10 cose che le persone di successo non fanno

persone di successo

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita è senz’altro utile comprendere cosa-fanno le persone di successo.
Altrettanto importante è conoscere anche cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le persone che più ammiri non-fanno:

1. Non si aspettano risultati immediati

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Le persone che ammiri non si aspettano risultati immediati.

Non pensano che il successo arriverà “rapido” o “facile”. Sanno che occorre tempo e fatica. Ognuno si evolve al suo ritmo, nessuno sa quanto tempo ci vorrà per ottenere progressi rilevanti.

Sorridono guardando le persone che si lasciano intrappolare da sogni facili tipo “Perdere fino 5 kg di peso in 1 settimana”, “Arricchirsi rapidamente”, “Fare un blog di successo in 1 mese”, “Diventare un grande leader in 4 passaggi”.

2. Non aspettano il “momento perfetto” per agire

Le persone di successo non aspettano il momento giusto per agire perché sanno che il momento perfetto potrebbe non arrivare mai.

Anche loro (come tutti noi) hanno timore di fallire e di non fare la scelta giusta, ma accettano che nella vita non ci sono certezze e non esistono garanzie di successo.

Cercano di vincere la paura e la pigrizia.

Vuoi una garanzia di successo prima di fare qualcosa? Mi spiace, non esiste ma se non provi (se non ti butti) è garantito che fallirai.

3. Non si lasciano condizionare da persone negative

Ignorano gli scettici e i pessimisti.

Ma anche … quelli che si lamentano, quelli che rimandano, quelli che succhiano l’energia, quelli che trovano scuse per tutto, quelli negativi, quelli drammatici.
 


 

Le persone che ammiri sanno che l’energia è contagiosa.

Hanno imparato che ascoltando continuamente problemi, lamentele, pessimismo si sentiranno a loro volta stanche e logore.

Invece, chi ha successo frequenta regolarmente solo persone con un atteggiamento mentale positivo, che danno una spinta o una prospettiva nuova.

4. Non lasciano “lievitare” i problemi

Le persone che più ammiri non ignorano le preoccupazioni.
Affrontano i problemi appena possibile.

Sono tentate (come tutti noi) di trascurare le cose più difficili, ma hanno capito che invece devono affrontarle subito. Hanno compreso che rimandare o (peggio) ignorare un problema vuol dire trasformarlo in “qualcosa” di sempre più grande, magari ingestibile.

Se rimandiamo, per esempio, di telefonare a una persona/cliente/collega/capo perché proviamo disagio, quando poi saremo costretti a farlo proveremo ancora più malessere e saremo ancor più logorati dallo stillicidio di attesa, ansia e stress.

5. Non si fermano di fronte gli ostacoli

La vita non sempre ci riserva quello che desideriamo.
È una verità.

Le persone che raggiungono il successo sono disposte a fare sacrifici.
Non indietreggiano davanti alle avversità.

Sono consapevoli che non otterranno sempre quello che desiderano.

Trovano costantemente il modo di migliorare se stessi. Credono che il successo sia una scelta … per questo scelgono di concentrare il loro tempo e le loro energie solo sulle cose che li condurrà a quel traguardo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

6. Non sprecano energia su cose che non possono controllare

Prendono le distanze dalle cose che non possono controllare. Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione!

Non sprecano energia e capacità su cose e fatti che non dipendono da loro. Hanno sperimentato (sulla loro pelle) che non possono controllare gli altri ma solo gestire la propria reazione, il proprio atteggiamento. Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi, si concentrano sulle prossime azioni e su ciò che possono controllare nella loro vita.

7. Non si preoccupano di piacere a tutti

Le persone che più ammiri riconoscono che non hanno bisogno di accontentare tutti, in ogni momento.

Non hanno paura di dire di “no” o “perché”, quando è necessario.

Si sforzano di essere gentili e leali, sanno anche che è impossibile compiacere tutti e non sono sconvolte se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

8. Non mollano dopo un fallimento

Le persone di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Invece, usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare, fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato, cosa dovremo fare di diverso la prossima volta. Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.
Le persone che ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade, ma quante volte ti rialzi (più forti di prima).

Cadi sette volte, rialzati otto.
Proverbio giapponese

9. Le persone di successo non cercano scuse

Le persone di successo si assumono la responsabilità dei loro errori.

Se le cose non vanno come previsto o qualcosa va storto, si prendono l’onere di risolvere il problema.
Non cercano scuse.

Le scuse sono a uso esclusivo di indecisi e incompetenti.

10. Non percepiscono le difficoltà come ostacoli

Quando le persone di successo si trovano di fronte a una difficoltà, non fanno drammi, non si disperano o rassegnano. Vedono questo impedimento semplicemente come un problema da risolvere … un ostacolo da superare … proprio come hanno fatto con tutti gli ostacoli che hanno oltrepassato in passato.

Sanno che quest’esperienza li renderà ancora più intelligenti e più forti.
Sono determinate a ottenere i loro obiettivi -non importa quanto grande- ogni giorno.

Raggiungere il successo non è facile

Se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi può essere d’ispirazione sapere cosa-non-fanno le persone di successo.

Avere successo nella vita non è facile.
Ci vuole tempo.
Fatica.
Dedizione, coraggio, costanza.
Anche al tuo livello (grande o piccolo che sia, non importa).

Come smettere di pensare al lavoro quando sei di libero

preoccupazione
Ansia, stress, inquietudine, pensieri.

Nomi diversi.
Il punto, però, non cambia.

La preoccupazione è un seme.
Germoglia e cresce anche senza la nostra volontà.

È un killer silenzioso.
Spesso la minimizziamo.
A volte, addirittura, la neghiamo.

Vediamo 11 spunti concreti per smettere di pensare al lavoro anche quando sei libero.

1. Ricorda ciò che è davvero importante

La vita non si ferma quando stacchi dal lavoro.

Anzi.

Tenere a mente le vere priorità
famiglia, salute, relazioni
rende più facile “staccare” quando sei fuori dall’ufficio.

2. Comprendi il valore reale di una pausa

Sei più creativo e lucido quando sei riposato.

Lo sai già.

Prendere una pausa non significa:

  • dormire
  • ascoltare musica
  • distrarsi con uno schermo
  • andare sui social

Significa interrompere.
Anche solo pochi minuti.

Stare fermi.
Fare nulla.

Sembra facile.
Non lo è.

3. Non parlare di lavoro a casa

Arrivare a casa e raccontare tutte le “magagne” lavorative è allettante.

Ma è una trappola.

Parlarne non scarica l’ansia.
La riattiva.

Rimasticare un problema ti riporta emotivamente nel momento in cui l’hai vissuto.
Con tutto il carico emotivo annesso.

4. Non portarti il lavoro a casa

Meglio finire in ufficio.
Anche un’ora in più, se serve.

Se porti il lavoro a casa, riponilo una volta terminato.

Un portatile aperto sul divano rovina:

  • la cena
  • la presenza
  • il riposo

5. Accetta che non puoi controllare tutto

Come scrivo in “Prima volta Leader”, viviamo in tempi complessi e incerti.

Puoi pianificare quanto vuoi.
Gli imprevisti arriveranno comunque.

Non sprecare energia su ciò che non dipende da te.
Produce solo ansia e frustrazione.

Accetta.
Adattati.
Focalizzati sulle prossime azioni.

Lascia spazio all’imprevisto.
Tanto, arriverà lo stesso.

La gestione dell’imprevisto per alcuni può essere spiazzante.
Ne parlo meglio in questo articolo.

6. Non annegare in paure vaghe

La mente ansiosa ama gli scenari catastrofici.

Chiediti:
Qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere?

Quando la chiarisci davvero,
spesso scopri che:

  • non è così terribile
  • è anche improbabile

Bastano pochi minuti di lucidità per risparmiare ore di preoccupazione.

7. Distingui tra “analizzare” e “rimuginare”

Analizzare significa:

  • capire cosa è successo
  • imparare
  • ripartire

Rimuginare significa:

  • pensare e ripensare
  • colpevolizzarsi
  • non imparare nulla

L’analisi chiude.
Il rimuginare tiene aperta la ferita.

8. Capisci che rimuginare non risolve nulla

Rimuginando hai l’illusione di controllare l’ansia.
In realtà la stai alimentando.

Non trovi soluzioni.
Rafforzi il problema.

Chi rimugina non arriva mai alla risposta.

9. Frequenta persone emotivamente sane

L’energia è contagiosa.

Stare con persone lucide, equilibrate, positive
ridimensiona i problemi.

Una conversazione intelligente,
anche con chi è fuori dal tuo settore,
può cambiare prospettiva.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

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Trovi spunti nei miei libri:

– “Autorevolezza” – NUOVA edizione 2025, per rafforzare la tua presenza autorevole

– “Prima volta Leader”, se hai da poco assunto un ruolo di guida.

10. Fissa un “appuntamento” con la preoccupazione

Non pensare ai problemi tutto il giorno.

Raccogli solo i dati necessari.
Stabilisci un momento preciso per pensarci.

Mezz’ora al mattino basta.
Evita la sera.

Pensare prima di dormire garantisce solo una notte agitata!

11. Riduci l’uso del digitale

A volte lavorare la sera è necessario.
Ma non farlo per curiosità.

Se non è urgente, resisti.
Lascia smartphone e PC fuori dal tuo tempo libero.

Il benessere non è fortuna.
È una scelta.
E richiede anche uno sforzo consapevole.

In definitiva

Pensare meno al lavoro non significa essere meno responsabili.

Significa essere più lucidi.

E tu hai il diritto di “chiudere” la mente, ogni tanto.

Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale

email arrabbiata

 

“Mettiamola così.

So di avere ragione.
E lui torto.
Ne ho le prove.

Ho scritto nero su bianco ogni minimo dettaglio.

Ho schiacciato Invia con soddisfazione.
Beccati questa. Volevi fregarmi?
Ti ho fregato io.

Aspetto la risposta.

Niente.

Passa una settimana.
Boh?

Così rileggo la mia mail.
E poi la sua.

Ahia.

So di avere ragione.
E lui torto.
Questo non cambia.

Ma ora mi rendo conto quanto la mia risposta fosse…
sproporzionata.
Inadeguata.
Esagerata.
Troppa roba.
Cafona.

Ecco perché non ha risposto.

So di avere ragione.
E lui torto.

Ma adesso non ne sono più così sicuro”

Terribile! La posta elettronica è un modo terribile di comunicare

Diversi studi indicano che circa il 50% delle email viene mal interpretato.
E ti credo.

Quando scriviamo una mail,
le parole sono l’unica risorsa.

E solo col testo perdiamo oltre il 90% dell’efficacia comunicativa.

Con queste premesse è facilissimo:

  • creare equivoci
  • aumentare la tensione
  • alimentare il conflitto

Tutti abbiamo ricevuto email arrabbiata
da clienti, colleghi o capi.

E spesso, il modo in cui rispondiamo
peggiora la situazione.

Rispondere in modo professionale
è molto più difficile di quanto sembri.

Vediamo come gestire queste situazioni
in modo più efficace (e onorevole).

1. Prima di rispondere, respira. Anzi: due volte

Se l’altro è sopraffatto dalle emozioni,
non fare lo stesso errore.

Prendi tempo.

Uno dei vantaggi delle email
è che non devi rispondere subito.

Lascia sbollire.
Risponderai con più lucidità.

Anche quando “urge”,
hai almeno 5 minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

2. Non saltare subito alle conclusioni

Stai leggendo tra le righe?
Stai attribuendo intenzioni?

Davvero riesci a “sentire” rabbia o frustrazione
attraverso uno schermo?

Rileggi.
Assicurati di aver compreso bene
prima di rispondere.

3. Scrivi una email arrabbiata (anche tu)

Se senti il bisogno, fallo.

Serve a scaricare la tensione.

Ma non inviarla.

Scrivila come nuova mail.
Non nel campo “Rispondi”.
Non inserire il destinatario.

Salvala come Bozza.

Dopo esserti calmato,
potrai eliminarla o riscriverla.
Io le modifico (molto)
nel 99% dei casi.


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– “Autorevolezza” – nuova edizione 2025
per rafforzare carisma, impatto e comunicazione

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se muovi i primi passi nella gestione di un team

Due libri complementari per sviluppare
assertività, leadership e relazioni efficaci al lavoro.

4. Rispondi in modo sintetico

Se c’è anche solo una possibilità
di aver frainteso la mail:

falla breve.

Un messaggio principale.
Chiaro. Diretto.

Evita risposte lunghe, ambigue, deduttive
o del tipo:
“come avrai sicuramente capito…”

No.
Non è affatto sicuro.

5. Rispondi in modo semplice

Evita sarcasmo e ironia.

Nelle email non si vedono
sguardi, espressioni, intenzioni.

Anche lo scherzo
può essere frainteso.

E fidati:
lo sarà.

6. Pianifica un incontro chiarificatore

“Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo,
ma nulla sostituisce lo sguardo umano.”

Paulo Coelho

Vuoi davvero risolvere il problema?

Allora organizza un incontro faccia a faccia, video o telefono.

È meno comodo che lanciare missili digitali
dal tuo ufficio.

Ma richiede coraggio e autocontrollo.
E dimostra carattere.
Leadership.

7. Chiedi aiuto

Se puoi, fatti leggere la mail
da una persona fidata.

Non è coinvolta emotivamente.
Può vedere ciò che a te sfugge.

Spesso evita clamorosi autogoal.

8. Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte pensiamo di avere ragione.
E invece siamo parte del problema.

Fare la cosa giusta significa:
riconoscere l’errore
e chiedere scusa.

Un’email sbagliata
non deve distruggere
anni di relazioni professionali.

Email arrabbiata? Non prenderla sul personale

Rispondere con astio
quasi mai è efficace.

Come scrivo in “Autorevolezza” (ed. 2025),
finché lavoriamo con le persone
saremo sempre esposti a frustrazione e delusione.

Conta come incanali le emozioni

Queste 8 strategie mi hanno aiutato
a sviluppare autocontrollo, coraggio
e a risolvere situazioni difficili
in modo più dignitoso ed efficace.

Prova anche tu.

In finale …

A volte hai ragione.

Ma il modo in cui la difendi
può farti perdere molto più di quanto pensi.

Nelle relazioni professionali,
vincere non significa schiacciare.

Significa saper scegliere come rispondere.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 2

buona impressione

Foto di Roland Lakis

Leggi anche la parte 1.

Look sempre adeguato alla circostanza

Per andare in ufficio, un meeting di lavoro, a un evento importante, un cocktail con le amiche o per un primo appuntamento galante, il tuo look deve essere adeguato alla situazione.
Sei sicuro che sia quello giusto?

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Meglio un look sobrio (per evitare di dare troppo nell’occhio), un look casual tipo jeans e t-shirt oppure uno classico camicia bianca, tubino nero o blu, tacco medio e qualche accessorio chic?

Anche se il look è sobrio e formale,
un pizzico di personalizzazione può darti un tocco di personalità in più e contribuire alla buona impressione.

Anche i colori sono importanti.
Meglio colori tenui per un incontro/happening/colloquio nel sociale e blu scuro per quel che riguarda una società bancaria, assicurativa o un’azienda di produzione.

Creare il contatto visivo

Gli occhi trasmettono la nostra essenza.

Quando ci concentriamo sugli occhi, siamo in grado di vedere la “vera essenza” della persona,
ci colleghiamo direttamente con il suo sé autentico.

Quando dai la mano a qualcuno, è importante creare “un collegamento” anche con gli occhi …
sorridi,
guarda la persona negli occhi e nota il colore dei suoi occhi.

Notare il colore degli occhi della persona cui stringiamo la mano.

Questa semplice abitudine ti “costringerà” a guardare (davvero) le persone negli occhi e “connetterti” con lui/lei.
 


 

Prova e vedrai la differenza.

Perfezionare la stretta di mano

La stretta di mano la dice lunga su di noi ancor prima di aprire la bocca.

L’intensità della forza impressa alla stretta è legata alla personalità ed è vista come una dimostrazione di carattere e di forza.

La stretta di mano è stata frutto di non pochi studi sul linguaggio del corpo e il carattere della persona.
Nello specifico in base all’indagine effettuata su più di 100 manager italiani è emerso che il 9% eccede nella forza nella stretta di mano e ben il 60% pecca in debolezza.

Una stretta salda e decisa è tipica di una personalità dominante, sicura di sé e razionale;
se la pressione è eccessiva, però è segno di un carattere aggressivo ed esibizionista.
Per contro, persone che danno la mano in modo molle e fiacco sono di solito schive,
timide e diffidenti.

C’è anche chi torce il polso dell’altro (esprime il desiderio di porre l’altro in un ruolo di sudditanza), chi invece offre la mano molle o solo la punta delle dita (non gradisce il contatto con gli altri).

La miglior stretta di mano per fare una buona impressione è verticale, decisa e forte (ma non troppo).
Ad esempio se davanti a noi c’è un ragazzino/a o una persona anziana, la nostra pressione,
se pur decisa deve essere meno forte.

La chiusura a due mani può sembrare troppo intima,
soprattutto quando è la prima volta che incontriamo qualcuno.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Mantenere la giusta distanza

Anche la distanza è molto importante la prima volta che incontri la persona.

Se mantieni troppo le distanze (2-4 metri) mandi segnali di freddezza e di rifiuto.
Al contrario, se sei una persona socievole e affettuosa, che preferisce parlare faccia a faccia a breve distanza ma ti avvicini troppo, prendi il braccio, appoggi la mano sulla spalla, invadi lo spazio dell’altro, ti prendi confidenze senza il permesso,
diventi aggressivo e indisponente.

Per non sbagliare in genere è meglio tenere una distanza di 1-2 metri.
Così sarai abbastanza vicino da interagire, senza fare sentire a disagio le persone.
Distanze inferiori a 1 metro sono di solito riservate per la famiglia e gli amici.

Evita anche di porti di fronte perché posizioni frontali (soprattutto tra uomini) sono assunte in situazione di conflitto.
Meglio porsi di fianco o ad angolo retto.

Trattenere il sorriso per una buona impressione

Regala alle persone che incontri un sorriso sincero.

Se il tuo viso, i tuoi denti e gli occhi non sono parte del sorriso, vuol dire che stai utilizzando un sorriso di circostanza.
E’ il classico tipo di sorriso che utilizzi quando non ti senti veramente a tuo agio,
non hai voglia di sorridere ma lo fai forzatamente solo per apparire cortese.

“Aggancia” gli occhi dell’altra persona, nota il colore dei suoi occhi e poi sorridi.
Attendi che sorrida di nuovo e poi “trattieni” il tuo sorriso per due secondi in più di lui/lei.

Sarai stupito dal legame che si crea.
Le persone non potranno non notare qualcosa di “diverso” e si ricorderanno sicuramente di te.

Ecco 7 suggerimenti per fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca.
Per alcuni di noi poi, i problemi iniziano proprio lì … quando devono cominciare a parlare … ma questa è tutta un’altra storia! Se desideri approfondire l’argomento … ecco il personal coaching per potenziare la leadership!

Forse hai bisogno di maggiori informazioni?
Hai sentito “parlare di coaching” ma non hai mai davvero fatto il primo passo?
Lascia che ti spieghi cos’è (per me) il coaching e come lavoro ogni giorno,
scopri la mia guida di benvenuto facendo click qui.

Come fare una buona impressione ancor prima di aprire bocca – 1

impressione

Foto di Roland Lakis

Chi ben comincia … dice il detto.

Infatti, il momento più critico quando facciamo conoscenza con qualcuno è quello iniziale …
poco importa se è per un colloquio di lavoro,
una presentazione con clienti,
l’incontro con il nuovo team o il nuovo capo,
un evento mondano oppure l’appuntamento galante che hai sempre sognato.

In seguito potrai farti conoscere e apprezzare, dimostrare quanto sei competente, simpatico o disponibile ma la verità è che …
poco importa se la prima impressione può essere stata superficiale e ingannatrice …
difficilmente sarai in grado di far cambiare l’idea che si sono fatti di te.

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Ecco perché Oscar Wilde ci ricorda che “Non c’è una seconda possibilità di fare una buona prima impressione”.

Come fare una buona impressione in pochi secondi?

Gli esperti del settore dicono che bastano 10 secondi (il tempo di correre i 100 metri) per entrare nella mente degli altri e fare un’ottima o una pessima impressione,
soprattutto nel mondo del lavoro.

Durante questi pochi secondi, gli altri vedono solo una piccola parte di noi eppure una volta che la prima impressione è fatta,
può essere difficile (se non impossibile) cambiarla.

Allora … come fare una buona impressione ancor prima di aprire la bocca:

Trattare tutti quelli che incontri come se lui/lei fosse la persona più importante

Vai incontro” alle persone come se lui/lei fosse la persona più importante che devi incontrare quel giorno.

Se adotti quest’atteggiamento,
tutti si sentiranno speciali e godranno della tua presenza,
ancor prima che inizierai a parlare.

È un atteggiamento prima di tutto mentale.

 
More: scopri il servizio di coaching ideale per potenziare la tua team leadership
 

Che impressione pensi di lasciare se per esempio …
in un colloquio di lavoro tratti in “modo speciale” prima la persona alla reception,
poi la segretaria e infine il selezionatore/direttore?

Oppure se durante un happening mondano,
ti approcci a ogni persona che incontri come se lui o lei fosse la star dell’evento?

Non costa nulla far sentire una persona speciale,
dare a qualcuno tutta la nostra attenzione e la nostra considerazione,
in modo totale (senza essere commedianti, soggiogati o paraculi).

Trasmettere fiducia e positività

Niente funziona meglio,
ancor di più quando si vuol “far colpo” su qualcuno,
come trasmettere un atteggiamento di fiducia e positività.

Quando si va a un appuntamento di lavoro,
un evento o un meeting piuttosto che continuare a ripetersi qualcosa di rassicurante ma vago tipo “Sei meravigliosa!” oppure “Calma, tranquillo” è molto più efficace ricordare un momento specifico in cui sei stato all’altezza o hai ottenuto apprezzamenti e riscontri positivi (la vittoria al torneo di tennis della città, la tesi di laurea, un apprezzamento da un cliente/capo/amico/partner, ecc., l’acquisizione di un cliente importante, ecc.)

È importante.
 


 

Ricordare le esperienze di successo genera positività.
Mantenere quella sensazione di successo nella tua mente ti permetterà di “entrare in scena” con un’areola di fiducia e di positività.

Prova e vedrai … sarai irresistibile!

Fare attenzione alla postura

Gli specialisti del settore dicono che niente come la postura può essere utile per fare una buona prima impressione.
Una postura dritta, un passo deciso e una schietta stretta di mano accompagnata da un bel sorriso sincero …
fanno miracoli!

“Stirati verso l’alto” più che puoi (come una marionetta cui qualcuno sta tirando una corda attaccata alla parte superiore della testa).
Spingi le scapole indietro e verso il basso e lascia cadere le braccia rilassate lungo i fianchi.
Mantieni le spalle piazzate verso la persona con cui stai parlando.
Se sei di lato,
dai l’impressione di essere solo parzialmente investito nella conversazione.

Alza il mento e guarda dritto, non guardare in basso mentre cammini

Per le donne, i consulenti americani suggeriscono una posa a-la “Wonder Woman” con le gambe leggermente divaricate piantati e le mani sui fianchi.
Questa posizione trasmette più fiducia, potenza e sicurezza.

Evita le braccia conserte sul petto che “creano” una barriera tra te e le persone e trasmettono un atteggiamento negativo, difensivo o di chiusura.
È la classica posizione negativa.
Incrociando le braccia, sembri freddo, riservato o peggio che stai nascondendo qualcosa.

È meglio evitare anche azioni inconsce come incrociare le gambe,
fare tintinnare le monete in tasca, guardare continuamente il cellulare,
alzarsi i pantaloni, aggiustarsi il bottone della camicia, giocherellare con una penna o battere i piedi perché sono indicazioni d’impazienza e di mancanza di fiducia che ti fanno sembrare imbarazzato e ansioso.

Continua a leggere la parte 2.

7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro

perfezione

Ti senti soddisfatto quando termini il tuo lavoro, oppure pensi che “non sia mai abbastanza” e alzi continuamente gli standard fino a quando, inevitabilmente, fallisci?

Riesci a focalizzare il tempo e le energie sui punti salienti di un lavoro o progetto o ti tormenti per ogni minimo dettaglio?

La perfezione è come un miraggio … si scorge in lontananza … ma ogni volta che ci si arriva vicino … sparisce e rimane solo la delusione.
Si dice che … la ricerca della perfezione è uno dei percorsi più veloci per l’infelicità.

Nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare” ho sottolineato come …

La perfezione non esiste

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La perfezione è un’illusione che ci tiene intrappolati in un ciclo senza fine d’infelicità e delusione.

Allora perché sentiamo il bisogno di essere sempre perfetti e impeccabili?
È una questione d’autostima.

Se abbiamo un così forte desiderio di essere perfetti, è perché siamo preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi, chiediamo loro un riconoscimento, un’approvazione … se siamo perfetti sicuramente chi mai potrebbe criticarci o trovare un difetto nel nostro lavoro? Infatti, la fiducia di un perfezionista è subordinata al raggiungimento degli obiettivi.

Ecco 7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro:

1. Perfezione vuol dire non finire mai

Il Mondo di oggi è così complesso e si muove troppo velocemente, come puoi pensare di raggiungere la perfezione?

Come puoi credere di finire un lavoro, un progetto in poco tempo senza mettere in conto errori, imprecisioni, approssimazioni o problemi con i clienti/capi che diventano sempre più impazienti mentre aspettano il tuo lavoro finito?

Se sei un perfezionista inguaribile, hai così tanta paura di sbagliare che tendi a non finire mai i compiti, sei ossessionato dall’incertezza ogni volta che termini un compito. Ecco perché i perfezionisti sono così riluttanti a prendere in considerazione “qualcosa di finito”. È il tempo delle valutazioni e dei giudizi.

2. La perfezione richiede troppo tempo

Siccome sei un perfezionista impenitente (pensi di essere giudicato male) anche se hai finito, tendi a riguardare, controllare e verificare in modo maniacale tutti gli aspetti … ma così facendo stai dilatando al massimo il tempo a tua disposizione.
 


 

E così il tempo non ti basta mai.

Ogni incarico richiede una quantità eccessiva di tempo, peggiorata dalla costante perdita di energia per la ricerca di errori.

Un logorio continuo.

3. Il perfezionismo riduce la performance

Lo sapevi che la preoccupazione incessante per raggiungere la perfezione può compromettere o ridurre la performance?

I Psicologi canadesi Gordon L. Flett e Paul L. Hewitt hanno studiato gli effetti debilitanti sugli atleti in ansia per realizzare la prestazione perfetta. “Anche se alcuni sport richiedono agli atleti di ottenere prestazioni perfette, la tendenza a essere preoccupati per il raggiungimento della perfezione spesso compromette le prestazioni.”

4. La perfezione fa aumentare ansia e stress

Che cosa contraddistingue un perfezionista incallito?

La costante preoccupazione per gli errori e i dubbi sulle sue azioni. I perfezionisti temono che un errore porterà gli altri a pensare male di loro; la prestazione è intrinseca alla loro visione di se stessi.

La perenne lotta per essere perfetti può essere molto logorante e stressante. E lo stress può portare irritabilità, mancanza di empatia, difficoltà di concentrazione e una miriade di altri problemi, sia fisici sia mentali.

5. Il perfezionismo causa rapporti difficili

Se sei un perfezionista accanito, vuol dire che stai (disperatamente) cercando di raggiungere un modello mitizzato o impossibile da ottenere. Vuoi che anche gli altri siano perfetti e spesso poni obiettivi fuori dal comune, quasi impossibili da raggiungere.

Probabilmente sei piuttosto critico sia con te stesso sia con gli altri, ti senti superiore e pur di apparire perfetto sei disposto a tutto e questo causa inevitabilmente rapporti professionali difficili.

Ogni giorno, sul lavoro ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

6. La perfezione spesso è controproducente

Se sul lavoro, utilizzi il perfezionismo per “forzarti” a svolgere bene un compito in modo da aumentare la tua autostima … ricorda che così facendo rischi di ottenere l’esatto effetto opposto.

Il perfezionismo esasperato è controproducente e porta alla paralisi.

Questa stasi si traduce in scarso rendimento sul lavoro (con conseguenti discussioni, critiche, disapprovazioni, ecc.) che è proprio quello che il perfezionista, ironia della sorte, sta cercando di evitare a tutti i costi.

7. Perfezione vuol dire perdere opportunità

Se sei perennemente in attesa che le cose siano perfette, potresti perdere delle occasioni e mancare delle opportunità, a causa della paura del fallimento.

La ricerca della perfezione impedisce di far accadere le cose nella vita.

Non c’è mai un momento perfetto, un lavoro perfetto, una città perfetta, dei colleghi perfetti o un partner perfetto … così se non desideri anche tu entrare nella “ruota del criceto” per inseguire la perfezione, potrebbe essere il momento di cominciare ad agire in modo diverso.

Alcuni degli imprenditori di maggior successo hanno iniziato progetti che erano ben lungi dall’essere perfetti e li hanno trasformati, strada facendo, in successi.

Puntare al miglior risultato possibile

Quando vogliamo essere perfetti, efficienti e sempre “all’altezza”, ci carichiamo sulle spalle carichi emotivi molto pesanti … e anneghiamo in ansia da prestazione o da fantasie che gli altri ci stanno giudicando male.

Non devi puntare alla perfezione ma al migliore risultato possibile.

Devi essere consapevole di aver dato o fatto il massimo con le risorse a tua disposizione, considerando tutte le variabili, impedimenti e intoppi che sono fuori dal tuo controllo e la tua volontà. Così inizia a guardare alla perfezione (sproporzionata) come un ostacolo piuttosto che qualcosa di cui essere orgogliosi.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo eccessivo perfezionismo i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

6 motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro

lavoro che non piace
A volte succede.

Sentirsi ingabbiati nel proprio lavoro.
Sentirsi inadeguati.
In balia degli eventi.

Non saper decidere.
Pentirsi delle scelte fatte.
Credere che l’infelicità sia un destino.

Rendersi conto di non riuscire a cambiare la propria vita.

Una sensazione precisa: costrizione

Sentirsi in trappola.

Ci chiediamo cosa diavolo stiamo facendo.

Tratteniamo la voglia di spaccare tutto
(una volta si lanciavano i fogli…
Oggi? La tastiera contro lo schermo?).

E di tornarcene a casa.

Ci ritroviamo con le spalle al muro.
Nessuna via d’uscita visibile.

Vorremmo urlare.
Scappare.
Spaccare tutto.

Ma questa situazione ci inchioda.
E non ci permette di muoverci.

Cosa ci tiene legati a un lavoro che non ci piace?

L’obbligo.
Il dovere.
Lo stipendio fisso.

La paura.
La comodità.
La codardia (chiamiamola col suo nome).

Il fatto è questo:
restiamo paralizzati
anche quando il lavoro non ci piace più.

Qualunque sia la prigionia in cui siamo finiti,
l’importante è non mollare
e trovare il modo di uscirne …

… il prima possibile

Sentirsi intrappolati logora.
Fa vacillare la sicurezza.
Consuma l’autostima.

Se non vedi un futuro nel tuo lavoro,
forse è il momento di ripensare il tuo percorso.

Non mi piace l’idea
che qualcuno si senta intrappolato.

Per questo cerchiamo di fare luce
sui pensieri e sui motivi
che ti tengono fermo.

Metto a tua disposizione la mia esperienza di career coaching e reinserimento professionale
per aiutarti a fare chiarezza.

Questo percorso breve e mirato
ti aiuta a capire cosa vuoi davvero
e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Ti senti bloccato nel tuo lavoro? Capire prima di decidere”.

Scopriamo insieme i sei motivi perché ti senti intrappolato nel tuo attuale lavoro:

1. Sei convinto che tutti siano migliori di te

Vedere gli altri come più bravi, più capaci, più talentuosi
è uno dei modi più efficaci
per sentirsi una nullità
e restare fermi.

Il confronto può stimolare.
Ma se pensi che tutti siano migliori di te,
ti stai costruendo un alibi.

Un muro.
Per proteggerti dai riflettori.
Evitare critiche.
Non entrare in gioco.

Ma così ti metti in trappola.
Da solo.

Ognuno è migliore e peggiore
su infinite scale di valore.

Marco è un grande broker.
Sergio vende benissimo.
Margherita è creativa.

E allora?

Marco non ha la tua intuizione.
Sergio non ha la tua competenza tecnica.
Margherita non ha la tua concretezza.

Il confronto non finisce mai.
Nemmeno quando hai successo.

2. Sei convinto che “là fuori” è difficile

Non sono d’accordo.

“Là fuori” non è difficile.
È molto difficile.

È tosta.
Ma cosa ti aspettavi?
Il tappeto rosso?

Viviamo un momento complicato.
Lo sappiamo tutti.

Ma parlarne in termini catastrofici
produce solo ansia
e immobilità.

È una questione di credo.

Se credi che non ci siano possibilità,
ogni porta resta chiusa.

Se credi che una possibilità esista,
puoi prepararti.
Lavorare.
Muovere il primo passo.

E, insistendo,
alla fine ce la fai.

3. Hai paura di lasciare la sicurezza attuale

Il lavoro non ti entusiasma,
ma lo conosci!

Conosci le dinamiche.
Le persone.
È una routine “sicura”.

  • Se poi il nuovo capo fosse peggio?
  • E se i colleghi fossero tossici?

Paura normale.
Legittima.

Ma l’ignoto, spesso,
è ciò che accelera la crescita.

La paura non sparirà mai.
Va accettata.

Accettarla non significa essere deboli.
Ma essere lucidi.

4. Non sai dove andare

Rimanere fermi in attesa della risposta
è una trappola elegante.

La vera alternativa è farsi domande serie.
Scomode.
Oneste.

  • Cosa cerchi davvero?
  • Più autonomia?
  • Più creatività?
  • Responsabilità (ma la sai reggere)?

Spesso “non so dove andare”
è solo una scusa
per non muoversi.

Ecco un post approfondito dedicato a capire se è arrivato il momento .. → “Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto

5. Stai aspettando di essere pronto

Aspettare ha senso
solo se fa parte di una strategia.

Altrimenti è immobilità travestita da prudenza.

  • “Non è il momento giusto.”
  • “Quando passa questo periodo…”
  • “Non sono ancora pronto.”

Quando lo sarai?

La verità è semplice:
non lo saremo mai.

Si parte.
E si migliora strada facendo.

Un passo alla volta.

6. Hai paura di sbagliare

Hai già fallito una volta
e temi di rifarlo.

Ma non esistono garanzie.

Chi entra in campo
accetta di potersi fare male.

Eppure, chi va avanti,
cade, si rialza
e prosegue.

Il fallimento non è la fine.
È parte del percorso.

Anche se fa male.

Come uscire dalla sensazione di trappola

Senza vittimismo.
Senza scuse.

Accettando i limiti.
Imparando dagli errori.
Passando all’azione.

La sfortuna conta meno di quanto crediamo.
I risultati sono una conseguenza diretta
delle nostre azioni.

Se ti senti intrappolato,
non aspettare oltre.

Se senti che è il momento di cambiare
ma ti mancano direzione o sicurezza,
lavoriamo insieme per esplorare alternative
e costruire un piano concreto di transizione.

In finale

Sentirsi in trappola
non significa essere deboli.

Significa che qualcosa dentro di te
sta chiedendo spazio.

E prima o poi,
va ascoltato.

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 2

parole da evitare

Leggi anche la parte 1.

4. “Credo”

Esprimi subito il tuo pensiero senza troppi preamboli.

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“Credo, secondo me, dal mio punto di vista” … non infondono fiducia. Così dicendo getti ombre sulla tua affidabilità e la tua autorevolezza. Non essere titubante (almeno non darne l’idea) ma piuttosto chiaro e deciso.

“Credo di si”
“Credo di riuscire”
“Penso che vada bene”
“Credo che riusciamo a stare nei tempi”

5. “Potrei – vorrei”

Perché gli altri dovrebbero sentirsi sicuri delle tue scelte se usi parole così piene d’incertezza?

Decidere riguardo carriera, soldi o persone è difficile, lo sappiamo. Ma questo non ci deve dare la scusa per andare in giro a dire che noi “potremmo” fare questo o “vorremmo” fare quest’altro per poi cambiare idea subito dopo. Quando ciondoliamo tra varie scelte e indecisione, la nostra credibilità (ahinoi) cola a picco.

Per esempio tra queste frasi “Vorrei diventare un formatore” e “Voglio diventare un formatore” quale trasmette più volontà e decisione d’agire?

6. “Fidati”

La sincerità non si proclama.

Punto.
Non so te, ma tutte le volte che qualcuno mi dice di fidarmi di lui … il mio istinto mi dice “Non fidarti!”.

 


 

“Fidati”, è degradante sia per la nostra professionalità sia per la nostra serietà. Se sono sicuro della mia parola e della mia integrità, l’ultima (ma proprio l’ultima) cosa che penso di fare è di affermare o “mettere sul piatto” la mia serietà.

Non proclamare la tua correttezza, lascia che parli di te attraverso le tue azioni, i tuoi gesti e le tue parole. Se proprio devi dimostrarla, porta esempi concreti di situazioni realmente accadute che mostrino in che modo ti sei comportato o come hai reagito.

7. “Ad essere onesto”

Seguito dai suoi 3 fratellastri “A dire la verità … “, e “A dire il vero” oppure “Onestamente, …”

Queste frasi da evitare suonano totalmente vuote e così … poco sincere.

Come può qualcuno fidarsi della tua sincerità solo adesso … allora non sei stato onesto prima?
Chi mi assicura che adesso lo sarai veramente?

Se devi iniziare alcune frasi con la parola “onestamente”, implica che sei stato poco onesto in altri momenti. Dietro un onestamente o una dichiarazione di sincerità si nasconde spesso una bugia altrimenti non avremmo il bisogno di “addolcire” il nostro discorso con queste parole.

Non rifugiamoci dietro queste espressioni fumose che ci danno solo l’illusione di trasmettere rassicurazione e tranquillità.
Non mercanteggiare la tua onestà e sincerità.

So che stai anche pensando … usi questa espressione quando hai bisogno di rispondere a una domanda (davvero) difficile in modo (davvero) onesto. Devi dichiarare una verità profonda, scomoda, spiacevole e anche imbarazzante e questo “onestamente” ti serve come preambolo e a “preparare il campo” prima del botto.

Ok ci sta.
Ma è meglio non dirlo lo stesso.

Piuttosto usa qualcosa del tipo “Sai che sono sempre stato onesto e sincero con te/voi e la risposta che darò può essere difficile da sentire … “.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Frasi da evitare? Non è semplice

“Parlare è la peggiore forma di comunicazione.
L’uomo non si esprime pienamente che attraverso i suoi silenzi.”
Frédéric Dard

Quasi, forse, credo, provo, ecc”.
Il punto non è eliminare queste parole ma solo controllarle e non inserirle in quasi tutte le frasi. Un conto è usarle con gli amici al bar, un altro è utilizzarle sul lavoro quando si discute di un progetto, un compito o un problema.

È vero… hai “sempre detto così” e diventa difficile cambiare e migliorare. Una cattiva abitudine si modifica soltanto con attenzione e costanza. Da domani, presta attenzione a quello che dici, conta quante volte usi queste frasi da evitare … e comincia a invertire la tendenza.

Vedrai che, giorno dopo giorno, diventerà naturale!

Elimina queste 7 parole se vuoi salvare la tua credibilità sul lavoro – 1

parole da evitare

Parlare troppo e male è forse l’errore più comune che facciamo.

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

Magari pensiamo di fare grandi conversazioni profonde, invece purtroppo la maggioranza delle frasi che diciamo hanno poco senso o non significano addirittura nulla.

Oppure, nel tentativo di rendere i nostri discorsi più autorevoli,
aggiungiamo qua e là delle parole per dare più enfasi e,
ironicamente, produciamo esattamente l’effetto opposto.

Ci sono parole da evitare sul lavoro?

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Certo che si!
Più che parole da evitare direi sono da controllare,
da non utilizzare spesso.

Devi imparare a prestare molta attenzione a tutte quelle espressioni, frasi o parole che possono, a livello inconscio,
essere interpretate negativamente o che rischiano di minare la fiducia del tuo capo,
dei colleghi o dei collaboratori nei tuoi confronti.

Queste tipiche espressioni riempitive, che indeboliscono la comunicazione,
sono entrate talmente in uso comune che oramai non ci accorgiamo neanche più …
perché le diciamo.

E poi c’è dell’altro …
se con (alcune) di queste frasi pensiamo, di essere rassicuranti e trasmettere tranquillità agli altri, ci sbagliamo di grosso.

Al contrario, spesso aumentiamo dubbi e perplessità

Perché?

Sono frasi approssimative,
con le quali pensiamo di colpire favorevolmente il nostro interlocutore,
di solleticare la fiducia della persona oppure (semplicemente) non sappiamo cosa dire,
e allora le utilizziamo solo per darci un pò più di tono.

Prima di iniziare un’altra conversazione con il tuo capo, un collaboratore o un amico,
assicurati di non utilizzare (spesso) queste 7 parole da evitare che compromettono la tua credibilità e trasmettono mancanza d’impegno e di capacità:

1. “Quasi”

Non sono da meno anche “Più o meno” e “Forse”.

Sono parole da evitare, apparentemente innocue,
sono usate quando non si vuole dire qualcosa a titolo definitivo.

 


 

Che danni possono fare?
Usate spesso diventano particolarmente negative perché trasmettono insicurezza e incertezza,
e dai l’idea di uno che è o non sarà in grado di prendere decisioni.

“Ho quasi finito.”
“Sto quasi arrivando”
“Il preventivo è quasi pronto”
“Forse riusciamo …”

Pensaci la prossima volta che stai per dirlo ai tuoi collaboratori, colleghi o capo.
Ogni volta che diciamo che abbiamo “quasi” fatto qualcosa,
la verità è che non l’abbiamo ancora fatta. Non abbiamo ancora finito,
non siamo ancora arrivati, non siamo riusciti, il preventivo non è pronto, ecc …

È meglio invece,
condividere i progressi fatti, dare una stima del tempo restante oppure indicare un termine preciso.
Sto ultimando il paragrafo delle garanzie. Il preventivo sarà pronto per domani alle 9.00”.

2. “Provare”

Preferisci un collaboratore che sta provando a risolvere il problema o l’altro che vuole risolvere il problema?
Quest’ultimo, di sicuro.

Certo … provare è importante per risolvere un problema,
decidere una nuova strategia … ma a un certo punto si deve smettere di cercare e solo iniziare a fare.

In caso contrario, i tuoi collaboratori o colleghi perderanno fiducia nelle tue capacità.

Se ripeti spesso che stai provando, dai quasi per scontato che non ce la farai …
stai solo provando, infatti! È una questione d’approccio … dicendo “sto provando” significa che non sei disposto ad assumerti la piena responsabilità.
Io ci provo ma se non va …”, “Boh! Non lo so se funziona … ci provo”.

Quando si tratta di parlare di progetti o programmi incompiuti meglio evitare quello che si è tentato di fare.
Se è necessario,
presentare l’obiettivo finale evidenziando solo i punti di azione concreti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

3. “Spero”

Se è vero (e lo è) che “La speranza è l’ultima a morire” altra verità è che “Chi vive sperando muore caxxxxo”.

Le espressioni negative e dubbiose hanno il potere di condizionare negativamente chi ascolta.
Se poi le usi spesso …
il negativo e il dubbioso diventi tu!

Indica poco convinzione e insicurezza.
Se “speri”, significa che sei tu il primo poco convinto di quello che stai dicendo o proponendo.

“Spero vi piaccia”
“Auspico di ricevere la merce in tempo”
“Spero di riuscire a finire il preventivo per venerdì”

Assicurati di essere assolutamente certo di quello che dici o esponi anche (e soprattutto) quando devi esprimere difficoltà o perplessità.

Continua a leggere la parte 2.

Errore al lavoro … e adesso? Come rimediare in 7 mosse

errore al lavoro

Noo… davvero? Ma come hai fatto?
Hai cancellato quei file così importanti.
E senza farne una copia?

Hai dimenticato una scadenza cruciale.

Hai spedito una mail con informazioni sensibili al diretto concorrente.

Ma com’è possibile?

Un periodo di stanchezza.
La fretta.
Un attimo di “follia”.
La testa da un’altra parte…

Tutto quello che vuoi.
Ma è successo.

E adesso?

1. Non autocommiserarti troppo per il tuo errore al lavoro

È terribile.
Vorresti sbattere la testa contro il muro per aver fatto un errore così stupido.

Ma ora non serve.
Non c’è più niente che tu possa fare.

Sul lavoro, prima o poi, capita a tutti di sbagliare.
Nessuno è immune.

Con gli errori si cresce.
E con un po’ di attenzione, la prossima volta li eviterai.

Quel che è fatto, è fatto.
Impara.
E vai avanti.

Non darti dello stupido.
Non è il momento delle recriminazioni: sprechi energie preziose.

Ora servono lucidità e azione.

Concentrati solo su una cosa:
come gestire e rimediare nel modo più intelligente possibile.

2. Valuta bene il-da-farsi

Dopo un errore serio, la prima reazione è spesso il panico.
O la tentazione di nascondersi.

Serve invece una risposta adulta.
Ridurre le perdite.
Limitare i danni.

Agire o aspettare?
Far finta di niente sperando che si sistemi da solo?

A volte funziona.
Spesso no.

Una cosa è certa:
se l’errore è “tosto”, ignorarlo lo rende solo più grande.

3. Ammetti l’errore al lavoro

Tutti sbagliamo.
La differenza la fa come reagiamo.

Ammetti l’errore appena te ne rendi conto.
Chiedi scusa (sì, è la parte più difficile).
E fai tutto il necessario per rimediare.

Una delle paure più grandi di un capo è questa:
un collaboratore che sbaglia, tace per paura
e parla quando ormai è troppo tardi.

Meglio un richiamo subito
che un problema ingestibile dopo.

Le conseguenze, a quel punto, sarebbero molto più pesanti.

4. Non accampare scuse

Anche se sono vere.
Anche se sono legittime.

Malintesi.
Macchine che si inceppano.
Corrieri in ritardo.
Omonimie.

Ora non conta.

Conta solo una cosa:
cosa stai facendo per rimediare.

Le scuse (anche fondate) rischiano di suonare come un tentativo di evitare la responsabilità.

5. Non scaricare la colpa sugli altri

“Non è colpa mia.”
“Ero di libero.”
“Non ne so niente.”
“Chiedete a Cristina…”

È una reazione frequente quando ci sentiamo insicuri.
Ma scaricare la colpa distrugge la tua fiducia e credibilità.

Assumersi la responsabilità è uno dei modi più potenti per creare rispetto.

E incoraggia anche gli altri a fare lo stesso.

6. Fai tutto quello che puoi per rimediare

Ora contano i fatti.
Non le parole.

Blocca la “macchia d’olio”.
Ripara i danni.

Resta oltre l’orario, se serve.
Ricostruisci dati e documenti.

Contatta chi è stato coinvolto.
Chiedi di cancellare file o mail inviate per errore.

7. Preparati alle eventuali conseguenze

Anche se sei stato onesto.
Anche se hai fatto tutto il possibile.

Potrebbero esserci ripercussioni.
Fa parte del gioco.

Ricostruire la fiducia richiede tempo.
Ed è frustrante, soprattutto dopo anni di affidabilità.

Ma si può fare.

Continua a lavorare con costanza.
La fiducia, prima o poi, torna.

Quando la tempesta è passata, fermati un attimo e chiediti:
che cosa ho imparato?

Non lasciare mai che un errore passi
senza trasformarlo in una lezione.

In definitiva

Sbagliare non ti definisce.
Ti definisce come-reagisci.

Accetta l’errore senza distruggerti.

E usa ogni caduta come occasione per diventare più solido, più credibile, più autorevole.

Perché la vera crescita professionale
non nasce dalla perfezione,
ma dal coraggio di affrontare ciò che è andato storto.

12 spunti per essere più autorevoli

essere autorevoli

Foto di Alexas_foto

Ancora fai fatica a trasmettere fiducia e autorevolezza?

Hai la sensazione che
la tua posizione e la tua esperienza
non vengano prese davvero sul serio?

Ti capita di dover ricorrere al peso delle gerarchie
per sentirti riconosciuto o rispettato?

Poca considerazione da parte dei manager.
Un atteggiamento fin troppo paritario
da chi ha meno esperienza di te.

Per molti di noi

— come scrivo anche sul retro della copertina del mio libro
Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025) —

comunicare forza e autorevolezza, al lavoro e nel privato,
è una sfida tutt’altro che semplice.

Il primo passo è uno solo:
diventare consapevoli del problema,
senza dare la colpa agli altri.

Se non stiamo ottenendo i risultati che desideriamo,
la risposta non è fuori.

È dentro di noi.

Si può imparare a essere autorevoli?

Attenzione a questo errore, molto comune:

  • “Sono fatto così.
    Non posso cambiare come parlo o mi comporto.”

È vero:
alcune persone sembrano naturalmente autorevoli.

Ma è altrettanto vero che,
con interventi mirati,
lo stile comunicativo si può allenare.

Puoi imparare a:

  • proiettare l’atteggiamento che desideri
  • padroneggiare comportamenti che trasmettono fiducia
  • rendere più efficace la comunicazione verbale e non verbale

1. Non trasformare le affermazioni in domande

Dì ciò che pensi.
Non chiederlo.

Se il tono della tua voce sale a fine frase,
trasformi un’affermazione in una domanda.

Minando la tua autorevolezza.

Il tono crescente comunica incompletezza e dubbio.
Quello discendente comunica direzione.

Le istruzioni non si “chiedono”.
Si dichiarano.

2. Hai più tempo di quanto pensi

“Io do un ordine,
o taccio.”

Napoleone Bonaparte

Davvero credi che “chi è sveglio risponde subito”?

Attenzione:
la fretta di rispondere è una trappola.

Quel silenzio di due secondi che ti sembra eterno
è ciò che ti rende più sicuro.

Respira.
Prenditi il tempo.
Formula la frase prima di iniziare a parlare.

La sicurezza nasce dal respiro.
L’ansia no.

La tua voce, lo sguardo, la presenza
dicono più delle tue parole.

3. Parla lentamente se vuoi essere autorevole

Rallenta.

Inserisci pause brevi e naturali.
Evita sbalzi improvvisi di tono.

Una voce più profonda è più credibile di una acuta.
Controlla il timbro.

Non strafare.

4. Stabilisci un contatto visivo

Piedi e spalle verso l’interlocutore.

Il contatto visivo comunica:
coinvolgimento, attenzione, rispetto.

Quando parli senza guardare negli occhi,
trasmetti insicurezza —
anche se sei competente.

Guarda una persona per 2–3 secondi,
poi passa alla successiva.

Se non ti senti ascoltato,
è il momento di lavorare sulla tua autorevolezza.

5. Evita le negazioni

Frasi come:

  • “Non so se funzionerà…”
  • “Spero che non vada male…”
  • “Ho ragione, vero?”

seminano dubbi.

Presenta le idee senza giudicarle.
Lascia agli altri la libertà di decidere.

Essere autorevoli significa fidarsi di sé.
Gli altri faranno lo stesso.

6. Non cercare l’approvazione

Essere autorevoli richiede scelte impopolari.

Se vivi per piacere a tutti,
diventi un burattino.

E l’autorevolezza sparisce.

7. Usa una postura autorevole

 

“Affabile ma severo,
autorevole ma non rigido.”

Confucio

Prenditi spazio.

In piedi o seduto:

  • schiena dritta
  • piedi ben piantati
  • braccia non incrociate
  • mani visibili e rilassate

Immagina una corda che ti tira verso l’alto.

Durante una chiamata importante,
alzati in piedi.

Respiri meglio.
La voce acquista potenza.
Il corpo guida la comunicazione.

8. Impara a reggere il silenzio

Le persone autorevoli
non riempiono i vuoti per nervosismo.

Fanno una pausa.
Pensano.
Poi parlano.

Il silenzio è potere.

Leggi il mio post per approfondire.

9. Cura le espressioni facciali

Il corpo comunica oltre il 70% del messaggio.

Evita segnali di tensione come:

  • toccarti nervosamente
  • evitare lo sguardo
  • tamburellare le dita
  • piede ballerino
  • coprirti la bocca
  • corrugare la fronte

Autorevolezza non è volume.
È equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso “Sviluppare assertività senza perdere empatia” trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

→ Scopri il percorso.

10. Vai dritto al punto

Niente premesse infinite.

Al lavoro si aspettano da te una cosa sola:
una direzione chiara.

11. Riduci intercalari e parole dispersive

“Quindi…”
“Giusto?”
“Ehm…”

Usarle spesso segnala indecisione.

Se serve, morditi la lingua.
Meno parole.
Più forza.

12. Non ripeterti

Ripetere non rafforza.
Indebolisce.

Chi ripete troppo sembra non fidarsi di ciò che dice.
Diventa dispersivo.
Perde incisività.

Vai al punto.
Una volta.
Bene.

In conclusione

L’autorevolezza non si impone.

Si trasmette.

E nasce da una scelta quotidiana:
parlare meno per piacere,
parlare meglio per dirigere.

Non sei il mio capo! Come sopravvivere al collega che fa il boss

collega capo

Hai un collega che si comporta come se fosse il tuo capo?

Ti rimprovera per i ritardi.
Commenta la tua produttività.
Ti dice cosa fare, come farlo e prova anche a rifilarti più lavoro.

Se ti riconosci, sappi una cosa:

non sei il solo.

Il collega che fa il capo esiste in quasi tutti gli ambienti di lavoro.

Finché c’è un capo ufficiale,
ci sarà sempre qualcuno che prova a sostituirlo — senza titolo.

È quello che organizza riunioni non richieste,
chiede conto di ciò su cui stai lavorando,
dispensa istruzioni e ovviamente …

consigli non richiesti.

Come si sopravvive a un collega così?

Non con lo scontro.
E nemmeno subendo.

Cosa serve? Per primo la calma.
Poi la chiarezza.

A volte basta un “no” detto senza emozione.
Uno sguardo neutro.
Nessuna rabbia.
Zero spiegazione.

Quando capisce che non ottiene reazioni,
di solito sposta il suo bisogno di controllo altrove,
(non smette: cambia solo bersaglio).

Se però la situazione è più strutturata,
servono fiducia, tatto e strategia.

A questo proposito …

il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza; comunica autorevolezza da Executive” è pensato proprio per questo tipo di situazioni complesse.

1. Affronta il problema subito

Prima che diventi un’abitudine.

Essere trattati come subordinati da chi non lo è … fa ribollire il sangue.

Ma reagire con aggressività peggiora le cose e gli consegna ancora più potere.

Prima regola: gestisci le emozioni.

Respira.
Fermati.
Raffredda la tua reazione.
La lucidità è una forma di difesa.

2. Verifica se è davvero autorizzato

Prima domanda scomoda, ma necessaria.

E se — senza saperlo —
il tuo collega è stato incaricato di coordinare il lavoro?

Succede più spesso di quanto si creda,
a causa di comunicazioni aziendali confuse o assenti.

Prima di fare muro-muro, verifica.

Se dice di agire su indicazione del tuo capo,
scrivi o chiama il tuo supervisore e chiedi conferma delle responsabilità.

Meglio una verifica in più che un conflitto inutile.

3. Usa un umorismo leggero (non sarcastico)

Un umorismo sottile può disinnescare molte dinamiche di controllo.

Spesso chi fa il boss cerca solo riconoscimento con una “leccata” all’ego.

Con un sorriso neutro, puoi dire:

  • “Hai avuto una promozione e non me l’hanno detto?”

oppure

  • “Il capo ti ha chiesto di passarmi queste indicazioni?”

Se risponde di no, puoi aggiungere:

  • “Ottimo, allora assicuriamoci che sia allineato.”

Calmo.
Educato.
Fermo.
Fermissimo.

4. Riporta sempre il riferimento al capo “vero”

Se ti assegna compiti, rispondi così:

“Non posso, sto lavorando su ciò che ho concordato con il capo.”

Non attacchi.
Tantomeno accusi.
Rimarchi un fatto.

Funziona sempre?
No.
Ma spesso basta a ridimensionare.

5. Parla in privato, mai davanti agli altri

Se il comportamento continua,
serve un confronto diretto.

A quattr’occhi.
Non in corridoio.
Non davanti al team.

Prima dell’incontro, rallenta.

Respira.
Sciogli la tensione.

Poi sii chiaro, senza durezza:

– Il tuo comportamento è inappropriato
– Non rispondo a te
– Siamo pari ruolo

Puoi dire qualcosa come:

“Apprezzo l’interesse, ma sono perfettamente in grado di svolgere il mio lavoro.”

Se insiste, chiarisci che — se necessario — coinvolgerai un superiore.
Le HR.

Non è una minaccia.
È un confine.
Netto.

6. Collabora, ma mantieni distanza

Fai ciò che serve per lavorare bene.
Nulla di più.

Riduci i contatti al minimo necessario.

Evita pranzi, aperitivi, confidenze.

Confondere il confine professionale spesso peggiora la situazione.

7. Documenta tutto

Conserva e-mail.
Segna date, orari, contenuti.

Se la situazione degenera,
serviranno i-fatti.

Impressioni, opinioni,
accuse vaghe sono solo autogoal.

8. Se non cambia nulla, parla con il capo, “quello vero”

Quando hai provato tutto e il comportamento continua,
è il momento di coinvolgere il tuo superiore o le Risorse Umane.

Attieniti ai fatti.
Niente etichette.
Niente vittimismo.

Non dire:

  • “Fa il capetto”

Ma:

  • “Mi assegna compiti che interferiscono con il lavoro concordato con te.
    Questo crea tensione e riduce la produttività.”

Questo messaggio viene ascoltato.
La lamentela vaga … no!

E se, in parte, avesse ragione?

Seconda domanda scomoda, ma onesta.

Se le critiche sono costanti,
vale la pena fare un’autovalutazione.

Chiediti se il tuo collega-capetto …

sta davvero abusando del ruolo o sta cercando di far funzionare il lavoro del team?

Un capo basta e avanza.
Un collega che fa il capo, no grazie.

Ma ignorare il problema
— da una parte o dall’altra —
non lo risolve.

Se senti che il rispetto intorno a te vacilla, affrontalo.

Con strategia.
Senza reazioni impulsive.

A proposito di capi …

Hai un rapporto complesso con il tuo capo
e non sai più come muoverti?

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato Gestire il rapporto difficile con il tuo capo.

Come agire quando un tuo collega diventa il tuo capo

collega diventa capo
Costruire un rapporto lavorativo soddisfacente ed equilibrato richiede, da parte di tutti,
un atteggiamento disponibile.

Serve per evitare inutili
tensioni,
rancori,
ripicche.

A volte però accadono situazioni difficili da gestire.
Una delle più delicate è questa:

Quando un collega diventa il tuo capo

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho dedicato un intero capitolo alla gestione degli ex colleghi.

Perché il cambiamento è complesso per il nuovo boss,
ma lo è anche per chi si ritrova a dover ridefinire il rapporto.

Come comportarsi, quindi, quando un collega diventa capo?
Che cosa succede quando un amico viene promosso a tuo superiore?

La relazione resta la stessa?

Oppure ti ritrovi con l’espressione della foto -che dice tutto senza parlare?

Quando il collega diventa capo

Improvvisamente cambiano le regole del gioco.

  • Ci sono linee da ridisegnare
  • Confini che non possono più essere superati.
  • Argomenti che non è più opportuno condividere.

È normale sentirsi spiazzati.

Ecco alcune indicazioni utili:

Consapevolizza le tue emozioni

Fermati un attimo e chiediti:

Come ti senti davvero?

Deluso?
Arrabbiato?
Frustrato?
Volevi tu quella posizione?

Forse non sai nemmeno come comportarti ora.

Il tuo collega ha ottenuto il ruolo perché aveva (probabilmente) le competenze giuste
o perché ha convinto chi ha preso la decisione
(sì, immagino cosa stai pensando… ma non è sempre altro).

Per quanto possa essere duro,
mettere da parte l’ego e congratularsi è un primo passo importante.

Anche per lui/lei il passaggio da collega a capo non è semplice.

Un po’ di empatia, qui, fa la differenza.

Il rapporto può restare cordiale,
ma un certo distacco professionale è consigliabile.
Per entrambi.

Il rapporto cambierà (ed è inevitabile)

Nuove dinamiche.
Obiettivi diversi.
Responsabilità più ampie.

Il tuo ex collega ora vive nuove pressioni
e potrebbe prendere decisioni che non ti piaceranno.

Magari fino a ieri condividevate le stesse lamentele.
Ora è meglio trattenersi.

Se ti chiede un parere sull’ambiente di lavoro,
parlane con onestà,
ma in modo professionale e costruttivo.

Lascia a lui/lei definire il nuovo assetto

Non cambiare atteggiamento di colpo.

Lascia che sia il nuovo capo a stabilire
tempi,
modalità,
confini.

Potrebbe aver bisogno di tempo per capire come comunicare
e come gestire i nuovi ruoli.

A volte sarà utile parlarne apertamente.
Altre volte, invece, il neo-capo farà un passo indietro
e ridurrà la socialità con te e con il team.

Se succede, cerca di non prenderla sul personale.
È comprensibile.
Ogni situazione è diversa.

In alcuni casi, per preservare l’equilibrio del gruppo,
potrebbe essere necessario un distacco ancora maggiore.

Rispetta le nuove posizioni

Tratta il tuo ex collega come qualsiasi altro capo.
Con rispetto.
Nel rispetto delle regole.

Le scadenze non cambiano.
Le aspettative nemmeno.

Puntualità, affidabilità, assunzione di responsabilità
sono qualità sempre apprezzate — anzi, ancora di più ora.

Rimani aperto al dialogo

Disponibilità,
collaborazione,
confronto:
sono fondamentali per lavorare bene insieme.

Se senti disagio legato alla confidenza precedente,
chiedi un incontro privato
e affronta il tema con tatto e rispetto.

Potresti scoprire che anche dall’altra parte
ci sono le stesse difficoltà.

Come puoi saperlo,
se non lo chiedi?

Continua a lavorare con professionalità

È la scelta migliore.

Tieni separati lavoro e aspetti personali.
Mostra rispetto, sostegno, chiarezza.
Continua a fare bene ciò che fai ogni giorno.

Se la vivi male,
ti aspettano frustrazione e chiusura.

Se invece la leggi come una sfida,
può diventare un’occasione di crescita personale e professionale.

Prendere ordini da un ex collega ti darebbe fastidio?
È una domanda onesta.

In definitiva

Non tutte le situazioni si possono controllare.

Ma il modo in cui scegli di stare dentro una relazione professionale, sì.

Comprendere non significa subire.
Adattarsi non vuol dire annullarsi.

Puoi essere rispettoso e assertivo.
Professionale e chiaro sui tuoi confini.

È lì che si gioca la vera maturità lavorativa.

Se ti riconosci in queste dinamiche,
nel mio percorsi di coaching mirato
Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
pensato per aiutarti a ritrovare serenità e controllo.

6 atteggiamenti per perdere velocemente il rispetto dei colleghi

rispetto dei colleghi

Foto di FotoEmotion

Trascorrere le lunghe giornate di lavoro in un clima sereno, basato su rispetto reciproco, è fondamentale.

Non solo per l’armonia dell’ambiente.
Ma per il tuo equilibrio personale.

Tensioni, rancori, ripicche e conflitti non restano confinati in ufficio.

Entrano nella tua mente.
Ti seguono a casa.
Consumano energia.

Lavorare in serenità non è un lusso.

È una condizione necessaria per il tuo benessere psicologico e professionale.

Ma il rispetto dei colleghi non è automatico

Si costruisce.
E si può anche perdere.
Velocemente.

Spesso senza rendersene conto.

Ecco 6 atteggiamenti che possono farti perdere credibilità e stima sul lavoro.

1. Cerchi di ingraziarti il capo

Chi assume un atteggiamento servile per ottenere vantaggi personali
— protezione, promozioni o privilegi —
viene rapidamente etichettato.

Non come affidabile.

Ma come opportunista.

I colleghi smetteranno di confidarsi.
Condivideranno meno informazioni.
Ti escluderanno, progressivamente.

In altre parole, sarai fuori dal gioco di squadra.

Il rispetto non nasce dalla vicinanza al potere.
Nasce dalla coerenza.

2. Hai un abbigliamento poco professionale

L’abbigliamento comunica.
Sempre.

Anche quando non dici nulla.

Uno stile inadeguato o eccessivo può creare distanza, giudizi e perdita di credibilità.

Non si tratta di conformismo.

Si tratta di consapevolezza del contesto.

La tua immagine dovrebbe rafforzare la tua presenza professionale.
Non indebolirla.

3. Ti impicci dei fatti personali degli altri

Domande apparentemente innocue possono risultare invasive:

  • “Sei ingrassata?”
  • “Sei incinta?”
  • “Come mai sei così elegante oggi?”
  • “Dove andavi ieri?”

Commentare continuamente l’aspetto, le abitudini o la vita privata dei colleghi crea disagio.

Anche quando le intenzioni sono buone.

Il rispetto nasce dalla discrezione.
Non dalla curiosità.

4. Hai un atteggiamento arrogante o autoritario

Non ammetti errori.
Usi sarcasmo per svalutare gli altri.
Cerchi costantemente difetti e mancanze.

Questo comportamento non comunica forza.
Comunica insicurezza.

La vera fiducia in sé stessi non ha bisogno di imporsi.

Si manifesta in modo calmo.
Stabile.
Misurato.

Le persone rispettano chi è solido.
Non chi domina.

5. Non sei mai disponibile

È giusto proteggere i propri confini.

Ma essere costantemente indisponibili crea distanza.

Frasi come:

  • “Non è il mio lavoro.”
  • “Non mi compete.”
  • “Non posso.”
  • “Non è il mio settore.”

se ripetute spesso, comunicano chiusura e scarso spirito di collaborazione.

Le persone rispettano chi è competente.
Ma stimano chi è anche disponibile.

6. Partecipi attivamente al gossip

Il gossip è uno dei modi più rapidi per perdere credibilità.

Diffondere voci.
Alimentare dubbi.
Parlare degli assenti.

Può dare l’illusione di essere informati e influenti.

Ma distrugge la fiducia.
E prima o poi, diventerai tu l’argomento.

La discrezione protegge la tua reputazione.
Il gossip la indebolisce.

Sempre.

Il rispetto dei colleghi si costruisce ogni giorno

Non con gesti eclatanti.

Ma con coerenza.

Con equilibrio.
Con professionalità.
Rispetto reciproco.

Soprattutto quando è difficile.

Mantieni lo stesso atteggiamento con tutti:

  • con chi ti piace
  • con chi ti è indifferente
  • e anche con chi ti mette alla prova

Il tuo comportamento definisce la tua identità professionale.

Sempre.

Il rispetto non si pretende

Si trasmette.

E le persone non ricordano ciò che dici.
Ricordano come le hai fatte sentire.

13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 2)

rapporti personali sul lavoro

Leggi anche la parte 1.

7. Sei sempre poco disponibile

“Questo non è il mio lavoro”
“Questo non mi compete”
“Mi spiace, non è il mio settore”
“Non lo so”
“Non posso”

Fai solo il tuo compitino, nel tuo orticello. Niente di più.

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Tutte le volte che te ne esci con frasi simili dai una pessima immagine del tuo modo di lavorare o del tuo approccio verso il compito ricevuto.

Queste frasi-taglia-gambe, se utilizzate spesso, indicano poca voglia di fare e pigrizia mentale. Non portano a niente, non risolvono il problema, sono segno di scarico di responsabilità e di poca disponibilità verso i tuoi colleghi.

8. Trasmetti poca empatia nei tuoi rapporti personali sul lavoro

Hai notato quanto desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto? Vogliamo essere compresi e capiti ma poi quando tocca a noi, cosa facciamo?

Un collega ci chiede un favore, gli promettiamo di aiutarlo e di andarli incontro. Ma poi non facciamo niente. Un collaboratore ci comunica un suo problema personale e noi pensiamo di essergli utili con semplici e spicciole frasi di circostanza.

La verità è che siamo distratti, poco interessati agli altri, concentrati su noi stessi, prevenuti, sempre pronti a giudicare e criticare.

Per trasmettere più empatia sul lavoro (e non solo) occorre uno sforzo d’interesse, di concentrazione e d’attenzione. Occorrono disponibilità, sano e sincero interesse verso gli altri. Fallo e diventerai, per i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori un punto di riferimento importante e irrinunciabile.

9. Sei molto permaloso

Ehi! Come siamo messi con le critiche? Ti avveleni la giornata anche per una semplice osservazione? Sei permaloso, non sopporti di essere criticato anche se sai di aver fatto un errore?
 


 

Ogni giorno ci può capitare di ricevere delle critiche e in genere non ci fa mai molto piacere. Come reagisci quando qualcuno ti dice la sua su di te o sul tuo comportamento? Ascolti con attenzione, chiedi spiegazioni o vai via sbattendo la porta?

La reazione più frequente è quella di porsi sulla difensiva o, ancora più spesso, di contrattaccare in modo impulsivo.

È molto difficile essere oggettivi su noi stessi; ecco perché il punto di vista degli altri può fornirci indicazioni di come agire sulle nostre aree di miglioramento. Sono parte importante nello sviluppo della nostra autostima. Allora cerca di non chiuderti, non respingere le opinioni degli altri, anzi accoglile come un bene prezioso.

10. Non distingui amicizia e professionalità

L’amicizia sul lavoro è uno dei temi più delicati da affrontare. È naturale sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre. Avere amici sul posto di lavoro ci dà più carica e motivazione e una spalla cui poggiarsi in caso di difficoltà.

Prima di giudicare e fidarsi, però è meglio prendere del tempo per conoscere meglio chi hai davanti, per evitare valutazioni sbagliate e arrivare a voltare la faccia all’amica-collega.

Infatti, spesso, quello che appare come una relazione di amicizia, si rivela un rapporto fondato sull’interesse. La cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti.

11. Sei negativo e lamentoso

Se apriamo la bocca solo per dire che “che lavoro noioso, ma com’è freddo oggi, se poi gli stipendi non sono puntuali …-“

oppure se parliamo solo di problemi e mai di soluzioni, rischiamo di essere pericolosamente etichettati come il “collega negativo e lamentoso” da evitare a ogni costo.

Conosci qualcosa di più irritante e noioso, ascoltare qualcuno che si lamenta sempre, è sempre negativo e mai costruttivo?

Evitiamo le lamentele e le frasi del tipo “È impossibile” o “Non si può fare”. Sono molto negative, indicano scarsa voglia e che non ci si vuole nemmeno provare. Se le cose non vanno bene, anziché lamentarci, perché non proviamo a cambiarle?
Il mondo non può fare nulla per renderci felici. Noi sì.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

12. Sei troppo aggressivo

Sei convinto che il mondo del lavoro è una giungla, una lotta continua, dove “la miglior difesa è l’attacco”; così se qualcuno ti fa un’osservazione, parti subito al contrattacco.

Lasci poco spazio, incalzi e tendi a importi in continuazione. Non ammetti quasi mai di avere torto. Usi il sarcasmo e le battute per svalutare gli altri. Sei critico e ogni occasione è buona per mettere in difficoltà i colleghi.

Non è che stai scambiando arroganza e prepotenza per grinta e carattere? Siamo in tanti a essere cascati in questo equivoco!

Spesso se siamo aggressivi, prepotenti o arroganti è in genere un tentativo, peraltro vano, di nascondere un profondo complesso d’inferiorità. La fiducia in se stessi si può manifestare in molti altri modi. Essere sicuri e avere fiducia in se stessi è sentirsi a proprio agio nei propri panni. La fiducia più profonda è quella che si manifesta in modo tranquillo, calmo e contenuto.

13. Sei troppo passivo

Ti metti sempre poco in discussione?

Eviti il confronto e il conflitto pur di mantenere la pace e la tranquillità? Quando sei chiamato a decidere ti adegui al volere del gruppo o del capo, anche se non sei d’accordo?

Questo comportamento se da un lato ci permette il quieto vivere lavorativo, dall’altro può generare numerose incomprensioni che ci fanno accumulare rabbia e rancore. Quindi, nessuna lite o divergenza ma come la mettiamo con i bruciori di stomaco?

Leggi la parte 1 perchè i tuoi rapporti personali sul lavoro non decollano.

In conclusione, lavorando sul nostro approccio possiamo valorizzare e sfruttare veramente le nostre potenzialità, anche sul lavoro.
Possiamo lavorare meglio con i colleghi o con il team, evitando inutili conflitti nei nostri rapporti personali sul lavoro.

Per sopravvivere nella giungla dei rapporti personali sul lavoro, la cosa migliore è mantenere un atteggiamento professionale e un comportamento equilibrato con tutti, tanto con i colleghi che frequentiamo anche fuori dal lavoro che quelli che ci piacciono meno.

E tu, cosa ne pensi?
Basterà per mettersi al riparo da pettegolezzi, invidie e “vendette”?

13 motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non decollano (parte 1)

rapporti interpersonali al lavoro

Poco importa quale sia la tua professione, il tuo ruolo e quanto tu debba stare in contatto con le persone durante la tua attività lavorativa … una cosa è certa …

i rapporti interpersonali al lavoro sono complessi.

Colleghi pettegoli, responsabili pesanti, dipendenti indisponenti, clienti noiosi …
gestire i rapporti interpersonali al lavoro è tutt’altro che semplice e lo sai bene anche tu, visto che ogni giorno ti trovi a convivere con questi comportamenti che provocano contrasti e tensioni.

Ognuno ha il suo stile, il suo carattere e le sue manie.

C’è chi è troppo passivo e chi, al contrario, è troppo aggressivo. Chi è maleducato, chi è troppo permaloso, pettegolo o poco disponibile verso gli altri.

E tu, come ti relazioni con i tuoi colleghi o i tuoi collaboratori? Sei socievole, chiuso o diffidente? Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni, i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

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Vediamo insieme 13 possibili motivi perchè i tuoi rapporti sul lavoro non funzionano come vorresti, senza la presunzione di offrirti una lista esaustiva, visto la complessità e la vastità dell’argomento.

1. Hai sempre una scusa pronta

“Non è colpa mia”
“Ero di libero”
“Non ne so niente”
“Boh! Non lo so, chiedete a Luigi …”

Non ti assumi mai le responsabilità. Te ne tiri sempre fuori. Non eri lì, e se c’eri, eri occupato a fare altro…ne hai sempre pronta una!

Possibile che sono sempre gli altri gli incompetenti, quelli che non capiscono niente, quelli che sbagliano? Riversare la colpa sugli altri è un atteggiamento frequente soprattutto quando ci sentiamo insicuri o abbiamo paura di fallire.

Assumersi le responsabilità è un mezzo potente per creare rispetto e fiducia nei tuoi colleghi o collaboratori e, allo stesso tempo, incoraggi gli altri a fare lo stesso.

2. Le spari sempre troppo grosse

Sei diventato così bravo che riesci a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te, delle cose che hai fatto, di quello che ti successo e allora …

… avanti con viaggi mai fatti, sport mai praticati, hobby mai coltivati o conoscenze importanti mai frequentate, solo per apparire più interessante o attraente agli occhi di colleghi o collaboratori.

Spesso non sono totali invenzioni ma solo “piccole” forzatura della realtà. Niente di grave, per carità, ma pensi davvero che, così facendo, riuscirai a impressionare gli altri e sembrare più interessante o intrigante?
 


 

Una cosa è certa, alla lunga diventi sicuramente scontato, pesante e spingi gli altri a evitarti.

3. Sminuisci gli altri per metterti in luce

Molte persone sono predisposte a mettere in cattiva luce gli altri, per apparire migliori di quello che sono.

Ogni occasione è favorevole, per mettersi in buona luce, sminuire gli altri, utilizzando bugie che feriscono in maniera mirata una determinata persona davanti al capo o ai colleghi.
Queste persone prima individuano i bersagli, che sono ritenuti da ostacolo per la propria carriera lavorativa, poi cercano di demolirli con menzogne anche raffinate, alterando dati, fatti e situazioni, solo per eliminare la concorrenza.

Le scorciatoie, anche se invitanti, non portano a nulla! La verità, alla fine, viene fuori, e i benefici immediati a lungo termine non premiano.

Imposta la tua carriera sul talento, la volontà e la competenza! Anziché svalorizzare gli altri, cerca di dimostrare sul campo il tuo valore, porta pazienza e vedrai che la tua costanza sarà premiata.

4. Dipendi dalle opinioni degli altri

Cambi la tua personalità e i tuoi modi di fare secondo la persona che hai di fronte? Vuoi sentirti dire continuamente dagli altri che sei competente e indispensabile?

Se abbiamo bisogno continuamente del giudizio positivo degli altri, è un chiaro segno che dobbiamo lavorare sulla nostra autostima. Alla base abbiamo paura di essere rifiutati o emarginati dal resto del gruppo. È uno schema mentale che ci porta spesso a fare di tutto per compiacere i nostri colleghi o i nostri collaboratori, pur di ottenere la loro stima.

Se dobbiamo continuamente soddisfare le aspettative degli altri, diventiamo dei burattini sotto il comando delle persone. Nessuno apprezza realmente chi asseconda sempre gli altri, come un cagnolino.

Non diamo troppo peso a quel che dice la gente: oggi ci osannano, domani ci condanneranno. “Alleniamoci” invece a convivere con la disapprovazione.

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Cedi alla maleducazione

Educazione al lavoro è sinonimo di professionalità e quando non lo sei ti esponi ad attacchi, dai quali non è possibile, o difficile, difendersi.

Puoi avere un pessimo carattere, essere stressato o sotto pressione ma l’educazione è imprescindibile per riuscire a gestire in modo positivo i tuoi rapporti interpersonali al lavoro.

6. Ti piace gossippare

C’è chi dice che, sul lavoro, non bisognerebbe parlare d’altro… ma sen’altro esagera e poi per 8 o 9 ore rimanere al di fuori dei pettegolezzi, da pausa caffè, non è cosa facile.

Spettegolare un po’ con i colleghi più stretti può essere salutare perchè stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero. Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo. I pettegolezzi e il gossip al lavoro diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati, con un’escalation dei toni e della forma, o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Evita di farti coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i tuoi rapporti interpersonali al lavoro o di trovarti in situazioni spiacevoli.

Continua a leggere la parte 2.

7 suggerimenti per lavorare meglio con un capo più giovane

capo più giovane

Il lavoro ci pone ogni giorno sempre di fronte a nuove sfide.
Non si finisce mai di imparare.
I tempi sono cambiati.

Nelle aziende sono sempre di più i giovani che, con competenze specializzate, ricoprono ruoli di team leader e manager, e può essere facile trovarsi, di punto in bianco, a ricevere compiti o direttive da un capo più giovane di noi.

All’inizio può essere un colpo basso per il nostro ego.
Questo giovane competente e brillante (speriamo) ci fa sentire il peso del tempo che passa, delle opportunità svanite, di una carriera che forse non ci ha dato le soddisfazioni che sognavamo o meritavamo.

E poi c’è il nuovo che avanza e il cambiamento che è lì, proprio dietro l’angolo, con tutte le sue insicurezze e le sue paure.
Per molto tempo ci siamo abituati a certe regole e certi ritmi lavorativi,
ora le cose sembrano dover cambiare.

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Anche noi dobbiamo cambiare e prendere atto che il nostro capo, anche se giovane,
probabilmente ha molto da insegnarci, nostro malgrado.

Come lavorare con un capo più giovane:

1. Non auto commiserarti

Non sentirti da meno rispetto ai giovani superiori. Non sprecare energia in sentimenti d’insicurezza o di risentimento verso il tuo capo.

Lascia stare pettegolezzi o allusioni sulla sua età.
È il momento di concentrarsi sul cosa fare per tenere il passo del cambiamento.

2. Hai sempre qualcosa da offrire

Esperienza, competenza, maturità, una rete di contatti personali e professionali.
Lo chiami poco?

I tuoi anni di esperienza devono essere la spinta per diventare un punto di riferimento per tutti, anche per il tuo capo, nel caso ne avesse bisogno.
Concentrati sui tuoi punti di forza;
la tua azienda ha bisogno d’innovazione e novità ma anche di esperienza e solidità.

Parla delle tue abilità.
Mostra al tuo capo/a le competenze che hai e in quali settori sono applicabili.
Senza vantarti o osannarti troppo spiega i progetti, le attività e le vendite che hai fatto e come potresti aiutarlo nelle attività future.
 


 

3. Pensa agli aspetti positivi di un capo giovane

Un capo più giovane (probabilmente) porterà una ventata di freschezza e novità, nuova energia e nuove prospettive;
che è sicuramente un bene in un momento in cui, nel mondo del lavoro e non solo,
l’entusiasmo è sparito e le idee mancano.

4. Adatta la tua comunicazione

I più giovani sono abituati a risposte più immediate e veloci, a tenere la maggior parte delle relazioni online,
quindi dimentica lunghe riunioni e incontri faccia a faccia.

Confrontati con il capo e chiedi quale modalità preferisce per comunicare; devi adattarti tu, magari aiutandoti con le nuove tecnologie.
Frequenta corsi in grado di migliorare le tue abilità e conoscenze in modo di reggere il passo con le nuove tendenze del mercato e della tecnologia.

5. Tratta la persona come qualsiasi altro capo

Nel pieno rispetto delle regole.
Ha ottenuto quella posizione perché ha le competenze giusto o ha colpito positivamente chi l’ha scelto
(Ehi! immagino cosa stai pensando, a volte non è così ma questa è un’altra storia!).

il capo/a, pur giovane, apprezza i collaboratori che rispettano le scadenze, che sono puntuali,
che riconoscono i propri errori e lavorano sul miglioramento.

6. Rimani aperto e disponibile al dialogo

Invita il tuo capo, di tanto in tanto, a prendere un drink o una cena per conoscersi meglio.
Rimani disponibile al dialogo, alla collaborazione, a scambiare le tue idee o opinioni.
È fondamentale se si vuoi vivere in armonia, avere una buona intesa lavorativa e non avere conflitti con il tuo capo.

Se avverti un fastidio a causa della differenza d’età, chiedi un incontro privato e parlane con tatto e con rispetto.
Potresti essere sorpreso nello scoprire che anche lui/lei ha gli stessi problemi sull’età oppure risolverà la questione in maniera soddisfacente per entrambi.

Come puoi saperlo fino a quando non chiedi?

 
More: scopri il coaching per potenziare la tua team leadership
 

7. Diventa un supporto esperto e concreto

Non fissarti sulla differenza d’età e sull’idea che un giovane non abbia nulla da insegnarti.
Non pretendere considerazione solo per ragioni d’anagrafe!
La stima degli altri non aumenta automaticamente con il passare degli anni,
la fiducia va conquistata.

Vuoi che il capo giovane si appoggi molto di più a te, come simbolo di solidità e sicurezza?
Bene. Dimostralo!
Non dare nulla per scontato, parti da zero, dimostra sul campo chi sei e cosa sai fare,
a prescindere.

Non comportarti come un genitore, che “insegna”, dà consigli e suggerimenti fuori luogo o paternalistici.
Ci vuole poco a diventare saputello, compiacente o invadente.
Non dimenticare che è sempre il tuo capo/a!

Se non è richiesto il tuo punto di vista, è meglio non dire nulla e non atteggiarsi a mentore o guida.
Solo così guadagnerai la considerazione e la fiducia del tuo giovane superiore.

Lavorare con un capo più giovane è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita.
Se la prendi nel modo sbagliato, ti aspettano tempi duri; considerala invece un’occasione di rinnovamento e di lavorare con qualcuno che ha probabilmente molto talento.

Cosa ne pensi? Prendere ordini da un capo più giovane di te, ti dà fastidio?
Secondo te quanto conta la differenza d’età?

Le 8 bugie più usate fra colleghi di lavoro

bugie tra colleghi

“Puoi contare su di me.”
“Mi sei piaciuta dal primo momento”
“Non è colpa mia!”

Possiamo fidarci davvero di quello che ci dicono i colleghi?

È una domanda scomoda.
Ma necessaria.

Secondo diversi esperti, in quasi ogni gruppo di lavoro esiste almeno una persona che mente.

Non necessariamente per cattiveria.

Spesso per protezione, opportunismo o semplice sopravvivenza sociale.

Il luogo di lavoro non è un gruppo di amici.
È un ambiente fatto di obiettivi,
pressioni,
ambizioni.

E dove esistono ambizioni, esistono anche ambiguità.

Perché si mente sul lavoro

Si mente per proteggersi.
Per proteggere un collega.
Per nascondere un errore o una fragilità.

A volte si mente per evitare conflitti.
Altre, per ottenere un vantaggio.

Alcune persone alterano i fatti.
Aggiungono dettagli mai accaduti.
Costruiscono versioni più convenienti della realtà.

Non sempre per danneggiare.

Spesso per apparire più competenti,
più interessanti,
più sicuri.

Le bugie “sociali”: quelle che tutti riconoscono

Esistono bugie sottili.
Quasi invisibili.

Come quando diciamo a un collega che il capo lo apprezza, anche se sappiamo che non è vero.
Oppure quando facciamo un complimento solo per cortesia.

Sono bugie di adattamento.
Servono a mantenere l’equilibrio.

Non a distruggerlo.

Le bugie di immagine

Succede soprattutto all’inizio.

Per sentirsi accettati, alcune persone raccontano viaggi mai fatti.
Hobby mai coltivati.
Conoscenze mai avute.

Non per ingannare davvero.
Ma per ridurre la distanza.

Per sentirsi parte del gruppo.

Le bugie strategiche: le più pericolose

Esistono bugie più sofisticate.

Quelle usate per ottenere un avanzamento.
Per mettersi in buona luce.
O per indebolire un collega percepito come concorrente.

Non sono casuali.
Sono intenzionali.

E spesso difficili da smascherare.

Alcune delle frasi più ambigue che si sentono in ufficio

Ho trovato un articolo su Giornalettismo che riporta alcune delle espressioni più comuni — e il loro possibile significato nascosto.

Ad esempio:

  • “Sono arrivato prestissimo stamattina.”

Spesso è un modo per segnalare dedizione. O per far sentire gli altri meno impegnati.

  • “Si può fare meglio.”

A volte è un feedback utile.
Altre, un modo diplomatico per esprimere insoddisfazione.

  • “Mi sei piaciuto subito.”

Può essere sincero.
Ma spesso è una frase di cortesia, per favorire l’integrazione.

  • “Sono stato malato nel weekend.”

Può essere vero.
Ma le assenze strategicamente posizionate non sono rare.

Come reagisci quando percepisci colleghi bugiardi?

Cerchi di smascherare?
Ignori?
Oppure osservi con lucidità?

La leadership non consiste nel controllare ogni parola.
Piuttosto nel comprendere le dinamiche umane senza diventarne vittima.

Un punto essenziale: non tutte le bugie hanno lo stesso peso

Alcune servono a proteggere relazioni.
Altre a proteggere ego fragili.

Altre ancora, invece, distruggono fiducia e credibilità.

La vera competenza non è smascherare ogni bugia.
È sviluppare la capacità di leggere le persone.

Osservare coerenza.
Comportamenti.
Pattern nel tempo.

Perché la verità, prima o poi, emerge sempre.
Non nelle parole. Ma nei comportamenti ripetuti.

E tu?
Come reagisci davanti a colleghi bugiardi?

Non puoi controllare ciò che gli altri dicono.
Ma puoi imparare a riconoscere chi dimostra, ogni giorno, ciò che vale davvero.