Raggiungere il successo professionale: meno social – più relazioni reali

raggiungere il successo professionale
Puoi avere centinaia di contatti su LinkedIn, follower su Instagram, persone che commentano quello che pubblichi.

Ma quante di queste persone ti conoscono davvero professionalmente?

Quante sanno come lavori, come affronti un problema, quanto sei affidabile, cosa puoi portare a un progetto o a un’azienda?

Quando parliamo di successo professionale, rischiamo di confondere due cose molto diverse:

avere una rete e avere delle relazioni.

I social facilitano i contatti. Non necessariamente le relazioni

La tecnologia ci permette di entrare in contatto con persone che probabilmente non avremmo mai conosciuto.

Ed è una grande opportunità.

Possiamo trovare informazioni, scoprire professionisti, mantenere rapporti a distanza, far conoscere il nostro lavoro.

Ma un contatto è soltanto l’inizio.

Coltivare una relazione richiede qualcosa di diverso: tempo, continuità, interesse, confronto.

Richiede anche quella parte meno comoda delle relazioni: ascoltare, esporsi, gestire incomprensioni, confrontarsi con opinioni diverse dalle nostre.

Un like richiede un secondo.

Il rischio è confondere visibilità e valore professionale

Essere molto visibili online può essere utile.

Ma la visibilità, da sola, non dice quanto sei competente, affidabile o piacevole da avere accanto quando il lavoro diventa complicato.

Queste cose emergono soprattutto nel rapporto con gli altri.

Nel modo in cui mantieni una promessa.
Come reagisci quando qualcosa va storto.

Nella disponibilità che dimostri.
Nella qualità di una conversazione.
Nel modo in cui affronti un disaccordo.

Sono questi piccoli comportamenti ripetuti nel tempo a costruire una reputazione professionale.

Raggiungere il successo professionale.

Le relazioni reali allenano competenze che online puoi evitare

Nel mondo digitale è relativamente facile scegliere con chi parlare, quando rispondere e quando interrompere una conversazione.

Nel lavoro non funziona così.

Devi confrontarti anche con il collega che non la pensa come te, con il cliente difficile, con il capo che ti mette sotto pressione, con il collaboratore che ha bisogno di una spiegazione in più.

Non puoi sempre chiudere la conversazione o passare oltre.

Ed è proprio dentro queste situazioni che sviluppi capacità fondamentali: ascolto, negoziazione, assertività, gestione del conflitto, empatia.

Le relazioni professionali non servono soltanto alla carriera. Ti allenano alla carriera.

Meno social non significa sparire dai social

Non credo che la soluzione sia demonizzare la tecnologia o abbandonare i social.

Sarebbe anche poco realistico.

Internet può essere uno straordinario punto di partenza per creare connessioni professionali.

Il problema nasce quando il mezzo diventa il traguardo.

Quando accumuliamo contatti ma non costruiamo rapporti.
Quando curiamo molto la nostra immagine e molto meno il modo in cui ci relazioniamo con le persone.

Quando pensiamo che essere conosciuti significhi automaticamente essere riconosciuti professionalmente.

Per raggiungere il successo professionale servono persone che ti conoscano davvero

Una relazione professionale può iniziare online.

Può nascere da un messaggio, da un commento, dal tuo sito web o da Instagram.

Ma poi deve succedere qualcosa.

Una conversazione.
Uno scambio.
Una collaborazione.

Un rapporto che nel tempo permetta all’altra persona di capire chi sei e come lavori.

Perché alla fine non conta soltanto quante persone riesci a raggiungere.

Conta quante, dopo averti conosciuto davvero, sono disposte a fidarsi di te.

E nel lavoro, la fiducia continua a valere molto più di un numero sullo schermo.

La gestione dell’imprevisto: la skill basilare di chi ce la fa

gestione dell'imprevisto

Foto di Thomas Leuthard.

Certe notti,
non so te … quando metto la testa sul cuscino, provo un certo senso di sollievo nel fatto che so esattamente a che ora mi sveglierò (la sveglia è impostata alla stessa ora 05.30) e cosa farò esattamente il giorno successivo.

Non so te, hai voglia a vederla in un altro modo …
certe notti …. questa prevedibilità, questa certezza, è molto rassicurante. Confortante.
Ti fa dormire come un bebè.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

“.. certe notti qui, che chi s’accontenta gode, cosi’, cosi’ ..”

Infatti, alle 05.30… suona la sveglia!
Apro gli occhi, scendo dal letto e preparo la colazione.

Ci sono giorni però che si allontanano dalla norma, vanno fuori controllo, fanno crollare il tuo piano così rassicurante e ti spiattella davanti un‘altra certezza. Quella primaria.
La sola.

L’unica certezza? L’incertezza!

L’avviso (che non ho letto) sul portone d’ingresso mi dice che il passaggio è occupato, l’auto è bloccata in garage fino alle 10.00. Il cliente che mi aspetta (e non mi vedrà) crederà alla storia dell’auto bloccata nel garage?
Banale.

Il mio concetto di certezza si squaglia come neve al sole di maggio, la tanto confortevole pianificazione salta così, senza preavviso. La mia relazione d’amore con l’amata routine scricchiola … mi sento “tradito” … sperimento così la realtà e questo senso di fugace sicurezza.

Ho pensato … ecco la skill che non ti aspetti … altro che competenza e preparazione!
 


 

La differenza tra uno BRAVO e uno GRANDE può spesso ridursi a come affronta le situazioni inaspettate.
Alcuni possono crollare sotto la pressione di eventi (anche banali) non familiari, altri prosperano e trovano il modo di superare le avversità.

Siamo tutti condizionati a contare sul senso di sicurezza

Adoriamo la certezza ma viviamo in un mondo, dove di certo e sicuro c’è ben poco.
La vita non è certa.

Forse non troverai quel lavoro tanto desiderato.
Non avrai quella promozione (e che avresti meritato) e magari otterrai un avanzamento di carriera (che non hai mai chiesto).

Ti potrebbe essere richiesto di trasferirti (proprio adesso che ti sei sposato e chiesto il mutuo).
Potresti cambiare di colpo … lavoro, città, nazione!

La certezza non esiste, il mondo è incerto per natura.
Un giorno puoi avere qualcosa, e il giorno dopo perderla o, al contrario, non avere niente oggi e avere la fortuna dalla tua domani.

Gestione dell’imprevisto? Che piaccia o no .. accade l’inaspettato

E non sempre è negativo.
Spesso, le cose migliori sono quelle impreviste perché prive di aspettative.

Le strade più panoramiche e spettacolari sono le deviazioni che hai maledetto e non volevi prendere.
Aspettati che qualcosa vada storto, anche se non sai cosa.

Se vuoi apprendere la gestione dell’imprevisto … metti “in agenda” l’inaspettato.
Organizzati la giornata e pianifica con metodo ma non farlo in modo maniacale e dettagliato!

Lascia uno spazio per l’imprevisto. C’è sempre la possibilità che l’imprevisto ti attenda dietro l’angolo.
Sempre.

Imprevisto al lavoro? Non c’è modo di evitarlo

La gestione dell’imprevisto per alcuni può essere spiazzante.
Paralizzante.

Ma se riesci ad accettare che non puoi pianificare ogni eventualità, sarai effettivamente più equipaggiato per affrontare le sorprese della vita.

Quando accetti l’imprevedibilità e l’incertezza non significa che sei diventato incosciente, rassegnato o irresponsabile, ignorando tutto quello che ti circonda.

Vuol dire che scegli di vivere con più leggerezza ed essere saggio e concreto, prendi coscienza di un dato di fatto. Prima lo consapevolizzi meglio è!

Sapere che l’unica certezza è l’incertezza rende la nostra mente più flessibile e, in questo modo, diventiamo persone più forti a livello emotivo.
A volte, l’imprevisto è un’opportunità sotto mentite spoglie.

È una possibilità per mostrare la tua iniziativa, per fare vedere quanto vali sotto pressione e per mostrare la tua capacità di problem solving (quella skill che così tanto ami pavoneggiare sul tuo CV).

“Il momento in cui con più probabilità può succederti qualcosa di veramente straordinario, è quello in cui sei certo che niente potrà accaderti.”
Jane Pauley

Il prezzo che paghi alla comodità: una vita al di sotto delle tue reali capacità

comodità

Foto di Robert Bejil

“Troviamo comfort tra coloro che sono d’accordo con noi – crescita tra coloro che non lo sono.”

Frank Clark

Essere comodi, tranquilli, al sicuro è qualcosa cui abbiamo dedicato tempo, energia e speranza.

Cerchiamo una vita felice, possibilmente senza troppe preoccupazioni, difficoltà e scossoni.

Ed è comprensibile.

Il problema arriva quando la comodità smette di essere una conquista e diventa un limite.

Quando ci sentiamo troppo a nostro agio, dopo qualche anno smettiamo di sorprendere il partner. Al lavoro non sperimentiamo più, non ci proponiamo, non proviamo qualcosa di nuovo.

Ci adagiamo.

Non osiamo più

Magari quella comodità comincia persino a starci stretta, ma almeno la conosciamo.

  • Ti accontenti di stare con qualcuno solo per non restare da solo?
  • Il lavoro non è quello che vuoi, ma quanto è difficile cambiare?

Ti piacerebbe proporti per una posizione di maggiore responsabilità, ma poi pensi alle difficoltà, alle responsabilità, ai mal di testa.

Vorresti qualcosa di diverso, ma restare dove sei sembra più facile.

E così rischi di vivere al di sotto delle tue reali capacità. Anche se hai preparazione. Competenza. Potenziale.

Potresti meritare di più. Lo sai

A volte sentiamo una voce che ci invita a osare, cambiare, provare.

Poi cominciamo a ragionare.

Non è il momento.
In fondo non sto così male.
Chi me lo fa fare?

E smettiamo prima ancora di cominciare.

La sera andiamo a letto forse un po’ scontenti, ma tranquilli.

Comodi.

“Quanto sarebbe quieta la vita senza l’amore: tanto sicura, tanto calma, tanto noiosa…”

Guglielmo da Baskerville, “Il nome della rosa”

Il punto non è rinunciare alle comodità che abbiamo conquistato.

Il pericolo è rimanerne intrappolati.

La comodità diventa un problema quando smetti di scegliere

Non devi cambiare lavoro solo perché sei nello stesso posto da molti anni.

Non devi cercare continuamente nuove sfide, rischiare tutto o vivere in perenne agitazione per dimostrare di essere ambizioso.

Ma c’è una differenza importante tra scegliere consapevolmente di restare e restare perché hai paura di muoverti.

Tra essere soddisfatto e accontentarsi.
Tra tranquillità e immobilismo.

È qui che vale la pena fermarsi e chiedersi:

Sto bene dove sono oppure mi sono semplicemente abituato?

Per crescere bisogna accettare un po’ di scomodità

Cambiare comporta incertezza.

Chiedere una promozione significa esporsi alla possibilità di ricevere un NO. Cambiare lavoro significa lasciare qualcosa che conosci. Prendere una decisione importante significa accettare di non poter prevedere tutto.

Non serve lanciarsi senza paracadute.

Serve però essere disposti, qualche volta, a chiedere qualcosa in più a noi stessi.

Provare.
Esporsi.
Fare qualcosa di nuovo.

Perché il prezzo della comodità non è stare bene.

Il prezzo arriva quando, pur sapendo di poter fare qualcosa di più o di diverso, continuiamo a scegliere ciò che conosciamo soltanto perché ci fa meno paura.

E qualche anno dopo potremmo accorgerci che siamo rimasti esattamente dove eravamo.

Comodi, sì.

Ma molto al di sotto delle nostre reali capacità.

Non farti abbagliare .. la posizione di leadership non ti rende leader

posizione di leadership
Come ho scritto nei miei libri, non sono poche le persone convinte che per diventare leader basti un titolo.

Una promozione.
Un ufficio più grande.
Un team da gestire.
Persone che seguono disposizioni e direttive.

Poi c’è chi, raggiunti rango e autorità, pensa che la leadership sia arrivata automaticamente insieme alla nuova posizione.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.

Il titolo non ti fa leader

Non diventi improvvisamente un leader perché ti hanno promosso o perché sul tuo biglietto da visita compare un nuovo ruolo.

La posizione ti attribuisce un’autorità formale. Ti permette di prendere decisioni, assegnare compiti, stabilire priorità.

Ma questo non significa necessariamente che le persone ti riconoscano come leader.

La leadership non è rango, privilegio, titolo o denaro.

È responsabilità.

È il modo in cui prendi decisioni, affronti i problemi, gestisci la pressione e tratti le persone.

È quello che fai quando qualcosa va storto.
Quando devi assumerti una responsabilità.
Quando sarebbe più facile scaricarla su qualcun altro.

Puoi avere autorità senza avere autorevolezza

Ogni giorno incontriamo persone che occupano posizioni importanti ma faticano a guidare chi lavora con loro.

Hanno il ruolo.
Hanno il potere decisionale.

Ma non hanno necessariamente la fiducia, la stima e il rispetto delle persone.

Puoi obbligare un collaboratore a eseguire una disposizione perché sei il suo capo. È molto più difficile fare in modo che quella persona si fidi della tua guida.

Questa differenza non dipende dal ruolo.
Dipende da come ti comporti.

La leadership si vede nei comportamenti

Un leader non deve continuamente ricordare agli altri di essere il capo.

Dà direzione.
Prende decisioni.
Si assume responsabilità.
Sa ascoltare e, quando serve, sa anche dire NO.

Non pretende dagli altri comportamenti che lui per primo non è disposto a mettere in pratica.

Guida con l’esempio.

È soprattutto nei momenti difficili che la posizione conta meno e la leadership diventa visibile.

Quando aumenta la pressione.
Quando il team sbaglia.
Quando arriva una decisione impopolare.
Quando bisogna metterci la faccia.

È lì che le persone capiscono chi hanno realmente davanti.

Non hai bisogno di una posizione di leadership per comportarti da leader

Vale anche il contrario.

Puoi esercitare leadership senza essere responsabile di un team, senza avere un titolo importante e senza occupare una posizione gerarchica.

Puoi farlo dove sei adesso.

Prendendo iniziativa.
Assumendoti responsabilità.
Aiutando gli altri a trovare una direzione.
Diventando una persona affidabile nei momenti complicati.

Puoi avere un’influenza positiva sulle persone che ti circondano, siano 2, 20 o 200.

Quindi non farti abbagliare dal titolo che hai ottenuto. E neppure scoraggiare da quello che ancora non hai.

La posizione può darti autorità.
La leadership devi dimostrarla.
Ogni giorno
.

La skill fondamentale di successo .. quella che proprio non ti aspetti

skill di successo
Hai grandi obiettivi per il futuro, ma ogni tanto ti chiedi se hai davvero tutto quello che serve.

Passione.
Competenza.
Coraggio.
Tenacia.

Basta?

C’è una capacità di cui si parla molto meno e che, invece, può fare una grande differenza: saper reggere l’insuccesso.

La vera misura del carattere di una persona emerge anche da come reagisce quando qualcosa va storto.

Quando perde.
Quando viene respinta.
Quando, nonostante l’impegno, non raggiunge l’obiettivo.

La skill di successo che non ti aspetti?
Non evitare l’insuccesso.
Imparare a reggerlo.

Le persone di successo sanno “fallire bene”

Sembra una contraddizione.

Siamo cresciuti con l’idea che successo e fallimento siano agli estremi opposti: se hai successo non fallisci, se fallisci significa che qualcosa non funziona.

La realtà professionale racconta una storia diversa.

Chi prova, decide, si espone e punta a qualcosa di importante prima o poi sbaglia. Riceve un NO. Perde un’opportunità. Fa una scelta che non funziona.

La differenza non sta nell’evitare tutto questo.

Sta in ciò che fai dopo.

Un detto giapponese dice:

“Cadi sette volte, rialzati otto.

Ecco alcuni modi per imparare a “fallire bene”.

1. Accetta quello che senti

Fallire, non riuscire, non centrare un obiettivo fa male.

A volte molto male.

Non serve fingere che non sia successo niente, distrarsi a tutti i costi o cercare immediatamente un colpevole.

Accetta la delusione. Elaborala.

Concediti il tempo necessario, senza però trasformare quel momento in settimane di recriminazioni e autocommiserazione.

Perché prima o poi dovrai fare la cosa più importante: decidere quale sarà la tua prossima mossa.

2. Non confondere un insuccesso con quello che sei

Dopo una sconfitta è facile passare da:

“Ho fallito.”

a:

“Sono un fallimento.”

Sono due cose completamente diverse.

Un risultato negativo riguarda un evento, una scelta, un tentativo. Non è una sentenza sulla tua persona o sulle tue capacità.

Hai commesso un errore. Non sei un errore.

Il fatto che oggi qualcosa non abbia funzionato non significa che succederà anche domani.

3. Se vuoi fare qualcosa di importante, prima o poi sbaglierai

Più alzi l’asticella, più aumentano anche le possibilità di incontrare ostacoli, errori e rifiuti.

È il prezzo dell’esposizione.

Se vuoi eliminare completamente la possibilità di fallire, esiste una soluzione piuttosto semplice: non provare niente di nuovo.

Ma difficilmente crescerai.

Chi si mette in gioco accetta anche una certa dose di rischio.

Non significa essere incoscienti. Significa sapere che non possiamo pretendere di avere sempre la certezza del risultato prima di muoverci.

4. Usa l’insuccesso per capire

Un risultato negativo può essere un ottimo feedback.

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Hai sbagliato strategia?
  • Ti mancavano competenze?
  • Hai sottovalutato qualcosa?
  • Hai insistito troppo?
  • Oppure hai semplicemente bisogno di più tempo?

Non cercare subito una giustificazione.

Cerca un’informazione utile.

Il fallimento diventa veramente inutile quando non impariamo niente da ciò che è successo.

5. Non tenerti tutto dentro

Dopo una battuta d’arresto professionale potresti avere voglia di chiuderti e rimuginare.

Parlarne con una persona di cui ti fidi può aiutarti a vedere ciò che, in quel momento, fai fatica a vedere da solo.

Non hai necessariamente bisogno di qualcuno che ti dica “Andrà tutto bene”.

A volte serve semplicemente un punto di vista diverso dal tuo.

Qualcuno che faccia una domanda che non ti eri posto o che ti aiuti a ridimensionare quello che, nella tua testa, sta assumendo proporzioni enormi.

6. Dopo aver elaborato, torna all’azione

Riflettere è utile.
Rimuginare all’infinito no.

A un certo punto devi trasformare quello che hai imparato in qualcosa di concreto.

Rivedi il piano.
Cambia approccio.
Acquisisci una competenza.
Chiedi aiuto.
Fai un nuovo tentativo.

Non devi avere già pronta la strategia perfetta.

Devi ricominciare a muoverti.

Anche con un passo piccolo.

7. Non perdere l’entusiasmo

Una battuta d’arresto può toglierti energia. Diverse battute d’arresto consecutive possono farti dubitare dell’intero progetto.

È qui che la capacità di reggere l’insuccesso diventa decisiva.

Non significa ripetere ostinatamente sempre la stessa cosa.

Puoi cambiare strategia, strumenti, tempi e persino obiettivo.

Ma evita di trasformare automaticamente un risultato negativo nella prova che “non ce la farai mai”.

Perseverare non significa continuare a sbattere contro lo stesso muro.
Significa continuare a cercare una strada.

La skill di successo? Tollerare l’insuccesso

La paura di fallire ci rende prudenti. E un po’ di prudenza è utile.

Il problema nasce quando diventa così forte da impedirci di provare, chiedere, cambiare, esporci.

Se vuoi raggiungere un obiettivo importante devi accettare che qualcosa possa andare storto.

Non devi amare il fallimento.

Non devi nemmeno raccontarti che “fallire è bellissimo”. Quando succede, spesso non lo è affatto.

Devi però essere capace di sopportarlo, comprenderlo e ripartire.

Questa è una skill di successo molto meno appariscente del talento, della sicurezza o del carisma.

E forse proprio per questo è una delle più importanti.

Bravura e talento non basta! Occorrono duro lavoro e tenacia. Grinta.

crescita professionale

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”.

Usain Bolt

Ci sono persone particolarmente dotate.
Talenti naturali.
Persone alle quali certe cose sembrano venire più facilmente.

E poi ci siamo noi.

Quelli che devono provare, sbagliare, riprovare. Quelli che guardano il collega più brillante e pensano:

“Lui è portato. Io no.”

Perfetto. La scusa per mollare, rinunciare o non provarci nemmeno è servita.

Il talento conta. Ma non basta.

Competenza, capacità e talento sono importanti. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.

Ma nella crescita professionale entra in gioco anche qualcos’altro: la capacità di continuare quando i risultati non arrivano subito.

Tenacia.
Costanza.
Grinta.

La psicologa Angela Duckworth ha utilizzato proprio il concetto di “grit” per descrivere la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo.

Non significa insistere ciecamente.

Significa continuare a lavorare su qualcosa anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, arrivano gli ostacoli e sarebbe molto più facile lasciar perdere.

Il talento può darti un vantaggio.
La tenacia decide quanto a lungo sei disposto a giocartelo.

La crescita professionale si costruisce nel tempo

È facile essere determinati quando tutto funziona.

Molto meno quando ricevi un NO, una promozione non arriva, qualcuno sembra avanzare più velocemente di te oppure scopri che devi ancora imparare molto.

È lì che la grinta diventa importante.

Vuol dire saper resistere alle distrazioni, reggere una battuta d’arresto e tornare al lavoro.

Non per una settimana.
Non soltanto quando sei motivato.

Ma abbastanza a lungo da permettere alle tue capacità di crescere e produrre risultati.

Non invidiare soltanto il talento degli altri

Puoi incontrare qualcuno più brillante, più preparato o naturalmente più portato di te.

Succederà.

Ma il confronto sul talento dice solo una parte della storia.

Non sai quanto quella persona stia lavorando.
Quanto sappia reggere la frustrazione.
Come reagisca davanti a una sconfitta.
Se continuerà quando le cose diventeranno difficili.

E soprattutto, il talento degli altri non diminuisce quello che puoi costruire tu.

Non puoi decidere quanto talento possiedi.
Puoi decidere cosa farne e quanto sei disposto a lavorarci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Grinta non significa non mollare mai

Anche questo va chiarito.

Perseverare non significa intestardirsi su una strada che evidentemente non funziona.

Puoi cambiare strategia.
Correggere un errore.
Chiedere aiuto.
Acquisire nuove competenze.
Persino cambiare obiettivo.

La tenacia non sta nel continuare a fare sempre la stessa cosa.

Sta nel non arrendersi alla prima difficoltà soltanto perché il risultato tarda ad arrivare.

Talento e bravura sono ottimi punti di partenza.

Ma se vuoi costruire qualcosa nel tempo, serviranno anche duro lavoro, capacità di rialzarti e perseveranza.

Confrontarsi con gli altri: il metodo infallibile per farsi tanto male

confrontarsi con gli altri
“Al lavoro sono tutti migliori di me”
“Gli altri hanno qualcosa in più”
“Roberta ha un passo in più”

Un tuo caro amico ti chiama e ti dice che è stato promosso.

Come ti senti?

Felice per lui? Oppure qualcosa comincia a muoversi dentro: gelosia, amarezza, frustrazione?

Se sei abituato a confrontarti con il collega che ha ottenuto la promozione, l’amico che ha avviato la sua attività o la persona che sembra avere sempre una marcia in più, sai quanto può essere facile uscirne male.

Perché alcune persone hanno davvero più talento, esperienza o competenza di te in un determinato ambito.

E allora?

Ci confrontiamo perché temiamo di non essere abbastanza

Dario è un broker eccezionale.
Alex sa vendere meglio di te.
Sabrina ha una creatività che vorresti avere.

Può essere vero.

Il problema nasce quando prendi una loro qualità e la trasformi nella misura di tutto il resto.

Vedi ciò che quella persona sa fare bene e dimentichi ciò che sai fare tu. Confronti il suo punto di forza con una tua debolezza.

Una gara costruita così puoi soltanto perderla.

Nel confronto vediamo spesso il meglio degli altri e lo confrontiamo con ciò che ci piace meno di noi.

Dario potrebbe non avere la tua capacità di analisi. Alex potrebbe essere un grande venditore ma non avere la tua competenza tecnica. Sabrina potrebbe essere molto creativa e meno concreta di te.

Non significa che tu sia migliore.

Significa semplicemente che le persone non possono essere ridotte a un’unica classifica.

Confrontarsi continuamente è il pass per l’insoddisfazione

Nel confrontarsi con gli altri, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te in qualcosa.

Più competente.
Più brillante.
Più veloce.
Più sicuro.
Più avanti nella carriera.

Se utilizzi gli altri come metro permanente del tuo valore, troverai sempre qualcuno con cui perdere.

E c’è un altro problema.

Conosci molto bene i tuoi dubbi, gli errori, le occasioni perse e le giornate in cui non sei stato all’altezza.

Degli altri, invece, vedi soprattutto ciò che emerge.

Il risultato raggiunto.
La promozione.
Il nuovo incarico.
Il successo.

E naturalmente il confronto non regge.

Confrontarsi con gli altri può diventare utile solo se cambia la domanda

Vedere qualcuno ottenere ciò che desideri non deve necessariamente diventare una minaccia.

Può anche essere un’informazione.

Invece di chiederti:

  • “Perché lui sì e io no?”

prova a chiederti:

  • “Che cosa sta facendo bene?”
  • “C’è qualcosa che posso imparare?”
  • “Quale competenza devo ancora sviluppare?”

A quel punto il confronto smette di essere un giudizio sul tuo valore e può diventare uno strumento per capire dove vuoi crescere.

Non usare il successo degli altri per misurare quanto vali.
Usalo, se serve, per capire cosa puoi imparare.

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

E tu sarai più bravo di qualcun altro in qualcos’altro.

Continuare a fare classifiche non porta molto lontano.

Molto più utile è capire dove sei tu, cosa ti manca e quale può essere il tuo prossimo passo.

Lavoro e successo: puoi salire molto più “in alto” se sei “leggero”

lavoro e successo

Al lavoro ti senti continuamente sotto esame?

Cambi modo di comportarti secondo la persona che hai davanti? Ti trattieni dal dire ciò che pensi o dal prendere una decisione perché temi il giudizio degli altri?

Un conto è tenere in considerazione ciò che pensano colleghi, collaboratori o capo.

Un altro è lasciare che il loro giudizio condizioni continuamente il tuo modo di lavorare.

E questo, alla lunga, pesa.

Alcuni pesi emotivi rallentano la tua crescita professionale

Non si vedono, ma consumano energie.

Il bisogno di piacere a tutti. La paura di sbagliare. Il confronto continuo con gli altri.

Più spazio concedi a questi pensieri, più rischi di lavorare trattenuto, preoccupato, continuamente alla ricerca di conferme.

Puoi avere competenze, ambizione e capacità.
Ma se porti sulle spalle troppo peso emotivo, ogni passo diventa più faticoso.

Essere più “leggeri” non significa fregarsene degli altri o diventare superficiali.

Significa capire quali pesi vale ancora la pena portare e quali puoi lasciare andare.

Lavoro e successo? Molla il peso del giudizio degli altri

Voler essere apprezzati è normale.

Il problema nasce quando, pur di evitare critiche o disapprovazione, inizi a compiacere tutti.

Dici SI quando vorresti dire NO.
Eviti un confronto.
Non esprimi un’opinione.
Modifichi continuamente il tuo comportamento in funzione della persona che hai davanti.

A quel punto non stai più semplicemente ascoltando gli altri.

Stai consegnando agli altri una parte delle tue decisioni.

Molla il peso della perfezione

Se pensi di dover dimostrare continuamente quanto vali, ogni errore diventa una minaccia.

Controlli tutto.
Ti tormenti sui dettagli.
Rimandi una decisione.

Uno stillicidio di tempo ed energie.

Chiunque abbia costruito qualcosa nella propria vita professionale ha sbagliato, si è bloccato, ha preso decisioni che con il senno di poi avrebbe preso diversamente.

Cercare di fare bene il proprio lavoro è professionalità.
Pretendere di non sbagliare mai è un peso.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Lavoro e successo: molla il peso del confronto continuo

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

Più preparato.
Più brillante.
Più veloce.
Avanti nella carriera.

E allora?

Il confronto continuo diventa logorante perché troverai sempre qualcuno con qualcosa più di te.

Puoi osservare gli altri, imparare da loro, persino utilizzarli come riferimento.

Ma non trasformarli nel metro con cui misuri continuamente il tuo valore.

Essere “leggeri” non significa essere superficiali

Questa è la distinzione importante.

Non significa smettere di impegnarti, abbassare le aspettative o ignorare i feedback.

Significa lavorare senza trascinarti dietro tutto ciò che non ti serve: il bisogno continuo di approvazione, l’ossessione della perfezione, la necessità di confrontarti con chiunque.

Utilizzare meglio energie, attenzione e capacità per ciò che conta davvero.

E di continuare a salire senza portarti dietro pesi che non ti servono più.

Successo professionale: ecco chi non ci riuscirà MAI (controlla di non essere nella lista)

successo professionale
Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, puoi desiderare di guidare una startup, ottenere quella promozione, far crescere la tua attività o assumere la responsabilità di un grande progetto.

Obiettivi diversi,
stessa questione.

Per raggiungerli servono competenza e preparazione, certo. Ma servono anche determinazione, tenacia, costanza e capacità di reggere gli inevitabili momenti difficili.

E non tutti ci riescono.

Non necessariamente perché mancano di talento. Spesso perché alcuni atteggiamenti, ripetuti nel tempo, finiscono per sabotare anche le migliori possibilità.

Controlla di non essere anche tu nella lista.

1. Chi pretende che il successo sia facile e veloce

Viviamo circondati da storie di risultati straordinari raccontati in poche righe.

Vediamo il traguardo. Molto meno tutto quello che è successo prima.

Il successo professionale raramente è facile e quasi mai è veloce.

Richiede lavoro, perseveranza, tentativi, correzioni e anche una certa dose di fortuna.

La domanda allora è semplice: cosa fai quando arrivano difficoltà e ostacoli?

Insisti, cambi strategia e continui oppure getti subito la spugna perché i risultati tardano ad arrivare?

Molte persone non falliscono perché non hanno capacità. Mollano semplicemente troppo presto.

2. Chi continua a chiedersi: “Perché gli altri sì e io no?”

Il collega è stato promosso.
L’amico ha aperto la sua attività.
Qualcuno sembra avere trovato esattamente il lavoro che desiderava.

E tu?

Puoi passare il tempo a chiederti perché gli altri abbiano avuto successo oppure utilizzare quell’energia per capire cosa puoi fare tu, adesso.

Lamentarsi, recriminare e confrontarsi continuamente non modifica la situazione.

Agire, forse sì.

Non sai quanto lavoro, quanti tentativi e quanti fallimenti ci siano dietro il risultato che stai guardando.

Concentrati sulla tua prossima mossa, non sul traguardo degli altri.

3. Chi aspetta di sentirsi completamente pronto

“Partirò quando sarò pronto.”

Attenzione, perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Quando stai per uscire dalla tua zona abituale, è normale avere dubbi. Non devi sapere tutto, eliminare ogni rischio o sentirti perfettamente sicuro.

Devi prepararti.
Informarti.
Valutare.

Poi arriva un momento in cui devi smettere di prepararti e cominciare.

Essere pronti non significa non avere più dubbi.
Significa avere abbastanza elementi per fare il primo passo.

4. Chi punta tutto sulla competenza e sul talento

Essere bravi aiuta.

Ma bravura e talento non bastano.

Tra una persona molto talentuosa che molla alle prime difficoltà e una meno dotata ma tenace, disciplinata e disponibile a imparare, non è affatto scontato che sarà la prima ad arrivare più lontano.

Il talento può darti un vantaggio iniziale.

La costanza decide quanto riesci a mantenerlo.

Non continuare quindi a raccontarti che non sei abbastanza portato, brillante o naturalmente predisposto.

Metti in campo quello che puoi controllare:

  • preparazione;
  • impegno;
  • costanza;
  • disponibilità a imparare;
  • capacità di rialzarti;
  • disciplina.

Sono qualità molto meno spettacolari del talento.

E spesso molto più decisive.

5. Chi è terrorizzato dall’idea di sbagliare

Se vuoi raggiungere il successo professionale, prima o poi sbaglierai.

È quasi inevitabile.

Non puoi pretendere di crescere senza accettare la possibilità di fallire.

La paura dell’errore diventa pericolosa quando ti impedisce di decidere, proporti, cambiare o provare qualcosa di nuovo.

E il percorso, comunque, difficilmente sarà lineare.

Ci saranno deviazioni, rallentamenti, decisioni sbagliate e momenti in cui penserai di essere tornato indietro.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza definitiva.

Un errore può interrompere il tuo percorso.
Non deve necessariamente terminarlo.

6. Chi fa sempre e soltanto il proprio “compitino”

Arrivi puntuale.
Fai quello che ti viene chiesto.
Rispetti le procedure.

Bene.

Ma se desideri crescere professionalmente, prima o poi dovrai chiederti:

cosa mi distingue dagli altri?

Non significa vivere in ufficio, sacrificare la vita privata o lavorare gratuitamente.

Significa non limitarsi sistematicamente al minimo richiesto.

Imparare qualcosa in più.
Proporre un’idea.
Assumersi una responsabilità.
Mostrare interesse.
Cercare di migliorare ciò che fai.

Se desideri una promozione, devi poter rispondere a una domanda scomoda:

Perché dovrebbero scegliere proprio me?

7. Chi evita qualsiasi conflitto

Essere apprezzati fa piacere.

Ma evitare sistematicamente ogni divergenza per paura di disturbare gli equilibri può diventare un limite professionale.

Ci sono conversazioni che devono essere affrontate. Problemi che devono essere nominati. Posizioni che devono essere sostenute.

Evitare un conflitto non significa necessariamente averlo risolto.

A volte significa soltanto averlo rimandato.

Non devi cercare lo scontro. Devi imparare a stare dentro un confronto professionale senza trasformarlo in una battaglia personale.

8. Chi ha continuamente bisogno di complimenti e approvazione

Il riconoscimento fa bene.

Tutti abbiamo bisogno, almeno qualche volta, di sentirci apprezzati.

Ma se la tua motivazione dipende continuamente dagli applausi degli altri, rischi di fermarti appena questi vengono a mancare.

E spesso mancheranno.

Nessuno seguirà quotidianamente i tuoi progressi dicendoti quanto sei bravo.

Devi imparare anche a riconoscere da solo quanto sei cresciuto, cosa hai fatto bene e quanto cammino hai già percorso.

Se hai bisogno dell’approvazione degli altri per continuare, consegni agli altri anche il potere di fermarti.

Il successo professionale non è una passeggiata

Non esiste una formula che garantisca il successo.

E non basta eliminare questi otto atteggiamenti per ottenere automaticamente ciò che desideri.

Ma una cosa è certa: alcuni comportamenti possono rendere il cammino inutilmente più difficile.

Il successo professionale richiede di saper:

  • aspettare senza mollare;
  • agire anche senza sentirsi perfettamente pronti;
  • reggere errori e battute d’arresto;
  • andare oltre il minimo indispensabile;
  • affrontare i confronti necessari;
  • continuare anche quando nessuno applaude.

Il viaggio del successo professionale non sarà lineare.

Ci saranno cose da imparare, altre da lasciare andare e qualche deviazione che non avevi previsto.

Se la direzione per te conta davvero, continua.

Buon viaggio.

La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro

arroganza sul lavoro

Nella vita professionale una buona dose di fiducia è necessaria.

Serve per esprimere un’opinione, prendere decisioni, parlare dei propri risultati, assumersi responsabilità e affrontare situazioni difficili.

Ma esiste una linea sottile.

Puoi essere ambizioso senza diventare spietato. Sicuro senza sentirti superiore. Diretto senza svalutare gli altri.

Fiducia e arroganza possono sembrare vicine. In realtà producono effetti molto diversi.

Ecco 8 situazioni in cui la differenza diventa evidente.

1. Sei sicuro di te quando dai un feedback costruttivo

È arroganza sul lavoro quando utilizzi il feedback per ferire, giudicare o dimostrare superiorità.

Una critica può essere utile quando riguarda un comportamento concreto e aiuta la persona a capire cosa può migliorare.

Il problema nasce quando passi dal comportamento alla persona:

  • “Hai gestito male questa situazione.”

è molto diverso da:

  • “Sei sempre incapace di gestire queste situazioni.”

La fiducia ti permette di essere diretto senza avere bisogno di umiliare.

Anche i consigli possono diventare arroganti quando non sono richiesti e nascondono un messaggio del tipo: “Io so cosa è meglio per te.”

Essere diretti non significa sentirsi autorizzati a svalutare.

2. Sei sicuro di te quando sai parlare dei tuoi risultati

È arroganza sul lavoro quando ti prendi tutto il merito.

In un colloquio, durante una valutazione o quando presenti il tuo lavoro, devi essere capace di raccontare ciò che hai fatto.

Non è vantarsi.

Dire:

  • quale problema hai risolto;
  • quale risultato hai ottenuto;
  • quale competenza hai sviluppato;
  • quale contributo hai dato;

significa parlare di fatti.

L’arroganza comincia quando ogni risultato diventa esclusivamente tuo e gli altri scompaiono dalla storia.

Un professionista sicuro sa prendersi il merito che gli spetta.

E sa anche riconoscere quello degli altri.

3. Sei sicuro di te quando lasci parlare i fatti

È arroganza sul lavoro quando devi continuamente ricordare agli altri quanto vali.

Titoli.
Clienti importanti.
Conoscenze.
Risultati.
Successi.

Se ogni conversazione diventa un’occasione per aumentare il tuo valore agli occhi di chi ascolta, forse non stai dimostrando sicurezza.

Stai cercando conferme.

Chi è realmente sicuro non deve dimostrare continuamente di esserlo.

Se senti il bisogno di dichiarare il tuo valore, chiediti perché hai bisogno che gli altri te lo confermino.

4. Sei sicuro di te quando ti assumi la responsabilità

Diventi arrogante quando cerchi sempre un colpevole.

La fiducia si vede anche quando qualcosa va male.

Puoi ascoltare una critica, riconoscere un errore e dire:

  • “Questa parte era una mia responsabilità.”

Senza sentirti per questo meno competente.

L’arroganza, invece, interpreta l’errore come una minaccia alla propria immagine.

E allora parte la ricerca del responsabile:

  • “Avevo chiesto a Giuliano di occuparsene.”
  • “Non mi hanno dato le informazioni.”
  • “Il team non ha capito.”

Assumersi una responsabilità non indebolisce l’autorevolezza.
Spesso la rafforza.

5. Sei sicuro di te quando sai ascoltare

È arroganza sul lavoro quando ogni conversazione torna sempre su di te.

Parlare delle proprie esperienze è normale.

Il problema nasce quando:

  • interrompi;
  • non fai domande;
  • riporti ogni discorso alla tua esperienza;
  • aspetti soltanto il momento per riprendere la parola.

La persona arrogante ha bisogno di confermare continuamente la propria importanza.

Quella sicura può anche restare in silenzio e ascoltare.

La sicurezza non ha bisogno di occupare tutto lo spazio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Sei sicuro di te quando accetti l’imperfezione

Diventi arrogante quando pretendi dagli altri standard impossibili.

Essere esigenti può essere positivo.

Pretendere che tutti ragionino, lavorino e reagiscano esattamente come te, molto meno.

La persona sicura sa riconoscere i propri limiti.

E proprio per questo riesce più facilmente ad accettare che anche gli altri ne abbiano.

L’arroganza, invece, trasforma il proprio modo di fare nell’unico modo corretto.

Essere bravi non ti autorizza a considerare inadeguato chi è diverso da te.

7. Sei sicuro di te quando sei ambizioso

Diventi arrogante quando l’ambizione giustifica qualsiasi comportamento.

Voler crescere professionalmente non è un problema.

Desiderare responsabilità, risultati, riconoscimento o una posizione più importante è legittimo.

Il confine viene superato quando il successo degli altri ti minaccia oppure quando, pur di arrivare, sei disposto a passare sopra persone e relazioni.

La persona sicura può essere molto ambiziosa senza pensare:

“Se vinci tu, perdo io.”

L’ambizione vuole crescere.
L’arroganza vuole sentirsi superiore.

8. Sei sicuro di te quando non pensi soltanto a te stesso

Diventi arrogante quando i tuoi bisogni diventano automaticamente la priorità di tutti.

“Mi serve subito.”
“Devo averlo entro oggi.”
“Ho bisogno che tu faccia…”

Può capitare che qualcosa sia urgente.

Il problema è quando la tua urgenza diventa sistematicamente l’urgenza degli altri.

Una persona sicura sa chiedere, negoziare, spiegare ciò di cui ha bisogno.

Ma continua a vedere chi ha davanti.

Non considera automaticamente il proprio tempo più prezioso, i propri problemi più importanti o le proprie necessità superiori a quelle degli altri.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Fiducia e arroganza non sono la stessa cosa

La differenza non sta nel parlare piano, essere modesti o evitare di mostrare ciò che sai fare.

Puoi essere molto sicuro, ambizioso e diretto.

La domanda è cosa succede agli altri quando entri nella stanza.

Si sentono ascoltati o schiacciati?

Riconosciuti o sminuiti?

Coinvolti oppure utilizzati?

La fiducia non ha bisogno di diminuire gli altri per aumentare se stessa.

La fiducia dice: “So quanto valgo”.
L’arroganza aggiunge: “E devo dimostrarti che valgo più di te”.

Questa, forse, è la linea più semplice da ricordare.

Comunicazione al lavoro: 12 abitudini che ti rendono noioso e irritante (da evitare)

comunicazione al lavoro

Iniziamo una conversazione con le migliori intenzioni.

Poi basta poco: una parola di troppo, un’interruzione, un tono sbagliato, un gesto che infastidisce.

La tensione sale.

E una conversazione che poteva essere utile diventa improvvisamente una battaglia.

Ammettiamolo: non sempre siamo buoni comunicatori quanto pensiamo.

Possiamo avere competenza, esperienza e ottime intenzioni, ma alcune abitudini rendono la nostra comunicazione al lavoro pesante, irritante o poco efficace.

Ecco 12 comportamenti nella conversazione cui vale la pena prestare attenzione.

1. Parlare troppo

Spiegare tutto.
Ripetere.
Aggiungere dettagli non necessari.

Passare da un argomento all’altro senza arrivare mai al punto.
Parlare tanto non significa comunicare meglio.

A volte significa semplicemente costringere l’altra persona a cercare il messaggio dentro una montagna di parole.

Chiediti:

“Quello che sto aggiungendo serve davvero?”

Se la risposta è no, fermati.

La sintesi non impoverisce il messaggio.
Spesso gli dà più forza.

2. Guardare il cellulare mentre qualcuno ti parla

Dire “Parla pure, ti ascolto” mentre controlli mail e notifiche non funziona.

Forse senti ciò che viene detto.

Ma difficilmente stai prestando piena attenzione.

Se la conversazione conta, metti via il telefono per qualche minuto.

È un gesto semplice nella comunicazione al lavoro che comunica rispetto.

3. Interrompere e finire le frasi degli altri

Hai già capito dove vuole arrivare?

Forse.

Ma lascia che sia l’altra persona a dirlo.

Interrompere continuamente comunica impazienza e aumenta il rischio di rispondere a qualcosa che l’altro non aveva ancora finito di spiegare.

Non completare le frasi.
Non parlare sopra.
Aspetta qualche secondo in più.

4. Parlare sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare la tua esperienza.

“È successo anche a me…”
“Io invece…”
“Quando lavoravo in…”

Non c’è niente di sbagliato nel parlare di sé.

Il problema nasce quando ogni conversazione finisce inevitabilmente per tornare su di te.

Fai domande.
Lascia spazio.

Interessati anche alla storia dell’altro.

5. Fare continuamente il “professore”

“Quello che devi capire è…”
“Devi fare così…”
“Se fossi in te…”

Dispensare continuamente spiegazioni e consigli può diventare irritante, soprattutto quando nessuno li ha chiesti.

Non devi dimostrare in ogni conversazione quanto sei competente.

Puoi essere molto competente e continuare ad avere qualcosa da imparare da chi hai davanti.

Approfondisci con il post dei consigli non richiesti.

6. Voler controllare la conversazione

Nella comunicazione al lavoro fare domande non significa interrogare.

Se ogni domanda serve soltanto a portare l’altra persona verso la risposta che hai già deciso, non stai davvero aprendo un dialogo.

Stai guidando la conversazione verso la tua conclusione.

Chiedi.

Poi lascia spazio alla risposta.

Una conversazione non è efficace soltanto quando termina esattamente dove vuoi tu.

7. Non dire niente

Esiste anche l’eccesso opposto.

Silenzio assoluto.
Risposte monosillabiche.
Nessuna reazione.

Una conversazione richiede partecipazione.

Se il confronto diventa troppo acceso, puoi chiedere una pausa e riprenderlo quando siete più tranquilli.

Ma attenzione a non utilizzare il silenzio per evitare sistematicamente le conversazioni difficili.

Rimandare può essere utile.
Fuggire, molto meno.

8. Comunicare ostilità anche senza parole

Il modo in cui ascolti conta.

Uno sguardo continuamente rivolto altrove, sospiri, espressioni infastidite, tono secco o distanza eccessiva possono contraddire ciò che stai dicendo.

Puoi pronunciare parole corrette e contemporaneamente trasmettere:

“Non ho voglia di ascoltarti.”

Parole e comportamento devono raccontare possibilmente la stessa storia.

Non serve controllare ogni gesto.

Nella comunicazione al lavoro serve diventare più consapevoli dell’effetto che produci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Trasformare le opinioni in sentenze

“È così.”
“Non funzionerà.”
“Questo è sbagliato.”
“Dobbiamo fare così.”

A volte hai dati sufficienti per essere molto deciso.

Altre volte stai semplicemente esprimendo un’opinione come se fosse un fatto.

Prova a distinguere:

“Io la vedo così…”

“Sulla base di questi elementi, penso che…”

Non diminuisce la tua autorevolezza.

Rende più chiaro dove finisce il fatto e dove comincia la tua valutazione.

10. Mostrare indifferenza

Una persona ti sta parlando e tu sembri altrove.

Risposte automatiche.
Nessuna domanda.
Scarso interesse.

È difficile costruire una conversazione utile se l’altra persona percepisce che ciò che sta dicendo non ti interessa minimamente.

Non devi essere entusiasta di ogni argomento.

Ma se hai deciso di partecipare alla conversazione, partecipa davvero.

11. Usare sarcasmo e ironia per colpire

Una battuta può alleggerire una situazione.

Può anche umiliare.

Il problema del sarcasmo è che permette facilmente di ferire e poi ritirarsi dietro:

“Stavo scherzando.”

Se non sei d’accordo, dillo.
Se qualcosa ti irrita, affrontalo.

Non utilizzare una battuta per dire ciò che non hai il coraggio di dire apertamente.

L’ironia può alleggerire una conversazione.
Il sarcasmo usato per colpire la avvelena.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

12. Dimenticare di dire “grazie”

Un grazie non risolve una cattiva comunicazione.

Ma riconoscere il tempo, l’aiuto o il contributo di qualcuno è una piccola abitudine che migliora molto la qualità delle relazioni.

“Grazie per avermelo fatto notare.”
“Grazie per il tempo che mi hai dedicato.”
“Grazie per esserti occupato della questione.”

Non serve trasformarlo in una tecnica.

Deve essere sincero.

La gratitudine funziona proprio perché non dovrebbe essere data per scontata.

Migliorare la comunicazione parte dalle piccole abitudini

Probabilmente ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti.

Anch’io.

Il punto non è diventare comunicatori perfetti.

È accorgersi di quelle piccole abitudini che, ripetute ogni giorno, finiscono per rendere più difficili conversazioni che potrebbero essere molto più semplici.

Puoi cominciare da una domanda:

Quale di questi 12 comportamenti utilizzo più spesso senza rendermene conto?

Poi scegline uno.

E comincia da lì.

 

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interiore – 2

critico interno

Foto di cj_wells88

Leggi anche la parte 1.

5. Sostituisci pensieri eccessivamente critici con affermazioni più realistiche

Impara a riconoscere quando i tuoi pensieri critici sono esageratamente negativi.
Trasforma un pensiero eccessivamente pessimista in un’affermazione più razionale e realistica.

Quando ti ritrovi a pensare: “Non faccio mai niente di buono“,
sostituisci la frase con una più ragionevole del tipo “Quando si tratta di numeri e di contabilità, mi trovo in difficoltà”.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ogni volta che ti trovi in testa un pensiero esageratamente negativo,
rielabora con una dichiarazione più accurata,
guardando la situazione in modo più razionale e meno emotivo.

Se pensi “Non riuscirò mai ad avere un posto di responsabilità”,
esamina le prove che supportano questa dichiarazione ma anche quelle che contestano quest’affermazione.
Guarda l’argomento da entrambi i lati.

A volte è utile scrivere,
elencare tutte le prove che supportano ma anche quelle che contraddicono questo pensiero.
Vedrai che la notte non è così nera come l’hai dipinta.

6. Dai forza al tuo dialogo interiore

Il tuo dialogo interiore alimenterà il tuo successo o ti impedirà di raggiungere il tuo pieno potenziale.
Devi diventare il tuo migliore consigliere.

Più riuscirai a migliorare il tuo dialogo interiore,
più avrai forza per andare avanti nei momenti difficili e farai “pace” con i tuoi limiti e con te stesso.

Vedrai com’è motivante utilizzare pensieri tipo:
“E’ difficile, ma mi sto impegnando e ce la posso fare” oppure “Ho fallito. Domani ricomincerò più forte dei miei errori”.

Utilizza il dialogo interiore (modificandone le parole) per darti forza,
e continua a lottare per i tuoi successi e per i tuoi sogni!

Il progresso sconfigge il critico interno.

 


 

7. Fai attenzione alle parole che utilizzi

“Le parole hanno il potere di distruggere e di creare.
Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.”

Buddha

Poni attenzione alle parole che utilizzi per descrivere la realtà, ma anche per parlare di quello che pensi di te stesso, dei limiti che ti dai, degli obiettivi che ti poni.

Il tuo critico interiore imposta obiettivi irragionevoli e poi ti dice… “Dai forza, vai a prenderlo” .

Il tuo critico prova vergogna davanti a traguardi facilmente raggiungibili.
I suoi obiettivi sono l’auto-sconfitta,
il sogno irrealizzabile e a sfiducia.

8. Sii comprensivo con te stesso

Hai notato come siamo indulgenti con gli amici,
e quanto diventiamo duri e spietati quando si tratta di noi stessi?

Abbiamo poco o nessun controllo su come ci sentiamo e su cosa pensiamo. Molte delle nostre risposte emotive e cognitive sono automatiche.
Non dovremmo mai giudicarci così duramente.

Dobbiamo sviluppare l’autoconsapevolezza per diventare coscienti di questi pensieri e azioni automatiche.
Ci vuole un piccolo sforzo e allenamento per migliorare la consapevolezza di sé.

C’è differenza …
dire sempre a te stesso che non sei abbastanza bravo,
e dire sempre a te stesso che puoi lavorare per diventare migliore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

9. Prendi una certa distanza dal tuo critico interno

Identifica i pensieri di cui devi essere consapevole e quelli che devi lasciare andare.

Accettare le tue debolezze per quello che sono oggi, non significa che devi rimanere così per sempre.
È importante riconoscere di avere difetti ma anche decidere di sforzarsi per migliorare.

Il tuo critico interno detesta il progresso, ama la sicurezza, si concentra solo su “non voglio” e “non mi piace”.
Non ti supporta mai.

Qual è il più grande passo in avanti che puoi completare oggi?
Non preoccuparti di quanto sia piccolo, minimo.
Fallo.

Se riesci a distaccarti e operare contro questo pensiero distruttivo,
diventerai più forte, mentre il tuo critico interno si indebolirà.

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interno – 1

critico interno

Foto di cj_wells88

Tutti abbiamo un critico interiore.
Questa “voce interna” che esprime di continuo un commento negativo su chi-siamo e come-ci-comportiamo.

“Avresti dovuto…”
“Sei fottuto.”
“C’è qualcosa che non va in te.”
“A loro non piaci.”
“Non puoi farlo.”
“Sei un perdente.”
“Tanto non ce la farai. Come sempre.”
“Sei brutto/stupido/grasso”
“Sei diverso dagli altri.”

Questa voce critica si forma dalle nostre esperienze di vita;
esperienze dolorose e spiacevoli che producono emozioni negative e pensieri depotenzianti.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

A ogni particolare situazione stressante o dannosa che ci capita,
ecco che spunta la voce critica che è in noi.

Il critico interiore non analizza oggettivamente

Piuttosto alimenta continuamente un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.
È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Ecco 9 spunti per “domare” il tuo critico interiore,
far tacere la sua negatività e migliorare il benessere della tua vita:

1. Sviluppa consapevolezza dei tuoi pensieri

Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, il nostro critico interiore inizia ad avvertirci dei potenziali modi in cui potremmo fallire… con pensieri spesso esagerati, prevenuti, sproporzionati.

Siamo così abituati a sentire i nostri stessi racconti che è difficile diventare consapevoli dei messaggi che ci stiamo mandando.

Riconoscere che il tuo critico interiore è al lavoro …
è il primo passo per ridurre la sua presa su di te.

2. Ricorda che la voce del critico interiore non è la realtà

“Nel reale si rischia di soffocare,
nell’irreale di perdersi.”

Mario Andrea Rigoni

Ricorda che la tua voce interiore critica non è un riflesso della verità.
È una prospettiva che hai adottato sulla base di esperienze e atteggiamenti negativi che hai vissuto e interiorizzato.

 


 

Il tuo critico interiore sta cercando di proteggerti da possibili danni,
alcuni pensieri potrebbero essere veri,
spesso sono falsi, raramente sono utili.

Non lottare con il tuo critico,
piuttosto vedilo per quello-che-è …
una “voce” che propina opinioni, piuttosto che fatti.

Non agire sulle direttive del tuo critico interiore.

3. Smettila di rimuginare

A volte,
potresti sorprenderti a pensare e ripensare più volte a quella cosa imbarazzante che hai fatto,
o a quella frase che non avresti dovuto dire,
ma oramai è fatta.

Se continui a ruminare, rimasticare,
non farai altro che sentirti peggio e non risolverai il problema.

Non cercare di evitare di pensarci,
perché più probabilmente ti concentrerai e rafforzerai questo pensiero.

Invece,
è importante distrarsi con un’attività – tipo fare una passeggiata, parlare di un argomento completamente diverso, ecc. – per fermare i pensieri critici,
prima che vadano fuori controllo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

4. Parla a te stesso come se parlassi a un amico

Che cosa diresti a un caro amico che ti confida pensieri di inadeguatezza e sentimenti di insicurezza?

Non penso qualcosa del tipo: “È giusto così … sei così insicuro e goffo” oppure
“Per l’ennesima volta hai dato prova di non saper fare niente di buono”
“Sei un perdente, non puoi farci niente!”

Eppure,
con te stesso saresti capace di dire cose molto più dure e crudeli.
Il tuo critico interiore è felice quando costruisci muri.

Invece (anche a te stesso) dovresti offrire parole compassionevoli, di incoraggiamento,
d’incitamento, proprio come faresti con il tuo migliore amico.

Continua a leggere la parte 2.

12 differenze tra chi ha successo e chi non ce la farà mai

avere successo
C’è sempre una differenza.

Tra successo e insuccesso.

Non è solo una questione di risultati.

È una differenza di approccio, di abitudini, di decisioni.
Di pensieri che diventano azioni.

E, alla fine, fanno la differenza.

Avere successo — cioè raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli — significa:

  • lavorare duro
  • essere determinati
  • perseverare

Non c’è molto altro da aggiungere.

Ecco 12 differenze che contano. Davvero.

1. Chi ha successo agisce. Chi fallisce rimanda

Le persone che arrivano:

  • si muovono
  • provano
  • sbagliano
  • riprovano

Le altre … aspettano.
Aspettano il momento giusto.

La situazione perfetta.
La sicurezza totale.

Che non arriva mai.

“Chi diventa bravo a inventare scuse,
non sarà mai bravo in nient’altro.”

2. Chi ha successo riconosce i limiti. Chi fallisce li nasconde

Molti passano la vita a mascherare debolezze ed emozioni.

Chi cresce davvero fa l’opposto:

  • riconosce i propri limiti
  • li accetta
  • ci lavora sopra

Non spreca energia a “sembrare”.
La usa per migliorare.

3. Chi ha successo abbraccia il cambiamento. Chi fallisce lo teme

Il cambiamento è scomodo.

Sempre.

Ma chi arriva:

  • studia
  • si aggiorna
  • si adatta

Chi resta indietro, invece:

  • resiste
  • si irrigidisce
  • rimane fermo

4. Chi ha successo parla di idee. Chi fallisce parla d’altro

Le persone che crescono:

  • discutono progetti
  • condividono visioni
  • si confrontano

Quelle che non crescono:

  • criticano
  • commentano
  • sprecano energie

5. Chi ha successo sceglie bene le persone. Chi fallisce subisce l’ambiente

Le persone con cui passi il tempo contano.
Molto.

Chi ce-la-fa si circonda di persone che:

  • stimolano
  • supportano
  • fanno crescere

Chi non resta in ambienti:

  • negativi
  • lamentosi
  • prosciuganti

E ne paga il prezzo.

6. Chi ha successo si assume responsabilità. Chi fallisce dà la colpa

Chi cresce davvero sa che:
la vita è fatta di errori.

E li affronta.

Non cerca scuse.
Non scarica responsabilità.

Le persone che non crescono fanno l’opposto:
trovano sempre qualcuno o qualcosa da incolpare.

7. Chi ha successo continua a imparare. Chi fallisce si ferma

L’unico modo per crescere è:
continuare a imparare.

Chi ha successo:

  • resta curioso
  • cerca stimoli
  • si mette in discussione

Chi si blocca:

  • si aggrappa alle proprie certezze
  • diventa rigido
  • smette di evolvere

E alla prima difficoltà… si rompe.

8. Chi ha successo chiede. Gli altri temono il rifiuto

Molti non chiedono ciò che vogliono.

Per paura.

  • di essere rifiutati
  • di fallire
  • di esporsi

Ma così facendo… si auto-escludono.

Chi raggiunge il traguardo ha capito una cosa semplice:
il “no” fa parte del gioco.

9. Chi ha successo sceglie la strada difficile. Chi fallisce quella facile

Quando arriva il momento decisivo:
chi cresce prende decisioni difficili.

Dice dei “no”.
Si espone.
Si assume dei rischi.

Chi non cresce cerca scorciatoie.

Che spesso diventano strade senza uscita.

10. Chi ha successo ascolta. Chi fallisce parla. Troppo.

L’ascolto è una delle competenze più sottovalutate.

Chi ce la fa:

  • ascolta davvero
  • fa domande
  • comprende

Chi non ce la fa:

  • parla troppo
  • interrompe
  • vuole avere sempre ragione

E perde occasioni.

Nei miei libri ho spesso sottolineato la “potenza” dell’ascolto e del silenzio.

11. Chi ha successo mantiene un atteggiamento costruttivo. Chi fallisce si fa travolgere

Un atteggiamento positivo non significa essere ingenui.

Significa:

  • restare lucidi
  • reagire in modo utile
  • non farsi trascinare

Chi non riesce:

  • si abbatte facilmente
  • reagisce emotivamente
  • si lascia condizionare da tutto

12. Chi ha successo sa che non è solo denaro. Chi fallisce guarda solo l’apparenza

Per molti, successo significa:

  • soldi
  • status
  • immagine

Per chi “arriva” davvero, invece, è altro:

  • qualità delle relazioni
  • crescita personale
  • consapevolezza
  • equilibrio

Il successo non è solo ciò che hai.

È soprattutto chi sei.

Le persone di successo curano i dettagli.

Sanno che spesso la differenza tra ordinario e straordinario
sta nelle piccole cose fatte bene.

Non esiste una formula magica. Esistono scelte quotidiane.

Piccole,
ripetute,
coerenti.

Non serve rivoluzionare tutto.
Serve iniziare.

Magari da una sola cosa:
smettere di rimandare.

Perché il successo non arriva all’improvviso.
Si costruisce.
Ogni giorno.

Quando emerge la sensazione di “non andare da nessuna parte”,
il lavoro più utile è fare ordine:

cosa vuoi davvero, cosa ti trattiene,
cosa serve per ripartire.

Scopri il mio percorso di coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi – coaching mirato“

9 frasi che non dovresti mai dire sul tuo luogo di lavoro

frasi da evitare al lavoro

Foto di MabelAmber

Per molti di noi,
il lavoro è il luogo dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo.

Stare così tante ore nello stesso ambiente ci fa abbassare la soglia di attenzione.

Dimenticare il buon senso.

Assumere atteggiamenti che, senza accorgercene,
mettono a rischio la nostra professionalità.

Non lasciare che frasi apparentemente innocue come:

“Sei incinta?”

“Come sei magra? Perché non mangi?”

“Quanti anni hai? Davvero?”

“Come mai sei agghindato a festa? Hai un colloquio?”

danneggino la tua reputazione o ti facciano etichettare come una persona superficiale, banale, insolente.

Da evitare.

Ecco 9 frasi da evitare al lavoro per non mettere a repentaglio la tua credibilità.

1. “Scusa ma sono in ritardo”

Rispetta il tuo tempo.
E quello degli altri.
Punto.

Essere in ritardo (a una riunione, un progetto, una consegna) la dice lunga su di te.

Essere in orario significa:

  • rispetto
  • affidabilità
  • responsabilità

2. “Sì” (quando vorresti dire “no”)

Hai il “no” sulla punta della lingua,
ma per senso di colpa, paura del giudizio,
o per evitare un conflitto dici “sì”.

E poi arrivano:
ruminazioni,
colpevolizzazioni,
logorii mentali.

Se una richiesta ti mette in difficoltà,
non rispondere subito.

  • “Posso pensarci? Ti faccio sapere domani.”

Leggi il mio post su come dire NO senza offendere.

3. “No” (poi ci ripensi e dici “sì”)

Se torni facilmente indietro, comunichi che le tue posizioni sono negoziabili basta insistere un po’.

Risultato?
Le persone smettono di prenderti sul serio.

Cambiare idea è umano.

Ma non quando è guidato dalla paura del giudizio o dal bisogno di essere accettati.

4. “Sì” (quando sai già che poi dirai “no”)

Accettare per paura o indecisione,
sapendo che poi ritratterai via mail,
o tramite un collega-messaggero,
ti danneggia.

Comunica debolezza.
Mancanza di coerenza.
Scarsa assunzione di responsabilità.

I tuoi colleghi meritano una persona che ci mette la faccia.

5. “Ti rubo solo un secondo/minuto”

Quasi mai è vero.

Un minuto non basta.
E lo sappiamo entrambi.

Quando interrompi qualcuno,
stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

Cambia approccio:
chiedi un momento, non “un minuto”.

Sarà l’altro a dirti quando è il momento giusto.

6. “Questo non è il mio lavoro”

Frase tossica.
Ti dipinge come inflessibile e poco collaborativo.

Oggi tutti svolgiamo (anche) compiti fuori dal mansionario.

Se una richiesta è davvero ingiusta,
chiedi di parlarne.
Ma non dire mai che “non è il tuo lavoro”.

La stima cala.
E la reputazione resta.

7. “Non lo so… non mi dicono mai niente”

Lamentarti del tuo scarso potere decisionale mina la tua credibilità.

È depotenziante.

Tutti, anche i dirigenti,
devono chiedere autorizzazioni.

Se ti mancano informazioni,
procuratele.
Non lamentarti.

8. “Sapete che Francesco esce con Giulia?”

Il gossip crea complicità momentanea.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ti ascolta sa una cosa:
con te non può essere discreto.

Le vite private dei colleghi restano tali.

9. “Se tu fai/non fai… vado dal capo”

Non è una strategia.
È una minaccia.

E le minacce comunicano:
debolezza,
insicurezza,
infantilismo.

Se c’è un problema,
si affronta.

Non si ricatta.

Frasi da evitare al lavoro?

Spesso è solo buon senso.

In questa epoca di iper-controllo e politically correct,
non serve aggiungere nuove regole.

Servono:
attenzione,
consapevolezza,
rispetto.

Sono verità antiche.
Semplici.

Ma spesso dimenticate per superficialità e pigrizia.

In conclusione

La professionalità non si gioca nei grandi discorsi,
ma nelle frasi quotidiane.

Quelle che dici senza pensarci.
Ed è proprio lì che vale la pena diventare più consapevoli.

4 pensieri folli che ti assalgono quando attendi una risposta da troppo tempo

stress al lavoro
Dovremmo pensare molto meno.

O meglio: dovremmo rimuginare molto meno.

Soprattutto sul lavoro, dove basta una risposta tardiva per mettere in moto pensieri, interpretazioni e conclusioni che spesso hanno poco a che fare con la realtà.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto la vicenda di Jonathan.

Ogni volta che un collega, il capo o un cliente impiegava “troppo tempo” a rispondere a una sua richiesta, la sua mente iniziava a correre.

E a presumere il peggio.

Più o meno funzionava così:

“Non mi risponde.
Allora c’è un problema.
Il problema sono io.
Non mi darà l’informazione che mi serve.
Resterò indietro con il progetto.
Non rispetterò la scadenza…”

Da una semplice risposta che non arriva, in pochi passaggi Jonathan era già arrivato al disastro professionale.

Altro che stress al lavoro. Esagerato?

Forse. Ma quando siamo sotto pressione è facile riempire il vuoto con le nostre interpretazioni.

E più aspettiamo, più la fantasia può prendere il posto dei fatti.

Ecco 4 pensieri che possono assalirti quando aspetti una risposta per quello che tu consideri “troppo tempo”.

1. “Non mi tengono in considerazione”

Hai inviato una mail.

Aspetti.

Niente.

Passa altro tempo e ancora silenzio-radio.

A quel punto può partire il pensiero:

“Ecco, non mi considerano.”

La sensazione di essere ignorati è frustrante, soprattutto quando ritieni che il tuo lavoro sia importante e che la richiesta meriti attenzione.

Ma una mancata risposta non dimostra automaticamente una mancanza di considerazione.

L’altra persona potrebbe essere impegnata, avere altre priorità, aver rimandato la risposta o semplicemente essersi dimenticata.

Il silenzio dell’altro lascia uno spazio vuoto.
E noi siamo bravissimi a riempirlo con le nostre interpretazioni.

2. “E se non piaccio?”

Qui il salto diventa ancora più grande.

Non ti hanno risposto e cominci a chiederti se il problema non sia soltanto la tua richiesta.

Forse il problema sei tu.

Non piaci.
Non sei considerato abbastanza competente.
Non sei apprezzato come professionista.

Quando siamo troppo condizionati da ciò che pensano gli altri, anche un semplice ritardo può trasformarsi in una valutazione personale.

Ma attenzione: stai passando da un fatto…

“Non ho ancora ricevuto risposta.”

…a un’interpretazione:

“Non mi risponde perché non mi considera.”

Sono due cose molto diverse.

3. “Si sarà offeso?”

Rileggi la mail.

Una volta.

Poi ancora.

“Forse sono stato troppo diretto.”

“Quella frase poteva essere interpretata male.”

“Forse avrei dovuto scriverla diversamente.”

La comunicazione scritta può effettivamente creare incomprensioni: mancano tono della voce, espressioni e molti segnali che aiutano a interpretare le intenzioni dell’altro.

Una frase sintetica può sembrare brusca. Una richiesta diretta può apparire fredda.

Quindi il dubbio può anche essere legittimo.

Il problema nasce quando dal dubbio passi direttamente alla certezza di aver offeso qualcuno.

Un’ipotesi non diventa un fatto soltanto perché continui a pensarci.

Se hai davvero motivo di credere che il tuo messaggio sia stato poco chiaro o eccessivamente brusco, puoi sempre chiarirlo.

Altrimenti, aspetta prima di costruire una storia che potrebbe esistere soltanto nella tua testa.

4. “Oddio… sto per essere licenziato?”

Ecco lo stress al lavoro: qui la fantasia ha ormai messo il turbo.

Una risposta tarda ad arrivare e inizi a collegare altri piccoli segnali:

  • nessuno ti ha aggiornato su quella riunione;
  • non hai ancora ricevuto un’informazione;
  • il capo ultimamente sembra più distante.

Ed eccola lì:

“Mi stanno facendo fuori.”

Naturalmente esistono situazioni nelle quali determinati cambiamenti meritano attenzione.

Ma una mail senza risposta, da sola, non è una prova di esclusione o di un imminente licenziamento.

Prima di arrivare alla conclusione peggiore, chiediti quali fatti concreti hai realmente a disposizione.

Stress al lavoro? Quando aspetti troppo, resta ai fatti

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”
Giorgio Faletti

Quando senti che la mente sta iniziando a costruire scenari sempre più negativi, fermati un momento.

Chiediti:

  • Che cosa so realmente?
  • Che cosa sto invece immaginando?
  • Ho elementi concreti per arrivare a questa conclusione?
  • Posso semplicemente chiedere un aggiornamento?

Molto spesso il fatto è uno solo:

non hai ancora ricevuto una risposta.

Tutto il resto, almeno per il momento, è interpretazione.

E ricorda che non tutti condividono le stesse priorità. Ciò che per te è urgente e fondamentale, per un’altra persona potrebbe essere una delle tante questioni da affrontare durante la giornata.

Se hai bisogno di una risposta entro una certa data, comunicalo chiaramente.

Fai un follow-up semplice e professionale:

“Ti ricontatto rispetto alla mia mail.
Quando pensi di riuscire a darmi un riscontro?”

Non serve tormentarti per ore cercando di capire cosa significhi quel silenzio.

Chiedi.
Verifica.
Resta ai fatti.

Perché finché lavoreremo con altre persone saremo esposti ad attese, incomprensioni, stress al lavoro, ma anche ritardi e risposte diverse da quelle che vorremmo.

Non possiamo controllare tutto questo.

Possiamo però evitare di lasciare che una risposta che tarda ad arrivare diventi, nella nostra testa, una catastrofe che non è ancora accaduta.

Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero

rapporti difficili al lavoro
L’empatia non è soltanto una bella qualità da mostrare nelle relazioni personali.

Conta anche sul lavoro.

Con il capo, con i colleghi, con i collaboratori. Soprattutto quando ci sono tensioni, incomprensioni o punti di vista molto diversi.

Essere empatici non significa essere sempre accomodanti, comprensivi o d’accordo con tutti.

Significa piuttosto provare a comprendere ciò che l’altra persona sta vivendo, pensando o cercando di comunicare, senza partire immediatamente dal nostro punto di vista.

E tu, come ti relazioni con gli altri al lavoro?

Ti è mai capitato di compromettere un rapporto al lavoro a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni?

Forse il problema non è soltanto negli altri.

Ecco 11 comportamenti che possono rendere rapporti difficili al lavoro.

1. Non ti metti mai nei panni degli altri

Sei abituato a ragionare partendo dalla tua posizione.

Esponi la tua opinione, porti prove a tuo favore e cerchi di convincere l’altro.

Il problema nasce quando il tuo obiettivo diventa avere ragione anziché capire.

Hai mai provato a chiederti perché quella persona reagisce in quel modo?

Che cosa sta cercando di ottenere?
Che cosa la preoccupa?
Che cosa potrebbe vedere che tu non stai vedendo?

Non significa darle ragione.

Significa provare, almeno per qualche minuto, a guardare la situazione dalla sua prospettiva.

Potresti essere sorpreso da ciò che scoprirai.

2. Non lasci mai intravedere quello che provi

Sul lavoro tendiamo spesso a controllare le emozioni.

È comprensibile.

Professionalità, però, non significa diventare impermeabili.

Se non mostri mai una difficoltà, un dubbio, una soddisfazione o una preoccupazione, rischi di apparire freddo e distante.

Non devi raccontare particolari troppo personali né trasformare l’ufficio in una seduta terapeutica.

A volte basta dire:

“Questa situazione preoccupa anche me.”

Oppure:

“Capisco la difficoltà, anch’io sto cercando il modo migliore per affrontarla.”

Mostrare umanità non significa perdere autorevolezza.

3. Fingi di ascoltare

L’altro parla.
Tu annuisci.

Ma intanto pensi alla riunione successiva, alla mail da mandare o a quello che dovrai rispondere.

Formalmente stai ascoltando.

In realtà, no.

E spesso si vede e si sente.

Se in quel momento non hai tempo o disponibilità, meglio dirlo:

“Adesso non riesco a darti la giusta attenzione. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, mantieni l’impegno.

È molto più rispettoso che fingere interesse.

4. Parli sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare qualcosa che hai fatto, vissuto o pensato.

“È successo anche a me…”

“Io invece…”

“Quando lavoravo nella mia vecchia azienda…”

Condividere esperienze personali aiuta a creare relazione.

Trasformare ogni conversazione in un racconto su di te, no.

Alla lunga rischi di diventare prevedibile e soprattutto di trasmettere un messaggio molto semplice: ciò che interessa davvero è sempre quello che riguarda te.

5. Guardi le persone attraverso pregiudizi e stereotipi

“I giovani non hanno voglia di lavorare.”

“I senior non sono tecnologici.”

“Quelli dell’amministrazione sono tutti…”

Gli stereotipi sono comodi perché semplificano la realtà.

Ma proprio per questo possono impedirti di vedere la persona che hai realmente davanti.

Età, genere, provenienza, ruolo professionale o esperienza non raccontano tutto di qualcuno.

Quando hai già deciso chi è l’altro prima ancora di conoscerlo, difficilmente riuscirai ad ascoltarlo davvero.

6. Il tuo viso dice: “Stammi lontano”

Sempre serio.

Accigliato.
Sguardo sfuggente.
Espressione infastidita.

Ecco come rendere i rapporti difficili al lavoro!

Non significa che devi andare in giro per l’ufficio con un sorriso stampato in faccia o trasformarti nel piacione del team.

Ma ricorda che comunichiamo anche quando non diciamo nulla.

Un’espressione disponibile, uno sguardo diretto o un semplice sorriso possono rendere molto più facile avvicinarsi a te.

7. Non riconosci mai ciò che gli altri fanno bene

Complimenti-zero.
Apprezzamenti-zero.

Se qualcuno fa bene il proprio lavoro pensi:

“È pagato per farlo.”

Vero.

Ma riconoscere un lavoro ben fatto non significa distribuire complimenti gratuiti.

Significa accorgersi dell’impegno, di un risultato, di un miglioramento.

Un semplice:

“Hai gestito bene quella situazione.”

può avere molto più peso di quanto immagini.

Le persone vogliono sapere che il loro contributo viene visto.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Tiri subito le tue conclusioni

“Ok, ho capito dove vuoi arrivare.”

“Non serve che continui.”

“Sì, sì, so già cosa vuoi dire.”

Ne sei proprio sicuro?

Arrivare velocemente alle conclusioni può sembrare efficienza.

A volte è soltanto fretta.

Quanto più sei convinto di sapere già cosa l’altro dirà, tanto meno sentirai il bisogno di ascoltarlo.

E aumenta il rischio di fraintendere proprio la parte più importante.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere il mio articolo su come ascoltare davvero l’altro.

9. Usi l’esperienza dell’altro per riportare il discorso su di te

È una variante più sottile del parlare sempre di sé.

Un collega racconta una difficoltà e tu parti:

“So benissimo cosa provi. Anche a me è successo…”

Cinque minuti dopo stai ancora raccontando la tua storia.

L’intenzione iniziale era buona: creare vicinanza.

Ma senza accorgertene hai tolto all’altro lo spazio che gli avevi appena offerto.

Raccontare una tua esperienza può essere utile.

Poi, però, torna a lui/lei.

“Questa è stata la mia esperienza. Nel tuo caso invece che cosa sta succedendo?”


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero. → Scopri il percorso.

10. Ascolti mentre fai altro

Mail.
Cellulare.
Notifiche.
Documenti da controllare.

E nel frattempo:

“Parla pure, ti ascolto.”

Forse riesci a sentire le parole.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non servono necessariamente trenta minuti.

Cinque minuti di attenzione vera possono valere più di mezz’ora di ascolto distratto.

Metti da parte quello che stai facendo, guarda la persona e concedile uno spazio reale.

Se non puoi farlo, rimanda.

11. Interrompi continuamente

L’altro non riesce a finire una frase.

Completi il suo pensiero.
Aggiungi precisazioni.
Correggi.
Ribatti.

Poi magari ti chiedi perché quella persona non riesca a spiegarsi bene.

Forse perché non le lasci il tempo di farlo.

Interrompere continuamente non dimostra velocità mentale, rende i rapporti difficili al lavoro.

Può semplicemente comunicare impazienza e scarso interesse per ciò che l’altro sta dicendo.

Non devi ascoltare per preparare la risposta. Devi ascoltare per comprendere.

Rapporti difficili al lavoro? Prima di parlare di empatia, guarda i comportamenti

L’empatia rischia di diventare una di quelle belle parole che utilizziamo molto e osserviamo poco nella vita quotidiana.

Sul lavoro si vede nelle piccole cose.

Nel modo in cui ascolti.
Nel tempo che concedi.

Nella curiosità verso un punto di vista diverso dal tuo.

Nella capacità di non interrompere immediatamente.

Nel riconoscimento che dai.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo con te.

Non devi diventare improvvisamente più emotivo, accomodante o disponibile con tutti.

Devi forse cominciare da qualcosa di più semplice:

accorgerti un po’ di più della persona che hai davanti.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong

feedback del capo
Hai appena ricevuto un feedback dal tuo capo che ti ha spiazzato.

Ti ha ferito.
Ti senti attaccato
Sottovalutato.
Arrabbiato.

Per qualche minuto pensi:

“Adesso gli rispondo.”

Oppure inizi mentalmente a preparare la tua difesa. Nei casi peggiori, fantastichi già sulle dimissioni.

Prima di fare qualsiasi cosa, però, fermati.

Un feedback del capo difficile può farti perdere lucidità proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno.

Non significa che il capo abbia necessariamente ragione. E neppure che tu debba accettare qualsiasi critica senza discuterla.

Significa soltanto evitare che la prima reazione emotiva decida al posto tuo.

Ecco 8 spunti per rimetterti in piedi.

1. Prima di tutto, non reagire a caldo

Quando ti senti attaccato, la prima reazione può essere difenderti, contrattaccare o andartene.

Comprensibile.

Ma difficilmente utile.

Prenditi il tempo necessario per recuperare lucidità. Non devi dare immediatamente una risposta articolata.

Puoi semplicemente dire:

“Vorrei rifletterci un momento e riprendere il discorso più tardi.”

Quando un feedback ti colpisce, la prima risposta migliore può essere non rispondere subito.

L’emozione non è il problema.

Il problema è lasciare che sia l’emozione a scegliere parole e comportamenti di cui potresti pentirti.

2. Prova a considerare il feedback come un’informazione

Un feedback del capo negativo non è piacevole.

Ma può contenere qualcosa che non avevi visto.

Un comportamento.
Un effetto sugli altri.
Un limite.

Una modalità di comunicazione che pensavi efficace e invece viene percepita diversamente.

Non devi accettare automaticamente tutto ciò che ti viene detto.

Ma puoi chiederti:

“C’è qualcosa del feedback che mi può essere utile?”

È una domanda molto diversa da:

“Come faccio a dimostrare che ha torto?”

3. Se non stimi la persona, separa il messaggio dalla fonte

Questo è difficile.

Se non apprezzi il tuo capo, sei portato a svalutare automaticamente anche ciò che dice.

“Figurati se devo farmi giudicare proprio da lui/lei.”

Può darsi che il feedback sia espresso male.

Può essere vago, ingiusto o persino dato con poca sensibilità.

Ma prima di scartarlo completamente prova a separare due questioni:

  • cosa penso della persona che me lo sta dando?
  • cosa c’è di vero, utile o verificabile in quello che mi sta dicendo?

Un messaggio può contenere qualcosa di utile anche quando il modo in cui viene consegnato non ti piace.

Non devi stimare qualcuno per verificare se ciò che ti sta dicendo merita almeno una riflessione.

4. Rimani concentrato sulla tua parte

Quando ricevi una critica, è facile rispondere:

  • “Sì, però anche gli altri…”
  • “Non dipendeva solo da me.”
  • “Se Manuel avesse fatto la sua parte…”

Può anche essere tutto vero.

Ma se vuoi utilizzare il feedback per crescere, comincia da ciò che puoi controllare.

Qual è stata la tua parte?

Che cosa potevi fare diversamente?

Che cosa puoi modificare la prossima volta?

Assumerti la tua parte di responsabilità non significa accettare colpe che non hai.

Significa concentrarti sul punto in cui puoi realmente intervenire.

5. Fai domande finché il feedback diventa concreto

“Sei troppo aggressivo.”

Cosa significa?

Tono di voce?
Parole utilizzate?
Interruzioni?
Atteggiamento con i clienti?
Reazioni durante le riunioni?

Un giudizio generico è difficile da utilizzare.

Chiedi esempi.

  • “Quando dici che sono aggressivo, a quali comportamenti ti riferisci?”
  • “Puoi farmi un esempio concreto?”
  • “Che cosa avresti voluto vedermi fare diversamente?”

Più il feedback diventa osservabile e concreto, più può diventare utile.

Se vuoi approfondire il rapporto con le critiche, puoi leggere anche “Paura delle critiche? 9 spunti per superarla”.

6. Non trasformare il confronto in un processo al tuo capo

Se il feedback del capo ti fa arrabbiare, potresti essere tentato di rispondere criticando chi ti sta criticando.

“Parli proprio tu?”

“Anche tu fai sempre…”

“Prima guarderei come gestisci tu le cose.”

A quel punto il tema iniziale scompare.

E il confronto diventa personale.

Puoi non essere d’accordo.
Puoi contestare un’affermazione.
Puoi portare fatti diversi.

Ma cerca di farlo senza spostare il discorso dal comportamento alla persona.

Una risposta semplice può essere:

“Vorrei pensarci e poi riprendere il tema con alcuni esempi concreti.”

Non devi vincere la discussione.

Devi capire se c’è qualcosa da correggere, chiarire o respingere.

7. Se il feedback arriva via mail, rallenta ancora di più

Una mail critica può essere particolarmente insidiosa.

La rileggi.
Ti irriti.
Scrivi una risposta.
La rendi sempre più precisa e tagliente.

E poi premi Invia.

Meglio evitare.

Se la temperatura emotiva è alta:

  • leggi;
  • fermati;
  • prepara eventualmente una bozza;
  • rileggila più tardi;
  • chiediti se sarebbe meglio parlarne direttamente.

Una mail scritta con rabbia può impiegare pochi minuti per partire e molto tempo per essere riparata.

Non utilizzare la posta elettronica per vincere un duello.

Usala per chiarire.

8. Accetta la possibilità che il tuo capo abbia visto qualcosa che tu non vedevi

È forse il passaggio più difficile.

Potresti essere convinto di avere ragione.

E magari ce l’hai.

Ma prova comunque a lasciare aperta una piccola possibilità:

“E se ci fosse qualcosa che mi è sfuggito?”

Quando cerchi soltanto prove che confermino la tua posizione, troverai facilmente ragioni per difenderti.

Molto più difficile è cercare anche ciò che potrebbe metterla in discussione.

Non devi scegliere tra avere ragione e dare ragione al capo.
Devi scegliere se vuoi capire meglio ciò che sta succedendo.

Questa distinzione cambia tutto.


Incomprensioni, tensioni, aspettative poco chiare: a volte il rapporto con il capo può diventare davvero faticoso.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” che ti aiuta a ritrovare serenità e controllo

Un feedback difficile non è una sentenza

Può essere corretto.

Può essere parzialmente corretto.

Può essere espresso male.

Anche essere ingiusto.

Per questo non devi né ingoiarlo passivamente né respingerlo automaticamente.

Devi esaminarlo.

Separare fatti e giudizi.
Chiedere esempi.
Guardare la tua parte.

Decidere cosa vale la pena modificare e cosa invece ritieni di dover chiarire.

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza” crescere professionalmente significa anche riuscire a mantenere presenza e lucidità quando il confronto diventa scomodo.

Il feedback del capo ti ha messo al tappeto?

Va bene.

L’importante è non rimanerci.