10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo
(per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa —
e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio”
oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader —
minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e
la competenza per risolvere i contrasti
e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.
Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza
di una tua direttiva smentita un minuto dopo
dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario,
posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio
come un segno di debolezza,
e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare
maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio
dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto
è sempre più autorevole
che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo
verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità,
così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte)
direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica
autorevolezza da Executive”
ti aiuta a trasformare il tuo stile
senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi,
cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che,
se hai un lavoro che ami,
devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale
e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno,
a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”,
avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo
e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi
perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati,
un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta
solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona
che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro
e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore
per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager
o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo,
devi affrontare il problema subito
o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente
o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva
non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento,
migliaia di persone svolgono lavori che odiano
perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto
per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati
è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma
significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:
prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo
e rafforzare le tue abilità,
sai dove trovarmi.

8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello

correggere
Correggere senza ferire: 8 modi per non sembrare un so-tutto-io.

Correzioni.
Puntualizzazioni.
Precisazioni.

In nessun luogo come in ufficio sono così necessarie.

Se sei un manager o un team leader, probabilmente non fai fatica a prendere da parte un membro del team e segnalare un errore.

Ma cosa succede quando le informazioni imprecise arrivano da:

  • un collega
  • un pari grado di un altro dipartimento
  • oppure (peggio) dal tuo capo o dai titolari dell’azienda?

Qui la faccenda cambia.

Il rischio nascosto dietro ogni correzione

Quando correggi qualcuno non sai mai come reagirà.

Senti che è tuo dovere sistemare le cose.
Ma allo stesso tempo ti chiedi:

Mi ringrazierà?
O farà un sorriso di circostanza… legandosela al dito?

Non vuoi sembrare arrogante.
Non vuoi passare per il saputello.

Fai bene.

Nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo a questo tema: oggi le persone sono più suscettibili, più esposte, più rapide a sentirsi attaccate.

Basta una parola fuori posto.
Un tono sbagliato.
Un gesto di troppo.

E il rapporto professionale si incrina.

Potresti pensare: “E chi se ne importa.”

Ma se il tuo lavoro dipende anche dalla qualità delle relazioni, allora sì: ti conviene continuare a leggere.

Non è un caso che la capacità di lavorare in gruppo sia tra le competenze più richieste nel mercato del lavoro attuale.

8 modi per correggere senza risultare presuntuoso:

1. Chiarisci le tue motivazioni

Perché vuoi correggere?

L’errore è davvero rilevante?
O vuoi dimostrare quanto sei brillante?
Perfezionismo?
Ego?

Le tue intenzioni influenzano l’impatto.

Se non sei sicuro delle motivazioni, meglio tacere.

È preferibile non dire nulla piuttosto che rovinare un rapporto costruito in anni.

2. Valuta se la correzione è necessaria

Se conosci bene la persona, sai già cosa puoi dire.

Se invece avete interagito poco, procedi con cautela.

Potrebbe essere molto sensibile.
Potrebbe prenderla sul personale.

3. Cura il COME, non solo il COSA

Spesso la differenza la fa il modo.

Tono.
Sguardo.
Postura.
Mimica.

Evita frasi secche e taglienti.
Evita braccia conserte e fronte corrugata.

Meglio aprire una conversazione:

“Sto guardando il report XY e c’è qualcosa che non mi torna a pagina 3. Possiamo rivederlo insieme?”

Molto diverso da:

  • “Ci sono errori a pagina 3. Rivedila.”

Stesso contenuto.
Impatto opposto.

4. Mai correggere pubblicamente (se puoi evitarlo)

Correggere davanti ad altri crea imbarazzo.

E mette l’altro sulla difensiva.

Scegli il faccia-a-faccia privato.

Dai alla persona la possibilità di “salvare la faccia”.
Rafforzerai la relazione invece di incrinarla.

Eccezione: se l’errore sta facendo perdere tempo o porterà a gravi conseguenze, intervenire pubblicamente può essere necessario.

In quel caso sii rapido, neutro, professionale.

5. Evita le correzioni via e-mail

La mail amplifica i fraintendimenti.

Il tono si perde.
Le intenzioni vengono interpretate.

Meglio parlarne di persona.

6. Usa le domande

Le domande abbassano il livello di tensione.

Passi da una posizione “correttiva” a una collaborativa.

Per esempio:

  • “Vedo che vuoi coinvolgere Anna fin dall’inizio. Pensi che un ingresso posticipato potrebbe snellire il processo?”

Non stai imponendo.

Stai ragionando insieme.

7. Focalizzati sull’errore, non sulla persona

Molte persone si identificano con ciò che fanno.

Se sbagliano, pensano di essere sbagliate.

Crea distanza tra comportamento e identità.

Frasi come:

“Potrei sbagliarmi, ma…”
rendono la correzione più digeribile.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

La NUOVA edizione aggiornata 2025 di

Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

Prima volta Leader” è il libro pratico ideale se stai iniziando a guidare un team.

Due strumenti complementari per sviluppare leadership e relazioni efficaci sul lavoro.

8. Offri prove, aiuto e soluzioni

Non limitarti a segnalare l’errore.

Spiega il ragionamento.
Offri supporto.

  • “Ho affrontato una situazione simile il mese scorso. Se vuoi, ti mostro come l’ho gestita e troviamo insieme la soluzione.”

Il “noi” cambia tutto.

Comunica che l’altro resta parte importante della squadra.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” e impara a comunicare con autorevolezza anche nelle situazioni più complesse.

La linea sottile

Correggere non è semplice.

Si cammina su una linea sottile tra produttività e presunzione.

Si procede con attenzione.

Paranoia o reale possibilità di licenziamento? 9 indizi che potrebbero indicarne uno

licenziamento

C’è chi la prende con filosofia.
Chi con rassegnazione.
Chi rimane sorpreso, scioccato, colto dal panico.

Travolto da un tornado
mentre sorseggiava un cappuccino.

Proprio non se lo aspettava.

Eppure, guardando indietro, quasi tutti se ne rendono conto:
c’erano segnali.
Indicazioni.
Campanelli d’allarme.

Non visti.
O, più spesso, inconsciamente ignorati.

L’ossessione del licenziamento

L’idea di essere licenziati è difficile da contenere.

Anche professionisti e manager
competenti, stimati, preparati
possono lasciarsi inghiottire da questa paura
e consumarsi lentamente…

nel fisico e nell’anima.

La paranoia fa galoppare la fantasia

Un cliente mi ha confessato che,
ogni volta che il big-boss parlava con qualcuno
a porta chiusa,
era certo che stessero decidendo
il suo licenziamento.

Se sospetti di essere licenziato,
non puoi limitarti ad aspettare.

Essere proattivi può cambiare la storia
prima che sia troppo tardi.

Ma come distinguere i fatti
dalla fantasia?

9 indizi che potrebbero indicare un licenziamento in arrivo:

1. Inizi ad angosciarti (e a boicottarti)

“Lo sapevo.”
“Prima o poi mi fanno fuori.”

La profezia che si auto-avvera funziona.
Se ti convinci di essere fuori,
inizi a comportarti come se lo fossi.

Sospettoso.
Incerto.
Oppure aggressivo.

e la tua aspettativa si avvera. Per davvero!
È solo una questione di tempo

Per favore … resta ancorato ai fatti concreti.

2. Ricevi valutazioni negative di performance

Una valutazione negativa non equivale a un licenziamento.
Ma più segnali insieme… sì.

Attenzione soprattutto a frasi come:

  • “Non sei in linea con la cultura aziendale”
  • “Hai un problema di atteggiamento”
  • “Non sei un giocatore di squadra”

Qui la situazione si complica.

Infatti, si dà per scontato che i problemi comportamentali
sono profondamente radicati
e difficili da cambiare.

3. Sei lasciato “fuori dal giro”

Niente più dati chiave.
Riunioni saltate.
Mail importanti che non arrivano.

O peggio:
il capo parla direttamente con i tuoi collaboratori.
È un segnale serio.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza

Con la nuova edizione aggiornata 2025 del mio libro “Autorevolezza
e il volume complementare “Prima volta Leader

hai due strumenti concreti per rafforzare impatto, carisma e leadership.

4. Il tuo capo inizia a mettere tutto per iscritto

Noti un’escalation improvvisa di mail, report, tracciamenti?

Se sì, crea anche tu una traccia scritta.
Se no, puoi (per ora) respirare.

L’incertezza può paralizzare… o chiarire.

5. Sei costantemente monitorato

Devi relazionare costantemente su tempo e spese?
Sei l’unica persona a essere esaminata?

Report continui.
Controlli selettivi.
Piani di miglioramento “opachi”.

Un piano di miglioramento può essere un’opportunità.
Oppure una spinta gentile verso l’uscita.

Valuta il livello di trasparenza e di sostegno.

Se il piano è raggiungibili e “onesto” potrebbe essere un’occasione da sfruttare per un’inversione di tendenza.

Tuttavia, se senti che i requisiti sono troppo alti,
inizia a preoccuparti seriamente.

6. Il rapporto con il capo si è deteriorato

Prima c’era dialogo.
Ora tensione,
silenzi,
critiche pubbliche.

Se non riuscite più a comunicare,
qualcuno nella stanza… è di troppo!

Con il disaccordo con il capo ti invito a approfondire nel mio post .

7. Assumono qualcuno con la tua stessa posizione

Stessa funzione.
Stessa descrizione.
Stesso ruolo.

Qui le domande diventano legittime.
e soprattutto dovresti porne a chi compete.

8. Meno lavoro, più voci

Ti arrivano sempre meno progetti.
Più tempo vuoto.
Poche spiegazioni.

Senti mancanza di fiducia.
Oppure ti stanno ignorando.

Non ignorare la circostanza,
(guarda la situazione da tutte le prospettive)
per determinare se ci sono dei motivi fondati di preoccupazione.

Forse è paranoia.
Forse no.

9. Colleghi strani, pettegolezzi, silenzi

Entrano, smettono di parlare.
Ti evitano.
Rispondono meno.

Forse sanno qualcosa che tu ancora non sai?

Meglio cercare un feedback
che restare nell’ombra.

E se fosse solo paranoia?

Siamo emotivi.
Stressati.
Influenzati da mille fattori.

Potrebbero essere semplicemente tue proiezioni mentali,
dettate da paura e stress.

Bisogna agire con cautela prima di tirare le somme e parlare di licenziamenti

Non trarre conclusioni affrettate
se i segnali non sono chiari e sproporzionati.

Parlare apertamente
può chiarire tutto.

Oppure accelerare una fine già scritta.
(sempre meglio di una lenta e logorante agonia professionale)

In entrambi i casi,
sapere è meglio che immaginare.

In finale

Non mettere la testa sotto la sabbia.
Non farti guidare solo dalla paura.

Facile a-dirsi ma quando si balla – e si parla di licenziamenti-
non è così semplice.

Anche questa è vita!

In un contesto incerto, serve uno “spazio protetto”.

Scopri il coaching mirato
Cambiamenti in azienda? Gestire l’incertezza sul futuro”
per orientarti e decidere con calma.

9 modi per fermare la strisciante e continua sensazione di inadeguatezza al lavoro

inadeguatezza al lavoro
Hai la sensazione di essere meno efficace degli altri?
Anche nelle attività più semplici?

Hai paura di essere “lento”?

C’è sempre troppo-da-sapere.
Troppe competenze da dimostrare.
Ogni nuovo incarico sembra enorme.

E ogni incontro con il capo o con i colleghi potrebbe essere
“quello buono” in cui scopriranno che non sei all’altezza?

Anche se
— fino a oggi —
l’azienda sembra soddisfatta,
tu dubiti di te stesso.

E inizi, giorno dopo giorno,
a minare la tua fiducia.

L’inadeguatezza al lavoro è dolorosa

Soprattutto di notte.

Il buio amplifica.

Riaffiorano timori indefiniti.
Paure senza nome.
La sensazione di non essere abbastanza.

Fa male.

Ti è mai capitato di “sentire” quel dolore?

Se non impari a sopportarlo,
non potrai mai raggiungere serenità professionale.

Allora cosa fare?

Rinunciare?
Aspettare di essere “scoperto”?
Oppure rimboccarti le maniche e spingerti oltre?

Potrei dirti, come ho scritto nel mio libro Prima volta Leader:
“Non preoccuparti.
Basta avere un po’ di fiducia.”

Ma lo so.
Non basta.

Non scioglie quel groppo in gola.

Ecco allora 9 punti concreti da ricordare:

1. Sei stato assunto per le tue competenze

Oggi i processi di selezione sono lunghi.

Colloqui.
Test.
Valutazioni multiple.

Ti hanno osservato da vicino.

Se ti hanno scelto,
è perché credono nel tuo potenziale.

Non lavorare per farli cambiare idea.
Lavora per crescere.

2. Attenzione alla trappola della perfezione

Quando finisci un lavoro, sei soddisfatto?
O pensi sempre che “non sia abbastanza”?

Alzi continuamente l’asticella.
Ti carichi di pressione.
Ti perdi nei dettagli.

La perfezione sproporzionata
non è un pregio.

È un sabotaggio.

Non puntare alla perfezione.
Punta al miglior risultato possibile.

3. Guarda i fatti. Solo i fatti.

Respira.

Siediti.
Analizza la realtà, nuda-e-cruda.

Non le fantasie.
Non i tuoi fantasmi interiori.

Ci sono prove oggettive della tua competenza.

Se non ti hanno scelto per un progetto,
non significa che sei incompetente.

Significa solo che — in questo momento —
non eri la persona più adatta.

Vieni a patti con il tuo critico interno.

4. Condividi le tue preoccupazioni

Non restare solo con i tuoi dubbi.

Parlane con qualcuno di cui ti fidi davvero:

Un partner.
Un amico.
Il collega fidato.

O un coach professionista.

Un confronto esterno ridimensiona paure enormi.

A volte poche sessioni di coaching possono restituirti più sicurezza di mesi di rimuginio.

5. Conta la valutazione di chi ti ha assunto

Nel lavoro non conta ciò che pensi tu.

Conta ciò che osserva chi-ti-paga.

Spesso siamo giudici severissimi di noi stessi.

Molti sopravvalutano le proprie competenze.
Altri — validissimi — si sottovalutano.

Probabilmente appartieni al secondo gruppo.

6. Usa l’inadeguatezza come carburante

Può diventare una spinta potente.

Ti obbliga a studiare di più.
A prepararti meglio.
A fare formazione.
Chiedere supporto.

Invece di paralizzarti,
può portarti fuori dalla zona di comfort.

La paura di non essere all’altezza
può diventare il tuo alleato.

È successo anche a me.
Molte volte.

E ogni volta mi ha fatto crescere.

7. I datori di lavoro non fanno regali

Nessuno paga stipendio e contributi
a una persona ritenuta inutile.

Se non si lamentano,
è perché il tuo lavoro va bene.

Hanno visto potenziale.
Volontà.
Capacità di apprendere.

Fidati anche tu.

8. Attenzione alla profezia che si auto-avvera

Non è stregoneria.

Se sei convinto di non essere capace,
inizierai a comportarti come tale.

Più ansia.
Più errori.
Ancora più conferme del tuo dubbio.

Ed ecco il circolo vizioso.

9. Non puoi controllare il giudizio degli altri

È impossibile.

Puoi essere competente, disponibile, professionale.
Qualcuno troverà comunque qualcosa da criticare.

Prima lo accetti,
meglio è.

Domande come:

  • “Merito questo lavoro?”
  • “Sono davvero capace?”
  • “Come mi valutano gli altri?”

possono monopolizzare la tua mente.

Metti a tacere la voce interiore negativa.
Lascia che quei pensieri si consumino da soli.

E fai l’unica cosa sensata:
abbraccia la sfida.

Inadeguatezza al lavoro?

Lavora su te stesso.
Sviluppa i tuoi punti di forza.

Accetta e supera le tue debolezze.
Convoglia l’energia nel miglioramento.

Non nella paura.

In finale

Inadeguatezza al lavoro non significa essere incompetenti.
Significa che tieni a ciò che fai.

La differenza non sta nell’assenza di dubbio.
Sta in cosa fai dopo.

E lì — davvero — si costruisce la tua solidità professionale.

Vuoi chiedere un aumento ma sei bloccato? Ecco 6 principali paure

chiedere un aumento
Sei puntuale.
Sei efficiente.
Produttivo.

Fai un buon lavoro.
Hai sempre fatto un buon lavoro.

E allora?

Ti aspettavi di più.
Un apprezzamento.
Un riconoscimento.
Un aumento.

La verità è che ormai da anni stai aspettando una proposta dalla tua azienda o dal tuo datore di lavoro.

Invece…
tutto tace.
Niente si muove.

Nessuno si fa sentire.

Chiedere un aumento. Basta proporlo?

In un mondo del lavoro ideale la risposta sarebbe semplice:

“Vuoi più soldi? Devi chiederli.”

Facile, no?

Peccato che nella realtà la questione si complichi.
Si blocchi.
Si areni.

Nel mondo del lavoro di oggi stipendio e soldi restano un tabù.

Secondo un sondaggio di Salary.com,
solo il 12% delle persone prova a negoziare lo stipendio durante le revisioni delle prestazioni.

Eppure, un altro sondaggio rivela che due terzi di chi chiede un aumento… lo ottiene.

Se hai paura di chiedere, prima ancora di sederti al tavolo della trattativa, devi capire che cosa ti blocca davvero.

La chiave è qui:
nei pensieri che stanno dietro alla tua esitazione.

Ci sono paure che sabotano direttamente la tua capacità di guadagno.
Prima le individui.
Poi puoi affrontarle.

Le principali paure quando si chiede un aumento:

1. Paura di non meritare l’aumento

Classico.

Molti legano la propria autostima allo stipendio:

“Sono pagato quanto valgo.”

Se guadagno poco, allora…
non merito di più.

Salary.com ha rilevato che quasi un terzo degli intervistati pensa di non avere competenze o fiducia per negoziare un salario più alto.

Se non riconosci il tuo valore,
se credi che il tuo contributo non sia davvero rilevante,
chiedere di più diventa quasi impossibile.

Qui entra in gioco anche la sindrome dell’impostore:
la paura di essere un “fake”,
di non essere davvero all’altezza.

Così aumenti e promozioni vengono vissuti come colpi di fortuna
o gesti di “benevolenza” del capo.

2. Paura di apparire avido, ingrato, presuntuoso

L’avidità ci è stata insegnata come qualcosa di sbagliato.
E il senso di colpa arriva subito.

Troppa modestia però è un freno pericoloso.
Ci porta a negare le nostre capacità pur di essere accettati.

Parlare dei propri risultati non è arroganza.
È descrivere fatti.

Raccontare come hai risolto un problema,
sviluppato una competenza,
raggiunto un obiettivo
non è vantarsi.

È essere chiari sul proprio contributo.

3. Paura di parlare di soldi… in tempi di crisi

La frase che spaventa di più:

“È già tanto che hai un lavoro.”

È vero: viviamo tempi complessi.
Ma è altrettanto vero che non tutti i settori sono in crisi.

Chiedere un aumento, crisi o non crisi,
non è irrispettoso né inadeguato.

Nessuno ha mai chiesto un aumento mentre l’azienda stava fallendo.
Chi chiede lo fa perché sa di portare-valore.

4. Paura del rifiuto

Chiedere espone.
E il “NO” fa male.

Perché lo viviamo come un rifiuto personale.
Un colpo all’autostima.

Ma un “NO” iniziale non chiude la partita.
Spesso è proprio da lì che parte la trattativa.

La volta dopo puoi tornare con:

  • dati concreti
  • risultati misurabili
  • valore di mercato

Separare l’emotività dalla richiesta riduce gran parte dell’attrito.

5. Paura di negoziare

Negoziare non è facile.
Richiede allenamento, pazienza, lucidità.

Incassare un “NO”.
Rilanciare.
Aspettare il momento giusto.

Nessuno nasce negoziatore.
Si impara.
Come tutto ciò che conta.

6. Paura di perdere il lavoro

Chiedere un aumento equivale a rischiare il licenziamento?

I dati dicono il contrario.

Secondo PayScale.com,
il 75% di chi chiede un aumento ne ottiene uno.
Più della metà ottiene l’importo richiesto.

Anche perché … sostituire un dipendente costa spesso molto di più
che riconoscere un aumento (non vale per tutti i settori, ma per molti sì).

Prima di lanciarti, chiediti:

  • Quanto è trasparente la tua azienda su stipendi e bonus?
  • È un tema aperto o un tabù?
  • Se è un tabù, sei pronto ad andare al tavolo con fatti e numeri?

Più resti concreto,
più aumentano le probabilità di successo.

In finale

Non chiedere un aumento non ti rende più leale.
Ti rende invisibile.

Il punto non è se chiedere.
È come farlo.

E soprattutto:
quanto valore sei disposto a riconoscere a te stesso,
prima che lo facciano gli altri.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di
negativo,
svantaggioso,
spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti,
guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico,
sgradevole,
petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti,
azioni
o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

traditore al lavoro

Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.

E quel sangue non si lava…mai.”

Giacomo Colosio

Doppio-giochista.
Opportunista.
Traditore.
Giuda.
Pugnalatore alle spalle.
Fedifrago.

Chiamalo come preferisci…

hai capito perfettamente di chi sto parlando.

Di quello/a che sembra tuo amico.
Un alleato.
Un fedele collega.

E invece ti ruba l’idea.
Il progetto.

Ti manda avanti al massacro
per poi occupare il tuo posto.

È quello/a che si infila — come una serpe —
nella piccola apertura che lasciamo nella nostra “corazza”.

Perché crediamo negli altri.

Nella loro buona fede.
La loro correttezza.

Ed è lì che giocano.
E spesso… giocano anche bene.

Perché lo fanno?

Tornaconto, rancore e… piacere.

Rendimento personale.
Vendetta.
Invidia.
Smania di successo.
O semplice godimento.

Il traditore è difficile da identificare.

Di solito, quando ci riesci,
ha già affondato la lama.

È troppo tardi.

Il giuda prende il tuo suggerimento,
fa sua l’idea,
agguanta le informazioni.

Se il progetto ha successo,
si fa avanti per prendersi il merito.

Se fallisce, invece:

era la tua idea.
La colpa è tua.

Ti accusa.
Ti diffama.
Diffonde calunnie.

  • “Lo sapevo.”
  • “Avevo sentore del tracollo.”

Ed è sorprendente come, spesso,
direzione, titolari e azienda
sembrino “all’oscuro” di comportamenti
che in realtà tutti conoscono.

Ma gossip e pugnalate alle spalle
non sopravvivono senza
un pubblico ricettivo.

Su questo, credo, siamo d’accordo.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle

(prima che sia troppo tardi)

1. Il traditore sussurra come un cospiratore

Conosce ogni indiscrezione.

Ogni confidenza.
Ogni malignità.
È il pettegolezzo dell’ufficio.

Colpire alle spalle richiede informazioni privilegiate.
E lui/lei… le ha sempre.

Sussurra.
Osserva questo dettaglio.

Non tutti i sussurratori sono traditori, è vero.

Ma il sussurro è il mezzo più rapido per diffondere informazioni,
raccomandando il segreto
e facendo sentire l’altro “speciale”.

Qui sta la loro forza.

2. Il traditore manipola le informazioni

Distorce.
Drammatizza.
Esagera.

Rende tutto più piccante o più tragico,
secondo convenienza.

Finge grande onestà.

Si mostra impegnato.
Spirituale.
Indispensabile.

Si mescola con tutti.

Ha tutte le informazioni perché…
è la fonte del gioco.

Essere una persona forte
non significa essere aggressivi o imporsi,
ma comunicare con sicurezza e autorevolezza.


Trovi spunti pratici nei miei libri
Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025)

e “Prima volta Leader”.

3. Si mostra sempre impegnato e sovraccarico

Alla base delle pugnalate ci sono spesso:
invidia, incompetenza, frustrazione.

Sorride sempre.
Sussurra.
Crea fiducia.

Parla soprattutto di cose negative.
Svaluta il lavoro degli altri.

Si dipinge come indispensabile.
Rimane oltre l’orario.
È sempre stanco.

Spesso non è una persona felice.
Serena.
Realizzata.

E difficilmente i traditori
si apprezzano tra loro.

4. Ha bisogno di parlare continuamente di sé

Parla ossessivamente di quanto sia bravo,
efficiente, produttivo.

Il vanto implicito è quasi sempre
segno di insicurezza.

Chi ha vera autostima
non ha bisogno di convincere nessuno.

Lo dimostra con i fatti.

5. Ti fa “scattare” l’istinto

La prima volta che l’hai incontrato,
il tuo istinto ha lanciato l’allarme.

L’istinto vede oltre
le maschere,
i sorrisi finti,
le frasi di circostanza.

  • “Puoi contare su di me.”
  • “Mi sei piaciuto dal primo momento.”

Quando senti quel brivido…
ascoltalo.

C’è quasi sempre una buona ragione.

6. È un abile adulatore

L’adulazione gonfia l’ego.

E quando l’ego è gonfio,
diventiamo facili prede.

Complimenti.
Richieste di “consigli”.
Idee che poi diventano sue.

E se non funzionano?
Indovina di chi era l’idea?

7. Ha già colpito altri

Spettegola su chi esce dalla porta ufficio.

Diffonde infamie.
Calunnie.

Se l’ha fatto con altri…
perché non dovrebbe farlo anche con te?

8. Cerca subito di ingraziarsi

Soprattutto se sei nuovo.

Sorrisi.
Accoglienza.
Alleanze lampo.

Ti fa sentire “dentro”
per renderti più facile da inghiottire.

Dà ragione a tutti.
Appoggia ogni idea.

Pronto a cambiare bandiera
al primo vento favorevole.

Di solito non si individua un traditore
prima che sia troppo tardi.

Se sospetti qualcuno,
osserva.

Valuta con attenzione

Non reagire di impulso.
Osserva. Annota.
Raccogli fatti.

Proteggi idee, relazioni e reputazione.

Il punto è questo:
la maturità professionale non è fidarsi di tutti,
è scegliere con attenzione di chi fidarsi.

Restare “aperti” senza essere sprovveduti.

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare

tacere

“Le persone che sanno poco sono solitamente dei grandi parlatori,
mentre gli uomini che sanno molto dicono poco.”

Jean-Jacques Rousseau

Dovremmo parlare molto meno.
Tutti.

La crescita personale inizia quasi sempre da una presa di coscienza scomoda:
il problema, spesso, siamo noi.

Parliamo troppo.
Parliamo male.
Più del dovuto.

E a volte — senza volerlo — quando parliamo appariamo:

  • offensivi
  • incompetenti
  • poco corretti

In due parole: facciamo danni

Viviamo in un’epoca travolta dalle parole.
Dalle chiacchiere.
Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono valore.
Peso.
Significato.

E non sempre sono la soluzione.
A volte, il silenzio parla molto più forte.

Non siamo consapevoli della potenza delle parole

Basterebbe ricordare quante volte:

  • una parola di troppo
  • un lapsus
  • una frase fuori posto

hanno distrutto:

  • un progetto
  • un colloquio
  • rapporto con un cliente
  • la relazione con collega o il capo
  • la tua immagine di leader

Si parla molto delle frasi chiave dei grandi leader.
Meno della loro abilità opposta.

Stare in silenzio.

Come scrivo in “Prima volta Leader”,
c’è un tempo per parlare
e un tempo per tacere.

E ascoltare.

Ecco 15 situazioni in cui tacere è molto più intelligente che parlare.

1. Taci se non hai nulla di significativo da aggiungere

Hai già detto quello che dovevi dire?
Anche in modo semplice e asciutto?

Perfetto.
Adesso taci.

Comunicare non è parlare tanto,
ma avere qualcosa da dire.

Aggiungere parole per sembrare più competenti spesso produce l’effetto opposto:
indebolisce il messaggio
e mina la fiducia di chi ascolta.

2. Taci se non intendi mantenere la parola

Una promessa è una promessa.

Se parli senza intenzione di mantenere ciò che dici,
le persone smetteranno di ascoltarti.

Per sempre.

Se stai parlando solo per fare il brillante
o per imitare il “leader ideale”,
meglio tacere.

3. Taci quando sei arrabbiato

Con emozioni forti, le parole diventano armi.
Una volta dette,
non esiste rewind.

Il danno è fatto.

Quando sei arrabbiato:

  • non giudicare
  • non criticare
  • evita di spiegare

Prenditi tempo.
Allontanati.
Raffredda la mente.

Il tuo successo professionale passa anche da qui.

4. Taci se non conosci bene i fatti

Non giudicare prima di capire.
Non reagire prima di sapere.

Parlare senza conoscere i fatti porta spesso a:

  • dietrofront imbarazzanti
  • scuse forzate
  • relazioni da ricucire

Lasciare il segno non significa parlare di più,
ma farsi ascoltare meglio.

5. Taci se non conosci l’argomento

“Meglio tacere e sembrare stupidi
che parlare e togliere ogni dubbio.”

Oscar Wilde

Il silenzio imbarazza.
E per questo molti lo riempiono a caso.

Ma è sempre meglio tacere
che blaterare su ciò che non si conosce.


Approfondisci nei miei libri:

Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025

Prima volta Leader” – per chi muove i primi passi nel ruolo

6. Taci e impara ad ascoltare

Ascoltare significa spegnere il dialogo interno.
E dedicare attenzione reale all’altro.

Chi sa ascoltare diventa:

  • un punto di riferimento
  • una presenza autorevole
  • una figura di fiducia

L’ascolto è il primo passo verso una comunicazione efficace.

7. Taci quando sei profondamente sfiduciato

Demoralizzazione, delusione, amarezza.

Se parli in questi momenti,
rischi solo lamenti e piagnistei.

Meglio tacere.
Sfogarsi sì.

Ma nel posto giusto.
Con la persona giusta.

Con un amico fidato davanti uno spritz?

8. Taci quando stai diventando “pesante”

Troppo meticoloso.
Troppo perfetto.
“So tutto io”.

Non è autorevolezza.
È insicurezza.

9. Taci dopo aver detto qualcosa di importante

Dopo una frase forte,
fermarsi amplifica l’effetto.

Darai maggiore enfasi alle tue parole!

Il silenzio
è parte del messaggio.

Se non fai una pausa, l’effetto si perde nel flusso,
smarrendo incisività ed efficacia.

10. Taci se non sai ancora come dirlo

Se non hai pesato le parole.

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • esagerato

Meglio tacere.
Per ora.

11. Taci se nessuno ti ha chiesto un consiglio

Spesso le persone parlano per condividere.
Non per ricevere soluzioni.

Metti da parte il tuo ego.

Il bisogno di “salvare”.
Il ruolo del guru.

12. Taci se stai parlando solo per piacere

Se cerchi sempre di piacere agli altri,
per paura di essere escluso, deriso, rifiutato.

Se parli per essere accettato,
stai tradendo te stesso.

13. Taci se stai ripetendo lo stesso concetto

Ripetere non rafforza.
Disperde.

La chiarezza nasce dalla sintesi.

Scopri il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
per imparare a gestire voce, postura e linguaggio del corpo con impatto reale.

14. Taci se stai cercando di fare il brillante

Quando non lo sei.

Il rischio?
Essere l’unico a ridere.

15. Taci se vuoi far crescere le persone

A volte aiutare significa non intervenire.
Fare un passo indietro.

Lasciare spazio.
Consentire all’altro di crescere.
Sbagliare.

Permettere alla persona di costruirsi la propria capacità,
competenza,
fiducia.

In finale ..

Saper tacere è una delle competenze più sottovalutate nella leadership.

Il silenzio non è assenza.
È presenza consapevole.

Chi sa stare in silenzio:

  • comunica forza
  • costruisce relazioni più solide
  • esercita una leadership più autentica

Spesso, la leadership sta proprio lì.
Nel saper tacere.

Troppo da fare? Il tempo per criticare i collaboratori però lo trovi sempre!

per criticare

Siamo onesti.
Non hai tempo.
Scadenze imminenti,
Le grane da risolvere,
il target da raggiungere.
Chi più ne ha più ne metta.

Sei il leader, il capo.
È normale avere tempi “strettissimi”.

Tempi stretti? Ma per criticare il tempo lo si trova … sempre!

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In effetti, non ho incontrato un solo responsabile, manager o team leader che mi abbia detto di non aver il “tempo contro”…
ma poi il tempo per criticare,
rimproverare,
disapprovare,
biasimare,
chissà perché poi … lo trova sempre!

Di fronte a una prestazione negativa da parte dei tuoi collaboratori,
puoi essere un capo esigente,
uno con “la critica facile”, pignolo e pesante … ma è altrettanto giusto restare impassibili di fronte a una performance positiva?

È motivante chiudere la questione con un semplice “Ok, grazie”?
Metti la stessa energia ed emotività per criticare rispetto a quando porgi un riconoscimento positivo?

Trovi normale tutto questo?
Certo che sì.
Che domanda!

Quando lo chiedo, la stra-grande maggioranza (per non dire tutti) dà per scontato ricevere dai propri collaboratori prestazioni in linea con le aspettative “Far bene le cose fa parte del loro lavoro”.

Consideriamo la performance positiva come … dovuta, doverosa, ovvia

Valutiamo il riconoscimento per un lavoro ben eseguito da parte dei nostri collaboratori come “inutile”, “tempo perso”.
“Sanno che li apprezzo”.
“Non critico quindi sanno che stanno lavorando bene”.

Addirittura qualcuno pensa che con un feedback positivo “qualcuno si potrebbe montare la testa”.
Lo trovi ancora normale?
 


 

Significa che non sei consapevole che la maggior parte delle persone desidera essere tenuta nella giusta considerazione!
L’autostima è un bisogno umano e si alimenta di riconoscimento e fiducia in se stessi.
La gratificazione è il motore che ci spinge a dare il massimo per ottenere risultati sempre migliori.

L’apprezzamento e il riconoscimento sono molto importanti,
se non la cosa più importante nella gestione del personale,
perché valorizza il lavoro fatto.
Giorno dopo giorno.

Soprattutto in questi tempi incerti e complessi si raccolgono molti “NO” ed è fondamentale riconoscere e sottolineare ogni “SI” che si riesce a conquistare con la fatica e l’impegno.

Non fermarti solo ai numeri e il budget

Non tutti mirano solo a timbrare il cartellino,
tirare le otto ore e aspettare lo stipendio alla fine del mese.

Riconoscere ai propri collaboratori il lavoro fatto,
i rischi che hanno preso e i risultati che hanno ottenuto crea un ambiente di lavoro positivo,
motivato e molto produttivo.

È una competenza fondamentale per ogni persona responsabile di un team (grande o piccolo che sia, poco importa).

Non aspettare la revisione o il colloquio annuale per complimentarti o dire grazie a un tuo collaboratore.
Complimenti e apprezzamenti ben fatti possono costruire e rafforzare le relazioni, aumentare la fiducia, migliorare la produttività e ridurre il turnover del personale.

Esagerazioni?
Non direi proprio.
La ricerca mostra che la maggior parte dei dipendenti desidera semplicemente un ringraziamento o un apprezzamento
da parte del capo o del supervisore per il lavoro svolto.
Semplicemente.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Concentrati sulla crescita motivazionale del tuo staff creando uno spirito di squadra attraverso l’apprezzamento e il riconoscimento.
Un leader eccellente riesce a trovare anche (e soprattutto) il tempo per apprezzare.
Non solo per criticare.

Fai in modo che ogni tuo collaboratore sappia che lo consideri la chiave del tuo successo.

P.S. – importante

Durante le sessioni di coaching mi capita (spesso) che le persone che ritengono “inutili” e “tempo perso” apprezzamenti e riconoscimenti per un lavoro ben eseguito dei propri collaboratori …

si lamentino (ironia della sorte?) proprio di non ricevere a loro volta feedback positivi, approvazioni, riconoscimenti o appoggio da parte del management, del “gran capo” o dal titolare dell’azienda.

10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna

talento

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
E’ il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento contribuisce sicuramente al successo.
Ma da solo non basta.

Eppure è forte la tentazione di credere che solo quelli baciati dalla fortuna saranno premiati … solo quelli che hanno talento arriveranno ai posti più desiderabili e più ambiti.

Il talento non basta per avere successo

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Oltre al talento occorre la capacità di resistere alle distrazioni e alle tentazioni, al fine di raggiungere un obiettivo.
È la capacità di resistenza, di ristrutturare i fallimenti e le sconfitte.
È la capacità di rialzarsi per la centesima volta.
È necessario essere perseveranti nonostante gli ostacoli che incontriamo sulla nostra strada.

Se invidi il talento del tuo collega, del tuo capo, del tuo compagno di squadra, di tuo fratello, ricorda che … il talento da solo non basta occorre tenacia, grinta, duro lavoro quotidiano.

Come twittato da Bill Gross, via Fouad ElNaggar ecco 10 qualità che possiedono le persone di successo (cui tutti noi, e anche tu puoi attingere) che non richiedono né talento né fortuna.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema.
Parti da qui.
Inizia da queste 10 qualità.
La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo, ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.

Ecco 10 qualità di successo che non richiedono nè talento nè fortuna:

1. Essere in orario

Essere in ritardo, per qualsiasi motivo, è imperdonabile.
Grida all’inaffidabilità.
Non c’è scusa che esista.
La tua puntualità la dice lunga su di te.

 


 

Essere in orario è la regola n.1.
Non importa se si seguono tutte le altre regole.

2. Lavorare in modo etico

L’etica che dimostri al lavoro “dice” molte cose su chi sei … come professionista e come persona.

Si tratta del tuo atteggiamento, il tuo comportamento, la tua comunicazione e l’interazione.
“Come” fai il tuo lavoro.
Coinvolge caratteristiche come l’onestà, la trasparenza e la responsabilità.

3. Sforzarsi

Il primo tratto nella persona resiliente si esprime con la capacità di dedicarsi completamente
ad un’attività. Impegnarsi per portare a termine un compito senza lasciarsi scoraggiare o spaventare dalla fatica.

4. Linguaggio del corpo adeguato

La ricerca ha dimostrato che, quando si tratta di prime impressioni, abbiamo pochi secondi (non minuti) per lasciare un’impronta positiva.

Che cosa si può fare per avere un buon impatto?
Cominciamo con il modo giusto di usare il nostro corpo.

Essere consapevoli di come si utilizza il corpo non riguarda solo come si è percepiti, ma anche come ci si sente. Camminare con calma, con un sorriso sul tuo viso, forte contatto visivo, la postura “tirata verso l’alto” ti fa apparire rilassato, fiducioso e positivo e in grado di far fronte alle pressioni.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Energia

È la capacità di essere attivi.
È la forza fisica o mentale che ti permette di fare le cose.
Energia è entusiasmo e impegno.

6. Attitudine e comportamento

Qual è il tuo atteggiamento nei confronti del lavoro?
Lavori per soldi, per pagare il mutuo o per passione?
Come intendi dare il tuo valore aggiunto?

L’attitudine è il tuo modo di vedere la vita, il tuo modo di pensare, di sentire e di comportarti.

Il tuo atteggiamento è la forma di espressione di se stessi.
Si può scegliere di essere felice, positivo e ottimista oppure si può scegliere di essere pessimista e critico.
La scelta è tutta tua.

7. Passione

“La passione è un po’ come l’amore. È difficile, probabilmente impossibile, da definire in termini precisi, ma facile da vedere e sentire quando è presente.”.

Charles Kovess

La passione è emozione, sentimento, gioia ed entusiasmo.
Eccitazione.
La passione che metti sul lavoro parla della tua determinazione e la fiducia in se stessi.
È fare qualcosa che si ama.

La passione non è un pensiero intellettuale.
Si tratta di un sentimento, un’emozione.
Anima.

8. Essere “allenabile”

Tradotto da “Being coachable”.

Essere “cocciabile”, essere “allenabile”, ovvero …

la capacità d’impegnarsi per il proprio sviluppo, avere “fame” per il feedback da parte degli altri, possedere la volontà di essere corretto e di essere aperto a tutto ciò che può migliorare se stesso.

La disposizione a lasciare agli altri la propria valutazione e rendersi conto che il cammino di sviluppo personale non può essere percorso da solo.

“Allenabilità” richiede fiducia nel coach.
La fiducia si basa su valori e obiettivi condivisi.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Fare l’extra

L’extra è qualcosa che è fatto in aggiunta ai requisiti del contratto.
Fare qualcosa extra è buono, non solo per gli altri ma anche (e soprattutto) per te stesso.
È quel qualcosa in più.

10. Essere preparati

Essere ben preparati è la chiave per affrontare le sfide future della vita e del lavoro.
Sapersi adattare al mondo portando un valore aggiunto tangibile all’azienda, dimostrare le conoscenze acquisite, le abilità raggiunte nel tempo dimostrando il coraggio e il senso di responsabilità.

E adesso che lo sai … che cosa fai?
Quale sarà la tua prossima mossa?

“Per fare una carriera come la mia il talento non basta.
Quando ho debuttato con la Nazionale pensavo fosse sufficiente, poi ho capito che per arrivare dove sono ora dovevo metterci del mio.
In campo serve tanta rabbia, la fortuna ogni tanto aiuta ma la rabbia è un ingrediente fondamentale
“.

Gianluigi Buffon

Investi su te stesso. Passa all’azione. “Fai” coaching.

fare coaching

Le risposte ci sono già.
Sono tante.
Sono dappertutto.
Non hai difficoltà a recuperarle.
Basta digitare.

Le risposte che cerchi sono dappertutto

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Viviamo in una cultura che offre già un numero considerevole di risposte,
pensa a internet,
all’offerta di libri, corsi, seminari, workshop.

Chissà quante volte le hai lette.
Quante volte le hai già sentite.

Se non è servito niente.
Se è cambiato poco.
Significa che (forse) non è quello di cui hai bisogno.

Il problema che (spesso) sono risposte standard e poco personalizzate.
Generiche e tutt’altro che incisive.

Il mio obiettivo di coach non è darti risposte

Il mio proposito di coach non è darti scorciatoie, formule magiche all’ultima-moda, slogan a effetto, consigli o pareri (“Fai questo … non fare quello”), giudicarti, giustificarti oppure consolarti.
E tanto meno darti risposte che conosci già.

Se anche tu hai (o hai avuto) problemi di motivazione o di leadership sai perfettamente che se anche ti dò una pacca sulla spalla dicendo: “Dai, forza motivati!” non ti sarà di grande aiuto.
Se non sei nello stato mentale giusto, questo tipo di consiglio lascia il tempo che trova.

Il mio obiettivo di coach è aiutarti a scoprire le risposte che “possiedi” già, crescere la fiducia in te stesso, allenare i tuoi “muscoli caratteriali” e sbarazzarti delle false credenze e di quei limiti che ti “ancorano al terreno” e non ti permettono di volare verso il tuo reale potenziale.

La tua leadership va “allenata” ogni giorno

 


 

Essere leader richiede coraggio, pratica e fatica.
Motivare un team è un impegno quotidiano.

Non puoi più restare legato a comportamenti oramai sorpassati “Tu fai quello e tu fai quest’altro”.
È necessario coinvolgere le persone che lavorano con te.
Non concentrarti solo sui compiti da eseguire e sulle cose da gestire.

È un “paziente costruire”, giorno per giorno e richiede tutta la tua attenzione e il tuo coinvolgimento.
Ci vuole impegno.
Ti serve consapevolezza.
Ti occorre strategia.
Grinta.

Fare coaching vuol dire passare all’azione

Se c’è qualcosa che deve cambiare nel tuo “modo” di lavorare, prendi provvedimenti.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.
Fai coaching.

Fare coaching significa dirsi “È il momento di cambiare. Mettere una marcia in più“.

Se hai sentito “parlare di coaching” ma non ti sei ancora deciso,
lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

9 modi per aumentare la tua forza mentale

forza mentale
Affrontare la concorrenza.
Recuperare rapidamente dagli errori.
Riconquistare l’autostima dopo un fallimento.

Gestire situazioni complesse.
Elaborare strategie.
Guidare collaboratori e colleghi.

Il mondo del lavoro non è mai stato così difficile e complesso.

Come ribadisco nel mio libro “Autorevolezza” – ora nella NUOVA edizione aggiornata 2025,
non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.

È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è evidente.
La vedi,
la misuri,
la riconosci.

La forza mentale no.

Eppure, è quella che fa la differenza
quando la pressione aumenta,
quando sbagli,
quando tutto sembra andare storto.

Costruire forza mentale è difficile

Ma si può allenare.

La forza mentale cresce con la pratica.

Ti permette di seguire i tuoi obiettivi,
superare le difficoltà
e affrontare le avversità con fiducia.

È indispensabile se vuoi avere successo.

Hai chiaro cosa significa davvero?
Cosa ti porterà risultati nel lavoro e nella vita?

Hai la forza mentale giusta per gestire
le emozioni,
i pensieri
e i comportamenti?

Ecco 9 modi per aumentare la tua forza mentale:

1. Avere autocontrollo

Quando non ci sentiamo abbastanza forti, spesso attacchiamo.

Aggrediamo per gestire il conflitto.

I leader più solidi sanno che non serve essere aggressivi.

Perché hanno potere.

Essere il più duro, il più cattivo o il più rumoroso
non significa essere forti.
È solo bullismo.
Spacconeria.

Autocontrollo significa:
domare impulsi,
desideri e pensieri,
gestire le emozioni,
incanalare l’energia in modo costruttivo.

Non è facile.
E non è da tutti.

Controlla te stesso.
Non cercare di controllare gli altri.

Gestisci i tuoi punti deboli.
Non coprirli.

2. Usare pensiero positivo e negativo

Essere positivi non significa essere ottimisti ingenui.

Gli ottimisti creduloni aspettano che le cose migliorino.

Le persone mentalmente forti si adattano.

Scelgono di essere positive per trovare soluzioni,
ma usano anche il pensiero negativo in modo strategico:
prepararsi al peggio,
essere prudenti,
valutare i rischi.

Equilibrio,
non illusione.

3. Usare un dialogo interno potenziante

Il tuo dialogo interiore influenza profondamente
come ti senti
e come agisci.

La profezia che si auto-avvera funziona. Eccome.

  • “Tanto sbaglio sicuramente.”
  • “ Lo sapevo che fallivo.”
  • “ Non troverò mai più lavoro.”
  • “ Sono un perdente.”

Cosa diresti a un amico che parla così di sé?

Sostituisci i pensieri distruttivi
con pensieri realistici.
Offriti parole gentili.

Parla a te stesso
come parleresti al tuo caro amico.

4. Prendere in carico le emozioni

Essere di cattivo umore capita.
Lasciare che le emozioni guidino la tua vita, no.

Quando le emozioni prendono il controllo,
la forza mentale si indebolisce.

Osserva come influenzano le tue scelte.
Riprendi il comando.

Affronta il disagio.
Allenati a tollerarlo.

Più lo fai,
più diventi capace di affrontare nuove sfide.

5. Tirare fuori la grinta

Talento e intelligenza aiutano.
Ma non bastano.

Serve grinta.
Tenacia.
Perseveranza.

Ricercatori come Angela Duckworth lo dimostra:
la grinta conta più del talento.

Se non ti senti geniale, brillante o fortunato,
questa è una buona notizia.

Il talento è utile.
La grinta è decisiva.

Se vuoi approfondire il tema “grinta”
puoi leggere il mio post
Cosa desideri di più? Intelligenza, talento, fortuna? No, grinta nient’altro!

6. Uscire dalla zona di comfort

Essere comodi è piacevole.
Ma non rafforza.

Entrare regolarmente in situazioni nuove
costruisce forza mentale.

Non serve fare imprese estreme.
Bastano piccoli sconfinamenti:
nuove persone,
nuove richieste,
nuove sfide.

All’inizio è scomodo.
È normale.

Più disagio attraversi,
più diventi resistente.

7. Non temere il fallimento

Non è il successo a costruire la forza mentale.

È la mancanza di successo.

Gli errori insegnano cosa cambiare.
Sono gradini,
non condanne.

Continua a provare.
Aggira gli ostacoli.
Usa i fallimenti per diventare più forte.

Le persone che ammiri
non sono quelle che non cadono,
ma quelle che si rialzano.

8. Vivere nella realtà

Illusioni e fantasie proteggono dal dolore,
ma allontanano dalla crescita.

La persona mentalmente forte
accetta la realtà, anche quando è scomoda.

Restare nel disagio richiede coraggio.

Meno scappi,
meno potere hanno paura e ansia.

9. Accettare la paura aumenta la forza mentale

Avere paura è normale.
Combatterla, no.

La paura va accettata.
A volte “ringraziata”.

Ci rende prudenti.
Ci protegge.
Salva.

Senza paura saremmo
imprudenti,
temerari,
pericolosi per noi stessi.

Quando affronti ciò che ti spaventa,
chiediti:
che valore può avere questa azione per me?

Trasforma la paura in alleata.
Usala per avanzare con più consapevolezza.

In conclusione

La forza mentale non è durezza.

È la capacità di restare lucidi, presenti e responsabili
anche quando sarebbe più facile mollare.

Se dopo una pausa o una delusione professionale
senti di aver perso sicurezza

il coaching mirato può aiutarti a
riconnetterti ai tuoi punti di forza.

Scopri “Ritrovare autostima e sicurezza dopo una pausa o un momento difficile”.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

maggiori responsabilità

Sei veramente bravo in quello che fai.
Quindi non è una sorpresa che hai il desiderio di affrontare cose più grandi.

Un progetto più grande. Un mandato più ampio.
Il team più grande.

È stimolante, invitante, interessante e remunerativo.

Maggiori responsabilità. Fantastico? Uhm!

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Adesso le responsabilità in più ti pesano sul groppone e ti fanno vacillare sotto il peso di queste nuove incombenze?

Non te l’eri immaginato così, dì la verità?
Non ci avevi pensato?

Hai calcolato male il rovescio della medaglia?

Ti sei concentrato solo su un lato (quello piacevole).
Adesso ti senti impreparato e disorientato.

Maggiori responsabilità, più pressione, più stress, critiche dal personale e dai capi, più (e sempre più complessi) problemi da risolvere, più persone da gestire, top manager o titolare da accontentare.
Più di tutto.
Troppo di tutto.

Se trovi le tue nuove responsabilità troppo pesanti, e ti sei pentito di aver chiesto-di-più, ecco 7 cose da tenere a mente per non annegare in un mare di rammarico e pentimento:

 


 

1. Accetta il prezzo da pagare

Prima di accettare le nuove responsabilità eri concentrato solo sugli aspetti piacevoli del nuovo ruolo.
E adesso?
Sei focalizzato solo su quelli spiacevoli e sgradevoli.

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

Prima consapevolizzi che devi pagare il prezzo e accettare le difficoltà … meglio è!

Soffermarsi e indugiare troppo su dubbi e timori può influenzare il tuo presente e rovinare il tuo futuro.
Passa oltre prima di restare intrappolato.

2. Maggiori responsabilità vuol dire più pressione

Avere responsabilità non è facile.
Avere responsabilità non è per tutti.

Serve tenacia.
Occorre sacrificio.
Dedizione, coraggio, rischio.

Avere più responsabilità non è semplice.
Chi non le ha, non lo sa.

 


 

3. Chiedere aiuto non significa mostrare debolezza

Immagini i tuoi colleghi sogghignare o il tuo capo scuotere la testa con il classico: “Te l’avevo detto”?

Il timore di chiedere aiuto è di solito basato sulla paura di non “essere all’altezza”.

Chiedere aiuto non è debolezza. È forza. Saggezza.
È riconoscere che se non si trova una stampella … si rischia di cadere.

In questo frangente, chiedere-aiuto è (senza dubbio) la scelta migliore, più audace e più brillante che tu possa fare.

 
COLLOQUIO DI SUCCESSO scopri il tuo percorso di coaching ideale
 

4. Non concentrarti sul giudizio delle persone

La gente ti giudicherà, comunque.
Questo è un fatto. È così che funziona.

Anche se sei il più bravo e il migliore. Anzi, proprio perché sei il più bravo e il migliore.

I collaboratori giudicano il loro capo. Il team leader giudica i collaboratori.
I team giudicano le decisioni prese a un livello più alto.

Non prendere decisioni in base a come la gente ti potrebbe giudicare.

5. Il disagio che senti è collegato al “nuovo”

Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, un nuovo ruolo, maggiori responsabilità?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, disagio, stomaco in tilt, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma! Va tutto bene. È solo insicurezza.
Incertezza perché non sai cosa accadrà.
Come andrà a finire.

Quando senti questa sensazione, dì a te stesso:
“Calma. Va tutto bene.
È nuovo”.

6. Non farti bloccare dalla paura

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Ma se non decidi mai, speri che il problema si risolva da solo oppure sei frenato dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri) … questo è veramente il peggiore degli errori che tu possa fare!

Decidere, anche sbagliando, è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla.

7. Sei tu l’attore della tua vita

Non è che stai reagendo, alle nuove responsabilità, in modo eccessivo?
Non è che (forse) stai ingrandendo, amplificando, esagerando?

In fondo, sei sempre tu che scegli come vanno le cose.

Se senti la pressione delle maggiori responsabilità hai sempre l’opportunità di …

  • Identificare persone con abilità specifiche che potrebbero tornarti utile;
  • Chiedere il supporto di un collega o di un manager;
  • Riformulare le aspettative (su di te e sui tuoi risultati) in modo più realistico per diminuire la pressione;
  • Chiedere il supporto di un mentore o un coach;
  • Delegare maggiormente verso il basso o verso l’alto;
  • Comunicare con chiarezza i rischi e le perplessità;
  • … puoi anche scegliere di non farti prendere dal panico.

La chiave per assumere maggiori responsabilità (senza farsi prendere dall’angoscia) è avere fiducia nel processo, non nel risultato.

Sei un giovane leader e hai bisogno di un supporto personalizzato?
Hai solo sentito “parlare” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?

Approfondisci con il coaching per giovani leader.

12 Tratti che identificano un manager incompetente

manager incompetente
Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta affrettata potrebbe essere:
ottenere buoni risultati.

È una risposta semplice.
Troppo semplice.

I risultati si vedono nel presente,
non raccontano come ci si è arrivati.

Sono influenzati dal contesto, dal team, da fattori esterni
e spesso da circostanze difficilmente replicabili.

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi professionali
(grandi o piccoli, poco importa)
è utile capire cosa fanno i manager di successo.

Ma è altrettanto importante sapere
cosa fanno di sbagliato i manager incompetenti.

Ecco 12 tratti ricorrenti.

1. Non prende mai decisioni

Trova sempre ottimi motivi per:

  • attendere
  • rimandare
  • raccogliere altre informazioni
  • ascoltare nuove opinioni

Paura di sbagliare.
Timore di fallire.

La paura può trasformarsi in prudenza.
E a volte è un bene.

Ma quando non si decide mai,
la prudenza diventa paralisi.

Il manager incompetente spera, inconsciamente,
che il problema si risolva da solo.

Pessima idea.

Decidere — anche sbagliando —
è sempre meglio che non decidere.

2. Il manager incompetente esagera con la segretezza

Bocca cucita.
Sguardo enigmatico.
Cenni d’intesa con pochi “eletti”.

Perché se il personale sapesse…
“non capirebbe”.

In realtà, le vere ragioni per la riservatezza
sono pochissime.

Un leader sicuro le riconosce subito.

Un leader insicuro ama i segreti
e paga il prezzo in fiducia e trasparenza.

Se tratti i collaboratori come bambini,
si comporteranno come tali.

Se li tratti da adulti, risponderanno da adulti.

3. È troppo sensibile con i collaboratori

Il manager insicuro vuole essere amato.
E per questo evita confronti chiari.

Se descrivi spesso il tuo team come
“troppo sensibile”,
forse stai parlando di te.

Quando l’autorità non è solida:

  • i problemi non si risolvono
  • crescono
  • “l’amore” verso il leader svanisce

4. Delega senza controllare

Delega tutto ciò che non sa fare.
Anche ciò che è critico.

All’inizio sembra una buona idea.
Poi diventa un rischio enorme.

La fiducia senza controllo
non è leadership,
è abdicazione.

Quando qualcosa va storto,
è troppo tardi per scaricare la colpa.


Vuoi lavorare su autorevolezza e carisma?

Ne parlo in modo pratico nei miei libri:

Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025)

e “Prima volta Leader”.

5. Ama in modo maniacale le procedure

Le procedure servono a velocizzare,
non a sacralizzare.

L’ossessione per il metodo
spesso nasconde un’incapacità più profonda:
non saper dare priorità.

Ci si perde in processi,
mentre le decisioni vitali restano ferme.

6. È ostaggio del personale

Quando un manager comunica (anche involontariamente)
che un collaboratore è indispensabile,
perde potere.

La “santificazione” di uno
distrugge il team.

Gli altri si sentono traditi.
La leadership si indebolisce.

7. Predilige collaboratori deboli

Il manager incompetente teme chi è più competente.
Ha paura del talento.

Il leader eccellente fa il contrario:
si circonda di persone migliori.

Se temi la competizione,
devi ancora lavorare sulla tua leadership.

8. Va in tilt sotto pressione

Predica calma.
Ma è il primo a perderla.

La pressione è normale.
La gestione emotiva è competenza.

Se crolli tu,
crolla il team.

9. Crea stress inutile

Tutto è urgente.
Sempre.

Compiti assegnati all’ultimo minuto.
Richieste improvvise.
Aspettative di perfezione.

Spesso il problema è uno solo:
mancanza di pianificazione.

10. Si concentra sui dettagli insignificanti

Assume persone di valore
ma poi non si fida.

Controlla tutto.
Decide tutto.
Blocca tutto.

Risultato?
Motivazione uccisa.
Crescita azzerata.

Puoi approfondire con il mio post su micro-management:
Il tuo team lavora solo quando ci sei: leader o controllore?

11. Il manager incompetente è allergico alle scadenze

Una scadenza è un impegno.

Senza scadenze:

  • non c’è traguardo
  • non c’è soddisfazione
  • ancor meno crescita

12. Lavora troppo

Ti vanti di straordinari a doppia cifra?
Non vedi mai la luce del sole?

Lavorare troppo non è eroismo.
È spesso incompetenza.

Chi non sa gestire sé stesso
non dovrebbe gestire gli altri.

In conclusione

Un manager competente
non è quello che “fa tutto”.

È quello che:

  • decide
  • comunica
  • regge la pressione
  • costruisce persone, non dipendenze

La leadership non è una posa.
È una responsabilità quotidiana.

Ed è lì che inizia
la tua leadership.

Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team,
è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Ci sono 2 categorie di oratori: quelli che sono in ansia e quelli che mentono”.
Mark Twain

Che tu sia un manager, un imprenditore, il team leader di un esiguo gruppetto di collaboratori … è normale essere chiamati a “dover parlare” davanti ad un gruppo di persone (il team, i capi, clienti, ecc.) anche per solo pochi minuti.

I motivi possono essere tanti: una nuova procedura di lavoro, una presentazione (di un nuovo collaboratore, di un prodotto, ecc.) una riunione, un rapporto o un resoconto, ecc. … gli esempi non mancano.

Il punto non è cosa dire.
Non sono poche le persone che hanno paura di parlare davanti gli altri (anche poche persone), che si sentono ansiose, nervose, “non abbastanza” e ne sono talmente terrorizzate da “annegare” in un mare di dubbi e fantasie di giudizi poco lusinghieri.

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Non c’è molto da aggiungere.
Se anche tu hai questi timori.
Sai di cosa sto parlando

Vediamo 10 passi per superare la paura di parlare in pubblico senza doversi nascondere:

1. Preparati una scaletta

Anche se il discorso è breve, preparati una scaletta con i punti chiave in modo da seguire un filo logico.

Ne guadagni in semplicità e chiarezza.

Non preparare mai un discorso a memoria.
Non ti farà sentire meno sciolto e impacciato e poi se … se dimentichi qualcosa, vai in tilt!

2. Ammetti il nervosismo

Scherzarci su.
È il modo migliore per scaricare la tensione.
Ammetti che sei un po’ nervoso di parlare davanti al tuo pubblico.

Dopo la tua ammissione, ti sentirai più rilassato … nessuno pretende da te una presentazione o un discorso epocale, imperdibile … irrinunciabile.

 


 

Immagina la loro sorpresa quando avrai fatto la presentazione davvero ottimo nonostante il tuo nervosismo dichiarato.

Quando scherzi o ammetti il tuo nervosismo, non cercare di impietosire, di intenerire o di entrare nelle “grazie” di chi ascolta.

Per Chi-ti-è-amico non è importante, per Chi-non-ti-ama non servirà lo stesso a salvarti da critiche pungenti.

3. Non si tratta di te ma del contenuto

Non prenderla sul personale.
Stai mettendo l’attenzione troppo su te stesso, piuttosto che sul tuo pubblico.
La tua persona non c’entra.
Le persone ascoltano solo “quello che hai da dire”.

Salvo che tu non sia un VIP, una celebrità, un’autorità, le persone sono concentrate solo sui tuoi contenuti.
Non sono interessate a te come persona.

Ricordi la ragione del tuo discorso?
Devi spiegare, ispirare o intrattenere (o una combinazione dei tre)?
Bene, dai alla persone quello che si aspettano da te.

4. Stringere le mani prima di parlare

Prima di parlare potrebbe avere un effetto “calmante” salutare il tuo “pubblico” … presentarti, sorridere, ringraziare, stringere le mani.

Il contatto umano è un modo di “umanizzare” il pubblico e renderlo meno “minaccioso”.

5. Non cercare la perfezione

Essere autoironico sulle proprie gaffe suscita simpatia.
Quando ridi di te stesso, le persone ridono con te.

Non c’è niente di sbagliato nel dire “Ho dimenticato, dove sono rimasto …“.
Qualcuno del pubblico probabilmente te lo ricorderà delicatamente.

Anche i VIP, le celebrità fanno errori.
Quando lo fanno, spesso fa notizia.

Nessuno si ricorderà dei tuoi errori.
(sei un po’ deluso, di la verità?)
Quindi rilassati, non cercare la perfezione e segui il flusso.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

6. Il pubblico è costituito da persone come te

Parlare davanti gli altri significa consapevolizzare che gli spettatori sono essenzialmente solo persone (esattamente come te), molti delle quali soffrono la stessa paura di parlare in pubblico.

Applaudi te stesso per aver il coraggio di affrontare questa paura.

7. Non essere troppo severo con te stesso

Noi siamo i nostri peggiori critici.
Spesso, siamo molto perfezionisti, severi e petulanti.
Vacci piano!
Le nostre valutazioni sono molto lontane dalle valutazioni degli altri.

Riconosci che ti stai imbarcando in un’esperienza per te difficile e che stai dando il meglio.
Non chiedere a te stesso più di quanto puoi (realisticamente) dare.
Basta essere te stesso e sarai (davvero) brillante.

Ricorda che, anche alcuni grandi oratori del passato Churchill, J.F. Kennedy e Margaret Thatcher avevano ammesso di temere di parlare davanti gli altri.

8. La tua passione è la tua alleata

Se stai parlando a un gruppo di persone (grande o piccolo che sia) significa che hai qualcosa d’importante da condividere.
È la prova che qualcuno è interessato a te e alla tua esperienza.

Lascia che la tua passione e la tua competenza sia la forza trainante.

Qualsiasi pubblico (anche solo 2 persone) è un onore e un privilegio.
Alla fine sarà (sempre e comunque) gratificante.

9. Investi in supporti visivi

Se non ami parlare davanti gli altri e gli occhi “addosso”, una presentazione con slide PowerPoint distoglierà l’attenzione delle persone da te.

Gran parte del tempo, i loro occhi non saranno su di te.
Si perde in personalizzazione e fascino ma ti toglie tanta tanta pressione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

10. Parla a una persona alla volta

La gente, può essere paralizzante.
Solo guardando le persone … loro che guardano te … tutti in silenzio, solo per sentirti parlare, basta a far gelare il sangue e chiederti “ma chi me l’ha fatto fare”.

Per ovviare a questo, non ti resta che parlare ad una sola persona alla volta.
Scegli qualcuno del tuo pubblico e dedica a lui/lei tutta la tua presentazione.
Comportati con lui/lei come se stessi chiacchierando al bar davanti un caffè.

Parlare davanti gli altri? Prova a divertirti

Prova nuovi modi per migliorare la tua presentazione in pubblico.

Sperimenta un nuovo approccio divertente,
cammina intorno alla sala, invece di stare fermo.

Vedrai che parlare davanti gli altri non è poi così male, dopo tutto.
Parlare in pubblico, infatti, non è solo un dono, ma un’abilità che si impara, basta qualche tecnica ma tanto tanto esercizio.

Se desideri approfondire l’argomento scopri il coaching per autostima e leadership.

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.
Sei “uno che ne capisce”.
Sei accurato, puntuale, laborioso, focalizzato, uno che nel team ci sta bene.

In alto si sono accorti di te, si mormora di te, si parla di te …
in bene.
Ti senti gratificato dai risultati e dai feedback positivi che ricevevi.
Sei ambizioso.
Stai progredendo, i successi ti stanno solleticando.

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Qualcuno già vocifera (malignamente o invidiosamente) che ti stai preparando a fare il capo.
Retribuzione più alta, più prestigio e maggiore influenza.
Bene.
Benissimo.

Ti sei preparato al grande salto?

Il successo (che hai sempre desiderato) sta per arrivare.
Si accendono i riflettori … rullo di tamburi …
Wooooowww!
Che brividi!

Benissimo?
Uhmm…
Mica vero!

E quanti punti interrogativi!
Un crescente turbamento
soprattutto la notte

All’ora della verità, sei rimasto spiazzato.
Pressioni e responsabilità.
paura dell’insuccesso.

Hai calcolato il rovescio della medaglia?

 


 

Come mai?
Non ci avevi pensato?
Non hai calcolato l’altro lato della medaglia?
Ti sei concentrato solo su quello piacevole.
Adesso ti senti impreparato e disorientato.

Maggiori responsabilità, aumento della pressione, rischi elevati, più (e più complessi) problemi da risolvere, persone da gestire e top manager/titolare da accontentare.

Prima eri al sicuro, al riparo .. adesso sotto i riflettori ci sei tu!

Ora tocca a te … e scopri che non ti senti pronto.
Inadeguato.
Le tue (eventuali, presunte e legittime) mancanze in termini di competenze e skills le vivi con una forte apprensione.
Un’apprensione che può diventare annientante e paralizzante.
Paura. Paura dell’insuccesso.

La paura dell’insuccesso può essere paralizzante

“Se tu fallissi potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi.”
Beverly Sills

Man mano che scali l’organigramma, ti accorgi, anni dopo, che la “scala” non era quella giusta.
Accade.
Ormai troppo tardi per fare marcia-indietro.
Talvolta raggiungiamo (faticosamente) lo specifico obiettivo per poi accorgerci che non era quello di cui avevamo bisogno.

Qualcosa è cambiato.
La percezione di noi stessi diventa distorta e depotenziante.
Diventa mancanza di autostima.

Cosa fare? Devi uscire dalla tua zona di comfort e affrontare l’insicurezza e l’ignoto del nuovo ruolo, devi dilatare questa tua zona di comfort.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Devi conoscere te stesso e “lavorare” sulla tua autostima

Sei consapevole dei tuoi punti di forza e di debolezza?
Conosci lo scopo,
i tuoi valori e
la tua visione?

Sai gestire i tuoi comportamenti?
Le tue reazioni?
E quelle degli altri?

Conosci quello che funziona e che non funziona per te?

Sai gestire le attese,
la frustrazione e
l’insuccesso?

Più le tue risposte saranno oneste, più saranno incisive le tue azioni.
È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.
Se non vuoi diventare (anche tu) una percentuale nella statistica dei fallimenti da leadership.

“Raggiungere il successo senza raggiungere un discreto grado di autostima significa essere condannati a sentirsi per sempre un impostore sul punto di essere smascherato”. Nathaniel Branden

Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche
Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi scusa?
Chiedi spiegazioni?
Oppure te ne vai sbattendo la porta?

Ti infastidisce essere criticato…
anche quando sai di aver commesso un errore?

Chiariamo subito una cosa

Possiamo chiamarla in tanti modi:

  • rimprovero
  • critica
  • valutazione
  • feedback

Possiamo addolcirla con aggettivi come:

  • positivo
  • motivazionale
  • costruttivo

Anche riceverla con grande educazione.

Ma una cosa resta:

ricevere una critica non è mai piacevole.

Le critiche entrano in conflitto con un bisogno molto umano:

sentirci accettati e approvati.

Per questo è difficile non prenderla sul personale.

È normale avere paura delle critiche

Dopotutto, chi ama sentirsi dire cose negative su se stesso?

Spesso ci irritiamo anche per un altro motivo.

Quando lavoriamo bene…
tutto tace.

È dato per scontato.

Quando invece sbagliamo, l’errore viene subito evidenziato.

La reazione più istintiva?

  • mettersi sulla difensiva
  • ribattere
  • giustificarsi
  • contrattaccare

Oppure iniziare a pensare:

“Non valgo molto.”
“Sono incapace.”
“Se fossi bravo non mi criticherebbero.”

La vera domanda però è un’altra:
come possiamo trasformare una critica in un momento di crescita?

Vediamo alcune strategie utili.

1. Accetta di non essere perfetto

Nessuno è perfetto.
È un fatto.

Nella vita si sbaglia.
E prima o poi arrivano anche le critiche.

Possono riguardare:

  • il tuo comportamento
  • la tua prestazione
  • il tuo stile di lavoro
  • il tuo modo di relazionarti con il team.

Succede a tutti.

Le persone che hanno fatto strada nella vita hanno una cosa in comune:
hanno imparato dai propri errori.

Cadere fa parte del percorso.
L’importante è rialzarsi velocemente.

2. Ascolta con attenzione

Mantieni la calma.
Non chiuderti a riccio sulla difensiva.

Lascia che le emozioni si calmino.

Reagire con rabbia, scappare o rispondere in modo sproporzionato è umano…
ma raramente è costruttivo.

Che la critica sia fondata o meno, in quel momento prova a restare aperto all’ascolto.

Le critiche spesso contengono:

  • suggerimenti utili
  • spunti di miglioramento.

Se rimani calmo, la conversazione diventa più produttiva.

E i problemi si risolvono più facilmente.

3. Non prenderla sul personale

Questo è uno dei passaggi più difficili.

Prova a fare un piccolo esercizio mentale.
Immagina che la critica sia rivolta a qualcun altro.

Un manager.
Un responsabile di team.
Uno store manager…

che guarda caso ha il tuo stesso nome
e fa esattamente il tuo lavoro.

Quando crei questa distanza mentale, il tuo atteggiamento difensivo si riduce.

Perché non la stai vivendo come un attacco personale.

4. Chiudi la questione con eleganza

A volte la soluzione è più semplice di quanto pensi.

Ascolta.
Ringrazia.
Spiegati se necessario.

E poi chiudi la questione.

Evita di:

  • giustificarti all’infinito
  • tornare continuamente sull’argomento.

Più ribatti alla critica, più la rafforzi.

E una regola importante:

mai difendersi criticando chi ti critica.

5. Analizza ciò che hai sentito

Dopo il confronto, prenditi un momento per riflettere.

Non sentirti vittima o paralizzato.

Chiediti invece:

  • “Cosa è successo davvero?”
  • “Ho lavorato abbastanza su questo progetto?”
  • “Mi rimproverano una mancanza di precisione?”
  • “Determinazione?”
  • “Incisività?”

6. Accetta che gli altri possano vedere cose che tu non vedi

Chi ti critica vuole davvero denigrarti?

Oppure sta cercando di prevenire un problema?

Magari sta cercando di farti notare qualcosa che tu non avevi visto?

Per questo è utile fare domande precise:

  • “Quale aspetto del mio atteggiamento ti crea problemi?”
  • “Quale parte del lavoro non ti è piaciuta?”
  • “Cosa dovrei migliorare nel mio approccio?”

Domande mirate spingono l’altra persona a essere più concreta.

E a non sparare critiche generiche.

7. Chiarisci il tuo disappunto (se necessario)

Se una critica ti ha fatto arrabbiare, non accumulare malumori.

Parlane con la persona interessata.

Spiega cosa ti ha infastidito e prova a trovare una soluzione insieme.

Spesso un confronto diretto rafforza il rapporto invece di rovinarlo.

8. Cerca una soluzione

Ti hanno rimproverato per qualcosa?

Dimostra che sei disposto a migliorare.

Non per paura delle critiche.
Ma per crescere.

Chiediti:
“Cosa posso imparare da questa situazione?”

Dare feedback nei momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching miratoDare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede anche questo.

Se la critica è fatta solo per ferirti o provocarti:
non perdere tempo.

Metti le cose in chiaro oppure ignorala.

Ti lascio con una riflessione di Elbert Hubbard:

Il modo più semplice per evitare le critiche è questo:
“Se vuoi evitare le critiche, non fare niente,
non dire niente,
non essere niente.”

Le critiche fanno male.

Ma spesso contengono anche informazioni preziose.

Chi cresce davvero non è chi evita le critiche.

È chi impara a usarle per diventare migliore.