8 segnali che stai creando nel tuo team stress inutile e dannoso

stress inutile

Sei convinto che lavoro e stress vadano necessariamente di pari passo?

Scadenze.
Imprevisti.
Clienti difficili.
Periodi di sovraccarico.

Una certa pressione fa parte della vita professionale e non sempre possiamo eliminarla.

Ma c’è anche uno stress diverso.

Quello che non nasce dal lavoro da fare, ma dal modo in cui il lavoro viene gestito.

Urgenze create all’ultimo momento.
Indicazioni confuse.
Obiettivi irrealistici.
Continui cambi di priorità.
Mancanza di informazioni.

Ed è proprio questo lo stress sul quale, come leader, puoi intervenire.

Non tutto lo stress del team dipende dalla quantità di lavoro.
Una parte può nascere dal modo in cui lo organizzi e lo guidi.

Ecco 8 segnali ai quali prestare attenzione.

1. Tutto è sempre all’ultimo minuto

Tutto è urgente.
Tutto serve subito.

Ogni richiesta sembra arrivare all’ultimo momento.

Naturalmente gli imprevisti esistono.

Il problema nasce quando l’emergenza diventa il normale modo di lavorare.

Assegni compiti senza sufficiente preavviso.
Cambi continuamente le priorità.

Chiedi velocità e, contemporaneamente, pretendi che ogni dettaglio sia perfetto.

Alla lunga il team non sa più distinguere ciò che è veramente urgente da ciò che è diventato urgente soltanto perché è stato organizzato male.

2. Dai poche direttive e per giunta sconnesse

Nessuno capisce bene dove si vuole andare.

Gli obiettivi cambiano.
Le priorità non sono chiare.
Le responsabilità si sovrappongono.

E le persone devono continuamente interpretare ciò che intendevi dire.

“Pensavo dovesse occuparsene Luca.”

“Io avevo capito che la priorità fosse un’altra.”

“Ma non avevamo deciso diversamente?”

Non devi spiegare ogni singolo passaggio.

Ma le persone devono sapere che cosa ci si aspetta da loro, con quali priorità e con quale margine di autonomia.

L’ambiguità continua consuma energie.

3. Nascondi gli errori

Hai preso una decisione sbagliata.
Hai sottovalutato un problema.
Hai dato un’indicazione che si è rivelata poco efficace.

Può succedere.

Il problema comincia quando cerchi di nasconderlo, minimizzarlo o attribuirlo ad altri.

Un leader che non può mai sbagliare costringe anche il team a difendersi dai propri errori.

E così le persone imparano presto una lezione:

“Meglio non dire niente.”

Un errore riconosciuto può diventare un’occasione per correggere. Un errore nascosto rischia di diventare un problema più grande.

4. Ti aspetti sempre la perfezione

Fare bene il proprio lavoro è importante.

Pretendere lo stesso livello di perfezione in qualsiasi attività, molto meno.

Non tutto ha lo stesso peso.
Non tutto comporta gli stessi rischi.
Non tutto merita la stessa quantità di tempo e attenzione.

Se ogni documento, e-mail, presentazione o attività deve raggiungere sempre il massimo livello possibile, il team finirà per investire energie anche dove non producono un reale valore aggiunto.

Essere esigenti non significa pretendere che tutto sia perfetto.

Significa anche saper distinguere dove l’errore è critico e dove invece è possibile imparare, correggere e andare avanti.

5. Non riconosci lo sforzo fatto

Quando qualcosa non funziona, intervieni immediatamente.

Quando invece funziona bene?

Silenzio.

Perché in fondo:

“È il loro lavoro.”

Naturalmente non devi complimentarti continuamente con tutti.

Ma se noti soltanto errori, ritardi e mancanze, il messaggio che arriva è piuttosto chiaro: ciò che funziona viene dato per scontato; ciò che non funziona viene immediatamente sottolineato.

Un riconoscimento efficace può essere molto semplice.

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente.”

“Ho visto il lavoro che hai fatto per rispettare la scadenza.”

“Questa soluzione ci ha fatto risparmiare parecchio tempo.”

Ne ho parlato anche nell’articolo “10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori”.

6. Sfianchi il tuo personale

Una settimana particolarmente pesante può capitare.

Una scadenza eccezionale anche.

Il problema è quando l’eccezione diventa la normalità.

Ore che aumentano.
Pause che diminuiscono.
Urgenze continue.

Nuove richieste che si aggiungono senza togliere nulla di ciò che c’era prima.

E magari il collaboratore più disponibile viene caricato ancora di più proprio perché:

“Tanto lui ce la fa.”

La disponibilità delle persone non è una risorsa inesauribile.

Se ogni buon risultato viene premiato semplicemente con altro lavoro, prima o poi qualcosa si rompe: energia, motivazione, qualità oppure fiducia.

7. Sei poco trasparente

Non tutto può essere condiviso.

Esistono informazioni riservate, decisioni non ancora definitive e situazioni nelle quali un responsabile deve necessariamente mantenere discrezione.

Ma riservatezza e mancanza di trasparenza non sono la stessa cosa.

Se il team percepisce che le informazioni circolano soltanto tra pochi, le decisioni arrivano senza spiegazioni e qualcosa viene continuamente lasciato intendere senza essere chiarito, iniziano le interpretazioni.

“Che cosa sta succedendo?”

“Perché loro lo sanno e noi no?”

“Ci stanno nascondendo qualcosa?”

Quando puoi comunicare, comunica.

Quando non puoi farlo, a volte puoi almeno dirlo.

“Su questo non posso ancora darvi informazioni. Appena sarà possibile, vi aggiornerò.”

Anche questa è trasparenza.

8. Hai aspettative poco realistiche

Obiettivi ambiziosi possono stimolare.

Obiettivi percepiti come sistematicamente irraggiungibili producono un effetto molto diverso.

Se le scadenze non tengono conto delle risorse disponibili, se …

continui ad aumentare gli obiettivi senza modificare mezzi e priorità oppure se …

chiedi risultati incompatibili tra loro, non stai necessariamente alzando il livello: potresti semplicemente aumentare la frustrazione.

Prima di chiedere ancora di più, prova a domandarti:

“Con le persone, il tempo e le risorse disponibili, questo obiettivo è realmente raggiungibile?”

Non significa abbassare gli standard.

Significa rendere gli standard credibili.

Quanto dello stress del tuo team dipende anche da te?

Lo stress non nasce da una sola causa.

Può dipendere dal carico di lavoro, dalle responsabilità, dai cambiamenti, dalle caratteristiche personali e da molti altri fattori.

Ma anche il modo in cui un leader organizza, comunica, decide e reagisce può aumentarlo oppure ridurlo.

Ed è questa la parte interessante.

Perché è quella sulla quale puoi lavorare.

Non puoi eliminare tutte le scadenze.
Non puoi evitare ogni imprevisto.
Non puoi rendere semplice qualsiasi periodo difficile.

Puoi però evitare di aggiungere stress inutile allo stress inevitabile.

Una buona leadership non elimina la pressione dal lavoro.
Evita di crearne altra quando non serve.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare? Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Pensa come un coach, muoviti come un coach

manager coach

Che il tuo team sia composto da una persona o da cento, difficilmente otterrai il meglio se tutti aspettano continuamente che sia tu a dire che cosa fare, come farlo e quando farlo.

Hai bisogno anche di collaboratori capaci di pensare con la propria testa.

Assumersi responsabilità.
Portare idee.

Affrontare problemi senza aspettare sempre la soluzione dall’alto.

È qui che alcuni principi del coaching possono diventare interessanti anche per chi guida un team.

Essere leader non significa diventare manager coach

Utilizzare un approccio coaching non significa rinunciare al proprio ruolo di responsabile.

Ci sono momenti in cui devi decidere.

Dare indicazioni.
Stabilire una priorità.
Correggere.

Dire chiaramente:

“Facciamo così.”

Ma ce ne sono altri in cui fornire immediatamente la risposta migliore toglie al collaboratore la possibilità di ragionare, assumersi responsabilità e trovare una propria soluzione.

Il punto non è quindi trasformarti nel coach dei tuoi collaboratori.

È ampliare il tuo modo di guidarli.

Un leader non deve avere sempre la risposta pronta.
A volte deve saper creare lo spazio perché sia il collaboratore a trovarla.

Ecco alcuni modi per farlo.

1. Ascolta e fai domande

Quando qualcuno arriva con un problema, la tentazione è intervenire immediatamente.

Spiegare.
Correggere.
Risolvere.

A volte è necessario.

Altre volte puoi fermarti un momento e fare una domanda.

Invece di:

  • “Non hai ancora finito?”

puoi chiedere:

  • “A che punto sei?”

Invece di:

  • “Perché hai fatto questo errore?”

puoi provare con:

  • “Che cosa è successo?”

Oppure:

  • “Che cosa faresti diversamente la prossima volta?”

E davanti a un problema:

  • “Come pensi che potremmo affrontarlo?”

Non si tratta semplicemente di rendere le domande più gentili.

La differenza è nella responsabilità che lasci all’altra persona.

2. Osserva e approfondisci

Non accontentarti sempre della prima spiegazione.

Un collaboratore non rispetta una scadenza.
Un altro sembra demotivato.
Due persone continuano a entrare in conflitto.

Puoi intervenire immediatamente sul comportamento.

Oppure, come un manager coach, puoi cercare di capire meglio che cosa sta succedendo.

  • “Da quanto tempo succede?”
  • “In quali situazioni accade soprattutto?”
  • “Che cosa sta rendendo difficile il lavoro?”

Approfondire non significa trasformare ogni problema in una seduta di coaching.

Significa evitare di intervenire sui sintomi quando il problema è altrove.

3. Distribuisci responsabilità, non soltanto compiti

C’è una differenza tra dire:

“Fai questo entro venerdì.”

e chiedere a una persona di assumersi realmente la responsabilità di un risultato.

Nel primo caso assegni un’attività.

Nel secondo definisci l’obiettivo, chiarisci i confini e lasci uno spazio nel quale il collaboratore può decidere come arrivarci.

Naturalmente autonomia e responsabilità devono essere adeguate all’esperienza, alle competenze e al ruolo della persona.

Ma se decidi sempre tutto tu, non puoi sorprenderti se il team continua a dipendere da te.

Se vuoi collaboratori più autonomi, devi lasciare anche uno spazio nel quale esercitare l’autonomia.

4. Sviluppa le persone, non soltanto il lavoro

Quando la pressione aumenta, è facile concentrarsi esclusivamente su ciò che deve essere fatto.

La scadenza.
Il cliente.
Il risultato.
Il problema da risolvere.

Ma guidare un team significa anche chiedersi:

  • “Che cosa può imparare questa persona da questa situazione?”
  • “Quale responsabilità potrebbe assumersi?”
  • “Dove ha bisogno di crescere?”

Non significa trasformare ogni giornata in un’attività formativa.

Significa non considerare il collaboratore soltanto qualcuno al quale assegnare compiti.

Un team cresce anche quando crescono le persone che ne fanno parte.

5. Facilita l’apprendimento

Se ogni volta che emerge un problema intervieni con la soluzione, probabilmente andrai più veloce.

Quella volta.

Ma la volta successiva potresti ritrovarti davanti allo stesso problema e alla stessa richiesta:

“Che cosa devo fare?”

Puoi invece aiutare la persona a ricostruire ciò che è successo:

  • che cosa ha funzionato;
  • che cosa non ha funzionato;
  • che cosa ha imparato;
  • che cosa potrebbe fare diversamente la prossima volta.

Dare una risposta risolve un problema. Aiutare qualcuno a ragionare può renderlo più capace di affrontare anche il prossimo.

6. Mantieni il focus

Fare domande non significa lasciare che la conversazione vada ovunque.

Il ruolo del responsabile rimane.
L’obiettivo deve essere chiaro.

Così come devono esserlo aspettative, responsabilità e risultati.

Se la conversazione si disperde, riportala al punto.

“Qual è il problema che dobbiamo risolvere?”
“Qual è il risultato che vogliamo ottenere?”
“Qual è il prossimo passo concreto?”

Un approccio coaching non elimina direzione e responsabilità.

Le rende più partecipate quando è possibile farlo.

7. Assicurati che ci sia comprensione

Hai spiegato.
Hai dato un feedback.
Avete concordato cosa fare.

Non dare automaticamente per scontato che entrambi abbiate capito la stessa cosa.

Puoi chiedere:

“Come procediamo quindi?”
“Qual è la priorità che ti porti via da questo confronto?”
“Che cosa farai come primo passo?”

Non è un interrogatorio.

È un modo semplice per verificare che una conversazione abbia prodotto chiarezza e non soltanto parole.

Il manager coach sfida prima di tutto se stesso

Forse è questo il punto più difficile.

Fare un passo indietro quando avresti già la soluzione.

Ascoltare fino in fondo.

Resistere alla tentazione di correggere immediatamente.

Lasciare che qualcuno trovi una strada diversa dalla tua.

Accettare che autonomia significhi anche non avere tutto sotto controllo.

Non sempre è possibile.
E non sempre è opportuno.

Ma se vuoi un team capace di assumersi maggiori responsabilità, non puoi essere contemporaneamente la persona che decide, risolve e controlla tutto.

Pensa come un manager coach quando serve.

Fai domande.
Ascolta.
Approfondisci.

Poi torna pienamente nel tuo ruolo di leader quando è il momento di decidere.

L’approccio coaching non sostituisce la leadership.
Aggiunge uno strumento: aiutare le persone a diventare progressivamente meno dipendenti dalle tue risposte.

Se senti che nella gestione del tuo team finisci per intervenire, decidere o risolvere troppo spesso al posto degli altri, contattami.

Possiamo partire proprio dal tuo modo di guidare le persone.

9 modi per aumentare la tua forza mentale

forza mentale
Affrontare la concorrenza.
Recuperare rapidamente dagli errori.
Riconquistare l’autostima dopo un fallimento.

Gestire situazioni complesse.
Elaborare strategie.
Guidare collaboratori e colleghi.

Il mondo del lavoro non è mai stato così difficile e complesso.

Come ribadisco nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025,
non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.

È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è evidente.
La vedi,
la misuri,
la riconosci.

La forza mentale no.

Eppure, è quella che fa la differenza quando la pressione aumenta, quando sbagli, quando tutto sembra andare storto.

Costruire forza mentale è difficile

Ma si può allenare.

La forza mentale cresce con la pratica.

Ti permette di seguire i tuoi obiettivi,
superare le difficoltà
e affrontare le avversità con fiducia.

È indispensabile se vuoi avere successo.

Hai chiaro cosa significa davvero?
Cosa ti porterà risultati nel lavoro e nella vita?

Hai la forza mentale giusta per gestire le emozioni, i pensieri e i comportamenti?

Ecco 9 modi per aumentare la tua forza mentale:

1. Avere autocontrollo

Quando non ci sentiamo abbastanza forti, spesso attacchiamo.

Aggrediamo per gestire il conflitto.

I leader più solidi sanno che non serve essere aggressivi.

Perché hanno potere.

Essere il più duro, il più cattivo o il più rumoroso non significa essere forti.

È solo bullismo.
Spacconeria.

Autocontrollo significa:
domare impulsi,
desideri e pensieri,
gestire le emozioni,
incanalare l’energia in modo costruttivo.

Non è facile.
E non è da tutti.

Controlla te stesso.
Non cercare di controllare gli altri.

Gestisci i tuoi punti deboli.
Non coprirli.

2. Usare pensiero positivo e negativo

Essere positivi non significa essere ottimisti ingenui.

Gli ottimisti creduloni aspettano che le cose migliorino.

Le persone mentalmente forti si adattano.

Scelgono di essere positive per trovare soluzioni,
ma usano anche il pensiero negativo in modo strategico:
prepararsi al peggio,
essere prudenti,
valutare i rischi.

Equilibrio,
non illusione.

3. Usare un dialogo interno potenziante

Il tuo dialogo interiore influenza profondamente
come ti senti
e come agisci.

La profezia che si auto-avvera funziona. Eccome.

  • “Tanto sbaglio sicuramente.”
  • “ Lo sapevo che fallivo.”
  • “ Non troverò mai più lavoro.”
  • “ Sono un perdente.”

Cosa diresti a un amico che parla così di sé?

Sostituisci i pensieri distruttivi con pensieri realistici. Offriti parole gentili.

Parla a te stesso
come parleresti al tuo caro amico.

4. Prendere in carico le emozioni

Essere di cattivo umore capita.
Lasciare che le emozioni guidino la tua vita, no.

Quando le emozioni prendono il controllo,
la forza mentale si indebolisce.

Osserva come influenzano le tue scelte.
Riprendi il comando.

Affronta il disagio.
Allenati a tollerarlo.

Più lo fai,
più diventi capace di affrontare nuove sfide.

5. Tirare fuori la grinta

Talento e intelligenza aiutano.
Ma non bastano.

Serve grinta.
Tenacia.
Perseveranza.

Ricercatori come Angela Duckworth lo dimostra:
la grinta conta più del talento.

Se non ti senti geniale, brillante o fortunato,
questa è una buona notizia.

Il talento è utile. La grinta è decisiva.

Se vuoi approfondire il tema “grinta” puoi leggere il mio post
“Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!”

6. Uscire dalla zona di comfort

Essere comodi è piacevole.
Ma non rafforza.

Entrare regolarmente in situazioni nuove
costruisce forza mentale.

Non serve fare imprese estreme.

Bastano piccoli sconfinamenti:
nuove persone,
nuove richieste,
nuove sfide.

All’inizio è scomodo.
È normale.

Più disagio attraversi, più diventi resistente.

7. Non temere il fallimento

Non è il successo a costruire la forza mentale.

È la mancanza di successo.

Gli errori insegnano cosa cambiare.
Sono gradini,
non condanne.

Continua a provare.
Aggira gli ostacoli.
Usa i fallimenti per diventare più forte.

Le persone che ammiri
non sono quelle che non cadono,
ma quelle che si rialzano.

8. Vivere nella realtà

Illusioni e fantasie proteggono dal dolore,
ma allontanano dalla crescita.

La persona mentalmente forte accetta la realtà, anche quando è scomoda.

Restare nel disagio richiede coraggio.

Meno scappi,
meno potere hanno paura e ansia.

9. Accettare la paura aumenta la forza mentale

Avere paura è normale.
Combatterla, no.

La paura va accettata.
A volte “ringraziata”.

Ci rende prudenti.
Ci protegge.
Salva.

Senza paura saremmo imprudenti, temerari, pericolosi per noi stessi.

Quando affronti ciò che ti spaventa,
chiediti:
che valore può avere questa azione per me?

Trasforma la paura in alleata.
Usala per avanzare con più consapevolezza.

In conclusione

La forza mentale non è durezza.

È la capacità di restare lucidi, presenti e responsabili anche quando sarebbe più facile mollare.

Se dopo una pausa o una delusione professionale
senti di aver perso sicurezza …

il coaching mirato può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza.

Scopri “Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”.

Il segreto definitivo per piacere al tuo team

piacere al team

Ti sei mai chiesto che cosa fare per piacere al team?

Come comportarti.
Che cosa dire.
Quanto essere disponibile.
Quando lasciar correre.
Come evitare di creare tensioni.

È comprensibile.

Nessun responsabile desidera entrare in ufficio e percepire ostilità, distanza o insofferenza da parte del proprio team.

Il problema nasce quando il desiderio di avere una buona relazione si trasforma nel bisogno di essere apprezzati.

Perché da quel momento potresti iniziare a prendere decisioni non più in funzione di ciò che ritieni giusto, ma della reazione che temi di provocare.

Il bisogno di piacere al team può complicare la leadership

Un collaboratore sta lavorando male, ma rimandi il confronto.

Devi dire no a una richiesta, ma cerchi una soluzione che non scontenti nessuno.

Dovresti correggere un comportamento, ma temi di compromettere il rapporto.

Hai preso una decisione impopolare e senti immediatamente il bisogno di giustificarla più del necessario.

Perché?

A volte perché essere apprezzati è rassicurante.

Specialmente quando non ci sentiamo ancora completamente solidi nel nostro ruolo.

Ma guidare un team significa anche affrontare situazioni nelle quali qualcuno potrebbe non essere contento di ciò che decidi.

Se hai bisogno che tutti siano contenti di te, alcune decisioni necessarie diventeranno molto difficili da prendere.

Cercare di piacere può farti perdere autorevolezza

Il problema non è essere gentili.

Non è avere un buon rapporto con i collaboratori.

Non è ridere insieme, interessarsi alle persone o creare un ambiente piacevole.

Tutto questo è importante.

Il problema comincia quando la relazione diventa il criterio con cui prendi le decisioni.

Potresti iniziare a:

  • evitare conversazioni difficili;
  • concedere eccezioni che non concederesti ad altri;
  • tollerare comportamenti che andrebbero affrontati;
  • dire sì quando vorresti o dovresti dire no;
  • cercare continuamente conferme sul tuo operato.

E a quel punto succede qualcosa di paradossale.

Nel tentativo di preservare la relazione, rischi di renderla meno chiara.

I collaboratori non sanno più dove siano i confini.

Non capiscono fino a che punto possono spingersi.

E tu potresti accumulare irritazione proprio perché continui ad accettare cose che non vorresti accettare.

Non devi scegliere tra essere apprezzato ed essere autorevole

È una falsa alternativa.

Non devi diventare rigido per dimostrare di essere forte.

E non devi creare distanza per ricordare agli altri che sei il responsabile.

Puoi essere disponibile e dire no.
Puoi ascoltare e poi decidere diversamente.
Avere un buon rapporto con una persona e darle un feedback che non le piacerà.

Puoi comprendere una difficoltà senza necessariamente accettare qualsiasi comportamento.

Puoi dire:

  • “Capisco la tua richiesta, ma questa volta non posso accoglierla.”

Oppure:

  • “So che quello che sto per dirti potrebbe non farti piacere, ma dobbiamo affrontare questo punto.”

O ancora:

  • “Ti ascolto volentieri, ma la decisione rimane questa.”

Autorevolezza e relazione non sono opposte.

La difficoltà sta nel riuscire a mantenere entrambe.

È un tema che ho approfondito anche in “Troppo buono? Occhio alla leadership”.

Non cercare di piacere a tutti

Ci saranno collaboratori con i quali avrai maggiore sintonia.

Altri con cui il rapporto sarà più professionale.

Qualcuno apprezzerà il tuo modo di guidare. Qualcun altro meno.

Non puoi controllarlo completamente.

E probabilmente non dovresti neppure provarci.

Ciò che puoi controllare è altro.

Essere corretto.
Essere coerente.
Ascoltare.
Spiegare quando serve.
Prendere posizione.
Riconoscere un errore.

Utilizzare criteri il più possibile equi.

E assumerti la responsabilità delle tue decisioni.


Vuoi potenziare la tua comunicazione con il tuo team?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

E allora qual è il segreto definitivo per piacere al team?

Probabilmente smettere di cercare di piacergli.

Non nel senso di disinteressarti delle persone.

Esattamente il contrario.

Significa prendere abbastanza sul serio il rapporto da non costruirlo sull’approvazione.

Essere disponibile senza diventare compiacente.
Essere vicino senza perdere il ruolo.
Essere fermo senza diventare rigido.

E accettare che, qualche volta, una buona decisione possa anche non piacere.

Il rispetto che costruisci nel tempo vale più dell’approvazione che riesci a ottenere sul momento.

Se senti che il bisogno di evitare tensioni, dire sempre sì o essere apprezzato sta rendendo più difficile il tuo ruolo di responsabile, contattami.

Possiamo lavorare proprio sul modo in cui eserciti autorevolezza senza perdere la qualità della relazione con il team.

6 motivi perché non ascolti mai i tuoi collaboratori

ascoltare collaboratori

Se non sai ascoltare, come puoi pretendere di ascoltare i collaboratori?

Ascoltare non significa semplicemente sentire.

Puoi essere davanti a un collaboratore, annuire, guardarlo e perfino rispondergli senza aver realmente ascoltato ciò che stava cercando di dirti.

Magari hai già deciso che cosa pensare.

Stai preparando la risposta.

Oppure hai capito le prime tre parole e sei già arrivato alle tue conclusioni.

Per un collaboratore è frustrante scoprire che una richiesta, una difficoltà o un punto di vista sono stati ascoltati a metà, fraintesi o liquidati troppo velocemente.

Non significa che devi essere sempre disponibile.

E neppure che devi essere d’accordo.

Significa concedere all’altra persona, quando decidi di ascoltarla, la tua attenzione reale.

Ascoltare non significa dare ragione.
Significa capire prima di decidere che cosa farne.

Perché allora è così difficile ascoltare i collaboratori?

Ecco 6 motivi.

1. Non hai tempo

Siamo realistici.

Hai una riunione tra dieci minuti.
Una scadenza da rispettare.
Un cliente che aspetta una risposta.
Un problema da risolvere.

E proprio in quel momento un collaboratore arriva con:

“Hai cinque minuti?”

La tentazione è ascoltare mentre continui a leggere l’e-mail, guardare l’orologio o pensare alla riunione successiva.

Ma l’ascolto non dipende soltanto dalla quantità di tempo. Dipende dalla qualità dell’attenzione.

Cinque minuti di attenzione reale possono essere più utili di venti trascorsi facendo altro.

E se quei cinque minuti non li hai?

Dillo.

  • “Adesso non riesco ad ascoltarti come vorrei. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, ricordati di farlo.

2. Sei troppo concentrato sull’azione

Hai un problema?
Risolviamolo.

C’è qualcosa che non funziona?
Correggiamolo.

Qualcuno arriva con una difficoltà?
Troviamo subito la soluzione.

Essere orientati all’azione è una qualità importante.

Ma può diventare un limite quando inizi a risolvere un problema prima ancora di averlo compreso.

Il collaboratore sta ancora parlando e tu stai già pensando:

“Ho capito. Facciamo così.”

Forse hai davvero capito.

Oppure hai capito soltanto ciò che ti aspettavi di sentire.

Se mentre l’altro parla stai già preparando la risposta, una parte del tuo ascolto è già finita.

3. Pensi di sapere già tutto

Ci sono conversazioni che sembrano prevedibili.

Conosci quella persona.
Conosci quel problema.

È già successo.

Sai già dove vuole arrivare.

E così interrompi.

  • “Sì, sì. Ho capito.”
  • “So già cosa vuoi dirmi.”
  • “Aspetta, fammi indovinare…”

Può anche darsi che tu abbia ragione.

Ma se parti dalla convinzione di conoscere già il finale, rischi di non accorgerti di ciò che questa volta è diverso.

Ascoltare i collaboratori richiede anche la disponibilità a scoprire che la tua prima interpretazione potrebbe essere incompleta.

4. Ti annoi

Non tutti comunicano nello stesso modo.

C’è chi arriva subito al punto.
Chi deve contestualizzare.
Chi ripete.
Chi apre parentesi.
Chi impiega dieci minuti per raccontare qualcosa che tu avresti spiegato in due.

E magari dopo un po’ pensi:

  • “Dove vuole arrivare?”

Ascoltare non significa però lasciare che qualsiasi conversazione proceda senza limiti.

Puoi aiutare la persona a focalizzarsi.

  • “Qual è il punto principale sul quale vuoi confrontarti con me?”

Oppure:

  • “Proviamo a concentrarci su quello che dobbiamo risolvere.”

Ascoltare e dare una direzione alla conversazione possono convivere.

5. Hai troppe distrazioni

Il telefono vibra.
Arriva un’e-mail.
Qualcuno passa davanti alla porta.
Tra poco hai una riunione.
Sul monitor c’è ancora il documento che stavi preparando.

E intanto il collaboratore parla.

Tu ci sei.

Ma solo in parte.

Il problema è che spesso la distrazione si vede.

Se hai deciso di dedicare qualche minuto a quella conversazione:

  • allontana il telefono;
  • smetti di scrivere;
  • chiudi ciò che ti distrae sullo schermo;
  • guarda la persona mentre parla.

Non serve creare un rituale.
Serve semplicemente esserci.

Se invece non puoi farlo, è più corretto dire:

  • “Questo è importante. Adesso però non riuscirei a darti la giusta attenzione. Possiamo riprenderlo dopo?”

6. Hai paura di ciò che comporta ascoltare

Questo è forse il punto più interessante.

A volte non ascoltiamo perché temiamo che farlo significhi perdere una parte della nostra autorità.

Se ascolto, dovrò accettare quello che mi chiede?

Se chiedo un’opinione, penseranno che non so decidere?

Se apro la discussione, poi dovrò cambiare idea?

Se accolgo una difficoltà personale, diventerò responsabile anche di quella?

No.

Ascoltare i collaboratori non significa:

  • essere d’accordo;
  • accettare ogni richiesta;
  • rinunciare a decidere;
  • farsi carico di qualsiasi problema;
  • trasformarsi nel terapeuta del proprio team.

Puoi ascoltare attentamente e poi dire:

  • “Capisco il tuo punto di vista, ma la decisione rimane questa.”

Oppure:

  • “Quello che mi hai detto cambia alcuni aspetti. Ci rifletto e ti do una risposta.”

O anche:

  • “Su questo posso venirti incontro. Su quest’altro no.”

L’ascolto non ti toglie autorevolezza. Ti permette di decidere dopo aver compreso meglio ciò che hai davanti.

È anche uno dei principi che ho approfondito in “Pensa come un coach, muoviti come un coach”: non avere sempre la risposta pronta può aiutare le persone ad assumersi maggiore responsabilità.

Ascoltare crea relazione. Ma soprattutto crea comprensione

Non devi trasformarti improvvisamente nel leader che passa le giornate ad ascoltare tutti.

Comincia dalle conversazioni che già hai.

Quando un collaboratore entra nel tuo ufficio, prova a chiederti:

“Lo sto davvero ascoltando o sto aspettando che finisca?”

A volte bastano pochi minuti.
Una domanda in più.
Un’interruzione in meno.
Il telefono lasciato sul tavolo.

La disponibilità a non arrivare immediatamente alla conclusione.

Non devi necessariamente fare ciò che i tuoi collaboratori ti chiedono. Ma prima di decidere, dovresti almeno aver capito che cosa ti stanno dicendo.

Un leader autorevole non ascolta perché non sa che cosa fare.
Ascolta perché non presume di sapere tutto prima ancora di aver sentito.

Se senti che nella relazione con il tuo team fai fatica ad ascoltare, farti ascoltare o mantenere autorevolezza senza irrigidirti, scopri il percorso di coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

maggiori responsabilità

Sei bravo in quello che fai.

A un certo punto è naturale desiderare qualcosa di più.

Un progetto più importante.
Un ruolo più ampio.
Un team da guidare.
Più autonomia e maggiori responsabilità.

Poi quel momento arriva.

E dopo l’entusiasmo iniziale potresti ritrovarti a pensare:

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Maggiori responsabilità. Fantastico? Non sempre

Da fuori vedevi soprattutto le opportunità.

Adesso senti anche il peso.

Più decisioni.
Più pressione.
Più aspettative.

Problemi che prima arrivavano sulla scrivania del tuo responsabile e che adesso arrivano sulla tua.

E magari cominci a chiederti:

  • “Sono davvero all’altezza?”
  • “Ho fatto bene ad accettare?”
  • “E se avessi sopravvalutato le mie capacità?”

Non sono necessariamente domande preoccupanti.

Un nuovo ruolo può mettere in discussione sicurezze che nel ruolo precedente avevi costruito nel tempo.

Prima di concludere che hai commesso un errore, prova a ricordare queste 7 cose.

1. Stai vedendo anche il rovescio della medaglia

Prima di accettare eri inevitabilmente più concentrato su ciò che il nuovo ruolo poteva offrirti.

La crescita.
Il riconoscimento.
La possibilità di decidere.
Una maggiore autonomia.

Adesso potresti fare esattamente il contrario: vederne il prezzo.

Non significa che devi convincerti che tutto vada bene.

Significa semplicemente evitare di valutare il nuovo ruolo nel momento in cui stai sperimentando (soprattutto) la parte più difficile.

Datti il tempo di conoscerlo davvero.

2. Maggiori responsabilità significano anche maggiore pressione

Non c’è niente di strano.

Prima potevi portare un problema al tuo responsabile.

Adesso potresti essere tu la persona alla quale gli altri portano il problema.

Prima alcune decisioni non dipendevano da te.

Adesso sì.

Crescere professionalmente non significa soltanto avere più possibilità. Significa anche dover sostenere una quota maggiore di complessità.

La domanda quindi non è:

  • “Perché faccio così fatica?”

Potrebbe essere più utile chiederti:

  • “Quale nuova responsabilità devo ancora imparare a gestire?”

3. Chiedere aiuto non significa essere inadatto al ruolo

Uno dei rischi quando assumi maggiori responsabilità è pensare di dover dimostrare immediatamente di meritare la fiducia ricevuta.

E allora fai tutto da solo.

Non chiedi.
Non mostri dubbi.
Cerchi di avere sempre una risposta.

Per paura che qualcuno pensi:

  • “Forse non era pronto.”

Ma avere maggiori responsabilità non significa dover sapere già fare tutto.

Puoi confrontarti con un collega.
Chiedere un parere al tuo responsabile.
Cercare qualcuno che ha già affrontato una situazione simile.

Chiedere supporto non riduce la tua autorevolezza.

A volte dimostra semplicemente che sai riconoscere dove hai bisogno di crescere.

4. Non guidare pensando continuamente al giudizio degli altri

I collaboratori avranno un’opinione sul tuo modo di guidare.

Il tuo responsabile valuterà i tuoi risultati.

I colleghi commenteranno alcune tue decisioni.

Fa parte del ruolo.

Il problema nasce quando il giudizio degli altri diventa il criterio con cui inizi a decidere.

  • “Che cosa penseranno se dico di no?”
  • “E se questa decisione non piace?”
  • “E se il mio capo pensa che non sono capace?”

Ascoltare i feedback è importante.

Cercare continuamente approvazione è un’altra cosa.

Non tutte le decisioni che mettono in discussione la tua sicurezza mettono in discussione la tua capacità.

5. Una parte del disagio può dipendere semplicemente dal fatto che è nuovo

Nel vecchio ruolo sapevi come muoverti.

Conoscevi le persone.
I problemi erano familiari.
Avevi costruito automatismi e sicurezza.

Nel nuovo ruolo, parte di quella sicurezza deve essere ricostruita.

Per questo una difficoltà iniziale non dimostra automaticamente che hai fatto la scelta sbagliata.

Quando senti salire il dubbio, può essere utile ricordarti:

  • “Non devo sapere già gestire tutto. Sto ancora imparando questo ruolo.”

Naturalmente non tutto il disagio deve essere normalizzato.

Se dopo tempo sufficiente il ruolo continua a essere incompatibile con ciò che vuoi, con le tue possibilità o con le condizioni nelle quali lavori, quella è un’altra riflessione.

Ma non confondere troppo velocemente la fatica di imparare con la prova di aver sbagliato strada.

6. Non lasciare che la paura decida al posto tuo

La paura non è necessariamente un problema.

Può renderti più prudente.
Spingerti a controllare.
Farti considerare cose che avevi trascurato.

Il problema arriva quando cominci a rimandare continuamente perché vuoi essere sicuro di non sbagliare.

Aspetti.
Rivaluti.
Chiedi un altro parere.

E intanto la decisione rimane lì.

In un ruolo di responsabilità non potrai avere sempre tutte le informazioni né la certezza del risultato.

Dovrai imparare a distinguere tra prudenza utile e paura che immobilizza.

È un tema che ho approfondito anche in “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

7. Concentrati su ciò che puoi modificare

Quando tutto sembra troppo, il rischio è guardare il nuovo ruolo come un unico grande problema.

Prova invece a scomporlo.

Che cosa ti pesa realmente?

La quantità di lavoro?
La gestione del team?
Il rapporto con il tuo responsabile?
Le decisioni?
Le aspettative che hai su te stesso?
La difficoltà a delegare?

A seconda della risposta, puoi:

  • chiedere supporto a un collega, responsabile, mentore o coach;
  • chiarire aspettative e priorità;
  • delegare maggiormente;
  • comunicare rischi e difficoltà prima che diventino emergenze;
  • rivedere aspettative eccessive su te stesso;
  • individuare una competenza specifica sulla quale lavorare.

Non devi necessariamente risolvere “il nuovo ruolo”. Devi capire quale parte del nuovo ruolo ti sta mettendo maggiormente in difficoltà.

Pentirsi non significa necessariamente aver sbagliato scelta

Può darsi che, dopo aver valutato bene la situazione, tu scopra che quel ruolo non fa per te.

È possibile.

Ma può anche darsi che tu stia attraversando la parte meno piacevole di ogni passaggio professionale: quella in cui il vecchio modo di lavorare non basta più e il nuovo non è ancora diventato naturale.

Non arrivare troppo velocemente alla conclusione:

  • “Non sono fatto per questo.”

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa, esattamente, mi sta mettendo in difficoltà?”

È una domanda meno definitiva.
E molto più utile.

Se ti stai pentendo del nuovo ruolo, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

12 Tratti che identificano un manager incompetente

manager incompetente
Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta affrettata potrebbe essere:
ottenere buoni risultati.

È una risposta semplice.
Troppo semplice.

I risultati si vedono nel presente,
non raccontano come ci si è arrivati.

Sono influenzati dal contesto, dal team, da fattori esterni e spesso da circostanze difficilmente replicabili.

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi professionali (grandi o piccoli, poco importa) è utile capire cosa fanno i manager di successo.

Ma è altrettanto importante sapere cosa fanno di sbagliato i manager incompetenti.

Ecco 12 tratti ricorrenti.

1. Non prende mai decisioni

Trova sempre ottimi motivi per:

  • attendere
  • rimandare
  • raccogliere altre informazioni
  • ascoltare nuove opinioni

Paura di sbagliare.
Timore di fallire.

La paura può trasformarsi in prudenza.
E a volte è un bene.

Ma quando non si decide mai,
la prudenza diventa paralisi.

Il manager incompetente spera, inconsciamente,
che il problema si risolva da solo.

Pessima idea.

Decidere — anche sbagliando — è sempre meglio che non decidere.

2. Il manager incompetente esagera con la segretezza

Bocca cucita.
Sguardo enigmatico.
Cenni d’intesa con pochi “eletti”.

Perché se il personale sapesse… “non capirebbe”.

In realtà, le vere ragioni per la riservatezza sono pochissime.

Un leader sicuro le riconosce subito.

Un leader insicuro ama i segreti e paga il prezzo in fiducia e trasparenza.

Se tratti i collaboratori come bambini,
si comporteranno come tali.

Se li tratti da adulti, risponderanno da adulti.

3. È troppo sensibile con i collaboratori

Il manager insicuro vuole essere amato.
E per questo evita confronti chiari.

Se descrivi spesso il tuo team come “troppo sensibile”, forse stai parlando di te.

Quando l’autorità non è solida:

  • i problemi non si risolvono
  • crescono
  • “l’amore” verso il leader svanisce

4. Delega senza controllare

Delega tutto ciò che non sa fare.
Anche ciò che è critico.

All’inizio sembra una buona idea.
Poi diventa un rischio enorme.

La fiducia senza controllo non è leadership, è abdicazione.

Quando qualcosa va storto,
è troppo tardi per scaricare la colpa.


Vuoi lavorare su autorevolezza e carisma?

Ne parlo in modo pratico nei miei libri:

“Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025)

e “Prima volta Leader”.

5. Ama in modo maniacale le procedure

Le procedure servono a velocizzare,
non a sacralizzare.

L’ossessione per il metodo spesso nasconde un’incapacità più profonda: non saper dare priorità.

Ci si perde in processi,
mentre le decisioni vitali restano ferme.

6. È ostaggio del personale

Quando un manager comunica (anche involontariamente) che un collaboratore è indispensabile, perde potere.

La “santificazione” di un collaboratore distrugge il team.

Gli altri si sentono traditi.
La leadership si indebolisce.

7. Predilige collaboratori deboli

Il manager incompetente teme chi è più competente.
Ha paura del talento.

Il leader eccellente fa il contrario:
si circonda di persone migliori.

Se temi la competizione,
devi ancora lavorare sulla tua leadership.

8. Va in tilt sotto pressione

Predica calma.
Ma è il primo a perderla.

La pressione è normale.
La gestione emotiva è competenza.

Se crolli tu, crolla il team.

9. Crea stress inutile

Tutto è urgente.
Sempre.

Compiti assegnati all’ultimo minuto.
Richieste improvvise.
Aspettative di perfezione.

Spesso il problema è uno solo: mancanza di pianificazione.

10. Si concentra sui dettagli insignificanti

Assume persone di valore ma poi non si fida.

Controlla tutto.
Decide tutto.
Blocca tutto.

Risultato?
Motivazione uccisa.

Puoi approfondire con il mio post su micro-management:
“Il tuo team lavora solo quando ci sei: leader o controllore?”

11. Il manager incompetente è allergico alle scadenze

Una scadenza è un impegno.

Senza scadenze:

  • non c’è traguardo
  • non c’è soddisfazione
  • ancor meno crescita

12. Lavora troppo

Ti vanti di straordinari a doppia cifra?
Non vedi mai la luce del sole?

Lavorare troppo non è eroismo.
È spesso incompetenza.

Chi non sa gestire sé stesso non dovrebbe gestire gli altri.

In conclusione

Un manager competente
non è quello che “fa tutto”.

È quello che:

  • decide
  • comunica
  • regge la pressione
  • costruisce persone, non dipendenze

La leadership non è una posa.
È una responsabilità quotidiana.

Ed è lì che inizia
la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Un segreto per aumentare il tuo carisma

carisma

Ti capita di sentirti a disagio quando durante una conversazione cala il silenzio?

Cerchi subito qualcosa da dire?

Una domanda.
Un commento.
Qualsiasi cosa pur di riempire quello spazio.

Forse temi che, se non parli, l’altro possa trovarti poco interessante.

È comprensibile.

Il silenzio durante una conversazione può metterci a disagio.

E così lo riempiamo.

Parliamo.
Spieghiamo.
Aggiungiamo dettagli.
Ripetiamo ciò che abbiamo già detto.

Magari finiamo per parlare molto più del necessario.

Eppure una parte della nostra capacità di comunicare dipende proprio da ciò che sappiamo fare quando smettiamo di parlare.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio

Il silenzio può creare distanza.

Può essere usato per punire.
Può trasmettere disinteresse.

Ma può anche creare spazio.

Per ascoltare.
Pensare.

Lasciare che una domanda produca il suo effetto.

Dare maggiore peso a ciò che abbiamo appena detto.

Il silenzio non rende automaticamente carismatici.
Ma non averne paura cambia il modo in cui comunichiamo.

Ecco 7 motivi per cui può diventare un tuo alleato.

1. Parlare è solo una parte della comunicazione

L’altra è ascoltare.

Sembra banale.

Eppure durante una conversazione spesso non ascoltiamo realmente: aspettiamo semplicemente il nostro turno per parlare.

Pensiamo alla risposta.
Prepariamo l’obiezione.
Cerchiamo l’esempio da raccontare.

Oppure aspettiamo quella piccola pausa che ci permetterà di intervenire.

Il silenzio interrompe questo automatismo.

Ti permette di lasciare spazio all’altra persona senza dover immediatamente occupare quello spazio con le tue parole.

2. Il silenzio è una parte normale della conversazione

Non tutte le pause devono essere riempite.

Hai fatto una domanda?

Aspetta.

L’altra persona sta cercando le parole?

Aspetta.

Hai appena espresso un concetto importante?

Non è necessario aggiungerne immediatamente un altro.

Una pausa non significa necessariamente che la conversazione si sia inceppata.

Può semplicemente significare che qualcuno sta pensando.

A volte continuiamo a parlare proprio nel momento in cui sarebbe più utile fermarci.

3. Non devi essere sempre brillante

Carisma e loquacità non sono la stessa cosa.

Non devi avere continuamente qualcosa di interessante da raccontare.
Non devi essere quello che intrattiene il gruppo.
Non devi avere sempre la battuta pronta.

E soprattutto non devi dimostrare la tua presenza occupando ogni spazio della conversazione.

Una persona può parlare poco e avere carisma.

Può intervenire raramente e farsi ascoltare.
Può non essere particolarmente espansiva e lasciare comunque un’impressione forte.

Il punto non è quanto parli.

È che cosa accade quando parli e quando ascolti.

4. Se non hai niente da dire, puoi anche tacere

Non tutte le situazioni richiedono una risposta immediata.

A volte non sai ancora che cosa pensare.

Oppure senti che stai per rispondere sull’onda dell’irritazione.

Forse non hai capito abbastanza.

O semplicemente non hai niente di utile da aggiungere.

In questi casi il silenzio può essere preferibile alla prima cosa che ti viene in mente.

Puoi anche dire:

  • “Ci penso un momento.”
  • “Non ho ancora una risposta.”
  • “Vorrei capire meglio prima di risponderti.”

Non diminuisce necessariamente la tua autorevolezza. Il tuo carisma.

Al contrario, può mostrare che non senti il bisogno di reagire immediatamente a tutto.

5. Il silenzio può migliorare le relazioni

Pensa a una conversazione nella quale ti sei sentito veramente ascoltato.

Probabilmente l’altra persona non ha parlato continuamente.

Ti ha lasciato finire.

Non ha trasformato immediatamente ciò che raccontavi in una propria esperienza.
Non ha cercato subito di risolvere il tuo problema.

Ti ha dato spazio.

Questo vale con un collaboratore, un collega, un cliente e anche nelle relazioni personali.

Ascoltare comunica interesse.

Non significa essere d’accordo.

Significa concedere all’altro abbastanza spazio da capire davvero che cosa sta cercando di dirti.

6. Non avere paura del silenzio trasmette carisma

C’è una differenza tra tacere perché non sai che cosa dire e non sentire il bisogno di parlare per dimostrare che ci sei.

La seconda condizione richiede una certa sicurezza.

Durante una riunione, per esempio, potresti non intervenire immediatamente.

Ascolti.
Osservi.
Lasci parlare gli altri.

Poi intervieni quando hai qualcosa che ritieni utile aggiungere.

Non significa che parlare poco renda automaticamente più autorevoli.

Ma liberarsi dall’obbligo di intervenire continuamente può rendere la comunicazione più essenziale, più calma e più credibile.

7. Il silenzio può essere efficace anche sul lavoro

Immagina di aver fatto una domanda importante a un collaboratore.

“Che cosa pensi sia successo?”

Lui rimane in silenzio qualche secondo.

Tu senti l’impulso di aiutarlo.
Riformuli la domanda.
Aggiungi una spiegazione.
Suggerisci una possibile risposta.

E magari proprio in quel momento hai tolto spazio alla sua riflessione.

Prova invece ad aspettare.

Il silenzio può essere utile anche:

  • dopo una domanda importante;
  • prima di rispondere a una provocazione;
  • quando vuoi evitare una reazione impulsiva;
  • dopo aver espresso un concetto che vuoi lasciare sedimentare;
  • quando l’altra persona ha bisogno di qualche secondo per formulare ciò che pensa.

Non deve diventare una tecnica per mettere l’altro sotto pressione.

Il silenzio funziona quando crea spazio, non quando viene utilizzato come strumento di potere.

È anche uno dei motivi per cui, se vuoi essere un leader efficace, può essere utile parlare meno e ascoltare di più.

Il carisma non ha bisogno di riempire ogni spazio

Forse il vero punto è questo.

Quando cerchi continuamente qualcosa da dire, una parte della tua attenzione rimane concentrata su di te.

“Che cosa dico adesso?”
“Sto facendo una buona impressione?”
“Mi troverà interessante?”

Quando smetti di preoccuparti di riempire ogni pausa, puoi dedicare più attenzione a ciò che sta realmente accadendo nella conversazione.

All’altra persona.
A ciò che dice.
A ciò che vuoi dire davvero.

E anche a ciò che non ha bisogno di essere detto.

Il carisma non consiste nel riuscire ad attirare continuamente l’attenzione.
A volte comincia dalla capacità di non averne continuamente bisogno.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Prima di essere un grande leader devi essere un grande Uomo

grande leader

O una grande donna.

Tanti pensano di essere leader.
La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande leader devi essere una grande persona.
Possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”
Wolf J. Rinke

Avere PERSEVERANZA

La perseveranza è un tratto comune tra i grandi leader.
È resistenza contro le difficoltà, gli ostacoli e lo scoraggiamento.

Una persona deve essere perseverante per condurre (con successo) un team di dipendenti, collaboratori o colleghi al raggiungimento degli obiettivi.

La perseveranza si sviluppa solo attraverso le prove.
Prove difficili.
I leader migliori sopportano le prove e si rafforzano.
Non si arrendono mai.

Avere INTEGRITA’

È la scelta del “giusto”.

Coerenza tra le azioni, i valori, i metodi, i principi e i risultati.
Integrità è fare delle scelte a prescindere le conseguenze.
Fare la cosa giusta a prescindere le circostanze.

È più che essere onesti.
Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza morale.

L’integrità è uno dei migliori attributi di un grande leader.
L’integrità rende l’Uomo affidabile, attendibile e incrollabile.

Trasmettere FIDUCIA

Molte persone confondono la fiducia con arroganza ed egocentrismo.

La fiducia è essere sicuro di sé e consapevole.
L’Uomo fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Possedere Autocontrollo

Le tentazioni e le lusinghe sono tante e dietro ogni angolo.
Saper domare i desideri, trovare il modo di gestire le emozioni e gli impulsi, incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.
E non è da tutti.

Essere esigenti, appassionati e impazienti è parte di una leadership efficace.
Non essere in grado di contenere se stessi, farsi travolgere, agire con stress e irritabilità (come un bambino che fa i capricci) può avere effetti devastanti.
Non passa mese senza che un personaggio famoso non sia stato distrutto da sesso, denaro, successo, droga.

Troppe persone mancano di autocontrollo, che è il fondamento di una vita virtuosa.
I leader eccezionali mantengono calma e lucidità anche sotto forte stress o durante una crisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Dare prova di Coraggio

Il coraggio è la prima virtù
e rende possibili tutte le altre.

La leadership richiede coraggio.
L’innovazione richiede coraggio.
Fare ciò che è giusto (anche se può essere impopolare) richiede coraggio.

La paura non deve controllare la nostra vita.
Il grande leader prende posizione di fronte alle avversità.
A prescindere le circostanze.

Un grande leader conosce la vera Umiltà

L’umiltà indica che ci siamo liberati dal veleno dell’egocentrismo.

Eppure umiltà è spesso (erroneamente) fraintesa con remissività, debolezza e influenzabilità.

Sempre più ricerche identificano i migliori leader quelle persone che stanno dietro le quinte e che guidano i loro dipendenti o collaboratori grazie ad un approccio … silenzioso, fatto di ascolto, trasparenza, conoscenza dei propri limiti, apprezzamento dei punti di forza dei dipendenti, ricerca di feedback e concentrandosi sulle esigenze degli altri.

Il leader “umile” contribuisce in modo molto efficace al coinvolgimento e alla crescita professionale dei suoi collaboratori.

“La vera leadership deve beneficiare i seguaci
non arricchire i leader.
”
John C. Maxwell

Parlare male dell’ex datore di lavoro è da rosso diretto

ex datore di lavoro

“Il mio ex capo era un incompetente.”

“La mia azienda mi ha sfruttato e poi lasciato a casa.”

“Il mio responsabile? Meglio non parlarne…”

L’amarezza è cattiva consigliera

Quando durante un colloquio arriva la domanda sul precedente lavoro, potresti avere parecchie cose da raccontare.

E non tutte piacevoli.

Un capo con cui il rapporto era difficile.
Una promessa non mantenuta.
Una riorganizzazione gestita male.
Un licenziamento che ritieni ingiusto.

Esperienze di questo tipo possono lasciare rabbia, delusione e risentimento. È comprensibile.

Il problema nasce quando utilizzi il colloquio per regolare i conti con il passato.

Commenti sarcastici, accuse, frecciate e giudizi sull’incompetenza dell’ex capo rischiano di spostare l’attenzione dal tuo valore professionale al modo in cui gestisci una situazione difficile.

Puoi avere ottime ragioni per essere arrabbiato con il tuo precedente datore di lavoro.
Il colloquio, però, non è il luogo in cui dimostrarle.

Parlare male dell’ex datore di lavoro può essere un autogol

Immagina di dire:

  • “Il problema era il mio capo. Non sapeva assolutamente gestire le persone.”

Tu stai raccontando ciò che hai vissuto con il tuo ex datore di lavoro.

L’intervistatore, però, non conosce necessariamente tutta la storia.

Potrebbe chiedersi:

  • “Come reagisce questa persona quando entra in conflitto con il proprio responsabile?”
  • “Come parlerà della nostra azienda se un giorno il rapporto dovesse finire male?”
  • “Quanto di questa situazione dipende realmente dall’ex capo?”

Non significa che penserà necessariamente male di te.

Significa che gli stai offrendo un elemento di dubbio che probabilmente non ti aiuta.

Non parlare male non significa mentire

Questo è il punto più importante.

Se l’esperienza precedente è stata realmente negativa, non devi raccontare che è stata meravigliosa.

E non devi neppure fingere gratitudine per qualcosa che ti ha fatto stare male.

Puoi essere sincero senza trasformare la risposta in un atto d’accusa.

Per esempio:

  • “Negli ultimi mesi il rapporto con il mio responsabile era diventato difficile e ho capito che avevo bisogno di un contesto diverso.”

Oppure:

  • “L’azienda ha attraversato una riorganizzazione che ha modificato molto il mio ruolo. A quel punto ho iniziato a valutare nuove opportunità.”

O ancora:

  • “Ci sono stati aspetti dell’esperienza che non hanno funzionato come speravo. Preferisco però concentrarmi su ciò che ho imparato e su quello che sto cercando adesso.”

Stai dicendo la verità. Ma stai scegliendo come raccontarla.

Il mondo professionale può essere più piccolo di quanto pensi

C’è anche una ragione molto pratica per mantenere un tono professionale.

Non sai quali rapporti esistano tra l’intervistatore, la nuova azienda e quella precedente.

Potrebbero conoscersi.
Aver lavorato insieme.
Avere contatti professionali comuni.

Ma anche se non esistesse alcun collegamento, denigrare apertamente un precedente datore di lavoro difficilmente aggiunge valore alla tua candidatura.

Molto meglio riportare la conversazione su ciò che conta:

  • perché stai cercando una nuova opportunità;
  • che cosa hai imparato dall’esperienza precedente;
  • che cosa puoi portare nel nuovo ruolo;
  • che cosa stai cercando oggi.

Se stai preparando un colloquio, può esserti utile anche “Come preparare un colloquio di lavoro vincente in 5 mosse”.

Non lasciare che sia il rancore a presentarti

Puoi avere subito un torto.
Puoi aver avuto un pessimo capo.
Essere uscito da un’azienda con amarezza.

Ma durante il colloquio non sei lì per stabilire chi avesse ragione.

Sei lì per permettere all’altra persona di capire chi sei professionalmente e perché potresti essere adatto al nuovo ruolo.

Non devi difendere il tuo ex datore di lavoro.
Devi evitare che sia il rancore a parlare al posto tuo.

Per lo sfogo ci saranno altri luoghi e altre persone.

Al colloquio, riporta l’attenzione sul tuo percorso e su ciò che vuoi costruire adesso.

Se hai un colloquio importante e vuoi preparare anche le domande più delicate legate al tuo percorso professionale, contattami.

Se non ce la fai, devi essere più aggressivo

aggressivo
Vorremmo tutti averne di più.

A volte ci riesce.

Altre volte… ci sentiamo frenati, bloccati, trattenuti.

E quando non agiamo?

Ci pentiamo.

Per non aver osato.
Per non aver rischiato.
Non essere stati all’altezza.

La sana aggressività

Chiamiamola così.

Quella spinta che ti porta ad agire, invece di:

  • rimuginare
  • aspettare
  • pensarci troppo

Mentre… magari… l’occasione passa.

Non devi snaturarti

Solo migliorarti.

Molti pensano:

  • “Non sono una persona grintosa.”

E quindi?

  • “Non lo sarò mai.”

Errore.

Essere aggressivi ≠ essere aggressivi (davvero)

Che cosa immagini?

  • rabbia
  • nervosismo
  • reazioni impulsive

No.

Non è questo.

Esiste una sana aggressività

È naturale.
È umana.

Ti permette di:

  • affrontare difficoltà
  • reagire
  • prendere iniziativa

senza distruggere relazioni.

Il problema non è l’aggressività

È non conoscerla.

Se la reprimi:

  • si accumula
  • si deforma
  • esplode

nel momento peggiore.

E nel modo peggiore.

L’eccesso opposto? Peggio.

Troppa calma.
Troppa gentilezza.
Eccessiva “educazione”.

Diventi arrendevole.

E qualcuno… se ne approfitta.

La sana aggressività serve a:

  • mettere limiti
  • dire “no”
  • difenderti
  • affermare chi sei

Serve per dire:

  • “Questo per me non va bene.”

È anche rispetto

Per te stesso.

È la capacità di:

  • pretendere rispetto
  • farti ascoltare
  • sostenere le tue idee

senza alzare la voce.

Non è solo difesa

È anche attacco (quando serve).

Perché se sei sempre:

  • accomodante
  • conciliante
  • “troppo” diplomatico

rischi di essere ignorato.
O peggio.

Sottovalutato.

È energia. Forza vitale.

È quel momento in cui:
ti rialzi.

Dopo un errore.
Dopo una caduta.
Una delusione.

Grinta batte talento (quasi sempre)

Puoi invidiare:

  • il talento
  • l’intelligenza
  • le capacità degli altri

Ma sappi una cosa:
non basta.

Serve:

  • tenacia
  • costanza
  • determinazione

Serve grinta.

E la grinta… si allena

Non è un dono.
È una scelta.

Ogni giorno.

La sana aggressività non è qualcosa da evitare

È qualcosa da:

  • riconoscere
  • capire
  • allenare

Perché senza quella spinta…
resti fermo.

Al palo.

Non si tratta di diventare qualcuno che non sei.

Si tratta di tirare fuori una parte di te
che è già lì.

E usarla bene.
Al momento giusto.

Perché a volte, nella vita e nel lavoro…
non vince il più bravo.

Vince chi osa.

10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Devi presentare un progetto.
Intervenire durante una riunione.
Spiegare una nuova procedura.

Parlare davanti al tuo team, ai responsabili o un gruppo di clienti.

Magari soltanto per cinque minuti.

Sai che cosa vuoi dire.

Eppure, quando arriva il momento, senti salire la tensione.

  • “E se mi blocco?”
  • “E se perdo il filo?”
  • “E se si accorgono che sono nervoso?”

La paura di parlare davanti agli altri non riguarda soltanto grandi platee e conferenze.

A volte bastano cinque persone che ci guardano in silenzio per farci sentire improvvisamente sotto esame.

Ecco 10 strategie per affrontare quel momento senza cercare di nasconderti.

1. Preparati una scaletta

Anche se devi parlare soltanto pochi minuti, prepara i punti chiave.

Non necessariamente un discorso completo.

Ti basta sapere:

  • da dove vuoi partire;
  • quali sono i due o tre concetti essenziali;
  • dove vuoi arrivare.

Una scaletta ti dà una direzione senza obbligarti a ricordare ogni singola frase.

Imparare tutto a memoria, invece, può diventare una trappola: basta dimenticare un passaggio per avere la sensazione di aver perso il controllo.

Preparati bene. Non prepararti a recitare.

2. Accetta un po’ di nervosismo

Non devi necessariamente eliminare l’ansia prima di iniziare.

Potresti non riuscirci.

E soprattutto rischieresti di aggiungere una seconda preoccupazione alla prima:

  • “Non dovrei essere così nervoso.”

Puoi parlare bene anche con un po’ di tensione.

Fai un respiro.
Prenditi qualche secondo.
Comincia.

Spesso i primi momenti sono quelli più difficili. Poi l’attenzione si sposta progressivamente da come ti senti a ciò che stai dicendo.

Non devi aspettare di sentirti completamente sicuro per cominciare a parlare.

3. Sposta l’attenzione da te al messaggio

Quando siamo in ansia diventiamo molto attenti a noi stessi.

Come sto parlando?
Dove metto le mani?
Si vede che sono agitato?
La voce sta tremando?

Ma sei lì per un’altra ragione.

Devi spiegare qualcosa.
Presentare un progetto.
Condividere informazioni.
Convincere della validità della proposta.

Più rimani concentrato sull’impressione che stai facendo, meno attenzione puoi dedicare a ciò che vuoi far arrivare agli altri.

Prima di iniziare chiediti:

  • “Che cosa vorrei che queste persone avessero capito quando avrò finito?”

Riparti da lì.

4. Familiarizza con le persone e con l’ambiente

Quando è possibile, arriva qualche minuto prima.

Guarda la sala.
Controlla dove parlerai.
Scambia qualche parola con i presenti.

Se devi utilizzare uno schermo o delle slide, verifica che tutto funzioni.

Sono piccole cose, ma aiutano a trasformare una situazione ancora immaginata in qualcosa di più concreto e familiare.

Il pubblico smette di essere una massa indistinta.

Diventa un gruppo di persone alle quali devi raccontare qualcosa.

5. Non cercare la perfezione

Potresti perdere una parola.

Dimenticare un passaggio.
Dover tornare indietro.

Potrebbe persino capitarti di dire:

  • “Un momento, ho perso il filo.”

Non è la fine della presentazione.
Fermati.
Guarda la scaletta.
Riprendi.

Il tentativo di non commettere neppure un errore può renderti molto più rigido dell’errore stesso.

Se questo meccanismo ti è familiare, ne ho parlato anche in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Una presentazione efficace non è necessariamente una presentazione senza imperfezioni.

6. Ricordati che davanti hai persone, non giudici

Quando sei in piedi davanti a un gruppo è facile immaginare che tutti stiano valutando ogni parola.

Probabilmente non è così.

Qualcuno sarà molto interessato.
Qualcuno meno.
Qualcuno starà pensando a una domanda.
Qualcun altro è già alla riunione successiva.

Il pubblico non è un unico grande giudice che aspetta il tuo errore.

È composto da persone diverse, con pensieri e livelli di attenzione diversi.

Questo non elimina l’ansia.

Ma può ridimensionare la sensazione di essere sotto esame.

7. Non giudicarti mentre stai parlando

Hai pronunciato male una parola.
Hai fatto una pausa troppo lunga.
Una frase non è uscita come volevi.

E immediatamente parte il commento interno:

“Ecco. Sto andando malissimo.”

Il problema è che mentre giudichi ciò che hai appena fatto, devi anche continuare a parlare.

Lascia la valutazione a dopo.

Durante la presentazione, resta nella presentazione.

Alla fine potrai chiederti che cosa ha funzionato e che cosa migliorare la prossima volta.

8. Appoggiati a ciò che conosci

Quando conosci bene l’argomento non significa che l’ansia sparirà.

Ma hai qualcosa a cui tornare.

I fatti.
La tua esperienza.
Il progetto che hai seguito.
Il problema che conosci.
Le informazioni da condividere.

Non cercare di sembrare brillante.

Cerca di essere chiaro su qualcosa che conosci.

È molto più sostenibile.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Usa i supporti visivi per aiutare il messaggio, non per nasconderti

Le slide possono essere utili.

Un grafico può spiegare rapidamente un dato.

Un’immagine può rendere più comprensibile un concetto.

Tre parole possono aiutarti a ricordare il passaggio successivo.

Ma lo schermo non dovrebbe diventare il posto dietro cui nasconderti.

Evita di riempire le slide di testo per poi leggerlo.

Il supporto visivo dovrebbe sostenere ciò che dici, non sostituirti.

10. Parla alle persone, non alla platea

Guardare contemporaneamente venti, cinquanta o cento persone può intimidire.

Non devi percepirle come un unico blocco.

Mentre parli, lascia che lo sguardo incontri per qualche secondo una persona.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Come accade in una normale conversazione.

Non fissare un solo interlocutore per tutta la presentazione e non cercare freneticamente di guardare tutti.

Crea piccoli momenti di contatto.

La sensazione può cambiare: non stai più parlando davanti a una massa.

Stai parlando con delle persone.

Parlare davanti agli altri si impara

Puoi conoscere tutte le tecniche possibili.

Ma a un certo punto devi parlare.

La prima volta magari con la voce un po’ tesa.
La seconda con qualche esitazione in meno.
Poi scopri che una pausa non è un disastro.

Che puoi perdere il filo e ritrovarlo.

Che qualcuno può guardarti seriamente senza pensare che stai andando male.

E soprattutto che non devi aspettare di non avere più paura per esporti.

Parlare davanti agli altri non significa imparare a nascondere il nervosismo.
Significa riuscire a comunicare anche quando senti un po’ di nervosismo.

Se parlare in riunione, presentare un progetto o prendere la parola davanti agli altri continua a frenarti professionalmente, contattami.

Possiamo lavorare sul modo in cui prepari e affronti queste situazioni, senza costruire un personaggio diverso da te.

10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito!

autostima

L’autostima.

Tutti vorremmo averne abbastanza.

Nel lavoro e nella vita.

Eppure basta una difficoltà, una critica, un errore o un cambiamento importante per cominciare a dubitare di noi stessi.

  • “Forse non sono abbastanza sicuro.”
  • “Gli altri sembrano molto più forti di me.”
  • “Dovrei avere meno dubbi.”

Il problema è che intorno all’autostima continuano a circolare idee molto rigide su come dovrebbe comportarsi una persona sicura di sé.

E quando non corrispondiamo a quell’immagine, arriviamo facilmente alla conclusione di avere poca autostima.

Non sempre è così.

Ecco 10 false credenze che vale la pena mettere in discussione.

1. Fiduciosi si nasce

C’è chi sembra naturalmente sicuro.

Parla senza esitazioni.
Prende posizione.

Non sembra preoccuparsi troppo del giudizio degli altri.

E viene spontaneo pensare:

“Beato lui. È fatto così.”

La sicurezza personale, però, non è qualcosa che possediamo in quantità definitiva dalla nascita.

Si costruisce anche attraverso le esperienze.

Affrontando situazioni nuove.
Gestendo qualcosa che temevamo.
Superando un errore.
Ricevendo riconoscimenti.

E anche imparando a convivere con alcune fragilità.

La fiducia che hai oggi non deve necessariamente essere quella che avrai domani.

2. Una persona sicura deve essere forte in ogni situazione

È facile immaginare la persona sicura come qualcuno che non vacilla.

Decisa.
Determinata.
Sempre capace di prendere posizione.

Ma la sicurezza non è uniforme.

Puoi sentirti molto competente nel tuo lavoro e andare in difficoltà davanti a un conflitto.

Essere sicuro quando parli con il tuo team e molto meno quando devi confrontarti con il tuo capo.

Avere grande fiducia nelle tue capacità professionali e dubitare di te quando entri in un ambiente nuovo.

Non c’è contraddizione.

L’autostima non è un interruttore acceso o spento.

3. Gli altri sono più sicuri di me

Vedi un collega intervenire senza esitazione durante una riunione.

Un responsabile prendere una decisione difficile.

Una persona presentarsi con grande disinvoltura.

E pensi:

“Vorrei avere la sua sicurezza.”

Ma tu stai osservando ciò che quella persona mostra, non necessariamente ciò che sente.

Non conosci i suoi dubbi.
Non sai quanto si sia preparato.
Non sai quando va in difficoltà.

Confrontare ciò che senti dentro con ciò che gli altri mostrano fuori è un confronto inevitabilmente incompleto.

4. Per avere autostima devo essere estroverso

Essere espansivi, socievoli o disinvolti può essere facilmente scambiato per sicurezza.

Ma non è la stessa cosa.

Puoi parlare molto e avere continuamente bisogno dell’approvazione degli altri.

Oppure essere riservato e sentirti perfettamente a tuo agio con te stesso.

Non devi diventare la persona più brillante della riunione.
Non devi amare stare al centro dell’attenzione.
Non devi essere quello che ha sempre qualcosa da dire.

La sicurezza non si misura dallo spazio che occupi, ma da quanto hai bisogno di dimostrarlo.

5. Per essere sicuro devo essere arrogante

No.

Arroganza e sicurezza possono persino assomigliarsi da lontano.

Entrambe possono apparire decise.

Ma la differenza emerge nel rapporto con gli altri.

Essere sicuro non significa avere bisogno di mostrare continuamente quanto vali.

Non significa svalutare gli altri.
Non significa avere sempre ragione.

Puoi sostenere con fermezza una posizione e contemporaneamente ascoltare.

Puoi essere orgoglioso dei tuoi risultati senza trasformarli in uno strumento per sentirti superiore.

Ne ho parlato anche in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

6. Per aumentare l’autostima devo fare qualcosa di straordinario

Non necessariamente.

A volte immaginiamo che per sentirci più sicuri servano grandi prove.

Cambiare completamente vita.
Affrontare una paura enorme.
Prendere una decisione radicale.

Ma la sicurezza può costruirsi anche attraverso piccole esperienze nelle quali smettiamo progressivamente di evitarci.

Chiedere qualcosa che solitamente non chiederesti.

Dire no.

Intervenire durante una riunione.
Affrontare una conversazione che continui a rimandare.
Esporti un po’ di più.

Grande o piccola conta ciò che quella situazione rappresenta per te.

7. Prima devo avere successo, poi avrò fiducia in me stesso

È una sequenza troppo semplice.

A volte un risultato positivo aumenta la fiducia.

Altre volte serve una certa fiducia per tentare qualcosa che potrebbe portare a un risultato.

E altre ancora agiamo pur non sentendoci affatto sicuri.

È proprio dopo aver affrontato quella situazione che scopriamo qualcosa di nuovo su noi stessi.

Fiducia e risultati possono quindi alimentarsi reciprocamente.

Il rischio è aspettare:

  • “Quando mi sentirò finalmente sicuro, allora lo farò.”

Potresti aspettare parecchio.

8. Se ho autostima, parlare davanti agli altri non dovrebbe mettermi in difficoltà

Puoi avere una buona considerazione di te stesso e sentire comunque tensione quando devi parlare davanti a un gruppo.

Le due cose non si escludono.

Parlare in pubblico espone.
Gli altri ti guardano.
L’attenzione è concentrata su di te.

È comprensibile sentire una certa attivazione.

Il punto non è dimostrare la tua autostima non provando ansia.

È riuscire a fare ciò che devi fare anche se senti un po’ di ansia.

9. Se sono sicuro di me non devo avere paure e incertezze

Questa è probabilmente una delle false credenze più insidiose.

  • “Se fossi davvero sicuro, non avrei tutti questi dubbi.”

Ma puoi avere fiducia in te stesso e attraversare un periodo nel quale non sai che cosa fare.

Puoi sentirti competente e avere paura di sbagliare.

Puoi conoscere il tuo valore e sentirti disorientato dopo un licenziamento, una riorganizzazione o un cambiamento importante.

La sicurezza non consiste nell’assenza permanente di dubbi.

Conta anche ciò che fai quando i dubbi arrivano.

Avere un momento di insicurezza non significa essere diventato improvvisamente una persona insicura.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza? È il momento di rimettere al centro te stesso. Scopri il coaching per “Ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.”

10. Basta sembrare sicuro per diventarlo

Puoi certamente modificare alcuni comportamenti.

Alzare lo sguardo.
Parlare più lentamente.
Evitare di scusarti continuamente.

Prepararti meglio prima di una situazione difficile.

Fare attenzione al modo in cui entri in una conversazione.

Tutto questo può aiutarti a comunicare maggiore sicurezza e, in alcuni casi, anche a sentirti più a tuo agio.

Ma non confondiamo il comportamento con ciò che senti davvero.

Puoi imparare a gestire una situazione senza aver risolto ogni tua insicurezza.

E va bene così.

Il problema nasce quando tutta la tua energia viene utilizzata per sembrare sicuro agli occhi degli altri, mentre dentro continui a dipendere completamente dal loro giudizio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Le false credenze sull’autostima possono diventare una trappola

Forse l’errore più grande è immaginare l’autostima come uno stato definitivo.

  • “Adesso sono sicuro di me.”

E da quel momento niente più dubbi.

Niente paura.
Niente esitazioni.
Non funziona così.

Ci saranno situazioni nelle quali ti sentirai forte e altre che toccheranno proprio uno dei tuoi punti più vulnerabili.

Momenti nei quali saprai esattamente che cosa fare e altri nei quali avrai bisogno di fermarti, chiedere aiuto o ritrovare un po’ di equilibrio.

Costruire autostima non significa eliminare per sempre l’insicurezza.
Significa evitare che ogni momento di insicurezza diventi una sentenza sul tuo valore.

Come gestire con efficacia un collaboratore non professionale

collaboratore non professionale
Che tu sia proprietario di una piccola impresa, un manager di una grande azienda oppure il responsabile di un piccolo team, poco importa.

Sicuramente conosci la complessità di dover convivere con le diverse personalità dei tuoi collaboratori.

È un compito spesso difficile.

Soprattutto quando un tuo dipendente o collaboratore mostra un comportamento poco professionale.

Ma cosa vuol dire, concretamente, non professionalità?

La non-professionalità ha molte facce.

Si va dal ritardo abituale alle assenze continuate.
Dal molestare o criticare i colleghi al mettere zizzania nel team.

Dal “gossippare” in ufficio al portare costantemente i problemi personali sul lavoro.

Poi ci sono altri segnali:
abbigliamento trascurato,
comunicazione poco consona,
informazioni false,
furto.

Insomma, gli esempi non mancano.

Il comportamento non professionale di un collaboratore dovrebbe essere affrontato il più rapidamente possibile.

Non è solo un problema per te.

Un collaboratore poco professionale può diventare un fattore destabilizzante per tutto il team, creando tensioni e malumori tra gli altri dipendenti.

Se non intervieni — per debolezza, quieto vivere o convenienza — il resto del personale potrebbe vederti come un capo debole o ingiusto.

E questo ha conseguenze rapide su motivazione,
performance,
risultati.

Ecco quindi 6 passi per affrontare con successo un collaboratore poco professionale.

1. Documentare i comportamenti non professionali

È importante documentare con precisione tutti i comportamenti errati.

Segna:

  • data e ora
  • descrizione dell’accaduto
  • persone coinvolte

Comprovare con accuratezza i comportamenti scorretti è fondamentale.

In questo modo il collaboratore non potrà eludere o contraddire i fatti sostenendo che le informazioni siano vaghe o imprecise.

Anche (e soprattutto) se la tua azienda è piccola, documentare i fatti dà maggiore incisività e ufficialità alle tue parole.

2. Incontrare il collaboratore

Incontra personalmente il collaboratore lontano da occhi e orecchie indiscrete.

Prima dell’incontro prenditi qualche minuto.

Respira profondamente.
Rilassati.
Sciogli la tensione dal viso.

Ti servirà.

Durante l’incontro metti in chiaro che il suo comportamento è diventato un problema che interferisce con il buon andamento del lavoro.

3. Fare esempi specifici

Porta uno o due episodi concreti in cui il comportamento del collaboratore ha influenzato negativamente il lavoro o l’immagine dell’azienda.

Evita frasi generiche come:

“Hai un atteggiamento poco professionale.”
“Hai sbagliato.”

La critica deve essere specifica.

Spiega chiaramente:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando

Descrivi azioni,
comportamenti
e parole.

Evita etichette o giudizi personali come:

  • arrogante
  • egoista
  • presuntuoso.

Concentrati sulle azioni, non sulla persona.

Non toccare l’autostima del collaboratore: un passo falso può danneggiare il rapporto per sempre.

4. Ascoltare e permettere alla persona di spiegarsi

Permetti alla persona di spiegare la propria versione dei fatti.

Ascolta senza giudicare.

Se un collaboratore ha avuto un comportamento poco professionale, non dargli la possibilità di difendersi sarebbe altrettanto poco professionale.

Spiega i tuoi punti, ma non interrompere il tuo interlocutore mentre espone le sue giustificazioni.
Anche se non sei d’accordo.

Interrompere porta solo a inasprire il dialogo.

Questo momento è anche un’occasione per imparare a dare critiche costruttive, bilanciando garbo e autorità.

Così aumenterai rispetto, credibilità e produttività nel team.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato possono aiutarti a comprendere meglio le dinamiche, ritrovare più calma e impostare una strategia efficace.

→ Scopri il servizio.

5. Chiedere di cambiare approccio

Dopo aver chiarito che il comportamento non è accettabile, chiedi un cambiamento concreto.

Sii molto preciso.

Spiega quali comportamenti devono cambiare e quali azioni non sono più tollerabili.

Il collaboratore deve sapere esattamente cosa ci si aspetta da lui.

Informalo anche che, se non si noteranno miglioramenti, sarai costretto a prendere provvedimenti.

6. Fare una richiesta perentoria

Un periodo di prova può essere una soluzione ragionevole.

Definisci chiaramente che dopo un certo tempo vi incontrerete di nuovo.

Se l’atteggiamento non sarà migliorato, potrebbero essere presi provvedimenti seri, fino al licenziamento.

È importante che ogni passaggio sia pianificato e gestito correttamente, anche per evitare problemi legali per te e per l’azienda.

Il tuo obiettivo deve essere aiutare il collaboratore a “rientrare” nel team.

Ma, alla fine, potresti dover prendere decisioni difficili per il bene del gruppo e della tua organizzazione.

Questi suggerimenti non sono una guida da seguire alla lettera

Sono spunti di riflessione.

I rapporti professionali — proprio come quelli personali — sono complessi.

Non esistono regole valide in ogni situazione.

Ogni caso va contestualizzato e adattato:
all’azienda,
alla situazione,
alla tua personalità
e a quella del tuo collaboratore.

Gestire un collaboratore poco professionale non è mai piacevole.

Ma ignorare il problema è quasi sempre la scelta peggiore.

La leadership richiede anche questo:
affrontare le situazioni scomode con chiarezza,
rispetto
e responsabilità.

Perché un team funziona davvero solo quando le regole sono chiare per tutti.

Smartphone e portatili sono dannosi alla tua autostima

smartphone e autostima

Smartphone e autostima.
Avrete senz’altro letto (o forse no) come l’uso incessante di smartphone, laptop, tablet,
può influire negativamente sui nostri rapporti e sulla nostra performance.

Un gruppo di ricerca ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo.
Ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo.

Sembra, infatti,
che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo.

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Tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perché la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina,
un ormone che favorisce il sonno.

Karla Klein Murdock, psicologa americana,
ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms.

La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente “messaggiano” tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi,
dormono meno e si sentono più stanchi il giorno dopo. Per saperne di più.

Ma forse non hai ancora sentito l’ultima … su smartphone e autostima …

Essere incollati al dispositivo smartphone può avere un impatto negativo anche sulla tua autostima.

La Psicologa e autrice Amy Cuddy ha stabilito che, poiché la postura può influenzare gli ormoni, può anche influire sul modo in cui la nostra mente riflette la fiducia.

Quindi, se si sta regolarmente seduto in quello che la Cuddy chiama la posizione ricurva,
è probabile che parleremo con meno autorevolezza e convinzione.
Saremo percepiti dagli altri come persone poco sicure di sé.

Infatti, se una postura corretta aumenta l’autostima, giova alla salute, conferisce maggiore fiducia in se stessi, migliora la capacità intellettiva,
così … accade l’esatto contrario quando un individuo si rannicchia e “raggomitola” su se stesso assumendo una postura scorretta.

 


 

Ecco …
ci mancava anche questa!
Soprattutto in un’epoca dove l’autostima e la fiducia scarseggiano.

Stando curvi sullo schermo si rischia la iGobba

Basta guardarsi attorno in un bar, sull’autobus o nella sala d’attesa:
quante sono le persone piegate e “curvate” sullo schermo di uno smartphone?

Sono soprattutto i più giovani, che quotidianamente contorcono il corpo verso cellulari e tablet,
incombe così il rischio di sviluppare questa postura contorta che il fisioterapista neozelandese Steve Augus,
chiama la “iGobba”.

Secondo August molti adolescenti iniziano a manifestare una sorta di gobba (un inarcamento della schiena dovuta a una postura sbagliata).
Un problema che fino a qualche anno fa riguardava per lo più gli anziani,
che in decenni trascorsi chini su libri o quaderni avevano sviluppato questa deformazione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Stare curvi può renderci abulici e passivi

Smartphone e autostima …
le ripercussioni non sono solo fisiche (cervicale, mal di testa, rigidità del collo e delle spalle).
La stessa postura può provocare o amplificare uno stato emotivo.
Stare curvi, in particolare, può farci sentire depressi, apatici e poco vitali.

Bastano piccoli accorgimenti per salvare la situazione e arginare questi effetti collaterali.
Come fare un po’ di stretching e tenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il cellulare,
alzando di più le braccia e avvicinandolo al volto.

Posizione un po’ scomoda, ma a prova di gobba,
pardon di iGobba.

Il disagio contribuisce alla tua crescita personale

crescita personale

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

La crescita pretende un disagio temporaneo.
Il disagio è il segnale di cambiamento.

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato … a disagio.
No disagio, NO crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.

Il disagio arriva con il “nuovo”

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Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo, un trasferimento in un’altra città?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, nervi tesi, un “ovo” sodo nella gola, bruciore di stomaco, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.

Provi disagio, fastidio, malessere perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Andare avanti può farti sentire “strano”, pauroso, incerto.

Quando senti questa sensazione, non spaventarti

Dì a te stesso:
“È nuovo.
Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Una parte di te sente paura.
Questa sensazione è normale.
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
 


 

Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” …
non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.

Devi “allenarti” per abituarti al disagio.
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali, necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei chiesto … cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà, insidie, ostacoli, impedimenti?

Disagio come catalizzatore per la crescita personale

Il disagio ci fa anelare per qualcosa di più.
Ci costringe a cambiare, allungare, e di adattarsi.

Il disagio può diventare il nostro più grande alleato.
Quando senti il disagio … accoglilo come se fosse un ospite inatteso che si presenta alla porta di casa tua in un momento inopportuno.

“Lasciati andare al disagio, resta con esso, in sua compagnia: è questa la via per sbarazzarsene”.
Bruce Lee

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.

Sei competente, affidabile, preciso.

I risultati arrivano e anche chi sta sopra di te comincia ad accorgersene.

Poi arriva una possibilità concreta.
Una promozione.
Più responsabilità.

Un ruolo che, fino a qualche tempo prima, avresti considerato un riconoscimento importante.

Dovresti essere soddisfatto.

E invece compare una domanda:

“E se non riesco?”

Ti sei preparato al grande salto?

Finché una promozione è soltanto un’ipotesi, è facile concentrarsi su ciò che potrebbe portare.

Una retribuzione migliore.
Più autonomia.
Maggiore responsabilità.
Il riconoscimento del lavoro svolto.

Quando però quella possibilità diventa concreta, cambia il punto di osservazione.

Non guardi più soltanto ciò che potresti ottenere.

Cominci a vedere anche ciò che potrebbe esserti richiesto.

Ed emergono altre domande:

  • “Sarò capace di gestire il team?”
  • “E se prendo una decisione sbagliata?”
  • “Come reagirò alla pressione?”
  • “E se scoprono che non sono pronto?”

Se queste domande cominciano ad accompagnarti anche fuori dal lavoro, ne ho parlato anche in “Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno”.

Hai considerato anche l’altro lato della medaglia?

Una nuova responsabilità professionale non porta soltanto maggiore riconoscimento.

Porta anche situazioni che prima potevano non appartenerti:

  • prendere decisioni che coinvolgono altre persone;
  • gestire collaboratori e conflitti;
  • rispondere dei risultati del team;
  • confrontarti con aspettative più elevate;
  • affrontare problemi per i quali non hai ancora esperienza.

Prima potevi essere molto competente nel tuo ruolo.

Adesso ti viene chiesto qualcosa di diverso.

Ed è proprio qui che può comparire la paura dell’insuccesso.

Non necessariamente perché non sei capace. Ma perché non hai ancora la prova di esserlo in quel nuovo ruolo.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non ti garantisce di sentirti subito sicuro in quello nuovo.

La paura dell’insuccesso può frenarti

Quando la posta in gioco aumenta, anche l’errore può sembrarti più pesante.

Non pensi soltanto:

  • “Potrei sbagliare.”

Pensi:

  • “Potrei scoprire di non essere all’altezza.”

È una differenza importante.

Nel primo caso stai valutando la possibilità di commettere un errore.

Nel secondo stai trasformando l’eventuale errore in un giudizio su di te.

Ed è qui che la paura può diventare paralizzante.

Cominci a rimandare decisioni.
Cerchi continue conferme.
Eviti situazioni nelle quali potresti esporti.

Oppure cerchi di controllare tutto per ridurre al minimo la possibilità di sbagliare.

La paura dell’insuccesso non riguarda più soltanto ciò che potrebbe accadere.

Riguarda ciò che quell’insuccesso potrebbe significare per l’immagine che hai di te stesso.

E se il nuovo ruolo non fosse quello giusto?

C’è anche un’altra possibilità che vale la pena considerare.

Non tutte le promozioni sono necessariamente un passo avanti.

A volte desideri un ruolo per quello che rappresenta per la tua carriera.

Poi lo conosci più da vicino e scopri che non ti corrisponde.

Gestire persone potrebbe non interessarti.

Il livello di pressione potrebbe essere incompatibile con ciò che desideri oggi.

Potresti scoprire di preferire un ruolo specialistico a uno manageriale.

Questo non significa aver fallito.

Significa che una carriera non deve necessariamente svilupparsi nella direzione che avevamo immaginato qualche anno prima.

Per questo è importante non rispondere automaticamente alla paura con:

“Devo farmela passare.”

Prima vale la pena capire che cosa quella paura ci sta dicendo.

Conosci te stesso prima di chiederti se ce la farai

Di fronte a una nuova responsabilità, la domanda “Ce la farò?” è comprensibile.

Ma da sola serve a poco.

Può essere più utile chiederti:

  • quali competenze possiedo già;
  • quali devo ancora sviluppare;
  • quali aspetti del nuovo ruolo mi attirano davvero;
  • quali mi mettono maggiormente in difficoltà;
  • che cosa temo concretamente di non riuscire a gestire.

Più riesci a rendere specifica la paura, meno rimane una sensazione indistinta di inadeguatezza.

  • “Non sono capace.”

è molto diverso da:

  • “Non ho ancora esperienza nella gestione di un conflitto tra due collaboratori.”

La seconda frase individua qualcosa su cui puoi lavorare.

La prima mette sotto accusa tutta la persona.

Se dopo una pausa o una delusione professionale senti di aver perso un po’ di sicurezza, scopri come il coaching può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza e tornare a brillare.

Non devi sapere già fare tutto

Una nuova responsabilità, proprio perché nuova, contiene inevitabilmente qualcosa che ancora non conosci.

Non devi dimostrare di essere già perfettamente pronto.

Devi capire che cosa sai fare, che cosa devi imparare e dove hai bisogno di supporto.

E soprattutto evitare che ogni difficoltà diventi immediatamente la conferma della paura iniziale:

“Lo sapevo. Non sono all’altezza.”

Il fatto che un nuovo ruolo ti faccia dubitare di te non dimostra che hai fatto il passo sbagliato.
Dimostra che non puoi più affidarti alle stesse certezze che avevi prima.

La sicurezza, in un nuovo ruolo, non arriva necessariamente prima.

Molto spesso si costruisce in corso d’opera.

Se hai assunto da poco un ruolo di leadership potresti trovare spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader” .

“Vince la personalizzazione”: la mia intervista sulla rivista Toy Store

come conquistare nuovi clienti

Ecco la versione integrale della mia intervista su Toy Store su come conquistare nuovi clienti nel settore retail.

Oggi più che mai, è sempre più importante conoscere il proprio cliente.
Come è possibile per un negoziante capire chi sono i suoi consumatori?

Dati, cifre, analisi, ricerche per conoscere e capire il cliente sono utili, spesso necessari, ma allo stesso tempo è vitale non rimanere “vittima” dei numeri.

I dati non sono la fonte di tutto il sapere.
Il contatto umano, guardarsi negli occhi, parlarsi e ascoltare sono ancora i modi migliori per un negoziante per comprendere al meglio chi sono e cosa desiderano i suoi consumatori.
L’ascolto attivo è un mezzo potente per cogliere sfumature, sogni, desideri, bisogni, obiettivi del cliente e un’occasione di crescita come professionista e comunicatore.

Ascoltare è diverso che sentire.
Ascoltare significa placare il chiacchiericcio interno e prestare la più totale attenzione a quello che il cliente sta dicendo.

Purtroppo, già dal primo istante cominciamo a dedurre, ipotizzare o crediamo di sapere come-e-cosa ci dirà il cliente.

Con queste idee preconcette, rischiamo di filtrare la conversazione, saltare velocemente alle conclusioni e non comprendere il reale messaggio o bisogno.

Quando il cliente si renderà conto di essere ascoltato, si sentirà importante, si accorgerà di essere seguito da professionista competente, aumenterà il suo desiderio di comunicare e di creare un saldo rapporto di fiducia.

L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio e della soddisfazione della clientela. L’obiettivo è diventare partner del cliente, non un semplice fornitore.

Quali domande è importante che un negoziante si ponga per conoscere al meglio la propria clientela?

Per un negoziante, porsi domande mirate e “scomode” è il primo passo per conoscere la propria clientela. Più le risposte saranno oneste, più saranno incisive le azioni:

“Sono aperto al dialogo o sto, semplicemente, convincendo le persone ad acquistare il mio prodotto o servizio?”

“Comincio a vendere fin dal primo momento che il cliente mette piede nel mio store? Penso di avere un buon intuito, di capire se acquisterà, oppure no, e mi concentro subito e solo su quello?

“Se il mio cliente sta parlando (esprimendo le sue esigenze, necessità, i suoi timori) ed io sto pensando a come presentare meglio il mio prodotto, quanto avrò veramente ascoltato quello che ha detto?”

“Il mio fine ultimo è “piazzare” il prodotto o la soddisfazione del cliente?”
“Come preferiscono acquistare il mio prodotto?
Online, di persona o per telefono?”
“Come posso informarli frequentemente senza essere insistente?”
“Sono soddisfatti principalmente del prodotto o dell’esperienza in-store?”

Quali investimenti può portare avanti un retailer per capire chi sono i suoi consumatori?
In quali direzioni?

Sono sempre più numerose le persone continuamente connesse in Rete che si “lasciano” orientare e influenzare nei loro acquisti da recensioni, opinioni, consigli online e dai suggerimenti ricevuti attraverso i social.

Qualsiasi azienda che voglia conoscere, creare o ampliare la conoscenza dei suoi consumatori deve puntare sul dialogo e l’interazione con i clienti e una presenza qualificata sul web.

Il cliente, una volta sul sito dell’azienda desidera trovare informazioni, contenuti, commenti e testimonianze, articoli del blog, video per la risoluzione di un problema, indicazioni e suggerimenti su come usare i prodotti, vedere il processo lavorativo oppure l’anteprima visuale dei nuovi prodotti.

La comunicazione non è “a senso unico” ma deve trasmettere voglia di ascoltare e spazio per condividere esperienze ed emozioni. In questo modo si dimostra attenzione, interesse e riconoscenza per la scelta e la fedeltà dei consumatori.

Il segreto per conquistare nuovi clienti: costruire dei rapporti con la clientela, mantenendo un dialogo che li coinvolga in una conversazione continua.

Come conquistare nuovi clienti?
Quali strategie è necessario mettere in campo?

Una strategia vantaggiosa per conquistare nuovi clienti potrebbe essere quella di combinare una solida e autorevole presenza web a un servizio clienti personalizzato, flessibile e produttivo.

Il cliente, sul sito dell’azienda avrebbe la possibilità di trovare informazioni, contenuti pertinenti e di qualità, verificare la visibilità delle scorte (ovvero costatare se un articolo è disponibile prima di recarsi ad acquistarlo in negozio), comunicare con un venditore o consulente mentre è online, chiedere o disdire un appuntamento, trasmettere e ricevere messaggi, prenotare velocemente un articolo, ricevere una notifica, ecc..

Una volta in negozio, il personale di vendita (abbandonata definitivamente la veste del venditore classico per quella del consulente di vendita) è pronto a offrire al consumatore promozioni personalizzate sulla base degli acquisti precedenti o delle preferenze manifestate.

Oltre ai dati che si trovano nei vari sistemi gestionali (ultimo acquisto, media di acquisto, ecc.) compito dei consulenti di vendita è annotare nella scheda cliente le preferenze, le abitudini, tutte le informazioni utili per preparare offerte sempre più personalizzate e mirate.

La personalizzazione dell’offerta è sempre più al centro delle strategie di marketing.
Fornire al cliente la massima possibilità di scelta e un servizio sempre più personalizzato è diventato l’imperativo principale.

Chi è il nuovo consumatore?
Cosa pretende quando entra in negozio?

Il consumatore di oggi è più informato, analizza i vari prodotti e confronta prezzi da solo.

Risponde a tono e con precisione.
Prima di acquistare, si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se li serve veramente, chi lo vende e com’è la marca.
Se reputa di aver subito un torto, si lamenta con tutti ma non con l’interessato.
Una volta insoddisfatto non ritorna più. Desidera essere trattato in modo speciale, diverso dagli altri.

Il consumatore di oggi quando entra in negozio esige di essere aiutato nella scelta da un professionista competente, capace di ascoltare, capire le sue esigenze e proporli l’articolo o il servizio giusto … invece (spesso) si trova davanti ad una persona impegnata a parlare, plasmare, manovrare e convincere … a vendere!

Questa visione è superata.
Il nuovo consumatore non vuole sentirsi più manipolato, non accetta più che la vendita passi attraverso una fase in cui debba farsi convincere ad acquistare. Non si fa più metter via da una frase a effetto e un sorriso di circostanza!

Pretende di essere ascoltato, ricevere risposte, spiegazioni e soluzioni pertinenti. Chiede di essere orientato in mare d’informazioni. Desidera sempre la massima chiarezza su argomenti delicati quale prezzo, garanzia, reso, ecc.

La chiave per conquistare nuovi clienti è essere sinceri, appassionati del lavoro, ascoltare con attenzione, essere attenti ai bisogni, non pensare (solo) a vendere e diventare per il consumatore un punto di riferimento concreto, fidato e irrinunciabile.