Silenzio strategico: 15 volte in cui un leader deve tacere

silenzio strategicoFoto di ZuluZulu su Pixabay

“Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,
se non provoca male a qualcuno, se è utile,
ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.”
Il Budda

Dovremmo parlare molto meno. Tutti.

Parliamo troppo.
Male.
Più del dovuto.

E, senza volerlo, facciamo danni.

Oggi siamo travolti dalle parole.
Dalle chiacchiere.
Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono senso.
Valore.
Significato.
Vitalità.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” — ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025 — la verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti.
Sempre pronti a giudicare.
A criticare.

Non trasmettiamo empatia.

Siamo poco consapevoli della potenza delle parole.

Eppure basta poco.
Un lapsus.
Una svista.
Una parola di troppo.

Per compromettere un progetto.
Un colloquio.
Un rapporto con un cliente, con un collega, con il capo.

La tua immagine di leader.

I leader parlano per stimolare.
I grandi leader sanno anche tacere.

A volte, la cosa più intelligente da dire… è non dire niente.

C’è un tempo per parlare.
E un tempo per tacere.
E ascoltare.

Il silenzio non è debolezza

Spesso stare zitti vuol dire essere più forti.

Non devi parlare solo perché qualcuno si aspetta una risposta.
O una reazione.

Il silenzio è una parte normale della comunicazione.

Se usato bene, diventa strategia.

Chi sa stare in silenzio e ascoltare:

  • ha più carisma
  • costruisce relazioni più solide
  • comunica più autorevolezza

Il silenzio “parla”.

In un clima di rabbia o insicurezza, spiegare troppo è tempo perso.

Nell’amarezza, le persone hanno più bisogno della tua presenza
che delle tue parole.

Se non sei sicuro di cosa dire… fermati.
Prenditi tempo.

Se sei stressato, distratto, “altrove”…
è facile dire troppo. O dire male.

Quando non riesci a pesare bene le parole,
se rischi di sembrare insensibile, ingrato, permaloso…
meglio tacere.

Se non riesci a immaginare l’effetto delle tue parole…
meglio il silenzio.

La tua immagine professionale include anche ciò che non dici.

Quando parli, porta valore.

Ecco 15 momenti in cui scegliere il silenzio strategico.

1. Quando qualcuno parla

Non interrompere.

Ascolta davvero.
Comprendi prima di rispondere.

Dai spazio al team.
Favorisci la partecipazione.

Vuoi che le tue parole abbiano più impatto e credibilità?

Lavora sulla tua presenza con il percorso di coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”.

2. Quando non hai qualcosa di significativo da aggiungere

Saper comunicare significa, prima di tutto, avere qualcosa da dire.

Se non hai nulla di rilevante… meglio tacere.

Anche i contenuti validi perdono forza se si dilungano troppo.

3. Quando rischi banalità

Frasi fatte.
Giri lunghi.
Dispersione.

Taglia.

Vai dritto al punto.
Chi ascolta vuole chiarezza.

4. Quando non conosci i fatti

Parlare senza sapere espone.

Rischi di dover tornare indietro.
Di correggerti.
Di “ricucire”.

Meglio un silenzio consapevole che parole affrettate.

5. Quando vuoi fare il brillante

Se non lo sei, si vede.

Ironia forzata.
Battute che non fanno ridere.
Divagazioni inutili.

Un leader non deve dimostrare tutto.
Deve sapere quando lasciare spazio.

6. Quando non puoi mantenere ciò che dici

Promesse non mantenute distruggono fiducia.

Se non sei sicuro, non promettere.
Se prometti, mantieni.

Altrimenti, meglio tacere.

7. Quando sei arrabbiato o frustrato

Le emozioni forti deformano le parole.

Quello che dici resta.
Non puoi tornare indietro.

Prenditi tempo.
Ritrova lucidità.

8. Quando sei troppo reattivo

Non tutto è un attacco.

Non ogni osservazione richiede una risposta.

Tacere, in questi casi, è controllo.

9. Quando hai solo critiche da offrire

Un feedback senza direzione non aiuta.

Se non puoi offrire una via,
rimanda.

10. Quando l’altro è in difficoltà

Dietro una performance bassa c’è spesso altro.

Stress. Problemi personali. Sovraccarico.

Prima comprendi.
Poi agisci.

11. Quando la critica è pubblica

Correggere davanti agli altri crea distanza.

Non motivazione.

I feedback difficili vanno gestiti in privato.

12. Quando nasce il pettegolezzo

Il gossip distrugge fiducia.

Se parli degli assenti…
gli altri sanno che potresti farlo anche con loro.

Esci.

13. Quando dai consigli non richiesti

Non tutti vogliono essere guidati.

Parla per essere utile.
Non per dimostrare qualcosa.

14. Quando i risultati non arrivano nonostante l’impegno

Se qualcuno ha dato tutto, non serve demolire.

Prima riconosci.
Poi, a freddo, analizzi.

15. Quando l’errore è occasionale

Non tutto va evidenziato.

Un errore isolato non definisce una persona.

A volte, lasciar correre rafforza la fiducia.

Il silenzio non è assenza di comunicazione

È una scelta.

È controllo.
È leadership.

Tacere nei momenti giusti:
migliora le relazioni,
aumenta la qualità delle decisioni,
rafforza la tua autorevolezza.

La prossima volta che stai per parlare…
chiediti se è davvero necessario.

Perché, spesso,
il vero potere sta in ciò che scegli di non dire.

Empatia e leadership: perché i migliori leader sono empatici

empatia e leadership

Foto di StockSnap

Il tuo team è sotto pressione per la scadenza di un progetto importante.

Noti che Fabio, uno dei tuoi collaboratori, è diverso dal solito.

Sembra stressato.

Commette errori di concentrazione — anche banali — che non fanno parte del suo modo di lavorare.

Decidi di invitarlo a prendere un caffè.
Per parlare.

Durante la conversazione fai una cosa semplice, ma rara:
ascolti.

Empatia e leadership.

Non interrompi.
Lasci spazio alle sue preoccupazioni.

Riconosci le difficoltà che sta vivendo.
Poi offri un feedback costruttivo.

Sottolinei l’importanza di affrontare e correggere gli errori…
ma lo fai con rispetto.

Proponi anche una soluzione concreta:
per qualche giorno redistribuire parte del lavoro con un collega.

In questo modo dimostri due cose:

  • che tieni ai risultati
  • ma anche al benessere delle persone.

Empatia e leadership: ascolto e supporto

Prima di concludere l’incontro, fai un’altra cosa importante.

Riconosci i punti di forza di Fabio.
Il suo contributo al team.

Bilanci così la critica con l’apprezzamento.

Il risultato?

Fabio si sente:

  • ascoltato
  • supportato
  • rispettato.

Il morale migliora.
La motivazione torna.

E tutto il team beneficia di un clima di collaborazione e fiducia.

Questo esempio — semplice ma molto realistico — mostra cosa significa leadership empatica.

Che cos’è l’empatia?

L’empatia è la capacità di riconoscere le emozioni degli altri.

Comprendere pensieri, sentimenti e preoccupazioni.

In altre parole:
mettersi nei panni dell’altra persona.

Un leader empatico riconosce le emozioni del proprio team
e crea un ambiente di lavoro più sano e produttivo.

Questa connessione emotiva favorisce:

  • comunicazione aperta
  • rispetto reciproco
  • relazioni di fiducia.

Più motivazione e coinvolgimento

Quando mostri empatia, le persone si sentono:

  • viste
  • considerate
  • comprese.

Questo aumenta la motivazione.
E quando le persone sono motivate…
danno il meglio di sé!

I leader empatici sanno anche riconoscere e celebrare i successi — individuali e di squadra — rafforzando il senso di appartenenza.

Gestione efficace dei conflitti

L’empatia è fondamentale anche nei momenti di tensione.

Un leader empatico:

  • ascolta tutte le parti
  • comprende i diversi punti di vista
  • cerca soluzioni equilibrate.

Questo riduce le tensioni e favorisce un clima di collaborazione.

Le persone si sentono rispettate.
E il team diventa più forte.

Comunicazione aperta e sincera

Un leader empatico pratica ascolto attivo.
Non ascolta solo le parole.

Ascolta anche le emozioni dietro le parole.

Questo crea un ambiente in cui le persone si sentono libere di esprimere:

  • idee
  • dubbi
  • difficoltà.

Senza paura di essere giudicate.
La fiducia cresce.
E con essa anche la collaborazione.

Riconoscimento e apprezzamento

Il riconoscimento è uno dei più grandi motori della motivazione.

Dire semplicemente “grazie” non basta.

È importante essere specifici.

Riconoscere i risultati.
Celebrare i progressi.

Un’idea semplice:

dedicare ogni venerdì 15-20 minuti per riconoscere i successi della settimana.
Anche quelli piccoli.

Questo rafforza il senso di realizzazione e di appartenenza.

Supporto emotivo e benessere

Un leader empatico è attento ai segnali di stress.

Sa riconoscere quando qualcuno è:

  • sovraccarico
  • stanco
  • vicino al burnout.

E interviene per tempo.

Per esempio introducendo:

  • pause regolari
  • maggiore flessibilità
  • momenti di recupero.

A volte può essere utile anche organizzare workshop sulla gestione dello stress.

Quando le persone sentono che il leader si preoccupa davvero del loro benessere, cresce anche la loro lealtà verso il team.

Coinvolgere il team negli obiettivi

L’empatia aiuta anche a coinvolgere le persone negli obiettivi.

Quando i collaboratori capiscono il perché del loro lavoro:

  • aumenta il senso di appartenenza
  • cresce la motivazione.

Il lavoro non è più solo una lista di compiti.

Diventa un contributo a qualcosa di più grande.

Per questo è utile coinvolgere il team nella definizione degli obiettivi.

Chiedere idee.
Raccogliere suggerimenti.

Sviluppo professionale

Un leader empatico si interessa alla crescita delle persone.

Vuole capire:

  • le aspirazioni professionali
  • gli obiettivi di carriera.

Puoi farlo attraverso incontri individuali.

Creando percorsi di sviluppo che includano:

  • formazione
  • coaching
  • progetti sfidanti.

Quando le persone vedono opportunità di crescita…
aumentano impegno e motivazione.

Empatia non significa permissività

Un punto importante.

Essere empatici non significa essere indulgenti.
Un leader empatico mantiene standard elevati.

E responsabilizza le persone.
La differenza sta nel modo in cui dà feedback.

Per esempio, invece di dire:
“Hai gestito male il progetto.”

puoi dire:

“Ho notato difficoltà nel rispettare alcune scadenze.
Possiamo capire insieme cosa è successo e come migliorare?”

Poi puoi fare domande utili:

  • “Cosa pensi sia andato storto?”
  • “Come possiamo evitare questo problema in futuro?”
  • “Di quale supporto hai bisogno?”

Così la critica diventa un’occasione di crescita.
Non un attacco personale.

Empatia e leadership: in conclusione

La leadership empatica crea ambienti di lavoro più sani, più motivanti e più produttivi.

Non è buonismo.

L’empatia non indebolisce la leadership.
La rende più forte.

Perché quando le persone si sentono comprese…
sono molto più disposte a dare il meglio di sé.

Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso di coaching
Sviluppare assertività senza perdere empatia
trovi l’equilibrio tra fermezza e sensibilità.

Per farti ascoltare. Davvero.

Leader al telefono: come essere autorevole con la sola voce

leader al telefono

Foto di Sammy-Sander da Pixabay

Leadership della voce.

In questo post esploriamo alcune strategie per diventare un leader più fiducioso… attraverso la voce.

Sì, proprio la voce.

Se la usi bene, puoi:

  • attirare l’attenzione
  • trasmettere autorevolezza
  • ispirare fiducia

E questo vale ancora di più al telefono

Quando sei in presenza puoi contare su:

  • postura
  • sguardo
  • gesti

Al telefono no.
Niente linguaggio del corpo.

Resta solo:
la tua voce.

E quello che in presenza “compensa” …
al telefono si sente ancora di più.

1. L’autorevolezza comincia da come rispondi

Evita aperture come:

  • “Siii…?”
  • “Siii… pronto?”

Creano incertezza.

Meglio:

  • nome
  • tono chiaro
  • presenza

Al telefono il primo secondo pesa di più:
non hai altri segnali per farti riconoscere.

2. La postura si sente (ancora di più al telefono)

Se ti accasci sulla sedia, si sente.

Quando sei in piedi o dritto, si sente.

  • respiri meglio
  • la voce è più piena
  • trasmetti più energia

Se in presenza puoi “nasconderlo” …
al telefono no.

Se devi fare una chiamata importante: alzati.

3. Sorridi (al telefono è ancora più evidente)

Un sorriso passa dalla voce.

Sempre.

Ma al telefono ancora di più, perché è uno dei pochi segnali emotivi disponibili.

Trasmette:

  • apertura
  • disponibilità
  • sicurezza

Leader al telefono? Il sorriso è fondamentale.

Per approfondire leggi il mio post: Essere un leader: le tue espressioni facciali sono il tuo “marchio di fabbrica”

4. Ritmo e chiarezza

La voce racconta come stai.
E al telefono… amplifica tutto.

Se sei veloce → sembri nervoso
Se sei confuso → sembri poco chiaro

Qualche regola:

  • parla chiaro
  • non correre
  • articola bene

Al telefono rallenta leggermente più del solito.

5. Ascoltare (e farlo sentire)

In presenza puoi annuire.
Al telefono no.

Quindi devi far sentire che stai ascoltando:

  • “Capisco”
  • “Certo”
  • “Sì”

Se resti in silenzio troppo a lungo…
l’altro pensa che ti sei distratto o perso.

6. Tono e modulazione

Una voce piatta al telefono è devastante.

Perché non hai altri stimoli visivi.

Quindi:

  • varia il tono
  • crea ritmo
  • enfatizza i punti chiave

Al telefono devi essere leggermente più espressivo rispetto al vivo.

7. Le pause (ancora più potenti)

La pausa al telefono ha un effetto amplificato.

  • crea attenzione
  • crea attesa
  • dà peso

Ma attenzione:
se non è intenzionale… sembra esitazione.

Usala con cura.

8. Vai al punto

Al telefono la soglia di attenzione è più bassa.
Se ti perdi… perdi l’altro.

Quindi:

  • vai diretto
  • evita giri lunghi
  • struttura il messaggio

E chiudi sempre con un breve riepilogo.

9. Le parole che scegli contano

Senza linguaggio del corpo, le parole pesano di più.

Usa parole che guidano:

  • “determinato”
  • “strategico”
  • “chiaro”
  • “prioritario”

E elimina:
“Ehm…”
“Ah…”

Al telefono i riempitivi si notano il doppio.

10. Prenditi tempo per rispondere

Il silenzio spaventa molti.

Ma è un alleato.

“Mi dia un attimo per riflettere.”

Al telefono, questo ti rende subito più solido.

11. Tono fermo, non aggressivo

Senza volto e senza gesti, il tono può essere frainteso.

Ripetiamolo ancora:

  • fermo, sì
  • aggressivo, no

Al telefono basta poco per sembrare duro.
Equilibrio. Mi raccomando.

12. Professionalità e presenza

Al telefono si percepisce subito se stai facendo altro.
Distrazioni = voce meno presente.

Se vuoi essere autorevole:

  • niente multitasking
  • piena attenzione
  • presenza totale

Leader al telefono? Non è solo cosa dice

Il leader al telefono non si può “nascondere” dietro la presenza fisica.

Resta solo la voce.
Ed è proprio lì che si vede (e si sente) la sua leadership.

A volte basta:
una pausa fatta bene,
un tono più pulito,
una parola scelta meglio…

per trasformare una telefonata qualsiasi
in un momento di vera autorevolezza.

Se ti interessa la tematica leadership trovi molti spunti nel mio libro Autorevolezza.

Giornata no al lavoro? 8 attività che puoi rimandare per riprendere il controllo

giornata no al lavoro
Ti svegli con un accenno di emicrania.

Versi il caffè dappertutto.
La chiave gira a vuoto nella toppa della porta.

E sono solo le 6:45 del mattino.

Per qualche strano motivo ti sei alzato con il piede sbagliato.
E tutto sembra più pesante del solito.

Succede.

Alcuni giorni sono semplicemente peggiori di altri.

Ci sentiamo:

  • sopraffatti
  • sfiduciati
  • ansiosi.

A volte perfino “non abbastanza”

Sai di cosa parlo.

Quando hai una giornata no al lavoro,
probabilmente non è il momento giusto per prendere decisioni importanti.

O per affrontare compiti complessi.

Potresti facilmente peggiorare la situazione.
Certo, rimandare non sempre è possibile.

Ma se hai un minimo di margine…
ecco 8 cose che è meglio posticipare quando capisci di essere in una giornata storta.

1. Non soffermarti sui numeri sensibili

Se non è indispensabile, evita di fissarti su:

  • incassi
  • budget
  • rendiconti
  • previsioni.

Sono numeri che attivano facilmente stress e pensieri negativi.

Il rischio è entrare in uno stato di allerta continuo.

Meglio stabilire un momento preciso della giornata — anche solo 30 minuti — per analizzarli con calma.

Quando non è necessario,
non saturarti di dati e cifre.

Raccogli solo le informazioni davvero utili.

2. Compiti che richiedono creatività

Creatività e pensiero strategico richiedono energia mentale.

Se sei stanco o stressato, è difficile accedervi.

Meglio rimandare queste attività
a quando sarai più lucido.

Nel frattempo, concentrati su compiti più semplici o ripetitivi.

Non serve essere brillanti tutto il tempo.

3. Conversazioni difficili

Una telefonata con un cliente delicato.
Un confronto con un collaboratore.
Una discussione con il capo.

Se sei già di cattivo umore, il rischio è reagire male.

Rabbia e risentimento sono cattivi consiglieri.

Hai una giornata no al lavoro: se possibile, rimanda.

Puoi dire qualcosa come:

  • “Avevamo programmato questo incontro, ma oggi è stata una giornata molto intensa. Preferirei dedicarti la mia piena attenzione. Possiamo spostarlo a…?”

Meglio una conversazione rimandata
che una conversazione gestita male.

4. Aggiornamenti amministrativi non urgenti

Manuali.
Procedure.
Report.

Sono attività utili, ma spesso non urgenti.

Se hai la testa pesante, rimandale.

Le affronterai con più precisione e meno fatica quando avrai recuperato energia mentale.

5. Non chiedere subito spiegazioni

Hai ricevuto un feedback del capo che ti ha colpito.

Ti senti:

  • ferito
  • arrabbiato
  • sottovalutato.

La tentazione è chiedere immediatamente spiegazioni.

Attenzione.

Non sempre possiamo migliorare una situazione.
Ma possiamo peggiorarla molto facilmente.

Se sei nel pieno di una giornata storta…
meglio aspettare.

Respira.
Prenditi tempo.

6. Non rispondere a una mail “incazzosa”

Un collega.
Un cliente.
Il capo.

Qualcuno ti ha scritto una mail piena di tensione.

La tentazione è rispondere subito.

Non farlo.

Uno dei vantaggi della mail è che non devi rispondere immediatamente.

Prenditi tempo.

Lascia raffreddare le emozioni.
E poi rispondi con lucidità e professionalità.

7. Cercare la soluzione perfetta

Trovare una soluzione richiede:

  • apertura mentale
  • lucidità
  • creatività.

In una giornata no al lavoro spesso abbiamo davanti agli occhi una specie di velo.

È difficile pensare con chiarezza.

Meglio fare una cosa semplice:
prendere distanza dal problema.

A volte basta qualche ora.
A volte una notte di sonno.

Quando tornerai a guardarlo, vedrai più opzioni.

8. Non prendere decisioni importanti

Budget.
Scelte strategiche.
Decisioni delicate.

Se non è urgente, rimanda.

Prendere decisioni con la mente affaticata porta spesso a scelte peggiori.

Se qualcuno sta aspettando una risposta, puoi semplicemente dire che stai lavorando alla decisione e che la comunicherai entro una data precisa.

Meglio una decisione presa domani…
che una presa male oggi.

Concediti il diritto di avere una giornata no al lavoro

Capita a tutti.
Non è un segno di debolezza.

Le tue energie mentali ed emotive sono risorse preziose.

A volte la cosa più intelligente da fare è gestirle con attenzione.

Oggi non sei al massimo?
Succede.

Non serve ripetersi l’imperativo — molto di moda — di essere sempre:

  • positivi
  • brillanti
  • performanti.
  • UP

La vita (anche professionale) include momenti di rabbia
tristezza
frustrazione
dubbio.

Sono parte del percorso.

Non devi essere sempre al massimo

Ma puoi imparare a proteggere le tue energie nei giorni difficili.

A volte la scelta più intelligente non è fare di più.
È rimandare le cose giuste… al momento giusto.

7 spunti per diventare un esempio per il tuo team

diventare un esempio
Pronto a diventare un esempio per il tuo team?

Esploriamo 7 spunti fondamentali per guidare con efficacia.

Dalla comunicazione autentica alla condivisione della visione,
troverai una base concreta per creare un ambiente di lavoro positivo e produttivo.

Diventare un leader non significa solo guidare.

Significa motivare.
Ispirare.
Dare direzione.

1. Anche sotto pressione resta calmo e lucido

L’ignoto crea disagio.

Nei momenti caotici, il tuo primo compito è mantenere calma e compostezza.

Essere leader non significa solo mostrare sicurezza,
ma offrire stabilità.

Quando tutto si muove, tu devi restare fermo.
Quando le acque si agitano, tu devi guidare.

La tua lucidità diventa un punto di riferimento.
Un faro.

2. Mostra la direzione

Le persone hanno bisogno di sapere dove stanno andando.

Vogliono una meta.
Un senso.
Una prospettiva.

Il tuo ruolo è dare questa direzione.

Parla della visione.
Spiega dove vuoi portare il team.
Condividi valori e impatto.

Non basta ispirare.
Serve anche orientare.

Un leader indeciso crea confusione.
Un team senza direzione si blocca.

3. Interessati davvero alle persone

Non guidi ruoli.
Guidi persone.

Mostra interesse autentico.
Non formale.
Non superficiale.

Costruisci relazione.
Non serve essere “amico”, ma essere presente sì.

Le persone devono sapere che possono contare su di te.

Integrità.
Coerenza.
Affidabilità.

Non cercare di avere ragione.
Scegli di fare la cosa giusta.

4. Costruisci fiducia ogni giorno

La fiducia non si dichiara.
Si costruisce.

Con le azioni.
Con la coerenza.
Il tempo.

Per diventare un esempio, nei momenti difficili, diventa un punto fermo.
Offri stabilità, ma anche speranza.

Le persone non dimenticano l’incoerenza.
E la fiducia, una volta persa, difficilmente torna.

Costruirla richiede tempo.
Perderla, pochi secondi.

5. Bilancia forza e umiltà

Leadership è equilibrio.

Fiducia in te stesso.
Umiltà verso gli altri.

Non dimenticare da dove vieni.
Non pensare di aver fatto tutto da solo.

Riconosci il valore del team.
Lascia spazio agli altri quando serve.

Un leader forte ma umile crea rispetto.
E il rispetto costruisce risultati duraturi.

6. Tira fuori il meglio dalle persone

Focalizzati sui punti di forza.

Non solo sugli errori.

Aiuta le persone a crescere, non a difendersi.

Quando sbagliano, dai tempo.
Spazio.
Occasioni per migliorare.

Chiediti spesso:

  • “Sto facendo il meglio per il mio team?”
  • “Come posso aumentare il valore che porto?”

Se ti senti in affanno, non serve fare di più.
Serve fare meglio.

Il coaching mirato → “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo” ti aiuta a rimettere ordine e guidare con più efficacia. Scopri il servizio.

7. Resta focalizzato sul risultato

Concentra le energie.

Evita dispersioni.
Non perdere il bersaglio.

Un leader mantiene la direzione anche quando è difficile.

Trova soluzioni.
Non scuse.

Mantieni un atteggiamento orientato al risultato.
Continua ad avanzare.

Anche quando il percorso si complica.

Diventare un esempio non significa essere perfetto.

Significa essere coerente.
Presente.
Affidabile.

E, soprattutto, intenzionale in ciò che fai ogni giorno.

Pericolo della perfezione? 5 circostanze in cui fatto è meglio di perfetto

pericolo della perfezione
Tutti vogliamo fare del nostro meglio sul lavoro.

Vogliamo essere professionali.
Precisi.
Perfetti.

Ma c’è una differenza enorme tra:
dedizione e ossessione,
cura e rigidità,
qualità e perfezionismo.

Il pericolo della perfezione

Non si tratta di criticare chi punta in alto.

La ricerca della qualità è un valore.
Ma non sempre la perfezione è la scelta migliore.

Ci sono situazioni in cui “buono” è sufficiente.
E, soprattutto, più efficace.

Accontentarsi, in certi casi, non è superficialità.
È lucidità.

Ecco 5 momenti in cui puoi farlo senza sensi di colpa.

1. Quando rischi di rovinare un rapporto

Le critiche fanno parte del lavoro.
Ma il perfezionismo le amplifica.

Diventi più esigente.
Più rigido.
Più irritabile.

Il rischio?

Pretendere dagli altri standard irrealistici.
Trasformare ogni dettaglio in un problema.

Questa tensione si riflette nelle relazioni.

Un rapporto costruito nel tempo può incrinarsi
per un dettaglio trascurabile.

Il lavoro potrà anche essere perfetto.
Le relazioni no.

2. Quando lo stress è già alto

Se ricerchi la perfezione vivi con un dubbio costante.

“E se sbaglio?”
“Cosa penseranno gli altri?”

La prestazione diventa identità.

Se l’ambiente è già sotto pressione,
alzare ulteriormente l’asticella è pericoloso.

La tensione cresce.
I problemi si moltiplicano.

E si entra in un’escalation difficile da gestire.

3. Quando conta la velocità

Il lavoro oggi corre.

Progetti veloci.
Scadenze strette.
Decisioni continue.

Pensare di essere perfetti in queste condizioni è irrealistico.

Se qualcuno aspetta un feedback,
o devi arrivare a una riunione con qualcosa in mano…

non è il momento di rifinire ogni dettaglio.

Meglio un risultato solido, in tempo.
Che un lavoro perfetto, ma in ritardo.

4. Quando serve una soluzione immediata

Sotto pressione è facile andare in tilt.

Respira.
Rallenta.

Ricorda:
“Fatto” è spesso meglio di “perfetto”.

Invece di inseguire ogni dettaglio,
concentrati su ciò che puoi fare adesso.

Fai il meglio possibile nelle condizioni che hai.

Non tutto deve essere eccellente.
Non sempre.

5. Quando per tutti è già “abbastanza buono”

La scadenza si avvicina.

E proprio in quel momento…
inizi a vedere mille miglioramenti possibili.

Succede spesso.

Più ti avvicini alla fine,
più perdi il quadro generale.

Ecco il pericolo della perfezione: diventi il tuo peggior critico.

In questi casi, fermati.

Ascolta chi lavora con te.

Se la maggior parte delle persone considera il lavoro valido,
probabilmente lo è davvero.

Continuare a ritoccare tutto non lo migliora.
Lo rallenta.

Il vero obiettivo non è la perfezione

Quando vuoi essere sempre impeccabile,
ti carichi di pressione.

Ansia.
Aspettative.
Giudizio.

E lavorare diventa pesante.

Il punto non è essere perfetto.
È ottenere il miglior risultato possibile.

Pericolo della perfezione? Un esempio concreto

Stai organizzando un evento aziendale.

Hai curato ogni dettaglio.
Ma noti che alcune decorazioni potrebbero essere migliorate.

Puoi farlo.

Ma a che prezzo?

Ci sono altre priorità:

  • confermare gli ospiti
  • verificare le attrezzature
  • gestire la logistica

In questo caso, “buono” è più che sufficiente.

Meglio un evento che funziona
che una sala perfetta… con problemi organizzativi.

La qualità resta importante.

Ma la perfezione, a volte, è solo un ostacolo ben mascherato.

Saperlo riconoscere
fa la differenza.

Come mostrare la passione in un colloquio di lavoro

mostrare la passione nel colloquio
Cosa cercano i reclutatori nei candidati?

Una delle cose più comuni è senza dubbio la passione.

Sembra facile dimostrarla.
In realtà non lo è.

Non basta dirlo.
Devi farla vedere.

E devi trovare un equilibrio: entusiasmo sì, ansia no.

Il colloquio è già stressante di suo

Se sei timido o introverso, lo è ancora di più.

Strette di mano.
Presentazioni.
Parlare di te.
“Venderti”.

Molti vivono tutto questo come un’esibizione.

Tuttavia, parlare dei propri risultati non è arroganza.
È riportare fatti.

Se racconti come hai risolto un problema, imparato qualcosa o collaborato con un team, stai semplicemente mostrando il tuo valore.

Parlane come faresti con una persona di fiducia.

Mostrare la passione nel colloquio? Prepara storie, non elenchi

Prima del colloquio, studia l’azienda.

Sito, mission, prodotti, mercato.
Capisci dove si colloca e come si muove.

Arrivare preparato cambia tutto: dimostra interesse reale.

E ti evita risposte generiche alla classica domanda:

  • “Perché vuole lavorare qui?”

LA TUA AUTOREVOLEZZA ANCHE AL COLLOQUIO: > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “Autorevolezza”.

“Mi parli di lei?” → vai oltre l’elenco

Non rispondere con una lista di esperienze.

Funziona, ma fino a un certo punto.

Quello che fa la differenza è il perché.

Perché hai fatto certe scelte?
Cosa ti ha motivato?
Che impatto hanno avuto?

Non limitarti a dire cosa hai fatto.
Spiega cosa ti ha mosso.

Non parlare solo di ciò che conviene a te

“È una grande opportunità per la mia carriera.”
“Avete un’ottima reputazione.”

Tutto vero.
Ma non basta.

Se vuoi trasmettere passione, collega il tuo interesse ai valori, alla missione, all’impatto dell’azienda.

Mostra cosa ti coinvolge davvero del lavoro.

Non avere paura di dire che ami quello che fai.
Sii concreto su cosa, esattamente, ti appassiona.

COLLOQUIO DI SUCCESSO scopri il percorso dedicato

Racconta da dove nasce il tuo interesse

Se ha senso per il ruolo, condividi una parte della tua storia.

  • “Sono cresciuto in un contesto in cui…”
  • “Mi sono appassionato quando…”

Non serve esagerare.
Serve autenticità.

Una storia vera resta.
Una costruita si sente.

Attenzione a non strafare

Nel tentativo di sembrare preparato, potresti sembrare arrogante.

Evita frasi assolute:

  • “So tutto su…”
  • “Sono un esperto di…”

Rischiose, soprattutto se davanti hai qualcuno davvero esperto.

Meglio restare sui fatti.
E su ciò che ti stimola davvero del ruolo.

La passione non ha bisogno di essere gonfiata.

Dove spendi il tuo tempo (dice molto di te)

Mostra cosa fai oltre il minimo richiesto.

Progetti personali.
Attività extra.
Interessi coltivati nel tempo.

Non serve impressionare.
Serve far capire cosa-ti-spinge.

Hobby sì, ma con senso

App, contenuti, volontariato, blog, progetti.

Se c’è coerenza con il ruolo, portali.

La passione vera non si ferma all’orario di lavoro.

Vuoi mostrare la passione nel colloquio? Fai domande che contano

Il momento finale del colloquio è spesso sottovalutato.

Preparati.

Domande intelligenti dimostrano attenzione e curiosità.

Evita di partire subito da stipendio e orari.
Concentrati su scelte aziendali, strategie, direzione.

Le tue domande parlano di te.

Sii autentico

La passione finta si percepisce.

Quella vera anche.

Non serve costruire un personaggio.
Serve essere coerente.

Mostra interesse.
Ma resta credibile.

Dimostra, non dichiarare

Porta esempi concreti.

Esperienze.
Risultati.
Progetti.

Se puoi, usa un portfolio.

Un racconto è forte.
Una prova lo rende credibile.

In definitiva

Non limitarti a dire cosa hai fatto.

Spiega perché lo hai fatto.

È lì che si vede la passione.

Nei motivi.
Nelle scelte.
Nella coerenza.

La differenza non la fa chi parla di più.
La fa chi riesce a farsi capire davvero.

Come motivare il team: 7 spunti

come motivare il team
Come motivare il tuo team?

Che tu sia manager di multinazionale, imprenditore o responsabile di un piccolo gruppo, oggi una delle sfide più complesse è tenere alto il morale.

Le persone fanno la differenza. Sempre.

Possono determinare il successo… o l’insuccesso della tua carriera o attività.

E allora la domanda diventa inevitabile:

Come motivare il team?

Come chiedere risultati, senza poter contare (sempre) su incentivi economici?

Se ti limiti a dire “cosa fare e come farlo”, ottieni un effetto immediato.
Ma nel tempo si esaurisce.

Quando le persone non si sentono ascoltate o coinvolte, perdono energia.
Poco alla volta.

E questo si riflette su ambiente e risultati.

1. Inizia da te stesso

Non puoi motivare qualcuno se, tu per primo, non sei motivato.

Sei tu il punto di partenza.

Chiediti con onestà:

  • Sei davvero positivo ogni giorno?
  • Porti energia o la assorbi?
  • Sai ascoltare?
  • Hai una direzione chiara?

Prima lavori su questo.
Poi puoi pretendere dagli altri.

2. Comunica empatia

I leader efficaci hanno una forte competenza relazionale.

Non è solo questione di obiettivi.

È questione di persone.

Mostrati presente.
Attento.
Disponibile.

Interessati davvero dei tuoi collaboratori, anche fuori dal lavoro.

Non serve invadere lo spazio personale.
Serve esserci.

3. Focalizzati sui punti di forza

Le persone danno il meglio quando si sentono valorizzate.

La gratificazione è un motore potentissimo.

Un riconoscimento sincero vale più di molti incentivi.

Ma deve essere autentico.

Se è forzato o “di facciata”, ti si ritorce contro.

4. Riconosci i meriti (davvero)

L’autostima si nutre di attenzione e riconoscimento.

E le persone se ne accorgono subito se stai ascoltando… o facendo finta.

Non c’è niente di più frustrante che sentirsi ignorati o fraintesi.

Riconoscere il lavoro fatto — anche quando il risultato non è perfetto — crea fiducia.

E un ambiente più sano.
Più produttivo.

5. Crea entusiasmo, non solo obiettivi

Siamo sempre proiettati in avanti.

Raramente ci fermiamo a celebrare.

Eppure è lì che si costruisce energia.

Ogni risultato — piccolo o grande — è un’occasione per rafforzare il team.

Celebrare significa condividere.
E creare senso di appartenenza.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,
scopri il mio percorso mirato “Motivare il team demotivato”:

uno spazio pratico e protetto per analizzare
le dinamiche reali e costruire azioni subito applicabili.

6. Dai obiettivi chiari e supporto reale

Obiettivi vaghi creano confusione.

Obiettivi chiari creano movimento.

Devono essere:

  • specifici
  • misurabili
  • raggiungibili

Ma non basta assegnarli.

Devi esserci.

Chiedi:

  • “Come posso aiutarti?”
  • “Cosa ti serve per riuscirci?”
  • “Quali strumenti ti mancano?”

Il supporto fa la differenza.

7. Costruisci fiducia ogni giorno

La fiducia non si dichiara.
Si dimostra.

Condividere informazioni, responsabilità e risultati è un segnale forte.

Trasparenza e coinvolgimento fanno sentire le persone parte del gioco.

Quando si sentono importanti, aumenta tutto:

impegno
energia
produttività

E tu?

Quanto spesso celebri un risultato con il tuo team?

Il tuo modo di guidare fa sentire le persone davvero parte del progetto…
oppure solo esecutori?

Sulla difficoltà di motivare il team trovi spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader“.

Perdere il lavoro: la domanda giusta che devi farti

perdere il lavoro

Foto di Engin_Akyurt da Pixabay

“Le notti insonni generano grandi idee o grandi mostri.”
Filippo Alosi

Perdere il lavoro.
Paura del futuro.
Non sapere cosa fare.

A certe incognite non si può rispondere con slogan o frasi fatte.

Soprattutto quando accade qualcosa — magari all’improvviso — che colpisce la tua carriera.

La tua vita.

La perdita del lavoro è un evento molto stressante.
Per molte persone rappresenta uno dei momenti emotivamente più difficili da affrontare.

Perché il lavoro non è solo sostentamento economico.

Influenza:

il modo in cui ti vedi,
la tua sicurezza,
perfino la percezione di chi ti sta intorno.

Perdere il lavoro: cosa succede adesso?

Che il licenziamento sia improvviso oppure annunciato da tempo, dentro si crea spesso un miscuglio di emozioni:

smarrimento,
incertezza,
tristezza,
rabbia,
frustrazione,
rimpianto.

Se queste emozioni non vengono gestite, col tempo possono trasformarsi in veri blocchi interiori.

  • “Perché è successo?”
  • “Ce la farò?”
  • “Sono davvero bravo?”
  • “Avrò un’altra occasione?”
  • “Arriverò mai da qualche parte?”

Prima o poi arriva un faccia-a-faccia inevitabile con l’unica persona che può iniziare a rispondere a queste domande:

tu.

Preparati a uscire dalla tua zona di comfort

Quando perdi il lavoro, sei quasi costretto ad allargare gli orizzonti.

Nuove azioni.
Nuove decisioni.
Nuove direzioni.

La vita cambia continuamente.
E a volte costringe anche te a cambiare.

Rimanere fermo dov’è più comodo può diventare il modo più rapido per restare marginale.

Se non vai oltre la tua zona di comfort,
se non chiedi qualcosa in più a te stesso,
le possibilità di crescita diminuiscono.

“Che cosa succede adesso?” non è la domanda giusta

L’unica cosa che conta davvero è il tuo atteggiamento.

Puoi:

cercare ancora nel tuo settore,
cambiare completamente strada,
aprire un’attività,
ripartire da zero.

Conta relativamente.

La vera domanda è:

“Come affronti quello che succede adesso?”

Come reagirai:

  • alle attese,
  • alle frustrazioni,
  • alle porte chiuse,
  • ai dubbi?

A volte bisogna ridiscutere convinzioni che sembravano solide.

Ed è lì che serve forza!

La perseveranza è ciò che ti permette di andare avanti anche quando entusiasmo e motivazione iniziano a calare.

Quanto riesci a perseverare davanti agli ostacoli?

Non arrenderti troppo presto.

Se nella vita le cose ti sono sempre arrivate facilmente, forse non hai ancora allenato quei “muscoli interiori” che servono quando la strada si fa dura.

Non considerare ogni ostacolo come definitivo.

Metti energia, tempo e presenza nel superare le difficoltà.

Quando perdi il lavoro può arrivare anche la vergogna.

La voglia di sparire.
Di chiuderti.

Fai l’opposto.

Resta in contatto con le persone con cui hai lavorato bene.
Riattiva relazioni professionali.
Usa strumenti come LinkedIn.

Condividere paure e difficoltà con le persone giuste può aiutarti a ritrovare lucidità, prospettiva e perfino nuove opportunità.

Perdere il lavoro: la perseveranza fa la differenza

Ci sono persone che hanno imparato a lavorare sodo per anni.

Hanno sviluppato:

costanza,
disciplina,
determinazione,
forza di volontà.

Ed è proprio questo che le aiuta nei momenti difficili.

Perché da certe situazioni non si esce senza un impegno straordinario.

Nel senso letterale del termine: non ordinario.

Quando la salita si fa pesante,
quando sembra inutile continuare,
quando tutto intorno ti spinge a mollare…

… è proprio lì che devi perseverare.

Nonostante gli ostacoli.
Nonostante la paura del futuro.
Malgrado la fatica.

Pazienza e perseveranza

Prova.
Riprova.

Credimi.

Ce la farai.

A volte la soluzione non è “ripartire subito”, ma capire cosa non sta più funzionando nella tua carriera.

→ primo confronto gratuito e non vincolante, online

Ci prendiamo un primo momento per mettere ordine nella situazione.

Comunicare con il team di lavoro: 9 spunti

Comunicare con il team di lavoro: 9 spunti
Sei il leader del tuo team.

È il momento di entrare nel concreto.

Di fornire appoggio.
Aiutare chi ti circonda.
Far sentire che ci sei.

Sostieni e incoraggia la tua gente.
Costantemente.

Soprattutto nei momenti difficili.

Sei il leader del tuo team

Devi trasmettere fiducia e importanza a ogni singola persona.

Diventa un supporto attivo e concreto per chi lavora con te.

Fai sentire la tua presenza.
Fai sentire importante la tua squadra.

1. Sii trasparente, chiaro e diretto

Non nascondere, addolcire o minimizzare i fatti.

L’autenticità ti fa guadagnare la stima delle persone.

Evita i “forse”, i “ma”, i “giusto?”, i “vero?”.
Sono parole dispersive.

Quando senti il bisogno di addolcire troppo il messaggio, rischi di togliere energia e incisività alla tua comunicazione.

2. “Buon lavoro” sono parole vuote se non entri nel concreto

Non minimizzare.

Evita di sdrammatizzare le preoccupazioni del team.
Non negare l’evidenza con frasi di circostanza.

Se ignori l’ansia delle persone, penseranno che non ti importi davvero.

Non basta dire:

“Buon lavoro!”

Devi sporcarti le mani.
Anche tu.

Ora più che mai.

Le persone si attivano davvero quando vedono qualcuno pedalare accanto a loro.

3. Specifica quello che intendi dire

Non comunicare in modo troppo indiretto.

Lascia perdere domande enigmatiche, allusioni e messaggi fumosi.

Se c’è qualcosa da dire, dillo.

Altrimenti meglio tacere.

Devi essere specifico.
Diretto.

Spiega:

  • quali azioni devono essere intraprese,
  • quali comportamenti non ti sono piaciuti,
  • cosa ti aspetti concretamente.

Non nasconderti.

Quando il mare è agitato, il capitano cammina sul ponte.

4. Rinforza la fiducia dei tuoi collaboratori

Chiediti spesso:

  • “Come posso rafforzare la fiducia del mio team?”

Onora il lavoro delle persone che ti circondano.

Fai capire alla tua gente che conta davvero.

Pensa meno a quanto sei speciale tu.
E di più a quanto sono importanti loro.

Condividi esperienze.
Spiega le decisioni.
Dai spazio a nuove opportunità.

E ringrazia il tuo staff.

Spesso.

5. Dimentica il tuo titolo o la tua posizione

Non innamorarti del ruolo.

E nemmeno dell’idea di dare consigli continuamente.

Aiuta con semplicità.
Tieni i piedi per terra.

Pretendi più da te stesso che dagli altri.

E non usare mai:

“Io sono il capo.”

A meno che tu non debba assumerti la piena responsabilità di qualcosa.

Oggi più che mai.

6. Dai supporto alle persone del tuo team

Ripensa alla tua vita professionale.

Probabilmente ricordi ancora con stima chi ti ha aiutato davvero.

Fai lo stesso con gli altri.

Coinvolgi tutti nelle riunioni e nelle discussioni.

Non emarginare nessuno.
Non escludere una persona dal gruppo.

Basta poco per far sentire qualcuno invisibile.

7. Ascolta… davvero

Ascolta prima di esprimere il tuo punto di vista.

Non interrompere.

Usa le idee degli altri per migliorare il lavoro.

E fallo sapere.

Dire:
“Questa idea è partita da te”
rafforza motivazione, fiducia e appartenenza.

Ascoltare non significa semplicemente sentire.

È empatia.
Interesse.
Rispetto.

Vuol dire riconoscere valore alle persone.

Se sei disposto a metterti in discussione e continui a cercare evoluzione e crescita… allora sì, stai guidando davvero.

8. Non finire le frasi degli altri

Lascia che il tuo collaboratore concluda il discorso.

Contieni la voglia di:

interrompere,
correggere,
anticipare,
stringere i tempi.

Se finisci tu le frasi:

  • limiti la libertà di espressione,
  • impoverisci il confronto,
  • riduci la comprensione reale del messaggio.

E poi…

sei davvero così sicuro di sapere già tutto?

Potresti aver interpretato male intenzioni, dubbi o bisogni.

Per esempio:

  • la persona è davvero tranquilla?
  • Oppure sta solo cercando di non contraddirti?

9. Evita di interrompere il tuo collaboratore

Ci sono tanti motivi per ascoltare davvero.

Non è una questione di quantità di tempo.

A volte bastano pochi minuti.
Ma devono essere minuti di attenzione reale.

Di concentrazione.
Di presenza.

Ecco perché i buoni ascoltatori diventano leader così apprezzati.

Forse dovremmo tutti riflettere di più su questo:

Sei capace di mettere da parte i tuoi pensieri?
Di ascoltare senza giudicare?
Di accogliere davvero ciò che l’altro sta cercando di dirti?

Il percorso di coaching: investi su te stesso – parte 7

 

STAI LEGGENDO LA PARTE 7

“Conquista te stesso, non il mondo.
Cartesio

Cerchi risposte? Forse stai cercando nel posto sbagliato.

Quanto tempo ti ci è voluto per capirlo?

Pochi anni?
Diversi mesi?

Oppure neanche il tempo di finire la prova lavoro?

Ti è bastato poco.

Molto poco.

Per capire che i libri che hai letto, i diplomi che hai ottenuto, i corsi che hai frequentato e le competenze tecniche che possiedi non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.

Le qualità personali non si sviluppano leggendo un libro

L’attitudine.
L’approccio alle persone.
La gestione dei collaboratori.

La capacità di reggere la pressione.
Di gestire ansia, stress e insuccessi.

Sono aspetti che difficilmente si sviluppano seguendo un corso, partecipando a un workshop o guardando un video tutorial.

Per quanto validi possano essere.

Se dopo tutto questo non è cambiato nulla.
Oppure è cambiato poco.

Forse non è quello di cui hai bisogno.

E allora cosa fai?

Continui a cercare.

Risposte.
Conferme.
Soluzioni.

Si dice che chi cerca trova.

E Google è bravissimo a darti le risposte che stai cercando.

Infatti ne trovi tante.

Tantissime.

Il problema?

Molte le conosci già.

Le hai lette.
Le hai sentite.
Persino condivise.

Eppure sei ancora qui.

Risposte generiche.
Poco personalizzate.
Spesso poco incisive.

E allora continui a cercare.

Ancora.

A inseguire.
A tentare.
Sperare.

Senza guardare nell’unico posto dove probabilmente troverai le risposte che stai cercando.

Guarda dentro di te.

Il mio obiettivo come coach non è darti le risposte.

È aiutarti a trovare le tue.

Sei tu che devi rispondere alle domande.

Non io.

Possono sembrare semplici.
Ma raramente lo sono.

Perché dietro ogni risposta c’è una storia.
La tua.

Prova a fermarti qualche minuto.

E chiediti:

  • Chi vuoi diventare?
  • Cosa ti aspetti da te stesso?
  • Dove stai andando?
  • Come farai a sapere quando sei arrivato?
  • Che cosa posso fare veramente per te?

C’è un mondo dentro queste domande.

Molto più di quanto sembri.

I leader più esperti pensano che i giovani vogliano tutto subito

Senza lottare.
Senza aspettare.
Non pagandone il prezzo.

Ah no?

Dimostra che si sbagliano.

Alza i tuoi standard personali

I bassi standard portano quasi sempre alla mediocrità.

Se non ce la fai, riprova.

Poi riprova ancora.

Affronta le cose difficili.

Quelle che tendi a rimandare.
Quelle che ti mettono a disagio.
Che preferiresti evitare.

La comodità può essere piacevole.

Ma raramente ti fa crescere.

La crescita passa quasi sempre da un certo livello di sforzo.

Di fatica.
Di incertezza.
Responsabilità.

Impara ad attraversare delusione e frustrazione

Le lotte di oggi possono portarti da qualche altra parte domani.

Per questo è importante sviluppare la capacità di reggere l’insuccesso.

Di sopportare la frustrazione.

Di continuare a muoversi anche quando i risultati tardano ad arrivare.

Meno lamentele.
Meno alibi.
Ancor meno scuse.

Più responsabilità.
Più azione.
Maggiore concretezza.

Non essere tu il collo di bottiglia

Perché non stai chiedendo feedback?
Perché hai smesso di farti domande?

La chiarezza nasce spesso dalle domande giuste.

Ad esempio:

  • Sei consapevole dei tuoi punti di forza e delle tue aree di miglioramento?
  • Sai gestire le tue reazioni e quelle degli altri?
  • Come affronti attese e frustrazioni?
  • Quanto riesci a reggere l’insuccesso?

È qui che dovresti concentrare i tuoi sforzi.

Soprattutto se ricopri un ruolo di responsabilità.

Se non vuoi entrare anche tu nella statistica dei fallimenti da leadership.

Cercavi risposte. Io continuo a farti domande.

Perché le risposte le devi trovare tu.

Provaci ancora.

  • Ti senti un modello per il tuo team?
  • Sai creare entusiasmo nel tuo staff?
  • Il tuo comportamento è coerente con ciò che chiedi agli altri?
  • C’è qualcuno nella tua squadra che hai ignorato, trascurato o deluso?

Fare un percorso di personal coaching significa anche questo.

Diventare più consapevoli dell’impatto che si ha sugli altri.

Perché la motivazione del team passa inevitabilmente dal leader.

Investi su te stesso

  • Che cosa stai aspettando?
  • Qual è il tuo prossimo passo?
  • Che cosa stai imparando?
  • Che cosa farai di diverso la prossima volta?
  • Hai davvero capito cos’è il coaching?

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo modo di lavorare, prendi provvedimenti.

Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Vuoi saperne di più sul personal coaching?

Hai sentito parlare di coaching ma non hai mai fatto il primo passo?

Lascia che ti spieghi cos’è, per me, un percorso di personal coaching.

Contattami per un incontro conoscitivo online, gratuito e senza vincoli.

Lascia che ti spieghi cos’è, per me, un percorso di personal coaching.

Il percorso di coaching: frasi che non ti dirò mai – parte 6

una sessione di coaching

STAI LEGGENDO LA PARTE 6

Le parole sono importanti.

Nella mia professione di coach, le parole devono stimolare, ispirare e spronare.

Ma possono anche confondere,
allontanare,
stancare.

Per questo servono attenzione, moderazione e competenza.

Una cosa è certa.

Ecco 9 frasi che sicuramente non mi sentirai mai dire durante una sessione di coaching.

1. “Fai questo e non fare quello”

Se c’è una cosa che evito accuratamente è dirti:

  • cosa fare;
  • cosa scegliere;
  • dove andare.

La responsabilità è tua.
Solo tua.

Non è mio compito risolvere i tuoi problemi o raggiungere i tuoi obiettivi al posto tuo.

Il mio ruolo è un altro.

Sostenerti.
Sfidarti.
Ascoltarti.
Stimolarti.
Incoraggiarti.

Offrirti strumenti, feedback e prospettive che possano aiutarti a raggiungere ciò che conta davvero per te.

2. “Ecco le risposte che cercavi”

Il coaching non è consulenza.

Un consulente viene chiamato per fornire risposte.

Un coach no.

Il mio obiettivo non è darti le risposte.

È aiutarti a trovare le tue.

Sei tu che devi rispondere alle domande.

Non io.

Domande che sembrano semplici.
Ma che spesso contengono un mondo intero.

Il tuo.

Per esempio:

  • Chi vuoi diventare?
  • Cosa ti aspetti da te stesso?
  • Che cosa stai aspettando?
  • Dove stai andando?
  • Che cosa posso fare veramente per te?

3. “Cercherò di essere breve, ti spiego…”

In una sessione di coaching non mi dilungo in lunghe teorie.

Anzi.

Di teoria ce n’è poca.
A volte pochissima.

Perché il rischio è trasformare tutto in qualcosa di meccanico.

Ascolti un concetto.
Impari una tecnica.

Cerchi di applicarla ovunque.

Ma i problemi che incontri nel lavoro raramente seguono uno schema.

Te ne sei accorto anche tu, vero?

4. “Fai come se fossi un tuo amico”

Chi ha un amico ha trovato un tesoro.

Coaching e amicizia, però, non sono la stessa cosa.

Un amico può offrirti sostegno.
Comprensione.
Affetto.

Ma difficilmente riuscirà a essere davvero imparziale.

E difficilmente ti farà le domande più scomode.

Quelle che a volte è necessario fare.

Un coach lavora da una posizione diversa.

Non coinvolta.
Non giudicante.

E proprio per questo più efficace.

5. “Scaviamo nel tuo passato per capire meglio”

Il coaching non è terapia.

Non si concentra sulla cura di ferite profonde.
Non tratta ansia, depressione o altre problematiche cliniche.

Per questo esistono professionisti specializzati.

Il coaching lavora prevalentemente sul presente.

E sul futuro che desideri costruire.

6. Frasi da pseudo-guru per pompare la motivazione

Niente slogan motivazionali.
Niente frasi a effetto.
Formule magiche.

Sai perché?

Perché se hai avuto problemi di motivazione — come tutti noi — sai perfettamente che una pacca sulla spalla accompagnata da un:

“Dai, forza, motivati!”

serve a ben poco.

La motivazione è più complessa di così.

7. “Scusa… rispondo un attimo a un’altra telefonata”

Quando sono con te in una sessione di coaching, sei l’unica persona con cui interagisco.

Sono completamente focalizzato su di te.

Sul tuo obiettivo.
Sulla tua situazione.

Il tuo percorso.

Il tempo che hai deciso di dedicarti appartiene a te.

E solo a te.

8. “Ecco una dritta miracolosa”

Mi spiace.

Nessuna scorciatoia segreta.
Nessuna trovata geniale.
Formula miracolosa.

Almeno secondo me.

Serve mettersi in gioco.
Serve fare esperienza.
Agire.

Ecco perché, nonostante la quantità enorme di corsi, libri, seminari e contenuti disponibili, incontrare persone che cambiano davvero resta così raro.

9. “Fidati di me” – “Credi in me”

L’onestà non si proclama.

La correttezza nemmeno.

Si dimostrano.

Con i fatti.
Con i comportamenti.
Il modo in cui si lavora.

Per questo non sento il bisogno di proclamare la mia integrità o la mia professionalità.

Preferisco che emergano da ciò che faccio.

Dalle parole.
Dai gesti.

Dalla qualità del lavoro svolto insieme.

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo modo di lavorare, di comunicare o di affrontare le sfide professionali, prendi provvedimenti.

Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Fai coaching.

Il percorso di coaching: 7 motivi perché resisti – parte 5

percorso di coaching individuale

STAI LEGGENDO LA PARTE 5
Perché alcune persone resistono al coaching?

Nella mia esperienza ho notato diversi motivi ricorrenti.

Persone interessate alla propria crescita professionale.

Curiose. Motivate. A volte persino affascinate dal coaching.

Eppure esitano.
Rimandano.
Resistono.

Ecco alcune delle resistenze che incontro più spesso.

1. Mancanza (presunta) di tempo

Molte persone fanno fatica a dire NO.

Sono sempre di corsa. Sempre indaffarate.

Prese da un turbinio di attività.

In altri casi, il non-avere-tempo nasconde altro.

La paura di affrontare una situazione.
La paura di iniziare qualcosa di nuovo.

Oppure stanno attraversando una fase di cambiamento.

Una transizione.
Un periodo delicato.

E non se la sentono di aggiungere un’altra sfida.

2. Paura di passare all’azione

Per molte persone è più rassicurante prepararsi che agire.

Fare corsi.
Frequentare workshop.
Comprare libri.

Guardare video, parlare, teorizzare.

Conoscono tutta la teoria.

Ma non scendono nella pratica.
Così restano fermi.

Sempre nello stesso punto.

3. “Un giorno lo farò…”

Parliamo spesso al futuro.

A volte al condizionale.

“Farò.”
“Vorrei.”

Dietro queste parole si nascondono spesso delle paure.

Timori che impediscono di passare all’azione.

Subito.

Così continuiamo a parlare di ciò che faremo.

Un giorno.

Nel frattempo rimandiamo.
E il presente resta fermo.

Spesso perché il passato continua a influenzarci.

Temiamo che una delusione, un errore o un fallimento possano ripetersi.

E quindi aspettiamo.

4. Paura di mettersi in gioco

Se facciamo quello che abbiamo sempre fatto, otterremo sempre gli stessi risultati.

Una frase conosciuta.

Ma ancora attuale.

Se non usciamo allo scoperto difficilmente accadrà qualcosa di nuovo.

Qualcosa di stimolante.
Di vitale.
Di esaltante.

Spesso è più semplice attribuire tutto alla fortuna.

Al caso.
Al destino.

Piuttosto che mettersi davvero in gioco.

5. “Coaching? Non sono mica incompetente”

Iniziare un percorso di coaching non significa essere impreparati.

Non significa essere incapaci.
Non significa essere incompetenti.

Il coaching non è un atto d’accusa.

Non certifica una mancanza.

Non evidenzia un difetto.
Un segnale di debolezza.

È semplicemente uno strumento per crescere.

6. Paura di non riuscire

Nella vita, quando decidiamo di scendere in campo, veniamo feriti.

A volte più di una volta.

Più sei stato ferito, più temi di esserlo ancora.
Più temi di esserlo ancora, più sviluppi meccanismi di protezione.

Meccanismi spesso inconsci.
Strategie di evitamento.
Difese.

Difese che cercano di proteggerti.

Ma che finiscono per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo di cambiamento.

E spesso anche qualsiasi ambizione professionale.

7. “È tutta colpa del capo…”

O del collega.
O dell’azienda.
Colpa del mercato.

Alcune persone guardano alla propria carriera e vedono soprattutto ostacoli esterni.

Un capo menefreghista.
Un collega traditore.
La sfortuna.

Tutto viene attribuito all’esterno.

Poco spazio viene lasciato a una domanda importante:

“Cosa avrei potuto fare diversamente?”

A questo punto del percorso professionale il coaching viene percepito come interessante.

Ma inutile.

Perché non può riparare un torto.

Non può cancellare una delusione.
Non può riscrivere il passato.

E il costo di un percorso di coaching?

Nella mia esperienza il costo raramente rappresenta la vera resistenza.

Le persone tendono a vederlo come un investimento.

Su sé stesse.
Sulla propria crescita.
Sul proprio futuro.

Generalmente chi è determinato non ha bisogno di essere spinto.

Chi desidera una svolta.
Chi è stanco dei soliti risultati.
Vuole lavorare su sé stesso.

Prima o poi trova il modo.

C’è una cosa che non faccio mai con un potenziale cliente

Non convinco.
Non persuado.
Ancor meno vendo.

Non faccio pressione.

Sentirsi attratti dall’idea di intraprendere un percorso di coaching è già un segnale importante.

Sentirsi curiosi.
Coinvolti.
Persino un po’ emozionati.

Spesso è proprio da lì che inizia il cambiamento.

Il percorso di coaching online: funziona? – parte 4

coaching online

STAI LEGGENDO LA PARTE 4
Il coaching online funziona davvero?

La hall di un hotel vicino alla Stazione Centrale.
La biblioteca dell’università.
Lo snack bar di fronte all’università.

Il locale trendy di Milano all’ora dell’aperitivo.
I tavolini esterni dello stesso locale.
La saletta interna quando l’aperitivo è finito.

E ancora…

Il retro di un salone di estetica.
La saletta riunioni di uno studio professionale.

L’area di servizio lungo l’autostrada dei Laghi.

L’ufficio elegante di una società di formazione.
L’ufficio-finto-elegante del cliente di turno.

No.

Non sono luoghi dove ho fantasticato di “famolo strano“, come nel film di Verdone.

Sono alcuni dei posti dove ho fatto coaching.

A questi dovrei aggiungere il mio studio.
L’ufficio di Lugano.

La videoconferenza.

E naturalmente il telefono.

Personalmente non mi sono mai posto il problema.

Lascio scegliere alla persona.

  • “Dove preferisci. C’è rumore? C’è gente? Se va bene a te, va bene anche a me.”

Se però mi chiedi come preferisco lavorare, la risposta è diversa.

Un luogo tranquillo.

La possibilità di incontrarsi di persona.
Stringere la mano.
Guardarsi negli occhi.

Sentire la presenza fisica dell’altro e costruire un rapporto.

Se invece mi chiedi quale modalità considero più efficace, rispondo quasi senza esitazione:

il telefono.

Cuffiette nelle orecchie.

Una passeggiata senza meta per casa.

Camminare mentre parlo è diventato un gesto automatico.

Mi aiuta a tagliare fuori il resto.

Le distrazioni.
Gli stimoli visivi.
Le interferenze.

Resto concentrato sulla conversazione.

Su quello che la persona dice.
E soprattutto su quello che non dice.

Per me funziona.

Ma, soprattutto, funziona anche per il coachee.

Il coaching online funziona?

Anni fa avrei avuto qualche dubbio.

Le connessioni erano instabili.

L’audio arrivava a singhiozzo.
L’immagine si bloccava.

Spesso proprio nel momento più importante.

Oggi, nella maggior parte dei casi, questi problemi non esistono più.

Una sessione online ben organizzata può essere efficace quanto una sessione in presenza.

Nella mia esperienza può essere altrettanto profonda.

A volte persino più intensa.

Perché tutta l’attenzione si concentra sulla conversazione.

E il coaching, prima di tutto, è una conversazione.

Il coaching online funziona? Sì… se funziona il coach

Online.
Telefono.
Presenza.

Quello che conta davvero è il professionista.

Deve essere preparato.
Competente.

Deve saper ascoltare.
Trasmettere fiducia.

Creare uno spazio sicuro in cui la persona possa riflettere, mettersi in discussione e passare all’azione.

La modalità viene dopo.

Coaching significa innanzitutto ascolto

Ascolto sincero.

Ascolto curioso.

Completo.

Per certi aspetti trovo che questo sia persino più facile al telefono.

Non ci sono distrazioni.

La voce racconta moltissimo.

Le pause.
Le esitazioni.
Il tono.

Le parole che scegliamo.

E quelle che evitiamo.

Il linguaggio del corpo è importante.

Ma spesso sottovalutiamo quanto le emozioni emergano chiaramente dalla voce.

I vantaggi del coaching online

  • Puoi collegarti dalla comodità di casa o dall’ufficio.
  • Eviti traffico e spostamenti.
  • Hai maggiore flessibilità negli orari.
  • Le distanze smettono di essere un problema.

Puoi trovarti in Italia, in Svizzera o in qualsiasi altro Paese.

Serve solo una connessione internet.
O una linea telefonica.

Molte persone si sentono più rilassate nel proprio ambiente.

Più a loro agio.
Più libere di parlare.

E questo, nel coaching, fa una grande differenza.

Una curiosità

Non sono poche le persone che preferiscono fare coaching mentre tornano a casa dal lavoro.

In auto.
In treno.
Durante una passeggiata.

Quando chiedo il motivo, la risposta è spesso la stessa.

“Sono più rilassato.”

E forse è proprio questo il punto.

Il coaching non ha bisogno di una stanza perfetta.

Ha bisogno di uno spazio mentale dove fermarsi, riflettere e guardare le cose con maggiore chiarezza.

Tutto il resto è solo il contorno.

Il percorso di coaching: 6 segnali che sei pronto – parte 3

STAI LEGGENDO LA PARTE 3
Poco importa quanto abbiamo ricevuto dalla vita.

Dentro di noi esiste quasi sempre un desiderio di miglioramento.

Desideriamo di più.
Più soddisfazione.
Più serenità.

Ancor più successo.
Più libertà.

Cerchiamo relazioni migliori.

Una carriera più appagante.
Una versione più completa di noi stessi.

Non è un caso se grandi manager, imprenditori, politici e atleti lavorano con un allenatore.

Tutti noi, in momenti diversi della vita, potremmo beneficiare di un coach.

Una persona che ci aiuti a vedere più chiaramente.
A prendere decisioni.
A superare ostacoli.
Trasformare intenzioni in azioni.

Il coaching è una delle risposte più efficaci alle sfide dei nostri tempi.

Ecco 6 segnali che potrebbero indicare che sei pronto a iniziare.

1. Hai capito che non sarai mai veramente pronto

Hai aspettato.
Riflettuto.
Raccolto informazioni.

Hai cercato di capire tutto prima di partire.

Ma a un certo punto diventa evidente una verità:

non ti sentirai mai completamente pronto.

Perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort.

Verso qualcosa di nuovo.
Stimolante.
Incerto.

Puoi leggere cento libri.
Puoi informarti per mesi.
Continuare a prepararti.

Ma prima o poi dovrai fermarti.

Respirare.

E partire.

2. Sei disposto a investire (almeno un pò) tempo ed energia

Il coaching richiede impegno.

Tempo.
Energia.
Disponibilità a metterti in discussione.

Molte persone si concentrano sul costo.

Quelle davvero determinate guardano invece al ritorno dell’investimento.

Nuove competenze.
Maggiore consapevolezza.
Obiettivi raggiunti più rapidamente.
Decisioni più lucide.

Chi vuole davvero cambiare raramente si blocca sul prezzo.

Si chiede piuttosto:

“Quanto mi costa restare fermo?”

3. Hai deciso che è arrivato il momento di cambiare

Per anni la routine ti ha dato sicurezza.

Protezione.
Stabilità.

Oggi però qualcosa è cambiato.

Hai capito che continuare a fare sempre le stesse cose produrrà sempre gli stessi risultati.

E non ti basta più!

Vuoi crescere.
Vuoi evolvere.
Uscire allo scoperto.

Il coaching può aiutarti a vivere il cambiamento non come una minaccia, ma come un’opportunità.

4. Hai bisogno di una spinta per superare un ostacolo

Forse sai già cosa dovresti fare.

Eppure continui a rimandare.

Trovi spiegazioni.
Giustificazioni.
Motivi per aspettare ancora.

Quando la salita si fa impegnativa, tendi a fermarti.

Oppure a cercare qualcuno o qualcosa a cui attribuire la responsabilità.

Il coaching ti aiuta a interrompere questo schema.

A trasformare le difficoltà in occasioni di crescita.
A passare dall’intenzione all’azione.

5. Vuoi fare un salto di qualità

Iniziare un percorso di coaching non significa essere incompetenti.

O impreparati.

Significa voler migliorare.

Tutto qui.

Anche chi sta già ottenendo buoni risultati può desiderare di crescere ancora.

Più efficacia.
Più autorevolezza.
Maggiore chiarezza.
Più impatto.

A volte la differenza tra dove sei e dove vuoi arrivare è semplicemente il supporto giusto.

6. Hai capito che un supporto professionale può fare la differenza

Quando abbiamo bisogno di competenze specifiche ci rivolgiamo a professionisti.

Un medico.
Un avvocato.
Il commercialista.
Un tecnico informatico.

Lo facciamo perché sappiamo che alcune sfide richiedono uno sguardo esterno.

Il metodo.
Un’esperienza.
Un confronto competente.

Anche il coaching funziona così.

Il coach non ha una bacchetta magica.

Non prende decisioni al posto tuo.

Ti aiuta a vedere possibilità che oggi non stai vedendo.
A mantenere la direzione.
A utilizzare meglio il tuo potenziale.

Il coaching è cambiamento

Un nuovo modo di pensare genera nuove idee.

Nuove idee portano a nuove azioni.

Nuove azioni aprono nuove opportunità.

Se senti che è arrivato il momento di cambiare qualcosa nella tua vita professionale o personale, forse sei più pronto di quanto immagini.

Il percorso di coaching: 9 credenze da sfatare. Subito – parte 2

percorsi di coaching

STAI LEGGENDO LA PARTE 2
Sul coaching si sente dire un po’ di tutto.

Alcune opinioni nascono da informazioni incomplete. Altre da esperienze raccontate male.

Altre ancora si sono diffuse nel tempo fino a diventare convinzioni accettate senza essere mai messe davvero in discussione.

Il risultato è semplice: molte persone si fanno un’idea del coaching senza averlo mai sperimentato.

Ecco alcuni dei miti che incontro più spesso.

1. “Sto lavorando bene. Non ho bisogno di un coach”

Ottimo.

Ma il coaching non nasce per chi è in crisi.

Molte persone immaginano il coaching come una sorta di pronto soccorso professionale.

In realtà viene utilizzato spesso proprio da chi sta già ottenendo buoni risultati e desidera fare un ulteriore passo avanti.

Più responsabilità.
Maggiore autorevolezza.
Una leadership più efficace.
Un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata.

Il coaching non lavora soltanto sui problemi. Lavora soprattutto sulle potenzialità e sul miglioramento continuo.

Molte persone chiedono aiuto quando sono in difficoltà. Le più lungimiranti iniziano a crescere prima.

2. “Il coach mi dà le risposte”

In realtà succede quasi il contrario.

Come coach il mio lavoro consiste soprattutto nel fare domande.

Domande che aiutano a osservare una situazione da prospettive diverse, a mettere in discussione convinzioni radicate e a vedere possibilità che prima non erano evidenti.

Il coaching non è consulenza e non consiste nel dirti cosa fare.

Consiste nell’aiutarti a trovare risposte che abbiano senso per te e per la tua situazione.

3. “Il coach mi dà consigli”

Molti immaginano il coaching come una conversazione nella quale una persona esperta distribuisce suggerimenti e indicazioni.

Funziona raramente così.

Il coaching parte da un presupposto diverso: tu sei la persona che conosce meglio la tua realtà.

Il mio compito è aiutarti a ragionare con maggiore lucidità, non sostituirmi alle tue decisioni.

Un consiglio può essere utile.

Una consapevolezza, spesso, vale molto di più.

4. “Ma io voglio soluzioni, non domande”

Capisco questa obiezione.

Viviamo in un mondo pieno di risposte. Ti basta aprire Google, guardare un video o leggere un articolo. Le informazioni non mancano.

Anzi.

Sono ovunque.

Il problema è che molte di quelle risposte sono generiche.

Pensate per tutti.
Applicabili a chiunque.
Adattate a nessuno.

Ecco perché tante persone sanno già cosa dovrebbero fare ma continuano a non farlo.

Il problema raramente è la mancanza di informazioni. Molto più spesso è la difficoltà di trasformarle in azione.

5. “Allora … posso semplicemente parlarne con il mio migliore amico”

A volte sì.

Un amico può ascoltarti, sostenerti e aiutarti a superare un momento difficile. Tuttavia difficilmente riuscirà a essere davvero neutrale.

Ti conosce troppo bene.

Ha una sua opinione.
Ha una sua storia con te.
Ha un suo coinvolgimento emotivo.

Un coach osserva invece la situazione dall’esterno. Può permettersi di fare anche le domande che spesso amici e familiari evitano.

Quelle più scomode.

E spesso anche le più utili.

6. “Il coaching richiede moltissimo tempo”

Dipende dall’obiettivo.

Se desideri lavorare su una situazione specifica, poche sessioni possono già produrre cambiamenti significativi.

Se invece l’obiettivo è più ampio, il percorso sarà inevitabilmente più articolato.

Preparare una riunione difficile.
Gestire un conflitto.
Potenziare la leadership.
Rafforzare l’autorevolezza.

Non tutti gli obiettivi richiedono lo stesso investimento di tempo.

Per questo non esiste una durata valida per tutti.

Esiste la durata più adatta alla tua situazione e al risultato che desideri ottenere.

7. “Il coaching è solo per manager e professionisti famosi”

Questo è uno dei miti più resistenti.

Nel corso degli anni ho lavorato con persone molto diverse tra loro.

Neo-leader.
Professionisti.
Persone in cerca di lavoro.
Responsabili di team.
Persone che stanno affrontando un cambiamento.

Il coaching non appartiene a una categoria particolare. È uno strumento di sviluppo personale e professionale accessibile a chiunque desideri crescere.

8. “Il coaching è una forma di terapia”

Questo è probabilmente il malinteso più diffuso.

Coaching e terapia non sono la stessa cosa.

La terapia si occupa di aspetti clinici e psicologici e, quando necessario, lavora anche sull’analisi di esperienze passate.

Il coaching, invece, lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

  • Su ciò che desideri migliorare.
  • Sugli obiettivi che vuoi raggiungere.
  • Sulle azioni che puoi mettere in campo.

Quando emergono esigenze che richiedono competenze diverse, il percorso corretto è rivolgersi ai professionisti più adatti.

9. “Il coaching non produce risultati”

Questa convinzione mi ha sempre incuriosito.

Perché il coaching nasce proprio per produrre risultati.

Un percorso efficace parte da un obiettivo, definisce tappe intermedie, monitora i progressi e corregge la direzione quando necessario.

Naturalmente non esistono formule magiche e non esistono scorciatoie.

Esiste però una cosa.

L’impegno personale.

Perché nessun percorso può sostituirsi alla tua volontà di cambiare.

Il coaching non fa il lavoro al posto tuo. Ti aiuta a smettere di evitarlo.

Una riflessione finale

Forse il problema è che molte persone lo giudicano attraverso stereotipi, racconti superficiali o aspettative poco realistiche.

Quando poi lo sperimentano davvero, scoprono quasi sempre la stessa cosa.

Che il coaching è molto meno misterioso di quanto immaginavano.

E molto più concreto.

Il percorso di coaching: cosa è – parte 1

il percorso di coaching

STAI LEGGENDO LA PARTE 1

Come funziona davvero un percorso di coaching?

Una delle domande che ricevo più spesso è questa:

“Michele, in concreto, cosa succede durante un percorso di coaching?”

La domanda è più che legittima.

Molte persone hanno sentito parlare di coaching, hanno letto articoli, visto video o ascoltato testimonianze.

Quando però arriva il momento di valutare un percorso per sé, il dubbio rimane.

Che cosa faremo concretamente?

Tutto parte da un obiettivo

Il coaching non è una conversazione generica. Non è nemmeno uno spazio dove parlare senza una direzione precisa.

Tutto parte da un obiettivo.

Qualcosa che desideri migliorare, risolvere o affrontare.

A volte si tratta di un’esigenza molto specifica:

  • Gestire un rapporto difficile con un collaboratore.
  • Preparare un colloquio di lavoro importante.
  • Affrontare una riunione delicata.
  • Imparare a dare feedback più efficaci.

In altri casi l’obiettivo è più ampio:

  • Migliorare l’autorevolezza.
  • Potenziare la leadership.
  • Rafforzare l’autostima professionale.
  • Guidare meglio un team.

Più l’obiettivo è specifico, più il percorso tende a essere breve. Più è ampio e articolato, più sarà utile costruire un lavoro graduale.

La fase iniziale

Ogni percorso inizia con una fase di conoscenza reciproca.

Definiamo l’obiettivo.
Chiarifichiamo aspettative,
priorità
risultati desiderati.

Valutiamo insieme quale potrebbe essere il numero più adatto di incontri.

Molte persone arrivano con un problema chiarissimo.

Altre arrivano con una sensazione.

Qualcosa non funziona. Si sentono bloccate. Oppure percepiscono che potrebbero ottenere di più, ma non riescono a capire da dove partire.

Anche fare chiarezza è già parte del percorso.

Più spesso di quanto immagini.

La fase centrale

Qui si svolge il vero lavoro.

Molti immaginano il coaching come una serie di conversazioni interessanti. In realtà è molto più operativo di quanto sembri.

Si riflette.
Si analizzano situazioni.
Esplorano alternative.
Costruiscono strategie.

Ma soprattutto si passa all’azione.

L’obiettivo non è avere idee più interessanti.

L’obiettivo è creare cambiamenti concreti nella realtà professionale e personale.

Tra una sessione e l’altra possono esserci scambi di email, strumenti di riflessione, esercizi o semplici spunti operativi che aiutano a mantenere vivo il lavoro svolto durante gli incontri.

Le sessioni seguono una struttura precisa

Anche quando il dialogo appare spontaneo, non si tratta di una semplice chiacchierata.

Ogni sessione segue una struttura ben definita.

Si parte da un obiettivo.
Si esplorano possibilità e alternative.
Definisce un piano d’azione.
Eventuali ostacoli.
Si conclude con un impegno concreto.

Questo permette di mantenere il focus e di evitare che l’incontro diventi soltanto uno sfogo momentaneo.

Ogni quanto ci si incontra?

Generalmente le sessioni si svolgono ogni 10-15 giorni. Una frequenza che permette di riflettere, sperimentare e mettere in pratica ciò che emerge durante gli incontri.

Una singola sessione dura mediamente tra i 50 e i 60 minuti.

Abbastanza per approfondire.

Non così tanto da diventare dispersiva.

Coaching online o in presenza?

Entrambe le modalità possono essere efficaci.

Il coaching online offre grande flessibilità. Riduce gli spostamenti e permette di collegarsi da casa o dall’ufficio. Per molte persone crea anche una maggiore sensazione di comfort e facilita l’apertura durante la conversazione.

Altri preferiscono invece l’incontro faccia a faccia.

Non esiste una modalità giusta per tutti.

Esiste quella più adatta alla tua situazione.

Cosa non è il coaching

Questo punto è importante.

Il coaching non è una terapia. Non si occupa di curare disturbi psicologici e non lavora sull’analisi dei traumi passati.

Il coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

  • Su ciò che desideri migliorare.
  • Sulle azioni che puoi intraprendere.
  • Sui risultati che vuoi raggiungere.

La riservatezza

Durante un percorso emergono spesso temi delicati.

Rapporti difficili.
Conflitti.
Decisioni importanti.
Problemi professionali.

Per questo la riservatezza rappresenta una parte fondamentale della relazione di coaching.

La fiducia non è un dettaglio.

È la base che permette al percorso di funzionare davvero.

La riflessione finale

Molte persone iniziano un percorso di coaching pensando di trovare risposte.

Spesso scoprono qualcosa di diverso.

Scoprono che le risposte più importanti erano già presenti. Avevano semplicemente bisogno di fermarsi, osservare la situazione da una prospettiva diversa e trasformare le intuizioni in azioni concrete.

Ed è proprio lì che inizia il cambiamento.