Accettare un’offerta di lavoro? La difficoltà di una scelta

accettare un'offerta di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio

STAI LEGGENDO LA PARTE 1
Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?

Hai lasciato un’ottima impressione al colloquio.

Dopo 24 ore arriva l’offerta.
Contratto pronto da firmare.

Wow.
Oppure… no.

Troppo bello?
Ma perché tutta questa fretta?

Oppure succede questo.

Ti chiama un’ex collega.
Lavora per la concorrenza.

C’è una posizione perfetta per te.
Ti vogliono subito.

Peccato che tu sia nella tua nuova azienda da meno di sei mesi.

La proposta è allettante:
stipendio più alto, nuove sfide.

Lasciare un contesto in cui stai bene non è una decisione leggera.

Cambiare lavoro sembra semplice.
In realtà può incidere molto sulla tua carriera e sulla tua vita.

Come scegliere con lucidità:

Accettare un’offerta di lavoro? Prenditi tempo

La prima cosa da fare è non rispondere subito.

Quando ricevi un’offerta, è normale sentirsi gratificati.
L’autostima sale.
L’entusiasmo pure.

Ma una decisione importante non si prende sull’onda del momento.

Rallenta.

Analizza davvero il nuovo ruolo

Durante il colloquio non limitarti a “piacere”.

Devi capire.

Chiarisci:

  • responsabilità reali
  • competenze richieste
  • orari e modalità di lavoro
  • possibilità di smart working
  • sede
  • livello di autonomia

Più sei preciso qui, meno sorprese avrai dopo.

Guarda con onestà la tua situazione attuale

Se stai già lavorando, fermati un attimo.

  • Quanto ti soddisfa davvero il tuo ruolo oggi?
  • Tra un anno, questa nuova scelta sarà ancora migliore?

Non svalutare ciò che hai solo perché qualcosa è nuovo.

Stabilità, relazioni, contesto: pesano.

Attenzione alle decisioni veloci

Una mia cliente, Manuela, aveva accettato un lavoro convinta di occuparsi di marketing.

Si è ritrovata a fare chiamate a freddo per un servizio in cui non credeva.

Nel giro di poco: da entusiasmo a frustrazione.

Il punto non era solo l’azienda.

Aveva deciso troppo in fretta.
Senza verificare davvero il ruolo.

Prima di dire sì, verifica.
Sempre.

Se sei senza lavoro, non accettare a occhi chiusi

La pressione è alta, lo so.

Ma proprio lì serve più lucidità.

Controlla:

  • solidità dell’azienda
  • affidabilità
  • prospettive del ruolo

Un salto nel vuoto può complicarti ancora di più la situazione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?” per valutare con lucidità pro e contro.

È davvero l’azienda giusta per te?

Una cultura aziendale tossica non si vede subito.

Si scopre col tempo.

E quando emerge, il prezzo si paga.

Analizza la cultura aziendale

Non fermarti alla superficie.

Guarda il sito, sì.
Ma leggi tra le righe.

Osserva:

  • linguaggio
  • valori dichiarati
  • tono della comunicazione
  • coerenza tra parole e contenuti

Chiediti: questa azienda mi somiglia davvero?

Fai domande mirate al colloquio

Il colloquio non è solo per loro.

È anche per te.

Chiedi:

  • cosa farai concretamente
  • quali saranno le priorità
  • come viene valutato il tuo lavoro

E osserva:

Come ti trattano?
Le persone sembrano coinvolte o spente?

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”, il percorso che ti aiuta a fare chiarezza prima di muoverti.

Guarda anche oltre il colloquio

LinkedIn è una miniera.

Chi lavora lì?
Da quanto tempo?
C’è turnover?

Le aziende parlano.
Anche quando non parlano.

Valuta la stabilità reale

Non fidarti solo dell’immagine.

Chiediti:

  • il business è solido?
  • il ruolo è centrale o marginale?
  • quanto rischio sto accettando?

Startup e Mercati nuovi danno energia.
Ma anche meno garanzie.

Non farti guidare solo da entusiasmo o paura

Sono due estremi.

E portano entrambi fuori strada.

La vera domanda non è:

  • “Mi conviene?”

Ma è:

  • “È coerente con me, oggi?”

Il coaching come supporto

Accettare un’offerta di lavoro non è una scelta banale.

Serve chiarezza.
Serve metodo.

Prenota il percorso di coaching per analizzare la tua situazione e decidere con lucidità.

Non tutte le offerte veloci sono opportunità.

A volte la scelta migliore
non è dire subito sì.

È capire bene a cosa lo stai dicendo.

15 motivi perché non piaci ai colleghi: 9 è colpa tua, 6 no

piacere ai colleghi

Foto di NoName_13 da Pixabay

“Non si può piacere a tutti”
non è solo una bella frase.

È una verità.

Tuttavia, quando il problema diventa una consuetudine
è necessario fermarsi
e fare una riflessione su sé stessi.

Non piacere ai colleghi,
non sentirsi accettati sul luogo di lavoro,
può influenzare profondamente la tua autostima.

Ci sono 15 motivi per cui potresti non piacere ai colleghi

Di questi, 9 dipendono (anche) da te:

dal tuo approccio,
dal tuo stile comunicativo,
dalle aspettative su cosa gli altri devono o non devono fare o dire.

Ecco i 9 motivi per cui non piaci ai colleghi

e la colpa è tutta tua!

1. Sei un menzognero seriale

A nessuno piacciono i bugiardi.
Anche se, sul lavoro, tutti mentiamo.

Sì. Come no!

Se dicessimo sempre quello che pensiamo davvero,
le relazioni professionali sarebbero spesso disastrose.

Le cosiddette bugie bianche
servono a evitare imbarazzi
e a non ferire inutilmente.

Ma se menti di continuo,
ti troverai presto isolato.

Giustamente.

2. Sei presuntuoso e arrogante (ed è difficile piacerti)

  • Vivi il lavoro come una giungla?
  • Pensi che “la miglior difesa sia l’attacco”?

Così, a ogni osservazione,
reagisci contrattaccando.

Ti imponi.
Usi sarcasmo e battute per svalutare gli altri.
Sei critico.
Sempre.

Attenzione:
non stai confondendo arroganza e prepotenza
con grinta e carattere?

Spesso l’aggressività
è solo un tentativo (vano)
di nascondere un profondo senso di inferiorità.

La vera sicurezza
si manifesta con calma,
misura,
presenza.

3. Sei sempre ipercritico

  • Hai standard altissimi?
  • Pretendi che tutti siano al tuo livello?
  • Devi sempre puntualizzare?
  • Usi sarcasmo o provocazioni?

Forse pensi che la critica
stimoli gli altri a migliorare.

In realtà,
logora le relazioni.

Genera tensione.
Spinge i colleghi a evitarti.

La polemica gratuita
va trasformata.

L’energia critica può diventare
costruttiva.

4. Ricerchi costantemente attenzioni

  • Giochi a fare la vittima?
  • Vuoi essere sempre al centro?
  • Metti in scena comportamenti teatrali?

Esageri storie, gesti, mimica.
Drammatizzi.
Usi toni seduttivi o provocatori.

Vuoi piacere ai colleghi.

Il problema?

Lo fai con persone
che non hanno alcun interesse
nelle tue vicende personali.

Risultato:
nonostante gli sforzi,
fatichi a creare
una vera vicinanza emotiva.

5. Empatia zero

  • Eviti di condividere emozioni?
  • Le vedi come segno di debolezza?

Così facendo
nascondi il tuo lato umano.

Non ti sintonizzi con gli altri.

Prova a condividere un po’ di più
(non dettagli intimi).
Esperienze.
Prospettive.

Gli altri seguiranno.

Senza trasformare l’ufficio
in una seduta terapeutica.

6. Non ti assumi mai responsabilità

  • “Non è colpa mia.”
  • “Io non c’ero.”
  • “Chiedete a Manuel.”

Ne hai sempre una pronta.

Possibile che sbaglino sempre gli altri?

Assumersi responsabilità
crea rispetto e fiducia.

E incoraggia gli altri a fare lo stesso.

7. Sei un ambizioso “tritatutto”

Sminuisci gli altri
per apparire migliore.
Manipoli.
Calcoli.

È un modo sicuro
per farti nemici.

C’è una grande differenza
tra vendere sé stessi
ed essere arroganti.

L’egoismo
non porta successo duraturo.
Solo relazioni povere.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

Con la nuova edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza
e il volume complementare “Prima volta Leader
hai strumenti pratici per migliorare
impatto, carisma e leadership.

8. Parli sempre e solo di te

“So bene cosa provi… infatti
anche a me è successo…”

Parti con buone intenzioni.
Poi prendi la scena.

Viaggi.
Hobby.
Successi.
Sempre tu.

Alla lunga diventi prevedibile.
E vieni evitato.

9. Sei un lecchino

Complimenti strategici.
Accondiscendenza.

Mai un’opinione vera. Sincera.

Credi davvero
che bastino quattro salamelecchi
per manipolare gli altri?

6 motivi per cui non piaci ai colleghi

Ma stavolta non è colpa tua!

1. Fai da “specchio” agli altri

Spesso ricordi, in modo inconsapevole,
proprio quei tratti che l’altro non accetta di sé.

Vediamo negli altri atteggiamenti che ci infastidiscono
perché non li riconosciamo (o non li accettiamo) dentro di noi.

Così li proiettiamo all’esterno.

Risultato:
chi ti ha davanti
reagisce con fastidio o ostilità
senza sapere nemmeno perché.

Cosa puoi fare?
Molto poco.

Non puoi cambiare le dinamiche inconsce degli altri.

2. I tuoi successi suscitano invidia

Ogni successo — anche piccolo —
porta con sé approvazione e riconoscimento.

Ma anche invidia.

Quando possiedi carisma, talento, creatività
(o semplicemente una vita che funziona),
per qualcuno sei una minaccia.

L’invidia è universale.
È fatta di paura, insicurezza, confronto continuo.

3. Il tuo aspetto fisico “disturba”

Potresti non piacere ai colleghi
semplicemente perché sei di bell’aspetto.

La bellezza sul lavoro
è un’arma a doppio taglio.

Porta vantaggi,
ma anche pregiudizi e rivalità.

C’è chi ti vede come una minaccia.
Chi ti svaluta.
Chi ti giudica meno competente
solo per come appari.

Non dipende da te.
Dipende dalle insicurezze altrui.

4. Dici la verità (e hai il coraggio di farlo)

Sei trasparente.
Diretto.
Leale.

Ma la verità, sul lavoro,
non è sempre ben accolta.

Dire ciò che si pensa
può creare attriti,
risentimenti,
chiusure.

Non tutti sono pronti
a ricevere verità scomode.

E molti non amano
chi pensa in modo indipendente.

Perché non è facilmente manipolabile.

5. Sei vittima di pregiudizi

  • “Le donne sono nevrotiche”
  • “I giovani non hanno voglia di lavorare”
  • “I senior sono lenti”

Se qualcuno ha preconcetti su di te,
non è colpa tua.

I pregiudizi nascono da scorciatoie mentali:
età, genere, origine, aspetto, modo di vestire o parlare.

Limitano.
Impoveriscono il pensiero.
Ma sono difficili da scardinare.

Chi li usa
spesso non se ne rende nemmeno conto.

6. Sei bersaglio della frustrazione altrui

Alcune persone hanno bisogno di attenzione.

Pettegolezzi.
Malignità.
Commenti fuori luogo.

Scaricano la loro frustrazione
svalutando gli altri.

Anche qui,
puoi fare ben poco.

Se non mantenere una distanza sana
e condividere solo ciò che è necessario
per il lavoro quotidiano.

Non sempre, quindi, il problema sei tu.

Puoi migliorare comunicazione, atteggiamento e consapevolezza quanto vuoi …

ma se dall’altra parte trovi persone rigide, insicure o invidiose,
la tua responsabilità finisce lì.

La vera competenza sta nel riconoscerlo …

senza rinunciare a essere professionale, autentico e autorevole.

11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare

scarsa leadership

Foto di Pixabay

La scarsa leadership può distruggere il clima di lavoro.

Può provocare la fuga dei migliori collaboratori.

E quelli che restano?

Diventano ansiosi.
Demotivati.
Distaccati.

La fiducia si incrina. La tossicità si diffonde.
La produttività cala. Lentamente. Inesorabilmente.

Molti team leader non riescono a sviluppare il potenziale dei propri collaboratori.

Non perché manchino di volontà, ma perché non hanno mai sviluppato davvero le competenze di leadership.

La leadership non è uno status

È un’azione.
Quotidiana.
Consapevole.

È ciò che costruisce — o distrugge — un team.

Vediamo 11 segnali di scarsa leadership che non dovresti mai ignorare.

1. Risposte secche, senza spiegazioni

“Sì.”
“No.”

Senza contesto. Senza motivazione.

Questo approccio, nel tempo, crea frustrazione e distanza.
Le persone non vogliono solo eseguire. Vogliono capire.

Condividere il-perché delle decisioni costruisce fiducia.

Il silenzio la distrugge.

2. Confondere arroganza con sicurezza

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza“, l’arroganza non è sicurezza.
È spesso il suo contrario.

Il leader arrogante ostenta.
Ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

Il leader sicuro, invece, non ne ha bisogno.
La sua presenza parla per lui.

Chiediti:

sto cercando rispetto…
o approvazione?

3. Essere inflessibile

Il contesto cambia.
Le persone cambiano.
Il mercato cambia.

Un leader rigido resta fermo.
E un leader fermo, prima o poi, diventa un ostacolo.

Essere risoluti è una forza.
Essere inflessibili è una debolezza.

Una leadership rigorosa può portare a un ostinato rifiuto di tutti i nuovi concetti o processi,
una rigida aderenza alle tempistiche,
un’organizzazione non produttiva.

La flessibilità mentale è una competenza chiave della leadership moderna.

4. Essere troppo sensibile con i collaboratori

Alcuni team leader hanno un approccio troppo indiretto con i loro collaboratori.

Sono in soggezione (o al contrario boicottano) il collaboratore competente e preparato.
Sono insicuri e dovrebbero lavorare sulla loro scarsa leadership!

Alcuni leader evitano feedback difficili per paura di perdere consenso.
E così facendo, perdono autorevolezza.

Non guidano. Compensano.

Il risultato?
Problemi ignorati.
Frustrazione crescente.
Perdita di credibilità.

Il tuo ruolo non è essere amato.
È essere rispettato.

5. Non ascoltare davvero

Molti leader parlano.
Pochi ascoltano davvero.

L’ascolto attivo è ciò che ti permette di capire il tuo team.
Di anticipare i problemi. Di costruire fiducia.

Quando una persona si sente ascoltata, si sente valorizzata.

Inoltre, i leader che ascoltano in modo efficace hanno il “polso” dei dipendenti,

Vuoi rafforzare la tua presenza e la tua credibilità come leader?

Scopri il percorso mirato:
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

6. Nascondersi dietro regole e procedure

Le regole servono a supportare il lavoro.
Non a sostituire la leadership.

Quando un leader usa solo procedure, spesso sta evitando di assumersi responsabilità.

Le persone non seguono le procedure.
Seguono le persone.

L’amore ossessivo per la procedura (spesso) maschera un’incapacità,
che può diventare letale.

Una tendenza che porta a perdersi in lungaggini concettuali, complesse teorie e procedure prolisse anziché “calarsi” su priorità vitali sono in spasmodica (e pericolosa) attesa.

7. Concentrarsi solo sui risultati

La scarsa leadership è concentrata solo sul successo personale.

I risultati sono importanti.
Ma sono le persone che li rendono possibili.

Un leader che vede solo numeri perde il team.

Basta poco per fare la differenza:
ascoltare,
riconoscere,
essere presenti.

La leadership è anche relazione.

Esprimi il tuo lato più umano e sarai apprezzato anche sul lato personale.
A volte, basta un pizzico di disponibilità in più.

8. Mancanza di fiducia in sé stessi

Il team percepisce immediatamente l’insicurezza.

Il team leader che non ha fiducia in sé stesso crea frustrazione (poiché è indeciso),
oppure fornisce feedback di scarso valore (dice solo cosa-non-va).

Un leader indeciso crea confusione.
Un leader sicuro crea direzione.

Le persone cercano stabilità.
Cercano qualcuno che sappia dove andare.

La scarsa leadership porterà perdita di informazioni strategiche, scadenze non rispettate,
efficienza mancata e conseguenze rovinose.

9. Essere troppo distante dal team

Delegare è corretto.
Disinteressarsi, no.

Quando perdi il contatto con la realtà quotidiana del team, perdi la tua efficacia.

Alcuni leader per evitare l’etichetta (non lusinghiera) di micro-manager,
cercano di coinvolgere meno i propri dipendenti.

Elargendo a “piene mani” fiducia e libertà (che detto-fra-noi è una bella cosa!).

L’intento è nobile, ma quando “indietreggiano” troppo, il risultato è inefficace perché perdono la prospettiva sul lavoro. Diventano improduttivi nella gestione del team.

La leadership richiede presenza.
Non controllo.
Presenza.

10. Valutare le persone solo dalle ore lavorate

Non conta quanto tempo lavori.
Conta il valore che produci.

I leader immaturi premiano la presenza.

Diversi team leader sono impressionati solo da chi-lavora-tanto,
dai grandi-lavoratori, i “drogati” degli straordinari.

Ma non è detto!

I grandi-lavoratori possono impiegare il doppio del tempo per svolgere il lavoro.
Hanno perso ogni prospettiva di un sano bilanciamento lavoro-privato.

I leader efficaci premiano l’impatto.

Il vero obiettivo è il risultato. Non la fatica visibile.

11. Cambiare comportamento davanti ai superiori

Un leader debole cambia atteggiamento davanti al potere.

Si comportano come bambini quando è presente l’autorità (titolare, CEO ecc.).

Diventa compiacente.
Insicuro.
Sottomesso.

Un leader autorevole resta coerente.
Con tutti.

Ma soprattutto per se stesso.

Il tuo valore non dipende da quello che pensano gli altri,
dall’approvazione che riceverai da chi occupa una posizione gerarchicamente superiore.

La scarsa leadership ha un costo enorme

Distrugge la fiducia.
Riduce la motivazione.
Allontana i talenti migliori.

Al contrario, una leadership consapevole crea un ambiente in cui le persone crescono, contribuiscono e danno il meglio.

Ricorda

Le persone non lasciano le aziende.
Lasciano i leader.

E la buona notizia è questa:
la leadership si può imparare.

Lasciare l’attuale posto di lavoro? I dubbi di Manuel

lasciare l'attuale posto di lavoro
La notte non riesci a dormire al pensiero del lavoro del giorno dopo?

Continui a guardare l’orologio aspettando il venerdì?

Il tuo lavoro attuale non c’entra quasi nulla con le competenze che hai costruito negli anni?

Studi.
Esperienza.
Specializzazioni.

E intanto senti di essere fermo!

Stai pensando di lasciare l’attuale posto di lavoro?

L’ambiente è pesante.
Le aspettative diventano sempre più irragionevoli.

Non ti senti valorizzato — economicamente e non solo.

Il capo ti mette pressione anche per dettagli inutili.
Le possibilità di crescita sembrano inesistenti.

E soprattutto…

non vuoi passare tutta la vita al palo..

Come Manuel, un mio cliente di 34 anni che lavorava nel settore IT da oltre sei anni nella stessa azienda.

Mi raccontava quanto si sentisse sempre meno riconosciuto.

Con il tempo aveva iniziato a spegnersi.

Fare uno sforzo gli pesava.
Anche reagire.

Non si riconosceva più nell’azienda.
Perfino il senso di appartenenza stava scomparendo.

E quando succede, rischi di scivolare lentamente nell’apatia.

Manuel sentiva addosso un forte senso di fallimento

Così ha iniziato a valutare diverse possibilità:

  • un altro lavoro
  • lo stesso ruolo in un ambiente diverso
  • oppure quel progetto lasciato per anni nel cassetto

Il problema?

Il tempo passava.
E nulla cambiava davvero.

Manuel si sentiva come una pentola a pressione pronta a esplodere.

Provava rabbia.
Anche verso sé stesso.

Eppure la rabbia — se indirizzata bene — può diventare energia.

Può aiutarti ad aprire finalmente quella porta che continui a fissare da troppo tempo.

Forse è arrivato il momento di lasciare il tuo attuale lavoro

Ma lasciare un lavoro — anche quando ti svuota — resta una scelta difficile.

Perché significa affrontare il cambiamento.

E il cambiamento spaventa.

Così tante persone restano bloccate:

dubbi,
ripensamenti,
indecisione continua.

Pantani mentali.

Domande, tante domande

“Come affronti questo cambiamento?”

  • Come reagirai alle attese?
  • Alle porte chiuse?
  • Ai dubbi?

Perché il problema non è solo quello che accade quando vuoi lasciare l’attuale posto di lavoro.

Conta soprattutto il tuo atteggiamento.

Evita di impantanarti nei dettagli

Sai come Manuel disperdeva energie?

Ricercava.
Analizzava.
Confrontava.

E proprio quando sembrava vicino a decidere… ricominciava tutto da capo.

Voleva essere ancora più sicuro.

Questa ricerca infinita spesso non è prudenza.

È procrastinazione.

Quando pensi troppo, rischi di convincerti che stai avanzando.
In realtà stai solo girando attorno al problema.

Nulla cambia senza azione.

LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

Non continuare a vivere al condizionale

  • “Vorrei…”
  • “Farei…”
  • “Prima o poi…”

Così non parti mai.

Non esiste il momento perfetto.

Quando arriva un’opportunità, nessuno si sente pronto al 100%.

Mai.

Prima di cambiare tutto o restare per inerzia,
prenditi uno spazio per fare chiarezza,
senza pressioni.

Scopri il servizio dedicato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” a chi si sente bloccato nel proprio ruolo.

La perseveranza cambia tutto

Molte persone mollano al primo ostacolo.

Interpretano le difficoltà come la prova definitiva di non essere abbastanza.

La perseveranza fa il contrario.

Ti permette di andare oltre i “No grazie”.
Oltre i “Le faremo sapere”.
Oltre la fatica.

Davanti al prossimo ostacolo non paralizzarti.

Pazienza.
Perseveranza.

Riprova!

E Manuel?

Per mesi è rimasto fermo nel dubbio.

Poi, stanco della situazione di stallo, ha deciso di iniziare il percorso di coaching.

In realtà il problema non era il Mercato.

Era affrontare il cambiamento.

Dopo aver costruito il dossier di candidatura — CV e lettera di presentazione — ci siamo concentrati sulla direzione da seguire.

Ci sono stati colloqui andati male.
Momenti di scoraggiamento.
Dubbi.

Poi, dopo circa tre mesi, Manuel è stato assunto da un’altra azienda del settore.

A volte serve uno sguardo esterno

Quando resti bloccato nella paralisi dell’analisi, confrontarti con un professionista può aiutarti a vedere la situazione con più lucidità.

A volte basta un piccolo cambio di prospettiva per uscire dallo stallo.

E ripartire.

Cosa dire i primi giorni di lavoro per fare colpo sui nuovi colleghi

i primi giorni di lavoro
I primi giorni di lavoro.
(quello che non è scritto nel contratto ma conta moltissimo).

Nei primi giorni di lavoro c’è quasi sempre un divario
tra ciò che dovresti fare
e ciò che accade davvero.

Non dovresti trascurare alcun compito formale,
ma esistono aspettative implicite
che i colleghi danno per scontate.

Meglio intercettarle subito.

Sii disponibile (davvero)

All’inizio, le persone contano più delle attività.

Frasi semplici, potenti:

  • “Di cosa hai bisogno?”
  • “Posso aiutarti in qualche modo?”
  • “Vuoi una mano con questo?”

Aiutare è un ottimo modo per:

  • costruire relazioni
  • capire come funzionano davvero le cose
  • dare una prima impressione solida

Anche su progetti fuori dal tuo to-do.

Non puoi sapere se il tuo aiuto sarà apprezzato
o visto come un’imprudente intrusione,

ma se lo fai con rispetto, prudenza e senza prevaricazioni,
dimostri il tuo interesse della squadra.

Non rifiutare l’invito a pranzo

Se ti invitano: vai.

  • “Sì, volentieri. A che ora?”

È un segnale chiaro:
sono parte del team.

Se sei impegnato, rifiuta con eleganza
e proponi un’alternativa.

E se nessuno ti invita?
Succede.

Non c’è confidenza, familiarità,
ognuno resta sulle sue.

Non farne un dramma.
Respira.
Chiedi tu di sederti con qualcuno.

Fare il primo passo comunica sicurezza, apertura, maturità.

Mostra la tua personalità (restando professionale)

Non serve raccontare la tua vita.
Basta qualche aggancio.

Argomenti sicuri:

  • animali domestici
  • eventi (meglio se neutri)
  • hobby
  • città di provenienza o trasferimento

Piccoli dettagli creano connessione.

Non parlare male della vecchia azienda (mai)

Frasi da evitare:

  • “Nel mio vecchio lavoro era tutto un disastro”
  • “Il mio ex capo era incapace”

Non ti valorizzano.
Ti squalificano.

Concentrati sull’entusiasmo per il nuovo inizio.
Il passato… resta passato.

Non criticare la nuova azienda (almeno all’inizio)

Processi lenti?
Strumenti migliorabili?

Probabile.

Ma i primi giorni non sono il momento di criticare.

Chiedi ciò che ti serve con educazione.
Osserva.
Annota.

Capirai quando/come proporre miglioramenti.

Prepara una presentazione di te (sì, davvero)

Ti presenterai molte volte.

Meglio essere pronto!

Elementi chiave:

  • nome
  • ambito
  • Il tuo ruolo attuale: cosa fai e di cosa ti occupi davvero, per orientare chi ti ascolta.
  • Il tuo percorso precedente: da dove vieni, per creare connessioni e punti in comune.
  • Un dettaglio personale: un fatto o un cambiamento che aiuti gli altri a ricordarti.

Esempio:

“Ciao, sono Michele.
Sono entrato da poco nel team marketing.

Mi occupo principalmente di (ambito/attività chiave), lavorando su (breve focus concreto).

Arrivo da Milano, dove ho maturato la mia esperienza precedente,
e mi sono trasferito a Lugano per questa opportunità.

Sono contento di essere qui e di collaborare con voi.”

Presentazioni di gruppo

Se ti presentano a un team:

  • parla chiaro
  • sorridi
  • sii breve
  • guarda le persone

Chiudi con una frase positiva:

  • “Non vedo l’ora di lavorare con voi”
  • “Sono felice di iniziare questo progetto”

E prova a ricordare i nomi.
Farà la differenza.

Fai domande – parla poco – ascolta tanto

I primi giorni servono a capire:

  • i flussi
  • le regole non scritte
  • le persone

Quindi:

  • fai domande
  • ascolta
  • prendi appunti

E non interrompere chi è concentrato o in chiamata.

Un gesto, un sorriso, “a dopo”.

Metti il cellulare in silenzioso

(soprattutto) Nei primi giorni:
presenza totale!

Non serve aggiungere altro.

Non lamentarti

Anche se vedi inefficienze.

Un cliente appena-assunto mi raccontò di aver criticato (con ironia)
un software aziendale…
parlandone proprio con chi ne aveva sponsorizzato l’acquisto.

Errore classico.
Costoso.

Avrai tempo per proporre miglioramenti.
Non subito.

Chiedi consigli

Le persone amano sentirsi competenti.

  • “Hai qualche suggerimento per chi ha appena iniziato?”
  • “Posso chiederti un parere?”

Chiedere consigli:

  • costruisce relazioni
  • accelera l’apprendimento
  • ti fa apparire intelligente, non debole

Non spettegolare

  • “Ho sentito che il mio capo esce con la figlia del direttore finanziario. È vero?”
  • “Chi è la biondona alla reception?”

Evita:

  • gossip
  • battute sul capo
  • commenti sui colleghi

Non ti renderanno “uno del gruppo”.
Piuttosto inaffidabile.

SUGGERIMENTO

Se qualcuno prova a coinvolgerti nel gossip:
sorridi, ascolta,
non alimentare.

Capiranno.

Non fare il saputello

Questa è una buona regola da ricordare,
non solo i tuoi primi giorni di lavoro.

Il tuo primo istinto potrebbe essere di mostrare (in tutti i modi)
quanto sei brillante e capace.

Sei già stato assunto.
Non devi dimostrare nulla.

Resisti alla tentazione di impressionare a ogni costo.

Osserva.
Capisci.
Mostra rispetto.

L’umiltà nei primi giorni
vale più di qualsiasi brillantezza esibita.

SUGGERIMENTO
leggi il post con la storia di Edoardo (arrivato nel nuovo lavoro con tanta sicurezza ma poi ..)

Goditi il momento

Hai ottenuto questo lavoro.
Quindi, non dimenticare di … essere felice!

Sorridi.
Presentati.
Mostra gratitudine.

Le persone lo percepiscono.


Vuoi migliorare il tuo modo di comunicare sin da subito?

La NUOVA edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” offre strumenti immediati e concreti.

Se sei all’inizio, “Prima volta Leader” ti accompagna con chiarezza nei primi passi.

Esprimi il piacere di far parte del team

Se sei felice di esserci, dillo.

Ricorda però:
per qualcuno il tuo arrivo
potrebbe sembrare una minaccia.

Per questo:

  • osserva
  • adattati
  • non forzare

In conclusione

I primi giorni non servono solo a brillare.
Servono a capire.

Il tuo approccio iniziale
influenzerà profondamente
il tuo successo (o fallimento) in azienda.

Non cercare di essere perfetto.
Cerca di essere lucido, presente, rispettoso.

L’autorevolezza non si impone il primo giorno.

Si costruisce, un gesto alla volta.

Cosa dire quando qualcuno ti interrompe in un meeting

qualcuno ti interrompe
Immagina di essere nel pieno di un meeting.

È il tuo turno di parlare.
Hai un’idea brillante e non vedi l’ora di condividerla.

Appena inizi, però, qualcuno ti interrompe.
Devia la conversazione.
Il focus salta.

Un attimo di sorpresa.
Un altro per raccogliere i pensieri.
Poi provi a riprendere il filo.

Non sai cosa pesa di più:
tollerare l’interruzione
o affrontarla.

Spesso chi interrompe non se ne rende conto

Non si scusa.
Non ti restituisce la parola.

E prima che tu possa reagire, tra esitazioni e nuove intrusioni…
il meeting è finito!

Succede.
Più spesso di quanto pensi.

Se a interromperti è il capo, il CEO o il titolare,
(per quanto poco gradevole) l’episodio viene spesso tollerato.

Ma se l’interruzione è continua …

e arriva da un tuo pari grado o da un collaboratore,
l’impatto sulla tua leadership è reale.

Anche se dice più sull’altra persona che su di te,
essere interrotti fa sentire sminuiti.
Poco rispettati
.

Perché le persone interrompono

Quando qualcuno ti tronca, chiediti prima perché lo sta facendo.

Ecco i motivi più comuni:

  • Dimenticanza

Temono di perdere il loro pensiero e intervengono subito.

  • Entusiasmo

Sono coinvolti e vogliono partecipare.

  • Visibilità

Competono per riconoscimento e spazio.

  • Maleducazione

Dominano la conversazione e mostrano “chi conta”.

  • Inconsapevolezza

Sono nel loro loop mentale e non se ne accorgono.

  • Arroganza

Pensano che il ruolo o l’anzianità giustifichi l’interruzione
(ma non vogliono essere interrotti a loro volta).

La buona notizia?

Puoi gestire le interruzioni senza perdere credibilità.

Gestire un’interruzione rafforza la tua leadership

Essere interrotti crea disagio.
È normale.

Perdi il filo.
Ti senti esposto.
Hai voglia di lasciar perdere.

Invece:
fai un respiro.
ricentra il messaggio.
continua a parlare con calma e sicurezza.

Questo comunica una cosa chiara:
non hai finito.

Se l’interruzione continua, rispondi prima di arrivare al punto di ebollizione.
Non serve agitarsi.

Serve lucidità.

Non prenderla sul personale

Non esigere rispetto.
Se lo chiedi, spesso è già perso.

Il rispetto non deriva dal titolo.
Si conquista nel modo in cui comunichi.

Minacciare (“Lo dico al capo!”) ti rende lamentoso.
Come un bambino che chiama la maestra.

Evita.

Sii conciso

Più sei dispersivo,
più aumenti la probabilità di essere interrotto.

Un punto alla volta.
Poi spazio agli altri.

Se hai più punti, numerali:

  • “Ho due considerazioni. La prima è…”

Questo segnala chiaramente che non hai ancora finito.

Se il contenuto è denso, anticipa:

  • “Rispondo volentieri alle domande appena concludo.”


Anche nei meeting, la comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Con la nuova edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza

e il volume complementare “Prima volta Leader

hai due strumenti pratici per migliorare impatto, carisma e leadership.

Quando qualcuno ti interrompe: ascolta e rispondi con decisione

Stabilisci contatto visivo e usa frasi come:

  • “Ottimo punto, Annamaria. Aggiungo solo un altro aspetto…”
  • “Finisco il mio ragionamento, poi torno volentieri su questo.”
  • “Vorrei condividere alcuni dati prima di aprire il confronto.”

Non stai invalidando l’altro.

Stai tenendo il tuo spazio.

Poi, quando hai finito:

  • “Annamaria, volevi aggiungere qualcosa?”

Tornare al punto interrotto

Usa frasi semplici e neutrali:

  • “Tornando a quello che stavo dicendo…”
  • “Come spiegavo poco fa…”
  • “Riprendo da dove ero rimasto…”

Attenzione al tono:
deve restare calmo e amichevole.

Quando l’interruzione è segno di interesse

A volte chi interrompe…
sta semplicemente seguendo.

Mostra connessione:

  • “Esatto!”
  • “Sono d’accordo, infatti…”
  • “Ecco perché lo trovo rilevante.”

Ignorare queste interruzioni significa perdere un’occasione.

Per approfondire il tema della comunicazione autorevole,
ti consiglio il mio post → “Come dire, senza dirlo, “Il capo sono io!

Frasi utili per “mettere in attesa” l’interruzione

  • “Ne parliamo tra un attimo, fammi solo finire.”
  • “Ottimo spunto, ci torniamo subito.”
  • “Mi interessa molto, ma prima chiudo questo punto.”

Comunichi ascolto senza perdere il filo.

E se l’interruzione continua…

Usa frasi più dirette (solo se necessario):

  • “Non ho ancora finito.”
  • “Ti chiedo di lasciarmi concludere.”
  • “Preferisco completare il mio pensiero.”

Conta come lo dici:
sguardo neutro,
tono fermo,
non irritato.

Se serve, chiarisci dopo il meeting, in privato:

  • “Quando mi interrompi spesso, mi sento poco ascoltato.
    Mi aiuterebbe se mi lasciassi finire.”

Quando a interromperti è il capo

Aspetta la fine della riunione.
Poi chiedi un confronto uno-a-uno:

  • Ho notato che sei intervenuto durante il meeting…”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Come posso presentare meglio i miei punti la prossima volta?”

In conclusione

Le interruzioni parlano più di chi interrompe che di te.

Tempismo e consapevolezza fanno la differenza.

Saper gestire quando parlare — e quando non farlo —
rafforza la tua leadership.

Da ricordare

Non serve alzare la voce per farsi ascoltare.
Serve tenere il punto.

Con calma, presenza e autorevolezza.

Lasciare il segno non significa parlare di più,
ma farsi ascoltare meglio.

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Come lasciare il segno in meeting e riunioni

Allena chiarezza, sicurezza e presenza autentica nei tuoi interventi.

Come fare un’ottima ULTIMA impressione in 7 mosse

ultima impressioneFoto di Yan Krukau

In diversi miei post ho parlato dell’importanza della prima impressione nei contesti sociali e professionali:

colloqui di lavoro,
meeting,
presentazioni,
nuovi contatti.

Presentarsi nel migliore dei modi, partire con il piede giusto e colpire fin dall’inizio sembra spesso la strada migliore per ottenere risultati.

Ed è vero.

Come professionisti e team leader ci concentriamo — comprensibilmente — soprattutto sulla prima impressione.

Alcuni studi mostrano qualcosa di interessante:

Le persone ricordano molto bene l’inizio e la fine di un’interazione.

La parte centrale?
Molto spesso sfuma.

Quindi non dovresti puntare solo a una buona PRIMA impressione.

Dovresti costruire anche un’ottima ULTIMA impressione.

Perché è quella più fresca nella memoria.

Iniziare bene è importante.
Finire bene lo è altrettanto.

Cosa fai o dici per lasciare un’ultima buona impressione?

Prima regola:

non lasciarla al caso.

Tra la PRIMA e l’ULTIMA impressione possono succedere molte cose. I contenuti contano eccome.

Ma l’ultima parte dell’incontro è ciò che spesso crea il tuo “marchio” finale.

Quella sensazione che lascia pensieri tipo:

  • “Che persona interessante.”
  • “Vorrei lavorare ancora con lui.”
  • “Mi ha fatto una bella impressione.”

Piccoli dettagli possono creare differenze enormi.

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1. Tieni il punto più forte per ultimo

Osserva avvocati, speaker o grandi comunicatori.

Molti costruiscono un finale forte.

Una frase.
Un concetto.
Un’immagine.

Qualcosa che resta.

Lasciare una buona ultima impressione richiede strategia.

  • Può essere una proposta interessante
  • Una frase ben scelta
  • Un sorriso sincero

Persino un semplice:

“Le auguro una buona giornata.”

Detto davvero.

2. Crea un contatto reale

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, nella parte finale di un’interazione è importante creare connessione.

Guarda negli occhi l’altra persona.

Sorridi.

Se il contesto lo permette, una stretta di mano calda e sicura può rendere il momento più umano e memorabile.

Il punto non è il gesto in sé.

È la qualità della presenza.

3. Ringrazia

Sembra banale.

Ma spesso viene fatto male.

Quando finisce un colloquio o una riunione, evita di restare lì fermo, impacciato o indeciso.

Alzati.

Guarda la persona.

Ringrazia con semplicità:

  • “Grazie per il tempo che mi ha dedicato.”
  • “Ho apprezzato questo confronto.”

Poche parole.

Sincere.

4. Sii brillante ma breve

Che tu stia conducendo una riunione o facendo un aggiornamento con il tuo responsabile:

vai al punto!

  • Le persone ricordano chiarezza
  • Ricordano semplicità
  • Chi porta soluzioni

Attenzione però.

Tra sicurezza e arroganza c’è una linea molto sottile. Leggi il post.

La fiducia attrae.
L’eccesso spesso allontana.

5. Ascolta davvero

Una conversazione piacevole raramente dipende solo da chi parla bene.

Dipende soprattutto da chi sa ascoltare.

  • Non aspettare il tuo turno per parlare.
  • Non distrarti con il telefono.
  • Non pensare già alla risposta.

Ascolta.

Semplicemente.

Chi si sente ascoltato tende a ricordarsi di te.

6. Fai una domanda significativa

Una domanda intelligente può lasciare un’impressione migliore di una risposta brillante.

Mostra curiosità autentica.

  • Verso la persona
  • Verso l’azienda
  • Il progetto

Le persone percepiscono immediatamente quando l’interesse è reale.

7. Invia un follow-up

Un messaggio di ringraziamento dopo un incontro, un colloquio o una riunione importante è un dettaglio piccolo.

Ma spesso lascia un segno.

Consolida la tua immagine professionale.

E ti distingue.

In conclusione

Prima di uscire dalla stanza, controlla una cosa molto semplice:

non dimenticare cellulare, penna, cappotto o documenti.

Difficile creare un’ottima impressione finale se devi rientrare pochi secondi dopo dicendo:

“Scusi… ho dimenticato qualcosa.”

La PRIMA impressione stabilisce il tono.

L’ULTIMA impressione è ciò che rimane.

Quello che fai o dici alla fine potrebbe essere ricordato ancora più dell’inizio.

Ma non esiste una grande ultima impressione senza una buona prima impressione.

Adesso sai cosa fare.

15 frasi da non dire al colloquio di lavoro

frasi da non dire al colloquio

Foto di Skyler Ewing da Pexels

Durante il colloquio di lavoro è importante sapere cosa dire.

Ma è altrettanto importante sapere cosa non dire.

A volte basta una frase sbagliata, detta con leggerezza o nervosismo, per compromettere l’impressione che stai costruendo.

Ecco alcune frasi da non dire al colloquio.

“Scusate il ritardo”

Arrivare tardi e partire subito con lunghe giustificazioni ti mette immediatamente in difficoltà.

Nemmeno arrivare troppo in anticipo è ideale.

Costringi l’intervistatore a interrompere quello che sta facendo per “gestirti” prima del previsto.

“Sto cercando un lavoro meno stressante”

Dire che vuoi un lavoro più tranquillo rischia di farti apparire scarico o poco motivato.

Molto meglio parlare di:

crescita professionale,
nuove responsabilità,
voglia di imparare.

“Vorrei aprire una mia attività”

Anche se vuoi trasmettere intraprendenza, attenzione.

Nessuna azienda vuole sentirsi una soluzione temporanea.

Se dai l’impressione di essere lì “in attesa di altro”, il selezionatore inizierà a dubitare della tua motivazione reale.

“Farei qualsiasi cosa pur di lavorare qui”

Può sembrare entusiasmo.

Spesso comunica il contrario.

È una tipica delle frasi da non dire al colloquio. Rischi di svalutarti.

Le aziende cercano persone interessate a un ruolo preciso, non qualcuno disposto ad accettare qualunque cosa.

“Non ho mai avuto fallimenti”

Questa frase suona poco credibile.

E anche un po’ arrogante.

Tutti hanno commesso errori,
vissuto battute d’arresto o affrontato momenti difficili.

La differenza sta nel modo in cui li racconti.

Con lucidità.
Concretezza.
Capacità di analisi.

Parlare male del vecchio capo o dell’azienda precedente

Anche se hai vissuto un’esperienza terribile, evita sfoghi e rancore.

L’intervistatore potrebbe pensare:

“Un giorno parlerà così anche di noi.”

Mantieni un tono professionale.

Concentrati su ciò che hai imparato e su quello che cerchi oggi.

“Non lo so”

Può capitare una domanda difficile o inaspettata.

Ma liquidarla con un semplice “non lo so” raramente ti aiuta.

Meglio prendere un secondo per riflettere.
Oppure chiedere qualche chiarimento.

Dimostri presenza mentale e capacità di ragionamento.

Parlare subito di ferie, benefit e stipendio

Attenzione ai tempi.

Se inizi il colloquio chiedendo ferie, orari o straordinari, rischi di sembrare focalizzato solo su quello.

L’azienda, all’inizio, vuole capire soprattutto una cosa:

che valore puoi portare.

Ci sarà il momento giusto anche per parlare di retribuzione.

“È scritto nel curriculum”

Se il selezionatore ti fa una domanda su qualcosa presente nel CV, non limitarti a rimandarlo lì.

Vuole capire come racconti le tue esperienze.

Come comunichi.
Come colleghi il tuo percorso alla posizione proposta.

“Sto attraversando un periodo difficile”

Molte persone saranno comprensive.

Ecco una delle frasi da non dire al colloquio. L’intervista di lavoro non è il luogo giusto per entrare troppo nei problemi personali.

Mantieni il focus sulla tua dimensione professionale.

“Non ho domande”

Una delle peggiori chiusure possibili.

Fare domande dimostra interesse, curiosità e coinvolgimento.

Un colloquio dovrebbe diventare una conversazione.

Non un interrogatorio.

Fare domande banali sull’azienda

Prima del colloquio informati.

Sito web.
Mission.
Settore.
Prodotti.

Presentarti senza sapere quasi nulla dell’azienda trasmette superficialità.

“So di avere poca esperienza”

Non sottolineare continuamente ciò che ti manca.

Il CV lo hanno già letto.

Piuttosto valorizza:

le tue competenze,
la voglia di imparare,
le capacità organizzative e relazionali.

“Devo chiedere al mio partner”

Se hai bisogno di tempo per decidere, chiedilo.

Ma evita di dare l’impressione che la scelta dipenda completamente da qualcun altro.

Può trasmettere insicurezza.

“Per che ora finiremo?”

Mai dare l’impressione di avere fretta.

Il selezionatore potrebbe leggerlo come disinteresse o scarsa disponibilità.

TI SENTI BLOCCATO AI COLLOQUI? > scopri il percorso di coaching dedicato

“Il mio difetto? Sono troppo perfezionista”

È una risposta ormai abusata.

Un cliché.

E soprattutto non dice davvero nulla della tua personalità o del tuo modo di lavorare.

In conclusione

Durante un colloquio non parlano solo le competenze.

Contano anche:

tono,
atteggiamento,
presenza,
scelta delle parole.

A volte non è la frase brillante a fare la differenza.

È evitare quella sbagliata.

10 errori stupidi che fanno anche i manager intelligenti

errori stupidi dei manager
Molti professionisti sono convinti che diventare leader sia una conseguenza naturale del ruolo.

Hai esperienza.
Conosci il lavoro.
Ottieni risultati.

Quindi, automaticamente, dovresti essere anche capace di guidare persone.

Ma la leadership non funziona così.

Perché gestire persone non riguarda solo competenze o conoscenze tecniche.

Riguarda comportamento.
Presenza.
Capacità di stare nelle tensioni senza peggiorarle.

E soprattutto riguarda una cosa che molti sottovalutano:

il modo in cui reagisci quando le persone non fanno quello che ti aspettavi.

È lì che il ruolo inizia davvero.

Non quando ricevi il titolo.

Errori stupidi dei manager intelligenti?

Non perché siano incompetenti.

Ma perché sicurezza, pressione e potere possono distorcere il modo in cui ti relazioni agli altri.

A volte basta poco.

Una frase detta male.
Una riunione gestita superficialmente.
Una mail inviata per evitare un confronto scomodo.

E lentamente il team cambia atteggiamento.

Magari continua ad annuire.
Ma smette di seguirti davvero.

Molti leader si accorgono di aver perso credibilità… quando il team ha già smesso di ascoltarli davvero.

10 errori che anche leader intelligenti continuano a fare.

1. Dichiarare continuamente la propria competenza

Potresti sentire il bisogno di ricordare continuamente quanto sei preparato.

I risultati ottenuti.
L’esperienza accumulata.
Le persone conosciute.

Ma l’autorevolezza raramente nasce dall’autocelebrazione.

Se sei davvero competente, nel tempo si vede.

Nel modo in cui reagisci.
Nelle decisioni che prendi.
Nel clima che crei attorno a te.

2. Errori stupidi dei manager: pensare di sapere già tutto

Uno dei primi segnali di irrigidimento professionale è questo:

“Lo so già.”

Fine della curiosità.
Fine delle domande.
Ancor più dell’ascolto vero.

E il problema è che molti leader smettono di osservare la realtà proprio quando iniziano a sentirsi esperti.

La sicurezza eccessiva rende ciechi molto più dell’insicurezza.

3. Pretendere troppo dai nuovi arrivati

Succede spesso.

Arriva una persona nuova e dopo pochi giorni ti aspetti autonomia totale.

Ma chi entra in un team nuovo non deve imparare solo il lavoro.

Deve capire:

  • regole implicite
  • dinamiche
  • persone
  • cultura

E questo richiede tempo.

Un inserimento gestito male crea collaboratori insicuri molto prima di creare collaboratori performanti.

4. Parlare online come se fossi in presenza

Molti leader nelle videocall perdono completamente impatto.

Parlano troppo velocemente.
Non guardano mai in camera.
Fanno multitasking continuo.

E il team lo percepisce immediatamente.

Online hai meno strumenti relazionali.

Per questo devi comunicare con ancora più chiarezza e presenza.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi spunti interessanti su postura, presenza e linguaggio del corpo nel lavoro.

5. Credere di essere stato chiaro

Qui nascono moltissimi problemi.

  • “Pensavo fosse ovvio.”
  • “Mi sembrava chiaro.”

No.

Molto spesso non lo era.

Molti conflitti e incomprensioni nascono da comunicazioni lasciate a metà.

I leader maturi verificano.
Riformulano.
Fanno domande.

Sapere fare il lavoro non significa saper guidare chi lo fa.

6. Cercare continuamente di impressionare

Succede molto più spesso di quanto sembri.

Leader che hanno sempre bisogno di:

  • mostrarsi brillanti
  • dimostrare status
  • apparire importanti

Ma le persone percepiscono subito quando qualcuno sta cercando troppo approvazione.

niente indebolisce la leadership quanto il bisogno continuo di impressionare.

Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

7. Usare le mail per evitare confronti difficili

Una tensione nel team.
Un problema relazionale.
Un comportamento da chiarire.

E arriva la mail.

Fredda.
Lunga.
Difensiva.

Perché il confronto diretto crea disagio.

Ma guidare persone significa anche attraversare conversazioni scomode senza nasconderti dietro uno schermo.

Alcuni conflitti peggiorano semplicemente perché nessuno ha avuto il coraggio di parlarsi davvero.

8. Delegare la motivazione del team all’esterno

Workshop.
Corso motivazionale.
Coach.

Tutto utile.

Ma attenzione a una trappola:

pensare che la motivazione del team arrivi dall’esterno mentre tu per primo sei spento, distante o disilluso.

Le persone osservano molto più di quanto ascoltino.

Il clima del team spesso riflette lo stato emotivo di chi lo guida.

9. Mettere le persone sotto pressione continua

Alcuni leader confondono pressione con performance.

Spingono sempre.
Ancora di più quando vedono difficoltà.

Ma non tutti hanno:

  • lo stesso ritmo
  • la stessa esperienza
  • la stessa tenuta emotiva

E chi lavora costantemente in tensione prima o poi smette di esporsi davvero.

Fa il minimo indispensabile.

Un team sotto pressione continua non diventa più forte. Spesso diventa solo più silenzioso.

10. Lamentarti continuamente del tuo team

Questo è uno degli errori stupidi dei manager più distruttivi.

“Non capiscono.”
“Non sono motivati.”
“Non ci si può contare.”

A volte il problema esiste davvero.

Ma lamentarti continuamente produce una cosa sola:

un clima di sfiducia.

I leader maturi non ignorano i problemi.

Ma cercano di costruire sulle risorse presenti, non solo sulle mancanze.

Una riflessione finale

Molti pensano che leadership significhi avere controllo.

In realtà molto più spesso significa gestire complessità umana senza irrigidirti.

Ed è una competenza molto più difficile da sviluppare di quanto sembri.

Perché le persone non seguono davvero chi:

  • parla meglio
  • si vende meglio
  • ostenta sicurezza

Seguono chi riesce a creare fiducia anche nei momenti difficili.

E spesso la differenza tra un leader rispettato e uno semplicemente tollerato… sta proprio nei piccoli errori quotidiani che scegli di non vedere.

Collaboratore introverso: 7 spunti per aumentarne motivazione e produttività

collaboratore introverso

Foto di MIXU

Molti leader socievoli vanno in difficoltà con i collaboratori introversi.

All’inizio succede spesso la stessa cosa.

Sei in riunione.
Fai una domanda e aspetti una risposta.
Passano alcuni secondi.
Silenzio.
Guardi la persona.

Ancora silenzio.

E nella testa iniziano a comparire pensieri quasi automatici:

“Non è coinvolto?”
“Non ha idee?”
“Non gli interessa?”

Poi qualcuno più estroverso interviene subito. Parla, propone, riempie il vuoto.

E quasi senza accorgertene inizi a percepirlo come più presente, più motivato, più partecipativo.

Ma qui c’è una trappola.

Stai forse confondendo chi parla di più con chi sta pensando di più.

Il collaboratore che parla meno non è automaticamente quello che ha meno da dire.

L’introverso spesso funziona in modo diverso.

Non ama necessariamente ragionare ad alta voce.

Prima osserva,
collega informazioni,
costruisce un pensiero.

Solo dopo parla.

Il problema è che molti leader interpretano quel tempo come distanza. O peggio: come scarso coinvolgimento.

Ed è qui che iniziano gli errori.

Ecco 7 modi per valorizzare un collaboratore introverso:

1. Non scambiare il silenzio per disinteresse

Questa è probabilmente la trappola più comune.

Perché il cervello tende a riempire i vuoti molto velocemente. Se una persona parla poco, rischi di attribuirle automaticamente scarso entusiasmo, poca iniziativa o scarso coinvolgimento.

Ma non sempre è così.

A volte sta semplicemente elaborando quello che sta succedendo.

Non tutte le persone sentono il bisogno di trasformare ogni pensiero in parole immediate.

2. Dagli tempo

Immagina una situazione molto semplice.

Domanda:

“Secondo voi come dovremmo procedere?”

Passano due secondi di silenzio e qualcuno interviene subito:

“Facciamo così…”

Fine.

Probabilmente il collaboratore introverso stava ancora costruendo il ragionamento.

La velocità con cui arriva una risposta non coincide sempre con la qualità del pensiero.

Nel lavoro premiamo spesso chi risponde più velocemente. Non sempre chi pensa meglio.

3. Evita di metterlo continuamente sotto i riflettori

Non significa proteggerlo o trattarlo con eccessiva delicatezza.

Significa capire come funziona.

Alcune persone si attivano davanti all’esposizione. Altre, quando sentono pressione, si irrigidiscono.

Se ogni confronto diventa:

“Dai, rispondi adesso.”

potresti ottenere esattamente il contrario di ciò che volevi.

4. Costruisci momenti uno-a-uno

Molti introversi si aprono molto di più fuori dal gruppo.

Una conversazione tranquilla. Una domanda semplice:

  • “Come stai vivendo questo progetto?”
  • “Cosa ti sta creando difficoltà?”

A volte proprio lì emergono idee che in una riunione da dieci persone non sarebbero mai uscite.

5. Chiedi cosa gli serve

Una domanda semplice. Quasi banale.

Eppure viene usata molto meno di quanto immagino:

“Cosa potrebbe aiutarti a lavorare meglio?”

Più chiarezza?
Più tempo?
Più confronto?
Supporto?

Chi tende a riflettere molto rischia a volte di restare intrappolato nei pensieri.

Il tuo ruolo non è pensare al posto suo.

È aiutarlo a trasformare il pensiero in movimento.

6. Usa anche la comunicazione scritta

Non tutti ragionano meglio parlando.

Alcuni riescono a esprimersi con maggiore precisione attraverso una mail, un documento condiviso o un breve follow-up scritto.

Non è freddezza.

Non è distanza.

È semplicemente un modo diverso di elaborare.

7. Dagli fiducia prima di pretendere sicurezza

Molti leader aspettano sicurezza dalle persone prima di concedere fiducia.

Spesso funziona esattamente al contrario.

Prima costruisci fiducia.
Poi cresce sicurezza.

Le persone raramente tirano fuori il meglio quando sentono di dover dimostrare continuamente qualcosa.

Non puoi cambiare le persone, ma puoi cambiare il modo in cui le gestisci.

Nel percorso Gestire un collaboratore difficile impari a comunicare con fermezza e rispetto, trasformando tensioni in dialogo costruttivo.

Scopri il servizio.

Riflessione finale

A volte il problema non è il collaboratore introverso.

È il filtro con cui lo stai osservando.

Perché se nella tua testa un buon collaboratore deve essere sempre rapido, brillante e espansivo rischi di perdere valore che arriva in una forma diversa.

Succede più spesso di quanto sembri.

Le persone più silenziose non sempre occupano spazio.

A volte lo costruiscono.

Mancata promozione sul lavoro: come reagire e riproporti più forte di prima

mancata promozioneFoto di Evelyn Chong

Ti meriti una pacca sulla spalla.
Davvero!

Hai lavorato sodo negli ultimi tempi.
Ti sei messo in gioco su progetti importanti.

Hai speso energie, attenzione, presenza.

Hai avuto il coraggio di proporti per quella promozione…
ma l’avanzamento è andato (purtroppo) a qualcun altro.

Succede.
Più spesso di quanto si dica.

Tutti vorremmo credere che le promozioni premino solo talento, impegno e merito.

La realtà è più complessa

La prima reazione è spesso questa:
rivedere il CV, pensare di cambiare azienda, dirsi “Non mi meritate”.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”,
non lasciare che una battuta d’arresto faccia saltare tutto.

Quasi tutti abbiamo vissuto una bocciatura che pensavamo ingiusta.
E allora?

1. Calma. Calma. Ancora calma.

È facile iniziare a confrontarsi con gli altri.

  • “Perché hanno promosso Luca che non ha mai lavorato in HR?”
  • “Sandra è sempre disorganizzata. Com’è possibile?”

Questo porta solo a rabbia, frustrazione e senso di impotenza.

Dopo una mancata promozione, l’unica persona su cui devi concentrarti sei tu.

Ricorda:
non sempre puoi migliorare le cose,
ma puoi sempre peggiorarle.

Mancata promozione? Evita reazioni impulsive

Niente uscite sprezzanti, niente comportamenti vendicativi.

Taci.
Non muoverti.

Anche se il giorno dopo incrociare il capo in sala pranzo è scomodo,
un sorriso comunica una cosa chiara: sto andando avanti.

Arrabbiarti o deprimerti rischia di trascinarti in una spirale sabotante.
Altro che promozione!

Aspetta di calmarti prima di fare qualsiasi mossa.

2. Reindirizza le emozioni negative

Una mancata promozione è un boccone amaro.

Concediti il tempo di elaborare.
Ma fuori dal lavoro.

Parlane con una persona fidata.
Scrivi quello che pensi.

Scarica la tensione in modo sano.

L’obiettivo:
tornare in ufficio con energia rinnovata,
senza lasciare che questa battuta d’arresto distrugga la tua fiducia
e la tua crescita professionale.

3. Cerca la vera ragione della mancata promozione

Una volta abbassata l’emotività, serve chiarezza.

Evita:

  • confronti con i colleghi
  • caccia agli indizi (a alle streghe)
  • domande del tipo “Secondo te perché non hanno scelto me?”

La strada migliore è andare alla fonte: HR, titolare, capo diretto.

Se non è possibile, cerca una persona interna competente e affidabile.

Hai bisogno di dati reali,
non di film mentali.

4. Chiedi un feedback (vero)

Non è il momento di accusare.
Né di giustificarti.

Chiedi feedback specifici:

  • In quali aree dovrei migliorare?
  • Cosa manca nel mio approccio?
  • Cosa sto già facendo bene?

Usa questa conversazione per costruire una strategia,
non per sfogarti.

Esprimere il tuo desiderio di crescita
ti posiziona come candidato forte per il futuro.

5. Non stare sulla difensiva

Ascolta.
Resta sui fatti.
Evita lo scontro.

Puoi dire:

  • “Sono amareggiato, ma voglio capire come migliorare.”

Preparati.
Sii chiaro.
Mostra che vuoi ottenere il meglio dal tuo ruolo.

Non si chiede una promozione “a tentativi”.


Per continuare la riflessione:

“Autorevolezza”
quando senti che il problema è anche il modo in cui vieni percepito.

→ scopri il libro

“Prima volta Leader”
quando il tema riguarda ruolo, leadership e gestione delle persone.

→ scopri il libro

6. Confrontati con te stesso (davvero)

Fatti domande scomode:

  • Ho sempre rispettato scadenze e impegni?
  • Ho dato segnali di disinteresse o stanchezza?
  • Cosa avrei potuto fare meglio?

Sii onesto.

Più lo sarai, più le azioni che seguiranno saranno efficaci.

7. Decidi la prossima mossa

Una bocciatura non è la fine.

Puoi:

  • riprovarci con un piano chiaro
  • valutare nuove opportunità
  • preparare un’alternativa concreta

Se senti che la tua carriera è ferma mentre tutto cambia intorno,
serve uno spazio di analisi.

Scopri il percorso mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

8. Prepara un piano d’azione

Obiettivi chiari, realistici, misurabili.

Chiediti:

  • su cosa posso migliorare subito?
  • quali competenze posso sviluppare?
  • come dimostro valore ogni giorno?

9. Non trasformare la bocciatura in un dramma

È una delusione.
Non un verdetto finale.

Molte persone di successo riconoscono proprio lì
i loro momenti di maggiore crescita.

Cambia prospettiva.
Forse ora hai l’energia giusta per fare meglio.

10. Le promozioni passano. La passione resta.

Chi arriva lontano
non è mosso solo da titoli o status.

È mosso da ciò che ama fare.

Quando c’è passione,
l’impegno diventa sostenibile
e il successo più probabile.

11. Investi su te stesso

Nel libro “Prima volta Leader” lo ribadisco chiaramente:
non lasciare un lavoro solo perché una promozione è stata negata.

Allenare la capacità di rialzarti
è una competenza chiave.

A volte una bocciatura porta chiarezza.

Se mancano competenze tecniche o personali,
è il momento di lavorarci:

Domanda finale

Volevi davvero quella promozione?
E perché?

Titolo? Status? Sicurezza?
Oppure crescita reale?

Se rinunci al primo fallimento,
non impari nulla.

Se lo usi come punto di svolta,
la prossima volta sarai molto più preparato.

E molto più solido.

Parlare al team: 9 suggerimenti per la tua comunicazione efficace

parlare al team

Foto di Pavel Danilyuk

Nel tuo ruolo di manager, imprenditore o team leader
— anche di un piccolo gruppo di collaboratori —

è normale essere chiamati a parlare davanti ad altre persone
(team, capo, clienti…)
anche solo per pochi minuti.

I motivi sono tanti:
una nuova procedura,
una presentazione,
una riunione,
un report,
un aggiornamento.

Parlare davanti agli altri non è facile

Soprattutto se:
sei nuovo,
sei introverso,
lavori con persone di forte personalità.

Se provi timore o imbarazzo,
se ti senti ansioso, nervoso, “non abbastanza” …

sei in ottima compagnia!

Sono in tanti a sentirsi così,
a “annegare” in dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

Se ti riconosci,
sai perfettamente di cosa sto parlando.

La tua voce.
Il tuo sguardo.
La tua presenza.

Dicono molto di più delle parole.

9 suggerimenti per superare il disagio di parlare davanti al team:

1. Non essere troppo severo con te stesso

Siamo i nostri peggiori critici.
Perfezionisti, severi, implacabili.

Le tue valutazioni su di te
sono spesso molto più dure
di quelle degli altri.

Stai affrontando qualcosa di difficile
e stai dando il meglio che puoi.

Non chiederti più di quanto puoi (realisticamente) dare.

Sii te stesso.
È così che risulti davvero efficace.

E ricorda:
Churchill, J.F. Kennedy e Margaret Thatcher
ammettevano di temere il parlare in pubblico.

2. Non cercare la perfezione

Dire:
“Ho perso il filo, dove ero rimasto?”
non è un fallimento.

Qualcuno te lo ricorderà con naturalezza.

Un po’ di autoironia crea simpatia.
Quando ridi di te stesso,
le persone non ridono di te,
ma con te.

Nessuno si ricorderà delle tue piccole gaffe.
Rilassati.
Segui il flusso.

3. Preparati una scaletta

Anche per interventi brevi.

Pochi punti chiave.
Un filo logico.

Non imparare il discorso a memoria.
Se dimentichi una frase… vai in tilt.

Meglio concentrarsi su uno o due messaggi centrali.

Se c’è un punto importante o “scottante”,
affrontalo subito.

4. Cura il linguaggio del corpo

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza
— NUOVA edizione aggiornata 2025 —
il volto e lo sguardo parlano più delle parole.

Rilassa corpo e viso.
Evita segnali involontari di chiusura.

  • Sorridi
  • Mantieni il contatto visivo
  • Annuisci per mostrare ascolto
  • Evita braccia incrociate e sguardi vaganti

APPROFONDISCI CON > il post dedicato

5. Usa un linguaggio semplice

Non devi impressionare nessuno.

Parla in modo:
semplice,
diretto,
chiaro.

Se ti perdi in discorsi lunghi e complessi,
il messaggio si perde.

Calibra le parole.
Meno è spesso di più.

6. Non si tratta di te (ma del contenuto)

Non prenderla sul personale.

Le persone ascoltano cosa dici,
non chi sei.

Salvo casi rari,
non sono lì per giudicarti.

Dai loro ciò che cercano:
chiarezza,
senso,
utilità.

7. Impara a esprimere il disaccordo

Affrontare temi delicati davanti ad altri
può creare tensione.

Ma a volte è necessario.

Meglio usare domande, non accuse.

Ad esempio:

  • “Vorrei condividere un’osservazione”
  • “Sono curioso, puoi spiegarmi meglio?”
  • “Aiutami a capire come sei arrivato a questa conclusione”

Questo approccio apre il dialogo
e porta a soluzioni, non scontri.

8. Mostra apprezzamento

Il riconoscimento crea fiducia.

Ringrazia chi contribuisce.
Valorizza idee, impegno, ascolto.

Se le persone si sentono ignorate,
smettono di partecipare.

Dai spazio anche a chi parla meno.
Non tutti entrano in conversazione con la stessa facilità.

9. “Investi” in supporti visivi

Se non ami essere al centro dell’attenzione,
usa slide o materiali visivi.

L’attenzione si sposta dal tuo volto
al contenuto.

Meno pressione per te.
Più chiarezza per il team.

La tua passione è la tua alleata

Se parli davanti a qualcuno
— anche solo due persone —

è perché hai qualcosa di importante da condividere.

Lascia che passione e competenza guidino il messaggio.

Ogni pubblico è un privilegio.
Alla fine, sarà sempre gratificante.

In definitiva

Parlare al team i non è questione di talento naturale.

È una competenza allenabile.

Non serve diventare qualcun altro.

Serve imparare a stare nel ruolo,
con più presenza,
meno giudizio su di sé,
maggiore fiducia nel proprio messaggio.

Ed è lì che l’autorevolezza comincia a farsi sentire.

4 motivi per preferire colloqui di persona con i tuoi collaboratori

colloqui di persona

Foto di Tima Miroshnichenko

Nel Mondo del lavoro di oggi (quasi) tutto è velocità.

Messaggi immediati.
Call rapide.
Videoconferenze.
Aggiornamenti continui.

Ed è difficile negarne i vantaggi.

Risparmi tempo. Eviti spostamenti. Spesso risolvi problemi in pochi minuti.

Funziona.

Poi però succede qualcosa che probabilmente hai già visto.

Hai fatto cinque call nella giornata.
Hai scambiato venti messaggi.
Ricevuto aggiornamenti da tutti.

Eppure ti resta addosso una sensazione strana:

come se avessi comunicato tanto…

ma “incontrato” poco.

Forse il problema non è il digitale.

Lo uso anch’io. E in molte situazioni sarebbe assurdo farne a meno.

Il problema arriva quando il digitale diventa l’unica modalità di relazione. Perché a un certo punto rischi di parlare con persone che conosci sempre meno.

4 motivi per cui i colloqui di persona contano ancora:

1. Le persone ricordano molto più di quello che dici

Molti pensano che il valore di un colloquio stia soprattutto nei contenuti.

Le informazioni.
Le decisioni.
Le istruzioni.

Ma spesso le persone ricordano altro.

Ricordano come sono state accolte. Se avevi fretta. Se sembravi presente. Se ascoltavi davvero oppure stavi già pensando alla riunione successiva.

Anche piccoli dettagli iniziano a parlare.

La postura.
Il tono della voce.
Lo sguardo.
Perfino il modo in cui entri nella stanza.

Nei colloqui di persona, le persone non si portano via solo informazioni. Portano via soprattutto una sensazione.

2. Dal vivo senti anche quello che non viene detto

Ti sarà probabilmente capitato.

Domandi:

“Tutto bene?”

La risposta arriva immediata:

“Sì, certo.”

Le parole sembrano tranquille.

Poi però noti qualcosa.

Uno sguardo che sfugge.
Una pausa leggermente più lunga.
Un tono che cambia appena.

E improvvisamente inizi a capire che forse la risposta vera era diversa.

Nel lavoro il non detto pesa molto più di quanto immagini. E quando tutto passa attraverso uno schermo diventa molto più facile perderlo.

3. Riduci incomprensioni che spesso nascono dal nulla

Molte tensioni sul lavoro non nascono da grandi problemi.

Nascono da frasi interpretate male.
Da messaggi troppo veloci.
Da informazioni incomplete.

Oppure da qualcuno che legge una mail con un tono che tu non avevi mai pensato di dare.

Una conversazione dal vivo chiarisce in cinque minuti cose che, a volte, possono trascinarsi per settimane.

Le voci di corridoio crescono spesso nei vuoti lasciati dalla comunicazione.

4. Le conversazioni difficili meritano presenza

Ci sono situazioni che chiedono qualcosa di diverso.

Un feedback delicato.
Un richiamo.
Una valutazione negativa.
Una tensione nel team.

Sì, una mail è più veloce.

Ma non sempre ciò che è veloce costruisce fiducia.

Quando una persona riceve un messaggio difficile dovrebbe avere la possibilità di spiegarsi, fare domande e sentirsi guardata negli occhi.

Perché alcuni confronti non hanno bisogno di più parole.

Hanno bisogno di presenza.

Colloqui di persona? Il digitale non è il problema

Il punto è un altro.

A volte la tecnologia ti aiuta a comunicare meglio. Altre volte rischia semplicemente di aiutarti a evitare il contatto.

Puoi parlare con qualcuno ogni giorno e smettere lentamente di “incontrarlo” davvero.

Forse la domanda finale allora è:

quando è stata l’ultima volta che hai davvero incontrato” qualcuno?

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

In questo percorso breve e pratico impari a farti ascoltare e rispettare, anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.