Partecipazione a “Il portafoglio” di Radio Agenti.it – “Pensieri e azione” –

intervista

Come passare all’azione, cioè come possiamo tramutare i pensieri in azioni?
Quali sono le azioni che ci rendono più attivi?

Ospite del programma “Il Portafoglio” ho parlato delle 4S:
– Superare la procrastinazione
– Scollegarsi
– Svegliarsi presto
– Supporto di un coach

Clicca qui e ascolta l’intervista

“A me non succederà mai” .. disse il leader prima di prendere il palo

il giovane leader

Foto di StockSnap from Pixabay.

Roberto pensava di essere molto brillante e competente (probabilmente lo è anche).
Si sorprendeva quando non vedeva riconosciute le sue grandi capacità, convinto che le sue intuizioni fossero più brillanti di quelle di altri.
E ripeto … verosimilmente lo sono anche!

Pensava di essere più intelligente e capace … del suo capo.
Roberto ha già tutte le risposte, non ascolta e non ammette mai di aver sbagliato. Basta chiedere e ti illumina con la “luce del suo sapere”.

Avere tanta fiducia in sé non è del tutto un male.
La sicurezza in se stessi è una qualità necessaria per il giovane leader.

La fiducia in se stessi è necessaria per emergere ma ..

Una buona dose di autostima è fondamentale per affrontare le sfide, far carriera, superare gli ostacoli ed emergere in questo mondo sempre più competitivo.


Roberto è focalizzato sui punti di forza, un po’ meno sulle sue debolezze.

In teoria è un team leader ma in pratica è solo un leader (senza team).
Perché per lui – semplicemente – il team non esiste perché è completamente ego-centrato.

Quando gli ho chiesto come si rapportava con il suo (oramai ex) staff o se era stato motivante nel comportamento e nelle parole …
con aria stupita (stile-Verdone) mi ha risposto “ … In che senso?”.

Quando sei intelligente e capace, è facile pensare di essere “al centro del mondo” e che gli altri siano solo un supporto o, peggio, una scocciatura. Leggi il post per approfondire.

Con una faccia tra l’assente e il tramortito conclude “Sai … pensavo che a ME non sarebbe MAI successo”.

Troppa fiducia + poca prudenza = il giovane leader prende il palo!

“Mai” è una parola che dovremmo togliere tutti dal vocabolario (non solo da quello di Roberto).
Eccessiva fiducia. Troppa convinzione. Poca prudenza.
Poi prendi il palo.

Sono caduti in tanti. Sono caduti (anche) i migliori. Perché non dovrebbe accadere anche a te? O a me?
Continua a imparare e non dare niente per scontato.
Ogni storia di fallimento deve essere un monito.
Un avvertimento.

Dura la vita del giovane leader?
Sì, maledettamente … il passaggio sul tappeto rosso se lo deve proprio meritare!

Troppe aziende non sono impostate per sostenere i loro leader

Soprattutto quando è un giovane.


Troppo spesso, l’unica cosa che il giovane leader si sente dire è … che ha fallito!
E rimane così … tramortito, inebetito, incapace di reagire.

Per padroneggiare la leadership servono ottime competenze ma anche un efficace allenamento dei tuoi “muscoli caratteriali” e delle tue risorse interne.

Per diventare un modello agli occhi del tuo team è necessario “cambiare passo”, trasmettere fiducia e competenza grazie ad una “presenza” e un linguaggio più incisivo e motivante.

Il mio proposito di coach è aiutarti a potenziare le tue doti e la tua leadership in modo da permetterti di entrare nel tuo ufficio ogni giorno più carico e fiducioso che mai.
Ce la farai!

Cambiare lavoro? Non c’è un momento perfetto. È una questione di “credo”.

cambiare lavoro

Stai pensando di cambiare lavoro?
Lasciare il tuo attuale impiego?
L’ambiente è sempre pesante, le aspettative di performance sempre più irragionevoli, il capo che ti mette il fiato sul collo (anche per cose futili).

Lasciare la sicurezza di un lavoro – anche se è stressante e con poche soddisfazioni – significa (di questi tempi) prendersi un grosso rischio.
Significa fare un cambiamento.

Il cambiamento spesso può davvero spaventare

Che fare?
Non fare nulla e mantenersi il (mal di stomaco) e l’attuale lavoro. Oppure …
mantenere il lavoro, cambiare approccio per renderlo più “digeribile” e soddisfacente. O anche …
lasciare il lavoro non appena ne trovi uno migliore.

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Così, prepari il tuo CV e inizi la ricerca di un nuovo impiego.
Tutto risolto?
Ni.

Non ti ci vuole poi molto per renderti conto che la realtà non è come te l’aspettavi.

Il tempo passa e non succede niente

Qualche risposta di routine.
Belle parole ma niente di più.

Quando sei alla ricerca di un nuovo lavoro (già da un po’) è totalmente comprensibile che tu ti senta bloccato, frustrato e scoraggiato. Confuso. È normale.
Naturale.

Chiunque ci sia passato,
sa cosa intendo e cosa vuol dire convivere con sentimenti di frustrazione, delusione e rassegnazione per una ricerca che sembra vana.

A volte è solo sfortuna, troppa concorrenza, crisi del settore, altre volte si tratta di un problema di approccio, di mentalità, di pensieri negativi e credenze depotenzianti che compromettono (pesantemente) la tua ricerca di lavoro.

Una di questa credenza è che oggi il Mercato del lavoro è talmente complesso da diventare schizofrenico. Imprevedibile.
Come un mantra ribadisci complessità e difficoltà, ripeti senza fine quanto “È difficile”.
Diventi negativo e pessimista.
Sfiduciato.

Per rivoltare questa negatività ti dico che …

Non è difficile.
È molto difficile.
È tosta tosta. Tostissima!
Ma scusa, cosa ti aspettavi? Un tappeto rosso?
La coda che si “apre” quando arrivi, stile invitato VIP, davanti ad un locale all’01.00 di notte?

Basta leggere un giornale o sentire le news, per vedere quanto sia difficile “là fuori” e quanto sei già fortunato solo ad avere un lavoro (bello o brutto che sia).
Se c’è un momento sbagliato per essere nuovamente sul mercato del lavoro … è questo, non c’è dubbio!

Quindi per favore, non discutiamo neppure di quanto sia dura e difficile cambiare lavoro.
Perché lo è!

Parlarne di continuo – in questi termini – ci porta solo ansia e perdiamo energie preziose.

Alcuni settori sono più duri di altri ma è così da sempre

Sarà sempre così.

Ogni grande crisi porta con sé la mancanza di speranza eppure ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.

 


 

Spesso sono contattato da persone che vogliono “trovare un lavoro“.
Purtroppo fanno l’errore di avere obiettivi vaghi, poco specifichi, l’unico focus è di accedere al libro-paga di qualcuno. Bussano tutte le porte pur di trovare un qualunque lavoro.

Se la tua ricerca di lavoro è troppo indefinita, non comunica abbastanza valore specifico.

La concorrenza – già alta e qualificata – ti porta a competere con persone che (trasmettono entusiasmo e passione), e sanno esattamente quello che vogliono.
Battaglia persa. In partenza.

È come andare in vacanza senza decidere dove andare.

Non ci sarà mai un momento perfetto

Nessuno può dire se questo è il momento giusto per cambiare lavoro.
Non ci sono garanzie (nella vita) e nel mondo di lavoro di oggi.

È una questione di “credo”.
Di “fede”. Speranza.

Se credi che non ci sia alcuna possibilità “là fuori”, ogni porta si chiude e l’unica possibilità che hai è quella di stare fermo e sentirti in trappola nel tuo attuale lavoro.

Ma, se credi che avere una possibilità “là fuori”, puoi prepararti, lanciarti, lavorare sodo per riuscirci.
Per tirarti fuori da un lavoro che non piace!

Se insisti, alla fine ce la fai.

12 volte in cui è meglio stare zitti (per non fare danni sul lavoro)

meglio stare zitti

Ci sono momenti in cui devi parlare.
E altri in cui è molto più saggio stare zitti.

Spesso, le parole più potenti
sono le parole del silenzio.

Shakespeare lo disse chiaramente:

“È meglio essere il re del tuo silenzio
che schiavo delle tue parole.”

Per quanto le parole siano importanti,
ci sono situazioni in cui è meglio tenere le labbra serrate.

Stare zitti.
Mordersi la lingua.

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella nuova edizione aggiornata 2025,
ecco 10 (più 2) situazioni in cui tacere è una scelta intelligente,
se non vuoi fare danni sul lavoro.

1. Quando non hai nulla di produttivo da offrire

Conosci anche tu chi ama solo il suono della propria voce.

Divaga. Si espone. Si compiace.

Non porta valore.
Solo rumore.

Se non hai qualcosa di sostanziale da dire
(meglio ancora: utile),
taci.

Lo apprezzeranno tutti.

2. Quando non “palleggi” l’argomento

“Meglio tacere e sembrare stupidi
che parlare e togliere ogni dubbio.”

Oscar Wilde

Se non conosci i fatti,
non giudicare.

Parlare prima di capire
porta solo a figuracce, dietrofront e scuse inutili.

Il silenzio può essere imbarazzante.

Ma è sempre meglio
che dire sciocchezze.

3. Quando la decisione del tuo capo è definitiva

Hai proposto.
Hai argomentato.
Insistito.

La risposta è ancora NO.

Stop.

Continuare non ti rende determinato,
ma irrispettoso.

Che ti piaccia o no,
la decisione va rispettata.

4. Quando vuoi correggere qualcuno davanti agli altri

Correggere in pubblico umilia.
Anche se le intenzioni sono buone.

Meglio sempre il faccia a faccia.
Lascia all’altro la possibilità di salvare la faccia.

Correggi l’errore,
non la persona.

Eccezione?
Solo se l’errore crea gravi conseguenze
o fa risparmiare tempo a tutti.

5. Quando le emozioni sono ancora “calde”

Mail aggressive.
Telefonate tese.
Discussioni cariche.

Rispondere subito
è quasi sempre un errore.

Prendi tempo.
Respira.
Raffredda.

Parlare mentre sei emotivamente surriscaldato
porta quasi sempre a pentimenti.

6. Quando non riesci a prevedere l’effetto delle tue parole

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • ingrato
  • vittimista
  • eccessivo

meglio stare zitti!

Il silenzio, a volte,
è protezione.

7. Quando muori dalla voglia di dare consigli

  • “Dovresti fare così…”
  • “Sei in questa situazione perché…”

Spesso l’altro non vuole un consiglio.
Vuole solo essere ascoltato.

Metti da parte l’ego.
Il bisogno di avere ragione.
Il ruolo del salvatore.

Dai consigli solo se richiesti.

8. Quando ti aggrappi alle scuse dopo un errore

Fotocopiatrice rotta.
Corriere in ritardo.
Malinteso.

Non importa.

Ammetti l’errore.
Assumiti la responsabilità.

Le scuse ripetute
erodono la fiducia.

Ricorda:
una spiegazione non è una scusa.

9. Quando la conversazione diventa maldicenza

Pettegolezzo d’ufficio?

Commenti “innocenti”?

Retroscena succulenti?

Taci.
Esci dalla conversazione.

Il gossip torna sempre indietro.
Con gli interessi.

10. Quando vuoi dimostrare quanto sei un capo brillante

Se vuoi far crescere il team:
non intervenire subito.

Lascia che sbaglino.
Che provino.
Che imparino.

Fare un passo indietro
è leadership.

Sulla comunicazione autorevole trovi spunti concreti nei miei libri:

– “Autorevolezza” – NUOVA edizione 2025

– “Prima volta Leader

11. Quando stai per dire SÌ (ma vorresti dire NO)

Dire sì per senso di colpa
genera solo frustrazione.

Se sei in difficoltà,
prendi tempo:

  • “Ci penso e ti faccio sapere.”

Tacere, in quel momento,
è rispetto verso te stesso.

12. Quando stai per dire SÌ (sapendo che poi dirai NO)

Accettare per paura
e ritrattare dopo
ti rende incoerente.

Meglio tacere
che promettere ciò che sai già di non mantenere.

Nel dubbio…
meglio stare zitti!

In finale

Il silenzio non è debolezza.
È una competenza.

Saper quando parlare
e quando stare zitti …

è una delle forme più sottili
e potenti —
di autorevolezza.

Niente da dire alla riunione: una delle più grandi insicurezze sul lavoro

insicurezze sul lavoro

“Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.”
Arthur Schopenhauer

Un’altra riunione sta arrivando e tu cominci a sudare freddo.
Come sempre.

Anche tu come tanti professionisti .. potresti non essere confortevole

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Sicuramente molte più persone di quello che pensi!

Durante la riunione, alcune persone possono dominare la discussione, prendere la scena, catturare l’attenzione, lasciando agli altri (te compreso) poche possibilità per mettersi in luce e mostrare la reale potenzialità.

Si dice che il silenzio è d’oro,
ma in questo caso … stare seduto congelato durante l’ennesima riunione, può essere una sensazione terribile.

Una delle maggiori insicurezze sul lavoro.

C’è qualcosa di peggio di sedersi in una riunione sapendo di non aver niente di produttivo con cui contribuire?

Anche tu … vuoi aggiunge valore, essere apprezzato per la tua capacità e la tua competenza.

Rilassati

Hai detto niente! Mi dirai …

Relazionarsi con gli altri può essere una sfida personale molto ardua.

Ti sei mai chiesto perché per alcuni tutto sembra semplice e naturale … per te invece sembra di scalare una montagna impervia?

La risposta è semplice:
gli altri sono più bravi di te per predisposizione naturale oppure perché hanno imparato meccanismi di copertura del nervosismo e accorgimenti per mascherare il suo effetto.

Quali? Leggi il mio post

 


 

Fai attenzione al tuo dialogo interno

“Chissà cosa pensano di me!”
“E se faccio una figuraccia?”
“Se apro bocca sicuramente rischio di dire scemenze”
“Sono talmente ansioso che sicuramente rischio di inciampare!”

È importante acquisire consapevolezza rispetto il tuo dialogo interno, che è spesso disfunzionale.
Se sei convinto di essere un disastro, ti comporterai come un disastro, agirai proprio così, in modo da avere la conferma “Ecco, vedi, sono un disastro …”.

Se ti convinci (non so su quale base poi …) che se apri bocca durante la riunione gli altri rideranno …
sicuramente tenderai a rimanere in silenzio, sperimentando ansia e disagio, tutte le volte che avrai voglia di dire qualcosa.

È importante a riconoscere i tuoi pensieri depotenzianti e sostituirli con modalità più positive e rassicuranti, in modo da sentirti meglio e cominciare a rischiare!

Molto più produttivo convincersi che: “Se dico quello che penso non sarà un disastro necessariamente. Forse qualcuno potrà non condividere il mio punto di vista ma qualcun altro potrà essere d’accordo!”.

“Allenati” tutte le volte che hai occasione

Sfrutta tutte le occasioni che ti si presentano (il cameriere che non ti ha ancora servito, la venditrice pressante, un collega noioso alla pausa-caffè) per confrontarti ed esporti con gli altri.

Così un po’ alla volta, in modo graduale, partendo da piccoli contesti!

Per combattere la tua insicurezza è utile esporsi continuamente, alle situazioni che ti danno disagio e in imbarazzo, affinché la difficoltà possa diventare “familiare” e diminuire.

“Allenandoti” hai l’occasione di concentrarti sulle tue reazioni per poi deviarle in atteggiamenti più produttivi … e non farti inghiottire da queste insicurezze sul lavoro!

Guida con autorevolezza le tue prossime riunioni> scopri il coaching sulla leadership

Non essere troppo critico con te stesso

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” , il tuo critico interiore non analizza oggettivamente.
Alimenta di continuo un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.

È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Focalizza le tue paure … sono davvero motivate?
O stai ampliando a dismisura una delle tue più grandi insicurezze sul lavoro?

Pensare che – appena apri bocca – un collega o il capo scoppi in una risata fragorosa ti sembra realistico?

Memorizzare non ti servirà a superare le insicurezze sul lavoro

Anzi.

Così rischi che se c’è un imprevisto che ti fa saltare la tua tabella-di-marcia vai in pallone completamente.

Riduci il discorso a poche parole-chiave.
Ti aiuterà a non incastrarti ed essere più naturale e tranquillo.

Se devi fare una presentazione, accompagnala con aiuti visivi, servono a distogliere l’attenzione su di te e suggerirti il passo successivo.

Leggi il mio post per approfondire.

Se non hai qualcosa di significativo da aggiungere, TACI

Se vuoi parlare solo per piacere agli altri, per paura di essere escluso, deriso o solo per essere “quello smart che aggiunge valore”.
Se ti accorgi che stai parlando solo per essere più gradito, accettato e amato dagli altri … meglio tacere!

Saper comunicare vuol dire (innanzitutto) avere qualcosa da dire. Di produttivo.
Se non hai nulla d’interessante da dire,
meglio tacere!

Criticare senza offendere: 5 strategie facili facili da utilizzare al lavoro

criticare senza offendere

L’ho scritto anche nel mio libro
Autorevolezza” – ora nella nuova edizione aggiornata 2025 –
chiariamo subito una cosa.

Possiamo chiamarla in molti modi:
rimprovero, critica, osservazione, feedback.

Possiamo addolcirla con aggettivi come positiva, motivazionale, costruttiva.
Possiamo usare toni cortesi e parole misurate.

Ma la verità è una sola:

la critica non piace a nessuno.

Un’osservazione negativa, anche ben formulata,
getta sempre un’ombra sulla relazione tra te e l’altra persona.

Perché va contro un bisogno profondo:
sentirsi accettati e approvati.

Così succede questo:
ci sentiamo attaccati, giudicati, messi in discussione.

Alziamo una barriera di protezione e reagiamo d’istinto

Con aggressività.
Con senso di colpa.
Vergogna.
Oppure finta accettazione.

Ecco perché, sbagliando approccio,
si rischia solo di ferire, svalutare, demotivare.

Creando ostilità e freddezza.
E compromettendo il rapporto.

Criticare senza offendere?

È come camminare sulle uova.

Ed è un peccato enorme.

Perché basta una critica mal formulata
per rovinare una relazione professionale costruita in anni di lavoro fianco a fianco.

Anche quando il rapporto è sempre stato buono
(seppur non di amicizia).

Vediamo come evitarlo.

1. Il primo obiettivo: migliorare, non offendere

La critica non deve punire.
Deve migliorare qualcosa che non ha funzionato.

Sorvolare per amicizia, paura o quieto vivere
significa solo trascinare una criticità nel tempo.

Lasciarla “lievitare” fino a diventare ingestibile.

2. Focus su azioni e comportamenti (non sulla persona)

Questa è la regola più importante.

Puoi dire tutto ciò che non va,
ma parlando solo di azioni e comportamenti.

Non della persona.

C’è una differenza enorme tra:

  • “Sei una persona irresponsabile”
  • “Ieri, con quel cliente importante, hai avuto un comportamento poco professionale

Non è semplice separare persona e azione.
Ma se vuoi criticare senza offendere,
è indispensabile.

3. Commenta qualcosa di specifico

Evita frasi vaghe come:

  • “Hai un atteggiamento scorretto”
  • “Hai sbagliato”

Una critica efficace è concreta:
cosa – dove – quando.

Descrivi i fatti.
Le parole dette.
Le azioni compiute.

4. Parla senza aggressività

Evita di iniziare attaccando,
anche in modo sottile.

Niente tono alto.
Niente postura da scontro.

Frasi come:

  • “Mi sembra che…”
  • “Posso sbagliarmi, ma…”

abbassano la tensione
e tengono aperto il dialogo.

5. Non colpire i punti deboli

Evita parole come:
sempre – mai – ogni volta

Trasformano una critica in un rimprovero scoraggiante.

Esempi da evitare:

  • “Sei sempre in ritardo”
  • Ogni volta sbagli”
  • “Come sempre procrastini”

Così la persona si sentirà attaccata sul piano personale
e reagirà difendendosi o contrattaccando.

Allora, come criticare senza offendere davvero?

Come far passare una critica spiacevole
senza ferire
senza far sentire l’altro sotto attacco?

Nei momenti di tensione,
un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

Se vuoi lavorarci sul serio,
scopri il mio breve percorso di coaching mirato
Dare feedback costruttivi in situazioni critiche

e impara a comunicare con autorevolezza
anche quando la conversazione è difficile.

In definitiva

La differenza non è se critichi.
È come lo fai.

Perché una critica sbagliata chiude le persone.

Una critica autorevole, invece,
le fa crescere.

7 ragioni perché non ascolti – sbagliando – i feedback al lavoro

feedback al lavoro

A un certo punto del nostro percorso professionale,
prima o poi tutti riceviamo un feedback al lavoro (negativo) da parte del capo, dai collaboratori o dai clienti, che ci spiazza e ci fa male.

Quanto è difficile accettare un feedback al lavoro!

Tocca le nostre corde emotive più suscettibili oppure la nostra professionalità ma può essere un’occasione (se ben sfruttata) per migliorarci, lavorare meglio e spingerci a un livello successivo.

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Sei disposto a imparare dai feedback al lavoro scomodi che ricevi?
Sei disposto a crescere e affrontare la situazione?

Se la tua risposta è NO,
sappi che continuerai a giustificarti (“Sì, ma …”), difenderti, arrabbiarti, e poi … ciò che non accetti nella vita ricomparirà di nuovo,
finché non avrai imparato la lezione.

Walter (operations manager di una ditta farmaceutica) è l’esempio di chi ha recepito – al contrario – la massima di Ken Blanchard:

“I feedback sono la colazione dei campioni”

Infatti, quando Walter dà un feedback agli altri … è geniale, premuroso e potenziante. Quando li riceve, li bolla subito come irrilevanti, indifferenti e inutili.

Scusa Walter … supponiamo che ci sia un briciolo di verità nel feedback scomodo che ricevi?
Macché!

Invece, ai leader brillanti piace sentirsi dire cosa stanno sbagliando, a patto che questo li aiuti a migliorare.
Ecco 7 motivi perché come Walter – anche tu sbagliando – non ascolti, apprezzi o gradisci un feedback al lavoro:

1. Ti senti più intelligente, più esperto e più sensato delle persone che ti danno il feedback

2. Il tuo orgoglio ti trattiene dall’accettare il feedback

3. Non hai tempo, sei troppo occupato per preoccuparti di ciò che pensano gli altri

4. Gli altri non capiscono veramente le pressioni e le sollecitazioni che senti

5. La tua posizione significa che non hai più bisogno di feedback

6. Non stimi o rispetti la “fonte” che dà il feedback

7. Non ricevi il feedback nel modo “giusto”

 


 

L’ultimo dei motivi è quello più vicino alla realtà e il più sensato.
Infatti, la maggior parte delle persone non è qualificata (nel senso di capacità) nel dare un feedback.

Infatti, spesso siamo … prolissi, poco specifici, usiamo la tempistica sbagliata, siamo interpretativi e giudicanti.
Se vuoi sapere come “dare” feedback al lavoro, leggi il mio post

Come nel caso di Walter (che mi ha contattato per un problema di comunicazione con il suo capo diretto) dovresti ringraziare, non ribattere e non focalizzarti sulle giustificazioni.

È più produttivo richiedere spiegazioni per comprendere “Dimmi di più…” o chiedere esempi “Quando avrò ancora una reazione che ritieni troppo aggressiva, dimmelo subito!

Tutti abbiamo bisogno di feedback al lavoro

Nondimeno… il feedback scomodo è sempre difficile da accettare, a prescindere dalla posizione che occupiamo.
È spiazzante sentire che stai sbagliando, specialmente quando invece pensavi di fare un GRAN lavoro e di essere un professionista TOP.

Cerca di vedere il feedback al lavoro come un regalo premuroso che ti porge una persona interessata (a te e alla tua crescita professionale).

Solo così riuscirai a mandare giù questo boccone amaro!

6 cose da fare quando il tuo capo boccia la tua proposta (un’altra volta)

capo non mi considera
“Magnifico!”
“Che idea strepitosa. Mettiamola subito in pratica.”
“Questa volta ti sei superato.”

Sarebbe bello se il tuo capo reagisse così a ogni tua proposta.

Ma probabilmente sai già che non succederà.

Hai una nuova idea. Ci hai lavorato. Sei convinto che possa migliorare un progetto, risolvere un problema o aiutare l’azienda.

La presenti.

E arriva un altro NO.

A quel punto il problema rischia di non essere più soltanto la proposta bocciata. Cominci a pensare:

  • “Il mio capo non mi considera.”
  • “Tanto non gli va mai bene niente.”
  • “Forse non sono così bravo come pensavo.”

Ed è qui che un semplice NO può diventare qualcosa di molto più pesante.

Perché una proposta bocciata è un fatto.
Sentirti bocciato come professionista è già un’interpretazione.

Prima di confondere le due cose, prova a guardare meglio quello che sta succedendo.

1. Non trasformare il rifiuto della proposta in un giudizio su di te

È facile associare il rifiuto alla persona.

La tua proposta è stata bocciata, quindi pensi di aver sbagliato. Se hai sbagliato, forse non sei abbastanza competente. Se succede ancora, cominci persino a dubitare del tuo valore professionale.

Come se fossi ancora a scuola e qualcuno avesse appena scritto un voto sul tuo lavoro.

Ma il tuo capo ha rifiutato una proposta.

Non necessariamente te.

Può non essere il momento giusto. Il budget può essere insufficiente. Possono esserci altre priorità. La proposta può essere buona ma poco concreta. Oppure, semplicemente, può non essere così buona come pensavi.

Sono situazioni molto diverse.

Prima di concludere “Il mio capo non mi considera”, cerca di capire che cosa è stato realmente rifiutato.

2. Non lasciare che una serie di NO riduca il tuo impegno

Un rifiuto probabilmente lo assorbi.

Due anche.

Quando però le tue proposte vengono respinte ripetutamente, può iniziare un processo più silenzioso:

  • “Perché dovrei impegnarmi tanto?”
  • “Tanto decide sempre lui.”
  • “La prossima volta non propongo niente.”

Cominci a ridurre lo sforzo.
Ti esponi meno.
Diventi più prudente.
Alla fine smetti di proporre.

Ed è forse questa la conseguenza più pericolosa.

Non perché tu debba continuare ostinatamente a presentare qualsiasi idea, ma perché il rifiuto può insegnarti qualcosa oppure spegnerti.

La differenza sta anche nel modo in cui lo leggi.

Piuttosto che sprofondare nel “il capo non mi considera”, prova a utilizzare quel NO per capire come rendere la prossima proposta più solida.

3. Considera la possibilità che il tuo capo veda qualcosa che tu non vedi

Quando crediamo molto in un’idea, diventiamo inevitabilmente meno neutrali nel valutarla.

Tu ne vedi il potenziale.

Il tuo capo potrebbe vedere i costi, i tempi, le priorità dell’azienda, altre decisioni già prese o conseguenze delle quali non sei a conoscenza.

Naturalmente può anche sbagliarsi.

Ma partire immediatamente dalla convinzione che “non capisce”, “ce l’ha con me” o “non valorizza mai le mie idee” ti impedisce di raccogliere informazioni preziose.

Non devi necessariamente essere d’accordo.

Devi capire.

4. Dopo il NO, fai domande migliori

Se il tuo capo dice:

  • “Interessante, ma in questo momento abbiamo altre priorità.”

puoi uscire dalla stanza arrabbiato e convincerti che tanto non cambierà mai niente.

Oppure puoi restare qualche minuto in più dentro quella conversazione.

Chiedi:

  • “Qual è l’aspetto che la convince meno?”
  • “Cosa dovrei rendere più concreto?”
  • “Cosa dovrebbe cambiare perché questa proposta diventasse interessante?”
  • “C’è una parte che invece ritiene valida?”
  • “Avrebbe senso riprenderla tra qualche mese?”

Non sono domande per convincere il capo a tutti i costi.

Servono a capire.

E soprattutto trasformano un rifiuto generico in informazioni utilizzabili.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

5. Un NO può costringerti a vedere possibilità che prima non vedevi

Spesso siamo convinti che per ottenere un risultato serva qualcosa in più.

Più budget.
Più persone.
Più tempo.
Un nuovo software.
L’approvazione del capo.

E magari è davvero così.

Ma un limite può anche costringerti a farti una domanda diversa:

  • “Con quello che ho, cosa posso fare?”

Non significa trasformare ogni ostacolo in una favola motivazionale. Ci sono progetti che senza risorse semplicemente non possono partire.

Ma altre volte il NO ci obbliga a uscire dalla soluzione che avevamo già costruito nella nostra testa.

E proprio lì può comparire un’alternativa che prima non avevamo considerato.

6. Non restare fermo dentro il pensiero “il capo non mi considera”

Dopo l’ennesimo rifiuto puoi passare giorni a interpretare.

Perché ha detto no?
Perché a me?
Perché approva sempre le idee degli altri?
Perché non riconosce quello che faccio?

Alcune di queste domande possono essere legittime.

Ma a un certo punto devi chiederti se ti stanno aiutando a capire la situazione oppure se ti stanno semplicemente tenendo fermo.

Ogni minuto trascorso a rimuginare sul NO è un minuto sottratto alla possibilità di capire cosa puoi fare dopo.

Guarda quello che hai.

Le tue competenze.
Le informazioni raccolte.
Le persone che possono aiutarti.
Le parti della proposta che hanno funzionato.
Quelle che puoi modificare.

Poi muoviti.

Non necessariamente nella stessa direzione.


Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress, serve un confronto lucido e professionale.

Con il mio breve percorso mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere

Il punto non è riuscire a farti dire sempre sì

Sarebbe una conclusione comoda: diventa più bravo a presentare le tue idee e il tuo capo finirà per approvarle.

Non funziona così.

Potrai preparare una proposta eccellente e ricevere comunque un NO.

Il punto è un altro.

Non permettere che ogni NO diventi automaticamente una prova del tuo valore professionale.

A volte dovrai migliorare la proposta.
A volte dovrai aspettare.
A volte dovrai accettare che il tuo capo abbia ragione.
A volte sarai tu ad avere ragione e lui non lo vedrà.

E qualche volta una lunga serie di rifiuti potrebbe persino dirti qualcosa sul rapporto professionale che hai con quella persona o con quell’azienda.

Per questo, quando arriva l’ennesimo NO, prima di pensare “il mio capo non mi considera”, fermati.

Non chiederti soltanto perché ha bocciato la tua proposta. Chiediti che cosa quel NO ti sta dicendo.

Poi decidi cosa farne.

Non smettere di proporti.

Da proposta bocciata a proposta più efficace.

Come gestire – senza bruciori di stomaco – una persona aggressiva sul lavoro

persona aggressiva
La persona aggressiva è concentrata soprattutto sui propri bisogni, sulle proprie urgenze, sul proprio punto di vista.

Se ha bisogno di qualcosa, può diventare asfissiante.

Una mail. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

“Allora?”
“Perché non rispondi?”
“Quanto ci vuole?”

Ti incalza, ti interrompe, alza il tono, pretende dettagli. Lascia poco spazio e cerca continuamente di portare la conversazione sul terreno che preferisce: quello dello scontro.

Se apprezza qualcosa, difficilmente te lo fa vedere.

Se invece qualcosa non va come vuole, te ne accorgi immediatamente.

E se pensa di avere ragione, può diventare ancora più difficile da gestire: sarcasmo, battute, critiche, svalutazioni.

Quando finalmente la conversazione finisce, ti senti prosciugato.

Ti suona familiare?

Il problema non è soltanto la sua aggressività. È quello che provoca in te.

Di fronte a una persona aggressiva la reazione più naturale è difendersi.

Ti irrigidisci.
Ti senti attaccato.
Provi risentimento.

Oppure passi direttamente al contrattacco.

E così finisci esattamente dove l’altra persona ti sta portando: dentro lo scontro.

Con un collega puoi forse evitare la discussione, prendere le distanze o limitare i contatti.

Ma cosa succede se quella persona è il tuo capo? Un cliente importante? Un collaboratore con cui devi continuare a lavorare?

Non puoi sempre andartene.
Devi imparare a gestire la situazione.

Non entrare nel gioco dell’aggressività

La tentazione è forte.

Vuoi dimostrare che hai ragione.
Spiegare meglio.
Correggere ogni affermazione.
Rispondere alla provocazione.
Rimettere l’altro al suo posto.

Ma più cerchi di vincere lo scontro, più rischi di alimentarlo.

Non significa subire.

Significa capire che calma e fermezza possono essere molto più efficaci del contrattacco.

Hai spiegato la tua posizione?
L’hai ripetuta con chiarezza?

Bene.

Non devi necessariamente aggiungere altre dieci spiegazioni solo perché l’altra persona continua a incalzarti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Ascolta fino alla fine prima di rispondere

Con una persona aggressiva può essere particolarmente difficile.

Mentre parla, senti già salire la risposta. Vorresti interrompere, correggere, precisare.

Aspetta.

Ascoltare non significa darle ragione.

Significa cercare di capire che cosa c’è realmente dietro l’aggressività: un problema concreto? Un’urgenza? Un malinteso? Una richiesta legittima espressa nel modo peggiore?

A volte lasciare che la persona finisca di parlare permette già di abbassare la tensione.

Solo dopo puoi riportare la conversazione sui fatti.

Cerca il punto su cui puoi concordare

Anche dentro una comunicazione aggressiva può esserci qualcosa di corretto.

  • “Capisco che questa consegna sia urgente.”
  • “Su questo punto hai ragione: il ritardo c’è stato.”
  • “Comprendo che tu abbia bisogno di una risposta entro oggi.”

Riconoscere una parte ragionevole della richiesta non significa cedere su tutto.

Significa togliere carburante allo scontro.

Poi puoi chiarire dove non sei d’accordo, spiegare ciò che è possibile fare e proporre una soluzione.

Non giustificarti all’infinito

Quando qualcuno ci attacca, spesso cominciamo a spiegare troppo.

Una spiegazione ne richiama un’altra.
Poi una precisazione.
Poi un’altra ancora.

Più parli, più offri materiale per continuare la discussione.

Spiega quello che serve.
Chiarisci eventuali malintesi.
Rispondi sui fatti.

Poi fermati.

Non sei obbligato a convincere l’altra persona della bontà di ogni tua scelta.


Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza

Rimani calmo, ma non diventare passivo

Questo è il passaggio più delicato.

Mantenere la calma non significa abbassare la testa.

Essere cortese non significa accettare qualsiasi comportamento.

Puoi essere fermo senza diventare aggressivo.

  • “Ti ascolto, ma preferisco continuare la conversazione senza alzare la voce.”
  • “Capisco che tu sia contrariato. Vediamo però cosa possiamo fare concretamente.”
  • “Su questo punto non sono d’accordo. Ti spiego perché.”

La vera difficoltà è proprio questa: non lasciare che sia il tono dell’altro a scegliere il tuo tono.

Non comportarti allo stesso modo

La persona aggressiva può aspettarsi una reazione.

Un attacco.
Un insulto.
Un tono ancora più alto.
Una risposta impulsiva.

Se gliela offri, la conversazione può trasformarsi rapidamente in una gara a chi colpisce più forte.

E a quel punto il problema iniziale passa in secondo piano.

Non perdere il controllo della tua comunicazione solo perché l’altro ha perso il controllo della sua.

Gestire una persona aggressiva non significa riuscire a cambiarla

Questo forse è il punto più importante.

Puoi ascoltare meglio.
Essere più fermo.
Non reagire alle provocazioni.
Chiarire i fatti.
Stabilire dei limiti.

Ma non hai il potere di trasformare una persona aggressiva in una persona ragionevole.

Hai però il potere di decidere come stare dentro quella relazione.

Ed è una differenza enorme.

Perché l’obiettivo non è uscire dalla conversazione pensando:

  • “Gli ho fatto vedere io.”

È uscirne senza aver perso lucidità, autorevolezza e – possibilmente – senza quel famoso bruciore di stomaco.

E prima di chiudere, una domanda un po’ più scomoda.

Siamo molto bravi a riconoscere l’aggressività degli altri.

Siamo altrettanto bravi a riconoscere la nostra?

A volte interrompiamo, incalziamo, alziamo il tono o svalutiamo senza renderci conto dell’effetto che produciamo.

Prima di chiederti soltanto come gestire la persona aggressiva, quindi, vale la pena chiederti anche:

come reagiscono gli altri quando parlano con me?

14 azioni scomode che portano disagio ma anche successo e felicità – 1

successo e felicità

Non sarebbe fantastico se la strada per successo e felicità fosse facile e in discesa?
Certo … peccato che non è così!

La realtà è che avrai successo solo quando ti costringerai a “uscire allo scoperto” e fare cose che non vorresti necessariamente fare.

Uscire dalla nostra zona di comfort è fondamentale per raggiungere successo e felicità

Spesso non agiamo fino a quando non avvertiamo una sorta di disagio o incertezza.
Un’urgenza.

Uscire dalla nostra zona di comfort è vitale per il nostro successo, ma anche per il nostro benessere e la nostra capacità di crescere come individui.

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Ecco 14 cose poco confortevoli che ti creano disagio, ma ti aiuteranno (e non poco) a raggiungere successo e felicità, che così tanto desideri:

1. Chiedere

Non avrai il successo professionale che meriti perché non riesci a chiedere.

Se desideri un aumento, un supporto, quel progetto così interessante,
una promozione … dichiaralo.

Se vuoi fare un salto di responsabilità … chiedilo.
Se non lo fai tu, qualcun altro lo farà al posto tuo.
Stanne certo.

Se hai paura del rifiuto … chiedere, ti crea disagio!

Chiedere, richiede un po’ di coraggio perché ti trovi di fronte alla possibilità di essere respinto, ma ricorda che … la risposta alle domande che non hai mai fatto,
sarà sempre NO.

2. Dire NO

NO è una parola “potente”.

Conosci un’altra parola così breve ma così influente … con sole due lettere,
si rischia di bruciare rapporti, disperdere opportunità e sabotare carriere.

Per il disagio o la paura di dire NO, diciamo SI:
SI a quel nuovo impegno, SI a più responsabilità, SI a quel progetto che ci farà tornare a casa alle 9 tutte le sera.

Dire NO a nuove richieste, aiuta a onorare i tuoi impegni e ti dà l’opportunità di soddisfarli in modo adeguato.
Ti porterà più successo e felicità.

Quando impari a dire NO,
liberi tempo ed energia per le cose che contano di più nella tua vita.

 


 

3. Imparare da un feedback negativo

A un certo punto del nostro percorso professionale, prima o poi, riceviamo tutti (inevitabilmente) un feedback negativo da parte del capo, dai collaboratori o dai clienti.

Ecco un’occasione (poco gradevole) per lavorare meglio e spingerci a un livello successivo.

Il feedback sviluppa umiltà e autocoscienza. Sfida il perfezionismo.

Ti chiedo:
Sei disposto a imparare dai feedback?
Sei disposto a crescere e affrontare la situazione?

Se la tua risposta è NO, sappi che continuerai a giustificarti, difenderti, arrabbiarti e poi …
ciò che non accetti (nella vita) ricomparirà di nuovo e ancora finché non avrai imparato la “lezione”.

4. Ammettere gli errori

Consideri l’ammissione di colpa come una debolezza?
Conosci qualcosa di più disagevole di ammettere un proprio errore?

“Chi lavora sbaglia, chi non fa nulla,
non può sbagliare”
.

Dobbiamo assumerci la responsabilità.
Comprendere i nostri successi e i nostri fallimenti.

Imparare ad ammettere gli errori ti aiuterà a guadagnare rispetto, dare l’esempio e costruire una cultura di fiducia.

L’errore è una parte essenziale del processo di esplorazione,
scoperta e innovazione.

Se non sbagli, resti attaccato agli approcci del passato.
Non puoi imparare, evolvere e crescere.

Se le tue azioni non saranno piene di curiosità ed esplorazione,
perché hai tanta paura di sbagliare difficilmente diventeranno incisive.

5. Parlare in pubblico

Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

Non sono poche le persone che hanno paura di parlare davanti gli altri (anche poche persone, il team, il cliente, ecc…), che si sentono ansiose, nervose, “non abbastanza” e ne sono talmente terrorizzate da “annegare” in un mare di dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

Non c’è molto da aggiungere. Se anche tu hai questi timori.
Sai di cosa sto parlando.

Parlare in pubblico, infatti, non è solo un dono, ma un’abilità che si impara, basta qualche tecnica ma tanto tanto esercizio.

Se stai parlando di fronte a 5 o 5000 persone, diventare un oratore pubblico migliore può essere un enorme vantaggio per il tuo successo professionale. Warren Buffett dice che aumenterà il successo della tua carriera del 50%.

6. Superare la procrastinazione

Quando il gioco si fa duro, spesso può essere facile rimandare fino a domani, ancora domani, poi domani e il giorno successivo e poi quello ancora …

Siamo esperti della procrastinazione, amanti del rimandare,
artisti del posticipare.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Mentiamo a noi stessi, rimandiamo impegni e responsabilità, ci distraiamo con qualsiasi attività (anche se inutile), continuando a lamentarci per non essere riusciti a raggiungere i nostri obiettivi.

Le scuse per non fare diventano facilmente abitudini e non riusciamo a sostituire pigrizia e inerzia con energia e azione.

Passa all’azione con la giusta umiltà e determinazione e vedrai che troverai solo soluzioni e …
nessuna scusa ti potrà più fermare!

7. Svegliarsi presto

La ricerca accademica afferma che alzarsi presto aumenta la “capacità di agire per cambiare una situazione a proprio vantaggio”.

Sono tante le persone di successo, da Bill Gates a Mark Zuckerberg, che indicano nelle loro rigorose abitudini mattutine la chiave del loro successo.

Impostare la sveglia per prima del solito è un modo sicuro per uscire dalla tua zona di comfort (e provocare qualche imprecazione mattutina… comprese le mie delle 05.30 – altro che successo e felicità!).

Tuttavia, ritagliarsi un po’ di tempo in più a inizio giornata …
ne vale davvero la pena!

Ti darà l’opportunità di prepararti mentalmente, fare una colazione nutriente o semplicemente prendere qualche minuto per qualcosa che ti piace.

Continua a leggere la parte 2.

Cambiare vita e lavoro: spesso proprio chi è più vicino non dà supporto

cambiare vita e lavoro
Non so se ti è mai successo.

Confidi a una persona vicina — compagno, compagna, amico, collega, sorella, madre — la tua intenzione di cambiare vita o lavoro.

Vuoi accettare una nuova opportunità.
Lanciarti in un progetto.
Proporti per uno scatto di responsabilità.

Lasciare un lavoro sicuro per provare finalmente qualcosa che senti più tuo.

Ti aspetti interesse.
Magari qualche domanda.
Un po’ di incoraggiamento.

E invece arrivano silenzi, sguardi perplessi, frasi di circostanza:

“Sei proprio sicuro?”
“Io ci penserei bene…”
“Con i tempi che corrono…”

Ti aspettavi più sostegno.

E quando il supporto non arriva proprio dalle persone più vicine, può fare molto più male di quanto vorremmo ammettere.

Senza sostegno, i dubbi diventano più rumorosi

Cambiare lavoro è già difficile quando sei convinto.

Figuriamoci quando hai dubbi, paure e domande che continuano a girarti nella testa.

Se poi guardandoti attorno non trovi sostegno, quelle paure possono diventare ancora più grandi. Cominci a chiederti se stai sbagliando, se stai rischiando troppo, se gli altri stanno vedendo qualcosa che tu non riesci a vedere.

Potrei dirti:

“Non preoccuparti. Non importa cosa pensano gli altri.”

Ma sarebbe troppo facile.

Quello che pensano le persone importanti per noi conta.

Il punto non è fingere che il loro giudizio non ci tocchi. È capire che cosa c’è realmente dietro la loro mancanza di sostegno.

Perché non sempre significa che non credono in te.

C’è chi è sinceramente preoccupato per te

Può avere paura che tu fallisca.

Che lasci una posizione sicura per ritrovarti senza niente. Che la delusione sia troppo forte. Che tu perda soldi, sicurezza o fiducia in te stesso.

Non necessariamente vuole fermarti.

Forse sta cercando di proteggerti.

Solo che lo fa nel modo peggiore: trasformando la propria preoccupazione nel tuo dubbio.

C’è chi teme che il tuo cambiamento cambi anche la sua vita

Una promozione potrebbe significare più responsabilità.

Più ore in ufficio.
Più viaggi.
Meno tempo insieme.

Una nuova attività potrebbe significare investimenti, mesi complicati, meno sicurezza economica.

Il cambiamento è tuo, ma le sue conseguenze potrebbero riguardare anche chi ti sta accanto.

E allora quella persona potrebbe non essere contraria alla tua crescita. Potrebbe semplicemente essere preoccupata per ciò che la tua crescita cambierà nella sua vita.

C’è chi riversa su di te le proprie paure

Tu dici:

“Vorrei provare.”

L’altra persona sente:

“Io non avrei mai il coraggio di farlo.”

E senza rendersene conto comincia a spiegarti perché non funzionerà.

Le persone possono proiettare su di noi le proprie insicurezze, esperienze e convinzioni.

Quello che per te è una possibilità, per loro può sembrare un pericolo.

Ma la loro paura non è necessariamente la tua.

C’è chi semplicemente non crede nel tuo progetto

Può succedere.

Forse non ha mai creduto davvero che saresti riuscito a fare quel salto.
Forse pensa che tu stia sopravvalutando le tue capacità.

Oppure non comprende ciò che vuoi fare e, non comprendendolo, lo considera poco realistico.

Fa male soprattutto quando questo giudizio arriva da qualcuno di importante.

Ma anche qui occorre distinguere.

Il fatto che qualcuno non creda nel tuo progetto non dimostra che il progetto sia sbagliato.

Dimostra soltanto che quella persona non ci crede.

E poi c’è chi vede davvero qualcosa che tu non stai vedendo

Ed è proprio qui che le cose diventano più interessanti.

Quando siamo entusiasti di un cambiamento, possiamo diventare selettivi.

Vediamo le opportunità e minimizziamo i rischi. Cerchiamo conferme e diventiamo insofferenti verso chi solleva dubbi.

Per questo, se vuoi cambiare vita o lavoro, non circondarti soltanto di persone che ti dicono quello che vuoi sentirti dire.

Ascolta anche gli scettici.

Potrebbero vedere criticità che il tuo entusiasmo non ti permette di vedere.

Un investimento troppo alto.
Un settore che conosci poco.
Una posizione meno interessante di quanto sembri.
Una conseguenza familiare che stai sottovalutando.

Avere qualche dubbio non significa essere deboli.

Può significare che stai prendendo sul serio la decisione.

Il problema non è ascoltare gli altri. È consegnare loro la decisione

Quando sentiamo di voler cambiare qualcosa, rischiamo due estremi.

Il primo è permettere alle paure degli altri di diventare le nostre e rinunciare prima ancora di aver verificato se il progetto sia possibile.

Il secondo è fare esattamente il contrario: andare avanti a tutti i costi soltanto per dimostrare che gli altri avevano torto.

Anche questa è una trappola.

Dimostrare che ce l’hai fatta nonostante tutti può essere gratificante.

Ma costruire una scelta professionale per riscattarti, vendicarti o poter dire un giorno “Avete visto?” significa ancora lasciare agli altri troppo potere.

Prima decidevano loro perché ti fermavi.

Adesso decidono ancora loro perché vuoi andare avanti.


Cambiare lavoro è una scelta importante — e va preparata bene.

Questo breve percorso di coaching mette le basi per chiarire cosa vuoi davvero e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

Cambiare vita o lavoro resta una decisione tua

Ascolta chi ti vuole bene.
Ascolta anche chi dubita.

Cerca di capire se dietro quel dubbio esiste qualcosa di concreto che non avevi considerato.

Ma poi torna alla tua domanda.

Tu perché vuoi cambiare?

Non perché devi dimostrare qualcosa.
Non perché qualcuno ti incoraggia.

E neppure perché qualcuno cerca di fermarti.

Le tue aspirazioni appartengono a te.

Le persone vicine possono aiutarti a vedere meglio la strada. Possono metterti in guardia. Possono sostenerti oppure deluderti.

Ma non possono percorrerla al posto tuo.

Forse diventare adulti nelle proprie scelte professionali significa anche questo:

imparare ad ascoltare gli altri senza lasciare che siano gli altri a decidere chi devi diventare.

Vuoi fare carriera? Fatti avanti .. se non lo fai, qualcuno lo farà al posto tuo

come farsi notare sul lavoro
Vuoi più responsabilità?
Una promozione?
Un progetto più importante?

In un mondo ideale basterebbe lavorare bene.

Il tuo capo vedrebbe l’impegno, riconoscerebbe le tue capacità e, al momento opportuno, arriverebbe con la proposta che aspettavi.

A volte succede.
Altre volte no.

Non necessariamente perché il tuo capo non ti considera o l’azienda non riconosce il tuo valore.

Potrebbe esserci una spiegazione molto più semplice: sei bravo nel tuo lavoro, ma non hai mai fatto capire chiaramente dove vorresti andare.

E allora? Come farsi notare sul lavoro …

Competenza e ambizione sono due cose diverse

Non sono poche le persone che mi contattano lamentando di non essere state considerate per una promozione o un salto di responsabilità.

Sono professionisti competenti.
Lavorano bene.
Hanno esperienza.

Eppure, quando chiedo:

“Hai mai detto chiaramente al tuo capo che vorresti crescere?”

la risposta diventa meno netta.

“Beh… dovrebbe saperlo.”
“Pensavo fosse evidente.”
“Dopo tutti questi anni…”

Ma essere competenti e desiderare una crescita professionale sono due informazioni diverse.

Puoi aspettare che qualcuno riconosca il tuo valore. Non puoi pretendere che riconosca anche le tue ambizioni se non le hai mai dichiarate.

Il problema non è soltanto chiedere. È rischiare la risposta

Perché allora facciamo così fatica a farci avanti?

Perché chiedere significa esporsi.

  • Se dici che vuoi una promozione, potresti scoprire che non sei ancora considerato pronto.
  • Se chiedi un aumento, potresti ricevere un NO.
  • Se ti proponi per un progetto importante, potrebbero scegliere qualcun altro.

Finché non chiedi puoi continuare a pensare:

“Se volessi, probabilmente potrei.”

È una posizione molto più comoda.

Non chiedere ti protegge dal rifiuto. Ma ti lascia anche nell’incertezza.

Farsi avanti non significa pretendere

Dichiarare le proprie ambizioni non significa entrare nell’ufficio del capo e reclamare una promozione.

Come farsi notare sul lavoro? Significa aprire una conversazione.

“Vorrei assumermi maggiori responsabilità. Cosa dovrei migliorare per essere considerato?”

Oppure:

“Quel progetto mi interessa. Penso di poter dare un contributo e vorrei essere coinvolto.”

La differenza è importante.

Non stai dicendo “Me lo merito”.

Stai dicendo “Questa è la direzione in cui vorrei andare. Cosa serve per arrivarci?”

Anche un NO può essere utile alla tua carriera

Naturalmente preferiresti sentirti dire sì.

Ma anche una risposta negativa può darti qualcosa che prima non avevi: un’informazione.

Forse devi sviluppare una competenza.
Forse hai bisogno di maggiore esperienza.
Forse il tuo capo ha una percezione del tuo lavoro diversa dalla tua.

Oppure potresti scoprire qualcosa di ancora più importante: nell’azienda in cui lavori, lo spazio di crescita che desideri semplicemente non c’è.

A quel punto il problema cambia.

Non devi più chiederti per mesi:

“Perché non mi considerano?”

Puoi iniziare a chiederti:

“Adesso che lo so, cosa voglio fare?”

Ed è una domanda molto più utile.

La tua carriera non è completamente nelle tue mani

Puoi lavorare bene e non essere promosso.
Puoi essere preparato e vedere scegliere qualcun altro.

Puoi dichiarare le tue ambizioni e scoprire che l’azienda non può offrirti ciò che desideri.

Non controlli tutto.

Ma puoi decidere se restare in attesa oppure raccogliere le informazioni che ti servono per capire dove sei e quali possibilità hai davanti.

Forse il vero valore del farsi avanti è proprio questo.

Non serve soltanto a ottenere qualcosa. Serve a vedere più chiaramente la tua situazione professionale.

Poi puoi decidere.

Aspettare.
Migliorare.
Insistere.

Oppure guardare altrove.

Ma almeno non starai più costruendo la tua carriera sulle supposizioni.

Prima di cambiare tutto o restare per inerzia, prenditi uno spazio per fare chiarezza, senza pressioni.

Scopri il servizio dedicato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” a chi si sente bloccato nel proprio ruolo.

Raggiungere il successo professionale: meno social – più relazioni reali

raggiungere il successo professionale
Puoi avere centinaia di contatti su LinkedIn, follower su Instagram, persone che commentano quello che pubblichi.

Ma quante di queste persone ti conoscono davvero professionalmente?

Quante sanno come lavori, come affronti un problema, quanto sei affidabile, cosa puoi portare a un progetto o a un’azienda?

Quando parliamo di successo professionale, rischiamo di confondere due cose molto diverse:

avere una rete e avere delle relazioni.

I social facilitano i contatti. Non necessariamente le relazioni

La tecnologia ci permette di entrare in contatto con persone che probabilmente non avremmo mai conosciuto.

Ed è una grande opportunità.

Possiamo trovare informazioni, scoprire professionisti, mantenere rapporti a distanza, far conoscere il nostro lavoro.

Ma un contatto è soltanto l’inizio.

Coltivare una relazione richiede qualcosa di diverso: tempo, continuità, interesse, confronto.

Richiede anche quella parte meno comoda delle relazioni: ascoltare, esporsi, gestire incomprensioni, confrontarsi con opinioni diverse dalle nostre.

Un like richiede un secondo.

Il rischio è confondere visibilità e valore professionale

Essere molto visibili online può essere utile.

Ma la visibilità, da sola, non dice quanto sei competente, affidabile o piacevole da avere accanto quando il lavoro diventa complicato.

Queste cose emergono soprattutto nel rapporto con gli altri.

Nel modo in cui mantieni una promessa.
Come reagisci quando qualcosa va storto.

Nella disponibilità che dimostri.
Nella qualità di una conversazione.
Nel modo in cui affronti un disaccordo.

Sono questi piccoli comportamenti ripetuti nel tempo a costruire una reputazione professionale.

Raggiungere il successo professionale.

Le relazioni reali allenano competenze che online puoi evitare

Nel mondo digitale è relativamente facile scegliere con chi parlare, quando rispondere e quando interrompere una conversazione.

Nel lavoro non funziona così.

Devi confrontarti anche con il collega che non la pensa come te, con il cliente difficile, con il capo che ti mette sotto pressione, con il collaboratore che ha bisogno di una spiegazione in più.

Non puoi sempre chiudere la conversazione o passare oltre.

Ed è proprio dentro queste situazioni che sviluppi capacità fondamentali: ascolto, negoziazione, assertività, gestione del conflitto, empatia.

Le relazioni professionali non servono soltanto alla carriera. Ti allenano alla carriera.

Meno social non significa sparire dai social

Non credo che la soluzione sia demonizzare la tecnologia o abbandonare i social.

Sarebbe anche poco realistico.

Internet può essere uno straordinario punto di partenza per creare connessioni professionali.

Il problema nasce quando il mezzo diventa il traguardo.

Quando accumuliamo contatti ma non costruiamo rapporti.
Quando curiamo molto la nostra immagine e molto meno il modo in cui ci relazioniamo con le persone.

Quando pensiamo che essere conosciuti significhi automaticamente essere riconosciuti professionalmente.

Per raggiungere il successo professionale servono persone che ti conoscano davvero

Una relazione professionale può iniziare online.

Può nascere da un messaggio, da un commento, dal tuo sito web o da Instagram.

Ma poi deve succedere qualcosa.

Una conversazione.
Uno scambio.
Una collaborazione.

Un rapporto che nel tempo permetta all’altra persona di capire chi sei e come lavori.

Perché alla fine non conta soltanto quante persone riesci a raggiungere.

Conta quante, dopo averti conosciuto davvero, sono disposte a fidarsi di te.

E nel lavoro, la fiducia continua a valere molto più di un numero sullo schermo.

4 volte in cui l’impazienza può danneggiare la tua carriera professionale

per fare carriera
Ariana è impaziente. Vuole agire subito. Quando decide di fare qualcosa entra in azione senza indugio.

È veloce, determinata,
Impara in fretta.
Si adatta facilmente.
Non vuole perdere tempo.
Vuole arrivare al punto.

E questo, di per sé, non è un problema.

Anzi, il suo approccio mi piace.

Il problema è che, non ricevendo immediatamente una mia risposta alla richiesta di iniziare il percorso di coaching mi invia altre due mail nel giro di poche ore.

Quando ne parliamo durante le sessioni di coaching, sorride:

  • “Sono una rompiscatole, lo so. Al lavoro? Sì, spesso… anche con il gran capo.”

Non tutte le decisioni riguardano solo noi

Ariana si sente frustrata quando non riceve una risposta e tende a spingere le persone alla sua stessa velocità.

Ma nel lavoro non tutto dipende da noi.

Ci sono colleghi, collaboratori, clienti, responsabili. Persone con priorità, tempi ed esigenze diverse dalle nostre.

Per fare carriera Ariana non deve diventare più lenta. Deve semplicemente prendere maggiore consapevolezza degli altri.

L’impazienza può essere una grande spinta.
Ma ci sono momenti in cui può diventare un ostacolo.

Ecco quattro situazioni in cui rischia di danneggiare la tua carriera professionale.

1. Vuoi salire nella gerarchia ma non sei ancora pronto

Vuoi quella promozione.
Più responsabilità.
Una posizione di leadership.

Bene.

La determinazione è indispensabile per fare carriera.

Ma desiderare fortemente qualcosa non significa necessariamente essere già pronti per ottenerla.

Sai gestire la pressione?
Le frustrazioni?
Le attese?
Un collaboratore difficile?
Una decisione impopolare?

Prima di chiederti “Perché non mi promuovono?”, potrebbe essere più utile chiederti:

“Che cosa mi manca ancora per essere pronto?”

A volte aspettare non significa rinunciare. Significa utilizzare il tempo per prepararsi meglio.

2. L’impazienza ti rende aggressivo invece che assertivo

Hai mandato una mail e non hai ricevuto risposta.

Ne mandi un’altra.
Poi un’altra ancora.

Ogni volta il tono diventa più pressante perché vuoi una risposta. Adesso.

Ma a nessuno piace essere messo sotto pressione.

Quando l’impazienza prende il sopravvento, rischi di apparire completamente concentrato sui tuoi bisogni e poco attento ai tempi e alle esigenze degli altri.

Con i colleghi puoi generare irritazione e distanza. Con i collaboratori (se sei un team leader), puoi alimentare risentimento e comportamenti difensivi.

Essere determinati non significa incalzare continuamente le persone.

Assertività e aggressività non sono la stessa cosa.

3. Ti aspetti grandi risultati troppo velocemente

Il successo professionale raramente arriva in una notte.

Una carriera si costruisce attraverso risultati, errori, tentativi, relazioni e competenze sviluppate nel tempo.

L’impazienza, invece, vuole tutto subito.

E quando i risultati non arrivano abbastanza velocemente, cominciano la frustrazione e il dubbio:

“Forse non ne vale la pena.”
“Non sta funzionando.”
“Lascio perdere.”

È proprio qui che molte persone mollano troppo presto.

Quando trovi difficoltà e ostacoli, non sempre devi cambiare strada.

A volte devi semplicemente continuare abbastanza a lungo per vedere i risultati.

4. La fretta di arrivare ti fa dimenticare gli altri

Quando sei intelligente e capace, è facile pensare di poter andare più velocemente degli altri.

Le persone più lente diventano un ostacolo. Le riunioni una perdita di tempo. Le domande una scocciatura.

Ma la carriera non è una corsa individuale.

I rapporti professionali contano. Molto.

Puoi essere competente, ambizioso e veloce, ma se le persone con cui lavori si sentono continuamente pressate, ignorate o utilizzate soltanto per raggiungere i tuoi obiettivi, prima o poi ne pagherai il prezzo.

Prima di accelerare ancora, chiediti:

  • “Sto portando con me le persone oppure le sto semplicemente spingendo?”


Hai deciso di cambiare lavoro , ma non vuoi farlo alla cieca?

In poche sessioni analizziamo motivazioni, possibilità e strategie per scegliere con consapevolezza.

Scopri il percorso dedicato.

L’impazienza non è necessariamente un difetto

L’impazienza ha anche un lato estremamente positivo.

È energia, ambizione, reattività, voglia di fare.

Ti impedisce di accomodarti. Ti porta a mettere in discussione procedure lente e sistemi inefficienti. Ti spinge a cercare soluzioni e a muoverti quando altri rimangono immobili.

Non devi quindi eliminare la tua impazienza.
Devi imparare a governarla.

Quando senti che tutto sta andando troppo lentamente, concentrati soprattutto su ciò che puoi fare tu, invece di pretendere che siano gli altri ad accelerare.

Continua a muoverti.
Preparati.
Migliora.
Proponi.
Costruisci relazioni.

Perché l’impazienza, se ben canalizzata, può diventare una straordinaria energia produttiva.

Se invece pretende che tutto e tutti vadano alla tua velocità, può diventare proprio ciò che rallenta la tua carriera.

Come fare carriera? Vestiti come se dovessi chiedere una promozione. Ogni giorno.

come fare carriera
Come fare carriera?

Naturalmente servono competenza, risultati, affidabilità. Ma c’è un aspetto molto più semplice che spesso sottovalutiamo: il modo in cui ci presentiamo al lavoro.

Può sembrare superficiale. In parte, forse, lo è.

Eppure collaboratori, colleghi, clienti e responsabili si fanno inevitabilmente un’impressione anche attraverso il nostro aspetto.

Puoi desiderare di essere notato per la tua intelligenza, esperienza e capacità. Giustamente.

Ma un abbigliamento trascurato o poco adatto al contesto rischia di comunicare qualcosa di te prima ancora che tu abbia avuto la possibilità di mostrare quanto vali.

Il modo in cui ti vesti dice qualcosa del tuo approccio al lavoro

Non significa presentarsi ogni mattina in giacca e cravatta.

Dipende dal lavoro, dall’azienda, dal ruolo, dall’ambiente. Quello che è perfettamente adeguato in un contesto può risultare fuori luogo in un altro.

Il punto non è essere eleganti.

Il punto è essere appropriati e curati.

Un aspetto professionale comunica attenzione, consapevolezza del contesto e capacità di rappresentare adeguatamente il proprio ruolo.

Al contrario, scarpe sporche, abiti stropicciati o un’immagine evidentemente trascurata possono trasmettere disinteresse.

Magari non è vero.

Ma quando si parla di immagine professionale conta anche ciò che gli altri percepiscono.

Se non gestisci la tua immagine, gli altri la interpreteranno

Non possiamo controllare completamente quello che gli altri pensano di noi.

Possiamo però evitare di lasciare tutto al caso.

Non servono regole complicate. Una buona indicazione può essere quella di evitare gli eccessi: troppo appariscente, troppo informale, troppo elegante, troppo trasandato rispetto all’ambiente in cui lavori.

Osserva anche chi ricopre il ruolo a cui aspiri.

Non per copiarlo.

Piuttosto per comprendere quali codici, anche non scritti, caratterizzano quel livello professionale.

Non rinunciare alla tua personalità

Curare la propria immagine non significa indossare una divisa o diventare qualcun altro.

Puoi mantenere colori, dettagli, accessori e uno stile personale.

Anzi, è proprio quando ti senti a tuo agio che l’abbigliamento smette di essere qualcosa che “indossi” e diventa coerente con il modo in cui ti presenti.

La domanda quindi non è:

  • “Sono abbastanza elegante?”

Piuttosto:

  • “L’immagine che sto trasmettendo è coerente con il professionista che voglio essere?”

Vestiti come se dovessi chiedere una promozione

Immagina di sapere che oggi avrai un incontro importante con il tuo responsabile.

Devi presentare un progetto.
Parlare del tuo futuro.
Chiedere maggiori responsabilità o una promozione.

Probabilmente quella mattina dedicheresti qualche attenzione in più al modo in cui ti presenti.

Ecco il punto.

Perché aspettare quell’incontro?

Non significa vestirsi ogni giorno come per un colloquio di lavoro. Significa presentarsi con la stessa cura e consapevolezza che avresti quando sai che la tua immagine conta.

Perché conta anche negli altri giorni.

Il look non farà carriera al posto tuo

Puoi essere vestito impeccabilmente, ma se non prendi responsabilità, non porti risultati e non dimostri competenza, nessun abito potrà compensarlo.

Ma vale anche il contrario.

Se hai capacità e ambizione, non lasciare che un’immagine trascurata racconti una storia diversa da quella professionale che stai costruendo.

Come fare carriera? Vestiti per il ruolo che hai.

Ma ogni tanto chiediti anche se stai già comunicando qualcosa del ruolo che vorresti avere.

Il nuovo lavoro è diverso da come immaginato. E adesso? – 2

il nuovo lavoro

Leggi anche la parte 1.

Durante l’incontro renditi disponibile

Offri suggerimenti, chiedi idee al tuo capo/a. Lavora per risolvere il problema.

Ringrazia la persona per il suo tempo e la sua disponibilità.
Se necessario, organizza una riunione di follow-up per assicurarti che le cose siano davvero sistemate.

Se l’azienda, il titolare, il capo è ricettivo hai buone possibilità di salvare il nuovo lavoro.

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Se l’incontro scappa via veloce e “distratto”

Se l’incontro è sbrigativo e non c’è alcun interesse ad allineare la tua posizione, l’unica alternativa è quella di ricercare un nuovo lavoro.
Affidarsi alla speranza che con il tempo le cose cambino, raramente si rileva positivo.

Fai sapere che hai apprezzato l’opportunità, ma dal momento che il lavoro non è per nulla in linea con quello stabilito, è meglio per tutti separarsi.

Se ritieni che il datore di lavoro ti abbia intenzionalmente ingannato o abbia violato il tuo contratto,
potresti valutare anche la possibilità delle vie legali (prima di lanciarti è sensato informarsi bene).

Come evitare una situazione simile in futuro

Prima del colloquio, esplora Linkedin o altri social per vedere se conosci le persone che lavorano in quell’azienda, in modo da capire meglio il ruolo e la cultura aziendale.

La maggior parte di noi vede i colloqui di lavoro come un momento dove sarà valutata dall’azienda,
raramente sfruttiamo l’occasione contraria: porre domande mirate al potenziale datore di lavoro per capire dove-stiamo-andando.

 


 

Fai domande “intelligenti”:
“Qual è la mia priorità per questo ruolo? Che cosa avrei bisogno per avere successo?”
“Mi potrebbe descrivere una tipica giornata o settimana di lavoro?”
“Perché la posizione è disponibile?”
“Si tratta di un nuovo ruolo? Ci sono risorse interne che lo supportano?”
“Il ruolo è disponibile perché qualcuno se n’è andato? Ah si! Da quanto tempo quella persona era lì?”

Se si evidenzia che le persone “durano” poco e c’è un turnover preoccupante, è probabile che (anche tu) non durerai a lungo.

 
IN DIFFICOLTÀ SUL LAVORO? > confrontati con il coach professionista
 

E adesso? Cercare il nuovo lavoro

La soluzione ottimale sarebbe lasciare il nuovo lavoro, appena ne hai trovato un altro.
Se l’ambiente è davvero troppo tossico, dovresti essere in grado di andartene senza dare alcun preavviso (assicurati di essere in linea con le leggi sul lavoro).

Fai del tuo meglio per mantenere un rapporto professionale e cordiale fino in fondo (anche se non lo meritano).
Non bruciare tutti i ponti.

È il mondo del lavoro.. può capitare!

Se hai rifiutato un’altra offerta per accettare questo nuovo lavoro, forse potresti essere in grado di recuperare quell’opportunità. Prova a ricontattare l’azienda per chiedere se la posizione è ancora disponibile.

Sicuramente ti chiederanno il motivo perché stai cercando un nuovo lavoro così presto.

Una risposta semplice e concisa potrebbe essere:
“Purtroppo prima di accettare la mia posizione attuale non ho avuto il tempo necessario per informarmi bene sulla cultura dell’azienda.
Mi sono reso conto che questo ruolo non è adatto a me e sto cercando opportunità con aziende che valorizzano la collaborazione tra dipendenti.
Ecco perché sono così entusiasta di essere qui per questa intervista di lavoro.”

Non includere il datore-di-lavoro-flop sul tuo CV.
Generalmente brevi lacune vengono ignorate; devi comunque essere pronto a spiegare, se te lo chiedono.

In definitiva,
un nuovo lavoro può essere entusiasmante ed eccitante, pieno di insidie e stancante, ma anche snervante e … sconfortante.

Non biasimarti. È il mondo del lavoro.
Può capitare.
Ogni esperienza, buona o cattiva, è un’opportunità per imparare e crescere.

Il nuovo lavoro è diverso da come immaginato. E adesso? – 1

il nuovo lavoro

Pensavi di essere stato assunto per gestire le iniziative di social marketing della tua nuova azienda,
invece ti hanno piazzato in mano un telefono, un elenco lunghissimo di persone da chiamare (a freddo) per piazzare quel prodotto o servizio (in cui tra l’altro non credi neanche).

Devi lavorare troppe ore in più,
oppure nessuno ti dice cosa-e-come devi fare il tuo nuovo lavoro.
In definitiva, questo non è sicuramente il ruolo per cui hai superato (e vinto) le selezioni!
E adesso?

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Il nuovo lavoro è un flop. Lasciare o resistere?

Che fare?
Mollare? E se poi non trovi niente-di-buono?
Restare? Con rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Il Mercato del Lavoro è-quello-che-è,
non ci si può uscirne a piacimento … e nessuno vuole passare per lo stress di una nuova ricerca di lavoro.
Ancora una volta.

Per il momento prova a mettere da parte le tue emozioni.
Riflettiamo insieme su come vedere uno spiraglio di luce in questo tunnel che sembra così buio e spaventoso:

1. Fermati a riflettere

Tutti crediamo di essere nel giusto.
Anche tu.

 


 

È il momento di fermarti e porti alcune domande che probabilmente non vorresti farti:
Stai contribuendo anche tu, anche in parte, a questa situazione?
Stai esagerando?
Hai peccato di superficialità?
È solo un errore di comunicazione che può essere sistemato?
Il nuovo lavoro ti ha talmente inebriato da non capire che era tutto un fake?

Se le cose non stanno andando affatto come avevi immaginato,
resisti all’impulso (almeno per il momento) di mollare tutto e iniziare una nuova ricerca di lavoro.

2. Ricorda l’eccitazione provata quando hai accettato il nuovo lavoro

A volte, le cose vanno fuori controllo e il livello di tolleranza scende a zero.
L’unica cosa che vorresti fare è inviare le tue dimissioni.

Se ci stai pensando … aspetta un momento!

Ricorda a te stesso l’entusiasmo di quando hai accettato questo ruolo, e quanto hai lottato per ottenere questo lavoro.

In questo preciso momento,
ci sono decine di migliaia di persone che stanno facendo lavori di m…., che odiano, perché non hanno avuto fortuna o le loro condizioni finanziarie le hanno trascinate in questa situazione.

 
IN DIFFICOLTÀ SUL LAVORO? > confrontati con il coach professionista
 

3. Parla con il tuo capo, HR, il titolare

La comunicazione è fondamentale.

Chiedi un appuntamento

Lo scopo di questo incontro non è quello di sbraitare accusando ma piuttosto di coinvolgere la persona in una conversazione professionale (sincera e produttiva) dove poter mostrare le tue ragioni e trovare la soluzione migliore (per tutti).

Non stare sulla difensiva

Ascolta. Non discuterne con gli altri colleghi di lavoro.
Non danneggiare il rapporto con uno scontro astioso.
Almeno non ancora.

Prepara i punti di discussione

Inizia spiegando che la tua intenzione è di ottenere una migliore comprensione del tuo ruolo,
poiché hai avuto “l’impressione” che le attuali mansioni siano diverse da quelle concordate.

Decidi cosa vuoi dire e come vuoi dirlo

Riprendi l’annuncio di lavoro con la descrizione del tuo ruolo,
rimarca ciò che è stato discusso durante le tue interviste e fai un elenco di ciò che stai facendo di specifico quotidianamente.

Presenta il problema in modo costruttivo e assertivo

Resta ai fatti. Lascia da parte i tuoi giudizi personali.

Cerca di essere il più specifico possibile e porta esempi concreti.

Poni domande

Apri un dialogo …

“Sono qui da poche settimane e non è quello che mi aspettavo, possiamo parlare di quali sono le mie responsabilità e di come possiamo modificarle per essere in linea con quanto concordato?”

“In fase di colloquio, abbiamo discusso della nuova strategia di vendita e ho avuto l’impressione che dovessi essere io a gestire i clienti di quel settore. Quando comincerò a farlo?”

Nell’ultimo colloquio, abbiamo concordato che sarei stato responsabile di …………………………, ma non per la ………………….. Da quando lavoro con voi, mi è stato chiesto invece di concentrarmi su ……………
È cambiato qualcosa?”

Continua a leggere la parte 2.

Comunicazione sul lavoro: il pericolo sottovalutato di parole come FORSE e MA

comunicazione sul lavoro
Non vuoi dire NO, ma anche SI ti gratta in gola.

Allora ti esce un rassicurante FORSE. Ti permette di prendere tempo, non esporti troppo, lasciare aperta una porta.

Il problema è che, nella comunicazione sul lavoro, troppi FORSE possono creare più problemi di un NO detto con chiarezza.

Quando FORSE significa non prendere posizione

Non c’è niente di sbagliato nell’avere un dubbio. Ci sono decisioni che richiedono tempo, informazioni, valutazioni.

Il problema nasce quando utilizzi FORSE per evitare di scegliere. Per non deludere qualcuno. Per non assumerti la responsabilità di un NO.

In questi casi il FORSE non chiarisce. Rimanda.

E mentre tu rimandi, gli altri aspettano.

Un collaboratore non sa se procedere. Un collega non può organizzarsi. Un progetto resta sospeso.

Se hai bisogno di tempo, meglio dirlo chiaramente:

“Devo verificare un paio di aspetti. Ti do una risposta entro domani.”

Non hai deciso, ma almeno hai dato una direzione e una scadenza.

Nella comunicazione sul lavoro la chiarezza vale più di un FORSE

Le attività importanti richiedono decisioni, concentrazione ed energia. Non puoi pianificare efficacemente se troppe questioni restano sospese.

Se sei bloccato su una decisione, chiediti:

Quale informazione mi manca per decidere?

Vai a cercarla.
Valutala.
Poi chiudi la questione.

Essere autorevoli non significa avere sempre una risposta immediata. Significa anche poter dire “Non lo so ancora” senza nascondersi dietro un FORSE indefinito.

E poi c’è un’altra piccola parola apparentemente innocua.

MA.

Attenzione a quello che metti dopo un MA

Il MA può funzionare come una spugnetta: rischia di cancellare, agli occhi di chi ascolta, tutto quello che hai detto prima.

“Il modo in cui hai gestito il reclamo è stato eccellente, MA devi dimostrare di aver compreso meglio le nostre procedure.”

Che cosa resta davvero al collaboratore?

Probabilmente non “hai gestito il reclamo in modo eccellente”. Resta soprattutto quello che arriva dopo.

Il rischio è che il riconoscimento iniziale sembri solo una premessa di cortesia prima della critica.

Prova a sostituire il MA con un punto

Non devi necessariamente trovare parole più sofisticate. A volte basta separare i due messaggi.

  • “Hai fatto un ottimo lavoro, MA c’è ancora tanto da fare.”

Diventa:

  • “Hai fatto un ottimo lavoro. C’è ancora tanto da fare.”

Oppure:

“Concordo con i risultati, MA la vedo in modo diverso.”

Diventa:

  • “Concordo con i risultati. La vedo in modo diverso.”

La differenza sembra minima.

Non lo è.

Nel primo caso una parte della frase tende a indebolire l’altra. Nel secondo, entrambe possono essere vere contemporaneamente.

Hai fatto un buon lavoro. E c’è ancora da migliorare.

Concordo con te su alcuni punti. E su altri ho una posizione diversa.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il MA può diventare anche una giustificazione

“L’avrei fatto, MA…”
“Avrei rispettato la scadenza, MA…”
“Sono d’accordo, MA…”

Naturalmente ci sono situazioni in cui spiegare le circostanze è necessario. Ma se il MA compare sistematicamente quando qualcosa non è andato come previsto, potrebbe essere diventato un modo per spostare la responsabilità altrove.

Più ci assumiamo la responsabilità delle nostre azioni, meno abbiamo bisogno di giustificarci.

FORSE e MA non sono parole da eliminare

Non devi cancellarle dal vocabolario.

Devi semplicemente accorgerti di come le utilizzi.

Un FORSE può esprimere un dubbio reale oppure nascondere la paura di decidere.

Un MA può collegare due pensieri oppure cancellare, senza volerlo, il riconoscimento che hai appena fatto.

Le parole sono piccole.

L’effetto che producono nella comunicazione sul lavoro, a volte, molto meno.