9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro

inadeguatezza al lavoro
Hai la sensazione di essere meno efficace degli altri?
Anche nelle attività più semplici?

Hai paura di essere “lento”?

C’è sempre troppo-da-sapere.
Troppe competenze da dimostrare.
Ogni nuovo incarico sembra enorme.

E ogni incontro con il capo o con i colleghi potrebbe essere
“quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza?

Anche se
— fino a oggi —
l’azienda sembra soddisfatta,
tu dubiti di te stesso.

E inizi, giorno dopo giorno,
a minare la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è dolorosa

Soprattutto di notte.

Il buio amplifica.

Riaffiorano timori indefiniti.
Paure senza nome.
La sensazione di non essere abbastanza.

Fa male.

Ti è mai capitato di “sentire” quel dolore?

Se non impari a sopportarlo,
non potrai mai raggiungere serenità professionale.

Allora cosa fare?

Rinunciare?
Aspettare di essere “scoperto”?
Oppure rimboccarti le maniche e spingerti oltre?

Potrei dirti, come ho scritto nel mio libro Prima volta Leader:
“Non preoccuparti.
Basta avere un po’ di fiducia.”

Ma lo so.
Non basta.

Non scioglie quel groppo in gola.

Ecco allora 9 punti concreti da ricordare:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggi i processi di selezione sono lunghi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni multiple.

Ti hanno osservato da vicino.

Se ti hanno scelto, è perché credono nel tuo potenziale.

Non lavorare per farli cambiare idea.
Lavora per crescere.

2. Attenzione alla trappola della perfezione

Quando finisci un lavoro, sei soddisfatto?
O pensi sempre che “non sia abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella.
Ti carichi di pressione.
Ti perdi nei dettagli.

La perfezione sproporzionata
non è un pregio.

È un sabotaggio.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Guarda i fatti. Solo i fatti.

Respira.

Siediti.
Analizza la realtà, nuda-e-cruda.

Non le fantasie.
Non i tuoi fantasmi interiori.

Ci sono prove oggettive della tua competenza.

Se non ti hanno scelto per un progetto,
non significa che sei incompetente.

Significa solo che — in questo momento —
non eri la persona più adatta.

Vieni a patti con il tuo critico interno.

4. Condividi le tue preoccupazioni

Non restare solo con i tuoi dubbi.

Parlane con qualcuno di cui ti fidi davvero:

Un partner.
Un amico.
Il collega fidato.

O un coach professionista.

Un confronto esterno ridimensiona paure enormi.

A volte poche sessioni di coaching possono restituirti più sicurezza di mesi di rimuginio.

5. Conta la valutazione di chi ti ha assunto

Nel lavoro non conta ciò che pensi tu.

Conta ciò che osserva chi-ti-paga.

Spesso siamo giudici severissimi di noi stessi.

Molti sopravvalutano le proprie competenze.
Altri — validissimi — si sottovalutano.

Probabilmente appartieni al secondo gruppo.

6. Usa l’inadeguatezza come carburante

Può diventare una spinta potente.

Ti obbliga a studiare di più.
A prepararti meglio.
A fare formazione.
Chiedere supporto.

Invece di paralizzarti,
può portarti fuori dalla zona di comfort.

La paura di non essere all’altezza può diventare il tuo alleato.

È successo anche a me.
Molte volte.

E ogni volta mi ha fatto crescere.

7. I datori di lavoro non fanno regali

Nessuno paga stipendio e contributi
a una persona ritenuta inutile.

Se non si lamentano,
è perché il tuo lavoro va bene.

Hanno visto potenziale.
Volontà.
Capacità di apprendere.

Fidati anche tu.

8. Attenzione alla profezia che si auto-avvera

Non è stregoneria.

Se sei convinto di non essere capace,
inizierai a comportarti come tale.

Più ansia.
Più errori.
Ancora più conferme del tuo dubbio.

Ed ecco il circolo vizioso.

9. Non puoi controllare il giudizio degli altri

È impossibile.

Puoi essere competente, disponibile, professionale.
Qualcuno troverà comunque qualcosa da criticare.

Prima lo accetti, meglio è.

Domande come:

  • “Merito questo lavoro?”
  • “Sono davvero capace?”
  • “Come mi valutano gli altri?”

possono monopolizzare la tua mente.

Metti a tacere la voce interiore negativa.
Lascia che quei pensieri si consumino da soli.

E fai l’unica cosa sensata:
abbraccia la sfida.

Inadeguatezza al lavoro?

Lavora su te stesso.
Sviluppa i tuoi punti di forza.

Accetta e supera le tue debolezze.
Convoglia l’energia nel miglioramento.

Non nella paura.

In finale

Inadeguatezza al lavoro non significa essere incompetenti.
Significa che tieni a ciò che fai.

La differenza non sta nell’assenza di dubbio.
Sta in cosa fai dopo.

E lì — davvero — si costruisce la tua solidità professionale.

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece… tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora… non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.

Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di negativo, svantaggioso, spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti.

Guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico, sgradevole, petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti, azioni o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.


Vuoi potenziare la tua assertività nei conflitti?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

traditore al lavoro

“Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.

E quel sangue non si lava…mai.”

Giacomo Colosio

Traditore al lavoro.
Doppio-giochista.
Opportunista.
Giuda.
Pugnalatore alle spalle.
Fedifrago.

Chiamalo come preferisci…

hai capito perfettamente di chi sto parlando.

Di quello/a che sembra tuo amico.
Un alleato.
Un fedele collega.

E invece ti ruba l’idea.
Il progetto.

Ti manda avanti al massacro per poi occupare il tuo posto.

È quello/a che si infila — come una serpe — nella piccola apertura che lasciamo nella nostra “corazza”.

Perché crediamo negli altri.

Nella loro buona fede.
La loro correttezza.

Ed è lì che giocano.
E spesso… giocano anche bene.

Perché lo fanno?

Tornaconto, rancore e… piacere.

Rendimento personale.
Vendetta.
Invidia.
Smania di successo.
O semplice godimento.

Il traditore al lavoro è difficile da identificare.

Di solito, quando ci riesci,
ha già affondato la lama.

È troppo tardi.

Il giuda prende il tuo suggerimento, fa sua l’idea, agguanta le informazioni.

Se il progetto ha successo,
si fa avanti per prendersi il merito.

Se fallisce, invece:

era la tua idea.

La colpa è tua.

Ti accusa.
Ti diffama.
Diffonde calunnie.

  • “Lo sapevo.”
  • “Avevo sentore del tracollo.”

Ed è sorprendente come, spesso, direzione, titolari e azienda sembrino “all’oscuro” di comportamenti che in realtà tutti conoscono.

Ma gossip e pugnalate alle spalle non sopravvivono senza un pubblico ricettivo.

Su questo, credo, siamo d’accordo.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

1. Il traditore al lavoro sussurra come un cospiratore

Conosce ogni indiscrezione.

Ogni confidenza.
Ogni malignità.
È il pettegolezzo dell’ufficio.

Colpire alle spalle richiede informazioni privilegiate.
E lui/lei… le ha sempre.

Sussurra.
Osserva questo dettaglio.

Non tutti i sussurratori sono traditori, è vero.

Ma il sussurro è il mezzo più rapido per diffondere informazioni,
raccomandando il segreto
e facendo sentire l’altro “speciale”.

Qui sta la loro forza.

2. Il traditore manipola le informazioni

Distorce.
Drammatizza.
Esagera.

Rende tutto più piccante o più tragico, secondo convenienza.

Finge grande onestà.

Si mostra impegnato.
Spirituale.
Indispensabile.

Si mescola con tutti.

Ha tutte le informazioni perché…
è la fonte del gioco.

Essere una persona forte non significa essere aggressivi o imporsi, ma comunicare con sicurezza e autorevolezza.


Trovi spunti pratici nei miei libri
“Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025)

e “Prima volta Leader”.

3. Si mostra sempre impegnato e sovraccarico

Alla base delle pugnalate ci sono spesso:
invidia, incompetenza, frustrazione.

Sorride sempre.
Sussurra.
Crea fiducia.

Parla soprattutto di cose negative.
Svaluta il lavoro degli altri.

Si dipinge come indispensabile.
Rimane oltre l’orario.
È sempre stanco.

Spesso non è una persona felice.
Serena.
Realizzata.

E difficilmente i traditori si apprezzano tra loro.

4. Ha bisogno di parlare continuamente di sé

Parla ossessivamente di quanto sia bravo, efficiente, produttivo.

Il vanto implicito è quasi sempre segno di insicurezza.

Chi ha vera autostima non ha bisogno di convincere nessuno.

Lo dimostra con i fatti.

5. Ti fa “scattare” l’istinto

La prima volta che l’hai incontrato,
il tuo istinto ha lanciato l’allarme.

L’istinto vede oltre le maschere,
i sorrisi finti,
le frasi di circostanza.

  • “Puoi contare su di me.”
  • “Mi sei piaciuto dal primo momento.”

Quando senti quel brivido…
ascoltalo.

C’è quasi sempre una buona ragione.

6. È un abile adulatore

L’adulazione gonfia l’ego.

E quando l’ego è gonfio,
diventiamo facili prede.

Complimenti.
Richieste di “consigli”.
Idee che poi diventano sue.

E se non funzionano?
Indovina di chi era l’idea?

7. Ha già colpito altri

Spettegola su chi esce dalla porta ufficio.

Diffonde infamie.
Calunnie.

Se l’ha fatto con altri…
perché non dovrebbe farlo anche con te?

8. Cerca subito di ingraziarsi

Soprattutto se sei nuovo.

Sorrisi.
Accoglienza.
Alleanze lampo.

Ti fa sentire “dentro”
per renderti più facile da inghiottire.

Dà ragione a tutti.
Appoggia ogni idea.

Pronto a cambiare bandiera al primo vento favorevole.

Di solito non si individua un traditore
prima che sia troppo tardi.

Se sospetti qualcuno,
osserva.

Valuta con attenzione

Non reagire di impulso.
Osserva. Annota.
Raccogli fatti.

Proteggi idee, relazioni e reputazione.

Il punto è questo:
la maturità professionale non è fidarsi di tutti,
è scegliere con attenzione di chi fidarsi.

Restare “aperti” senza essere sprovveduti.

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare

tacere

“Le persone che sanno poco sono solitamente dei grandi parlatori, mentre gli uomini che sanno molto dicono poco.”
Jean-Jacques Rousseau

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

La crescita personale inizia quasi sempre da una presa di coscienza scomoda: il problema, spesso, siamo noi.

Parliamo troppo.
Parliamo male.
Più del dovuto.

E a volte — senza volerlo — quando parliamo appariamo:

  • offensivi
  • poco preparati
  • poco corretti

In due parole: facciamo danni

Viviamo in un’epoca travolta dalle parole.

Dalle chiacchiere.

Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono valore.
Peso.
Significato.

E non sempre sono la soluzione.

A volte, il silenzio parla molto più forte.

Non siamo consapevoli della potenza delle parole

Basterebbe ricordare quante volte:

  • una parola di troppo
  • un lapsus
  • una frase fuori posto

hanno compromesso:

  • un progetto
  • un colloquio
  • un rapporto con un cliente
  • la relazione con un collega o con il capo
  • la tua immagine di leader

Si parla molto delle frasi chiave dei grandi leader.

Meno della loro abilità opposta.

Stare in silenzio.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.

E ascoltare.

Ecco 15 situazioni in cui tacere può essere molto più intelligente che parlare.

1. Taci se non hai nulla di significativo da aggiungere

Hai già detto quello che dovevi dire?

Anche in modo semplice e asciutto?

Perfetto.
Adesso taci.

Comunicare non significa parlare tanto, ma avere qualcosa da dire.

Aggiungere parole per sembrare più competenti spesso produce l’effetto opposto: finisce per indebolire il messaggio.

2. Taci se non intendi mantenere la parola

Una promessa è una promessa.

Se dici cose che non hai intenzione di mantenere, prima o poi le persone smetteranno di dare peso alle tue parole.

Se stai parlando solo per fare il brillante o per imitare il “leader ideale”, meglio tacere.

3. Taci quando sei arrabbiato

Quando sei molto arrabbiato, aumenta il rischio di dire qualcosa che a mente fredda non diresti.

E una volta dette, certe parole non si possono ritirare.

Quando sei arrabbiato:

  • non giudicare
  • non criticare
  • evita di spiegare

Prenditi tempo.
Allontanati.
Raffredda la mente.

Poi, se serve, torna sulla questione.

4. Taci se non conosci bene i fatti

Non giudicare prima di capire.
Non reagire prima di sapere.

Parlare senza conoscere i fatti porta facilmente a:

  • dietrofront imbarazzanti
  • scuse forzate
  • relazioni da ricucire

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

5. Taci se non conosci l’argomento

Il silenzio imbarazza.

E per questo molti sentono il bisogno di riempirlo comunque.

Ma è meglio tacere che parlare con sicurezza di qualcosa che non si conosce.

Dire:

“Non lo so.”
“Devo informarmi.”
“Su questo non ho abbastanza elementi.”

può essere molto più autorevole di una risposta improvvisata.

Approfondisci nel mio libro:

“Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025

6. Taci e impara ad ascoltare

Ascoltare significa spegnere, almeno per un momento, il proprio dialogo interno.

E dedicare attenzione reale all’altro.

Non pensare subito alla risposta.
Non interrompere.
Neanche completare la frase dell’altro.

Ascoltare è uno dei modi più semplici per far sentire una persona presa sul serio.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

7. Taci quando sei profondamente sfiduciato

Demoralizzazione, delusione, amarezza.

Quando sei dentro queste emozioni rischi di dire cose che esprimono soprattutto il tuo stato d’animo del momento.

Meglio prendersi un po’ di tempo.

Sfogarsi sì.

Ma nel posto giusto.
Con la persona giusta.

8. Taci quando stai diventando “pesante”

Troppo meticoloso.
Troppo perfetto.

“So tutto io”.

Continuare ad aggiungere spiegazioni, precisazioni e correzioni non aumenta necessariamente la tua autorevolezza.

A volte ti rende semplicemente pesante.

9. Taci dopo aver detto qualcosa di importante

Dopo una frase importante, fermati.

Una pausa può dare maggiore enfasi alle tue parole.

Il silenzio è parte del messaggio.

Se continui immediatamente a parlare, rischi di disperdere ciò che hai appena detto dentro il flusso delle parole successive.

10. Taci se non sai ancora come dirlo

Se non hai pesato le parole.

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • esagerato

meglio tacere.

Per ora.

Tacere non significa rinunciare a dire ciò che pensi.

Significa scegliere quando e come dirlo.

11. Taci se nessuno ti ha chiesto un consiglio

Spesso le persone parlano per condividere.

Non necessariamente per ricevere soluzioni.

Metti da parte il tuo ego.

Il bisogno di “salvare”.
Il ruolo del guru.

A volte l’altra persona non ha bisogno della tua soluzione.

Ha bisogno che tu la ascolti.

12. Taci se stai parlando solo per piacere

Se cerchi continuamente di piacere agli altri per paura di essere escluso, deriso o rifiutato, rischi di adattare ciò che dici a ciò che pensi gli altri vogliano sentirsi dire.

Prima di parlare, chiediti:

“È davvero ciò che penso?”

13. Taci se stai ripetendo lo stesso concetto

Ripetere non sempre rafforza.

Spesso disperde.

La chiarezza nasce anche dalla sintesi.

Scopri il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” per imparare a gestire voce, postura e linguaggio del corpo con maggiore consapevolezza e impatto.

14. Taci se stai cercando di fare il brillante

Quando non lo sei.

Il rischio?

Essere l’unico a ridere.

15. Taci se vuoi far crescere le persone

A volte aiutare significa non intervenire.

Fare un passo indietro.
Lasciare spazio.

Consentire all’altro di crescere.
Sbagliare.

Permettere alla persona di costruire la propria capacità, competenza e fiducia.

Non devi sempre intervenire.
Non devi sempre avere la soluzione.

E non devi sempre dire l’ultima parola.

In finale…

Saper tacere è una delle competenze più sottovalutate nella leadership.

Il silenzio non è assenza.
È presenza consapevole.

Non significa non avere nulla da dire.

Significa anche capire quando le tue parole servono davvero e quando, invece, è meglio lasciare spazio.

Spesso, la leadership sta proprio lì.

Nel saper tacere.

Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare
Siamo onesti.

Non hai tempo.

Scadenze imminenti.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.

Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il responsabile.

È normale avere tempi stretti.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo trovi sempre

Ho incontrato moltissimi responsabili, manager e team leader con la sensazione di avere costantemente il tempo contro.

Eppure, quando qualcosa non funziona, il tempo per intervenire spesso si trova.

Per criticare.
Correggere.
Richiamare.
Far notare un errore.

Ed è giusto farlo, quando serve.

Ma di fronte a una buona prestazione?

Metti la stessa attenzione nel riconoscere ciò che funziona che nel segnalare ciò che non funziona?

Un collaboratore fa bene il proprio lavoro.
Rispetta una scadenza difficile.
Gestisce bene un cliente.
Risolve un problema.

“Ok, grazie.”

Fine.

Perché?

Perché spesso consideriamo una buona prestazione semplicemente ciò che una persona è pagata per fare.

Consideriamo la buona performance come dovuta

“Fa parte del suo lavoro.”
“Sa già che lo apprezzo.”
“Se non dico niente significa che va tutto bene.”

Qualcuno teme persino che, riconoscendo troppo spesso un buon lavoro, il collaboratore possa “montarsi la testa”.

E così accade qualcosa di curioso.

Gli errori diventano visibili. Il buon lavoro diventa silenzioso.

Naturalmente non significa complimentarsi continuamente o trasformare ogni attività svolta correttamente in un evento da celebrare.

Significa non dare sistematicamente per scontato ciò che funziona.

Un riconoscimento sincero e specifico dice alla persona che il suo lavoro è stato visto.

E questo conta.

Non fermarti soltanto ai numeri e al budget

Un risultato non racconta sempre tutto ciò che è servito per ottenerlo.

Dietro possono esserci impegno, capacità di gestire una situazione difficile, collaborazione, iniziativa o un miglioramento che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare necessariamente il colloquio annuale per farlo.

Se un collaboratore ha fatto qualcosa particolarmente bene, diglielo.

Ma cerca di essere concreto.

Non soltanto:

“Bravo, ottimo lavoro.”

Piuttosto:

“Hai gestito bene quella situazione con il cliente. Non era semplice e sei riuscito a trovare una soluzione senza creare ulteriore tensione.”

Il secondo feedback ha molto più valore perché fa capire alla persona che cosa hai realmente apprezzato.

Ne ho parlato anche nell’articolo 10 spunti per porgere complimenti potenzianti ai tuoi collaboratori.

Se trovi immediatamente il tempo per dire cosa non funziona, dovresti riuscire a trovarlo anche quando qualcosa funziona bene.

Non servono grandi discorsi.
A volte bastano trenta secondi.

L’importante è che il riconoscimento sia autentico, specifico e meritato.

Criticare e riconoscere fanno parte dello stesso ruolo

Essere un buon responsabile non significa essere sempre positivo.

Ci sono momenti in cui devi correggere un comportamento, affrontare un errore o dire chiaramente che una prestazione non è adeguata.

Riconoscere il buon lavoro non significa abbassare gli standard.

Significa utilizzare entrambe le possibilità che hai come leader: intervenire quando qualcosa non funziona e riconoscere quando qualcuno sta facendo bene.

Se invece il tuo feedback arriva quasi esclusivamente quando c’è un problema, il team impara presto una cosa:

quando il capo si avvicina, probabilmente c’è qualcosa che non va.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

P.S. – Una piccola contraddizione

Durante le sessioni di coaching mi capita di incontrare responsabili che considerano complimenti e riconoscimenti quasi superflui.

“Non ce n’è bisogno.”
“Il buon lavoro dovrebbe essere normale.”
“Non posso stare sempre lì a fare complimenti.”

Poi, parlando del loro rapporto con il proprio responsabile, emerge:

“Non mi dice mai niente.”
“Non so mai se è soddisfatto del mio lavoro.”
“Si fa vivo soltanto quando c’è un problema.”

È interessante.

A volte consideriamo superfluo dare agli altri proprio quel riconoscimento che, quando manca a noi, sentiamo immediatamente.

10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna

talento

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
E’ il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento contribuisce sicuramente al successo.
Ma da solo non basta.

Eppure è forte la tentazione di credere che solo quelli baciati dalla fortuna saranno premiati … solo quelli che hanno talento arriveranno ai posti più desiderabili e più ambiti.

Il talento non basta per avere successo

Oltre al talento occorre la capacità di resistere alle distrazioni e alle tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
È la capacità di resistenza, di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.
È necessario essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che … il talento da solo non basta occorre tenacia, grinta, duro lavoro quotidiano.

Come twittato da Bill Gross, via Fouad ElNaggar ecco 10 qualità che possiedono le persone di successo (cui tutti noi, e anche tu puoi attingere) che non richiedono né talento né fortuna.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema.
Parti da qui.
Inizia da queste 10 qualità.
La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo, ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.

Ecco 10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna:

1. Essere in orario

Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.
Grida all’inaffidabilità.
Non c’è scusa che esista.
La tua puntualità la dice lunga su di te.

Essere in orario è la regola n.1.
Non importa se si seguono tutte le altre regole.

2. Lavorare in modo etico

L’etica che dimostri al lavoro “dice” molte cose su chi sei … come professionista e come persona.

Si tratta del tuo atteggiamento, il tuo comportamento, la tua comunicazione e l’interazione.
“Come” fai il tuo lavoro.
Coinvolge caratteristiche come l’onestà, la trasparenza e la responsabilità.

3. Sforzarsi

Il primo tratto nella persona resiliente si esprime con la capacità di dedicarsi completamente
ad un’attività. Impegnarsi per portare a termine un compito senza lasciarsi scoraggiare o spaventare dalla fatica.

4. Linguaggio del corpo adeguato

La ricerca ha dimostrato che, quando si tratta di prime impressioni, abbiamo pochi secondi (non minuti) per lasciare un’impronta positiva.

Che cosa si può fare per avere un buon impatto?
Cominciamo con il modo giusto di usare il nostro corpo.

Essere consapevoli di come si utilizza il corpo non riguarda solo come si è percepiti, ma anche come ci si sente. Camminare con calma, con un sorriso sul tuo viso, forte contatto visivo, la postura “tirata verso l’alto” ti fa apparire rilassato, fiducioso e positivo e in grado di far fronte alle pressioni.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

5. Energia

È la capacità di essere attivi.
È la forza fisica o mentale che ti permette di fare le cose.
Energia è entusiasmo e impegno.

6. Attitudine e comportamento

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
Lavori per soldi, per pagare il mutuo o per passione?
Come intendi dare il tuo valore aggiunto?

L’attitudine è il tuo modo di vedere la vita, il tuo modo di pensare, di sentire e di comportarti.

Il tuo atteggiamento è la forma di espressione di se stessi.
Si può scegliere di essere felice, positivo e ottimista oppure si può scegliere di essere pessimista e critico.
La scelta è tutta tua.

7. Passione

“La passione è un po’ come l’amore. È difficile, probabilmente impossibile, da definire in termini precisi, ma facile da vedere e sentire quando è presente.”.

Charles Kovess

La passione è emozione, sentimento, gioia ed entusiasmo.
Eccitazione.
La passione che metti sul lavoro parla della tua determinazione e la fiducia in se stessi.
È fare qualcosa che si ama.

La passione non è un pensiero intellettuale.
Si tratta di un sentimento, un’emozione.
Anima.

8. Essere “allenabile”

Tradotto da “Being coachable”.

Essere “cocciabile”, essere “allenabile”, ovvero …

la capacità d’impegnarsi per il proprio sviluppo, avere “fame” per il feedback da parte degli altri, possedere la volontà di essere corretto e di essere aperto a tutto ciò che può migliorare se stesso.

La disposizione a lasciare agli altri la propria valutazione e rendersi conto che il cammino di sviluppo personale non può essere percorso da solo.

“Allenabilità” richiede fiducia nel coach.
La fiducia si basa su valori e obiettivi condivisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo

9. Fare l’extra

L’extra è qualcosa che è fatto in aggiunta ai requisiti del contratto.
Fare qualcosa extra è buono, non solo per gli altri ma anche (e soprattutto) per te stesso.
È quel qualcosa in più.

10. Essere preparati

Essere ben preparati è la chiave per affrontare le sfide future della vita e del lavoro.
Sapersi adattare al mondo portando un valore aggiunto tangibile all’azienda, dimostrare le conoscenze acquisite, le abilità raggiunte nel tempo dimostrando il coraggio e il senso di responsabilità.

E adesso che lo sai … che cosa fai?
Quale sarà la tua prossima mossa?

““Per fare una carriera come la mia il talento non basta.
Quando ho debuttato con la Nazionale pensavo fosse sufficiente, poi ho capito che per arrivare dove sono ora dovevo metterci del mio.
In campo serve tanta rabbia, la fortuna ogni tanto aiuta ma la rabbia è un ingrediente fondamentale
“.

Gianluigi Buffon

Investi su te stesso. Passa all’azione. “Fai” coaching.

fare coaching

Le risposte ci sono già.

Sono tante.
Sono dappertutto.
Basta cercare.

Libri, articoli, corsi, video, podcast.

Probabilmente molte delle cose che potrebbero esserti utili le hai già lette o sentite più di una volta.

Eppure qualcosa continua a non cambiare.

Le risposte che cerchi sono dappertutto

Viviamo in un’epoca in cui trovare informazioni è facilissimo.

Vuoi sapere come comunicare meglio?
Come gestire un collaboratore difficile?
Come essere più assertivo?
Come affrontare una decisione professionale?

Troverai rapidamente decine di risposte.

Alcune saranno anche ottime.

Il problema è che una risposta corretta in generale non è necessariamente la risposta giusta per te, in quella situazione e in quel momento.

Puoi sapere perfettamente che dovresti essere più assertivo e continuare a non riuscire a dire di no al tuo responsabile.

Puoi conoscere tutte le regole del buon feedback e rimandare comunque quella conversazione difficile con un collaboratore.

Puoi aver letto molto sulla leadership e continuare a chiederti perché il tuo team non reagisca come vorresti.

Non sempre manca l’informazione.
A volte manca qualcos’altro.

Sapere che cosa sarebbe utile fare e riuscire realmente a farlo sono due cose diverse.

Il mio obiettivo di coach non è darti risposte

Non è offrirti scorciatoie.
Formule magiche.
Slogan motivazionali.

E neppure dirti continuamente:

“Fai questo.”
“Non fare quello.”

Se hai un problema di motivazione, difficilmente una pacca sulla spalla accompagnata da:

“Dai, forza, motivati!”

cambierà molto.

E se stai vivendo una situazione professionale complessa, probabilmente non hai bisogno dell’ennesima persona che ti spieghi dall’esterno che cosa dovresti fare.

Il coaching parte da un’altra prospettiva.

Significa fermarsi sulla tua situazione concreta.

Capire che cosa sta succedendo.

Mettere a fuoco ciò che forse stai confondendo.

Riconoscere comportamenti, automatismi o convinzioni che continuano a riportarti nello stesso punto.

E da lì capire che cosa puoi fare diversamente.

Una domanda può essere più utile di una risposta

A volte arriviamo al coaching cercando una soluzione:

“Come faccio a farmi rispettare?”

“Come posso motivare il mio team?”

“Devo cambiare lavoro oppure restare?”

“Come posso diventare più sicuro?”

Naturalmente sono domande legittime.

Ma spesso il lavoro interessante comincia quando smettiamo per un momento di cercare una risposta immediata e iniziamo a guardare meglio il problema.

“Che cosa succede esattamente quando senti di non essere rispettato?”

“Che cosa stai facendo oggi per motivare il tuo team?”

“Che cosa ti spinge ad andartene e che cosa invece ti trattiene?”

“In quali situazioni perdi sicurezza?”

La differenza può sembrare sottile.

Non lo è.

Una buona domanda non ti consegna una soluzione.
Ti aiuta a vedere qualcosa che prima non vedevi.

È anche ciò che ho raccontato in “Che cosa si fa davvero in una sessione di coaching? Un esempio reale“.

La consapevolezza da sola, però, non basta

Capire è importante.

Ma il coaching non dovrebbe fermarsi lì.

Se scopri che durante le riunioni intervieni poco perché aspetti di avere qualcosa di perfetto da dire, prima o poi dovrai provare a intervenire diversamente.

Se capisci che eviti continuamente un confronto con un collaboratore, arriverà il momento di affrontarlo.

Se riconosci che il tuo modo di comunicare crea più distanza di quanto pensassi, dovrai sperimentare un modo diverso.

La consapevolezza diventa utile quando comincia a modificare ciò che fai.

Non necessariamente attraverso grandi cambiamenti.

Spesso si parte da qualcosa di molto concreto.

Una conversazione.
Una decisione.
Un comportamento da osservare.
Un modo diverso di rispondere.

E poi si guarda che cosa succede.

Fare coaching vuol dire anche passare all’azione

Non perché qualcuno ti spinge.

Non perché il coach sa meglio di te che cosa dovresti fare.

E neppure perché ogni difficoltà professionale richieda necessariamente un percorso di coaching.

Ma se c’è qualcosa nel tuo modo di lavorare, decidere o relazionarti con gli altri che continua a creare lo stesso problema, può essere utile smettere di cercare soltanto nuove risposte e iniziare a lavorare sulla tua situazione.

Investire su te stesso significa anche questo.

Fermarti.
Guardare meglio.
Capire.

E poi fare qualcosa con ciò che hai capito.

Il coaching non dovrebbe dirti che cosa fare della tua vita professionale.
Dovrebbe aiutarti a leggerla con maggiore lucidità e a decidere che cosa farne.

Se senti che è arrivato il momento di lavorare concretamente su una situazione professionale che continua a bloccarti, contattami: possiamo partire da lì.

9 modi per aumentare la tua forza mentale

forza mentale
Affrontare la concorrenza.
Recuperare rapidamente dagli errori.
Riconquistare l’autostima dopo un fallimento.

Gestire situazioni complesse.
Elaborare strategie.
Guidare collaboratori e colleghi.

Il mondo del lavoro non è mai stato così difficile e complesso.

Come ribadisco nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025,
non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.

È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è evidente.
La vedi,
la misuri,
la riconosci.

La forza mentale no.

Eppure, è quella che fa la differenza quando la pressione aumenta, quando sbagli, quando tutto sembra andare storto.

Costruire forza mentale è difficile

Ma si può allenare.

La forza mentale cresce con la pratica.

Ti permette di seguire i tuoi obiettivi,
superare le difficoltà
e affrontare le avversità con fiducia.

È indispensabile se vuoi avere successo.

Hai chiaro cosa significa davvero?
Cosa ti porterà risultati nel lavoro e nella vita?

Hai la forza mentale giusta per gestire le emozioni, i pensieri e i comportamenti?

Ecco 9 modi per aumentare la tua forza mentale:

1. Avere autocontrollo

Quando non ci sentiamo abbastanza forti, spesso attacchiamo.

Aggrediamo per gestire il conflitto.

I leader più solidi sanno che non serve essere aggressivi.

Perché hanno potere.

Essere il più duro, il più cattivo o il più rumoroso non significa essere forti.

È solo bullismo.
Spacconeria.

Autocontrollo significa:
domare impulsi,
desideri e pensieri,
gestire le emozioni,
incanalare l’energia in modo costruttivo.

Non è facile.
E non è da tutti.

Controlla te stesso.
Non cercare di controllare gli altri.

Gestisci i tuoi punti deboli.
Non coprirli.

2. Usare pensiero positivo e negativo

Essere positivi non significa essere ottimisti ingenui.

Gli ottimisti creduloni aspettano che le cose migliorino.

Le persone mentalmente forti si adattano.

Scelgono di essere positive per trovare soluzioni,
ma usano anche il pensiero negativo in modo strategico:
prepararsi al peggio,
essere prudenti,
valutare i rischi.

Equilibrio,
non illusione.

3. Usare un dialogo interno potenziante

Il tuo dialogo interiore influenza profondamente
come ti senti
e come agisci.

La profezia che si auto-avvera funziona. Eccome.

  • “Tanto sbaglio sicuramente.”
  • “ Lo sapevo che fallivo.”
  • “ Non troverò mai più lavoro.”
  • “ Sono un perdente.”

Cosa diresti a un amico che parla così di sé?

Sostituisci i pensieri distruttivi con pensieri realistici. Offriti parole gentili.

Parla a te stesso
come parleresti al tuo caro amico.

4. Prendere in carico le emozioni

Essere di cattivo umore capita.
Lasciare che le emozioni guidino la tua vita, no.

Quando le emozioni prendono il controllo,
la forza mentale si indebolisce.

Osserva come influenzano le tue scelte.
Riprendi il comando.

Affronta il disagio.
Allenati a tollerarlo.

Più lo fai,
più diventi capace di affrontare nuove sfide.

5. Tirare fuori la grinta

Talento e intelligenza aiutano.
Ma non bastano.

Serve grinta.
Tenacia.
Perseveranza.

Ricercatori come Angela Duckworth lo dimostra:
la grinta conta più del talento.

Se non ti senti geniale, brillante o fortunato,
questa è una buona notizia.

Il talento è utile. La grinta è decisiva.

Se vuoi approfondire il tema “grinta” puoi leggere il mio post
“Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!”

6. Uscire dalla zona di comfort

Essere comodi è piacevole.
Ma non rafforza.

Entrare regolarmente in situazioni nuove
costruisce forza mentale.

Non serve fare imprese estreme.

Bastano piccoli sconfinamenti:
nuove persone,
nuove richieste,
nuove sfide.

All’inizio è scomodo.
È normale.

Più disagio attraversi, più diventi resistente.

7. Non temere il fallimento

Non è il successo a costruire la forza mentale.

È la mancanza di successo.

Gli errori insegnano cosa cambiare.
Sono gradini,
non condanne.

Continua a provare.
Aggira gli ostacoli.
Usa i fallimenti per diventare più forte.

Le persone che ammiri
non sono quelle che non cadono,
ma quelle che si rialzano.

8. Vivere nella realtà

Illusioni e fantasie proteggono dal dolore,
ma allontanano dalla crescita.

La persona mentalmente forte accetta la realtà, anche quando è scomoda.

Restare nel disagio richiede coraggio.

Meno scappi,
meno potere hanno paura e ansia.

9. Accettare la paura aumenta la forza mentale

Avere paura è normale.
Combatterla, no.

La paura va accettata.
A volte “ringraziata”.

Ci rende prudenti.
Ci protegge.
Salva.

Senza paura saremmo imprudenti, temerari, pericolosi per noi stessi.

Quando affronti ciò che ti spaventa,
chiediti:
che valore può avere questa azione per me?

Trasforma la paura in alleata.
Usala per avanzare con più consapevolezza.

In conclusione

La forza mentale non è durezza.

È la capacità di restare lucidi, presenti e responsabili anche quando sarebbe più facile mollare.

Se dopo una pausa o una delusione professionale
senti di aver perso sicurezza …

il coaching mirato può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza.

Scopri “Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

maggiori responsabilità

Sei bravo in quello che fai.

A un certo punto è naturale desiderare qualcosa di più.

Un progetto più importante.
Un ruolo più ampio.
Un team da guidare.
Più autonomia e maggiori responsabilità.

Poi quel momento arriva.

E dopo l’entusiasmo iniziale potresti ritrovarti a pensare:

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Maggiori responsabilità. Fantastico? Non sempre

Da fuori vedevi soprattutto le opportunità.

Adesso senti anche il peso.

Più decisioni.
Più pressione.
Più aspettative.

Problemi che prima arrivavano sulla scrivania del tuo responsabile e che adesso arrivano sulla tua.

E magari cominci a chiederti:

  • “Sono davvero all’altezza?”
  • “Ho fatto bene ad accettare?”
  • “E se avessi sopravvalutato le mie capacità?”

Non sono necessariamente domande preoccupanti.

Un nuovo ruolo può mettere in discussione sicurezze che nel ruolo precedente avevi costruito nel tempo.

Prima di concludere che hai commesso un errore, prova a ricordare queste 7 cose.

1. Stai vedendo anche il rovescio della medaglia

Prima di accettare eri inevitabilmente più concentrato su ciò che il nuovo ruolo poteva offrirti.

La crescita.
Il riconoscimento.
La possibilità di decidere.
Una maggiore autonomia.

Adesso potresti fare esattamente il contrario: vederne il prezzo.

Non significa che devi convincerti che tutto vada bene.

Significa semplicemente evitare di valutare il nuovo ruolo nel momento in cui stai sperimentando (soprattutto) la parte più difficile.

Datti il tempo di conoscerlo davvero.

2. Maggiori responsabilità significano anche maggiore pressione

Non c’è niente di strano.

Prima potevi portare un problema al tuo responsabile.

Adesso potresti essere tu la persona alla quale gli altri portano il problema.

Prima alcune decisioni non dipendevano da te.

Adesso sì.

Crescere professionalmente non significa soltanto avere più possibilità. Significa anche dover sostenere una quota maggiore di complessità.

La domanda quindi non è:

  • “Perché faccio così fatica?”

Potrebbe essere più utile chiederti:

  • “Quale nuova responsabilità devo ancora imparare a gestire?”

3. Chiedere aiuto non significa essere inadatto al ruolo

Uno dei rischi quando assumi maggiori responsabilità è pensare di dover dimostrare immediatamente di meritare la fiducia ricevuta.

E allora fai tutto da solo.

Non chiedi.
Non mostri dubbi.
Cerchi di avere sempre una risposta.

Per paura che qualcuno pensi:

  • “Forse non era pronto.”

Ma avere maggiori responsabilità non significa dover sapere già fare tutto.

Puoi confrontarti con un collega.
Chiedere un parere al tuo responsabile.
Cercare qualcuno che ha già affrontato una situazione simile.

Chiedere supporto non riduce la tua autorevolezza.

A volte dimostra semplicemente che sai riconoscere dove hai bisogno di crescere.

4. Non guidare pensando continuamente al giudizio degli altri

I collaboratori avranno un’opinione sul tuo modo di guidare.

Il tuo responsabile valuterà i tuoi risultati.

I colleghi commenteranno alcune tue decisioni.

Fa parte del ruolo.

Il problema nasce quando il giudizio degli altri diventa il criterio con cui inizi a decidere.

  • “Che cosa penseranno se dico di no?”
  • “E se questa decisione non piace?”
  • “E se il mio capo pensa che non sono capace?”

Ascoltare i feedback è importante.

Cercare continuamente approvazione è un’altra cosa.

Non tutte le decisioni che mettono in discussione la tua sicurezza mettono in discussione la tua capacità.

5. Una parte del disagio può dipendere semplicemente dal fatto che è nuovo

Nel vecchio ruolo sapevi come muoverti.

Conoscevi le persone.
I problemi erano familiari.
Avevi costruito automatismi e sicurezza.

Nel nuovo ruolo, parte di quella sicurezza deve essere ricostruita.

Per questo una difficoltà iniziale non dimostra automaticamente che hai fatto la scelta sbagliata.

Quando senti salire il dubbio, può essere utile ricordarti:

  • “Non devo sapere già gestire tutto. Sto ancora imparando questo ruolo.”

Naturalmente non tutto il disagio deve essere normalizzato.

Se dopo tempo sufficiente il ruolo continua a essere incompatibile con ciò che vuoi, con le tue possibilità o con le condizioni nelle quali lavori, quella è un’altra riflessione.

Ma non confondere troppo velocemente la fatica di imparare con la prova di aver sbagliato strada.

6. Non lasciare che la paura decida al posto tuo

La paura non è necessariamente un problema.

Può renderti più prudente.
Spingerti a controllare.
Farti considerare cose che avevi trascurato.

Il problema arriva quando cominci a rimandare continuamente perché vuoi essere sicuro di non sbagliare.

Aspetti.
Rivaluti.
Chiedi un altro parere.

E intanto la decisione rimane lì.

In un ruolo di responsabilità non potrai avere sempre tutte le informazioni né la certezza del risultato.

Dovrai imparare a distinguere tra prudenza utile e paura che immobilizza.

È un tema che ho approfondito anche in “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

7. Concentrati su ciò che puoi modificare

Quando tutto sembra troppo, il rischio è guardare il nuovo ruolo come un unico grande problema.

Prova invece a scomporlo.

Che cosa ti pesa realmente?

La quantità di lavoro?
La gestione del team?
Il rapporto con il tuo responsabile?
Le decisioni?
Le aspettative che hai su te stesso?
La difficoltà a delegare?

A seconda della risposta, puoi:

  • chiedere supporto a un collega, responsabile, mentore o coach;
  • chiarire aspettative e priorità;
  • delegare maggiormente;
  • comunicare rischi e difficoltà prima che diventino emergenze;
  • rivedere aspettative eccessive su te stesso;
  • individuare una competenza specifica sulla quale lavorare.

Non devi necessariamente risolvere “il nuovo ruolo”. Devi capire quale parte del nuovo ruolo ti sta mettendo maggiormente in difficoltà.

Pentirsi non significa necessariamente aver sbagliato scelta

Può darsi che, dopo aver valutato bene la situazione, tu scopra che quel ruolo non fa per te.

È possibile.

Ma può anche darsi che tu stia attraversando la parte meno piacevole di ogni passaggio professionale: quella in cui il vecchio modo di lavorare non basta più e il nuovo non è ancora diventato naturale.

Non arrivare troppo velocemente alla conclusione:

  • “Non sono fatto per questo.”

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa, esattamente, mi sta mettendo in difficoltà?”

È una domanda meno definitiva.
E molto più utile.

Se ti stai pentendo del nuovo ruolo, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

12 Tratti che identificano un manager incompetente

manager incompetente
Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta affrettata potrebbe essere:
ottenere buoni risultati.

È una risposta semplice.
Troppo semplice.

I risultati si vedono nel presente,
non raccontano come ci si è arrivati.

Sono influenzati dal contesto, dal team, da fattori esterni e spesso da circostanze difficilmente replicabili.

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi professionali (grandi o piccoli, poco importa) è utile capire cosa fanno i manager di successo.

Ma è altrettanto importante sapere cosa fanno di sbagliato i manager incompetenti.

Ecco 12 tratti ricorrenti.

1. Non prende mai decisioni

Trova sempre ottimi motivi per:

  • attendere
  • rimandare
  • raccogliere altre informazioni
  • ascoltare nuove opinioni

Paura di sbagliare.
Timore di fallire.

La paura può trasformarsi in prudenza.
E a volte è un bene.

Ma quando non si decide mai,
la prudenza diventa paralisi.

Il manager incompetente spera, inconsciamente,
che il problema si risolva da solo.

Pessima idea.

Decidere — anche sbagliando — è sempre meglio che non decidere.

2. Il manager incompetente esagera con la segretezza

Bocca cucita.
Sguardo enigmatico.
Cenni d’intesa con pochi “eletti”.

Perché se il personale sapesse… “non capirebbe”.

In realtà, le vere ragioni per la riservatezza sono pochissime.

Un leader sicuro le riconosce subito.

Un leader insicuro ama i segreti e paga il prezzo in fiducia e trasparenza.

Se tratti i collaboratori come bambini,
si comporteranno come tali.

Se li tratti da adulti, risponderanno da adulti.

3. È troppo sensibile con i collaboratori

Il manager insicuro vuole essere amato.
E per questo evita confronti chiari.

Se descrivi spesso il tuo team come “troppo sensibile”, forse stai parlando di te.

Quando l’autorità non è solida:

  • i problemi non si risolvono
  • crescono
  • “l’amore” verso il leader svanisce

4. Delega senza controllare

Delega tutto ciò che non sa fare.
Anche ciò che è critico.

All’inizio sembra una buona idea.
Poi diventa un rischio enorme.

La fiducia senza controllo non è leadership, è abdicazione.

Quando qualcosa va storto,
è troppo tardi per scaricare la colpa.


Vuoi lavorare su autorevolezza e carisma?

Ne parlo in modo pratico nei miei libri:

“Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025)

e “Prima volta Leader”.

5. Ama in modo maniacale le procedure

Le procedure servono a velocizzare,
non a sacralizzare.

L’ossessione per il metodo spesso nasconde un’incapacità più profonda: non saper dare priorità.

Ci si perde in processi,
mentre le decisioni vitali restano ferme.

6. È ostaggio del personale

Quando un manager comunica (anche involontariamente) che un collaboratore è indispensabile, perde potere.

La “santificazione” di un collaboratore distrugge il team.

Gli altri si sentono traditi.
La leadership si indebolisce.

7. Predilige collaboratori deboli

Il manager incompetente teme chi è più competente.
Ha paura del talento.

Il leader eccellente fa il contrario:
si circonda di persone migliori.

Se temi la competizione,
devi ancora lavorare sulla tua leadership.

8. Va in tilt sotto pressione

Predica calma.
Ma è il primo a perderla.

La pressione è normale.
La gestione emotiva è competenza.

Se crolli tu, crolla il team.

9. Crea stress inutile

Tutto è urgente.
Sempre.

Compiti assegnati all’ultimo minuto.
Richieste improvvise.
Aspettative di perfezione.

Spesso il problema è uno solo: mancanza di pianificazione.

10. Si concentra sui dettagli insignificanti

Assume persone di valore ma poi non si fida.

Controlla tutto.
Decide tutto.
Blocca tutto.

Risultato?
Motivazione uccisa.

Puoi approfondire con il mio post su micro-management:
“Il tuo team lavora solo quando ci sei: leader o controllore?”

11. Il manager incompetente è allergico alle scadenze

Una scadenza è un impegno.

Senza scadenze:

  • non c’è traguardo
  • non c’è soddisfazione
  • ancor meno crescita

12. Lavora troppo

Ti vanti di straordinari a doppia cifra?
Non vedi mai la luce del sole?

Lavorare troppo non è eroismo.
È spesso incompetenza.

Chi non sa gestire sé stesso non dovrebbe gestire gli altri.

In conclusione

Un manager competente
non è quello che “fa tutto”.

È quello che:

  • decide
  • comunica
  • regge la pressione
  • costruisce persone, non dipendenze

La leadership non è una posa.
È una responsabilità quotidiana.

Ed è lì che inizia
la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Devi presentare un progetto.
Intervenire durante una riunione.
Spiegare una nuova procedura.

Parlare davanti al tuo team, ai responsabili o un gruppo di clienti.

Magari soltanto per cinque minuti.

Sai che cosa vuoi dire.

Eppure, quando arriva il momento, senti salire la tensione.

  • “E se mi blocco?”
  • “E se perdo il filo?”
  • “E se si accorgono che sono nervoso?”

La paura di parlare davanti agli altri non riguarda soltanto grandi platee e conferenze.

A volte bastano cinque persone che ci guardano in silenzio per farci sentire improvvisamente sotto esame.

Ecco 10 strategie per affrontare quel momento senza cercare di nasconderti.

1. Preparati una scaletta

Anche se devi parlare soltanto pochi minuti, prepara i punti chiave.

Non necessariamente un discorso completo.

Ti basta sapere:

  • da dove vuoi partire;
  • quali sono i due o tre concetti essenziali;
  • dove vuoi arrivare.

Una scaletta ti dà una direzione senza obbligarti a ricordare ogni singola frase.

Imparare tutto a memoria, invece, può diventare una trappola: basta dimenticare un passaggio per avere la sensazione di aver perso il controllo.

Preparati bene. Non prepararti a recitare.

2. Accetta un po’ di nervosismo

Non devi necessariamente eliminare l’ansia prima di iniziare.

Potresti non riuscirci.

E soprattutto rischieresti di aggiungere una seconda preoccupazione alla prima:

  • “Non dovrei essere così nervoso.”

Puoi parlare bene anche con un po’ di tensione.

Fai un respiro.
Prenditi qualche secondo.
Comincia.

Spesso i primi momenti sono quelli più difficili. Poi l’attenzione si sposta progressivamente da come ti senti a ciò che stai dicendo.

Non devi aspettare di sentirti completamente sicuro per cominciare a parlare.

3. Sposta l’attenzione da te al messaggio

Quando siamo in ansia diventiamo molto attenti a noi stessi.

Come sto parlando?
Dove metto le mani?
Si vede che sono agitato?
La voce sta tremando?

Ma sei lì per un’altra ragione.

Devi spiegare qualcosa.
Presentare un progetto.
Condividere informazioni.
Convincere della validità della proposta.

Più rimani concentrato sull’impressione che stai facendo, meno attenzione puoi dedicare a ciò che vuoi far arrivare agli altri.

Prima di iniziare chiediti:

  • “Che cosa vorrei che queste persone avessero capito quando avrò finito?”

Riparti da lì.

4. Familiarizza con le persone e con l’ambiente

Quando è possibile, arriva qualche minuto prima.

Guarda la sala.
Controlla dove parlerai.
Scambia qualche parola con i presenti.

Se devi utilizzare uno schermo o delle slide, verifica che tutto funzioni.

Sono piccole cose, ma aiutano a trasformare una situazione ancora immaginata in qualcosa di più concreto e familiare.

Il pubblico smette di essere una massa indistinta.

Diventa un gruppo di persone alle quali devi raccontare qualcosa.

5. Non cercare la perfezione

Potresti perdere una parola.

Dimenticare un passaggio.
Dover tornare indietro.

Potrebbe persino capitarti di dire:

  • “Un momento, ho perso il filo.”

Non è la fine della presentazione.
Fermati.
Guarda la scaletta.
Riprendi.

Il tentativo di non commettere neppure un errore può renderti molto più rigido dell’errore stesso.

Se questo meccanismo ti è familiare, ne ho parlato anche in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Una presentazione efficace non è necessariamente una presentazione senza imperfezioni.

6. Ricordati che davanti hai persone, non giudici

Quando sei in piedi davanti a un gruppo è facile immaginare che tutti stiano valutando ogni parola.

Probabilmente non è così.

Qualcuno sarà molto interessato.
Qualcuno meno.
Qualcuno starà pensando a una domanda.
Qualcun altro è già alla riunione successiva.

Il pubblico non è un unico grande giudice che aspetta il tuo errore.

È composto da persone diverse, con pensieri e livelli di attenzione diversi.

Questo non elimina l’ansia.

Ma può ridimensionare la sensazione di essere sotto esame.

7. Non giudicarti mentre stai parlando

Hai pronunciato male una parola.
Hai fatto una pausa troppo lunga.
Una frase non è uscita come volevi.

E immediatamente parte il commento interno:

“Ecco. Sto andando malissimo.”

Il problema è che mentre giudichi ciò che hai appena fatto, devi anche continuare a parlare.

Lascia la valutazione a dopo.

Durante la presentazione, resta nella presentazione.

Alla fine potrai chiederti che cosa ha funzionato e che cosa migliorare la prossima volta.

8. Appoggiati a ciò che conosci

Quando conosci bene l’argomento non significa che l’ansia sparirà.

Ma hai qualcosa a cui tornare.

I fatti.
La tua esperienza.
Il progetto che hai seguito.
Il problema che conosci.
Le informazioni da condividere.

Non cercare di sembrare brillante.

Cerca di essere chiaro su qualcosa che conosci.

È molto più sostenibile.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Usa i supporti visivi per aiutare il messaggio, non per nasconderti

Le slide possono essere utili.

Un grafico può spiegare rapidamente un dato.

Un’immagine può rendere più comprensibile un concetto.

Tre parole possono aiutarti a ricordare il passaggio successivo.

Ma lo schermo non dovrebbe diventare il posto dietro cui nasconderti.

Evita di riempire le slide di testo per poi leggerlo.

Il supporto visivo dovrebbe sostenere ciò che dici, non sostituirti.

10. Parla alle persone, non alla platea

Guardare contemporaneamente venti, cinquanta o cento persone può intimidire.

Non devi percepirle come un unico blocco.

Mentre parli, lascia che lo sguardo incontri per qualche secondo una persona.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Come accade in una normale conversazione.

Non fissare un solo interlocutore per tutta la presentazione e non cercare freneticamente di guardare tutti.

Crea piccoli momenti di contatto.

La sensazione può cambiare: non stai più parlando davanti a una massa.

Stai parlando con delle persone.

Parlare davanti agli altri si impara

Puoi conoscere tutte le tecniche possibili.

Ma a un certo punto devi parlare.

La prima volta magari con la voce un po’ tesa.
La seconda con qualche esitazione in meno.
Poi scopri che una pausa non è un disastro.

Che puoi perdere il filo e ritrovarlo.

Che qualcuno può guardarti seriamente senza pensare che stai andando male.

E soprattutto che non devi aspettare di non avere più paura per esporti.

Parlare davanti agli altri non significa imparare a nascondere il nervosismo.
Significa riuscire a comunicare anche quando senti un po’ di nervosismo.

Se parlare in riunione, presentare un progetto o prendere la parola davanti agli altri continua a frenarti professionalmente, contattami.

Possiamo lavorare sul modo in cui prepari e affronti queste situazioni, senza costruire un personaggio diverso da te.

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.

Sei competente, affidabile, preciso.

I risultati arrivano e anche chi sta sopra di te comincia ad accorgersene.

Poi arriva una possibilità concreta.
Una promozione.
Più responsabilità.

Un ruolo che, fino a qualche tempo prima, avresti considerato un riconoscimento importante.

Dovresti essere soddisfatto.

E invece compare una domanda:

“E se non riesco?”

Ti sei preparato al grande salto?

Finché una promozione è soltanto un’ipotesi, è facile concentrarsi su ciò che potrebbe portare.

Una retribuzione migliore.
Più autonomia.
Maggiore responsabilità.
Il riconoscimento del lavoro svolto.

Quando però quella possibilità diventa concreta, cambia il punto di osservazione.

Non guardi più soltanto ciò che potresti ottenere.

Cominci a vedere anche ciò che potrebbe esserti richiesto.

Ed emergono altre domande:

  • “Sarò capace di gestire il team?”
  • “E se prendo una decisione sbagliata?”
  • “Come reagirò alla pressione?”
  • “E se scoprono che non sono pronto?”

Se queste domande cominciano ad accompagnarti anche fuori dal lavoro, ne ho parlato anche in “Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno”.

Hai considerato anche l’altro lato della medaglia?

Una nuova responsabilità professionale non porta soltanto maggiore riconoscimento.

Porta anche situazioni che prima potevano non appartenerti:

  • prendere decisioni che coinvolgono altre persone;
  • gestire collaboratori e conflitti;
  • rispondere dei risultati del team;
  • confrontarti con aspettative più elevate;
  • affrontare problemi per i quali non hai ancora esperienza.

Prima potevi essere molto competente nel tuo ruolo.

Adesso ti viene chiesto qualcosa di diverso.

Ed è proprio qui che può comparire la paura dell’insuccesso.

Non necessariamente perché non sei capace. Ma perché non hai ancora la prova di esserlo in quel nuovo ruolo.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non ti garantisce di sentirti subito sicuro in quello nuovo.

La paura dell’insuccesso può frenarti

Quando la posta in gioco aumenta, anche l’errore può sembrarti più pesante.

Non pensi soltanto:

  • “Potrei sbagliare.”

Pensi:

  • “Potrei scoprire di non essere all’altezza.”

È una differenza importante.

Nel primo caso stai valutando la possibilità di commettere un errore.

Nel secondo stai trasformando l’eventuale errore in un giudizio su di te.

Ed è qui che la paura può diventare paralizzante.

Cominci a rimandare decisioni.
Cerchi continue conferme.
Eviti situazioni nelle quali potresti esporti.

Oppure cerchi di controllare tutto per ridurre al minimo la possibilità di sbagliare.

La paura dell’insuccesso non riguarda più soltanto ciò che potrebbe accadere.

Riguarda ciò che quell’insuccesso potrebbe significare per l’immagine che hai di te stesso.

E se il nuovo ruolo non fosse quello giusto?

C’è anche un’altra possibilità che vale la pena considerare.

Non tutte le promozioni sono necessariamente un passo avanti.

A volte desideri un ruolo per quello che rappresenta per la tua carriera.

Poi lo conosci più da vicino e scopri che non ti corrisponde.

Gestire persone potrebbe non interessarti.

Il livello di pressione potrebbe essere incompatibile con ciò che desideri oggi.

Potresti scoprire di preferire un ruolo specialistico a uno manageriale.

Questo non significa aver fallito.

Significa che una carriera non deve necessariamente svilupparsi nella direzione che avevamo immaginato qualche anno prima.

Per questo è importante non rispondere automaticamente alla paura con:

“Devo farmela passare.”

Prima vale la pena capire che cosa quella paura ci sta dicendo.

Conosci te stesso prima di chiederti se ce la farai

Di fronte a una nuova responsabilità, la domanda “Ce la farò?” è comprensibile.

Ma da sola serve a poco.

Può essere più utile chiederti:

  • quali competenze possiedo già;
  • quali devo ancora sviluppare;
  • quali aspetti del nuovo ruolo mi attirano davvero;
  • quali mi mettono maggiormente in difficoltà;
  • che cosa temo concretamente di non riuscire a gestire.

Più riesci a rendere specifica la paura, meno rimane una sensazione indistinta di inadeguatezza.

  • “Non sono capace.”

è molto diverso da:

  • “Non ho ancora esperienza nella gestione di un conflitto tra due collaboratori.”

La seconda frase individua qualcosa su cui puoi lavorare.

La prima mette sotto accusa tutta la persona.

Se dopo una pausa o una delusione professionale senti di aver perso un po’ di sicurezza, scopri come il coaching può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza e tornare a brillare.

Non devi sapere già fare tutto

Una nuova responsabilità, proprio perché nuova, contiene inevitabilmente qualcosa che ancora non conosci.

Non devi dimostrare di essere già perfettamente pronto.

Devi capire che cosa sai fare, che cosa devi imparare e dove hai bisogno di supporto.

E soprattutto evitare che ogni difficoltà diventi immediatamente la conferma della paura iniziale:

“Lo sapevo. Non sono all’altezza.”

Il fatto che un nuovo ruolo ti faccia dubitare di te non dimostra che hai fatto il passo sbagliato.
Dimostra che non puoi più affidarti alle stesse certezze che avevi prima.

La sicurezza, in un nuovo ruolo, non arriva necessariamente prima.

Molto spesso si costruisce in corso d’opera.

Se hai assunto da poco un ruolo di leadership potresti trovare spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader” .

Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche

Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi spiegazioni?
Ti giustifichi?
Senti immediatamente il bisogno di difenderti?

A volte una critica ci infastidisce anche quando sappiamo di aver commesso un errore.

Ricevere una critica non è mai piacevole

Possiamo chiamarla in tanti modi: rimprovero, critica, valutazione, feedback.

Possiamo accompagnarla con aggettivi rassicuranti come positivo, motivazionale, costruttivo.

Ma una cosa rimane: sentirsi criticati non fa piacere.

La critica può entrare in conflitto con un bisogno molto umano: sentirci apprezzati, riconosciuti, considerati competenti.

E c’è un’altra cosa che può irritarci.

Quando lavori bene, spesso tutto tace.
Sembra normale.

Quando invece sbagli, l’errore può diventare immediatamente visibile.

La reazione istintiva può essere quella di metterti sulla difensiva, giustificarti, ribattere o contrattaccare.

Oppure la critica può cominciare a lavorarti dentro:

  • “Non valgo abbastanza.”
  • “Sono incapace.”
  • “Se fossi davvero bravo, non mi criticherebbero.”

Ma tra “ho sbagliato qualcosa” e “c’è qualcosa che non va in me” c’è una differenza enorme.

Una critica può riguardare qualcosa che hai fatto senza diventare automaticamente un giudizio su chi sei.

Come gestire la paura delle critiche?

1. Accetta di non essere perfetto

Nella vita professionale si sbaglia.

Può essere criticato il tuo comportamento, una prestazione, il tuo stile di lavoro o il modo in cui hai gestito una situazione.

Non significa necessariamente che tutto ciò che hai fatto sia sbagliato.

E soprattutto non significa che tu debba difendere ogni errore per proteggere il tuo valore professionale.

Puoi riconoscere:

  • “Qui avrei potuto fare meglio.”

senza concludere:

  • “Non sono abbastanza bravo.”

Sono due cose molto diverse.

2. Prima ascolta

Quando senti arrivare una critica, può partire immediatamente la risposta nella tua testa.

  • “Non è vero.”
  • “Non ha capito.”
  • “Sì, però anche lui…”

Prova a non rispondere subito.

Ascolta fino alla fine e cerca di capire che cosa ti viene realmente contestato.

Potrai spiegarti, dissentire o correggere alcune affermazioni. Ma farlo dopo aver compreso la critica ti permette di rispondere a ciò che è stato detto, anziché alla prima emozione che hai provato.

3. Non trasformarla immediatamente in qualcosa di personale

Questo è probabilmente uno dei passaggi più difficili.

Se qualcuno critica un tuo lavoro, puoi sentire che sta criticando te.

Prova allora a creare un po’ di distanza e chiederti:

  • “Se questa stessa osservazione fosse rivolta a un collega, come la valuterei?”

Potresti accorgerti che ciò che ti sembrava un attacco personale contiene una parte utile.

Oppure potresti arrivare alla conclusione opposta: la critica è effettivamente esagerata o ingiusta.

La distanza serve proprio a distinguere meglio le due cose.

4. Non trascinare la discussione all’infinito

Hai ascoltato.
Hai chiesto chiarimenti.
Hai spiegato il tuo punto di vista.

A un certo punto può bastare.

Continuare a giustificarti non rende necessariamente la tua posizione più convincente. A volte produce l’effetto contrario.

E soprattutto evita una tentazione molto comune: difenderti criticando chi ti sta criticando.

“E tu allora?”

Non risponde alla questione.

Ne apre semplicemente un’altra.

5. Analizza ciò che hai sentito

Quando l’emozione iniziale si è abbassata, torna sulla critica.

Non per rimuginarci sopra, ma per capire se contiene qualcosa che ti può essere utile.

Puoi chiederti:

  • “Che cosa è successo concretamente?”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Questa osservazione riguarda un episodio oppure qualcosa che si ripete?”
  • “Quale parte della critica riconosco e quale invece non condivido?”

Una critica diventa molto più gestibile quando smette di essere un generico “non vado bene” e diventa un’informazione precisa da valutare.

6. Accetta che gli altri possano vedere qualcosa che tu non vedi

Non tutte le critiche nascono dal desiderio di denigrarti.

Qualcuno potrebbe vedere un effetto del tuo comportamento che tu non avevi considerato.

Per questo, quando una critica è troppo generica, chiedi esempi concreti:

  • “A quale situazione ti riferisci?”
  • “Che cosa avresti preferito che facessi diversamente?”
  • “Puoi farmi un esempio?”

Domande di questo tipo costringono anche l’altra persona a uscire dai giudizi generici.

“Sei poco incisivo” dice poco.

Un esempio concreto ti permette invece di capire se c’è davvero qualcosa su cui lavorare.

7. Se il modo ti ha infastidito, puoi dirlo

Una critica può essere fondata ed essere espressa male.

Le due cose possono convivere.

Puoi riconoscere il contenuto e, nello stesso tempo, mettere un limite sul modo.

  • “Capisco quello che mi stai facendo notare. Il modo in cui me l’hai detto, però, mi ha messo sulla difensiva.”

Non devi scegliere necessariamente tra ingoiare il fastidio e reagire aggressivamente.

Puoi affrontare anche il modo in cui la critica ti è stata rivolta.

8. Cerca che cosa puoi farne

Dopo aver ascoltato e valutato la critica, arriva la domanda più utile:

  • “Adesso che cosa posso fare?”

Forse devi correggere qualcosa.
Chiedere un chiarimento.
Cambiare un comportamento.
Prestare maggiore attenzione.

Oppure concludere che quella critica non richiede alcun cambiamento.

L’obiettivo non è utilizzare ogni critica per “diventare migliore”. È decidere lucidamente se contiene qualcosa che merita una tua azione.

Se invece sei tu a dover affrontare conversazioni delicate con collaboratori o colleghi, scopri il percorso di coaching “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

Sul tema può esserti utile anche il mio post “Il feedback del capo ti ha messo KO? 8 spunti per risollevarsi prima del gong”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede.

Una critica può essere ingiusta.

Può nascere da un’informazione incompleta, da un’interpretazione sbagliata o essere semplicemente un giudizio che non condividi.

In quel caso puoi spiegare la tua posizione.
Puoi chiedere fatti ed esempi.
Puoi mettere un limite.

E qualche volta puoi anche decidere di non darle ulteriore spazio.

Accettare di essere criticato non significa accettare qualsiasi critica come vera.

La maturità non sta nell’incassare ogni critica senza reagire.
Sta nel riuscire a distinguere ciò che può esserti utile da ciò che non ti appartiene.

Le critiche continueranno ad arrivare – e anche la paura delle critiche.

Alcune saranno utili.
Altre saranno formulate male.
Altre ancora saranno semplicemente ingiuste.

Il punto non smettere di aver paura delle critiche.

È evitare che ogni critica diventi automaticamente una sentenza sul tuo valore.

8 cose da fare dopo un errore al lavoro

dopo un errore

Sbagliare continuamente può mettere in discussione la tua professionalità.

Ma pretendere di non sbagliare mai può avere un altro effetto: spingerti a scegliere soltanto ciò che conosci già, evitare rischi e non esporti.

La domanda, quindi, non è:

  • “Come faccio a non sbagliare?”

Piuttosto:

  • “Che cosa faccio quando sbaglio?”

Perché non tutti gli errori sono utili. Diventano utili quando riesci a capire che cosa è successo e che cosa farne.

Ecco 8 cose da ricordare dopo un errore al lavoro.

1. Concediti la reazione, poi torna ai fatti

Un errore può farti arrabbiare.

Può deluderti, metterti in imbarazzo o lasciarti con la sensazione di aver compromesso qualcosa di importante.

Non devi fingere che non sia successo niente.

Ma c’è una differenza tra attraversare la delusione e rimanerci dentro.

Dopo la prima reazione, prova a tornare ai fatti:

  • che cosa è successo realmente?
  • quali sono le conseguenze?
  • che cosa puoi ancora correggere?
  • qual è la prossima cosa utile da fare?

Rimuginare continuamente sull’errore non lo corregge. E soprattutto rischia di impedirti di vedere ciò che puoi fare adesso.

2. Cerca la tua parte di responsabilità

Quando qualcosa va male è facile guardare immediatamente fuori.

  • “Non mi hanno dato abbastanza informazioni.”
  • “Il collega non ha fatto la sua parte.”
  • “Il cliente ha cambiato idea all’ultimo momento.”

Può anche essere tutto vero.

Un errore raramente ha una sola causa.

Ma dopo aver considerato ciò che dipendeva dagli altri o dalle circostanze, chiediti:

  • “Quale parte dipendeva da me?”

Non per colpevolizzarti.

Perché la tua parte di responsabilità è anche quella sulla quale hai maggiore possibilità di intervenire.

3. Trasforma “ho sbagliato” in “la prossima volta…”

Una volta individuato che cosa non ha funzionato, prova a completare questa frase:

“La prossima volta…”

  • “La prossima volta chiederò una conferma prima di procedere.”
  • “La prossima volta preparerò meglio quel passaggio.”
  • “La prossima volta affronterò il problema prima che diventi urgente.”

Un errore dal quale ricavi soltanto:

  • “Sono stato stupido.”

ti lascia poco.

Un errore che riesci a trasformare in un comportamento diverso per la prossima volta comincia invece a diventare esperienza.

4. Non trasformare un errore in una sconfitta generale

Hai sbagliato una presentazione.
Hai perso un cliente.
Hai gestito male una conversazione.

Non significa che tutto ciò che hai fatto fino a quel momento perda improvvisamente valore.

Dopo un errore abbiamo facilmente la tentazione di allargare il giudizio:

  • “Sbaglio sempre tutto.”
  • “Non sono portato.”
  • “Non ce la farò mai.”

Fermati sull’episodio.

Un errore può essere importante senza diventare il riassunto della tua storia professionale.

5. Decidi se insistere, correggere o cambiare strada

Il vecchio consiglio sarebbe:

  • “Non mollare mai.”

Ma non sempre è un buon consiglio.

A volte devi riprovare.
Altre volte devi cambiare metodo.

In qualche caso devi riconoscere che stai insistendo su una strada che non funziona più.

La perseveranza è utile quando ti permette di continuare a lavorare verso qualcosa che ha ancora senso.

Diventa meno utile quando significa ripetere lo stesso tentativo aspettandoti ogni volta un risultato diverso.

Dopo un fallimento, quindi, non chiederti soltanto:

  • “Come posso riprovare?”

Chiediti anche:

  • “Vale ancora la pena andare in questa direzione?”

6. Considera ciò che l’errore ti ha fatto vedere

Non direi che sbagliare sia una “benedizione”.

Alcuni errori avremmo preferito non commetterli.

Alcuni hanno conseguenze pesanti.

Altri non insegnano automaticamente niente.

Ma può accadere che proprio un risultato negativo renda visibile qualcosa che prima non avevi considerato.

Un limite.
Una competenza da sviluppare.
Un obiettivo che non desideri più.
Una modalità che non funziona.
Un’alternativa che non avevi considerato.

Non devi essere contento di aver sbagliato per poter imparare.

7. Separa ciò che hai fatto da ciò che sei

Questo è probabilmente il passaggio più importante.

  • “Ho fallito.”

può trasformarsi molto velocemente in:

  • “Sono un fallito.”

Ma non sono la stessa cosa.

Puoi aver preso una decisione sbagliata senza essere incapace di decidere.

Puoi aver gestito male una situazione senza essere professionalmente inadeguato.

Puoi aver fallito un obiettivo senza essere tu il fallimento.

L’errore riguarda qualcosa che hai fatto. Non definisce automaticamente chi sei.

Se dopo un periodo complicato senti che gli errori o una delusione professionale hanno intaccato la fiducia in te stesso, può essere il momento di ricostruire punti di riferimento più solidi.

Anche dopo un periodo complicato puoi ricostruire fiducia, equilibrio e motivazione.

Scopri il mio percorso per ritrovare autostima e ripartire con serenità e consapevolezza.

8. Rimetti l’errore dentro una storia più grande

Quando sei dentro un fallimento, quel momento può sembrare enorme.

Occupa tutto lo spazio.

A distanza di tempo, spesso cambia proporzione.

Non perché improvvisamente non conti più, ma perché nel frattempo sono successe altre cose. Hai preso altre decisioni. Hai ottenuto altri risultati. Forse hai anche commesso altri errori.

La vita professionale non si ferma su un singolo episodio.

Per questo puoi riconoscere ciò che è successo, assumerti le tue responsabilità, correggere quello che puoi e poi permetterti di andare avanti.

Se vuoi approfondire proprio il momento successivo all’errore, puoi leggere anche “7 domande che dovresti porti dopo un errore sul lavoro”.

Dopo un errore la domanda più utile è “Che cosa posso capire da ciò che è successo?”

Non tutti gli errori ti faranno crescere.
Non tutti i fallimenti nascondono un’opportunità.

E non tutto deve necessariamente avere un lieto fine.

Ma anche quando qualcosa è andato male, puoi evitare di aggiungere all’errore una seconda conseguenza: usarlo come prova del tuo valore personale.

Hai sbagliato qualcosa.

Adesso puoi decidere che cosa farne.

7 ragioni perchè non riesci a concentrarti al lavoro

concentrarsi al lavoro
Inizi a leggere.
A metà pagina ti accorgi di non aver capito.
Ricominci.
Ancora niente.

Arrivi in fondo… e non ricordi l’inizio.

Che cosa sta succedendo?

Smarrisci spesso le chiavi.
Sei quasi sempre in ritardo.

Ti si chiudono gli occhi durante le riunioni e sobbalzi quando qualcuno chiude una porta?

La mancanza di concentrazione ti fa perdere tempo.

E spesso ti impedisce di ottenere buoni risultati per lavori che potresti svolgere bene in due ore,
se solo fossi più focalizzato.

Così, concentrarsi al lavoro diventa difficile.
La vita diventa faticosa.
Molto faticosa.

Ecco 7 ragioni per cui fai fatica a concentrarti al lavoro.

1. Sovraccarico di social, mail, telefonate

(Dicono che) è bello essere sempre connessi.

Peccato che ogni notifica:

  • interrompa il filo logico
  • costringa a ripartire da capo
  • frammenti l’attenzione

Evita i social mentre lavori.
Meglio usarli durante le pause.

Lo stesso vale per le mail.

Rispondere a ogni messaggio appena arriva ti impedisce di entrare in profondità.

  • Quante mail richiedono davvero una risposta immediata?
  • E le telefonate?
  • Se non sono urgenti, perché non lasciarle alla segreteria?

Personalmente controllo mail e segreteria telefonica a orari più o meno fissi: mattino – pranzo – tardo pomeriggio.

Sì, proprio così.
Un po’ come prendere le medicine.

2. Concentrarsi al lavoro: il multitasking non aiuta

Se sei bravo nel multitasking potresti pensare di fare più cose in meno tempo.

Ripensaci.

Più frammenti l’attenzione,
più diventa difficile concentrarsi davvero.

Ogni cambio di compito ha un costo mentale.

Sul lungo periodo, questo porta a:

  • minore profondità
  • maggiore stanchezza
  • difficoltà sui compiti complessi

Tre progetti insieme richiedono quasi sempre più tempo che affrontarli uno alla volta.

Una cosa alla volta, soprattutto sui compiti importanti.

Il multitasking lascialo per attività leggere (riordinare mentre sei al telefono, ad esempio).

3. Mancanza di sonno

La privazione di sonno è una delle cause più comuni di scarsa concentrazione.

Se dormi poco:

  • sei irritabile
  • spossato
  • meno lucido

Il primo passo è semplice (non facile): dormire 7–8 ore a notte (secondo il tuo fabbisogno personale).

La sera:

  • riduci TV e smartphone
  • scollegati almeno un’ora prima di dormire

Alcune ricerche mostrano che tenere lo smartphone sul comodino può disturbare il sonno.

La luce delle notifiche sopprime la melatonina,
l’ormone che favorisce il riposo.

4. Pochi stimoli o soddisfazioni sul lavoro

Ambienti disorganizzati.
Progetti destinati a finire nel nulla.
Feedback negativi ripetuti.

In queste condizioni è normale perdere:

  • motivazione
  • energia
  • concentrazione

Compiti banali e ripetitivi, poco significato, poche responsabilità spengono il cervello, lentamente.

5. Troppo stress

Un po’ di stress aiuta.
Troppo stress distrugge.

Quando le priorità sono troppe:

  • l’attenzione cala
  • aumenta la distrazione
  • cresce la dimenticanza

Ansia e stress chiedono sempre un prezzo.
E la concentrazione è tra le prime a pagare.

Usa tecniche di rilassamento e cura lo stile di vita, a casa e al lavoro.

6. Poco esercizio fisico

L’attività fisica regolare:

  • mantiene la mente acuta
  • migliora memoria e apprendimento
  • stimola i neuroni

Non serve la palestra.

Anche una camminata a passo sostenuto è sufficiente.

Meglio muoversi nella prima parte della giornata.

Per concentrarsi al lavoro evita allenamenti intensi la sera:
uno stress eccessivo peggiora il sonno.

7. Consumo eccessivo di caffeina (e bevande stimolanti)

La caffeina può essere un’alleata.
Se usata con misura.

Un consumo moderato (2–3 caffè al giorno) può migliorare vigilanza e reattività.

Ma l’eccesso fa l’esatto contrario.

Troppa caffeina può provocare:

  • insonnia
  • nervosismo
  • mal di testa
  • agitazione
  • difficoltà di concentrazione

E qui sta l’inganno: la caffeina non è solo nel caffè.

È presente anche in:

  • energy drink
  • bevande tipo cola
  • tè (soprattutto tè nero)
  • bevande “funzionali” o sportive
  • cioccolato (soprattutto fondente)

Il risultato?

Sommando tutto, spesso assumi molta più caffeina di quanto credi.

Questo sovraccarico stimola il sistema nervoso, aumenta l’irrequietezza e peggiora la qualità del sonno.

E se dormi male,
il giorno dopo paghi il conto
in concentrazione, lucidità ed energia.

Meno stimolanti artificiali.
Più equilibrio.

In chiusura

Concentrarsi al lavoro non è solo forza di volontà.

È una competenza che si protegge,
un equilibrio che si costruisce ogni giorno.

Se la perdi,
non colpevolizzarti subito.

Osserva.
Riduci il rumore.
Riparti da ciò che conta davvero.

6 fattori da ricordare quando ti senti inadeguato nel nuovo lavoro

inadeguato nel lavoro

Foto di Stocksnap.

Prima l’agonia della ricerca lavoro.
Poi i salti di gioia.

E infine… la doccia fredda: sentirti completamente inadeguato nel nuovo lavoro o ruolo!

I primi giorni possono sopraffarti.

Hai una sola certezza (auto-sabotante):

da qualche parte — nel processo di selezione o nell’organizzazione — qualcuno ha fatto un errore.

E la persona sbagliata sei tu.

Perché ti senti inadeguato nel lavoro?

Nel mio libro Autorevolezza, questo tema emerge spesso.
Soprattutto nei nuovi team leader.

C’è troppo da sapere.
Troppe competenze da dimostrare.

Ogni incarico sembra impossibile.
Ogni incontro con il capo può essere “quello decisivo”.

Quello in cui scopriranno che non sei all’altezza.
Inadeguato nel lavoro.

Responsabilità scoraggianti. Disagio nel ruolo.

Idee poche.
Anzi: idee zero.

Non sapere cosa fare

Non sapere a chi chiedere.

Oppure chiedere aiuto per quasi-tutto.

E anche se l’azienda e il team sembrano soddisfatti… tu dubiti di te stesso.

Martelli la tua fiducia.
E ti chiedi:

“Dove mi sono cacciato?”

Suona familiare?

Potrei dirti:

  • “Non preoccuparti. Basta avere fiducia.”

Ma so che serve a poco. Sono parole.

Non sciolgono il groppo che senti in gola.

Allora cosa puoi fare?

Puoi camminare sulle uova. Rinunciare. Oppure aspettare che qualcuno ti smascheri.

Oppure puoi affrontare la realtà.

E ricordarti di queste 6 verità:

1. Sei stato assunto per un motivo

Durante il colloquio hai mentito?
Hai recitato una parte?
Hai ingannato tutti?

Se la risposta è no, allora chi ti ha assunto ha visto qualcosa.

Una competenza.
Una potenzialità.
Un valore.

I processi di selezione oggi sono (potenzialmente) lunghi, articolati, rigorosi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni.

Ti hanno osservato attentamente. E alla fine hanno scelto te!

Questa è la realtà.

2. All’inizio non si aspettano che tu sia perfetto

Non si aspettano che tu sappia tutto.

Si aspettano che tu impari.

Chi ti ha assunto sa che:

  • devi crescere
  • devi adattarti
  • fare esperienza

Sa che sei un investimento.
Sa che hai margine.

Questo è normale. Fa parte del processo.

3. Il vero rischio è sabotarti da solo

Quando ti senti inadeguato, iniziano i pensieri:

  • “E se si accorgono?”
  • “E se ho sbagliato tutto?”
  • “Se fallisco?”

Così inizi a sabotarti.

Notti insonni.
Scenari catastrofici.
Dubbi continui.

Ma c’è una verità importante:

Le valutazioni dell’azienda sono più obiettive delle tue.

Noi siamo i nostri peggiori critici.

La soluzione non è fuggire.

È abbracciare la sfida. E fare il tuo lavoro.

Un passo alla volta.

4. Conta più quello che pensano loro di quello che pensi tu

Tu puoi dubitare.
Ma loro ti hanno scelto.
Questo è il fatto.

Spesso siamo più severi con noi stessi di quanto lo siano gli altri.

Nel mondo del lavoro ci sono persone che si sopravvalutano… e altre — molto valide — che si sottovalutano.

Molto probabilmente, tu appartieni alla seconda categoria.

Smetti di giudicarti.

Concentrati sul migliorare.

5. Il disagio può diventare il tuo più grande alleato

La sensazione di inadeguatezza è scomoda.

Ma può diventare una forza.

Ti spinge a:

  • imparare più velocemente
  • osservare di più
  • migliorarti continuamente

Ti porta fuori dalla tua zona di comfort.

Trova un mentore.
Un coach.
Studia.
Osserva.

Prenditi dei rischi.

Paradossalmente, potresti riuscire proprio grazie a questa sensazione.

6. Le aziende non fanno beneficenza

Le aziende non pagano stipendi per gentilezza.

Se ti hanno assunto, è perché credono in te.
Se ti confermano, è perché stai facendo bene.
Vedono potenziale, è perché esiste davvero.

Chi ti ha assunto ha già assunto molte altre persone.

Sa cosa cerca.
Sa cosa vede.
Cosa vale.

Il tuo compito è semplice:
continua a lavorare. Continua a imparare. A crescere.

Non c’è alcun motivo reale per dubitare di te stesso.
Sei dove devi essere.

In definitiva

Sentirsi inadeguati all’inizio non è un segnale di fallimento.

È un segnale di crescita.

Non sei indietro.
Sei dentro il processo.

E spesso, proprio chi dubita di sé è quello che costruisce la vera autorevolezza.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza?

Scopri il coaching mirato per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

13 motivi perchè la gente non ascolta quello che hai da dire

non essere ascoltato

Dovremmo parlare molto meno.

Parlare troppo — e parlare male — è forse l’errore più comune che facciamo.

Quando vogliamo spiegare, convincere, impressionare
finisce che diciamo più del necessario
o usiamo espressioni e atteggiamenti che ci fanno apparire
offensivi, incompetenti o poco corretti.

Desideriamo entrare in contatto con persone degne del nostro tempo.

Ascoltare persone capaci di tenerci attenti, vivi, coinvolti.

Non vieni ascoltato? Attenzione a ciò che dici

Come scrivo nel mio libro “Prima volta Leader”,
le persone ti valutano in base a ciò che esce dalla tua bocca.

Se il tuo contributo ha poco valore,
non otterrai — giustamente — tempo né attenzione.

Ecco 13 motivi per cui le persone non ti ascoltano.

1. Parli troppo e sei dispersivo

Salti da un punto all’altro.
Apri parentesi su parentesi.
Non arrivi mai al punto.

Poco focus, molta dispersione.

Ripetere non rafforza un concetto:
lo indebolisce.

Più ripeti, più annoi.
Più spieghi, più perdi chi ti ascolta.

Se porti le persone fuori strada,
spesso resteranno lì.
Fuori strada.

2. Ti lamenti e non porti soluzioni

C’è qualcosa di più irritante
di chi si lamenta sempre
e non costruisce mai nulla?

Se parli solo di problemi, scuse e giustificazioni
verrai etichettato come negativo e lamentoso.

Quando dalle tue parole non nasce nulla di concreto,
le persone smettono di ascoltare.

Recriminare è facile.
Agire molto meno.

3. Interrompi o “vai sopra”

Interrompere non è solo scortese.
È offensivo.

Tagliare le frasi degli altri,
anticipare conclusioni,
presumere di aver capito prima che l’altro finisca
genera frustrazione immediata.

Nessuno ascolta chi non sa ascoltare.

4. Usi cliché e frasi fatte

Superficiale.
Scontato.
Irrilevante.

Un cliché ogni tanto è umano.

Una conversazione fatta solo di luoghi comuni la dimentichi.
E poi ti chiedi perché non ti ascoltano.

5. Dici sempre le stesse cose

Stessi esempi.
Stesse battute.
Stesso copione.

Diventi prevedibile.

E la prevedibilità spegne l’attenzione.
Anche (anzi, soprattutto) l’ironia, se riciclata, diventa pesante.

6. Non sai davvero di cosa parli

Se non sai, taci.
Se sai, parla con misura.

Essere competenti non significa dimostrarlo sempre.
Vuol dire anche sapere quando imparare dagli altri.

7. Parli sempre di te

Trovi ogni appiglio per riportare il discorso su di te:
i tuoi successi, i tuoi viaggi, la tua esperienza.

All’inizio incuriosisce.
Alla lunga stanca.

Niente di male, per carità,
ma pensi davvero che riuscirai a impressionare,
sembrare più interessante e intrigante?

L’egocentrismo non crea interesse.
Crea distanza.

8. Sei ambiguo

Persone insicure comunicano in modo ambiguo.
Leader ambigui creano organizzazioni confuse.

Se non sei chiaro,
non aspettarti entusiasmo (e seguito) alle tue parole.

9. Non prendi gli altri sul serio

Sorrisi ironici.
Testa che scuote.
Espressioni di sufficienza.

Puoi non essere d’accordo,
ma se umili l’altro
stai toccando punti molto sensibili.

Vuoi rispetto?
Dai rispetto.

Comincia da qui.

10. Non mantieni la parola

La gente ascolta solo chi è affidabile.

Se prometti e non mantieni,
perdi credito.

Per sempre.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza:

La nuova edizione 2025 di “Autorevolezza”

e “Prima volta Leader”
sono libri pratici per lavorarci in profondità.

11. Fai il saputello

Sai tutto tu.
Correggi tutti.

Non ammetti errori.

Fai impazzire con la tua analisi e la tua esperienza,
sul modo in cui si dovrebbe fare/non-fare una certa cosa.

Dietro il “so tutto io”
c’è quasi sempre insicurezza.

E nessuno ascolta chi ha bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

12. Non trasmetti empatia né passione

Se non ti interessa davvero ciò di cui parli,
perché dovrebbe interessare agli altri?

Siamo già abbastanza distratti.
Cinici.

Se non ti curi della gente cui stai parlando,
perché loro dovrebbero interessarsi a te?

Senza empatia,
le parole cadono nel vuoto.

13. Vuoi essere ascoltato, ma non ascolti

La comunicazione è reciproca.
Non è un monologo.

Fai dell’ascolto la tua prima priorità.

Paradossalmente,
è così che ti verrà chiesto di parlare.

Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Il percorso di coaching mirato
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
lavora proprio su questo.

Conclusione

Se desideri essere ascoltato — davvero —
servono attenzione, interesse sincero e presenza.

Fallo
e diventerai un punto di riferimento al lavoro di colleghi, collaboratori e capi.