8 cose da fare dopo un errore o un fallimento

Se fai troppi errori, perdi credibilità.
Se fai pochi errori, sei fermo, statico … morto.

Troppi errori ripetuti minano la tua professionalità.
Nuovi errori ti danno l’opportunità di imparare,
ti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare le cose giuste.

Chissà quante volte ti sarai chiesto “Che cosa succede se commetto un errore?”
Ma questa non è la domanda giusta …

Ecco 8 fattori da ricordare dopo un errore o un fallimento:

1. Non beeeelare

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Quando commetti un errore … ammettilo, lamentati, piangi, urla, picchia i pugni,
impreca ma poi … finiscila lì!

Non sei il solo.
La maggior parte delle persone non parla apertamente dei loro fallimenti.

Non lamentarti e commiserarti troppo.
Cosi si diventa deboli, piagnucoloni e lamentosi.

Le incessanti recriminazioni ti tolgono un sacco di energie,
ti annebbiano la mente e ti distolgono dal fare la prossima mossa:
passare ancora all’azione.

2. Ricerca le tue responsabilità personale

Spesso,
la nostra tendenza iniziale è incolpare gli altri o i fattori esterni.

Raramente i fallimenti nella nostra vita sono interamente imputabili alla responsabilità di qualcun altro.
Se non ci assumiamo la responsabilità personale,
non possiamo mai passare alla fase successiva.

3. Riprova dicendo “La prossima volta farò …”

Dopo aver commesso un errore,
riprovaci dicendo: “Ok. La prossima volta farò …

Errori ripetuti ti insegnano che ci sono altri modi possibili per fare le cose per bene.

“Se un errore non è un trampolino di lancio,
è un errore.”

Eli Siegel

 


 

4. Mantieni l’entusiasmo

“Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro
senza perdere l’entusiasmo.”

Winston Churchill

Non fare l’errore di trasformare i tuoi errori in sconfitta.
Mantieni lo slancio e l’entusiasmo anche quando non ci riesci.

Le cose migliori di solito accadono quando meno te lo aspetti.

Cerca di sorridere nel frattempo.
Non perché la vita è facile o perfetta, ma perché hai scelto di mantenere l’entusiasmo,
di essere felice e grato per tutte le cose buone che hai fatto finora.

5. Non mollare

Rivedi le strategie, migliora l’approccio, gli strumenti, competenze e …
vai avanti.

Non accontentarti di alcuni tentativi,
insisti fino alla fine.

Anche dopo ripetuti fallimenti,
non perdere la fiducia mai.

Anche tu, come me, ti sei reso conto di non poter contare sulla genialità,
spero sia da stimolo sapere che il talento è utile ma la grinta è il fattore fondamentale del successo a lungo termine.

Se non c’è l’hai (la grinta), devi trovarla.
Se ne hai,
tienila stretta e non sprecarla su qualcosa di stupido!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

6. Consapevolizza che sbagliare a volte può essere una benedizione

“Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori.
È bene che una volta ogni tanto si scottino le dita.”

Mahatma Ganghi

A volte,
non ottenere quello che vuoi può essere considerato un vero e proprio colpo di fortuna.

Dopo un errore,
puoi rivalutare le cose, aprire nuove porte alle opportunità e le informazioni che avresti altrimenti trascurato.

A volte,
la vita cade in 1000 pezzi per fare in modo che le cose migliori possano “ricostruirsi insieme”.

7. Cancella la percezione di fallimento

Siamo abituati ad associare l’errore alla persona.
Aver fallito, ci autorizza inoltre a considerarci delle persone fallite, mancate.

Come se fossimo ancora a scuola, ci diamo sempre un voto, una valutazione, un giudizio,
una sentenza inappellabile e spietata: se “ ho fallito” vorrà dire che “sono fallito”.

Dopo un errore, dobbiamo ristrutturare le nostre convinzioni e smussare gli angoli dell’autocritica più tagliente e imparare a pensare:
Io non sono un errore” ma “Ho commesso un errore”.

La differenza è evidente.

8. Consapevolizza che la vita va avanti comunque anche dopo un errore

Accogli sempre con un sorriso le cose belle,
e le cose brutte che ti accadono nel corso della tua vita.

Impara dai tuoi errori, ma non commiserarti. La vita è cambiamento,
le cose a volte vanno male, ma la vita va avanti.
E tu accompagnala sempre con un sorriso.

Chissà quante volte ti sarai chiesto “Che cosa succede se commetto un errore”.
Ma questa non è la domanda giusta …
la domanda migliore è “Che cosa succede se non commetto un errore?”

7 ragioni perchè non riesci a concentrarti al lavoro

concentrarsi al lavoro
Inizi a leggere.
A metà pagina ti accorgi di non aver capito.
Ricominci.
Ancora niente.

Arrivi in fondo…
e non ricordi l’inizio.

Che cosa sta succedendo?

Smarrisci spesso le chiavi.
Sei quasi sempre in ritardo.
Ti si chiudono gli occhi durante le riunioni
e sobbalzi quando qualcuno chiude una porta?

La mancanza di concentrazione ti fa perdere tempo.

E spesso ti impedisce di ottenere buoni risultati
per lavori che potresti svolgere bene in due ore,
se solo fossi più focalizzato.

Così, concentrarsi al lavoro diventa difficile.
La vita diventa faticosa.
Molto faticosa.

Ecco 7 ragioni per cui fai fatica a concentrarti al lavoro.

1. Sovraccarico di social, mail, telefonate

(Dicono che) è bello essere sempre connessi.

Peccato che ogni notifica:

  • interrompa il filo logico
  • costringa a ripartire da capo
  • frammenti l’attenzione

Evita i social mentre lavori.
Meglio usarli durante le pause.

Lo stesso vale per le mail.

Rispondere a ogni messaggio appena arriva
ti impedisce di entrare in profondità.

  • Quante mail richiedono davvero una risposta immediata?
  • E le telefonate?
  • Se non sono urgenti, perché non lasciarle alla segreteria?

Personalmente controllo mail e segreteria telefonica
a orari più o meno fissi:
mattino – pranzo – tardo pomeriggio.

Sì, proprio così.
Un po’ come prendere le medicine.

2. Concentrarsi al lavoro: il multitasking non aiuta

Se sei bravo nel multitasking
potresti pensare di fare più cose in meno tempo.

Ripensaci.

Più frammenti l’attenzione,
più diventa difficile concentrarsi davvero.

Ogni cambio di compito ha un costo mentale.

Sul lungo periodo, questo porta a:

  • minore profondità
  • maggiore stanchezza
  • difficoltà sui compiti complessi

Tre progetti insieme
richiedono quasi sempre più tempo
che affrontarli uno alla volta.

Una cosa alla volta, soprattutto sui compiti importanti.

Il multitasking lascialo per attività leggere
(riordinare mentre sei al telefono, ad esempio).

3. Mancanza di sonno

La privazione di sonno
è una delle cause più comuni di scarsa concentrazione.

Se dormi poco:

  • sei irritabile
  • spossato
  • meno lucido

Il primo passo è semplice (non facile):
dormire 7–8 ore a notte
(secondo il tuo fabbisogno personale).

La sera:

  • riduci TV e smartphone
  • scollegati almeno un’ora prima di dormire

Alcune ricerche mostrano che tenere lo smartphone sul comodino
può disturbare il sonno.

La luce delle notifiche sopprime la melatonina,
l’ormone che favorisce il riposo.

4. Pochi stimoli o soddisfazioni sul lavoro

Ambienti disorganizzati.
Progetti destinati a finire nel nulla.
Feedback negativi ripetuti.

In queste condizioni è normale perdere:

  • motivazione
  • energia
  • concentrazione

Compiti banali e ripetitivi,
poco significato,
poche responsabilità
spengono il cervello, lentamente.

5. Troppo stress

Un po’ di stress aiuta.
Troppo stress distrugge.

Quando le priorità sono troppe:

  • l’attenzione cala
  • aumenta la distrazione
  • cresce la dimenticanza

Ansia e stress chiedono sempre un prezzo.
E la concentrazione è tra le prime a pagare.

Usa tecniche di rilassamento
e cura lo stile di vita,
a casa e al lavoro.

6. Poco esercizio fisico

L’attività fisica regolare:

  • mantiene la mente acuta
  • migliora memoria e apprendimento
  • stimola i neuroni

Non serve la palestra.

Anche una camminata a passo sostenuto è sufficiente.

Meglio muoversi nella prima parte della giornata.

Per concentrarsi al lavoro evita allenamenti intensi la sera:
uno stress eccessivo peggiora il sonno.

7. Consumo eccessivo di caffeina (e bevande stimolanti)

La caffeina può essere un’alleata.
Se usata con misura.

Un consumo moderato
(2–3 caffè al giorno)
può migliorare vigilanza e reattività.

Ma l’eccesso fa l’esatto contrario.

Troppa caffeina può provocare:

  • insonnia
  • nervosismo
  • mal di testa
  • agitazione
  • difficoltà di concentrazione

E qui sta l’inganno:
la caffeina non è solo nel caffè.

È presente anche in:

  • energy drink
  • bevande tipo cola
  • (soprattutto tè nero)
  • bevande “funzionali” o sportive
  • cioccolato (soprattutto fondente)

Il risultato?

Sommando tutto, spesso assumi molta più caffeina
di quanto credi.

Questo sovraccarico stimola il sistema nervoso,
aumenta l’irrequietezza
e peggiora la qualità del sonno.

E se dormi male,
il giorno dopo paghi il conto
in concentrazione, lucidità ed energia.

Meno stimolanti artificiali.
Più equilibrio.

In chiusura

Concentrarsi al lavoro non è solo forza di volontà.

È una competenza che si protegge,
un equilibrio che si costruisce ogni giorno.

Se la perdi,
non colpevolizzarti subito.

Osserva.
Riduci il rumore.
Riparti da ciò che conta davvero.

6 fattori da ricordare quando ti senti inadeguato nel nuovo lavoro

inadeguato nel lavoro

Foto di Stocksnap.

Prima l’agonia della ricerca lavoro.
Poi i salti di gioia.

E infine… la doccia fredda:

sentirti completamente inadeguato nel nuovo lavoro o ruolo!

I primi giorni possono sopraffarti.

Hai una sola certezza (auto-sabotante):

da qualche parte — nel processo di selezione o nell’organizzazione —
qualcuno ha fatto un errore.

E la persona sbagliata sei tu.

Perché ti senti inadeguato nel lavoro?

Nel mio libro Autorevolezza, questo tema emerge spesso.
Soprattutto nei nuovi team leader.

C’è troppo da sapere.
Troppe competenze da dimostrare.

Ogni incarico sembra impossibile.
Ogni incontro con il capo può essere “quello decisivo”.

Quello in cui scopriranno che non sei all’altezza.
Inadeguato nel lavoro.

Responsabilità scoraggianti.
Disagio nel ruolo.

Idee poche.
Anzi: idee zero.

Non sapere cosa fare

Non sapere a chi chiedere.

Oppure chiedere aiuto per quasi-tutto.

E anche se l’azienda e il team sembrano soddisfatti…

tu dubiti di te stesso.

Martelli la tua fiducia.
E ti chiedi:

“Dove mi sono cacciato?”

Suona familiare?

Potrei dirti:

  • “Non preoccuparti. Basta avere fiducia.”

Ma so che serve a poco.
Sono parole.

Non sciolgono il groppo che senti in gola.

Allora cosa puoi fare?

Puoi camminare sulle uova.
Rinunciare.
Oppure aspettare che qualcuno ti smascheri.

Oppure puoi affrontare la realtà.
E ricordarti di queste 6 verità:

1. Sei stato assunto per un motivo

Durante il colloquio hai mentito?
Hai recitato una parte?
Hai ingannato tutti?

Se la risposta è no, allora chi ti ha assunto ha visto qualcosa.

Una competenza.
Una potenzialità.
Un valore.

I processi di selezione oggi sono
lunghi,
articolati,
rigorosi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni.

Ti hanno osservato attentamente.
E alla fine hanno scelto te!

Questa è la realtà.

2. All’inizio non si aspettano che tu sia perfetto

Non si aspettano che tu sappia tutto.

Si aspettano che tu impari.

Chi ti ha assunto sa che:

  • devi crescere
  • devi adattarti
  • fare esperienza

Sa che sei un investimento.
Sa che hai margine.

Questo è normale.
Fa parte del processo.

3. Il vero rischio è sabotarti da solo

Quando ti senti inadeguato, iniziano i pensieri:

  • “E se si accorgono?”
  • “E se ho sbagliato tutto?”
  • “Se fallisco?”

Così inizi a sabotarti.

Notti insonni.
Scenari catastrofici.
Dubbi continui.

Ma c’è una verità importante:

Le valutazioni dell’azienda sono più obiettive delle tue.

Noi siamo i nostri peggiori critici.

La soluzione non è fuggire.

È abbracciare la sfida.
E fare il tuo lavoro.

Un passo alla volta.

4. Conta più quello che pensano loro di quello che pensi tu

Tu puoi dubitare.
Ma loro ti hanno scelto.
Questo è il fatto.

Spesso siamo più severi con noi stessi
di quanto lo siano gli altri.

Nel mondo del lavoro ci sono persone che si sopravvalutano…

e altre — molto valide — che si sottovalutano.

Molto probabilmente, tu appartieni alla seconda categoria.

Smetti di giudicarti.

Concentrati sul migliorare.

5. Il disagio può diventare il tuo più grande alleato

La sensazione di inadeguatezza è scomoda.

Ma può diventare una forza.

Ti spinge a:

  • imparare più velocemente
  • osservare di più
  • migliorarti continuamente

Ti porta fuori dalla tua zona di comfort.

Trova un mentore.
Un coach.
Studia.
Osserva.

Prenditi dei rischi.

Paradossalmente, potresti riuscire proprio grazie a questa sensazione.

6. Le aziende non fanno beneficenza

Le aziende non pagano stipendi per gentilezza.

Se ti hanno assunto, è perché credono in te.
Se ti confermano, è perché stai facendo bene.
Vedono potenziale, è perché esiste davvero.

Chi ti ha assunto ha già assunto molte altre persone.

Sa cosa cerca.
Sa cosa vede.
Cosa vale.

Il tuo compito è semplice:
continua a lavorare.
Continua a imparare.
A crescere.

Non c’è alcun motivo reale per dubitare di te stesso.
Sei dove devi essere.

In definitiva

Sentirsi inadeguati all’inizio non è un segnale di fallimento.

È un segnale di crescita.

Non sei indietro.
Sei dentro il processo.

E spesso, proprio chi dubita di sé
è quello che costruisce la vera autorevolezza.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

Scopri il coaching mirato per ritrovare
autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

13 motivi perchè la gente non ascolta quello che hai da dire

non essere ascoltato

Dovremmo parlare molto meno.

Parlare troppo — e parlare male — è forse l’errore più comune che facciamo.

Quando vogliamo spiegare, convincere, impressionare
finisce che diciamo più del necessario
o usiamo espressioni e atteggiamenti che ci fanno apparire
offensivi, incompetenti o poco corretti.

Desideriamo entrare in contatto con persone degne del nostro tempo.

Ascoltare persone capaci di tenerci attenti, vivi, coinvolti.

Non vieni ascoltato? Attenzione a ciò che dici

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader”,
le persone ti valutano in base a ciò che esce dalla tua bocca.

Se il tuo contributo ha poco valore,
non otterrai — giustamente — tempo né attenzione.

Ecco 13 motivi per cui le persone non ti ascoltano.

1. Parli troppo e sei dispersivo

Salti da un punto all’altro.
Apri parentesi su parentesi.
Non arrivi mai al punto.

Poco focus, molta dispersione.

Ripetere non rafforza un concetto:
lo indebolisce.

Più ripeti, più annoi.
Più spieghi, più perdi chi ti ascolta.

Se porti le persone fuori strada,
spesso resteranno lì.
Fuori strada.

2. Ti lamenti e non porti soluzioni

C’è qualcosa di più irritante
di chi si lamenta sempre
e non costruisce mai nulla?

Se parli solo di problemi, scuse e giustificazioni
verrai etichettato come negativo e lamentoso.

Quando dalle tue parole non nasce nulla di concreto,
le persone smettono di ascoltare.

Recriminare è facile.
Agire molto meno.

3. Interrompi o “vai sopra”

Interrompere non è solo scortese.
È offensivo.

Tagliare le frasi degli altri,
anticipare conclusioni,
presumere di aver capito prima che l’altro finisca
genera frustrazione immediata.

Nessuno ascolta chi non sa ascoltare.

4. Usi cliché e frasi fatte

Superficiale.
Scontato.
Irrilevante.

Un cliché ogni tanto è umano.

Una conversazione fatta solo di luoghi comuni la dimentichi.
E poi ti chiedi perché non ti ascoltano.

5. Dici sempre le stesse cose

Stessi esempi.
Stesse battute.
Stesso copione.

Diventi prevedibile.

E la prevedibilità spegne l’attenzione.
Anche (anzi, soprattutto) l’ironia, se riciclata, diventa pesante.

6. Non sai davvero di cosa parli

Se non sai, taci.
Se sai, parla con misura.

Essere competenti non significa dimostrarlo sempre.
Vuol dire anche sapere quando imparare dagli altri.

7. Parli sempre di te

Trovi ogni appiglio per riportare il discorso su di te:
i tuoi successi, i tuoi viaggi, la tua esperienza.

All’inizio incuriosisce.
Alla lunga stanca.

Niente di male, per carità,
ma pensi davvero che riuscirai a impressionare,
sembrare più interessante e intrigante?

L’egocentrismo non crea interesse.
Crea distanza.

8. Sei ambiguo

Persone insicure comunicano in modo ambiguo.
Leader ambigui creano organizzazioni confuse.

Se non sei chiaro,
non aspettarti entusiasmo (e seguito) alle tue parole.

9. Non prendi gli altri sul serio

Sorrisi ironici.
Testa che scuote.
Espressioni di sufficienza.

Puoi non essere d’accordo,
ma se umili l’altro
stai toccando punti molto sensibili.

Vuoi rispetto?
Dai rispetto.

Comincia da qui.

10. Non mantieni la parola

La gente ascolta solo chi è affidabile.

Se prometti e non mantieni,
perdi credito.

Per sempre.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

La nuova edizione 2025 di “Autorevolezza

e “Prima volta Leader
sono libri pratici per lavorarci in profondità.

11. Fai il saputello

Sai tutto tu.
Correggi tutti.

Non ammetti errori.

Fai impazzire con la tua analisi e la tua esperienza,
sul modo in cui si dovrebbe fare/non-fare una certa cosa.

Dietro il “so tutto io”
c’è quasi sempre insicurezza.

E nessuno ascolta chi ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

12. Non trasmetti empatia né passione

Se non ti interessa davvero ciò di cui parli,
perché dovrebbe interessare agli altri?

Siamo già abbastanza distratti.
Cinici.

Se non ti curi della gente cui stai parlando,
perché loro dovrebbero interessarsi a te?

Senza empatia,
le parole cadono nel vuoto.

13. Vuoi essere ascoltato, ma non ascolti

La comunicazione è reciproca.
Non è un monologo.

Fai dell’ascolto la tua prima priorità.

Paradossalmente,
è così che ti verrà chiesto di parlare.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Il percorso di coaching mirato
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
lavora proprio su questo.

Conclusione

Se desideri essere ascoltato — davvero —
servono attenzione, interesse sincero e presenza.

Fallo
e diventerai un punto di riferimento al lavoro di colleghi, collaboratori e capi.

Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

10 cose che le persone di successo non fanno

persone di successo

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita è senz’altro utile comprendere cosa-fanno le persone di successo.
Altrettanto importante è conoscere anche cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le persone che più ammiri non-fanno:

1. Non si aspettano risultati immediati

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Le persone che ammiri non si aspettano risultati immediati.

Non pensano che il successo arriverà “rapido” o “facile”. Sanno che occorre tempo e fatica. Ognuno si evolve al suo ritmo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per ottenere progressi rilevanti.

Sorridono guardando le persone che si lasciano intrappolare da sogni facili tipo “Perdere fino 5 kg di peso in 1 settimana”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare un grande leader in 4 passaggi”.

2. Non aspettano il “momento perfetto” per agire

Le persone di successo non aspettano il momento giusto per agire perché sanno che il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

Anche loro (come tutti noi) hanno timore di fallire e di non fare la scelta giusta, ma accettano che nella vita non ci sono certezze e non esistono garanzie di successo.

Cercano di vincere la paura e la pigrizia.

Vuoi una garanzia di successo prima di fare qualcosa? Mi spiace, non esiste ma se non provi (se non ti butti) è garantito che fallirai.

3. Non si lasciano condizionare da persone negative

Ignorano gli scettici e i pessimisti.

Ma anche … quelli che si lamentano, quelli che rimandano, quelli che succhiano l’energia, quelli che trovano scuse per tutto, quelli negativi, quelli drammatici.
 


 

Le persone che ammiri sanno che l’energia è contagiosa.

Hanno imparato che ascoltando continuamente problemi, lamentele, pessimismo si sentiranno a loro volta stanche e logore.

Invece, chi ha successo frequenta regolarmente solo persone con un atteggiamento mentale positivo, che danno una spinta o una prospettiva nuova.

4. Non lasciano “lievitare” i problemi

Le persone che più ammiri non ignorano le preoccupazioni.
Affrontano i problemi appena possibile.

Sono tentate (come tutti noi) di trascurare le cose più difficili, ma hanno capito che invece devono affrontarle subito. Hanno compreso che rimandare o (peggio) ignorare un problema vuol dire trasformarlo in “qualcosa” di sempre più grande, magari ingestibile.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perché proviamo disagio, quando poi saremo costretti a farlo proveremo ancora più malessere e saremo ancor più logorati dallo stillicidio di attesa, ansia e stress.

5. Non si fermano di fronte gli ostacoli

La vita non sempre ci riserva quello che desideriamo.
È una verità.

Le persone che raggiungono il successo sono disposte a fare sacrifici.
Non indietreggiano davanti alle avversità.

Sono consapevoli che non otterranno sempre quello che desiderano.

Trovano costantemente il modo di migliorare se stessi. Credono che il successo sia una scelta … per questo scelgono di concentrare il loro tempo e le loro energie solo sulle cose che li condurrà a quel traguardo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

6. Non sprecano energia su cose che non possono controllare

Prendono le distanze dalle cose che non possono controllare. Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione!

Non sprecano energia e capacità su cose e fatti che non dipendono da loro. Hanno sperimentato (sulla loro pelle) che non possono controllare gli altri ma solo gestire la propria reazione, il proprio atteggiamento. Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi, si concentrano sulle prossime azioni e su ciò che possono controllare nella loro vita.

7. Non si preoccupano di piacere a tutti

Le persone che più ammiri riconoscono che non hanno bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.

Non hanno paura di dire di “no” o “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

8. Non mollano dopo un fallimento

Le persone di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Invece, usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare, fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato, cosa dovremo fare di diverso la prossima volta. Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.
Le persone che ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade, ma quante volte ti rialzi (più forti di prima).

Cadi sette volte, rialzati otto.
Proverbio giapponese

9. Le persone di successo non cercano scuse

Le persone di successo si assumono la responsabilità dei loro errori.

Se le cose non vanno come previsto o qualcosa va storto, si prendono l’onere di risolvere il problema.
Non cercano scuse.

Le scuse sono a uso esclusivo di indecisi e incompetenti.

10. Non percepiscono le difficoltà come ostacoli

Quando le persone di successo si trovano di fronte a una difficoltà, non fanno drammi, non si disperano o rassegnano. Vedono questo impedimento semplicemente come un problema da risolvere … un ostacolo da superare … proprio come hanno fatto con tutti gli ostacoli che hanno oltrepassato in passato.

Sanno che quest’esperienza li renderà ancora più intelligenti e più forti.
Sono determinate a ottenere i loro obiettivi -non importa quanto grande- ogni giorno.

Raggiungere il successo non è facile

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi può essere d’ispirazione sapere cosa-non-fanno le persone di successo.

Avere successo nella vita non è facile.
Ci vuole tempo.
Fatica.
Dedizione, coraggio, costanza.
Anche al tuo livello (grande o piccolo che sia, non importa).

Come smettere di pensare al lavoro quando sei di libero

preoccupazione
Ansia, stress, inquietudine, pensieri.

Nomi diversi.
Il punto, però, non cambia.

La preoccupazione è un seme.
Germoglia e cresce anche senza la nostra volontà.

È un killer silenzioso.
Spesso la minimizziamo.
A volte, addirittura, la neghiamo.

Vediamo 11 spunti concreti per smettere di pensare al lavoro anche quando sei libero.

1. Ricorda ciò che è davvero importante

La vita non si ferma quando stacchi dal lavoro.

Anzi.

Tenere a mente le vere priorità
famiglia, salute, relazioni
rende più facile “staccare” quando sei fuori dall’ufficio.

2. Comprendi il valore reale di una pausa

Sei più creativo e lucido quando sei riposato.

Lo sai già.

Prendere una pausa non significa:

  • dormire
  • ascoltare musica
  • distrarsi con uno schermo
  • andare sui social

Significa interrompere.
Anche solo pochi minuti.

Stare fermi.
Fare nulla.

Sembra facile.
Non lo è.

3. Non parlare di lavoro a casa

Arrivare a casa e raccontare tutte le “magagne” lavorative è allettante.

Ma è una trappola.

Parlarne non scarica l’ansia.
La riattiva.

Rimasticare un problema ti riporta emotivamente nel momento in cui l’hai vissuto.
Con tutto il carico emotivo annesso.

4. Non portarti il lavoro a casa

Meglio finire in ufficio.
Anche un’ora in più, se serve.

Se porti il lavoro a casa, riponilo una volta terminato.

Un portatile aperto sul divano rovina:

  • la cena
  • la presenza
  • il riposo

5. Accetta che non puoi controllare tutto

Come scrivo in “Prima volta Leader”, viviamo in tempi complessi e incerti.

Puoi pianificare quanto vuoi.
Gli imprevisti arriveranno comunque.

Non sprecare energia su ciò che non dipende da te.
Produce solo ansia e frustrazione.

Accetta.
Adattati.
Focalizzati sulle prossime azioni.

Lascia spazio all’imprevisto.
Tanto, arriverà lo stesso.

La gestione dell’imprevisto per alcuni può essere spiazzante.
Ne parlo meglio in questo articolo.

6. Non annegare in paure vaghe

La mente ansiosa ama gli scenari catastrofici.

Chiediti:
Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere?

Quando la chiarisci davvero,
spesso scopri che:

  • non è così terribile
  • è anche improbabile

Bastano pochi minuti di lucidità per risparmiare ore di preoccupazione.

7. Distingui tra “analizzare” e “rimuginare”

Analizzare significa:

  • capire cosa è successo
  • imparare
  • ripartire

Rimuginare significa:

  • pensare e ripensare
  • colpevolizzarsi
  • non imparare nulla

L’analisi chiude.
Il rimuginare tiene aperta la ferita.

8. Capisci che rimuginare non risolve nulla

Rimuginando hai l’illusione di controllare l’ansia.
In realtà la stai alimentando.

Non trovi soluzioni.
Rafforzi il problema.

Chi rimugina non arriva mai alla risposta.

9. Frequenta persone emotivamente sane

L’energia è contagiosa.

Stare con persone lucide, equilibrate, positive
ridimensiona i problemi.

Una conversazione intelligente,
anche con chi è fuori dal tuo settore,
può cambiare prospettiva.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Vuoi migliorare il tuo impatto?

Trovi spunti nei miei libri:

– “Autorevolezza” – NUOVA edizione 2025, per rafforzare la tua presenza autorevole

– “Prima volta Leader”, se hai da poco assunto un ruolo di guida.

10. Fissa un “appuntamento” con la preoccupazione

Non pensare ai problemi tutto il giorno.

Raccogli solo i dati necessari.
Stabilisci un momento preciso per pensarci.

Mezz’ora al mattino basta.
Evita la sera.

Pensare prima di dormire garantisce solo una notte agitata!

11. Riduci l’uso del digitale

A volte lavorare la sera è necessario.
Ma non farlo per curiosità.

Se non è urgente, resisti.
Lascia smartphone e PC fuori dal tuo tempo libero.

Il benessere non è fortuna.
È una scelta.
E richiede anche uno sforzo consapevole.

In definitiva

Pensare meno al lavoro non significa essere meno responsabili.

Significa essere più lucidi.

E tu hai il diritto di “chiudere” la mente, ogni tanto.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

 

“Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.
Beccati questa. Volevi fregarmi?
Ti ho fregato io.

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.
Boh?

Così rileggo la mia mail.
E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.
Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto quanto la mia risposta fosse…
sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro”

Terribile! La posta elettronica è un modo terribile di comunicare

Diversi studi indicano che circa il 50% delle email viene mal interpretato.
E ti credo.

Quando scriviamo una mail,
le parole sono l’unica risorsa.

E solo col testo perdiamo oltre il 90% dell’efficacia comunicativa.

Con queste premesse è facilissimo:

  • creare equivoci
  • aumentare la tensione
  • alimentare il conflitto

Tutti abbiamo ricevuto email arrabbiata
da clienti, colleghi o capi.

E spesso, il modo in cui rispondiamo
peggiora la situazione.

Rispondere in modo professionale
è molto più difficile di quanto sembri.

Vediamo come gestire queste situazioni
in modo più efficace (e onorevole).

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni,
non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle email
è che non devi rispondere subito.

Lascia sbollire.
Risponderai con più lucidità.

Anche quando “urge”,
hai almeno 5 minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo tra le righe?
Stai attribuendo intenzioni?

Davvero riesci a “sentire” rabbia o frustrazione
attraverso uno schermo?

Rileggi.
Assicurati di aver compreso bene
prima di rispondere.

3. Scrivi una email arrabbiata (anche tu)

Se senti il bisogno, fallo.

Serve a scaricare la tensione.

Ma non inviarla.

Scrivila come nuova mail.
Non nel campo “Rispondi”.
Non inserire il destinatario.

Salvala come Bozza.

Dopo esserti calmato,
potrai eliminarla o riscriverla.
Io le modifico (molto)
nel 99% dei casi.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Vuoi migliorare il tuo impatto?

– “Autorevolezza” – nuova edizione 2025
per rafforzare carisma, impatto e comunicazione

– “Prima volta Leader
se muovi i primi passi nella gestione di un team

Due libri complementari per sviluppare
assertività, leadership e relazioni efficaci al lavoro.

4. Rispondi in modo sintetico

Se c’è anche solo una possibilità
di aver frainteso la mail:

falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro. Diretto.

Evita risposte lunghe, ambigue, deduttive
o del tipo:
“come avrai sicuramente capito…”

No.
Non è affatto sicuro.

5. Rispondi in modo semplice

Evita sarcasmo e ironia.

Nelle email non si vedono
sguardi, espressioni, intenzioni.

Anche lo scherzo
può essere frainteso.

E fidati:
lo sarà.

6. Pianifica un incontro chiarificatore

“Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo,
ma nulla sostituisce lo sguardo umano.”

Paulo Coelho

Vuoi davvero risolvere il problema?

Allora organizza un incontro faccia a faccia, video o telefono.

È meno comodo che lanciare missili digitali
dal tuo ufficio.

Ma richiede coraggio e autocontrollo.
E dimostra carattere.
Leadership.

7. Chiedi aiuto

Se puoi, fatti leggere la mail
da una persona fidata.

Non è coinvolta emotivamente.
Può vedere ciò che a te sfugge.

Spesso evita clamorosi autogoal.

8. Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte pensiamo di avere ragione.
E invece siamo parte del problema.

Fare la cosa giusta significa:
riconoscere l’errore
e chiedere scusa.

Un’email sbagliata
non deve distruggere
anni di relazioni professionali.

Email arrabbiata? Non prenderla sul personale

Rispondere con astio
quasi mai è efficace.

Come scrivo in “Autorevolezza” (ed. 2025),
finché lavoriamo con le persone
saremo sempre esposti a frustrazione e delusione.

Conta come incanali le emozioni

Queste 8 strategie mi hanno aiutato
a sviluppare autocontrollo, coraggio
e a risolvere situazioni difficili
in modo più dignitoso ed efficace.

Prova anche tu.

In finale …

A volte hai ragione.

Ma il modo in cui la difendi
può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali,
vincere non significa schiacciare.

Significa saper scegliere come rispondere.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 2

buona impressione

Foto di Roland Lakis

Leggi anche la parte 1.

Look sempre adeguato alla circostanza

Per andare in ufficio, un meeting di lavoro, a un evento importante, un cocktail con le amiche o per un primo appuntamento galante, il tuo look deve essere adeguato alla situazione.
Sei sicuro che sia quello giusto?

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Meglio un look sobrio (per evitare di dare troppo nell’occhio), un look casual tipo jeans e t-shirt oppure uno classico camicia bianca, tubino nero o blu, tacco medio e qualche accessorio chic?

Anche se il look è sobrio e formale,
un pizzico di personalizzazione può darti un tocco di personalità in più e contribuire alla buona impressione.

Anche i colori sono importanti.
Meglio colori tenui per un incontro/happening/colloquio nel sociale e blu scuro per quel che riguarda una società bancaria, assicurativa o un’azienda di produzione.

Creare il contatto visivo

Gli occhi trasmettono la nostra essenza.

Quando ci concentriamo sugli occhi, siamo in grado di vedere la “vera essenza” della persona,
ci colleghiamo direttamente con il suo sé autentico.

Quando dai la mano a qualcuno, è importante creare “un collegamento” anche con gli occhi …
sorridi,
guarda la persona negli occhi e nota il colore dei suoi occhi.

Notare il colore degli occhi della persona cui stringiamo la mano.

Questa semplice abitudine ti “costringerà” a guardare (davvero) le persone negli occhi e “connetterti” con lui/lei.
 


 

Prova e vedrai la differenza.

Perfezionare la stretta di mano

La stretta di mano la dice lunga su di noi ancor prima di aprire la bocca.

L’intensità della forza impressa alla stretta è legata alla personalità ed è vista come una dimostrazione di carattere e di forza.

La stretta di mano è stata frutto di non pochi studi sul linguaggio del corpo e il carattere della persona.
Nello specifico in base all’indagine effettuata su più di 100 manager italiani è emerso che il 9% eccede nella forza nella stretta di mano e ben il 60% pecca in debolezza.

Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale;
se la pressione è eccessiva, però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.
Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive,
timide e diffidenti.

C’è anche chi torce il polso dell’altro (esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza), chi invece offre la mano molle o solo la punta delle dita (non gradisce il contatto con gli altri).

La miglior stretta di mano per fare una buona impressione è verticale, decisa e forte (ma non troppo).
Ad esempio se davanti a noi c’è un ragazzino/a o una persona anziana, la nostra pressione,
se pur decisa deve essere meno forte.

La chiusura a due mani può sembrare troppo intima,
soprattutto quando è la prima volta che incontriamo qualcuno.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Mantenere la giusta distanza

Anche la distanza è molto importante la prima volta che incontri la persona.

Se mantieni troppo le distanze (2-4 metri) mandi segnali di freddezza e di rifiuto.
Al contrario, se sei una persona socievole e affettuosa, che preferisce parlare faccia a faccia a breve distanza ma ti avvicini troppo, prendi il braccio, appoggi la mano sulla spalla, invadi lo spazio dell’altro, ti prendi confidenze senza il permesso,
diventi aggressivo e indisponente.

Per non sbagliare in genere è meglio tenere una distanza di 1-2 metri.
Così sarai abbastanza vicino da interagire, senza fare sentire a disagio le persone.
Distanze inferiori a 1 metro sono di solito riservate per la famiglia e gli amici.

Evita anche di porti di fronte perché posizioni frontali (soprattutto tra uomini) sono assunte in situazione di conflitto.
Meglio porsi di fianco o ad angolo retto.

Trattenere il sorriso per una buona impressione

Regala alle persone che incontri un sorriso sincero.

Se il tuo viso, i tuoi denti e gli occhi non sono parte del sorriso, vuol dire che stai utilizzando un sorriso di circostanza.
E’ il classico tipo di sorriso che utilizzi quando non ti senti veramente a tuo agio,
non hai voglia di sorridere ma lo fai forzatamente solo per apparire cortese.

“Aggancia” gli occhi dell’altra persona, nota il colore dei suoi occhi e poi sorridi.
Attendi che sorrida di nuovo e poi “trattieni” il tuo sorriso per due secondi in più di lui/lei.

Sarai stupito dal legame che si crea.
Le persone non potranno non notare qualcosa di “diverso” e si ricorderanno sicuramente di te.

Ecco 7 suggerimenti per fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca.
Per alcuni di noi poi, i problemi iniziano proprio lì … quando devono cominciare a parlare … ma questa è tutta un’altra storia! Se desideri approfondire l’argomento … ecco il personal coaching per potenziare la leadership!

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 1

impressione

Foto di Roland Lakis

Chi ben comincia … dice il detto.

Infatti, il momento più critico quando facciamo conoscenza con qualcuno è quello iniziale …
poco importa se è per un colloquio di lavoro,
una presentazione con clienti,
l’incontro con il nuovo team o il nuovo capo,
un evento mondano oppure l’appuntamento galante che hai sempre sognato.

In seguito potrai farti conoscere e apprezzare, dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile ma la verità è che …
poco importa se la prima impressione può essere stata superficiale e ingannatrice …
difficilmente sarai in grado di far cambiare l’idea che si sono fatti di te.

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Ecco perché Oscar Wilde ci ricorda che “Non c’è una seconda possibilità di fare una buona prima impressione”.

Come fare una buona impressione in pochi secondi?

Gli esperti del settore dicono che bastano 10 secondi (il tempo di correre i 100 metri) per entrare nella mente degli altri e fare un’ottima o una pessima impressione,
soprattutto nel mondo del lavoro.

Durante questi pochi secondi, gli altri vedono solo una piccola parte di noi eppure una volta che la prima impressione è fatta,
può essere difficile (se non impossibile) cambiarla.

Allora … come fare una buona impressione ancor prima di aprire la bocca:

Trattare tutti quelli che incontri come se lui/lei fosse la persona più importante

Vai incontro” alle persone come se lui/lei fosse la persona più importante che devi incontrare quel giorno.

Se adotti quest’atteggiamento,
tutti si sentiranno speciali e godranno della tua presenza,
ancor prima che inizierai a parlare.

È un atteggiamento prima di tutto mentale.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Che impressione pensi di lasciare se per esempio …
in un colloquio di lavoro tratti in “modo speciale” prima la persona alla reception,
poi la segretaria e infine il selezionatore/direttore?

Oppure se durante un happening mondano,
ti approcci a ogni persona che incontri come se lui o lei fosse la star dell’evento?

Non costa nulla far sentire una persona speciale,
dare a qualcuno tutta la nostra attenzione e la nostra considerazione,
in modo totale (senza essere commedianti, soggiogati o paraculi).

Trasmettere fiducia e positività

Niente funziona meglio,
ancor di più quando si vuol “far colpo” su qualcuno,
come trasmettere un atteggiamento di fiducia e positività.

Quando si va a un appuntamento di lavoro,
un evento o un meeting piuttosto che continuare a ripetersi qualcosa di rassicurante ma vago tipo “Sei meravigliosa!” oppure “Calma, tranquillo” è molto più efficace ricordare un momento specifico in cui sei stato all’altezza o hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi (la vittoria al torneo di tennis della città, la tesi di laurea, un apprezzamento da un cliente/capo/amico/partner, ecc., l’acquisizione di un cliente importante, ecc.)

È importante.
 


 

Ricordare le esperienze di successo genera positività.
Mantenere quella sensazione di successo nella tua mente ti permetterà di “entrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

Prova e vedrai … sarai irresistibile!

Fare attenzione alla postura

Gli specialisti del settore dicono che niente come la postura può essere utile per fare una buona prima impressione.
Una postura dritta, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso sincero …
fanno miracoli!

“Stirati verso l’alto” più che puoi (come una marionetta cui qualcuno sta tirando una corda attaccata alla parte superiore della testa).
Spingi le scapole indietro e verso il basso e lascia cadere le braccia rilassate lungo i fianchi.
Mantieni le spalle piazzate verso la persona con cui stai parlando.
Se sei di lato,
dai l’impressione di essere solo parzialmente investito nella conversazione.

Alza il mento e guarda dritto, non guardare in basso mentre cammini

Per le donne, i consulenti americani suggeriscono una posa a-la “Wonder Woman” con le gambe leggermente divaricate piantati e le mani sui fianchi.
Questa posizione trasmette più fiducia, potenza e sicurezza.

Evita le braccia conserte sul petto che “creano” una barriera tra te e le persone e trasmettono un atteggiamento negativo, difensivo o di chiusura.
È la classica posizione negativa.
Incrociando le braccia, sembri freddo, riservato o peggio che stai nascondendo qualcosa.

È meglio evitare anche azioni inconsce come incrociare le gambe,
fare tintinnare le monete in tasca, guardare continuamente il cellulare,
alzarsi i pantaloni, aggiustarsi il bottone della camicia, giocherellare con una penna o battere i piedi perché sono indicazioni d’impazienza e di mancanza di fiducia che ti fanno sembrare imbarazzato e ansioso.

Continua a leggere la parte 2.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia mai abbastanza” e alzi continuamente gli standard fino a quando, inevitabilmente, fallisci?

Riesci a focalizzare il tempo e le energie sui punti salienti di un lavoro o progetto o ti tormenti per ogni minimo dettaglio?

La perfezione è come un miraggio … si scorge in lontananza … ma ogni volta che ci si arriva vicino … sparisce e rimane solo la delusione.
Si dice che … la ricerca della perfezione è uno dei percorsi più veloci per l’infelicità.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho sottolineato come …

La perfezione non esiste

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La perfezione è un’illusione che ci tiene intrappolati in un ciclo senza fine d’infelicità e delusione.

Allora perché sentiamo il bisogno di essere sempre perfetti e impeccabili?
È una questione d’autostima.

Se abbiamo un così forte desiderio di essere perfetti, è perché siamo preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi, chiediamo loro un riconoscimento, un’approvazione … se siamo perfetti sicuramente chi mai potrebbe criticarci o trovare un difetto nel nostro lavoro? Infatti, la fiducia di un perfezionista è subordinata al raggiungimento degli obiettivi.

Ecco 7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro:

1. Perfezione vuol dire non finire mai

Il Mondo di oggi è così complesso e si muove troppo velocemente, come puoi pensare di raggiungere la perfezione?

Come puoi credere di finire un lavoro, un progetto in poco tempo senza mettere in conto errori, imprecisioni, approssimazioni o problemi con i clienti/capi che diventano sempre più impazienti mentre aspettano il tuo lavoro finito?

Se sei un perfezionista inguaribile, hai così tanta paura di sbagliare che tendi a non finire mai i compiti, sei ossessionato dall’incertezza ogni volta che termini un compito. Ecco perché i perfezionisti sono così riluttanti a prendere in considerazione “qualcosa di finito”. È il tempo delle valutazioni e dei giudizi.

2. La perfezione richiede troppo tempo

Siccome sei un perfezionista impenitente (pensi di essere giudicato male) anche se hai finito, tendi a riguardare, controllare e verificare in modo maniacale tutti gli aspetti … ma così facendo stai dilatando al massimo il tempo a tua disposizione.
 


 

E così il tempo non ti basta mai.

Ogni incarico richiede una quantità eccessiva di tempo, peggiorata dalla costante perdita di energia per la ricerca di errori.

Un logorio continuo.

3. Il perfezionismo riduce la performance

Lo sapevi che la preoccupazione incessante per raggiungere la perfezione può compromettere o ridurre la performance?

I Psicologi canadesi Gordon L. Flett e Paul L. Hewitt hanno studiato gli effetti debilitanti sugli atleti in ansia per realizzare la prestazione perfetta. “Anche se alcuni sport richiedono agli atleti di ottenere prestazioni perfette, la tendenza a essere preoccupati per il raggiungimento della perfezione spesso compromette le prestazioni.”

4. La perfezione fa aumentare ansia e stress

Che cosa contraddistingue un perfezionista incallito?

La costante preoccupazione per gli errori e i dubbi sulle sue azioni. I perfezionisti temono che un errore porterà gli altri a pensare male di loro; la prestazione è intrinseca alla loro visione di se stessi.

La perenne lotta per essere perfetti può essere molto logorante e stressante. E lo stress può portare irritabilità, mancanza di empatia, difficoltà di concentrazione e una miriade di altri problemi, sia fisici sia mentali.

5. Il perfezionismo causa rapporti difficili

Se sei un perfezionista accanito, vuol dire che stai (disperatamente) cercando di raggiungere un modello mitizzato o impossibile da ottenere. Vuoi che anche gli altri siano perfetti e spesso poni obiettivi fuori dal comune, quasi impossibili da raggiungere.

Probabilmente sei piuttosto critico sia con te stesso sia con gli altri, ti senti superiore e pur di apparire perfetto sei disposto a tutto e questo causa inevitabilmente rapporti professionali difficili.

Ogni giorno, sul lavoro ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

6. La perfezione spesso è controproducente

Se sul lavoro, utilizzi il perfezionismo per “forzarti” a svolgere bene un compito in modo da aumentare la tua autostima … ricorda che così facendo rischi di ottenere l’esatto effetto opposto.

Il perfezionismo esasperato è controproducente e porta alla paralisi.

Questa stasi si traduce in scarso rendimento sul lavoro (con conseguenti discussioni, critiche, disapprovazioni, ecc.) che è proprio quello che il perfezionista, ironia della sorte, sta cercando di evitare a tutti i costi.

7. Perfezione vuol dire perdere opportunità

Se sei perennemente in attesa che le cose siano perfette, potresti perdere delle occasioni e mancare delle opportunità, a causa della paura del fallimento.

La ricerca della perfezione impedisce di far accadere le cose nella vita.

Non c’è mai un momento perfetto, un lavoro perfetto, una città perfetta, dei colleghi perfetti o un partner perfetto … così se non desideri anche tu entrare nella “ruota del criceto” per inseguire la perfezione, potrebbe essere il momento di cominciare ad agire in modo diverso.

Alcuni degli imprenditori di maggior successo hanno iniziato progetti che erano ben lungi dall’essere perfetti e li hanno trasformati, strada facendo, in successi.

Puntare al miglior risultato possibile

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”, ci carichiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti … e anneghiamo in ansia da prestazione o da fantasie che gli altri ci stanno giudicando male.

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.

Devi essere consapevole di aver dato o fatto il massimo con le risorse a tua disposizione, considerando tutte le variabili, impedimenti e intoppi che sono fuori dal tuo controllo e la tua volontà. Così inizia a guardare alla perfezione (sproporzionata) come un ostacolo piuttosto che qualcosa di cui essere orgogliosi.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo eccessivo perfezionismo i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace
A volte succede.

Sentirsi ingabbiati nel proprio lavoro.
Sentirsi inadeguati.
In balia degli eventi.

Non saper decidere.
Pentirsi delle scelte fatte.
Credere che l’infelicità sia un destino.

Rendersi conto di non riuscire a cambiare la propria vita.

Una sensazione precisa: costrizione

Sentirsi in trappola.

Ci chiediamo cosa diavolo stiamo facendo.

Tratteniamo la voglia di spaccare tutto
(una volta si lanciavano i fogli…
Oggi? La tastiera contro lo schermo?).

E di tornarcene a casa.

Ci ritroviamo con le spalle al muro.
Nessuna via d’uscita visibile.

Vorremmo urlare.
Scappare.
Spaccare tutto.

Ma questa situazione ci inchioda.
E non ci permette di muoverci.

Cosa ci tiene legati a un lavoro che non ci piace?

L’obbligo.
Il dovere.
Lo stipendio fisso.

La paura.
La comodità.
La codardia (chiamiamola col suo nome).

Il fatto è questo:
restiamo paralizzati
anche quando il lavoro non ci piace più.

Qualunque sia la prigionia in cui siamo finiti,
l’importante è non mollare
e trovare il modo di uscirne …

… il prima possibile

Sentirsi intrappolati logora.
Fa vacillare la sicurezza.
Consuma l’autostima.

Se non vedi un futuro nel tuo lavoro,
forse è il momento di ripensare il tuo percorso.

Non mi piace l’idea
che qualcuno si senta intrappolato.

Per questo cerchiamo di fare luce
sui pensieri e sui motivi
che ti tengono fermo.

Metto a tua disposizione la mia esperienza di career coaching e reinserimento professionale
per aiutarti a fare chiarezza.

Questo percorso breve e mirato
ti aiuta a capire cosa vuoi davvero
e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Scopriamo insieme i sei motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro:

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Vedere gli altri come più bravi, più capaci, più talentuosi
è uno dei modi più efficaci
per sentirsi una nullità
e restare fermi.

Il confronto può stimolare.
Ma se pensi che tutti siano migliori di te,
ti stai costruendo un alibi.

Un muro.
Per proteggerti dai riflettori.
Evitare critiche.
Non entrare in gioco.

Ma così ti metti in trappola.
Da solo.

Ognuno è migliore e peggiore
su infinite scale di valore.

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Marco non ha la tua intuizione.
Sergio non ha la tua competenza tecnica.
Margherita non ha la tua concretezza.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

2. Sei convinto che “là fuori” è difficile

Non sono d’accordo.

“Là fuori” non è difficile.
È molto difficile.

È tosta.
Ma cosa ti aspettavi?
Il tappeto rosso?

Viviamo un momento complicato.
Lo sappiamo tutti.

Ma parlarne in termini catastrofici
produce solo ansia
e immobilità.

È una questione di credo.

Se credi che non ci siano possibilità,
ogni porta resta chiusa.

Se credi che una possibilità esista,
puoi prepararti.
Lavorare.
Muovere il primo passo.

E, insistendo,
alla fine ce la fai.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro non ti entusiasma,
ma lo conosci!

Conosci le dinamiche.
Le persone.
È una routine “sicura”.

  • Se poi il nuovo capo fosse peggio?
  • E se i colleghi fossero tossici?

Paura normale.
Legittima.

Ma l’ignoto, spesso,
è ciò che accelera la crescita.

La paura non sparirà mai.
Va accettata.

Accettarla non significa essere deboli.
Ma essere lucidi.

4. Non sai dove andare

Rimanere fermi in attesa della risposta
è una trappola elegante.

La vera alternativa è farsi domande serie.
Scomode.
Oneste.

  • Cosa cerchi davvero?
  • Più autonomia?
  • Più creatività?
  • Responsabilità (ma la sai reggere)?

Spesso “non so dove andare”
è solo una scusa
per non muoversi.

Ecco un post approfondito dedicato a capire se è arrivato il momento .. → “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare ha senso
solo se fa parte di una strategia.

Altrimenti è immobilità travestita da prudenza.

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Quando passa questo periodo…”
  • “Non sono ancora pronto.”

Quando lo sarai?

La verità è semplice:
non lo saremo mai.

Si parte.
E si migliora strada facendo.

Un passo alla volta.

6. Hai paura di sbagliare

Hai già fallito una volta
e temi di rifarlo.

Ma non esistono garanzie.

Chi entra in campo
accetta di potersi fare male.

Eppure, chi va avanti,
cade, si rialza
e prosegue.

Il fallimento non è la fine.
È parte del percorso.

Anche se fa male.

Come uscire dalla sensazione di trappola

Senza vittimismo.
Senza scuse.

Accettando i limiti.
Imparando dagli errori.
Passando all’azione.

La sfortuna conta meno di quanto crediamo.
I risultati sono una conseguenza diretta
delle nostre azioni.

Se ti senti intrappolato,
non aspettare oltre.

Se senti che è il momento di cambiare
ma ti mancano direzione o sicurezza,
lavoriamo insieme per esplorare alternative
e costruire un piano concreto di transizione.

In finale

Sentirsi in trappola
non significa essere deboli.

Significa che qualcosa dentro di te
sta chiedendo spazio.

E prima o poi,
va ascoltato.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

Leggi anche la parte 1.

4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

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“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” … non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.
Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

 


 

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

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Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri, ci sbagliamo di grosso.

Al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

 


 

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Continua a leggere la parte 2.

Errore al lavoro … e adesso? Come rimediare in 7 mosse

errore al lavoro

Noo… davvero? Ma come hai fatto?
Hai cancellato quei file così importanti.
E senza farne una copia?

Hai dimenticato una scadenza cruciale.

Hai spedito una mail con informazioni sensibili al diretto concorrente.

Ma com’è possibile?

Un periodo di stanchezza.
La fretta.
Un attimo di “follia”.
La testa da un’altra parte…

Tutto quello che vuoi.
Ma è successo.

E adesso?

1. Non autocommiserarti troppo per il tuo errore al lavoro

È terribile.
Vorresti sbattere la testa contro il muro per aver fatto un errore così stupido.

Ma ora non serve.
Non c’è più niente che tu possa fare.

Sul lavoro, prima o poi, capita a tutti di sbagliare.
Nessuno è immune.

Con gli errori si cresce.
E con un po’ di attenzione, la prossima volta li eviterai.

Quel che è fatto, è fatto.
Impara.
E vai avanti.

Non darti dello stupido.
Non è il momento delle recriminazioni: sprechi energie preziose.

Ora servono lucidità e azione.

Concentrati solo su una cosa:
come gestire e rimediare nel modo più intelligente possibile.

2. Valuta bene il-da-farsi

Dopo un errore serio, la prima reazione è spesso il panico.
O la tentazione di nascondersi.

Serve invece una risposta adulta.
Ridurre le perdite.
Limitare i danni.

Agire o aspettare?
Far finta di niente sperando che si sistemi da solo?

A volte funziona.
Spesso no.

Una cosa è certa:
se l’errore è “tosto”, ignorarlo lo rende solo più grande.

3. Ammetti l’errore al lavoro

Tutti sbagliamo.
La differenza la fa come reagiamo.

Ammetti l’errore appena te ne rendi conto.
Chiedi scusa (sì, è la parte più difficile).
E fai tutto il necessario per rimediare.

Una delle paure più grandi di un capo è questa:
un collaboratore che sbaglia, tace per paura
e parla quando ormai è troppo tardi.

Meglio un richiamo subito
che un problema ingestibile dopo.

Le conseguenze, a quel punto, sarebbero molto più pesanti.

4. Non accampare scuse

Anche se sono vere.
Anche se sono legittime.

Malintesi.
Macchine che si inceppano.
Corrieri in ritardo.
Omonimie.

Ora non conta.

Conta solo una cosa:
cosa stai facendo per rimediare.

Le scuse (anche fondate) rischiano di suonare come un tentativo di evitare la responsabilità.

5. Non scaricare la colpa sugli altri

“Non è colpa mia.”
“Ero di libero.”
“Non ne so niente.”
“Chiedete a Cristina…”

È una reazione frequente quando ci sentiamo insicuri.
Ma scaricare la colpa distrugge la tua fiducia e credibilità.

Assumersi la responsabilità è uno dei modi più potenti per creare rispetto.

E incoraggia anche gli altri a fare lo stesso.

6. Fai tutto quello che puoi per rimediare

Ora contano i fatti.
Non le parole.

Blocca la “macchia d’olio”.
Ripara i danni.

Resta oltre l’orario, se serve.
Ricostruisci dati e documenti.

Contatta chi è stato coinvolto.
Chiedi di cancellare file o mail inviate per errore.

7. Preparati alle eventuali conseguenze

Anche se sei stato onesto.
Anche se hai fatto tutto il possibile.

Potrebbero esserci ripercussioni.
Fa parte del gioco.

Ricostruire la fiducia richiede tempo.
Ed è frustrante, soprattutto dopo anni di affidabilità.

Ma si può fare.

Continua a lavorare con costanza.
La fiducia, prima o poi, torna.

Quando la tempesta è passata, fermati un attimo e chiediti:
che cosa ho imparato?

Non lasciare mai che un errore passi
senza trasformarlo in una lezione.

In definitiva

Sbagliare non ti definisce.
Ti definisce come-reagisci.

Accetta l’errore senza distruggerti.

E usa ogni caduta come occasione per diventare più solido, più credibile, più autorevole.

Perché la vera crescita professionale
non nasce dalla perfezione,
ma dal coraggio di affrontare ciò che è andato storto.

12 spunti per essere più autorevoli

essere autorevoli

Foto di Alexas_foto

Ancora fai fatica a trasmettere fiducia e autorevolezza?

Hai la sensazione che
la tua posizione e la tua esperienza
non vengano prese davvero sul serio?

Ti capita di dover ricorrere al peso delle gerarchie
per sentirti riconosciuto o rispettato?

Poca considerazione da parte dei manager.
Un atteggiamento fin troppo paritario
da chi ha meno esperienza di te.

Per molti di noi

— come scrivo anche sul retro della copertina del mio libro
Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025) —

comunicare forza e autorevolezza, al lavoro e nel privato,
è una sfida tutt’altro che semplice.

Il primo passo è uno solo:
diventare consapevoli del problema,
senza dare la colpa agli altri.

Se non stiamo ottenendo i risultati che desideriamo,
la risposta non è fuori.

È dentro di noi.

Si può imparare a essere autorevoli?

Attenzione a questo errore, molto comune:

  • “Sono fatto così.
    Non posso cambiare come parlo o mi comporto.”

È vero:
alcune persone sembrano naturalmente autorevoli.

Ma è altrettanto vero che,
con interventi mirati,
lo stile comunicativo si può allenare.

Puoi imparare a:

  • proiettare l’atteggiamento che desideri
  • padroneggiare comportamenti che trasmettono fiducia
  • rendere più efficace la comunicazione verbale e non verbale

1. Non trasformare le affermazioni in domande

Dì ciò che pensi.
Non chiederlo.

Se il tono della tua voce sale a fine frase,
trasformi un’affermazione in una domanda.

Minando la tua autorevolezza.

Il tono crescente comunica incompletezza e dubbio.
Quello discendente comunica direzione.

Le istruzioni non si “chiedono”.
Si dichiarano.

2. Hai più tempo di quanto pensi

“Io do un ordine,
o taccio.”

Napoleone Bonaparte

Davvero credi che “chi è sveglio risponde subito”?

Attenzione:
la fretta di rispondere è una trappola.

Quel silenzio di due secondi che ti sembra eterno
è ciò che ti rende più sicuro.

Respira.
Prenditi il tempo.
Formula la frase prima di iniziare a parlare.

La sicurezza nasce dal respiro.
L’ansia no.

La tua voce, lo sguardo, la presenza
dicono più delle tue parole.

3. Parla lentamente se vuoi essere autorevole

Rallenta.

Inserisci pause brevi e naturali.
Evita sbalzi improvvisi di tono.

Una voce più profonda è più credibile di una acuta.
Controlla il timbro.

Non strafare.

4. Stabilisci un contatto visivo

Piedi e spalle verso l’interlocutore.

Il contatto visivo comunica:
coinvolgimento, attenzione, rispetto.

Quando parli senza guardare negli occhi,
trasmetti insicurezza —
anche se sei competente.

Guarda una persona per 2–3 secondi,
poi passa alla successiva.

Se non ti senti ascoltato,
è il momento di lavorare sulla tua autorevolezza.

5. Evita le negazioni

Frasi come:

  • “Non so se funzionerà…”
  • “Spero che non vada male…”
  • “Ho ragione, vero?”

seminano dubbi.

Presenta le idee senza giudicarle.
Lascia agli altri la libertà di decidere.

Essere autorevoli significa fidarsi di sé.
Gli altri faranno lo stesso.

6. Non cercare l’approvazione

Essere autorevoli richiede scelte impopolari.

Se vivi per piacere a tutti,
diventi un burattino.

E l’autorevolezza sparisce.

7. Usa una postura autorevole

 

“Affabile ma severo,
autorevole ma non rigido.”

Confucio

Prenditi spazio.

In piedi o seduto:

  • schiena dritta
  • piedi ben piantati
  • braccia non incrociate
  • mani visibili e rilassate

Immagina una corda che ti tira verso l’alto.

Durante una chiamata importante,
alzati in piedi.

Respiri meglio.
La voce acquista potenza.
Il corpo guida la comunicazione.

8. Impara a reggere il silenzio

Le persone autorevoli
non riempiono i vuoti per nervosismo.

Fanno una pausa.
Pensano.
Poi parlano.

Il silenzio è potere.

Leggi il mio post per approfondire.

9. Cura le espressioni facciali

Il corpo comunica oltre il 70% del messaggio.

Evita segnali di tensione come:

  • toccarti nervosamente
  • evitare lo sguardo
  • tamburellare le dita
  • piede ballerino
  • coprirti la bocca
  • corrugare la fronte

Autorevolezza non è volume.
È equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso “Sviluppare assertività senza perdere empatia” trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

→ Scopri il percorso.

10. Vai dritto al punto

Niente premesse infinite.

Al lavoro si aspettano da te una cosa sola:
una direzione chiara.

11. Riduci intercalari e parole dispersive

“Quindi…”
“Giusto?”
“Ehm…”

Usarle spesso segnala indecisione.

Se serve, morditi la lingua.
Meno parole.
Più forza.

12. Non ripeterti

Ripetere non rafforza.
Indebolisce.

Chi ripete troppo sembra non fidarsi di ciò che dice.
Diventa dispersivo.
Perde incisività.

Vai al punto.
Una volta.
Bene.

In conclusione

L’autorevolezza non si impone.

Si trasmette.

E nasce da una scelta quotidiana:
parlare meno per piacere,
parlare meglio per dirigere.

Non sei il mio capo! Come sopravvivere al collega che fa il boss

collega capo

Hai un collega che si comporta come se fosse il tuo capo?

Ti rimprovera per i ritardi.
Commenta la tua produttività.
Ti dice cosa fare, come farlo e prova anche a rifilarti più lavoro.

Se ti riconosci, sappi una cosa:

non sei il solo.

Il collega che fa il capo esiste in quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Finché c’è un capo ufficiale,
ci sarà sempre qualcuno che prova a sostituirlo — senza titolo.

È quello che organizza riunioni non richieste,
chiede conto di ciò su cui stai lavorando,
dispensa istruzioni e ovviamente …

consigli non richiesti.

Come si sopravvive a un collega così?

Non con lo scontro.
E nemmeno subendo.

Cosa serve? Per primo la calma.
Poi la chiarezza.

A volte basta un “no” detto senza emozione.
Uno sguardo neutro.
Nessuna rabbia.
Zero spiegazione.

Quando capisce che non ottiene reazioni,
di solito sposta il suo bisogno di controllo altrove,
(non smette: cambia solo bersaglio).

Se però la situazione è più strutturata,
servono fiducia, tatto e strategia.

A questo proposito …

il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza; comunica autorevolezza da Executive” è pensato proprio per questo tipo di situazioni complesse.

1. Affronta il problema subito

Prima che diventi un’abitudine.

Essere trattati come subordinati da chi non lo è … fa ribollire il sangue.

Ma reagire con aggressività peggiora le cose e gli consegna ancora più potere.

Prima regola: gestisci le emozioni.

Respira.
Fermati.
Raffredda la tua reazione.
La lucidità è una forma di difesa.

2. Verifica se è davvero autorizzato

Prima domanda scomoda, ma necessaria.

E se — senza saperlo —
il tuo collega è stato incaricato di coordinare il lavoro?

Succede più spesso di quanto si creda,
a causa di comunicazioni aziendali confuse o assenti.

Prima di fare muro-muro, verifica.

Se dice di agire su indicazione del tuo capo,
scrivi o chiama il tuo supervisore e chiedi conferma delle responsabilità.

Meglio una verifica in più che un conflitto inutile.

3. Usa un umorismo leggero (non sarcastico)

Un umorismo sottile può disinnescare molte dinamiche di controllo.

Spesso chi fa il boss cerca solo riconoscimento con una “leccata” all’ego.

Con un sorriso neutro, puoi dire:

  • “Hai avuto una promozione e non me l’hanno detto?”

oppure

  • “Il capo ti ha chiesto di passarmi queste indicazioni?”

Se risponde di no, puoi aggiungere:

  • “Ottimo, allora assicuriamoci che sia allineato.”

Calmo.
Educato.
Fermo.
Fermissimo.

4. Riporta sempre il riferimento al capo “vero”

Se ti assegna compiti, rispondi così:

“Non posso, sto lavorando su ciò che ho concordato con il capo.”

Non attacchi.
Tantomeno accusi.
Rimarchi un fatto.

Funziona sempre?
No.
Ma spesso basta a ridimensionare.

5. Parla in privato, mai davanti agli altri

Se il comportamento continua,
serve un confronto diretto.

A quattr’occhi.
Non in corridoio.
Non davanti al team.

Prima dell’incontro, rallenta.

Respira.
Sciogli la tensione.

Poi sii chiaro, senza durezza:

– Il tuo comportamento è inappropriato
– Non rispondo a te
– Siamo pari ruolo

Puoi dire qualcosa come:

“Apprezzo l’interesse, ma sono perfettamente in grado di svolgere il mio lavoro.”

Se insiste, chiarisci che — se necessario — coinvolgerai un superiore.
Le HR.

Non è una minaccia.
È un confine.
Netto.

6. Collabora, ma mantieni distanza

Fai ciò che serve per lavorare bene.
Nulla di più.

Riduci i contatti al minimo necessario.

Evita pranzi, aperitivi, confidenze.

Confondere il confine professionale spesso peggiora la situazione.

7. Documenta tutto

Conserva e-mail.
Segna date, orari, contenuti.

Se la situazione degenera,
serviranno i-fatti.

Impressioni, opinioni,
accuse vaghe sono solo autogoal.

8. Se non cambia nulla, parla con il capo, “quello vero”

Quando hai provato tutto e il comportamento continua,
è il momento di coinvolgere il tuo superiore o le Risorse Umane.

Attieniti ai fatti.
Niente etichette.
Niente vittimismo.

Non dire:

  • “Fa il capetto”

Ma:

  • “Mi assegna compiti che interferiscono con il lavoro concordato con te.
    Questo crea tensione e riduce la produttività.”

Questo messaggio viene ascoltato.
La lamentela vaga … no!

E se, in parte, avesse ragione?

Seconda domanda scomoda, ma onesta.

Se le critiche sono costanti,
vale la pena fare un’autovalutazione.

Chiediti se il tuo collega-capetto …

sta davvero abusando del ruolo o sta cercando di far funzionare il lavoro del team?

Un capo basta e avanza.
Un collega che fa il capo, no grazie.

Ma ignorare il problema
— da una parte o dall’altra —
non lo risolve.

Se senti che il rispetto intorno a te vacilla, affrontalo.

Con strategia.
Senza reazioni impulsive.

A proposito di capi …

Hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato Gestire il rapporto difficile con il tuo capo.

Come agire quando un tuo collega diventa il tuo capo

collega diventa capo
Costruire un rapporto lavorativo soddisfacente ed equilibrato richiede, da parte di tutti,
un atteggiamento disponibile.

Serve per evitare inutili
tensioni,
rancori,
ripicche.

A volte però accadono situazioni difficili da gestire.
Una delle più delicate è questa:

Quando un collega diventa il tuo capo

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho dedicato un intero capitolo alla gestione degli ex colleghi.

Perché il cambiamento è complesso per il nuovo boss,
ma lo è anche per chi si ritrova a dover ridefinire il rapporto.

Come comportarsi, quindi, quando un collega diventa capo?
Che cosa succede quando un amico viene promosso a tuo superiore?

La relazione resta la stessa?

Oppure ti ritrovi con l’espressione della foto -che dice tutto senza parlare?

Quando il collega diventa capo

Improvvisamente cambiano le regole del gioco.

  • Ci sono linee da ridisegnare
  • Confini che non possono più essere superati.
  • Argomenti che non è più opportuno condividere.

È normale sentirsi spiazzati.

Ecco alcune indicazioni utili:

Consapevolizza le tue emozioni

Fermati un attimo e chiediti:

Come ti senti davvero?

Deluso?
Arrabbiato?
Frustrato?
Volevi tu quella posizione?

Forse non sai nemmeno come comportarti ora.

Il tuo collega ha ottenuto il ruolo perché aveva (probabilmente) le competenze giuste
o perché ha convinto chi ha preso la decisione
(sì, immagino cosa stai pensando… ma non è sempre altro).

Per quanto possa essere duro,
mettere da parte l’ego e congratularsi è un primo passo importante.

Anche per lui/lei il passaggio da collega a capo non è semplice.

Un po’ di empatia, qui, fa la differenza.

Il rapporto può restare cordiale,
ma un certo distacco professionale è consigliabile.
Per entrambi.

Il rapporto cambierà (ed è inevitabile)

Nuove dinamiche.
Obiettivi diversi.
Responsabilità più ampie.

Il tuo ex collega ora vive nuove pressioni
e potrebbe prendere decisioni che non ti piaceranno.

Magari fino a ieri condividevate le stesse lamentele.
Ora è meglio trattenersi.

Se ti chiede un parere sull’ambiente di lavoro,
parlane con onestà,
ma in modo professionale e costruttivo.

Lascia a lui/lei definire il nuovo assetto

Non cambiare atteggiamento di colpo.

Lascia che sia il nuovo capo a stabilire
tempi,
modalità,
confini.

Potrebbe aver bisogno di tempo per capire come comunicare
e come gestire i nuovi ruoli.

A volte sarà utile parlarne apertamente.
Altre volte, invece, il neo-capo farà un passo indietro
e ridurrà la socialità con te e con il team.

Se succede, cerca di non prenderla sul personale.
È comprensibile.
Ogni situazione è diversa.

In alcuni casi, per preservare l’equilibrio del gruppo,
potrebbe essere necessario un distacco ancora maggiore.

Rispetta le nuove posizioni

Tratta il tuo ex collega come qualsiasi altro capo.
Con rispetto.
Nel rispetto delle regole.

Le scadenze non cambiano.
Le aspettative nemmeno.

Puntualità, affidabilità, assunzione di responsabilità
sono qualità sempre apprezzate — anzi, ancora di più ora.

Rimani aperto al dialogo

Disponibilità,
collaborazione,
confronto:
sono fondamentali per lavorare bene insieme.

Se senti disagio legato alla confidenza precedente,
chiedi un incontro privato
e affronta il tema con tatto e rispetto.

Potresti scoprire che anche dall’altra parte
ci sono le stesse difficoltà.

Come puoi saperlo,
se non lo chiedi?

Continua a lavorare con professionalità

È la scelta migliore.

Tieni separati lavoro e aspetti personali.
Mostra rispetto, sostegno, chiarezza.
Continua a fare bene ciò che fai ogni giorno.

Se la vivi male,
ti aspettano frustrazione e chiusura.

Se invece la leggi come una sfida,
può diventare un’occasione di crescita personale e professionale.

Prendere ordini da un ex collega ti darebbe fastidio?
È una domanda onesta.

In definitiva

Non tutte le situazioni si possono controllare.

Ma il modo in cui scegli di stare dentro una relazione professionale, sì.

Comprendere non significa subire.
Adattarsi non vuol dire annullarsi.

Puoi essere rispettoso e assertivo.
Professionale e chiaro sui tuoi confini.

È lì che si gioca la vera maturità lavorativa.

Se ti riconosci in queste dinamiche,
nel mio percorsi di coaching mirato
Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
pensato per aiutarti a ritrovare serenità e controllo.