Perché fare errori è indispensabile per la tua crescita

fare errori

“Una vita spesa a commettere errori, non solo è più onorevole, ma è molto più utile di una vita consumata a non far niente.”
George Bernard Shaw

Non commettere errori potrebbe essere l’errore peggiore.
Un errore ci insegna molto di più di quanto faccia il successo.

Proprio quando siamo messi alla prova, solo quando non riusciamo, possiamo vedere dove abbiamo sbagliato, scopriamo di più su noi stessi, sui nostri punti di forza e di debolezza, sulle cose che vogliamo o non vogliamo fare.

Ecco 5 motivi per cui non fare errori potrebbe essere il più grande errore della tua vita:

1. Gli errori ci aiutano a crescere

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Se non ti metti in gioco, non puoi farti domande importanti.
Se le cose ti sono sempre arrivate “facili”, grazie alla fortuna o con poco sforzo, potresti non aver allenato i “muscoli” della perseveranza.

Quanto sei abituato a perseverare di fronte all’ostacolo?
Continui a provare, non ti fermi fino a quando non trovi il modo di superarlo?

Non è realistico credere che non farai mai sbagli, però è fondamentale esercitare la tua capacità di recuperare dall’errore (e rialzarti) il prima possibile quando la salita si fa dura o finisci muso-a-terra.

Pensi davvero che commettere errori, sbagliare, perdere … renda perdenti?

2. Gli errori sono bagni di umiltà

Siamo onesti, tutti noi pensiamo di essere (davvero) speciali.
Gli errori ci permettono di vedere che siamo, né più né meno, come gli altri.

Ahinoi. Non siamo speciali.

Ma va bene lo stesso.
Molto probabilmente (anzi sicuramente) siamo speciali per certe persone e … speciali sono stati alcuni momenti nella nostra vita.

Partiamo da qui. Dallo speciale-zero.
 


 

Sbagliare ci insegna a essere più comprensivi verso noi stessi e anche verso gli altri.
Ci dà più empatia.
Solo quando ci permettiamo di non essere perfetti, di sbagliare, di provare e riprovare possiamo evolvere e migliorare.

3. Gli errori sono un avvertimento

Hai cancellato alcuni file e hai perso 2 ore per rifare il lavoro?
Guidato con la febbre e hai preso il marciapiede all’incrocio?
Hai fatto tardi la sera e alla riunione eri lento e impacciato?

Certo, errori rimediabili e non drammatici.
Spesso, però gli errori sono un monito.
Un avvertimento.
È un segnale che ci grida, “fai più attenzione”.

Ascolta questi avvertimenti.
Errori differenti … possono significare guai!

Hai cancellato per errore dei file e hai perso 2 mesi per rifare il lavoro,
con un grande danno economico e d’immagine per la tua azienda?
Guidato con la febbre e hai investito una passante all’incrocio?
Hai fatto tardi e alla riunione si vedeva che eri lento e impacciato (e il titolare te ne ha subito chiesto conto, mettendoti con le spalle al muro)?

4. Fare errori è essenziale per vivere una vita senza rimorsi

Come puoi scoprire cosa-ti-piace o cosa-non-ti-piace, se non ci provi?
Come fai a saperlo se non commetti errori?

Hai sempre desiderato quel lavoro all’Istituto per giovani disadattati per poi accorgerti che è stata la peggiore esperienza della tua vita, che non sei “tagliato” o sei troppo “sensibile”?
Hai sprecato davvero il tuo tempo?
È stato davvero un errore di prendere quel lavoro?

Se non avessi mai lavorato nel Sociale, avresti passato tutta la vita a pensare che saresti potuto diventare un grande educatore, un Salvatore e … invece ti ritrovi triste e rancoroso … e non avresti mai potuto sapere quanto (invece) effettivamente l’avresti odiato.

Sbagliare significa vivere una vita senza rimpianti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Gli errori portano al successo

“Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli:
per esempio, la torre di Pisa”

Gianni Rodari

Gli errori aiutano a “correggere il tiro”.
Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
Più errori facciamo, più ci avviamo velocemente alla meta.

Facendo sempre le stesse cose, otterremo sempre gli stessi risultati. Gli errori ci insegnano cosa non funziona, cosa fare di diverso la prossima volta.

Fare errori, ci aiuta a chiudere le vecchie porte (quelle del comportamento, scelte o strategie che ci hanno portato a sbagliare) e aprirne delle nuove. La maggior parte delle invenzioni sono state realizzate attraverso tentativi ed errori.

Fare errori porta al miglioramento

Anch’io ho fatto tanti errori, che però mi hanno anche dato prospettive diverse.
Non sarei la persona che sono oggi.
Nel bene e nel male.

Spesso, per arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.
Ognuno di noi prende traiettorie differenti e strani percorsi.

Se hai sbagliato. Se hai fallito.
Continua.
Prova ancora.
Prenditi una pausa e … fallo di nuovo!

Più provi a fare qualcosa di nuovo, prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

10 cose che le persone di successo non fanno

persone di successo

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita è senz’altro utile comprendere cosa-fanno le persone di successo.
Altrettanto importante è conoscere anche cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le persone che più ammiri non-fanno:

1. Non si aspettano risultati immediati

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Le persone che ammiri non si aspettano risultati immediati.

Non pensano che il successo arriverà “rapido” o “facile”. Sanno che occorre tempo e fatica. Ognuno si evolve al suo ritmo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per ottenere progressi rilevanti.

Sorridono guardando le persone che si lasciano intrappolare da sogni facili tipo “Perdere fino 5 kg di peso in 1 settimana”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare un grande leader in 4 passaggi”.

2. Non aspettano il “momento perfetto” per agire

Le persone di successo non aspettano il momento giusto per agire perché sanno che il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

Anche loro (come tutti noi) hanno timore di fallire e di non fare la scelta giusta, ma accettano che nella vita non ci sono certezze e non esistono garanzie di successo.

Cercano di vincere la paura e la pigrizia.

Vuoi una garanzia di successo prima di fare qualcosa? Mi spiace, non esiste ma se non provi (se non ti butti) è garantito che fallirai.

3. Non si lasciano condizionare da persone negative

Ignorano gli scettici e i pessimisti.

Ma anche … quelli che si lamentano, quelli che rimandano, quelli che succhiano l’energia, quelli che trovano scuse per tutto, quelli negativi, quelli drammatici.
 


 

Le persone che ammiri sanno che l’energia è contagiosa.

Hanno imparato che ascoltando continuamente problemi, lamentele, pessimismo si sentiranno a loro volta stanche e logore.

Invece, chi ha successo frequenta regolarmente solo persone con un atteggiamento mentale positivo, che danno una spinta o una prospettiva nuova.

4. Non lasciano “lievitare” i problemi

Le persone che più ammiri non ignorano le preoccupazioni.
Affrontano i problemi appena possibile.

Sono tentate (come tutti noi) di trascurare le cose più difficili, ma hanno capito che invece devono affrontarle subito. Hanno compreso che rimandare o (peggio) ignorare un problema vuol dire trasformarlo in “qualcosa” di sempre più grande, magari ingestibile.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perché proviamo disagio, quando poi saremo costretti a farlo proveremo ancora più malessere e saremo ancor più logorati dallo stillicidio di attesa, ansia e stress.

5. Non si fermano di fronte gli ostacoli

La vita non sempre ci riserva quello che desideriamo.
È una verità.

Le persone che raggiungono il successo sono disposte a fare sacrifici.
Non indietreggiano davanti alle avversità.

Sono consapevoli che non otterranno sempre quello che desiderano.

Trovano costantemente il modo di migliorare se stessi. Credono che il successo sia una scelta … per questo scelgono di concentrare il loro tempo e le loro energie solo sulle cose che li condurrà a quel traguardo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

6. Non sprecano energia su cose che non possono controllare

Prendono le distanze dalle cose che non possono controllare. Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione!

Non sprecano energia e capacità su cose e fatti che non dipendono da loro. Hanno sperimentato (sulla loro pelle) che non possono controllare gli altri ma solo gestire la propria reazione, il proprio atteggiamento. Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi, si concentrano sulle prossime azioni e su ciò che possono controllare nella loro vita.

7. Non si preoccupano di piacere a tutti

Le persone che più ammiri riconoscono che non hanno bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.

Non hanno paura di dire di “no” o “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

8. Non mollano dopo un fallimento

Le persone di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Invece, usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare, fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato, cosa dovremo fare di diverso la prossima volta. Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.
Le persone che ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade, ma quante volte ti rialzi (più forti di prima).

Cadi sette volte, rialzati otto.
Proverbio giapponese

9. Le persone di successo non cercano scuse

Le persone di successo si assumono la responsabilità dei loro errori.

Se le cose non vanno come previsto o qualcosa va storto, si prendono l’onere di risolvere il problema.
Non cercano scuse.

Le scuse sono a uso esclusivo di indecisi e incompetenti.

10. Non percepiscono le difficoltà come ostacoli

Quando le persone di successo si trovano di fronte a una difficoltà, non fanno drammi, non si disperano o rassegnano. Vedono questo impedimento semplicemente come un problema da risolvere … un ostacolo da superare … proprio come hanno fatto con tutti gli ostacoli che hanno oltrepassato in passato.

Sanno che quest’esperienza li renderà ancora più intelligenti e più forti.
Sono determinate a ottenere i loro obiettivi -non importa quanto grande- ogni giorno.

Raggiungere il successo non è facile

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi può essere d’ispirazione sapere cosa-non-fanno le persone di successo.

Avere successo nella vita non è facile.
Ci vuole tempo.
Fatica.
Dedizione, coraggio, costanza.
Anche al tuo livello (grande o piccolo che sia, non importa).

Come smettere di pensare al lavoro quando sei di libero

preoccupazione
Ansia, stress, inquietudine, pensieri.

Nomi diversi.
Il punto, però, non cambia.

La preoccupazione è un seme.
Germoglia e cresce anche senza la nostra volontà.

È un killer silenzioso.
Spesso la minimizziamo.
A volte, addirittura, la neghiamo.

Vediamo 11 spunti concreti per smettere di pensare al lavoro anche quando sei libero.

1. Ricorda ciò che è davvero importante

La vita non si ferma quando stacchi dal lavoro.

Anzi.

Tenere a mente le vere priorità – famiglia, salute, relazioni – rende più facile “staccare” quando sei fuori dall’ufficio.

2. Comprendi il valore reale di una pausa

Sei più creativo e lucido quando sei riposato.

Lo sai già.

Prendere una pausa non significa:

  • dormire
  • ascoltare musica
  • distrarsi con uno schermo
  • andare sui social

Significa interrompere.
Anche solo pochi minuti.

Stare fermi.
Fare nulla.

Sembra facile.
Non lo è.

3. Non parlare di lavoro a casa

Arrivare a casa e raccontare tutte le “magagne” lavorative è allettante.

Ma è una trappola.

Parlarne non scarica l’ansia.
La riattiva.

Rimasticare un problema ti riporta emotivamente nel momento in cui l’hai vissuto.
Con tutto il carico emotivo annesso.

4. Non portarti il lavoro a casa

Meglio finire in ufficio, anche un’ora in più, se serve.

Se porti il lavoro a casa, riponilo una volta terminato.

Un portatile aperto sul divano rovina la cena, la presenza e il riposo.

5. Accetta che non puoi controllare tutto

Come scrivo in “Prima volta Leader”, viviamo in tempi complessi e incerti.

Puoi pianificare quanto vuoi.
Gli imprevisti arriveranno comunque.

Non sprecare energia su ciò che non dipende da te.
Produce solo ansia e frustrazione.

Accetta.
Adattati.
Focalizzati sulle prossime azioni.

Lascia spazio all’imprevisto. Tanto, arriverà lo stesso.

La gestione dell’imprevisto per alcuni può essere spiazzante.
Ne parlo meglio in questo articolo.

6. Non annegare in paure vaghe

La mente ansiosa ama gli scenari catastrofici.

Chiediti:
Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere?

Quando la chiarisci davvero, spesso scopri che:

  • non è così terribile
  • è anche improbabile

Bastano pochi minuti di lucidità per risparmiare ore di preoccupazione.

7. Distingui tra “analizzare” e “rimuginare”

Analizzare significa:

  • capire cosa è successo
  • imparare
  • ripartire

Rimuginare significa:

  • pensare e ripensare
  • colpevolizzarsi
  • non imparare nulla

L’analisi chiude.
Il rimuginare tiene aperta la ferita.

8. Capisci che rimuginare non risolve nulla

Rimuginando hai l’illusione di controllare l’ansia.
In realtà la stai alimentando.

Non trovi soluzioni. Rafforzi il problema.

Chi rimugina non arriva mai alla risposta.

9. Frequenta persone emotivamente sane

L’energia è contagiosa.

Stare con persone lucide, equilibrate, positive ridimensiona i problemi.

Una conversazione intelligente,
anche con chi è fuori dal tuo settore,
può cambiare prospettiva.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Vuoi migliorare il tuo impatto?

Trovi spunti nei miei libri:

– “Autorevolezza” – NUOVA edizione 2025, per rafforzare la tua presenza autorevole

– “Prima volta Leader”, se hai da poco assunto un ruolo di guida.

10. Fissa un “appuntamento” con la preoccupazione

Non pensare ai problemi tutto il giorno.

Raccogli solo i dati necessari.
Stabilisci un momento preciso per pensarci.

Mezz’ora al mattino basta.
Evita la sera.

Pensare prima di dormire garantisce solo una notte agitata!

11. Riduci l’uso del digitale

A volte lavorare la sera è necessario.
Ma non farlo per curiosità.

Se non è urgente, resisti.
Lascia smartphone e PC fuori dal tuo tempo libero.

Il benessere non è fortuna.
È una scelta.
E richiede anche uno sforzo consapevole.

In definitiva

Pensare meno al lavoro non significa essere meno responsabili.

Significa essere più lucidi.

E tu hai il diritto di “chiudere” la mente, ogni tanto.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.

  • “Beccati questa.”
  • “Volevi fregarmi? Ti ho fregato io.”

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.

Boh?

Così rileggo la mia mail.

E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.

Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto di quanto la mia risposta fosse…

sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro.

La posta elettronica è un modo terribile per litigare

Le mail sono comode.

Veloci.

Ti permettono di mettere tutto nero su bianco.

Il problema arriva quando dall’altra parte c’è tensione. O quando la tensione ce l’hai tu.

Manca lo sguardo.
Manca il tono.

Manca quel momento in cui, mentre stai parlando, ti accorgi dalla faccia dell’altro che forse è meglio fermarti.

Nella mail continui.
Scrivi.
Rileggi.
Aggiungi un’altra frase.

Poi un’altra ancora, perché vuoi essere sicuro che abbia capito.

E qualche volta è proprio quella frase in più che non dovevi scrivere.

Una mail scritta per chiarire può diventare molto facilmente una mail scritta per avere ragione.

Tutti abbiamo ricevuto una mail arrabbiata da un cliente, un collega o un capo.

E tutti, almeno una volta, abbiamo avuto voglia di rispondere per le rime.

Ecco cosa può esserti utile fare.

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni, non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle mail è proprio questo: non devi rispondere nello stesso istante in cui le ricevi.

Lascia sbollire.

Anche quando “urge”, spesso hai almeno cinque minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

A me è capitato più di una volta di rileggere una email arrabbiata dopo essermi allontanato dal computer e pensare:

  • “No. Questa non la posso mandare.”

Cinque minuti prima mi sembrava perfetta.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo quello che c’è scritto oppure quello che pensi ci sia dietro?

Non è la stessa cosa.

  • “Mi sta provocando.”
  • “Lo ha scritto apposta.”
  • “Mi sta prendendo in giro.”
  • “Vuole mettermi in difficoltà.”

Può essere.
Ma prima di rispondere, rileggi.

Soprattutto se quella mail ti ha fatto arrabbiare al primo colpo.

Perché quando sei già irritato, ogni parola sembra confermare quello che pensi dell’altro.

3. Scrivi una mail arrabbiata anche tu

Sì.

Se senti il bisogno, scrivila.

Sfogati.
Metti dentro tutto.

Ma non inviarla.

Io, per sicurezza, non la scriverei nemmeno direttamente nel campo Rispondi.

Nuova mail.
Nessun destinatario.
Oppure una bozza.

Poi chiudi.

Quando torni a leggerla con un po’ più di calma, decidi che cosa tenere.

Io queste mail le modifico.

Molto.

Nel 99% dei casi.

4. Rispondi in modo sintetico

Quando sei arrabbiato hai spesso una strana esigenza: spiegare tutto.

Ogni dettaglio.
Ogni precedente.
Ogni prova che dimostri che hai ragione.

È lì che una risposta di cinque righe diventa una requisitoria.

Se c’è anche solo la possibilità che tu abbia frainteso qualcosa, falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro.
Diretto.

Evita anche formule come:

  • “Come avrai sicuramente capito…”

No.

Non è affatto sicuro.

Se devi spiegare una cosa, spiegala. Non far sentire stupido l’altro perché non l’ha capita.

5. Rispondi in modo semplice

Sarcasmo e ironia funzionano già male quando siamo faccia a faccia.

Per mail possono diventare micidiali.

Tu scrivi una frase sorridendo.
L’altro la legge con il suo tono.
E magari non sta sorridendo affatto.

Se la conversazione è già tesa, non aggiungere altro materiale da interpretare.

Scrivi quello che vuoi dire.

Poi fermati.

6. A un certo punto smetti di scrivere

Questa è una cosa che ho imparato soprattutto sbagliando.

Ci sono scambi di mail che partono con un problema piccolo e, risposta dopo risposta, diventano enormi.

Tu precisi.
L’altro controbatte.

Tu correggi la sua ricostruzione.
Lui corregge la tua.

E dopo sei mail non state più parlando del problema iniziale.

State discutendo su chi ha ragione su come avete discusso del problema.

A quel punto basta.

  • “Ne parliamo?”
  • “Ti chiamo?”
  • “Ci vediamo dieci minuti?”

Faccia a faccia, in video o al telefono.

È meno comodo che continuare a lanciare missili digitali dal tuo ufficio.

Ma spesso è molto più utile.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere anche “9 ragioni per preferire incontri faccia a faccia con i collaboratori”.

Ci sono conversazioni che peggiorano ogni volta che premi “Rispondi”.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

7. Prima di inviarla, falla leggere a qualcuno

Se puoi, fatti leggere la email arrabbiata da una persona fidata.

A volte basta sentirsi dire:

  • “Michele, io questa frase la toglierei.”

E mentre fino a trenta secondi prima eri convinto che fosse la frase più importante di tutta la mail, improvvisamente capisci che forse ha ragione.

Chi è fuori dalla situazione vede cose che tu, in quel momento, non vedi.

Può evitarti qualche clamoroso autogol.

8. Ammetti i tuoi eventuali errori

Questa è la parte meno piacevole.

Perché qualche volta rileggi tutta la conversazione e scopri che sì, l’altro ha esagerato.

Ma tu gli hai dato una bella mano.

Magari hai interpretato male.
Hai risposto male.
Hai usato un tono inutile.
Hai scritto una frase che potevi risparmiarti.

Puoi avere ragione sul problema e avere torto sul modo in cui lo hai gestito.

Se è successo, dillo.

  • “Su questo ho reagito male.”
  • “Quella frase potevo evitarla.”
  • “Ti chiedo scusa per il tono.”

Non significa dargli ragione su tutto.

Significa prenderti la responsabilità della tua parte.

Una email arrabbiata non deve distruggere una relazione professionale costruita negli anni.

Nel mio libro “Autorevolezza” torno più volte su questo punto: lavorare con le persone significa essere esposti anche a frustrazione, tensione e delusione.

La differenza la fa il modo in cui riesci a gestirle senza lasciare che decidano al posto tuo.

Email arrabbiata? Non devi vincere

Queste cose non le ho imparate perché sono sempre stato bravo a gestire le mail difficili.

Alcune le ho imparate proprio perché qualche mail non avrei dovuto mandarla.

O almeno non così.

Con il tempo ho imparato a lasciarle lì.

A rileggerle.
A togliere.
E qualche volta a prendere il telefono.

Non sempre ci riesco.

Ma una cosa cerco di ricordarmela.

A volte hai ragione.
Ma il modo in cui la difendi può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali non devi schiacciare l’altro.

Devi capire come vale la pena rispondere.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca

impressione

Foto di Roland Lakis

Chi ben comincia… dice il detto.

Il momento più delicato quando conosci qualcuno è spesso quello iniziale.

Un colloquio di lavoro, l’incontro con il nuovo capo, la prima riunione con il team, un cliente che non hai mai visto. Oppure, perché no, l’appuntamento galante che aspettavi da settimane.

Poi avrai tempo per farti conoscere e dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile.

Ma all’inizio l’altra persona ha poco a disposizione.

Guarda come entri.
Come saluti.
Come ti muovi.
Come la guardi.

E comincia a farsi un’idea.

Non significa che la prima impressione sia sempre giusta. Spesso non lo è.

Ma partire bene aiuta.

1. Tratta bene tutti, non soltanto la persona che conta

Questa per me viene prima di postura, stretta di mano e abbigliamento.

Vai incontro alle persone come se fossero importanti.

Tutte.

Se hai un colloquio di lavoro, non diventare improvvisamente gentile quando entra il selezionatore. Prima hai incontrato qualcuno alla reception, magari una segretaria, qualcuno che ti ha indicato dove aspettare.

Il modo in cui tratti una persona da cui non hai niente da ottenere dice parecchio di te.

Non costa nulla dare attenzione e considerazione a qualcuno.

E non devi diventare un commediante, soggiogato o paraculo.

Non riservare la tua versione migliore soltanto alla persona che devi impressionare.

2. Non entrare pensando soltanto all’impressione che farai

Prima di un incontro importante può partire il solito film:

  • “Come mi vedranno?”
  • “Sembrerò sicuro?”
  • “Si accorgeranno che sono agitato?”

Più ti osservi, più rischi di diventare rigido.

Lascia perdere “Sono fantastico”,
“Andrà benissimo”,
“Devo essere sicuro di me”.

Ricorda piuttosto qualcosa che hai già affrontato bene. Una riunione difficile, un cliente soddisfatto, un risultato di cui sei orgoglioso.

Non devi convincerti di essere bravo.
Ricordati che qualcosa sai già fare.

3. Prima di entrare, guarda come stai

Non ti serve la postura del leader.

Ma se sei agitato, il corpo tende a raccontarlo.

Entri velocemente, guardi in basso, ti sistemi continuamente la giacca, controlli il telefono, non sai dove mettere le mani.

Sono cose normali.

Prima di entrare fermati un momento. Raddrizzati, lascia andare le spalle, alza lo sguardo.

E soprattutto non avere fretta.

A volte basta questo.

4. Vestiti per il contesto

Non esiste il look giusto in assoluto.
Esiste il contesto.

Negli anni ho visto persone presentarsi vestite benissimo ma completamente fuori posto. E altre molto semplici, perfettamente a loro agio.

Non devi stupire.

Devi evitare che il tuo abbigliamento diventi la cosa più interessante di te.

Poi mettici pure qualcosa di tuo. Essere adeguato non significa essere anonimo.

5. Guarda davvero la persona che incontri

Quando saluti qualcuno, guardalo.

Sembra poco. Non lo è.

Soprattutto quando sei teso e la tentazione è guardare altrove, sistemare le carte, controllare il telefono o pensare già a quello che dovrai dire.

Non devi fissarlo negli occhi e neppure ricordarti qualche tecnica particolare.

E sorridi, se ti viene naturale.

Mi è capitato di vedere persone molto cordiali sembrare fredde semplicemente perché, sotto tensione, si chiudevano completamente.

Non erano antipatiche.
Erano troppo concentrate su loro stesse.

6. Dai la mano e rispetta lo spazio dell’altro

Per anni abbiamo letto di tutto sulla stretta di mano.

Troppo debole significa questo.
Troppo forte significa quello.
Palmo così, personalità dominante.
Palmo cosà, insicurezza.

La farei molto più semplice.

Se la situazione prevede una stretta di mano, dalla normalmente. Non stritolare la mano dell’altro e non offrirgli tre dita.

Lo stesso vale per la distanza.

Ci sono persone che parlano molto vicino. Altre, appena fai mezzo passo avanti, ne fanno uno indietro.

Osservalo.

La distanza giusta non la misuri.
La aggiusti.

Se l’altro arretra, non inseguirlo. E se non c’è confidenza, evita di partire subito con mani sulle spalle, pacche e contatti vari.

7. Non cercare di fare una buona impressione a tutti i costi

Forse è il punto più importante.

Quando cerchi troppo di sembrare sicuro, brillante, simpatico o autorevole, rischi di ottenere l’effetto contrario.

Si vede che stai facendo qualcosa.

La buona impressione non nasce da una posa perfetta.

Nasce molto più spesso da cose semplici: non avere fretta, guardare chi hai davanti, ascoltare, trattare bene le persone.

E magari dimenticarti per qualche minuto dell’impressione che vuoi fare.

Se vuoi approfondire il tema dell’autorevolezza, puoi leggere anche “12 spunti per essere più autorevoli al lavoro”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui voce, corpo e presenza contribuiscono alla tua autorevolezza, il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza” ti aiuta a esprimerti con maggiore sicurezza senza costruire un personaggio.

Poi naturalmente arriva il momento di aprire bocca.

E per alcuni di noi i problemi iniziano proprio lì…

Ma questa è tutta un’altra storia.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione
Ti senti soddisfatto quando termini un lavoro oppure pensi sempre che “non sia ancora abbastanza”?

Riesci a concentrare tempo ed energie sulle cose importanti oppure continui a tornare sui dettagli?

Un’ultima verifica.
Un’altra correzione.

Aspetta, guardo ancora questa cosa…

La perfezione ha questo problema: ogni volta che ti sembra di esserci quasi arrivato, trovi qualcos’altro da sistemare.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho sottolineato proprio questo: la perfezione non esiste.

Questo non significa accontentarsi o lavorare male.

Significa capire quando la ricerca della qualità sta migliorando il tuo lavoro e quando, invece, sta cominciando a rovinarlo.

1. Non finisci mai

Il lavoro è praticamente pronto.

Ma non lo consegni.

Rileggi.
Correggi.
Poi riguardi la correzione.

E quando finalmente devi premere “Invia”, ti viene ancora un dubbio.

Non sempre dietro c’è scrupolosità.

Qualche volta c’è semplicemente paura di sbagliare e di essere giudicato per quello che hai fatto.

Finché il lavoro rimane nelle tue mani puoi ancora migliorarlo.

Quando lo consegni, qualcuno lo vedrà.
E lo giudicherà.

Se riconosci questo meccanismo, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

A volte non continui a migliorare il lavoro.
Stai soltanto rimandando il momento di consegnarlo.

2. Impieghi troppo tempo

Hai finito, ma controlli ancora.

Numeri.
Impaginazione.
Una parola.
Poi torni ai numeri.

Ogni incarico finisce per richiedere molto più tempo del necessario.

Non perché il lavoro sia particolarmente complesso, ma perché non arriva mai il momento in cui per te è abbastanza.

E così il tempo non basta mai.

Un logorio continuo.

3. A forza di cercare la prestazione perfetta, lavori peggio

Può succedere anche questo.

Vuoi fare così bene che cominci a lavorare male.

Pensi troppo.
Ti controlli mentre lavori.
Ti chiedi continuamente se quello che stai facendo sia giusto.

E perdi fluidità.

L’ho visto anche nelle persone che preparano un colloquio: vogliono trovare la risposta perfetta, imparano tutto, controllano ogni parola.

Poi arriva una domanda leggermente diversa da quella prevista e si bloccano.

Prepararsi aiuta. Cercare di controllare tutto no.

4. Ti carichi di stress inutile

Se ogni errore diventa una prova del tuo valore professionale, anche un lavoro normale diventa pesante.

Non stai più soltanto preparando una presentazione, scrivendo una mail o gestendo una riunione.

Stai cercando di dimostrare di essere all’altezza.

Ogni volta.
E questo stanca.

Soprattutto perché il lavoro, prima o poi, ti presenterà qualcosa che non puoi controllare.

5. Cominci a pretendere la perfezione anche dagli altri

Qui il perfezionismo smette di essere soltanto un problema tuo.

Correggi continuamente.
Rifai quello che ha fatto il collaboratore.

Noti subito quello che manca e molto meno quello che funziona.

“Sì, va bene, però…”

Se lavori con un team, questo “però” ripetuto ogni giorno pesa.

Non significa abbassare gli standard.

Significa chiederti se stai davvero migliorando il lavoro oppure se nessuno riesce più a raggiungere il livello che hai in testa.

Il problema comincia quando il tuo “non è ancora abbastanza” diventa anche il metro con cui giudichi gli altri.

6. Ti blocchi

Il perfezionismo qualche volta produce l’effetto opposto a quello che cerchi.

Vuoi fare molto bene.
E non parti.
Oppure parti, torni indietro, cambi, ricominci.

Perché finché non sei sicuro di poter fare qualcosa come vorresti, preferisci aspettare.

Solo che nel frattempo il lavoro rimane lì.

La ricerca della perfezione può diventare un modo molto elegante per non decidere.

7. Perdi opportunità

Aspetti di essere completamente pronto.

Di avere tutte le competenze.
Che arrivi il momento giusto.
Che il progetto sia impeccabile.
Che non ci siano rischi.

E intanto qualcun altro manda la candidatura, presenta la proposta, accetta il nuovo incarico o prova.

Non perché sia più bravo.

Magari era semplicemente disposto a partire senza avere tutto sotto controllo.

Punta al miglior risultato possibile

Non ti sto dicendo di diventare superficiale.

Ci sono lavori in cui un errore può avere conseguenze importanti e altri in cui la precisione è parte stessa della professionalità.

Ma non tutto richiede lo stesso livello di perfezione.

A volte “fatto bene” è esattamente ciò che serve.

Altre volte devi controllare ancora.
La parte difficile è capire la differenza.

Il punto non è fare meno bene il tuo lavoro.

È smettere di consumare tempo ed energie per portarlo da abbastanza buono a perfetto, quando perfetto non serve.

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace

A volte succede.

Sentirti ingabbiato nel tuo lavoro.
Inadeguato.
In balia degli eventi.

Non sai decidere.
Ti penti delle scelte fatte.
Ti chiedi cosa diavolo stai facendo.

Trattieni la voglia di spaccare tutto (una volta si lanciavano i fogli… oggi la tastiera contro lo schermo?) e tornartene a casa.

Il problema è che il giorno dopo sei ancora lì.

Una sensazione precisa: costrizione

C’è un lavoro che non piace che diventa davvero insostenibile.

Altre volte, invece, la situazione è meno chiara. Non stai abbastanza male da mollare tutto, ma neppure abbastanza bene da immaginarti ancora lì tra qualche anno.

E resti.

Per lo stipendio.
Perché conosci quel lavoro.
Perché fuori non sai che cosa troverai.
Perché non sai dove andare.

Prima di decidere se restare o andartene, vale la pena capire che cosa ti sta tenendo fermo.

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Se guardi continuamente quello che gli altri fanno meglio di te, troverai sempre qualcuno con cui perdere il confronto.

Il confronto può stimolare.

Ma può anche diventare un ottimo motivo per non esporti, non candidarti, non provare.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

Il punto non è dimostrare di essere migliore degli altri.

È capire che cosa sai fare tu e dove può avere valore.

2. Sei convinto che “là fuori” sia impossibile

Non ti dirò che cambiare lavoro è facile.

Non lo è.

In alcuni momenti, per alcuni profili, può essere davvero molto difficile.

Questo l’ho visto abbastanza da vicino per non raccontarti la storia del “se vuoi, puoi”.

Ma tra “sarà difficile” e “non ho nessuna possibilità” c’è una bella differenza.

La prima frase ti obbliga a guardare la realtà.

La seconda chiude la partita prima ancora di cominciare.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro che non piace.

Però lo conosci.

Conosci il capo, i colleghi, le dinamiche, persino le cose che ti fanno arrabbiare.

Fuori no.

  • E se il nuovo capo fosse peggio?
  • E se non superassi il periodo di prova?
  • E se mi pentissi?

Sono domande legittime.

Cambiare significa lasciare qualcosa che conosci per qualcosa che ancora non conosci.

La paura non dimostra che devi restare.
Ma neppure che devi andartene.

È un elemento da mettere sul tavolo insieme agli altri.

4. Lavoro che non piace? Ma non sai dove andare

Questa la incontro spesso.

  • “Vorrei cambiare.”

Bene. Dove vorresti andare?

  • “Non lo so. So soltanto che non voglio più stare qui.”

È già un’informazione, ma non basta ancora per prendere una buona decisione.

Che cosa cerchi davvero?

  • Più autonomia?
  • Un ambiente diverso?
  • Più responsabilità?
  • Un lavoro meno esposto?
  • Un cambiamento di professione?

A volte non serve trovare subito la risposta.

Serve cominciare a restringere il campo.

Se sei in questa fase, puoi leggere anche “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”.

5. Stai aspettando di essere pronto

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Aspetto che passi questo periodo.”
  • “Prima devo sistemare alcune cose.”

A volte è vero.

Aspettare può essere una scelta intelligente. Ho visto persone fare bene a non buttarsi subito e preparare il cambiamento con calma.

Altre volte, però, passano sei mesi.
Poi un anno.

E le ragioni per aspettare cambiano, ma tu sei sempre nello stesso punto.

Aspettare ha senso se nel frattempo stai preparando qualcosa.

Altrimenti rischia di diventare un modo molto tranquillo per non decidere.

6. Hai paura di sbagliare

Forse hai già fatto una scelta professionale di cui ti sei pentito.

E adesso pensi:

  • “E se sbaglio di nuovo?”

Non è una paura da liquidare con “buttati”.

Cambiare lavoro può avere conseguenze vere. Economiche, professionali, familiari.

Per questo non ti serve coraggio a tutti i costi.

Ti servono informazioni, alternative, qualche verifica e una valutazione realistica di quello che puoi permetterti di rischiare.

Poi una quota di incertezza rimarrà comunque.

Prima di cercare l’uscita, capisci che cosa ti tiene dentro

Se ti senti intrappolato, la prima domanda non è necessariamente:

“Come faccio ad andarmene?”

Potrebbe essere:

“Che cosa mi sta tenendo qui?”

  • Lo stipendio?
  • La paura?
  • La mancanza di alternative?
  • Il fatto che non sai ancora che cosa vuoi?

Oppure, nonostante tutto, ci sono ancora buone ragioni per restare?

È da qui che partirei.

Se senti che il tuo lavoro non ti corrisponde più ma non riesci a capire se cambiare, dove andare o come muoverti,

il percorso breve e mirato “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere” nasce proprio per fare chiarezza prima di prendere una decisione.

Sentirti in trappola è una sensazione.

Capire che cosa ti tiene fermo è già qualcosa di più concreto.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse uno degli errori più comuni che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

A volte, nel tentativo di sembrare più sicuri, autorevoli o rassicuranti, aggiungiamo parole che producono esattamente l’effetto opposto.

Quasi.
Provo.
Spero.
Credo.

Non sono frasi da evitare. Da eliminare dal tuo vocabolario.

Devi accorgerti di quando le stai usando per non prendere posizione, non assumerti un impegno o semplicemente perché non sai bene che cosa dire.

Sul lavoro questa differenza si sente.

1. “Quasi”

  • “Ho quasi finito.”
  • “Il preventivo è quasi pronto.”
  • “Sto quasi arrivando.”

Va bene.
Ma quanto manca?

Ogni volta che dici che hai quasi fatto qualcosa, la realtà è che non l’hai ancora fatta.

Se il tuo capo o un collaboratore ha bisogno di capire a che punto sei, dagli qualcosa di più concreto:

  • “Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto domani alle 9.”

Molto meglio.

“Quasi” informa poco. Un tempo, una scadenza o quello che manca informano molto di più.

2. “Provo”

  • “Provo a finirlo per venerdì.”
  • “Provo a sentire il cliente.”
  • “Vediamo, ci provo.”

Qualche volta è esattamente quello che stai facendo: provando.

Niente di male.

Il problema è quando “provo” diventa la parola che metti davanti a ogni impegno.

L’ho sentita tante volte anche davanti a cose molto semplici.

“Riesci a chiamarlo oggi?”

“Provo.”

E viene quasi spontaneo chiedere: che cosa te lo impedisce?

Se puoi farlo, fallo.
Se non sai se riuscirai, spiega perché.
Quando dipende da qualcun altro, dillo.

3. “Spero”

“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì.”

Dipende da te?

Allora più che sperare devi capire se venerdì è una scadenza realistica.

Non dipende completamente da te?
Dillo.

“Se ricevo i dati entro mercoledì, venerdì riesco a consegnarlo.”

La speranza lasciamola pure dove serve.

Quando qualcuno ha bisogno di una risposta, servono soprattutto informazioni.

4. “Credo”

Qui farei attenzione.

Dire “credo” non significa essere insicuri.

Non è una delle frasi da evitare. A volte è la risposta più seria che puoi dare.

Se non hai tutti gli elementi, meglio:

  • “Credo di sì, ma devo verificare.”

che inventarsi una certezza che non hai.

Il problema arriva quando “credo”, “penso”, “secondo me” precedono praticamente ogni frase.

  • “Credo che potremmo…”
  • “Penso che forse sarebbe…”
  • “Secondo me magari…”

Alla terza premessa, quello che volevi dire si è già perso.

Se hai un’opinione, esprimila.
Se hai un dubbio, dichiaralo.
Non confondere le due cose.

5. “Potrei” e “vorrei”

  • “Vorrei diventare un coach.”
  • “Potrei candidarmi.”
  • “Mi piacerebbe cambiare lavoro.”

Le sento spesso.

E la domanda, prima o poi, diventa:

  • “Bene. Che cosa stai facendo?”

Perché puoi voler cambiare lavoro per anni senza mandare una candidatura.

Puoi voler diventare coach senza informarti su una formazione.

Puoi voler chiedere una promozione senza mai affrontare il discorso.

Non è la parola “vorrei” il problema.

È quando il condizionale continua per mesi e non succede niente dopo.

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.
Punto.

Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice:

“Fidati di me…”

il mio istinto risponde:

“Non fidarti!”

Se devo ricordarti continuamente che sono affidabile, qualcosa non torna.

La fiducia si costruisce in un altro modo: mantieni quello che prometti, dici le cose anche quando sono scomode, non cambi versione a seconda di chi hai davanti.

Lascia che siano i tuoi comportamenti a chiedere fiducia al posto tuo.

7. “Ad essere onesto”

Con i suoi fratelli:

  • “A dire la verità…”
  • “A dire il vero…”
  • “Onestamente…”

Qui il problema è quasi comico.

“Ad essere onesto con te…”

  • E fino a cinque minuti fa?
  • Non eri onesto?

Naturalmente è un modo di dire e qualche volta serve semplicemente a introdurre qualcosa di delicato.

Ma se devi continuamente dichiarare la tua sincerità, l’effetto può diventare quello opposto.

La sincerità perde forza quando hai bisogno di annunciarla.

Se devi dire una cosa difficile, dilla.
Con rispetto.

Ma dilla.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non sono le parole il problema

Quasi, provo, spero, credo, vorrei, fidati, onestamente.

Non devi metterti davanti allo specchio e allenarti a cancellarle.

E non devi parlare come un robot.
Il punto è un altro.

Ascoltati.

Soprattutto quando devi dare una risposta, prendere posizione, assumerti un impegno o affrontare una conversazione scomoda.

Potresti scoprire che alcune di queste parole arrivano sempre nello stesso momento: proprio quando vorresti lasciare aperta una porta per poter fare un passo indietro.

Se vuoi approfondire puoi leggere “Vuoi essere un leader eccellente? Parla meno e ascolta di più”.

Se invece vuoi lavorare sul modo in cui comunichi e vieni percepito nelle situazioni professionali, il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” parte proprio dal tuo modo reale di parlare, ascoltare e stare nella relazione.

Non sono frasi da evitare. Non devi cercare parole più autorevoli.

Devi sapere che cosa vuoi dire.
E dirlo.

Errore al lavoro … e adesso? Come rimediare in 7 mosse

errore al lavoro

Noo… davvero? Ma come hai fatto?
Hai cancellato quei file così importanti.
E senza farne una copia?

Hai dimenticato una scadenza cruciale.

Hai spedito una mail con informazioni sensibili al diretto concorrente.

Ma com’è possibile?

Un periodo di stanchezza. La fretta.
Un attimo di “follia”.

La testa da un’altra parte…

Tutto quello che vuoi. Ma è successo.

E adesso?

1. Non autocommiserarti troppo per il tuo errore al lavoro

È terribile.
Vorresti sbattere la testa contro il muro per aver fatto un errore così stupido.

Ma ora non serve.
Non c’è più niente che tu possa fare.

Sul lavoro, prima o poi, capita a tutti di sbagliare.
Nessuno è immune.

Con gli errori si cresce.
E con un po’ di attenzione, la prossima volta li eviterai.

Quel che è fatto, è fatto. Impara. E vai avanti.

Non darti dello stupido.
Non è il momento delle recriminazioni: sprechi energie preziose.

Ora servono lucidità e azione.

Concentrati solo su una cosa:
come gestire e rimediare nel modo più intelligente possibile.

2. Valuta bene il-da-farsi

Dopo un errore serio, la prima reazione è spesso il panico.
O la tentazione di nascondersi.

Serve invece una risposta adulta.
Ridurre le perdite.
Limitare i danni.

Agire o aspettare?
Far finta di niente sperando che si sistemi da solo?

A volte funziona. Spesso no.

Una cosa è certa:
se l’errore è “tosto”, ignorarlo lo rende solo più grande.

3. Ammetti l’errore al lavoro

Tutti sbagliamo.
La differenza la fa come reagiamo.

Ammetti l’errore appena te ne rendi conto.
Chiedi scusa (sì, è la parte più difficile).
E fai tutto il necessario per rimediare.

Una delle paure più grandi di un capo è questa: un collaboratore che sbaglia, tace per paura e parla quando ormai è troppo tardi.

Meglio un richiamo subito che un problema ingestibile dopo.

Le conseguenze, a quel punto, sarebbero molto più pesanti.

4. Non accampare scuse

Anche se sono vere.
Anche se sono legittime.

Malintesi.
Macchine che si inceppano.
Corrieri in ritardo.
Omonimie.

Ora non conta.

Conta solo una cosa: cosa stai facendo per rimediare.

Le scuse (anche fondate) rischiano di suonare come un tentativo di evitare la responsabilità.

5. Non scaricare la colpa sugli altri

“Non è colpa mia.”
“Ero di libero.”
“Non ne so niente.”
“Chiedete a Cristina…”

È una reazione frequente quando ci sentiamo insicuri.
Ma scaricare la colpa distrugge la tua fiducia e credibilità.

Assumersi la responsabilità è uno dei modi più potenti per creare rispetto.

E incoraggia anche gli altri a fare lo stesso.

6. Fai tutto quello che puoi per rimediare

Ora contano i fatti.
Non le parole.

Blocca la “macchia d’olio”.
Ripara i danni.

Resta oltre l’orario, se serve.
Ricostruisci dati e documenti.

Contatta chi è stato coinvolto.
Chiedi di cancellare file o mail inviate per errore.

7. Preparati alle eventuali conseguenze

Anche se sei stato onesto.
Anche se hai fatto tutto il possibile.

Potrebbero esserci ripercussioni.
Fa parte del gioco.

Ricostruire la fiducia richiede tempo.
Ed è frustrante, soprattutto dopo anni di affidabilità.

Ma si può fare.

Continua a lavorare con costanza.
La fiducia, prima o poi, torna.

Quando la tempesta è passata, fermati un attimo e chiediti:
che cosa ho imparato?

Non lasciare mai che un errore passi senza trasformarlo in una lezione.

In definitiva

Sbagliare non ti definisce.
Ti definisce come-reagisci.

Accetta l’errore al lavoro senza distruggerti.

E usa ogni caduta come occasione per diventare più solido, più credibile, più autorevole.

Perché la vera crescita professionale non nasce dalla perfezione, ma dal coraggio di affrontare ciò che è andato storto.

12 spunti per essere più autorevoli

essere autorevoli

Foto di Alexas_foto

Ancora fai fatica a trasmettere fiducia e autorevolezza?

Hai la sensazione che
la tua posizione e la tua esperienza
non vengano prese davvero sul serio?

Ti capita di dover ricorrere al peso delle gerarchie
per sentirti riconosciuto o rispettato?

Poca considerazione da parte dei manager.
Un atteggiamento fin troppo paritario
da chi ha meno esperienza di te.

Per molti di noi

— come scrivo anche sul retro della copertina del mio libro
“Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025) —

comunicare forza e autorevolezza, al lavoro e nel privato,
è una sfida tutt’altro che semplice.

Il primo passo è uno solo:
diventare consapevoli del problema,
senza dare la colpa agli altri.

Se non stiamo ottenendo i risultati che desideriamo,
la risposta non è fuori.

È dentro di noi.

Si può imparare a essere autorevoli?

Attenzione a questo errore, molto comune:

  • “Sono fatto così.
    Non posso cambiare come parlo o mi comporto.”

È vero:
alcune persone sembrano naturalmente autorevoli.

Ma è altrettanto vero che,
con interventi mirati,
lo stile comunicativo si può allenare.

Puoi imparare a:

  • proiettare l’atteggiamento che desideri
  • padroneggiare comportamenti che trasmettono fiducia
  • rendere più efficace la comunicazione verbale e non verbale

1. Non trasformare le affermazioni in domande

Dì ciò che pensi.
Non chiederlo.

Se il tono della tua voce sale a fine frase,
trasformi un’affermazione in una domanda.

Minando la tua autorevolezza.

Il tono crescente comunica incompletezza e dubbio.
Quello discendente comunica direzione.

Le istruzioni non si “chiedono”.
Si dichiarano.

2. Hai più tempo di quanto pensi

“Io do un ordine,
o taccio.”

Napoleone Bonaparte

Davvero credi che “chi è sveglio risponde subito”?

Attenzione:
la fretta di rispondere è una trappola.

Quel silenzio di due secondi che ti sembra eterno
è ciò che ti rende più sicuro.

Respira.
Prenditi il tempo.
Formula la frase prima di iniziare a parlare.

La sicurezza nasce dal respiro.
L’ansia no.

La tua voce, lo sguardo, la presenza
dicono più delle tue parole.

3. Parla lentamente se vuoi essere autorevole

Rallenta.

Inserisci pause brevi e naturali.
Evita sbalzi improvvisi di tono.

Una voce più profonda è più credibile di una acuta.
Controlla il timbro.

Non strafare.

4. Stabilisci un contatto visivo

Piedi e spalle verso l’interlocutore.

Il contatto visivo comunica:
coinvolgimento, attenzione, rispetto.

Quando parli senza guardare negli occhi,
trasmetti insicurezza —
anche se sei competente.

Guarda una persona per 2–3 secondi,
poi passa alla successiva.

Se non ti senti ascoltato,
è il momento di lavorare sulla tua autorevolezza.

5. Evita le negazioni

Frasi come:

  • “Non so se funzionerà…”
  • “Spero che non vada male…”
  • “Ho ragione, vero?”

seminano dubbi.

Presenta le idee senza giudicarle.
Lascia agli altri la libertà di decidere.

Essere autorevoli significa fidarsi di sé.
Gli altri faranno lo stesso.

6. Non cercare l’approvazione

Essere autorevoli richiede scelte impopolari.

Se vivi per piacere a tutti,
diventi un burattino.

E l’autorevolezza sparisce.

7. Usa una postura autorevole

 

“Affabile ma severo,
autorevole ma non rigido.”

Confucio

Prenditi spazio.

In piedi o seduto:

  • schiena dritta
  • piedi ben piantati
  • braccia non incrociate
  • mani visibili e rilassate

Immagina una corda che ti tira verso l’alto.

Durante una chiamata importante,
alzati in piedi.

Respiri meglio.
La voce acquista potenza.
Il corpo guida la comunicazione.

8. Impara a reggere il silenzio

Le persone autorevoli
non riempiono i vuoti per nervosismo.

Fanno una pausa.
Pensano.
Poi parlano.

Il silenzio è potere.

Leggi il mio post per approfondire.

9. Cura le espressioni facciali

Il corpo comunica oltre il 70% del messaggio.

Evita segnali di tensione come:

  • toccarti nervosamente
  • evitare lo sguardo
  • tamburellare le dita
  • piede ballerino
  • coprirti la bocca
  • corrugare la fronte

Autorevolezza non è volume.
È equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso “Sviluppare assertività senza perdere empatia” trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

→ Scopri il percorso.

10. Vai dritto al punto

Niente premesse infinite.

Al lavoro si aspettano da te una cosa sola:
una direzione chiara.

11. Riduci intercalari e parole dispersive

“Quindi…”
“Giusto?”
“Ehm…”

Usarle spesso segnala indecisione.

Se serve, morditi la lingua.
Meno parole.
Più forza.

12. Non ripeterti

Ripetere non rafforza.
Indebolisce.

Chi ripete troppo sembra non fidarsi di ciò che dice.
Diventa dispersivo.
Perde incisività.

Vai al punto.
Una volta.
Bene.

In conclusione

L’autorevolezza non si impone.

Si trasmette.

E nasce da una scelta quotidiana:
parlare meno per piacere,
parlare meglio per dirigere.

Non sei il mio capo! Come sopravvivere al collega che fa il boss

collega capo

Hai un collega che si comporta come se fosse il tuo capo?

Ti rimprovera per i ritardi.
Commenta la tua produttività.
Ti dice cosa fare, come farlo e prova anche a rifilarti più lavoro.

Se ti riconosci, sappi una cosa:

non sei il solo.

Il collega che fa il capo esiste in quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Finché c’è un capo ufficiale,
ci sarà sempre qualcuno che prova a sostituirlo — senza titolo.

È quello che organizza riunioni non richieste,
chiede conto di ciò su cui stai lavorando,
dispensa istruzioni e ovviamente …

consigli non richiesti.

Come si sopravvive a un collega così?

Non con lo scontro.
E nemmeno subendo.

Cosa serve? Per primo la calma.
Poi la chiarezza.

A volte basta un “no” detto senza emozione.
Uno sguardo neutro.
Nessuna rabbia.
Zero spiegazione.

Quando capisce che non ottiene reazioni,
di solito sposta il suo bisogno di controllo altrove,
(non smette: cambia solo bersaglio).

Se però la situazione è più strutturata,
servono fiducia, tatto e strategia.

A questo proposito …

il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza; comunica autorevolezza da Executive” è pensato proprio per questo tipo di situazioni complesse.

1. Affronta il problema subito

Prima che diventi un’abitudine.

Essere trattati come subordinati da chi non lo è … fa ribollire il sangue.

Ma reagire con aggressività peggiora le cose e gli consegna ancora più potere.

Prima regola: gestisci le emozioni.

Respira.
Fermati.
Raffredda la tua reazione.
La lucidità è una forma di difesa.

2. Verifica se è davvero autorizzato

Prima domanda scomoda, ma necessaria.

E se — senza saperlo —
il tuo collega è stato incaricato di coordinare il lavoro?

Succede più spesso di quanto si creda,
a causa di comunicazioni aziendali confuse o assenti.

Prima di fare muro-muro, verifica.

Se dice di agire su indicazione del tuo capo,
scrivi o chiama il tuo supervisore e chiedi conferma delle responsabilità.

Meglio una verifica in più che un conflitto inutile.

3. Usa un umorismo leggero (non sarcastico)

Un umorismo sottile può disinnescare molte dinamiche di controllo.

Spesso chi fa il boss cerca solo riconoscimento con una “leccata” all’ego.

Con un sorriso neutro, puoi dire:

  • “Hai avuto una promozione e non me l’hanno detto?”

oppure

  • “Il capo ti ha chiesto di passarmi queste indicazioni?”

Se risponde di no, puoi aggiungere:

  • “Ottimo, allora assicuriamoci che sia allineato.”

Calmo.
Educato.
Fermo.
Fermissimo.

4. Riporta sempre il riferimento al capo “vero”

Se ti assegna compiti, rispondi così:

“Non posso, sto lavorando su ciò che ho concordato con il capo.”

Non attacchi.
Tantomeno accusi.
Rimarchi un fatto.

Funziona sempre?
No.
Ma spesso basta a ridimensionare.

5. Parla in privato, mai davanti agli altri

Se il comportamento continua,
serve un confronto diretto.

A quattr’occhi.
Non in corridoio.
Non davanti al team.

Prima dell’incontro, rallenta.

Respira.
Sciogli la tensione.

Poi sii chiaro, senza durezza:

– Il tuo comportamento è inappropriato
– Non rispondo a te
– Siamo pari ruolo

Puoi dire qualcosa come:

“Apprezzo l’interesse, ma sono perfettamente in grado di svolgere il mio lavoro.”

Se insiste, chiarisci che — se necessario — coinvolgerai un superiore.
Le HR.

Non è una minaccia.
È un confine.
Netto.

6. Collabora, ma mantieni distanza

Fai ciò che serve per lavorare bene.
Nulla di più.

Riduci i contatti al minimo necessario.

Evita pranzi, aperitivi, confidenze.

Confondere il confine professionale spesso peggiora la situazione.

7. Documenta tutto

Conserva e-mail.
Segna date, orari, contenuti.

Se la situazione degenera,
serviranno i-fatti.

Impressioni, opinioni,
accuse vaghe sono solo autogoal.

8. Se non cambia nulla, parla con il capo, “quello vero”

Quando hai provato tutto e il comportamento continua,
è il momento di coinvolgere il tuo superiore o le Risorse Umane.

Attieniti ai fatti.
Niente etichette.
Niente vittimismo.

Non dire:

  • “Fa il capetto”

Ma:

  • “Mi assegna compiti che interferiscono con il lavoro concordato con te.
    Questo crea tensione e riduce la produttività.”

Questo messaggio viene ascoltato.
La lamentela vaga … no!

E se, in parte, avesse ragione?

Seconda domanda scomoda, ma onesta.

Se le critiche sono costanti,
vale la pena fare un’autovalutazione.

Chiediti se il tuo collega-capetto …

sta davvero abusando del ruolo o sta cercando di far funzionare il lavoro del team?

Un capo basta e avanza.
Un collega che fa il capo, no grazie.

Ma ignorare il problema
— da una parte o dall’altra —
non lo risolve.

Se senti che il rispetto intorno a te vacilla, affrontalo.

Con strategia.
Senza reazioni impulsive.

A proposito di capi …

Hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”.

Come agire quando un tuo collega diventa il tuo capo

collega diventa capo
Costruire un rapporto lavorativo soddisfacente ed equilibrato richiede, da parte di tutti,
un atteggiamento disponibile.

Serve per evitare inutili
tensioni,
rancori,
ripicche.

A volte però accadono situazioni difficili da gestire.
Una delle più delicate è questa:

Quando un collega diventa il tuo capo

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho dedicato un intero capitolo alla gestione degli ex colleghi.

Perché il cambiamento è complesso per il nuovo boss,
ma lo è anche per chi si ritrova a dover ridefinire il rapporto.

Come comportarsi, quindi, quando un collega diventa capo?
Che cosa succede quando un amico viene promosso a tuo superiore?

La relazione resta la stessa?

Oppure ti ritrovi con l’espressione della foto -che dice tutto senza parlare?

Quando il collega diventa capo

Improvvisamente cambiano le regole del gioco.

  • Ci sono linee da ridisegnare
  • Confini che non possono più essere superati.
  • Argomenti che non è più opportuno condividere.

È normale sentirsi spiazzati.

Ecco alcune indicazioni utili:

Consapevolizza le tue emozioni

Fermati un attimo e chiediti:

Come ti senti davvero?

Deluso?
Arrabbiato?
Frustrato?
Volevi tu quella posizione?

Forse non sai nemmeno come comportarti ora.

Il tuo collega ha ottenuto il ruolo perché aveva (probabilmente) le competenze giuste
o perché ha convinto chi ha preso la decisione
(sì, immagino cosa stai pensando… ma non è sempre altro).

Per quanto possa essere duro,
mettere da parte l’ego e congratularsi è un primo passo importante.

Anche per lui/lei il passaggio da collega a capo non è semplice.

Un po’ di empatia, qui, fa la differenza.

Il rapporto può restare cordiale,
ma un certo distacco professionale è consigliabile.
Per entrambi.

Il rapporto cambierà (ed è inevitabile)

Nuove dinamiche.
Obiettivi diversi.
Responsabilità più ampie.

Il tuo ex collega ora vive nuove pressioni
e potrebbe prendere decisioni che non ti piaceranno.

Magari fino a ieri condividevate le stesse lamentele.
Ora è meglio trattenersi.

Se ti chiede un parere sull’ambiente di lavoro,
parlane con onestà,
ma in modo professionale e costruttivo.

Lascia a lui/lei definire il nuovo assetto

Non cambiare atteggiamento di colpo.

Lascia che sia il nuovo capo a stabilire
tempi,
modalità,
confini.

Potrebbe aver bisogno di tempo per capire come comunicare
e come gestire i nuovi ruoli.

A volte sarà utile parlarne apertamente.
Altre volte, invece, il neo-capo farà un passo indietro
e ridurrà la socialità con te e con il team.

Se succede, cerca di non prenderla sul personale.
È comprensibile.
Ogni situazione è diversa.

In alcuni casi, per preservare l’equilibrio del gruppo,
potrebbe essere necessario un distacco ancora maggiore.

Rispetta le nuove posizioni

Tratta il tuo ex collega come qualsiasi altro capo.
Con rispetto.
Nel rispetto delle regole.

Le scadenze non cambiano.
Le aspettative nemmeno.

Puntualità, affidabilità, assunzione di responsabilità
sono qualità sempre apprezzate — anzi, ancora di più ora.

Rimani aperto al dialogo

Disponibilità,
collaborazione,
confronto:
sono fondamentali per lavorare bene insieme.

Se senti disagio legato alla confidenza precedente,
chiedi un incontro privato
e affronta il tema con tatto e rispetto.

Potresti scoprire che anche dall’altra parte
ci sono le stesse difficoltà.

Come puoi saperlo,
se non lo chiedi?

Continua a lavorare con professionalità

È la scelta migliore.

Tieni separati lavoro e aspetti personali.
Mostra rispetto, sostegno, chiarezza.
Continua a fare bene ciò che fai ogni giorno.

Se la vivi male,
ti aspettano frustrazione e chiusura.

Se invece la leggi come una sfida,
può diventare un’occasione di crescita personale e professionale.

Prendere ordini da un ex collega ti darebbe fastidio?
È una domanda onesta.

In definitiva

Non tutte le situazioni si possono controllare.

Ma il modo in cui scegli di stare dentro una relazione professionale, sì.

Comprendere non significa subire.
Adattarsi non vuol dire annullarsi.

Puoi essere rispettoso e assertivo.
Professionale e chiaro sui tuoi confini.

È lì che si gioca la vera maturità lavorativa.

Se ti riconosci in queste dinamiche,
nel mio percorsi di coaching mirato
“Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
pensato per aiutarti a ritrovare serenità e controllo.

6 atteggiamenti per perdere velocemente il rispetto dei colleghi

rispetto dei colleghi

Foto di FotoEmotion

Trascorrere le lunghe giornate di lavoro in un clima sereno, basato su rispetto reciproco, è fondamentale.

Non solo per l’armonia dell’ambiente.
Ma per il tuo equilibrio personale.

Tensioni, rancori, ripicche e conflitti non restano confinati in ufficio.

Entrano nella tua mente.
Ti seguono a casa.
Consumano energia.

Lavorare in serenità non è un lusso.

È una condizione necessaria per il tuo benessere psicologico e professionale.

Ma il rispetto dei colleghi non è automatico

Si costruisce.
E si può anche perdere.
Velocemente.

Spesso senza rendersene conto.

Ecco 6 atteggiamenti che possono farti perdere credibilità e stima sul lavoro.

1. Cerchi di ingraziarti il capo

Chi assume un atteggiamento servile per ottenere vantaggi personali
— protezione, promozioni o privilegi —
viene rapidamente etichettato.

Non come affidabile.

Ma come opportunista.

I colleghi smetteranno di confidarsi.
Condivideranno meno informazioni.
Ti escluderanno, progressivamente.

In altre parole, sarai fuori dal gioco di squadra.

Il rispetto non nasce dalla vicinanza al potere.
Nasce dalla coerenza.

2. Hai un abbigliamento poco professionale

L’abbigliamento comunica.
Sempre.

Anche quando non dici nulla.

Uno stile inadeguato o eccessivo può creare distanza, giudizi e perdita di credibilità.

Non si tratta di conformismo.

Si tratta di consapevolezza del contesto.

La tua immagine dovrebbe rafforzare la tua presenza professionale.
Non indebolirla.

3. Ti impicci dei fatti personali degli altri

Domande apparentemente innocue possono risultare invasive:

  • “Sei ingrassata?”
  • “Sei incinta?”
  • “Come mai sei così elegante oggi?”
  • “Dove andavi ieri?”

Commentare continuamente l’aspetto, le abitudini o la vita privata dei colleghi crea disagio.

Anche quando le intenzioni sono buone.

Il rispetto nasce dalla discrezione.
Non dalla curiosità.

4. Hai un atteggiamento arrogante o autoritario

Non ammetti errori.
Usi sarcasmo per svalutare gli altri.
Cerchi costantemente difetti e mancanze.

Questo comportamento non comunica forza.
Comunica insicurezza.

La vera fiducia in sé stessi non ha bisogno di imporsi.

Si manifesta in modo calmo.
Stabile.
Misurato.

Le persone rispettano chi è solido.
Non chi domina.

5. Non sei mai disponibile

È giusto proteggere i propri confini.

Ma essere costantemente indisponibili crea distanza.

Frasi come:

  • “Non è il mio lavoro.”
  • “Non mi compete.”
  • “Non posso.”
  • “Non è il mio settore.”

se ripetute spesso, comunicano chiusura e scarso spirito di collaborazione.

Le persone rispettano chi è competente.
Ma stimano chi è anche disponibile.

6. Partecipi attivamente al gossip

Il gossip è uno dei modi più rapidi per perdere credibilità.

Diffondere voci.
Alimentare dubbi.
Parlare degli assenti.

Può dare l’illusione di essere informati e influenti.

Ma distrugge la fiducia.
E prima o poi, diventerai tu l’argomento.

La discrezione protegge la tua reputazione.
Il gossip la indebolisce.

Sempre.

Il rispetto dei colleghi si costruisce ogni giorno

Non con gesti eclatanti.

Ma con coerenza.

Con equilibrio.
Con professionalità.
Rispetto reciproco.

Soprattutto quando è difficile.

Mantieni lo stesso atteggiamento con tutti:

  • con chi ti piace
  • con chi ti è indifferente
  • e anche con chi ti mette alla prova

Il tuo comportamento definisce la tua identità professionale.

Sempre.

Il rispetto non si pretende

Si trasmette.

E le persone non ricordano ciò che dici.
Ricordano come le hai fatte sentire.

13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 2)

rapporti personali sul lavoro

Leggi anche la parte 1.

7. Sei sempre poco disponibile

“Questo non è il mio lavoro”
“Questo non mi compete”
“Mi spiace, non è il mio settore”
“Non lo so”
“Non posso”

Fai solo il tuo compitino, nel tuo orticello. Niente di più.

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Tutte le volte che te ne esci con frasi simili dai una pessima immagine del tuo modo di lavorare o del tuo approccio verso il compito ricevuto.

Queste frasi-taglia-gambe, se utilizzate spesso, indicano poca voglia di fare e pigrizia mentale. Non portano a niente, non risolvono il problema, sono segno di scarico di responsabilità e di poca disponibilità verso i tuoi colleghi.

8. Trasmetti poca empatia nei tuoi rapporti personali sul lavoro

Hai notato quanto desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto? Vogliamo essere compresi e capiti ma poi quando tocca a noi, cosa facciamo?

Un collega ci chiede un favore, gli promettiamo di aiutarlo e di andarli incontro. Ma poi non facciamo niente. Un collaboratore ci comunica un suo problema personale e noi pensiamo di essergli utili con semplici e spicciole frasi di circostanza.

La verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti, sempre pronti a giudicare e criticare.

Per trasmettere più empatia sul lavoro (e non solo) occorre uno sforzo d’interesse, di concentrazione e d’attenzione. Occorrono disponibilità, sano e sincero interesse verso gli altri. Fallo e diventerai, per i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori un punto di riferimento importante e irrinunciabile.

9. Sei molto permaloso

Ehi! Come siamo messi con le critiche? Ti avveleni la giornata anche per una semplice osservazione? Sei permaloso, non sopporti di essere criticato anche se sai di aver fatto un errore?
 


 

Ogni giorno ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

La reazione più frequente è quella di porsi sulla difensiva o, ancora più spesso, di contrattaccare in modo impulsivo.

È molto difficile essere oggettivi su noi stessi; ecco perché il punto di vista degli altri può fornirci indicazioni di come agire sulle nostre aree di miglioramento. Sono parte importante nello sviluppo della nostra autostima. Allora cerca di non chiuderti, non respingere le opinioni degli altri, anzi accoglile come un bene prezioso.

10. Non distingui amicizia e professionalità

L’amicizia sul lavoro è uno dei temi più delicati da affrontare. È naturale sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre. Avere amici sul posto di lavoro ci dà più carica e motivazione e una spalla cui poggiarsi in caso di difficoltà.

Prima di giudicare e fidarsi, però è meglio prendere del tempo per conoscere meglio chi hai davanti, per evitare valutazioni sbagliate e arrivare a voltare la faccia all’amica-collega.

Infatti, spesso, quello che appare come una relazione di amicizia, si rivela un rapporto fondato sull’interesse. La cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti.

11. Sei negativo e lamentoso

Se apriamo la bocca solo per dire che “che lavoro noioso, ma com’è freddo oggi, se poi gli stipendi non sono puntuali …-“

oppure se parliamo solo di problemi e mai di soluzioni, rischiamo di essere pericolosamente etichettati come il “collega negativo e lamentoso” da evitare a ogni costo.

Conosci qualcosa di più irritante e noioso, ascoltare qualcuno che si lamenta sempre, è sempre negativo e mai costruttivo?

Evitiamo le lamentele e le frasi del tipo “È impossibile” o “Non si può fare”. Sono molto negative, indicano scarsa voglia e che non ci si vuole nemmeno provare. Se le cose non vanno bene, anziché lamentarci, perché non proviamo a cambiarle?
Il mondo non può fare nulla per renderci felici. Noi sì.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

12. Sei troppo aggressivo

Sei convinto che il mondo del lavoro è una giungla, una lotta continua, dove “la miglior difesa è l’attacco”; così se qualcuno ti fa un’osservazione, parti subito al contrattacco.

Lasci poco spazio, incalzi e tendi a importi in continuazione. Non ammetti quasi mai di avere torto. Usi il sarcasmo e le battute per svalutare gli altri. Sei critico e ogni occasione è buona per mettere in difficoltà i colleghi.

Non è che stai scambiando arroganza e prepotenza per grinta e carattere? Siamo in tanti a essere cascati in questo equivoco!

Spesso se siamo aggressivi, prepotenti o arroganti è in genere un tentativo, peraltro vano, di nascondere un profondo complesso d’inferiorità. La fiducia in se stessi si può manifestare in molti altri modi. Essere sicuri e avere fiducia in se stessi è sentirsi a proprio agio nei propri panni. La fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo, calmo e contenuto.

13. Sei troppo passivo

Ti metti sempre poco in discussione?

Eviti il confronto e il conflitto pur di mantenere la pace e la tranquillità? Quando sei chiamato a decidere ti adegui al volere del gruppo o del capo, anche se non sei d’accordo?

Questo comportamento se da un lato ci permette il quieto vivere lavorativo, dall’altro può generare numerose incomprensioni che ci fanno accumulare rabbia e rancore. Quindi, nessuna lite o divergenza ma come la mettiamo con i bruciori di stomaco?

Leggi la parte 1 perchè i tuoi rapporti personali sul lavoro non decollano.

In conclusione, lavorando sul nostro approccio possiamo valorizzare e sfruttare veramente le nostre potenzialità, anche sul lavoro.
Possiamo lavorare meglio con i colleghi o con il team, evitando inutili conflitti nei nostri rapporti personali sul lavoro.

Per sopravvivere nella giungla dei rapporti personali sul lavoro, la cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti, tanto con i colleghi che frequentiamo anche fuori dal lavoro che quelli che ci piacciono meno.

E tu, cosa ne pensi?
Basterà per mettersi al riparo da pettegolezzi, invidie e “vendette”?

13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 1)

rapporti interpersonali al lavoro

Poco importa quale sia la tua professione, il tuo ruolo e quanto tu debba stare in contatto con le persone durante la tua attività lavorativa … una cosa è certa …

i rapporti interpersonali al lavoro sono complessi.

Colleghi pettegoli, responsabili pesanti, dipendenti indisponenti, clienti noiosi …
gestire i rapporti interpersonali al lavoro è tutt’altro che semplice e lo sai bene anche tu, visto che ogni giorno ti trovi a convivere con questi comportamenti che provocano contrasti e tensioni.

Ognuno ha il suo stile, il suo carattere e le sue manie.

C’è chi è troppo passivo e chi, al contrario, è troppo aggressivo. Chi è maleducato, chi è troppo permaloso, pettegolo o poco disponibile verso gli altri.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Sei socievole, chiuso o diffidente? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni, i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

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Vediamo insieme 13 possibili motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non funzionano come vorresti, senza la presunzione di offrirti una lista esaustiva, visto la complessità e la vastità dell’argomento.

1. Hai sempre una scusa pronta

“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi …”

Non ti assumi mai le responsabilità. Te ne tiri sempre fuori. Non eri lì, e se c’eri, eri occupato a fare altro…ne hai sempre pronta una!

Possibile che sono sempre gli altri gli incompetenti, quelli che non capiscono niente, quelli che sbagliano? Riversare la colpa sugli altri è un atteggiamento frequente soprattutto quando ci sentiamo insicuri o abbiamo paura di fallire.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia nei tuoi colleghi o collaboratori e, allo stesso tempo, incoraggi gli altri a fare lo stesso.

2. Le spari sempre troppo grosse

Sei diventato così bravo che riesci a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te, delle cose che hai fatto, di quello che ti successo e allora …

… avanti con viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per apparire più interessante o attraente agli occhi di colleghi o collaboratori.

Spesso non sono totali invenzioni ma solo “piccole” forzatura della realtà. Niente di grave, per carità, ma pensi davvero che, così facendo, riuscirai a impressionare gli altri e sembrare più interessante o intrigante?
 


 

Una cosa è certa, alla lunga diventi sicuramente scontato, pesante e spingi gli altri a evitarti.

3. Sminuisci gli altri per metterti in luce

Molte persone sono predisposte a mettere in cattiva luce gli altri, per apparire migliori di quello che sono.

Ogni occasione è favorevole, per mettersi in buona luce, sminuire gli altri, utilizzando bugie che feriscono in maniera mirata una determinata persona davanti al capo o ai colleghi.
Queste persone prima individuano i bersagli, che sono ritenuti da ostacolo per la propria carriera lavorativa, poi cercano di demolirli con menzogne anche raffinate, alterando dati, fatti e situazioni, solo per eliminare la concorrenza.

Le scorciatoie, anche se invitanti, non portano a nulla! La verità, alla fine, viene fuori, e i benefici immediati a lungo termine non premiano.

Imposta la tua carriera sul talento, la volontà e la competenza! Anziché svalorizzare gli altri, cerca di dimostrare sul campo il tuo valore, porta pazienza e vedrai che la tua costanza sarà premiata.

4. Dipendi dalle opinioni degli altri

Cambi la tua personalità e i tuoi modi di fare secondo la persona che hai di fronte? Vuoi sentirti dire continuamente dagli altri che sei competente e indispensabile?

Se abbiamo bisogno continuamente del giudizio positivo degli altri, è un chiaro segno che dobbiamo lavorare sulla nostra autostima. Alla base abbiamo paura di essere rifiutati o emarginati dal resto del gruppo. È uno schema mentale che ci porta spesso a fare di tutto per compiacere i nostri colleghi o i nostri collaboratori, pur di ottenere la loro stima.

Se dobbiamo continuamente soddisfare le aspettative degli altri, diventiamo dei burattini sotto il comando delle persone. Nessuno apprezza realmente chi asseconda sempre gli altri, come un cagnolino.

Non diamo troppo peso a quel che dice la gente: oggi ci osannano, domani ci condanneranno. “Alleniamoci” invece a convivere con la disapprovazione.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Cedi alla maleducazione

Educazione al lavoro è sinonimo di professionalità e quando non lo sei ti esponi ad attacchi, dai quali non è possibile, o difficile, difendersi.

Puoi avere un pessimo carattere, essere stressato o sotto pressione ma l’educazione è imprescindibile per riuscire a gestire in modo positivo i tuoi rapporti interpersonali al lavoro.

6. Ti piace gossippare

C’è chi dice che, sul lavoro, non bisognerebbe parlare d’altro… ma sen’altro esagera e poi per 8 o 9 ore rimanere al di fuori dei pettegolezzi, da pausa caffè, non è cosa facile.

Spettegolare un po’ con i colleghi più stretti può essere salutare perchè stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero. Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo. I pettegolezzi e il gossip al lavoro diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati, con un’escalation dei toni e della forma, o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Evita di farti coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i tuoi rapporti interpersonali al lavoro o di trovarti in situazioni spiacevoli.

Continua a leggere la parte 2.

7 suggerimenti per lavorare meglio con un capo più giovane

capo più giovane

Il lavoro ci pone ogni giorno sempre di fronte a nuove sfide.
Non si finisce mai di imparare.
I tempi sono cambiati.

Nelle aziende sono sempre di più i giovani che, con competenze specializzate, ricoprono ruoli di team leader e manager, e può essere facile trovarsi, di punto in bianco, a ricevere compiti o direttive da un capo più giovane di noi.

All’inizio può essere un colpo basso per il nostro ego.
Questo giovane competente e brillante (speriamo) ci fa sentire il peso del tempo che passa, delle opportunità svanite, di una carriera che forse non ci ha dato le soddisfazioni che sognavamo o meritavamo.

E poi c’è il nuovo che avanza e il cambiamento che è lì, proprio dietro l’angolo, con tutte le sue insicurezze e le sue paure.
Per molto tempo ci siamo abituati a certe regole e certi ritmi lavorativi,
ora le cose sembrano dover cambiare.

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Anche noi dobbiamo cambiare e prendere atto che il nostro capo, anche se giovane,
probabilmente ha molto da insegnarci, nostro malgrado.

Come lavorare con un capo più giovane:

1. Non auto commiserarti

Non sentirti da meno rispetto ai giovani superiori. Non sprecare energia in sentimenti d’insicurezza o di risentimento verso il tuo capo.

Lascia stare pettegolezzi o allusioni sulla sua età.
È il momento di concentrarsi sul cosa fare per tenere il passo del cambiamento.

2. Hai sempre qualcosa da offrire

Esperienza, competenza, maturità, una rete di contatti personali e professionali.
Lo chiami poco?

I tuoi anni di esperienza devono essere la spinta per diventare un punto di riferimento per tutti, anche per il tuo capo, nel caso ne avesse bisogno.
Concentrati sui tuoi punti di forza;
la tua azienda ha bisogno d’innovazione e novità ma anche di esperienza e solidità.

Parla delle tue abilità.
Mostra al tuo capo/a le competenze che hai e in quali settori sono applicabili.
Senza vantarti o osannarti troppo spiega i progetti, le attività e le vendite che hai fatto e come potresti aiutarlo nelle attività future.
 


 

3. Pensa agli aspetti positivi di un capo giovane

Un capo più giovane (probabilmente) porterà una ventata di freschezza e novità, nuova energia e nuove prospettive;
che è sicuramente un bene in un momento in cui, nel mondo del lavoro e non solo,
l’entusiasmo è sparito e le idee mancano.

4. Adatta la tua comunicazione

I più giovani sono abituati a risposte più immediate e veloci, a tenere la maggior parte delle relazioni online,
quindi dimentica lunghe riunioni e incontri faccia a faccia.

Confrontati con il capo e chiedi quale modalità preferisce per comunicare; devi adattarti tu, magari aiutandoti con le nuove tecnologie.
Frequenta corsi in grado di migliorare le tue abilità e conoscenze in modo di reggere il passo con le nuove tendenze del mercato e della tecnologia.

5. Tratta la persona come qualsiasi altro capo

Nel pieno rispetto delle regole.
Ha ottenuto quella posizione perché ha le competenze giusto o ha colpito positivamente chi l’ha scelto
(Ehi! immagino cosa stai pensando, a volte non è così ma questa è un’altra storia!).

il capo/a, pur giovane, apprezza i collaboratori che rispettano le scadenze, che sono puntuali,
che riconoscono i propri errori e lavorano sul miglioramento.

6. Rimani aperto e disponibile al dialogo

Invita il tuo capo, di tanto in tanto, a prendere un drink o una cena per conoscersi meglio.
Rimani disponibile al dialogo, alla collaborazione, a scambiare le tue idee o opinioni.
È fondamentale se si vuoi vivere in armonia, avere una buona intesa lavorativa e non avere conflitti con il tuo capo.

Se avverti un fastidio a causa della differenza d’età, chiedi un incontro privato e parlane con tatto e con rispetto.
Potresti essere sorpreso nello scoprire che anche lui/lei ha gli stessi problemi sull’età oppure risolverà la questione in maniera soddisfacente per entrambi.

Come puoi saperlo fino a quando non chiedi?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

7. Diventa un supporto esperto e concreto

Non fissarti sulla differenza d’età e sull’idea che un giovane non abbia nulla da insegnarti.
Non pretendere considerazione solo per ragioni d’anagrafe!
La stima degli altri non aumenta automaticamente con il passare degli anni,
la fiducia va conquistata.

Vuoi che il capo giovane si appoggi molto di più a te, come simbolo di solidità e sicurezza?
Bene. Dimostralo!
Non dare nulla per scontato, parti da zero, dimostra sul campo chi sei e cosa sai fare,
a prescindere.

Non comportarti come un genitore, che “insegna”, dà consigli e suggerimenti fuori luogo o paternalistici.
Ci vuole poco a diventare saputello, compiacente o invadente.
Non dimenticare che è sempre il tuo capo/a!

Se non è richiesto il tuo punto di vista, è meglio non dire nulla e non atteggiarsi a mentore o guida.
Solo così guadagnerai la considerazione e la fiducia del tuo giovane superiore.

Lavorare con un capo più giovane è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita.
Se la prendi nel modo sbagliato, ti aspettano tempi duri; considerala invece un’occasione di rinnovamento e di lavorare con qualcuno che ha probabilmente molto talento.

Cosa ne pensi? Prendere ordini da un capo più giovane di te, ti dà fastidio?
Secondo te quanto conta la differenza d’età?

Le 8 bugie più usate fra colleghi di lavoro

bugie tra colleghi

“Puoi contare su di me.”
“Mi sei piaciuta dal primo momento”
“Non è colpa mia!”

Possiamo fidarci davvero di quello che ci dicono i colleghi?

È una domanda scomoda.
Ma necessaria.

Secondo diversi esperti, in quasi ogni gruppo di lavoro esiste almeno una persona che mente.

Non necessariamente per cattiveria.

Spesso per protezione, opportunismo o semplice sopravvivenza sociale.

Il luogo di lavoro non è un gruppo di amici.
È un ambiente fatto di obiettivi,
pressioni,
ambizioni.

E dove esistono ambizioni, esistono anche ambiguità.

Perché si mente sul lavoro

Si mente per proteggersi.
Per proteggere un collega.
Per nascondere un errore o una fragilità.

A volte si mente per evitare conflitti.
Altre, per ottenere un vantaggio.

Alcune persone alterano i fatti.
Aggiungono dettagli mai accaduti.
Costruiscono versioni più convenienti della realtà.

Non sempre per danneggiare.

Spesso per apparire più competenti,
più interessanti,
più sicuri.

Le bugie “sociali”: quelle che tutti riconoscono

Esistono bugie sottili.
Quasi invisibili.

Come quando diciamo a un collega che il capo lo apprezza, anche se sappiamo che non è vero.
Oppure quando facciamo un complimento solo per cortesia.

Sono bugie di adattamento.
Servono a mantenere l’equilibrio.

Non a distruggerlo.

Le bugie di immagine

Succede soprattutto all’inizio.

Per sentirsi accettati, alcune persone raccontano viaggi mai fatti.
Hobby mai coltivati.
Conoscenze mai avute.

Non per ingannare davvero.
Ma per ridurre la distanza.

Per sentirsi parte del gruppo.

Le bugie strategiche: le più pericolose

Esistono bugie più sofisticate.

Quelle usate per ottenere un avanzamento.
Per mettersi in buona luce.
O per indebolire un collega percepito come concorrente.

Non sono casuali.
Sono intenzionali.

E spesso difficili da smascherare.

Alcune delle frasi più ambigue che si sentono in ufficio

Ho trovato un articolo su Giornalettismo che riporta alcune delle espressioni più comuni — e il loro possibile significato nascosto.

Ad esempio:

  • “Sono arrivato prestissimo stamattina.”

Spesso è un modo per segnalare dedizione. O per far sentire gli altri meno impegnati.

  • “Si può fare meglio.”

A volte è un feedback utile.
Altre, un modo diplomatico per esprimere insoddisfazione.

  • “Mi sei piaciuto subito.”

Può essere sincero.
Ma spesso è una frase di cortesia, per favorire l’integrazione.

  • “Sono stato malato nel weekend.”

Può essere vero.
Ma le assenze strategicamente posizionate non sono rare.

Come reagisci quando percepisci colleghi bugiardi?

Cerchi di smascherare?
Ignori?
Oppure osservi con lucidità?

La leadership non consiste nel controllare ogni parola.
Piuttosto nel comprendere le dinamiche umane senza diventarne vittima.

Un punto essenziale: non tutte le bugie hanno lo stesso peso

Alcune servono a proteggere relazioni.
Altre a proteggere ego fragili.

Altre ancora, invece, distruggono fiducia e credibilità.

La vera competenza non è smascherare ogni bugia.
È sviluppare la capacità di leggere le persone.

Osservare coerenza.
Comportamenti.
Pattern nel tempo.

Perché la verità, prima o poi, emerge sempre.
Non nelle parole. Ma nei comportamenti ripetuti.

E tu?
Come reagisci davanti a colleghi bugiardi?

Non puoi controllare ciò che gli altri dicono.
Ma puoi imparare a riconoscere chi dimostra, ogni giorno, ciò che vale davvero.

Rapporto con il capo: 6 errori da evitare per non mettersi in cattiva luce

rapporto con il capo

Foto di Michi-Nordlicht

Hai un capo molto esigente e facilmente irritabile?

Ti mette soggezione e non sai come comportarti?

Sei neoassunto e non vuoi partire con il piede sbagliato?

È utile adottare alcuni comportamenti semplici e pratici
per evitare di finire in cattiva luce con i superiori.

Al di là dello stile del tuo capo,
ci sono errori ricorrenti che rischiano di compromettere il rapporto.

1. Sei negativo e non offri soluzioni

Se parli solo di problemi e mai di soluzioni,
rischi di essere associato alla figura del
“messaggero negativo”.

C’è qualcosa di più irritante
di chi si lamenta sempre?

Frasi come:

  • “È impossibile”
  • “Non si può fare”

Trasmettono un messaggio chiaro:
non ci vuoi nemmeno provare.

Se c’è un problema, prova a proporre almeno una possibile soluzione.
Il tuo capo (quasi sempre) te ne sarà grato.

2. Le frasi “taglia-gambe” sono pericolose

Alcune espressioni fanno scattare l’allarme immediato:

  • “Non è il mio lavoro”
  • “Questo non mi compete”
  • “Non lo so”
  • “Adesso non posso”
  • “Non è colpa mia”

Sono frasi che un capo non vorrebbe mai sentire.

Danno un’immagine di:

  • scarico di responsabilità
  • rigidità
  • poca voglia di mettersi in gioco

Non risolvono nulla.
E peggiorano il rapporto.

3. Non lo aggiorni su come procedi

Evita le sorprese.
Sempre.

La paura più grande di un capo è questa:
che un collaboratore sbagli,
non dica nulla
e lo comunichi all’ultimo momento.

Quando ormai è troppo tardi.

Se hai commesso un errore,
meglio un cazziatone subito
che lasciare che il problema “lieviti”.

Il cazziatone passa.
Il danno no.

4. Non mantieni promesse e scadenze

Il tuo capo ha bisogno di certezze.
Vuole persone di parola.

Prometti solo ciò che sai di poter fare.
Rispetta le scadenze.
E se sei in difficoltà, avvisa prima.

Non aspettare l’ultimo minuto
per comunicare un ritardo.

La fiducia si costruisce così.
E si perde molto in fretta.

Il modo in cui comunichi con il tuo capo può fare la differenza
tra rispetto e tensione.

Se vuoi approfondire il tema rispetto sul lavoro,
trovi spunti utili nei miei libri:

“Autorevolezza”, ora nella nuova edizione aggiornata 2025

“Prima volta Leader”, pensato per chi ha appena assunto un ruolo di responsabilità

5. Non fai attenzione ai dettagli

Non giocare con la tua professionalità.

Presta attenzione ai dettagli,
sii reattivo,
fatti trovare pronto.

Rispondi con chiarezza e tempestività.

Non serve essere esperti in tutto,
ma è fondamentale fare bene ciò che ti viene affidato.

6. Sei poco chiaro, prolisso o esitante

Parla in modo:

  • chiaro
  • conciso
  • diretto

Usa frasi brevi.
Intervieni quando sai cosa dire e cosa fare.

Evita frasi piene di:

  • “…ehm…”
  • “…sa…”
  • “…ecco…”

Indeboliscono il messaggio
ma aumentano l’irritazione.


Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress,
serve un confronto lucido e professionale.

Con il mio percorso mirato
“Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”
impari a comunicare con calma e autorevolezza
senza compromettere il tuo benessere.

In finale

Con un capo difficile
non serve compiacere.

Serve affidabilità, chiarezza e responsabilità.

Il rispetto non si chiede.
Si costruisce, un comportamento alla volta.