7 errori da evitare quando gestisci collaboratori più anziani di te

collaboratori più anziani
Cosa c’è di più bello di vedere la luce negli occhi di un giovane manager.

Idee.
Visioni.
Energia.

Voglia di lasciare il segno.

Poi però arriva la realtà.

Sei in una posizione di leadership…
e gestisci collaboratori:

  • più anziani
  • più esperti
  • più navigati

E lì iniziano i dubbi:

“Come li motivo?”
“Come evito attriti?”
“Mi rispetteranno?”

Gestire collaboratori più anziani: 7 errori da evitare.

Spesso questi errori nascono da stereotipi.
Vediamoli.

1. Arrivare e cambiare tutto. Subito

“Adesso sistemiamo tutto.”

Errore.

Chi lavora lì da anni ha visto:

  • tanti capi
  • tanti cambiamenti
  • tante “rivoluzioni” inutili

Prima capisci.
Poi cambi.

Studia:

  • contesto
  • dinamiche
  • storia

Altrimenti trovi solo resistenza.

Nel mio libro “Prima volta Leader
ho parlato di Jonathan che si è presentato al nuovo lavoro
pronto a picconare e cambiare tutto ma …

2. Ignorare le differenze d’età

Persone diverse = vite diverse.

Molti collaboratori più senior hanno:

  • famiglia
  • figli
  • responsabilità

Non vivono il lavoro come lo vivi tu.

Serve:

  • comprensione
  • flessibilità
  • un pizzico di umanità

3. Non chiedere (per paura di sembrare debole)

“Devo dimostrare che so.”

E quindi:
fai tutto da solo.

Errore enorme.

I collaboratori più esperti sono una risorsa:

  • conoscono clienti
  • conoscono problemi
  • conoscono soluzioni

Coinvolgili.

Non perdi autorevolezza.
La costruisci.

4. Pensare: “Non mi rispetteranno”

Normale pensarlo.

Succede.

Ma attenzione:
non deve guidare il tuo comportamento.

Sai perché?

Il rispetto non arriva dall’età.

Piuttosto da:

  • come lavori
  • come comunichi
  • come gestisci le persone

Fai bene il tuo lavoro… e l’età diventa irrilevante.

5. Dimostrare a tutti i costi chi comanda

“Qui comando io.”
No.

Questo crea:

  • tensione
  • competizione
  • resistenza

Non serve imporre.
Serve guidare.

Evita anche battute tipo “nonno”, “zio”… anche se scherzose.

6. Non essere equo

“È più esperto… lascio correre.”
Errore.

Se eviti di affrontare problemi:
perdi credibilità.

Anche con gli altri.

Feedback difficile?
Sì.

Necessario?
Sempre.

A questo proposito leggi il mio post su:
Come dare feedback potenzianti con facilità e sicurezza ai tuoi collaboratori

7. Pensare che siano “superati”

“Sono lenti.”
“Non capiscono.”
“Non si aggiornano.”

A volte è vero.
Ma spesso no.

È un pregiudizio.

Non dare per scontato che:

  • non sappiano usare tecnologia
  • non vogliano imparare

Mantieni la mente aperta.

Il punto chiave

Collaboratori più anziani? Non è una questione di età.

Ma piuttosto di:

  • motivazione
  • competenze
  • atteggiamento

Conosci davvero le persone

Prenditi il tempo per capire:

  • cosa li motiva
  • cosa li frustra
  • come vogliono essere gestiti

Potresti scoprire che…
avete molto più in comune di quanto pensi.

Collaboratori più anziani: le differenze sono un vantaggio

Un team con età diverse ha:

  • più prospettive
  • più esperienza
  • maggiori soluzioni

Se lo sai gestire.

Conclusione

Non devi dimostrare di essere il più bravo.

Devi dimostrare di saper guidare.

E questo passa da:

  • ascolto
  • rispetto
  • intelligenza relazionale

Non farti bloccare dall’età.
Né dalla tua… né dalla loro.

Perché un leader non si misura in anni.
Ma da come fa crescere le persone.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Vuoi iniziare il coaching? 11 cose che non ti direi mai

iniziare il coaching

Le parole sono importanti.
Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Nella mia professione di coach,
parlare poi è come … camminare sulle uova!

Le parole possono stimolare, ispirare e convincere
ma anche allontanare, disorientare o annoiare.

Dipende da ciò che diciamo.
E soprattutto da come lo diciamo.

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Ci vuole attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa …
ecco 11 cose che sicuramente non mi sentirai mai dire se tu fossi un mio potenziale cliente (cliente privato) e desideri iniziare il coaching:

1. “Vedrai, sarai leader in un paio di sessioni

Potenziare l’approccio, aumentare la leadership, rafforzare la tua sicurezza, riflettere personalità e stile … non è cosa da poco!

Non scherziamo.
È irragionevole proporre miglioramenti così importanti in un paio sessioni di coaching!

Per un obiettivo così ampio e complesso è necessario discuterne insieme la durata e la pianificazione.
Mediamente, dopo il primo step di base costituito da 5-6 sessioni di coaching, decidi se proseguire, incontrarci mensilmente (per essere sicuro di mantenere la direzione) oppure continuare il tuo potenziamento con percorsi di coaching sempre più avanzati.

2. “Sarà una passeggiata

Mi spiace … nessuna dritta miracolosa o pillolina magica.

Non esistono.
Almeno secondo me.

Altro che passeggiata!
Quelle si fanno nei boschi.

 


 

Serve applicazione. Impegno.
Mettersi in gioco.

Se trovi difficile e faticoso tutto questo, hai perfettamente ragione!
Ecco perché, nonostante la grande offerta di corsi, seminari, libri e blog imbattersi in persone che “trasudano” vera leadership è una rarità.

3. Frasi motivazionali

Nessuno slogan motivazionale,
frasi a effetto o teorie sulla motivazione, lanciate qua e là per creare effetto.

Se anche tu hai avuto, come tutti, problemi di motivazione sai perfettamente che se anche ti dò una pacca sulla spalla e ti dico: “Eddai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.

4. Nomi e dati dei miei clienti

La riservatezza è un elemento estremamente importante nella relazione di coaching, perché costituisce la base per l’indispensabile rapporto di fiducia e di trasparenza.

Il contenuto delle conversazioni di coaching, come pure i tuoi dati e quelli dell’azienda per la quale lavori, sono quindi strettamente confidenziali e riservati.

Non dirò nomi di persone, aziende, nel mio sito non c’è la sezione “I miei clienti” (anche se mi farebbe davvero comodo).
Così sei sicuro che non dirò neanche il tuo.

5. “Che ne dici di una sessione di prova?”

Il coaching non si prova.
O lo fai o non lo fai.

Provare vuol dire tentare, sperimentare, testare.
Essendo una prova c’è meno coinvolgimento, in compenso molta più razionalità ed eccessiva attenzione sul risultato (“funziona o non funziona sto’ coccing?”).

No, così non funziona.

Preferisco iniziare il coaching e se poi ti accorgi che non è quello che ti aspettavi o non è l’approccio giusto per te, ti rimborso tutto il pacchetto, compresa la sessione che hai fatto.
Se continuiamo (senza piacere) ci perdiamo entrambi.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

6. Pareri o giudizi su altri coach

Piuttosto che fare una scala di meriti di altri formatori e coach, desidero valorizzare i miei servizi e far percepire il reale valore aggiunto che posso offrire.

Ho fiducia che si parli di me attraverso i miei servizi, il mio blog o la mia consulenza.

Anche se ricevo mail che mi chiedono un consiglio sulla scuola o corso migliore o un parere personale l’ultima cosa che mi interessa è “gossippare” sulla preparazione e competenza di questo formatore o quel coach.

7. Insistere, pressare o convincere all’acquisto

Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto (ma in definitiva sempre) con un potenziale cliente che desidera iniziare il coaching è … vendere.

Chi è determinato, chi desidera dare una svolta, chi è stufo dei soliti risultati, chi vuole lavorare su se stesso non ha bisogno di “spinte” all’acquisto.

Vuole iniziare il coaching e basta!
Non chiede troppo, non si dilunga su particolari e dettagli, scalpita, ha solo voglia di iniziare.

Per tutti gli altri (chi vuol prendere ancora altre informazioni, chi non è ancora pronto, chi sta semplicemente perdendo tempo, ecc.) cerco di dare il maggior numero di info e spiegazioni ma senza mai forzare o cercare di convincere all’eventuale acquisto.

Anzi.
Indecisione ed esitazione sono i segnali che la persona non è ancora pronta.
Preferisco io stesso consigliare di aspettare.

La relazione di coaching non può essere imposta, né venduta, tanto meno mercanteggiata … deve essere “consapevolmente volontaria”!

8. “Sono completamente a tua disposizione

Non posso,
Non riesco.
Anche volendo.

Come te, ho il tempo contro.
Esattamente come te, ho i miei impegni e le mie incombenze.

Se fissare una sessione di coaching diventa (per entrambi) un incubo per la poca disponibilità, riprogrammazioni dell’ultimo minuto, e-mail di scuse, ritardi e rilanci di date e orari … meglio rinunciare.

Decidiamo (insieme) una programmazione e ci atteniamo a quella.
Semplicemente.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

9. “Ci vediamo sui social”

Anche qua, stesso discorso.
Non riesco.
Ho poco tempo a disposizione.

Ecco perchè la mia attività social è pari-allo-zero.
Non riuscirei a rispondere (personalmente) a eventuali commenti, twittare qualche spunto interessante o postare un articolo su fb.

Potrei risolvere il tutto delegando tutto questo (come mi hanno proposto) a qualche agenzia di web marketing ma … non mi interessa.
Non vorrei aggiungere altro blah-blah inutile e standardizzato a quello già esistente in Rete.

10. “Devi firmare il contratto

Come cliente privato acquisti semplicemente una sessione o un pacchetto di sessioni di personal coaching.

Una volta esaurita decidi se acquistare altre sessioni di personal.
Come cliente privato non devi firmare nessun contratto o vincolo.

11. “Fidati di me” – “Credi in me

La correttezza non si proclama.

Ho fiducia che la mia professionalità parli attraverso i miei gesti, le mie parole, i fatti o la mia consulenza. Se proprio devo dimostrarla, porto esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo mi sono comportato o come ho reagito.

Essendo sicuro della mia proposta formativa, l’ultima cosa che penso è proclamare, mercanteggiare o “mettere sul piatto” la mia correttezza e la mia professionalità.

Vuoi iniziare il coaching? Ecco le 11 cose che non ti direi mai

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
“Fai” coaching.

Se invece hai solo sentito “parlare di coaching” ma non hai mai fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto gratuita facendo click qui.

10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna

talento

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
E’ il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento contribuisce sicuramente al successo.
Ma da solo non basta.

Eppure è forte la tentazione di credere che solo quelli baciati dalla fortuna saranno premiati … solo quelli che hanno talento arriveranno ai posti più desiderabili e più ambiti.

Il talento non basta per avere successo

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Oltre al talento occorre la capacità di resistere alle distrazioni e alle tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
È la capacità di resistenza, di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.
È necessario essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che … il talento da solo non basta occorre tenacia, grinta, duro lavoro quotidiano.

Come twittato da Bill Gross, via Fouad ElNaggar ecco 10 qualità che possiedono le persone di successo (cui tutti noi, e anche tu puoi attingere) che non richiedono né talento né fortuna.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema.
Parti da qui.
Inizia da queste 10 qualità.
La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo, ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.

Ecco 10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna:

1. Essere in orario

Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.
Grida all’inaffidabilità.
Non c’è scusa che esista.
La tua puntualità la dice lunga su di te.

 


 

Essere in orario è la regola n.1.
Non importa se si seguono tutte le altre regole.

2. Lavorare in modo etico

L’etica che dimostri al lavoro “dice” molte cose su chi sei … come professionista e come persona.

Si tratta del tuo atteggiamento, il tuo comportamento, la tua comunicazione e l’interazione.
“Come” fai il tuo lavoro.
Coinvolge caratteristiche come l’onestà, la trasparenza e la responsabilità.

3. Sforzarsi

Il primo tratto nella persona resiliente si esprime con la capacità di dedicarsi completamente
ad un’attività. Impegnarsi per portare a termine un compito senza lasciarsi scoraggiare o spaventare dalla fatica.

4. Linguaggio del corpo adeguato

La ricerca ha dimostrato che, quando si tratta di prime impressioni, abbiamo pochi secondi (non minuti) per lasciare un’impronta positiva.

Che cosa si può fare per avere un buon impatto?
Cominciamo con il modo giusto di usare il nostro corpo.

Essere consapevoli di come si utilizza il corpo non riguarda solo come si è percepiti, ma anche come ci si sente. Camminare con calma, con un sorriso sul tuo viso, forte contatto visivo, la postura “tirata verso l’alto” ti fa apparire rilassato, fiducioso e positivo e in grado di far fronte alle pressioni.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Energia

È la capacità di essere attivi.
È la forza fisica o mentale che ti permette di fare le cose.
Energia è entusiasmo e impegno.

6. Attitudine e comportamento

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
Lavori per soldi, per pagare il mutuo o per passione?
Come intendi dare il tuo valore aggiunto?

L’attitudine è il tuo modo di vedere la vita, il tuo modo di pensare, di sentire e di comportarti.

Il tuo atteggiamento è la forma di espressione di se stessi.
Si può scegliere di essere felice, positivo e ottimista oppure si può scegliere di essere pessimista e critico.
La scelta è tutta tua.

7. Passione

“La passione è un po’ come l’amore. È difficile, probabilmente impossibile, da definire in termini precisi, ma facile da vedere e sentire quando è presente.”.

Charles Kovess

La passione è emozione, sentimento, gioia ed entusiasmo.
Eccitazione.
La passione che metti sul lavoro parla della tua determinazione e la fiducia in se stessi.
È fare qualcosa che si ama.

La passione non è un pensiero intellettuale.
Si tratta di un sentimento, un’emozione.
Anima.

8. Essere “allenabile”

Tradotto da “Being coachable”.

Essere “cocciabile”, essere “allenabile”, ovvero …

la capacità d’impegnarsi per il proprio sviluppo, avere “fame” per il feedback da parte degli altri, possedere la volontà di essere corretto e di essere aperto a tutto ciò che può migliorare se stesso.

La disposizione a lasciare agli altri la propria valutazione e rendersi conto che il cammino di sviluppo personale non può essere percorso da solo.

“Allenabilità” richiede fiducia nel coach.
La fiducia si basa su valori e obiettivi condivisi.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Fare l’extra

L’extra è qualcosa che è fatto in aggiunta ai requisiti del contratto.
Fare qualcosa extra è buono, non solo per gli altri ma anche (e soprattutto) per te stesso.
È quel qualcosa in più.

10. Essere preparati

Essere ben preparati è la chiave per affrontare le sfide future della vita e del lavoro.
Sapersi adattare al mondo portando un valore aggiunto tangibile all’azienda, dimostrare le conoscenze acquisite, le abilità raggiunte nel tempo dimostrando il coraggio e il senso di responsabilità.

E adesso che lo sai … che cosa fai?
Quale sarà la tua prossima mossa?

“Per fare una carriera come la mia il talento non basta.
Quando ho debuttato con la Nazionale pensavo fosse sufficiente, poi ho capito che per arrivare dove sono ora dovevo metterci del mio.
In campo serve tanta rabbia, la fortuna ogni tanto aiuta ma la rabbia è un ingrediente fondamentale
“.

Gianluigi Buffon

Investi su te stesso. Passa all’azione. “Fai” coaching.

fare coaching

Le risposte ci sono già.
Sono tante.
Sono dappertutto.
Non hai difficoltà a recuperarle.
Basta digitare.

Le risposte che cerchi sono dappertutto

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Viviamo in una cultura che offre già un numero considerevole di risposte,
pensa a internet,
all’offerta di libri, corsi, seminari, workshop.

Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Se non è servito niente.
Se è cambiato poco.
Significa che (forse) non è quello di cui hai bisogno.

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.

Il mio obiettivo di coach non è darti risposte

Il mio proposito di coach non è darti scorciatoie, formule magiche all’ultima-moda, slogan a effetto, consigli o pareri (“Fai questo … non fare quello”), giudicarti, giustificarti oppure consolarti.
E tanto meno darti risposte che conosci già.

Se anche tu hai (o hai avuto) problemi di motivazione o di leadership sai perfettamente che se anche ti dò una pacca sulla spalla dicendo: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.
Se non sei nello stato mentale giusto, questo tipo di consiglio lascia il tempo che trova.

Il mio obiettivo di coach è aiutarti a scoprire le risposte che “possiedi” già, crescere la fiducia in te stesso, allenare i tuoi “muscoli caratteriali” e sbarazzarti delle false credenze e di quei limiti che ti “ancorano al terreno” e non ti permettono di volare verso il tuo reale potenziale.

La tua leadership va “allenata” ogni giorno

 


 

Essere leader richiede coraggio, pratica e fatica.
Motivare un team è un impegno quotidiano.

Non puoi più restare legato a comportamenti oramai sorpassati “Tu fai quello e tu fai quest’altro”.
È necessario coinvolgere le persone che lavorano con te.
Non concentrarti solo sui compiti da eseguire e sulle cose da gestire.

È un “paziente costruire”, giorno per giorno e richiede tutta la tua attenzione e il tuo coinvolgimento.
Ci vuole impegno.
Ti serve consapevolezza.
Ti occorre strategia.
Grinta.

Fare coaching vuol dire passare all’azione

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Fai coaching.

Fare coaching significa dirsi “È il momento di cambiare. Mettere una marcia in più“.

Se hai sentito “parlare di coaching” ma non ti sei ancora deciso,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

14 segnali che mostrano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale

mentalmente debole

Foto di skeeze da Pixabay

Alcune persone sono semplicemente mentalmente più forti di altre.

Alcune raggiungono i loro obiettivi.
Sono volitive.
Determinate.

La persona mentalmente debole si lamenta costantemente
e trova sempre scuse per non alzare un dito e dire:
questa cosa non mi sta bene, ora la cambio.

Preferisce piangersi addosso

Sentirsi vittima.

La forza mentale è essenziale per affrontare:

  • una situazione difficile
  • un momento complesso
  • capo o un collega ostico
  • lavoro che non ci piace
  • una relazione che ci ruba energia

Rompere gli schemi, cambiare direzione, raggiungere obiettivi
non è facile.

Ci vogliono:
tempo.
fatica.
costanza.

Qualunque sia la sfida,
devi tirare fuori grinta, carattere e determinazione.

Anche al tuo livello — grande o piccolo che sia, poco importa.

Ecco 14 segnali che indicano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale.

1. Una critica ti rovina la giornata

Ti offendi per una battuta?
Fai fatica a sorridere dei tuoi difetti?

Se sei mentalmente debole
ti avveleni la giornata per un nonnulla,
ti prendi sempre troppo sul serio
e vivi il dissenso come un attacco personale.

Così, pur cercando l’approvazione degli altri,
eviti il confronto
e i rapporti diventano rigidi, formali, freddi.

2. Hai frequenti crolli emotivi

Ci sono giorni in cui basta poco per sprofondare.

Non riesci ad affrontare nulla
e impieghi molto tempo a riprenderti —
tempo durante il quale i problemi crescono.

Quando sei vittima di continui sbalzi emotivi
è difficile restare lucidi e centrati.

Nel mio libro Autorevolezza spiego perché
imparare a gestire le emozioni è una competenza chiave.

3. Non sai dire NO

Dire NO è difficile.
Dire SÌ senza convinzione è molto peggio.

Chi è mentalmente debole evita il conflitto per paura,
finisce per peggiorarlo.

Se non metti limiti:

  • perdi credibilità
  • perdi fiducia
  • paghi in autorevolezza

Se sei un leader, questo è ancora più evidente.

A lungo andare, non saper dire NO
diventa frustrante
e mina autostima e motivazione.

4. Hai familiarità con la mediocrità

Ti accontenti.
Non lotti abbastanza.
Ti sei abituato.

Hai fatto “amicizia” con la mediocrità.
La coccoli.
La giustifichi.

Vai a letto tranquillo.
Comodo.

Ma allora non lamentarti.
Perché molte scelte — in fondo — sono tue.

5. Sei drammatico e pessimista

Vedi segnali ovunque che ti invitano a fermarti.

Ti racconti che la vita è stata particolarmente crudele con te.

È facile essere pessimisti.
Comodo.

È la scusa perfetta per non iniziare nulla
e per non sbagliare mai.

6. Ti lamenti spesso

Un imprevisto non è la fine del mondo.

Le persone mentalmente forti
accettano che la vita alterni alti e bassi,

Si assumono responsabilità
e cercano soluzioni.

Raramente le sentirai piagnucolare.

7. Hai paura del cambiamento

La routine ti rassicura?
Eviti di uscire dalla zona di comfort?

Il cambiamento è inevitabile.
Ciò che conta è come lo affronti.

Le persone mentalmente forti
sono flessibili, aperte
e accolgono il cambiamento.

8. Procrastini spesso

Indugio e pigrizia
sono segnali chiari di debolezza mentale.

Tutti abbiamo momenti di stanchezza.

Ma quando diventano abitudine, bisogna intervenire.

9. Dai la colpa agli altri

Accusare gli altri protegge l’ego
ma indebolisce la forza mentale.

Solo tu puoi portare il successo nella tua vita.
Accettare la responsabilità è un atto di forza.

10. Non fai ciò che dici

“Nessuno promette tanto quanto chi non manterrà.”

Francisco de Quevedo

Le parole contano.
Ma contano ancora di più le azioni.

La coerenza costruisce forza mentale.
L’incoerenza la distrugge.

11. Hai paura del confronto

Allenarti senza mai metterti alla prova
non ti renderà mai forte.

Prima o poi … devi scendere in campo.

Il momento “giusto” non arriva.
Si crea.

12. Non accetti la realtà

Negare la realtà blocca il cambiamento.

Accettarla — anche quando è dolorosa —
è il primo passo per trasformarla.

13. Sei terrorizzato dal fallimento

Il fallimento insegna.
Corregge.
Rafforza.

Le persone di successo non evitano le cadute.
Imparano a rialzarsi.

14. Getti la spugna facilmente

Ecco uno dei tratti più evidenti della mancanza di forza mentale.

Il successo non è rapido.
Non è facile.
Ancor meno immediato.

Richiede tempo.
E perseveranza.

Allenati con piccole vittorie.
Completa ciò che inizi.
Anche quando sei stanco.

Se dentro di te hai deciso che non mollerai,
non lo farai.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza parlano più delle parole.

Il percorso
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e fatto proprio per trasmettere leadership autentica.

In definitiva …

La forza mentale non è un talento riservato a pochi.

È una scelta quotidiana.

Ogni giorno puoi allenarla
oppure indebolirla.

La differenza non la fa ciò che ti accade,
ma come scegli di reagire.

8 cose da ricordare quando nessuno ti dà il suo supporto

nessuno ti aiuta

Ehi non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a me!

Ok? Se hai un sogno tu, lo devi proteggere.

Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non lo sai fare.

Se hai un sogno inseguilo.
Punto!

Chris Gardner (Will Smith)
Dal film “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino

Confidare a qualcuno
(tua moglie o tuo marito,
un amico caro,
un collega,
tua sorella)

che desideri avviare un e-business,
accettare una nuova proposta lavorativa,
fare il personal coach,
proporti per uno scatto di responsabilità,

lasciare un lavoro “sicuro”
per lanciare la start up che sogni da anni…

oppure semplicemente …

esprimere te stesso,
fare arte,
costruire una famiglia,
trasferirti in un’altra città
dall’altra parte del mondo…

può innescare qualcosa di inatteso.

Sguardi vuoti.
Reazioni neutre.
Parole di circostanza.

O peggio:
repliche negative accompagnate da quello sguardo sfiduciato
di chi è già convinto
che non ce la farai.

Che non riuscirai …

Ti aspettavi più sostegno.
Più incoraggiamento.

E invece ti senti non ascoltato,
incompreso,
criticato.

Persino deriso.

Ti aspettavi di più. Dì la verità.

Anch’io.

E invece… poco o nulla.

Nessuno ti aiuta.
Reazioni fredde.
Supporto minimo.
Frasi fatte.

Il rumore del silenzio intorno
è difficile da digerire.

Per quanto vorremmo che amici e parenti sostenessero
sogni, speranze e obiettivi,
a volte è meglio…
tacere.

Stare zitti.
Tenersi tutto dentro.

Quando guardi intorno a te
in cerca di una stampella
e non trovi nessuno,
è dura.

Durissima.
Demoralizzante.

Se non ti è mai capitato,
non puoi capirlo davvero.

Senza sostegno, il dubbio prende il comando

Quando nessuno ti aiuta,
le paure che già abitano la tua mente
diventano dominanti.

Insormontabili.

Potrei dirti:

  • “Non ti preoccupare, chi se ne frega di cosa pensano gli altri”.

Ma non basta.

Se non sei nello stato mentale giusto,
queste frasi – anche dette in buona fede –
scivolano via.

In teoria è semplice.
In pratica, no.

Ecco 8 cose da ricordare
quando nessuno ti aiuta
e le reazioni (o le non-reazioni) degli altri
rischiano di spegnere il tuo entusiasmo.

Prima ancora di iniziare!

1. La tua passione viene prima

Il punto non è se gli altri ti sostengono o no.
Il punto è non ritrovarti un giorno a pensare:

  • “Se solo avessi avuto il coraggio di provarci…”

Il punto non è rendere felici gli altri.
È non tradire te stesso.

Segui ciò che senti.
Non vivere all’altezza delle aspettative altrui.

Concentrati su chi devi essere
e cosa devi fare.

Riguarda te.
Solo te.

2. La vita è una sola

È scoraggiante non sentirsi incoraggiati.
Ma la vita è breve.

Vuoi davvero rinunciare a ciò che senti giusto
per colpa delle paure degli altri?

Anche da solo
puoi fare la differenza.

3. Chi non ti sostiene è spesso più insicuro di te

A volte è cattiveria.
A volte è ignoranza.
Molto spesso è paura.

Le persone riversano su di te
le loro insicurezze.

La loro paura dell’ignoto.

“Quando le persone non sanno fare qualcosa,
ti diranno che non puoi farla nemmeno tu.”

Il problema non è tuo.

È loro.

4. Ognuno ha un “buon” motivo per non aiutarti

C’è chi vuole proteggerti.
Chi teme il cambiamento.
C’è chi ha paura per-i-soldi.

Chi non vuole vederti emergere.
Chi spera tu fallisca per dire “te l’avevo detto”.

Capire questo aiuta a non prenderla sul personale.

5. Non puoi piacere a tutti

È impossibile.
E va bene così.

Lavora su di te.
Resta focalizzato.

Non distrarti.

6. Si può riuscire anche senza sostegno

Molte persone di successo
hanno scelto la strada più incerta.

Non lasciare che il pessimismo altrui
diventi la tua verità.

Credi in te.
E lavora sodo.

7. Ascolta anche gli scettici (con intelligenza)

La paura non è il nemico.
È un segnale.

Usala per riflettere,
non per bloccarti.

Il coraggio non è assenza di paura,
è agire nonostante la paura.

8. Non fare le cose solo per dimostrare qualcosa

Dimostrare che avevi ragione
può dare soddisfazione.

Ma vivere per smentire qualcuno
è una trappola.

Fai le cose perché le vuoi.
Non per rivalsa.

In finale

Quando senti una chiamata interiore,
proteggila.

Non tutti capiranno.
Non tutti ti sosterranno.

Ma le tue aspirazioni
appartengono a te.

E solo a te.

Detto questo,
ti consiglio la lettura del mio post,
che mette in guardia dai facili entusiasmi.

Di come la realtà è molto più complessa.
Come se bastasse solo volerlo …

8 segnali che stai creando nel tuo team stress inutile e dannoso

stress inutile

Sei convinto che lavoro e stress vadano di pari passo?

I leader incompetenti creano stress.
Stress inutile.
Evitabile.
Stress non necessario.
Improduttivo.

1. Tutto è sempre all’ultimo minuto

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Tutto è all’ultimo secondo.
Sempre.
Tutto è fatto di fretta.
Ci si “nutre” di stress e ansia.

I leader inesperti sono sempre di fretta.
Lavorano tanto (spesso troppo) che è probabilmente il più grande segno distintivo d’incompetenza.

Assegnano rapidamente i compiti e chiedono di fare tante cose senza preavviso, esigendo anche la perfezione.

2. Dai poche direttive e per giunta sconnesse

Nessuno capisce, dove si vuole andare a parare.
Nemmeno tu.

Navighi a vista, con obiettivi confusi o irraggiungibili e senza dire chiaramente ai tuoi collaboratori “chi-fa-cosa”.
Lo devono immaginare.

La strategia è poco chiara, in continuo cambiamento.

In questo contesto è veramente complicato rimanere focalizzati sulle attività da svolgere e raggiungere gli obiettivi.

3. Nascondi gli errori

“… riconoscere gli errori e correggerli il più presto possibile, prima che facciano troppo danno.
L’unico peccato imperdonabile è nascondere un errore”.

K.R. Popper

 


 

Ogni errore che nascondi,
aumenti la mediocrità,
rinunci al miglioramento.

4. Ti aspetti sempre la perfezione creando stress inutile

Ognuno vuole fare al meglio il proprio lavoro.
Nessuno vuole essere ridicolizzato commettendo errori sul luogo di lavoro.

Tuttavia, molti responsabili e manager sono spinti da un bisogno di perfezione. Richiedono costantemente la perfezione anche su lavori o progetti di secondaria importanza oppure marginali.

Fare le cose sempre correttamente è ammirevole, ma ci sono momenti in cui richiedere la perfezione può creare stress inutile e dannoso nel tuo team.

Avere una chiara comprensione di quando gli errori dovrebbero essere più tollerati è un trampolino di lancio per sviluppo e produttività.

5. Non riconosci lo sforzo fatto

Un team leader eccellente va oltre i numeri, il budget e le ricompense (come le promozioni, gli aumenti di stipendio e la concessione di benefici) e sa che chi lavora bene ha diritto di vedere riconosciuto il suo sforzo (piccoli gesti d’incoraggiamento, i complimenti, anche la classica pacca sulla spalla).

Nel Mercato di oggi (dove si prendono molti NO) i pochi SI, conquistati con fatica e impegno, devono essere riconosciuti e apprezzati.
Come leader del tuo team comunica in modo chiaro al tuo collaboratore che apprezzi il suo lavoro.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

6. Sfianchi il tuo personale

Scadenze improvvise, modifiche progettuali,
interruzioni forzate che richiedono nuove valutazioni.
La pressione cresce e bisogna imparare a gestirla.

Talvolta il manager sentendosi inadeguato, cerca di sopperire alle sue mancanze con un aumento delle ore di lavoro che però, ironicamente, influisce negativamente sulla sua efficienza e sulla produttività del suo team.

I lavoratori, portati allo sfinimento, si sentono stressati, sfruttati, puniti invece che premiati per il loro impegno.

7. Sei poco trasparente

Sono davvero poche le questioni dove la riservatezza ha una buona ragione d’esistere.
Se sei un leader sicuro, non avrai problemi a identificarle facilmente.

Quando sei incompetente invece ami i segreti, pagando in termini di onestà e trasparenza.

I segreti, le bocche cucite, gli sguardi enigmatici, gli ammiccamenti e i cenni d’intesa creano (davvero) uno stress inutile e dannoso rendendo l’ambiente lavorativo nervoso, preoccupato e diffidente.

8. Hai aspettative poco realistiche

Dobbiamo sempre fissare standard elevati, ma se fissi scadenze e obiettivi talmente alti da essere irraggiungibili stai “ammazzando” la motivazione perché le persone saranno frustrate dal fatto che non potranno mai raggiungere quel traguardo impossibile.

Quando dai aspettative non realistiche, ti stai impostando per il fallimento e la delusione.
La motivazione sgorga solo quando si pensa di riuscire, di realizzare e di raggiungere “qualcosa”.

Se ritmi incalzanti e stress continuo determinano la tua vita lavorativa ricorda che …

lo stress non è “là fuori”, è dentro te.

Il modo in cui pensi a te stesso, la percezione del tuo lavoro, le tue aspettative,
il tuo modo di reagire davanti i problemi e le scadenze determinano lo stress nel “tuo” mondo lavorativo.

Faccia a faccia con la persona più difficile da gestire

persona difficile da gestire

Un grande talento.
Abbiamo tutti (chi più chi meno) un vero e proprio talento per vedere come-e-quanto gli altri avrebbero bisogno di cambiare.

L’ho scritto, evidenziato, sottolineato nei miei libri … cambiare gli altri ci sembra l’opzione più semplice, l’alternativa più attuabile, la scelta più comoda,
molto più che cambiare noi stessi.

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La volontà di correggere gli altri ci “rende ciechi” su noi stessi

Siamo molto (anzi troppo) “preoccupati” per i nostri collaboratori.
Il focus è solo e sempre su di loro.

Su cosa non va, su cosa è da migliorare, su cosa è da cambiare.

Spesso come dirigenti e manager falliamo perché siamo convinti che i cambiamenti comportamentali siano necessari per tutti. Tranne che per noi.

Insistendo sul cambiamento (degli altri) imbocchiamo una strada ostica che porta inevitabilmente a seri problemi di rapporto con il team con tutto lo strascico di conflitti, cali di produttività, scarsi risultati, bruciori di stomaco … e turnover del personale.

La verità è che …. abbiamo bisogno di “girare la telecamera”.
E puntarla su di noi.
E guardarci dentro.

È più facile criticare gli altri che “lavorare” su noi stessi

Arrivare a essere cosciente di essere al centro di tutte le nostre complicazioni, le frustrazioni e i fallimenti è una buona base di partenza.

La crescita inizia con la consapevolezza che il problema non sono gli altri … siamo noi!

Il nemico è facile da identificare.
L’abbiamo in casa”.

 


 

Ogni volta che ti guardi allo specchio, incroci lo sguardo con la persona difficile da gestire che tu abbia mai incontrato.

Quella più rigida, testarda, esigente, permalosa.
Il tuo peggior critico.

La persona che non ti concede il minimo sbaglio.
Quella più inflessibile.

La persona che non vuole cambiare, ma il cambiamento lo esige,
lo pretende,
lo reclama negli altri.

Faccia a faccia con la persona difficile da gestire

Quando ti guardi che cosa vedi?
Una persona audace, frustrata, ottimista, spocchiosa, permalosa, fragile o autorevole?

Ti sei mai chiesto se il tuo team sia mai stato “conquistato” dalla tua figura di leader?
I tuoi collaboratori si sentono gratificati di lavorare con un leader come te?
Sai essere sempre motivante nel comportamento e nelle parole?

Domande scomode, “faticose”.

Ma anche stimolanti.
Invitanti. Potenzianti.

 


 

Pensa più a cambiare te stesso e meno a cambiare gli altri

Imparare a gestire bene te stesso è una delle cose più importanti che devi fare come leader.
La prima persona che devi esaminare (e imparare a gestire) sei tu.

Se riesci a cambiare te stesso, gli altri cominceranno a cambiare a loro volta.

È più facile cambiare i nostri comportamenti che cambiare quello di altre persone.
Ricorda, sei tu, la persona difficile da gestire … non gli altri!

Quello che fai determina il tuo destino

Forse hai bisogno di maggiori informazioni riguardo il coaching?

Oppure ne hai solo sentito “parlare” ma non hai mai fatto il primo passo,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno. Contattami.

Pensa come un coach, muoviti come un coach

manager coach

Che il tuo staff sia costituito da 1 o 100 persone, per raggiungere alte performance hai bisogno di collaboratori “autorizzati” a pensare con la propria testa, che assumono responsabilità del proprio sviluppo e contribuiscono con nuove idee al raggiungimento di risultati sempre più ambiziosi.

Per tenere il passo dei tempi, devi operare con coraggio, passione e integrità, essere in grado di motivare, coinvolgere, guidare verso il cambiamento, far sentire ogni collaboratore parte di una squadra.

Queste caratteristiche appartengono al ruolo del coach.
Anzi del manager coach.

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Questo non significa perdere o accantonare il tuo ruolo caratteristico, ma (piuttosto) coniugare le due anime, quella manageriale e quella di coach.

L’approccio di coaching è anche una metodologia che puoi apprendere per gestire i tuoi collaboratori in modo nuovo e diverso. Apprendere e utilizzare l’approccio di coaching permette di migliorare la tua performance, del tuo team e creare attorno a te un clima positivo.

Trasformare il tuo team, da ordinario a straordinario, aumentane l’efficacia e la produttività.

Il manager coach ascolta e fa domande

Piuttosto che dare (solo) indicazioni.
Non dire solo cosa-fare, poni domande potenti per permettere al tuo collaboratore, in modo autonomo e responsabile, di creare le proprie soluzioni.

Ecco alcuni esempi (notare la differenza delle risposte):

Non hai ancora finito?
A che punto siamo con …?

Avete/hai un problema?
Come posso aiutarti?

Perché hai fatto questo errore?
Parlami di quell’errore?

 


 

Perché non hai fatto “x”?
Quali altri approcci potresti prendere la prossima volta?

Perché sei sempre così oberato di lavoro?
Cosa puoi delegare ai tuoi colleghi?

Osserva e approfondisce

Non appagarti di ipotesi facili e veloci.
Arriva alla radice del problema, scava in profondità non ti accontentare di affrontare i “sintomi” di superficie.

Distribuisce la responsabilità e gli obiettivi

Aiuta i tuoi collaboratori ad assumersi la responsabilità, non limitarti a attribuire le colpa. Non dirigere il tuo staff solo dicendo “cosa fare e come farlo” … puoi avere un successo immediato ma il beneficio sfuma in poco tempo.

Aiuta i tuoi collaboratori a sviluppare i loro piani e i loro obiettivi, non farlo tu e dice di seguirlo.

Potenzia le persone

Concentrati sullo sviluppo dei tuoi collaboratori non solo sui compiti che deve eseguire.

Sviluppa le potenzialità.
Non arrivare con le soluzioni pronte. Soprattutto quelle facili!

Lascia i collaboratori trovino le “loro” risposte.

Facilita l’apprendimento

Coaching non si tratta di “condizionare” nessuno.
Invece, si tratta di sviluppo e facilitazione del processo di apprendimento.

Aiuta i membri del tuo team a raggiungere gli obiettivi spianando la strada con il tuo esempio.
È la differenza tra dare solo informazioni e alimentare la crescita.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Mantiene il focus

Aiuta a mantenere il dipendente focalizzato sul raggiungimento degli obiettivi desiderati.

Usa una comunicazione diretta.
Se dai feedback onesti è il modo migliore per guidare il team nella giusta direzione.

Assicura la comprensione

Assicurati che il feedback sia stato compreso dal tuo collaboratore.
Fare domande che chiariscono il punto, è il modo migliore per farlo.

Mentre lo fai, dai ai collaboratori la massima attenzione, mantieni una mente aperta e il contatto con gli occhi.

Il manager coach sfida prima di tutto se stesso verso l’eccellenza

9 modi per aumentare la tua forza mentale

forza mentale
Affrontare la concorrenza.
Recuperare rapidamente dagli errori.
Riconquistare l’autostima dopo un fallimento.

Gestire situazioni complesse.
Elaborare strategie.
Guidare collaboratori e colleghi.

Il mondo del lavoro non è mai stato così difficile e complesso.

Come ribadisco nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025,
non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.

È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è evidente.
La vedi,
la misuri,
la riconosci.

La forza mentale no.

Eppure, è quella che fa la differenza
quando la pressione aumenta,
quando sbagli,
quando tutto sembra andare storto.

Costruire forza mentale è difficile

Ma si può allenare.

La forza mentale cresce con la pratica.

Ti permette di seguire i tuoi obiettivi,
superare le difficoltà
e affrontare le avversità con fiducia.

È indispensabile se vuoi avere successo.

Hai chiaro cosa significa davvero?
Cosa ti porterà risultati nel lavoro e nella vita?

Hai la forza mentale giusta per gestire
le emozioni,
i pensieri
e i comportamenti?

Ecco 9 modi per aumentare la tua forza mentale:

1. Avere autocontrollo

Quando non ci sentiamo abbastanza forti, spesso attacchiamo.

Aggrediamo per gestire il conflitto.

I leader più solidi sanno che non serve essere aggressivi.

Perché hanno potere.

Essere il più duro, il più cattivo o il più rumoroso
non significa essere forti.
È solo bullismo.
Spacconeria.

Autocontrollo significa:
domare impulsi,
desideri e pensieri,
gestire le emozioni,
incanalare l’energia in modo costruttivo.

Non è facile.
E non è da tutti.

Controlla te stesso.
Non cercare di controllare gli altri.

Gestisci i tuoi punti deboli.
Non coprirli.

2. Usare pensiero positivo e negativo

Essere positivi non significa essere ottimisti ingenui.

Gli ottimisti creduloni aspettano che le cose migliorino.

Le persone mentalmente forti si adattano.

Scelgono di essere positive per trovare soluzioni,
ma usano anche il pensiero negativo in modo strategico:
prepararsi al peggio,
essere prudenti,
valutare i rischi.

Equilibrio,
non illusione.

3. Usare un dialogo interno potenziante

Il tuo dialogo interiore influenza profondamente
come ti senti
e come agisci.

La profezia che si auto-avvera funziona. Eccome.

  • “Tanto sbaglio sicuramente.”
  • “ Lo sapevo che fallivo.”
  • “ Non troverò mai più lavoro.”
  • “ Sono un perdente.”

Cosa diresti a un amico che parla così di sé?

Sostituisci i pensieri distruttivi
con pensieri realistici.
Offriti parole gentili.

Parla a te stesso
come parleresti al tuo caro amico.

4. Prendere in carico le emozioni

Essere di cattivo umore capita.
Lasciare che le emozioni guidino la tua vita, no.

Quando le emozioni prendono il controllo,
la forza mentale si indebolisce.

Osserva come influenzano le tue scelte.
Riprendi il comando.

Affronta il disagio.
Allenati a tollerarlo.

Più lo fai,
più diventi capace di affrontare nuove sfide.

5. Tirare fuori la grinta

Talento e intelligenza aiutano.
Ma non bastano.

Serve grinta.
Tenacia.
Perseveranza.

Ricercatori come Angela Duckworth lo dimostra:
la grinta conta più del talento.

Se non ti senti geniale, brillante o fortunato,
questa è una buona notizia.

Il talento è utile.
La grinta è decisiva.

Se vuoi approfondire il tema “grinta”
puoi leggere il mio post
Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

6. Uscire dalla zona di comfort

Essere comodi è piacevole.
Ma non rafforza.

Entrare regolarmente in situazioni nuove
costruisce forza mentale.

Non serve fare imprese estreme.
Bastano piccoli sconfinamenti:
nuove persone,
nuove richieste,
nuove sfide.

All’inizio è scomodo.
È normale.

Più disagio attraversi,
più diventi resistente.

7. Non temere il fallimento

Non è il successo a costruire la forza mentale.

È la mancanza di successo.

Gli errori insegnano cosa cambiare.
Sono gradini,
non condanne.

Continua a provare.
Aggira gli ostacoli.
Usa i fallimenti per diventare più forte.

Le persone che ammiri
non sono quelle che non cadono,
ma quelle che si rialzano.

8. Vivere nella realtà

Illusioni e fantasie proteggono dal dolore,
ma allontanano dalla crescita.

La persona mentalmente forte
accetta la realtà, anche quando è scomoda.

Restare nel disagio richiede coraggio.

Meno scappi,
meno potere hanno paura e ansia.

9. Accettare la paura aumenta la forza mentale

Avere paura è normale.
Combatterla, no.

La paura va accettata.
A volte “ringraziata”.

Ci rende prudenti.
Ci protegge.
Salva.

Senza paura saremmo
imprudenti,
temerari,
pericolosi per noi stessi.

Quando affronti ciò che ti spaventa,
chiediti:
che valore può avere questa azione per me?

Trasforma la paura in alleata.
Usala per avanzare con più consapevolezza.

In conclusione

La forza mentale non è durezza.

È la capacità di restare lucidi, presenti e responsabili
anche quando sarebbe più facile mollare.

Se dopo una pausa o una delusione professionale
senti di aver perso sicurezza

il coaching mirato può aiutarti a
riconnetterti ai tuoi punti di forza.

Scopri “Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”.

Il segreto definitivo per piacere al tuo team

piacere al team

Ti sei mai chiesto cosa fare per piacere ai tuoi collaboratori?
Che cosa dire, quali tasti “toccare”, come muoverti, come comportarti … per piacere alle persone del tuo team?

Non sto parlando di competenza, professionalità o managerialità ma proprio come essere interessante, come incuriosire o apparire affascinante agli occhi dei tuoi collaboratori?

Non sono pochi manager e team leader che si sono “incartati” con comportamenti accondiscendenti, compiacenti o “seducenti” che hanno causato fraintendimenti e incomprensioni, compromettendo i rapporti con il proprio team con la conseguente demotivazione e calo di produttività.

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Il bisogno di piacere e di approvazione ne ha “rovinati” tanti.

Domanda.
Ti è già successo di aver incontrato una persona che ti piaceva e più cercavi di impressionarla e di conquistarla … più lei/lui non ti considerava?
Più ti avvicinavi, più questa persona si allontanava?

Si, e sai anche il perché?

Le persone non sono attratte da chi si sforza di piacere

Nella maggior parte dei casi non siamo attratti dalle persone che fanno di tutto per piacere, “colpire”, impressionare, conquistare.

Di solito le persone che si sforzano di piacere agli altri sono in qualche modo deboli o poco sicure di sé.
Hanno il bisogno di piacere e di “conquistare” l’affetto e l’approvazione degli altri.

Chi vuole affascinare, ammaliare, “conquistare” o piacere al team, deve tener presente che, prima o poi, sarà costretto a dare feedback spiacevoli, prendere decisioni difficili, compiere scelte incresciose per allinearsi con gli obiettivi aziendali.

Spesso i leader inesperti si lasciano condizionare dal desiderio di “essere amati” e tralasciano i loro obblighi fondamentali come manager.

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri … ironicamente col tempo succede il contrario.
I problemi vanno risolti, i collaboratori sono frustrati e si lamentano con tanti saluti … all’amore verso il loro leader.

 


 

L’errore più grande è quello di cercare di piacere al team

“Agli uomini vogliamo piacere per ambizione;
alle donne, per vanità.”

Roberto Gervaso

Piacere ai tuoi collaboratori non dovrebbe essere un tentativo, uno sforzo, un calcolo, un risultato, un processo, non dovrebbe essere qualcosa che noi facciamo, ma soltanto qualcosa che … succede.
Punto.

Pensi davvero di impressionare grazie ad un susseguirsi di pose convincenti, frasi persuasive e incorniciando il tutto con un bel sorriso di circostanza?

Le persone che hanno successo riconoscono di non aver il bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.
Non hanno paura di dire di “no” o chiedere “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

 


 

Non cercare di piacere a tutti

Non infrangere i tuoi valori e principi per com-piacere a qualcun altro.
È impossibile piacere a tutti.
È inutile cercare di piacere a qualcuno.

Un leader forte riesce a “sponsorizzare” tutte le persone del suo staff, non cerca di piacere al team,
non cerca di conquistare nessuno.

6 motivi perché non ascolti mai i tuoi collaboratori

ascoltare collaboratori

Se non sai ascoltare,
come puoi pretendere di farti ascoltare e di comunicare?

Ascoltare non è sentire.
Non dare per scontata quest’abilità (perché di abilità si tratta) per il solo fatto di sentire quello che l’altra persona sta dicendo.

Se non ascolti corri il serio rischio di saltare direttamente alle (tue) conclusioni e di non comprendere il reale messaggio.

Non c’è niente di più frustrante, per un tuo collaboratore o dipendente, vedere come la sua richiesta o problematica sia stata poco ascoltata, mal compresa o fraintesa dal proprio capo o dal proprio datore di lavoro.

Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore desidera essere ascoltato con attenzione, vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se solo per pochi minuti).

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Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti, più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).

Ecco 6 motivi perchè non ascolti i tuoi collaboratori:

1. Mancanza di tempo

Siamo onesti.
Non hai tempo per ascoltare.
Le vendite saltate all’ultimo istante,
le grane da risolvere,
il target da raggiungere, ecc.

Niente di male per carità … sei il leader, il capo.
È normale avere il tempo “contro”.

Allora che fai?
Fai finta di ascoltare oppure rimandi costantemente?

Tieni sempre a mente che l’ascolto attivo non è una questione di quantità ma di qualità.
Qualche minuto può bastare se ci impegniamo ad ascoltare.

2. Focus solo sull’azione

Se sei una persona con una forte tendenza per l’azione,
per te
l’ascolto è un inconveniente, un contrattempo, un fastidio, una perdita di tempo.
 


 

In realtà, ascoltare può aiutarti a risolvere, ad accorciare i tempi, arrivare subito “al nocciolo”, evita fraintendimenti o equivoci.
Se stai pensando alla risposta, non stai ascoltando.

3. Sai già tutto

“Ok, stop. So benissimo dove vuoi arrivare.”
“Non c’è bisogno che tu finisca. Lo so.”
“Dai, continua. Anzi no, finisco io per te.”

Quanto più pensi di sapere, meno hai bisogno di ascoltare.
Ascoltare significa “seguire” le parole, ma anche (e soprattutto) l’energia e l’emozione delle persone.

Ascoltare vuol dire aumentare il rispetto e l’accettazione.
Le persone che ci ascoltano, aiutano la nostra trasformazione.

4. Noia

Alcune persone sono noiose.
Prolissi, interminabili.
Inconcludenti.
Hanno bisogno di parlare, di essere rassicurate, ascoltate.
(Molto meglio ascoltare musica in ufficio)

L’ascolto è una questione di qualità.
Tocca a te dare i tempi, i ritmi.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

5. Troppe distrazioni

Cellulari che suonano, notifiche, e-mail e la tua prossima riunione.
Quante distrazioni all’ascolto.
È il tipo di ascolto ”Ci sono e non ci sono”.

Sei distratto, fai solo finta di essere interessato, si vede, si “sente”, chi parla ha la netta sensazione di non essere ascoltato.

Se vuoi ascoltare, devi ascoltare.
Elimina le distrazioni.
Dimentica la tua agenda.

Se ti rendi conto che … (davvero) hai altro cui pensare o in fondo non-te-ne-può-fregare-di-meno è molto meglio rimandare l’ascolto.
Non c’è nulla di male nel dire: “Adesso non posso, ne possiamo parlare alle 16.00/domani mattina/settimana prossima?”.

Ricorda di mantenere l’impegno preso.

6. Paura

Forse non hai ancora del tutto chiaro il concetto di “ascoltare i collaboratori”
e hai paura che ascoltare significa …

– essere costretto a fare tutto quello che dicono i tuoi collaboratori (non saresti un leader ma una marionetta);

– che ti farai condizionare dal tuo team (saresti un leader debole);

– che perderai la tua immagine di capo “che non deve chiedere e ascoltare mai” (scusa ma questa immagine di leader è oramai superata!);

– trasmettere l’idea al tuo team ”Oddio, sta perdendo smalto e polso. Non sa cosa fare e ascolta anche noi” (no, sei proprio fuori strada adesso);

– che spenderai molto del tuo tempo ad “ascoltare” i tuoi collaboratori (è una questione di qualità non quantità);

– che diventerai una specie di dottore-psicologo “affogato” nei problemi personali del tuo staff (se non riesci a gestire questo, devi lavorare sulla tua leadership);

Ascoltare collaboratori? Crea appartenenza!

Esercita il “muscolo” dell’ascolto.
Inizia con 5-10 minuti.
Metti da parte una decina di minuti per ascoltare tutti i giorni.

Ascoltare sviluppa il rispetto.
Se sai ascoltare collaboratori vuol dire che sei una persona sicura di te.
Non hai paura del confronto.

In una parola … sei leader.
Non pensare solo a grandi imprese.
Comincia in “piccolo”.
Ascolta.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

maggiori responsabilità

Sei veramente bravo in quello che fai.
Quindi non è una sorpresa che hai il desiderio di affrontare cose più grandi.

Un progetto più grande. Un mandato più ampio.
Il team più grande.

È stimolante, invitante, interessante e remunerativo.

Maggiori responsabilità. Fantastico? Uhm!

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Adesso le responsabilità in più ti pesano sul groppone e ti fanno vacillare sotto il peso di queste nuove incombenze?

Non te l’eri immaginato così, dì la verità?
Non ci avevi pensato?

Hai calcolato male il rovescio della medaglia?

Ti sei concentrato solo su un lato (quello piacevole).
Adesso ti senti impreparato e disorientato.

Maggiori responsabilità, più pressione, più stress, critiche dal personale e dai capi, più (e sempre più complessi) problemi da risolvere, più persone da gestire, top manager o titolare da accontentare.
Più di tutto.
Troppo di tutto.

Se trovi le tue nuove responsabilità troppo pesanti, e ti sei pentito di aver chiesto-di-più, ecco 7 cose da tenere a mente per non annegare in un mare di rammarico e pentimento:

 


 

1. Accetta il prezzo da pagare

Prima di accettare le nuove responsabilità eri concentrato solo sugli aspetti piacevoli del nuovo ruolo.
E adesso?
Sei focalizzato solo su quelli spiacevoli e sgradevoli.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

Prima consapevolizzi che devi pagare il prezzo e accettare le difficoltà … meglio è!

Soffermarsi e indugiare troppo su dubbi e timori può influenzare il tuo presente e rovinare il tuo futuro.
Passa oltre prima di restare intrappolato.

2. Maggiori responsabilità vuol dire più pressione

Avere responsabilità non è facile.
Avere responsabilità non è per tutti.

Serve tenacia.
Occorre sacrificio.
Dedizione, coraggio, rischio.

Avere più responsabilità non è semplice.
Chi non le ha, non lo sa.

 


 

3. Chiedere aiuto non significa mostrare debolezza

Immagini i tuoi colleghi sogghignare o il tuo capo scuotere la testa con il classico: “Te l’avevo detto”?

Il timore di chiedere aiuto è di solito basato sulla paura di non “essere all’altezza”.

Chiedere aiuto non è debolezza. È forza. Saggezza.
È riconoscere che se non si trova una stampella … si rischia di cadere.

In questo frangente, chiedere-aiuto è (senza dubbio) la scelta migliore, più audace e più brillante che tu possa fare.

 
COLLOQUIO DI SUCCESSO scopri il tuo percorso di coaching ideale
 

4. Non concentrarti sul giudizio delle persone

La gente ti giudicherà, comunque.
Questo è un fatto. È così che funziona.

Anche se sei il più bravo e il migliore. Anzi, proprio perché sei il più bravo e il migliore.

I collaboratori giudicano il loro capo. Il team leader giudica i collaboratori.
I team giudicano le decisioni prese a un livello più alto.

Non prendere decisioni in base a come la gente ti potrebbe giudicare.

5. Il disagio che senti è collegato al “nuovo”

Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, un nuovo ruolo, maggiori responsabilità?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, disagio, stomaco in tilt, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma! Va tutto bene. È solo insicurezza.
Incertezza perché non sai cosa accadrà.
Come andrà a finire.

Quando senti questa sensazione, dì a te stesso:
“Calma. Va tutto bene.
È nuovo”.

6. Non farti bloccare dalla paura

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Ma se non decidi mai, speri che il problema si risolva da solo oppure sei frenato dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri) … questo è veramente il peggiore degli errori che tu possa fare!

Decidere, anche sbagliando, è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla.

7. Sei tu l’attore della tua vita

Non è che stai reagendo, alle nuove responsabilità, in modo eccessivo?
Non è che (forse) stai ingrandendo, amplificando, esagerando?

In fondo, sei sempre tu che scegli come vanno le cose.

Se senti la pressione delle maggiori responsabilità hai sempre l’opportunità di …

  • Identificare persone con abilità specifiche che potrebbero tornarti utile;
  • Chiedere il supporto di un collega o di un manager;
  • Riformulare le aspettative (su di te e sui tuoi risultati) in modo più realistico per diminuire la pressione;
  • Chiedere il supporto di un mentore o un coach;
  • Delegare maggiormente verso il basso o verso l’alto;
  • Comunicare con chiarezza i rischi e le perplessità;
  • … puoi anche scegliere di non farti prendere dal panico.

La chiave per assumere maggiori responsabilità (senza farsi prendere dall’angoscia) è avere fiducia nel processo, non nel risultato.

Sei un giovane leader e hai bisogno di un supporto personalizzato?
Hai solo sentito “parlare” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?

Approfondisci con il coaching per giovani leader.

12 Tratti che identificano un manager incompetente

manager incompetente
Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta affrettata potrebbe essere:
ottenere buoni risultati.

È una risposta semplice.
Troppo semplice.

I risultati si vedono nel presente,
non raccontano come ci si è arrivati.

Sono influenzati dal contesto, dal team, da fattori esterni
e spesso da circostanze difficilmente replicabili.

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi professionali
(grandi o piccoli, poco importa)
è utile capire cosa fanno i manager di successo.

Ma è altrettanto importante sapere
cosa fanno di sbagliato i manager incompetenti.

Ecco 12 tratti ricorrenti.

1. Non prende mai decisioni

Trova sempre ottimi motivi per:

  • attendere
  • rimandare
  • raccogliere altre informazioni
  • ascoltare nuove opinioni

Paura di sbagliare.
Timore di fallire.

La paura può trasformarsi in prudenza.
E a volte è un bene.

Ma quando non si decide mai,
la prudenza diventa paralisi.

Il manager incompetente spera, inconsciamente,
che il problema si risolva da solo.

Pessima idea.

Decidere — anche sbagliando —
è sempre meglio che non decidere.

2. Il manager incompetente esagera con la segretezza

Bocca cucita.
Sguardo enigmatico.
Cenni d’intesa con pochi “eletti”.

Perché se il personale sapesse…
“non capirebbe”.

In realtà, le vere ragioni per la riservatezza
sono pochissime.

Un leader sicuro le riconosce subito.

Un leader insicuro ama i segreti
e paga il prezzo in fiducia e trasparenza.

Se tratti i collaboratori come bambini,
si comporteranno come tali.

Se li tratti da adulti, risponderanno da adulti.

3. È troppo sensibile con i collaboratori

Il manager insicuro vuole essere amato.
E per questo evita confronti chiari.

Se descrivi spesso il tuo team come
“troppo sensibile”,
forse stai parlando di te.

Quando l’autorità non è solida:

  • i problemi non si risolvono
  • crescono
  • “l’amore” verso il leader svanisce

4. Delega senza controllare

Delega tutto ciò che non sa fare.
Anche ciò che è critico.

All’inizio sembra una buona idea.
Poi diventa un rischio enorme.

La fiducia senza controllo
non è leadership,
è abdicazione.

Quando qualcosa va storto,
è troppo tardi per scaricare la colpa.


Vuoi lavorare su autorevolezza e carisma?

Ne parlo in modo pratico nei miei libri:

Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025)

e “Prima volta Leader”.

5. Ama in modo maniacale le procedure

Le procedure servono a velocizzare,
non a sacralizzare.

L’ossessione per il metodo
spesso nasconde un’incapacità più profonda:
non saper dare priorità.

Ci si perde in processi,
mentre le decisioni vitali restano ferme.

6. È ostaggio del personale

Quando un manager comunica (anche involontariamente)
che un collaboratore è indispensabile,
perde potere.

La “santificazione” di uno
distrugge il team.

Gli altri si sentono traditi.
La leadership si indebolisce.

7. Predilige collaboratori deboli

Il manager incompetente teme chi è più competente.
Ha paura del talento.

Il leader eccellente fa il contrario:
si circonda di persone migliori.

Se temi la competizione,
devi ancora lavorare sulla tua leadership.

8. Va in tilt sotto pressione

Predica calma.
Ma è il primo a perderla.

La pressione è normale.
La gestione emotiva è competenza.

Se crolli tu,
crolla il team.

9. Crea stress inutile

Tutto è urgente.
Sempre.

Compiti assegnati all’ultimo minuto.
Richieste improvvise.
Aspettative di perfezione.

Spesso il problema è uno solo:
mancanza di pianificazione.

10. Si concentra sui dettagli insignificanti

Assume persone di valore
ma poi non si fida.

Controlla tutto.
Decide tutto.
Blocca tutto.

Risultato?
Motivazione uccisa.
Crescita azzerata.

Puoi approfondire con il mio post su micro-management:
Il tuo team lavora solo quando ci sei: leader o controllore?

11. Il manager incompetente è allergico alle scadenze

Una scadenza è un impegno.

Senza scadenze:

  • non c’è traguardo
  • non c’è soddisfazione
  • ancor meno crescita

12. Lavora troppo

Ti vanti di straordinari a doppia cifra?
Non vedi mai la luce del sole?

Lavorare troppo non è eroismo.
È spesso incompetenza.

Chi non sa gestire sé stesso
non dovrebbe gestire gli altri.

In conclusione

Un manager competente
non è quello che “fa tutto”.

È quello che:

  • decide
  • comunica
  • regge la pressione
  • costruisce persone, non dipendenze

La leadership non è una posa.
È una responsabilità quotidiana.

Ed è lì che inizia
la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Un segreto per aumentare il tuo carisma

carisma

Sei a corto di argomenti durante la pausa pranzo?
Hai sempre bisogno di “essere su di giri” quando parli con le persone?
Se non parli, pensi che gli altri ti trovino noioso o soporifero?

Beh, non sei solo.
La maggior parte delle persone si sente (almeno un po’) a disagio con il silenzio. Il silenzio è spesso percepito come imbarazzante e scomodo.
Tutti (istintivamente) vogliono riempire lo spazio vuoto.

Essere loquaci e “brillanti” sono qualità molto apprezzate in una persona (almeno nella nostra cultura occidentale) e allora tutti pronti a …
parlare, straparlare, farneticare per riempire questo vuoto … con il grosso rischio di diventare logorroici, prolissi, ciarlieri, megalomani, esibizionisti.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio

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Può ferire o può guarire.
Invitare o allontanare.
Può uccidere o può far rinascere.
Può essere un dono o un veleno.

Ecco 7 fattori perché il silenzio può diventare un tuo “alleato” e aumentare il tuo carisma:

1. Parlare è solo la metà del processo di comunicazione

L’altra metà del processo di comunicazione è l’ascolto.
Con il suo alleato preferito, il silenzio.

Le parole non esisterebbero senza il silenzio, che fa loro da sfondo.

Il silenzio è potente.
È un elemento importante di comunicazione che troppo spesso viene ignorato.

2. Il silenzio è una parte normale della comunicazione

Non c’è niente di sbagliato (anzi) se fai una pausa nella conversazione.

Il silenzio è solo una parte “normale” della comunicazione.
È un comportamento (non verbale) che se usato correttamente può avere un significativo effetto positivo sul tuo modo di comunicare.

I messaggi non verbali (il contatto visivo, postura dritta e rilassata, ecc.) rappresentano la fetta più grande della torta di comunicazione, rispetto le parole che utilizziamo.

3. Le grandi figure della storia hanno “usato” il silenzio

Spesso crediamo che i migliori leader, artisti e imprenditori siano anche persone estroverse.
 


 

Secondo Susan Cain e il suo libro “Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare” evidenzia come alcuni tra le migliori menti della storia sono state definite introverse (persone tranquille, silenziose che preferiscono ascoltare piuttosto che parlare) tra cui Einstein, Chopin, Lincoln e Darwin e molti altri sono state persone di carisma e in grado di cambiare il mondo.

Queste figure così importanti non avevano paura del silenzio, anzi lo usavano spesso a proprio vantaggio.

Quindi non aver paura del silenzio o di non essere “brillante”.
Sei in buona compagnia!

4. Se non hai niente da dire, taci

Se non sai cosa dire o come dirlo.
Non riesci a immaginare l’effetto delle tue parole.
Oppure (ancora) non riesci a esprimere un concetto in modo diverso secondo le situazioni e le persone.

Se (ancora) non riesci a pesare, selezionare, scegliere al meglio le tue parole.
Se rischi di sembrare insensibile, vittima, ingrato, permaloso, esagerato, inadeguato.

Forse.
È meglio tacere.
È meglio il silenzio.

5. Il silenzio aiuterà i tuoi rapporti

Chi riesce a stare in silenzio e ascoltare possiede carisma e (spesso) ha relazioni più forti e duraturi.

Se sai ascoltare gli altri vuol dire che sei una persona sicura di te, non ritieni di aver la soluzione per tutto e per tutti e non hai paura del confronto.

Ascoltando, dimostri un vero interesse per l’opinione degli altri. Ascoltare gli altri (collaboratori, capo/a, clienti ma anche figli, partner, amici) li fa sentire importanti.

Non credere che solo perché sei il capo, il responsabile, il leader hai il diritto di parlare più di altri.
Più fai silenzio, più ascolti, più grande sarà il tuo carisma, la tua influenza, il tuo potere.
Parla meno, ascolta di più.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

6. Il silenzio aumenta il tuo carisma e ti renderà anche dannatamente attraente

Infatti, secondo un recente sondaggio di su ciò che rende attraente una persona, la maggioranza degli intervistati ha convenuto che la capacità di stare in silenzio e ascoltare è il tratto più attraente che cercano in un partner.

Non è difficile capire perché un buon ascoltatore è così desiderato.
Tutti vogliono essere ascoltati, perché aiuta a sentirsi apprezzati e valorizzati per quello che si è.

Così la prossima volta che ti troverai in difficoltà in una conversazione, fai un passo indietro e ricorda l’attrattiva del silenzio.

A proposito (riprendendo la domanda di inizio articolo) …
se pensi che gli altri ti trovino noioso o soporifero se non parli … devi riconoscere che monotono e barboso lo sei come persona … non certo perché parli poco.

7. Il silenzio è efficace anche in ambiente professionale

Il silenzio
è fonte di grande forza.

Lao Tzu

Imparare ad apprezzare il silenzio e usarlo strategicamente a proprio vantaggio può essere molto efficace anche in ambiente professionale.

Per esempio se smetti di parlare e ascolti in silenzio probabilmente …
un tuo collaboratore o collega condividerà maggiori informazioni, il tuo interlocutore sbloccherà una trattativa in stallo, darai maggiore enfasi dopo che avrai detto qualcosa di potente, aiuterà gli altri a ricordare e riflettere meglio, servirà a calmare gli animi, a “rispondere” a un attacco verbale, mostrare il tuo autocontrollo e la tua autorevolezza.

Quando si utilizza il silenzio strategico, le tue parole hanno un impatto maggiore e tu sarai percepito come un leader efficace e determinato.

La conclusione nelle parole di Mark Twain

La parola giusta può essere efficace,
ma nessuna parola è mai stata efficace come una pausa al momento giusto
.”

Prima di essere un grande leader devi essere un grande Uomo

grande leader

O una grande donna.

Tanti pensano di essere leader.
La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande leader devi essere una grande persona.
Possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”
Wolf J. Rinke

Avere PERSEVERANZA

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La perseveranza è un tratto comune tra i grandi leader.
È resistenza contro le difficoltà, gli ostacoli e lo scoraggiamento.

Una persona deve essere perseverante per condurre (con successo) un team di dipendenti, collaboratori o colleghi al raggiungimento degli obiettivi.

La perseveranza si sviluppa solo attraverso le prove.
Prove difficili.
I leader migliori sopportano le prove e si rafforzano.
Non si arrendono mai.

Avere INTEGRITA’

È la scelta del “giusto”.

Coerenza tra le azioni, i valori, i metodi, i principi e i risultati.
Integrità è fare delle scelte a prescindere le conseguenze.
Fare la cosa giusta a prescindere le circostanze.

È più che essere onesti.
Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza morale.

L’integrità è uno dei migliori attributi di un grande leader.
L’integrità rende l’Uomo affidabile, attendibile e incrollabile.
 


 

Trasmettere FIDUCIA

Molte persone confondono la fiducia con arroganza ed egocentrismo.

La fiducia è essere sicuro di sé e consapevole.
L’Uomo fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Possedere Autocontrollo

Le tentazioni e le lusinghe sono tante e dietro ogni angolo.
Saper domare i desideri, trovare il modo di gestire le emozioni e gli impulsi, incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.
E non è da tutti.

Essere esigenti, appassionati e impazienti è parte di una leadership efficace.
Non essere in grado di contenere se stessi, farsi travolgere, agire con stress e irritabilità (come un bambino che fa i capricci) può avere effetti devastanti.
Non passa mese senza che un personaggio famoso non sia stato distrutto da sesso, denaro, successo, droga.

Troppe persone mancano di autocontrollo, che è il fondamento di una vita virtuosa.
I leader eccezionali mantengono calma e lucidità anche sotto forte stress o durante una crisi.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Dare prova di Coraggio

Il coraggio è la prima virtù
e rende possibili tutte le altre.

La leadership richiede coraggio.
L’innovazione richiede coraggio.
Fare ciò che è giusto (anche se può essere impopolare) richiede coraggio.

La paura non deve controllare la nostra vita.
Il grande leader prende posizione di fronte alle avversità.
A prescindere le circostanze.

Un grande leader conosce la vera Umiltà

L’umiltà indica che ci siamo liberati dal veleno dell’egocentrismo.

Eppure umiltà è spesso (erroneamente) fraintesa con remissività, debolezza e influenzabilità.

Sempre più ricerche identificano i migliori leader quelle persone che stanno dietro le quinte e che guidano i loro dipendenti o collaboratori grazie ad un approccio … silenzioso, fatto di ascolto, trasparenza, conoscenza dei propri limiti, apprezzamento dei punti di forza dei dipendenti, ricerca di feedback e concentrandosi sulle esigenze degli altri.

Il leader “umile” contribuisce in modo molto efficace al coinvolgimento e alla crescita professionale dei suoi collaboratori.

La vera leadership deve beneficiare i seguaci
non arricchire i leader.

John C. Maxwell

Parlare male dell’ex datore di lavoro è da rosso diretto

ex datore di lavoro

Il mio ex capo è un idiota”
“La mia azienda mi ha sfruttato e poi mollato“
“Il mio capo?
Un raccomandato. E anche incompetente”.

L’amarezza è cattiva consigliera

 

 
Quando arriva la domanda sul tuo ex capo non vedi l’ora di sfogarti e rincarare la dose con sorrisini, smorfie e frasi sarcastiche?

Oppure con la scusa della trasparenza e della sincerità cogli l’occasione per scaricare sulla tua ex azienda una serie di scelleratezze e di cattiverie?

Il mondo del lavoro oggi è tosto.
Tostissimo.

Le esperienze negative, i torti, le ingiustizie, le sopraffazioni del passato ci hanno reso rancorosi e suscettibili.
È normale e anche comprensibile.
L’amarezza però è cattiva consigliera.

In fase di colloquio di lavoro, essere astiosi e pieni di risentimento verso il nostro precedente datore di lavoro non sono caratteristiche gradite alla persona che ci sta intervistando, poiché denota insofferenza e potenziale insubordinazione.

Parlare male dell’ex datore di lavoro può essere un autogol

La prossima volta che ti sarà difficile tenere la bocca chiusa quando parli del tuo ex datore di lavoro, sappi che quando parli negativamente di una persona ottieni esattamente l’effetto opposto.

Gli psicologi americani chiamano questo fenomeno Spontaneous trait inference.

Significa che ogni volta che dici cose sconvenienti su qualcun altro, chi ascolta non può fare a meno di associare a te questi stessi tratti.
Quindi, se dici che il tuo ex capo è inaffidabile, disonesto …
il tuo potenziale datore di lavoro in realtà sta collegando l’inaffidabilità e la disonestà a te.
 


 

Il boomerang ti torna indietro … con gli interessi!

Il mondo è più piccolo di quanto pensi

È possibile che i rispettivi datori di lavoro si conoscano.
Sarebbe certamente un “rosso diretto” parlare male di una persona che potrebbe rilevarsi un caro amico del tuo potenziale nuovo capo.

Inoltre con quest’atteggiamento, l’intervistatore potrebbe presupporre che parlerai male anche della sua azienda, nel caso dovessi lasciarla.

In generale, ogni tipo di lamentela (per quanto giustificata possa essere) va accuratamente evitata.
Meglio armarsi di sorriso, positività e convinzione e abbandonare ogni traccia di rancore, risentimento o diffidenza.

Piuttosto che denigrare i tuoi datori di lavoro, valorizza i tuoi punti di forza e il reale valore aggiunto che puoi offrire rispetto gli altri candidati.
Lascia che siano le tue parole, i tuoi gesti e la tua competenza a parlare di te.

L’amarezza lasciamola, davanti ad una birra, con gli amici al bar.

Se non ce la fai, devi essere più aggressivo

aggressivo
Vorremmo tutti averne di più.

A volte ci riesce.

Altre volte…

ci sentiamo frenati
bloccati
trattenuti.

E quando non agiamo?

Ci pentiamo.

Per non aver osato.
Per non aver rischiato.
Non essere stati all’altezza.

La sana aggressività

Chiamiamola così.

Quella spinta che ti porta ad agire,
invece di:

  • rimuginare
  • aspettare
  • pensarci troppo

Mentre… magari…
l’occasione passa.

Non devi snaturarti

Solo migliorarti.

Molti pensano:

  • “Non sono una persona grintosa.”

E quindi?

  • “Non lo sarò mai.”

Errore.

Essere aggressivi ≠ essere aggressivi (davvero)

Che cosa immagini?

  • rabbia
  • nervosismo
  • reazioni impulsive

No.

Non è questo.

Esiste una sana aggressività

È naturale.
È umana.

Ti permette di:

  • affrontare difficoltà
  • reagire
  • prendere iniziativa

senza distruggere relazioni.

Il problema non è l’aggressività

È non conoscerla.

Se la reprimi:

  • si accumula
  • si deforma
  • esplode

nel momento peggiore.

E nel modo peggiore.

L’eccesso opposto? Peggio.

Troppa calma.
Troppa gentilezza.
Eccessiva “educazione”.

Diventi arrendevole.

E qualcuno…
se ne approfitta.

La sana aggressività serve a:

  • mettere limiti
  • dire “no”
  • difenderti
  • affermare chi sei

Serve per dire:

  • “Questo per me non va bene.”

È anche rispetto

Per te stesso.

È la capacità di:

  • pretendere rispetto
  • farti ascoltare
  • sostenere le tue idee

senza alzare la voce.

Non è solo difesa

È anche attacco (quando serve).

Perché se sei sempre:

  • accomodante
  • conciliante
  • “troppo” diplomatico

rischi di essere ignorato.
O peggio.

Sottovalutato.

È energia. Forza vitale.

È quel momento in cui:
ti rialzi.

Dopo un errore.
Dopo una caduta.
Una delusione.

Grinta batte talento (quasi sempre)

Puoi invidiare:

  • il talento
  • l’intelligenza
  • le capacità degli altri

Ma sappi una cosa:
non basta.

Serve:

  • tenacia
  • costanza
  • determinazione

Serve grinta.

E la grinta… si allena

Non è un dono.
È una scelta.

Ogni giorno.

La sana aggressività non è qualcosa da evitare

È qualcosa da:

  • riconoscere
  • capire
  • allenare

Perché senza quella spinta…
resti fermo.

Al palo.

Non si tratta di diventare qualcuno che non sei.

Si tratta di tirare fuori una parte di te
che è già lì.

E usarla bene.
Al momento giusto.

Perché a volte, nella vita e nel lavoro…
non vince il più bravo.

Vince chi osa.