9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita – 1

scuse per non agire

Quando decidiamo di fare qualcosa,
scegliamo il nostro obiettivo,
(cambiare lavoro, mettersi in proprio, iniziare un percorso di coaching, andare 3 mesi in Sud America, ecc.)
e spesso non appena la salita comincia a farsi dura,
anziché metterci alla prova, insistere, persistere,
molliamo facilmente.

Molte volte ancor prima di partire.

Creiamo scuse per non-agire per salvaguardare la nostra autostima

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Piuttosto che metterci in gioco,
ce la prendiamo con la fortuna, il caso o il destino.
tiriamo fuori un ventaglio di giustificazioni,
di scuse per non continuare (o iniziare).

Molte persone vivono e muoiono senza aver raggiunto i loro obiettivi.
Ci sono tante persone con idee potenziali o geniali non sfruttate che non potranno mai realizzare perché hanno accettato queste scuse,
queste bugie come verità.

Sai … le menzogne possono diventare verità.
Soprattutto se te le ripeti abbastanza a lungo.
Diventano profezie che si auto-avverano.
Diventano La verità.
La tua realtà.

Ecco 9 scuse per non agire che devi smettere di raccontarti.
Subito.

1. “Oggi è dura”

Basta sentire le news, per vedere quanto è difficile cambiare o trovare un lavoro e quanto si è già fortunati solo ad averne uno (bello o brutto che sia).

Alcuni settori sono più in crisi, ma altri stanno nascendo,
si stanno espandendo.
È così da sempre.
Ogni grande crisi porta con sé recessione,
mancanza di speranza eppure (ricordiamoci che) ne siamo sempre usciti, fin dai tempi della rivoluzione industriale.

 


 

È una questione di “credo”.
Se credi che non ci sia alcuna possibilità, ogni porta si chiude,
resti fermo e ti senti in trappola.
Ma se ci credi … puoi prepararti e lavorare sodo per riuscirci.
Se insisti, alla fine ce la fai.

2. “Non ho tempo”

Sei sempre indaffarato.
Di corsa.
Preso da un vortice di cose-da-fare.

Se dai priorità alle cose veramente importanti,
scopri di avere tantissimo tempo (anche perché le cose realmente importanti sono poche!).

Tante volte il non-avere-tempo è una scusa per non fare qualcosa,
o un modo per non affrontare una certa situazione o lanciarsi in una nuova impresa.

Una cliente che lamentava pochissimo tempo libero per se stessa (e per fissare le sessioni di coaching) è rimasta spiazzata (nel vedere nero-su-bianco la sua giornata tipo) nel realizzare quante fossero le azioni irrisorie che potevano essere evitate.
Erano solo scuse per non agire.

3. “Gli altri hanno tutte le fortune”

“Audentes fortuna iuvat”
Virgilio

Il detto (“La fortuna aiuta gli audaci”) invita a essere volitivi e coraggiosi davanti a qualsiasi tipo di evento,
anche il più terribile e imprevisto,
poiché la sorte – il “fato” – è dalla parte di coloro che osano e sanno prendere gli opportuni rischi.

L’idea che gli altri abbiano tutte le fortune,
è molto limitante.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

È una dimostrazione d’invidia,
senza il riconoscimento delle capacità.

La fortuna non è un’esperienza passiva
in cui il mondo ci dà semplicemente qualcosa su un piatto d’argento.
Richiede uno sforzo e la volontà di far accadere qualcosa.

Se invidio (solo) la fortuna del mio amico o conoscente e non riconosco il suo talento,
la sua esperienza,
il suo amore per quello che fa,
sono davvero fuori strada.

4. “Sono tutti migliori di me”

Ecco uno dei modi perfetti ed efficaci per non muoversi!

Vedere tutti gli altri (ma proprio tutti-tutti?) come più abili,
più capaci o con più talento è un modo efficace
per costruirsi un alibi (comunque facilmente smontabile),
una scusa, un pretesto per proteggersi dai riflettori, evitare le critiche e non gettarsi nella mischia.

Confrontarsi con gli altri può essere frustrante,
ognuno è meglio e peggio di altri su un numero illimitato di scale di valori.

Dal confronto si esce quasi sempre (e inevitabilmente) sconfitti,
non perché gli altri siano migliori o tu sia una persona senza qualità
ma perché ci si confronta con un’immagine ideale,
quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo,
ci sarà sempre qualcuno che avrà qualcosa più di te.

Continua a leggere la parte 2.

6 differenze fondamentali tra essere forte e fare solo lo spaccone

essere forte

Il mondo del lavoro di oggi non è mai stato così difficile,
complesso e competitivo.

Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza.

La forza fisica è facilmente visibile a tutti.
La forza mentale no.

Non si vede.
Si sente.

Come ho descritto nel mio libro “Autorevolezza” (nel capitolo autorevole vs autoritario), per mostrarti forte – anche a livello mentale – spesso indossi una maschera.

Reciti la parte del duro

Mascheri le debolezze con posture e atteggiamenti di finta durezza.
Pensi che così gli altri ti temeranno.

Questo approccio può portarti qualche successo iniziale.
Ma l’effetto svanisce in fretta.

Nel lungo periodo, per raggiungere obiettivi importanti,
serve forza vera.
Forza mentale.

Grinta.
Tenacia.
E il desiderio continuo di migliorare.

“Giocare a fare il duro” è facile

Lo possono fare tutti.
Uomini e donne.

Atteggiarsi.
Ostentare.
Scimmiottare.

Ma tra forza e spacconeria c’è una differenza enorme.
Ecco sei segnali chiari.

1. Lo spaccone non conosce i propri limiti

Chi è forte, sì.

Lo spaccone proclama che può fare tutto.
Dice che non ha paura di niente.
Dichiara che nulla potrà fermarlo.

Ma proclamare non significa essere forti.

Chi agisce così sopravvaluta le proprie capacità e spesso si trova impreparato davanti alla realtà.

Oppure sottovaluta le difficoltà… e va a sbattere contro il palo!

La forza mentale è riconoscere i propri limiti.

Sapere che il duro lavoro è necessario.
Accettare che il fallimento fa parte del percorso.

Chi è forte lo sa.
E non si spaventa.

2. Il gradasso nasconde le sue debolezze

Chi è forte, le affronta.

Il gradasso spreca energie per mascherare difetti ed emozioni,
perché le considera segni di debolezza.

Dice:
“Sono il migliore!”

Ma sotto c’è spesso insicurezza.

Essere forti richiede consapevolezza emotiva.

La persona forte non si fa controllare dalle emozioni.
Le gestisce.

Non spreca energie a coprire le mancanze.
Investe tempo per migliorarsi.

Per crescere.
Per superarsi.


Su questo tema trovi spunti utili nei miei libri:

“Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025,
per sviluppare una presenza autorevole reale.

“Prima volta Leader”, se sei all’inizio del tuo percorso.

3. Lo spaccone scimmiotta il duro

Chi è forte, duro lo è già.

Il “pallone gonfiato” copia modelli visti al cinema o nei reality:
braccia conserte,
sguardo truce,
sorriso sprezzante.

Usa sarcasmo e battute per svalutare.

Interrompe.
Impone i suoi argomenti.
È polemico, ruvido, aggressivo.

Sta confondendo arroganza e prepotenza con grinta e carattere.

Finzione per realtà.

Il vero duro, invece, trasmette fiducia in modo calmo.
Contenuto.
Silenzioso.

Su questo tema ho scritto un approfondimento specifico,

Puoi leggerlo qui → “7 caratteristiche che indicano una personalità forte”

4. Chi gioca a fare il duro vuole apparire forte

Chi è forte, non ha bisogno di dimostrarlo.

Vuole sembrare duro cerca approvazione.

Vuole essere visto come tosto.
Ha sempre qualcosa da dimostrare.

La sua autostima dipende dallo sguardo degli altri.

Chi è davvero forte no.
Non deve convincere nessuno.
Non cerca applausi.

La sua motivazione nasce da dentro.
Il suo unico referente è se stesso.

5. Lo sbruffone vuole potere sugli altri

Chi è forte, vuole potere su di sé.

Chi gioca a fare il duro controlla, spadroneggia, fa richieste irragionevoli.

La persona forte lavora su pensieri,
emozioni e comportamenti.

Non controlla il mondo.
Controlla se stesso.

6. Chi gioca a fare il duro, se fallisce, dà la colpa agli altri

Chi è forte si assume la responsabilità.

Lo spaccone accusa persone, sfortuna e circostanze.
Cerca un capro espiatorio.

Così resta fermo.
Si lamenta.
Aspetta.

La forza è vedere il fallimento come un trampolino.

Sapere che raramente è colpa solo degli altri.
Assumersi la propria parte.

Solo così si può passare allo step successivo.

Essere forti significa avere fiducia nella capacità di rialzarsi e imparare dagli errori.

A volte essere forti è l’unica scelta che hai

La forza mentale non nasce in un giorno.
Si costruisce.

Ogni sfida – anche piccola – è un allenamento.

Se impari a vederla così,
svilupperai chiarezza, lucidità e solidità.

La vera forza non fa rumore.
Non intimidisce.
Non ostenta.

Come esprimere il disaccordo al lavoro senza fare danni

esprimere il disaccordo al lavoro
La nostra prima reazione è vedere il disaccordo come qualcosa di negativo, svantaggioso, spiacevole.

Eppure, esprimere il disaccordo al lavoro — se gestito correttamente — può portare a miglioramenti.

Guadagni produttivi,
soluzioni inaspettate.

Rinnovamento, innovazione, passione e vitalità nascono spesso proprio nelle polemiche, nella contraddizione e nello scambio di idee.

Esprimere il disaccordo al lavoro significa pretendere che le proprie idee siano ascoltate e rispettate.

In alcune circostanze è indispensabile per ottenere rispetto.

Al contrario, non esprimere alcun dissenso — per eccessiva diplomazia, per paura o per arrendevolezza — può avere l’effetto opposto.

Si rischia di essere fraintesi,
ignorati,
sfruttati.

Soprattutto nel Mondo del lavoro di oggi.

Attenzione però

Esprimere il disaccordo in modo brusco o aggressivo rischia di danneggiare i rapporti.

Molte volte manifestiamo la nostra disapprovazione in modo polemico, senza spiegazioni o alternative.

Questo può compromettere o raffreddare una relazione professionale.

Ed è un peccato.

Soprattutto quando la persona coinvolta è un ottimo collaboratore o collega, con cui lavori fianco a fianco da anni e con cui hai sempre avuto un buon rapporto.

In fondo basta un po’ di strategia e un pizzico di diplomazia in più.

Ecco 10 suggerimenti pratici per esprimere il disaccordo al lavoro senza compromettere le relazioni.

1. Non affrontare ogni situazione

Se contesti tutto, rischi di apparire polemico, sgradevole, petulante.

Ma anche restare sempre in silenzio può diventare un problema.

La chiave è capire il costo del disaccordo.

Se discuti per questioni banali, probabilmente stai polemizzando sui dettagli e perdendo di vista il quadro generale.

Aver ragione su un argomento insignificante non vale il prezzo di compromettere una buona relazione professionale.

2. Attendi di essere calmo

Ricordi il consiglio di tua madre: “Conta fino a tre prima di rispondere”?

Vale ancora di più sul lavoro.

Quando le emozioni sono forti, il disaccordo rischia di trasformarsi in una questione personale.

E una volta pronunciate, le parole non possono essere cancellate.

Se sei arrabbiato o turbato, parla il meno possibile.

Le emozioni influenzano inevitabilmente la tua professionalità e il modo in cui presenti i tuoi argomenti.

La calma è fondamentale.

3. Non sacrificare la relazione

Non sacrificare un rapporto professionale di lungo periodo per una piccola vittoria immediata.

Soprattutto quando hai davanti:

  • un collaboratore fidato
  • un cliente importante
  • una figura chiave dell’azienda.

Chiediti sempre:

  • “Questa battaglia deve essere davvero vinta?”
  • “Ne vale davvero la pena?”

4. Parla a titolo personale

Quando esprimi disapprovazione, formula il messaggio dal tuo punto di vista.

Ad esempio:

  • “Mi sono sentito a disagio quando…”
  • “Sono preoccupato perché…”

Evita frasi generalizzate come:

  • “Tutti pensiamo che…”
  • “Questo è ciò che tutti vogliono…”

Non attaccare la persona.

Mantieni sempre rispetto per chi hai davanti e per il lavoro che sta svolgendo.

Esempi:

  • “Sono esausto oggi. Capisco che hai bisogno di queste cose, ma non posso lavorarci fino a domani mattina.”
  • “Preferirei ricevere almeno due settimane di preavviso prima di lavorare nel fine settimana.”
  • “Non abbiamo ancora spedito il preventivo. Contavo sulla tua puntualità. Vediamo come recuperare con quel cliente.”
  • “Capisco il tuo punto di vista, ma io la vedo in modo diverso.”

5. Esprimi il disaccordo in modo chiaro e specifico

Non indugiare troppo.

Offri il tuo punto di vista nelle prime fasi della discussione.

Stai ai fatti.

Dati e fatti concreti sono sempre più credibili delle opinioni personali.

Quando esprimi un disaccordo, riferisciti sempre a qualcosa di specifico:

  • cosa è successo
  • dove
  • quando.

Descrivi comportamenti, azioni o decisioni.

6. Permetti all’altro di spiegarsi

Ascolta con attenzione.

Non interrompere.
Non controbattere subito.

Lascia che l’altra persona finisca di parlare.

Se si arrabbia o si sfoga, ascolta comunque.

In quel momento la chiave è capire, non preparare un contrattacco

Se ti sforzi davvero di comprendere la posizione dell’altro, invii un messaggio potente.

Di apertura.
Di rispetto.

E la conversazione diventa molto più costruttiva.

7. Mantieni la tua professionalità

Tratta sempre le persone con rispetto.

Non manipolare la situazione.
Non colpire la reputazione altrui.

Usa il confronto per generare soluzioni, non per trovare un colpevole.

Così guadagnerai rispetto e credibilità.

Lo scopo di un disaccordo dovrebbe essere sempre uno solo:
trovare modi migliori per risolvere un problema.

8. Cerca di capire davvero l’altro

Capire le necessità, le paure e le convinzioni dell’altra persona ti aiuterà a esprimere il disaccordo senza creare conflitti inutili.

Un buon metodo è riformulare ciò che hai ascoltato.

Ad esempio:

  • “Mi stai dicendo che vuoi…”
  • “In altre parole, desideri…”
  • “Se ho capito bene, pensi che…”

Spesso perdiamo tempo in discussioni che sarebbero evitabili se comprendessimo davvero la posizione dell’altro.

Molti disaccordi sono solo apparenti.


Vuoi potenziare la tua assertività nei conflitti?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Cerca il compromesso

“Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante.”

– Proverbio del Burkina Faso

Cerca gli interessi comuni.

Ricorda sempre l’obiettivo condiviso.

Fai capire all’altra persona che apprezzi il suo punto di vista.

Non si può essere d’accordo su tutto.
Ma si può comunque trovare una direzione comune.

Hai mai evitato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto.

10. Quando la decisione è presa, chiudi la questione

Una volta presa una decisione, vai avanti.

Continuare a rievocare torti o recriminazioni raramente porta risultati utili.

Serve solo a generare amarezza.
Guarda indietro solo per imparare.
E poi lascia andare.

Afferra un remo e rema con la tua squadra.
Anche se la decisione finale non era la tua preferita.

Questo dimostra una cosa importante:
sei un professionista affidabile.

In definitiva

Il disaccordo non è un problema.
Il problema è come lo gestiamo.

Un vero professionista non evita il confronto.
Ma non lo usa nemmeno per attaccare.

Lo usa per costruire soluzioni migliori, relazioni più solide e risultati più duraturi.

È così che si riconosce un vero leader.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

traditore al lavoro

“Il doppiogiochista pugnala alle spalle,
getta l’arma ma non si avvede, stolto qual è,
che gli rimane insanguinata la mano.

E quel sangue non si lava…mai.”

Giacomo Colosio

Traditore al lavoro.
Doppio-giochista.
Opportunista.
Giuda.
Pugnalatore alle spalle.
Fedifrago.

Chiamalo come preferisci…

hai capito perfettamente di chi sto parlando.

Di quello/a che sembra tuo amico.
Un alleato.
Un fedele collega.

E invece ti ruba l’idea.
Il progetto.

Ti manda avanti al massacro per poi occupare il tuo posto.

È quello/a che si infila — come una serpe — nella piccola apertura che lasciamo nella nostra “corazza”.

Perché crediamo negli altri.

Nella loro buona fede.
La loro correttezza.

Ed è lì che giocano.
E spesso… giocano anche bene.

Perché lo fanno?

Tornaconto, rancore e… piacere.

Rendimento personale.
Vendetta.
Invidia.
Smania di successo.
O semplice godimento.

Il traditore al lavoro è difficile da identificare.

Di solito, quando ci riesci,
ha già affondato la lama.

È troppo tardi.

Il giuda prende il tuo suggerimento, fa sua l’idea, agguanta le informazioni.

Se il progetto ha successo,
si fa avanti per prendersi il merito.

Se fallisce, invece:

era la tua idea.

La colpa è tua.

Ti accusa.
Ti diffama.
Diffonde calunnie.

  • “Lo sapevo.”
  • “Avevo sentore del tracollo.”

Ed è sorprendente come, spesso, direzione, titolari e azienda sembrino “all’oscuro” di comportamenti che in realtà tutti conoscono.

Ma gossip e pugnalate alle spalle non sopravvivono senza un pubblico ricettivo.

Su questo, credo, siamo d’accordo.

8 modi per scoprire chi ti pugnala alle spalle (prima che sia troppo tardi)

1. Il traditore al lavoro sussurra come un cospiratore

Conosce ogni indiscrezione.

Ogni confidenza.
Ogni malignità.
È il pettegolezzo dell’ufficio.

Colpire alle spalle richiede informazioni privilegiate.
E lui/lei… le ha sempre.

Sussurra.
Osserva questo dettaglio.

Non tutti i sussurratori sono traditori, è vero.

Ma il sussurro è il mezzo più rapido per diffondere informazioni,
raccomandando il segreto
e facendo sentire l’altro “speciale”.

Qui sta la loro forza.

2. Il traditore manipola le informazioni

Distorce.
Drammatizza.
Esagera.

Rende tutto più piccante o più tragico, secondo convenienza.

Finge grande onestà.

Si mostra impegnato.
Spirituale.
Indispensabile.

Si mescola con tutti.

Ha tutte le informazioni perché…
è la fonte del gioco.

Essere una persona forte non significa essere aggressivi o imporsi, ma comunicare con sicurezza e autorevolezza.


Trovi spunti pratici nei miei libri
“Autorevolezza” (NUOVA edizione 2025)

e “Prima volta Leader”.

3. Si mostra sempre impegnato e sovraccarico

Alla base delle pugnalate ci sono spesso:
invidia, incompetenza, frustrazione.

Sorride sempre.
Sussurra.
Crea fiducia.

Parla soprattutto di cose negative.
Svaluta il lavoro degli altri.

Si dipinge come indispensabile.
Rimane oltre l’orario.
È sempre stanco.

Spesso non è una persona felice.
Serena.
Realizzata.

E difficilmente i traditori si apprezzano tra loro.

4. Ha bisogno di parlare continuamente di sé

Parla ossessivamente di quanto sia bravo, efficiente, produttivo.

Il vanto implicito è quasi sempre segno di insicurezza.

Chi ha vera autostima non ha bisogno di convincere nessuno.

Lo dimostra con i fatti.

5. Ti fa “scattare” l’istinto

La prima volta che l’hai incontrato,
il tuo istinto ha lanciato l’allarme.

L’istinto vede oltre le maschere,
i sorrisi finti,
le frasi di circostanza.

  • “Puoi contare su di me.”
  • “Mi sei piaciuto dal primo momento.”

Quando senti quel brivido…
ascoltalo.

C’è quasi sempre una buona ragione.

6. È un abile adulatore

L’adulazione gonfia l’ego.

E quando l’ego è gonfio,
diventiamo facili prede.

Complimenti.
Richieste di “consigli”.
Idee che poi diventano sue.

E se non funzionano?
Indovina di chi era l’idea?

7. Ha già colpito altri

Spettegola su chi esce dalla porta ufficio.

Diffonde infamie.
Calunnie.

Se l’ha fatto con altri…
perché non dovrebbe farlo anche con te?

8. Cerca subito di ingraziarsi

Soprattutto se sei nuovo.

Sorrisi.
Accoglienza.
Alleanze lampo.

Ti fa sentire “dentro”
per renderti più facile da inghiottire.

Dà ragione a tutti.
Appoggia ogni idea.

Pronto a cambiare bandiera al primo vento favorevole.

Di solito non si individua un traditore
prima che sia troppo tardi.

Se sospetti qualcuno,
osserva.

Valuta con attenzione

Non reagire di impulso.
Osserva. Annota.
Raccogli fatti.

Proteggi idee, relazioni e reputazione.

Il punto è questo:
la maturità professionale non è fidarsi di tutti,
è scegliere con attenzione di chi fidarsi.

Restare “aperti” senza essere sprovveduti.

15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare

tacere

“Le persone che sanno poco sono solitamente dei grandi parlatori, mentre gli uomini che sanno molto dicono poco.”
Jean-Jacques Rousseau

Dovremmo parlare molto meno.

Tutti.

La crescita personale inizia quasi sempre da una presa di coscienza scomoda: il problema, spesso, siamo noi.

Parliamo troppo.
Parliamo male.
Più del dovuto.

E a volte — senza volerlo — quando parliamo appariamo:

  • offensivi
  • poco preparati
  • poco corretti

In due parole: facciamo danni

Viviamo in un’epoca travolta dalle parole.

Dalle chiacchiere.

Da un cicaleccio continuo.

Le parole perdono valore.
Peso.
Significato.

E non sempre sono la soluzione.

A volte, il silenzio parla molto più forte.

Non siamo consapevoli della potenza delle parole

Basterebbe ricordare quante volte:

  • una parola di troppo
  • un lapsus
  • una frase fuori posto

hanno compromesso:

  • un progetto
  • un colloquio
  • un rapporto con un cliente
  • la relazione con un collega o con il capo
  • la tua immagine di leader

Si parla molto delle frasi chiave dei grandi leader.

Meno della loro abilità opposta.

Stare in silenzio.

Come scrivo in “Prima volta Leader”, c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere.

E ascoltare.

Ecco 15 situazioni in cui tacere può essere molto più intelligente che parlare.

1. Taci se non hai nulla di significativo da aggiungere

Hai già detto quello che dovevi dire?

Anche in modo semplice e asciutto?

Perfetto.
Adesso taci.

Comunicare non significa parlare tanto, ma avere qualcosa da dire.

Aggiungere parole per sembrare più competenti spesso produce l’effetto opposto: finisce per indebolire il messaggio.

2. Taci se non intendi mantenere la parola

Una promessa è una promessa.

Se dici cose che non hai intenzione di mantenere, prima o poi le persone smetteranno di dare peso alle tue parole.

Se stai parlando solo per fare il brillante o per imitare il “leader ideale”, meglio tacere.

3. Taci quando sei arrabbiato

Quando sei molto arrabbiato, aumenta il rischio di dire qualcosa che a mente fredda non diresti.

E una volta dette, certe parole non si possono ritirare.

Quando sei arrabbiato:

  • non giudicare
  • non criticare
  • evita di spiegare

Prenditi tempo.
Allontanati.
Raffredda la mente.

Poi, se serve, torna sulla questione.

4. Taci se non conosci bene i fatti

Non giudicare prima di capire.
Non reagire prima di sapere.

Parlare senza conoscere i fatti porta facilmente a:

  • dietrofront imbarazzanti
  • scuse forzate
  • relazioni da ricucire

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

5. Taci se non conosci l’argomento

Il silenzio imbarazza.

E per questo molti sentono il bisogno di riempirlo comunque.

Ma è meglio tacere che parlare con sicurezza di qualcosa che non si conosce.

Dire:

“Non lo so.”
“Devo informarmi.”
“Su questo non ho abbastanza elementi.”

può essere molto più autorevole di una risposta improvvisata.

Approfondisci nel mio libro:

“Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025

6. Taci e impara ad ascoltare

Ascoltare significa spegnere, almeno per un momento, il proprio dialogo interno.

E dedicare attenzione reale all’altro.

Non pensare subito alla risposta.
Non interrompere.
Neanche completare la frase dell’altro.

Ascoltare è uno dei modi più semplici per far sentire una persona presa sul serio.

Ne ho parlato anche nell’articolo Un leader eccellente parla meno e ascolta di più.

7. Taci quando sei profondamente sfiduciato

Demoralizzazione, delusione, amarezza.

Quando sei dentro queste emozioni rischi di dire cose che esprimono soprattutto il tuo stato d’animo del momento.

Meglio prendersi un po’ di tempo.

Sfogarsi sì.

Ma nel posto giusto.
Con la persona giusta.

8. Taci quando stai diventando “pesante”

Troppo meticoloso.
Troppo perfetto.

“So tutto io”.

Continuare ad aggiungere spiegazioni, precisazioni e correzioni non aumenta necessariamente la tua autorevolezza.

A volte ti rende semplicemente pesante.

9. Taci dopo aver detto qualcosa di importante

Dopo una frase importante, fermati.

Una pausa può dare maggiore enfasi alle tue parole.

Il silenzio è parte del messaggio.

Se continui immediatamente a parlare, rischi di disperdere ciò che hai appena detto dentro il flusso delle parole successive.

10. Taci se non sai ancora come dirlo

Se non hai pesato le parole.

Se rischi di sembrare:

  • insensibile
  • permaloso
  • esagerato

meglio tacere.

Per ora.

Tacere non significa rinunciare a dire ciò che pensi.

Significa scegliere quando e come dirlo.

11. Taci se nessuno ti ha chiesto un consiglio

Spesso le persone parlano per condividere.

Non necessariamente per ricevere soluzioni.

Metti da parte il tuo ego.

Il bisogno di “salvare”.
Il ruolo del guru.

A volte l’altra persona non ha bisogno della tua soluzione.

Ha bisogno che tu la ascolti.

12. Taci se stai parlando solo per piacere

Se cerchi continuamente di piacere agli altri per paura di essere escluso, deriso o rifiutato, rischi di adattare ciò che dici a ciò che pensi gli altri vogliano sentirsi dire.

Prima di parlare, chiediti:

“È davvero ciò che penso?”

13. Taci se stai ripetendo lo stesso concetto

Ripetere non sempre rafforza.

Spesso disperde.

La chiarezza nasce anche dalla sintesi.

Scopri il percorso mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” per imparare a gestire voce, postura e linguaggio del corpo con maggiore consapevolezza e impatto.

14. Taci se stai cercando di fare il brillante

Quando non lo sei.

Il rischio?

Essere l’unico a ridere.

15. Taci se vuoi far crescere le persone

A volte aiutare significa non intervenire.

Fare un passo indietro.
Lasciare spazio.

Consentire all’altro di crescere.
Sbagliare.

Permettere alla persona di costruire la propria capacità, competenza e fiducia.

Non devi sempre intervenire.
Non devi sempre avere la soluzione.

E non devi sempre dire l’ultima parola.

In finale…

Saper tacere è una delle competenze più sottovalutate nella leadership.

Il silenzio non è assenza.
È presenza consapevole.

Non significa non avere nulla da dire.

Significa anche capire quando le tue parole servono davvero e quando, invece, è meglio lasciare spazio.

Spesso, la leadership sta proprio lì.

Nel saper tacere.

10 modi per sviluppare anche tu un carisma incredibile

avere carisma

“C’è chi si mette degli occhiali da sole,
per avere più carisma e sintomatico mistero.”

Franco Battiato, Bandiera bianca, 1981

Alcune persone… illuminano la stanza.

Alcune persone ci fanno sentire immediatamente importanti.

Speciali.
Apprezzati.
Valorizzati.

Entrano… e qualcosa cambia.
Sono le persone carismatiche.

Quelle che costruiscono relazioni solide, influenzano in modo positivo e fanno sentire gli altri meglio con se stessi

Sono le persone che tutti vogliono accanto.
E, in fondo… anche diventare.

Il carisma non è (solo) talento

Avere carisma non significa essere:

  • belli
  • brillanti
  • perfetti
  • vestiti all’ultima moda

Significa:
energia, presenza, attenzione, intenzione.

Alcuni sembrano nati così.

Ma la verità è anche un’altra:

Il carisma si costruisce.
È fatto di comportamenti appresi, allenati, ripetuti.

Ecco 10 modi concreti per diventare più carismatico.

1. Prima di ricevere… dai

Non partire da:

  • “Cosa ci guadagno?”

Parti da:

“Cosa posso dare?”

L’attenzione.
L’ascolto.
Il tempo.

Il focus non sei tu.
È l’altro.

2. Sii davvero presente

Quando parli con qualcuno: sii lì. Davvero.

Non a metà.

  • niente telefono
  • niente distrazioni
  • ancor meno mente altrove

Fai sentire l’altra persona… l’unica nella stanza.

È raro?
E proprio per questo… potentissimo.

3. Usa il nome (e usalo bene)

Ogni persona vuole sentirsi unica.

Il nome crea connessione.
Crea riconoscimento.

Crea valore.

E soprattutto: dimostra rispetto.

4. Fai parlare gli altri

Le persone amano parlare di sé.

E soprattutto… di ciò che amano.

Fai domande.
Ascolta davvero.
Lascia spazio.

Vedrai qualcosa cambiare: le persone si accendono.

5. Cura il linguaggio del corpo

Il corpo parla.
Sempre.

Prima delle parole.

  • contatto visivo
  • postura aperta
  • presenza stabile

La fiducia si vede.

E il carisma… si sente.

6. Usa il silenzio

Non devi sempre riempire ogni spazio.

Il silenzio:

  • crea profondità
  • aumenta l’attenzione
  • rende più “forte” la tua presenza

Saper ascoltare… è uno dei tratti più attraenti che esistano.

7. Evita negatività e lamentele

Le persone ricordano come le fai sentire.

Se sei sempre lamentoso, critico e negativo verrai evitato.

Non serve essere finti positivi.
Serve essere costruttivi.

8. Riconosci gli altri

Le persone vogliono essere viste.

Apprezzate.
Riconosciute.

Un complimento sincero:

  • costruisce relazione
  • aumenta fiducia
  • lascia il segno

Eppure… è rarissimo.

9. Ascolta più di quanto parli

Le persone carismatiche non monopolizzano.

Ascoltano.
Con attenzione.
Con curiosità.

  • non interrompono
  • non giudicano
  • men che meno parlano sopra

E quando parlano… dicono qualcosa che conta.

10. Ammetti errori (e sorridici sopra)

Errori, gaffe, inciampi.
Capitano.
A tutti.

La differenza? Come li gestisci.

Se sai riderci sopra:

  • abbassi le difese
  • crei connessione
  • diventi umano

E questo… è carisma.

Il carisma non è una tecnica. È un atteggiamento.

È attenzione reale verso gli altri.
Energia che metti nella relazione.

Le persone carismatiche non cercano di brillare.
Fanno brillare gli altri.

E proprio per questo… vengono ricordate.

Il carisma non è ciò che mostri.
È ciò che lasci negli altri.

E spesso nasce da una cosa semplice: far sentire qualcuno importante.

14 segnali che mostrano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale

mentalmente debole

Foto di skeeze da Pixabay

Alcune persone sono semplicemente mentalmente più forti di altre.

Alcune raggiungono i loro obiettivi.
Sono volitive.
Determinate.

La persona mentalmente debole si lamenta costantemente e trova sempre scuse per non alzare un dito e dire: questa cosa non mi sta bene, ora la cambio.

Preferisce piangersi addosso

Sentirsi vittima.

La forza mentale è essenziale per affrontare:

  • una situazione difficile
  • un momento complesso
  • capo o un collega ostico
  • lavoro che non ci piace
  • una relazione che ci ruba energia

Rompere gli schemi, cambiare direzione, raggiungere obiettivi non è facile.

Ci vogliono:
tempo,
fatica,
costanza.

Qualunque sia la sfida,
devi tirare fuori grinta, carattere e determinazione.

Anche al tuo livello — grande o piccolo che sia, poco importa.

Ecco 14 segnali che indicano quanto devi ancora lavorare sulla tua forza mentale.

1. Una critica ti rovina la giornata

Ti offendi per una battuta?
Fai fatica a sorridere dei tuoi difetti?

Se sei mentalmente debole ti avveleni la giornata per un nonnulla.

Ti prendi sempre troppo sul serio e vivi il dissenso come un attacco personale.

Così, pur cercando l’approvazione degli altri, eviti il confronto e i rapporti diventano rigidi, formali, freddi.

2. Hai frequenti crolli emotivi

Ci sono giorni in cui basta poco per sprofondare.

Non riesci ad affrontare nulla e impieghi molto tempo a riprenderti — tempo durante il quale i problemi crescono.

Quando sei vittima di continui sbalzi emotivi è difficile restare lucidi e centrati.

Nel mio libro Autorevolezza spiego perché imparare a gestire le emozioni è una competenza chiave.

3. Non sai dire NO

Dire NO è difficile.
Dire SÌ senza convinzione è molto peggio.

Chi è mentalmente debole evita il conflitto per paura,
finisce per peggiorarlo.

Se non metti limiti:

  • perdi credibilità
  • perdi fiducia
  • paghi in autorevolezza

Se sei un leader, questo è ancora più evidente.

A lungo andare, non saper dire NO diventa frustrante e mina autostima e motivazione.

4. Hai familiarità con la mediocrità

Ti accontenti.
Non lotti abbastanza.
Ti sei abituato.

Hai fatto “amicizia” con la mediocrità.
La coccoli.
La giustifichi.

Vai a letto tranquillo.
Comodo.

Ma allora non lamentarti.
Perché molte scelte — in fondo — sono tue.

5. Sei drammatico e pessimista

Vedi segnali ovunque che ti invitano a fermarti.

Ti racconti che la vita è stata particolarmente crudele con te.

È facile essere pessimisti.
Comodo.

È la scusa perfetta per non iniziare nulla e per non sbagliare mai.

6. Ti lamenti spesso

Un imprevisto non è la fine del mondo.

Le persone mentalmente forti accettano che la vita alterni alti e bassi,

Si assumono responsabilità e cercano soluzioni.

Raramente le sentirai piagnucolare.

7. Hai paura del cambiamento

La routine ti rassicura?
Eviti di uscire dalla zona di comfort?

Il cambiamento è inevitabile.
Ciò che conta è come lo affronti.

Le persone mentalmente forti sono flessibili, aperte e accolgono il cambiamento.

8. Procrastini spesso

Indugio e pigrizia sono segnali chiari di debolezza mentale.

Tutti abbiamo momenti di stanchezza.

Ma quando diventano abitudine, bisogna intervenire.

9. Dai la colpa agli altri

Accusare gli altri protegge l’ego ma indebolisce la forza mentale.

Solo tu puoi portare il successo nella tua vita.
Accettare la responsabilità è un atto di forza.

10. Non fai ciò che dici

“Nessuno promette tanto quanto chi non manterrà.”

Francisco de Quevedo

Le parole contano.
Ma contano ancora di più le azioni.

La coerenza costruisce forza mentale.
L’incoerenza la distrugge.

11. Hai paura del confronto

Allenarti senza mai metterti alla prova non ti renderà mai forte.

Prima o poi … devi scendere in campo.

Il momento “giusto” non arriva.
Si crea.

12. Non accetti la realtà

Negare la realtà blocca il cambiamento.

Accettarla — anche quando è dolorosa —
è il primo passo per trasformarla.

13. Sei terrorizzato dal fallimento

Il fallimento insegna.
Corregge.
Rafforza.

Le persone di successo non evitano le cadute.
Imparano a rialzarsi.

14. Getti la spugna facilmente

Ecco uno dei tratti più evidenti della mancanza di forza mentale.

Il successo non è rapido.
Non è facile.
Ancor meno immediato.

Richiede tempo.
E perseveranza.

Allenati con piccole vittorie.
Completa ciò che inizi.
Anche quando sei stanco.

Se dentro di te hai deciso che non mollerai,
non lo farai.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza parlano più delle parole.

Il percorso
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
e fatto proprio per trasmettere leadership autentica.

In definitiva …

La forza mentale non è un talento riservato a pochi.

È una scelta quotidiana.

Ogni giorno puoi allenarla oppure indebolirla.

La differenza non la fa ciò che ti accade,
ma come scegli di reagire.

8 cose da ricordare quando nessuno ti dà il suo supporto

nessuno ti aiuta

Ehi non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa, neanche a me!

Ok? Se hai un sogno tu, lo devi proteggere.

Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non lo sai fare.

Se hai un sogno inseguilo.
Punto!

Chris Gardner (Will Smith)
Dal film “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino

Confidare a qualcuno
tua moglie o tuo marito,
un amico caro,
un collega,
tua sorella.

che desideri avviare un e-business,
accettare una nuova proposta lavorativa,
fare il personal coach,
proporti per uno scatto di responsabilità,

lasciare un lavoro “sicuro” per lanciare la start up che sogni da anni…

oppure semplicemente …

esprimere te stesso,
fare arte,
costruire una famiglia,
trasferirti in un’altra città
dall’altra parte del mondo…

può innescare qualcosa di inatteso.

Sguardi vuoti.
Reazioni neutre.
Parole di circostanza.

O peggio:
repliche negative accompagnate da quello sguardo sfiduciato di chi è già convinto che non ce la farai.

Che non riuscirai …

Ti aspettavi più sostegno.
Più incoraggiamento.

E invece ti senti non ascoltato,
incompreso,
criticato.

Persino deriso.

Ti aspettavi di più. Dì la verità.

Anch’io.

E invece… poco o nulla.

Nessuno ti aiuta.
Reazioni fredde.
Supporto minimo.
Frasi fatte.

Il rumore del silenzio intorno è difficile da digerire.

Per quanto vorremmo che amici e parenti sostenessero sogni, speranze e obiettivi, a volte è meglio… tacere.

Stare zitti.
Tenersi tutto dentro.

Quando guardi intorno a te in cerca di una stampella e non trovi nessuno, è dura.

Durissima.
Demoralizzante.

Se non ti è mai capitato, non puoi capirlo davvero.

Senza sostegno, il dubbio prende il comando

Quando nessuno ti aiuta,
le paure che già abitano la tua mente
diventano dominanti.

Insormontabili.

Potrei dirti:

  • “Non ti preoccupare, chi se ne frega di cosa pensano gli altri”.

Ma non basta.

Se non sei nello stato mentale giusto,
queste frasi – anche dette in buona fede –
scivolano via.

In teoria è semplice.
In pratica, no.

Ecco 8 cose da ricordare quando nessuno ti aiuta.

Le reazioni (o le non-reazioni) degli altri rischiano di spegnere il tuo entusiasmo.

Prima ancora di iniziare!

1. La tua passione viene prima

Il punto non è se gli altri ti sostengono o no.
Il punto è non ritrovarti un giorno a pensare:

  • “Se solo avessi avuto il coraggio di provarci…”

Il punto non è rendere felici gli altri.
È non tradire te stesso.

Segui ciò che senti.
Non vivere all’altezza delle aspettative altrui.

Concentrati su chi devi essere e cosa devi fare.

Riguarda te.
Solo te.

2. La vita è una sola

È scoraggiante non sentirsi incoraggiati.
Ma la vita è breve.

Vuoi davvero rinunciare a ciò che senti giusto per colpa delle paure degli altri?

Anche da solo puoi fare la differenza.

3. Chi non ti sostiene è spesso più insicuro di te

A volte è cattiveria.
A volte è ignoranza.
Molto spesso è paura.

Le persone riversano su di te le loro insicurezze.

La loro paura dell’ignoto.

“Quando le persone non sanno fare qualcosa,
ti diranno che non puoi farla nemmeno tu.”

Il problema non è tuo.

È loro.

4. Ognuno ha un “buon” motivo per non aiutarti

C’è chi vuole proteggerti.
Chi teme il cambiamento.
C’è chi ha paura per-i-soldi.

Chi non vuole vederti emergere.
Chi spera tu fallisca per dire “te l’avevo detto”.

Capire questo aiuta a non prenderla sul personale.

5. Non puoi piacere a tutti

È impossibile.
E va bene così.

Lavora su di te. Resta focalizzato.

Non distrarti.

6. Si può riuscire anche senza sostegno

Molte persone di successo hanno scelto la strada più incerta.

Non lasciare che il pessimismo altrui diventi la tua verità.

Credi in te.
E lavora sodo.

7. Ascolta anche gli scettici (con intelligenza)

La paura non è il nemico.
È un segnale.

Usala per riflettere, non per bloccarti.

Il coraggio non è assenza di paura,
è agire nonostante la paura.

8. Non fare le cose solo per dimostrare qualcosa

Dimostrare che avevi ragione
può dare soddisfazione.

Ma vivere per smentire qualcuno è una trappola.

Fai le cose perché le vuoi.
Non per rivalsa.

In finale

Quando senti una chiamata interiore,
proteggila.

Non tutti capiranno.
Non tutti ti sosterranno.

Ma le tue aspirazioni appartengono a te.

E solo a te.

Detto questo,
ti consiglio la lettura del mio post,
che mette in guardia dai facili entusiasmi.

Di come la realtà è molto più complessa.
Come se bastasse solo volerlo …

Pentito di aver accettato maggiori responsabilità? 7 cose da ricordare

maggiori responsabilità

Sei bravo in quello che fai.

A un certo punto è naturale desiderare qualcosa di più.

Un progetto più importante.
Un ruolo più ampio.
Un team da guidare.
Più autonomia e maggiori responsabilità.

Poi quel momento arriva.

E dopo l’entusiasmo iniziale potresti ritrovarti a pensare:

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Maggiori responsabilità. Fantastico? Non sempre

Da fuori vedevi soprattutto le opportunità.

Adesso senti anche il peso.

Più decisioni.
Più pressione.
Più aspettative.

Problemi che prima arrivavano sulla scrivania del tuo responsabile e che adesso arrivano sulla tua.

E magari cominci a chiederti:

  • “Sono davvero all’altezza?”
  • “Ho fatto bene ad accettare?”
  • “E se avessi sopravvalutato le mie capacità?”

Non sono necessariamente domande preoccupanti.

Un nuovo ruolo può mettere in discussione sicurezze che nel ruolo precedente avevi costruito nel tempo.

Prima di concludere che hai commesso un errore, prova a ricordare queste 7 cose.

1. Stai vedendo anche il rovescio della medaglia

Prima di accettare eri inevitabilmente più concentrato su ciò che il nuovo ruolo poteva offrirti.

La crescita.
Il riconoscimento.
La possibilità di decidere.
Una maggiore autonomia.

Adesso potresti fare esattamente il contrario: vederne il prezzo.

Non significa che devi convincerti che tutto vada bene.

Significa semplicemente evitare di valutare il nuovo ruolo nel momento in cui stai sperimentando (soprattutto) la parte più difficile.

Datti il tempo di conoscerlo davvero.

2. Maggiori responsabilità significano anche maggiore pressione

Non c’è niente di strano.

Prima potevi portare un problema al tuo responsabile.

Adesso potresti essere tu la persona alla quale gli altri portano il problema.

Prima alcune decisioni non dipendevano da te.

Adesso sì.

Crescere professionalmente non significa soltanto avere più possibilità. Significa anche dover sostenere una quota maggiore di complessità.

La domanda quindi non è:

  • “Perché faccio così fatica?”

Potrebbe essere più utile chiederti:

  • “Quale nuova responsabilità devo ancora imparare a gestire?”

3. Chiedere aiuto non significa essere inadatto al ruolo

Uno dei rischi quando assumi maggiori responsabilità è pensare di dover dimostrare immediatamente di meritare la fiducia ricevuta.

E allora fai tutto da solo.

Non chiedi.
Non mostri dubbi.
Cerchi di avere sempre una risposta.

Per paura che qualcuno pensi:

  • “Forse non era pronto.”

Ma avere maggiori responsabilità non significa dover sapere già fare tutto.

Puoi confrontarti con un collega.
Chiedere un parere al tuo responsabile.
Cercare qualcuno che ha già affrontato una situazione simile.

Chiedere supporto non riduce la tua autorevolezza.

A volte dimostra semplicemente che sai riconoscere dove hai bisogno di crescere.

4. Non guidare pensando continuamente al giudizio degli altri

I collaboratori avranno un’opinione sul tuo modo di guidare.

Il tuo responsabile valuterà i tuoi risultati.

I colleghi commenteranno alcune tue decisioni.

Fa parte del ruolo.

Il problema nasce quando il giudizio degli altri diventa il criterio con cui inizi a decidere.

  • “Che cosa penseranno se dico di no?”
  • “E se questa decisione non piace?”
  • “E se il mio capo pensa che non sono capace?”

Ascoltare i feedback è importante.

Cercare continuamente approvazione è un’altra cosa.

Non tutte le decisioni che mettono in discussione la tua sicurezza mettono in discussione la tua capacità.

5. Una parte del disagio può dipendere semplicemente dal fatto che è nuovo

Nel vecchio ruolo sapevi come muoverti.

Conoscevi le persone.
I problemi erano familiari.
Avevi costruito automatismi e sicurezza.

Nel nuovo ruolo, parte di quella sicurezza deve essere ricostruita.

Per questo una difficoltà iniziale non dimostra automaticamente che hai fatto la scelta sbagliata.

Quando senti salire il dubbio, può essere utile ricordarti:

  • “Non devo sapere già gestire tutto. Sto ancora imparando questo ruolo.”

Naturalmente non tutto il disagio deve essere normalizzato.

Se dopo tempo sufficiente il ruolo continua a essere incompatibile con ciò che vuoi, con le tue possibilità o con le condizioni nelle quali lavori, quella è un’altra riflessione.

Ma non confondere troppo velocemente la fatica di imparare con la prova di aver sbagliato strada.

6. Non lasciare che la paura decida al posto tuo

La paura non è necessariamente un problema.

Può renderti più prudente.
Spingerti a controllare.
Farti considerare cose che avevi trascurato.

Il problema arriva quando cominci a rimandare continuamente perché vuoi essere sicuro di non sbagliare.

Aspetti.
Rivaluti.
Chiedi un altro parere.

E intanto la decisione rimane lì.

In un ruolo di responsabilità non potrai avere sempre tutte le informazioni né la certezza del risultato.

Dovrai imparare a distinguere tra prudenza utile e paura che immobilizza.

È un tema che ho approfondito anche in “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

7. Concentrati su ciò che puoi modificare

Quando tutto sembra troppo, il rischio è guardare il nuovo ruolo come un unico grande problema.

Prova invece a scomporlo.

Che cosa ti pesa realmente?

La quantità di lavoro?
La gestione del team?
Il rapporto con il tuo responsabile?
Le decisioni?
Le aspettative che hai su te stesso?
La difficoltà a delegare?

A seconda della risposta, puoi:

  • chiedere supporto a un collega, responsabile, mentore o coach;
  • chiarire aspettative e priorità;
  • delegare maggiormente;
  • comunicare rischi e difficoltà prima che diventino emergenze;
  • rivedere aspettative eccessive su te stesso;
  • individuare una competenza specifica sulla quale lavorare.

Non devi necessariamente risolvere “il nuovo ruolo”. Devi capire quale parte del nuovo ruolo ti sta mettendo maggiormente in difficoltà.

Pentirsi non significa necessariamente aver sbagliato scelta

Può darsi che, dopo aver valutato bene la situazione, tu scopra che quel ruolo non fa per te.

È possibile.

Ma può anche darsi che tu stia attraversando la parte meno piacevole di ogni passaggio professionale: quella in cui il vecchio modo di lavorare non basta più e il nuovo non è ancora diventato naturale.

Non arrivare troppo velocemente alla conclusione:

  • “Non sono fatto per questo.”

Chiediti piuttosto:

  • “Che cosa, esattamente, mi sta mettendo in difficoltà?”

È una domanda meno definitiva.
E molto più utile.

Se ti stai pentendo del nuovo ruolo, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Un segreto per aumentare il tuo carisma

carisma

Ti capita di sentirti a disagio quando durante una conversazione cala il silenzio?

Cerchi subito qualcosa da dire?

Una domanda.
Un commento.
Qualsiasi cosa pur di riempire quello spazio.

Forse temi che, se non parli, l’altro possa trovarti poco interessante.

È comprensibile.

Il silenzio durante una conversazione può metterci a disagio.

E così lo riempiamo.

Parliamo.
Spieghiamo.
Aggiungiamo dettagli.
Ripetiamo ciò che abbiamo già detto.

Magari finiamo per parlare molto più del necessario.

Eppure una parte della nostra capacità di comunicare dipende proprio da ciò che sappiamo fare quando smettiamo di parlare.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio

Il silenzio può creare distanza.

Può essere usato per punire.
Può trasmettere disinteresse.

Ma può anche creare spazio.

Per ascoltare.
Pensare.

Lasciare che una domanda produca il suo effetto.

Dare maggiore peso a ciò che abbiamo appena detto.

Il silenzio non rende automaticamente carismatici.
Ma non averne paura cambia il modo in cui comunichiamo.

Ecco 7 motivi per cui può diventare un tuo alleato.

1. Parlare è solo una parte della comunicazione

L’altra è ascoltare.

Sembra banale.

Eppure durante una conversazione spesso non ascoltiamo realmente: aspettiamo semplicemente il nostro turno per parlare.

Pensiamo alla risposta.
Prepariamo l’obiezione.
Cerchiamo l’esempio da raccontare.

Oppure aspettiamo quella piccola pausa che ci permetterà di intervenire.

Il silenzio interrompe questo automatismo.

Ti permette di lasciare spazio all’altra persona senza dover immediatamente occupare quello spazio con le tue parole.

2. Il silenzio è una parte normale della conversazione

Non tutte le pause devono essere riempite.

Hai fatto una domanda?

Aspetta.

L’altra persona sta cercando le parole?

Aspetta.

Hai appena espresso un concetto importante?

Non è necessario aggiungerne immediatamente un altro.

Una pausa non significa necessariamente che la conversazione si sia inceppata.

Può semplicemente significare che qualcuno sta pensando.

A volte continuiamo a parlare proprio nel momento in cui sarebbe più utile fermarci.

3. Non devi essere sempre brillante

Carisma e loquacità non sono la stessa cosa.

Non devi avere continuamente qualcosa di interessante da raccontare.
Non devi essere quello che intrattiene il gruppo.
Non devi avere sempre la battuta pronta.

E soprattutto non devi dimostrare la tua presenza occupando ogni spazio della conversazione.

Una persona può parlare poco e avere carisma.

Può intervenire raramente e farsi ascoltare.
Può non essere particolarmente espansiva e lasciare comunque un’impressione forte.

Il punto non è quanto parli.

È che cosa accade quando parli e quando ascolti.

4. Se non hai niente da dire, puoi anche tacere

Non tutte le situazioni richiedono una risposta immediata.

A volte non sai ancora che cosa pensare.

Oppure senti che stai per rispondere sull’onda dell’irritazione.

Forse non hai capito abbastanza.

O semplicemente non hai niente di utile da aggiungere.

In questi casi il silenzio può essere preferibile alla prima cosa che ti viene in mente.

Puoi anche dire:

  • “Ci penso un momento.”
  • “Non ho ancora una risposta.”
  • “Vorrei capire meglio prima di risponderti.”

Non diminuisce necessariamente la tua autorevolezza. Il tuo carisma.

Al contrario, può mostrare che non senti il bisogno di reagire immediatamente a tutto.

5. Il silenzio può migliorare le relazioni

Pensa a una conversazione nella quale ti sei sentito veramente ascoltato.

Probabilmente l’altra persona non ha parlato continuamente.

Ti ha lasciato finire.

Non ha trasformato immediatamente ciò che raccontavi in una propria esperienza.
Non ha cercato subito di risolvere il tuo problema.

Ti ha dato spazio.

Questo vale con un collaboratore, un collega, un cliente e anche nelle relazioni personali.

Ascoltare comunica interesse.

Non significa essere d’accordo.

Significa concedere all’altro abbastanza spazio da capire davvero che cosa sta cercando di dirti.

6. Non avere paura del silenzio trasmette carisma

C’è una differenza tra tacere perché non sai che cosa dire e non sentire il bisogno di parlare per dimostrare che ci sei.

La seconda condizione richiede una certa sicurezza.

Durante una riunione, per esempio, potresti non intervenire immediatamente.

Ascolti.
Osservi.
Lasci parlare gli altri.

Poi intervieni quando hai qualcosa che ritieni utile aggiungere.

Non significa che parlare poco renda automaticamente più autorevoli.

Ma liberarsi dall’obbligo di intervenire continuamente può rendere la comunicazione più essenziale, più calma e più credibile.

7. Il silenzio può essere efficace anche sul lavoro

Immagina di aver fatto una domanda importante a un collaboratore.

“Che cosa pensi sia successo?”

Lui rimane in silenzio qualche secondo.

Tu senti l’impulso di aiutarlo.
Riformuli la domanda.
Aggiungi una spiegazione.
Suggerisci una possibile risposta.

E magari proprio in quel momento hai tolto spazio alla sua riflessione.

Prova invece ad aspettare.

Il silenzio può essere utile anche:

  • dopo una domanda importante;
  • prima di rispondere a una provocazione;
  • quando vuoi evitare una reazione impulsiva;
  • dopo aver espresso un concetto che vuoi lasciare sedimentare;
  • quando l’altra persona ha bisogno di qualche secondo per formulare ciò che pensa.

Non deve diventare una tecnica per mettere l’altro sotto pressione.

Il silenzio funziona quando crea spazio, non quando viene utilizzato come strumento di potere.

È anche uno dei motivi per cui, se vuoi essere un leader efficace, può essere utile parlare meno e ascoltare di più.

Il carisma non ha bisogno di riempire ogni spazio

Forse il vero punto è questo.

Quando cerchi continuamente qualcosa da dire, una parte della tua attenzione rimane concentrata su di te.

“Che cosa dico adesso?”
“Sto facendo una buona impressione?”
“Mi troverà interessante?”

Quando smetti di preoccuparti di riempire ogni pausa, puoi dedicare più attenzione a ciò che sta realmente accadendo nella conversazione.

All’altra persona.
A ciò che dice.
A ciò che vuoi dire davvero.

E anche a ciò che non ha bisogno di essere detto.

Il carisma non consiste nel riuscire ad attirare continuamente l’attenzione.
A volte comincia dalla capacità di non averne continuamente bisogno.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Prima di essere un grande leader devi essere un grande Uomo

grande leader

O una grande donna.

Tanti pensano di essere leader.
La maggior parte ne è ancora lontano.

Prima di essere un grande leader devi essere una grande persona.
Possedere qualità morali e valori etici.
Fare ciò in cui credi veramente o ritieni giusto, anche se è impopolare, faticoso o scomodo.

È necessario guidare le persone e non concentrarsi solo sui compiti da eseguire e sulle mansioni da gestire.
La vera leadership viene da chi sei, non solo da quello che dici o fai.

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”
Wolf J. Rinke

Avere PERSEVERANZA

La perseveranza è un tratto comune tra i grandi leader.
È resistenza contro le difficoltà, gli ostacoli e lo scoraggiamento.

Una persona deve essere perseverante per condurre (con successo) un team di dipendenti, collaboratori o colleghi al raggiungimento degli obiettivi.

La perseveranza si sviluppa solo attraverso le prove.
Prove difficili.
I leader migliori sopportano le prove e si rafforzano.
Non si arrendono mai.

Avere INTEGRITA’

È la scelta del “giusto”.

Coerenza tra le azioni, i valori, i metodi, i principi e i risultati.
Integrità è fare delle scelte a prescindere le conseguenze.
Fare la cosa giusta a prescindere le circostanze.

È più che essere onesti.
Si tratta di uno stile di vita impostato verso l’eccellenza morale.

L’integrità è uno dei migliori attributi di un grande leader.
L’integrità rende l’Uomo affidabile, attendibile e incrollabile.

Trasmettere FIDUCIA

Molte persone confondono la fiducia con arroganza ed egocentrismo.

La fiducia è essere sicuro di sé e consapevole.
L’Uomo fiducioso ha fede nelle sue capacità e nelle sue conoscenze.
Non ha bisogno di spingere gli altri verso il basso per emergere.

Guadagna la fiducia della gente con la sua forza interiore.
Quando entra nella stanza, tutti ne prendono atto.

Possedere Autocontrollo

Le tentazioni e le lusinghe sono tante e dietro ogni angolo.
Saper domare i desideri, trovare il modo di gestire le emozioni e gli impulsi, incanalare quell’energia in attività positive non è cosa facile.
E non è da tutti.

Essere esigenti, appassionati e impazienti è parte di una leadership efficace.
Non essere in grado di contenere se stessi, farsi travolgere, agire con stress e irritabilità (come un bambino che fa i capricci) può avere effetti devastanti.
Non passa mese senza che un personaggio famoso non sia stato distrutto da sesso, denaro, successo, droga.

Troppe persone mancano di autocontrollo, che è il fondamento di una vita virtuosa.
I leader eccezionali mantengono calma e lucidità anche sotto forte stress o durante una crisi.

More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro

Dare prova di Coraggio

Il coraggio è la prima virtù
e rende possibili tutte le altre.

La leadership richiede coraggio.
L’innovazione richiede coraggio.
Fare ciò che è giusto (anche se può essere impopolare) richiede coraggio.

La paura non deve controllare la nostra vita.
Il grande leader prende posizione di fronte alle avversità.
A prescindere le circostanze.

Un grande leader conosce la vera Umiltà

L’umiltà indica che ci siamo liberati dal veleno dell’egocentrismo.

Eppure umiltà è spesso (erroneamente) fraintesa con remissività, debolezza e influenzabilità.

Sempre più ricerche identificano i migliori leader quelle persone che stanno dietro le quinte e che guidano i loro dipendenti o collaboratori grazie ad un approccio … silenzioso, fatto di ascolto, trasparenza, conoscenza dei propri limiti, apprezzamento dei punti di forza dei dipendenti, ricerca di feedback e concentrandosi sulle esigenze degli altri.

Il leader “umile” contribuisce in modo molto efficace al coinvolgimento e alla crescita professionale dei suoi collaboratori.

“La vera leadership deve beneficiare i seguaci
non arricchire i leader.
”
John C. Maxwell

Se non ce la fai, devi essere più aggressivo

aggressivo
Vorremmo tutti averne di più.

A volte ci riesce.

Altre volte… ci sentiamo frenati, bloccati, trattenuti.

E quando non agiamo?

Ci pentiamo.

Per non aver osato.
Per non aver rischiato.
Non essere stati all’altezza.

La sana aggressività

Chiamiamola così.

Quella spinta che ti porta ad agire, invece di:

  • rimuginare
  • aspettare
  • pensarci troppo

Mentre… magari… l’occasione passa.

Non devi snaturarti

Solo migliorarti.

Molti pensano:

  • “Non sono una persona grintosa.”

E quindi?

  • “Non lo sarò mai.”

Errore.

Essere aggressivi ≠ essere aggressivi (davvero)

Che cosa immagini?

  • rabbia
  • nervosismo
  • reazioni impulsive

No.

Non è questo.

Esiste una sana aggressività

È naturale.
È umana.

Ti permette di:

  • affrontare difficoltà
  • reagire
  • prendere iniziativa

senza distruggere relazioni.

Il problema non è l’aggressività

È non conoscerla.

Se la reprimi:

  • si accumula
  • si deforma
  • esplode

nel momento peggiore.

E nel modo peggiore.

L’eccesso opposto? Peggio.

Troppa calma.
Troppa gentilezza.
Eccessiva “educazione”.

Diventi arrendevole.

E qualcuno… se ne approfitta.

La sana aggressività serve a:

  • mettere limiti
  • dire “no”
  • difenderti
  • affermare chi sei

Serve per dire:

  • “Questo per me non va bene.”

È anche rispetto

Per te stesso.

È la capacità di:

  • pretendere rispetto
  • farti ascoltare
  • sostenere le tue idee

senza alzare la voce.

Non è solo difesa

È anche attacco (quando serve).

Perché se sei sempre:

  • accomodante
  • conciliante
  • “troppo” diplomatico

rischi di essere ignorato.
O peggio.

Sottovalutato.

È energia. Forza vitale.

È quel momento in cui:
ti rialzi.

Dopo un errore.
Dopo una caduta.
Una delusione.

Grinta batte talento (quasi sempre)

Puoi invidiare:

  • il talento
  • l’intelligenza
  • le capacità degli altri

Ma sappi una cosa:
non basta.

Serve:

  • tenacia
  • costanza
  • determinazione

Serve grinta.

E la grinta… si allena

Non è un dono.
È una scelta.

Ogni giorno.

La sana aggressività non è qualcosa da evitare

È qualcosa da:

  • riconoscere
  • capire
  • allenare

Perché senza quella spinta…
resti fermo.

Al palo.

Non si tratta di diventare qualcuno che non sei.

Si tratta di tirare fuori una parte di te
che è già lì.

E usarla bene.
Al momento giusto.

Perché a volte, nella vita e nel lavoro…
non vince il più bravo.

Vince chi osa.

10 strategie per parlare davanti gli altri senza nascondersi

parlare davanti gli altri

Devi presentare un progetto.
Intervenire durante una riunione.
Spiegare una nuova procedura.

Parlare davanti al tuo team, ai responsabili o un gruppo di clienti.

Magari soltanto per cinque minuti.

Sai che cosa vuoi dire.

Eppure, quando arriva il momento, senti salire la tensione.

  • “E se mi blocco?”
  • “E se perdo il filo?”
  • “E se si accorgono che sono nervoso?”

La paura di parlare davanti agli altri non riguarda soltanto grandi platee e conferenze.

A volte bastano cinque persone che ci guardano in silenzio per farci sentire improvvisamente sotto esame.

Ecco 10 strategie per affrontare quel momento senza cercare di nasconderti.

1. Preparati una scaletta

Anche se devi parlare soltanto pochi minuti, prepara i punti chiave.

Non necessariamente un discorso completo.

Ti basta sapere:

  • da dove vuoi partire;
  • quali sono i due o tre concetti essenziali;
  • dove vuoi arrivare.

Una scaletta ti dà una direzione senza obbligarti a ricordare ogni singola frase.

Imparare tutto a memoria, invece, può diventare una trappola: basta dimenticare un passaggio per avere la sensazione di aver perso il controllo.

Preparati bene. Non prepararti a recitare.

2. Accetta un po’ di nervosismo

Non devi necessariamente eliminare l’ansia prima di iniziare.

Potresti non riuscirci.

E soprattutto rischieresti di aggiungere una seconda preoccupazione alla prima:

  • “Non dovrei essere così nervoso.”

Puoi parlare bene anche con un po’ di tensione.

Fai un respiro.
Prenditi qualche secondo.
Comincia.

Spesso i primi momenti sono quelli più difficili. Poi l’attenzione si sposta progressivamente da come ti senti a ciò che stai dicendo.

Non devi aspettare di sentirti completamente sicuro per cominciare a parlare.

3. Sposta l’attenzione da te al messaggio

Quando siamo in ansia diventiamo molto attenti a noi stessi.

Come sto parlando?
Dove metto le mani?
Si vede che sono agitato?
La voce sta tremando?

Ma sei lì per un’altra ragione.

Devi spiegare qualcosa.
Presentare un progetto.
Condividere informazioni.
Convincere della validità della proposta.

Più rimani concentrato sull’impressione che stai facendo, meno attenzione puoi dedicare a ciò che vuoi far arrivare agli altri.

Prima di iniziare chiediti:

  • “Che cosa vorrei che queste persone avessero capito quando avrò finito?”

Riparti da lì.

4. Familiarizza con le persone e con l’ambiente

Quando è possibile, arriva qualche minuto prima.

Guarda la sala.
Controlla dove parlerai.
Scambia qualche parola con i presenti.

Se devi utilizzare uno schermo o delle slide, verifica che tutto funzioni.

Sono piccole cose, ma aiutano a trasformare una situazione ancora immaginata in qualcosa di più concreto e familiare.

Il pubblico smette di essere una massa indistinta.

Diventa un gruppo di persone alle quali devi raccontare qualcosa.

5. Non cercare la perfezione

Potresti perdere una parola.

Dimenticare un passaggio.
Dover tornare indietro.

Potrebbe persino capitarti di dire:

  • “Un momento, ho perso il filo.”

Non è la fine della presentazione.
Fermati.
Guarda la scaletta.
Riprendi.

Il tentativo di non commettere neppure un errore può renderti molto più rigido dell’errore stesso.

Se questo meccanismo ti è familiare, ne ho parlato anche in “7 motivi perché la perfezione sta rovinando il tuo lavoro”.

Una presentazione efficace non è necessariamente una presentazione senza imperfezioni.

6. Ricordati che davanti hai persone, non giudici

Quando sei in piedi davanti a un gruppo è facile immaginare che tutti stiano valutando ogni parola.

Probabilmente non è così.

Qualcuno sarà molto interessato.
Qualcuno meno.
Qualcuno starà pensando a una domanda.
Qualcun altro è già alla riunione successiva.

Il pubblico non è un unico grande giudice che aspetta il tuo errore.

È composto da persone diverse, con pensieri e livelli di attenzione diversi.

Questo non elimina l’ansia.

Ma può ridimensionare la sensazione di essere sotto esame.

7. Non giudicarti mentre stai parlando

Hai pronunciato male una parola.
Hai fatto una pausa troppo lunga.
Una frase non è uscita come volevi.

E immediatamente parte il commento interno:

“Ecco. Sto andando malissimo.”

Il problema è che mentre giudichi ciò che hai appena fatto, devi anche continuare a parlare.

Lascia la valutazione a dopo.

Durante la presentazione, resta nella presentazione.

Alla fine potrai chiederti che cosa ha funzionato e che cosa migliorare la prossima volta.

8. Appoggiati a ciò che conosci

Quando conosci bene l’argomento non significa che l’ansia sparirà.

Ma hai qualcosa a cui tornare.

I fatti.
La tua esperienza.
Il progetto che hai seguito.
Il problema che conosci.
Le informazioni da condividere.

Non cercare di sembrare brillante.

Cerca di essere chiaro su qualcosa che conosci.

È molto più sostenibile.


Vuoi potenziare la tua comunicazione?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Usa i supporti visivi per aiutare il messaggio, non per nasconderti

Le slide possono essere utili.

Un grafico può spiegare rapidamente un dato.

Un’immagine può rendere più comprensibile un concetto.

Tre parole possono aiutarti a ricordare il passaggio successivo.

Ma lo schermo non dovrebbe diventare il posto dietro cui nasconderti.

Evita di riempire le slide di testo per poi leggerlo.

Il supporto visivo dovrebbe sostenere ciò che dici, non sostituirti.

10. Parla alle persone, non alla platea

Guardare contemporaneamente venti, cinquanta o cento persone può intimidire.

Non devi percepirle come un unico blocco.

Mentre parli, lascia che lo sguardo incontri per qualche secondo una persona.

Poi un’altra.

E un’altra ancora.

Come accade in una normale conversazione.

Non fissare un solo interlocutore per tutta la presentazione e non cercare freneticamente di guardare tutti.

Crea piccoli momenti di contatto.

La sensazione può cambiare: non stai più parlando davanti a una massa.

Stai parlando con delle persone.

Parlare davanti agli altri si impara

Puoi conoscere tutte le tecniche possibili.

Ma a un certo punto devi parlare.

La prima volta magari con la voce un po’ tesa.
La seconda con qualche esitazione in meno.
Poi scopri che una pausa non è un disastro.

Che puoi perdere il filo e ritrovarlo.

Che qualcuno può guardarti seriamente senza pensare che stai andando male.

E soprattutto che non devi aspettare di non avere più paura per esporti.

Parlare davanti agli altri non significa imparare a nascondere il nervosismo.
Significa riuscire a comunicare anche quando senti un po’ di nervosismo.

Se parlare in riunione, presentare un progetto o prendere la parola davanti agli altri continua a frenarti professionalmente, contattami.

Possiamo lavorare sul modo in cui prepari e affronti queste situazioni, senza costruire un personaggio diverso da te.

10 falsità sull’autostima che devi smetterla di raccontarti, da subito!

autostima

L’autostima.

Tutti vorremmo averne abbastanza.

Nel lavoro e nella vita.

Eppure basta una difficoltà, una critica, un errore o un cambiamento importante per cominciare a dubitare di noi stessi.

  • “Forse non sono abbastanza sicuro.”
  • “Gli altri sembrano molto più forti di me.”
  • “Dovrei avere meno dubbi.”

Il problema è che intorno all’autostima continuano a circolare idee molto rigide su come dovrebbe comportarsi una persona sicura di sé.

E quando non corrispondiamo a quell’immagine, arriviamo facilmente alla conclusione di avere poca autostima.

Non sempre è così.

Ecco 10 false credenze che vale la pena mettere in discussione.

1. Fiduciosi si nasce

C’è chi sembra naturalmente sicuro.

Parla senza esitazioni.
Prende posizione.

Non sembra preoccuparsi troppo del giudizio degli altri.

E viene spontaneo pensare:

“Beato lui. È fatto così.”

La sicurezza personale, però, non è qualcosa che possediamo in quantità definitiva dalla nascita.

Si costruisce anche attraverso le esperienze.

Affrontando situazioni nuove.
Gestendo qualcosa che temevamo.
Superando un errore.
Ricevendo riconoscimenti.

E anche imparando a convivere con alcune fragilità.

La fiducia che hai oggi non deve necessariamente essere quella che avrai domani.

2. Una persona sicura deve essere forte in ogni situazione

È facile immaginare la persona sicura come qualcuno che non vacilla.

Decisa.
Determinata.
Sempre capace di prendere posizione.

Ma la sicurezza non è uniforme.

Puoi sentirti molto competente nel tuo lavoro e andare in difficoltà davanti a un conflitto.

Essere sicuro quando parli con il tuo team e molto meno quando devi confrontarti con il tuo capo.

Avere grande fiducia nelle tue capacità professionali e dubitare di te quando entri in un ambiente nuovo.

Non c’è contraddizione.

L’autostima non è un interruttore acceso o spento.

3. Gli altri sono più sicuri di me

Vedi un collega intervenire senza esitazione durante una riunione.

Un responsabile prendere una decisione difficile.

Una persona presentarsi con grande disinvoltura.

E pensi:

“Vorrei avere la sua sicurezza.”

Ma tu stai osservando ciò che quella persona mostra, non necessariamente ciò che sente.

Non conosci i suoi dubbi.
Non sai quanto si sia preparato.
Non sai quando va in difficoltà.

Confrontare ciò che senti dentro con ciò che gli altri mostrano fuori è un confronto inevitabilmente incompleto.

4. Per avere autostima devo essere estroverso

Essere espansivi, socievoli o disinvolti può essere facilmente scambiato per sicurezza.

Ma non è la stessa cosa.

Puoi parlare molto e avere continuamente bisogno dell’approvazione degli altri.

Oppure essere riservato e sentirti perfettamente a tuo agio con te stesso.

Non devi diventare la persona più brillante della riunione.
Non devi amare stare al centro dell’attenzione.
Non devi essere quello che ha sempre qualcosa da dire.

La sicurezza non si misura dallo spazio che occupi, ma da quanto hai bisogno di dimostrarlo.

5. Per essere sicuro devo essere arrogante

No.

Arroganza e sicurezza possono persino assomigliarsi da lontano.

Entrambe possono apparire decise.

Ma la differenza emerge nel rapporto con gli altri.

Essere sicuro non significa avere bisogno di mostrare continuamente quanto vali.

Non significa svalutare gli altri.
Non significa avere sempre ragione.

Puoi sostenere con fermezza una posizione e contemporaneamente ascoltare.

Puoi essere orgoglioso dei tuoi risultati senza trasformarli in uno strumento per sentirti superiore.

Ne ho parlato anche in “4 atteggiamenti arroganti che svelano la tua fragilità di leader”.

6. Per aumentare l’autostima devo fare qualcosa di straordinario

Non necessariamente.

A volte immaginiamo che per sentirci più sicuri servano grandi prove.

Cambiare completamente vita.
Affrontare una paura enorme.
Prendere una decisione radicale.

Ma la sicurezza può costruirsi anche attraverso piccole esperienze nelle quali smettiamo progressivamente di evitarci.

Chiedere qualcosa che solitamente non chiederesti.

Dire no.

Intervenire durante una riunione.
Affrontare una conversazione che continui a rimandare.
Esporti un po’ di più.

Grande o piccola conta ciò che quella situazione rappresenta per te.

7. Prima devo avere successo, poi avrò fiducia in me stesso

È una sequenza troppo semplice.

A volte un risultato positivo aumenta la fiducia.

Altre volte serve una certa fiducia per tentare qualcosa che potrebbe portare a un risultato.

E altre ancora agiamo pur non sentendoci affatto sicuri.

È proprio dopo aver affrontato quella situazione che scopriamo qualcosa di nuovo su noi stessi.

Fiducia e risultati possono quindi alimentarsi reciprocamente.

Il rischio è aspettare:

  • “Quando mi sentirò finalmente sicuro, allora lo farò.”

Potresti aspettare parecchio.

8. Se ho autostima, parlare davanti agli altri non dovrebbe mettermi in difficoltà

Puoi avere una buona considerazione di te stesso e sentire comunque tensione quando devi parlare davanti a un gruppo.

Le due cose non si escludono.

Parlare in pubblico espone.
Gli altri ti guardano.
L’attenzione è concentrata su di te.

È comprensibile sentire una certa attivazione.

Il punto non è dimostrare la tua autostima non provando ansia.

È riuscire a fare ciò che devi fare anche se senti un po’ di ansia.

9. Se sono sicuro di me non devo avere paure e incertezze

Questa è probabilmente una delle false credenze più insidiose.

  • “Se fossi davvero sicuro, non avrei tutti questi dubbi.”

Ma puoi avere fiducia in te stesso e attraversare un periodo nel quale non sai che cosa fare.

Puoi sentirti competente e avere paura di sbagliare.

Puoi conoscere il tuo valore e sentirti disorientato dopo un licenziamento, una riorganizzazione o un cambiamento importante.

La sicurezza non consiste nell’assenza permanente di dubbi.

Conta anche ciò che fai quando i dubbi arrivano.

Avere un momento di insicurezza non significa essere diventato improvvisamente una persona insicura.

Hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza? È il momento di rimettere al centro te stesso. Scopri il coaching per “Ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.”

10. Basta sembrare sicuro per diventarlo

Puoi certamente modificare alcuni comportamenti.

Alzare lo sguardo.
Parlare più lentamente.
Evitare di scusarti continuamente.

Prepararti meglio prima di una situazione difficile.

Fare attenzione al modo in cui entri in una conversazione.

Tutto questo può aiutarti a comunicare maggiore sicurezza e, in alcuni casi, anche a sentirti più a tuo agio.

Ma non confondiamo il comportamento con ciò che senti davvero.

Puoi imparare a gestire una situazione senza aver risolto ogni tua insicurezza.

E va bene così.

Il problema nasce quando tutta la tua energia viene utilizzata per sembrare sicuro agli occhi degli altri, mentre dentro continui a dipendere completamente dal loro giudizio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Le false credenze sull’autostima possono diventare una trappola

Forse l’errore più grande è immaginare l’autostima come uno stato definitivo.

  • “Adesso sono sicuro di me.”

E da quel momento niente più dubbi.

Niente paura.
Niente esitazioni.
Non funziona così.

Ci saranno situazioni nelle quali ti sentirai forte e altre che toccheranno proprio uno dei tuoi punti più vulnerabili.

Momenti nei quali saprai esattamente che cosa fare e altri nei quali avrai bisogno di fermarti, chiedere aiuto o ritrovare un po’ di equilibrio.

Costruire autostima non significa eliminare per sempre l’insicurezza.
Significa evitare che ogni momento di insicurezza diventi una sentenza sul tuo valore.

Smartphone e portatili sono dannosi alla tua autostima

smartphone e autostima

Smartphone e autostima.
Avrete senz’altro letto (o forse no) come l’uso incessante di smartphone, laptop, tablet,
può influire negativamente sui nostri rapporti e sulla nostra performance.

Un gruppo di ricerca ha scoperto che tenere lo smartphone sul comodino danneggia il nostro riposo.
Ci rende più stanchi e meno produttivi il giorno dopo.

Sembra, infatti,
che il telefono cellulare interferisca con il riposo e il rendimento lavorativo anche quando non lo usiamo.

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Tenerlo sul comodino può regalarci notti agitate perché la luce emessa all’arrivo di mail e messaggi sopprime il rilascio di melatonina,
un ormone che favorisce il sonno.

Karla Klein Murdock, psicologa americana,
ha trovato un possibile legame tra mancanza di sonno e sms.

La sua ricerca ha dimostrato che gli studenti universitari che abitualmente “messaggiano” tanto impiegano anche molto più tempo per addormentarsi,
dormono meno e si sentono più stanchi il giorno dopo. Per saperne di più.

Ma forse non hai ancora sentito l’ultima … su smartphone e autostima …

Essere incollati al dispositivo smartphone può avere un impatto negativo anche sulla tua autostima.

La Psicologa e autrice Amy Cuddy ha stabilito che, poiché la postura può influenzare gli ormoni, può anche influire sul modo in cui la nostra mente riflette la fiducia.

Quindi, se si sta regolarmente seduto in quello che la Cuddy chiama la posizione ricurva,
è probabile che parleremo con meno autorevolezza e convinzione.
Saremo percepiti dagli altri come persone poco sicure di sé.

Infatti, se una postura corretta aumenta l’autostima, giova alla salute, conferisce maggiore fiducia in se stessi, migliora la capacità intellettiva,
così … accade l’esatto contrario quando un individuo si rannicchia e “raggomitola” su se stesso assumendo una postura scorretta.

 


 

Ecco …
ci mancava anche questa!
Soprattutto in un’epoca dove l’autostima e la fiducia scarseggiano.

Stando curvi sullo schermo si rischia la iGobba

Basta guardarsi attorno in un bar, sull’autobus o nella sala d’attesa:
quante sono le persone piegate e “curvate” sullo schermo di uno smartphone?

Sono soprattutto i più giovani, che quotidianamente contorcono il corpo verso cellulari e tablet,
incombe così il rischio di sviluppare questa postura contorta che il fisioterapista neozelandese Steve Augus,
chiama la “iGobba”.

Secondo August molti adolescenti iniziano a manifestare una sorta di gobba (un inarcamento della schiena dovuta a una postura sbagliata).
Un problema che fino a qualche anno fa riguardava per lo più gli anziani,
che in decenni trascorsi chini su libri o quaderni avevano sviluppato questa deformazione.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la gestione del tuo team
 

Stare curvi può renderci abulici e passivi

Smartphone e autostima …
le ripercussioni non sono solo fisiche (cervicale, mal di testa, rigidità del collo e delle spalle).
La stessa postura può provocare o amplificare uno stato emotivo.
Stare curvi, in particolare, può farci sentire depressi, apatici e poco vitali.

Bastano piccoli accorgimenti per salvare la situazione e arginare questi effetti collaterali.
Come fare un po’ di stretching e tenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il cellulare,
alzando di più le braccia e avvicinandolo al volto.

Posizione un po’ scomoda, ma a prova di gobba,
pardon di iGobba.

Il disagio contribuisce alla tua crescita personale

crescita personale

Il disagio fa parte della nostra crescita personale.
Il disagio è il prezzo che paghiamo per la nostra crescita.

La crescita pretende un disagio temporaneo.
Il disagio è il segnale di cambiamento.

Per cambiare e crescere devi sentirti infastidito, disturbato … a disagio.
No disagio, NO crescita.
È così.
Il disagio “spinge” per la crescita.

Il disagio arriva con il “nuovo”

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Ti stai lanciando in “qualcosa” di nuovo?
Un nuovo lavoro, una nuova relazione, un nuovo ruolo, un trasferimento in un’altra città?
Ecco … arriva il disagio.

Irrequietezza, nervi tesi, un “ovo” sodo nella gola, bruciore di stomaco, tensione muscolare, sonno turbolento.

Calma!
Va tutto bene.
Significa che stai entrando in “una zona d’ombra“.
Stai spostando la tua zona di comfort un po’ più in là.

Provi disagio, fastidio, malessere perché non sai cosa accadrà.
È come camminare al buio con la sola luce della luna.
Andare avanti può farti sentire “strano”, pauroso, incerto.

Quando senti questa sensazione, non spaventarti

Dì a te stesso:
“È nuovo.
Va tutto bene.
Sto crescendo.”

Una parte di te sente paura.
Questa sensazione è normale.
Le cose nuove ci fanno sentire a disagio.
 


 

Però …
una volta che “ne esci fuori e ti senti ancora vivo” …
non ti sentirai più così.
La tua zona di comfort si è ingrandita, si è dilatata.

Devi “allenarti” per abituarti al disagio.
Se le cose ti sono sempre arrivate con poco sforzo, se hai sempre “vinto facile”, potresti non aver allenato i “muscoli” caratteriali, necessari quando la strada diventa in salita.

Ti sei chiesto … cosa farai quando troverai (perché li troverai) sulla tua strada difficoltà, insidie, ostacoli, impedimenti?

Disagio come catalizzatore per la crescita personale

Il disagio ci fa anelare per qualcosa di più.
Ci costringe a cambiare, allungare, e di adattarsi.

Il disagio può diventare il nostro più grande alleato.
Quando senti il disagio … accoglilo come se fosse un ospite inatteso che si presenta alla porta di casa tua in un momento inopportuno.

“Lasciati andare al disagio, resta con esso, in sua compagnia: è questa la via per sbarazzarsene”.
Bruce Lee

“E se non riesco?”: la paura dell’insuccesso

paura dell'insuccesso

Hai sempre lavorato bene.

Sei competente, affidabile, preciso.

I risultati arrivano e anche chi sta sopra di te comincia ad accorgersene.

Poi arriva una possibilità concreta.
Una promozione.
Più responsabilità.

Un ruolo che, fino a qualche tempo prima, avresti considerato un riconoscimento importante.

Dovresti essere soddisfatto.

E invece compare una domanda:

“E se non riesco?”

Ti sei preparato al grande salto?

Finché una promozione è soltanto un’ipotesi, è facile concentrarsi su ciò che potrebbe portare.

Una retribuzione migliore.
Più autonomia.
Maggiore responsabilità.
Il riconoscimento del lavoro svolto.

Quando però quella possibilità diventa concreta, cambia il punto di osservazione.

Non guardi più soltanto ciò che potresti ottenere.

Cominci a vedere anche ciò che potrebbe esserti richiesto.

Ed emergono altre domande:

  • “Sarò capace di gestire il team?”
  • “E se prendo una decisione sbagliata?”
  • “Come reagirò alla pressione?”
  • “E se scoprono che non sono pronto?”

Se queste domande cominciano ad accompagnarti anche fuori dal lavoro, ne ho parlato anche in “Paura da leadership? 5 domande che tolgono il sonno”.

Hai considerato anche l’altro lato della medaglia?

Una nuova responsabilità professionale non porta soltanto maggiore riconoscimento.

Porta anche situazioni che prima potevano non appartenerti:

  • prendere decisioni che coinvolgono altre persone;
  • gestire collaboratori e conflitti;
  • rispondere dei risultati del team;
  • confrontarti con aspettative più elevate;
  • affrontare problemi per i quali non hai ancora esperienza.

Prima potevi essere molto competente nel tuo ruolo.

Adesso ti viene chiesto qualcosa di diverso.

Ed è proprio qui che può comparire la paura dell’insuccesso.

Non necessariamente perché non sei capace. Ma perché non hai ancora la prova di esserlo in quel nuovo ruolo.

Essere stato bravo nel ruolo precedente non ti garantisce di sentirti subito sicuro in quello nuovo.

La paura dell’insuccesso può frenarti

Quando la posta in gioco aumenta, anche l’errore può sembrarti più pesante.

Non pensi soltanto:

  • “Potrei sbagliare.”

Pensi:

  • “Potrei scoprire di non essere all’altezza.”

È una differenza importante.

Nel primo caso stai valutando la possibilità di commettere un errore.

Nel secondo stai trasformando l’eventuale errore in un giudizio su di te.

Ed è qui che la paura può diventare paralizzante.

Cominci a rimandare decisioni.
Cerchi continue conferme.
Eviti situazioni nelle quali potresti esporti.

Oppure cerchi di controllare tutto per ridurre al minimo la possibilità di sbagliare.

La paura dell’insuccesso non riguarda più soltanto ciò che potrebbe accadere.

Riguarda ciò che quell’insuccesso potrebbe significare per l’immagine che hai di te stesso.

E se il nuovo ruolo non fosse quello giusto?

C’è anche un’altra possibilità che vale la pena considerare.

Non tutte le promozioni sono necessariamente un passo avanti.

A volte desideri un ruolo per quello che rappresenta per la tua carriera.

Poi lo conosci più da vicino e scopri che non ti corrisponde.

Gestire persone potrebbe non interessarti.

Il livello di pressione potrebbe essere incompatibile con ciò che desideri oggi.

Potresti scoprire di preferire un ruolo specialistico a uno manageriale.

Questo non significa aver fallito.

Significa che una carriera non deve necessariamente svilupparsi nella direzione che avevamo immaginato qualche anno prima.

Per questo è importante non rispondere automaticamente alla paura con:

“Devo farmela passare.”

Prima vale la pena capire che cosa quella paura ci sta dicendo.

Conosci te stesso prima di chiederti se ce la farai

Di fronte a una nuova responsabilità, la domanda “Ce la farò?” è comprensibile.

Ma da sola serve a poco.

Può essere più utile chiederti:

  • quali competenze possiedo già;
  • quali devo ancora sviluppare;
  • quali aspetti del nuovo ruolo mi attirano davvero;
  • quali mi mettono maggiormente in difficoltà;
  • che cosa temo concretamente di non riuscire a gestire.

Più riesci a rendere specifica la paura, meno rimane una sensazione indistinta di inadeguatezza.

  • “Non sono capace.”

è molto diverso da:

  • “Non ho ancora esperienza nella gestione di un conflitto tra due collaboratori.”

La seconda frase individua qualcosa su cui puoi lavorare.

La prima mette sotto accusa tutta la persona.

Se dopo una pausa o una delusione professionale senti di aver perso un po’ di sicurezza, scopri come il coaching può aiutarti a riconnetterti ai tuoi punti di forza e tornare a brillare.

Non devi sapere già fare tutto

Una nuova responsabilità, proprio perché nuova, contiene inevitabilmente qualcosa che ancora non conosci.

Non devi dimostrare di essere già perfettamente pronto.

Devi capire che cosa sai fare, che cosa devi imparare e dove hai bisogno di supporto.

E soprattutto evitare che ogni difficoltà diventi immediatamente la conferma della paura iniziale:

“Lo sapevo. Non sono all’altezza.”

Il fatto che un nuovo ruolo ti faccia dubitare di te non dimostra che hai fatto il passo sbagliato.
Dimostra che non puoi più affidarti alle stesse certezze che avevi prima.

La sicurezza, in un nuovo ruolo, non arriva necessariamente prima.

Molto spesso si costruisce in corso d’opera.

Se hai assunto da poco un ruolo di leadership potresti trovare spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader” .

Paura delle critiche? 9 spunti per superarla

paura delle critiche

Hai paura delle critiche?

Come reagisci quando qualcuno — un collega, il capo, un cliente — critica il lavoro che hai appena presentato?

Chiedi spiegazioni?
Ti giustifichi?
Senti immediatamente il bisogno di difenderti?

A volte una critica ci infastidisce anche quando sappiamo di aver commesso un errore.

Ricevere una critica non è mai piacevole

Possiamo chiamarla in tanti modi: rimprovero, critica, valutazione, feedback.

Possiamo accompagnarla con aggettivi rassicuranti come positivo, motivazionale, costruttivo.

Ma una cosa rimane: sentirsi criticati non fa piacere.

La critica può entrare in conflitto con un bisogno molto umano: sentirci apprezzati, riconosciuti, considerati competenti.

E c’è un’altra cosa che può irritarci.

Quando lavori bene, spesso tutto tace.
Sembra normale.

Quando invece sbagli, l’errore può diventare immediatamente visibile.

La reazione istintiva può essere quella di metterti sulla difensiva, giustificarti, ribattere o contrattaccare.

Oppure la critica può cominciare a lavorarti dentro:

  • “Non valgo abbastanza.”
  • “Sono incapace.”
  • “Se fossi davvero bravo, non mi criticherebbero.”

Ma tra “ho sbagliato qualcosa” e “c’è qualcosa che non va in me” c’è una differenza enorme.

Una critica può riguardare qualcosa che hai fatto senza diventare automaticamente un giudizio su chi sei.

Come gestire la paura delle critiche?

1. Accetta di non essere perfetto

Nella vita professionale si sbaglia.

Può essere criticato il tuo comportamento, una prestazione, il tuo stile di lavoro o il modo in cui hai gestito una situazione.

Non significa necessariamente che tutto ciò che hai fatto sia sbagliato.

E soprattutto non significa che tu debba difendere ogni errore per proteggere il tuo valore professionale.

Puoi riconoscere:

  • “Qui avrei potuto fare meglio.”

senza concludere:

  • “Non sono abbastanza bravo.”

Sono due cose molto diverse.

2. Prima ascolta

Quando senti arrivare una critica, può partire immediatamente la risposta nella tua testa.

  • “Non è vero.”
  • “Non ha capito.”
  • “Sì, però anche lui…”

Prova a non rispondere subito.

Ascolta fino alla fine e cerca di capire che cosa ti viene realmente contestato.

Potrai spiegarti, dissentire o correggere alcune affermazioni. Ma farlo dopo aver compreso la critica ti permette di rispondere a ciò che è stato detto, anziché alla prima emozione che hai provato.

3. Non trasformarla immediatamente in qualcosa di personale

Questo è probabilmente uno dei passaggi più difficili.

Se qualcuno critica un tuo lavoro, puoi sentire che sta criticando te.

Prova allora a creare un po’ di distanza e chiederti:

  • “Se questa stessa osservazione fosse rivolta a un collega, come la valuterei?”

Potresti accorgerti che ciò che ti sembrava un attacco personale contiene una parte utile.

Oppure potresti arrivare alla conclusione opposta: la critica è effettivamente esagerata o ingiusta.

La distanza serve proprio a distinguere meglio le due cose.

4. Non trascinare la discussione all’infinito

Hai ascoltato.
Hai chiesto chiarimenti.
Hai spiegato il tuo punto di vista.

A un certo punto può bastare.

Continuare a giustificarti non rende necessariamente la tua posizione più convincente. A volte produce l’effetto contrario.

E soprattutto evita una tentazione molto comune: difenderti criticando chi ti sta criticando.

“E tu allora?”

Non risponde alla questione.

Ne apre semplicemente un’altra.

5. Analizza ciò che hai sentito

Quando l’emozione iniziale si è abbassata, torna sulla critica.

Non per rimuginarci sopra, ma per capire se contiene qualcosa che ti può essere utile.

Puoi chiederti:

  • “Che cosa è successo concretamente?”
  • “C’è qualcosa che avrei potuto fare diversamente?”
  • “Questa osservazione riguarda un episodio oppure qualcosa che si ripete?”
  • “Quale parte della critica riconosco e quale invece non condivido?”

Una critica diventa molto più gestibile quando smette di essere un generico “non vado bene” e diventa un’informazione precisa da valutare.

6. Accetta che gli altri possano vedere qualcosa che tu non vedi

Non tutte le critiche nascono dal desiderio di denigrarti.

Qualcuno potrebbe vedere un effetto del tuo comportamento che tu non avevi considerato.

Per questo, quando una critica è troppo generica, chiedi esempi concreti:

  • “A quale situazione ti riferisci?”
  • “Che cosa avresti preferito che facessi diversamente?”
  • “Puoi farmi un esempio?”

Domande di questo tipo costringono anche l’altra persona a uscire dai giudizi generici.

“Sei poco incisivo” dice poco.

Un esempio concreto ti permette invece di capire se c’è davvero qualcosa su cui lavorare.

7. Se il modo ti ha infastidito, puoi dirlo

Una critica può essere fondata ed essere espressa male.

Le due cose possono convivere.

Puoi riconoscere il contenuto e, nello stesso tempo, mettere un limite sul modo.

  • “Capisco quello che mi stai facendo notare. Il modo in cui me l’hai detto, però, mi ha messo sulla difensiva.”

Non devi scegliere necessariamente tra ingoiare il fastidio e reagire aggressivamente.

Puoi affrontare anche il modo in cui la critica ti è stata rivolta.

8. Cerca che cosa puoi farne

Dopo aver ascoltato e valutato la critica, arriva la domanda più utile:

  • “Adesso che cosa posso fare?”

Forse devi correggere qualcosa.
Chiedere un chiarimento.
Cambiare un comportamento.
Prestare maggiore attenzione.

Oppure concludere che quella critica non richiede alcun cambiamento.

L’obiettivo non è utilizzare ogni critica per “diventare migliore”. È decidere lucidamente se contiene qualcosa che merita una tua azione.

Se invece sei tu a dover affrontare conversazioni delicate con collaboratori o colleghi, scopri il percorso di coaching “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”.

Sul tema può esserti utile anche il mio post “Il feedback del capo ti ha messo KO? 8 spunti per risollevarsi prima del gong”.

9. E se la critica non è fondata?

Succede.

Una critica può essere ingiusta.

Può nascere da un’informazione incompleta, da un’interpretazione sbagliata o essere semplicemente un giudizio che non condividi.

In quel caso puoi spiegare la tua posizione.
Puoi chiedere fatti ed esempi.
Puoi mettere un limite.

E qualche volta puoi anche decidere di non darle ulteriore spazio.

Accettare di essere criticato non significa accettare qualsiasi critica come vera.

La maturità non sta nell’incassare ogni critica senza reagire.
Sta nel riuscire a distinguere ciò che può esserti utile da ciò che non ti appartiene.

Le critiche continueranno ad arrivare – e anche la paura delle critiche.

Alcune saranno utili.
Altre saranno formulate male.
Altre ancora saranno semplicemente ingiuste.

Il punto non smettere di aver paura delle critiche.

È evitare che ogni critica diventi automaticamente una sentenza sul tuo valore.