Team coaching per apprendere come potenziare l’accoglienza clienti

come fare accoglienza clienti

“Dimmelo e lo dimenticherò,
insegnamelo e (forse) lo ricorderò,
coinvolgimi e lo imparerò”.

Benjamin Franklin

Formazione e Coaching hanno approcci diversi

La formazione si propone di sviluppare le competenze, il Coaching invece lavora per l’auto sviluppo delle competenze e il superamento dei problemi concreti che s’incontrano quotidianamente sul lavoro.

In altre parole, la formazione dice “Adesso ti spiego qual è il modo giusto di farlo”, il coaching invece chiede “Come lo fai adesso? Come lo puoi migliorare?” e lascia al team il piacere e l’onere di “creare” (insieme al coach) la sua risposta personalizzata.

Ecco un esempio di team coaching con obiettivo “potenziare l’accoglienza clienti”.

In apertura, dopo le presentazioni di rito, chiedo …

“Cos’è (davvero) l’accoglienza clienti?”

Per fortuna sono molto bravo a “gestire il silenzio” (sono un coach) perché la risposta quasi sempre si fa attendere.

Poi qualcuno … il più temerario (o il più logorato dal silenzio) comincia a dire qualcosa tipo “ Quando entra la gente … dire buongiorno”, “salutare, essere gentili”, seguito da altri partecipanti … “dire arrivederci”, “Dire buongiorno, buonasera e buonanotte”, ecc.

La maggior parte delle volte, per il personale il concetto d’accoglienza non va aldilà di un’idea di buona educazione e riguarda solo i brevissimi momenti nei quali il cliente entra o esce dal punto vendita, centro estetico, fitness, hotel, banca o SPA che sia.

Inoltre, c’è poca consapevolezza degli errori e dei rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata ed è raro che “escano fuori” parole tipo ascolto, riconoscimento, disponibilità, empatia e qualità.

Poi è la volta delle domande su come fare accoglienza clienti …

“Come fare accoglienza clienti oggi?”

Con giochi di ruolo, il team è invitato ad accogliere dei ”finti” clienti. S’identificano errori, ostacoli, aree di miglioramento, ecc…

Una parte (sempre pratica) è dedicata agli errori e ai rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata, in altre parole come fare per evitare di trasmettere al cliente: noia, superiorità, risentimento, effetto “invisibile” o come non aggredire con le offerte, forzare l’acquisto, mostrare poca professionalità, ecc.

Adesso viene messo l’accento sulla domanda …

“Come possiamo migliorare l’accoglienza?“

Il team è coinvolto attivamente in questa “fase di costruzione”: si sperimentano nuove possibilità o alternative d’accoglienza, si lavora sulle espressioni, si perfeziona la postura, si affinano i gesti e le distanze.

Io come coach, lascio libera creatività al team per poi indirizzare, stimolare e appassionare. Il mio compito di coach, in questo frangente, è quello di coinvolgere tecnicamente ed emotivamente ogni singolo partecipante e renderlo partecipe su come fare accoglienza clienti del suo store o centro.

Poi è il turno di simulazioni per apprendere come “rispondere” a situazioni pratiche quotidiane tipo …

“Che succede se …?”

… entrano due clienti contemporaneamente? Se si apre la porta e suona il telefono chi-fa-cosa? Se parli con cliente A … come ti disponi per non dare le spalle al cliente B? Se la cliente deve pagare e tutti sono occupati?

Il team coaching è svolto nello store, centro o ufficio proprio per personalizzarlo su misura del cliente. I tuoi collaboratori hanno il bisogno di sapere (in modo chiaro) come possono/devono comportarsi in particolari frangenti.

Un’eccellente accoglienza clienti si basa sulla cura dei piccoli dettagli senza però essere frivola, ampollosa o invadente.

I punti di forza del team coaching sono il coinvolgimento, la personalizzazione e la concretezza. Poca teoria tanta pratica!

Le regole sono poche:
Il team coaching è riservato al personale … titolari, store manager, gerenti sono invitati solo all’eventuale sessione successiva.
Non c’è una durata prestabilita: si finisce “quando il messaggio è passato” per tutti i membri dello staff! Il team coaching è diverso da store a store perché è personalizzato sulle necessità del personale e dei clienti.

I vantaggi:

– Ogni partecipante è coinvolto tecnicamente ed emotivamente
– È un efficace mix di formazione e coaching
– Il team “costruisce” la sua personale risposta
– Ogni partecipante deve reagisce prontamente a domande o situazioni mirate
– Ogni partecipante si muove davanti ai colleghi “rompendo” resistenze, timidezza, ecc..
– Il coinvolgimento e le prove pratiche rendono efficace l’apprendimento

Gli obiettivi

Team coaching si può applicare a diversi obiettivi. Il mio proposito di coach è accompagnare il tuo team passo dopo passo verso l’obiettivo definito:

– Migliorare l’accoglienza e il servizio clienti
– Aumentare l’efficacia durante la fase di trattativa di vendita o consulenza
– Dare un cambio di marcia, di approccio e di produttività
– Formare e istruire il team per una nuova apertura
– Massimizzare i risultati

Se desideri approfondire l’argomento – come fare accoglienza clienti-, contattami in assoluta tranquillità e trasparenza.

Senza alcun impegno, potremo definire il preventivo su misura, comprensivo di una panoramica delle attività che andremo a coprire e dei risultati che potremo ottenere.

Capo per la prima volta? 8 atteggiamenti da evitare se non vuoi bruciarti subito il team

capo per la prima volta

Come ho scritto nell’introduzione del mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, ti sei preparato e hai lavorato duramente per arrivare fin qui.

Te lo meriti.

La promozione è finalmente arrivata.

Sei contento, apprensivo, smani dalla voglia di iniziare.

Adesso ci siamo.

Ottenere la promozione, però, è soltanto il primo passo.

Da domani non cambia soltanto il tuo lavoro. Cambia anche il modo in cui le persone ti guardano, ti parlano e interpretano quello che fai.

E tu, inevitabilmente, vorrai dimostrare che la scelta è stata giusta.

È proprio qui che puoi cominciare a fare danni.

1. Fare il so-tutto-io

Sei bravo.

Probabilmente è anche per questo che ti hanno promosso.

Il problema comincia quando pensi che essere diventato capo significhi improvvisamente saperne più di tutti su tutto.

  • Dai istruzioni vaghe e ti aspetti che gli altri capiscano al volo.
  • Assegni un compito senza sapere quanto lavoro richiede.
  • Correggi persone che magari fanno quella cosa da dieci anni.

Non hai bisogno di dimostrare continuamente di essere più intelligente dei tuoi collaboratori.

E soprattutto non devi avere sempre la risposta.

Qualche volta puoi anche chiedere:

“Tu come la vedi?”

Non succede niente.
Rimani il capo.

2. Dire sempre sì perché vuoi piacere al team

È una tentazione forte, soprattutto all’inizio.

Vuoi creare un buon clima.
Non vuoi passare subito per quello rigido.
Vuoi essere apprezzato.

E così concedi.
Lasci correre.

Eviti una conversazione che potrebbe creare tensione.

Poi arriva il momento in cui devi dire no, correggere un comportamento o prendere una decisione impopolare.

E lì cominciano i problemi.

Essere disponibili non significa essere accondiscendenti.

Il rispetto del team non lo ottieni dicendo sempre sì.

3. Essere concentrato soltanto su te stesso

Hai parecchio da fare.

Nuovo ruolo, nuove responsabilità, riunioni, obiettivi, pressioni dall’alto.

Facile che tutto cominci a girare intorno a te.

Un collaboratore ti chiede una cosa.

“Sì, dopo ne parliamo.”

Poi te ne dimentichi.

Un altro ti racconta un problema e mentre parla tu stai già pensando alla mail che devi mandare.

Capita.

Ma se capita sempre, le persone smettono di venire da te.

Non servono grandi discorsi sull’empatia.

Quando qualcuno ti parla, ascoltalo. E se prometti di tornare su una questione, tornaci.

Sembra poco.
Non lo è.

4. Scimmiottare il leader forte

Braccia conserte.
Sguardo truce da capo-che-non-deve-chiedere-mai.
Tono duro.
Sarcasmo.

Qualche battuta per mettere in difficoltà quello che hai davanti.

L’hai visto fare da altri capi. Magari qualcuno ti ha anche detto che devi “farti rispettare subito”.

Attenzione a non scambiare arroganza e prepotenza per grinta e carattere.

Non devi diventare improvvisamente più duro perché adesso hai un team.

Se per sembrare capo devi continuamente ricordare agli altri che sei il capo, qualcosa non sta funzionando.

Sorridi un po’ di più.
E non prenderti troppo sul serio.

5. Pensare che, siccome tu non hai vita privata, non debbano averla neanche gli altri

Sei uno che lavora sodo.
Un panzer.

Se c’è da fermarsi fino a tardi, ti fermi. Se serve il sabato, ci sei.

Bene.

Ma ti sei preso la briga di chiederti se per gli altri è lo stesso?

La collaboratrice ti chiama perché il bambino è ancora malato.

Di nuovo.
Sgrani gli occhi.

Davvero non sai che i bambini si ammalano così spesso?
Ah! Non ne hai.

Non significa che devi accettare qualsiasi richiesta o risolvere i problemi personali di tutti.

Significa ricordarti che le persone hanno una vita anche quando tu hai una scadenza.

A volte non puoi fare niente.
Altre volte basta un minimo di flessibilità.

6. Fare l’amico invece del capo

Questo è delicato.

Magari fino a ieri eri collega delle stesse persone che oggi devi coordinare.

Prendevate il caffè insieme.
Vi raccontavate tutto.

Poi arriva la promozione.
E adesso?

Adesso qualche volta dovrai distribuire il lavoro, dire no, dare un feedback, valutare una prestazione o prendere una decisione che a un tuo ex collega-amico non piacerà.

Non devi diventare freddo. Ma il ruolo è cambiato.

Se per proteggere un’amicizia eviti le conversazioni che dovresti avere come responsabile, prima o poi il conto arriva.

Se questo passaggio ti riguarda, puoi leggere “6 motivi per cui non dovresti definire un collaboratore un amico”.

7. Diventare un micro-manager

All’inizio può sembrarti prudenza.

  • “Fammi vedere prima di mandarlo.”
  • “Mettimi in copia.”
  • “Aspetta il mio OK.”
  • “Passa da me prima di decidere.”

Poi, senza quasi accorgertene, tutto passa da te.

Email.
Preventivi.
Decisioni.
Dettagli.

E diventi il collo di bottiglia del tuo stesso team.

I collaboratori smettono di decidere perché tanto devono chiederti tutto.

Tu sei sommerso.

E magari ti lamenti pure che “qui nessuno si prende una responsabilità”.

Qualcosa non torna.

8. Partire a razzo con i cambiamenti

Questa è un’altra grande tentazione.

Sei appena arrivato e vedi subito dieci cose che cambieresti.

Finalmente puoi farlo.
Frena.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, spingere subito sul cambiamento può sembrare coraggioso.

Spesso è semplicemente troppo presto.

Prima cerca di capire:

  • perché si lavora in quel modo;
  • chi ha deciso quelle procedure;
  • che cosa è già stato tentato;
  • chi sarà coinvolto dal cambiamento;
  • quali conseguenze non stai ancora vedendo.

Non significa lasciare tutto com’è.

Significa evitare di demolire qualcosa prima di aver capito perché è lì.

Il cambiamento arriverà.

Ma non devi farlo lunedì mattina per dimostrare che la tua promozione aveva senso.

Capo per la prima volta? Mica facile

All’inizio avrai voglia di fare tutto bene.
Normale.

E proprio per questo potresti esagerare.

Essere troppo disponibile.
Troppo duro.
Troppo presente.
Troppo veloce.

Controllare troppo.
Cambiare troppo.

Con il tempo capirai che guidare un team richiede anche di regolare te stesso, non soltanto gli altri.

E qualche errore lo farai.

Anch’io ne ho fatti.

Alcuni li capisci subito.
Altri quando vedi la faccia del collaboratore che hai davanti.
Altri ancora parecchio tempo dopo.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, può essere il momento di lavorare sulla tua presenza da leader. Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Non devi dimostrare dal primo giorno di essere un grande capo.

Comincia a non bruciarti il team.

15 suggerimenti per gestire al meglio lo stress quotidiano- 2

stress quotidiano

Foto di MabelAmber

Leggi anche la parte 1.

8. Concentrarsi solo su ciò che puoi controllare

Prendi le distanze dalle cose che non puoi controllare.
Non farlo, ti porterà solo ansia e frustrazione!

Viviamo in tempi complessi e incerti.
Per quanto tu possa organizzare e pianificare, ci saranno sempre imprevisti, appuntamenti cancellati, ritardi,
emergenze e cambi di programma.

Non sprecare la tua energia e le tue capacità su cose e fatti che non dipendono da te.
Non puoi controllare gli altri ma puoi solo gestire la tua reazione, il tuo atteggiamento, non lamentarti o demoralizzarti,
accetta quello-che-ti-passa-il-momento e focalizzati solo sulle prossime azioni da compiere.

9. Impegnarsi in almeno uno o due hobby

Gli hobby sono un ottimo modo per rilassarsi e dimenticarsi un po’ dello stress quotidiano.

Se hai sempre desiderato andare a cavallo o volare in parapendio, fallo ora!
Non è mai troppo tardi per imparare! Imparare qualcosa di nuovo distrarrà la mente dalle preoccupazioni,
facilitando il processo di rilassamento.

10. Occhio alle vacanze lampo

Ogni pausa di lavoro, anche se breve, rappresenta un riposo e un’occasione per una “ricarica energetica”.
Vacanze brevi (weekend, ponti, 2-giorni-mordi-e-fuggi) spesso non sono sufficienti a ripristinare completamente l’equilibrio psico-fisico usurato dallo stress quotidiano.

Personalmente,
con le vacanze-lampo ho chiuso da qualche tempo.


Non fanno per me!
Non riesco a staccare dallo stress quotidiano in così poco tempo.

Mi occorre più tempo, almeno una settimana.
Ho bisogno di almeno tutta la prima metà della vacanza per smaltire la tensione o per trovare energia e soltanto dalla seconda metà in poi il mio organismo comincia a riacquistare il suo equilibrio e inizio a beneficiare degli effetti procurati dal riposo.

Anche restare comodamente a casa,
può essere un modo efficace per ricaricare le pile.

11. “Scollegarsi” la sera e nei fine settimana ti aiuta a gestire lo stress quotidiano

Semplice ed efficace.

Scollega il tuo Smartphone la sera e il weekend.
Scollegati da questa connessione costante, concediti il permesso di non rispondere e di non essere disponibile.
Concediti il lusso di ricaricare le pile!

12. Controllare la posta a orari definiti

Controllare continuamente la posta elettronica vuol dire interrompere costantemente il flusso di lavoro,
distogliere assiduamente l’attenzione e sprecare, di conseguenza, un sacco di energia.

Come fare a resistere al bip sullo smartphone?
Ecco lo stress quotidiano!

Personalmente ho preso l’abitudine di controllare la posta elettronica a orari (più o meno) prestabiliti nell’arco della giornata: 3 volte il giorno (mattino-pranzo-tardo pomeriggio).
Si, esatto … un po’ come prendere le medicine.

È estremamente raro che un cliente, un problema non possa aspettare un paio d’ore.
Poco smart? No. Meno stress? Sicuro!

Con un amico si scherzava sull’apertura mail della pausa-pranzo.
Nel caso di mail-magagna, imprevisti o problemi.
Meglio aprirla prima o dopo pranzo? Meglio rovinare l’appetito o bloccare la digestione?

More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership

13. Non esagerare con WhatsApp e Facebook

Hai in mente i cinepanettoni?

Tutti li criticano, nessuno li guarda, poi a ogni Natale, costi quel che costi, tutti si riversano nei cinema.

Whats up e Facebook sono un po’ come i cinepanettoni.
Molti li criticano, altri li snobbano, chi dice “Io? Ci butto un occhio ogni tanto“, nessuno li usa e poi scopri che Fb e compagnia ogni mese aumenta il numero degli iscritti.

Niente di male per carità ma personalmente i social non mi entusiasmano.

Però leggo che sempre più persone cominciano a manifestare sintomi di vera e propria dipendenza, con tutto la conseguente ansia, stress … quindi?
Social si ma senza esagerare!

14. Non rimandare le cose difficili

“Ora non è il momento”
“Lo farò quando sarò più tranquillo”
“Lo faccio domani”
“Tanto non c’è fretta
”

Un problema o un compito non affrontato tende di solito a diventare ancora più ostico.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perchè proviamo disagio,
quando poi saremo costretti a farlo proveremo più disagio e saremo ancor più logorati da questo stillicidio di attese, ansia e stress.

15. Il benessere è una conquista

Troppe persone tendono a pensare al benessere come ad un colpo di fortuna, qualcosa che scende dal cielo,
che è legato alla fortuna oppure ad un regalo della vita.

Qui regali non ce ne sono.

Il benessere personale è il risultato (anche) di uno sforzo personale.

Non basta desiderarlo. Dobbiamo lavorare, insistere, perseverare per raggiungerlo.
Ma mi raccomando … non diventare maniacale o rigido nelle tue azioni perchè altrimenti rischi di diventare …
ancora più stressato!

15 suggerimenti per gestire al meglio lo stress quotidiano – 1

stress

Foto di MabelAmber

1. Mettere “in agenda” l’imprevisto

Organizzati la giornata e pianifica con metodo ma non farlo in modo maniacale e dettagliato!

Lascia uno spazio per l’imprevisto.

Sempre.

Quando accetti l’imprevedibilità e l’incertezza non significa che sei diventato incosciente, rassegnato o irresponsabile, ignorando tutto quello che ti circonda.
Vuol dire che scegli di essere saggio e concreto,
prendi coscienza di un dato di fatto.

Prima lo consapevolizzi meglio è!

2. Ridere

Un cliente mi ha detto “Hai ragione … ma quando sono stressato, proprio non riesco a ridere”.

Se aspettiamo di essere tranquilli e rilassati per ridere rischiamo di aspettare una vita.

Sforzati di sorridere e ridere di più anche quando non-sei-in-vena,
ti senti stanco o nervoso.

Impara vedere il lato comico e divertente delle situazioni, prendi la vita con più gusto.
All’inizio, può sembrare difficile ma vale la pena di provare. Lasciati andare … e rilassati.

Non sai come fare? Prendi lezione da bambini …
sono i migliori maestri!

3. Non lamentarsi

Lamentarsi dell’economia, la società, della crisi, la concorrenza, del capo, dei colleghi, i politici, …
è un lavoro a tempo pieno per alcune persone.

Spero non per te.
Non facciamoci imbrigliare in questo comportamento negativo.

4. Frequentare persone positive

Evita le persone negative … ti succhiano l’energia (proprio come i vampiri).

Ascoltando i loro problemi ti sentirai stanco e logoro.

L’energia è contagiosa.

Frequenta regolarmente (o almeno una volta la settimana) persone che hanno un atteggiamento mentale positivo.
Una conversazione intelligente con qualcuno al di fuori del tuo settore o che non conosce la tua storia/attività può darti una prospettiva nuova e una spinta positiva.

5. Concentrarsi solo sul futuro

Non si può cambiare il passato.

Però si possono influenzare i risultati futuri.
Invece di focalizzarti su quello che dovevi fare (e non hai fatto) concentrati solo su ciò che puoi fare (da adesso in poi) …
e vai avanti!

6. Limitare l’esposizione alle news

Crisi, disoccupazioni, attentati, omicidi …
Oramai vedere i TG è diventato un vero scempio per le nostre risorse mentali.

Ne abbiamo già così poche!
Vuoi dire di no?

Abbiamo veramente bisogno di conoscere nel dettaglio tutto quello che sta succedendo?
Entrare in sintonia con le news è assolutamente necessario?

Lo sapevi che …
guardare notizie violente può causare sintomi simili al disturbo post traumatico da stress?.

La conclusione arriva da uno studio su 189 persone presentato alla conferenza annuale della società psicoanalitica inglese, tenutasi a Liverpool.

Il dott. Pam Ramsden presentando la ricerca ha detto:
“… I social media hanno reso disponibili al pubblico storie violente e immagini con orribili dettagli inediti. Guardare questi eventi e sentire l’angoscia di coloro che li sperimentano, può avere impatto sulla nostra quotidianità. ….”. Leggi per approfondire.

More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo

7. Fare esercizio fisico, mangiare correttamente e bere molta acqua riduce lo stress

I classici.

Mantenersi in forma con attività fisica è uno dei modi più utili per scaricare le tensioni e lo stress quotidiano.
L’attività fisica stimola la produzione delle endorfine, migliora i movimenti, ci mantiene elastici, ci rimette in forma. … insomma è proprio un toccasana.

Anche la corretta dieta può giocare un fattore importante per aiutare a diminuire lo stress.
Evita cibi grassi, mangia tanta frutta e verdura, combinata con la giusta attività fisica,
ridurranno notevolmente il livello di stress.

L’acqua fa bene all’organismo perché aiuta a “scovare e neutralizzare” le tossine causate dallo stress.
Sarai sorpreso di quanta energia ti darà questa semplice strategia.

Continua a leggere la parte 2.

Quanto ne sa il tuo personale di accoglienza clienti?

accoglienza dei clienti

Ti sei già chiesto quanto ne sa (davvero) il tuo personale di accoglienza clienti?
Puoi tranquillamente affermare che i tuoi collaboratori sono dei professionisti dell’accoglienza e si distinguono nettamente dalla concorrenza?

L’accoglienza è l’elemento cui il cliente fa riferimento nella sua valutazione complessiva del servizio. Migliorare quest’approccio significa soddisfare e fidelizzare il cliente già in partenza.

Non è forse vero che se c’è una cosa che ci fa piacere (e ci fa tornare) in un negozio, centro estetico, bar, hotel, banca o assicurazione … è la qualità dell’accoglienza?

Per tornare alla domanda iniziale, posso risponderti sulla base della mia personale esperienza fatta in questi anni con il team coaching con obiettivo “potenziare l’accoglienza clienti”.

Accoglienza dei clienti. Basta dire buongiorno?

Di solito dopo le presentazioni di rito, chiedo al team di vendita di rispondere alla domanda “Cos’è davvero l’accoglienza clienti?”.

Per fortuna sono bravo a gestire il silenzio perché la risposta quasi sempre si fa attendere.

Il copione è di solito lo stesso …
… chi si guarda attorno, chi fa finta di niente, chi spera che risponda quello a fianco, chi pensa “Oddio, ma questo che vuole?” e “Che domanda … così a bruciapelo” oppure “… e diccelo tu, non vedi che qui non parla nessuno … ” e chi prende tempo con la classica “Scusi, accoglienza … in che senso?”.

Dopo un po’, qualcuno … il più temerario (o il più logorato dal silenzio) rompe il ghiaccio e comincia a mormorare qualcosa tipo “ Quando entra … la gente … dire buongiorno”.

E via di seguito …
“Dire arrivederci”,
“Salutare, essere gentili”
“Dire buongiorno, buonasera e buonanotte”, ecc.

Frasi in verità abbastanza superficiali e un pò banalotte.

Per arrivare subito al punto,
per mia esperienza, la maggior parte del personale il concetto d’accoglienza è legato esclusivamente a un’idea di buona educazione “Dire buongiorno, buonasera e sorridere” … e riguarda solo i brevissimi momenti nel quale il cliente entra o esce dal punto vendita, centro estetico, fitness, hotel, banca o SPA che sia.

Inoltre, c’è poca consapevolezza degli errori e dei rischi che si corrono con un’accoglienza sbagliata: trasmettere noia, superiorità, risentimento, ignorare o rendere “invisibili”, aggredire subito con le offerte, forzare l’acquisto, mostrare poca professionalità e scarsa conoscenza del prodotto o servizio.

È raro sentire parole tipo ascolto, riconoscimento, disponibilità, apprezzamento, empatia e qualità.

Dare un valore aggiunto al tuo servizio

Le accortezze di una buona accoglienza dei clienti sembrano semplici e facilmente applicabili proprio per il fatto di essere così elementari, spesso diventano banali, scontate e sono eseguite dal personale con superficialità e leggerezza.

Purtroppo quest’approssimazione mal si lega ai clienti di oggi che è sempre più esigenti e suscettibili, sono facili a risentirci e offenderci! Pretendono di essere considerati diversi dagli altri, esigono essere riconosciuti e trattati in un modo unico e particolare.

Se operi a contatto con le persone, devi dare un valore aggiunto al tuo servizio, devi prendere coscienza dei cambiamenti del mercato e del comportamento dei tuoi clienti, adattarti a questi cambiamenti e chiederti come migliorare, accogliere e approcciare i clienti di oggi.

Per fare la differenza oggi è fondamentale avere un approccio corretto attraverso la comunicazione, i gesti e i comportamenti (consci e inconsci).

Considera l’accoglienza dei clienti, un valore o un’area strategica su cui investire.

Vedrai i risultati.

Come approcciare l’amico di famiglia profittatore

cliente difficile

Questo tipo di cliente difficile è facilissimo da riconoscere.

Come perché? Lo conosci già!

Che fosse un amico di famiglia lo sapevi da anni (per l’interazione con qualche tuo familiare) ma che fosse anche calcolatore e profittatore l’hai scoperto col tempo … e questo rapporto un po’ alla volta è diventato un vero e proprio tormento.

Come si comporta il cliente amico calcolatore

In nome del legame familiare (non ti sorprendere … può anche essere che non sia amico di nessun tuo familiare ma si presenta e si spaccia come tale) si aspetta da te (non si capisce bene perché) un trattamento di favore, un prezzo speciale, uno sconto o un trattamento gratuito.

Pensa o finge di credere che tutto li sia dovuto o se lo merita per quel legame personale che vi lega (tanto siamo quasi parenti).

Spesso ha proprio una gran faccia tosta e l’abilità di coglierti di sorpresa, così che non riesci proprio a dire di no.

Le sue frasi più celebri sono:
“Ma mi chiedi tutti questi soldi?”
“Ti volevo chiedere se potevi …”
“Puoi farmi un favore?”
“Non voglio che pensi che ti chiedo un favore/sconto solo perché sono amico/a del tuo familiare”

A Natale si presenta con un bel pensierino (niente di speciale e oltretutto di basso costo!) … ecco quel regalino diventerà merce di scambio per future richieste di sconti, favori, cambi, garanzie speciali, ecc.

Pensaci bene prima di accettarlo la prossima volta!

Cosa non fare

• Non accettare regali (lo so che è difficile) ma altrimenti sarai sempre più legato;

• Non chiederli favori (anche piccoli) altrimenti avrà il motivo di chiederti di contraccambiare;

• Non darli la massima disponibilità altrimenti non te lo scrollerai più da dosso;

• Non commiserarti se non sei riuscito a “bloccarlo” per l’ennesima volta. Se sei uno che ha problemi a dire “NO” alle persone (soprattutto a parenti, amici e conoscenti) ti sarà difficile interagire con lui/lei. Leggi questo post per prendere alcuni spunti.

• Non considerare questa persona come un amico. Un vero amico non si comporta così;

Cosa fare

• Un approccio onesto potrebbe salvare il rapporto. Spiega chiaramente che apprezzi la sua compagnia ma non accetti quel particolare comportamento. Cerca di separare la conoscenza dal rapporto di lavoro;

• Parla chiaro con quel cliente amico profittatore. Se sei il titolare, spiega con fermezza le tue ragioni. Se sei un dipendente, è più facile: ti puoi appellare alle policy aziendali, alle norme e alle regole. Della serie “Vorrei ma non posso”;

• Rimani calmo, sempre cortese e non lasciarti coinvolgere troppo emotivamente;

• Se vuoi mantenere sia l’amicizia, sia la tua salute (potrebbe benissimo diventare un incubo) devi importi dei limiti duri ma precisi per fermare questi comportamenti;

L’errore TOP che devi evitare con questo cliente difficile

Se aspetti (e speri) che sia il cliente difficile -amico profittatore- a smetterla con le richieste (“Alla fine lo capirà da solo”) stai sbagliando di grosso.

Non lo farà.

Non hai grandi scelte. Questo è opportunismo e va bloccato sul nascere.

Decidi se ne vale la pena.

Sta diventando una questione personale? Il modo di trattare con questo cliente amico dipende da quanto valore dai al rapporto con lui/lei. Ma ricorda che chiunque approfitta di un tale rapporto non può (e non deve) essere considerato un amico.

Parlare male della concorrenza vuol dire fare autogoal

parlare male della concorrenza

Pensi di convincere la gente ad acquistare il tuo prodotto o servizio parlando male della concorrenza?

Quando ascolti critiche dirette ai tuoi rivali di business non vedi l’ora di “cavalcare l’onda” e di rincarare la dose con sorrisini, smorfie o frasi sarcastiche?

Oppure
… con la scusa della trasparenza e dell’interesse del cliente cogli l’occasione per scaricare sugli altri una serie di scelleratezze e di cattiverie?

Parlare male della concorrenza conviene?

La prossima volta che ti sarà difficile tenere la bocca chiusa quando si parla di un tuo concorrente, ti sarà sufficiente ricordare che quando parli negativamente di un concorrente ottieni esattamente l’effetto l’opposto.

Ah, si!
Davvero? Non lo sapevi?
Gli psicologi americani chiamano questo fenomeno Spontaneous trait inference.

Significa che ogni volta che dici cose sconvenienti su qualcun altro, la gente non può fare a meno di associare a te questi stessi tratti. Quindi, se dici di un concorrente che è inaffidabile, il tuo potenziale cliente in realtà sta collegando l’inaffidabilità a te.
Il boomerang ti torna indietro … con gli interessi!

Adesso che lo sai, come ti comporti?

Puoi sempre dire che “ … loro lo fanno bene ma tu lo fai meglio!”.

Parlare male dei concorrenti è un boomerang

E poi c’è la questione etica professionale.

Parlare male dei tuoi concorrenti ti svaluta e ti fa fare brutta figura. Nel momento in cui poi passi a nomi e cognomi, la tua credibilità va in cenere.

Così facendo dimostri poca professionalità e scarsa autostima!

Quando sei sicuro della tua proposta, prodotto o servizio, l’ultima cosa che pensi è di “gossippare”, screditare i rivali o parlare male della concorrenza. Lascia che si parli di te attraverso i tuoi prodotti, le tue parole o la tua consulenza.

Piuttosto che denigrare la concorrenza, valorizza i tuoi servizi e fai percepire il reale valore aggiunto che puoi offrire rispetto gli altri.

E non metterla solo sulla questione di prezzo perché ci sarà sempre qualcun altro disposto a fare pagare il suo prodotto o servizio 5 euro meno del tuo.
Sei d’accordo vero?

Come fare una candidatura via mail efficace -2

candidatura via mail

Leggi anche la parte 1 del post “Come fare una candidatura via mail efficace”

A chi indirizzare la candidatura via mail?

Se hai una mail generica (ad esempio: info@ …) è importante precisare il destinatario o l’ufficio di destinazione della mail (esempio: “Alla c. a. del Responsabile del Personale” oppure e “Alla c. a. del titolare” o anche “Alla c. a. del signor/dott Marco Rossi” (nel caso conosci il nome del responsabile ma non hai il suo indirizzo mail).

Se hai la mail diretta di un selezionatore o del responsabile del personale,
indirizzala direttamente a loro: tipo “Gent.ma Dott.ssa / Egr. Dott. Marco Rossi”.

L’indirizzo della persona alla quale inviare la candidatura via mail può essere ottenuto per telefono (contattando direttamente chi si occupa della selezione),
consultando il sito dell’azienda in questione o tramite anche una ricerca su Linkedin.

Utilizza un indirizzo mail professionale

Invia la candidatura via mail da un indirizzo credibile.

Il tuo indirizzo mail deve essere subito riconoscibile e comunicare professionalità (ad esempio: ferrarelli.coaching@…) e deve essere composto preferibilmente dal tuo nome e cognome (es. michele.ferrarelli@…).

Non utilizzare nomignoli e soprannomi poco convenienti (stile supercoach101@…) o indirizzi di posta elettronica di genitori,
partner o amici.

Fai prima un invio di prova a te stesso:
in tal modo potrai testare la formattazione e notare subito eventuali problemi (testo piccolo/grande, lunghezza della mail, divisione sbagliata della parola a fine riga, ecc.).

Assegna un nome ai tuoi documenti

Ciò permette al selezionatore di ritrovare più facilmente i tuoi documenti …
te ne sarà grato quando dovrà districarsi tra le decine di dossier che riceve giornalmente.

Per esempio:
michele_ferrarelli_CV;
_michele_ferrarelli_lettera_candidatura;
michele_ferrarelli _certificati_lavoro;

Non dimenticare firma e dati personali

A termine del testo della mail, firma con nome e cognome.

Sotto la firma scrivi anche l’indirizzo,
il cellulare e la tua e-mail così i tuoi contatti saranno immediatamente a disposizione.
Può essere una buona idea indicare anche il tuo recapito Skype ed eventualmente linkare i tuoi profili Social, tipo LinkedIn.

Evita Dott./Dott.ssa prima del nome.

Differenziare per differenziarsi

Ultimo spunto davvero importante …
evita le e-mail standard!

Non puoi creare una singola candidatura via mail e inviarla a tante aziende pensando di risparmiare tempo e fatica.
Un selezionatore esperto si accorge in pochi secondi se ha davanti un candidato che ha personalizzato la sua presentazione oppure se deve leggere una candidatura generica, inviata in massa con il più classico dei copia-incolla.

Ogni annuncio di lavoro è diverso … anche la risposta all’annuncio dev’essere unica e personalizzata.
Per ogni azienda devi creare una lettera di presentazione.

Chiediti.
Come posso trasmettere, in poche righe,
la mia motivatone e il mio entusiasmo?
Come posso spiegare che il mio profilo è adeguato a questa mansione?
Riesco a convincere il selezionatore che, se assume me,
mi dimostrerò la persona giusta per quell’azienda in quel ruolo?

La lettera di presentazione, rispetto al CV,
ha una forma meno schematica e più spontanea …
ti puoi concedere qualche libertà in più e renderla più genuina!

Senza ripetere il contenuto del curriculum allegato,
usa la mail di presentazione come il tuo biglietto da visita,
sfrutta quest’occasione per chiarire e far conoscere, in poche righe,
aspetti del tuo percorso lavorativo o della tua personalità.

Per personalizzare la tua lettera motivazionale e quindi una candidatura,
non è necessario ri-scriverla ogni volta, basta variarne un 25-30%,
tutte le volte, in funzione dell’offerta alla quale si risponde.

14 errori da evitare nella candidatura via mail:

1. Non utilizzare “Lei”, “Le”, “Vi” con iniziale maiuscola;

2. Evita usare un font poco leggibile (meglio Arial, Verdana o Helvetica);

3. Non utilizzare Emoticon;

4. Evita fondini fantasiosi con fiori, mici, scritte motivazionali o citazioni;

5. NO a errori ortografici, grammaticali o di battitura;

6. Evita il testo poco chiaro e scorrevole (separa i vari paragrafi con uno spazio bianco in modo da agevolare la lettura);

7. Non dimenticare di allegare il CV (capita più spesso di quanto immagini!;)

8. Evita l’allegato troppo pesante (mai superiore a 1Mb, meglio se inferiore ai 500Kb) altrimenti l’email potrebbe non arrivare a destinazione oppure andare nello spam;

9. Evita di inviare documenti in Word. Utilizza il formato .pdf perché è più leggero, più professionale e non è modificabile, mentre un documento Word potrebbe essere modificato da chiunque;

10. Non dimenticare l’oggetto della mail (anche questo capita più spesso di quanto immagini!);

11. Evita frasi del tipo: “Vi prego di contattarmi” e “Vi scrivo per sapere se potrebbe interessarvi la mia figura professionale” perché suona lagnoso e prolisso. Tralascia anche frasi stile “Mi aspetto una risposta da voi” perché irrispettoso e maleducato;

12. Non dare del TU! Anche via mail, occorre rispettare le formule di cortesia. Generalmente ci si rivolge a una persona con “Gentile signora o Egregio signor …”;

13. Evita testo a colori (a meno che non sia per un annuncio creativo);

14. Non scrivere tutto (o quasi) il CV nella mail.

Leggi anche la parte 1 del post “Come fare una candidatura via mail efficace”

Probabilmente ti sei reso conto di aver commesso uno o più errori nella redazione della tua candidatura via mail.
Utilizza gli spunti di questa piccola guida per apportare le modifiche necessarie e rendere efficace il testo in modo da inviare candidature elettroniche davvero efficaci.

Come fare una candidatura elettronica efficace – parte 1

candidatura elettronica

Ormai la ricerca di lavoro è online.

Non è certo vietato utilizzare la posta per spedire CV cartacei,
ma questa pratica sta lentamente scivolando nel passato.

I vantaggi della candidatura elettronica sono evidenti.

Per le aziende,
le candidature online possono essere filtrate (secondo determinati parametri),
salvate e archiviate con molta più facilità.

Per i candidati la candidatura elettronica permette di presentare in modo rapido e completo il proprio dossier a un’azienda selezionata.
La velocità del web però non dovrebbe incoraggiare l’invio “a pioggia” di lettere e CV generici.
Meglio inviare 10 candidature ben studiate piuttosto che 100 poco personalizzate.

Se hai già confidenza con le candidature,
non troverai grandi differenze nella stesura di una candidatura elettronica rispetto a una “normale”.

La composizione della candidatura via mail è la stessa:
la lettera di presentazione, il curriculum vitae e (eventualmente) i certificati richiesti.

Non ci sono grandi variazioni è vero …
ma anche in questo caso è richiesta la massima cura nella preparazione di una candidatura convincente.

Quando utilizzare una candidatura elettronica?

Invia la tua candidatura elettronica in risposta ad un annuncio (online o sul giornale),
per una candidatura spontanea,
se ti candidi per un posto nel settore informatico oppure se devi inserire i tuoi dati nel sito web di un’azienda (nell’apposito spazio riservato alle candidature).

Se non sai bene come muoverti,
prendi contatto l’azienda e chiedi se devi inviare la tua candidatura per e-mail
(giacché ci sei, puoi chiedere anche l’indirizzo mail della persona responsabile/titolare).

In teoria, se non specificato, la candidatura è sempre da inviare per posta.

Lettera di candidatura si o no?

Anche nell’era di Internet,
la lettera di candidatura resta importante.
È un complemento indispensabile al tuo CV per presentarti e convincere il reclutatore che sei la persona giusta.
Tanto più qualificato è il posto, quanto più è necessaria.

La lettera di presentazione ti permette di distinguerti dagli altri candidati,
può aiutarti a entrare in contatto con l’azienda, catturare l’attenzione del selezionatore (con lo scopo di ottenere un colloquio) e rimarcare la tua professionalità.

Inoltre può dimostrare, in poche righe,
il tuo reale interesse per la posizione:
perché hai scelto quest’azienda, cosa ti ha attirato di più nella posizione oppure il tipo di posto che t’interessa,
perché il reclutatore dovrebbe scegliere proprio te e non un altro, ecc.

Ė fondamentale,
ricordarsi di focalizzare la propria attenzione sui bisogni del destinatario e non sulle nostre aspirazioni.

Lettera di candidatura allegata o nella mail?

Non ci sono regole standard.

Hai due possibilità:
puoi copiare il testo della lettera di presentazione direttamente nel corpo della mail (cercando di mantenere una buona impaginazione)
oppure la invii come allegato, in formato .pdf.

Personalmente ti consiglio un mix.
Scrivere nel testo della mail 4-5 righe di presentazione: chi sei, titolo di studio, qual è il tuo titolo o la tua figura professionale e allegare comunque la lettera di motivazione.
E-mail e lettera d’accompagnamento devono essere comunque diverse.

Contenuto efficace nel testo della mail

Quando mandi una mail a un’azienda,
è necessario presentarti: nome e cognome, cosa fai, chi sei, titolo di studio, quanti anni hai,
qual è la tua figura professionale e per quale posizione ti stai candidando.

Evita d’inviare la mail solo con il tuo nome,
la lettera di motivazione e il CV della serie: “In allegato, la candidatura e il curriculum” perché dà un’idea di svogliatezza e approssimazione.

Ricorda che dall’altra parte dello schermo c’è pur sempre una persona cui potrebbe far piacere leggere qualcosa in più su di te …
altrimenti non sorprenderti se la tua mail non sarà neanche aperta o sarà spostata automaticamente fra la posta indesiderata.

Descrivi (mi raccomando non più di 6 righe) le tue principali esperienze e quali sono le tue principali competenze maturate,
evidenziando quelle che potrebbero essere più utili all’azienda a cui stai scrivendo.

Nel caso di risposta a un annuncio letto sul giornale o sui siti specializzati,
potresti cominciare tipo: “In riferimento al vostro annuncio su … (sito web o giornale),
ho il piacere di inviarvi il mio Curriculum Vitae per la posizione di …” oppure “Con la presente chiedo di poter collaborare in qualità di …” e anche “Sono alla ricerca di una nuova opportunità professionale che mi permetta …”.

Poi continuare con “In attesa di un vostro cortese riscontro,
resto a disposizione per ogni chiarimento e per un eventuale colloquio conoscitivo
”.

Puoi concludere con saluti un po’ meno formali ma comunque sempre cordiali: “Le auguro una buona giornata” o il semplice “Le auguro un buon lavoro”.

Utilizza (senza esagerare) il grassetto per evidenziare le parole più importanti.

Oggetto immediatamente comprensibile

Dall’oggetto deve subito risultare chiaro per quale posto è stata inviata la candidatura.
Precisare l’oggetto della mail è molto importante,
poiché evita che la mail passi inosservata o che finisca nello spam.

Un esempio: “Candidatura di Michele Ferrarelli per il posto di formatore di addetti alla vendita”
oppure può essere il riferimento all’annuncio di lavoro “Rif. Selezione per Addetto Vendita”.

Leggi la parte 2 del post “Come fare una candidatura elettronica efficace”.

Coaching: ecco come ti aiuto a gestire un collaboratore difficile

coaching collaboratore difficile

Come reagisci davanti al collaboratore che non ti chiede mai una spiegazione, non partecipa alle discussioni e vuol fare tutto a modo suo?

Come ti comporti con quella collaboratrice talmente sensibile (o forse sarebbe meglio dire suscettibile?) che ogni volta che le muovi una critica, pur con delicatezza, va in tilt o mette il broncio per una settimana?

E quell’altra che arriva sempre in ritardo, spesso è svogliata, distratta e si “imbosca” appena può?

All’inizio hai sperato che capisse da sola.
Poi gliel’hai fatto notare, in modo gentile.
Poi ancora sei stato più deciso e diretto.

Si scusa, si giustifica, promette che cambierà.

Ma poi torna tutto come prima.
Niente è cambiato.

E adesso che cosa fai?

Sei il responsabile del team. Devi trasmettere fiducia e dare importanza alle persone, ma anche far rispettare impegni, responsabilità e regole.

Affronti la questione o fai finta di niente?
Meglio agire subito o aspettare il momento opportuno?

Meglio grintosi o diplomatici?

L’ideale sarebbe saper equilibrare, secondo le circostanze, grinta e diplomazia.

Ma quando sei coinvolto personalmente, non è così semplice.

Magari hai già provato a parlarne più volte. Oppure hai lasciato correre, sperando che il tempo sistemasse le cose.

A volte funziona.
Spesso no.

E intanto il fastidio aumenta. Cominci ad aspettarti sempre lo stesso comportamento e ogni nuovo episodio sembra confermare quello che ormai pensi di quella persona.

Ma sei sicuro che il problema sia esattamente quello che hai individuato?

È una domanda che vale la pena affrontare prima di decidere come intervenire.

Coaching per gestire un collaboratore difficile

Nelle sessioni di coaching, per prima cosa ti invito a fare un passo indietro e guardare la situazione con un po’ più di distanza.

Non per giustificare il collaboratore.
E neppure per convincerti che il problema sia tuo.

Cerchiamo di capire che cosa sta succedendo davvero.

  • Quali comportamenti ti creano difficoltà?
  • Che cosa hai già provato a fare?
  • Come ha reagito il collaboratore?
  • Che cosa ti aspetti da lui e quanto è chiaro anche a lui?
  • C’è qualcosa nel tuo modo di intervenire che potrebbe contribuire a mantenere la situazione?

A volte emerge che il collaboratore non rispetta gli accordi e occorre affrontarlo con maggiore fermezza.

Altre volte scopriamo che le aspettative non erano così chiare, che una conversazione è stata rimandata troppo a lungo o che stai interpretando alcuni comportamenti senza avere tutti gli elementi.

Non possiamo saperlo prima.

Se partiamo dalla lettura sbagliata della situazione, rischiamo di scegliere anche l’intervento sbagliato.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Che cosa facciamo durante le sessioni?

Non applichiamo teorie generali e non cerchiamo una soluzione buona per tutti.

Lavoriamo sul tuo caso.

Il mio compito di coach non è fornirti soluzioni preconfezionate, del tipo “fai questo, mi raccomando, non fare quello”.

Ti aiuto a mettere ordine nei fatti, distinguere ciò che sai da ciò che supponi e valutare le possibilità che hai davanti.

Poi passiamo alla parte concreta.

Potrebbe essere necessario preparare un colloquio, chiarire le aspettative, dare un feedback più diretto oppure cambiare il modo in cui stai gestendo la relazione.

L’obiettivo è arrivare a una scelta che tu possa sostenere, anche quando la conversazione diventa difficile.

Non posso prometterti che il collaboratore cambierà.

Possiamo però lavorare su quello che dipende da te: come leggi la situazione, come comunichi e come intervieni.

Se il problema riguarda soprattutto giustificazioni e impegni non rispettati, puoi leggere anche “Stanco delle scuse dei collaboratori? 9 spunti per neutralizzarle”.

Quanto dura il percorso di coaching?

Dipende dalla situazione e da quello che vuoi affrontare.

A volte hai bisogno di preparare una conversazione difficile che continui a rimandare.

Altre volte il rapporto è deteriorato da tempo e occorre capire da dove cominciare.

Non è necessario avviare un lungo percorso per affrontare un problema specifico.

Possiamo lavorare in poche sessioni mirate, definendo insieme l’obiettivo e verificando, passo dopo passo, che cosa sta cambiando.

Non devi arrivare già con la soluzione.
È per questo che ci confrontiamo.

Se hai un collaboratore con cui il rapporto è diventato difficile, scopri il coaching mirato “Gestire un collaboratore difficile”.

Possiamo partire da quello che sta succedendo nel tuo team, senza ricette già pronte e senza dare per scontato che la prima spiegazione sia quella giusta.

8 atteggiamenti che minano la tua autorità di store manager

store manager leadership

Essere store manager significa avere gli occhi addosso. Quelli dei collaboratori, ma anche quelli dei clienti.

E non soltanto quando parli, dai indicazioni o intervieni per risolvere un problema.

Anche quando cammini nello store, ti fermi vicino alla cassa, ascolti un collaboratore o affronti un reclamo.

A volte sono proprio le piccole abitudini, quelle di cui non ti accorgi più, a indebolire la tua autorevolezza.

Eccone otto che vale la pena osservare.

1. Girare nello store come una trottola

Quando sei sotto pressione o stressato, è facile che, senza accorgertene, inizi a girovagare senza meta.

Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro.

Come una trottola.

I collaboratori ti vedono passare continuamente, fermarti, ripartire, tornare indietro.

“Il capo è nervoso. Che succede?”

Magari non sta succedendo niente di particolare.
Sei soltanto agitato, hai mille cose in testa.

Ma la tua agitazione può diventare quella del team. E in uno store, dove si lavora a contatto con il pubblico, il clima si avverte.

Occhio!

Non devi stare immobile. Devi accorgerti quando ti stai muovendo tanto senza combinare granché.

2. Sorridere e annuire troppo

Sorridere ai clienti e ai collaboratori è importante.

Ci mancherebbe!

Ma c’è una differenza tra essere cordiale e cercare continuamente di compiacere chi hai davanti.

Sorridi a tutto.
Annuisci a tutto.
Dai ragione anche quando non sei d’accordo.

E magari, appena la persona si allontana, dici esattamente il contrario.

Non devi essere sempre accondiscendente per risultare piacevole.

Puoi sorridere e, nello stesso tempo, esprimere una posizione diversa.

3. “Troneggiare” vicino alla cassa

Molti responsabili o store manager si riconoscono subito.

Sono quelli che troneggiano vicino alla cassa.

Braccia conserte, sguardo da duro, aria severa.

Controllano le procedure d’incasso, osservano i collaboratori e tengono d’occhio tutto il negozio.

Ovviamente non c’è niente di male nel controllare.

Anzi!

Il problema è quella postura-plastico-autoritaria che, a mio modesto avviso, proprio non ti si addice.

E qualche volta rischia anche di diventare ridicola.

Non hai bisogno di metterti in posa per dimostrare che sei il responsabile.

Trova il tuo modo di stare nello store.
Non quello che pensi debba avere un capo.

4. Nascondersi

È l’opposto del tronista di prima.
Ti cercano e non ti trovano.

Sei mimetizzato negli angoli, negli anfratti, nel magazzino.

Quando poi arriva un reclamo o una discussione con un cliente, ti dilegui con un’abilità da ninja.

Magari hai davvero qualcosa di urgente da fare dietro le quinte.

Ma se succede ogni volta che c’è una situazione scomoda, i collaboratori se ne accorgono.

Hai chiesto al team di rispettare determinati standard di servizio e accoglienza?

Devi essere il primo a metterli in pratica.

Soprattutto quando il cliente è arrabbiato, la situazione si complica e qualcuno deve intervenire.

Lì davanti.

Non nascosto in magazzino.

5. Guardarsi continuamente allo specchio

Gli specchi dello store ormai non bastano più.

Un continuo aggiustarsi la cravatta, il bordo della giacca, il ciuffo, la frangia, i capelli.

Un occhio al negozio, l’altro allo specchio.
Uno al cliente, l’altro allo specchio.

Quel che è peggio è che non te ne accorgi neanche più.

Niente di male, per carità!

L’immagine personale conta, soprattutto in certi ambienti di vendita.

C’è solo un problema.

La star da ammirare non sei tu.

È il cliente!

6. Trasformare le affermazioni in domande

Ti è mai capitato di ascoltare un responsabile che sembra chiedere conferma anche quando sta dando un’indicazione?

  • “Allora prepariamo la vetrina per domani?”
  • “Questo articolo lo spostiamo qui?”
  • “Direi di procedere così?”

A volte è giusto chiedere un parere.

Altre volte, però, hai già deciso e stai semplicemente comunicando una disposizione.

Se devi dare un’indicazione, dalla con chiarezza.

Non occorre alzare la voce o assumere un tono autoritario.

Basta evitare che ogni decisione sembri ancora in discussione.

7. Evitare il contatto visivo

Un collaboratore ti parla e tu continui a guardare il computer.

Un cliente ti fa una domanda e intanto controlli che cosa succede dall’altra parte dello store.

Qualcuno ti sta spiegando un problema e tu hai già gli occhi sulla prossima cosa da fare.

In negozio succede facilmente.
C’è sempre qualcosa che richiama l’attenzione.

Ma quando una persona ti parla, guardarla e dedicarle attenzione fa parte del lavoro.

Non significa fissarla negli occhi senza mai distogliere lo sguardo.

Significa farle capire che, in quel momento, la stai ascoltando.

8. Assumere posture poco appropriate

Il modo in cui ti muovi e occupi lo spazio nello store conta.

Non perché ogni gesto riveli chissà quale insicurezza nascosta.

Ma perché alcuni comportamenti, soprattutto se continui e ripetuti, possono distrarre, mettere a disagio o trasmettere tensione.

Per esempio:

  • Toccarti continuamente vestiti e capelli.
  • Tamburellare le dita sul banco.
  • Avere il piede perennemente ballerino.
  • Muoverti nervosamente mentre un collaboratore ti parla.
  • Restare rigido e impettito davanti ai clienti.
  • Continuare a guardarti intorno durante una conversazione.

Non devi controllare ogni movimento del tuo corpo.

Ci mancherebbe altro!

Ma prova a osservarti durante una giornata particolarmente intensa.

Come ti comporti quando sei sotto pressione?

È proprio in quei momenti che certe abitudini diventano più evidenti.

Se vuoi approfondire, leggi anche “I 7 modi peggiori di gestire il tuo corpo durante la vendita”.

La tua store manager leadership

Quando gestisci un negozio, non puoi pensare soltanto a vendite, obiettivi, turni e procedure.

Le persone osservano anche come ti comporti.

Come reagisci quando qualcosa va storto.
Come ti rivolgi a un collaboratore.
Come affronti un cliente difficile.

E soprattutto se quello che chiedi agli altri corrisponde a quello che fai tu.

Non serve costruirti un personaggio da store manager.

Anzi, spesso è proprio quello il problema.

Se vuoi lavorare sul modo in cui comunichi e vieni percepito nel tuo ruolo,

il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” può aiutarti a migliorare la tua store manager leadership.

Per cominciare, la prossima volta che entri nello store, prova semplicemente a osservarti.

Magari scopri che qualche piccola abitudine è diventata così normale da non accorgertene più.

Come trattare con efficacia il cliente arrogante

cliente arrogante

Hai in mente quel tipo di cliente che si dà un sacco di arie, si muove come fosse il padrone, ignora i tuoi punti di vista, ti guarda dall’alto in basso e spesso ti manca di rispetto?

Ma certo che lo conosci … è il cliente arrogante!

Come si comporta il cliente arrogante

Molti clienti arroganti dimostrano mancanza di sensibilità, usano spesso un linguaggio scurrile e mancano di tatto. Cercano di dominare e controllare perché hanno paura di essere dominati e controllati. Dietro la loro arroganza spesso si nasconde una grande vulnerabilità ed hanno un disperato bisogno di apparire nel modo giusto.

Molti arroganti credono di essere affascinanti ma in realtà non lo sono.

Se non incontrano il tuo favore, non si faranno problemi a comportarsi male con te.
Se proverai a fare un piccolo commento non gradito o anche solo leggermente provocatorio, provocherai la sua furia.

Il cliente arrogante ha un potere unico: anche se lo ignori, ha la capacità di opprimere tutto l’ambiente. Così, anche se non lo stai servendo te, riesce lo stesso a innervosirti solo con la sua presenza, anche a metri di distanza. Se non è potere questo!

Una cosa è sicura.
Trattare con un cliente arrogante richiede tanta pazienza e una grande quantità di autocontrollo.

Cosa non fare

• Non entrare in qualsiasi tipo di dibattito oppure insistere per fargli cambiare idea su di te o sul tuo prodotto perché tanto non ti ascolta e non gli interessa. Non sentirà la tua versione dei fatti e se lo fa, continuerà a dirti che ti sbagli.

• Se cerca di farti sentire insicuro o in difetto, non ti arrabbiare, perché è proprio quello che vogliono da te. Non peggiorare la situazione rispondendo in modo arrabbiato o ostile.

• Non anticiparlo mentre parla, interromperlo o controbattere.


• Non mettere in dubbio (anche non volendo) il suo aspetto, la sua intelligenza, la sua abilità o qualsiasi altra cosa legata all’immagine che vogliono dare di se stessi.

• Quando comincia a sentenziare, non cogliere le sue provocazioni e fai finta di niente, altrimenti l’unico effetto sarà di esasperare il conflitto e non di arginarlo. Non diventare aggressivo (“adesso lo sistemo io”).

• Non giudicare negativamente gli arroganti o scivolerai al loro stesso livello.

Cosa fare

• Ascoltalo con pazienza. Ascolta attentamente per capire il problema o per cercare di creare un buon clima relazionale. Non anticiparlo e non andargli sopra. Ricorda: pazienza e ancora pazienza o tornerai a casa con il bruciore di stomaco.

• Cerca di non raccogliere le sue provocazioni. Non c’è nulla che possa dire o fare che può minare il tuo senso di fiducia e di autostima A volte, può essere sufficiente dare al cliente libero sfogo alla propria boriosità, per poi riprendere il controllo.

• Chiarisci qualsiasi divergenza: il comportamento arrogante spesso deriva da malintesi. Proponi una soluzione o un’alternativa.

• Rimani calmo, sempre cortese e rassicurante e non lasciarti coinvolgere. Tieni sotto controllo la situazione. Non essere a tua volta minaccioso, fai credere di essere innocuo e gestibile a suo piacimento. Fallo solo credere.

• Utilizza l’incontro come un’opportunità per migliorare le tue capacità di ascolto e di tolleranza. Prova e ignorano tutto ciò che si dice o come si comportano, e che probabilmente smettere ti dà fastidio alla fine.

L’errore TOP che devi evitare

Non perdere la calma, rispondere per le rime, lasciarti coinvolgere emotivamente e rispondere con sgarbo. Se non cedi a queste tentazioni in breve, non saprà più cosa fare e capirà che con te “non attacca”. Di solito, le persone arroganti non ascoltano, così a volte devi solo sorridere e annuire.

Se vedi che non funziona e la situazione è diventata insostenibile, fai notare al cliente arrogante dove sta il limite della tolleranza e quando è arrivato il momento di fermarsi. Non gridare o imprecare o insultarli. Fai notare gentilmente al cliente arrogante come si sta comportando.

Che dire? Una bella sfida vero?
E tu come ti comporti? Lo ascolti con pazienza oppure tiri fuori le unghie e gli rispondi per le rime?

Molte volte, non abbiamo il lusso di sbarazzarci di un cliente solo perché “difficile da trattare” o perché “non ci piace”. Ma, in alcuni casi, per la nostra sanità mentale, dovremmo esplorare/fare questa scelta.

10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori

complimentare i collaboratori

Apriamo senza troppi preamboli… dritti al punto.

Un responsabile non può occuparsi soltanto di numeri, budget e risultati. Deve anche saper riconoscere il lavoro delle persone.

Soprattutto quando, tra tanti pali e pochi goal, un risultato è stato conquistato con fatica.

Eppure, quando si parla di complimenti ai collaboratori, salta fuori sempre la stessa obiezione: «Non ho tempo per queste cose».

Curioso.

Non ho incontrato un solo responsabile o manager che mi abbia detto di avere tempo per queste cose.
Ma poi il tempo di rimproverare e criticare lo trova sempre!

E allora, ecco 10 spunti per riconoscere il lavoro dei tuoi collaboratori senza trasformare un semplice complimento in una cerimonia.

1. Sii sincero

Un complimento falso o esagerato si riconosce. E spesso produce l’effetto contrario a quello che desideri.

Se il tuo collaboratore ha fatto davvero male il suo lavoro, non lodarlo soltanto per tirargli su il morale, per non mortificarlo oppure perché, poverino-con-tutto-l’impegno-che-ci-ha-messo, ti dispiace dirgli come stanno le cose.

Anche se fatto a fin di bene, un apprezzamento poco sincero rischia di mettere ancora più in evidenza l’errore.

Complimentati quando hai qualcosa che merita davvero di essere riconosciuto.

Non esagerare. Non magnificare.

2. Sii specifico

Dire «Ottimo lavoro, ben fatto» è già una bella cosa. E nel mondo del lavoro, purtroppo, neanche così frequente.

Ma puoi fare di meglio.

Per esempio:

«Il modo in cui hai gestito il reclamo è stato ottimo. Hai avuto un approccio gentile e comprensivo e, allo stesso tempo, deciso ed efficace.»

Oppure:

«Il modo in cui hai risposto alle domande del cliente è stato eccellente. Hai dimostrato di aver compreso le nostre procedure e la nostra filosofia.»

La differenza?

Nel secondo caso dimostri di aver effettivamente notato il contributo del tuo collaboratore. Non stai distribuendo un «bravo» tanto per dire qualcosa.

3. Vai dritto al punto

Un buon complimento deve essere breve, chiaro e diretto.

Se cominci a girarci intorno, aggiungi spiegazioni, premesse e precisazioni, rischi di diluire il messaggio.

Hai apprezzato qualcosa? Dillo.

Non occorre preparare un discorso.

4. Riconosci lo sforzo

Se hai apprezzato il lavoro del tuo collaboratore, probabilmente hai notato il risultato ottenuto.

Bene. Ma guarda anche quello che c’è stato dietro.

Le difficoltà affrontate, il tempo dedicato, l’impegno e la fatica.

Puoi dire:

«Ottimo lavoro. So quanto tempo ci hai dedicato e quante difficoltà hai dovuto superare.»

Naturalmente, senza inventarti uno sforzo che non c’è stato.

Riconoscere il risultato è importante. Riconoscere anche come ci si è arrivati può esserlo altrettanto.

5. Valorizza le qualità della persona

A volte il complimento può riguardare una qualità che hai visto emergere nel lavoro.

La creatività con cui ha trovato una soluzione. La pazienza dimostrata con un cliente difficile. La capacità di mantenere la calma quando le cose si sono complicate.

Non limitarti a dire che cosa ha fatto bene.

Puoi riconoscere anche quale qualità ha messo in gioco.

Ma resta su quello che hai effettivamente osservato. Non c’è bisogno di trasformare un buon lavoro in una dichiarazione sulla personalità del collaboratore.

6. Evita i complimenti ambigui

Ci sono complimenti che partono bene e finiscono male.

  • «Bravo… chi ti ha aiutato?»
  • «Finalmente! Era ora!»
  • «Ottimo lavoro, meglio dell’ultima volta.»

Magari volevi essere spiritoso. Oppure pensavi di fare un apprezzamento sincero.

Ma quel finalmente, quel chi ti ha aiutato, possono rovinare tutto.

Se vuoi fare un complimento, fallo.

Le osservazioni critiche, quando servono, meritano un altro momento.

7. Scegli il momento giusto

Un complimento fatto nel momento sbagliato rischia di andare perso.

Il collaboratore è di corsa, sta risolvendo un problema, è nervoso oppure ha la testa da un’altra parte.

Tu arrivi, gli dici due parole e te ne vai.

Così lo butti via.
È sprecato.

Non significa che devi organizzare un incontro ufficiale. A volte bastano trenta secondi, purché ci sia la possibilità di ascoltarsi.

8. Usa il silenzio

Hai fatto il complimento?

Bene, così!

Aspetta ancora un attimo…

Non precipitarti a riempire il silenzio con altre parole. Non cambiare subito argomento.

Lascia che il tuo messaggio arrivi.

Sembra una piccola cosa. Ma quante volte, per imbarazzo o fretta, continuiamo a parlare anche quando abbiamo già detto tutto?

9. Non aspettarti nulla in cambio

Un complimento non è una moneta di scambio.

Non lo fai per ottenere un favore, convincere qualcuno ad accettare un incarico o preparare il terreno a una richiesta.

E nemmeno per sentirti rispondere «Grazie, capo!».

Un complimento è un regalo meritato.

Se diventa uno strumento per ottenere qualcosa, prima o poi il tuo collaboratore se ne accorge.

10. A voce o per iscritto? In pubblico o in privato?

Dipende.

Un apprezzamento detto a voce può essere immediato, spontaneo, personale. Uno scritto può rimanere e avere un significato particolare.

Anche tra pubblico e privato non esiste una regola buona per tutti.

C’è chi apprezza essere riconosciuto davanti ai colleghi. E chi, nella stessa situazione, vorrebbe sprofondare sotto il pavimento.

Conosci la persona che hai davanti.

Non scegliere il modo che piace a te. Considera quello che può essere più adatto a lei.

Non complicarti la vita

Non devi diventare un esperto di complimenti, né seguire dieci regole ogni volta che vuoi riconoscere il lavoro di qualcuno.

A volte bastano uno sguardo, una stretta di mano, un «Grazie» detto come si deve.

E non serve aspettare il risultato straordinario, la vendita dell’anno o il collaboratore che ha fatto gli straordinari per tre settimane.

Guarda anche il lavoro quotidiano. Quello che, quando viene fatto bene, finisce quasi per diventare invisibile.

Se invece ti trovi a dover affrontare situazioni delicate, dove riconoscimenti e osservazioni critiche si intrecciano, puoi approfondire il mio percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche“.

Di riconoscimento, autorevolezza e gestione dei collaboratori parlo anche nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

Non aspettare il momento perfetto per riconoscere un lavoro fatto bene.

Quando lo noti, fallo sapere.

Cliente soddisfatto = cliente fedele? Anche no. Come accettare l’infedeltà del cliente

cliente soddisfatto

La proprietaria di un Salone estetico ben avviato del centro mi ha confidato

“Conosco quella mia cliente da oltre 4 anni. Abbiamo anche instaurato un rapporto di amicizia e confidenza, visto che la sua frequentazione è quasi settimanale. Sono rimasta molto male quando l’ho vista, casualmente settimana scorsa, uscire da un altro salone di estetica. Appena rientrata in Salone mi sono precipitata a controllare l’agenda degli appuntamenti.

Infatti, negli ultimi mesi, la sua frequenza si è abbassata notevolmente rispetto al passato … eppure sembrava così contenta del mio centro!

Mi sono sentita delusa, tradita… . anche se capisco che ognuno è libero di scegliere e cambiare, se vuole …

Quando l’ho rivista ancora in Salone, mi sono accorta di non essere riuscita a essere naturale e nascondere il mio disappunto e la mia delusione. La sua frequentazione è tornata più o meno normale ma il risentimento di quel “tradimento” mi rendeva, insolitamente, silenziosa. Anche perché io sono una che parla tanto!

Penso che anche lei si sia accorta di questa mia freddezza.
E adesso ho anche l’ansia … c’è qualcosa che non va più nel mio centro? I clienti stanno scappando?” … quando non vedo più una cliente per un po’, mi sale l’agitazione …”

Essere cortesi, professionali e competenti è una condizione sicuramente necessaria ma non è tuttavia sufficiente per fidelizzare definitivamente un cliente.

Perché? I motivi sono tanti.

Le persone hanno comportamenti sempre più individuali e imprevedibili. Cambiano spesso e velocemente atteggiamento ed esigenze. Le previsioni d’acquisto sfuggono alle anticipazioni di marketing perché i consumatori pianificano meno e con maggiore prudenza.

Oggi, l’offerta di servizi e prodotti è diventata molto ampia e diversificata

Sono aumentate le aziende, i centri, gli store che offrono (più o meno) lo stesso tipo di articolo, prodotto e servizio, a prezzi sempre più concorrenziali.

Nella stessa via c’è quasi sempre qualcun altro che vende o offre la stessa cosa ed è quindi facile per il cliente di oggi, cedere alla tentazione, alle lusinghe e i richiami di promozioni, sconti e offerte irrinunciabili.

 


 

Tutti sono impegnati quotidianamente a proporre nuove offerte, lanci speciali, promozioni imperdibili e novità dell’ultima moda … e questo è assolutamente normale!

E allora?

Accetta l’infedeltà del cliente soddisfatto

Devi accettare (non rassegnarti) che il tuo cliente affezionato (anche se è un cliente soddisfatto) decida di cambiare, definitivamente o per qualche tempo.

Prendi le distanze dalle cose che non puoi controllare. Non farlo, ti porterà solo ansia e frustrazione!

Viviamo in un Mercato complesso e incerti. Non sprecare la tua energia e le tue capacità su cose e fatti che non dipendono da te. Non puoi controllare il tuo cliente, puoi solo gestire il tuo atteggiamento, non lamentarti o demoralizzarti, accettare la realtà e focalizzarti solo sulle prossime azioni da compiere.

Quando accetti l’imprevedibilità dei clienti, non significa che sei diventato incosciente, rassegnato o irresponsabile. Vuol dire che, semplicemente, prendi coscienza di un dato di fatto.

Non “accusare” la tua professionalità

Non “mettere sul piatto” la tua autostima o tartassare la tua professionalità incolpandola della fuga dei clienti.

Aspetta e verifica.

Può darsi che il cliente abbia semplicemente risposto a un imput momentaneo (una promozione, sconti speciali di un concorrente) o abbia semplicemente voglia di cambiare per qualche tempo “mano”, trattamento o servizio.

Ci sta.

Non facciamone un dramma.

Prendi spunto per una sana autocritica

Se vedi che c’è una perdita di clientela prima di andare in panico meglio porsi poche ma fondamentali domande su come migliorare, accogliere e approcciare i clienti di oggi.

Hai preso coscienza dei cambiamenti del mercato e dei clienti?
Ti sei adattato a questi cambiamenti?
Qual è il valore aggiunto del tuo servizio?

Non c`è dubbio che il Mercato sta cambiando, anche in conseguenza della crisi che ci ha investito negli ultimi anni. Se il mercato sta cambiando, sta cambiando anche il cliente … allora deve cambiare anche il tuo modo di vendere e proporre. Non ti sembra?

Ricorda che i clienti sono più suscettibili

Purtroppo oggi è così.

Una parola sbagliata, una distrazione, un gesto di troppo e … il cliente soddisfatto sparisce nel nulla. Se ha subito un torto o di aver ricevuto un’accoglienza poco soddisfacente … non torna più, cambia, va da altri anche se è stato un cliente soddisfatto perché nel raggio di 1 kilometro ci sono almeno altri 2 store o centri che possono offrire, più o meno, lo stesso prodotto o lo stesso servizio.

E se il cliente “infedele” ritorna …

Se il cliente “infedele” ritorna nel tuo centro o store non accoglierlo con mal celato risentimento ma piuttosto come un amico che non vedi da un po’.

Evita d’indagare subito dove è stato tutto questo tempo perché potresti metterlo in imbarazzo. Con il tempo, intavola un dialogo e prendi informazioni che potrebbero essere molto utili per conoscere le sue scelte, le sue motivazioni o per capire alcuni (eventuali) errori nelle tue strategie o sul tuo comportamento.

Da collega a capo. Mica facile? Benvenuto nel management!

da collega a capo

Nel mio libro Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare ho raccontato la storia di Thomas.

Fino a ieri rideva e scherzava a crepapelle con tutti.
Era uno di loro, amico di tutto il team.
Poi è arrivata la promozione a supervisore.

E qualcosa è cambiato.

Adesso si sente guardato con sospetto. O peggio, con ostilità.

Quando era nel gruppo, sentiva spesso parlar male del capo. E adesso che dall’altra parte c’è lui…

Cosa gli fa pensare che con lui sarà diverso?

La difficile transizione da collega a capo

Hai lavorato duramente per arrivare fin qui. Te lo meriti.

Ma non tutti sembrano aver accettato il tuo nuovo ruolo.

Qualcuno continua a trattarti come prima, qualcun altro pensa di poterla fare franca e magari hai già dovuto richiamare un collega che consideravi un amico.

“Ma non hanno ancora capito che adesso il capo sono io?”

Dì la verità, non pensavi che sarebbe stato così complicato, vero?

Benvenuto nel management!

Prima condividevi malumori e difficoltà del gruppo. Adesso devi rispondere della produttività, dei risultati e prendere decisioni che potrebbero non piacere ai tuoi ex colleghi.

Gruppo, empatia, produttività, risultati… uhm! Mica facile!

Ecco undici spunti per affrontare questa transizione.

1. Accetta che il rapporto cambierà

Da adesso cambiano le responsabilità, gli obiettivi e probabilmente anche la pressione.

Fino a ieri potevi lamentarti insieme ai colleghi di una decisione del responsabile. Oggi potresti essere tu a prendere quella stessa decisione.

Non sei più un loro pari. Sei la persona che assegna il lavoro, valuta i risultati e, quando serve, prende decisioni impopolari.

Non significa rinnegare i rapporti costruiti negli anni. Ma accettare che dovranno trovare un nuovo equilibrio.

2. Ridefinisci i confini

Alcune confidenze non saranno più appropriate. Ci sono argomenti che prima discutevi liberamente e che adesso richiedono riservatezza.

Aspettati anche che qualcuno diventi più guardingo.

Magari prima ti raccontava tutto. Adesso, quando arrivi alla macchinetta del caffè, la conversazione cambia improvvisamente argomento.

Non prenderla male, se succede. Ci sta.

Anche i tuoi ex colleghi devono abituarsi alla nuova situazione.

3. Incontra individualmente ogni collaboratore

Prenditi del tempo per parlare con ciascun membro del team.

Metti sul tavolo le aspettative reciproche:
cosa ti aspetti tu da lui
e cosa si aspetta lui da te,
adesso che sei il suo responsabile?

Parlate anche delle possibili difficoltà.

Un’aspettativa frustrata può produrre delusione e rancore. E il rancore, sul luogo di lavoro, è una brutta compagnia.

Non dare per scontato che tutti abbiano compreso il tuo nuovo ruolo. E non aspettarti che ti parlino subito con assoluta schiettezza.

4. Rimani aperto al dialogo

Il nuovo ruolo non ti obbliga a diventare improvvisamente freddo o inavvicinabile.

Continua ad ascoltare e confrontarti. Se avverti tensioni legate alla precedente confidenza, affrontale con tatto, possibilmente in privato.

Potresti scoprire che anche l’altra persona vive un certo disagio.

Prima di interpretare ogni distanza come una sfida alla tua autorità, prova a capire che cosa sta succedendo.

5. Evita di spettegolare

Fino a qualche tempo fa, forse, spettegolavi anche tu con i colleghi più stretti.

Una battuta sul capo, uno sfogo davanti al caffè, qualche commento su ciò che non funzionava.

Lo scherzo distende gli animi, ma adesso devi prestare più attenzione.

Se partecipi ai pettegolezzi su un collaboratore, come potrà fidarsi di te quando avrà un problema?

Non devi stare alla larga dalla macchinetta del caffè come se fosse una zona contaminata. Devi soltanto capire quando una chiacchierata sta diventando qualcosa di diverso.

6. Dovrai gestire invidie e gelosie

Hai ottenuto la promozione perché chi ha deciso ha visto in te le competenze giuste.

Ma i tuoi colleghi la pensano allo stesso modo?

Magari qualcuno ambiva a quella posizione.
Era convinto di meritarla più di te.
E deve accettare che abbiano scelto un altro.

Non per tutti sarà facile mettere da parte l’ego e venire a congratularsi con te.

Prova ad avere un po’ di comprensione ed empatia. Il passaggio da collega a collaboratore può essere difficile anche per lui.

7. Non manifestare simpatie e preferenze

È naturale avere maggiore feeling con alcune persone. Magari con un collega hai condiviso anni di lavoro, difficoltà e soddisfazioni.

Ma adesso devi prestare attenzione a come queste simpatie possono influenzare le tue decisioni.

Anche se ti consideri equo al cento per cento, gli altri potrebbero interpretare diversamente certe scelte.

Perché hai assegnato proprio a lui quel progetto?
Perché con il tuo vecchio amico sei più indulgente?

Le preferenze, vere o presunte, rischiano di creare sfiducia e demotivazione.

Ne ho parlato anche nell’articolo Preferenze e simpatie: ecco come perdi punti con il tuo team.

8. Non cercare l’approvazione dei tuoi ex colleghi

Essere apprezzato fa piacere a tutti.

Il problema nasce quando, pur di non perdere la vecchia complicità, eviti le decisioni scomode.

Non richiami chi sbaglia, chiudi un occhio su un comportamento scorretto, rimandi un confronto per paura di offendere qualcuno.

Se devi soddisfare continuamente le aspettative dei tuoi precedenti compagni di lavoro, rischi di diventare un burattino sotto il loro comando.

Non puoi conquistare tutti. Concentrati sul lavoro da fare, tratta le persone con rispetto e cerca di essere coerente.

9. Sfrutta la conoscenza delle persone

Conosci il team dall’interno. Sai come funziona il lavoro, quali sono le difficoltà quotidiane e chi sono quelli che tirano il carretto.

Conosci anche qualche pecca, le abitudini meno produttive e i problemi che dall’ufficio del responsabile magari non si vedono.

È un vantaggio.
Usalo.

Ma non dare per scontato di conoscere già tutto delle persone. Qualcuno potrebbe sorprenderti, in meglio oppure in peggio.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida?

Nel percorso di coaching mirato Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo possiamo confrontarci sulle difficoltà che stai affrontando e capire dove intervenire.

10. Dai fiducia a tutti i membri del team

Non fingere di avere tutte le risposte.

Chiedi suggerimenti, ascolta le idee e riconosci il contributo delle persone. E soprattutto, concedi loro la giusta autonomia.

Ti ricordi quando il tuo capo non ti dava lo spazio di lavoro che volevi?

Ecco l’occasione per cambiare!

Non stare continuamente con il fiato sul collo ai collaboratori. Lascia loro lo spazio per lavorare e fai sapere che ci sei quando hanno bisogno di te.

11. Da collega a capo? Rimani te stesso!

Adesso il tuo ruolo è diverso, ma tu sei sempre lo stesso.

Non hai bisogno di trasformarti in un’altra persona per dimostrare che sei diventato il capo.

Puoi continuare a essere cordiale, sorridere e scherzare. Naturalmente, ci saranno momenti in cui dovrai essere fermo e magari deludere qualcuno.

Fa parte del ruolo.

Se affronti questa transizione con troppa leggerezza, rischi di sottovalutarne le difficoltà. Se invece la vivi come una continua battaglia per dimostrare chi comanda, rischi di complicarti la vita da solo.

Non devi dimostrare ogni giorno di essere il capo. Devi imparare a esserlo.

Da collega a capo: un’occasione per lavorare su te stesso

Passare da collega a responsabile dei tuoi ex colleghi è una sfida, ma anche un’opportunità di crescita.

Dovrai imparare quando ascoltare, quando intervenire, quando mantenere una certa distanza e quando avvicinarti.

E soprattutto, ricordarti come ci si sente dall’altra parte della scrivania.

Se stai affrontando le prime responsabilità di gestione, trovi altri spunti nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader.

La promozione ti ha dato un nuovo ruolo. Adesso viene il lavoro più impegnativo: imparare a interpretarlo, senza perdere te stesso per strada.

7 modi peggiori di gestire il tuo corpo durante la vendita

linguaggio del corpo nella vendita

Linguaggio del corpo nella vendita.

Puoi conoscere il prodotto alla perfezione, avere preparato ogni argomento e sapere come rispondere alle obiezioni.

Poi arriva il cliente.

E mentre cerchi le parole giuste, dimentichi qualcosa che hai proprio sotto il naso: il tuo corpo.

Nella vendita non contano soltanto le parole.
Contano anche lo sguardo, le mani, la postura, le distanze.
Non devi imparare a recitare. Anzi.

Devi evitare che il tuo corpo racconti una storia diversa dalle tue parole.

Ecco 7 errori da osservare quando sei davanti a un cliente.

1. Eviti il contatto visivo

Stai spiegando un prodotto che conosci benissimo. Ma mentre parli guardi altrove, abbassi gli occhi, ti concentri su quello che devi dire.

Il cliente potrebbe avere l’impressione che tu sia poco interessato. O poco sicuro.

Guardare negli occhi non significa fissare.

Alterna naturalmente lo sguardo tra il cliente e ciò di cui state parlando.

E soprattutto, guardalo quando ti parla. Non soltanto quando tocca a te vendere.

2. Le labbra “parlano” al posto tuo

Ti mordi le labbra, le contrai, le stringi mentre il cliente fa una domanda.

Magari non te ne accorgi nemmeno.

Pensa a quando presenti il prezzo di un prodotto importante. Lo comunichi con sicurezza, ma subito dopo stringi le labbra, come se fossi tu il primo a trovarlo eccessivo.

Non è detto che il cliente lo interpreti così.
Ma perché aggiungere un dubbio che prima non c’era?

Non controllare ogni movimento della bocca. Cerca piuttosto di accorgerti di cosa succede quando ti senti sotto pressione.

3. Mani nascoste (o fuori controllo)

Dove tieni le mani mentre parli?

In tasca? Dietro la schiena? Oppure gesticoli talmente tanto che il cliente finisce per seguire le mani invece del discorso?

Le mani accompagnano le parole. Possono aiutarti a spiegare, indicare, mostrare un dettaglio.

Ma non devono diventare le protagoniste della vendita.

Tenerle in tasca non significa automaticamente essere chiusi.
E avere le mani aperte non ti rende necessariamente sincero.

Se stai illustrando un prodotto, usa le mani per mostrarlo. Se stai ascoltando, lasciale tranquille.

E se mentre spieghi il prezzo inizi a grattarti la testa o a sistemarti continuamente la giacca, forse vale la pena chiederti perché.

4. Espressioni forzate

Il sorriso è importante nella vendita.

Ma c’è sorriso e sorriso.

Quello che nasce spontaneamente quando incontri un cliente è una cosa. Quello che ti imponi di mantenere per tutta la conversazione è un’altra.

Un sorriso forzato può risultare meno accogliente di un’espressione seria ma autentica.

Non devi sorridere sempre.

Se il cliente ti racconta un problema, una delusione o una difficoltà, forse non è il momento di sfoggiare il tuo miglior sorriso commerciale.

È il momento di ascoltare.

5. Postura difensiva

Le braccia incrociate sul petto sono un classico.

Spesso vengono interpretate come un segnale di chiusura. Ma non sempre è così: potresti avere freddo o essere semplicemente comodo.

Il problema non sono le braccia incrociate.
È l’atteggiamento complessivo.

Se mentre il cliente parla tieni il corpo rivolto altrove, guardi verso l’uscita e rispondi senza interesse, difficilmente trasmetterai disponibilità.

Non serve assumere una postura studiata a tavolino.

Basta orientarti verso il cliente, mantenere una posizione comoda ed evitare barriere inutili.

Non devi sembrare aperto. Devi esserlo.

6. Non rispetti le distanze

Ti sarà capitato di incontrare qualcuno che, mentre parla, continua ad avvicinarsi.

Tu fai mezzo passo indietro.
Lui ne fa uno avanti.

E invece di ascoltare, cominci a pensare a come recuperare un po’ di spazio.

Nella vendita succede più spesso di quanto immaginiamo.

La distanza giusta dipende dalla persona, dall’ambiente e anche dal prodotto che stai mostrando.

Osserva il cliente.

Se arretra, non seguirlo automaticamente. Se si avvicina per guardare un dettaglio, lasciagli spazio.

Non esiste una distanza magica. Esiste quella in cui entrambi vi sentite a vostro agio.

7. Ti muovi troppo

Giocherelli con una penna. Guardi l’orologio. Ti sistemi la camicia. Cambi continuamente posizione.

Un gesto isolato non significa nulla. Ma quando questi movimenti si ripetono, possono distrarre il cliente e dare l’impressione che tu abbia fretta di concludere.

E magari è proprio così.

Hai altri clienti da seguire, un obiettivo da raggiungere, qualcuno che ti aspetta.

Ci sta.

Ma il cliente che hai davanti non dovrebbe sentirsi un ostacolo tra te e la prossima vendita.

Linguaggio del corpo nella vendita: in sintesi

Il cliente non ascolta soltanto quello che dici. Osserva anche come ti comporti.

Ma attenzione a non cadere nell’errore opposto: pensare che ogni gesto abbia un significato preciso.

Le braccia incrociate non dimostrano chiusura.
Uno sguardo abbassato non dimostra insicurezza.
Un sorriso non garantisce sincerità.

Il linguaggio del corpo non è un codice da decifrare gesto per gesto.

È parte della relazione.

Se vuoi migliorare, comincia da tre cose:

  • Osservati: quali gesti ripeti quando sei sotto pressione?
  • Osserva il cliente: sembra a suo agio oppure qualcosa lo disturba?
  • Cerca coerenza: quello che dici corrisponde al modo in cui ti poni?

Ne parlo anche nel mio libro Autorevolezza, dedicato alla credibilità nelle relazioni professionali.

E se vuoi approfondire il valore dei momenti in cui non parliamo, leggi Il potere del silenzio: la leadership che non ha bisogno di parlare.

Se invece vuoi lavorare concretamente su voce, postura e presenza, scopri il coaching mirato Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive.

Dopo tanti anni nella vendita, una cosa mi è chiara: non serve controllare ogni gesto per risultare credibili.

Serve essere presenti, ascoltare e conoscere quello che stai proponendo.

Il resto deve accompagnarti. Non diventare un’altra cosa a cui pensare mentre cerchi di vendere.

Sul lavoro ti senti brillante e capace? Occhio a non cadere in uno di questi 5 errori

errori sul lavoro

Non sono poche le persone brillanti e capaci che lamentano una carriera poco soddisfacente causa comportamenti sbagliati o sproporzionati,
che hanno pregiudicato il rapporto con referenti chiave (il capo, il team, i colleghi, i clienti),
oppure che “non si sono più ripresi” da un errore o fallimento che ha creato dubbi e perplessità sulle proprie capacità.

Anche le persone capaci fanno errori sul lavoro

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Essere intelligente e capace non sempre significa avere una carriera appagante.
Anche la persona brillante trova ostacoli, contrattempi,
impedimenti e commette errori sul lavoro con conseguenze pesanti e durature sulla sua carriera.

Ecco 5 errori sul lavoro che faresti bene a evitare anche,
e soprattutto, se ti senti uno bravo e competente:

1. Mollare al primo ostacolo

Quanto sei abituato a perseverare di fronte agli ostacoli?

Se sei sempre stato quello brillante, quello bravo, quello capace,
se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza,
necessari quando la strada si fà in salita o finisci “a faccia a terra”.

Potresti prendere il primo ostacolo o fallimento come un segnale che non sei “capace”,
che non sei “tagliato” e mollare di schianto …
invece di mettere energia e tempo per superare difficoltà e impedimenti.

Devi imparare da quelle persone che hanno sempre dovuto lavorare sodo,
e che hanno sviluppato determinazione, costanza e forza di volontà per padroneggiare una nuova abilità o superare un ostacolo.
 


 

2. Andare in tilt dopo un errore

Se sei intelligente e ambizioso, ma anche perfezionista e zelante rischi di essere molto duro con te stesso e un errore può essere molto spiazzante.

Così, quando commetti un errore o non riesci a “fare bene qualcosa” questo insuccesso (anche se superabile) può essere sconfortante prima e paralizzante poi.

Forse, i ripetuti successi sul lavoro non ti hanno consentito di farti domande importanti.
Non è realistico credere che non farai mai errori sul lavoro,
però è fondamentale “allenare” la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il più in fretta possibile.

3. Non accettare le critiche

Ehi! Come siamo messi con le critiche?

Se sei stato abituato a fare un lavoro di alta qualità (sempre ben accolto e apprezzato) può suonarti strano ricevere critiche.
Se sei uno bravo, non hai molta pratica con le disapprovazioni, vero?
Come reagisci? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

La reazione più frequente è quella di porsi sulla difensiva o,
ancora più spesso, di contrattaccare in modo impulsivo.

Ma arrabbiarsi o stare sulla difensiva (quando ti dicono che il tuo lavoro potrebbe essere migliorato),
ti farà apparire meno professionale o può frenare le persone che hai attorno a darti un utile feedback.

È molto difficile essere oggettivi su noi stessi;
ecco perché il punto di vista degli altri può fornirci indicazioni di come agire sulle nostre aree di miglioramento.

Sono parte importante nello sviluppo della nostra autostima.
Allora cerca di non chiuderti, non respingere le opinioni degli altri,
anzi accoglile come un bene prezioso.

 
More: scopri il coaching ideale per la tua carriera di successo
 

4. Essere presuntuoso e arrogante

Sei intelligente e smart ma anche arrogante, supponente e non ammetti mai di aver sbagliato?
Se qualcuno ti fa un’osservazione, parti subito al contrattacco?

Hai “già tutte le risposte”,
basta chiedere a te per essere illuminati dalla luce del sapere.

Si tende a pensare che chi si comporta così ha un carattere forte.

Invece, questo comportamento è tipico delle persone debole e insicure.
Sei terrorizzato dalla critica perché intacca la tua autostima e la fiducia nelle tue capacità.

In pratica,
basta poco per mandarti in crisi (altro che duro che non deve chiedere mai!).

Spesso se siamo aggressivi, prepotenti o arroganti è in genere un tentativo, peraltro vano, di nascondere un profondo complesso d’inferiorità.
La fiducia in se stessi si può manifestare in molti altri modi …
la fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo, calmo e contenuto.

5. Sottovalutare le relazioni professionali

Quando sei intelligente e capace è facile pensare di essere “al centro del mondo” e che gli altri sono solo un supporto o,
peggio, una scocciatura.

Invece la realtà è che i rapporti professionali contano, eccome!

Le persone con cui lavori (i tuoi colleghi o il tuo team) sono la chiave del tuo successo.

Non devi essere per forza amico dei tuoi colleghi o dei tuoi collaboratori,
ma anche le piccole attenzioni significano molto per le persone che lavorano con te: i loro compleanni, i nomi dei figli, dire ‘Ciao, come va?” con sincerità.
Esprimi il tuo lato più umano e sarai apprezzato anche sul lato personale.

Non essere concentrato solo sul tuo successo personale.
Prima di intraprendere qualsiasi azione sul posto di lavoro, chiediti quale sarà il beneficio per tutto il team.

Pensa a te stesso come un giocatore di una squadra piuttosto che un singolo atleta,
qualcuno che è sempre pronto a lavorare con gli altri per il miglioramento di tutti.

Proponiti con frasi tipo “Ecco la mia idea. Cosa ne pensate ragazzi?“.

Se desideri un supporto personalizzato per gestire al meglio atteggiamenti e reazioni che complicano i tuoi rapporti e il tuo percorso professionale … oppure sei un giovane che si sta avvicinando per la prima volta a situazioni gestionali scopri il personal coaching.

Vendita: parlare per convincere o ascoltare per offrire soluzioni?

vendita di successo

Fino a non molto tempo fa era frequente associare la figura del venditore a quella del persuasore che stordisce il suo cliente (inondandolo di parole) mentre lo accompagna (senza darli il tempo di replicare o pensare) trionfante alla “cassa”, lasciandolo con quel retrogusto a metà tra il buon affare e la fregatura.

Forzature a parte, in effetti, il nostro lavoro di venditori consisteva nel persuadere, plasmare, gestire, superare resistenze e convincere il cliente ad acquistare il nostro servizio o prodotto.

Parlare per convincere.
Parlare per persuadere.
Parlare per vendere.
 


 
Sarà ancora cosi?

Parlare per vendere. Funziona ancora?

I tempi stanno cambiando!

Oggi, se parli troppo velocemente, ti considerano un “venditore di fumo” oppure un disco registrato, se parli lentamente, ti vedono spento e pedante. Se parli troppo, dicono che non ascolti, e non dai la possibilità di chiarirsi le idee o di dar libero sfogo ai loro dubbi.

Se fai quello brillante e utilizzi troppi cambi di tono, sei guardato con sospetto, perché sembri costruito e falso. E al contrario, se fai troppe pause, dai l’impressione di essere insicuro e non abbastanza preparato.

E allora, come possiamo convincere e persuadere il cliente di oggi ad acquistare il nostro servizio o prodotto?
Esiste ancora una vendita di successo?

I tempi sono cambiati!

Il problema, te ne sarai accorto anche tu, è che adesso questo modello di vendita funziona molto meno, e in molti casi, non funziona più del tutto. Anzi, diventa controproducente perché tende a manipolare il compratore.

Le persone non vogliono sentirsi manipolate e non accettano più che debbano farsi convincere per acquistare un certo servizio o prodotto.

Vogliono decidere con la propria testa.

Chi-compra-oggi è diventato sempre più informato, analizza i vari prodotti e confronta i prezzi da solo. Non si fa più metter via da una frase a effetto e un sorrisino benevolo!

Ti risponde a tono e con precisione. Prima di acquistare un articolo o un prodotto si domanda di cosa si tratta, quali vantaggi avrà, se soddisfa le sue aspettative, se davvero li serve, chi lo vende e che marca è.

E allora?

Vendita di successo: offriamo soluzioni pertinenti e professionali

I clienti di oggi desiderano relazionarsi con un professionista, che sia un grande conoscitore dei prodotti e del settore in cui opera, che conosce i veri bisogni dei suoi clienti e li aiuta dando suggerimenti, soluzioni e consigli pertinenti e professionali.

I venditori che aiutano i loro clienti a risolvere problemi (non solo vendendo) sviluppano le migliori relazioni nel lungo periodo.

Oggi, Il cliente desidera essere ascoltato con attenzione, vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia. Solo quando percepisce un reale interesse nei suoi confronti, accetta di comunicare e d’interagire con te.

Molti danno per scontata quest’abilità per il solo fatto di sentire ciò che l’altro sta dicendo. Ascoltare va oltre il semplice “sentire” quello che il cliente ha da dirci: è empatia, è capire il messaggio nel suo giusto contesto.

Hai notato che, spesso, stai pensando già alla risposta mentre il cliente sta ancora parlando?
L’ascolto attivo è una competenza sempre più fondamentale per la qualità del servizio.

La vendita di successo passa dalla soddisfazione della clientela.