Non farti abbagliare .. la posizione di leadership non ti rende leader

posizione di leadership
Come ho scritto nei miei libri, non sono poche le persone convinte che per diventare leader basti un titolo.

Una promozione.
Un ufficio più grande.
Un team da gestire.
Persone che seguono disposizioni e direttive.

Poi c’è chi, raggiunti rango e autorità, pensa che la leadership sia arrivata automaticamente insieme alla nuova posizione.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Il titolo non ti fa leader

Non diventi improvvisamente un leader perché ti hanno promosso o perché sul tuo biglietto da visita compare un nuovo ruolo.

La posizione ti attribuisce un’autorità formale. Ti permette di prendere decisioni, assegnare compiti, stabilire priorità.

Ma questo non significa necessariamente che le persone ti riconoscano come leader.

La leadership non è rango, privilegio, titolo o denaro.

È responsabilità.

È il modo in cui prendi decisioni, affronti i problemi, gestisci la pressione e tratti le persone.

È quello che fai quando qualcosa va storto.
Quando devi assumerti una responsabilità.
Quando sarebbe più facile scaricarla su qualcun altro.

Puoi avere autorità senza avere autorevolezza

Ogni giorno incontriamo persone che occupano posizioni importanti ma faticano a guidare chi lavora con loro.

Hanno il ruolo.
Hanno il potere decisionale.

Ma non hanno necessariamente la fiducia, la stima e il rispetto delle persone.

Puoi obbligare un collaboratore a eseguire una disposizione perché sei il suo capo. È molto più difficile fare in modo che quella persona si fidi della tua guida.

Questa differenza non dipende dal ruolo.
Dipende da come ti comporti.

La leadership si vede nei comportamenti

Un leader non deve continuamente ricordare agli altri di essere il capo.

Dà direzione.
Prende decisioni.
Si assume responsabilità.
Sa ascoltare e, quando serve, sa anche dire NO.

Non pretende dagli altri comportamenti che lui per primo non è disposto a mettere in pratica.

Guida con l’esempio.

È soprattutto nei momenti difficili che la posizione conta meno e la leadership diventa visibile.

Quando aumenta la pressione.
Quando il team sbaglia.
Quando arriva una decisione impopolare.
Quando bisogna metterci la faccia.

È lì che le persone capiscono chi hanno realmente davanti.

Non hai bisogno di una posizione di leadership per comportarti da leader

Vale anche il contrario.

Puoi esercitare leadership senza essere responsabile di un team, senza avere un titolo importante e senza occupare una posizione gerarchica.

Puoi farlo dove sei adesso.

Prendendo iniziativa.
Assumendoti responsabilità.
Aiutando gli altri a trovare una direzione.
Diventando una persona affidabile nei momenti complicati.

Puoi avere un’influenza positiva sulle persone che ti circondano, siano 2, 20 o 200.

Quindi non farti abbagliare dal titolo che hai ottenuto. E neppure scoraggiare da quello che ancora non hai.

La posizione può darti autorità.
La leadership devi dimostrarla.
Ogni giorno
.

La skill fondamentale di successo .. quella che proprio non ti aspetti

skill di successo
Hai grandi obiettivi per il futuro, ma ogni tanto ti chiedi se hai davvero tutto quello che serve.

Passione.
Competenza.
Coraggio.
Tenacia.

Basta?

C’è una capacità di cui si parla molto meno e che, invece, può fare una grande differenza: saper reggere l’insuccesso.

La vera misura del carattere di una persona emerge anche da come reagisce quando qualcosa va storto.

Quando perde.
Quando viene respinta.
Quando, nonostante l’impegno, non raggiunge l’obiettivo.

La skill di successo che non ti aspetti?
Non evitare l’insuccesso.
Imparare a reggerlo.

Le persone di successo sanno “fallire bene”

Sembra una contraddizione.

Siamo cresciuti con l’idea che successo e fallimento siano agli estremi opposti: se hai successo non fallisci, se fallisci significa che qualcosa non funziona.

La realtà professionale racconta una storia diversa.

Chi prova, decide, si espone e punta a qualcosa di importante prima o poi sbaglia. Riceve un NO. Perde un’opportunità. Fa una scelta che non funziona.

La differenza non sta nell’evitare tutto questo.

Sta in ciò che fai dopo.

Un detto giapponese dice:

“Cadi sette volte, rialzati otto.

Ecco alcuni modi per imparare a “fallire bene”.

1. Accetta quello che senti

Fallire, non riuscire, non centrare un obiettivo fa male.

A volte molto male.

Non serve fingere che non sia successo niente, distrarsi a tutti i costi o cercare immediatamente un colpevole.

Accetta la delusione. Elaborala.

Concediti il tempo necessario, senza però trasformare quel momento in settimane di recriminazioni e autocommiserazione.

Perché prima o poi dovrai fare la cosa più importante: decidere quale sarà la tua prossima mossa.

2. Non confondere un insuccesso con quello che sei

Dopo una sconfitta è facile passare da:

“Ho fallito.”

a:

“Sono un fallimento.”

Sono due cose completamente diverse.

Un risultato negativo riguarda un evento, una scelta, un tentativo. Non è una sentenza sulla tua persona o sulle tue capacità.

Hai commesso un errore. Non sei un errore.

Il fatto che oggi qualcosa non abbia funzionato non significa che succederà anche domani.

3. Se vuoi fare qualcosa di importante, prima o poi sbaglierai

Più alzi l’asticella, più aumentano anche le possibilità di incontrare ostacoli, errori e rifiuti.

È il prezzo dell’esposizione.

Se vuoi eliminare completamente la possibilità di fallire, esiste una soluzione piuttosto semplice: non provare niente di nuovo.

Ma difficilmente crescerai.

Chi si mette in gioco accetta anche una certa dose di rischio.

Non significa essere incoscienti. Significa sapere che non possiamo pretendere di avere sempre la certezza del risultato prima di muoverci.

4. Usa l’insuccesso per capire

Un risultato negativo può essere un ottimo feedback.

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Hai sbagliato strategia?
  • Ti mancavano competenze?
  • Hai sottovalutato qualcosa?
  • Hai insistito troppo?
  • Oppure hai semplicemente bisogno di più tempo?

Non cercare subito una giustificazione.

Cerca un’informazione utile.

Il fallimento diventa veramente inutile quando non impariamo niente da ciò che è successo.

5. Non tenerti tutto dentro

Dopo una battuta d’arresto professionale potresti avere voglia di chiuderti e rimuginare.

Parlarne con una persona di cui ti fidi può aiutarti a vedere ciò che, in quel momento, fai fatica a vedere da solo.

Non hai necessariamente bisogno di qualcuno che ti dica “Andrà tutto bene”.

A volte serve semplicemente un punto di vista diverso dal tuo.

Qualcuno che faccia una domanda che non ti eri posto o che ti aiuti a ridimensionare quello che, nella tua testa, sta assumendo proporzioni enormi.

6. Dopo aver elaborato, torna all’azione

Riflettere è utile.
Rimuginare all’infinito no.

A un certo punto devi trasformare quello che hai imparato in qualcosa di concreto.

Rivedi il piano.
Cambia approccio.
Acquisisci una competenza.
Chiedi aiuto.
Fai un nuovo tentativo.

Non devi avere già pronta la strategia perfetta.

Devi ricominciare a muoverti.

Anche con un passo piccolo.

7. Non perdere l’entusiasmo

Una battuta d’arresto può toglierti energia. Diverse battute d’arresto consecutive possono farti dubitare dell’intero progetto.

È qui che la capacità di reggere l’insuccesso diventa decisiva.

Non significa ripetere ostinatamente sempre la stessa cosa.

Puoi cambiare strategia, strumenti, tempi e persino obiettivo.

Ma evita di trasformare automaticamente un risultato negativo nella prova che “non ce la farai mai”.

Perseverare non significa continuare a sbattere contro lo stesso muro.
Significa continuare a cercare una strada.

La skill di successo? Tollerare l’insuccesso

La paura di fallire ci rende prudenti. E un po’ di prudenza è utile.

Il problema nasce quando diventa così forte da impedirci di provare, chiedere, cambiare, esporci.

Se vuoi raggiungere un obiettivo importante devi accettare che qualcosa possa andare storto.

Non devi amare il fallimento.

Non devi nemmeno raccontarti che “fallire è bellissimo”. Quando succede, spesso non lo è affatto.

Devi però essere capace di sopportarlo, comprenderlo e ripartire.

Questa è una skill di successo molto meno appariscente del talento, della sicurezza o del carisma.

E forse proprio per questo è una delle più importanti.

Bravura e talento non basta! Occorrono duro lavoro e tenacia. Grinta.

crescita professionale

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”.

Usain Bolt

Ci sono persone particolarmente dotate.
Talenti naturali.
Persone alle quali certe cose sembrano venire più facilmente.

E poi ci siamo noi.

Quelli che devono provare, sbagliare, riprovare. Quelli che guardano il collega più brillante e pensano:

“Lui è portato. Io no.”

Perfetto. La scusa per mollare, rinunciare o non provarci nemmeno è servita.

Il talento conta. Ma non basta.

Competenza, capacità e talento sono importanti. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.

Ma nella crescita professionale entra in gioco anche qualcos’altro: la capacità di continuare quando i risultati non arrivano subito.

Tenacia.
Costanza.
Grinta.

La psicologa Angela Duckworth ha utilizzato proprio il concetto di “grit” per descrivere la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo.

Non significa insistere ciecamente.

Significa continuare a lavorare su qualcosa anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, arrivano gli ostacoli e sarebbe molto più facile lasciar perdere.

Il talento può darti un vantaggio.
La tenacia decide quanto a lungo sei disposto a giocartelo.

La crescita professionale si costruisce nel tempo

È facile essere determinati quando tutto funziona.

Molto meno quando ricevi un NO, una promozione non arriva, qualcuno sembra avanzare più velocemente di te oppure scopri che devi ancora imparare molto.

È lì che la grinta diventa importante.

Vuol dire saper resistere alle distrazioni, reggere una battuta d’arresto e tornare al lavoro.

Non per una settimana.
Non soltanto quando sei motivato.

Ma abbastanza a lungo da permettere alle tue capacità di crescere e produrre risultati.

Non invidiare soltanto il talento degli altri

Puoi incontrare qualcuno più brillante, più preparato o naturalmente più portato di te.

Succederà.

Ma il confronto sul talento dice solo una parte della storia.

Non sai quanto quella persona stia lavorando.
Quanto sappia reggere la frustrazione.
Come reagisca davanti a una sconfitta.
Se continuerà quando le cose diventeranno difficili.

E soprattutto, il talento degli altri non diminuisce quello che puoi costruire tu.

Non puoi decidere quanto talento possiedi.
Puoi decidere cosa farne e quanto sei disposto a lavorarci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Grinta non significa non mollare mai

Anche questo va chiarito.

Perseverare non significa intestardirsi su una strada che evidentemente non funziona.

Puoi cambiare strategia.
Correggere un errore.
Chiedere aiuto.
Acquisire nuove competenze.
Persino cambiare obiettivo.

La tenacia non sta nel continuare a fare sempre la stessa cosa.

Sta nel non arrendersi alla prima difficoltà soltanto perché il risultato tarda ad arrivare.

Talento e bravura sono ottimi punti di partenza.

Ma se vuoi costruire qualcosa nel tempo, serviranno anche duro lavoro, capacità di rialzarti e perseveranza.

Confrontarsi con gli altri: il metodo infallibile per farsi tanto male

confrontarsi con gli altri
“Al lavoro sono tutti migliori di me”
“Gli altri hanno qualcosa in più”
“Roberta ha un passo in più”

Un tuo caro amico ti chiama e ti dice che è stato promosso.

Come ti senti?

Felice per lui? Oppure qualcosa comincia a muoversi dentro: gelosia, amarezza, frustrazione?

Se sei abituato a confrontarti con il collega che ha ottenuto la promozione, l’amico che ha avviato la sua attività o la persona che sembra avere sempre una marcia in più, sai quanto può essere facile uscirne male.

Perché alcune persone hanno davvero più talento, esperienza o competenza di te in un determinato ambito.

E allora?

Ci confrontiamo perché temiamo di non essere abbastanza

Dario è un broker eccezionale.
Alex sa vendere meglio di te.
Sabrina ha una creatività che vorresti avere.

Può essere vero.

Il problema nasce quando prendi una loro qualità e la trasformi nella misura di tutto il resto.

Vedi ciò che quella persona sa fare bene e dimentichi ciò che sai fare tu. Confronti il suo punto di forza con una tua debolezza.

Una gara costruita così puoi soltanto perderla.

Nel confronto vediamo spesso il meglio degli altri e lo confrontiamo con ciò che ci piace meno di noi.

Dario potrebbe non avere la tua capacità di analisi. Alex potrebbe essere un grande venditore ma non avere la tua competenza tecnica. Sabrina potrebbe essere molto creativa e meno concreta di te.

Non significa che tu sia migliore.

Significa semplicemente che le persone non possono essere ridotte a un’unica classifica.

Confrontarsi continuamente è il pass per l’insoddisfazione

Nel confrontarsi con gli altri, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te in qualcosa.

Più competente.
Più brillante.
Più veloce.
Più sicuro.
Più avanti nella carriera.

Se utilizzi gli altri come metro permanente del tuo valore, troverai sempre qualcuno con cui perdere.

E c’è un altro problema.

Conosci molto bene i tuoi dubbi, gli errori, le occasioni perse e le giornate in cui non sei stato all’altezza.

Degli altri, invece, vedi soprattutto ciò che emerge.

Il risultato raggiunto.
La promozione.
Il nuovo incarico.
Il successo.

E naturalmente il confronto non regge.

Confrontarsi con gli altri può diventare utile solo se cambia la domanda

Vedere qualcuno ottenere ciò che desideri non deve necessariamente diventare una minaccia.

Può anche essere un’informazione.

Invece di chiederti:

  • “Perché lui sì e io no?”

prova a chiederti:

  • “Che cosa sta facendo bene?”
  • “C’è qualcosa che posso imparare?”
  • “Quale competenza devo ancora sviluppare?”

A quel punto il confronto smette di essere un giudizio sul tuo valore e può diventare uno strumento per capire dove vuoi crescere.

Non usare il successo degli altri per misurare quanto vali.
Usalo, se serve, per capire cosa puoi imparare.

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

E tu sarai più bravo di qualcun altro in qualcos’altro.

Continuare a fare classifiche non porta molto lontano.

Molto più utile è capire dove sei tu, cosa ti manca e quale può essere il tuo prossimo passo.

Lavoro e successo: puoi salire molto più “in alto” se sei “leggero”

lavoro e successo

Al lavoro ti senti continuamente sotto esame?

Cambi modo di comportarti secondo la persona che hai davanti? Ti trattieni dal dire ciò che pensi o dal prendere una decisione perché temi il giudizio degli altri?

Un conto è tenere in considerazione ciò che pensano colleghi, collaboratori o capo.

Un altro è lasciare che il loro giudizio condizioni continuamente il tuo modo di lavorare.

E questo, alla lunga, pesa.

Alcuni pesi emotivi rallentano la tua crescita professionale

Non si vedono, ma consumano energie.

Il bisogno di piacere a tutti. La paura di sbagliare. Il confronto continuo con gli altri.

Più spazio concedi a questi pensieri, più rischi di lavorare trattenuto, preoccupato, continuamente alla ricerca di conferme.

Puoi avere competenze, ambizione e capacità.
Ma se porti sulle spalle troppo peso emotivo, ogni passo diventa più faticoso.

Essere più “leggeri” non significa fregarsene degli altri o diventare superficiali.

Significa capire quali pesi vale ancora la pena portare e quali puoi lasciare andare.

Lavoro e successo? Molla il peso del giudizio degli altri

Voler essere apprezzati è normale.

Il problema nasce quando, pur di evitare critiche o disapprovazione, inizi a compiacere tutti.

Dici SI quando vorresti dire NO.
Eviti un confronto.
Non esprimi un’opinione.
Modifichi continuamente il tuo comportamento in funzione della persona che hai davanti.

A quel punto non stai più semplicemente ascoltando gli altri.

Stai consegnando agli altri una parte delle tue decisioni.

Molla il peso della perfezione

Se pensi di dover dimostrare continuamente quanto vali, ogni errore diventa una minaccia.

Controlli tutto.
Ti tormenti sui dettagli.
Rimandi una decisione.

Uno stillicidio di tempo ed energie.

Chiunque abbia costruito qualcosa nella propria vita professionale ha sbagliato, si è bloccato, ha preso decisioni che con il senno di poi avrebbe preso diversamente.

Cercare di fare bene il proprio lavoro è professionalità.
Pretendere di non sbagliare mai è un peso.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Lavoro e successo: molla il peso del confronto continuo

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

Più preparato.
Più brillante.
Più veloce.
Avanti nella carriera.

E allora?

Il confronto continuo diventa logorante perché troverai sempre qualcuno con qualcosa più di te.

Puoi osservare gli altri, imparare da loro, persino utilizzarli come riferimento.

Ma non trasformarli nel metro con cui misuri continuamente il tuo valore.

Essere “leggeri” non significa essere superficiali

Questa è la distinzione importante.

Non significa smettere di impegnarti, abbassare le aspettative o ignorare i feedback.

Significa lavorare senza trascinarti dietro tutto ciò che non ti serve: il bisogno continuo di approvazione, l’ossessione della perfezione, la necessità di confrontarti con chiunque.

Utilizzare meglio energie, attenzione e capacità per ciò che conta davvero.

E di continuare a salire senza portarti dietro pesi che non ti servono più.

Successo professionale: ecco chi non ci riuscirà MAI (controlla di non essere nella lista)

successo professionale
Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, puoi desiderare di guidare una startup, ottenere quella promozione, far crescere la tua attività o assumere la responsabilità di un grande progetto.

Obiettivi diversi,
stessa questione.

Per raggiungerli servono competenza e preparazione, certo. Ma servono anche determinazione, tenacia, costanza e capacità di reggere gli inevitabili momenti difficili.

E non tutti ci riescono.

Non necessariamente perché mancano di talento. Spesso perché alcuni atteggiamenti, ripetuti nel tempo, finiscono per sabotare anche le migliori possibilità.

Controlla di non essere anche tu nella lista.

1. Chi pretende che il successo sia facile e veloce

Viviamo circondati da storie di risultati straordinari raccontati in poche righe.

Vediamo il traguardo. Molto meno tutto quello che è successo prima.

Il successo professionale raramente è facile e quasi mai è veloce.

Richiede lavoro, perseveranza, tentativi, correzioni e anche una certa dose di fortuna.

La domanda allora è semplice: cosa fai quando arrivano difficoltà e ostacoli?

Insisti, cambi strategia e continui oppure getti subito la spugna perché i risultati tardano ad arrivare?

Molte persone non falliscono perché non hanno capacità. Mollano semplicemente troppo presto.

2. Chi continua a chiedersi: “Perché gli altri sì e io no?”

Il collega è stato promosso.
L’amico ha aperto la sua attività.
Qualcuno sembra avere trovato esattamente il lavoro che desiderava.

E tu?

Puoi passare il tempo a chiederti perché gli altri abbiano avuto successo oppure utilizzare quell’energia per capire cosa puoi fare tu, adesso.

Lamentarsi, recriminare e confrontarsi continuamente non modifica la situazione.

Agire, forse sì.

Non sai quanto lavoro, quanti tentativi e quanti fallimenti ci siano dietro il risultato che stai guardando.

Concentrati sulla tua prossima mossa, non sul traguardo degli altri.

3. Chi aspetta di sentirsi completamente pronto

“Partirò quando sarò pronto.”

Attenzione, perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Quando stai per uscire dalla tua zona abituale, è normale avere dubbi. Non devi sapere tutto, eliminare ogni rischio o sentirti perfettamente sicuro.

Devi prepararti.
Informarti.
Valutare.

Poi arriva un momento in cui devi smettere di prepararti e cominciare.

Essere pronti non significa non avere più dubbi.
Significa avere abbastanza elementi per fare il primo passo.

4. Chi punta tutto sulla competenza e sul talento

Essere bravi aiuta.

Ma bravura e talento non bastano.

Tra una persona molto talentuosa che molla alle prime difficoltà e una meno dotata ma tenace, disciplinata e disponibile a imparare, non è affatto scontato che sarà la prima ad arrivare più lontano.

Il talento può darti un vantaggio iniziale.

La costanza decide quanto riesci a mantenerlo.

Non continuare quindi a raccontarti che non sei abbastanza portato, brillante o naturalmente predisposto.

Metti in campo quello che puoi controllare:

  • preparazione;
  • impegno;
  • costanza;
  • disponibilità a imparare;
  • capacità di rialzarti;
  • disciplina.

Sono qualità molto meno spettacolari del talento.

E spesso molto più decisive.

5. Chi è terrorizzato dall’idea di sbagliare

Se vuoi raggiungere il successo professionale, prima o poi sbaglierai.

È quasi inevitabile.

Non puoi pretendere di crescere senza accettare la possibilità di fallire.

La paura dell’errore diventa pericolosa quando ti impedisce di decidere, proporti, cambiare o provare qualcosa di nuovo.

E il percorso, comunque, difficilmente sarà lineare.

Ci saranno deviazioni, rallentamenti, decisioni sbagliate e momenti in cui penserai di essere tornato indietro.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza definitiva.

Un errore può interrompere il tuo percorso.
Non deve necessariamente terminarlo.

6. Chi fa sempre e soltanto il proprio “compitino”

Arrivi puntuale.
Fai quello che ti viene chiesto.
Rispetti le procedure.

Bene.

Ma se desideri crescere professionalmente, prima o poi dovrai chiederti:

cosa mi distingue dagli altri?

Non significa vivere in ufficio, sacrificare la vita privata o lavorare gratuitamente.

Significa non limitarsi sistematicamente al minimo richiesto.

Imparare qualcosa in più.
Proporre un’idea.
Assumersi una responsabilità.
Mostrare interesse.
Cercare di migliorare ciò che fai.

Se desideri una promozione, devi poter rispondere a una domanda scomoda:

Perché dovrebbero scegliere proprio me?

7. Chi evita qualsiasi conflitto

Essere apprezzati fa piacere.

Ma evitare sistematicamente ogni divergenza per paura di disturbare gli equilibri può diventare un limite professionale.

Ci sono conversazioni che devono essere affrontate. Problemi che devono essere nominati. Posizioni che devono essere sostenute.

Evitare un conflitto non significa necessariamente averlo risolto.

A volte significa soltanto averlo rimandato.

Non devi cercare lo scontro. Devi imparare a stare dentro un confronto professionale senza trasformarlo in una battaglia personale.

8. Chi ha continuamente bisogno di complimenti e approvazione

Il riconoscimento fa bene.

Tutti abbiamo bisogno, almeno qualche volta, di sentirci apprezzati.

Ma se la tua motivazione dipende continuamente dagli applausi degli altri, rischi di fermarti appena questi vengono a mancare.

E spesso mancheranno.

Nessuno seguirà quotidianamente i tuoi progressi dicendoti quanto sei bravo.

Devi imparare anche a riconoscere da solo quanto sei cresciuto, cosa hai fatto bene e quanto cammino hai già percorso.

Se hai bisogno dell’approvazione degli altri per continuare, consegni agli altri anche il potere di fermarti.

Il successo professionale non è una passeggiata

Non esiste una formula che garantisca il successo.

E non basta eliminare questi otto atteggiamenti per ottenere automaticamente ciò che desideri.

Ma una cosa è certa: alcuni comportamenti possono rendere il cammino inutilmente più difficile.

Il successo professionale richiede di saper:

  • aspettare senza mollare;
  • agire anche senza sentirsi perfettamente pronti;
  • reggere errori e battute d’arresto;
  • andare oltre il minimo indispensabile;
  • affrontare i confronti necessari;
  • continuare anche quando nessuno applaude.

Il viaggio del successo professionale non sarà lineare.

Ci saranno cose da imparare, altre da lasciare andare e qualche deviazione che non avevi previsto.

Se la direzione per te conta davvero, continua.

Buon viaggio.

La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro

arroganza sul lavoro

Nella vita professionale una buona dose di fiducia è necessaria.

Serve per esprimere un’opinione, prendere decisioni, parlare dei propri risultati, assumersi responsabilità e affrontare situazioni difficili.

Ma esiste una linea sottile.

Puoi essere ambizioso senza diventare spietato. Sicuro senza sentirti superiore. Diretto senza svalutare gli altri.

Fiducia e arroganza possono sembrare vicine. In realtà producono effetti molto diversi.

Ecco 8 situazioni in cui la differenza diventa evidente.

1. Sei sicuro di te quando dai un feedback costruttivo

È arroganza sul lavoro quando utilizzi il feedback per ferire, giudicare o dimostrare superiorità.

Una critica può essere utile quando riguarda un comportamento concreto e aiuta la persona a capire cosa può migliorare.

Il problema nasce quando passi dal comportamento alla persona:

  • “Hai gestito male questa situazione.”

è molto diverso da:

  • “Sei sempre incapace di gestire queste situazioni.”

La fiducia ti permette di essere diretto senza avere bisogno di umiliare.

Anche i consigli possono diventare arroganti quando non sono richiesti e nascondono un messaggio del tipo: “Io so cosa è meglio per te.”

Essere diretti non significa sentirsi autorizzati a svalutare.

2. Sei sicuro di te quando sai parlare dei tuoi risultati

È arroganza sul lavoro quando ti prendi tutto il merito.

In un colloquio, durante una valutazione o quando presenti il tuo lavoro, devi essere capace di raccontare ciò che hai fatto.

Non è vantarsi.

Dire:

  • quale problema hai risolto;
  • quale risultato hai ottenuto;
  • quale competenza hai sviluppato;
  • quale contributo hai dato;

significa parlare di fatti.

L’arroganza comincia quando ogni risultato diventa esclusivamente tuo e gli altri scompaiono dalla storia.

Un professionista sicuro sa prendersi il merito che gli spetta.

E sa anche riconoscere quello degli altri.

3. Sei sicuro di te quando lasci parlare i fatti

È arroganza sul lavoro quando devi continuamente ricordare agli altri quanto vali.

Titoli.
Clienti importanti.
Conoscenze.
Risultati.
Successi.

Se ogni conversazione diventa un’occasione per aumentare il tuo valore agli occhi di chi ascolta, forse non stai dimostrando sicurezza.

Stai cercando conferme.

Chi è realmente sicuro non deve dimostrare continuamente di esserlo.

Se senti il bisogno di dichiarare il tuo valore, chiediti perché hai bisogno che gli altri te lo confermino.

4. Sei sicuro di te quando ti assumi la responsabilità

Diventi arrogante quando cerchi sempre un colpevole.

La fiducia si vede anche quando qualcosa va male.

Puoi ascoltare una critica, riconoscere un errore e dire:

  • “Questa parte era una mia responsabilità.”

Senza sentirti per questo meno competente.

L’arroganza, invece, interpreta l’errore come una minaccia alla propria immagine.

E allora parte la ricerca del responsabile:

  • “Avevo chiesto a Giuliano di occuparsene.”
  • “Non mi hanno dato le informazioni.”
  • “Il team non ha capito.”

Assumersi una responsabilità non indebolisce l’autorevolezza.
Spesso la rafforza.

5. Sei sicuro di te quando sai ascoltare

È arroganza sul lavoro quando ogni conversazione torna sempre su di te.

Parlare delle proprie esperienze è normale.

Il problema nasce quando:

  • interrompi;
  • non fai domande;
  • riporti ogni discorso alla tua esperienza;
  • aspetti soltanto il momento per riprendere la parola.

La persona arrogante ha bisogno di confermare continuamente la propria importanza.

Quella sicura può anche restare in silenzio e ascoltare.

La sicurezza non ha bisogno di occupare tutto lo spazio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Sei sicuro di te quando accetti l’imperfezione

Diventi arrogante quando pretendi dagli altri standard impossibili.

Essere esigenti può essere positivo.

Pretendere che tutti ragionino, lavorino e reagiscano esattamente come te, molto meno.

La persona sicura sa riconoscere i propri limiti.

E proprio per questo riesce più facilmente ad accettare che anche gli altri ne abbiano.

L’arroganza, invece, trasforma il proprio modo di fare nell’unico modo corretto.

Essere bravi non ti autorizza a considerare inadeguato chi è diverso da te.

7. Sei sicuro di te quando sei ambizioso

Diventi arrogante quando l’ambizione giustifica qualsiasi comportamento.

Voler crescere professionalmente non è un problema.

Desiderare responsabilità, risultati, riconoscimento o una posizione più importante è legittimo.

Il confine viene superato quando il successo degli altri ti minaccia oppure quando, pur di arrivare, sei disposto a passare sopra persone e relazioni.

La persona sicura può essere molto ambiziosa senza pensare:

“Se vinci tu, perdo io.”

L’ambizione vuole crescere.
L’arroganza vuole sentirsi superiore.

8. Sei sicuro di te quando non pensi soltanto a te stesso

Diventi arrogante quando i tuoi bisogni diventano automaticamente la priorità di tutti.

“Mi serve subito.”
“Devo averlo entro oggi.”
“Ho bisogno che tu faccia…”

Può capitare che qualcosa sia urgente.

Il problema è quando la tua urgenza diventa sistematicamente l’urgenza degli altri.

Una persona sicura sa chiedere, negoziare, spiegare ciò di cui ha bisogno.

Ma continua a vedere chi ha davanti.

Non considera automaticamente il proprio tempo più prezioso, i propri problemi più importanti o le proprie necessità superiori a quelle degli altri.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Fiducia e arroganza non sono la stessa cosa

La differenza non sta nel parlare piano, essere modesti o evitare di mostrare ciò che sai fare.

Puoi essere molto sicuro, ambizioso e diretto.

La domanda è cosa succede agli altri quando entri nella stanza.

Si sentono ascoltati o schiacciati?

Riconosciuti o sminuiti?

Coinvolti oppure utilizzati?

La fiducia non ha bisogno di diminuire gli altri per aumentare se stessa.

La fiducia dice: “So quanto valgo”.
L’arroganza aggiunge: “E devo dimostrarti che valgo più di te”.

Questa, forse, è la linea più semplice da ricordare.

Comunicazione al lavoro: 12 abitudini che ti rendono noioso e irritante (da evitare)

comunicazione al lavoro

Iniziamo una conversazione con le migliori intenzioni.

Poi basta poco: una parola di troppo, un’interruzione, un tono sbagliato, un gesto che infastidisce.

La tensione sale.

E una conversazione che poteva essere utile diventa improvvisamente una battaglia.

Ammettiamolo: non sempre siamo buoni comunicatori quanto pensiamo.

Possiamo avere competenza, esperienza e ottime intenzioni, ma alcune abitudini rendono la nostra comunicazione al lavoro pesante, irritante o poco efficace.

Ecco 12 comportamenti nella conversazione cui vale la pena prestare attenzione.

1. Parlare troppo

Spiegare tutto.
Ripetere.
Aggiungere dettagli non necessari.

Passare da un argomento all’altro senza arrivare mai al punto.
Parlare tanto non significa comunicare meglio.

A volte significa semplicemente costringere l’altra persona a cercare il messaggio dentro una montagna di parole.

Chiediti:

“Quello che sto aggiungendo serve davvero?”

Se la risposta è no, fermati.

La sintesi non impoverisce il messaggio.
Spesso gli dà più forza.

2. Guardare il cellulare mentre qualcuno ti parla

Dire “Parla pure, ti ascolto” mentre controlli mail e notifiche non funziona.

Forse senti ciò che viene detto.

Ma difficilmente stai prestando piena attenzione.

Se la conversazione conta, metti via il telefono per qualche minuto.

È un gesto semplice nella comunicazione al lavoro che comunica rispetto.

3. Interrompere e finire le frasi degli altri

Hai già capito dove vuole arrivare?

Forse.

Ma lascia che sia l’altra persona a dirlo.

Interrompere continuamente comunica impazienza e aumenta il rischio di rispondere a qualcosa che l’altro non aveva ancora finito di spiegare.

Non completare le frasi.
Non parlare sopra.
Aspetta qualche secondo in più.

4. Parlare sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare la tua esperienza.

“È successo anche a me…”
“Io invece…”
“Quando lavoravo in…”

Non c’è niente di sbagliato nel parlare di sé.

Il problema nasce quando ogni conversazione finisce inevitabilmente per tornare su di te.

Fai domande.
Lascia spazio.

Interessati anche alla storia dell’altro.

5. Fare continuamente il “professore”

“Quello che devi capire è…”
“Devi fare così…”
“Se fossi in te…”

Dispensare continuamente spiegazioni e consigli può diventare irritante, soprattutto quando nessuno li ha chiesti.

Non devi dimostrare in ogni conversazione quanto sei competente.

Puoi essere molto competente e continuare ad avere qualcosa da imparare da chi hai davanti.

Approfondisci con il post dei consigli non richiesti.

6. Voler controllare la conversazione

Nella comunicazione al lavoro fare domande non significa interrogare.

Se ogni domanda serve soltanto a portare l’altra persona verso la risposta che hai già deciso, non stai davvero aprendo un dialogo.

Stai guidando la conversazione verso la tua conclusione.

Chiedi.

Poi lascia spazio alla risposta.

Una conversazione non è efficace soltanto quando termina esattamente dove vuoi tu.

7. Non dire niente

Esiste anche l’eccesso opposto.

Silenzio assoluto.
Risposte monosillabiche.
Nessuna reazione.

Una conversazione richiede partecipazione.

Se il confronto diventa troppo acceso, puoi chiedere una pausa e riprenderlo quando siete più tranquilli.

Ma attenzione a non utilizzare il silenzio per evitare sistematicamente le conversazioni difficili.

Rimandare può essere utile.
Fuggire, molto meno.

8. Comunicare ostilità anche senza parole

Il modo in cui ascolti conta.

Uno sguardo continuamente rivolto altrove, sospiri, espressioni infastidite, tono secco o distanza eccessiva possono contraddire ciò che stai dicendo.

Puoi pronunciare parole corrette e contemporaneamente trasmettere:

“Non ho voglia di ascoltarti.”

Parole e comportamento devono raccontare possibilmente la stessa storia.

Non serve controllare ogni gesto.

Nella comunicazione al lavoro serve diventare più consapevoli dell’effetto che produci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Trasformare le opinioni in sentenze

“È così.”
“Non funzionerà.”
“Questo è sbagliato.”
“Dobbiamo fare così.”

A volte hai dati sufficienti per essere molto deciso.

Altre volte stai semplicemente esprimendo un’opinione come se fosse un fatto.

Prova a distinguere:

“Io la vedo così…”

“Sulla base di questi elementi, penso che…”

Non diminuisce la tua autorevolezza.

Rende più chiaro dove finisce il fatto e dove comincia la tua valutazione.

10. Mostrare indifferenza

Una persona ti sta parlando e tu sembri altrove.

Risposte automatiche.
Nessuna domanda.
Scarso interesse.

È difficile costruire una conversazione utile se l’altra persona percepisce che ciò che sta dicendo non ti interessa minimamente.

Non devi essere entusiasta di ogni argomento.

Ma se hai deciso di partecipare alla conversazione, partecipa davvero.

11. Usare sarcasmo e ironia per colpire

Una battuta può alleggerire una situazione.

Può anche umiliare.

Il problema del sarcasmo è che permette facilmente di ferire e poi ritirarsi dietro:

“Stavo scherzando.”

Se non sei d’accordo, dillo.
Se qualcosa ti irrita, affrontalo.

Non utilizzare una battuta per dire ciò che non hai il coraggio di dire apertamente.

L’ironia può alleggerire una conversazione.
Il sarcasmo usato per colpire la avvelena.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

12. Dimenticare di dire “grazie”

Un grazie non risolve una cattiva comunicazione.

Ma riconoscere il tempo, l’aiuto o il contributo di qualcuno è una piccola abitudine che migliora molto la qualità delle relazioni.

“Grazie per avermelo fatto notare.”
“Grazie per il tempo che mi hai dedicato.”
“Grazie per esserti occupato della questione.”

Non serve trasformarlo in una tecnica.

Deve essere sincero.

La gratitudine funziona proprio perché non dovrebbe essere data per scontata.

Migliorare la comunicazione parte dalle piccole abitudini

Probabilmente ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti.

Anch’io.

Il punto non è diventare comunicatori perfetti.

È accorgersi di quelle piccole abitudini che, ripetute ogni giorno, finiscono per rendere più difficili conversazioni che potrebbero essere molto più semplici.

Puoi cominciare da una domanda:

Quale di questi 12 comportamenti utilizzo più spesso senza rendermene conto?

Poi scegline uno.

E comincia da lì.

 

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interiore – 2

critico interno

Foto di cj_wells88

Leggi anche la parte 1.

5. Sostituisci pensieri eccessivamente critici con affermazioni più realistiche

Impara a riconoscere quando i tuoi pensieri critici sono esageratamente negativi.
Trasforma un pensiero eccessivamente pessimista in un’affermazione più razionale e realistica.

Quando ti ritrovi a pensare: “Non faccio mai niente di buono“,
sostituisci la frase con una più ragionevole del tipo “Quando si tratta di numeri e di contabilità, mi trovo in difficoltà”.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ogni volta che ti trovi in testa un pensiero esageratamente negativo,
rielabora con una dichiarazione più accurata,
guardando la situazione in modo più razionale e meno emotivo.

Se pensi “Non riuscirò mai ad avere un posto di responsabilità”,
esamina le prove che supportano questa dichiarazione ma anche quelle che contestano quest’affermazione.
Guarda l’argomento da entrambi i lati.

A volte è utile scrivere,
elencare tutte le prove che supportano ma anche quelle che contraddicono questo pensiero.
Vedrai che la notte non è così nera come l’hai dipinta.

6. Dai forza al tuo dialogo interiore

Il tuo dialogo interiore alimenterà il tuo successo o ti impedirà di raggiungere il tuo pieno potenziale.
Devi diventare il tuo migliore consigliere.

Più riuscirai a migliorare il tuo dialogo interiore,
più avrai forza per andare avanti nei momenti difficili e farai “pace” con i tuoi limiti e con te stesso.

Vedrai com’è motivante utilizzare pensieri tipo:
E’ difficile, ma mi sto impegnando e ce la posso fare” oppure “Ho fallito. Domani ricomincerò più forte dei miei errori”.

Utilizza il dialogo interiore (modificandone le parole) per darti forza,
e continua a lottare per i tuoi successi e per i tuoi sogni!

Il progresso sconfigge il critico interno.

 


 

7. Fai attenzione alle parole che utilizzi

“Le parole hanno il potere di distruggere e di creare.
Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.”

Buddha

Poni attenzione alle parole che utilizzi per descrivere la realtà, ma anche per parlare di quello che pensi di te stesso, dei limiti che ti dai, degli obiettivi che ti poni.

Il tuo critico interiore imposta obiettivi irragionevoli e poi ti dice… “Dai forza, vai a prenderlo” .

Il tuo critico prova vergogna davanti a traguardi facilmente raggiungibili.
I suoi obiettivi sono l’auto-sconfitta,
il sogno irrealizzabile e a sfiducia.

8. Sii comprensivo con te stesso

Hai notato come siamo indulgenti con gli amici,
e quanto diventiamo duri e spietati quando si tratta di noi stessi?

Abbiamo poco o nessun controllo su come ci sentiamo e su cosa pensiamo. Molte delle nostre risposte emotive e cognitive sono automatiche.
Non dovremmo mai giudicarci così duramente.

Dobbiamo sviluppare l’autoconsapevolezza per diventare coscienti di questi pensieri e azioni automatiche.
Ci vuole un piccolo sforzo e allenamento per migliorare la consapevolezza di sé.

C’è differenza …
dire sempre a te stesso che non sei abbastanza bravo,
e dire sempre a te stesso che puoi lavorare per diventare migliore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

9. Prendi una certa distanza dal tuo critico interno

Identifica i pensieri di cui devi essere consapevole e quelli che devi lasciare andare.

Accettare le tue debolezze per quello che sono oggi, non significa che devi rimanere così per sempre.
È importante riconoscere di avere difetti ma anche decidere di sforzarsi per migliorare.

Il tuo critico interno detesta il progresso, ama la sicurezza, si concentra solo su “non voglio” e “non mi piace”.
Non ti supporta mai.

Qual è il più grande passo in avanti che puoi completare oggi?
Non preoccuparti di quanto sia piccolo, minimo.
Fallo.

Se riesci a distaccarti e operare contro questo pensiero distruttivo,
diventerai più forte, mentre il tuo critico interno si indebolirà.

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interno – 1

critico interno

Foto di cj_wells88

Tutti abbiamo un critico interiore.
Questa “voce interna” che esprime di continuo un commento negativo su chi-siamo e come-ci-comportiamo.

“Avresti dovuto…”
“Sei fottuto.”
“C’è qualcosa che non va in te.”
“A loro non piaci.”
“Non puoi farlo.”
“Sei un perdente.”
“Tanto non ce la farai. Come sempre.”
“Sei brutto/stupido/grasso”
“Sei diverso dagli altri.”

Questa voce critica si forma dalle nostre esperienze di vita;
esperienze dolorose e spiacevoli che producono emozioni negative e pensieri depotenzianti.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

A ogni particolare situazione stressante o dannosa che ci capita,
ecco che spunta la voce critica che è in noi.

Il critico interiore non analizza oggettivamente

Piuttosto alimenta continuamente un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.
È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Ecco 9 spunti per “domare” il tuo critico interiore,
far tacere la sua negatività e migliorare il benessere della tua vita:

1. Sviluppa consapevolezza dei tuoi pensieri

Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, il nostro critico interiore inizia ad avvertirci dei potenziali modi in cui potremmo fallire… con pensieri spesso esagerati, prevenuti, sproporzionati.

Siamo così abituati a sentire i nostri stessi racconti che è difficile diventare consapevoli dei messaggi che ci stiamo mandando.

Riconoscere che il tuo critico interiore è al lavoro …
è il primo passo per ridurre la sua presa su di te.

2. Ricorda che la voce del critico interiore non è la realtà

“Nel reale si rischia di soffocare,
nell’irreale di perdersi.”

Mario Andrea Rigoni

Ricorda che la tua voce interiore critica non è un riflesso della verità.
È una prospettiva che hai adottato sulla base di esperienze e atteggiamenti negativi che hai vissuto e interiorizzato.

 


 

Il tuo critico interiore sta cercando di proteggerti da possibili danni,
alcuni pensieri potrebbero essere veri,
spesso sono falsi, raramente sono utili.

Non lottare con il tuo critico,
piuttosto vedilo per quello-che-è
una “voce” che propina opinioni, piuttosto che fatti.

Non agire sulle direttive del tuo critico interiore.

3. Smettila di rimuginare

A volte,
potresti sorprenderti a pensare e ripensare più volte a quella cosa imbarazzante che hai fatto,
o a quella frase che non avresti dovuto dire,
ma oramai è fatta.

Se continui a ruminare, rimasticare,
non farai altro che sentirti peggio e non risolverai il problema.

Non cercare di evitare di pensarci,
perché più probabilmente ti concentrerai e rafforzerai questo pensiero.

Invece,
è importante distrarsi con un’attività – tipo fare una passeggiata, parlare di un argomento completamente diverso, ecc. – per fermare i pensieri critici,
prima che vadano fuori controllo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

4. Parla a te stesso come se parlassi a un amico

Che cosa diresti a un caro amico che ti confida pensieri di inadeguatezza e sentimenti di insicurezza?

Non penso qualcosa del tipo: “È giusto così … sei così insicuro e goffo” oppure
“Per l’ennesima volta hai dato prova di non saper fare niente di buono”
“Sei un perdente, non puoi farci niente!”

Eppure,
con te stesso saresti capace di dire cose molto più dure e crudeli.
Il tuo critico interiore è felice quando costruisci muri.

Invece (anche a te stesso) dovresti offrire parole compassionevoli, di incoraggiamento,
d’incitamento, proprio come faresti con il tuo migliore amico.

Continua a leggere la parte 2.

12 differenze tra chi ha successo e chi non ce la farà mai

avere successo
C’è sempre una differenza.

Tra successo e insuccesso.

Non è solo una questione di risultati.

È una differenza di approccio, di abitudini, di decisioni.
Di pensieri che diventano azioni.

E, alla fine, fanno la differenza.

Avere successo — cioè raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli — significa:

  • lavorare duro
  • essere determinati
  • perseverare

Non c’è molto altro da aggiungere.

Ecco 12 differenze che contano. Davvero.

1. Chi ha successo agisce. Chi fallisce rimanda

Le persone che arrivano:

  • si muovono
  • provano
  • sbagliano
  • riprovano

Le altre … aspettano.
Aspettano il momento giusto.

La situazione perfetta.
La sicurezza totale.

Che non arriva mai.

“Chi diventa bravo a inventare scuse,
non sarà mai bravo in nient’altro.”

2. Chi ha successo riconosce i limiti. Chi fallisce li nasconde

Molti passano la vita a mascherare debolezze ed emozioni.

Chi cresce davvero fa l’opposto:

  • riconosce i propri limiti
  • li accetta
  • ci lavora sopra

Non spreca energia a “sembrare”.
La usa per migliorare.

3. Chi ha successo abbraccia il cambiamento. Chi fallisce lo teme

Il cambiamento è scomodo.

Sempre.

Ma chi arriva:

  • studia
  • si aggiorna
  • si adatta

Chi resta indietro, invece:

  • resiste
  • si irrigidisce
  • rimane fermo

4. Chi ha successo parla di idee. Chi fallisce parla d’altro

Le persone che crescono:

  • discutono progetti
  • condividono visioni
  • si confrontano

Quelle che non crescono:

  • criticano
  • commentano
  • sprecano energie

5. Chi ha successo sceglie bene le persone. Chi fallisce subisce l’ambiente

Le persone con cui passi il tempo contano.
Molto.

Chi ce-la-fa si circonda di persone che:

  • stimolano
  • supportano
  • fanno crescere

Chi non resta in ambienti:

  • negativi
  • lamentosi
  • prosciuganti

E ne paga il prezzo.

6. Chi ha successo si assume responsabilità. Chi fallisce dà la colpa

Chi cresce davvero sa che:
la vita è fatta di errori.

E li affronta.

Non cerca scuse.
Non scarica responsabilità.

Le persone che non crescono fanno l’opposto:
trovano sempre qualcuno o qualcosa da incolpare.

7. Chi ha successo continua a imparare. Chi fallisce si ferma

L’unico modo per crescere è:
continuare a imparare.

Chi ha successo:

  • resta curioso
  • cerca stimoli
  • si mette in discussione

Chi si blocca:

  • si aggrappa alle proprie certezze
  • diventa rigido
  • smette di evolvere

E alla prima difficoltà… si rompe.

8. Chi ha successo chiede. Gli altri temono il rifiuto

Molti non chiedono ciò che vogliono.

Per paura.

  • di essere rifiutati
  • di fallire
  • di esporsi

Ma così facendo… si auto-escludono.

Chi raggiunge il traguardo ha capito una cosa semplice:
il “no” fa parte del gioco.

9. Chi ha successo sceglie la strada difficile. Chi fallisce quella facile

Quando arriva il momento decisivo:
chi cresce prende decisioni difficili.

Dice dei “no”.
Si espone.
Si assume dei rischi.

Chi non cresce cerca scorciatoie.

Che spesso diventano strade senza uscita.

10. Chi ha successo ascolta. Chi fallisce parla. Troppo.

L’ascolto è una delle competenze più sottovalutate.

Chi ce la fa:

  • ascolta davvero
  • fa domande
  • comprende

Chi non ce la fa:

  • parla troppo
  • interrompe
  • vuole avere sempre ragione

E perde occasioni.

Nei miei libri ho spesso sottolineato la “potenza” dell’ascolto e del silenzio.

11. Chi ha successo mantiene un atteggiamento costruttivo. Chi fallisce si fa travolgere

Un atteggiamento positivo non significa essere ingenui.

Significa:

  • restare lucidi
  • reagire in modo utile
  • non farsi trascinare

Chi non riesce:

  • si abbatte facilmente
  • reagisce emotivamente
  • si lascia condizionare da tutto

12. Chi ha successo sa che non è solo denaro. Chi fallisce guarda solo l’apparenza

Per molti, successo significa:

  • soldi
  • status
  • immagine

Per chi “arriva” davvero, invece, è altro:

  • qualità delle relazioni
  • crescita personale
  • consapevolezza
  • equilibrio

Il successo non è solo ciò che hai.

È soprattutto chi sei.

Le persone di successo curano i dettagli.

Sanno che spesso la differenza tra ordinario e straordinario
sta nelle piccole cose fatte bene.

Non esiste una formula magica. Esistono scelte quotidiane.

Piccole,
ripetute,
coerenti.

Non serve rivoluzionare tutto.
Serve iniziare.

Magari da una sola cosa:
smettere di rimandare.

Perché il successo non arriva all’improvviso.
Si costruisce.
Ogni giorno.

Quando emerge la sensazione di “non andare da nessuna parte”,
il lavoro più utile è fare ordine:

cosa vuoi davvero, cosa ti trattiene,
cosa serve per ripartire.

Scopri il mio percorso di coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi – coaching mirato

9 frasi che non dovresti mai dire sul tuo luogo di lavoro

frasi da evitare al lavoro

Foto di MabelAmber

Per molti di noi,
il lavoro è il luogo dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo.

Stare così tante ore nello stesso ambiente ci fa abbassare la soglia di attenzione.

Dimenticare il buon senso.

Assumere atteggiamenti che, senza accorgercene,
mettono a rischio la nostra professionalità.

Non lasciare che frasi apparentemente innocue come:

“Sei incinta?”

“Come sei magra? Perché non mangi?”

“Quanti anni hai? Davvero?”

“Come mai sei agghindato a festa? Hai un colloquio?”

danneggino la tua reputazione o ti facciano etichettare come una persona superficiale, banale, insolente.

Da evitare.

Ecco 9 frasi da evitare al lavoro per non mettere a repentaglio la tua credibilità.

1. “Scusa ma sono in ritardo”

Rispetta il tuo tempo.
E quello degli altri.
Punto.

Essere in ritardo (a una riunione, un progetto, una consegna) la dice lunga su di te.

Essere in orario significa:

  • rispetto
  • affidabilità
  • responsabilità

2. “Sì” (quando vorresti dire “no”)

Hai il “no” sulla punta della lingua,
ma per senso di colpa, paura del giudizio,
o per evitare un conflitto dici “sì”.

E poi arrivano:
ruminazioni,
colpevolizzazioni,
logorii mentali.

Se una richiesta ti mette in difficoltà,
non rispondere subito.

  • “Posso pensarci? Ti faccio sapere domani.”

Leggi il mio post su come dire NO senza offendere.

3. “No” (poi ci ripensi e dici “sì”)

Se torni facilmente indietro, comunichi che le tue posizioni sono negoziabili basta insistere un po’.

Risultato?
Le persone smettono di prenderti sul serio.

Cambiare idea è umano.

Ma non quando è guidato dalla paura del giudizio o dal bisogno di essere accettati.

4. “Sì” (quando sai già che poi dirai “no”)

Accettare per paura o indecisione,
sapendo che poi ritratterai via mail,
o tramite un collega-messaggero,
ti danneggia.

Comunica debolezza.
Mancanza di coerenza.
Scarsa assunzione di responsabilità.

I tuoi colleghi meritano una persona che ci mette la faccia.

5. “Ti rubo solo un secondo/minuto”

Quasi mai è vero.

Un minuto non basta.
E lo sappiamo entrambi.

Quando interrompi qualcuno,
stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

Cambia approccio:
chiedi un momento, non “un minuto”.

Sarà l’altro a dirti quando è il momento giusto.

6. “Questo non è il mio lavoro”

Frase tossica.
Ti dipinge come inflessibile e poco collaborativo.

Oggi tutti svolgiamo (anche) compiti fuori dal mansionario.

Se una richiesta è davvero ingiusta,
chiedi di parlarne.
Ma non dire mai che “non è il tuo lavoro”.

La stima cala.
E la reputazione resta.

7. “Non lo so… non mi dicono mai niente”

Lamentarti del tuo scarso potere decisionale mina la tua credibilità.

È depotenziante.

Tutti, anche i dirigenti,
devono chiedere autorizzazioni.

Se ti mancano informazioni,
procuratele.
Non lamentarti.

8. “Sapete che Francesco esce con Giulia?”

Il gossip crea complicità momentanea.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ti ascolta sa una cosa:
con te non può essere discreto.

Le vite private dei colleghi restano tali.

9. “Se tu fai/non fai… vado dal capo”

Non è una strategia.
È una minaccia.

E le minacce comunicano:
debolezza,
insicurezza,
infantilismo.

Se c’è un problema,
si affronta.

Non si ricatta.

Frasi da evitare al lavoro?

Spesso è solo buon senso.

In questa epoca di iper-controllo e politically correct,
non serve aggiungere nuove regole.

Servono:
attenzione,
consapevolezza,
rispetto.

Sono verità antiche.
Semplici.

Ma spesso dimenticate per superficialità e pigrizia.

In conclusione

La professionalità non si gioca nei grandi discorsi,
ma nelle frasi quotidiane.

Quelle che dici senza pensarci.
Ed è proprio lì che vale la pena diventare più consapevoli.

4 pensieri folli che ti assalgono quando attendi una risposta da troppo tempo

stress al lavoro

Dovremmo pensare molto meno.
Pensare troppo e male (nel senso di rimuginare, macchinare, sragionare, ecc) è forse l’errore più comune che facciamo tutti.

Soprattutto sul luogo di lavoro.

Nel mio libro “Prima volta Leader” ho descritto la vicenda di Jonathan che ogni volta che un collega, il capo o un cliente impiegava troppo tempo a rispondere alla sua richiesta (“troppo tempo” può davvero variare secondo la persona o della situazione) la sua mente iniziava a correre, fantasticare, divagare. Vaneggiare.

E presumere il peggio.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Più o meno funziona così …
se non mi risponde, è perché c’è un problema … il problema sono io … non piaccio … e poiché non piaccio non mi darà quell’informazione di cui ho bisogno … resterò indietro nel mio progetto … non riuscirò a mantenere la scadenza … e la mia carriera si arenerà miseramente.
Sic… sic… che sfigato!

Esagerazioni?
Eppure non sono pochi i professionisti e manager che da questi segnali (complice anche lo stress al lavoro) si lasciano inghiottire e lentamente consumare … nel fisico e nell’anima!
La mania fa galoppare la fantasia.
Porta a vedere fantasmi ovunque.

Ecco 4 pensieri irrazionali (e depotenzianti) che ti inghiottono quando aspetti una risposta per (quello che tu reputi) troppo tempo:

1. “Non mi tengono in considerazione”

La maggior parte delle persone ha paura di non essere vista, notata,
ascoltata.

Qualcuno ha chiesto il follow-up di quel cliente o ha risposto alla tua mail?
Macché!
Dopo aver inviato una mail, c’è il silenzio-radio.

Complimenti!
Hai un super-potere da super-eroe: sei invisibile.

Questo è frustrante,
scoraggiante.
Sei sicuro che il tuo lavoro sia prezioso.
Sai che quello che stai facendo è utile, se solo qualcuno lo notasse.

Eppure niente … tutto tace!

2. “E se non piaccio?”

Ecco cosa succede a essere condizionati (o ossessionati) da cosa pensano i colleghi, i collaboratori,
i capi, i titolari dell’azienda o i clienti.

Vuoi sentirti dire continuamente di essere indispensabile?
Che sei uno valido e competente?

Ma quando non ti rispondono subito o la risposta tarda ad arrivare,
cominci a pensare che non piaci come professionista e come persona.

Sei incompetente e incapace.
Insomma … un disastro!

 


 

3. “Si sarà offeso?

La posta elettronica è un modo terribile di comunicare.
Ci sono diversi studi che indicano che circa il 50% delle mail sono mal interpretate.

E ti credo!

Quando scriviamo un’e-mail, le parole sono l’unica risorsa.
Infatti (tenendo conto del solo testo) perdiamo oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione.

E con queste premesse, è facile creare incomprensioni ed equivoci,
sembrare bruschi, direttivi e insolenti;
rischiare di offendere la suscettibilità delle persone.

Non è così insensato pensare di aver offeso qualcuno con una mail scarna, priva di tatto e disponibilità verso l’altro (sia un collega, collaboratore, cliente o il capo).

Poi la nostra fantasia incalzante …
fa’ il resto.

4. “Oddio … sto per essere licenziato?”

Addirittura!

Eppure una risposta-che-non arriva (in ambiente aziendale) unita a una fantasia galoppante può accendere pensieri di esclusione, emarginazione,
estromissione.

Una risposta tardiva può scatenare questa reazione estrema.
Infatti, uno dei primi segni di un possibile licenziamento è non riuscire più ad accedere a dati importanti,
informazioni necessarie e comunicazioni rilevanti.

Leggi il mio postParanoia o reale licenziamento? 9 indizi che potrebbero indicarne uno”.

Stress al lavoro? Ci manca anche il logorio delle attese ..

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”
Giorgio Faletti

Riesci (davvero) a sentire queste emozioni negative contro di te?
Stai giudicando le intenzioni degli altri attraverso il filtro della tua mente?
Non è che (forse) stai sentendo lo stress al lavoro e stai travisando o esagerando il tutto?

È importante,
fare un passo indietro, un bel respiro profondo,
raccogliere i pensieri e chiederti se stai reagendo nel modo giusto.

A meno che tu non abbia una buona ragione per non farlo,
la cosa migliore da fare è inviare una mail di follow-up,
chiedendo quando puoi aspettarti una risposta.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua gestione del team
 

Non saltare subito alle conclusioni. Resta ai fatti

E i fatti sono che non tutti condividono le stesse priorità (quello che per te è primario e fondamentale per me può essere marginale e trascurabile).

Inizia a comunicare più chiaramente;
più chiaramente lo farai, meno spazio darai al tuo cervello di andare nel panico,
ed eviterai equivoci, incomprensioni e … stress al lavoro.

Potresti per esempio,
chiedere alla persona quando sarà in grado di valutare e risponderti.
Ciò ti consentirà di ricevere una risposta rapida e di non passare attraverso tutto questo logorio mentale.

Fino a quando abbiamo a che fare con le persone (e per fortuna che è così),
saremo sempre esposti al rischio di essere delusi, frustrati e di reagire con ansia e paura …
succede a casa, al lavoro e in innumerevoli altre situazioni.

Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero – 2

rapporti difficili al lavoro

Leggi anche la parte 1.

6. Non sorridi mai

Sei sempre cupo e accigliato.
Imbronciato e scontroso.

Sorridere è uno dei più potenti segnali non verbali.
I sorrisi sono letteralmente contagiosi.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Questo non significa avere il sorriso stampato tutto il tempo,
fare il “piacione” ma mostrare un leggero sorriso sul viso per incoraggiare le persone a interagire con te.

7. Non dai mai riconoscimenti

Complimenti e apprezzamenti ben fatti sul luogo di lavoro possono costruire e rafforzare le relazioni,
aumentare la fiducia, migliorare la produttività e l’ambiente di lavoro.

L’apprezzamento è molto importante, perché valorizza il lavoro fatto,
giorno dopo giorno.

Non è un caso,
che la maggior parte delle persone desidera essere tenuta nella giusta considerazione!

Ma tu… complimenti-zero.
Mai un apprezzamento a colleghi o collaboratori per il lavoro svolto,
né un complimento genuino per un risultato o una vendita difficile.
Quando mai!
E poi ti sorprendi di … rapporti difficili al lavoro!

8. Tiri subito le tue conclusioni

Ok, stop. So benissimo dove vuoi arrivare.”
“Non c’è bisogno che tu finisca. Lo so.”
“Dai, continua. Anzi no, finisco io per te.”

Perché tutte le volte interrompi con le tue conclusioni o deduzioni?
Presumendo di aver compreso idee e concetti?

Non c’è niente di più frustrante dell’essere interrotti e vedere la nostra esigenza e problematica poco ascoltata, capita o fraintesa. Vero?

Quanto più pensi di sapere,
meno hai bisogno di ascoltare.

Ascoltare significa “seguire” le parole,
ma anche (e soprattutto) l’energia e l’emozione delle persone.

Ascoltare vuol dire aumentare il rispetto e l’accettazione.
Le persone che ci ascoltano, aiutano la nostra trasformazione.

 


 

9. Prendi spunto dall’altro per raccontare di te

“So bene cosa provi. Anche a me è successo che …”
“E io? Cosa dovrei dire? Settimana scorsa stavo …“

Sei partito bene, con una buona intenzione (ascoltare l’altro),
ma purtroppo adesso sei partito per la tua tangente,
stai parlando al posto dell’altro.

Hai preso spunto dalle sue parole e delle sue opinioni per parlare di te e dei tuoi problemi.
Ancora e sempre di te …

10. Mentre ascolti non sei attento o fai altro

Cellulare che suona, notifiche, e-mail, la prossima riunione.
Evita di dire “Parla pure, ti sto ascoltando”,
mentre stai facendo qualcosa d’altro.

Non ho dubbi che tu stia sentendo cosa l’altro ti sta dicendo,
ma ascoltare (mostrare empatia) richiede uno sforzo d’interesse, di attenzione e soprattutto,
il desiderio di concedere all’altro del tempo e di aiutarlo.

Ascoltare richiede tutta la tua disponibilità!

Evita di ascoltare in modo meccanico e freddo e non usare espressioni tipo:
“Ti capisco …” quando non conosci la persona o la situazione;
“Continua, mi interessa …”
mentre ti guardi intorno, guardi l’orologio, agiti il piede;

Se non vedi l’ora di dire come la pensi,
come puoi ascoltare?

Non si ascolta per rispondere ma per aiutare,
per comprendere e per imparare.

11. Interrompi e “vai sopra”

Perché il tuo interlocutore deve ripetere un concetto almeno 4 volte?
Interrompi con le tue conclusioni o deduzioni?
Perché presumi di aver già compreso cosa ti viene detto?

Lo sai che è frustrante essere interrotti,
non ascoltati o fraintesi?

Non è una questione quantitativa,
ti bastano anche solo pochi minuti ma devi fare uno sforzo d’interesse,
di concentrazione e d’attenzione, per mostrare realmente la tua disponibilità verso l’altro…
ed evitare rapporti difficili al lavoro.

È facile capire perché i buoni ascoltatori sono tanto apprezzati e ricercati!

Se vuoi farti una risata sull’argomento,
guarda la scena della Betty con Aldo, Giovanni e Giacomo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

Rapporti difficili al lavoro? L’empatia è fondamentale

L’empatia non è solo utile quando ascolti il tuo migliore amico.
È molto importante anche sul luogo di lavoro, sia per i leader, sia per i membri del team.

Gli studi hanno dimostrato come l’empatia migliori la capacità di leadership e faciliti la comunicazione efficace.
Esiste una correlazione tra empatia e incremento delle vendite.

L’empatia può essere coltivata. Non c’è nessun’altra qualità che sia più vitale per sviluppare relazioni come l’empatia. Tutti abbiamo la capacità empatica, basta esercitarla.

L’empatia non può essere recitata, tantomeno forzata.

“Apriti” un po’ di più, in modo da sviluppare naturalmente le relazioni.
Non ignorare o nascondere i contenuti emotivi in una conversazione con i colleghi,
poiché sarà percepita come una barriera.

Riguardo i rapporti difficili al lavoro, credo che ognuno di noi debba riflettere su come comunicare con efficacia,
ascoltare e comprendere veramente gli altri.

Adesso, probabilmente ti starai chiedendo se sei una persona empatica.
Vero?

Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero – 1

rapporti difficili al lavoro

L’empatia non è innata negli esseri umani.
Tutti abbiamo la capacità di essere empatici.

A livello personale,
le persone empatiche tendono a essere più generose e preoccupate del benessere delle persone e tendono ad avere rapporti più felici e un maggiore benessere.

Non sono poche le persone che hanno rapporti difficili al lavoro

Ma cos’è esattamente l’empatia?
È la capacità di sentire le emozioni di altre persone,
la capacità di immaginare che cosa qualcun altro potrebbe pensare o sentire.

E tu, come ti relazioni con gli altri al lavoro?
Sei socievole, chiuso o diffidente?
Hai rapporti difficili al lavoro?

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ti è mai successo di aver compromesso, a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni,
i rapporti interpersonali con il capo, i colleghi o il team?

Ecco 11 motivi perché hai rapporti difficili al lavoro,
e tutti ti chiamano empatia-zero:

1. Non ti metti mai nei panni degli altri

Sei abituato a ragionare secondo una logica in cui esprimi la tua opinione,
cercando di portare prove a tuo favore per importi sull’altro.
Il tuo obiettivo è avere ragione – non capirsi.

Cosa ti impedisce di comprendere davvero?
Hai mai provato a metterti nei panni dell’altro?
Ti sei mai chiesto – per esempio – se la persona che condivide ogni giorno l’ufficio accanto abbia sogni,
obiettivi e aspirazioni?

Ah no! Non ci hai mai pensato o forse non te ne frega niente.

Molte persone sono curiose ma poche si prendono il tempo per chiederselo.
Potresti essere sorpreso da ciò che scoprirai.

2. Non condividi le tue emozioni

Se c’è un posto dove l’esposizione dell’emozione è inibita, è proprio il luogo di lavoro.

Per questo non condividi alcuni sentimenti con colleghi e collaboratori,
perché lo vedi come un segno di debolezza e fragilità.

Non mostrando una certa sensibilità nascondi il tuo lato più umano.
Non rilevando le gioie e i dolori, non ti sintonizzi con gli altri.

 


 

Così facendo,
non consenti una conversazione più profonda.

Comincia a condividere (non intendo particolari troppo personali) un po’ di più le tue esperienze e prospettive,
e vedrai che anche gli altri seguiranno il tuo esempio
senza che diventi un festival del singhiozzo o una seduta terapeutica!

3. Fingi di ascoltare

Ti rendi conto che l’altro ha voglia di parlare, mentre tu non sei nella giusta predisposizione.
Cosa fai?

Semplice, fingi di ascoltare.
Attento! Perché si vede.
Si sente.

Chi parla ha la netta sensazione di non essere ascoltato.
Elimina le distrazioni.
Dimentica la tua agenda.
Se ti rendi conto che (davvero) hai altro cui pensare o in fondo non-te-ne-può-fregare-di-meno è molto meglio rimandare l’ascolto.

Non c’è nulla di male nel dire: “Adesso non posso, ne possiamo parlare alle 16.00/domani mattina/settimana prossima?”.
Ricorda di mantenere l’impegno preso.

4. Parli sempre e solo di te stesso

Sei bravissimo a cogliere ogni occasione per agganciarti al discorso e iniziare a parlare di te,
delle cose che hai fatto, di quello che ti è successo,
i tuoi viaggi, i tuoi hobby, di quanto sei bravo e brillante.

Sempre e solo di te.
Ego–centrato.
Niente di male, per carità,
ma pensi davvero che riuscirai a impressionare,
sembrare più interessante e intrigante?

Una cosa è certa, alla lunga diventi sicuramente scontato,
pesante e spingi gli altri a evitarti.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

5. Sei pieno di pregiudizi e stereotipi

“Le donne sono nevrotiche e poco affidabili”
“I giovani sono lavativi”
“I senior sono lenti e per niente tecnologici”

Ne hai per tutti.
Preconcetti su sesso, età, cultura, nazionalità, orientamento sessuale,
per l’aspetto fisico e per milioni di altre cose…
e poi ti lamenti di rapporti difficili al lavoro!

È un modo facile di “ragionare”.
Ti è chiaro che i pregiudizi ti limitano?
Ti impediscono di aprire in modo completo la mente, di godere davvero di libertà di pensiero?

Lo so, liberarsi dai pregiudizi non è così semplice:
li abbiamo interiorizzati, ci siamo “dentro”, ci alleggeriscono la mente.
Non abbiamo bisogno di pensare troppo.

Hai notato,
per esempio, come i colloqui di lavoro stiano diventando un concorso di popolarità,
riguardante una perfezione fisica e apparente piuttosto che una reale capacità professionale?

Continua a leggere la parte 2.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong – 2

feedback del capo

Leggi anche la parte 1.

5. Poni domande mirate

“A volte, la cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta.”
Romain Gary

Il tuo capo/a ha solo l’intenzione di denigrarti oppure sta cercando di anticipare o risolvere un problema,
in modo che la prossima volta, tu lo possa evitare?

Per questo motivo è importante ascoltare con attenzione e chiedere al tuo interlocutore di chiarire le sue opinioni riferendoti esempi concreti.

Fare domande mirate spinge la persona (la prossima volta) a essere più precisa e a non “sparare a caso“.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Il tuo capo ti ha detto “Sei troppa aggressiva.
Fai domande per capire:

“Quando mi reputi aggressiva, cosa mi vedi dire/fare?”
“Quale aspetto del mio atteggiamento ti causa problemi?”
“Il mio approccio con i clienti non ti piace … quale aspetto dovrei migliorare”

Puoi risolvere qualsiasi problema, se lo definisci attraverso i comportamenti.
Ma non puoi risolvere qualcosa di vago come: “Sei troppo aggressiva“.
A proposito di aggressività al lavoro leggi il mio post.

6. Non criticare la persona

Sei stato spiazzato dal capo che ti chiede di cambiare il tuo comportamento …
alla radice?

La ricerca di una scusante (quando si riceve un feedback negativo) può essere distruttiva per le relazioni.

Specialmente quando sei arrabbiato.
Può essere fonte di guai!

È il momento di un’introspezione onestaCome dare il mio contributo per la risoluzione di questo problema?”,
“Cosa sarebbe giusto fare?”
Informati in modo approfondito prima di tutto.

Non giustificarti più e più volte. Non ritornare sull’argomento.

Più ribatti … più dai credito, maggiormente rafforzi la critica.

Mai difendersi criticando chi-ti-critica.

Piuttosto ringrazia “Grazie per le tue considerazioni interessanti, ci penso e ne riparliamo.”
“Grazie, possiamo dialogare più tardi”
“Possiamo discuterne dopo averci pensato”.

 


 

7. Se il feedback del capo è via mail …

La regola la conosci già:
non rispondere mai a una mail importante in fretta.
Quando si tratta di un feedback negativo poi …

Quando la temperatura sale,
il primo momento-chiave è raffreddarsi.

Fai un respiro profondo. Anzi due.
Non lasciare che la rabbia guidi la tua risposta!

Leggi più volte la mail, fino a quando non sei sicuro di ciò che veramente intende il messaggio,
potresti aver interpretato erroneamente l’intento del contenuto.

Schematicamente per rispondere a una mail incazzosa devi:
pensare – scrivere la risposta – lasciare in bozza – rileggere – inviare.

8. Accetta il fatto che (forse) il tuo capo ha visto qualcosa che ti è sfuggito

Se hai appena ricevuto un feedback del capo che ti ha ferito e messo al tappeto, prova a chiederti cosa-te-ne-vuoi-fare,
preferisci difenderti per avere ragione o crescere come professionista?

Se la tua scelta è avere ragione,
sappi che così facendo resterai ancorato alla tua versione della realtà,
ricercando e giustificando tutti i motivi per cui tu avresti ragione e qualcun altro torto.

Quando decidi di avere ragione,
cerchi solo le risposte che “ti servono” (per dimostrare la tua ragione),
scartando così tutte le altre informazioni utili che potrebbero aiutare il tuo sviluppo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

Se la tua scelta è la crescita,
non sei più una vittima. Ti prendi la responsabilità.
Dimostri che sei pronto a rimetterti in questione per migliorare e non sei succube della paura delle critiche.

Il feedback che ti colpisce è probabilmente quello più utile.
Ricorda il beneficio di ottenere critiche costruttive.

Può essere difficile ricevere feedback del capo, da un collega o da qualcuno che non rispetti,
ma ricorda che le risposte più costruttive provengono (spesso) da fonti che non ci piacciono,
non sopportiamo.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong- 1

feedback del capo

Hai appena ricevuto un feedback del capo che ti ha spiazzato,
ferito, messo al tappeto,
che ti ha fatto male.

Ti senti attaccato, arrabbiato, sbagliato,
e sottovalutato.

Inizi a digitare la tua mail di dimissioni.
Prima di premere invio, però ti fermi per riflettere (meglio così) …

Un feedback del capo – se gestito male – può essere demolente

A un certo punto del nostro percorso professionale,
prima o poi tutti riceviamo feedback negativi da parte del capo, dai collaboratori o dai clienti.

A volte sono difficili da sentire,
ma sono un’occasione per lavorare meglio e spingerci a un livello successivo.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

La domandona è:
Sei disposto a imparare dai feedback?
Sei disposto a crescere e affrontare la situazione?

Se la tua risposta è no,
sappi che continuerai a giustificarti, difenderti, arrabbiarti e poi …
ciò che non accetti (nella vita) ricomparirà di nuovo e ancora finché non avrai imparato la lezione.

Se la tua risposta è sì,
ecco alcuni suggerimenti per aiutarti a prendere il massimo da un momento,
che ti può far sprofondare (se gestito male) in piena crisi professionale:

1. Calma ..respira

Quando ti senti attaccato,
non peggiorare la situazione arrabbiandoti,
rispondendo in modo sproporzionato o scappando via.

È umano,
ma non è costruttivo e implica un inutile spreco di energie.

Prenditi almeno una mezzora per “riconquistare” logica, prospettiva,
e calma.

Riesci a mettere da parte l’emozione e riflettere?
Oppure, usi l’emozione per giustificare e biasimare?

2. Riconosci il feedback del capo come una spinta alla crescita

Il feedback è la strada maestra verso la crescita.
Ken Blanchard l’ha definito la colazione dei campioni.

Tuttavia,
potresti essere totalmente ignaro della necessità di un miglioramento.
E la prima volta (che lo senti) ti potrebbe sorprendere, spiazzare,
e disorientare.

 


 

Impegnati a ricevere un feedback negativo con apertura e disponibilità,
dimostrando così che sei pronto a risolverlo.
Dai una risposta tipo:
“Vorrei fare tutto quello che posso per cambiare”
“L’ho notato anch’io … di me stessa.”
“Mi puoi aiutare a migliorarmi?”

Quando provi riconoscenza per un feedback (anche – e soprattutto – se negativo),
vuol dire che stai crescendo.

3. Spesso rifiutiamo il feedback perché non ci piace la “fonte”

Forse il tuo capo è stato troppo duro e molto vago,
ma anche questa è un’occasione di crescita professionale.

Se è un buon leader,
apprezzerai il feedback che ti ha dato.

Infatti,
quando è fatto in modo corretto e con buone intenzioni (leggi il mio post),
il feedback potrebbe essere un’opportunità per migliorare il nostro rendimento.

A seconda della fonte,
può essere particolarmente difficile ricevere un feedback negativo.
Spesso lo rifiutiamo, perché non ci piace (o non rispettiamo) la persona.

Ci vuole grande forza mentale per apprezzare e “digerire” un feedback del capo negativo,
fatto da qualcuno che non stimiamo e apprezziamo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

4. Rimani concentrato su te stesso

Ecco un altro punto fondamentale.
Resisti alla tentazione (anche legittima) di rimarcare come anche altre persone fossero state coinvolte nel risultato negativo.
Resta su di te.

Concentrandoti sugli altri,
rallenti solo i progressi nell’apprendimento e sposti il focus di miglioramento.
Prendi il massimo dall’esperienza concentrandoti solo su ciò in cui TU puoi fare la differenza.

Continua a leggere la parte 2.

6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome

Poco importa se è durante una conferenza,
una riunione, un colloquio o il primo giorno di lavoro,
un drink informale o un party di presentazione del nuovo prodotto …
quando usiamo il nome di una persona (oltre a dimostrarci professionali, educati e gentili) stiamo creando un legame, perché riconosciamo il valore e l’unicità del singolo.

Così facendo,
rendiamo l’incontro importante e metteremo di buon umore il nostro interlocutore,
che si sentirà importante e accettato.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Questa semplice cortesia ti aiuterà a costruire rapporti duraturi (leggi il post sull’importanza di conoscere il nome delle persone).

Ecco alcuni trucchi che ti possono aiutare a ricordare il nome delle persone:

1. Presta attenzione

Non esiste una memoria buona o cattiva,
c’è solo una memoria “allenata” e una memoria non “allenata”.

In realtà (quando ci presentano qualcuno) siamo più interessati a quello che diremo,
più di quanto dirà l’altra persona.
Prestare attenzione … è la tecnica di memoria più potente.

Quando decidi di ricordare qualcosa, quando comprendi l’importanza di ricordare il nome di una persona …
Stai compiendo il primo passo per una buona memorizzazione.

Personalmente ho migliorato la mia memoria solo con l’attenzione,
ho consapevolizzato che pronunciare correttamente il nome di un mio cliente è molto più di una questione di educazione, si tratta di professionalità.

Significa che hai fatto uno sforzo di concentrazione e di attenzione per ascoltare e ricordare il loro nome.

2. Ripeti il nome subito e spesso

Ripetere subito il nome è un metodo eccellente per imprimerlo bene nella memoria,
nell’eventualità d’incontri futuri.

Se ti viene presentato qualcuno di nome Alberto Celestino,
di qualcosa tipo “Piacere di incontrarla signor Celestino” mentre gli dai la mano.

Questo ti obbliga a mettere a fuoco e prestare attenzione al nome.
Infatti, il più delle volte, quando qualcuno si presenta, non stiamo prestando attenzione.

Usa il nome del cliente durante la conversazione il prima possibile,
ripetilo più volte nel corso della conversazione,
inserendolo alla fine o all’inizio delle frasi o delle domande.

“Allora signor Azzurrino, è la prima volta che prende contatto con un personal coach?”,
e anche “Com’è venuta a conoscenza del mio sito, Clarissa?”

Sorridi,
e dimostra che sei davvero felice di conoscere questa persona.

 


 

3. Ripeti mentalmente il nome della persona

È uno dei modi più efficaci per non dimenticare un nome.

Pronuncialo almeno 3 volte nella tua mente subito dopo averlo sentito.
Conviene farlo lentamente,
per distinguerlo e per imprimerlo meglio nella tua memoria.

Ripeti un nuovo nome, appena puoi.
Prima di lasciare il meeting o il party,
assicurati di salutare le persone che hai incontrato usando i loro nomi.

Un semplice “Arrivederci, Ascanio” o “Alla prossima, Ermanno”,
servirà a cementare il nome nella tua mente e ti darà maggiore possibilità di ricordarlo la prossima volta che incontrerai la persona.

4. Sfrutta le associazioni mentali

Un altro ottimo trucco per ricordare un nome è di associarlo a un’immagine mentale:

• L’associazione può essere quella di collegare la persona con qualcun altro che conosci con lo stesso nome oppure un VIP o una celebrità.

Ogni nome evoca una sensazione, un ricordo, un’emozione particolare.
Magari quella persona ha lo stesso nome del tuo ex, di tua madre,
del tuo cantante preferito o del tuo compagno delle medie.

• L’associazione può essere fatta con un’attività/mestiere da collegare al nome del cliente.
Usa quest’attività, quasi come se fosse il cognome della tua nuova conoscenza.
Se non ricordi il nome, potresti ricordarti la sua attività.

• L’associazione può essere fatta tra una caratteristica del volto e il nome della persona.
Cerca un particolar insolito o particolare del suo viso.

Può essere qualsiasi cosa, di bello, di brutto o di non comune: le orecchie, il taglio di capelli, la fronte, gli occhi, il naso, la bocca, il mento, ecc.
Con un po’ di fantasia, puoi trovare un segno particolare che richiama proprio il nome del cliente.

• Un’altra buona strategia è di pensare a qualcosa che fa rima con il nome della persona.
Può sembrare sciocco,
ma sono trucchi come questi che possono aiutare a ricordare il nome di qualcuno.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

5. Fai lo s-p-e-l-l-i-n-g per ricordare il nome delle persone

Uno dei modi migliori per ricordare il nome di una persona è di immaginare le lettere con cui è scritto.

Se si tratta di un nome insolito, difficile da scrivere o pronunciare,
chiedi di ripeterlo lettera-per-lettera,
magari facendo qualche domanda sulle sue origini.

Fai del tuo meglio per pronunciare esattamente il nome del cliente.
Non vederlo come un compito pesante …
non devi guardare il tuo livello di comodità ma quello del tuo cliente,
il focus è su di lui e devi fare uno sforzo per rispettare la sua identità.

Chiedi aiuto con i nomi in una lingua straniera.

Se chiedi a qualcuno come si pronuncia il suo nome non dire:
“Oh, ma è troppo difficile! Non potrei mai pronunciarlo/ricordarlo!”
Non solo è irrispettoso, ma dai un’immagine indolente,
di uno che non ci vuole nemmeno tentare.

Fanne, invece,
una questione d’orgoglio.

Impara la pronuncia e gli accenti giusti in una lingua straniera. Ripetilo sillaba-per-sillaba insieme alla persona. Vedrai come le persone apprezzeranno i tuoi sforzi per pronunciare correttamente il loro nome.

6. Scrivilo

Se i giochi mnemonici non bastano,
è necessario appuntarsi il nome del cliente su una rubrica (anche quella dello smartphone).

Fallo appena possibile,
aggiungendo qualche nota sull’aspetto, la professione, la personalità, la data e così via.

Per esempio: “Signor Bianchi, funzionario d’assicurazione, di Como, occhi azzurri, capello brizzolato, di poche parole, ecc.”.

E se lo hai dimenticato …

E se non sei riuscito ad afferrare il nome la prima volta?

Nessuno si aspetta che tu ricorda il nome di qualcuno al primo “colpo” …
allora fai in modo che lo ripetano subito.

Porgi le tue scuse immediatamente e richiedilo subito, senza esitare,
specificando che non l’hai capito/afferrato, in modo che venga,
questa volta, ripetuto più chiaramente o più lentamente,
e che tu possa pronunciarlo ad alta voce insieme al tuo interlocutore.

Ammetti la tua dimenticanza ma non dare troppe spiegazioni o giustificazioni.
“È stato così interessante parlare con lei: mi potresti ripetere il tuo nome?”,
“Mi dispiace terribilmente, ma ho dimenticato il suo nome.
Le dispiacerebbe ripetermelo?
”.
Ricorda di sorridere.

“I soprannomi si attaccano alle persone, e più sono ridicoli più si attaccano.”
Thomas C. Haliburton