10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

Che tu sia un manager, un imprenditore, il team leader di un esiguo gruppetto di collaboratori … è normale essere chiamati a “dover parlare” davanti ad un gruppo di persone (il team, i capi, clienti, ecc.) anche per solo pochi minuti.

I motivi possono essere tanti: una nuova procedura di lavoro, una presentazione (di un nuovo collaboratore, di un prodotto, ecc.) una riunione, un rapporto o un resoconto, ecc. … gli esempi non mancano.

Il punto non è cosa dire.
Non sono poche le persone che hanno paura di parlare davanti gli altri (anche poche persone), che si sentono ansiose, nervose, “non abbastanza” e ne sono talmente terrorizzate da “annegare” in un mare di dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

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Non c’è molto da aggiungere.
Se anche tu hai questi timori.
Sai di cosa sto parlando

Vediamo 10 passi per superare la paura di parlare in pubblico senza doversi nascondere:

1. Preparati una scaletta

Anche se il discorso è breve, preparati una scaletta con i punti chiave in modo da seguire un filo logico.

Ne guadagni in semplicità e chiarezza.

Non preparare mai un discorso a memoria.
Non ti farà sentire meno sciolto e impacciato e poi se … se dimentichi qualcosa, vai in tilt!

2. Ammetti il nervosismo

Scherzarci su.
È il modo migliore per scaricare la tensione.
Ammetti che sei un po’ nervoso di parlare davanti al tuo pubblico.

Dopo la tua ammissione, ti sentirai più rilassato … nessuno pretende da te una presentazione o un discorso epocale, imperdibile … irrinunciabile.

 


 

Immagina la loro sorpresa quando avrai fatto la presentazione davvero ottimo nonostante il tuo nervosismo dichiarato.

Quando scherzi o ammetti il tuo nervosismo, non cercare di impietosire, di intenerire o di entrare nelle “grazie” di chi ascolta.

Per Chi-ti-è-amico non è importante, per Chi-non-ti-ama non servirà lo stesso a salvarti da critiche pungenti.

3. Non si tratta di te ma del contenuto

Non prenderla sul personale.
Stai mettendo l’attenzione troppo su te stesso, piuttosto che sul tuo pubblico.
La tua persona non c’entra.
Le persone ascoltano solo “quello che hai da dire”.

Salvo che tu non sia un VIP, una celebrità, un’autorità, le persone sono concentrate solo sui tuoi contenuti.
Non sono interessate a te come persona.

Ricordi la ragione del tuo discorso?
Devi spiegare, ispirare o intrattenere (o una combinazione dei tre)?
Bene, dai alla persone quello che si aspettano da te.

4. Stringere le mani prima di parlare

Prima di parlare potrebbe avere un effetto “calmante” salutare il tuo “pubblico” … presentarti, sorridere, ringraziare, stringere le mani.

Il contatto umano è un modo di “umanizzare” il pubblico e renderlo meno “minaccioso”.

5. Non cercare la perfezione

Essere autoironico sulle proprie gaffe suscita simpatia.
Quando ridi di te stesso, le persone ridono con te.

Non c’è niente di sbagliato nel dire “Ho dimenticato, dove sono rimasto …“.
Qualcuno del pubblico probabilmente te lo ricorderà delicatamente.

Anche i VIP, le celebrità fanno errori.
Quando lo fanno, spesso fa notizia.

Nessuno si ricorderà dei tuoi errori.
(sei un po’ deluso, di la verità?)
Quindi rilassati, non cercare la perfezione e segui il flusso.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

6. Il pubblico è costituito da persone come te

Parlare davanti gli altri significa consapevolizzare che gli spettatori sono essenzialmente solo persone (esattamente come te), molti delle quali soffrono la stessa paura di parlare in pubblico.

Applaudi te stesso per aver il coraggio di affrontare questa paura.

7. Non essere troppo severo con te stesso

Noi siamo i nostri peggiori critici.
Spesso, siamo molto perfezionisti, severi e petulanti.
Vacci piano!
Le nostre valutazioni sono molto lontane dalle valutazioni degli altri.

Riconosci che ti stai imbarcando in un’esperienza per te difficile e che stai dando il meglio.
Non chiedere a te stesso più di quanto puoi (realisticamente) dare.
Basta essere te stesso e sarai (davvero) brillante.

Ricorda che, anche alcuni grandi oratori del passato Churchill, J.F. Kennedy e Margaret Thatcher avevano ammesso di temere di parlare davanti gli altri.

8. La tua passione è la tua alleata

Se stai parlando a un gruppo di persone (grande o piccolo che sia) significa che hai qualcosa d’importante da condividere.
È la prova che qualcuno è interessato a te e alla tua esperienza.

Lascia che la tua passione e la tua competenza sia la forza trainante.

Qualsiasi pubblico (anche solo 2 persone) è un onore e un privilegio.
Alla fine sarà (sempre e comunque) gratificante.

9. Investi in supporti visivi

Se non ami parlare davanti gli altri e gli occhi “addosso”, una presentazione con slide PowerPoint distoglierà l’attenzione delle persone da te.

Gran parte del tempo, i loro occhi non saranno su di te.
Si perde in personalizzazione e fascino ma ti toglie tanta tanta pressione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

10. Parla a una persona alla volta

La gente, può essere paralizzante.
Solo guardando le persone … loro che guardano te … tutti in silenzio, solo per sentirti parlare, basta a far gelare il sangue e chiederti “ma chi me l’ha fatto fare”.

Per ovviare a questo, non ti resta che parlare ad una sola persona alla volta.
Scegli qualcuno del tuo pubblico e dedica a lui/lei tutta la tua presentazione.
Comportati con lui/lei come se stessi chiacchierando al bar davanti un caffè.

Parlare davanti gli altri? Prova a divertirti

Prova nuovi modi per migliorare la tua presentazione in pubblico.

Sperimenta un nuovo approccio divertente,
cammina intorno alla sala, invece di stare fermo.

Vedrai che parlare davanti gli altri non è poi così male, dopo tutto.
Parlare in pubblico, infatti, non è solo un dono, ma un’abilità che si impara, basta qualche tecnica ma tanto tanto esercizio.

Se desideri approfondire l’argomento scopri il coaching per autostima e leadership.

10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito! – 2

miti sull'autostima

Leggi anche la parte 1.

6. Devo prendere grossi rischi

Sbagliato.
Non è importante la dimensione del rischio.

Quello che è rilevante è che ti stai spingendo (sistematicamente) oltre la tua zona di comfort, stai facendo cose che non hai mai fatto e vai incontro (anche se con apprensione) all’ignoto, grande o piccolo che sia, non importa.

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Non devi prendere (necessariamente) grandi rischi.
Comincia in piccolo.
Va benissimo una conversazione con qualcuno di nuovo al lavoro, una richiesta al tuo capo, fermare una persona e fare una chiacchierata.

Più spesso ti “allenerai” a uscire dalla tua zona di comfort, più ti sentirai a tuo agio con i cambiamenti e a quel punto potrai passare a quelle più “rischiose”.

7. Per essere fiducioso devo avere successo

Sbagliato.

È esattamente il contrario.
Se vuoi raggiungere il successo … devi essere fiducioso.

Anche quando stai partendo per la tua avventura.
Devi essere confidente anche quando il successo non l’hai.
Soprattutto quando il successo non l’hai.

La fiducia deve essere la tua “compagna di viaggio” fin dall’inizio della tua strada verso il successo.

Mentre ti sposti verso i tuoi obiettivi, la tua fiducia interiore diventerà sempre più forte.

Se non hai fiducia in te stesso, è probabile che non riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi e i tuoi sogni.

8. Devo saper parlare in pubblico

 


 

Sbagliato.

Non ti deve (necessariamente) piacere parlare in pubblico per essere fiducioso.
Ci sono molte persone sicure che non amano parlare in pubblico.
Non sono pochi personaggi pubblici che non desiderano parlare in pubblico.

Barbara Streisand e Bono Vox degli U2, nonostante fama e una serie numerosa di concerti, hanno dichiarato di non aver superato l’ansia da palcoscenico.

“Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

9. Non devo avere paure e incertezze. Mai.

Sbagliato.
Ecco un’altro dei miti sull’autostima da sfatare, subito.

L’insicurezza è parte della vita di tutti i giorni.
Ci sono giorni o periodi della vita in cui siamo pieni di fiducia e ci sentiamo di poter spaccare il mondo. Altri momenti invece, in cui l’unica cosa che proviamo è incertezza, dubbi e timori.

Ogni volta che ci troviamo di fronte l’ignoto, fa parte della natura umana sentirsi un po’ insicuri.

Solo perché abbiamo dei dubbi quando cambiamo lavoro o ci siamo trasferiti in una nuova città, non significa che siamo insicuri.
La chiave è andare avanti comunque, sentirsi a proprio agio nella propria pelle ed essere felici con le scelte fatte nella nostra vita.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

10. La fiducia in se stessi non si può simulare

Sbagliato (almeno parzialmente).

Credo che la fiducia si possa fingere (per un breve periodo o in situazioni circoscritte).

Come spiega Amy Cuddy nel suo discorso TED, quando si adottano posizioni potenti per 2 minuti, si può effettivamente aumentare il livello di testosterone e farci sentire più sicuri, potenti e meno stressati.

In sostanza, ci si può sentire più sicuri, semplicemente cambiando il linguaggio del corpo. Schiena dritta, spalle indietro, petto in fuori, mento leggermente sollevato, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso … possono fare miracoli!

P.S.
La vera fiducia non si può simulare.
Grazie ad accorgimenti strategici è possibile mascherare l’insicurezza e simulare atteggiamenti di fiducia quando ci sentiamo insicuri o non riusciamo a gestire momenti di vulnerabilità.
Sono solo accortezze strategiche, da non confondere con vera consapevolezze di fiducia.

Le falsità e i miti sull’autostima sono depotenzianti

La fiducia non è qualcosa che puoi decidere di avere oppure no.
Sono in tanti a dare incoraggiamenti tipo:
“Fiducia in se stessi? Facile, Basta essere sicuri”.
“Non ci pensare e buttati”
.

Ma non funziona così.
Per essere sicuro, devi “allenarti a essere sicuro”.
Devi “costruirti” la sicurezza in te stesso.
Serve tempo, fatica e consapevolezza.

L’autostima è come un muscolo e come tale può essere allenato.
La vita è una partita sempre aperta.
Giochiamocela.

10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito! – 1

autostima

L’autostima.

Tutti la vogliamo.
Tutti la cerchiamo.
Nel lavoro e nella vita.
E ci sembra sempre … di non averne mai abbastanza.

Ci sforziamo, lottiamo, ci sfianchiamo per ottenerla ma sembra sfuggirci, sottrarsi o ancora dileguarsi.
Come un sogno, una visione.

Ci sono ancora tante false idee, miti, bugie, falsità che circondano la fiducia in se stessi.

Le false credenze ti tengono “ancorato a terra”

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E se iniziamo a credere a questi miti, ci può sembrare che la fiducia diventi irraggiungibile o (semplicemente) non “cosa per noi”.

È tempo di scavalcare queste idee sbagliate, andare oltre gli ideali, i luoghi comuni e le “immagini fantasiose” su ciò che significa essere fiducioso, oppure sarà difficile generare un reale cambiamento e raggiungere gli obiettivi che hai impostato per la tua vita.

Se credi di avere le qualità, di essere una persona qualificata e competente ma “non ti senti abbastanza” o sei vittima di credenze depotenzianti, non riuscirai mai a salire verso l’alto perché sei “zavorrato a terra”.

Ecco 10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, subito – 1:

1. Fiduciosi si nasce

Se vedi qualcuno che trasmette fiducia e autostima non classificarlo come fortunato o predestinato.
Nessuno nasce fiducioso.
L’autostima in se stessi è qualcosa che si sviluppa “attraverso” la vita.

Acquisisci autostima e diventi sicuro di te attraverso il duro lavoro, le circostanze straordinarie e difficili che ti pressano ad andare oltre i tuoi “confini” e ti spingono a fare cose che non avesti mai pensato di essere in grado di fare.

2. Le donne fiduciose sono arroganti e sfrontate

Sbagliato.
Purtroppo, questo è un timore di molte donne.
 


 

Si può mostrare fiducia e sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità, pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità, gestendo team e budget anche importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità: essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente, libera e di potere.

3. Gli uomini sono naturalmente più fiduciosi

Sbagliato.

Non sono poche le mail che ricevo da clienti di sesso maschile che desiderano “lavorare” e potenziare la fiducia personale e la presenza da leader.

Gli uomini soffrono, così come le donne, d’insicurezza e titubanza.
Siamo tutti umani.

4. Per avere autostima devo essere estroverso

Sbagliato.

Essere espansivo e disinvolto non farà di te (necessariamente) una persona sicura.

Essere estroverso significa semplicemente che prediligi prendere la tua energia da fonti esterne.
Potresti essere un estroverso timido.
Oppure un introverso fiducioso.

Non pensare che una persona sia piena di autostima solo perché è brillante, spigliata, spesso è al centro dell’attenzione oppure è la persona più loquace e disinvolta al meeting o party.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Per essere fiducioso devo essere arrogante

Sbagliato.

Sei così sicuro che vantandoti dei tuoi successi apparirai più sicuro agli occhi degli altri?
Essere arrogante e strafottente vuol dire “essere sicuri di sé”?

Essere fiduciosi non vuol dire essere al centro dell’attenzione.
Anche se spesso, quelli che lo sono, sono messi su un piedistallo e sono osannati perché sono riusciti a diventare qualcuno.

Ci sono modi per proiettare la fiducia e l’autorevolezza senza essere arrogante. Le persone sicure di se stesse sono felici e orgogliose di quello che hanno raggiunto nella vita, quindi non hanno bisogno di rassicurazioni e approvazione da parte degli altri.

Continua a leggere la parte 2.

Come gestire con efficacia un collaboratore non professionale

collaboratore non professionale
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team, poco importa.

Sicuramente conosci la complessità di dover convivere con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

È un compito spesso difficile.

Soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore mostra un comportamento poco professionale.

Ma cosa vuol dire, concretamente, non professionalità?

La non-professionalità ha molte facce.

Si va dal ritardo abituale alle assenze continuate.
Dal molestare o criticare i colleghi al mettere zizzania nel team.

Dal “gossippare” in ufficio al portare costantemente i problemi personali sul lavoro.

Poi ci sono altri segnali:
abbigliamento trascurato,
comunicazione poco consona,
informazioni false,
furto.

Insomma, gli esempi non mancano.

Il comportamento non professionale di un collaboratore dovrebbe essere affrontato il più rapidamente possibile.

Non è solo un problema per te.

Un collaboratore poco professionale può diventare un fattore destabilizzante per tutto il team, creando tensioni e malumori tra gli altri dipendenti.

Se non intervieni — per debolezza, quieto vivere o convenienza — il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto.

E questo ha conseguenze rapide su motivazione,
performance,
risultati.

Ecco quindi 6 passi per affrontare con successo un collaboratore poco professionale.

1. Documentare i comportamenti non professionali

È importante documentare con precisione tutti i comportamenti errati.

Segna:

  • data e ora
  • descrizione dell’accaduto
  • persone coinvolte

Comprovare con accuratezza i comportamenti scorretti è fondamentale.

In questo modo il collaboratore non potrà eludere o contraddire i fatti sostenendo che le informazioni siano vaghe o imprecise.

Anche (e soprattutto) se la tua azienda è piccola, documentare i fatti dà maggiore incisività e ufficialità alle tue parole.

2. Incontrare il collaboratore

Incontra personalmente il collaboratore lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Prima dell’incontro prenditi qualche minuto.

Respira profondamente.
Rilassati.
Sciogli la tensione dal viso.

Ti servirà.

Durante l’incontro metti in chiaro che il suo comportamento è diventato un problema che interferisce con il buon andamento del lavoro.

3. Fare esempi specifici

Porta uno o due episodi concreti in cui il comportamento del collaboratore ha influenzato negativamente il lavoro o l’immagine dell’azienda.

Evita frasi generiche come:

“Hai un atteggiamento poco professionale.”
“Hai sbagliato.”

La critica deve essere specifica.

Spiega chiaramente:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando

Descrivi azioni,
comportamenti
e parole.

Evita etichette o giudizi personali come:

  • arrogante
  • egoista
  • presuntuoso.

Concentrati sulle azioni, non sulla persona.

Non toccare l’autostima del collaboratore: un passo falso può danneggiare il rapporto per sempre.

4. Ascoltare e permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegare la propria versione dei fatti.

Ascolta senza giudicare.

Se un collaboratore ha avuto un comportamento poco professionale, non dargli la possibilità di difendersi sarebbe altrettanto poco professionale.

Spiega i tuoi punti, ma non interrompere il tuo interlocutore mentre espone le sue giustificazioni.
Anche se non sei d’accordo.

Interrompere porta solo a inasprire il dialogo.

Questo momento è anche un’occasione per imparare a dare critiche costruttive, bilanciando garbo e autorità.

Così aumenterai rispetto, credibilità e produttività nel team.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato possono aiutarti a comprendere meglio le dinamiche, ritrovare più calma e impostare una strategia efficace.

Scopri il servizio.

5. Chiedere di cambiare approccio

Dopo aver chiarito che il comportamento non è accettabile, chiedi un cambiamento concreto.

Sii molto preciso.

Spiega quali comportamenti devono cambiare e quali azioni non sono più tollerabili.

Il collaboratore deve sapere esattamente cosa ci si aspetta da lui.

Informalo anche che, se non si noteranno miglioramenti, sarai costretto a prendere provvedimenti.

6. Fare una richiesta perentoria

Un periodo di prova può essere una soluzione ragionevole.

Definisci chiaramente che dopo un certo tempo vi incontrerete di nuovo.

Se l’atteggiamento non sarà migliorato, potrebbero essere presi provvedimenti seri, fino al licenziamento.

È importante che ogni passaggio sia pianificato e gestito correttamente, anche per evitare problemi legali per te e per l’azienda.

Il tuo obiettivo deve essere aiutare il collaboratore a “rientrare” nel team.

Ma, alla fine, potresti dover prendere decisioni difficili per il bene del gruppo e della tua organizzazione.

Questi suggerimenti non sono una guida da seguire alla lettera

Sono spunti di riflessione.

I rapporti professionali — proprio come quelli personali — sono complessi.

Non esistono regole valide in ogni situazione.

Ogni caso va contestualizzato e adattato:
all’azienda,
alla situazione,
alla tua personalità
e a quella del tuo collaboratore.

Gestire un collaboratore poco professionale non è mai piacevole.

Ma ignorare il problema è quasi sempre la scelta peggiore.

La leadership richiede anche questo:
affrontare le situazioni scomode con chiarezza,
rispetto
e responsabilità.

Perché un team funziona davvero solo quando le regole sono chiare per tutti.

Smartphone e portatili sono dannosi alla tua autostima

smartphone e autostima

Smartphone e autostima.
Avrete senz’altro letto (o forse no) come l’uso incessante di smartphone, laptop, tablet,
può influire negativamente sui nostri rapporti e sulla nostra performance.

Un gruppo di ricerca ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo.
Ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo.

Sembra, infatti,
che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo.

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Tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perché la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina,
un ormone che favorisce il sonno.

Karla Klein Murdock, psicologa americana,
ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms.

La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente “messaggiano” tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi,
dormono meno e si sentono più stanchi il giorno dopo. Per saperne di più.

Ma forse non hai ancora sentito l’ultima … su smartphone e autostima …

Essere incollati al dispositivo smartphone può avere un impatto negativo anche sulla tua autostima.

La Psicologa e autrice Amy Cuddy ha stabilito che, poiché la postura può influenzare gli ormoni, può anche influire sul modo in cui la nostra mente riflette la fiducia.

Quindi, se si sta regolarmente seduto in quello che la Cuddy chiama la posizione ricurva,
è probabile che parleremo con meno autorevolezza e convinzione.
Saremo percepiti dagli altri come persone poco sicure di sé.

Infatti, se una postura corretta aumenta l’autostima, giova alla salute, conferisce maggiore fiducia in se stessi, migliora la capacità intellettiva,
così … accade l’esatto contrario quando un individuo si rannicchia e “raggomitola” su se stesso assumendo una postura scorretta.

 


 

Ecco …
ci mancava anche questa!
Soprattutto in un’epoca dove l’autostima e la fiducia scarseggiano.

Stando curvi sullo schermo si rischia la iGobba

Basta guardarsi attorno in un bar, sull’autobus o nella sala d’attesa:
quante sono le persone piegate e “curvate” sullo schermo di uno smartphone?

Sono soprattutto i più giovani, che quotidianamente contorcono il corpo verso cellulari e tablet,
incombe così il rischio di sviluppare questa postura contorta che il fisioterapista neozelandese Steve Augus,
chiama la “iGobba”.

Secondo August molti adolescenti iniziano a manifestare una sorta di gobba (un inarcamento della schiena dovuta a una postura sbagliata).
Un problema che fino a qualche anno fa riguardava per lo più gli anziani,
che in decenni trascorsi chini su libri o quaderni avevano sviluppato questa deformazione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Stare curvi può renderci abulici e passivi

Smartphone e autostima …
le ripercussioni non sono solo fisiche (cervicale, mal di testa, rigidità del collo e delle spalle).
La stessa postura può provocare o amplificare uno stato emotivo.
Stare curvi, in particolare, può farci sentire depressi, apatici e poco vitali.

Bastano piccoli accorgimenti per salvare la situazione e arginare questi effetti collaterali.
Come fare un po’ di stretching e tenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il cellulare,
alzando di più le braccia e avvicinandolo al volto.

Posizione un po’ scomoda, ma a prova di gobba,
pardon di iGobba.

Il disagio contribuisce alla tua crescita personale

crescita personale

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

La crescita pretende un disagio temporaneo.
Il disagio è il segnale di cambiamento.

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato … a disagio.
No disagio, NO crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.

Il disagio arriva con il “nuovo”

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Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo, un trasferimento in un’altra città?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, nervi tesi, un “ovo” sodo nella gola, bruciore di stomaco, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.

Provi disagio, fastidio, malessere perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Andare avanti può farti sentire “strano”, pauroso, incerto.

Quando senti questa sensazione, non spaventarti

Dì a te stesso:
“È nuovo.
Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Una parte di te sente paura.
Questa sensazione è normale.
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
 


 

Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” …
non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.

Devi “allenarti” per abituarti al disagio.
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali, necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei chiesto … cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà, insidie, ostacoli, impedimenti?

Disagio come catalizzatore per la crescita personale

Il disagio ci fa anelare per qualcosa di più.
Ci costringe a cambiare, allungare, e di adattarsi.

Il disagio può diventare il nostro più grande alleato.
Quando senti il disagio … accoglilo come se fosse un ospite inatteso che si presenta alla porta di casa tua in un momento inopportuno.

“Lasciati andare al disagio, resta con esso, in sua compagnia: è questa la via per sbarazzarsene”.
Bruce Lee

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.
Sei “uno che ne capisce”.
Sei accurato, puntuale, laborioso, focalizzato, uno che nel team ci sta bene.

In alto si sono accorti di te, si mormora di te, si parla di te …
in bene.
Ti senti gratificato dai risultati e dai feedback positivi che ricevevi.
Sei ambizioso.
Stai progredendo, i successi ti stanno solleticando.

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Qualcuno già vocifera (malignamente o invidiosamente) che ti stai preparando a fare il capo.
Retribuzione più alta, più prestigio e maggiore influenza.
Bene.
Benissimo.

Ti sei preparato al grande salto?

Il successo (che hai sempre desiderato) sta per arrivare.
Si accendono i riflettori … rullo di tamburi …
Wooooowww!
Che brividi!

Benissimo?
Uhmm…
Mica vero!

E quanti punti interrogativi!
Un crescente turbamento
soprattutto la notte

All’ora della verità, sei rimasto spiazzato.
Pressioni e responsabilità.
paura dell’insuccesso.

Hai calcolato il rovescio della medaglia?

 


 

Come mai?
Non ci avevi pensato?
Non hai calcolato l’altro lato della medaglia?
Ti sei concentrato solo su quello piacevole.
Adesso ti senti impreparato e disorientato.

Maggiori responsabilità, aumento della pressione, rischi elevati, più (e più complessi) problemi da risolvere, persone da gestire e top manager/titolare da accontentare.

Prima eri al sicuro, al riparo .. adesso sotto i riflettori ci sei tu!

Ora tocca a te … e scopri che non ti senti pronto.
Inadeguato.
Le tue (eventuali, presunte e legittime) mancanze in termini di competenze e skills le vivi con una forte apprensione.
Un’apprensione che può diventare annientante e paralizzante.
Paura. Paura dell’insuccesso.

La paura dell’insuccesso può essere paralizzante

“Se tu fallissi potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi.”
Beverly Sills

Man mano che scali l’organigramma, ti accorgi, anni dopo, che la “scala” non era quella giusta.
Accade.
Ormai troppo tardi per fare marcia-indietro.
Talvolta raggiungiamo (faticosamente) lo specifico obiettivo per poi accorgerci che non era quello di cui avevamo bisogno.

Qualcosa è cambiato.
La percezione di noi stessi diventa distorta e depotenziante.
Diventa mancanza di autostima.

Cosa fare? Devi uscire dalla tua zona di comfort e affrontare l’insicurezza e l’ignoto del nuovo ruolo, devi dilatare questa tua zona di comfort.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Devi conoscere te stesso e “lavorare” sulla tua autostima

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Conosci lo scopo,
i tuoi valori e
la tua visione?

Sai gestire i tuoi comportamenti?
Le tue reazioni?
E quelle degli altri?

Conosci quello che funziona e che non funziona per te?

Sai gestire le attese,
la frustrazione e
l’insuccesso?

Più le tue risposte saranno oneste, più saranno incisive le tue azioni.
È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi diventare (anche tu) una percentuale nella statistica dei fallimenti da leadership.

“Raggiungere il successo senza raggiungere un discreto grado di autostima significa essere condannati a sentirsi per sempre un impostore sul punto di essere smascherato”. Nathaniel Branden

“Vince la personalizzazione”: la mia intervista sulla rivista Toy Store

come conquistare nuovi clienti

Ecco la versione integrale della mia intervista su Toy Store su come conquistare nuovi clienti nel settore retail.

Oggi più che mai, è sempre più importante conoscere il proprio cliente.
Come è possibile per un negoziante capire chi sono i suoi consumatori?

Dati, cifre, analisi, ricerche per conoscere e capire il cliente sono utili, spesso necessari, ma allo stesso tempo è vitale non rimanere “vittima” dei numeri.

I dati non sono la fonte di tutto il sapere.
Il contatto umano, guardarsi negli occhi, parlarsi e ascoltare sono ancora i modi migliori per un negoziante per comprendere al meglio chi sono e cosa desiderano i suoi consumatori.
L’ascolto attivo è un mezzo potente per cogliere sfumature, sogni, desideri, bisogni, obiettivi del cliente e un’occasione di crescita come professionista e comunicatore.

Ascoltare è diverso che sentire.
Ascoltare significa placare il chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che il cliente sta dicendo.

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre, ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci dirà il cliente.

Con queste idee preconcette, rischiamo di filtrare la conversazione, saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno.

Quando il cliente si renderà conto di essere ascoltato, si sentirà importante, si accorgerà di essere seguito da professionista competente, aumenterà il suo desiderio di comunicare e di creare un saldo rapporto di fiducia.

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela. L’obiettivo è diventare partner del cliente, non un semplice fornitore.

Quali domande è importante che un negoziante si ponga per conoscere al meglio la propria clientela?

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Per un negoziante, porsi domande mirate e “scomode” è il primo passo per conoscere la propria clientela. Più le risposte saranno oneste, più saranno incisive le azioni:

“Sono aperto al dialogo o sto, semplicemente, convincendo le persone ad acquistare il mio prodotto o servizio?”

“Comincio a vendere fin dal primo momento che il cliente mette piede nel mio store? Penso di avere un buon intuito, di capire se acquisterà, oppure no, e mi concentro subito e solo su quello?

“Se il mio cliente sta parlando (esprimendo le sue esigenze, necessità, i suoi timori) ed io sto pensando a come presentare meglio il mio prodotto, quanto avrò veramente ascoltato quello che ha detto?”

“Il mio fine ultimo è “piazzare” il prodotto o la soddisfazione del cliente?”
“Come preferiscono acquistare il mio prodotto?
Online, di persona o per telefono?”
“Come posso informarli frequentemente senza essere insistente?”
“Sono soddisfatti principalmente del prodotto o dell’esperienza in-store?”

Quali investimenti può portare avanti un retailer per capire chi sono i suoi consumatori?
In quali direzioni?

Sono sempre più numerose le persone continuamente connesse in Rete che si “lasciano” orientare e influenzare nei loro acquisti da recensioni, opinioni, consigli online e dai suggerimenti ricevuti attraverso i social.

Qualsiasi azienda che voglia conoscere, creare o ampliare la conoscenza dei suoi consumatori deve puntare sul dialogo e l’interazione con i clienti e una presenza qualificata sul web.

Il cliente, una volta sul sito dell’azienda desidera trovare informazioni, contenuti, commenti e testimonianze, articoli del blog, video per la risoluzione di un problema, indicazioni e suggerimenti su come usare i prodotti, vedere il processo lavorativo oppure l’anteprima visuale dei nuovi prodotti.
 

 
La comunicazione non è “a senso unico” ma deve trasmettere voglia di ascoltare e spazio per condividere esperienze ed emozioni. In questo modo si dimostra attenzione, interesse e riconoscenza per la scelta e la fedeltà dei consumatori.

Il segreto per conquistare nuovi clienti: costruire dei rapporti con la clientela, mantenendo un dialogo che li coinvolga in una conversazione continua.

Come conquistare nuovi clienti?
Quali strategie è necessario mettere in campo?

Una strategia vantaggiosa per conquistare nuovi clienti potrebbe essere quella di combinare una solida e autorevole presenza web a un servizio clienti personalizzato, flessibile e produttivo.

Il cliente, sul sito dell’azienda avrebbe la possibilità di trovare informazioni, contenuti pertinenti e di qualità, verificare la visibilità delle scorte (ovvero costatare se un articolo è disponibile prima di recarsi ad acquistarlo in negozio), comunicare con un venditore o consulente mentre è online, chiedere o disdire un appuntamento, trasmettere e ricevere messaggi, prenotare velocemente un articolo, ricevere una notifica, ecc..

Una volta in negozio, il personale di vendita (abbandonata definitivamente la veste del venditore classico per quella del consulente di vendita) è pronto a offrire al consumatore promozioni personalizzate sulla base degli acquisti precedenti o delle preferenze manifestate.

Oltre ai dati che si trovano nei vari sistemi gestionali (ultimo acquisto, media di acquisto, ecc.) compito dei consulenti di vendita è annotare nella scheda cliente le preferenze, le abitudini, tutte le informazioni utili per preparare offerte sempre più personalizzate e mirate.

La personalizzazione dell’offerta è sempre più al centro delle strategie di marketing.
Fornire al cliente la massima possibilità di scelta e un servizio sempre più personalizzato è diventato l’imperativo principale.

Chi è il nuovo consumatore?
Cosa pretende quando entra in negozio?

Il consumatore di oggi è più informato, analizza i vari prodotti e confronta prezzi da solo.

Risponde a tono e con precisione.
Prima di acquistare, si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se li serve veramente, chi lo vende e com’è la marca.
Se reputa di aver subito un torto, si lamenta con tutti ma non con l’interessato.
Una volta insoddisfatto non ritorna più. Desidera essere trattato in modo speciale, diverso dagli altri.

Il consumatore di oggi quando entra in negozio esige di essere aiutato nella scelta da un professionista competente, capace di ascoltare, capire le sue esigenze e proporli l’articolo o il servizio giusto … invece (spesso) si trova davanti ad una persona impegnata a parlare, plasmare, manovrare e convincere … a vendere!

Questa visione è superata.
Il nuovo consumatore non vuole sentirsi più manipolato, non accetta più che la vendita passi attraverso una fase in cui debba farsi convincere ad acquistare. Non si fa più metter via da una frase a effetto e un sorriso di circostanza!

Pretende di essere ascoltato, ricevere risposte, spiegazioni e soluzioni pertinenti. Chiede di essere orientato in mare d’informazioni. Desidera sempre la massima chiarezza su argomenti delicati quale prezzo, garanzia, reso, ecc.

La chiave per conquistare nuovi clienti è essere sinceri, appassionati del lavoro, ascoltare con attenzione, essere attenti ai bisogni, non pensare (solo) a vendere e diventare per il consumatore un punto di riferimento concreto, fidato e irrinunciabile.

6 spunti per rispondere a domande scortesi durante il colloquio di lavoro

domande scortesi al colloquio

Le domande scortesi durante i colloqui di lavoro (non stiamo parlando di domande illegittime o fuori-legge ma solo di quelle imbarazzanti o strane) fanno parte del gioco e sono utilizzate dal selezionatore per testare la reazione e le risposte del candidato a questo tipo di domande.

Alcuni selezionatori lo fanno per strategia di valutazione.
Altri perché sono semplicemente curiosi (e poco delicati).
Altri ancora sono solamente persone maleducate, sgradevoli o indisponenti (tipo il tizio della foto).

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“Ha mai pensato di perdere qualche chilo”
“Ehi, come si è fatta quella cicatrice sul braccio?”
“Un po’ “variopinto” il suo curriculum, non trova?”
“Che cosa ha fatto ai capelli?”

Tuttavia, se sai come rispondere o riesci a capovolgere la situazione, puoi trarne un vantaggio e guadagnare punti importanti!

Che cosa si dovrebbe fare quando i modi di un intervistatore sono scortesi o maleducati?
Ecco 6 spunti per rispondere a domande scortesi al colloquio di lavoro:

1. Mantieni la calma

E il senso dell’umorismo.
L’intervistatore può chiedere semplicemente per curiosità.

La chiave è quella di non prendere nulla sul personale ed evitare il giudizio.

Puoi anche rispondere con un complimento (per esempio l’intervistatore minimizza con una battuta la tua esperienza precedente, puoi dire qualcosa tipo “Sono d’accordo, per questo motivo lascerei la mia azienda per lavorare per una società dinamica come la vostra“), in questo modo sarai in grado di capovolgere la situazione a tuo favore.

Questa tecnica può avere un buon successo.
Gli intervistatori non se lo aspettano, così li potrai sorprendere con la tua ironia e la tua intelligenza.
Ovviamente richiede attenzione e prontezza di pensiero.

2. Non controbattere alle domande scortesi al colloquio di lavoro

La definizione “scortese” è soggettiva, spesso è molto più efficace reagire semplicemente alla domanda e non alla persona che la pone.

Fa parte della nostra natura umana voler controbattere immediatamente a un commento offensivo o una domanda impertinente.

Se rispondi in modo maleducato a una domanda scortese, diventi a tua volta insolente e inadeguato.

3. “Usa” il silenzio

 


 

Il silenzio è spesso percepito come imbarazzante e scomodo.
La maggior parte delle persone si sente (almeno un po’) a disagio con il silenzio.

Non c’è bisogno di uno sguardo scontroso e “controbattute” al veleno.
Un sorriso appena accennato, seguito da un lieve movimento di occhi spalancati per la sorpresa, può essere efficace e anche disarmante.

Il tuo silenzio potrebbe suggerire alla persona di ravvedersi un po’, e (forse) anche di chiedere scusa.

4. Cambiare tema

Puoi fingere di non aver sentito il commento maleducato, fare una brevissima pausa e cambiare il tema del discorso rispondendo con un’affermazione che mette in risalto le tue abilità e i tuoi punti di forza, come l’inventiva, la precisione, la team leadership.

5. Chiedere maggiori informazioni

Chiedere ulteriori chiarimenti quando l’intervistatore commenta in modo inappropriato.

Ad esempio … “Potrebbe spiegarmi cosa intende per …?”
oppure
“Scusi, non la seguo correttamente.
Potrebbe gentilmente riformulare la domanda o spiegare che cosa intende per …?
“.

Invitare il selezionatore a riformulare la domanda, ti permette di guadagnare un po’ di tempo, t’impedisce di rispondere inadeguatamente e costringe il selezionatore a “soppesare” meglio le sue parole.

6. Se la conversazione è davvero irrispettosa?

Nel caso in cui il datore di lavoro continua a fare commenti o domande scortesi e offensive, sai che hai il diritto di rifiutare di rispondere.

Se non desideri rispondere, non c’è bisogno di farlo.
Meglio dire “No”, educatamente e far capire che non accetti le domande scortesi al colloquio.
 

 
Congedati con classe, senza commentare e offendere.
Non ne vale la pena.
Usa una frase tipo “Grazie per il suo tempo. Non credo che questa posizione sia a misura per me”.

Potresti lasciare l’intervistatore con il rimpianto per quello che ha perso.

Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche
Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi scusa?
Chiedi spiegazioni?
Oppure te ne vai sbattendo la porta?

Ti infastidisce essere criticato…
anche quando sai di aver commesso un errore?

Chiariamo subito una cosa

Possiamo chiamarla in tanti modi:

  • rimprovero
  • critica
  • valutazione
  • feedback

Possiamo addolcirla con aggettivi come:

  • positivo
  • motivazionale
  • costruttivo

Anche riceverla con grande educazione.

Ma una cosa resta:

ricevere una critica non è mai piacevole.

Le critiche entrano in conflitto con un bisogno molto umano:

sentirci accettati e approvati.

Per questo è difficile non prenderla sul personale.

È normale avere paura delle critiche

Dopotutto, chi ama sentirsi dire cose negative su se stesso?

Spesso ci irritiamo anche per un altro motivo.

Quando lavoriamo bene…
tutto tace.

È dato per scontato.

Quando invece sbagliamo, l’errore viene subito evidenziato.

La reazione più istintiva?

  • mettersi sulla difensiva
  • ribattere
  • giustificarsi
  • contrattaccare

Oppure iniziare a pensare:

“Non valgo molto.”
“Sono incapace.”
“Se fossi bravo non mi criticherebbero.”

La vera domanda però è un’altra:
come possiamo trasformare una critica in un momento di crescita?

Vediamo alcune strategie utili.

1. Accetta di non essere perfetto

Nessuno è perfetto.
È un fatto.

Nella vita si sbaglia.
E prima o poi arrivano anche le critiche.

Possono riguardare:

  • il tuo comportamento
  • la tua prestazione
  • il tuo stile di lavoro
  • il tuo modo di relazionarti con il team.

Succede a tutti.

Le persone che hanno fatto strada nella vita hanno una cosa in comune:
hanno imparato dai propri errori.

Cadere fa parte del percorso.
L’importante è rialzarsi velocemente.

2. Ascolta con attenzione

Mantieni la calma.
Non chiuderti a riccio sulla difensiva.

Lascia che le emozioni si calmino.

Reagire con rabbia, scappare o rispondere in modo sproporzionato è umano…
ma raramente è costruttivo.

Che la critica sia fondata o meno, in quel momento prova a restare aperto all’ascolto.

Le critiche spesso contengono:

  • suggerimenti utili
  • spunti di miglioramento.

Se rimani calmo, la conversazione diventa più produttiva.

E i problemi si risolvono più facilmente.

3. Non prenderla sul personale

Questo è uno dei passaggi più difficili.

Prova a fare un piccolo esercizio mentale.
Immagina che la critica sia rivolta a qualcun altro.

Un manager.
Un responsabile di team.
Uno store manager…

che guarda caso ha il tuo stesso nome
e fa esattamente il tuo lavoro.

Quando crei questa distanza mentale, il tuo atteggiamento difensivo si riduce.

Perché non la stai vivendo come un attacco personale.

4. Chiudi la questione con eleganza

A volte la soluzione è più semplice di quanto pensi.

Ascolta.
Ringrazia.
Spiegati se necessario.

E poi chiudi la questione.

Evita di:

  • giustificarti all’infinito
  • tornare continuamente sull’argomento.

Più ribatti alla critica, più la rafforzi.

E una regola importante:

mai difendersi criticando chi ti critica.

5. Analizza ciò che hai sentito

Dopo il confronto, prenditi un momento per riflettere.

Non sentirti vittima o paralizzato.

Chiediti invece:

  • “Cosa è successo davvero?”
  • “Ho lavorato abbastanza su questo progetto?”
  • “Mi rimproverano una mancanza di precisione?”
  • “Determinazione?”
  • “Incisività?”

6. Accetta che gli altri possano vedere cose che tu non vedi

Chi ti critica vuole davvero denigrarti?

Oppure sta cercando di prevenire un problema?

Magari sta cercando di farti notare qualcosa che tu non avevi visto?

Per questo è utile fare domande precise:

  • “Quale aspetto del mio atteggiamento ti crea problemi?”
  • “Quale parte del lavoro non ti è piaciuta?”
  • “Cosa dovrei migliorare nel mio approccio?”

Domande mirate spingono l’altra persona a essere più concreta.

E a non sparare critiche generiche.

7. Chiarisci il tuo disappunto (se necessario)

Se una critica ti ha fatto arrabbiare, non accumulare malumori.

Parlane con la persona interessata.

Spiega cosa ti ha infastidito e prova a trovare una soluzione insieme.

Spesso un confronto diretto rafforza il rapporto invece di rovinarlo.

8. Cerca una soluzione

Ti hanno rimproverato per qualcosa?

Dimostra che sei disposto a migliorare.

Non per paura delle critiche.
Ma per crescere.

Chiediti:
“Cosa posso imparare da questa situazione?”

Dare feedback nei momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching miratoDare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede anche questo.

Se la critica è fatta solo per ferirti o provocarti:
non perdere tempo.

Metti le cose in chiaro oppure ignorala.

Ti lascio con una riflessione di Elbert Hubbard:

Il modo più semplice per evitare le critiche è questo:
“Se vuoi evitare le critiche, non fare niente,
non dire niente,
non essere niente.”

Le critiche fanno male.

Ma spesso contengono anche informazioni preziose.

Chi cresce davvero non è chi evita le critiche.

È chi impara a usarle per diventare migliore.

Come affermare se stessi in 13 passi – 3

come affermare se stessi

Leggi la parte 2. di come affermare se stessi.

10. Utilizzare “Io” anziché “tu”

Quando si effettua una richiesta, esprimi disapprovazione o chiedi a qualcuno di smettere di fare qualcosa che ti infastidisce,
cerca di formulare la frase in modo tale che il messaggio si riferisca a te e ai tuoi sentimenti.

Se vuoi imparare come affermare se stessi, non ferire mai la dignità di nessuno,
non attaccare l’altra persona,
esprimiti sempre con calma,
e nel rispetto di chi hai davanti e del lavoro che svolge.

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Per esempio, se un tuo amico esagera nel prenderti in giro potresti dire qualcosa del tipo:
“Quando scherzi sui miei difetti, mi ferisci e mi rendi insicuro. Vorrei che la smettessi.”

Oppure …

“Perché in ufficio devi mantenere il condizionatore sempre acceso?
Quante volte ti ho detto che mi dà fastidio?”

molto meglio …
“Propongo di definire degli orari di accensione del condizionatore,
in modo da mantenere una temperatura piacevole per tutti!”

Ecco altri esempi dove si utilizza “Io” anziché il “Tu”.

“Sono esausto oggi. Capisco che vuoi queste cose fatte, ma non ho intenzione di lavorarci sopra fino a domani mattina.”

“Mi sento frustrato quando mi fai sentire in colpa per uscire con i miei amici.”

“Mi sento in imbarazzo quando mi provochi davanti alle persone”.

“Preferirei che tu mi dessi un preavviso di almeno tre settimane prima di chiedermi di lavorare il fine settimana.”

“Abbiamo perso il treno. Contavo molto sulla tua puntualità. Vediamo quando parte il prossimo treno.”

“Capisco il tuo punto di vista, ma io ho un’altra idea.”

 


 

11. Utilizzare il linguaggio del corpo e il tono fiducioso

Se tendi a parlare tutto rannicchiato, a sussurrare e mormorare le tue opinioni o bisogni,
con le braccia conserte, sicuramente il tuo interlocutore non si sentirà a suo agio perché trasmetti un atteggiamento negativo,
difensivo o di chiusura.

Anche quando parli aiutati a esprimere i concetti usando le mani,
in modo che seguano il tuo discorso in ampi gesti di apertura.

Utilizza in modo appropriato anche il tono e il volume della tua voce,
evita un tono troppo basso, il tuo interlocutore tenderà a credere che tu stia nascondendo la tua insicurezza ma anche un tono di voce troppo alto,
rischierai di intimidire o irritare chi ti ascolta.

12. Non c’è bisogno di giustificare o spiegare la tua opinione o scelta

Soprattutto quando nessuno te l’ha chiesta.

È il tuo bisogno di piacere che ti spinge ad assicurarsi che tutto e tutti “siano d’accordo” con le tue scelte.

In pratica,
sentirti obbligato a dare una spiegazione o giustificazione per ogni tua opinione o scelta,
è come chiedere agli altri il permesso o come preferiscono che tu viva la tua vita.

13. Essere persistente

Soprattutto all’inizio sembrerà pauroso e innaturale.
È strano comunicare in questo modo nuovo e diverso.

Se l’altra persona reagisce male, se qualcuno è in disaccordo rispetto la tua scelta,
parere o richiesta, non arrabbiarti e non metterti sulla difensiva.

Mantieni il sangue freddo.
Rimani freddo,
calmo e non mollare.

Devi essere persistente.
Devi mantenere la tua posizione anche quando le persone ti invitano a rifiutare o ritrattare ciò che hai detto.

Ad esempio, se chiami il servizio clienti e non ti risolvono il problema,
anziché alzare le mani e dire: “Oh, non c’è niente che io possa fare al riguardo. Almeno ci ho provato“,
chiedere se è possibile parlare con il loro manager.

Come affermare se stessi? Attenzione alle trappole:

Essere assertivo sempre

Un errore comune in cui potresti cadere (insieme a molte persone sul cammino dell’assertività) è quello di cercare di farti valere per tutto il tempo.
Ci possono casi in cui essere assertivo,
non ti porterà da nessuna parte,
e prendere una posizione più grintosa o passiva diventa l’opzione migliore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Insistere troppo

Diffida dei suggerimenti che consigliano di chiedere la stessa cosa più e più volte fino a quando la persona cede.
Questo non è essere persistenti ma maleducati e stronzi.

Sentirsi offeso e frustrato

Non sentirti frustrato o arrabbiato se la tua famiglia,
amici e colleghi mettono in dubbio o addirittura cercano di contrastare il tuo nuovo approccio assertivo alla vita.
Questa risposta è del tutto normale.

Se sei stato un avversario facile per la maggior parte della tua vita,
le persone intorno a te, sono abituate e confortevoli alla tua accondiscendenza,
e probabilmente resisteranno ai tuoi sforzi sulla strada dell’assertiva.

Sentirsi in colpa

Alcune persone saranno deluse dal tuo nuovo approccio?
Probabilmente.

Potrebbero farti notare che sei diventato egoista o scortese.
Finché esprimi le tue esigenze in modo premuroso, non sei responsabile della loro reazione.
Non c’è bisogno di sentirsi in colpa.

Non scendere più a compromessi

Riconosci le situazioni in cui devi essere intransigente e quelle in cui puoi scendere a compromessi.
A volte chi ti chiede un favore potrebbe avere una reale emergenza,
altre invece potrebbe trattarsi semplicemente di cattiva organizzazione o di dare per scontato la tua disponibilità.

Ogni circostanza è a sé e solo tu puoi stabilire quando è il caso di puntare i piedi e quando di cedere.
Tieni conto dei sentimenti altrui.

Affermare se stessi non vuol dire diventare inflessibili

Diventare assertivo non significa diventare un vendicatore freddo e inflessibile,
che pensa solo a rivendicare i propri diritti.

Impara a distinguere ciò che è davvero importante e riconosci le situazioni in cui devi essere intransigente e quelle in cui puoi scendere a compromessi.

Personal coaching per apprendere come esprimere le tue opinioni e, soprattutto, come far rispettare la legittimità di un tuo parere, un compromesso o un rifiuto servirà, a prescindere dal risultato,
a fare di te una persona che sa come affermare se stessi,
con una maggiore percezione di controllo sulla vita.

Se sei un giovane leader (e vuoi imparare come affermare se stessi) scopri il coaching adatto per te!

Come affermare se stessi in 13 passi – 2

affermarsi

Leggi anche la parte 1.

5. Non aspettarti che la gente legga nella tua mente

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Non pretendere che siano gli altri a riconoscere i tuoi bisogni e desideri,
senza dover dire una parola.

La lettura del pensiero non è ancora possibile.

Se vuoi qualcosa, chiedilo.
Qualcosa ti dà fastidio? dillo.

Se qualcuno non si comporta bene ..spiegati

Mai dare per scontato che gli altri conoscano ogni tuo bisogno o necessità.
Mai dare per scontato che gli altri intuiscano,
intendano, percepiscano.
Non dare mai nulla per scontato.

Durante una sessione di personal coaching ho chiesto a un assicuratore, che lamentava il poco feeling professionale con il suo capo, se avesse mai espresso il suo disagio “No, certe cose non si devono nemmeno dire.
È evidente che non sono contento.
Basta guardarmi.
Ma com’è possibile che non si renda conto?
“.
Quando poi ho chiesto se il capo, a sua volta,
gli avesse mai chiesto un feedback sul loro rapporto,
la risposta è stata: “Si, me l’ha chiesto. Cosa ho risposto?
Tutto bene. Grazie.

6. Tu non sei responsabile di come gli altri si sentono o si comportano

Se solo immaginassi quanto stress e l’ansia ti lasceresti alle spalle una volta capito questo.
Evita di passare tempo in logorante attesa per capire se qualcuno è contento per la tua scelta o opinione,
se il tuo desiderio è in linea con la volontà degli altri.
 


 

Non devi assicurarti che gli altri siano felici,
anche se questo significa essere tu infelice.

Non è compito tuo controllare o preoccuparti del comportamento altrui.
Sei unicamente responsabile di come ti comporti e ti senti tu.

Questo non vuol dire essere uno stronzo/a e non prendere in considerazione i sentimenti o le situazioni altrui.
Significa solo smettere di essere eccessivamente premurosi,
non rivendicare alcuna richiesta o calpestare i propri valori per timore di turbare o offendere qualcuno.

Lascia agli altri la libertà di decidere di essere felici,
sconvolti o offesi.

Questa è la loro responsabilità, non la tua.
Tu hai la tua vita … e a quella devi pensare.

7. Dire di no è indispensabile per affermarsi

Le due parole più brevi e più antiche, e no,
sono quelle che richiedono maggior riflessione.

Pitagora

Affermarsi, dire “NO” non è facile e mai piacevole.
Ma dire “SI”, senza essere convinto è anche peggio.

Se eviti di dire “NO” per amicizia, timore o per mantenere pace e tranquillità,
rischi di perdere la fiducia e la stima delle persone,
dare un`immagine di una persona influenzabile e accondiscendente.

Se non metti dei paletti o dei limiti da rispettare,
le persone capiranno che possono facilmente metterti i piedi in testa e approfittare della tua disponibilità.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

E credimi, lo faranno ..

A lungo andare diventa frustrante,
castrante e perdi autostima e motivazione.

Nella tua “missione” per diventare più assertivo, il NO deve trasformarsi nel tuo migliore amico.

Inizia a dire NO più spesso.
In un primo momento, sarai molto ansioso,
ma alla fine si arriverà a sentirsi bene,
e in realtà molto liberatorio.

Comincia già da oggi, allenati a dire “NO”,
sarai sorpreso come le persone la prendono meglio di quanto tu creda!

8. Essere semplice e diretto

Quando stai affermando te stesso, meno è meglio.
Meno parole dirai, più semplice sarà.

Non c’è bisogno di spiegazioni elaborate o serpeggianti.
Cerca di evitare risposte ambigue o poco chiare.

Non ti perdere in chiacchiere dando mille spiegazioni del perché vuoi o non vuoi una determinata cosa.
Sii gentile, fermo e diretto.

9. Non scusarsi o sentirsi in colpa per aver espresso un bisogno, desiderio o diritto

Salvo che non stai chiedendo qualcosa di palesemente irragionevole,
non c’è motivo di sentirsi in colpa, provare vergogna,
chiedere scusa per aver espresso un bisogno, un desiderio o un diritto.

Affermarsi,
non ha nulla a che fare con l’essere educato o ferire i sentimenti dell’altra persona.

Basta semplicemente chiedere cortesemente e aspettare la risposta dell’altra persona.
Non sei responsabile dei problemi degli altri e (tantomeno) delle loro reazioni.

Leggi la parte 3.

Come affermare se stessi in 13 passi – 1

affermare se stessi

Sai esprimere i tuoi piaceri,
le tue emozioni o i tuoi interessi?

Hai un rapporto sereno e costruttivo con la critica?
Sai esprimere la divergenza anziché far finta di essere d’accordo solo per mantenere pace e tranquillità?

Chiedere “perché” o dire “NO” invece che accettare passivamente?
Chiedere agli altri di modificare i loro comportamenti quando sono fuori luogo o offensivi?
Difendere i propri diritti e confini piuttosto che lasciare che gli altri si approfittino di te?
Chiedere spiegazioni o di fare chiarezza anziché non dire niente e sentirti confuso per non aver capito?

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Quante domande.
Troppe.
Se non ti “senti toccato” da queste domande puoi anche evitare di continuare a leggere …
ma se le senti nello stomaco (forse) vale la pena continuare …

… e beccarsi un altro siluro
… un’altra verità.

Sei stato un avversario agevole per la maggior parte della tua vita

Oltremodo non sei neanche felice.
E come potresti?

Ti pieghi costantemente alle volontà altrui, sei carico di ansia,
rabbia e risentimento (perché hai la sensazione di essere trattato ingiustamente).

Ti senti impotente, inerme, bloccato, frustrato e insoddisfatto.

Se ti senti troppo buono,
è facile essere soggette a violenti scoppi d’ira perché vivi nello stato d’animo di un vulcano pronto a esplodere.

Adesso.
Non pensi sia arrivato il momento di lavorare su te stesso?
 


 

Ecco 13 passi per affermare se stessi:

1. Assumersi la responsabilità per i tuoi problemi

Non aspettare che qualcun altro risolva i problemi per te.
Tantomeno io (se decidi di “fare” un percorso di coaching).

I tuoi problemi sono di tua responsabilità.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nella tua vita,
prendi provvedimenti.

Se non sei felice,
tu sei responsabile per le conseguenze delle tue azioni.

Affermare te stesso (probabilmente) potrebbe portare, soprattutto all’inizio,
a spiacevoli conseguenze.

Essere assertivi vuol dire assumersi (anche) le responsabilità di tali conseguenze,
qualunque cosa accada.

Affrontare le conseguenze è molto meglio che vivere una vita a metà,
compiacente o arrendevole.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

2. Affermare se stessi richiede tempo

Non pensare che diventerai magicamente assertivo semplicemente leggendo quest’articolo.
Un libro.
Frequentando un corso.
Oppure dopo 2 sessioni di personal coaching.

Assertività richiede tempo e pratica.
Avrai giorni buoni e giorni cattivi (dove ti sembrerà che le cose anziché migliorare peggiorano).
Basta essere determinati … e i risultati arriveranno.

3. Cominciare con le piccole cose

Comincia in piccolo.
Con le situazioni più semplici,
a basso rischio.

La tipa che (con aria innocente) ti supera alla casa del supermarket, il cameriere invadente che non si fa mai i fatti suoi,
l’amico che ti chiama solo quando li fa comodo.

Un “primo” NO, una precisazione su qualcosa che non ti piace o un gentile rifiuto possono essere piccoli (ma anche grandi passi) verso il cambiamento.

Le prime volte sarà dura ma vedrai che dopo un po’ ti sentirai meglio e inizierai a provare una bellissima sensazione di leggerezza e libertà.

Una volta che ti senti a proprio agio in queste situazioni a basso rischio,
potrai iniziare ad alzare l’asticella un po’ alla volta.

4. Fissare i confini

Un altro passo per cominciare ad affermare se stessi è stabilire i propri confini personali.

I confini sono regole e limiti che creiamo per guidare e dirigere gli altri su come devono giustamente comportarsi con noi in merito a famiglia, salute, fede, hobby, benessere psicologico, ecc…

Se hai problemi di affermazione, in genere non hai confini e permetti agli altri di camminarci sopra e “sconfinare” regolarmente … a poco a poco ti trasformi in una persona piena di risentimento e di amarezza.

Se non sai quali sono i tuoi valori e i tuoi confini, prenditi del tempo per capirlo.
Una volta fatto, impegnati (da qui in avanti) a non subire più “sconfinamenti” nei tuoi confini.

Continua … leggi la parte 2.
affermare se stessi

8 cose da fare dopo un errore o un fallimento

Se fai troppi errori, perdi credibilità.
Se fai pochi errori, sei fermo, statico … morto.

Troppi errori ripetuti minano la tua professionalità.
Nuovi errori ti danno l’opportunità di imparare,
ti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare le cose giuste.

Chissà quante volte ti sarai chiesto “Che cosa succede se commetto un errore?”
Ma questa non è la domanda giusta …

Ecco 8 fattori da ricordare dopo un errore o un fallimento:

1. Non beeeelare

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Quando commetti un errore … ammettilo, lamentati, piangi, urla, picchia i pugni,
impreca ma poi … finiscila lì!

Non sei il solo.
La maggior parte delle persone non parla apertamente dei loro fallimenti.

Non lamentarti e commiserarti troppo.
Cosi si diventa deboli, piagnucoloni e lamentosi.

Le incessanti recriminazioni ti tolgono un sacco di energie,
ti annebbiano la mente e ti distolgono dal fare la prossima mossa:
passare ancora all’azione.

2. Ricerca le tue responsabilità personale

Spesso,
la nostra tendenza iniziale è incolpare gli altri o i fattori esterni.

Raramente i fallimenti nella nostra vita sono interamente imputabili alla responsabilità di qualcun altro.
Se non ci assumiamo la responsabilità personale,
non possiamo mai passare alla fase successiva.

3. Riprova dicendo “La prossima volta farò …”

Dopo aver commesso un errore,
riprovaci dicendo: “Ok. La prossima volta farò …

Errori ripetuti ti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare le cose per bene.

“Se un errore non è un trampolino di lancio,
è un errore.”

Eli Siegel

 


 

4. Mantieni l’entusiasmo

“Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro
senza perdere l’entusiasmo.”

Winston Churchill

Non fare l’errore di trasformare i tuoi errori in sconfitta.
Mantieni lo slancio e l’entusiasmo anche quando non ci riesci.

Le cose migliori di solito accadono quando meno te lo aspetti.

Cerca di sorridere nel frattempo.
Non perché la vita è facile o perfetta, ma perché hai scelto di mantenere l’entusiasmo,
di essere felice e grato per tutte le cose buone che hai fatto finora.

5. Non mollare

Rivedi le strategie, migliora l’approccio, gli strumenti, competenze e …
vai avanti.

Non accontentarti di alcuni tentativi,
insisti fino alla fine.

Anche dopo ripetuti fallimenti,
non perdere la fiducia mai.

Anche tu, come me, ti sei reso conto di non poter contare sulla genialità,
spero sia da stimolo sapere che il talento è utile ma la grinta è il fattore fondamentale del successo a lungo termine.

Se non c’è l’hai (la grinta), devi trovarla.
Se ne hai,
tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

6. Consapevolizza che sbagliare a volte può essere una benedizione

“Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori.
È bene che una volta ogni tanto si scottino le dita.”

Mahatma Ganghi

A volte,
non ottenere quello che vuoi può essere considerato un vero e proprio colpo di fortuna.

Dopo un errore,
puoi rivalutare le cose, aprire nuove porte alle opportunità e le informazioni che avresti altrimenti trascurato.

A volte,
la vita cade in 1000 pezzi per fare in modo che le cose migliori possano “ricostruirsi insieme”.

7. Cancella la percezione di fallimento

Siamo abituati ad associare l’errore alla persona.
Aver fallito, ci autorizza inoltre a considerarci delle persone fallite, mancate.

Come se fossimo ancora a scuola, ci diamo sempre un voto, una valutazione, un giudizio,
una sentenza inappellabile e spietata: se “ ho fallito” vorrà dire che “sono fallito”.

Dopo un errore, dobbiamo ristrutturare le nostre convinzioni e smussare gli angoli dell’autocritica più tagliente e imparare a pensare:
Io non sono un errore” ma “Ho commesso un errore”.

La differenza è evidente.

8. Consapevolizza che la vita va avanti comunque anche dopo un errore

Accogli sempre con un sorriso le cose belle,
e le cose brutte che ti accadono nel corso della tua vita.

Impara dai tuoi errori, ma non commiserarti. La vita è cambiamento,
le cose a volte vanno male, ma la vita va avanti.
E tu accompagnala sempre con un sorriso.

Chissà quante volte ti sarai chiesto “Che cosa succede se commetto un errore”.
Ma questa non è la domanda giusta …
la domanda migliore è “Che cosa succede se non commetto un errore?”

Autorevolezza al lavoro: il potere della calma

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Passioni incontrollate, attese logoranti, sballottamenti dati dall’ansietà
e incertezze create dal dubbio.

Se lasciamo che influenze esterne abbiano la meglio,
stiamo riconoscendo la nostra inferiorità e accettando il loro dominio su di noi.

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Per essere pronti per le grandi crisi della vita dobbiamo imparare a “portare” calma e serenità nella nostra vita quotidiana.

Quante persone,
incontriamo che sono ben equilibrate, che hanno quello squisito equilibrio che è caratteristico di un’indole perfetta?

Hanno il potere della calma?

Il potere della calma viene dal-di-dentro

“La pace interiore?
Ho provato a cercarla, ma dentro di me non l’ho trovata.”

Bob Geldolf

Una persona calma, ha raggiunto uno standard di vita più elevato (una concezione individuale più alta e più nobile), ha imparato a governare se stessa e sa come adattarsi agli altri.

È amato dalla gente perché ha un comportamento fortemente equilibrato,
le persone “sentono” che possono imparare e fidarsi di lui.

Il potere della calma viene dal dentro.
Dalle profondità della nostra natura.

Tornando a noi ….

  • Hai mai provato a parlare con qualcuno che aveva fretta?
  • Come ti sei sentito? Ascoltato? Seguito?
  • Ti sei sentito importante?
  • Il tuo messaggio è stato importante?

No, non lo è stato.

Qual è il tuo approccio quando sei di fretta?

Che succede quando un tuo collaboratore desidera parlare con te
(per una spiegazione, un chiarimento, un consiglio, una richiesta)
e tu hai fretta, devi terminare qualcosa,
non hai tempo o non ne hai semplicemente voglia?

Ascolti con attenzione,
fai finta di ascoltare oppure rimandi costantemente?

 


 

Niente di male per carità … sei il leader, il capo … è normale avere il tempo “contro” …
le vendite saltate all’ultimo istante,
le grane da risolvere,
il target da raggiungere,
previsioni in tilt,
un continuo e frustrante adattarsi a un Mercato sempre più incerto e complesso.

La calma comunica interesse per gli altri e …
per il loro messaggio.

D’altra parte, la fretta trasmette (anche in buona fede) che non ti interessa e che non sei importante,
sei lì fisicamente ma non con la mente e col cuore.

È il tipo di ascolto ”Ci sono e non ci sono”,
chi parla ha la netta sensazione di non essere veramente ascoltato.

L’ascolto veloce non è il massimo,
ma spesso può essere anche l’unica opzione disponibile.
Vediamo alcune strategie per ascoltare in modo attivo i tuoi collaboratori anche quando il tempo è tiranno:

 


 

Come ascoltare quando il tempo stringe

1. Rilassa il tono della tua voce.
Respira. “Svuota” il più possibile la mente. Controlla il tuo livello di calma durante l’ascolto.

Apri le mani sotto la scrivania e tieni i palmi rivolti verso l’alto, oppure siediti con le braccia aperte.
Evita la classica postura di difesa/chiusura con le braccia incrociate sul petto.

2. Spiegare la pressione del tempo
“Scusa, ho solo 5 minuti“.

Quando siamo molto occupati, è meglio scusarsi, dirlo apertamente ed evitare di fingere.
Tieni sempre a mente che l’ascolto attivo non è una questione di quantità ma di qualità.

Qualche minuto può bastare se ci impegniamo ad ascoltare.

3. Accordarsi per un altro momento in cui potrai essere più attento e partecipe.
Non c’è nulla di male nel dire: “ Adesso non posso, ne possiamo parlare alle 16.00/domani mattina/settimana prossima?”.

L’importante è mantenere l’impegno preso.

4. Evita di ascoltare mentre stai facendo qualcosa d’altro.
Non ho dubbi che tu stia sentendo il tuo interlocutore (anche scrivendo una mail) ma ascoltare richiede uno sforzo d’interesse e di attenzione.

5. Sorridere e mostrare empatia.

Anche una pacca sulla spalla o un tocco sul braccio sono fattori potenti per massimizzare l’incontro quando il tempo è breve.

A volte, semplicemente mostrare entusiasmo e condividere un piccolo messaggio è tutto ciò che serve per sentirsi valorizzati.

6. Aiuta il tuo interlocutore a ottenere velocemente il punto.

Prova ed esplorare insieme con lui/lei. Chiedi:

  • “Qual è il nostro punto di partenza?”
  • “Dove vuoi andare?”
  • “Di quale particolare aspetto vuoi parlare?”
  • “Qual è la cosa più importante/urgente in questo momento?”
  • “Qual è la questione prioritaria per te?”

7. Non trarre subito le tue conclusioni.

Fai come se “non ne sapessi niente”.
Dimentica la tua risposta.

Non interrompere con le tue conclusioni o deduzioni,
presumendo di aver compreso, anticipandone idee e concetti.
Poni almeno 2-3 domande prima di fare un’affermazione.

8. Non partire subito con domande tipoCome posso aiutarti?” ma piuttosto con “Che cosa puoi fare?” evita che il suo problema diventi subito il tuo problema.

9. Distribuisci le responsabilitàChiamami stasera/domani e dimmi cosa è successo.

10. Se ti rendi conto che … davvero non hai tempo, sei stressato, sei stanco,
hai altro cui pensare o in fondo non-te-ne-può-fregare-di-meno è molto meglio rimandare l’ascolto.

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.
 

La calma indica che sei positivo

La calma è un invito.
La fretta trasmette che non ti interessa e che (anche) gli altri non ti interessano.

Ascoltare gli altri (collaboratori, capo/a, clienti ma anche figli, partner, amici) li fa sentire importanti.

Più calmo diventi, più grande sarà il tuo successo, la tua influenza, il tuo potere (non confonderla con facile popolarità, condizionamento e tirannia).
Questo è il potere della calma

L’autocontrollo è forza, il (giusto) pensiero è padronanza, la calma è potere.

10 miti sulla leadership da sfatare subito – 2

miti sulla leadership

Leggi anche la parte 1.

5. Devo essere brillante e carismatico

Per essere leader non hai bisogno di una personalità impressionante.
Alcuni dei migliori leader sono molto introversi e con poco charme.

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Il carisma non è la qualità assoluta di un leader.
Anche se aiuta ad attirare la gente.

Leadership è influenza.
È la capacità di ispirare le persone.

Se sei affidabile, credibile, integro e stai andando da qualche parte (d’importante) vedrai che saranno in tanti a … seguirti!

6. Devo avere potere e controllo assoluto

Questa non è leadership, è tirannia.
Il leader efficace è capace di guidare un team senza impugnare la spada del potere assoluto.
I leader non sempre danno ordini, anche se la loro posizione lo impone.
Leadership è di più sulla relazione che sulla carica e sul impartire ordini.

Più spesso, motivano a essere creativi, ispirano e incoraggiano i propri collaboratori a fare ciò che è richiesto in una data situazione.

Se vuoi costruire una barca,
non radunare uomini per tagliare legna,
dividere i compiti e impartire ordini,
ma insegna loro la nostalgia
per il mare vasto ed infinito.”

Antoine de Saint-Exupéry

7. I leader migliori sono uomini

Ah! Adesso ho capito perché la maggior parte dei grandi leader sono uomini.
Sbagliato.

La ricerca suggerisce che le donne tendono ad avere un maggiore potenziale di leadership rispetto agli uomini.
 


 

Le ragioni per cui la maggior parte dei leader sono uomini, sono più legate a pregiudizi, tradizioni e a “barriere” che hanno impedito alle donne di raggiungere (almeno per il momento, ne sono certo) posizioni di leadership di alto livello.

8. La posizione o un titolo mi renderà leader

Leadership è atteggiamento non conoscenza.
Anche se studi e ti informi pensi di sviluppare capacità di leadership?

Se hai l’ufficio più grande (quello all’ultimo piano), hai persone che rispondono ai tuoi comandi, ottieni obbedienza, pensi di essere un leader?
C’è qualcuno disposto a seguire il tuo esempio?

La vera leadership non si basa sulla posizione o grado.
È azione, prestazioni, capacità ed efficacia.

Alcuni credono che semplicemente un titolo basti per essere leader.
Tutti conosciamo, o abbiamo conosciuto, persone collocate (non si sa come – o forse si-) al vertice della leadership che hanno fatto danni, demoralizzato il personale e distrutto il business peggio della più grande crisi economica.

9. Essere leader mi renderà amato e popolare

Sbagliato.
I leader possono essere persone molto sole.
La solitudine è uno dei costi da pagare per essere un leader.

Più sali e più devi vivere sotto la (spietata) luce dei riflettori.
Riconoscimenti e approvazioni ma anche antipatia e invidia.

Anche al tuo livello.

Non devi sorprenderti se pur non essendo un VIP, uno sportivo famoso o un grande imprenditore risvegli le gelosie e le avversioni delle persone che ti circondano.

L’unico modo per evitare le critiche e di essere “gradito” come leader è non prendere decisioni, non cambiare, non dire e non fare niente.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

10. I miti sulla leadership: è importante solo per top manager e grandi imprenditori

Che tu sia un manager di una multinazionale, un piccolo imprenditore della sua azienda a conduzione familiare, uno store manager del centro città, il team leader di un gruppetto di collaboratori, che il tuo staff sia costituito da 1 o 100 persone … poco importa … per ottenere ottime performance devi prendere sempre più confidenza con la crescita professionale dei tuoi collaboratori e il potenziamento della tua leadership personale.

Le persone oggi possono determinare il successo o l’insuccesso del tuo lavoro o della tua azienda.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle cose da gestire. Essere un leader del tuo team (grande o piccolo che sia) è indispensabile!

La leadership può essere appresa e migliorata.

10 miti sulla leadership da sfatare subito – 1

miti sulla leadership

La leadership è probabilmente uno dei concetti più “chiacchierati” ma sicuramente il meno compreso e il più equivocato.

Tanti desiderano essere leader.
Tanti pensano di essere leader.

Molti sono solo aspiranti leader.
Altri sono in posizioni di leadership ma non ci dovrebbero essere.
Desiderare di essere leader non significa averne il carattere, l’abilità e il coraggio.

I falsi miti sulla leadership sono sabotanti

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Se ti stai chiedendo che cosa ci vuole per arrivare in cima, quale sia la giusta ricetta per la leadership, ricorda che ci sono molti percorsi per la leadership, certamente non tutti sono uguali.

Sono molti i miti che circondano il concetto e la pratica della leadership. Fino a quando non riusciremo ad andare oltre gli ideali, i luoghi comuni e le “immagini fantasiose” su ciò che significa essere leader, sarà difficile generare realmente il cambiamento.

Un mito è qualcosa che è falso, ma crediamo sia vero (come il castello incantato sulla scogliera della foto).
Se credi di avere le qualità, di essere una persona qualificate e competente ma “non ci credi” o sei vittima di credenze depotenzianti, non riuscirai mai a salire verso l’alto perché sei “zavorrato a terra”.

Ecco 10 miti sulla leadership da sfatare subito per dissipare molte delle false credenze che ti “ancorano al terreno” e non ti permettono di raggiungere in pieno il tuo potenziale:

1. Leader si nasce

Il mito che leader si nasce, è quello più “utilizzato”, pericoloso e sabotante.

Non sono nato leader.
Quindi perché provarci? Tempo perso.
È inutile, è scritto nel destino, nelle stelle.
Sbagliato.

Alcune persone hanno qualità di leadership innate.
È innegabile.
La ricerca ha dimostrato che solo 1/3 dei cosiddetti modelli di leadership sono “nati leader”, mentre la maggioranza (i restanti 2/3) “sono diventati leader” attraverso il duro lavoro e il superamento delle circostanze straordinarie (e difficili) che li hanno spinti a diventare figure rappresentative efficaci e influenti.

 


 

La leadership non è una predisposizione genetica.
Adesso lo sai anche tu.
Non hai più scuse.
Ci puoi lavorare.

2. Devo avere sempre tutte le risposte

Pensi a un leader come a un eroe infallibile, risolutore di problemi e quesiti difficili in un istante?

Anche i migliori leader imparano dagli altri.
Anzi.
I grandi leader hanno una chiara comprensione dei propri limiti.

Sanno che il successo è uno sport di squadra e per questo cercano di “riunire” attorno a loro persone appassionate ed eccellenti nelle diverse aree di competenza.

I grandi leader ascoltano più di quello che parlano.
Ascoltano con l’obiettivo di capire non di rispondere.

È veramente sorprendente vedere come spronano gli altri a diventare (a loro volta) leader.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

3. La leadership è basata sui risultati

Orientamento solo all’azione.
Focus sui risultati.
Focus sulle prestazioni.
E le persone?

Non ricordarti dei tuoi collaboratori solo quando ci sono problemi, devi valutare o criticare.

Questo non significa che dobbiamo “coccolare” o adulare ma semplicemente “entrare in contatto” (anche) a livello personale.

I grandi leader si preoccupano della “loro gente”.

4. Per essere leader non devo fallire mai

I grandi leader fanno errori come tutti.
Come me e come te.
In realtà anche più visibili perché prendono decisioni con conseguenze che (se errate) sono sotto-gli-occhi-di-tutti.

Tuttavia, ciò che differenzia un grande leader dagli altri è che ammette candidamente i propri errori e le lezioni che ha appreso.

Il grande leader sa che il fallimento è una parte essenziale del processo di esplorazione, scoperta e innovazione.
Se non fallisce resta attaccato agli approcci del passato.
Non può imparare, evolvere e crescere.

Se le tue azioni non saranno “dense” di curiosità ed esplorazione, perché hai così tanta paura di fallire o non sei disposto a provare qualcosa di nuovo, difficilmente diventeranno incisive.

Continua a leggere la parte 2.

7 ragioni perchè non riesci a concentrarti al lavoro

concentrarsi al lavoro
Inizi a leggere.
A metà pagina ti accorgi di non aver capito.
Ricominci.
Ancora niente.

Arrivi in fondo…
e non ricordi l’inizio.

Che cosa sta succedendo?

Smarrisci spesso le chiavi.
Sei quasi sempre in ritardo.
Ti si chiudono gli occhi durante le riunioni
e sobbalzi quando qualcuno chiude una porta?

La mancanza di concentrazione ti fa perdere tempo.

E spesso ti impedisce di ottenere buoni risultati
per lavori che potresti svolgere bene in due ore,
se solo fossi più focalizzato.

Così, concentrarsi al lavoro diventa difficile.
La vita diventa faticosa.
Molto faticosa.

Ecco 7 ragioni per cui fai fatica a concentrarti al lavoro.

1. Sovraccarico di social, mail, telefonate

(Dicono che) è bello essere sempre connessi.

Peccato che ogni notifica:

  • interrompa il filo logico
  • costringa a ripartire da capo
  • frammenti l’attenzione

Evita i social mentre lavori.
Meglio usarli durante le pause.

Lo stesso vale per le mail.

Rispondere a ogni messaggio appena arriva
ti impedisce di entrare in profondità.

  • Quante mail richiedono davvero una risposta immediata?
  • E le telefonate?
  • Se non sono urgenti, perché non lasciarle alla segreteria?

Personalmente controllo mail e segreteria telefonica
a orari più o meno fissi:
mattino – pranzo – tardo pomeriggio.

Sì, proprio così.
Un po’ come prendere le medicine.

2. Concentrarsi al lavoro: il multitasking non aiuta

Se sei bravo nel multitasking
potresti pensare di fare più cose in meno tempo.

Ripensaci.

Più frammenti l’attenzione,
più diventa difficile concentrarsi davvero.

Ogni cambio di compito ha un costo mentale.

Sul lungo periodo, questo porta a:

  • minore profondità
  • maggiore stanchezza
  • difficoltà sui compiti complessi

Tre progetti insieme
richiedono quasi sempre più tempo
che affrontarli uno alla volta.

Una cosa alla volta, soprattutto sui compiti importanti.

Il multitasking lascialo per attività leggere
(riordinare mentre sei al telefono, ad esempio).

3. Mancanza di sonno

La privazione di sonno
è una delle cause più comuni di scarsa concentrazione.

Se dormi poco:

  • sei irritabile
  • spossato
  • meno lucido

Il primo passo è semplice (non facile):
dormire 7–8 ore a notte
(secondo il tuo fabbisogno personale).

La sera:

  • riduci TV e smartphone
  • scollegati almeno un’ora prima di dormire

Alcune ricerche mostrano che tenere lo smartphone sul comodino
può disturbare il sonno.

La luce delle notifiche sopprime la melatonina,
l’ormone che favorisce il riposo.

4. Pochi stimoli o soddisfazioni sul lavoro

Ambienti disorganizzati.
Progetti destinati a finire nel nulla.
Feedback negativi ripetuti.

In queste condizioni è normale perdere:

  • motivazione
  • energia
  • concentrazione

Compiti banali e ripetitivi,
poco significato,
poche responsabilità
spengono il cervello, lentamente.

5. Troppo stress

Un po’ di stress aiuta.
Troppo stress distrugge.

Quando le priorità sono troppe:

  • l’attenzione cala
  • aumenta la distrazione
  • cresce la dimenticanza

Ansia e stress chiedono sempre un prezzo.
E la concentrazione è tra le prime a pagare.

Usa tecniche di rilassamento
e cura lo stile di vita,
a casa e al lavoro.

6. Poco esercizio fisico

L’attività fisica regolare:

  • mantiene la mente acuta
  • migliora memoria e apprendimento
  • stimola i neuroni

Non serve la palestra.

Anche una camminata a passo sostenuto è sufficiente.

Meglio muoversi nella prima parte della giornata.

Per concentrarsi al lavoro evita allenamenti intensi la sera:
uno stress eccessivo peggiora il sonno.

7. Consumo eccessivo di caffeina (e bevande stimolanti)

La caffeina può essere un’alleata.
Se usata con misura.

Un consumo moderato
(2–3 caffè al giorno)
può migliorare vigilanza e reattività.

Ma l’eccesso fa l’esatto contrario.

Troppa caffeina può provocare:

  • insonnia
  • nervosismo
  • mal di testa
  • agitazione
  • difficoltà di concentrazione

E qui sta l’inganno:
la caffeina non è solo nel caffè.

È presente anche in:

  • energy drink
  • bevande tipo cola
  • (soprattutto tè nero)
  • bevande “funzionali” o sportive
  • cioccolato (soprattutto fondente)

Il risultato?

Sommando tutto, spesso assumi molta più caffeina
di quanto credi.

Questo sovraccarico stimola il sistema nervoso,
aumenta l’irrequietezza
e peggiora la qualità del sonno.

E se dormi male,
il giorno dopo paghi il conto
in concentrazione, lucidità ed energia.

Meno stimolanti artificiali.
Più equilibrio.

In chiusura

Concentrarsi al lavoro non è solo forza di volontà.

È una competenza che si protegge,
un equilibrio che si costruisce ogni giorno.

Se la perdi,
non colpevolizzarti subito.

Osserva.
Riduci il rumore.
Riparti da ciò che conta davvero.