La skill fondamentale di successo .. quella che proprio non ti aspetti

skill di successo
Hai grandi obiettivi per il futuro, ma ogni tanto ti chiedi se hai davvero tutto quello che serve.

Passione.
Competenza.
Coraggio.
Tenacia.

Basta?

C’è una capacità di cui si parla molto meno e che, invece, può fare una grande differenza: saper reggere l’insuccesso.

La vera misura del carattere di una persona emerge anche da come reagisce quando qualcosa va storto.

Quando perde.
Quando viene respinta.
Quando, nonostante l’impegno, non raggiunge l’obiettivo.

La skill di successo che non ti aspetti?
Non evitare l’insuccesso.
Imparare a reggerlo.

Le persone di successo sanno “fallire bene”

Sembra una contraddizione.

Siamo cresciuti con l’idea che successo e fallimento siano agli estremi opposti: se hai successo non fallisci, se fallisci significa che qualcosa non funziona.

La realtà professionale racconta una storia diversa.

Chi prova, decide, si espone e punta a qualcosa di importante prima o poi sbaglia. Riceve un NO. Perde un’opportunità. Fa una scelta che non funziona.

La differenza non sta nell’evitare tutto questo.

Sta in ciò che fai dopo.

Un detto giapponese dice:

“Cadi sette volte, rialzati otto.

Ecco alcuni modi per imparare a “fallire bene”.

1. Accetta quello che senti

Fallire, non riuscire, non centrare un obiettivo fa male.

A volte molto male.

Non serve fingere che non sia successo niente, distrarsi a tutti i costi o cercare immediatamente un colpevole.

Accetta la delusione. Elaborala.

Concediti il tempo necessario, senza però trasformare quel momento in settimane di recriminazioni e autocommiserazione.

Perché prima o poi dovrai fare la cosa più importante: decidere quale sarà la tua prossima mossa.

2. Non confondere un insuccesso con quello che sei

Dopo una sconfitta è facile passare da:

“Ho fallito.”

a:

“Sono un fallimento.”

Sono due cose completamente diverse.

Un risultato negativo riguarda un evento, una scelta, un tentativo. Non è una sentenza sulla tua persona o sulle tue capacità.

Hai commesso un errore. Non sei un errore.

Il fatto che oggi qualcosa non abbia funzionato non significa che succederà anche domani.

3. Se vuoi fare qualcosa di importante, prima o poi sbaglierai

Più alzi l’asticella, più aumentano anche le possibilità di incontrare ostacoli, errori e rifiuti.

È il prezzo dell’esposizione.

Se vuoi eliminare completamente la possibilità di fallire, esiste una soluzione piuttosto semplice: non provare niente di nuovo.

Ma difficilmente crescerai.

Chi si mette in gioco accetta anche una certa dose di rischio.

Non significa essere incoscienti. Significa sapere che non possiamo pretendere di avere sempre la certezza del risultato prima di muoverci.

4. Usa l’insuccesso per capire

Un risultato negativo può essere un ottimo feedback.

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Hai sbagliato strategia?
  • Ti mancavano competenze?
  • Hai sottovalutato qualcosa?
  • Hai insistito troppo?
  • Oppure hai semplicemente bisogno di più tempo?

Non cercare subito una giustificazione.

Cerca un’informazione utile.

Il fallimento diventa veramente inutile quando non impariamo niente da ciò che è successo.

5. Non tenerti tutto dentro

Dopo una battuta d’arresto professionale potresti avere voglia di chiuderti e rimuginare.

Parlarne con una persona di cui ti fidi può aiutarti a vedere ciò che, in quel momento, fai fatica a vedere da solo.

Non hai necessariamente bisogno di qualcuno che ti dica “Andrà tutto bene”.

A volte serve semplicemente un punto di vista diverso dal tuo.

Qualcuno che faccia una domanda che non ti eri posto o che ti aiuti a ridimensionare quello che, nella tua testa, sta assumendo proporzioni enormi.

6. Dopo aver elaborato, torna all’azione

Riflettere è utile.
Rimuginare all’infinito no.

A un certo punto devi trasformare quello che hai imparato in qualcosa di concreto.

Rivedi il piano.
Cambia approccio.
Acquisisci una competenza.
Chiedi aiuto.
Fai un nuovo tentativo.

Non devi avere già pronta la strategia perfetta.

Devi ricominciare a muoverti.

Anche con un passo piccolo.

7. Non perdere l’entusiasmo

Una battuta d’arresto può toglierti energia. Diverse battute d’arresto consecutive possono farti dubitare dell’intero progetto.

È qui che la capacità di reggere l’insuccesso diventa decisiva.

Non significa ripetere ostinatamente sempre la stessa cosa.

Puoi cambiare strategia, strumenti, tempi e persino obiettivo.

Ma evita di trasformare automaticamente un risultato negativo nella prova che “non ce la farai mai”.

Perseverare non significa continuare a sbattere contro lo stesso muro.
Significa continuare a cercare una strada.

La skill di successo? Tollerare l’insuccesso

La paura di fallire ci rende prudenti. E un po’ di prudenza è utile.

Il problema nasce quando diventa così forte da impedirci di provare, chiedere, cambiare, esporci.

Se vuoi raggiungere un obiettivo importante devi accettare che qualcosa possa andare storto.

Non devi amare il fallimento.

Non devi nemmeno raccontarti che “fallire è bellissimo”. Quando succede, spesso non lo è affatto.

Devi però essere capace di sopportarlo, comprenderlo e ripartire.

Questa è una skill di successo molto meno appariscente del talento, della sicurezza o del carisma.

E forse proprio per questo è una delle più importanti.

Bravura e talento non basta! Occorrono duro lavoro e tenacia. Grinta.

crescita professionale

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”.

Usain Bolt

Ci sono persone particolarmente dotate.
Talenti naturali.
Persone alle quali certe cose sembrano venire più facilmente.

E poi ci siamo noi.

Quelli che devono provare, sbagliare, riprovare. Quelli che guardano il collega più brillante e pensano:

“Lui è portato. Io no.”

Perfetto. La scusa per mollare, rinunciare o non provarci nemmeno è servita.

Il talento conta. Ma non basta.

Competenza, capacità e talento sono importanti. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.

Ma nella crescita professionale entra in gioco anche qualcos’altro: la capacità di continuare quando i risultati non arrivano subito.

Tenacia.
Costanza.
Grinta.

La psicologa Angela Duckworth ha utilizzato proprio il concetto di “grit” per descrivere la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo.

Non significa insistere ciecamente.

Significa continuare a lavorare su qualcosa anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, arrivano gli ostacoli e sarebbe molto più facile lasciar perdere.

Il talento può darti un vantaggio.
La tenacia decide quanto a lungo sei disposto a giocartelo.

La crescita professionale si costruisce nel tempo

È facile essere determinati quando tutto funziona.

Molto meno quando ricevi un NO, una promozione non arriva, qualcuno sembra avanzare più velocemente di te oppure scopri che devi ancora imparare molto.

È lì che la grinta diventa importante.

Vuol dire saper resistere alle distrazioni, reggere una battuta d’arresto e tornare al lavoro.

Non per una settimana.
Non soltanto quando sei motivato.

Ma abbastanza a lungo da permettere alle tue capacità di crescere e produrre risultati.

Non invidiare soltanto il talento degli altri

Puoi incontrare qualcuno più brillante, più preparato o naturalmente più portato di te.

Succederà.

Ma il confronto sul talento dice solo una parte della storia.

Non sai quanto quella persona stia lavorando.
Quanto sappia reggere la frustrazione.
Come reagisca davanti a una sconfitta.
Se continuerà quando le cose diventeranno difficili.

E soprattutto, il talento degli altri non diminuisce quello che puoi costruire tu.

Non puoi decidere quanto talento possiedi.
Puoi decidere cosa farne e quanto sei disposto a lavorarci.


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“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Grinta non significa non mollare mai

Anche questo va chiarito.

Perseverare non significa intestardirsi su una strada che evidentemente non funziona.

Puoi cambiare strategia.
Correggere un errore.
Chiedere aiuto.
Acquisire nuove competenze.
Persino cambiare obiettivo.

La tenacia non sta nel continuare a fare sempre la stessa cosa.

Sta nel non arrendersi alla prima difficoltà soltanto perché il risultato tarda ad arrivare.

Talento e bravura sono ottimi punti di partenza.

Ma se vuoi costruire qualcosa nel tempo, serviranno anche duro lavoro, capacità di rialzarti e perseveranza.

Avere successo professionale: anziché rinunciare – a volte – basta solo rimandare

Avere successo professionale

“Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.
Woody Allen

La strada verso il successo professionale raramente è lineare.

Eppure continuiamo a immaginarla così: studiare, trovare un buon lavoro, crescere professionalmente, ottenere maggiori responsabilità e raggiungere finalmente il traguardo.

Una tappa dopo l’altra.
Poi arriva la realtà.

Un progetto si blocca.
Una promozione non arriva.
Un’opportunità sfuma.
Le condizioni personali cambiano.

Quello che sembrava il momento giusto improvvisamente non lo è più.

E allora pensiamo:

“Forse devo lasciar perdere.”

Non necessariamente.

Non esiste un’unica strada per arrivare

C’è chi procede quasi in linea retta e chi segue un percorso fatto di deviazioni, accelerazioni, soste e ripartenze.

Non c’è un modo giusto e uno sbagliato.

Ci sono momenti in cui possiamo avanzare velocemente e altri in cui dobbiamo rallentare. A volte dobbiamo persino fermarci.

Il problema nasce quando interpretiamo quella pausa come una sconfitta definitiva.

Rimandare non significa necessariamente rinunciare.
Significa riconoscere che questo potrebbe non essere il momento giusto.

Puoi mettere temporaneamente da parte un progetto senza abbandonarlo.

Puoi decidere che quella richiesta di promozione la farai tra sei mesi.

Che cambierai lavoro quando avrai acquisito una determinata competenza.

Che riprenderai un progetto quando avrai più tempo, energie o condizioni migliori.

Non tutto deve accadere adesso.

Avere successo professionale significa anche saper affrontare gli ostacoli

Sul tuo percorso troverai difficoltà impreviste.

Alcune saranno facilmente superabili. Altre ti costringeranno a cambiare programmi.

È qui che conta il modo in cui reagisci.

Puoi intestardirti e continuare a spingere quando le condizioni non ci sono.

Puoi mollare tutto.

Oppure puoi fermarti e chiederti:

  • Che cosa mi sta dicendo questo ostacolo?
  • Devo cambiare strategia?
  • Devo prepararmi meglio?
  • Devo semplicemente aspettare?

Fermarsi può essere una decisione. Non necessariamente una resa.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza

Quando qualcosa non funziona, siamo portati a giudicare immediatamente il risultato.

  • Non ce l’ho fatta.
  • Non sono abbastanza bravo.
  • È inutile continuare.

Ma un NO ricevuto oggi non dice necessariamente nulla su ciò che sarà possibile domani.

Può indicare che devi correggere il tiro, acquisire esperienza, cambiare approccio oppure aspettare condizioni diverse.


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Un obiettivo rimandato non è necessariamente un obiettivo fallito.

Questo non significa aspettare passivamente che le cose cambino da sole.

Significa utilizzare la pausa per capire, prepararti e decidere quale sarà la prossima mossa.

A volte devi insistere.
A volte devi aspettare.

Anche questa è una capacità professionale.

Capire quando spingere e quando rallentare.

Quando continuare e quando prendere tempo.

Quando una strada è davvero chiusa e quando, invece, è semplicemente troppo presto per percorrerla.

Non tutto ciò che desideri arriverà quando avevi previsto.

Per questo, davanti a un ostacolo, prima di concludere “Basta, rinuncio”, prova a porti una domanda diversa:

Devo davvero rinunciare oppure, questa volta, devo soltanto rimandare?

Lavoro e successo: puoi salire molto più “in alto” se sei “leggero”

lavoro e successo

Al lavoro ti senti continuamente sotto esame?

Cambi modo di comportarti secondo la persona che hai davanti? Ti trattieni dal dire ciò che pensi o dal prendere una decisione perché temi il giudizio degli altri?

Un conto è tenere in considerazione ciò che pensano colleghi, collaboratori o capo.

Un altro è lasciare che il loro giudizio condizioni continuamente il tuo modo di lavorare.

E questo, alla lunga, pesa.

Alcuni pesi emotivi rallentano la tua crescita professionale

Non si vedono, ma consumano energie.

Il bisogno di piacere a tutti. La paura di sbagliare. Il confronto continuo con gli altri.

Più spazio concedi a questi pensieri, più rischi di lavorare trattenuto, preoccupato, continuamente alla ricerca di conferme.

Puoi avere competenze, ambizione e capacità.
Ma se porti sulle spalle troppo peso emotivo, ogni passo diventa più faticoso.

Essere più “leggeri” non significa fregarsene degli altri o diventare superficiali.

Significa capire quali pesi vale ancora la pena portare e quali puoi lasciare andare.

Lavoro e successo? Molla il peso del giudizio degli altri

Voler essere apprezzati è normale.

Il problema nasce quando, pur di evitare critiche o disapprovazione, inizi a compiacere tutti.

Dici SI quando vorresti dire NO.
Eviti un confronto.
Non esprimi un’opinione.
Modifichi continuamente il tuo comportamento in funzione della persona che hai davanti.

A quel punto non stai più semplicemente ascoltando gli altri.

Stai consegnando agli altri una parte delle tue decisioni.

Molla il peso della perfezione

Se pensi di dover dimostrare continuamente quanto vali, ogni errore diventa una minaccia.

Controlli tutto.
Ti tormenti sui dettagli.
Rimandi una decisione.

Uno stillicidio di tempo ed energie.

Chiunque abbia costruito qualcosa nella propria vita professionale ha sbagliato, si è bloccato, ha preso decisioni che con il senno di poi avrebbe preso diversamente.

Cercare di fare bene il proprio lavoro è professionalità.
Pretendere di non sbagliare mai è un peso.


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Lavoro e successo: molla il peso del confronto continuo

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

Più preparato.
Più brillante.
Più veloce.
Avanti nella carriera.

E allora?

Il confronto continuo diventa logorante perché troverai sempre qualcuno con qualcosa più di te.

Puoi osservare gli altri, imparare da loro, persino utilizzarli come riferimento.

Ma non trasformarli nel metro con cui misuri continuamente il tuo valore.

Essere “leggeri” non significa essere superficiali

Questa è la distinzione importante.

Non significa smettere di impegnarti, abbassare le aspettative o ignorare i feedback.

Significa lavorare senza trascinarti dietro tutto ciò che non ti serve: il bisogno continuo di approvazione, l’ossessione della perfezione, la necessità di confrontarti con chiunque.

Utilizzare meglio energie, attenzione e capacità per ciò che conta davvero.

E di continuare a salire senza portarti dietro pesi che non ti servono più.

Come trattare al lavoro con una persona so-tutto-io

persona arrogante

Che sia il capo, un collega,
un collaboratore o un cliente…

poco importa.

Prima o poi, tutti abbiamo avuto a che fare con una persona arrogante e saccente sul lavoro.

Quella molto esigente,
meticolosa,
perfezionista fino all’eccesso.

Quella che fa domande tecniche a raffica e ti guarda come se sapesse sempre qualcosa in più di te.

A volte è vero.
Ne sa davvero più di noi.

E non vede l’ora di fartelo notare.

Persona arrogante e saccente? Sa tutto lei. È ovvio.

“L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina.

Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.”

Charles Darwin

Questo tipo di persona tende a essere egocentrica.

Non ammette errori.
Non lascia spazio.
Ti travolge con analisi, dettagli, esperienza.

E spesso cerca — più o meno consapevolmente —
di farti sentire piccolo, incompetente, fuori posto.

Ricordare una cosa può aiutarti a non reagire male:
la maggior parte dei so-tutto-io è profondamente insicura.

Ha bisogno di approvazione.

E fatica ad accettare idee che non siano le proprie.

Cosa fare con una persona arrogante?

Se è un collega o un collaboratore puoi anche evitare,
ridurre i contatti,
ignorare.

Ma se è il tuo capo o un cliente importante,
serve un approccio più strategico.

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco.

1. Evita dichiarazioni definitive

Se non sei d’accordo,
evita frasi come:

  • “È provato che…”
  • “No, non funziona così.”

Sono percepite come un attacco diretto.

Meglio formule più morbide:

  • “Per la mia esperienza ho osservato che…”
  • “Dal mio punto di vista…”

Ti aiutano a esprimere dissenso senza innescare uno scontro frontale.

2. Non sorprenderla

La persona sapientona odia le sorprese.

Quando si sente messa all’angolo,
reagisce combattendo.

Non portarla in quella posizione.

Se si sente sotto attacco,
raddoppierà lo sforzo per dimostrare di avere ragione.

3. Non essere insistente

Se hai a che fare con un cliente saccente,
presenta idee, prodotti o servizi,
con toni non aggressivi.

Riconosci il valore delle sue osservazioni.

E se non sei d’accordo,
evita la controbattuta diretta.

4. Scegli le tue battaglie

Non tutte le battaglie vanno combattute.

Chiediti:
vale davvero la pena?

Se sfidi il saputello sul suo terreno,
giocherà a oltranza
finché uno dei due cede per stanchezza.

Spesso sarai tu.

Se devi esprimere dissenso,
puoi aprire con frasi come:

  • “Quello che mi ha detto l’altro giorno mi ha fatto riflettere…”

Aiutarlo a sentirsi ascoltato rende molto più facile fargli accettare il passo successivo.

5. Non usare il sarcasmo

È l’errore più comune.
Il più controproducente.

Il sarcasmo accende il conflitto.
Fa esplodere l’ego.
Peggiora il rapporto.

Anche se la tentazione è forte,
resisti.


La NUOVA edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

6. Valuta il costo emotivo

Sta diventando una questione personale?
Ti sta costando tempo, energia, lucidità?

A volte un respiro profondo,
un sorrisoe una sana distanza emotiva,
sono la scelta più intelligente.

Mantieni la calma.
Rispondi con cortesia.
Non cedere.

Nel tempo capirà che con te non attacca.

E se riesci, conserva il senso dell’umorismo:
spesso questo comportamento è più goffo che pericoloso.

Una riflessione finale

Non sempre possiamo evitare una persona difficile
solo perché non ci piace.

Ma quando una relazione lavorativa diventa una fonte costante di stress,
va affrontata con lucidità e professionalità.

Spesso, la vera forza
è sapere come rispondere.

La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro

arroganza sul lavoro

Nella vita professionale una buona dose di fiducia è necessaria.

Serve per esprimere un’opinione, prendere decisioni, parlare dei propri risultati, assumersi responsabilità e affrontare situazioni difficili.

Ma esiste una linea sottile.

Puoi essere ambizioso senza diventare spietato. Sicuro senza sentirti superiore. Diretto senza svalutare gli altri.

Fiducia e arroganza possono sembrare vicine. In realtà producono effetti molto diversi.

Ecco 8 situazioni in cui la differenza diventa evidente.

1. Sei sicuro di te quando dai un feedback costruttivo

È arroganza sul lavoro quando utilizzi il feedback per ferire, giudicare o dimostrare superiorità.

Una critica può essere utile quando riguarda un comportamento concreto e aiuta la persona a capire cosa può migliorare.

Il problema nasce quando passi dal comportamento alla persona:

  • “Hai gestito male questa situazione.”

è molto diverso da:

  • “Sei sempre incapace di gestire queste situazioni.”

La fiducia ti permette di essere diretto senza avere bisogno di umiliare.

Anche i consigli possono diventare arroganti quando non sono richiesti e nascondono un messaggio del tipo: “Io so cosa è meglio per te.”

Essere diretti non significa sentirsi autorizzati a svalutare.

2. Sei sicuro di te quando sai parlare dei tuoi risultati

È arroganza sul lavoro quando ti prendi tutto il merito.

In un colloquio, durante una valutazione o quando presenti il tuo lavoro, devi essere capace di raccontare ciò che hai fatto.

Non è vantarsi.

Dire:

  • quale problema hai risolto;
  • quale risultato hai ottenuto;
  • quale competenza hai sviluppato;
  • quale contributo hai dato;

significa parlare di fatti.

L’arroganza comincia quando ogni risultato diventa esclusivamente tuo e gli altri scompaiono dalla storia.

Un professionista sicuro sa prendersi il merito che gli spetta.

E sa anche riconoscere quello degli altri.

3. Sei sicuro di te quando lasci parlare i fatti

È arroganza sul lavoro quando devi continuamente ricordare agli altri quanto vali.

Titoli.
Clienti importanti.
Conoscenze.
Risultati.
Successi.

Se ogni conversazione diventa un’occasione per aumentare il tuo valore agli occhi di chi ascolta, forse non stai dimostrando sicurezza.

Stai cercando conferme.

Chi è realmente sicuro non deve dimostrare continuamente di esserlo.

Se senti il bisogno di dichiarare il tuo valore, chiediti perché hai bisogno che gli altri te lo confermino.

4. Sei sicuro di te quando ti assumi la responsabilità

Diventi arrogante quando cerchi sempre un colpevole.

La fiducia si vede anche quando qualcosa va male.

Puoi ascoltare una critica, riconoscere un errore e dire:

  • “Questa parte era una mia responsabilità.”

Senza sentirti per questo meno competente.

L’arroganza, invece, interpreta l’errore come una minaccia alla propria immagine.

E allora parte la ricerca del responsabile:

  • “Avevo chiesto a Giuliano di occuparsene.”
  • “Non mi hanno dato le informazioni.”
  • “Il team non ha capito.”

Assumersi una responsabilità non indebolisce l’autorevolezza.
Spesso la rafforza.

5. Sei sicuro di te quando sai ascoltare

È arroganza sul lavoro quando ogni conversazione torna sempre su di te.

Parlare delle proprie esperienze è normale.

Il problema nasce quando:

  • interrompi;
  • non fai domande;
  • riporti ogni discorso alla tua esperienza;
  • aspetti soltanto il momento per riprendere la parola.

La persona arrogante ha bisogno di confermare continuamente la propria importanza.

Quella sicura può anche restare in silenzio e ascoltare.

La sicurezza non ha bisogno di occupare tutto lo spazio.


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6. Sei sicuro di te quando accetti l’imperfezione

Diventi arrogante quando pretendi dagli altri standard impossibili.

Essere esigenti può essere positivo.

Pretendere che tutti ragionino, lavorino e reagiscano esattamente come te, molto meno.

La persona sicura sa riconoscere i propri limiti.

E proprio per questo riesce più facilmente ad accettare che anche gli altri ne abbiano.

L’arroganza, invece, trasforma il proprio modo di fare nell’unico modo corretto.

Essere bravi non ti autorizza a considerare inadeguato chi è diverso da te.

7. Sei sicuro di te quando sei ambizioso

Diventi arrogante quando l’ambizione giustifica qualsiasi comportamento.

Voler crescere professionalmente non è un problema.

Desiderare responsabilità, risultati, riconoscimento o una posizione più importante è legittimo.

Il confine viene superato quando il successo degli altri ti minaccia oppure quando, pur di arrivare, sei disposto a passare sopra persone e relazioni.

La persona sicura può essere molto ambiziosa senza pensare:

“Se vinci tu, perdo io.”

L’ambizione vuole crescere.
L’arroganza vuole sentirsi superiore.

8. Sei sicuro di te quando non pensi soltanto a te stesso

Diventi arrogante quando i tuoi bisogni diventano automaticamente la priorità di tutti.

“Mi serve subito.”
“Devo averlo entro oggi.”
“Ho bisogno che tu faccia…”

Può capitare che qualcosa sia urgente.

Il problema è quando la tua urgenza diventa sistematicamente l’urgenza degli altri.

Una persona sicura sa chiedere, negoziare, spiegare ciò di cui ha bisogno.

Ma continua a vedere chi ha davanti.

Non considera automaticamente il proprio tempo più prezioso, i propri problemi più importanti o le proprie necessità superiori a quelle degli altri.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Fiducia e arroganza non sono la stessa cosa

La differenza non sta nel parlare piano, essere modesti o evitare di mostrare ciò che sai fare.

Puoi essere molto sicuro, ambizioso e diretto.

La domanda è cosa succede agli altri quando entri nella stanza.

Si sentono ascoltati o schiacciati?

Riconosciuti o sminuiti?

Coinvolti oppure utilizzati?

La fiducia non ha bisogno di diminuire gli altri per aumentare se stessa.

La fiducia dice: “So quanto valgo”.
L’arroganza aggiunge: “E devo dimostrarti che valgo più di te”.

Questa, forse, è la linea più semplice da ricordare.

Comunicazione al lavoro: 12 abitudini che ti rendono noioso e irritante (da evitare)

comunicazione al lavoro

Iniziamo una conversazione con le migliori intenzioni.

Poi basta poco: una parola di troppo, un’interruzione, un tono sbagliato, un gesto che infastidisce.

La tensione sale.

E una conversazione che poteva essere utile diventa improvvisamente una battaglia.

Ammettiamolo: non sempre siamo buoni comunicatori quanto pensiamo.

Possiamo avere competenza, esperienza e ottime intenzioni, ma alcune abitudini rendono la nostra comunicazione al lavoro pesante, irritante o poco efficace.

Ecco 12 comportamenti nella conversazione cui vale la pena prestare attenzione.

1. Parlare troppo

Spiegare tutto.
Ripetere.
Aggiungere dettagli non necessari.

Passare da un argomento all’altro senza arrivare mai al punto.
Parlare tanto non significa comunicare meglio.

A volte significa semplicemente costringere l’altra persona a cercare il messaggio dentro una montagna di parole.

Chiediti:

“Quello che sto aggiungendo serve davvero?”

Se la risposta è no, fermati.

La sintesi non impoverisce il messaggio.
Spesso gli dà più forza.

2. Guardare il cellulare mentre qualcuno ti parla

Dire “Parla pure, ti ascolto” mentre controlli mail e notifiche non funziona.

Forse senti ciò che viene detto.

Ma difficilmente stai prestando piena attenzione.

Se la conversazione conta, metti via il telefono per qualche minuto.

È un gesto semplice nella comunicazione al lavoro che comunica rispetto.

3. Interrompere e finire le frasi degli altri

Hai già capito dove vuole arrivare?

Forse.

Ma lascia che sia l’altra persona a dirlo.

Interrompere continuamente comunica impazienza e aumenta il rischio di rispondere a qualcosa che l’altro non aveva ancora finito di spiegare.

Non completare le frasi.
Non parlare sopra.
Aspetta qualche secondo in più.

4. Parlare sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare la tua esperienza.

“È successo anche a me…”
“Io invece…”
“Quando lavoravo in…”

Non c’è niente di sbagliato nel parlare di sé.

Il problema nasce quando ogni conversazione finisce inevitabilmente per tornare su di te.

Fai domande.
Lascia spazio.

Interessati anche alla storia dell’altro.

5. Fare continuamente il “professore”

“Quello che devi capire è…”
“Devi fare così…”
“Se fossi in te…”

Dispensare continuamente spiegazioni e consigli può diventare irritante, soprattutto quando nessuno li ha chiesti.

Non devi dimostrare in ogni conversazione quanto sei competente.

Puoi essere molto competente e continuare ad avere qualcosa da imparare da chi hai davanti.

Approfondisci con il post dei consigli non richiesti.

6. Voler controllare la conversazione

Nella comunicazione al lavoro fare domande non significa interrogare.

Se ogni domanda serve soltanto a portare l’altra persona verso la risposta che hai già deciso, non stai davvero aprendo un dialogo.

Stai guidando la conversazione verso la tua conclusione.

Chiedi.

Poi lascia spazio alla risposta.

Una conversazione non è efficace soltanto quando termina esattamente dove vuoi tu.

7. Non dire niente

Esiste anche l’eccesso opposto.

Silenzio assoluto.
Risposte monosillabiche.
Nessuna reazione.

Una conversazione richiede partecipazione.

Se il confronto diventa troppo acceso, puoi chiedere una pausa e riprenderlo quando siete più tranquilli.

Ma attenzione a non utilizzare il silenzio per evitare sistematicamente le conversazioni difficili.

Rimandare può essere utile.
Fuggire, molto meno.

8. Comunicare ostilità anche senza parole

Il modo in cui ascolti conta.

Uno sguardo continuamente rivolto altrove, sospiri, espressioni infastidite, tono secco o distanza eccessiva possono contraddire ciò che stai dicendo.

Puoi pronunciare parole corrette e contemporaneamente trasmettere:

“Non ho voglia di ascoltarti.”

Parole e comportamento devono raccontare possibilmente la stessa storia.

Non serve controllare ogni gesto.

Nella comunicazione al lavoro serve diventare più consapevoli dell’effetto che produci.


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9. Trasformare le opinioni in sentenze

“È così.”
“Non funzionerà.”
“Questo è sbagliato.”
“Dobbiamo fare così.”

A volte hai dati sufficienti per essere molto deciso.

Altre volte stai semplicemente esprimendo un’opinione come se fosse un fatto.

Prova a distinguere:

“Io la vedo così…”

“Sulla base di questi elementi, penso che…”

Non diminuisce la tua autorevolezza.

Rende più chiaro dove finisce il fatto e dove comincia la tua valutazione.

10. Mostrare indifferenza

Una persona ti sta parlando e tu sembri altrove.

Risposte automatiche.
Nessuna domanda.
Scarso interesse.

È difficile costruire una conversazione utile se l’altra persona percepisce che ciò che sta dicendo non ti interessa minimamente.

Non devi essere entusiasta di ogni argomento.

Ma se hai deciso di partecipare alla conversazione, partecipa davvero.

11. Usare sarcasmo e ironia per colpire

Una battuta può alleggerire una situazione.

Può anche umiliare.

Il problema del sarcasmo è che permette facilmente di ferire e poi ritirarsi dietro:

“Stavo scherzando.”

Se non sei d’accordo, dillo.
Se qualcosa ti irrita, affrontalo.

Non utilizzare una battuta per dire ciò che non hai il coraggio di dire apertamente.

L’ironia può alleggerire una conversazione.
Il sarcasmo usato per colpire la avvelena.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

12. Dimenticare di dire “grazie”

Un grazie non risolve una cattiva comunicazione.

Ma riconoscere il tempo, l’aiuto o il contributo di qualcuno è una piccola abitudine che migliora molto la qualità delle relazioni.

“Grazie per avermelo fatto notare.”
“Grazie per il tempo che mi hai dedicato.”
“Grazie per esserti occupato della questione.”

Non serve trasformarlo in una tecnica.

Deve essere sincero.

La gratitudine funziona proprio perché non dovrebbe essere data per scontata.

Migliorare la comunicazione parte dalle piccole abitudini

Probabilmente ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti.

Anch’io.

Il punto non è diventare comunicatori perfetti.

È accorgersi di quelle piccole abitudini che, ripetute ogni giorno, finiscono per rendere più difficili conversazioni che potrebbero essere molto più semplici.

Puoi cominciare da una domanda:

Quale di questi 12 comportamenti utilizzo più spesso senza rendermene conto?

Poi scegline uno.

E comincia da lì.

 

8 cose che dovresti eliminare se vuoi essere più produttivo al lavoro

produttivo al lavoro
La chiave non è lavorare tanto.

È lavorare bene sulle cose che contano davvero.

Essere occupati e essere produttivi non sono la stessa cosa.

Puoi correre tutto il giorno, rispondere a decine di mail, saltare da una riunione all’altra e arrivare a sera esausto.

Ma quanto hai realmente concluso?

La produttività non si misura da quanto sei stato occupato.
Si misura da ciò che hai portato a termine.

Il tempo e l’energia sono risorse limitate.

Per utilizzarle meglio, a volte non serve aggiungere qualcosa.

Serve eliminarlo.

Ecco 8 cose che vale la pena ridurre se vuoi essere più produttivo al lavoro.

1. Elimina l’affanno di voler fare tutto

Essere sempre in movimento può dare una piacevole sensazione di efficienza.

Mail.
Telefonate.
Riunioni.
Progetti.
Richieste.
Problemi.

Tutto contemporaneamente.

Ma fare tutto non significa fare bene tutto.

Quando disperdi continuamente attenzione ed energia, rischi di arrivare a sera con molte attività iniziate e poche veramente concluse.

Chiediti:

  • cosa è realmente importante?
  • cosa produce un risultato?
  • cosa posso rimandare?
  • cosa posso eliminare?

Concentrarsi su meno cose può permetterti di farle molto meglio.

2. Smetti di considerare le ore lavorate una misura del tuo valore

Lavorare fino a tardi può essere necessario.

Ogni tanto.

Il problema nasce quando diventa una modalità abituale o addirittura un distintivo professionale.

“Sono ancora in ufficio alle 21.”
“Questo weekend ho lavorato tutto il tempo.”

Non dimostra automaticamente essere produttivo al lavoro.

Può anche significare che hai troppo lavoro, che stai organizzando male le priorità o che non riesci più a staccare.

Più ore non significano automaticamente più risultati.

Conta soprattutto come utilizzi l’energia nelle ore in cui lavori.

3. Smetti di fare tutto da solo

“Faccio prima io.”

Quante volte lo pensi?

A volte è persino vero.

Ma se diventa la risposta abituale, prima o poi sarai tu il limite della tua produttività.

Chiedere aiuto, delegare o rivolgersi a qualcuno più competente non è un segnale di debolezza.

È un modo per utilizzare meglio il tuo tempo.

Essere autonomi non significa dover fare tutto da soli.

4. Elimina le giornate senza pause

Una pausa non è necessariamente tempo perso.

Può essere il momento in cui recuperi lucidità.

Quando continui a spingere nonostante stanchezza e calo di concentrazione, rischi di impiegare mezz’ora per qualcosa che, con la testa più fresca, avresti risolto in dieci minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Mangia qualcosa.
Stacca per qualche minuto.

Riprendere fiato può essere parte del lavoro, non una fuga dal lavoro.

5. Smetti di dire sempre SI

Ogni SI occupa tempo.

Un nuovo compito.
Una riunione.
Una richiesta.
Un favore.
Un’attività aggiuntiva.

Se accetti tutto, prima o poi dovrai pagare il conto.

E spesso lo pagano proprio le attività più importanti.

Non puoi dire NO a tutto.

E certamente non puoi rifiutare arbitrariamente ciò che rientra nelle tue responsabilità.

Ma puoi imparare a distinguere tra:

  • ciò che è davvero prioritario;
  • ciò che può aspettare;
  • ciò che può essere delegato;
  • quello che non è necessario.

Dire NO a qualcosa significa spesso proteggere il SI che hai già dato a qualcosa di più importante.

6. Abbandona il perfezionismo eccessivo

Fare un buon lavoro è importante.

Controllare ossessivamente ogni dettaglio molto meno.

Il perfezionismo può portarti a rivedere ancora una volta una mail già chiara, rimandare una decisione aspettando condizioni ideali o investire enormi energie in dettagli che cambiano pochissimo il risultato.

Chiediti:

  • “Questo miglioramento aggiunge davvero valore?”

Se la risposta è no, forse è il momento di chiudere il lavoro e passare oltre.

La qualità è importante.
La perfezione, spesso, ha un costo sproporzionato rispetto al beneficio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Smetti di sacrificare continuamente pause e bisogni personali

Saltare sistematicamente il pranzo, ignorare la stanchezza o rimandare continuamente una pausa per “finire ancora questa cosa” può sembrare produttivo al lavoro.

Ma lavorare prosciugato difficilmente migliora la qualità delle tue decisioni.

Non serve trasformare la giornata lavorativa in un programma di benessere.

Serve semplicemente accettare che anche la tua energia ha un limite.

Mangiare, muoversi, respirare, fermarsi qualche minuto non sono ostacoli alla produttività.

Permettono di sostenerla nel tempo.

8. Smetti di controllare continuamente mail e notifiche

Una mail.
Poi una notifica.
Poi un messaggio.
Di nuovo la posta.

Ogni interruzione sembra piccola, ma ti costringe continuamente a spostare l’attenzione.

E ogni volta devi tornare mentalmente a ciò che stavi facendo.

Se il tuo lavoro lo permette, prova a creare momenti dedicati alla posta e alle comunicazioni invece di reagire immediatamente a ogni segnale.

Personalmente preferisco controllare la mail in momenti abbastanza definiti della giornata.

Non perché ogni messaggio possa aspettare sempre.

Ma perché non tutto ciò che arriva subito richiede una risposta immediata.


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

→ Scopri il percorso.

Essere produttivi non significa spremersi di più

A volte pensiamo che per ottenere di più dobbiamo semplicemente aumentare lo sforzo.

Più ore.
Più attività.
Più velocità.

Ma la produttività dipende anche dalla capacità di scegliere.

Cosa fare.
Cosa non fare.
Cosa rimandare.
Cosa delegare.
Cosa merita davvero la tua energia.

Essere produttivo al lavoro non significa riempire ogni minuto.
Significa utilizzare bene quelli che hai.

Approcciare (senza mal di testa) una persona logorroica al lavoro

persona logorroica
Che sia il capo, un collega, un collaboratore o un cliente… poco importa.

Prima o poi incontri una persona logorroica.
E sì, te la ricordi bene.

Si perde in dettagli inutili.
Salta da un argomento all’altro.
Parte dal meteo e finisce… chissà dove.

Chi è davvero la persona logorroica

“La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.”
Nicolás Gómez Dávila

La persona logorroica parla tanto perché ha bisogno di piacere.
Oppure teme di non essere ascoltata.

Il problema?

Non ascolta.
Nemmeno quando fa una domanda.

Se provi a rispondere, ti interrompe.
Se resta in silenzio… è solo una pausa per ripartire.

Ogni frase diventa un pretesto per continuare.
All’infinito.

Ignorarla non è possibile.
Evitarla, nemmeno.

Soprattutto se è un cliente o il tuo capo.

Non lasciarti trascinare

Quando la conversazione parte male, finisce peggio.

Tempo perso.
Energia sprecata.
E spesso… mal di testa.

La prima regola è semplice:
non farti portare fuori strada.

Evita argomenti che aprono discussioni infinite:
politica, crisi, sport, religione.

Se un cliente parte dal meteo, rispondi con educazione… e riporta il focus:

“Sì, in effetti fa caldo. Come posso esserle d’aiuto?”

Gentile.
Diretto.
Efficace.

Non interrompere subito

All’inizio, lascia spazio.

Ha bisogno di parlare.
Di sentirsi ascoltato.

Non bloccarlo di colpo.

Ascolta.
Osserva.
Cerca un aggancio.

Ogni frase può diventare un ponte per riportarlo al punto.

Poi, quando è il momento…

Prendi il controllo della conversazione

Qui serve decisione.

Fai domande chiuse:

  • “Sì o no”
  • “Questo punto è corretto?”

Se si allontana, riporta il focus.
Con calma. Ma con fermezza.

Ripeti la domanda, se necessario.

Non cedere al flusso.

Se lavori con clienti, puoi usare anche il tempo come leva:

  • “Prima di seguire gli altri clienti, voglio assicurarmi che…”
  • “Abbiamo pochi minuti, concentriamoci su…”

Non è scortesia.
È gestione.

Riformula e sintetizza

Chi parla tanto teme di non essere capito.

E allora ripete.

Il modo più veloce per fermarlo?

Dimostrare che hai capito.

Riassumi:

  • “Se ho compreso bene, il punto principale è…”

Così ottieni due risultati:

  • verifichi la comprensione
  • dai all’altro la conferma che è stato ascoltato

E la conversazione si accorcia.

Mantieni la rotta

Se lasci a lui la guida, perderai il controllo.

Parla poco.
Intervieni quando serve.

Evita domande aperte.
Non rilanciare nuovi temi.

Non alimentare il flusso.

Guida.

Sempre.

Quando serve, sii diretto

Se hai già provato tutto e nulla cambia, chiarisci.

Con rispetto.

  • “Capisco quello che mi stai dicendo, ma devo occuparmi anche di altro. Andiamo al punto.”

Educazione e fermezza possono convivere.

E funzionano.

LA TUA COMUNICAZIONE AUTOREVOLE >
trovi spunti interessanti nei miei libri “Autorevolezza” e “Prima volta Leader”.

Non aspettare che si fermi da solo

È un errore comune.

“Prima o poi smetterà…”

No.

Non succederà.

Chi è logorroico trova piacere nel parlare.
E il tempo, per lui/lei, non è un problema.

Se non intervieni tu, la conversazione continua.

Non è questione di farlo tacere.

È questione di guidare.

12 differenze tra chi ha successo e chi non ce la farà mai

avere successo
C’è sempre una differenza.

Tra successo e insuccesso.

Non è solo una questione di risultati.

È una differenza di approccio, di abitudini, di decisioni.
Di pensieri che diventano azioni.

E, alla fine, fanno la differenza.

Avere successo — cioè raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli — significa:

  • lavorare duro
  • essere determinati
  • perseverare

Non c’è molto altro da aggiungere.

Ecco 12 differenze che contano. Davvero.

1. Chi ha successo agisce. Chi fallisce rimanda

Le persone che arrivano:

  • si muovono
  • provano
  • sbagliano
  • riprovano

Le altre … aspettano.
Aspettano il momento giusto.

La situazione perfetta.
La sicurezza totale.

Che non arriva mai.

“Chi diventa bravo a inventare scuse,
non sarà mai bravo in nient’altro.”

2. Chi ha successo riconosce i limiti. Chi fallisce li nasconde

Molti passano la vita a mascherare debolezze ed emozioni.

Chi cresce davvero fa l’opposto:

  • riconosce i propri limiti
  • li accetta
  • ci lavora sopra

Non spreca energia a “sembrare”.
La usa per migliorare.

3. Chi ha successo abbraccia il cambiamento. Chi fallisce lo teme

Il cambiamento è scomodo.

Sempre.

Ma chi arriva:

  • studia
  • si aggiorna
  • si adatta

Chi resta indietro, invece:

  • resiste
  • si irrigidisce
  • rimane fermo

4. Chi ha successo parla di idee. Chi fallisce parla d’altro

Le persone che crescono:

  • discutono progetti
  • condividono visioni
  • si confrontano

Quelle che non crescono:

  • criticano
  • commentano
  • sprecano energie

5. Chi ha successo sceglie bene le persone. Chi fallisce subisce l’ambiente

Le persone con cui passi il tempo contano.
Molto.

Chi ce-la-fa si circonda di persone che:

  • stimolano
  • supportano
  • fanno crescere

Chi non resta in ambienti:

  • negativi
  • lamentosi
  • prosciuganti

E ne paga il prezzo.

6. Chi ha successo si assume responsabilità. Chi fallisce dà la colpa

Chi cresce davvero sa che:
la vita è fatta di errori.

E li affronta.

Non cerca scuse.
Non scarica responsabilità.

Le persone che non crescono fanno l’opposto:
trovano sempre qualcuno o qualcosa da incolpare.

7. Chi ha successo continua a imparare. Chi fallisce si ferma

L’unico modo per crescere è:
continuare a imparare.

Chi ha successo:

  • resta curioso
  • cerca stimoli
  • si mette in discussione

Chi si blocca:

  • si aggrappa alle proprie certezze
  • diventa rigido
  • smette di evolvere

E alla prima difficoltà… si rompe.

8. Chi ha successo chiede. Gli altri temono il rifiuto

Molti non chiedono ciò che vogliono.

Per paura.

  • di essere rifiutati
  • di fallire
  • di esporsi

Ma così facendo… si auto-escludono.

Chi raggiunge il traguardo ha capito una cosa semplice:
il “no” fa parte del gioco.

9. Chi ha successo sceglie la strada difficile. Chi fallisce quella facile

Quando arriva il momento decisivo:
chi cresce prende decisioni difficili.

Dice dei “no”.
Si espone.
Si assume dei rischi.

Chi non cresce cerca scorciatoie.

Che spesso diventano strade senza uscita.

10. Chi ha successo ascolta. Chi fallisce parla. Troppo.

L’ascolto è una delle competenze più sottovalutate.

Chi ce la fa:

  • ascolta davvero
  • fa domande
  • comprende

Chi non ce la fa:

  • parla troppo
  • interrompe
  • vuole avere sempre ragione

E perde occasioni.

Nei miei libri ho spesso sottolineato la “potenza” dell’ascolto e del silenzio.

11. Chi ha successo mantiene un atteggiamento costruttivo. Chi fallisce si fa travolgere

Un atteggiamento positivo non significa essere ingenui.

Significa:

  • restare lucidi
  • reagire in modo utile
  • non farsi trascinare

Chi non riesce:

  • si abbatte facilmente
  • reagisce emotivamente
  • si lascia condizionare da tutto

12. Chi ha successo sa che non è solo denaro. Chi fallisce guarda solo l’apparenza

Per molti, successo significa:

  • soldi
  • status
  • immagine

Per chi “arriva” davvero, invece, è altro:

  • qualità delle relazioni
  • crescita personale
  • consapevolezza
  • equilibrio

Il successo non è solo ciò che hai.

È soprattutto chi sei.

Le persone di successo curano i dettagli.

Sanno che spesso la differenza tra ordinario e straordinario
sta nelle piccole cose fatte bene.

Non esiste una formula magica. Esistono scelte quotidiane.

Piccole,
ripetute,
coerenti.

Non serve rivoluzionare tutto.
Serve iniziare.

Magari da una sola cosa:
smettere di rimandare.

Perché il successo non arriva all’improvviso.
Si costruisce.
Ogni giorno.

Quando emerge la sensazione di “non andare da nessuna parte”,
il lavoro più utile è fare ordine:

cosa vuoi davvero, cosa ti trattiene,
cosa serve per ripartire.

Scopri il mio percorso di coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi – coaching mirato

9 frasi che non dovresti mai dire sul tuo luogo di lavoro

frasi da evitare al lavoro

Foto di MabelAmber

Per molti di noi,
il lavoro è il luogo dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo.

Stare così tante ore nello stesso ambiente ci fa abbassare la soglia di attenzione.

Dimenticare il buon senso.

Assumere atteggiamenti che, senza accorgercene,
mettono a rischio la nostra professionalità.

Non lasciare che frasi apparentemente innocue come:

“Sei incinta?”

“Come sei magra? Perché non mangi?”

“Quanti anni hai? Davvero?”

“Come mai sei agghindato a festa? Hai un colloquio?”

danneggino la tua reputazione o ti facciano etichettare come una persona superficiale, banale, insolente.

Da evitare.

Ecco 9 frasi da evitare al lavoro per non mettere a repentaglio la tua credibilità.

1. “Scusa ma sono in ritardo”

Rispetta il tuo tempo.
E quello degli altri.
Punto.

Essere in ritardo (a una riunione, un progetto, una consegna) la dice lunga su di te.

Essere in orario significa:

  • rispetto
  • affidabilità
  • responsabilità

2. “Sì” (quando vorresti dire “no”)

Hai il “no” sulla punta della lingua,
ma per senso di colpa, paura del giudizio,
o per evitare un conflitto dici “sì”.

E poi arrivano:
ruminazioni,
colpevolizzazioni,
logorii mentali.

Se una richiesta ti mette in difficoltà,
non rispondere subito.

  • “Posso pensarci? Ti faccio sapere domani.”

Leggi il mio post su come dire NO senza offendere.

3. “No” (poi ci ripensi e dici “sì”)

Se torni facilmente indietro, comunichi che le tue posizioni sono negoziabili basta insistere un po’.

Risultato?
Le persone smettono di prenderti sul serio.

Cambiare idea è umano.

Ma non quando è guidato dalla paura del giudizio o dal bisogno di essere accettati.

4. “Sì” (quando sai già che poi dirai “no”)

Accettare per paura o indecisione,
sapendo che poi ritratterai via mail,
o tramite un collega-messaggero,
ti danneggia.

Comunica debolezza.
Mancanza di coerenza.
Scarsa assunzione di responsabilità.

I tuoi colleghi meritano una persona che ci mette la faccia.

5. “Ti rubo solo un secondo/minuto”

Quasi mai è vero.

Un minuto non basta.
E lo sappiamo entrambi.

Quando interrompi qualcuno,
stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

Cambia approccio:
chiedi un momento, non “un minuto”.

Sarà l’altro a dirti quando è il momento giusto.

6. “Questo non è il mio lavoro”

Frase tossica.
Ti dipinge come inflessibile e poco collaborativo.

Oggi tutti svolgiamo (anche) compiti fuori dal mansionario.

Se una richiesta è davvero ingiusta,
chiedi di parlarne.
Ma non dire mai che “non è il tuo lavoro”.

La stima cala.
E la reputazione resta.

7. “Non lo so… non mi dicono mai niente”

Lamentarti del tuo scarso potere decisionale mina la tua credibilità.

È depotenziante.

Tutti, anche i dirigenti,
devono chiedere autorizzazioni.

Se ti mancano informazioni,
procuratele.
Non lamentarti.

8. “Sapete che Francesco esce con Giulia?”

Il gossip crea complicità momentanea.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ti ascolta sa una cosa:
con te non può essere discreto.

Le vite private dei colleghi restano tali.

9. “Se tu fai/non fai… vado dal capo”

Non è una strategia.
È una minaccia.

E le minacce comunicano:
debolezza,
insicurezza,
infantilismo.

Se c’è un problema,
si affronta.

Non si ricatta.

Frasi da evitare al lavoro?

Spesso è solo buon senso.

In questa epoca di iper-controllo e politically correct,
non serve aggiungere nuove regole.

Servono:
attenzione,
consapevolezza,
rispetto.

Sono verità antiche.
Semplici.

Ma spesso dimenticate per superficialità e pigrizia.

In conclusione

La professionalità non si gioca nei grandi discorsi,
ma nelle frasi quotidiane.

Quelle che dici senza pensarci.
Ed è proprio lì che vale la pena diventare più consapevoli.

Nuovo lavoro: 10 modi per farsi apprezzare subito dai nuovi colleghi

nuovi colleghi
Come il primo giorno di scuola.

Cominciare un nuovo lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola.

Di tempo ne è passato.
Ora sei grande.
Le apprensioni sembrano diverse.

Eppure, se ci pensi bene…
le domande sono le stesse.

Già nella prima settimana riaffiorano le insicurezze tipiche di quel giorno lì.

Soprattutto una:

sarò accettato dai nuovi colleghi?

  • “Come saranno?”
  • “Disponibili o arroganti?”
  • “Mi troverò bene?”
  • “Sarò giudicato?”
  • “Mi accetteranno o mangerò da solo come un reietto?”
  • “Piacerò a tutti?”

Domande normali.
Umanissime.

La buona notizia è che qualcosa puoi farla.
Per dare la giusta impressione.
E costruire rispetto fin dall’inizio.

Ecco 10 modi per farsi apprezzare dai nuovi colleghi, subito.

1. Essere in orario

Partiamo da una banalità grande quanto una casa.
Eppure, quanti ci cascano.

Traffico.
Parcheggio.
“Non pensavo che…”

No.

Essere in orario dice molto di te.
Rispetto.
Affidabilità.
Responsabilità.

2. Presentati

Non penserai davvero di nasconderti dietro al PC tutto il giorno. Vero?

Fatti coraggio.
Prendi iniziativa.
Presentati.
A tutti.

Apprezzeranno lo sforzo.

E prova a ricordare i nomi:
salutare qualcuno per nome il giorno dopo fa più effetto di mille parole.

Per ricordarsi i nomi dei nuovi colleghi leggi il mio post:
7 trucchi per ricordare il nome dei nostri clienti

3. Conosci i tuoi colleghi

Durante il pranzo o le pause caffè,
prenditi tempo.

Chiedi (davvero):
“Come stai?”

Potresti sorprenderti di quanto avete in comune.

E ricordati di sorridere.
La tensione del nuovo ruolo può “stamparti” in faccia un’espressione chiusa.

Messaggio sbagliato.
Persone lontane.

4. Offri il tuo aiuto

Fai sapere che sei disponibile.
Anche su progetti che non sono nel tuo to-do.

Con rispetto.
Senza invadere.
Senza prevaricare.

Dimostri spirito di squadra.
E impari come funzionano davvero le cose.

Una frase semplice:
“Posso aiutarti in qualche modo?”

La reputazione viaggia veloce.

5. Fai domande. Parla poco. Ascolta.

Nei primi giorni è facile parlare troppo di sé.
Per piacere.
Per dimostrare.

Fermati.
Ascolta.

Lascia l’ultima parola agli altri.
Non interrompere chi è concentrato o impegnato.

Un cenno, un “a più tardi”, è già rispetto.

6. Esprimi il piacere di unirti al team

Se ti senti davvero grato per l’opportunità,
dillo.

Ringrazia.
Riconosci l’aiuto ricevuto.

Ricorda anche questo:
per qualcuno, il tuo arrivo potrebbe sembrare una minaccia.
Anche se non lo sei.

7. “Posso sedermi qui?”

Non aspettare sempre l’invito.
Respira.
Mettiti in gioco.
Chiedi.

Sederti con gli altri a pranzo comunica apertura e sicurezza.
Accetta inviti per un caffè.

E, ogni tanto, non parlare solo di lavoro.

8. Non fare il saputello

“L’auto-presunzione può condurre all’auto-distruzione.”
Esopo

Resisti alla tentazione di impressionare.
Di correggere.
Di dimostrare.

Umiltà e rispetto battono competenza esibita.
Sempre.

Osserva.
Capisci come funziona l’azienda.
Mostra interesse genuino per le persone.

I risultati arriveranno.

9. Non lamentarti e non spettegolare

È una trappola facile.
E velocissima.

Stai fuori dalla “zona piagnucolosa”.
Evita gossip e lamentele, soprattutto all’inizio.

Un sorriso neutro basta.
Chi capisce, capisce.

10. Mostra interesse per i ruoli

Sapere chi fa cosa ti fa lavorare meglio.
E prima.

Fare domande sul ruolo degli altri dimostra interesse vero.

Osserva il contesto:

  • Ambiente informale o formale?
  • Dopo il lavoro si socializza o si scappa a casa?
  • Il tempo insieme è valore o inefficienza?

Adatta il tuo stile.
Almeno all’inizio.

Chi ben comincia…

In definitiva

Non devi piacere a tutti.
Devi essere rispettoso, autentico e presente.

Comprendere il contesto aiuta.
Adeguarsi per farsi accettare, all’inizio, è intelligente.

Ma perdere sé stessi per piacere… no.

Rispetto e assertività possono convivere.
E fanno la differenza,
da subito.

Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero

rapporti difficili al lavoro
L’empatia non è soltanto una bella qualità da mostrare nelle relazioni personali.

Conta anche sul lavoro.

Con il capo, con i colleghi, con i collaboratori. Soprattutto quando ci sono tensioni, incomprensioni o punti di vista molto diversi.

Essere empatici non significa essere sempre accomodanti, comprensivi o d’accordo con tutti.

Significa piuttosto provare a comprendere ciò che l’altra persona sta vivendo, pensando o cercando di comunicare, senza partire immediatamente dal nostro punto di vista.

E tu, come ti relazioni con gli altri al lavoro?

Ti è mai capitato di compromettere un rapporto al lavoro a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni?

Forse il problema non è soltanto negli altri.

Ecco 11 comportamenti che possono rendere rapporti difficili al lavoro.

1. Non ti metti mai nei panni degli altri

Sei abituato a ragionare partendo dalla tua posizione.

Esponi la tua opinione, porti prove a tuo favore e cerchi di convincere l’altro.

Il problema nasce quando il tuo obiettivo diventa avere ragione anziché capire.

Hai mai provato a chiederti perché quella persona reagisce in quel modo?

Che cosa sta cercando di ottenere?
Che cosa la preoccupa?
Che cosa potrebbe vedere che tu non stai vedendo?

Non significa darle ragione.

Significa provare, almeno per qualche minuto, a guardare la situazione dalla sua prospettiva.

Potresti essere sorpreso da ciò che scoprirai.

2. Non lasci mai intravedere quello che provi

Sul lavoro tendiamo spesso a controllare le emozioni.

È comprensibile.

Professionalità, però, non significa diventare impermeabili.

Se non mostri mai una difficoltà, un dubbio, una soddisfazione o una preoccupazione, rischi di apparire freddo e distante.

Non devi raccontare particolari troppo personali né trasformare l’ufficio in una seduta terapeutica.

A volte basta dire:

“Questa situazione preoccupa anche me.”

Oppure:

“Capisco la difficoltà, anch’io sto cercando il modo migliore per affrontarla.”

Mostrare umanità non significa perdere autorevolezza.

3. Fingi di ascoltare

L’altro parla.
Tu annuisci.

Ma intanto pensi alla riunione successiva, alla mail da mandare o a quello che dovrai rispondere.

Formalmente stai ascoltando.

In realtà, no.

E spesso si vede e si sente.

Se in quel momento non hai tempo o disponibilità, meglio dirlo:

“Adesso non riesco a darti la giusta attenzione. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, mantieni l’impegno.

È molto più rispettoso che fingere interesse.

4. Parli sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare qualcosa che hai fatto, vissuto o pensato.

“È successo anche a me…”

“Io invece…”

“Quando lavoravo nella mia vecchia azienda…”

Condividere esperienze personali aiuta a creare relazione.

Trasformare ogni conversazione in un racconto su di te, no.

Alla lunga rischi di diventare prevedibile e soprattutto di trasmettere un messaggio molto semplice: ciò che interessa davvero è sempre quello che riguarda te.

5. Guardi le persone attraverso pregiudizi e stereotipi

“I giovani non hanno voglia di lavorare.”

“I senior non sono tecnologici.”

“Quelli dell’amministrazione sono tutti…”

Gli stereotipi sono comodi perché semplificano la realtà.

Ma proprio per questo possono impedirti di vedere la persona che hai realmente davanti.

Età, genere, provenienza, ruolo professionale o esperienza non raccontano tutto di qualcuno.

Quando hai già deciso chi è l’altro prima ancora di conoscerlo, difficilmente riuscirai ad ascoltarlo davvero.

6. Il tuo viso dice: “Stammi lontano”

Sempre serio.

Accigliato.
Sguardo sfuggente.
Espressione infastidita.

Ecco come rendere i rapporti difficili al lavoro!

Non significa che devi andare in giro per l’ufficio con un sorriso stampato in faccia o trasformarti nel piacione del team.

Ma ricorda che comunichiamo anche quando non diciamo nulla.

Un’espressione disponibile, uno sguardo diretto o un semplice sorriso possono rendere molto più facile avvicinarsi a te.

7. Non riconosci mai ciò che gli altri fanno bene

Complimenti-zero.
Apprezzamenti-zero.

Se qualcuno fa bene il proprio lavoro pensi:

“È pagato per farlo.”

Vero.

Ma riconoscere un lavoro ben fatto non significa distribuire complimenti gratuiti.

Significa accorgersi dell’impegno, di un risultato, di un miglioramento.

Un semplice:

“Hai gestito bene quella situazione.”

può avere molto più peso di quanto immagini.

Le persone vogliono sapere che il loro contributo viene visto.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Tiri subito le tue conclusioni

“Ok, ho capito dove vuoi arrivare.”

“Non serve che continui.”

“Sì, sì, so già cosa vuoi dire.”

Ne sei proprio sicuro?

Arrivare velocemente alle conclusioni può sembrare efficienza.

A volte è soltanto fretta.

Quanto più sei convinto di sapere già cosa l’altro dirà, tanto meno sentirai il bisogno di ascoltarlo.

E aumenta il rischio di fraintendere proprio la parte più importante.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere il mio articolo su come ascoltare davvero l’altro.

9. Usi l’esperienza dell’altro per riportare il discorso su di te

È una variante più sottile del parlare sempre di sé.

Un collega racconta una difficoltà e tu parti:

“So benissimo cosa provi. Anche a me è successo…”

Cinque minuti dopo stai ancora raccontando la tua storia.

L’intenzione iniziale era buona: creare vicinanza.

Ma senza accorgertene hai tolto all’altro lo spazio che gli avevi appena offerto.

Raccontare una tua esperienza può essere utile.

Poi, però, torna a lui/lei.

“Questa è stata la mia esperienza. Nel tuo caso invece che cosa sta succedendo?”


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero. → Scopri il percorso.

10. Ascolti mentre fai altro

Mail.
Cellulare.
Notifiche.
Documenti da controllare.

E nel frattempo:

“Parla pure, ti ascolto.”

Forse riesci a sentire le parole.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non servono necessariamente trenta minuti.

Cinque minuti di attenzione vera possono valere più di mezz’ora di ascolto distratto.

Metti da parte quello che stai facendo, guarda la persona e concedile uno spazio reale.

Se non puoi farlo, rimanda.

11. Interrompi continuamente

L’altro non riesce a finire una frase.

Completi il suo pensiero.
Aggiungi precisazioni.
Correggi.
Ribatti.

Poi magari ti chiedi perché quella persona non riesca a spiegarsi bene.

Forse perché non le lasci il tempo di farlo.

Interrompere continuamente non dimostra velocità mentale, rende i rapporti difficili al lavoro.

Può semplicemente comunicare impazienza e scarso interesse per ciò che l’altro sta dicendo.

Non devi ascoltare per preparare la risposta. Devi ascoltare per comprendere.

Rapporti difficili al lavoro? Prima di parlare di empatia, guarda i comportamenti

L’empatia rischia di diventare una di quelle belle parole che utilizziamo molto e osserviamo poco nella vita quotidiana.

Sul lavoro si vede nelle piccole cose.

Nel modo in cui ascolti.
Nel tempo che concedi.

Nella curiosità verso un punto di vista diverso dal tuo.

Nella capacità di non interrompere immediatamente.

Nel riconoscimento che dai.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo con te.

Non devi diventare improvvisamente più emotivo, accomodante o disponibile con tutti.

Devi forse cominciare da qualcosa di più semplice:

accorgerti un po’ di più della persona che hai davanti.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong

feedback del capo
Hai appena ricevuto un feedback dal tuo capo che ti ha spiazzato.

Ti ha ferito.
Ti senti attaccato
Sottovalutato.
Arrabbiato.

Per qualche minuto pensi:

“Adesso gli rispondo.”

Oppure inizi mentalmente a preparare la tua difesa. Nei casi peggiori, fantastichi già sulle dimissioni.

Prima di fare qualsiasi cosa, però, fermati.

Un feedback del capo difficile può farti perdere lucidità proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno.

Non significa che il capo abbia necessariamente ragione. E neppure che tu debba accettare qualsiasi critica senza discuterla.

Significa soltanto evitare che la prima reazione emotiva decida al posto tuo.

Ecco 8 spunti per rimetterti in piedi.

1. Prima di tutto, non reagire a caldo

Quando ti senti attaccato, la prima reazione può essere difenderti, contrattaccare o andartene.

Comprensibile.

Ma difficilmente utile.

Prenditi il tempo necessario per recuperare lucidità. Non devi dare immediatamente una risposta articolata.

Puoi semplicemente dire:

“Vorrei rifletterci un momento e riprendere il discorso più tardi.”

Quando un feedback ti colpisce, la prima risposta migliore può essere non rispondere subito.

L’emozione non è il problema.

Il problema è lasciare che sia l’emozione a scegliere parole e comportamenti di cui potresti pentirti.

2. Prova a considerare il feedback come un’informazione

Un feedback del capo negativo non è piacevole.

Ma può contenere qualcosa che non avevi visto.

Un comportamento.
Un effetto sugli altri.
Un limite.

Una modalità di comunicazione che pensavi efficace e invece viene percepita diversamente.

Non devi accettare automaticamente tutto ciò che ti viene detto.

Ma puoi chiederti:

“C’è qualcosa del feedback che mi può essere utile?”

È una domanda molto diversa da:

“Come faccio a dimostrare che ha torto?”

3. Se non stimi la persona, separa il messaggio dalla fonte

Questo è difficile.

Se non apprezzi il tuo capo, sei portato a svalutare automaticamente anche ciò che dice.

“Figurati se devo farmi giudicare proprio da lui/lei.”

Può darsi che il feedback sia espresso male.

Può essere vago, ingiusto o persino dato con poca sensibilità.

Ma prima di scartarlo completamente prova a separare due questioni:

  • cosa penso della persona che me lo sta dando?
  • cosa c’è di vero, utile o verificabile in quello che mi sta dicendo?

Un messaggio può contenere qualcosa di utile anche quando il modo in cui viene consegnato non ti piace.

Non devi stimare qualcuno per verificare se ciò che ti sta dicendo merita almeno una riflessione.

4. Rimani concentrato sulla tua parte

Quando ricevi una critica, è facile rispondere:

  • “Sì, però anche gli altri…”
  • “Non dipendeva solo da me.”
  • “Se Manuel avesse fatto la sua parte…”

Può anche essere tutto vero.

Ma se vuoi utilizzare il feedback per crescere, comincia da ciò che puoi controllare.

Qual è stata la tua parte?

Che cosa potevi fare diversamente?

Che cosa puoi modificare la prossima volta?

Assumerti la tua parte di responsabilità non significa accettare colpe che non hai.

Significa concentrarti sul punto in cui puoi realmente intervenire.

5. Fai domande finché il feedback diventa concreto

“Sei troppo aggressivo.”

Cosa significa?

Tono di voce?
Parole utilizzate?
Interruzioni?
Atteggiamento con i clienti?
Reazioni durante le riunioni?

Un giudizio generico è difficile da utilizzare.

Chiedi esempi.

  • “Quando dici che sono aggressivo, a quali comportamenti ti riferisci?”
  • “Puoi farmi un esempio concreto?”
  • “Che cosa avresti voluto vedermi fare diversamente?”

Più il feedback diventa osservabile e concreto, più può diventare utile.

Se vuoi approfondire il rapporto con le critiche, puoi leggere anche “Paura delle critiche? 9 spunti per superarla”.

6. Non trasformare il confronto in un processo al tuo capo

Se il feedback del capo ti fa arrabbiare, potresti essere tentato di rispondere criticando chi ti sta criticando.

“Parli proprio tu?”

“Anche tu fai sempre…”

“Prima guarderei come gestisci tu le cose.”

A quel punto il tema iniziale scompare.

E il confronto diventa personale.

Puoi non essere d’accordo.
Puoi contestare un’affermazione.
Puoi portare fatti diversi.

Ma cerca di farlo senza spostare il discorso dal comportamento alla persona.

Una risposta semplice può essere:

“Vorrei pensarci e poi riprendere il tema con alcuni esempi concreti.”

Non devi vincere la discussione.

Devi capire se c’è qualcosa da correggere, chiarire o respingere.

7. Se il feedback arriva via mail, rallenta ancora di più

Una mail critica può essere particolarmente insidiosa.

La rileggi.
Ti irriti.
Scrivi una risposta.
La rendi sempre più precisa e tagliente.

E poi premi Invia.

Meglio evitare.

Se la temperatura emotiva è alta:

  • leggi;
  • fermati;
  • prepara eventualmente una bozza;
  • rileggila più tardi;
  • chiediti se sarebbe meglio parlarne direttamente.

Una mail scritta con rabbia può impiegare pochi minuti per partire e molto tempo per essere riparata.

Non utilizzare la posta elettronica per vincere un duello.

Usala per chiarire.

8. Accetta la possibilità che il tuo capo abbia visto qualcosa che tu non vedevi

È forse il passaggio più difficile.

Potresti essere convinto di avere ragione.

E magari ce l’hai.

Ma prova comunque a lasciare aperta una piccola possibilità:

“E se ci fosse qualcosa che mi è sfuggito?”

Quando cerchi soltanto prove che confermino la tua posizione, troverai facilmente ragioni per difenderti.

Molto più difficile è cercare anche ciò che potrebbe metterla in discussione.

Non devi scegliere tra avere ragione e dare ragione al capo.
Devi scegliere se vuoi capire meglio ciò che sta succedendo.

Questa distinzione cambia tutto.


Incomprensioni, tensioni, aspettative poco chiare: a volte il rapporto con il capo può diventare davvero faticoso.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” che ti aiuta a ritrovare serenità e controllo

Un feedback difficile non è una sentenza

Può essere corretto.

Può essere parzialmente corretto.

Può essere espresso male.

Anche essere ingiusto.

Per questo non devi né ingoiarlo passivamente né respingerlo automaticamente.

Devi esaminarlo.

Separare fatti e giudizi.
Chiedere esempi.
Guardare la tua parte.

Decidere cosa vale la pena modificare e cosa invece ritieni di dover chiarire.

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza” crescere professionalmente significa anche riuscire a mantenere presenza e lucidità quando il confronto diventa scomodo.

Il feedback del capo ti ha messo al tappeto?

Va bene.

L’importante è non rimanerci.

Vuoi diventare leader? 7 zavorre che devi mollare se vuoi salire in alto

diventare leader
Quando pensiamo alla crescita professionale, immaginiamo quasi sempre qualcosa da aggiungere.

Più competenze.
Più esperienza.
Più responsabilità.
Più capacità.

Ed è certamente vero.

Ma per diventare leader, a volte, è altrettanto importante togliere qualcosa.

Alleggerire.

Liberarsi di convinzioni, aspettative e pressioni che ci portiamo dietro e che finiscono per rallentarci.

Perché più sali, più alcune zavorre diventano pesanti.

Eccone 7 che vale la pena lasciare a terra.

1. Molla l’idea di dover avere sempre tutte le risposte

Pensi al leader come alla persona che deve sapere tutto?

Quella che risolve qualsiasi problema, risponde immediatamente e non mostra mai esitazioni?

Come sottolineo anche nei miei libri, un buon leader ha invece una discreta consapevolezza dei propri limiti.

Sa quando decidere.
Sa quando chiedere.
Sa quando ascoltare qualcuno che ne sa più di lui.

Il suo valore non dipende dall’avere sempre la risposta pronta.

Essere leader non significa sapere tutto.
Significa sapere anche dove cercare ciò che non sai.

Chi sente continuamente il bisogno di dimostrare competenza rischia di parlare troppo, ascoltare poco e utilizzare male proprio le competenze presenti nel team.

2. Liberati dall’obbligo di non sbagliare mai

Se prendi decisioni, prima o poi sbaglierai.

E più responsabilità hai, più i tuoi errori possono diventare visibili.

La differenza non sta nell’essere infallibili.

Sta nel modo in cui reagisci quando qualcosa non funziona.

Puoi:

  • negare;
  • giustificarti;
  • cercare un colpevole;

oppure riconoscere ciò che è successo, correggere e imparare.

Un errore riconosciuto può aumentare la tua credibilità molto più di un errore nascosto male.

Non devi cercare il fallimento.

Devi semplicemente accettare che, se vuoi sperimentare e decidere, non puoi eliminarne completamente la possibilità.

3. Abbandona l’idea di dover essere sempre brillante e carismatico

Non devi entrare in una stanza e catturare immediatamente tutti gli sguardi.

Non devi avere la battuta pronta.

Non devi essere quello che parla meglio o quello con la personalità più appariscente.

Il carisma può aiutare.

Ma leadership significa anche credibilità, affidabilità, capacità di decidere e influenza costruita nel tempo.

Ci sono persone molto estroverse che non riescono a guidare nessuno.

E persone più riservate che diventano punti di riferimento solidissimi.

Non devi impressionare le persone.
Devi darle buone ragioni per fidarsi di te.

4. Liberati dagli stereotipi su come “deve essere” un leader

Per molto tempo abbiamo costruito un’immagine abbastanza rigida della leadership.

Deciso.
Forte.
Competitivo.
Sempre sicuro.
Poco emotivo.

E spesso anche uomo.

Ma non esiste un unico modello per diventare leader.

Puoi essere autorevole in modi diversi.

Puoi essere riflessivo, diretto, empatico, riservato, energico.

La questione non è assomigliare all’immagine del leader che hai in testa.

È capire quali tuoi comportamenti aiutano realmente le persone a fidarsi, responsabilizzarsi e lavorare bene con te.

Non cercare di interpretare un personaggio.
Costruisci il tuo modo di guidare.

5. Molla l’aspettativa di essere amato da tutti

Essere apprezzati fa piacere.

Anche ai leader.

Il problema nasce quando il bisogno di approvazione comincia a influenzare le tue decisioni.

Eviti un confronto.
Non dici NO.
Tolleri comportamenti che dovresti affrontare.

Rimandi una decisione perché temi la reazione delle persone.

Se hai responsabilità, prima o poi prenderai decisioni che qualcuno non gradirà.

Non significa diventare insensibile.

Significa accettare che rispetto e popolarità non sono la stessa cosa.

Se vuoi essere sempre approvato, prima o poi smetterai di decidere.

6. Non farti abbagliare dalla posizione

Una promozione ti assegna un ruolo.

Non automaticamente leadership.

Puoi avere il titolo, l’ufficio, l’autorità formale e persone che eseguono le tue indicazioni.

Ma questo non dice ancora molto sulla qualità della tua leadership.

La domanda è un’altra:

Le persone ti seguono soltanto perché devono oppure perché riconoscono valore nel modo in cui le guidi?

La posizione può obbligare all’obbedienza.
Difficilmente può obbligare alla fiducia.

Il titolo ti assegna autorità.
L’autorevolezza devi costruirla.

7. Liberati dalla convinzione che leader si nasce

Alcune persone hanno caratteristiche che possono aiutarle.

Maggiore sicurezza.
Facilità nel parlare.
Capacità di prendere decisioni.
Presenza.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte competenze possono essere sviluppate:

  • ascolto;
  • comunicazione;
  • capacità di delegare;
  • gestione dei conflitti;
  • decisione;
  • consapevolezza del proprio comportamento.

Il problema della convinzione “leader si nasce” è che diventa una perfetta giustificazione per non provarci.

Se pensi che sia tutto già deciso, non hai motivo di lavorare su te stesso.

Ed è proprio lì che ti blocchi.

Se vuoi approfondire questi luoghi comuni, puoi leggere anche “9 miti sulla leadership da sfatare subito”.


Autorevolezza non significa autorità: è la capacità di guidare con chiarezza e rispetto. Ti aiuto a ritrovarla e mantenerla nel tempo.

Scopri il servizio dedicato.

Diventare leader significa anche alleggerirsi

Che tu gestisca una persona o cento cambia naturalmente la complessità.

Ma alcune questioni rimangono.

Non devi sapere tutto.
Non devi essere perfetto.
Neanche essere il più brillante nella stanza.

Non devi assomigliare a qualcun altro.
Non devi essere amato da tutti.
Non basta avere il titolo.

E soprattutto, non devi essere nato leader per diventarlo.

A volte la crescita non arriva aggiungendo un’altra tecnica.

Arriva quando finalmente lasci andare una convinzione che ti stava limitando.

Per salire più in alto, qualche volta non serve diventare più forte.
Serve smettere di portarsi dietro pesi inutili.

Caro capo ti scrivo … 5 mail che non dovresti mai inviare al tuo capo

mail al capo
Scrivere una mail al capo sembra semplice.

In fondo, devi solo spiegare una cosa, fare una richiesta, dare un aggiornamento.

Eppure basta poco per creare un’impressione sbagliata.

Una frase troppo difensiva.
Un tono freddo.
Una risposta scritta di fretta.
Un messaggio lungo e poco chiaro.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, anche nella comunicazione scritta è importante evitare espressioni che ci fanno apparire insicuri, aggressivi, confusi o poco professionali.

Perché nella mail le parole devono reggere quasi tutto il peso del messaggio.

Ecco 5 tipi di mail che è meglio non inviare al tuo capo.

1. La mail che parte già chiedendo scusa di esistere

“Scusa il disturbo…”
“Era solo un’idea…”
“Non so se può funzionare…”
“Spero di non aver sbagliato…”

Usate ogni tanto non sono un problema.

Ma se diventano il tuo modo abituale di scrivere al capo, rischiano di indebolire il messaggio prima ancora che venga letto.

Non devi sminuire quello che stai per dire per renderlo più accettabile.

Se hai una proposta, presentala.
Se hai un dubbio, esprimilo.
Hai bisogno di chiarimento, chiedilo.

Puoi essere educato senza trasformare ogni messaggio in una richiesta di permesso.

Cortesia e insicurezza non sono la stessa cosa.

2. La mail inutile che aggiunge solo rumore

Un video divertente.
Una battuta.
Un link che non riguarda il lavoro.

Può essere assolutamente normale, se il rapporto con il tuo capo è informale e il contesto lo permette.

Il problema nasce quando riempi la sua casella di posta con cose che non richiedono realmente la sua attenzione.

Prima di inoltrare qualcosa chiediti:

“Ha davvero bisogno di ricevere questa mail?”

Se la risposta è no, forse puoi evitarla.

Non tutto ciò che ti diverte deve necessariamente diventare una comunicazione professionale.

3. La mail che dice soltanto: “Non posso”

Il capo ti assegna un compito.

Tu rispondi:

“Non posso farlo. Ho altre priorità.”

Può essere vero.

Ma detta così, la conversazione finisce proprio nel momento in cui dovrebbe iniziare.

Molto meglio spiegare il problema e chiedere una scelta:

“In questo momento ho queste due attività in scadenza.
Quale ritieni prioritaria rispetto alla nuova richiesta?”

Così non stai rifiutando.

Stai rendendo visibile un problema di priorità e chiedendo una decisione.

Dire “non posso” chiude.
Spiegare il vincolo apre una soluzione.

4. La mail al capo è lunga, dispersiva e senza un punto chiaro

Il tuo capo apre il messaggio.

Tre paragrafi dopo non ha ancora capito cosa vuoi.

Male.

Una buona mail al capo dovrebbe permettere di capire rapidamente:

  • perché stai scrivendo;
  • cosa è successo;
  • cosa ti serve;
  • entro quando, se c’è una scadenza.

Non significa scrivere sempre messaggi brevissimi.

Alcune questioni richiedono dettagli.

Ma ogni dettaglio dovrebbe servire a capire o decidere qualcosa.

Se una frase non aggiunge chiarezza, probabilmente puoi toglierla.

5. La mail scritta quando sei arrabbiato o di fretta

Questa è forse la più pericolosa.

Hai appena ricevuto una risposta che ti ha irritato.

Scrivi.
Rileggi.
Peggiori il tono.
E premi Invia.

Meglio fermarsi.

Quando sei arrabbiato o emotivamente coinvolto, prepara eventualmente una bozza e lasciala lì.

Poi rileggila più tardi.

Controlla:

  • il tono;
  • eventuali accuse;
  • parole troppo dure;
  • frasi che potrebbero essere interpretate male;
  • errori e sviste dovuti alla fretta.

Se il tema è delicato, può essere meglio parlarne direttamente.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale”.

Una mail inviata in dieci secondi può creare un problema che richiede giorni per essere sistemato.

Non tutto deve passare dalla posta elettronica

Ci sono conversazioni che funzionano male per iscritto.

Un conflitto.
Una critica importante.
Un chiarimento delicato.
Una questione in cui tono, sfumature e reazioni contano molto.

In questi casi una telefonata o un incontro può essere molto più efficace.

Una regola semplice?

Se senti che la mail sta diventando troppo lunga, troppo emotiva o troppo difficile da interpretare, forse non dovrebbe essere una mail.

La posta elettronica è uno strumento.

Non deve diventare un rifugio per evitare conversazioni che sarebbe meglio affrontare direttamente.

E prima di premere Invia, una domanda può evitarti parecchi problemi:

“Se il mio capo leggesse questa mail senza conoscere il mio tono e le mie intenzioni, capirebbe davvero quello che voglio dire?”

Ti senti sotto pressione o frainteso dal tuo capo?

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco

12 spunti per ottenere il rispetto che meriti sul tuo luogo di lavoro

rispetto sul lavoro
Tutti desideriamo rispetto sul lavoro.

È un tema che ritorna spesso nel mio libro
Autorevolezza”.

Avere il rispetto degli altri è un bisogno universale.
Ma spesso abbiamo idee sbagliate su come ottenerlo.

Il rispetto è difficile da guadagnare.
Ancora più difficile da mantenere.

Eppure, è indispensabile,
in ogni relazione professionale (e non solo).

Il rispetto è una leva potente

Quando c’è, il rispetto:

  • crea fiducia
  • alimenta la motivazione
  • apre opportunità

Quando manca:

  • genera tensione
  • stress
  • insoddisfazione

E, diciamolo, anche qualche “bruciore di stomaco”.

Fare bene il proprio lavoro è la base.

Ma non basta.

Ci sono comportamenti quotidiani che fanno la differenza.

1. Il rispetto non si pretende, si costruisce

Un cliente mi ha detto:
“Voglio più rispetto al lavoro”.

Quando gli ho chiesto come ottenerlo,
mi ha elencato… cosa gli altri avrebbero dovuto fare per rispettarlo.

Ecco il punto.
Il rispetto non arriva dagli altri.
Parte da te.

Non cade dal cielo.

Si costruisce.

Con le azioni.
La coerenza.
Con il modo in cui ti presenti ogni giorno.

Domanda utile:

“Cosa posso fare io, concretamente, per meritarmelo?”

2. Non cercare approvazione a tutti i costi

Se hai bisogno di piacere a tutti…
perderai rispetto.

Le persone percepiscono quando stai cercando consenso.

Quando ti adatti troppo.
Quando eviti il confronto.
Dici sempre sì.

Piacere non è sinonimo di essere rispettati.

Anzi, spesso è il contrario.

3. Rispetta le scadenze. Sempre

Una scadenza è un impegno.

E un impegno è una promessa.

Se salti le scadenze:
perdi credibilità,
perdi affidabilità,
rispetto.

Se una scadenza è irrealistica, non lamentarti.

Riformula.
“Posso consegnarlo entro fine settimana, se ho supporto su questa parte del progetto.”

Chiaro.
Costruttivo.
Responsabile.

4. La puntualità è comunicazione

Essere in ritardo comunica un messaggio preciso:

“Il mio tempo vale più del tuo.”

Magari non è quello che vuoi dire.
Ma è quello che passa.

Essere puntuali è rispetto.

Prima ancora che organizzazione.

5. Impara a ridere di te stesso

Autoironia non è debolezza.

È sicurezza.

Ammettere un errore.
Sdrammatizzare una gaffe.
Ridere di un lapsus.

Non ti indebolisce.

Ti rende umano.

E le persone si fidano di chi è umano.

6. Evita il gossip (soprattutto quello tossico)

Un po’ di leggerezza tra colleghi è normale.

Ma il gossip continuo…
erode la fiducia.

Se vieni percepito come una persona che parla degli altri,
prima o poi qualcuno penserà:

“Chissà cosa dice di me.”

E il rispetto si sgretola.

7. Difendere gli altri crea rispetto

Se hai mai avuto qualcuno che ti ha difeso ingiustamente attaccato…

lo ricordi ancora.

Difendere un collega, un collaboratore, quando serve,
lascia un segno.

Non serve fare l’eroe.

Ma avere il coraggio di esporsi,
quando è giusto,
costruisce autorevolezza.

8. Cura la tua presenza

Non si tratta di moda.
Si tratta di messaggio.

Come ti presenti comunica:

quanto ti prendi sul serio,
quanto rispetti il contesto,
tieni al tuo ruolo

Non devi esagerare.
Ma nemmeno trascurarti.

Presentati come se ogni giorno potessi fare un passo avanti.

9. Lavora su ciò che puoi controllare

Non puoi cambiare gli altri.
Non puoi controllare tutto.

Puoi però lavorare su di te.

Sul tuo atteggiamento.
Sulla tua comunicazione.
Sulle tue reazioni.

È lì che inizia il rispetto.

Se senti che ti manca sicurezza, chiarezza o autorevolezza, puoi lavorarci in modo concreto:

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Saper tacere è una competenza

Non tutto va detto.

Non sempre.

Neanche subito.

A volte, il rispetto si costruisce nel silenzio.

Ascoltare davvero:

senza interrompere,
senza preparare la risposta,
voler avere ragione.

Ti rende più incisivo.

11. Stabilisci confini chiari

Se non metti limiti…
gli altri li supereranno.

Sempre.

I confini non sono muri.
Sono indicazioni.

“Questo mi va bene.”
“Questo no.”

Senza aggressività.
Senza paura.

Solo chiarezza.

12. Sicurezza non è arroganza

È una linea sottile.

La sicurezza attrae.
L’arroganza respinge.

Spesso, dietro l’arroganza, c’è insicurezza.

E si vede.

Il rispetto non nasce dal voler dimostrare.
Nasce dal saper-essere.

Leggi il mio post per approfondire: “La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro”

Una cosa che spesso dimentichiamo

Quando ci sentiamo poco rispettati,
tendiamo a pensare:

  • “Lo fanno apposta.”

Non sempre è così.

A volte è mancanza di chiarezza.
A volte è abitudine.
Distrazione.

Parlare, spiegare, confrontarsi…
è più efficace del chiudersi o reagire.

Il rispetto non è qualcosa che chiedi

È qualcosa che costruisci.

Giorno dopo giorno.
Scelta dopo scelta.

E quando smetti di inseguirlo…
inizia ad arrivare.

Iniziare un nuovo lavoro? 5 frasi mostruosamente limitanti che dici a te stesso

iniziare un nuovo lavoro
Prima di tutto: congratulazioni.

Hai un nuovo lavoro.

Il colloquio è andato bene, hai convinto chi avevi davanti e adesso dovresti essere soltanto contento.

Dovresti.

Perché poi, avvicinandosi il primo giorno, qualcosa cambia.

L’entusiasmo lascia spazio ai dubbi.

Sarò all’altezza?

Capiranno che non so fare abbastanza?

Come mi vedranno?

Come ho scritto più volte nei miei libri, quando entriamo in una situazione nuova perdiamo una parte delle nostre certezze.

E questo può trasformarsi rapidamente in una piccola crisi di fiducia.

Non perché ci sia necessariamente qualcosa che non va.

Ma perché stiamo entrando in un territorio che ancora non conosciamo.

Ecco 5 frasi che rischiano di complicarti inutilmente l’inizio.

1. “Devo essere perfetto”

Vuoi partire bene.

È normale.

Ma da qui a pensare che ogni compito debba essere impeccabile fin dal primo giorno, il passo è breve.

E pesante.

Stai entrando in un ambiente nuovo. Devi capire persone, procedure, priorità, strumenti, aspettative.

Non puoi pretendere di conoscere subito tutto ciò che ancora devi imparare.

Punta a fare bene.

Chiedi.
Osserva.
Correggi.

Impara strada facendo.

All’inizio non devi dimostrare di sapere tutto.
Devi dimostrare di saper imparare.

2. “Non sono un esperto”

Forse no.

E quindi?

Sei appena arrivato.

Ci saranno domande cui non saprai rispondere, procedure che non conosci e situazioni che dovrai capire.

Non è automaticamente un segnale di incompetenza.

È la conseguenza naturale dell’essere nuovo.

Non sapere ancora qualcosa non significa non essere adatto al ruolo.

La vera domanda è:

“Sono disposto a impararlo?”

Continuare a imparare non è un limite professionale.

È parte del lavoro.

3. “Letizia è molto più all’altezza di me”

Qui parte il confronto.

Il collega più brillante.

L’amica che sembra cavarsela sempre.

La persona che, nella tua testa, gestirebbe quella situazione molto meglio di te.

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri può diventare un modo molto efficace per ridimensionare le proprie capacità.

Perché scegli sempre la qualità in cui l’altro è più forte.

E ignori tutto il resto.

Letizia può essere più veloce di te.
Tu magari sei più preciso.

Lei più brillante nelle presentazioni.
Tu più efficace nell’ascolto.

Il punto non è stabilire chi vale di più.

Il punto è capire quali risorse puoi mettere in campo tu.

E se Letizia sa qualcosa che può esserti utile, ancora meglio.

Chiedile.

4. “Non posso sbagliare”

Questa è una delle convinzioni più pesanti quando inizi un nuovo lavoro.

Se sbagli, penseranno di aver assunto la persona sbagliata.

Se fai una domanda, scopriranno che non sei competente.

Se dimentichi qualcosa, la tua reputazione è compromessa.

Calma.

Chi entra in un nuovo ruolo può sbagliare.

Naturalmente non significa essere superficiali o prendere gli errori alla leggera.

Significa accettare che imparare comporta anche correzioni, tentativi e qualche passo falso.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

L’obiettivo non è non sbagliare mai.
È accorgersi, correggere e non ripetere sempre lo stesso errore.

5. “E se non piaccio?”

Nuovi colleghi.
Nuovo capo.
Nuovo team.

È naturale desiderare di essere accolti bene.

Il problema nasce quando trasformi il bisogno di integrazione in un progetto per piacere a tutti.

Allora inizi a trattenerti.
Dici sempre sì.
Eviti di esprimere un’opinione diversa.
Cerchi continuamente conferme.

Voler essere apprezzato è umano. Averne bisogno per sentirti al sicuro è molto più rischioso.

Non devi conquistare tutti.

Devi essere corretto, disponibile, professionale.

Il resto verrà — oppure no.

Piacere non dovrebbe essere il tuo primo obiettivo.
Essere credibile, sì.

Iniziare un nuovo lavoro significa accettare un po’ di incertezza

Il primo giorno non saprai ancora come andrà.

Non conoscerai bene le persone.
Non avrai tutte le risposte.
Non saprai ancora quale sarà il tuo posto nel gruppo.

Ed è proprio questo che rende il passaggio destabilizzante.

Hai già superato una selezione.

Qualcuno ha visto nelle tue competenze qualcosa di sufficiente per affidarti quel ruolo.

Adesso arriva la parte che nessun colloquio può fare al posto tuo:

entrare, osservare, imparare e costruire poco alla volta il tuo spazio.

Non devi sentirti pronto al 100%.

Devi soltanto essere abbastanza pronto per cominciare.