto per quasi-tutto.

E anche se l’azienda e il team sembrano soddisfatti… tu dubiti di te stesso.

Martelli la tua fiducia.
E ti chiedi:

“Dove mi sono cacciato?”

Suona familiare?

Potrei dirti:

  • “Non preoccuparti. Basta avere fiducia.”

Ma so che serve a poco. Sono parole.

Non sciolgono il groppo che senti in gola.

Allora cosa puoi fare?

Puoi camminare sulle uova. Rinunciare. Oppure aspettare che qualcuno ti smascheri.

Oppure puoi affrontare la realtà.

E ricordarti di queste 6 verità:

1. Sei stato assunto per un motivo

Durante il colloquio hai mentito?
Hai recitato una parte?
Hai ingannato tutti?

Se la risposta è no, allora chi ti ha assunto ha visto qualcosa.

Una competenza.
Una potenzialità.
Un valore.

I processi di selezione oggi sono (potenzialmente) lunghi, articolati, rigorosi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni.

Ti hanno osservato attentamente. E alla fine hanno scelto te!

Questa è la realtà.

2. All’inizio non si aspettano che tu sia perfetto

Non si aspettano che tu sappia tutto.

Si aspettano che tu impari.

Chi ti ha assunto sa che:

  • devi crescere
  • devi adattarti
  • fare esperienza

Sa che sei un investimento.
Sa che hai margine.

Questo è normale. Fa parte del processo.

3. Il vero rischio è sabotarti da solo

Quando ti senti inadeguato, iniziano i pensieri:

  • “E se si accorgono?”
  • “E se ho sbagliato tutto?”
  • “Se fallisco?”

Così inizi a sabotarti.

Notti insonni.
Scenari catastrofici.
Dubbi continui.

Ma c’è una verità importante:

Le valutazioni dell’azienda sono più obiettive delle tue.

Noi siamo i nostri peggiori critici.

La soluzione non è fuggire.

È abbracciare la sfida. E fare il tuo lavoro.

Un passo alla volta.

4. Conta più quello che pensano loro di quello che pensi tu

Tu puoi dubitare.
Ma loro ti hanno scelto.
Questo è il fatto.

Spesso siamo più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.

Nel mondo del lavoro ci sono persone che si sopravvalutano… e altre — molto valide — che si sottovalutano.

Molto probabilmente, tu appartieni alla seconda categoria.

Smetti di giudicarti.

Concentrati sul migliorare.

5. Il disagio può diventare il tuo più grande alleato

La sensazione di inadeguatezza è scomoda.

Ma può diventare una forza.

Ti spinge a:

  • imparare più velocemente
  • osservare di più
  • migliorarti continuamente

Ti porta fuori dalla tua zona di comfort.

Trova un mentore.
Un coach.
Studia.
Osserva.

Prenditi dei rischi.

Paradossalmente, potresti riuscire proprio grazie a questa sensazione.

6. Le aziende non fanno beneficenza

Le aziende non pagano stipendi per gentilezza.

Se ti hanno assunto, è perché credono in te.
Se ti confermano, è perché stai facendo bene.
Vedono potenziale, è perché esiste davvero.

Chi ti ha assunto ha già assunto molte altre persone.

Sa cosa cerca.
Sa cosa vede.
Cosa vale.

Il tuo compito è semplice:
continua a lavorare. Continua a imparare. A crescere.

Non c’è alcun motivo reale per dubitare di te stesso.
Sei dove devi essere.

In definitiva

Sentirsi inadeguati all’inizio non è un segnale di fallimento.

È un segnale di crescita.

Non sei indietro.
Sei dentro il processo.

E spesso, proprio chi dubita di sé è quello che costruisce la vera autorevolezza.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

Scopri il coaching mirato per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

25 tratti che identificano una persona mentalmente forte

persona mentalmente forte

La persona mentalmente forte si distingue dalla folla.

Non sai spiegare perché…
ma senti che ha qualcosa in più.

È affascinante.
Intrigante.

Dove molti vedono barriere e limiti invalicabili, lei vede sfide. Opportunità.

La forza mentale – insieme a quella emotiva e spirituale – è ciò che ti permette di reggere …

una situazione difficile,
un capo o collega difficile,
un lavoro che non ami,
una relazione che ti prosciuga energia.

Raggiungere obiettivi, rompere schemi, cambiare direzione non è semplice.

Serve tempo.
Fatica.
Coraggio.
Costanza.

A qualunque livello.
Grande o piccolo che sia.

Ecco 25 tratti che identificano una persona mentalmente forte.

1. Non perde il controllo

Sa che i risultati migliori nascono da una mente lucida.

Anche sotto pressione, sceglie la calma.

Sa che alzare la voce significa abbassarsi.
Perdere il controllo, subire la sconfitta.

2. Bilancia emozioni e logica

Non nega le emozioni.

Le governa.

Unisce passione e riflessione, impulso e ponderazione.

3. Accetta i feedback (anche negativi)

Non ha paura delle opinioni altrui.

Ascolta.
Impara.
Cresce.

È aperta all’apprendimento.

4. Pensa positivo… e anche negativo

Il pensiero positivo è importante ma lo è altrettanto quello negativo.

Essere ottimista, fiducioso, speranzoso ma anche previdente, accorto, prudente.

Essere flessibile.
Positivo e negativo.

5. Sa chiedere scusa

Non teme di “perdere la faccia”.

Ammettere un errore è una dimostrazione di forza.

Sul leader che chiede scusa trovi spunti nel mio libro “Prima volta Leader”.

6. Rinuncia alle aspettative sugli altri

Sa che il mondo non gli deve nulla.

Non si sente in diritto di pretendere.

Lavora sodo.
Anzi, è grato per quello che ha.

7. Sa gestire l’incertezza

Stare in sospeso.

A metà fra le situazioni definite e quelle in divenire.
In attesa.

Ha sperimentato che più resta sospeso tanto più aumenterà la sua resistenza, a stress e pressione.

Agisce anche con informazioni incomplete.
Sviluppa intuito e flessibilità.

8. Conosce il valore della non-azione

Agisce quando serve.
Sa fermarsi quando è il momento.

Azione per amore dell’azione o per amore e basta.

Non si strugge per i risultati.
Non si aspetta solo risultati.

9. Sa gestire il fallimento

Non crede che talento e capacità siano “stabiliti” alla nascita.

Nel destino.
Nelle stelle.

Il fallimento può essere un trampolino.
La resilienza può essere appresa e praticata.

10. Non giudica

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.
Sii gentile.
Sempre.”

Platone

Sa che ognuno combatte battaglie invisibili.
E sceglie la gentilezza.

11. Non si esalta, non si abbatte

Almeno non così facilmente.

Lo sforzo maggiore non è quello iniziale, ma quello che affrontiamo in seguito, per resistere a dubbi e perplessità.

Un successo non la ubriaca.
Un fallimento non la definisce.

Sa che la vita è (anche) questa.

12. Non è gelosa del successo altrui

Si confronta per migliorare,
non per sminuirsi.

Celebra chi riesce.

13. Sa impostare confini

Insegna agli altri come trattarla.

Con educazione.
Ma con fermezza.

14. Non ha paura di chiedere aiuto

Non è prigioniera dell’ego.

Conosce i propri limiti.
E li gestisce.

La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

15. Conosce sé stessa

Lavora sulle debolezze.
Non le nasconde.

Non cerca di coprirle, o non cerca scuse per i suoi errori.

Neanche cerca approvazione: evolve.

16. Sa stare con la paura

La persona mentalmente forte non ha bisogno di combattere con le sue paure per dimostrare che è forte.

Non lotta con la paura.
La guarda in faccia.

L’ascolta.
L’accetta.
Così l’attraversa.

17. Sa che non ogni scontro risolve

Se l’obiettivo è la soluzione,
sa mettere da parte orgoglio e rancore.

Non sempre vincere significa scontrarsi.

18. Evita la procrastinazione

La procrastinazione spesso è allettante.

La persona mentalmente forte fa ciò che va fatto.

Anche quando non ha voglia.
Sa che rimandare è il modo più sicuro per restare fermi.

19. Sa che la costanza paga

Insiste.
Si adatta.
Riprova.

Il fallimento non è un motivo per mollare.

Al contrario “utilizza” il fallimento come un’opportunità per diventare ancora più forte.

20. Impara dagli errori

Cadere non rende perdenti.

Tu quanto sei abituato a perseverare dopo un errore o un fallimento?

Se sei una persona forte, sai che commettere errori, sbagliare, perdere … non rende perdenti.

Rende più maturi.
Più resilienti.

la NUOVA edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

Due libri complementari per sviluppare la tua assertività, leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

21. Vede le avversità come opportunità

Problema o possibilità?
Immobilismo o crescita?

La differenza è nello sguardo.

22. La sua autostima non dipende da ciò che ha

Lavoro.
Successo.
Conto in banca.

Ma da ciò che è.

Si sente comunque sempre bene con sé stessa, sia che vinca o che perda.

Sa che la vita è una maratona, non uno sprint.

23. Vive secondo i propri valori

Decide con chiarezza.
Agisce con coerenza.

Vive una vita autentica.
La persona mentalmente forte è fedele a sé stessa.

Parole e comportamenti sono allineati.

24. Non cerca la perfezione

Cerca il miglior risultato possibile, con le risorse disponibili.

Senza annegare in ansia da prestazione,
fantasie che ci stanno giudicando male.

25. Parla meno, ascolta di più

Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che (forse) stai sbagliando,
o che non stai andando nella giusta direzione.

Ascoltare significa essere disposti a mettersi in discussione.

Se cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei forte.

Un vero leader.

In finale

La forza mentale non fa rumore.
Non si impone.

Si riconosce.

Ed è ciò che, nei momenti decisivi, fa davvero la differenza.

13 motivi perchè la gente non ascolta quello che hai da dire

non essere ascoltato

Dovremmo parlare molto meno.

Parlare troppo — e parlare male — è forse l’errore più comune che facciamo.

Quando vogliamo spiegare, convincere, impressionare
finisce che diciamo più del necessario
o usiamo espressioni e atteggiamenti che ci fanno apparire
offensivi, incompetenti o poco corretti.

Desideriamo entrare in contatto con persone degne del nostro tempo.

Ascoltare persone capaci di tenerci attenti, vivi, coinvolti.

Non vieni ascoltato? Attenzione a ciò che dici

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader”,
le persone ti valutano in base a ciò che esce dalla tua bocca.

Se il tuo contributo ha poco valore,
non otterrai — giustamente — tempo né attenzione.

Ecco 13 motivi per cui le persone non ti ascoltano.

1. Parli troppo e sei dispersivo

Salti da un punto all’altro.
Apri parentesi su parentesi.
Non arrivi mai al punto.

Poco focus, molta dispersione.

Ripetere non rafforza un concetto:
lo indebolisce.

Più ripeti, più annoi.
Più spieghi, più perdi chi ti ascolta.

Se porti le persone fuori strada,
spesso resteranno lì.
Fuori strada.

2. Ti lamenti e non porti soluzioni

C’è qualcosa di più irritante
di chi si lamenta sempre
e non costruisce mai nulla?

Se parli solo di problemi, scuse e giustificazioni
verrai etichettato come negativo e lamentoso.

Quando dalle tue parole non nasce nulla di concreto,
le persone smettono di ascoltare.

Recriminare è facile.
Agire molto meno.

3. Interrompi o “vai sopra”

Interrompere non è solo scortese.
È offensivo.

Tagliare le frasi degli altri,
anticipare conclusioni,
presumere di aver capito prima che l’altro finisca
genera frustrazione immediata.

Nessuno ascolta chi non sa ascoltare.

4. Usi cliché e frasi fatte

Superficiale.
Scontato.
Irrilevante.

Un cliché ogni tanto è umano.

Una conversazione fatta solo di luoghi comuni la dimentichi.
E poi ti chiedi perché non ti ascoltano.

5. Dici sempre le stesse cose

Stessi esempi.
Stesse battute.
Stesso copione.

Diventi prevedibile.

E la prevedibilità spegne l’attenzione.
Anche (anzi, soprattutto) l’ironia, se riciclata, diventa pesante.

6. Non sai davvero di cosa parli

Se non sai, taci.
Se sai, parla con misura.

Essere competenti non significa dimostrarlo sempre.
Vuol dire anche sapere quando imparare dagli altri.

7. Parli sempre di te

Trovi ogni appiglio per riportare il discorso su di te:
i tuoi successi, i tuoi viaggi, la tua esperienza.

All’inizio incuriosisce.
Alla lunga stanca.

Niente di male, per carità,
ma pensi davvero che riuscirai a impressionare,
sembrare più interessante e intrigante?

L’egocentrismo non crea interesse.
Crea distanza.

8. Sei ambiguo

Persone insicure comunicano in modo ambiguo.
Leader ambigui creano organizzazioni confuse.

Se non sei chiaro,
non aspettarti entusiasmo (e seguito) alle tue parole.

9. Non prendi gli altri sul serio

Sorrisi ironici.
Testa che scuote.
Espressioni di sufficienza.

Puoi non essere d’accordo,
ma se umili l’altro
stai toccando punti molto sensibili.

Vuoi rispetto?
Dai rispetto.

Comincia da qui.

10. Non mantieni la parola

La gente ascolta solo chi è affidabile.

Se prometti e non mantieni,
perdi credito.

Per sempre.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

La nuova edizione 2025 di “Autorevolezza”

e “Prima volta Leader”
sono libri pratici per lavorarci in profondità.

11. Fai il saputello

Sai tutto tu.
Correggi tutti.

Non ammetti errori.

Fai impazzire con la tua analisi e la tua esperienza,
sul modo in cui si dovrebbe fare/non-fare una certa cosa.

Dietro il “so tutto io”
c’è quasi sempre insicurezza.

E nessuno ascolta chi ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

12. Non trasmetti empatia né passione

Se non ti interessa davvero ciò di cui parli,
perché dovrebbe interessare agli altri?

Siamo già abbastanza distratti.
Cinici.

Se non ti curi della gente cui stai parlando,
perché loro dovrebbero interessarsi a te?

Senza empatia,
le parole cadono nel vuoto.

13. Vuoi essere ascoltato, ma non ascolti

La comunicazione è reciproca.
Non è un monologo.

Fai dell’ascolto la tua prima priorità.

Paradossalmente,
è così che ti verrà chiesto di parlare.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Il percorso di coaching mirato
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
lavora proprio su questo.

Conclusione

Se desideri essere ascoltato — davvero —
servono attenzione, interesse sincero e presenza.

Fallo
e diventerai un punto di riferimento al lavoro di colleghi, collaboratori e capi.

9 ragioni perché le persone seguono un leader

seguire il leader

Perché alcune persone sono disposte a seguire il proprio leader anche nei momenti difficili, mentre altre smettono progressivamente di fidarsi?

Non basta avere un ruolo.
Non bastano le competenze.

E non basta nemmeno essere una persona brillante o carismatica.

Le persone osservano come ti comporti, come prendi le decisioni, come le tratti e che cosa succede quando le cose si complicano.

Ecco 9 ragioni per cui un team può riconoscere la tua autorevolezza ed essere disposto a seguirti.

1. Ti interessi davvero alle persone

Le persone si accorgono abbastanza velocemente se per te sono soltanto collaboratori che devono produrre risultati oppure persone con cui lavori ogni giorno.

Interessarti a loro non significa coccolarle, diventare loro amico o evitare di essere esigente.

Significa conoscerle.

Ascoltarle.

Accorgerti quando qualcosa cambia.

Sapere che cosa stanno facendo bene e dove stanno incontrando difficoltà.

Puoi chiedere molto alle persone e, nello stesso tempo, far sentire che per te contano.

2. Dai una direzione

Un team ha bisogno di sapere dove sta andando.

Non devi avere una risposta per tutto né prevedere esattamente che cosa succederà.

Devi però riuscire a rendere sufficientemente chiari la direzione, le priorità e il senso delle decisioni che prendi.

Quando tutto sembra urgente, il leader aiuta a capire che cosa viene prima.

Quando qualcosa cambia, spiega che cosa cambia.

Quando c’è confusione, prova a riportare il team su ciò che conta.

Le persone non hanno bisogno di un leader che conosca sempre la strada.
Hanno bisogno di capire in quale direzione stanno andando.

3. Aiuti le persone a dare il meglio

È facile accorgersi di ciò che un collaboratore non sa fare.

Più difficile è vedere ciò che sa fare bene e capire come utilizzarlo meglio.

Far crescere una persona non significa ignorarne i limiti.

Significa lavorare su entrambi:

  • riconoscere e utilizzare i suoi punti di forza;
  • aiutarla a sviluppare ciò che ancora le manca.

Puoi chiederti:

  • “Sto utilizzando bene le capacità di questa persona?”
  • “Che cosa posso fare per aiutarla a crescere?”

Un leader non deve trasformare ogni collaboratore nella propria idea di collaboratore perfetto.

Deve cercare di far emergere il meglio dalla persona che ha davanti.

4. Costruisci fiducia

La fiducia non nasce perché dici:

  • “Puoi fidarti di me.”

Si costruisce nel tempo.

In quello che fai dopo aver preso un impegno.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno sbaglia.

La coerenza fra quello che chiedi agli altri e quello che fai tu.

Può essere danneggiata rapidamente, ma non direi che una volta persa sia necessariamente impossibile recuperarla.

A volte si può ricostruire.

Richiede però tempo, coerenza e comportamenti concreti.

La fiducia dipende molto meno da ciò che dichiari e molto più da ciò che le persone imparano ad aspettarsi da te.

5. Sei coerente con ciò che chiedi agli altri

Se chiedi puntualità e sei continuamente in ritardo, il team lo vede.

Se chiedi trasparenza ma nascondi le informazioni quando ti conviene, lo vede.

Se pretendi che gli altri riconoscano gli errori ma tu trovi sempre una giustificazione per i tuoi, lo vede.

L’integrità non richiede di essere perfetto.

Richiede una ragionevole coerenza fra quello che dici, quello che chiedi e quello che fai.

Ed è proprio questa coerenza che, nel tempo, contribuisce alla tua credibilità.

6. Dai una prospettiva nei momenti difficili

Quando le cose vanno bene è relativamente facile.

È quando aumentano incertezza, cambiamenti e problemi che il comportamento del leader diventa particolarmente visibile.

Non devi distribuire ottimismo artificiale.

Non serve dire:

  • “Andrà tutto bene.”

se non sai affatto se andrà tutto bene.

Puoi invece aiutare il team a distinguere ciò che sapete da ciò che ancora non sapete, ciò che potete controllare da ciò che non dipende da voi.

E soprattutto indicare quale può essere il prossimo passo.

A volte è molto più utile di una rassicurazione.

7. Sai essere fermo senza sentirti superiore

Essere leader significa anche assumerti responsabilità che gli altri non hanno.

Decidere.
Dire no.
Intervenire quando qualcosa non funziona.

Ma avere più responsabilità non significa avere sempre ragione.

Puoi essere fermo e, nello stesso tempo, ascoltare.
Puoi decidere e riconoscere il contributo degli altri.
Puoi sapere molto e ammettere:

  • “Su questo ne sai più di me.”

L’umiltà non indebolisce la leadership quando è accompagnata dalla capacità di assumersi le proprie responsabilità.

8. Mantieni la calma sotto pressione

Il team osserva il leader soprattutto quando qualcosa va storto.

Se ogni imprevisto produce agitazione, fretta e reazioni impulsive, quella tensione tende facilmente a propagarsi.

Mantenere la calma non significa essere impassibile.

Puoi essere preoccupato.
Puoi non sapere come risolvere il problema.
Puoi avere bisogno di tempo.

La differenza sta nel non trasformare automaticamente la tua pressione nella pressione di tutti.

Su questo tema puoi approfondire con “Autorevolezza al lavoro: il potere della calma”.

Nei momenti difficili il team non si aspetta che tu abbia tutto sotto controllo.
Ha bisogno di vedere che non perdi il controllo di te stesso.

9. Produci risultati senza dimenticare le persone

Anche i risultati contano.

Un leader che costruisce ottime relazioni ma non riesce mai a portare il team verso gli obiettivi ha un problema.

Così come ce l’ha chi raggiunge risultati importanti lasciandosi dietro persone esauste, demotivate o incapaci di lavorare senza di lui.

La leadership deve tenere insieme entrambe le dimensioni.

Risultati e persone.

Non sempre sarà possibile trovare un equilibrio perfetto.

Ma se una delle due dimensioni scompare continuamente, prima o poi ne risentirà anche l’altra.

Il titolo non basta per essere seguito

Tempo fa un cliente mi disse:

  • “Sono il direttore, ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me e seguirmi.”

Ruolo e competenze sono importanti.

Ma il ruolo stabilisce una responsabilità. Non obbliga le persone a riconoscerti automaticamente autorevolezza.

È qualcosa che costruisci nel tempo attraverso il modo in cui lavori con loro.

Se senti che fai fatica a farti ascoltare, a ottenere fiducia oppure a trovare il tuo modo di guidare il team, contattami.

Possiamo partire da ciò che sta realmente accadendo nel tuo ruolo e capire su che cosa è più utile lavorare.

E alla fine la domanda più interessante non è:

  • “Perché le persone seguono un leader?”

È molto più personale:

  • “Perché le persone dovrebbero seguire proprio me?”

Come tirare fuori il meglio dal collaboratore timido o introverso

collaboratore timido

Da adolescente ero timido e introverso.

Ricordo che, quando mi piaceva una ragazza, le esortazioni degli amici producevano su di me esattamente l’effetto contrario.

  • “Dai, vai!”
  • “Al massimo ti dice di no.”
  • “Adesso o mai più.”

Più cercavano di spingermi, più mi bloccavo.

Avrei avuto bisogno di una cosa molto più semplice: un po’ di tempo per prepararmi e decidere da solo quando agire.

Anche sul lavoro può succedere qualcosa di simile.

Quando un collaboratore parla poco, non interviene immediatamente o sembra poco propenso a esporsi, il primo impulso può essere quello di spronarlo.

Ma non sempre funziona.

E soprattutto, parlare poco non significa avere poco da dire.

1. Non metterlo continuamente sotto pressione

  • “Coraggio, buttati!”
  • “Devi essere più sicuro.”
  • “Devi farti vedere di più.”

Dette con le migliori intenzioni, queste frasi possono produrre l’effetto contrario.

Non tutte le persone funzionano bene quando vengono spinte a reagire immediatamente.

Alcune hanno bisogno di osservare, raccogliere le idee e capire come muoversi prima di esporsi.

Questo non significa evitare ogni situazione scomoda.

Significa non confondere la pressione con l’incoraggiamento.

Se una persona ha bisogno di più tempo per esporsi, spingerla più forte non significa necessariamente aiutarla.

2. Rispetta i suoi tempi senza proteggerlo troppo

Rispettare i tempi di un collaboratore timido non significa costruirli intorno una zona protetta.

Anche un collaboratore timido o introverso deve affrontare telefonate, riunioni, clienti, feedback e situazioni che possono metterlo alla prova.

Il punto è come lo accompagni verso quelle situazioni.

Puoi prepararlo prima.
Chiarire che cosa ti aspetti.
Dare il tempo di organizzarsi.
Affidargli progressivamente situazioni impegnative.

L’obiettivo non è evitare il disagio a ogni costo.

È evitare che l’unica strategia diventi:

  • “Buttati e vedrai che passa.”

3. Ascolta anche chi non cerca continuamente spazio

Nel team alcune persone rendono molto visibile ciò che fanno.

Raccontano.
Propongono.
Intervengono.
Chiedono.

Altre tendono a esporsi meno.

Se aspetti che siano sempre loro a prendere la parola, rischi di accorgerti meno delle loro idee, dei risultati e persino delle difficoltà che stanno incontrando.

Può essere utile creare momenti individuali con il collaboratore timido nei quali chiedere:

  • “Come sta andando?”
  • “C’è qualcosa che vorresti propormi?”
  • “Quale parte del tuo lavoro ti riesce particolarmente bene?”
  • “Su che cosa vorresti crescere?”

Poi ascolta.

Senza riempire immediatamente ogni silenzio.

Chi parla meno non dovrebbe dover parlare più forte degli altri per essere ascoltato.

4. Chiedi che cosa gli serve

Quando una persona rimane bloccata su un compito, la soluzione non è necessariamente darle subito la risposta.

Puoi aiutarla a capire che cosa le impedisce di procedere.

  • “Che cosa ti sta bloccando?”
  • “Che cosa hai già provato?”
  • “Che cosa ti serve per andare avanti?”
  • “C’è qualcosa che possiamo rendere più semplice?”

Potrebbe aver bisogno di più informazioni.
Di confrontarsi con qualcuno.
Di chiarire una priorità.

Oppure semplicemente di smettere di perfezionare qualcosa che è già sufficientemente buono.

Il tuo compito non è indovinare di che cosa ha bisogno.

Chiediglielo.

5. Non pretendere sempre una risposta immediata

Fai una domanda durante una riunione.

Una persona risponde immediatamente.
Un’altra rimane in silenzio.

È facile interpretare la prima come più preparata, sicura o competente.

Non necessariamente è così.

Alcune persone ragionano meglio prima di rispondere.

Puoi anticipare un argomento importante prima della riunione.

Puoi dire:

  • “Pensaci e ne riparliamo domani.”

Puoi utilizzare anche una mail quando non è necessaria una risposta immediata.

Non perché una persona introversa debba comunicare soltanto per iscritto.

Ma perché non tutte le buone risposte nascono a bruciapelo.

Questo non impedisce al collaboratore timido di imparare a muoversi anche in contesti veloci.

6. Fagli capire che credi nelle sue capacità

Un collaboratore timido non ha bisogno di essere rassicurato continuamente.

Ha però bisogno di capire che il suo responsabile vede ciò che sa fare.

Riconosci un buon lavoro.
Fagli notare un progresso.
Affidagli responsabilità coerenti con le sue capacità.

E quando pensi che possa affrontare qualcosa di più impegnativo, diglielo.

  • “Penso che tu possa gestirlo.”

Poi lasciagli lo spazio per farlo.

Credere nelle capacità di qualcuno non significa proteggerlo dagli errori.

Significa non interpretare automaticamente esitazione, riservatezza o bisogno di tempo come mancanza di capacità.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi trasformare un introverso in un estroverso

Questo è forse il punto più importante.

Il tuo obiettivo non dovrebbe essere rendere tutti i collaboratori più espansivi, veloci nel rispondere o disinvolti nell’esporsi.

Devi aiutarli a lavorare bene, crescere e assumersi le proprie responsabilità.

Qualcuno lo farà parlando molto.

Qualcun altro osservando di più prima di intervenire.

Qualcuno avrà bisogno di essere incoraggiato a esporsi maggiormente.

Qualcun altro dovrà imparare a lasciare più spazio agli altri.

Far crescere una persona non significa trasformarla nel collaboratore perfetto.
Significa aiutarla a utilizzare meglio ciò che ha e a sviluppare ciò che le manca.

Se vuoi approfondire il tema della timidezza e dell’introversione in un’altra situazione professionale, puoi leggere anche “6 strategie che timidi e introversi dovrebbero conoscere prima di un’intervista di lavoro”.

E se con un collaboratore la differenza di stile è diventata ormai fonte di incomprensioni o tensioni, può essere utile lavorare sul modo in cui gestisci la relazione.

Nel percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori su comunicazione, limiti e autorevolezza, per tornare a guidare con chiarezza. → Scopri come funziona.

Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

9 motivi perchè come giovane leader non farai molta strada

giovane leader

Una cosa è far parte di un team.

Un’altra è assumerti la responsabilità di guidarlo.

Finché sei soprattutto responsabile del tuo lavoro, puoi contare sulle tue competenze, sulla tua esperienza e sulla qualità di ciò che fai.

Quando diventi leader cambia qualcosa.

Adesso devi prendere decisioni che riguardano anche gli altri, dare feedback, gestire tensioni, chiarire aspettative, assumerti responsabilità e affrontare situazioni per le quali la competenza tecnica non basta più.

È proprio qui che come giovane leader potresti scoprire che il passaggio è più impegnativo del previsto.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” affronto proprio questo passaggio: diventare responsabile di altre persone significa imparare un lavoro che, almeno in parte, è nuovo.

Ecco 9 atteggiamenti che possono rendere molto più difficile il tuo percorso come giovane leader.

1. Vuoi diventare bravo troppo in fretta

Hai ricevuto una promozione.
Hai finalmente il tuo team.
È naturale voler dimostrare che sei pronto.

Il rischio è pretendere di sentirti subito sicuro, autorevole e perfettamente a tuo agio nel nuovo ruolo.

La leadership richiede tempo.

Devi conoscere le persone, fare esperienza, sbagliare qualche valutazione, correggere il tiro e capire quale modo di guidare funziona per te e per il team che hai davanti.

Non devi dimostrare subito di essere un grande leader. Devi cominciare a imparare a esserlo.

2. Smetti di ascoltare e imparare

La promozione può produrre uno strano effetto.

Prima facevi domande perché dovevi imparare.

Adesso pensi che, essendo diventato responsabile, dovresti essere tu quello che dà le risposte.

Non funziona così.

Più aumentano le tue responsabilità, più diventa importante continuare a osservare, ascoltare e chiedere.

Anche alle persone che coordini.

Essere leader non significa essere arrivato.

Significa assumerti una responsabilità diversa, continuando a imparare mentre la eserciti.

3. Pensi di dover avere tutte le risposte

Questo è uno dei rischi più comuni quando assumi per la prima volta un ruolo di responsabilità.

Qualcuno ti fa una domanda e senti di dover rispondere.

Subito.

Anche quando non sei sicuro.

Puoi invece dire:

  • “Non lo so ancora.”
  • “Verifico e ti faccio sapere.”
  • “Prima di decidere voglio capire meglio.”
  • “Tu come la vedi?”

Non perdi autorevolezza perché non conosci una risposta.

Rischi di perderne molta di più quando fingi di sapere ciò che non sai.

4. Conosci poco il tuo modo di funzionare

Sai quali sono i tuoi punti di forza professionali.

  • Ma sai che cosa succede a te quando sei sotto pressione?
  • Come reagisci quando qualcuno ti contraddice?
  • Che cosa fai quando un collaboratore non segue le tue indicazioni?
  • Come vivi un errore?
  • Quanto hai bisogno di essere approvato?
  • Quanto fai fatica a dire no?

Come giovane leader comincia a osservare anche te stesso.

Perché il modo in cui reagisci entra inevitabilmente nel modo in cui guidi gli altri.

Prima di imparare a gestire un team, devi cominciare a capire che cosa succede a te mentre lo gestisci.

5. Non accetti di essere più esposto

Quando diventi responsabile, ciò che fai diventa più visibile.

Una decisione può essere apprezzata da qualcuno e contestata da qualcun altro.

Un feedback può essere accolto bene oppure male.

Una scelta che per te sembra ragionevole può creare malcontento nel team.

Non significa che devi diventare indifferente alle reazioni degli altri.

Significa accettare che non puoi utilizzare l’approvazione delle persone come unico criterio per capire se stai guidando bene.

A volte dovrai prendere una decisione che non piace.
Spiegarla.
Ascoltare le obiezioni.

E, se continui a ritenerla corretta, sostenerla.

6. Confondi autorevolezza e arroganza

Essere deciso non significa essere arrogante.

Essere autorevole non significa avere sempre l’ultima parola.

E avere responsabilità maggiori non rende automaticamente le tue opinioni migliori di quelle degli altri.

L’arroganza può manifestarsi in molti modi:

  • interrompere continuamente;
  • non accettare osservazioni;
  • svalutare le idee degli altri;
  • utilizzare il ruolo per chiudere una discussione;
  • trattare ogni dissenso come una sfida personale.

Puoi approfondire questo aspetto in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

La fermezza ti permette di prendere posizione. L’arroganza ti impedisce di vedere quando quella posizione merita di essere rivista.

7. Pensi che bastino titolo e competenze

Se sei stato promosso, probabilmente qualcosa sai fare bene.

Ma essere competente nel tuo lavoro e saper guidare altre persone sono due competenze diverse.

Come giovane leader, il titolo ti assegna una responsabilità.

Non ti garantisce automaticamente fiducia, ascolto e autorevolezza.

Quelli si costruiscono.

Nel modo in cui comunichi.
Nel modo in cui prendi decisioni.
Nel modo in cui affronti gli errori.
Nel modo in cui tratti le persone quando qualcosa non funziona.

Il ruolo può renderti responsabile del team.
Non può obbligare il team a riconoscerti come leader.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto.

Scopri il servizio dedicato.

8. Vedi il collaboratore soltanto attraverso il lavoro

Una collaboratrice deve uscire prima perché suo figlio sta male.

Un collaboratore attraversa un periodo complicato.

Qualcuno ha bisogno di maggiore flessibilità per qualche giorno.

Non puoi sempre risolvere i problemi personali delle persone che lavorano con te.

E non devi nemmeno farlo.

Ma puoi ricordarti che dietro il ruolo professionale c’è una persona.

Comprendere una situazione non significa rinunciare alle esigenze del lavoro.

Significa cercare, quando è possibile, di tenere presenti entrambe.

Un leader che vede soltanto compiti, scadenze e risultati rischia di perdere informazioni importanti sulle persone con cui lavora.

9. Pensi che certe difficoltà capitino soltanto agli altri

All’inizio può essere facile pensare:

  • “Io non farò quell’errore.”
  • “Con il mio team sarà diverso.”
  • “Io saprò farmi rispettare.”

Forse.

Ma la leadership ha un modo molto concreto di mettere alla prova le convinzioni che avevi prima di esercitarla.

Potresti scoprire di essere impaziente.
Più sensibile alle critiche.
Più bisognoso di approvazione.
Oppure meno bravo a gestire un conflitto di quanto immaginavi.

Non è una condanna.
È materiale su cui lavorare.

Il problema non è scoprire di avere qualcosa da imparare. È convincerti troppo presto di non averne più bisogno.

Diventare leader è un passaggio, non una consacrazione

Molte aziende promuovono una persona perché è competente nel proprio lavoro e poi si aspettano che sappia automaticamente guidare gli altri.

Non sempre offrono preparazione, confronto o accompagnamento.

E così il nuovo leader può trovarsi a imparare mentre sta già facendo.

È una situazione impegnativa, ma non significa che tu debba arrivare al nuovo ruolo già completamente preparato.

Devi però essere disposto a osservarti.
Fare domande.
Chiedere confronto quando serve.
Correggere qualcosa.

E accettare che diventare leader non dimostra che sei arrivato: significa che hai appena cominciato a imparare.

10 cose che le persone di successo non fanno

persone di successo

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita è senz’altro utile comprendere cosa-fanno le persone di successo.
Altrettanto importante è conoscere anche cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le persone che più ammiri non-fanno:

1. Non si aspettano risultati immediati

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Le persone che ammiri non si aspettano risultati immediati.

Non pensano che il successo arriverà “rapido” o “facile”. Sanno che occorre tempo e fatica. Ognuno si evolve al suo ritmo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per ottenere progressi rilevanti.

Sorridono guardando le persone che si lasciano intrappolare da sogni facili tipo “Perdere fino 5 kg di peso in 1 settimana”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare un grande leader in 4 passaggi”.

2. Non aspettano il “momento perfetto” per agire

Le persone di successo non aspettano il momento giusto per agire perché sanno che il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

Anche loro (come tutti noi) hanno timore di fallire e di non fare la scelta giusta, ma accettano che nella vita non ci sono certezze e non esistono garanzie di successo.

Cercano di vincere la paura e la pigrizia.

Vuoi una garanzia di successo prima di fare qualcosa? Mi spiace, non esiste ma se non provi (se non ti butti) è garantito che fallirai.

3. Non si lasciano condizionare da persone negative

Ignorano gli scettici e i pessimisti.

Ma anche … quelli che si lamentano, quelli che rimandano, quelli che succhiano l’energia, quelli che trovano scuse per tutto, quelli negativi, quelli drammatici.
 


 

Le persone che ammiri sanno che l’energia è contagiosa.

Hanno imparato che ascoltando continuamente problemi, lamentele, pessimismo si sentiranno a loro volta stanche e logore.

Invece, chi ha successo frequenta regolarmente solo persone con un atteggiamento mentale positivo, che danno una spinta o una prospettiva nuova.

4. Non lasciano “lievitare” i problemi

Le persone che più ammiri non ignorano le preoccupazioni.
Affrontano i problemi appena possibile.

Sono tentate (come tutti noi) di trascurare le cose più difficili, ma hanno capito che invece devono affrontarle subito. Hanno compreso che rimandare o (peggio) ignorare un problema vuol dire trasformarlo in “qualcosa” di sempre più grande, magari ingestibile.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perché proviamo disagio, quando poi saremo costretti a farlo proveremo ancora più malessere e saremo ancor più logorati dallo stillicidio di attesa, ansia e stress.

5. Non si fermano di fronte gli ostacoli

La vita non sempre ci riserva quello che desideriamo.
È una verità.

Le persone che raggiungono il successo sono disposte a fare sacrifici.
Non indietreggiano davanti alle avversità.

Sono consapevoli che non otterranno sempre quello che desiderano.

Trovano costantemente il modo di migliorare se stessi. Credono che il successo sia una scelta … per questo scelgono di concentrare il loro tempo e le loro energie solo sulle cose che li condurrà a quel traguardo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

6. Non sprecano energia su cose che non possono controllare

Prendono le distanze dalle cose che non possono controllare. Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione!

Non sprecano energia e capacità su cose e fatti che non dipendono da loro. Hanno sperimentato (sulla loro pelle) che non possono controllare gli altri ma solo gestire la propria reazione, il proprio atteggiamento. Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi, si concentrano sulle prossime azioni e su ciò che possono controllare nella loro vita.

7. Non si preoccupano di piacere a tutti

Le persone che più ammiri riconoscono che non hanno bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.

Non hanno paura di dire di “no” o “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

8. Non mollano dopo un fallimento

Le persone di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Invece, usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare, fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato, cosa dovremo fare di diverso la prossima volta. Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.
Le persone che ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade, ma quante volte ti rialzi (più forti di prima).

Cadi sette volte, rialzati otto.
Proverbio giapponese

9. Le persone di successo non cercano scuse

Le persone di successo si assumono la responsabilità dei loro errori.

Se le cose non vanno come previsto o qualcosa va storto, si prendono l’onere di risolvere il problema.
Non cercano scuse.

Le scuse sono a uso esclusivo di indecisi e incompetenti.

10. Non percepiscono le difficoltà come ostacoli

Quando le persone di successo si trovano di fronte a una difficoltà, non fanno drammi, non si disperano o rassegnano. Vedono questo impedimento semplicemente come un problema da risolvere … un ostacolo da superare … proprio come hanno fatto con tutti gli ostacoli che hanno oltrepassato in passato.

Sanno che quest’esperienza li renderà ancora più intelligenti e più forti.
Sono determinate a ottenere i loro obiettivi -non importa quanto grande- ogni giorno.

Raggiungere il successo non è facile

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi può essere d’ispirazione sapere cosa-non-fanno le persone di successo.

Avere successo nella vita non è facile.
Ci vuole tempo.
Fatica.
Dedizione, coraggio, costanza.
Anche al tuo livello (grande o piccolo che sia, non importa).

9 ragioni per preferire incontri faccia faccia con i collaboratori

faccia faccia

Mail, messaggi, chat e videoconferenze hanno reso la comunicazione sul lavoro più veloce e flessibile.

Ed è un vantaggio.

Non avrebbe senso organizzare un incontro per ogni informazione che puoi comunicare efficacemente in poche righe.

Ci sono però conversazioni nelle quali il canale che scegli fa parte del messaggio.

Un feedback delicato.
Un’incomprensione.
Un cambiamento importante.
Una difficoltà personale.
Una decisione che potrebbe suscitare domande o preoccupazioni.

In questi casi, una conversazione diretta — in presenza quando possibile, oppure in video se lavorate a distanza — può essere molto più utile di uno scambio di messaggi.

Ecco 9 ragioni per preferire un incontro faccia a faccia con un collaboratore quando la situazione lo richiede.

1. Crei un contatto più diretto

Quando incontri una persona, la comunicazione non passa soltanto attraverso le parole.

Conta il tono.
Conta il ritmo.
Conta la possibilità di fermarti.
Fare una domanda.
Accorgerti che qualcosa non è chiaro.
Lasciare spazio a una reazione.

Non significa che una conversazione diretta sia automaticamente migliore di una mail.

Significa che, quando il contenuto è importante, avere la persona davanti ti permette di costruire la conversazione insieme a lei.

Quando una conversazione è delicata, parlarne direttamente può fare la differenza.

2. Dimostri che quella conversazione merita tempo

I tuoi collaboratori sanno che hai impegni, scadenze e responsabilità.

Proprio per questo, quando scegli di dedicare tempo a un confronto individuale, stai comunicando qualcosa.

  • “Questa questione merita attenzione.”
  • “Voglio capire anche il tuo punto di vista.”
  • “Non voglio liquidare tutto con una mail.”

Non servono necessariamente incontri lunghi.

A volte bastano quindici minuti di attenzione vera.

Il valore non sta nella durata dell’incontro, ma nella qualità della presenza che offri.

3. Eviti di affidare tutto alla mail

La mail è utilissima.

Permette di lasciare traccia, condividere informazioni, riepilogare decisioni e comunicare rapidamente.

Il problema nasce quando usi la mail anche quando sarebbe meglio parlarsi.

Una tensione con un collaboratore.
Un feedback difficile.
Un comportamento che vuoi correggere.
Una situazione che rischia di essere fraintesa.

Scrivere può sembrare più semplice perché ti permette di scegliere con calma le parole.

Ma proprio quando una situazione è delicata, il testo può non bastare.

A volte devi poter spiegare.
Ascoltare.
Chiarire.

E magari correggere immediatamente un’interpretazione che non avevi previsto.

4. Puoi osservare meglio come viene ricevuto il messaggio

Durante un incontro diretto puoi accorgerti che una persona sembra sorpresa, confusa, infastidita oppure semplicemente pensierosa.

Puoi accorgerti che qualcosa merita di essere approfondito.

E chiedere.

  • “Mi sembra che questo punto ti abbia lasciato qualche dubbio. È così?”
  • “Come la vedi?”
  • “C’è qualcosa che non ti torna?”

Il vantaggio del faccia a faccia non è poter “leggere” l’altro.

È avere più possibilità di verificare se ciò che hai comunicato è stato compreso nel modo che immaginavi.

5. Costruisci la relazione nel tempo

La relazione con un collaboratore non si costruisce soltanto nelle grandi conversazioni.

Si costruisce attraverso tanti piccoli contatti.

Un confronto.
Una domanda.
Un momento nel quale ascolti.
Un riconoscimento.
Una difficoltà affrontata insieme.

Gli incontri individuali ti aiutano a conoscere meglio i tuoi collaboratori.

La fiducia si costruisce nel tempo, anche attraverso questi piccoli momenti di confronto.

6. Spieghi meglio cambiamenti e decisioni

Alcune informazioni possono essere comunicate tranquillamente per iscritto.

Altre hanno bisogno di contesto.

Spesso vogliono capire anche:

  • perché è stata presa quella decisione;
  • che cosa cambierà concretamente per loro;
  • che cosa rimarrà invariato;
  • che cosa ti aspetti;
  • che cosa ancora non sai.

Un incontro diretto permette alle persone di fare domande e a te di capire dove stanno nascendo dubbi o interpretazioni diverse.

Non elimina automaticamente malintesi e voci di corridoio.

Ma ti offre maggiori possibilità di affrontarli.

7. Puoi affrontare prima un’incomprensione

Quando una relazione comincia a diventare tesa, continuare a comunicare soltanto attraverso messaggi può peggiorare la situazione.

Una frase viene interpretata male.
Arriva una risposta più fredda.
Tu reagisci al tono.
L’altro reagisce alla tua reazione.

E il problema iniziale rischia di perdersi.

In questi casi può essere molto più utile fermare lo scambio e dire:

  • “Credo che per mail rischiamo di complicare la questione. Parliamone direttamente.”

Non sempre il confronto risolverà il problema.
Ma parlarne direttamente può evitare malintesi.

Se vuoi approfondire il valore delle pause e dell’ascolto nelle conversazioni professionali, puoi leggere anche “15 momenti in cui tacere è meglio che parlare”.

8. Gestisci meglio un feedback delicato

Ci sono feedback che possono essere comunicati velocemente.

Altri richiedono attenzione.

Se devi affrontare un problema di prestazione, un comportamento che si ripete o una situazione particolarmente delicata, il collaboratore deve poter capire che cosa gli stai dicendo e avere la possibilità di rispondere.

Può chiedere chiarimenti.
Portare elementi che non conoscevi.
Essere in disaccordo.

Oppure farti capire che il problema è diverso da come lo avevi interpretato.

Un feedback delicato non è un messaggio da consegnare.
È una conversazione da gestire.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Scopri il servizio dedicato.

9. Affronti con maggiore cura questioni personali o sensibili

Non tutto dovrebbe viaggiare attraverso una mail.

Ci sono informazioni personali, difficoltà individuali o questioni riservate che richiedono maggiore attenzione.

Anche qui non esiste una regola valida per ogni situazione.

Ma prima di scrivere qualcosa di delicato, chiediti:

questa persona ha bisogno soltanto dell’informazione oppure ha bisogno di poterne parlare con me?

La risposta può aiutarti a scegliere il canale più adatto.


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Non tutto richiede un incontro

Preferire il faccia a faccia quando serve non significa trasformare ogni questione in una riunione.

Una mail può essere perfetta.
Un messaggio può bastare.
Una telefonata può essere la soluzione più semplice.
Una videochiamata può sostituire bene la presenza quando la distanza non permette di incontrarsi.

La domanda utile è un’altra:

quanto è importante, complessa o delicata la conversazione?

Più aumenta il rischio di incomprensione, più hai bisogno di ascoltare la reazione dell’altra persona e più quella conversazione riguarda la relazione, meno conviene affidarsi soltanto allo scritto.

Le conversazioni più delicate è meglio affrontarle direttamente.