6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Un must di successo da applicare subito nel tuo nuovo posto di lavoro

nuovo posto di lavoro
Il giorno si sta avvicinando.
Tra poco inizierai un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma forse anche agitato, curioso, preoccupato.

Nei primi giorni avrai tante cose da capire: persone, ruoli, abitudini, procedure, regole scritte e non scritte.

E proprio perché avrai la testa piena di informazioni, c’è una piccola cosa che rischia di passare in secondo piano.

Imparare i nomi delle persone.

Può sembrare un dettaglio.

Non lo è.

Un must da applicare subito nel nuovo posto di lavoro?

Il mio cognome è Ferrarelli.

Ma negli anni mi hanno chiamato Ferrarelle, Peverelli, Ferareli.

Una volta mi hanno cercato dicendo:

“Non ricordo il nome… ma si chiama come quell’acqua famosa.”

Non mi scandalizzo.

Anch’io ho dimenticato, confuso e qualche volta storpiato il nome di qualcuno.

Per molto tempo ho pensato semplicemente:

“I nomi non sono il mio forte.”

Poi ho cambiato prospettiva.

Ho capito che imparare, ricordare e pronunciare correttamente il nome di una persona — soprattutto nel mio lavoro — non è soltanto una questione di educazione. È una questione di attenzione e professionalità.

Ricordare il nome di qualcuno significa comunicargli: ti ho visto, ti ho ascoltato, mi sono ricordato di te.

Ricordare il nome di una persona non è solo educazione

Nessuno si aspetta che alla fine del primo giorno tu conosca già il nome di tutti.

Ma vale la pena impararli il prima possibile.

Colleghi.
Collaboratori.
Clienti.
Fornitori.

Persone con cui avrai contatti frequenti.

Perché quando chiami qualcuno per nome, gli fai capire che non lo consideri semplicemente una funzione o un ruolo.

Non è “quello dell’amministrazione”.
Non è “la ragazza della reception”.
Non è “il nuovo collega”.

È una persona.

E il nome è una parte importante della sua identità.

Il nome è una piccola forma di riconoscimento

Quando utilizzi correttamente il nome di qualcuno, non stai facendo qualcosa di straordinario.

Stai facendo qualcosa di semplice.

Ma proprio per questo significativo.

In un nuovo ambiente di lavoro vuoi naturalmente costruire buoni rapporti.

Vuoi capire chi fa cosa.
Vuoi inserirti.
Iniziare a creare fiducia.

Ricordare i nomi è uno dei primi segnali concreti del fatto che stai prestando attenzione alle persone.

Perché allora facciamo così fatica?

1. Non gli diamo abbastanza importanza

A volte il motivo è molto semplice.

Non consideriamo il nome un’informazione importante.

Lo sentiamo durante una presentazione e, pochi secondi dopo, lo abbiamo già perso.

Non perché abbiamo necessariamente una cattiva memoria.

Semplicemente, non abbiamo deciso che valeva la pena ricordarlo.

2. Non stiamo davvero ascoltando

Qualcuno si presenta:

“Piacere, Andrea.”

Ma mentre lo dice tu stai già pensando:

“Adesso cosa rispondo?”
“Come mi presento?”
“Spero di fare una buona impressione.”

Il nome passa mentre la tua attenzione è da un’altra parte.

Quando incontri una persona nuova, prova per qualche secondo a concentrarti soltanto su di lei.

Ascolta il nome.
Guardala.
Ripetilo mentalmente.

La memoria comincia dall’attenzione.

3. Non abbiamo mai allenato questa capacità

Molti dicono:

“Io con i nomi sono negato.”

Forse.

Oppure semplicemente non hanno mai provato a sviluppare un metodo.

Ricordare i nomi diventa più facile quando inizi intenzionalmente a farlo.

Puoi ripetere il nome durante la conversazione, associarlo al ruolo della persona oppure annotarlo subito dopo l’incontro.

Sono piccoli accorgimenti che, con il tempo, diventano naturali.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone”.

4. Siamo troppo concentrati su noi stessi

È particolarmente facile quando iniziamo un nuovo lavoro.

Siamo agitati.
Pensiamo a come appariremo.
A cosa diremo.
A cosa penseranno gli altri di noi.

In altre parole, siamo completamente concentrati su noi stessi.

E più siamo occupati a controllare la nostra performance, meno attenzione rimane per chi abbiamo davanti.

Prova a ribaltare per un momento la prospettiva.

Invece di chiederti:

“Che impressione sto facendo?”

prova a chiederti:

“Chi è questa persona che sto incontrando?”

Il nome sarà già più facile da ricordare.

A nessuno piace essere quello di cui nessuno ricorda il nome

Pensa a quando succede a te.

Una persona incontrata una sola volta ti saluta dopo qualche settimana utilizzando il tuo nome.

Probabilmente ti sorprende piacevolmente.

Non perché abbia compiuto un gesto eccezionale.

Ma perché ti comunica implicitamente:

“Mi sono ricordato di te.”

Ora pensa all’effetto contrario.

Hai incontrato quella persona diverse volte e continua a chiamarti con un altro nome.

Oppure non lo ricorda mai.

La sensazione cambia.

Per questo, quando inizi un nuovo lavoro, prova a darti un obiettivo molto semplice:

impara un nome alla volta.

Non devi conoscere tutti entro domani.
Devi soltanto cominciare a prestare attenzione.

Perché inserirsi bene in un nuovo ambiente non dipende soltanto da quello che sai fare.

Dipende anche da come fai sentire le persone mentre lavori con loro.

Un nome è una piccola informazione. Ricordarlo può essere un grande segnale di attenzione.

 

Ti senti più competente e smart del tuo capo … e adesso?

capo incompetente

Foto di qimono

Mettiamola così.

Il capo ti assegna A, B e C.
Tu torni con A, B, C… più X, Y e Z.

Aspetti un cenno.
Un apprezzamento.
Magari un “bravo”.

Non arriva nulla.
Solo un rimbrotto su un dettaglio insignificante.

E ti senti incompreso.
Depotenziato.
Un’altra volta.

Dentro di te pensi:
“Se fossi io il responsabile…”

Un capo incapace? Può essere frustrante

Lavorare sotto qualcuno che ritieni meno competente è logorante.

Hai più competenze tecniche.
Sai definire meglio le priorità.
Conosci clienti,
operazioni,
personale.

Eppure, non sei tu al comando.

Probabilmente hai ragione.
Ma avere ragione non significa vedere l’intero quadro.

E allora?

Aspettare che passi?
Fare guerra fredda?
Sopportare (rischiando l’ulcera)?
Iniziare a cercare un nuovo lavoro e un nuovo capo?
Aprire la tua start-up?

Ne parlo nel mio libro “Autorevolezza”.
Ma prima serve un passaggio fondamentale.

Primo passo: cosa significa davvero “più intelligente”?

Prima di dichiarare al mondo che il tuo capo è incompetente, fermati.

  • La tua valutazione è basata su fatti solidi?
  • Hai davvero una visione più strategica?
  • Sai leggere meglio il Mercato?
  • Cogli più velocemente il nocciolo della questione?

Oppure hai visto un suo errore…
e hai concluso troppo in fretta?

Spietata onestà

Forse sei più competente in alcune aree.

Ma sei pronto a guidare un team?
Un intero reparto?

Sai:

  • stabilire priorità sotto pressione?
  • centrare i target?
  • gestire clienti difficili?
  • assumere, far crescere (e talvolta licenziare) persone?
  • reggere aspettative e insuccessi?

Il tuo capo può avere lacune tecniche.
Ma magari è forte nella gestione delle persone o nelle relazioni esterne.

Quindi:

Sai riconoscere ciò che sbaglia.
Ma riesci ad ammettere ciò che fa bene?

Capo incompetente? Evita errori strategici

Non dire in giro quanto sia incompetente.
Neppure ai colleghi “fidati”.
Niente ironie.
Niente battute davanti agli altri.

Se non sei d’accordo, parlane in privato.
Con rispetto.

E attenzione a “scavalcare” il capo andando dal numero uno, il titolare, il management:
può danneggiare più te che lui/lei.

Unica eccezione: questioni legali, etiche o di sicurezza.

Focus sul tuo lavoro

Evita di perdere la tua energia nel lamento e nell’auto commiserazione,
su come sia possibile che questa persona sia diventata capo.

Tirati fuori dalla lotta personale.
Concentrati sulle tue responsabilità.

Chiediti:

  • Qual è il mio scopo più grande qui?
  • Cosa posso imparare?
  • Quali opportunità di visibilità sto guadagnando?

Cerca di imparare quanto più puoi dall’esperienza.
Pensa alle opportunità di crescita e di visibilità.

Cerca di essere positivo,
non risentito.

Lavora con lui, non contro di lui

È facile concentrarsi su mancanze ed errori,
Più difficile è collaborare con intelligenza.
E strategia.

Anche il capo incompetente e non qualificato ha qualcosa da insegnare,
e da prendere come esempio.

Mostra rispetto.
Evita toni sarcastici o superiori.

Le cose diventano più semplici quando smetti di combattere
e inizi a capire come-muoverti.

Focus sul tuo avanzamento, non sul suo fallimento

Uno dei punti più importanti.

Non investire energie nel dimostrare quanto non sia all’altezza.
Investile nel dimostrare che tu lo sei.

Non prenderla sul personale.
Lascia scivolare ciò che non puoi controllare.

Quando è il momento di andarsene

Se lavorare con questa persona ti consuma.
Se non la rispetti e non riesci a collaborare.

Allora sì, forse è tempo di guardarti intorno.

Qualcun altro apprezzerà i tuoi talenti.
Qualcun altro sta cercando proprio te.

Per approfondire leggi il mio post
Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”

Una verità scomoda

“Sono più intelligente del mio capo”
sono solo parole.

Essere più intelligente non significa essere più efficace.

Per eccellere servono:

  • competenze solide
  • relazioni forti
  • intelligenza emotiva

Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress costante, serve lucidità.

Con il mio percorso “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con più calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere.

Il vero salto di qualità non avviene quando dimostri che il tuo capo è incompetente.

Avviene quando impari a diventare più strategico di lui.

Come dire No sul lavoro senza offendere e farsi rispettare

dire no sul lavoro

Foto di geralt

Hai difficoltà a dire no sul lavoro?

Accetti richieste anche quando non avresti tempo?

Dici sì per non sembrare poco disponibile, poco collaborativo o poco gentile?

E poi magari ti ritrovi con troppo lavoro, irritato con gli altri e soprattutto con te stesso.

“No” è una parola piccola, ma non sempre facile da pronunciare.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la vicenda di Adelaide e della sua difficoltà a dire no.

Perché rifiutare una richiesta può sembrare rischioso.

Temiamo di deludere.

Di compromettere un rapporto.
Di apparire egoisti.
Di perdere un’occasione.

Così diciamo sì.

Sì a un altro incarico.
Sì a una nuova responsabilità.
Sì a quella richiesta che arriva proprio quando siamo già al limite.

Dire no sul lavoro? Mica facile

Dire no può creare disappunto.

Questo va accettato.

L’obiettivo non è trovare una formula magica che faccia felici tutti.

È riuscire a mettere un limite senza essere inutilmente aggressivi, vaghi o colpevoli.

Dire no con rispetto non significa rifiutare la persona.
Significa rifiutare una richiesta che, in quel momento, non puoi o non vuoi accettare.

Hai priorità, responsabilità e limiti come chiunque altro.

Riconoscerli non significa essere poco collaborativo.

A volte significa semplicemente essere realistico.

Se invece ti capita spesso di dire sì per evitare di deludere gli altri, può esserti utile anche “Ti senti un capo troppo buono? Occhio alla leadership”.

Vediamo allora 9 modi per dire no, scegliendo quello più adatto alla situazione.

1. “Non posso impegnarmi anche in questo: in questo momento ho altre priorità”

Hai già troppo lavoro.

Una nuova richiesta rischia di compromettere ciò che hai in corso.

Dillo.

Non serve costruire una lunga giustificazione.

Puoi spiegare brevemente quali sono le tue priorità, soprattutto se chi ti sta facendo la richiesta deve conoscerle.

Se a chiedertelo è il tuo capo, però, c’è una differenza importante.

Piuttosto che limitarti a dire “non posso”, puoi chiedere:

“In questo momento sto lavorando su A e B. Quale vuoi che metta in secondo piano per dare priorità a questo?”

Così non stai rifiutando una responsabilità: stai rendendo visibile un problema di priorità.

2. “Adesso non riesco. Possiamo riparlarne alle…?”

Non tutti i no sono definitivi.

A volte il problema è semplicemente il momento.

Se qualcuno ti interrompe mentre stai lavorando su qualcosa di urgente, puoi dire:

“Adesso non riesco a seguirti come vorrei. Possiamo parlarne alle 15?”

Stai mettendo un limite senza liquidare la persona.

La cosa importante è essere concreto.

Se proponi un altro momento, indica quando.

Altrimenti il tuo “ne riparliamo” rischia di suonare come un modo elegante per liberarti dell’interlocutore.

3. “Mi piacerebbe, ma questa volta non riesco”

È una formula semplice quando la proposta ti interessa davvero, ma non puoi accettarla.

“Mi piacerebbe partecipare, ma quella settimana ho già altri impegni.”

“È un progetto interessante, ma in questo momento non riuscirei a seguirlo come merita.”

Funziona se il “mi piacerebbe” è sincero.

Se non lo è, meglio evitare.

Un no gentile non ha bisogno di complimenti inventati.

4. “Vorrei pensarci. Ti do una risposta entro domani”

Non devi rispondere immediatamente a ogni richiesta.

Soprattutto quando sei preso alla sprovvista.

Prenderti del tempo può essere molto utile per capire:

  • quanto impegno richiede;
  • cosa dovresti mettere da parte;
  • se vuoi davvero accettare;
  • quali potrebbero essere le conseguenze del tuo sì.

L’importante è non utilizzare “ci penso” per rimandare all’infinito.

Dai una scadenza:

“Ci penso e domani mattina ti faccio sapere.”

E poi rispondi davvero.

5. “Non è quello che sto cercando”

Non tutte le proposte che ricevi sono sbagliate.

Semplicemente possono non essere adatte a te.

Un progetto.
Una collaborazione.
Un’offerta.
Un incarico.

Puoi riconoscerne il valore senza essere costretto ad accettarlo:

“Ti ringrazio per la proposta, ma in questo momento non è quello che sto cercando.”

È più chiaro che lasciare aperta una possibilità che, in realtà, hai già deciso di non considerare.

Un no chiaro è spesso più rispettoso di un forse che non diventerà mai sì.

6. “Non sono la persona giusta. Prova a sentire…”

Qualcuno ti chiede aiuto su una questione che non è di tua competenza.

Puoi dire sì per gentilezza e poi arrangiarti.

Oppure essere trasparente.

“Non sono la persona più adatta per aiutarti su questo. Proverei a sentire Marta dell’amministrazione.”

Se puoi indicare un’alternativa concreta, ancora meglio.

In questo modo non stai semplicemente chiudendo una porta: stai aiutando la persona a trovarne un’altra.

7. “Apprezzo che tu abbia pensato a me, ma non posso accettare”

È particolarmente utile quando ricevi una proposta che riconosci come positiva ma che non puoi prendere.

Una collaborazione.
Un nuovo progetto.
Un invito professionale.

Una responsabilità che ti viene offerta proprio perché qualcuno si fida di te.

Puoi riconoscere questo aspetto senza sentirti obbligato ad accettare.

“Ti ringrazio per aver pensato a me. In questo periodo però non riuscirei a dedicare al progetto il tempo necessario.”

Ringraziare non indebolisce il no.

Puoi essere riconoscente e rifiutare nello stesso momento.

8. “No, non posso”

A volte basta questo.

Non sempre hai bisogno di una formula sofisticata.

“No, questa volta non riesco.”
“No, non posso prendermi anche questo impegno.”
“Mi spiace, ma non sono disponibile.”

Punto.

Non sei obbligato a produrre una memoria difensiva di tre pagine per giustificare ogni rifiuto.

Naturalmente dipende dalla situazione e dalla persona che hai davanti.

Ma spiegare non significa giustificarsi all’infinito.

E soprattutto evita spiegazioni che lasciano intendere il contrario di ciò che vuoi dire.

Se la risposta è no, non trasformarla involontariamente in:

“Insisti ancora un po’ e forse cedo.”

9. “Ti ho già risposto. La mia decisione non cambia”

Poi ci sono le persone che non accettano il primo no.

Insistono.
Riformulano la richiesta.
Tornano sull’argomento.
Provano nuovamente.

A quel punto non è necessario inventare una nuova spiegazione ogni volta per dire no sul lavoro.

Puoi semplicemente ripetere con calma:

“Capisco che per te sia importante, ma la mia risposta rimane no.”

Oppure:

“Ne abbiamo già parlato. Non posso accettare.”

Essere fermi non significa diventare aggressivi.

Non alzare il tono.
Non aggiungere nuove giustificazioni.
Non entrare ogni volta in una nuova negoziazione se non c’è nulla da negoziare.

Quando il tuo no è chiaro, non devi renderlo più duro.
Devi soltanto evitare di ritirarlo per stanchezza.

Dire no sul lavoro non significa essere poco collaborativi

Imparare a dire no sul lavoro non significa cominciare a respingere qualsiasi richiesta.

Al lavoro serve disponibilità.
Serve flessibilità.

A volte serve anche fare qualcosa in più di quanto avevamo programmato.

Ma collaborazione e disponibilità non significano dire sempre sì.

Un sì dato controvoglia, quando sei già sovraccarico o quando sai che non riuscirai a rispettare l’impegno, può creare più problemi di un no detto con chiarezza.

Prima di rispondere a una richiesta, prova allora a chiederti:

  • Posso realmente farlo?
  • Voglio assumermi questo impegno?
  • Che cosa dovrò sacrificare per dire sì?
  • Sto accettando perché è la scelta giusta o soltanto perché temo la reazione dell’altro?

A volte la risposta sarà sì.
Altre volte sarà no.

La vera capacità sta nel saper scegliere e assumersi la responsabilità della propria risposta.

Farsi rispettare non significa dire più no.
Significa riuscire a dire sì quando vuoi dire sì e no quando è necessario dire no.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

5 situazioni difficoltose che tutti incontriamo nel nuovo lavoro

nuovo lavoro
Dopo tanta attesa, è arrivato il momento.

Inizi un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma insieme all’entusiasmo possono arrivare anche agitazione, dubbi e una certa pressione.

Vuoi partire bene.
Vuoi dimostrare di essere all’altezza.
Vuoi fare una buona prima impressione.

Ed è proprio qui che rischi di complicarti la vita: pretendere troppo da te stesso quando ancora non conosci persone, regole e dinamiche del nuovo ambiente.

Nuovo lavoro? All’inizio è normale sentirsi un po’ fuori posto

Come saranno i colleghi?

E il capo?

Che ambiente troverai?

Quanto tempo impiegherai a capire come funzionano davvero le cose?

Nei primi giorni dovrai raccogliere moltissime informazioni mentre, contemporaneamente, cercherai di capire quale spazio occupare.

Non puoi sapere tutto subito.

Puoi però osservare, fare domande e iniziare a leggere il contesto.

Ecco 5 situazioni che possono metterti particolarmente in difficoltà quando inizi un nuovo lavoro.

1. Non capire subito di cosa stanno parlando

Sei seduto a una delle prime riunioni.

Partono sigle, nomi, procedure, riferimenti a progetti precedenti.

Gli altri sembrano capire tutto.
Tu molto meno.

La tentazione?

Annuire.
Fare una faccia intelligente.

E sperare che nessuno ti faccia una domanda.

È comprensibile, ma non molto utile.

Essere nuovo significa anche non conoscere ancora il linguaggio interno dell’organizzazione.

Se qualcosa è importante, chiedi.

“Scusate, questo acronimo è nuovo per me: cosa significa?”

Oppure:

“Mi manca un passaggio. Potete aiutarmi a capire meglio questo punto?”

Non capire qualcosa perché sei appena arrivato non è incompetenza.
Fingere continuamente di aver capito può diventare un problema.

2. Non comprendere subito la cultura aziendale

Ogni organizzazione ha un proprio modo di funzionare.

Ci sono le procedure ufficiali.

E poi ci sono abitudini, equilibri e regole non scritte.

Chi prende davvero le decisioni?
Quanto conta la gerarchia?
Quanto è normale dissentire?
Come si comunica?

Si lavora soprattutto in autonomia oppure ci si confronta continuamente?

Nei primi giorni osservare può essere più utile che cercare immediatamente di lasciare il segno.

Guarda come interagiscono le persone.
Ascolta il linguaggio che utilizzano.

Nota cosa viene apprezzato e cosa crea tensione.

Non significa adattarti a qualsiasi cosa.

Significa prima capire il contesto in cui ti trovi e poi decidere come muoverti.

3. Dire “No”

Quando sei nuovo, vuoi mostrarti disponibile.

Così parti con:

“Certo.”
“Nessun problema.”
“Ci penso io.”
“Volentieri.”

Finché un giorno ti accorgi di aver accettato più di quanto riesci realmente a gestire.

Essere collaborativi è importante.

Essere disponibili a tutto non è la stessa cosa.

Puoi dire:

“Posso occuparmene, ma in questo momento sto lavorando su X. Quale preferisci che consideri prioritario?”

Oppure:

“Oggi non riesco a farlo bene. Posso prenderlo domani mattina.”

Mettere un limite non significa cominciare male.

Significa imparare a gestire con chiarezza tempo e responsabilità.

Dire sempre sì per fare una buona impressione può diventare il modo più rapido per promettere più di quanto riuscirai a mantenere.

4. Chiedere aiuto

All’inizio può essere difficile.

Vuoi dimostrare che la scelta di assumerti è stata quella giusta.

E così pensi che fare domande possa farti sembrare impreparato.

Ma c’è una differenza enorme tra chiedere aiuto continuamente senza provare e chiedere un chiarimento quando ti manca un’informazione necessaria.

Prima prova a capire.

Controlla ciò che hai a disposizione.

Poi, se serve, chiedi.

“Ho verificato questo e questo, ma mi manca ancora un passaggio. Mi aiuti a capire?”

Una domanda ben posta non comunica necessariamente incompetenza.

Può comunicare attenzione.

5. Farti valere senza voler dimostrare troppo

Qui l’equilibrio diventa più sottile.

Non vuoi essere quello che non parla mai.

Ma neppure quello che, dopo tre giorni, ha già capito tutto e vuole spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Hai competenze ed esperienza.
Portale.
Esprimi le tue idee.

Difendi una posizione quando ritieni di avere buone ragioni.

Ma mantieni anche abbastanza curiosità da chiederti se nel nuovo contesto c’è qualcosa che ancora non stai vedendo.

Puoi essere sicuro senza essere presuntuoso.
Puoi ascoltare senza essere remissivo.
Puoi accettare un consiglio senza sentirti svalutato.

Se tendi invece a rimanere troppo in disparte, può esserti utile anche “Come affermare se stessi in 13 passi”.

Farsi valere non significa dimostrare subito quanto sai.
Significa riuscire, poco alla volta, a far vedere come lavori.


Vuoi potenziare la tua assertività nel nuovo lavoro?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Nel nuovo lavoro non devi dimostrare tutto nei primi giorni

Questa forse è la più grande difficoltà.

Arrivi e senti di essere sotto osservazione.

In parte è vero.

Le persone si stanno facendo un’idea di te.
Ma anche tu ti stai facendo un’idea di loro.

Non è un esame che si conclude alla fine della prima giornata.

Hai bisogno di tempo per:

  • capire le persone;
  • imparare come funziona il lavoro;
  • conoscere ciò che ancora non sai;
  • trovare il tuo modo di contribuire.

La prima impressione conta.

Ma quello che farai con continuità nelle settimane successive conterà molto di più.

Non devi dimostrare immediatamente di avere tutte le risposte.

Devi cominciare a costruire credibilità.

Un comportamento alla volta.
Una relazione alla volta.
Una buona decisione alla volta.

Nel nuovo lavoro non serve entrare facendo rumore.
Serve cominciare a lasciare buone impressioni.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

Ansia da riunione? Cosa fare quando non hai niente di produttivo da dire

ansia da riunione

Foto di shanon

Un’altra riunione sta per iniziare.

E tu cominci già a chiederti:

“Che cosa dirò?”

“Avrò qualcosa di intelligente da aggiungere?”

“E se gli altri parlano e io rimango zitto?”

Per alcune persone le riunioni sono un ambiente naturale.

Intervengono facilmente, prendono la parola, commentano, fanno domande.

Per altre sono molto più faticose.

Soprattutto quando si parte dall’idea che per essere considerati preparati bisogna necessariamente dire qualcosa di brillante.

Ma partecipare bene a una riunione non significa parlare molto.

E nemmeno avere sempre l’intuizione che lascia tutti a bocca aperta.

Aggiungere valore a una riunione non significa necessariamente aggiungere parole.

Ansia da riunione: devo proprio avere qualcosa da dire?

Una delle sensazioni più scomode è sedersi attorno a un tavolo pensando di non avere nulla di interessante da aggiungere.

Gli altri intervengono.
Qualcuno sembra particolarmente sicuro.
Un altro domina la conversazione.

E tu aspetti il tuo momento mentre, invece di seguire quello che viene detto, inizi a pensare a quello che dovresti dire.

È proprio qui che l’ansia da riunione può giocarti un brutto scherzo.

Smetti di ascoltare la riunione e cominci ad ascoltare te stesso.

“Devo intervenire.”

“Sono troppo silenzioso.”

“Tra poco penseranno che non ho niente da dire.”

Il risultato?

Rischi di parlare soltanto perché senti di doverlo fare.

Ci sono alternative molto più utili.

1. Preparati prima della riunione

Se hai un ordine del giorno, leggilo.

Sembra scontato, ma è il modo più semplice per arrivare con qualche punto di riferimento.

Chiediti:

  • quali argomenti mi riguardano direttamente?
  • su quali posso portare un’informazione utile?
  • c’è qualcosa che non mi è chiaro?
  • quale domanda potrebbe essere importante fare?

Non devi preparare un discorso.

Ti bastano due o tre punti.

La preparazione non serve ad avere qualcosa da recitare. Serve a non arrivare completamente in balia del momento.

Evita quindi di imparare un intervento a memoria.

Se la discussione prende una direzione diversa, rischieresti soltanto di diventare ancora più rigido.

2. Ricordati che il focus non è sulla tua performance

Quando sei in ansia da riunione, hai facilmente la sensazione che tutti stiano osservando proprio te.

Quanto parli.
Come parli.
Se sembri sicuro.

Se hai detto qualcosa di abbastanza intelligente.

In realtà, durante una riunione le persone sono concentrate soprattutto sul contenuto, sui propri interessi e, spesso, anche sulla propria performance.

Questo non significa che nessuno ti osservi.

Significa semplicemente che probabilmente non sei sotto esame quanto immagini.

E soprattutto non è necessario produrre un’idea eccezionale ogni volta che prendi la parola.

Un intervento breve, pertinente e chiaro può essere molto più utile di un lungo discorso fatto soltanto per farsi notare.

In riunione non devi dimostrare continuamente quanto vali.
Devi contribuire quando hai qualcosa che può essere utile.

3. Fai una buona domanda

Non hai una soluzione da proporre?
Puoi avere una buona domanda.

E una buona domanda può spostare la discussione molto più di un’opinione aggiunta tanto per parlare.

Per esempio:

“Qual è la priorità tra queste due alternative?”

“Su quali dati stiamo basando questa decisione?”

“Che cosa succede se questa ipotesi non si verifica?”

Oppure semplicemente:

“Questo passaggio non mi è chiaro. Possiamo tornarci un momento?”

Fare una domanda non significa dimostrare di non sapere.

Può significare che stai cercando di capire prima di arrivare a una conclusione.

4. Chiedi le informazioni che mancano

A volte non hai niente da dire perché, molto semplicemente, non hai ancora abbastanza elementi.

Non inventare un’opinione.
Chiedi ciò che ti serve.

“Abbiamo già i risultati dell’ultimo trimestre?”

“Sappiamo che cosa ne pensa il cliente?”

“Qual è il vincolo principale su questo progetto?”

In questo modo non stai riempiendo uno spazio vuoto.

Stai aiutando il gruppo a capire se possiede davvero le informazioni necessarie per decidere.

E quando qualcuno risponde, ascoltalo.

Non utilizzare la domanda soltanto come trampolino per poter finalmente parlare tu.

La riunione non è una gara a chi occupa più spazio.

5. Se non hai qualcosa di significativo da aggiungere, puoi anche tacere

Hai ascoltato.
Hai capito.

Non hai domande.
Non hai un’informazione nuova.
Non sei in disaccordo.

Non devi necessariamente trovare qualcosa da dire.

Il silenzio non è automaticamente mancanza di partecipazione.

Può essere semplicemente il segnale che non hai bisogno di aggiungere rumore a una discussione che sta già funzionando.

Se ti accorgi che vuoi intervenire soltanto per paura di sembrare poco preparato, fermati un momento.

Chiediti:

“Quello che sto per dire aiuta davvero la discussione?”

Se la risposta è no, puoi tranquillamente lasciare spazio agli altri.

È lo stesso principio che trovi anche in “15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare”.

Non parlare può essere una scelta comunicativa.
Essere paralizzati dalla paura, invece, è un’altra cosa.

Ansia da riunione? Parlare di più non significa comunicare meglio

Quando siamo insicuri, possiamo cadere anche nell’errore opposto.

Cerchiamo di sembrare più autorevoli utilizzando parole complesse, premesse infinite, formule elaborate.

E il nostro intervento diventa meno chiaro.

Molto meglio una frase semplice:

  • “Non sono d’accordo per questo motivo.”
  • “Mi manca un’informazione.”
  • “Su questo punto non ho ancora un’opinione.”
  • “Credo che dovremmo tornare all’obiettivo iniziale.”

La chiarezza comunica molta più sicurezza della complicazione.


Vuoi potenziare la tua assertività nei meeting?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi lasciare il segno a ogni riunione

Non tutte le riunioni richiedono il tuo intervento.

In alcune avrai molto da portare.
In altre ascolterai più di quanto parlerai.
In altre ancora farai una sola domanda, ma sarà quella giusta.

Il problema nasce quando trasformi ogni incontro in una verifica del tuo valore professionale.

A quel punto non stai più seguendo la riunione.

Stai controllando continuamente te stesso.

Prova invece a spostare la domanda.

Ma:

“Che cosa serve, in questo momento, alla discussione?”

Potrebbe servire una tua idea.

Una domanda.
Un chiarimento.

Oppure niente.

Essere presenti in una riunione non significa sentirsi obbligati a parlare. Significa capire quando il proprio intervento può essere davvero utile.

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 3

carrieraLeggi anche la parte 2.

11. Anziché rinunciare – a volte – basta solo rimandare

“Se vuoi far ridere Dio,
raccontagli i tuoi progetti”

Woody Allen

Spesso,
per “fare” carriera, trovare il lavoro dei nostri sogni, arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.

Ognuno di noi prende traiettorie professionali differenti.
C’è chi va dritto come un treno, una freccia,
senza esitazione e tentennamenti,
chi invece imbocca percorsi tortuosi (fatti di sali-scendi, fallimenti e rinascite).

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Non c’è un modo giusto e uno sbagliato.
Ognuno arriva con il suo “passo” (io sono quello del cammino sinuoso).
Se hai sbagliato,
se hai fallito,
prova ancora.

Prenditi una pausa, ricarica le pile e continua.
Riprova ancora!

Più provi a fare qualcosa,
prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

Non essere paralizzato dai tuoi fallimenti.
La vita è imprevedibile.

12. Meno social – più relazioni reali

Il successo professionale,
deriva dai rapporti con persone che conosci personalmente,
non da estranei che si “piacciono” online.

Le tecnologie digitali hanno modificato le nostre modalità relazionali e indebolito le nostre risorse psicologiche.

Passiamo più tempo nel mondo virtuale piuttosto che nel qui-e-ora della nostra vita reale.

Del resto,
coltivare relazioni reali richiede tempo, costanza ed energie,
condivisione di ideali, pensieri e valori,
qualcosa che va aldilà dei “like” di Facebook.

A molti miei clienti suona strano che non sia presente sui social network,
strillando incredibili opportunità e sconti promozionali.

È una scelta voluta.
Credo che per la natura stessa del mio lavoro, sia importante preservare la qualità,
dando modo alle persone di confrontarsi come me unicamente sul mio sito web.

È anche una questione di riservatezza: sono convinto che concentrarmi sui risultati dei miei clienti sia molto più prezioso, per tutti,
rispetto al gioco del “dico/non dico” che spesso avviene sui social.

13. Il talento da solo non basta

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento non è tutto.
Non è solo questione d’intelligenza, di bell’aspetto o di QI.

Il talento non è sufficiente,
occorrono duro lavoro e tenacia.
Grinta.

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace,
ma senza talento,
probabilmente sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori.
A fare una grande carriera.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema,
ricorda che ci sono tante qualità (che non richiedono né talento né fortuna) che puoi mettere lo stesso in campo.

La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo,
ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.
 


 

14. Le competenze non bastano, per fare carriera .. serve altro!

Quanto tempo c’è voluto?

Penso poco …
per capire che tutti i libri che hai letto,
i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato,
la capacità lavorativa che hai non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.
E fare carriera.

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori, le relazioni professionali,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress, l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano “sui banchi di scuola”, seguendo un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Leggi la parte 2.
Leggi la parte 1.

“Fare” carriera oggi è anche una questione di resistenza

Il Mondo del Lavoro di oggi non è mai stato così difficile, complesso e competitivo.
Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza mentale.
Di autostima.

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.

Il mio proposito di coach è allenare i tuoi “muscoli caratteriali”,
per darti più fiducia e intraprendenza,
accompagnarti al lavoro più carico e fiducioso che mai.

Non pensi sia arrivato il momento di lavorare su te stesso?

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo

14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 2

carrieraLeggi anche la parte 1.

5. Se vuoi fare carriera ..non aspettare di essere “veramente pronto”

La decisione di iniziare, è il passo più importante che tu possa fare.

La verità è che non sarai mai (davvero) pronto!
Muoviti ora o potresti non partire mai.

Per iniziare,
non devi aspettare di essere preparato,
di essere perfetto o di sapere tutto.

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Hai scelto il tuo obiettivo, hai raccolto tutte le informazioni necessarie,
valutato i rischi e individuato le azioni da fare.
Hai capito che, potresti leggere e informarti per giorni o per anni,
ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.

A un certo punto dovrai fermarti,
respirare e… buttarti!

All’inizio non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) piena d’insidie.

Allora… quando lo farai?
Dopo un’altra lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra un’altra notte?
Aspettando il segnale dal cielo o un sogno?
Oppure semplicemente aspettando un altro “domani”?

6. La risposta alle domande che non hai mai fatto, sarà sempre NO

Non farai la carriera che meriti perché non sai chiedere.

Perché hai troppa paura del rifiuto,
o sei imbarazzato perché sembra che non tu non sia in grado di affrontare le situazioni da solo,
perché non ti senti abbastanza intelligente, forte e competente.

Se desideri un nuovo lavoro, un aumento, un supporto,
una promozione,
dichiaralo.

Se vuoi fare un salto di responsabilità,
chiedilo.

Se non lo fai tu,
qualcun altro lo farà al posto tuo.
Stanne certo.

Non aspettare che qualcun altro esprima i tuoi bisogni per te.
I tuoi desideri sono di tua responsabilità.
La tua carriera è di tua responsabilità.

 


 

7. Sei il solo responsabile della tua carriera

Che ti piaccia o no…
stai vivendo la carriera che hai creato.

Non sei vittima delle circostanze.
Smettila di incolpare per i tuoi problemi e fallimenti (grandi o piccoli che siano, poco importa)
le persone che ti circondano.

Non nasconderti dietro le “situazioni fuori controllo” per giustificare le tue scelte,
decisioni, comportamenti e azioni.
Le circostanze in cui vivi oggi sono le tue.

Il tuo futuro è una scelta.
Sei tu l’unico responsabile di te stesso.

Questo cambiamento di mentalità non è facile,
ma può aiutarti a prendere il controllo sul lavoro,
a sviluppare relazioni più forti e positive,
migliorare la tua produttività e la tua soddisfazione personale.

Leggi il mio post “10 cose che le persone di successo non fanno”

8. Spesso “buono” è meglio che “perfetto”

Il mondo del Lavoro di oggi è così complesso e si muove molto velocemente.
Come puoi pensare di raggiungere la perfezione in tempi così stretti?

Come puoi credere di finire un lavoro,
un progetto in poco tempo senza mettere in conto imprecisioni, approssimazioni o ritocchi?

Se il tuo capo o i clienti (sempre più impazienti) aspettano un tuo feedback o di vedere un qualche progresso, forse…
non è il momento di ossessionarti con i dettagli,
arrivare alla riunione a mani vuote,
rimandare (continuamente) l’appuntamento fino a quando tutto sarà “perfetto”.

Accontentarsi di “abbastanza buono” potrebbe sembrarti un approccio apatico e approssimativo,
ma ci sono momenti in cui è completamente giustificato e accettare le cose così-come-sono diventa la scelta più efficiente ed efficace.

Spesso,
“buono” è meglio che “perfetto”,
ma a volte anche “fatto” è meglio che “buono”.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Il fallimento di carriera più amaro è ..non averci provato

Se tu fallissi potresti essere deluso,
ma sarai dannato se non provi.

Beverly Sills

Hai un’idea … ma cominci a ritardare, aspettare, pensare,
perfezionare e modificare, fino a quando ti rendi conto che…
qualcun altro è già partito e ti ha superato da un pezzo.

Se pensi di avere una buona idea, entra nel Mercato del Lavoro il più rapidamente possibile,
usando meno soldi possibili e vedi cosa succede.

Se rinunci quando fallisci,
non imparerai mai nulla.

Guarda invece il fallimento come un’opportunità,
come l’inizio di un nuovo viaggio.
Se lo fai,
avrai molta più probabilità di provare di nuovo e di avere successo in qualcos’altro.

Ma se non provi, non lo saprai mai.

Demordere a prescindere.
Rinunciare per paura di fallire…
ecco il fallimento più amaro!

10. Puoi andare molto più lontano se sei “leggero”

“Che cosa pensano davvero di me i miei colleghi?”
“E se non piaccio al mio nuovo capo?”
“Avrei dovuto indossare altro per il mio primo giorno da team leder?”
“E se tutto il mio team si mette contro di me?”

In apparenza sei una persona sicura di te ma in realtà non fai altro che chiederti cosa pensano i colleghi, i collaboratori e gli amici?
Ti senti continuamente sotto esame?
Cambi la tua personalità e i tuoi modi di fare a seconda della persona che hai di fronte?

Un conto è avere a cuore il parere degli altri,
un altro è essere ossessionato da questi ragionamenti,
preoccuparsi solo di ciò che pensano gli altri, trattenersi dal dire ciò che pensi,
decidere di fare o non fare qualcosa per paura di quello che le persone penseranno o diranno.

Così ti carichi sulle spalle fardelli emotivi molto pesanti,
anneghi nell’ansia da prestazione, affondi in apprensioni da performance,
e il tuo sogno di carriera diventa logorante e sfibrante.
Pesante.

“Alleggerisciti”.
Senza questi carichi sulle spalle andrai molto più lontano!
Non scoprirlo troppo tardi!

Continua a leggere la parte 3.

Foto di Pexels

14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 1

carriera

Foto di Pexels

Studia tanto, ottieni buoni voti,
trova un buon impiego,
lavora sodo e vedrai che …
il mondo non saprà resisterti,
un tappeto rosso si srotolerà estasiato ai tuoi piedi!

Questo è ciò che ci è stato insegnato.
Questo è ciò che crediamo.
Quello che abbiamo interiorizzato.

Dopo aver studiato tanto .. l’amara realtà

Molti di noi (probabilmente) stanno capendo che non è proprio così che funzionano le cose.

Puoi laurearti a pieni voti nelle migliori università e ritrovarti ancora impreparato al Mondo del Lavoro.
Appena ci fai capolino,
ti arriva una randellata tra capo-e-collo che ti lascia frastornato.
Disorientato.

Che fregatura!
Pensavi di esser pronto, di avere tutte le risposte e invece …
eccoti ancora al punto di partenza.

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Tutti facciamo (o abbiamo fatto) errori lungo la nostra strada professionale,
da alcuni abbiamo imparato tanto,
da altri poco-o-niente (e infatti continuiamo a ripeterli).

14 lezioni sulla carriera da fare tue, subito

Ma se sei perspicace,
impara quanto più possibile dagli errori degli altri e ti risparmierai qualche cicatrice dolorosa.

Ecco 14 importanti lezioni sulla carriera (che non sono insegnate nelle aule universitarie)
e che possono fare una grande differenza nel tuo percorso professionale e nella tua carriera.

Le devi fare tue,
prima che sia troppo tardi.
A scanso di equivoci fallo subito,
leggile adesso!

1. Prima di voler gestire gli altri, impara a gestire te stesso

Non essere così preoccupato di “cosa fanno gli altri”.
Non concentrarti solo-e-sempre su colleghi, collaboratori o il capo/a.
La volontà di correggere gli altri ti “rende cieco” su te stesso.

È più facile criticare gli altri, che lavorare su te stesso.
Se c’è un problema, il problema non sono gli altri …
ma sei tu!

Prima di voler gestire gli altri,
impara a gestire te stesso.

Se riesci a cambiare te stesso,
gli altri cominceranno a cambiare a loro volta.

Devi imparare a gestire i tuoi comportamenti,
a conoscere quello che funziona e che non funziona per te,
a gestire le attese, la frustrazione e l’insuccesso.

Fatti delle domande,
scava dentro te stesso …
più le tue risposte saranno oneste,
più saranno incisive le tue azioni.

 


 

2. La strada per il successo di carriera non è lineare

La maggior parte di noi ha un’ideale di cammino verso il successo professionale,
che suona più o meno così:

Laurearsi a pieni voti.
Ottenere un buon lavoro.
Fare un buon lavoro (riconosciuto e ben pagato)
Ottenere promozioni.
Salire la scala della gerarchica.
Vivere felicemente per tutta la vita.
Woooowwwoww!

In realtà,
spesso non arriviamo ai nostri traguardi seguendo un percorso uniforme.
Ci sono forze esterne che spesso interferiscono con la nostra ideale traiettoria lineare.

Infatti,
incappiamo in deviazioni di carriera, cambiamenti di direzione,
battute d’arresto, momenti d’involuzione.

Per non parlare di eclatanti trombate, clamorosi cappottamenti,
e inaspettate défaillance che ci mandano al tappeto, ci fanno a pezzi l’autostima,
e demoliscono le nostre certezze.

Quello che è importante è sviluppare un atteggiamento che abbracci il cambiamento e sappia trasformare il fallimento in opportunità di apprendimento.
E riprendere così il nostro cammino.

3. Lavorare tanto non vuol dire essere produttivi.. e fare carriera

Guardati intorno.
Tutti sembrano così occupati,
passano da riunione a riunione, sparando raffiche di email.

Eppure quanti di loro stanno realmente producendo?
Quanti riescono davvero a toccare livelli elevati di produttività?

Una carriera importante non deriva dal movimento e dall’attività,
ma dal garantire che il tuo tempo sia utilizzato in modo efficiente e produttivo.

Usa il tempo con saggezza.

Ricorda,
tu sei il risultato di quello-che-hai-prodotto,
non del tuo sforzo.

Assicurati che le tue ore di lavoro siano dedicate a compiti che ottengono (davvero) risultati.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

4. Ogni ostacolo che incontri (e superi) è un gradino sulla scala del successo

“Non giudicatemi per i miei successi ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi.”
Nelson Mandela

Sulla strada del tuo successo professionale troverai ostacoli inaspettati e improvvisi,
alcuni facilmente superabili e altri che ti porteranno lacrime (e bruciori di stomaco).

Di volta in volta scoprirai che, ciò che conta non è la natura degli ostacoli,
ma piuttosto come ti approcci,
come reagisci e cosa impari da loro.

Gli ostacoli, gli errori ti aiutano a “correggere il tiro”.
insegnano cosa non funziona,
cosa fare di diverso la prossima volta.

Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
e avvicinarti più velocemente alla meta.

Non scegliere di lamentarti, o peggio,
di rinunciare.

Nonostante le difficoltà,
è nel tuo interesse trasformare gli ostacoli in gradini.
Gradino dopo gradino arriverai alla meta.

Continua a leggere la parte 2.

7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro

errore sul lavoro
Hai commesso un errore sul lavoro.

Preziosa esperienza di apprendimento?
Opportunità di crescita professionale?
Miglioramento in vista del futuro?

Sì. Ma probabilmente non è la prima cosa a cui pensi.

Quando l’errore è importante, arrivano prima il disagio, la preoccupazione e quella domanda che comincia a girarti in testa:

“E adesso cosa faccio?”

L’apprendimento verrà dopo.

Adesso devi capire che cosa è successo e come rimediare.

Hai sbagliato. Prima di recriminare, fermati e ragiona

Quel che è fatto è fatto.

Continuare a ripeterti che sei stato stupido, superficiale o distratto non modifica ciò che è successo.

E soprattutto consuma energie che ti servono per altro.

Questo non significa minimizzare.

Se l’errore sul lavoro è importante, non puoi ignorarlo sperando che si sistemi da solo.

Devi capire che cosa è successo, quali conseguenze può avere e che cosa puoi ancora fare.

Prima di reagire d’impulso, prova allora a porti queste 7 domande.

1. “Che cosa è successo davvero?”

Prima di cercare una soluzione, ricostruisci l’errore.

Dove si è interrotto il processo?
Hai lavorato troppo velocemente?
Ti mancava un’informazione?

Hai dato qualcosa per scontato?
Hai ricevuto un’indicazione poco chiara?
Ti sei fidato di un’informazione senza verificarla?

Oppure conoscevi così bene quel lavoro da aver abbassato l’attenzione?

Non cercare subito un colpevole. Cerca il punto in cui qualcosa ha smesso di funzionare.

Capire la causa dell’errore ti aiuterà sia a correggerlo sia a evitare di ripeterlo.

2. “Chi deve sapere che ho sbagliato?”

È probabilmente una delle domande più scomode.

La tentazione di non dire nulla esiste.

“Magari nessuno se ne accorge.”

“Forse riesco a sistemarlo prima.”

“Perché dovrei espormi inutilmente?”

Non tutti gli errori hanno la stessa gravità e non tutti richiedono di convocare immediatamente gli interessati.

Ma se l’errore può avere conseguenze su un cliente, un collega, una decisione, una scadenza, dei costi o il lavoro di altre persone, nasconderlo può trasformare un problema gestibile in uno molto più serio.

Chiediti allora:

“Se non dico nulla e questa cosa emerge più avanti, quali saranno le conseguenze?”

Se devi comunicarlo, fallo senza costruire una lunga autodifesa.

Spiega che cosa è successo, quali possono essere le conseguenze e che cosa stai facendo per rimediare.

Come sottolineo anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando la questione è delicata è preferibile, quando possibile, metterci la faccia anziché nascondersi dietro una mail.

Ammettere un errore può costarti qualche minuto difficile.
Nasconderlo può costarti molta più credibilità.

3. “Che cosa posso fare adesso per rimediare?”

Una volta ricostruito l’accaduto, sposta l’attenzione sulla soluzione.

Che cosa puoi ancora correggere?
Puoi intervenire da solo?
Devi coinvolgere il tuo capo?

Serve l’aiuto di un collega o di uno specialista?
Bisogna fermare temporaneamente un’attività?
C’è qualcuno che deve essere avvisato immediatamente?

Non limitarti a presentare il problema. Quando puoi, porta anche una proposta per affrontarlo.

Non sempre avrai già la soluzione.

Ma presentarti dicendo:

“È successo questo. Ho verificato queste conseguenze. Vedo queste due possibilità.”

è molto diverso dal limitarti a:

“Abbiamo un problema.”

4. “Devo chiedere scusa? E a chi?”

Gli errori capitano.

Ma se il tuo errore ha creato un problema concreto a qualcuno, una semplice correzione tecnica potrebbe non bastare.

Potresti dover chiedere scusa.

A un cliente.
A un collega.
Al tuo capo.
A un collaboratore che ha dovuto rimediare al tuo posto.

Non servono grandi dichiarazioni.

“Ho sbagliato questa valutazione e ti ho creato un problema. Mi dispiace.”

Poi spiega che cosa stai facendo per sistemare la situazione.

Una buona scusa riconosce la propria parte di responsabilità senza trasformarsi in una lunga serie di giustificazioni.

Se vuoi approfondire questo passaggio e più in generale la gestione dell’errore, puoi leggere anche “8 cose da fare dopo un errore o un fallimento”.

5. “Che cosa devo cambiare perché non succeda di nuovo?”

Rimediare è necessario.

Ma se tutto finisce lì, hai risolto soltanto il problema di oggi.

La domanda successiva è:

“Che cosa devo modificare nel mio modo di lavorare?”

A volte basta poco:

  • introdurre un doppio controllo;
  • modificare un passaggio della procedura;
  • chiedere una conferma prima di procedere;
  • inserire un promemoria;
  • evitare di svolgere quel compito quando sei di fretta o continuamente interrotto.

La soluzione migliore non è necessariamente la più sofisticata.

Deve essere abbastanza semplice da diventare parte del tuo modo di lavorare.

6. “Come posso ricostruire la fiducia?”

Non tutti gli errori compromettono la fiducia.

Ma alcuni sì.

Soprattutto quando hanno avuto conseguenze importanti oppure quando altre persone si sono dovute assumere il peso del tuo sbaglio.

In questi casi non basta dire:

“Non succederà più.”

Devi dimostrarlo.

Per esempio:

“Ho sbagliato perché non ho verificato quei documenti. Da oggi, prima dell’invio, farò un secondo controllo e per le prossime consegne coinvolgerò anche…”

La fiducia non si ricostruisce promettendo di non sbagliare più. Si ricostruisce mostrando che hai capito perché hai sbagliato e che cosa farai diversamente.

Poi servono i fatti.

E quelli richiedono tempo.

7. “Che cosa posso imparare da questo errore?”

Solo adesso arriviamo all’apprendimento.

Quando l’urgenza è passata e hai fatto ciò che potevi per rimediare, vale la pena tornare sull’accaduto.

Non per tormentarti ancora.
Per capire.

Forse hai scoperto che sotto pressione tendi ad accelerare troppo.

Che ti fidi facilmente di informazioni non verificate.
Che quando conosci molto bene un’attività smetti di controllarla con la stessa attenzione.
Che chiedi chiarimenti troppo tardi.

Che hai bisogno di verificare un progetto quando è ancora a metà percorso, non soltanto quando è ormai concluso.

Un errore diventa realmente utile quando modifica qualcosa nel tuo comportamento successivo.

Imparare da un errore non significa trovare qualcosa di positivo in ciò che è successo.
Significa evitare che sia successo inutilmente.

Dopo un errore serve responsabilità, non autoflagellazione

Hai sbagliato.

Può essere spiacevole.
Può avere conseguenze.
Potresti anche ricevere una critica o dover affrontare una conversazione che avresti volentieri evitato.

Ma continuare a colpevolizzarti non ripara nulla.

Quello che puoi fare è assumerti la tua parte di responsabilità e chiederti:

  • che cosa è successo?
  • chi deve saperlo?
  • come posso rimediare?
  • devo chiedere scusa?
  • che cosa devo cambiare?
  • come posso ricostruire la fiducia?
  • che cosa posso imparare?

Queste sono le domande che ti permettono di passare dall’errore alla risposta.

Perché un errore sul lavoro non dimostra necessariamente quanto sei competente.

Il modo in cui reagisci dopo aver sbagliato, invece, può dire molto del professionista che sei.

5 occasioni quando puoi accontentarti di “buono” piuttosto che “perfetto”

perfezione al lavoro
Tutti vogliamo fare bene il nostro lavoro.

Essere professionali, precisi, affidabili.

Ma c’è una differenza tra ricercare la qualità e inseguire ogni dettaglio fino a quando un lavoro diventa quasi impossibile da considerare concluso.

Puoi sempre correggere qualcosa, aggiungere un particolare, trovare una parola migliore.

La domanda è:

“Quello che sto facendo migliora davvero il risultato?”

Perché ci sono situazioni in cui fermarsi a un lavoro buono non significa lavorare male. Significa capire che, per quello che serve, è già abbastanza buono.

Ecco 5 occasioni in cui vale la pena ricordarselo.

1. Quando il tempo conta quanto la qualità

Non tutti i lavori richiedono lo stesso livello di precisione.

Una bozza da discutere con il team non ha bisogno della stessa rifinitura di un documento definitivo destinato a un cliente.

Se il tuo capo aspetta un aggiornamento o una riunione serve proprio a discutere un lavoro ancora in corso, continuare a perfezionare ogni dettaglio può diventare controproducente.

La qualità consiste anche nel capire dove vale davvero la pena investire tempo e attenzione.

2. Quando la perfezione al lavoro comincia a pesare sulle relazioni

Avere standard elevati è una qualità.

Il problema nasce quando pretendi che anche gli altri lavorino esattamente secondo i tuoi standard.

Un collega consegna un buon lavoro e tu vedi immediatamente le tre cose che avrebbe potuto fare meglio.

Un collaboratore raggiunge l’obiettivo e tu ti concentri sul particolare che non ti convince.

Non significa accettare superficialità o lavori fatti male.

Significa distinguere un problema reale da qualcosa che semplicemente non corrisponde al tuo modo ideale di fare le cose.

Non tutto ciò che potrebbe essere migliorato deve necessariamente essere corretto.

3. Quando l’ambiente è già sotto forte pressione

Scadenze, problemi, clienti impazienti, carichi di lavoro elevati.

Quando la tensione è già alta, pretendere che ogni particolare sia impeccabile può aggiungere pressione senza migliorare davvero il risultato.

Chiediti allora:

“Questo livello di precisione è davvero necessario oppure sto facendo fatica ad accettare qualcosa di meno della perfezione?”

In alcuni momenti serve il massimo livello di attenzione.

In altri serve soprattutto andare avanti bene.

4. Quando gli altri ti stanno dicendo che il lavoro è già buono

Hai quasi terminato.

Poi riguardi il lavoro e trovi qualcosa da modificare. Lo riguardi ancora e trovi qualcos’altro.

Nel frattempo persone competenti continuano a dirti:

“Va bene così.”

Vale almeno la pena ascoltarle.

Quando sei troppo coinvolto in qualcosa, puoi perdere la distanza necessaria per valutarlo.

A forza di cercare ciò che manca, rischi di non vedere più ciò che funziona.

Prima dell’ennesima modifica, chiediti:

  • sto correggendo un problema reale?
  • questa modifica migliorerà concretamente il risultato?
  • il destinatario noterà davvero la differenza?
  • oppure faccio semplicemente fatica a considerare il lavoro concluso?

5. Quando continuare a perfezionare non aggiunge più valore

All’inizio, il tempo che dedichi a un lavoro può migliorarlo molto.

Rileggi una mail cinque volte.
Sposti ancora un elemento nella presentazione.
Ritocchi un documento che aveva già raggiunto il suo obiettivo.

Continui a investire tempo, ma il risultato cambia pochissimo.

Il perfezionismo diventa inefficiente quando il tempo che continui a investire vale più del miglioramento che riesci ancora a ottenere.

E mentre perfezioni quel lavoro, tutto il resto aspetta.

Non devi lavorare peggio. Devi scegliere meglio dove lavorare al massimo

Accontentarsi di “buono” non significa diventare superficiali.

Ci sono attività nelle quali precisione e controllo sono imprescindibili. Altre nelle quali un risultato buono, affidabile e consegnato al momento giusto è esattamente ciò che serve.

Il problema nasce quando non riesci a considerare concluso qualcosa che potrebbe ancora essere migliorato.

Se questa ricerca della perfezione al lavoro ti accompagna spesso nel lavoro, puoi approfondire il tema in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Prima dell’ennesima correzione, prova allora a chiederti:

“Farlo ancora meglio, in questo momento, serve davvero?”

Il miglior risultato possibile non è sempre quello più vicino alla perfezione.
È quello adeguato a ciò che conta davvero.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 2

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Leggi anche la parte 1.

6. Non sprecano tempo per preoccuparsi

Le donne sicure sanno che il tempo è prezioso,
quindi non si crogiolano su “cosa-se“,
solo-se” o “cosa-sarebbe-stato“.

Non perdono tempo preoccupandosi di cose che non possono controllare.
Si concentrano solo su ciò che sono in grado di risolvere.
Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione.
E lasciano scivolare tutto il resto.

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Hanno sperimentato che possono gestire soltanto la propria reazione,
il proprio atteggiamento.

Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi,
si concentrano sulle prossime azioni da intraprendere.

Le donne sicure sanno che pensando tanto al lavoro,
si ha spesso la sensazione di padroneggiare la nostra ansia e di riuscire a risolvere un problema.

In realtà è proprio questa percezione che ci impedisce di “chiudere” con le preoccupazioni.
Le donne determinate sanno che chi rimugina continuamente non raggiunge mai la soluzione del problema.

7. Non si fanno bloccare dalla paura

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Le donne sicure sanno che sperare che il problema si risolva da solo,
oppure essere frenati dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri)…
è veramente il peggiore degli errori!

Decidere, anche sbagliando,
spesso è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla e non raggiungono niente.

8. Non mascherano la fiducia con la supponenza

Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa,
per diventare esitanti e incerti,
perdere fede nelle nostre capacità,
smarrire l’autostima.

 


 

Le donne insicure mascherano spesso le loro debolezze con la sfacciataggine.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

Le donne (davvero) sicure di se stesse sanno che è importante evitare di nascondere, celare, velare
ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

9. Non vedono i fallimenti come sconfitte

In realtà,
riconoscono che ci sono sempre punti di apprendimento sulla strada del successo.
La facilità con cui recuperano permette a queste donne determinate di continuare a progredire verso i propri obiettivi.

Le donne di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare,
fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato,
cosa dovremo fare di diverso la prossima volta.
Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.

Le donne che più ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade,
ma quante volte ci si rialza.

10. Non basano il proprio valore sulla percezione di altre persone

Le donne sicure vedendo la “vita attiva” di altre persone sui social non si sentono inferiori.

Probabilmente non avranno 2000 amici di Facebook e una marea di ammiratori su Instagram,
ma sanno che la cosa importante è il contenuto,
non i numeri.

Valutano l’autenticità e vogliono solo amici con i quali condividere una connessione profonda.

Amano le conversazioni impegnative pur sapendo che non portano alla popolarità.
Ma non importa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Qualità anziché quantità.

Queste donne sicure amano i loro amici e la loro famiglia,
ma sanno che è importante avere il tempo per se stesse,
dove possono esplorare la crescita personale e prendere tempo per ritrovarsi.

Non trovano il silenzio scomodo.
Anzi,
il silenzio le ricarica.

Le donne sicure sono anche arroganti e sfrontate?

Purtroppo,
questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità,
pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità,
gestendo team e budget importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità:
essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente,
libera e di potere.

Determinato “non è l’opposto di timido”.
Una donna può avere qualsiasi tipo di personalità e ancora essere autosufficiente e coraggiosa.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 1

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Se pensi sia tutta una questione di bellezza,
di attrattiva fisica,
beh, ti sbagli!

Le donne sicure vanno-oltre.

Quando entrano in una stanza, te ne accorgi subito,
si portano dietro quest’aurea di fascino, grazia e determinazione,
di successo.
Sono memorabili.

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Prendono decisioni con accuratezza,
ma una volta che hanno deciso,
lo hanno fatto davvero.
Non le vedrete titubare.
L’esitazione non fa parte del loro processo.

Sanno cosa stanno facendo e perché lo fanno,
in ogni momento.

Se anche tu vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita,
è senz’altro utile sapere cosa-fanno le donne di successo.
Altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le donne che più ammiri non-fanno:

1. Rifiutano l’immagine della donna perfetta imposta dai media

Le donne sicure rifiutano le tendenze.
Non lasciano che i media dettino il loro aspetto fisico e i loro comportamenti.
Non si fanno imporre da spettacoli televisivi e fiction come parlare e come essere cool.

Difficilmente si conformano a qualcosa.
Sanno adattarsi finemente alle proprie esigenze e preferenze.
Si concentrano solo su ciò che vogliono.

Queste donne sono sicure nelle loro scelte di stile di vita,
di carriera, di sposarsi, di avere una famiglia o meno.

E non hanno paura di chiedere quello che vogliono.

2. Non reprimono i sentimenti

Le donne sicure sanno che l’istinto è l’alleato più forte nel processo decisionale.
Ascoltano la loro voce interiore come un amico di fiducia.

Se vogliono dirti qualcosa,
te lo faranno sapere,
stanne certo.

Sanno che il modo più veloce per ottenere qualcosa è …
l’onestà.

 


 

3. Le donne sicure non spettegolano

Spettegolare a volte può essere salutare perché stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero.
Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo.

I pettegolezzi e il gossip diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati,
con un’escalation dei toni e della forma,
o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Le donne sicure non parlano di altre donne,
hanno di meglio da fare che sparlare di altre persone.

Parlano piuttosto dei loro sogni,
dei loro obiettivi, dei loro piani,
e delle loro aspirazioni.

Non perdono tempo in gossip.
Le donne di successo evitano di farsi coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i loro rapporti interpersonali o di trovarsi in situazioni spiacevoli.

4. Non hanno paura dell’imperfezione

Meglio un diamante con un’imperfezione che un sasso senza.
Confucio

Le donne sicure sanno che l’equilibrio è tutto,
e che bisogna prendersi cura di se stesse.

Ricercano (costantemente) un sano equilibrio tra lavoro e vita privata e prendono tempo per mangiare bene.

Vogliono arrivare in palestra in orario,
ma sanno che il mondo non finirà, anche se … arriva un imprevisto sul lavoro,
o si concedono un gelato occasionale.

Le donne sicure sono ben consce del valore di una buona prima impressione,
ma conoscendo anche l’importanza del tempo, sanno che talvolta comporta …
niente-trucco e pantaloni da tuta.

Senza fare drammi!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Non cercano di soddisfare le aspettative degli altri

Una donna determinata non ha bisogno di continue approvazioni esterne.

Non han bisogno di accontentare tutti,
in ogni momento.

Non ha paura di dire di “no” o spiegare “perché”.

Si sforza di essere gentile e leale,
sapendo anche che è impossibile compiacere tutti.
Non si sconvolge se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

Continua a leggere la parte 2.

Nuovo team leader? 12 suggerimenti per partire con il piede giusto

nuovo team leader
Sei il nuovo team leader?

Bene.

Allora partiamo da qui.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader” (dedicato a chi entra per la prima volta nel mondo della leadership),
non importa dove andrai:

  • una startup innovativa
  • un’azienda familiare
  • una multinazionale

il tuo approccio iniziale farà la differenza.
Tra successo… e fallimento.

“Chi ben comincia…”

I primi giorni contano (molto più di quanto pensi)

Sarai stimolato.
Entusiasta.

Ma anche sotto pressione.

Davanti a te:

  • opportunità
  • difficoltà
  • aspettative

E tutto inizia… dal primo giorno.

Se stai già pensando a come spendere il nuovo stipendio, fermati un attimo.

Una falsa partenza può bruciarti in pochissimo tempo.

Essere leader è un viaggio.
Non solo un ruolo.

Ecco 12 suggerimenti per iniziare bene.

1. Non devi dimostrare (immediatamente) quello che sai

Lo hai già fatto nel processo di selezione.

Adesso devi dimostrare:
quanto sei capace di imparare.

2. Lo stress che senti, lo sentono anche gli altri

Il tuo arrivo di nuovo team leader … crea movimento.

Le persone si chiedono:

  • “Cosa cambierà?”
  • “Cosa succederà al mio ruolo?”

Un po’ di tensione è normale.
Anche utile.

Se puoi rassicurare… fallo.

Ma senza promettere ciò che non puoi mantenere.

3. Impara i nomi (il prima possibile)

In un periodo in cui si parla tanto di team building,
troppo spesso ci dimentichiamo che ogni persona vuole sentirsi
unica e speciale.

Non è solo educazione.

È leadership.

Usare il nome di una persona:

  • crea connessione
  • mostra rispetto
  • riconosce valore

E costruisce relazione.

4. Evita giudizi affrettati

“I pregiudizi sono la più grande barriera alla comunicazione.”
Carl Rogers

Attenzione.

Le etichette che metti agli altri…
influenzano il tuo comportamento.

E il loro.
E spesso diventano profezie che si auto-avverano.

5. Non credere a tutto quello che senti

Succede sempre all’arrivo del nuovo team leader.

C’è chi:

  • vuole piacerti
  • vuole influenzarti
  • metterti alla prova

Ognuno ha un motivo per “aiutarti”.
Sta a te capire quale.

6. Non fare il “so-tutto-io

Sei stato scelto perché sei bravo.
Ok.

Ma attenzione.
Se vuoi dimostrarlo subito… rischi di perdere credibilità.

Osserva.
Ascolta.
Capisci.

Poi agisci.

Se saprai resistere alla tentazione di impressionare,
i risultati saranno potenti.

7. Usa “noi”, non “io”

Fin da subito.
Crea squadra.

Includi tutti:

  • chi lavora con te ogni giorno
  • chi vedi una volta a settimana

Il senso di appartenenza nasce così, evitando di creare differenze e favoritismi tra i collaboratori.

8. Esci dall’ufficio

È un modo per far capire che-ci-sei.
Con loro.

In prima linea.

Non chiuso in ufficio,
ma accessibile e disponibile.
Fatti vedere.

Ogni giorno.

  • passa tra le persone
  • fai domande
  • ascolta

Le domande ti rendono autorevole.
Le risposte (spesso) arrivano dopo.

9. Rileggi sempre le mail

Sembra banale.
Non lo è.

Prima di inviare:

  • rileggi
  • controlla
  • rallenta

Se puoi, aspetta.

Rileggere con “occhi nuovi” cambia tutto.

Chiediti:

  • è chiara?
  • può essere fraintesa?
  • come la riceverei io?

10. Ascolta il tuo istinto

L’istinto arriva prima.
Sempre.

Fai silenzio.

Annota le sensazioni:

  • sulle persone
  • sulle dinamiche
  • sull’ambiente

Ti tornerà utile.
Un giorno.

L’istinto va oltre le frasi di rito,
i sorrisi di circostanza,
le strette di mano,
gli inchini e i salamelecchi che …

accompagnano il tuo arrivo.

11. Se vuoi sentirti grande vuol dire che sei (ancora) piccolo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, se senti il bisogno di:

  • mostrarti superiore
  • parlare dei tuoi successi
  • impressionare

Fermati!

Muoviti con fiducia.
Non con arroganza.

Fai parlare i fatti.

12. Le relazioni contano (più di quanto credi)

Sei stato scelto per competenze tecniche.

Ma resterai per le competenze relazionali.

All’inizio concentrati su 3 cose:

  • presentarti
  • ascoltare
  • costruire relazioni

Conosci le persone.
Non i ruoli.

Devi sistemare tutto subito?

No, non devi cambiare tutto subito.

Neanche dimostrare tutto subito.

Devi costruire.
E la costruzione… richiede tempo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno

In sintesi

Essere un nuovo team leader non significa “partire forte”.

Significa:
partire bene.

Con attenzione.
Con equilibrio.
Intelligenza relazionale.

Il tuo ruolo ti è stato assegnato.

La tua autorevolezza… no.

Quella la costruisci.

Giorno dopo giorno.
Conversazione dopo conversazione.

10 frasi killer da non pronunciare davanti al tuo capo

frasi da non dire al capo
Nel rapporto con il capo, le parole contano.

Non perché esistano frasi da non dire al capo o perché tu debba pesare ossessivamente ogni parola.

Ma alcune espressioni, dette magari senza pensarci, possono trasmettere qualcosa di molto diverso da ciò che volevi comunicare.

Rigidità.
Passività.
Lamentela.
Scarico di responsabilità.

E alla lunga possono complicare il rapporto professionale.

Il problema non è soltanto quello che dici al tuo capo.
È quello che le tue parole fanno pensare di te.

Ecco 10 frasi da non dire al capo — e soprattutto come potresti dirle meglio.

1. “È un problema”

Certo che puoi dirlo, se un problema esiste.

Il punto è non fermarti alla segnalazione.

Arrivare dal capo continuamente con problemi, ostacoli e difficoltà senza aver pensato almeno a una possibile soluzione rischia di farti apparire passivo.

Meglio:

“È emersa questa difficoltà. Vedo due possibilità per affrontarla…”

Non devi avere sempre la risposta. Ma dimostrare di aver già ragionato sul passo successivo fa una grande differenza.

2. “Non posso”

A volte non puoi davvero. E devi poterlo dire.

Ma un “non posso” secco chiude la conversazione.

Se il problema è il tempo, le risorse o il carico di lavoro, rendilo esplicito:

“Per domani non riesco a completarlo mantenendo la qualità necessaria. Posso consegnarlo giovedì oppure anticiparlo se spostiamo quest’altra priorità.”

Non stai dicendo sì a tutto.

Stai trasformando un limite in una proposta.

3. “Sono stanco morto, sai nel weekend…”

Puoi avere un buon rapporto con il tuo capo e parlare tranquillamente della tua vita privata.

Il problema nasce quando le vicende personali diventano continuamente la spiegazione di ritardi, errori o prestazioni insufficienti.

Un conto è raccontare il weekend.

Un altro è utilizzarlo per giustificare sistematicamente ciò che succede durante il lavoro.

4. “Ho bisogno di un aumento”

Puoi avere assolutamente bisogno di un aumento.

Ma se vuoi negoziarlo, il tuo bisogno personale non è l’argomento più forte.

Meglio parlare di responsabilità aumentate, risultati raggiunti, competenze acquisite, valore portato e livello retributivo della posizione.

Non:

“Ho bisogno di guadagnare di più.”

Piuttosto:

“Vorrei confrontarmi sull’evoluzione del mio ruolo e sul relativo riconoscimento economico.”

5. “Non mi piace lavorare con Letizia”

Il tuo capo deve conoscere un conflitto quando sta compromettendo il lavoro.

Ma c’è differenza tra portargli un problema professionale e coinvolgerlo continuamente nelle antipatie personali.

Non limitarti a frasi da non dire al capo tipo:

“Con Letizia è impossibile lavorare.”

Spiega invece:

  • che cosa sta succedendo;
  • quale effetto produce sul lavoro;
  • che cosa hai già provato a fare;
  • quale supporto chiedi al tuo capo.

Porta fatti e comportamenti, non giudizi sulla persona.

6. “Non è il mio lavoro”

Forse hai ragione.

Ma detta così suona facilmente come:

“Non mi interessa. Arrangiati.”

Se una richiesta esce realmente dal tuo ruolo o sta diventando sistematica, affronta la questione.

“Posso occuparmene questa volta. Vorrei però capire se questa attività entrerà stabilmente nelle mie responsabilità.”

Mettere un confine non significa essere poco collaborativi.

7. “Non posso farlo ora, ho altre priorità”

Anche questa frase può essere perfettamente legittima.

Il problema è stabilire unilateralmente che ciò che ti sta chiedendo il capo viene dopo tutto il resto.

Meglio:

“In questo momento sto lavorando su A e B, entrambi in scadenza. Se inseriamo anche questo, quale preferisci che consideri prioritario?”

Così non subisci tutto e non rifiuti tutto.

Chiedi di definire le priorità.

8. “Non mi avevi detto di fare così”

Magari è vero.

Ma se la pronunci soltanto per dimostrare che la colpa è del capo, la conversazione si sposta immediatamente dal problema alla ricerca del responsabile.

Meglio chiarire i fatti:

“Io avevo compreso che dovessimo procedere in questo modo. Evidentemente c’è stato un fraintendimento. Vediamo come correggerlo.”

Poi, se l’indicazione iniziale era effettivamente diversa, è giusto farlo presente.

Assumersi le proprie responsabilità non significa assumersi anche quelle degli altri.

9. “Il vecchio capo non faceva così”

Forse il vecchio capo faceva davvero meglio alcune cose.

Ma il confronto diretto raramente aiuta quello nuovo ad ascoltarti.

Se il vecchio metodo aveva dei vantaggi, parla di quelli:

“Prima utilizzavamo questa procedura e funzionava bene soprattutto per questo motivo. Potrebbe essere utile recuperare qualche elemento?”

Stesso messaggio.
Molto meno antagonismo.


Vuoi potenziare la tua assertività anche con il capo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

10. “Ma questa cosa dove la trovo?”

Non devi sapere tutto e chiedere aiuto non è incompetenza.

Ma prima di interrompere continuamente il tuo capo per informazioni facilmente reperibili, prova a cercare autonomamente.

Se non trovi la risposta, chiedi.

La differenza è semplice:

“Dove trovo questa cosa?”

oppure:

“Ho controllato qui e qui ma non sono riuscito a trovarla. Sai indicarmi dove posso recuperarla?”

La seconda frase comunica iniziativa.

Non devi avere paura di parlare con il tuo capo

Questo è il punto più importante.

L’obiettivo non è diventare prudente al punto da controllare ogni frase, annuire sempre o evitare qualsiasi disaccordo.

Anzi.

Puoi dire no,
segnalare un errore,
contestare una decisione,
chiedere un aumento,
mettere un confine o
dire che non sei d’accordo.

Conta come lo fai.

Essere professionali con il proprio capo non significa essere sempre d’accordo.
Significa saper esprimere anche il disaccordo senza trasformarlo in uno scontro.

Se vuoi lavorare più in generale sulla relazione, puoi leggere anche “Vuoi migliorare il rapporto con il tuo capo? Ecco 9 azioni tanto semplici quanto potenti”.

E se il problema non è una singola frase, ma un rapporto complesso che ormai ti mette continuamente in difficoltà:

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” e ritrova equilibrio, lucidità e strategie concrete per affrontare la situazione.

8 insicurezze al lavoro che tutti temono (anche il tuo capo)

insicurezze al lavoro

Foto di BarbaraAlane

Non sono pochi i professionisti che mi contattano per fare coaching
perché si sentono insicuri sul lavoro.

Dubbi sulle proprie qualità.
Perplessità sulle proprie competenze.
La sensazione di non essere abbastanza.

Desiderano lavorare bene.
Essere apprezzati.
Fare la differenza.

Eppure, attraversano momenti di incertezza

Momenti che, se ignorati, rischiano di trasformarsi in capitomboli professionali.

Se hai paura che le tue insicurezze emergano sul lavoro, ricordati una cosa.

Anche le persone che sembrano più sicure di sé — incluso il tuo capo — hanno:

  • dubbi
  • paure
  • incertezze.

La differenza è che hanno imparato a gestirle.

Ecco 8 insicurezze molto comuni sul lavoro
(anche tra i professionisti più esperti).

1. Sentirsi invisibili

Molte persone hanno paura di non essere viste o ascoltate.

Nessuno critica il tuo lavoro.
Ma nessuno lo apprezza nemmeno.

Invii una mail…
silenzio radio.

Hai chiesto un follow-up?

Nessuna risposta.
Non sei criticato.
Non sei elogiato.

Sei semplicemente… ignorato.

Complimenti: hai sviluppato il superpotere dell’invisibilità.

Ed è frustrante.

Perché sai che il tuo lavoro è utile.
Sai che ciò che fai ha valore.

Se solo qualcuno lo notasse!

2. Dire qualcosa di ridicolo

“Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere ciò che non sono.”

— Giacomo Leopardi

Molti temono di dire qualcosa che li faccia apparire:

  • poco professionali
  • inesperti
  • fuori luogo.

Nessuno vuole essere visto come il principiante della situazione.

Il problema è che non esiste il tasto rewind per le parole.

A volte la soluzione è più semplice di quanto credi:

  • scusarsi
  • chiarire
  • oppure usare un po’ di autoironia.

Una piccola gaffe non distruggerà la tua carriera.

3. Non avere nulla da dire

Sta per iniziare l’ennesima riunione.

E tu inizi a sudare freddo.
Sai perché.

Temi di non avere nulla di utile da dire.

In molte riunioni succede sempre la stessa cosa:
alcune persone dominano la conversazione
mentre altri restano in silenzio.

E restare seduti lì, senza contribuire, può essere una sensazione terribile.

Nessuno vuole essere la persona che “non aggiunge mai valore”.

4. Non capire

Sei seduto in riunione.

E mentre scorrono:

  • tecnicismi
  • acronimi
  • concetti complessi

pensi:

“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Non capire è una delle insicurezze più diffuse.

In teoria la soluzione è semplice:
chiedere.

In pratica, molti fanno altro.

Annuiscono.
Fingono di capire.

Sperando che nessuno faccia loro una domanda.

5. Non consegnare il lavoro in tempo

Essere in ritardo nella consegna di un lavoro è una delle cose meno tollerate.

Comunica una cosa molto precisa:
inaffidabilità.

Le scadenze raccontano molto di te:

  • del tuo metodo di lavoro
  • della tua organizzazione
  • del tuo senso di responsabilità.

Rispettarle è una delle regole più importanti.

6. Non essere riconosciuti

“Posso vivere due mesi grazie a un bel complimento.”

— Mark Twain

Anche nel lavoro abbiamo bisogno di riconoscimento.

Non vogliamo solo timbrare il cartellino e aspettare lo stipendio.

Vogliamo sapere che il nostro lavoro:

  • è utile
  • apprezzato
  • visto.

Quando un progetto su cui hai lavorato duramente passa inosservato…
è difficile non sentirsi scoraggiati.

Ancora peggio quando il merito viene attribuito a qualcun altro.

7. Sentirsi inadeguati

Molti professionisti hanno una sensazione costante:
non essere all’altezza del ruolo.

Ogni nuovo incarico sembra enorme.
Ogni incontro con il capo genera tensione.

“E se si accorgessero che non sono così competente?”

Ma c’è una verità semplice.

Se non fossi qualificato per il tuo ruolo…
probabilmente non lo avresti!

Se vuoi approfondire l’inadeguatezza della sindrome dell’impostore ho dedicato un capitolo nel mio libro “Prima vola Leader”.

8. Pensare di non avere talento

Confrontarsi con gli altri è inevitabile.

E spesso sembra che qualcuno sia:

  • più veloce
  • più brillante
  • più talentuoso.

Questo confronto può generare:

  • gelosia
  • frustrazione
  • insicurezza.

Ma ecco una cosa importante.
Il talento, da solo, non basta.

Servono anche costanza, duro lavoro e
determinazione.

Tra una persona talentuosa ma poco determinata
e una meno talentuosa ma tenace…
personalmente scommetto sempre sulla seconda!

Se senti di non essere abbastanza incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, potrebbe essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il percorso di coaching mirato:
Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Una riflessione finale

Le insicurezze sul lavoro sono normali.

A volte possono spingerti a migliorare.
Altre volte rischiano di bloccarti.

Anche i professionisti più sicuri hanno dubbi.

La differenza è che non permettono alle insicurezze di fermarli.

Le ascoltano.
Imparano da loro.

E poi… continuano ad andare avanti.

8 frasi tossiche da evitare quando chiedi un aumento di stipendio


Chiedere un aumento: 8 frasi da evitare (se vuoi davvero ottenerlo)

In un mondo del lavoro ideale, la soluzione sarebbe semplice:
vuoi più soldi? Li chiedi.

Fine.

Nel mondo reale, invece, tutto si complica.
Ti blocchi.
Rimandi.
Ci giri intorno.

Perché?

Perché chiedere un aumento non è solo una questione economica.
È una questione (anche) emotiva.

La vera paura non è il “no”

Temiamo il rifiuto.

Non tanto per quello che comporta…
ma per quello che ci fa sentire.

Rifiutati.
Non abbastanza.
Sostituibili.

E così evitiamo.

Oppure arriviamo alla trattativa già indeboliti.

Eppure c’è una cosa da chiarire subito:

una negoziazione spesso inizia con un “no”.

Se fosse tutto facile e lineare, non si chiamerebbe trattativa.

Il punto, quindi, non è evitare il rifiuto.
È non sabotarsi prima ancora di iniziare.

Ecco 8 frasi da evitare quando chiedi un aumento:

1. “So che non è il momento giusto…”

Se lo pensi davvero, perché lo stai chiedendo?

Il timing conta.

Conta molto.

Se l’azienda cresce, fattura, investe…
hai un terreno favorevole.

Se invece si parla solo di tagli, riduzioni e contenimento costi,
stai entrando in salita.

Chiedere nel momento sbagliato non è coraggioso.
È poco strategico.

2. “Non ho un aumento da…”

Capisco la frustrazione.

Anni senza riconoscimenti.
Impegno dato per scontato.

Succede.

Ma attenzione: questo argomento parla di te.
Dei tuoi bisogni.

L’azienda ragiona in modo diverso.

Vuole capire il tuo valore.
Non il tuo malcontento.

3. “Sto facendo il lavoro di tre persone”

Forse è vero.

Ma probabilmente non sei l’unico.

Molti team lavorano sotto pressione.
Molti colleghi sono nella stessa situazione.

Se porti questo argomento come lamentela, perdi forza.

Se invece mostri risultati concreti, cambia tutto.

4. “Sono qui da un anno e …”

La permanenza non è un merito.

È una base.

Rimanere non significa crescere.

Non significa creare valore.

Non significa meritare automaticamente di più.

Il tempo da solo non giustifica un aumento.

5. “Ho fatto tutto quello che dovevo fare”

Appunto.

Quello che dovevi.

Un aumento non premia il minimo richiesto.

Premia ciò che va oltre.

Iniziativa.
Impatto.
Risultati.

Se non riesci a dimostrare questo,
la richiesta si indebolisce.

6. “Ho bisogno di più soldi per…”

Mutuo.
Famiglia.
Spese personali.

Sono motivazioni reali.
Legittime.

Ma non sono criteri aziendali.

L’azienda investe su ciò che produci,
non su ciò che ti serve.

È una distinzione dura, ma necessaria.

Se vuoi lavorare in modo concreto sulla tua crescita professionale, sulla negoziazione e sul tuo posizionamento:

Scopri il coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

7. “Ho scoperto che Filippo guadagna più di me”

Il confronto è una trappola.

Non conosci tutti i dati.
Non conosci le condizioni.
Neanche conosci la storia.

Filippo potrebbe avere:

  • più esperienza
  • più risultati
  • una negoziazione iniziale diversa

Portare questo argomento ti indebolisce.

La tua richiesta riguarda te.
Solo te.

8. “Se non mi date un aumento, me ne vado”

È una leva.

Può funzionare.

Ma è rischiosa.

Funziona solo se:

  • sei davvero disposto ad andartene
  • hai alternative concrete
  • hai un valore riconosciuto

Se bluffi… si vede.

E perdi credibilità.

Come impostare davvero la richiesta

Chiedere un aumento non è un atto impulsivo.

È una costruzione.

Serve preparazione.
Serve chiarezza.
Posizionamento.

Parti da qui:

  • Quali risultati hai ottenuto?
  • Che impatto hanno avuto?
  • In cosa sei diventato più efficace?
  • Dove stai creando valore concreto?

Parla di fatti.

Numeri.
Progetti.
Risultati.

Esplicita con chiarezza.

Senza giustificarti.
Scusarti.
Attaccare.

Hai ricevuto una nuova offerta di lavoro ma non sai se accettare o restare dove sei?

Scopri il percorso di coaching mirato “Nuova offerta di lavoro: accettare o restare?
per valutare con lucidità pro e contro e prendere una decisione davvero consapevole.

Chiedere un aumento oggi non è semplice

Serve lucidità.
Serve coraggio.
Preparazione.

“Valutati di più: ci penseranno gli altri ad abbassare il prezzo.”
Anton Čechov

Non è il “no” a fermarti.

È il modo in cui ti presenti prima ancora di chiedere.

E quello… puoi cambiarlo.

6 cose da ricordare quando ti senti uno stupido al lavoro

errori al lavoro

“A volte mi sento così stupida e incompetente al lavoro.
Eppure la posizione mi sembrava relativamente facile.

Cerco di fare del mio meglio.
Rivedo il mio lavoro prima di sottoporlo al mio superiore.
Cerco di essere positiva.

Eppure ho paura di commettere sempre più errori.

Questa sensazione sta uccidendo la mia fiducia
e ha effetti negativi su quasi tutti gli aspetti della mia vita.

Sinceramente, non so più cosa fare.

Mi sento meno efficace degli altri anche nei compiti più semplici.

Ho paura di essere lenta.
Ho paura che i colleghi mi vedano come inadatta.

Il mio incubo più grande?

Essere destinata a fare lavori semplici e monotoni per tutta la vita.

Questo mondo smart, efficiente e competitivo non fa per me.”

Così una mia cliente — che lavora nel marketing di una nota marca di moda —
mi descriveva la sua paura di sbagliare e di non essere all’altezza.

E non è un caso isolato.

Molti di noi, prima o poi,
si sentono insicuri, stupidi, confusi.

Dubitiamo delle nostre qualità e delle nostre competenze.

Ecco 6 cose da ricordare quando attraversiamo momenti di dubbio, paura e incertezza:

1. Tutti fanno errori al lavoro

“Tutti commettono errori.
È per questo che c’è una gomma per ogni matita.”

Proverbio giapponese

Nessuno è perfetto.
Nessuno nasce imparato.

Probabilmente ti è capitato di guardare un collega e pensare:
“Perché sembra così efficace, facendo lo stesso lavoro?”

La verità è che anche loro sbagliano.

Smetti di confrontarti.
Concentrati invece su cosa puoi imparare per evitare l’errore la prossima volta.

Relativizza.
Non trasformare una goccia in un oceano.

Il mondo non smetterà di girare
perché hai commesso un errore.

2. Non cadere nella trappola della perfezione

Ti tormenti per ogni dettaglio?
Pensi di non essere mai “abbastanza”?

Alzi l’asticella, aumenti l’ansia
e quando sbagli — come tutti —
ti colpevolizzi duramente.

La ricerca della perfezione
è una delle strade più rapide per distruggere la fiducia.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Sei il tuo critico più feroce

Nel mio libro “Prima volta Leader” lo sottolineo spesso:
siamo molto più duri con noi stessi che con gli altri.

Impietosi.
Intransigenti.
Incapaci di perdonarci un errore.

Ci osserviamo, giudichiamo, valutiamo continuamente.
Come se aspettassimo solo l’errore per condannarci.

Non ci parliamo con rispetto.
E questo, alla lunga, pesa.

4. Distaccati dall’errore

Abbiamo imparato ad associare l’errore alla persona.

Se sbaglio → sono sbagliato.

Ma non è così.

Impara a dire:

  • Ho commesso un errore”

non

  • “Io sono un errore”.

La differenza è enorme.
E cambia tutto.

5. Se fossi davvero stupido, non saresti lì

L’azienda ha avuto tempo e modo di valutarti.

Se ti hanno assunto,
è perché hanno visto qualcosa in te.

Una competenza.
Una potenzialità.
Una possibilità di crescita.

Chi ti ha scelto,
in questo momento, crede in te più di quanto tu creda in te stesso.

6. Prenditi meno sul serio

Imparare a ridere delle proprie insicurezze
richiede coraggio e umiltà.

Ma è liberatorio.

Per crescere,
per fare bene le cose,
dobbiamo prima imparare a sbagliare.

Inadeguatezza sul lavoro? Accetta la sfida.

Se non ti senti all’altezza, puoi migliorare. Sempre.

Iscriviti a un corso.
Trova un mentore.
Affidati a un coach.

Lavora su di te.
Sviluppa i tuoi punti di forza.
Accetta e supera le tue fragilità.

L’insicurezza non è una condanna.
È spesso il primo segnale di crescita.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza sul lavoro?

È il momento di rimettere al centro-te-stesso.

Scopri il percorso di coaching mirato
Ritrova autostima dopo una pausa o un momento difficile
per recuperare solidità e fiducia dopo una fase complessa.

Puoi approfondire con i miei libri:

Autorevolezza” – edizione aggiornata 2025
Per rafforzare impatto, carisma e presenza.

Prima volta Leader
Se affronti per la prima volta la gestione di un team.