6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Come dire No sul lavoro senza offendere e farsi rispettare

dire no sul lavoro

Foto di geralt

Hai difficoltà a dire no sul lavoro?

Accetti richieste anche quando non avresti tempo?

Dici sì per non sembrare poco disponibile, poco collaborativo o poco gentile?

E poi magari ti ritrovi con troppo lavoro, irritato con gli altri e soprattutto con te stesso.

“No” è una parola piccola, ma non sempre facile da pronunciare.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la vicenda di Adelaide e della sua difficoltà a dire no.

Perché rifiutare una richiesta può sembrare rischioso.

Temiamo di deludere.

Di compromettere un rapporto.
Di apparire egoisti.
Di perdere un’occasione.

Così diciamo sì.

Sì a un altro incarico.
Sì a una nuova responsabilità.
Sì a quella richiesta che arriva proprio quando siamo già al limite.

Dire no sul lavoro? Mica facile

Dire no può creare disappunto.

Questo va accettato.

L’obiettivo non è trovare una formula magica che faccia felici tutti.

È riuscire a mettere un limite senza essere inutilmente aggressivi, vaghi o colpevoli.

Dire no con rispetto non significa rifiutare la persona.
Significa rifiutare una richiesta che, in quel momento, non puoi o non vuoi accettare.

Hai priorità, responsabilità e limiti come chiunque altro.

Riconoscerli non significa essere poco collaborativo.

A volte significa semplicemente essere realistico.

Se invece ti capita spesso di dire sì per evitare di deludere gli altri, può esserti utile anche “Ti senti un capo troppo buono? Occhio alla leadership”.

Vediamo allora 9 modi per dire no, scegliendo quello più adatto alla situazione.

1. “Non posso impegnarmi anche in questo: in questo momento ho altre priorità”

Hai già troppo lavoro.

Una nuova richiesta rischia di compromettere ciò che hai in corso.

Dillo.

Non serve costruire una lunga giustificazione.

Puoi spiegare brevemente quali sono le tue priorità, soprattutto se chi ti sta facendo la richiesta deve conoscerle.

Se a chiedertelo è il tuo capo, però, c’è una differenza importante.

Piuttosto che limitarti a dire “non posso”, puoi chiedere:

“In questo momento sto lavorando su A e B. Quale vuoi che metta in secondo piano per dare priorità a questo?”

Così non stai rifiutando una responsabilità: stai rendendo visibile un problema di priorità.

2. “Adesso non riesco. Possiamo riparlarne alle…?”

Non tutti i no sono definitivi.

A volte il problema è semplicemente il momento.

Se qualcuno ti interrompe mentre stai lavorando su qualcosa di urgente, puoi dire:

“Adesso non riesco a seguirti come vorrei. Possiamo parlarne alle 15?”

Stai mettendo un limite senza liquidare la persona.

La cosa importante è essere concreto.

Se proponi un altro momento, indica quando.

Altrimenti il tuo “ne riparliamo” rischia di suonare come un modo elegante per liberarti dell’interlocutore.

3. “Mi piacerebbe, ma questa volta non riesco”

È una formula semplice quando la proposta ti interessa davvero, ma non puoi accettarla.

“Mi piacerebbe partecipare, ma quella settimana ho già altri impegni.”

“È un progetto interessante, ma in questo momento non riuscirei a seguirlo come merita.”

Funziona se il “mi piacerebbe” è sincero.

Se non lo è, meglio evitare.

Un no gentile non ha bisogno di complimenti inventati.

4. “Vorrei pensarci. Ti do una risposta entro domani”

Non devi rispondere immediatamente a ogni richiesta.

Soprattutto quando sei preso alla sprovvista.

Prenderti del tempo può essere molto utile per capire:

  • quanto impegno richiede;
  • cosa dovresti mettere da parte;
  • se vuoi davvero accettare;
  • quali potrebbero essere le conseguenze del tuo sì.

L’importante è non utilizzare “ci penso” per rimandare all’infinito.

Dai una scadenza:

“Ci penso e domani mattina ti faccio sapere.”

E poi rispondi davvero.

5. “Non è quello che sto cercando”

Non tutte le proposte che ricevi sono sbagliate.

Semplicemente possono non essere adatte a te.

Un progetto.
Una collaborazione.
Un’offerta.
Un incarico.

Puoi riconoscerne il valore senza essere costretto ad accettarlo:

“Ti ringrazio per la proposta, ma in questo momento non è quello che sto cercando.”

È più chiaro che lasciare aperta una possibilità che, in realtà, hai già deciso di non considerare.

Un no chiaro è spesso più rispettoso di un forse che non diventerà mai sì.

6. “Non sono la persona giusta. Prova a sentire…”

Qualcuno ti chiede aiuto su una questione che non è di tua competenza.

Puoi dire sì per gentilezza e poi arrangiarti.

Oppure essere trasparente.

“Non sono la persona più adatta per aiutarti su questo. Proverei a sentire Marta dell’amministrazione.”

Se puoi indicare un’alternativa concreta, ancora meglio.

In questo modo non stai semplicemente chiudendo una porta: stai aiutando la persona a trovarne un’altra.

7. “Apprezzo che tu abbia pensato a me, ma non posso accettare”

È particolarmente utile quando ricevi una proposta che riconosci come positiva ma che non puoi prendere.

Una collaborazione.
Un nuovo progetto.
Un invito professionale.

Una responsabilità che ti viene offerta proprio perché qualcuno si fida di te.

Puoi riconoscere questo aspetto senza sentirti obbligato ad accettare.

“Ti ringrazio per aver pensato a me. In questo periodo però non riuscirei a dedicare al progetto il tempo necessario.”

Ringraziare non indebolisce il no.

Puoi essere riconoscente e rifiutare nello stesso momento.

8. “No, non posso”

A volte basta questo.

Non sempre hai bisogno di una formula sofisticata.

“No, questa volta non riesco.”
“No, non posso prendermi anche questo impegno.”
“Mi spiace, ma non sono disponibile.”

Punto.

Non sei obbligato a produrre una memoria difensiva di tre pagine per giustificare ogni rifiuto.

Naturalmente dipende dalla situazione e dalla persona che hai davanti.

Ma spiegare non significa giustificarsi all’infinito.

E soprattutto evita spiegazioni che lasciano intendere il contrario di ciò che vuoi dire.

Se la risposta è no, non trasformarla involontariamente in:

“Insisti ancora un po’ e forse cedo.”

9. “Ti ho già risposto. La mia decisione non cambia”

Poi ci sono le persone che non accettano il primo no.

Insistono.
Riformulano la richiesta.
Tornano sull’argomento.
Provano nuovamente.

A quel punto non è necessario inventare una nuova spiegazione ogni volta per dire no sul lavoro.

Puoi semplicemente ripetere con calma:

“Capisco che per te sia importante, ma la mia risposta rimane no.”

Oppure:

“Ne abbiamo già parlato. Non posso accettare.”

Essere fermi non significa diventare aggressivi.

Non alzare il tono.
Non aggiungere nuove giustificazioni.
Non entrare ogni volta in una nuova negoziazione se non c’è nulla da negoziare.

Quando il tuo no è chiaro, non devi renderlo più duro.
Devi soltanto evitare di ritirarlo per stanchezza.

Dire no sul lavoro non significa essere poco collaborativi

Imparare a dire no sul lavoro non significa cominciare a respingere qualsiasi richiesta.

Al lavoro serve disponibilità.
Serve flessibilità.

A volte serve anche fare qualcosa in più di quanto avevamo programmato.

Ma collaborazione e disponibilità non significano dire sempre sì.

Un sì dato controvoglia, quando sei già sovraccarico o quando sai che non riuscirai a rispettare l’impegno, può creare più problemi di un no detto con chiarezza.

Prima di rispondere a una richiesta, prova allora a chiederti:

  • Posso realmente farlo?
  • Voglio assumermi questo impegno?
  • Che cosa dovrò sacrificare per dire sì?
  • Sto accettando perché è la scelta giusta o soltanto perché temo la reazione dell’altro?

A volte la risposta sarà sì.
Altre volte sarà no.

La vera capacità sta nel saper scegliere e assumersi la responsabilità della propria risposta.

Farsi rispettare non significa dire più no.
Significa riuscire a dire sì quando vuoi dire sì e no quando è necessario dire no.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

5 situazioni difficoltose che tutti incontriamo nel nuovo lavoro

nuovo lavoro
Dopo tanta attesa, è arrivato il momento.

Inizi un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma insieme all’entusiasmo possono arrivare anche agitazione, dubbi e una certa pressione.

Vuoi partire bene.
Vuoi dimostrare di essere all’altezza.
Vuoi fare una buona prima impressione.

Ed è proprio qui che rischi di complicarti la vita: pretendere troppo da te stesso quando ancora non conosci persone, regole e dinamiche del nuovo ambiente.

Nuovo lavoro? All’inizio è normale sentirsi un po’ fuori posto

Come saranno i colleghi?

E il capo?

Che ambiente troverai?

Quanto tempo impiegherai a capire come funzionano davvero le cose?

Nei primi giorni dovrai raccogliere moltissime informazioni mentre, contemporaneamente, cercherai di capire quale spazio occupare.

Non puoi sapere tutto subito.

Puoi però osservare, fare domande e iniziare a leggere il contesto.

Ecco 5 situazioni che possono metterti particolarmente in difficoltà quando inizi un nuovo lavoro.

1. Non capire subito di cosa stanno parlando

Sei seduto a una delle prime riunioni.

Partono sigle, nomi, procedure, riferimenti a progetti precedenti.

Gli altri sembrano capire tutto.
Tu molto meno.

La tentazione?

Annuire.
Fare una faccia intelligente.

E sperare che nessuno ti faccia una domanda.

È comprensibile, ma non molto utile.

Essere nuovo significa anche non conoscere ancora il linguaggio interno dell’organizzazione.

Se qualcosa è importante, chiedi.

“Scusate, questo acronimo è nuovo per me: cosa significa?”

Oppure:

“Mi manca un passaggio. Potete aiutarmi a capire meglio questo punto?”

Non capire qualcosa perché sei appena arrivato non è incompetenza.
Fingere continuamente di aver capito può diventare un problema.

2. Non comprendere subito la cultura aziendale

Ogni organizzazione ha un proprio modo di funzionare.

Ci sono le procedure ufficiali.

E poi ci sono abitudini, equilibri e regole non scritte.

Chi prende davvero le decisioni?
Quanto conta la gerarchia?
Quanto è normale dissentire?
Come si comunica?

Si lavora soprattutto in autonomia oppure ci si confronta continuamente?

Nei primi giorni osservare può essere più utile che cercare immediatamente di lasciare il segno.

Guarda come interagiscono le persone.
Ascolta il linguaggio che utilizzano.

Nota cosa viene apprezzato e cosa crea tensione.

Non significa adattarti a qualsiasi cosa.

Significa prima capire il contesto in cui ti trovi e poi decidere come muoverti.

3. Dire “No”

Quando sei nuovo, vuoi mostrarti disponibile.

Così parti con:

“Certo.”
“Nessun problema.”
“Ci penso io.”
“Volentieri.”

Finché un giorno ti accorgi di aver accettato più di quanto riesci realmente a gestire.

Essere collaborativi è importante.

Essere disponibili a tutto non è la stessa cosa.

Puoi dire:

“Posso occuparmene, ma in questo momento sto lavorando su X. Quale preferisci che consideri prioritario?”

Oppure:

“Oggi non riesco a farlo bene. Posso prenderlo domani mattina.”

Mettere un limite non significa cominciare male.

Significa imparare a gestire con chiarezza tempo e responsabilità.

Dire sempre sì per fare una buona impressione può diventare il modo più rapido per promettere più di quanto riuscirai a mantenere.

4. Chiedere aiuto

All’inizio può essere difficile.

Vuoi dimostrare che la scelta di assumerti è stata quella giusta.

E così pensi che fare domande possa farti sembrare impreparato.

Ma c’è una differenza enorme tra chiedere aiuto continuamente senza provare e chiedere un chiarimento quando ti manca un’informazione necessaria.

Prima prova a capire.

Controlla ciò che hai a disposizione.

Poi, se serve, chiedi.

“Ho verificato questo e questo, ma mi manca ancora un passaggio. Mi aiuti a capire?”

Una domanda ben posta non comunica necessariamente incompetenza.

Può comunicare attenzione.

5. Farti valere senza voler dimostrare troppo

Qui l’equilibrio diventa più sottile.

Non vuoi essere quello che non parla mai.

Ma neppure quello che, dopo tre giorni, ha già capito tutto e vuole spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Hai competenze ed esperienza.
Portale.
Esprimi le tue idee.

Difendi una posizione quando ritieni di avere buone ragioni.

Ma mantieni anche abbastanza curiosità da chiederti se nel nuovo contesto c’è qualcosa che ancora non stai vedendo.

Puoi essere sicuro senza essere presuntuoso.
Puoi ascoltare senza essere remissivo.
Puoi accettare un consiglio senza sentirti svalutato.

Se tendi invece a rimanere troppo in disparte, può esserti utile anche “Come affermare se stessi in 13 passi”.

Farsi valere non significa dimostrare subito quanto sai.
Significa riuscire, poco alla volta, a far vedere come lavori.


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Nel nuovo lavoro non devi dimostrare tutto nei primi giorni

Questa forse è la più grande difficoltà.

Arrivi e senti di essere sotto osservazione.

In parte è vero.

Le persone si stanno facendo un’idea di te.
Ma anche tu ti stai facendo un’idea di loro.

Non è un esame che si conclude alla fine della prima giornata.

Hai bisogno di tempo per:

  • capire le persone;
  • imparare come funziona il lavoro;
  • conoscere ciò che ancora non sai;
  • trovare il tuo modo di contribuire.

La prima impressione conta.

Ma quello che farai con continuità nelle settimane successive conterà molto di più.

Non devi dimostrare immediatamente di avere tutte le risposte.

Devi cominciare a costruire credibilità.

Un comportamento alla volta.
Una relazione alla volta.
Una buona decisione alla volta.

Nel nuovo lavoro non serve entrare facendo rumore.
Serve cominciare a lasciare buone impressioni.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

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Ansia da riunione? Cosa fare quando non hai niente di produttivo da dire

ansia da riunione

Foto di shanon

Un’altra riunione sta per iniziare.

E tu cominci già a chiederti:

“Che cosa dirò?”

“Avrò qualcosa di intelligente da aggiungere?”

“E se gli altri parlano e io rimango zitto?”

Per alcune persone le riunioni sono un ambiente naturale.

Intervengono facilmente, prendono la parola, commentano, fanno domande.

Per altre sono molto più faticose.

Soprattutto quando si parte dall’idea che per essere considerati preparati bisogna necessariamente dire qualcosa di brillante.

Ma partecipare bene a una riunione non significa parlare molto.

E nemmeno avere sempre l’intuizione che lascia tutti a bocca aperta.

Aggiungere valore a una riunione non significa necessariamente aggiungere parole.

Ansia da riunione: devo proprio avere qualcosa da dire?

Una delle sensazioni più scomode è sedersi attorno a un tavolo pensando di non avere nulla di interessante da aggiungere.

Gli altri intervengono.
Qualcuno sembra particolarmente sicuro.
Un altro domina la conversazione.

E tu aspetti il tuo momento mentre, invece di seguire quello che viene detto, inizi a pensare a quello che dovresti dire.

È proprio qui che l’ansia da riunione può giocarti un brutto scherzo.

Smetti di ascoltare la riunione e cominci ad ascoltare te stesso.

“Devo intervenire.”

“Sono troppo silenzioso.”

“Tra poco penseranno che non ho niente da dire.”

Il risultato?

Rischi di parlare soltanto perché senti di doverlo fare.

Ci sono alternative molto più utili.

1. Preparati prima della riunione

Se hai un ordine del giorno, leggilo.

Sembra scontato, ma è il modo più semplice per arrivare con qualche punto di riferimento.

Chiediti:

  • quali argomenti mi riguardano direttamente?
  • su quali posso portare un’informazione utile?
  • c’è qualcosa che non mi è chiaro?
  • quale domanda potrebbe essere importante fare?

Non devi preparare un discorso.

Ti bastano due o tre punti.

La preparazione non serve ad avere qualcosa da recitare. Serve a non arrivare completamente in balia del momento.

Evita quindi di imparare un intervento a memoria.

Se la discussione prende una direzione diversa, rischieresti soltanto di diventare ancora più rigido.

2. Ricordati che il focus non è sulla tua performance

Quando sei in ansia da riunione, hai facilmente la sensazione che tutti stiano osservando proprio te.

Quanto parli.
Come parli.
Se sembri sicuro.

Se hai detto qualcosa di abbastanza intelligente.

In realtà, durante una riunione le persone sono concentrate soprattutto sul contenuto, sui propri interessi e, spesso, anche sulla propria performance.

Questo non significa che nessuno ti osservi.

Significa semplicemente che probabilmente non sei sotto esame quanto immagini.

E soprattutto non è necessario produrre un’idea eccezionale ogni volta che prendi la parola.

Un intervento breve, pertinente e chiaro può essere molto più utile di un lungo discorso fatto soltanto per farsi notare.

In riunione non devi dimostrare continuamente quanto vali.
Devi contribuire quando hai qualcosa che può essere utile.

3. Fai una buona domanda

Non hai una soluzione da proporre?
Puoi avere una buona domanda.

E una buona domanda può spostare la discussione molto più di un’opinione aggiunta tanto per parlare.

Per esempio:

“Qual è la priorità tra queste due alternative?”

“Su quali dati stiamo basando questa decisione?”

“Che cosa succede se questa ipotesi non si verifica?”

Oppure semplicemente:

“Questo passaggio non mi è chiaro. Possiamo tornarci un momento?”

Fare una domanda non significa dimostrare di non sapere.

Può significare che stai cercando di capire prima di arrivare a una conclusione.

4. Chiedi le informazioni che mancano

A volte non hai niente da dire perché, molto semplicemente, non hai ancora abbastanza elementi.

Non inventare un’opinione.
Chiedi ciò che ti serve.

“Abbiamo già i risultati dell’ultimo trimestre?”

“Sappiamo che cosa ne pensa il cliente?”

“Qual è il vincolo principale su questo progetto?”

In questo modo non stai riempiendo uno spazio vuoto.

Stai aiutando il gruppo a capire se possiede davvero le informazioni necessarie per decidere.

E quando qualcuno risponde, ascoltalo.

Non utilizzare la domanda soltanto come trampolino per poter finalmente parlare tu.

La riunione non è una gara a chi occupa più spazio.

5. Se non hai qualcosa di significativo da aggiungere, puoi anche tacere

Hai ascoltato.
Hai capito.

Non hai domande.
Non hai un’informazione nuova.
Non sei in disaccordo.

Non devi necessariamente trovare qualcosa da dire.

Il silenzio non è automaticamente mancanza di partecipazione.

Può essere semplicemente il segnale che non hai bisogno di aggiungere rumore a una discussione che sta già funzionando.

Se ti accorgi che vuoi intervenire soltanto per paura di sembrare poco preparato, fermati un momento.

Chiediti:

“Quello che sto per dire aiuta davvero la discussione?”

Se la risposta è no, puoi tranquillamente lasciare spazio agli altri.

È lo stesso principio che trovi anche in “15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare”.

Non parlare può essere una scelta comunicativa.
Essere paralizzati dalla paura, invece, è un’altra cosa.

Ansia da riunione? Parlare di più non significa comunicare meglio

Quando siamo insicuri, possiamo cadere anche nell’errore opposto.

Cerchiamo di sembrare più autorevoli utilizzando parole complesse, premesse infinite, formule elaborate.

E il nostro intervento diventa meno chiaro.

Molto meglio una frase semplice:

  • “Non sono d’accordo per questo motivo.”
  • “Mi manca un’informazione.”
  • “Su questo punto non ho ancora un’opinione.”
  • “Credo che dovremmo tornare all’obiettivo iniziale.”

La chiarezza comunica molta più sicurezza della complicazione.


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Non devi lasciare il segno a ogni riunione

Non tutte le riunioni richiedono il tuo intervento.

In alcune avrai molto da portare.
In altre ascolterai più di quanto parlerai.
In altre ancora farai una sola domanda, ma sarà quella giusta.

Il problema nasce quando trasformi ogni incontro in una verifica del tuo valore professionale.

A quel punto non stai più seguendo la riunione.

Stai controllando continuamente te stesso.

Prova invece a spostare la domanda.

Ma:

“Che cosa serve, in questo momento, alla discussione?”

Potrebbe servire una tua idea.

Una domanda.
Un chiarimento.

Oppure niente.

Essere presenti in una riunione non significa sentirsi obbligati a parlare. Significa capire quando il proprio intervento può essere davvero utile.

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 2

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Leggi anche la parte 1.

6. Non sprecano tempo per preoccuparsi

Le donne sicure sanno che il tempo è prezioso,
quindi non si crogiolano su “cosa-se“,
“solo-se” o “cosa-sarebbe-stato“.

Non perdono tempo preoccupandosi di cose che non possono controllare.
Si concentrano solo su ciò che sono in grado di risolvere.
Hanno appreso (dalla vita) che non farlo, porterà solo ansia e delusione.
E lasciano scivolare tutto il resto.

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Hanno sperimentato che possono gestire soltanto la propria reazione,
il proprio atteggiamento.

Cercano di non lamentarsi o non demoralizzarsi,
si concentrano sulle prossime azioni da intraprendere.

Le donne sicure sanno che pensando tanto al lavoro,
si ha spesso la sensazione di padroneggiare la nostra ansia e di riuscire a risolvere un problema.

In realtà è proprio questa percezione che ci impedisce di “chiudere” con le preoccupazioni.
Le donne determinate sanno che chi rimugina continuamente non raggiunge mai la soluzione del problema.

7. Non si fanno bloccare dalla paura

“Attenzione alle paure del giorno. Amano rubare i sogni della notte.”
Fabrizio Caramagna

La paura può diventare prudenza, accortezza e riflessione.
E questo (spesso) può essere un bene.
Può evitare capitomboli.

Le donne sicure sanno che sperare che il problema si risolva da solo,
oppure essere frenati dalla paura di sbagliare (o di venir giudicato dagli altri)…
è veramente il peggiore degli errori!

Decidere, anche sbagliando,
spesso è comunque sempre meglio che non decidere.
Le persone che non commettono errori generalmente non fanno nulla e non raggiungono niente.

8. Non mascherano la fiducia con la supponenza

Sentirci non abbastanza è sufficiente per farci girare la testa,
per diventare esitanti e incerti,
perdere fede nelle nostre capacità,
smarrire l’autostima.

 


 

Le donne insicure mascherano spesso le loro debolezze con la sfacciataggine.
L’arroganza è una compensazione per la mancanza di fiducia in sé.

Le donne (davvero) sicure di se stesse sanno che è importante evitare di nascondere, celare, velare
ma costruire giorno-per-giorno una sicurezza reale, tangibile, concreta.
Inattaccabile.

9. Non vedono i fallimenti come sconfitte

In realtà,
riconoscono che ci sono sempre punti di apprendimento sulla strada del successo.
La facilità con cui recuperano permette a queste donne determinate di continuare a progredire verso i propri obiettivi.

Le donne di successo non rinunciano dopo un fallimento.
Usano il fallimento come un’opportunità per crescere, imparare,
fare un progresso e correggere la direzione.

Gli errori ci insegnano cosa non ha funzionato,
cosa dovremo fare di diverso la prossima volta.
Gli errori sono i gradini che ci portano al successo.

Le donne che più ammiri hanno sperimentato che non importa quante volte si cade,
ma quante volte ci si rialza.

10. Non basano il proprio valore sulla percezione di altre persone

Le donne sicure vedendo la “vita attiva” di altre persone sui social non si sentono inferiori.

Probabilmente non avranno 2000 amici di Facebook e una marea di ammiratori su Instagram,
ma sanno che la cosa importante è il contenuto,
non i numeri.

Valutano l’autenticità e vogliono solo amici con i quali condividere una connessione profonda.

Amano le conversazioni impegnative pur sapendo che non portano alla popolarità.
Ma non importa.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Qualità anziché quantità.

Queste donne sicure amano i loro amici e la loro famiglia,
ma sanno che è importante avere il tempo per se stesse,
dove possono esplorare la crescita personale e prendere tempo per ritrovarsi.

Non trovano il silenzio scomodo.
Anzi,
il silenzio le ricarica.

Le donne sicure sono anche arroganti e sfrontate?

Purtroppo,
questo è un timore di molte donne.

Si può mostrare sicurezza di sé ma anche comprensione e femminilità,
pur avendo una posizione lavorativa di responsabilità,
gestendo team e budget importanti.

Anche la donna può essere assertiva senza aver paura della propria femminilità:
essere sexy e femminile non è l’antitesi dell’essere una donna indipendente,
libera e di potere.

Determinato “non è l’opposto di timido”.
Una donna può avere qualsiasi tipo di personalità e ancora essere autosufficiente e coraggiosa.

10 cose che le donne davvero sicure non fanno – 1

donne sicure

Foto di Allan Holmes

Se pensi sia tutta una questione di bellezza,
di attrattiva fisica,
beh, ti sbagli!

Le donne sicure vanno-oltre.

Quando entrano in una stanza, te ne accorgi subito,
si portano dietro quest’aurea di fascino, grazia e determinazione,
di successo.
Sono memorabili.

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Prendono decisioni con accuratezza,
ma una volta che hanno deciso,
lo hanno fatto davvero.
Non le vedrete titubare.
L’esitazione non fa parte del loro processo.

Sanno cosa stanno facendo e perché lo fanno,
in ogni momento.

Se anche tu vuoi raggiungere i tuoi obiettivi (grandi o piccoli, poco importa) nella vita,
è senz’altro utile sapere cosa-fanno le donne di successo.
Altrettanto importante è conoscere cosa-non-fanno.

Ecco 10 cose che le donne che più ammiri non-fanno:

1. Rifiutano l’immagine della donna perfetta imposta dai media

Le donne sicure rifiutano le tendenze.
Non lasciano che i media dettino il loro aspetto fisico e i loro comportamenti.
Non si fanno imporre da spettacoli televisivi e fiction come parlare e come essere cool.

Difficilmente si conformano a qualcosa.
Sanno adattarsi finemente alle proprie esigenze e preferenze.
Si concentrano solo su ciò che vogliono.

Queste donne sono sicure nelle loro scelte di stile di vita,
di carriera, di sposarsi, di avere una famiglia o meno.

E non hanno paura di chiedere quello che vogliono.

2. Non reprimono i sentimenti

Le donne sicure sanno che l’istinto è l’alleato più forte nel processo decisionale.
Ascoltano la loro voce interiore come un amico di fiducia.

Se vogliono dirti qualcosa,
te lo faranno sapere,
stanne certo.

Sanno che il modo più veloce per ottenere qualcosa è …
l’onestà.

 


 

3. Le donne sicure non spettegolano

Spettegolare a volte può essere salutare perché stempera la tensione e serve a creare un clima più leggero.
Lo scherzo distende gli animi e consolida il gruppo.

I pettegolezzi e il gossip diventano pericolosi quando sono continuamente alimentati,
con un’escalation dei toni e della forma,
o diventano l’unico sfogo a frustrazione e stress.

Le donne sicure non parlano di altre donne,
hanno di meglio da fare che sparlare di altre persone.

Parlano piuttosto dei loro sogni,
dei loro obiettivi, dei loro piani,
e delle loro aspirazioni.

Non perdono tempo in gossip.
Le donne di successo evitano di farsi coinvolgere troppo per non rischiare di rovinare i loro rapporti interpersonali o di trovarsi in situazioni spiacevoli.

4. Non hanno paura dell’imperfezione

Meglio un diamante con un’imperfezione che un sasso senza.
Confucio

Le donne sicure sanno che l’equilibrio è tutto,
e che bisogna prendersi cura di se stesse.

Ricercano (costantemente) un sano equilibrio tra lavoro e vita privata e prendono tempo per mangiare bene.

Vogliono arrivare in palestra in orario,
ma sanno che il mondo non finirà, anche se … arriva un imprevisto sul lavoro,
o si concedono un gelato occasionale.

Le donne sicure sono ben consce del valore di una buona prima impressione,
ma conoscendo anche l’importanza del tempo, sanno che talvolta comporta …
niente-trucco e pantaloni da tuta.

Senza fare drammi!

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Non cercano di soddisfare le aspettative degli altri

Una donna determinata non ha bisogno di continue approvazioni esterne.

Non han bisogno di accontentare tutti,
in ogni momento.

Non ha paura di dire di “no” o spiegare “perché”.

Si sforza di essere gentile e leale,
sapendo anche che è impossibile compiacere tutti.
Non si sconvolge se non piacciono o non sono accettate dagli altri.

Continua a leggere la parte 2.

7 ragioni perché farai molta fatica a trovare lavoro – anche con un buon CV

trovare un lavoro
Se cerchi lavoro già da un po’, è comprensibile sentirti frustrato, scoraggiato e qualche volta anche confuso.

Mandi candidature.
Aspetti.
Ricevi poche risposte.
Arrivi a qualche colloquio,
ma poi non succede nulla.

Naturalmente non dipende tutto da te.

Il settore può essere in difficoltà, la concorrenza alta, le opportunità poche.

Ma ci sono anche modi di affrontare la ricerca che possono ridurre ulteriormente le tue possibilità, persino quando hai un buon CV, competenze ed esperienza.

Eccone 7.

1. Sei diventato troppo negativo

Dopo molti rifiuti è facile diventare pessimisti.

Il problema non è avere momenti di sconforto. È lasciare che frustrazione, amarezza e sfiducia entrino stabilmente nel modo in cui ti presenti.

Durante un colloquio si possono percepire nel tono, nelle risposte, nel modo in cui parli delle precedenti esperienze o dei datori di lavoro.

Non devi fingerti entusiasta quando non lo sei.

Devi però evitare che la tua delusione diventi il messaggio principale che trasmetti.

Puoi essere stanco della ricerca senza presentarti come qualcuno che ha smesso di credere nel proprio valore.

2. Non sai esattamente che cosa stai cercando

“Cerco un lavoro. Sono aperto a tutto.”

Lo sento spesso.

Può sembrare un modo per aumentare le possibilità. Qualche volta produce l’effetto contrario.

Se non sai verso quali ruoli, settori o aziende orientarti, diventa difficile capire quali competenze valorizzare, quali offerte selezionare e come presentarti.

Essere flessibili non significa essere senza direzione.

Puoi avere più possibilità aperte, ma dovresti riuscire a rispondere almeno a queste domande:

  • Quali lavori posso realisticamente svolgere?
  • Quali competenze posso offrire?
  • Dove possono avere maggior valore?
  • Su quali opportunità voglio concentrare maggiormente le mie energie?

Cambiare lavoro è una scelta importante — e va preparata bene.

Questo percorso di coaching ti guida a chiarire cosa vuoi davvero e come muoverti in modo realistico e strategico.

Scopri “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi”.

3. Valuti così tanto che finisci per non muoverti

“Sì, ma non è quello che cercavo.”
“Sì, ma è un po’ lontano.”
“Ok, ma è un contratto a termine.”
“Ma ho sentito dire che…”

Valutare un’opportunità è giusto.

Ma se sei senza lavoro da tempo, può essere necessario distinguere ciò che per te è davvero irrinunciabile da ciò che sarebbe semplicemente preferibile.

Questo non significa accettare qualsiasi lavoro.

Significa evitare di scartare troppo presto un’opportunità di rientrare nel mercato, acquisire esperienza, creare contatti o aprire una strada che oggi non riesci ancora a vedere.

Essere selettivi è utile.
Diventa un problema quando la selezione impedisce qualsiasi movimento.

4. Mandi una candidatura e poi aspetti

Invii il dossier.
Aspetti.
Arriva il colloquio.
Aspetti ancora.

Ti sembra sia andato bene e aspetti la decisione.

Nel frattempo possono passare settimane.

Una selezione promettente non non vuol dire che stai per trovare un lavoro.

Continua quindi a candidarti, coltivare contatti e cercare altre opportunità anche quando una possibilità sembra concreta.

Finché non hai una proposta definita, la ricerca continua.

5. Sei troppo passivo

Cercare lavoro non significa soltanto rispondere agli annunci.

Se utilizzi sempre lo stesso canale e aspetti che compaia l’offerta giusta, rischi di vedere soltanto una parte delle opportunità.

Serve continuità.

Candidature mirate, contatti, aziende da seguire, persone da ricontattare, annunci da monitorare, autocandidature quando hanno senso.

Non devi passare l’intera giornata a trovare un lavoro.

Devi però evitare che la ricerca dipenda dall’umore o dall’ispirazione del momento.

Una buona ricerca ha bisogno anche di metodo e regolarità.

6. Guardi soltanto ciò che vuoi tu e poco ciò che cerca il mercato

Tu hai esigenze legittime.

Vuoi un certo stipendio, determinate condizioni, magari un contratto stabile, una distanza ragionevole da casa.

Ma anche il datore di lavoro ha un problema da risolvere.

Ha bisogno di una competenza, di coprire una funzione, alleggerire un team, sostituire qualcuno, sviluppare un’attività.

Una candidatura diventa più convincente quando riesce a collegare le due cose:

“Ecco quello che so fare e perché potrebbe essere utile a voi.”

Questo non significa rinunciare alle tue esigenze.

Significa ricordare che trovare lavoro richiede un incontro tra ciò che cerchi tu e ciò per cui qualcuno è disposto ad assumerti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Mandi la stessa candidatura a tutti

Personalizzare richiede tempo.

Per questo è forte la tentazione di preparare un buon CV e una buona lettera e utilizzarli per ogni candidatura.

Ma un dossier può essere ottimo in generale e poco efficace per quella specifica posizione.

Ogni offerta mette l’accento su esigenze diverse.

Se hai esperienza in dieci attività, non significa che tutte e dieci debbano avere lo stesso peso in ogni candidatura.

Personalizzare non significa reinventare ogni volta il tuo CV.
Significa far emergere ciò che è più pertinente per quella posizione.

Se su questo punto tendi a rimandare, puoi leggere anche “5 scuse comode comode per non personalizzare la candidatura”.

Un buon CV è importante. Ma non cerca lavoro al posto tuo

Puoi avere competenze, esperienza e un dossier ben costruito e continuare comunque a fare fatica.

Perché la ricerca non dipende soltanto dal documento che invii.

Conta dove cerchi, cosa cerchi, come ti presenti, quanto sei costante e come reagisci quando le risposte tardano ad arrivare.

Naturalmente puoi fare tutto bene e non trovare un lavoro. Ci sono fattori che non controlli.

Ma vale la pena intervenire su quelli che puoi controllare.

Il CV può aprirti una porta.
Il modo in cui conduci la ricerca aumenta le possibilità di trovarne una aperta.

10 frasi killer da non pronunciare davanti al tuo capo

frasi da non dire al capo
Nel rapporto con il capo, le parole contano.

Non perché esistano frasi da non dire al capo o perché tu debba pesare ossessivamente ogni parola.

Ma alcune espressioni, dette magari senza pensarci, possono trasmettere qualcosa di molto diverso da ciò che volevi comunicare.

Rigidità.
Passività.
Lamentela.
Scarico di responsabilità.

E alla lunga possono complicare il rapporto professionale.

Il problema non è soltanto quello che dici al tuo capo.
È quello che le tue parole fanno pensare di te.

Ecco 10 frasi da non dire al capo — e soprattutto come potresti dirle meglio.

1. “È un problema”

Certo che puoi dirlo, se un problema esiste.

Il punto è non fermarti alla segnalazione.

Arrivare dal capo continuamente con problemi, ostacoli e difficoltà senza aver pensato almeno a una possibile soluzione rischia di farti apparire passivo.

Meglio:

“È emersa questa difficoltà. Vedo due possibilità per affrontarla…”

Non devi avere sempre la risposta. Ma dimostrare di aver già ragionato sul passo successivo fa una grande differenza.

2. “Non posso”

A volte non puoi davvero. E devi poterlo dire.

Ma un “non posso” secco chiude la conversazione.

Se il problema è il tempo, le risorse o il carico di lavoro, rendilo esplicito:

“Per domani non riesco a completarlo mantenendo la qualità necessaria. Posso consegnarlo giovedì oppure anticiparlo se spostiamo quest’altra priorità.”

Non stai dicendo sì a tutto.

Stai trasformando un limite in una proposta.

3. “Sono stanco morto, sai nel weekend…”

Puoi avere un buon rapporto con il tuo capo e parlare tranquillamente della tua vita privata.

Il problema nasce quando le vicende personali diventano continuamente la spiegazione di ritardi, errori o prestazioni insufficienti.

Un conto è raccontare il weekend.

Un altro è utilizzarlo per giustificare sistematicamente ciò che succede durante il lavoro.

4. “Ho bisogno di un aumento”

Puoi avere assolutamente bisogno di un aumento.

Ma se vuoi negoziarlo, il tuo bisogno personale non è l’argomento più forte.

Meglio parlare di responsabilità aumentate, risultati raggiunti, competenze acquisite, valore portato e livello retributivo della posizione.

Non:

“Ho bisogno di guadagnare di più.”

Piuttosto:

“Vorrei confrontarmi sull’evoluzione del mio ruolo e sul relativo riconoscimento economico.”

5. “Non mi piace lavorare con Letizia”

Il tuo capo deve conoscere un conflitto quando sta compromettendo il lavoro.

Ma c’è differenza tra portargli un problema professionale e coinvolgerlo continuamente nelle antipatie personali.

Non limitarti a frasi da non dire al capo tipo:

“Con Letizia è impossibile lavorare.”

Spiega invece:

  • che cosa sta succedendo;
  • quale effetto produce sul lavoro;
  • che cosa hai già provato a fare;
  • quale supporto chiedi al tuo capo.

Porta fatti e comportamenti, non giudizi sulla persona.

6. “Non è il mio lavoro”

Forse hai ragione.

Ma detta così suona facilmente come:

“Non mi interessa. Arrangiati.”

Se una richiesta esce realmente dal tuo ruolo o sta diventando sistematica, affronta la questione.

“Posso occuparmene questa volta. Vorrei però capire se questa attività entrerà stabilmente nelle mie responsabilità.”

Mettere un confine non significa essere poco collaborativi.

7. “Non posso farlo ora, ho altre priorità”

Anche questa frase può essere perfettamente legittima.

Il problema è stabilire unilateralmente che ciò che ti sta chiedendo il capo viene dopo tutto il resto.

Meglio:

“In questo momento sto lavorando su A e B, entrambi in scadenza. Se inseriamo anche questo, quale preferisci che consideri prioritario?”

Così non subisci tutto e non rifiuti tutto.

Chiedi di definire le priorità.

8. “Non mi avevi detto di fare così”

Magari è vero.

Ma se la pronunci soltanto per dimostrare che la colpa è del capo, la conversazione si sposta immediatamente dal problema alla ricerca del responsabile.

Meglio chiarire i fatti:

“Io avevo compreso che dovessimo procedere in questo modo. Evidentemente c’è stato un fraintendimento. Vediamo come correggerlo.”

Poi, se l’indicazione iniziale era effettivamente diversa, è giusto farlo presente.

Assumersi le proprie responsabilità non significa assumersi anche quelle degli altri.

9. “Il vecchio capo non faceva così”

Forse il vecchio capo faceva davvero meglio alcune cose.

Ma il confronto diretto raramente aiuta quello nuovo ad ascoltarti.

Se il vecchio metodo aveva dei vantaggi, parla di quelli:

“Prima utilizzavamo questa procedura e funzionava bene soprattutto per questo motivo. Potrebbe essere utile recuperare qualche elemento?”

Stesso messaggio.
Molto meno antagonismo.


Vuoi potenziare la tua assertività anche con il capo?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

10. “Ma questa cosa dove la trovo?”

Non devi sapere tutto e chiedere aiuto non è incompetenza.

Ma prima di interrompere continuamente il tuo capo per informazioni facilmente reperibili, prova a cercare autonomamente.

Se non trovi la risposta, chiedi.

La differenza è semplice:

“Dove trovo questa cosa?”

oppure:

“Ho controllato qui e qui ma non sono riuscito a trovarla. Sai indicarmi dove posso recuperarla?”

La seconda frase comunica iniziativa.

Non devi avere paura di parlare con il tuo capo

Questo è il punto più importante.

L’obiettivo non è diventare prudente al punto da controllare ogni frase, annuire sempre o evitare qualsiasi disaccordo.

Anzi.

Puoi dire no,
segnalare un errore,
contestare una decisione,
chiedere un aumento,
mettere un confine o
dire che non sei d’accordo.

Conta come lo fai.

Essere professionali con il proprio capo non significa essere sempre d’accordo.
Significa saper esprimere anche il disaccordo senza trasformarlo in uno scontro.

Se vuoi lavorare più in generale sulla relazione, puoi leggere anche “Vuoi migliorare il rapporto con il tuo capo? Ecco 9 azioni tanto semplici quanto potenti”.

E se il problema non è una singola frase, ma un rapporto complesso che ormai ti mette continuamente in difficoltà:

Scopri il mio breve percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” e ritrova equilibrio, lucidità e strategie concrete per affrontare la situazione.

8 spunti per aumentare l’autorevolezza della tua voce (così tutti ascolteranno)

autorevolezza della voce

“Oggi il segreto della leadership di successo è l’autorevolezza,
non l’autorità.”

Ken Blanchard

Autorevolezza al lavoro: la voce conta più di quanto pensi.

Apparire più autorevoli al lavoro non significa fare il bullo o il dittatore.

Se inizi a impartire ordini ai tuoi amici,
ti ritroverai presto… da solo.

Detto questo,
se qualcuno — un collaboratore, un collega, perfino un amico —
non rispetta i tuoi confini,

hai tutto il diritto di usare un tono deciso
per dirgli di fermarsi
e di considerare i tuoi limiti.

Alza di una tacca l’autorevolezza della voce

Se la tua voce suona autorevole,
gli altri ascoltano più facilmente ciò che hai da dire.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza” (nuova edizione 2025),
le ricerche mostrano una forte correlazione tra potere e tono di voce.

Le persone in posizioni di alto livello parlano diversamente.
E l’autorevolezza si percepisce anche solo dal suono della voce.

Attenzione però:

la voce che senti nella tua testa
può essere molto diversa da quella che sentono gli altri.

Prova a registrarti durante una conversazione…
e non sorprenderti se la mascella ti cade a terra.

Sì.
Quella voce monotona e scontata…
potrebbe essere proprio la tua!

8 spunti per rendere la tua voce più autorevole
(così, sì: adesso ti ascoltano)

1. Rilassati, se vuoi autorevolezza nella voce

Inizia dalla postura.

Per migliorare la voce devi ridurre la tensione nel corpo:
spalle, collo, mascella, viso.

Rilassati.
Lascia che tutto il corpo partecipi.

Distribuisci il peso in modo uniforme sui piedi
e senti il contatto con il suolo.

Il tono della tua voce è il primo passo per costruire fiducia.

2. Usa più risonanza toracica

Per “suonare” sicuro devi respirare meglio.

Molte persone parlano in modo esitante
non per un problema linguistico,
ma perché respirano male.

Respiri corti = frasi spezzate = insicurezza.

La risonanza toracica produce una voce:
profonda, stabile, adulta.

La voce autorevole parla con il diaframma.

3. Abbassa il tono alla fine delle frasi

La fine della frase è cruciale.

Se il tono sale,
sembra che tu stia facendo una domanda.

Risultato?
Credibilità minata.

Peggio ancora se stai dando indicazioni:
sembri incerto, in cerca di approvazione.

Regola semplice:
il tono che scende con decisione
è quello delle affermazioni e dei comandi.

4. Alzati in piedi quando parli al telefono

La voce è corpo.

In piedi hai più energia
che seduto, afflosciato sulla sedia.

I polmoni si espandono meglio.
L’aria circola.
La voce si potenzia.

Sì, può sembrare esagerato.
Ma per una telefonata importante funziona.

5. Parla più lentamente. E un po’ più forte.

Parliamo tutti troppo velocemente.

Crediamo che così manterremo l’attenzione.
Non è vero.

Scandisci le parole.
Prenditi tempo.

E probabilmente…
non stai parlando abbastanza forte.

Se nessuno ti chiede mai
“Scusa, cosa?”
allora sei sulla strada giusta.

6. Non affrettarti a rispondere

Quando vieni chiamato a parlare all’improvviso,
l’ansia gioca brutti scherzi.

Prenditi qualche secondo.
Una persona sicura di sé non ha paura del silenzio.

Pensa alla frase completa.
Respira.
Poi parla.

Non correre.
Hai più tempo di quanto credi.

E sì:
apparirai più autorevole.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici,
ma da come lo dici.

Scopri il percorso mirato
“Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive”
e rafforza la tua leadership comunicativa.

7. Usa le pause

Le pause sono potere.

Usale alla fine,
ma anche dentro le frasi.

Dici qualcosa.
Ti fermi.

Aspetti.

Così dai alle parole il tempo di colpire.

Senza pause,
l’effetto si dissolve nel rumore della conversazione.

8. Parla con passione (non con rabbia)

Le voci piatte annoiano.
Sottolinea le parole importanti.

Usa espressioni facciali.
Coinvolgi il corpo.

Se ti appassiona ciò che dici,
anche chi ascolta lo percepirà.

Attenzione però:
passione non è rabbia.

Non alzare troppo il volume.
Aggiungi forza, non rumore.

Se non controlli te stesso,
le persone non ti rispettano.

In finale

L’autorevolezza non si impone.
Si sente.

E spesso,
arriva prima dal tono della tua voce
che dalle tue parole.

11 spunti per nascondere il nervosismo -e apparire più calmo e sicuro

nascondere il nervosismo

Foto di Ryan MacGuire

Che tu ci creda o no, anche le persone che sembrano più sicure possono essere nervose prima di un colloquio, una presentazione, una riunione o il primo giorno di lavoro.

Il cuore accelera.
Il respiro cambia.
Il corpo si irrigidisce.
I pensieri corrono.

La differenza è che alcune persone hanno imparato a gestire meglio i segnali del nervosismo, evitando che prendano il controllo della situazione.

Essere nervosi non significa necessariamente sembrarlo

Quando non ti senti a tuo agio davanti agli altri, può partire una spirale poco piacevole.

Ti senti osservato.
Pensi di non essere abbastanza sicuro.
Ti chiedi che cosa penseranno di te.
E più cerchi di controllarti, più rischi di apparire rigido e impacciato.

Non puoi ordinare al nervosismo di sparire.

Puoi però imparare a ridurne gli effetti sulla tua comunicazione.

L’obiettivo non è fingere sicurezza.
È evitare che il nervosismo parli al posto tuo.

Ecco 11 accorgimenti pratici.

1. Respira

Quando sei nervoso, il respiro tende a diventare più rapido e superficiale.

Prima di parlare, rallenta. Fai qualche respiro profondo e cerca di ritrovare un ritmo regolare.

Non serve fare esercizi complicati proprio nel momento in cui sei sotto pressione. Ti serve soprattutto evitare che il respiro segua l’agitazione.

Allenarti quando sei tranquillo renderà più facile farlo quando ne avrai bisogno.

2. Non dichiarare subito che sei nervoso

“Scusate, sono molto nervoso.”

Perché dirlo?

Magari nessuno se n’era accorto.

Dichiarandolo, porti l’attenzione proprio su fatto che vorresti nascondere il nervosismo. È come indicare agli altri quella piccola macchia sulla giacca che probabilmente non avrebbero mai notato.

Se riesci a continuare, continua.

Non devi necessariamente raccontare agli altri tutto quello che sta succedendo dentro di te.

3. Parla più lentamente

Il nervosismo accelera.

Accelera i pensieri, il respiro e molto spesso anche le parole.

Quando senti che stai partendo a raffica ..

rallenta deliberatamente.
Fai una piccola pausa tra una frase e l’altra.
Scandisci bene le parole.

A te potrà sembrare di parlare troppo lentamente.

Probabilmente agli altri sembrerai semplicemente più chiaro e sicuro.

Quando sei nervoso, rallentare è quasi sempre meglio che accelerare.

4. Controlla i piccoli gesti nervosi

Toccarsi continuamente i capelli.
Muovere la gamba.
Giocare con una penna.
Controllare il cellulare.
Toccarsi il viso.

Sono piccoli movimenti che possono rendere visibile la tua agitazione.

Non devi trasformarti in una statua. Cerca piuttosto di ridurre i movimenti inutili e ripetitivi per nascondere il nervosismo.

Rilassa le spalle, appoggia bene i piedi e lascia che i gesti accompagnino naturalmente ciò che stai dicendo.

5. Mantieni il contatto visivo

Se mentre parli continui a guardare il tavolo, il soffitto o qualsiasi cosa pur di non incontrare lo sguardo degli altri, il tuo disagio diventa più evidente.

Il contatto visivo comunica presenza.

Non significa fissare qualcuno negli occhi senza mai distogliere lo sguardo. Significa restare in relazione con chi hai davanti, anziché cercare continuamente una via di fuga.

6. Preparati bene

Una parte del nervosismo nasce semplicemente dal sentirsi poco preparati.

Prima di una riunione, un colloquio o una presentazione, verifica ciò che puoi controllare:

  • argomenti e punti principali;
  • persone presenti;
  • luogo e orario;
  • materiale necessario;
  • eventuali domande prevedibili.

Più riduci gli imprevisti evitabili, più energie avrai per gestire quelli inevitabili.

Prepararsi non elimina il nervosismo. Ma evita di aggiungere ansia inutile e nascondere il nervosismo.

7. Fai una domanda

Se senti che stai perdendo il filo, non devi necessariamente continuare a parlare.

Fai una domanda pertinente.

Sposti momentaneamente l’attenzione sull’interlocutore e ti concedi qualche secondo per respirare, ascoltare e riordinare i pensieri.

Una buona domanda non è una scappatoia.

È parte della conversazione.

8. Prova a leggere il nervosismo in modo diverso

Cuore che batte.
Energia.
Attivazione.
Attesa.

Le sensazioni fisiche del nervosismo possono assomigliare a quelle che proviamo quando siamo eccitati per qualcosa di importante.

Invece di ripeterti “Sono nervoso, andrà male”, prova a dirti:

“Sono eccitato perché questa situazione per me conta.”

Non è una formula magica.

Ma può aiutarti a non interpretare automaticamente ogni sensazione come il segnale che qualcosa sta andando storto.

9. Sorridi, senza forzare

Un leggero sorriso può rendere il volto più disteso e facilitare il contatto con gli altri.

Non significa avere il sorriso stampato in faccia o cercare di apparire simpatico a tutti i costi.

Significa evitare che la tensione trasformi il tuo viso in una maschera rigida e preoccupata.

Su questo tema puoi leggere anche “5 spunti per sembrare subito più sicuri agli occhi degli altri”.

10. Non combattere continuamente il nervosismo

Questo punto sembra contraddire il titolo dell’articolo, ma è probabilmente uno dei più importanti.

Più ti ripeti:

“Non devo essere nervoso.”
“Non devono accorgersene.”
“Devo calmarmi.”

più rischi di concentrarti proprio sul nervosismo.

Accettare che in quel momento sei agitato non significa rassegnarti.

Significa smettere di spendere tutte le tue energie nel tentativo di cancellare una sensazione e utilizzarle, invece, per gestire la situazione.

Puoi essere nervoso e, nello stesso tempo, comunicare bene.

11. Metti in discussione quello che ti stai raccontando

Spesso non è soltanto la situazione a metterci in difficoltà.

È ciò che immaginiamo possa succedere.

“Farò una figuraccia.”
“Si accorgeranno che sono insicuro.”
“Penseranno che non sono all’altezza.”

Quando parte questo monologo, prova a fermarti e chiederti:

  • È davvero così probabile che accada?
  • Sto guardando i fatti o sto immaginando il peggio?
  • Se qualcosa andasse storto, sarei davvero incapace di gestirlo?
  • Che cosa direi a un amico nella mia stessa situazione?

Non devi convincerti che andrà tutto magnificamente per nascondere il nervosismo.

Devi semplicemente riportare i tuoi pensieri a una dimensione più realistica.

Non devi eliminare il nervosismo per apparire sicuro

Puoi prepararti bene, respirare, parlare lentamente, controllare i movimenti, guardare negli occhi e continuare a sentire un po’ di agitazione.

Va bene così.

La vera differenza non la fa l’assenza di nervosismo.

La fa quando permetti al nervosismo di condizionare la tua voce, il tuo corpo e ciò che vuoi dire.

La sicurezza non è non essere nervosi.
È riuscire a restare presenti anche quando lo siamo.

Vuoi che la tua comunicazione rifletta davvero il tuo ruolo e il tuo valore?

Con il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

13 errori che rendono ancor più dura la tua ricerca di lavoro – 1

cercare un lavoro

Cercare un lavoro può essere molto impegnativo,
infatti si dice che la ricerca di lavoro è a sua volta
un lavoro!

La maggior parte delle persone pensa che trovare un lavoro oggi sia (oltre una questione di fortuna) difficilissimo per via della troppa competizione e della crisi economica.

Cercare un lavoro potrebbe richiedere diversi mesi (o forse più) e mettere a dura prova la tua determinazione prima e la tua autostima poi.
I sentimenti d’insicurezza e di ansia (con il passare del tempo) prendono il sopravvento.

Oltre alla difficoltà intrinseca del processo,
spesso facciamo errori che ostacolano ulteriormente la ricerca di un lavoro.

Ecco 13 errori che ogni persona alla ricerca di un lavoro dovrebbe evitare:

1. Focus solo su di te

Quando si è alla ricerca di un lavoro (magari già da un po’ di tempo) è totalmente comprensibile sentirsi bloccati, frustrati e scoraggiati.

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Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Si pensa al futuro, si è preoccupati,
si è concentrati su se stessi e sulla propria condizione.

Ricorda però che
i datori di lavoro assumono in base alle loro esigenze (aumentare i profitti,
bilanciare il carico di lavoro di un team, espandere un reparto, ecc.)
e non seguono i tuoi bisogni.

Delle tue necessità o urgenze si interessano ben poco.

È di fondamentale importanza rimanere concentrati sulla soddisfazione dei bisogni dei potenziali datori di lavoro…
e non proiettare su di loro i tuoi desideri, aspettative,
risentimenti e amarezza.

2. Sei negativo e pessimista

Se ti convinci di non essere “abbastanza” per quella posizione o pensi che nessuno ti chiamerà mai,
perdi un sacco di opportunità.

Il cinismo, l’amarezza e il pessimismo si trasmettono nei colloqui di lavoro –
anche se ti sembrerà strano, succede anche nelle lettere e nelle email –
e questi atteggiamenti negativi possono affondare le tue possibilità.

Invece di lamentarti,
pensa a come puoi mostrare il tuo valore durante la ricerca di lavoro.

 


 

Riserva le tue frustrazioni personali per un amico o un familiare.
Circondati il più possibile di persone positive,
che lavorano (anche disoccupate ma positive)
e la tua energia automaticamente comincerà ad attrarre piuttosto che allontanare.

3. Sei troppo indolente – cercare un lavoro diventa ancora più difficile

“Mi spezzo ma non m’impiego.”
Achille Campanile

Purtroppo il cellulare non squilla da solo.
Nessuno viene a bussare alla porta di casa tua.
Non accade nulla se non fai nulla,
è talmente logico da essere banale.

Invece,
insegui attivamente le opportunità.
Otterrai risultati migliori essendo proattivo.

È importante la dedizione e la disciplina.

Crea un piano e una routine di ogni giorno,
sviluppa un programma,
fissa degli obiettivi,
e cerca di essere il più possibile attivo e produttivo.

A quel punto sarai anche …
attrattivo!

4. Punti alla quantità piuttosto che alla qualità

Quando sei alla ricerca affannosa di un lavoro,
è facile dimenticarsi dei buoni propositi ed enfatizzare la quantità rispetto alla qualità.

Invece di pensare quanto sei bravo perché sei riuscito a inviare 10 CV in una sola serata con il più classico dei copia-incolla,
concentrati sulla presentazione di materiali di prima qualità per ruoli cui sei veramente interessato.

Vince la personalizzazione!

Per approfondire leggi il mio post 5 scuse comode comode per non personalizzare la tua candidatura

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.
 

5. Ti candidi per posizioni sbagliate

Quando il panico comincia a fare capolino (perché il tempo passa e il lavoro stenta ad arrivare),
può capitare di pensare che abbassando le pretese,
le richieste, la posizione e lo stipendio si possa risollevare l’interesse verso la nostra candidatura.

Spesso si sollevano solo le sopracciglia di chi legge il tuo CV.

Il responsabile delle assunzioni può presumere che stai facendo esattamente quello che stai facendo:
arrampicarti sugli specchi.

Un mio cliente (area manager del settore lusso) viste le risposte negative nella sua posizione si era incaponito (inutilmente) nell’inviare candidature come addetto alla vendita,
pensando di suscitare chissà quali clamori.

Spesso scendere è più difficile che salire.

Non c’è niente di male nell’accettare una posizione meno qualificata.
Non sprecare il tuo tempo e i tuoi dossier di candidatura per ruoli che sarebbero stati palesemente interessanti dieci anni fa.

6. Non sai ottimizzare il tempo

La ricerca di un lavoro non dovrebbe essere un lavoro a tempo pieno!

Cercare un lavoro è un impegno faticoso,
prosciugante a livello energetico perché tocca tasti a noi sensibili,
su una base di ansia ed emotività.

Se ti arrovelli in queste emozioni tutto il santo giorno (in breve tempo)
la tua energia andrà persa e rischierai di entrare in un loop negativo e pericoloso.

Ti consiglio di passare 4 ore filate al giorno (scegli le ore quando ti senti al tuo massimo energetico) concentrati e impegnati nelle ricerche,
scrivi lettere di candidatura e allenati nelle interviste di lavoro.

Le altre ore dedicale alla cura di te stesso (palestra, corsa, hobby, ecc...),
staccati il più possibile per ricaricare la tua “batteria” energetica.
Ti servirà.

Continua a leggere la parte 2.

12 spunti potenti per superare un momento di scoraggiamento al lavoro

scoraggiamento al lavoro

“Scoraggiarsi significa perdere.”
Bruce Lee

Il lavoro non ti entusiasma più.

Niente passione.
Niente orgoglio.
Gestisci un processo già avviato.

Nessuno ti chiede un parere.
Prendi lo stipendio e torni a casa.

Ti impegni. Tanto.
Ma ti senti bloccato.

Avanzano sempre gli stessi.
Le critiche arrivano puntuali.
I riconoscimenti no.

Corri. Ti sbatti.
E nonostante tutto… il target non è centrato.

Ti cadono le braccia.
E non solo quelle.

Siamo bombardati da messaggi positivi:

“Pensa positivo.”
“Sii vincente.”
“Reagisci.”

Ma quando le cose non vanno,
come si fa a non sentirsi scoraggiati?
demoralizzati e
affaticati.

Prima di prendere decisioni importanti — dire qualcosa, mollare tutto, cambiare lavoro — è fondamentale uscire dalla nebbia dello scoraggiamento.

Approfondisci anche nel mio post “6 cose da fare quando ti senti poco leader”.

Ecco 12 strategie concrete.

1. Smettila di confrontarti

Il confronto può stimolare.
Ma più spesso deprime.

Ci confrontiamo quando “ci fa comodo”:
quando gli altri vincono, festeggiano, ottengono promozioni.

Vediamo i loro successi.
Non i loro fallimenti.

Dal confronto continuo hai poco da guadagnare.
E molto da perdere.
Spesso sfociano nello scoraggiamento,
nel rancore verso gli altri e verso noi stessi.

La verità è che siamo profondamente focalizzati sui nostri limiti e fallimenti,
e raramente vediamo quelli degli altri.

2. Accetta le persone per quello che sono

Il collega sleale.
Il capo arrogante.
Il cliente prepotente.

Sono-come-sono.

Pretendere che seguano le regole non scritte della tua testa è frustrante.
Cercare di cambiarli è scoraggiante.

Puoi cambiare solo il tuo modo di reagire.

3. Lascia andare rabbia e amarezza

Lo scoraggiamento alimenta rancore.

Lascia da parte l’amarezza.
La collera e il rancore.

Perdona.
Perdona anche te stesso.

Altrimenti resti intrappolato nel senso di ingiustizia.
E non vedi più vie d’uscita.

4. Smettila di controllare ciò che non dipende da te

Vendite saltate.
Ritardi.
Imprevisti.

Succederanno comunque.

Non sprecare energia nel tentativo di controllare l’incontrollabile.
Gestisci il tuo atteggiamento.

Non lamentarti o demoralizzarti, accetta la realtà e focalizzati solo sulle prossime azioni da compiere.

Diventa più flessibile.
Lascia spazio in agenda per l’imprevisto.

5. Ricorda le tue vittorie

Un esame superato.
Una promozione.
Il cliente conquistato.

Richiama alla mente un momento preciso in cui sei stato all’altezza.

Il cervello ha bisogno di prove.
Ricordare le esperienze di successo genera positività.

6. Muoviti

Il corpo influisce sulla mente.

Cammina.
Corri.
Vai in palestra.

Muoversi è una medicina sottovalutata.

7. Limita le persone negative

La negatività è contagiosa.

Se puoi, riduci il tempo con pessimisti e “succhiatori di energia”.

Pranza con chi ti incoraggia.
Proteggi il tuo spazio mentale.

8. Fai qualcosa di nuovo (o finisci ciò che rimandi)

Il nuovo rinfresca. Sempre.

Impara una nuova competenza.
Leggi un libro.
Segui un webinar.

Oppure completa quel compito che rimandi da settimane.

Una piccola vittoria immediata
riaccende l’energia.

Anche riordinare la scrivania o la casa impatta sul nostro umore in modo positivo: più di quanto immagini.
organizza la tua scrivania,
il guardaroba,
pulisci la casa,
lava l’auto, aspira i tappetini, ecc. ….

9. Confidati con qualcuno di fidato

A volte parlare basta.

Chiedi a qualcuno che stimi come ha superato un momento difficile.

Diffida di chi dice di non essersi mai sentito scoraggiato.

10. Dormi

La cultura moderna è priva di sonno.

E il sonno è il 70% del benessere.

Vai a letto prima.
Allontana il telefono.
Proteggi il riposo.

Lo smartphone interferisce con il riposo: tenerlo sul comodino può regalarti notti agitate perché la luce emessa all’arrivo messaggi sopprime la melatonina, che favorisce il sonno.

Il benessere non è fortuna.
È uno sforzo consapevole.

11. Concediti il diritto di sentirti giù

Un naturale (e breve) momento di scoraggiamento al lavoro non è segno di debolezza.
Anzi.

Non fingere serenità.
Non diventare iperattivo per non “sentire”.

Dai tempo.
Prenditi tempo.

Il tempo per “consolarsi e rimarginare” un momento di scoramento è quello speso meglio.
Utilizza lo scoraggiamento al lavoro come motivazione per riflettere.

A volte serve stare un po’ soli.

Io faccio così.

12. Trappole da evitare

Quando sei scoraggiato:

  • Non prendere decisioni importanti.
  • Non anestetizzarti con fumo, alcol o cibo.
  • Evita di colpevolizzarti.
  • Non aspettare che siano gli altri a motivarti.

Incoraggiati da solo.

Quando senti che stai per mollare…

Fai ancora un piccolo sforzo.
Rimani stabile.
Paziente.

Le persone forti non sono quelle che non cadono mai.
Sono quelle che non restano a terra.

Se lo scoraggiamento diventa ricorrente e senti di aver perso direzione e autorevolezza,
nei miei libri Autorevolezza e Prima volta Leader trovi strumenti concreti per ritrovare lucidità e impatto.

E se vuoi un confronto diretto, scopri i miei servizi di coaching.

Lo scoraggiamento non è la fine del percorso.

È una pausa.
Sta a te decidere se usarla per mollare…
o per ripartire meglio.

10 potenti strategie per costruire una solida fiducia in te stesso

fiducia in te stesso

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader – Se non nasci leader, lo puoi diventare”, nel mondo del lavoro competenze e capacità sono fondamentali.

Ma non sempre bastano.

Servono anche solidità, capacità di reggere l’incertezza e fiducia nelle proprie possibilità.

Soprattutto quando qualcosa comincia a vacillare: un errore, una critica, un nuovo ruolo, un risultato che non arriva o il confronto con persone che sembrano più sicure di noi.

Non confondere sicurezza e arroganza

Quando ci sentiamo “non abbastanza” possiamo diventare esitanti, perdere fiducia nelle nostre capacità oppure cercare di nascondere l’insicurezza mostrandoci eccessivamente sicuri.

L’arroganza non è sicurezza.

La fiducia più solida non ha bisogno di essere esibita continuamente.

Si costruisce.

Giorno dopo giorno, attraverso il modo in cui affrontiamo ciò che ci accade.

Ecco 10 strategie per allenarla.

1. Accetta una parte d’incertezza

Vendite che saltano,
appuntamenti rimandati,
previsioni sbagliate,
cambiamenti improvvisi.

Per quanto tu possa organizzarti,
non puoi controllare tutto.

Continuare a provarci consuma energie e aumenta frustrazione e ansia.

Organizzati,
pianifica,
preparati.

Ma lascia anche uno spazio mentale — e possibilmente nell’agenda — per ciò che non avevi previsto.

Essere sicuri non significa sapere sempre cosa accadrà.
Significa sapere che, quando accadrà, proverai a gestirlo.

2. Fai attenzione a come parli a te stesso

Nei momenti difficili il nostro dialogo interiore può diventare spietato:

  • “Sapevo che avrei fallito.”
  • “Non troverò mai più un lavoro.”
  • “Prima o poi sbaglierò.”
  • “Non sono abbastanza bravo.”

Ti rivolgeresti nello stesso modo a un caro amico?

Non significa raccontarti che andrà tutto magnificamente.

Significa sostituire sentenze definitive con valutazioni più realistiche.

Hai sbagliato? Cerca di capire perché.
Non sai qualcosa? Informati.
Non è andata questa volta? Correggi e riprova.

3. Presta attenzione al tuo corpo

La sicurezza passa anche attraverso il corpo.

Quando sei sotto pressione potresti chiuderti, abbassare lo sguardo, irrigidirti, parlare velocemente o occupare meno spazio possibile.

Non devi costruire una posa artificiale da “persona potente”.

Piuttosto:

  • mantieni una postura aperta;
  • guarda il tuo interlocutore;
  • rallenta il ritmo;
  • respira;
  • evita movimenti nervosi continui.

Il corpo non deve fingere sicurezza. Deve evitare di amplificare inutilmente la tua insicurezza.

4. Punta al miglior risultato possibile, non alla perfezione

Se per sentirti all’altezza devi essere sempre impeccabile, prima o poi la tua sicurezza ne pagherà il prezzo.

Ogni errore diventa una minaccia.
Ogni critica una bocciatura.
Ogni risultato inferiore alle aspettative una prova della tua incapacità.

Non devi essere perfetto.

Devi fare bene ciò che puoi fare, con le risorse e le informazioni che hai in quel momento.

Punta all’eccellenza, non all’impossibile.

5. Usa i cambiamenti per allenare la tua fiducia

Un nuovo ruolo.
Un nuovo capo.
Un trasferimento.
Una responsabilità che non hai mai avuto.

Il nuovo porta spesso con sé disagio.

Non necessariamente perché hai fatto una scelta sbagliata, ma perché stai entrando in un territorio che ancora non conosci.

Ogni volta che affronti una situazione nuova e impari a gestirla, aggiungi un piccolo pezzo alla percezione che hai delle tue capacità.

Puoi approfondire questo passaggio nel mio post “Il disagio contribuisce alla tua crescita personale”.

6. Impara a stare anche dentro l’errore

La paura di sbagliare può diventare paralizzante.

Ma l’errore contiene informazioni preziose:

  • mostra dove sei meno preparato;
  • mette alla prova il tuo modo di reagire;
  • ti costringe a correggere;
  • ti permette di capire cosa fare diversamente la prossima volta.

La fiducia non nasce dal non sbagliare. Cresce anche scoprendo che puoi sbagliare senza crollare.

7. Esplora il “grigio”

“Io sono fatto così: per me è bianco o nero.”

Sembra una dichiarazione di carattere.

Spesso, invece, è una gabbia.

La realtà professionale è piena di sfumature: una decisione può essere buona senza essere perfetta, una persona può avere ragione su un punto e torto su un altro, qualcosa che oggi non funziona domani può funzionare diversamente.

La rigidità dà una sensazione di sicurezza.
La flessibilità permette di costruirne una più solida.

8. Non prenderti sempre così sul serio

L’autoironia aiuta a ridimensionare errori, gaffe e momenti d’insicurezza.

Non significa svalutarti o prenderti in giro.

Significa riuscire a pensare:

  • “Sì, questa volta ho fatto una figuraccia.”

E continuare a vivere.

Chi ha fiducia in sé non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere impeccabile.

Può sbagliare.
Può sorriderne.
Può correggersi.

9. Smettila di misurarti continuamente con gli altri

“Sono tutti migliori di me.”
“Gli altri hanno qualcosa in più.”

Il confronto diventa pericoloso quando mettiamo le nostre fragilità reali contro l’immagine migliore che vediamo degli altri.

Vediamo la loro sicurezza.
Non vediamo i loro dubbi.
Vediamo il risultato.

Non sempre conosciamo il percorso che c’è dietro.

Confrontarti può essere utile per imparare. Molto meno quando diventa il metro con cui stabilisci quanto vali.

10. Considera la fiducia come qualcosa che si allena

Forse questo è il punto più importante.

Molte persone pensano:

“Sono fatto così.”
“Non sono mai stato sicuro di me.”
“Gli altri hanno carattere, io no.”

Ma la fiducia può crescere attraverso l’esperienza.

Ogni volta che:

  • affronti una conversazione che avresti preferito evitare;
  • esprimi un’opinione senza cercare immediatamente approvazione;
  • prendi una decisione difficile;
  • superi un errore;
  • affronti una situazione nuova;

stai raccogliendo prove concrete del fatto che puoi fidarti un po’ di più di te stesso.

La fiducia non arriva prima dell’azione.
Molto spesso arriva dopo, quando scopri di essere riuscito ad affrontare ciò che temevi.

Se hai perso sicurezza nel tuo ruolo

Può succedere anche a chi fino a ieri si sentiva perfettamente solido.

Un nuovo incarico, un collaboratore difficile, una contestazione, un errore o un periodo particolarmente complesso possono farti dubitare del tuo modo di guidare.

Non significa necessariamente che tu abbia perso le tue capacità.

Può significare che hai bisogno di ritrovare un punto d’appoggio e capire dove la tua sicurezza ha cominciato a vacillare.

Hai perso sicurezza nel tuo ruolo di guida? In due sessioni mirate puoi ritrovare più equilibrio e chiarezza nel tuo stile di leadership.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

I risultati al lavoro non arrivano? Concediti il diritto di “sentirti giù”

risultati al lavoro

I clienti sono sempre più imprevedibili.
Le previsioni saltano.
I risultati al lavoro non arrivano.

Un progetto sul quale avevi investito tempo ed energie non funziona come speravi.

Pianificare, analizzare, organizzare e verificare ci aiuta a lavorare meglio. Ma può anche darci l’illusione di avere tutto sotto controllo.

Poi qualcosa va storto.

E quando gli eventi prendono una direzione diversa da quella prevista, arrivano preoccupazione, tensione e frustrazione.

Dormiamo poco e male.
Ci sentiamo stanchi.
Pensiamo cosa fare diversamente.

E quel nodo alla gola non va né giù né su.

Risultati al lavoro? Alcuni periodi sono semplicemente peggiori di altri

Ci sono giorni in cui non ci sentiamo all’altezza.

Siamo sopraffatti, sfiduciati, ansiosi.

Cominciamo a mettere in discussione quello che facciamo e, qualche volta, persino quello che valiamo.

Sai di cosa sto parlando.

Capita a tutti di attraversare momenti in cui ci si sente inadeguati al lavoro.

Il problema è che proprio in questi momenti possiamo diventare particolarmente severi con noi stessi.

Ci giudichiamo mentre siamo stanchi, delusi o preoccupati. E da quella posizione rischiamo di arrivare a conclusioni molto più pesanti della realtà.

“Non sono abbastanza bravo.”

“Ho sbagliato tutto.”

“Forse non sono più capace.”

“Gli altri riescono. Io no.”

Un risultato negativo dice qualcosa su ciò che è accaduto.
Non necessariamente su quanto vali.

Prima di emettere sentenze su te stesso, prova a distinguere i fatti dalle conclusioni che stai traendo.

Se i risultati non arrivano, concediti di “sentirti giù”

Un momento di sconforto non è un segnale di debolezza.

Non devi necessariamente reagire subito.

E non devi ascoltare per forza chi cerca di tirarti su con frasi come:

  • “Ma dai, che cosa vuoi che sia…”
  • “Non pensarci.”
  • “Devi reagire.”
  • “Forza, guarda avanti.”

Magari lo dice con le migliori intenzioni. Ma tu, in quel momento, potresti avere bisogno di altro.

Di fermarti.
Di riconoscere la delusione.
Di capire che cosa ti ha colpito così tanto.

Non fingere serenità e produttività solo per dimostrare che sei forte. E non riempirti immediatamente di attività per evitare di sentire quello che stai provando.

Non forzare il tempo di recupero

Quando qualcosa scuote la nostra sicurezza, abbiamo spesso fretta di tornare quelli di prima.

Ma non tutto deve essere sistemato immediatamente.

Prenditi il tempo necessario.

Non per crogiolarti nello sconforto, ma per lasciare sedimentare ciò che è successo e recuperare lucidità.

Potresti chiederti:

  • Che cosa mi ha ferito davvero di questa situazione?
  • Sto giudicando me stesso o sto valutando un risultato?
  • Che cosa dipendeva da me e che cosa no?
  • C’è qualcosa che posso imparare da quanto è accaduto?
  • Qual è il prossimo passo utile, quando sarò pronto a farlo?

Ripartire non significa cancellare in fretta ciò che provi.
Significa riuscire, poco alla volta, a guardarlo con maggiore lucidità.

Se hai vissuto un momento che ha scosso la tua sicurezza, è il momento di rimettere al centro te stesso.

Scopri il coaching per ritrovare autostima e solidità interiore dopo una fase complessa.

Quando tornerà un po’ di calma mentale, potrai guardare quello che è successo con maggiore distanza e decidere che cosa fare.

Non necessariamente più forte di prima. Ma più consapevole di ciò che ti è successo e di ciò che ti serve adesso.

10 modi di apparire più autorevole al lavoro (anche se non lo sei)

autorevole al lavoro
Quando dai una disposizione ti sudano le mani?
Sei timido, schivo.
Introverso.

Sembri più giovane del tuo ruolo (per via del look, dell’abbigliamento, ecc.)
e senti di dover accumulare più credito e considerazione intorno a te?

Ti senti un “tenerone” ma devi gestire collaboratori — 2 o 20 poco importa — e hai bisogno di emanare più rigore e autorevolezza?

Essere più autorevole al lavoro parte da te.

Potrei dirti:

“È solo una questione di approccio” oppure potresti leggerlo nel mio libro “Autorevolezza” (NUOVA edizione aggiornata 2025).

Ma lo sai già:
queste frasi non ti faranno sentire, per magia,
più sicuro, rilassato e solido.

Molti — soprattutto giovani leader — minano la propria autorità senza rendersene conto.

Poi si chiedono (e mi chiedono) perché non vengono rispettati.

L’autorevolezza non è una questione di posizione.
È una questione di percezione.

Ecco 10 modi per “traspirare” fiducia ed essere più autorevole al lavoro:

1. Sapere cosa dire quando non sai la risposta

Dire “non lo so” non è una tragedia.
Ripeterlo spesso, senza alternativa, sì.

Se ti imbarazzi, quando non conosci la risposta,
e te-ne-esci con un arrendevole “Non lo so”,
spingi le persone ad andare da altri …

a non venire da te, la prossima volta!

Addio essere autorevole al lavoro.
Meglio prepararsi risposte più efficaci.

Approfondisci nel mio post
“Cosa dicono i leader quando non conoscono la risposta”.

2. Non arrabbiarti (né mostrarlo)

Chi è sicuro non ha bisogno di ostilità.

Puoi essere serio, pensieroso, fermo.
Non aggressivo.

Sei consapevole di avere l’autorità e la competenza per risolvere i contrasti e i problemi.

3. Fai della comunicazione la tua alleata

Parla più lentamente.
Alza il volume.
Abbassa il tono a fine frase.

Usa pause.

Elimina riempitivi tossici
(“uhm”, “credo”, “vero?”).

Presta attenzione al tuo tono di voce.
Non essere esitante o incerto.

Evita di finire le frasi innalzando il tono come se stessi facendo una domanda, a meno che sia veramente una domanda.

Non aver fretta di rispondere.
Utilizza le pause in modo efficace.

4. Sii allineato con capo e azienda

Nulla distrugge più velocemente l’autorevolezza di una tua direttiva smentita un minuto dopo dal tuo capo, il big-boss o dal titolare.

È importante che tu sia allineato su procedure,
modus operandi dell’azienda,
questioni difficili o sensibili.

Se riesci a “sincronizzarti” in anticipo,
sarai in grado di agire con più fiducia,
sapendo che nessuno ritratterà quello che hai detto o fatto.

5. Smetti di voler piacere

Quando non sei ancora sicuro della tua autorità,
cerchi l’approvazione e “l’amore” degli altri.

Col tempo succede l’esatto contrario:
i problemi vanno risolti,
i collaboratori sono frustrati
e si lamentano con tanti saluti …

all’autorevolezza del leader!

Cercare approvazione indebolisce.

Il tuo obiettivo non è essere amato,
ma essere efficace e rispettato.

6. Usa una postura autorevole

Prenditi spazio.
Schiena dritta, piedi saldi, mani visibili.

Il corpo parla prima di te.

Al contrario, posture non pertinenti
(chiuso in te stesso, testa e sguardo di lato,
postura molle o troppo rilassata, ecc.)
indicano scarsa fiducia e bassa autostima.

7. Impara a reggere il silenzio

Il silenzio è una fonte di grande forza.
Lao Tzu

Molte persone sentono il silenzio come un segno di debolezza, e lo “colmano” parlando.

Purtroppo.

Utilizza le pause e il silenzio per creare maggior effetto mentre parli,
aiuta a conferire autorità al tuo pensiero.

Prenditi qualche secondo (per raccogliere i pensieri),
prima di rispondere.

Quel piccolo periodo di silenzio dimostrerà la forza del tuo pensiero.

8. Non metterti sulla difensiva

Accogli obiezioni e aggiustamenti.
Mostrano sicurezza, non debolezza.

Se ti metti sulla difensiva,
quando le tue idee o le tue azioni sono messe in discussione,
in realtà metti in evidenza la tua insicurezza.

9. Sii diretto

Dire ciò che va detto è sempre più autorevole che evitarlo.

La comunicazione efficace è il primo passo verso il tuo successo.

Non evitare conversazioni difficili o scomode,
apparirai molto più autorevole al lavoro dicendo quello-che-deve-essere-detto.

Semplicemente.

10. Fronteggia e guarda negli occhi

Non fissare.
Ma torna con lo sguardo.

La tua presenza passa anche da lì.

Se guardi verso il basso mentre parli,
sembrerai insicuro,
e le tue parole perderanno effetto.

Forza.

Come un animale afferma la sua autorità, così tu puoi assumere la posizione di “potere”,
fronteggiando (nel senso di stare di fronte) direttamente il tuo interlocutore.

Si può imparare a essere più autorevoli al lavoro?

Sì.

L’errore più grande è dire:
“Sono fatto così”.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a trasformare il tuo stile senza snaturare chi sei.

Autorevolezza non è durezza.
È chiarezza, presenza e coerenza.

Quando cambi il modo in cui ti esprimi, cambia il modo in cui vieni trattato.

8 cose da fare quando detesti il tuo capo ma ami il tuo lavoro

odiare il capo

“Pillola azzurra: fine della storia , domani ti risveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai ”

“Pillola rossa”: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio ”

Morpheus (Matrix)

Avere un lavoro che si odia può essere terribile.

Ecco perché la maggior parte delle persone ti dirà che, se hai un lavoro che ami, devi tenertelo ben stretto.

È perfetto.
Ti rappresenta.
Ti appassiona.

Il vero problema è il capo.

Se vuoi continuare a vivere il tuo sogno professionale e sai per certo che questa persona continuerà a girarti intorno, a controllarti, a logorarti …

allora devi trovare un modo per uscire da questa trappola.

Che fare?

Resistere o gettare la spugna?
Pillola rossa o pillola blu?

  • Non è una situazione facile
  • Mollare? E se poi non trovi nulla?
  • Restare? Con il rischio di un’ulcera e una vita privata destabilizzata?

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, avere un capo ingestibile è uno dei motivi principali per cui le persone iniziano a cercare un nuovo lavoro.

A volte lavoriamo con persone che rispettiamo e che ci rispettano.

Altre volte, lavoriamo con qualcuno che a malapena sopportiamo.

Alcuni boss sono stronzi perché è stato insegnato loro che dovevano esserlo.

Altri lo sono diventati, un po’ alla volta.

Il mercato del lavoro è quello-che-è

Non possiamo uscirne ogni volta solo perché lavoriamo per qualcuno che non ci piace.

Ecco come farci crescere la pelle più spessa…

e come gestire una persona che non possiamo decidere di non vedere ogni (santa) mattina.

1. Fermati a riflettere

Tutti credono di essere nel giusto.
Anche il tuo capo.

È il momento di fare un passo indietro e porti alcune domande scomode:

  • Sei tu (in parte) il problema?
  • Stai contribuendo a questa situazione?
  • Hai l’abitudine di puntare il dito contro gli altri per insoddisfazione?
  • Hai avuto rapporti difficili anche in altri lavori?
  • Qual è il comune denominatore?

Forse è il momento di fare un lavoro interiore per ritrovare serenità professionale.

Un mio cliente desiderava ardentemente una promozione.

Quando tardò ad arrivare,
iniziò a odiare il capo.

Diventò svogliato.
Ridusse l’impegno.
Si sentiva “giustificato”.

Il risultato?
Peggiorò tutto.

2. Capire il motivo di odiare il capo

Un passo fondamentale è identificare le vere ragioni del tuo malessere.

Chiediti:

  • Cosa ti dà davvero fastidio?
  • È solo un coxxxxne?
  • È offensivo?
  • Non ti dà direzione, priorità, guida?

È un cattivo manager o una cattiva persona?

Nel primo caso, puoi lavorare su struttura e strategia.

Nel secondo, devi affrontare il problema subito o trovare una via d’uscita.

Il tuo lavoro merita passione, non risentimento.

3. Considera la prospettiva del tuo capo

Domande scomode (di nuovo):

  • Gli hai dato motivi per non fidarsi?
  • Arrivi spesso in ritardo?
  • Sembri annoiato o disattento?

Il tuo capo è davvero prepotente o sta semplicemente assumendosi la responsabilità di decidere?

Anche se risponde male,
potrebbe avere sulle spalle pressioni
che non immagini nemmeno.

Provare a comprendere la sua prospettiva non significa giustificarlo.

4. Quando sei frustrato, ricordati perché ami il tuo lavoro

Quando la tolleranza scende a zero,
l’unica tentazione è dimettersi.

Aspetta un attimo!
Hai lavorato duramente per arrivare lì.

In questo momento, migliaia di persone svolgono lavori che odiano perché non hanno alternative.

Ricordati perché ami ciò che fai:
creatività, impatto, utilità, significato.

Davvero vuoi buttare tutto per colpa di uno stronzo?

5. I capi passano. La passione resta.

Chi raggiunge grandi risultati è spinto da una vocazione.

Sportivi, imprenditori, artisti.
Fanno ciò che amano.

Quando ami quello che fai:

  • sei più energico
  • più creativo
  • efficace

E ottieni di più.

6. Mai perdere la calma

È la chiave di tutto.

Perdere la calma significa perdere autorevolezza.

E spesso, il lavoro!

7. Odiare il capo? Le opzioni

  • Opzione 1 – Trasferimento interno

Se ha senso e se disponibile.

  • Opzione 2 – Cambiare lavoro (dopo averne trovato un altro)

È il motivo più comune per cui le persone se ne vanno.

  • Opzione 3 – Lasciare senza alternativa

Rischioso.
A volte necessario.
Valuta bene.

  • Opzione 4 – Riparare il rapporto

Confronto diretto.
Con o senza mediatore.
Rischioso, ma possibile se l’altro è ricettivo.

  • Opzione 5 – Accettare e aspettare

A volte, chi è tossico si auto-elimina.
Serve tempo.
E nervi saldi.


Prima di bussare alla porta del tuo capo:

prepariamo come posizionarti,
cosa dire esattamente,
come sostenere la conversazione.

Il percorso di coaching ti dà strategia + sicurezza reale, non solo incoraggiamento. →
Scopri il servizio.

8. Come convivere con un capo che detesti

Il risentimento non cambia nulla.
Puoi cambiare solo la tua reazione.

Concentrati su ciò che vi unisce:
obiettivi, risultati, stipendio.

Accetta critiche costruttive.
Mai screditarlo davanti agli altri.

Sfogati pure.
Ma davanti a uno Spritz.
Con un amico fidato.

Conclusione

Odiare il capo non deve spegnere il tuo entusiasmo.
Può diventare:

  • un banco di prova
  • una palestra di leadership
  • un punto di svolta

La pillola rossa non è scappare.
È scegliere consapevolmente come reagire.

Se vuoi prendere il controllo e rafforzare le tue abilità, sai dove trovarmi.

8 modi di correggere gli altri senza essere un arrogante saputello

correggere
Correggere senza ferire: 8 modi per non sembrare un so-tutto-io.

Correzioni.
Puntualizzazioni.
Precisazioni.

In nessun luogo come in ufficio sono così necessarie.

Se sei un manager o un team leader, probabilmente non fai fatica a prendere da parte un membro del team e segnalare un errore.

Ma cosa succede quando le informazioni imprecise arrivano da:

  • un collega
  • un pari grado di un altro dipartimento
  • oppure (peggio) dal tuo capo o dai titolari dell’azienda?

Qui la faccenda cambia.

Il rischio nascosto dietro ogni correzione

Quando correggi qualcuno non sai mai come reagirà.

Senti che è tuo dovere sistemare le cose.
Ma allo stesso tempo ti chiedi:

Mi ringrazierà?
O farà un sorriso di circostanza… legandosela al dito?

Non vuoi sembrare arrogante.
Non vuoi passare per il saputello.

Fai bene.

Nel mio libro “Autorevolezza” ho dedicato un intero capitolo a questo tema: oggi le persone sono più suscettibili, più esposte, più rapide a sentirsi attaccate.

Basta una parola fuori posto.
Un tono sbagliato.
Un gesto di troppo.

E il rapporto professionale si incrina.

Potresti pensare: “E chi se ne importa.”

Ma se il tuo lavoro dipende anche dalla qualità delle relazioni, allora sì: ti conviene continuare a leggere.

Non è un caso che la capacità di lavorare in gruppo sia tra le competenze più richieste nel mercato del lavoro attuale.

8 modi per correggere senza risultare presuntuoso:

1. Chiarisci le tue motivazioni

Perché vuoi correggere?

L’errore è davvero rilevante?
O vuoi dimostrare quanto sei brillante?
Perfezionismo?
Ego?

Le tue intenzioni influenzano l’impatto.

Se non sei sicuro delle motivazioni, meglio tacere.

È preferibile non dire nulla piuttosto che rovinare un rapporto costruito in anni.

2. Valuta se la correzione è necessaria

Se conosci bene la persona, sai già cosa puoi dire.

Se invece avete interagito poco, procedi con cautela.

Potrebbe essere molto sensibile.
Potrebbe prenderla sul personale.

3. Cura il COME, non solo il COSA

Spesso la differenza la fa il modo.

Tono.
Sguardo.
Postura.
Mimica.

Evita frasi secche e taglienti.
Evita braccia conserte e fronte corrugata.

Meglio aprire una conversazione:

“Sto guardando il report XY e c’è qualcosa che non mi torna a pagina 3. Possiamo rivederlo insieme?”

Molto diverso da:

  • “Ci sono errori a pagina 3. Rivedila.”

Stesso contenuto.
Impatto opposto.

4. Mai correggere pubblicamente (se puoi evitarlo)

Correggere davanti ad altri crea imbarazzo.

E mette l’altro sulla difensiva.

Scegli il faccia-a-faccia privato.

Dai alla persona la possibilità di “salvare la faccia”.
Rafforzerai la relazione invece di incrinarla.

Eccezione: se l’errore sta facendo perdere tempo o porterà a gravi conseguenze, intervenire pubblicamente può essere necessario.

In quel caso sii rapido, neutro, professionale.

5. Evita le correzioni via e-mail

La mail amplifica i fraintendimenti.

Il tono si perde.
Le intenzioni vengono interpretate.

Meglio parlarne di persona.

6. Usa le domande

Le domande abbassano il livello di tensione.

Passi da una posizione “correttiva” a una collaborativa.

Per esempio:

  • “Vedo che vuoi coinvolgere Anna fin dall’inizio. Pensi che un ingresso posticipato potrebbe snellire il processo?”

Non stai imponendo.

Stai ragionando insieme.

7. Focalizzati sull’errore, non sulla persona

Molte persone si identificano con ciò che fanno.

Se sbagliano, pensano di essere sbagliate.

Crea distanza tra comportamento e identità.

Frasi come:

“Potrei sbagliarmi, ma…”
rendono la correzione più digeribile.


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8. Offri prove, aiuto e soluzioni

Non limitarti a segnalare l’errore.

Spiega il ragionamento.
Offri supporto.

  • “Ho affrontato una situazione simile il mese scorso. Se vuoi, ti mostro come l’ho gestita e troviamo insieme la soluzione.”

Il “noi” cambia tutto.

Comunica che l’altro resta parte importante della squadra.

Nei momenti di tensione, un buon feedback può cambiare la direzione di una relazione professionale.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” e impara a comunicare con autorevolezza anche nelle situazioni più complesse.

La linea sottile

Correggere non è semplice.

Si cammina su una linea sottile tra produttività e presunzione.

Si procede con attenzione.

9 scuse che devi smettere di raccontarti se vuoi fare davvero qualcosa nella vita -2

scusa per non agire

Leggi anche la parte 1.

5. “Gli altri hanno qualcosa in più”

Molti hanno più talento di me.
Alcuni sono più belli.
Più brillanti, divertenti.
Più ricchi.

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Tutti facciamo paragoni e confronti perché temiamo di non essere “abbastanza”.
Ma questi non sono paragoni sani.
Confrontare i peggiori pensieri su di noi con la migliore percezione possibile (che abbiamo) degli altri è altamente frustrante e limitante.

Così fermati.
Ammettilo: alcune persone hanno più talento di te, altre un po’ meno.
Alcuni hanno più esperienza, altri un po’ meno.
Sergio ha un dono come broker , Alessandro è un venditore eccezionale, Sandra è una creativa brillante …
e allora?
Sergio forse non è intuitivo come te, Alessandro è un bravo venditore ma non ha la tua competenza tecnica, Sandra è creativa ma non ha la tua concretezza.

Il confronto è sempre eccessivo.

6. “Un giorno lo farò”

“In questo periodo sono stressato”.
“Non sono ancora pronto”
“Non è il momento giusto.”
“Dal 1° gennaio comincio.”
“Dopo le vacanze comincio.”

“Lo farò …
quando finisco l’università,
quando troverò lavoro,
appena mi sposo,
quando avrò figli,
quando i figli saranno sistemati,”

Parliamo spesso al futuro o al condizionale: “Farò” o “Vorrei”.

Abbiamo paure che ci impediscono di passare subito all’azione.
Camuffiamo i nostri timori parlando senza sosta di ciò che faremo.
Un giorno.

 


 

Non lasciarti immobilizzare da questa scusa per non agire, dalla sindrome di “domani”: il tempo giusto per l’azione è “oggi”.
Rimandare serve solo a continuare a vivere la vita a metà senza “approfittare” di ogni giorno che hai a disposizione.

Iniziare “da domani”, “da lunedì”, “dal mese prossimo”, ecc … non ti farà cominciare mai.
Devi fare il primo passo adesso perché non esiste il giorno o l’ora giusta per iniziare a fare qualcosa.

Fallo in questo momento,
subito.

7. “Non sono portato”

Pensare di “non essere portato”,
di “non averlo tra le corde”,
di “essere negato”
è un vero e proprio auto-sabotaggio delle tue possibilità e della tua autostima!

La tua mente è così condizionata da pensieri limitanti sulle tue possibilità e
(di conseguenza) agirai con meno sicurezza e decisione, ottenendo risultati inferiori!

Quindi pensare di non essere “portati a” è vero solo fino a quando non sarai tu a crederci
Se ritieni “di non essere abbastanza” allora non sarai mai abbastanza.
Questa scusa per non agire avrà preso il sopravvento.

Non lasciare mai che questi pensieri t’impediscano di fare quello che vuoi.
Guardati intorno,
ci sono persone di tutte le età, con situazioni finanziarie pessime che sono riuscite a fare grandi cose.
Non è mai troppo tardi.

8. “Non ho le conoscenze giuste”

“È inutile … non ho conoscenze in alto”
“Tanto arrivano sempre i raccomandati”

Nessuno è così naif da non credere al clientelismo, al favoritismo, al nepotismo.
Nessuno è così ingenuo da credere che tutte le persone “arrivino” solo perché sono brillanti e geniali.

 
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Raccomandazioni e spintarelle ci sono sempre state.
E ci saranno sempre.
Non dobbiamo rassegnarci a questo.
Ma dobbiamo accettarlo ed evitare di prenderla come una scusa per non muoverci.
Per non agire.
Per non passare all’azione.
È solo una scusa per non agire.

Convincersi che non si arriverà da nessuna parte perché non si hanno le conoscenze giuste …
non cambierà lo stato di cose.
Anzi.
Questa credenza limitante andrà ad assorbire energia al tuo potenziale,
rendendoti meno performante nel perseguimento del tuo obiettivo.

“La raccomandazione non è un favore fatto a qualcuno,
è un torto fatto agli altri.”

Pino Caruso

9. “Non sono coraggioso”

Se stai aspettando il giorno, in cui non sentirai più la paura,
per poter fare qualcosa di significativo,
(scusa se te lo dico ma) potresti aspettare tutta la vita.

Le persone coraggiose sentono la paura.
Non fuggono davanti la paura.
Quando la sentono, “spingono”per superarla.
Questa è la differenza tra la persona coraggiosa e tutti gli altri.

Il coraggio è un muscolo.
Diventa più forte ogni volta che si utilizza.
Se non lo utilizzi,
non diventerai mai forte (i muscoli s’indeboliscono se non li usi, vero?)

Spingi (fletti il muscolo del coraggio) oggi,
esercita il coraggio.
e sarai più coraggioso domani.

Quando lo fai,
la paura perderà il suo potere.

Prendi coscienza che una scusa per non agire distrugge il tuo potenziale

Quando consentiamo ai nostri sogni di morire,
la vita diventa insoddisfacente e triste.
Perdiamo la gioia e la felicità.

Oggi è il giorno (giusto) per cominciare a correggere tutte le bugie che ti sei inconsciamente raccontato e che hai accettato come la “tua realtà” .
Inizia il processo di guarigione.
È necessario sconfessare tutte le false idee “su chi sei”, “cosa si può” o “non si può fare”.

Ora puoi disfarti di tutto ciò che ti sei raccontato,
ed è necessario farlo ora.
Adesso.