Il segreto del grande leader? Coinvolgere tutto il team – nessuno escluso

coinvolgere il team
Forse non te ne rendi conto, ma all’interno del tuo team potresti confrontarti sempre con le stesse persone.

Quelle più esperte.
Più disponibili.
Quelle con cui hai maggiore sintonia.
Che sai già come reagiranno.

Con gli altri, invece, il rapporto rischia di ridursi alle direttive di routine.

Naturalmente non tutti i collaboratori devono essere coinvolti nello stesso modo. Ruoli, responsabilità e competenze sono diversi.

Ma una cosa non dovrebbe cambiare:

ogni persona dovrebbe sentirsi parte del tuo team.

Tutti vogliono sentire che il proprio lavoro conta

Anche chi svolge un compito meno visibile desidera fare un buon lavoro, avere obiettivi chiari e capire quale contributo sta dando.

Non serve coinvolgere tutti in tutto.

Serve evitare che qualcuno abbia costantemente la sensazione di essere ai margini.

Non tutti devono avere lo stesso ruolo.
Tutti devono sentire che il proprio ruolo ha un valore.

Condividi le informazioni che servono. Spiega dove state andando. Fai capire perché una determinata attività è importante.

Le persone lavorano diversamente quando comprendono come il loro contributo si inserisce nel risultato complessivo.

Non dividere il team in persone di serie A e serie B

Le divisioni possono nascere quasi senza accorgersene.

Nuovi assunti e vecchia guardia.
Tempo pieno e part time.
Amministrazione e commerciale.
Chi lavora sempre al tuo fianco.
Chi incontri una volta alla settimana.

Differenze reali, naturalmente.

Il problema nasce quando queste differenze diventano anche differenze di attenzione, ascolto e considerazione.

Nel tuo team non dovrebbero esserci “panchinari”.

Se chiedi sempre il parere alle stesse due persone, assegni i progetti interessanti sempre agli stessi, condividi le informazioni soltanto con la tua cerchia più vicina, prima o poi gli altri se ne accorgeranno.

E tireranno le loro conclusioni.

Altro che coinvolgere il team!

Usa il NOI. Ma deve essere credibile

Dire “siamo una squadra” serve a poco se poi nei fatti coinvolgi sempre gli stessi.

Il NOI funziona quando trova conferma nei comportamenti.

Quando condividi.
Quando ascolti.
Quando riconosci il contributo anche di chi lavora lontano dai riflettori.

Il senso di appartenenza non nasce dagli slogan. Nasce dall’esperienza quotidiana delle persone.

Fai domande. Anche a chi parla meno

Non aspettare sempre che siano i collaboratori a farsi avanti.

Chiedi:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti in questa situazione?”
  • “C’è qualcosa che secondo te potremmo fare diversamente?”
  • “Vorrei conoscere il tuo punto di vista.”

Sono domande semplici, ma mandano un messaggio importante:

la tua opinione mi interessa.

Coinvolgere il team non significa cedere la decisione. Significa creare spazio perché le persone possano contribuire.

Ascolta le proposte, valuta i suggerimenti e mantieni la tua responsabilità decisionale.

Se sei il leader, la decisione finale può spettare a te.

Coinvolgere il team non significa trasformare ogni scelta in una votazione.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Attenzione a non ascoltare soltanto le persone più visibili

In ogni team ci sono persone che parlano molto e altre che intervengono poco.

Quelle che bussano continuamente alla tua porta e quelle che difficilmente lo faranno.

È facile finire per dare più attenzione a chi sa prendersela.

Un leader dovrebbe accorgersi anche di chi non alza la mano.

Non perché tutti abbiano necessariamente qualcosa di decisivo da dire, ma perché una buona idea può arrivare anche dalla persona più silenziosa, dal nuovo arrivato o da chi svolge un ruolo apparentemente secondario.

Coinvolgere il team non significa accontentare tutti

Ascoltare una persona non significa darle ragione.

Chiedere un’opinione non significa essere obbligati a seguirla.

E coinvolgere tutti non significa distribuire responsabilità artificialmente pur di non scontentare nessuno.

Significa creare un contesto in cui le persone possano contribuire e sappiano che il loro contributo sarà preso seriamente in considerazione.

Poi il leader decide.

E, quando necessario, spiega perché.

Il mio percorso “Motivare il team demotivato” ti offre un confronto non giudicante e un piano d’azione chiaro per recuperare energia e allineamento.

Un grande leader non lascia nessuno permanentemente ai margini

Non devi dedicare a tutti lo stesso tempo.

Non devi affidare a tutti le stesse responsabilità.
Non devi coinvolgere ogni collaboratore in ogni decisione.

Devi però fare attenzione che le differenze necessarie non diventino esclusione.

Perché quando una persona si sente costantemente fuori dal gioco, prima o poi smette anche di provare a entrarci.

Il punto non è coinvolgere tutti allo stesso modo.
È fare in modo che nessuno smetta di sentirsi parte del team.

La skill fondamentale di successo .. quella che proprio non ti aspetti

skill di successo
Hai grandi obiettivi per il futuro, ma ogni tanto ti chiedi se hai davvero tutto quello che serve.

Passione.
Competenza.
Coraggio.
Tenacia.

Basta?

C’è una capacità di cui si parla molto meno e che, invece, può fare una grande differenza: saper reggere l’insuccesso.

La vera misura del carattere di una persona emerge anche da come reagisce quando qualcosa va storto.

Quando perde.
Quando viene respinta.
Quando, nonostante l’impegno, non raggiunge l’obiettivo.

La skill di successo che non ti aspetti?
Non evitare l’insuccesso.
Imparare a reggerlo.

Le persone di successo sanno “fallire bene”

Sembra una contraddizione.

Siamo cresciuti con l’idea che successo e fallimento siano agli estremi opposti: se hai successo non fallisci, se fallisci significa che qualcosa non funziona.

La realtà professionale racconta una storia diversa.

Chi prova, decide, si espone e punta a qualcosa di importante prima o poi sbaglia. Riceve un NO. Perde un’opportunità. Fa una scelta che non funziona.

La differenza non sta nell’evitare tutto questo.

Sta in ciò che fai dopo.

Un detto giapponese dice:

“Cadi sette volte, rialzati otto.

Ecco alcuni modi per imparare a “fallire bene”.

1. Accetta quello che senti

Fallire, non riuscire, non centrare un obiettivo fa male.

A volte molto male.

Non serve fingere che non sia successo niente, distrarsi a tutti i costi o cercare immediatamente un colpevole.

Accetta la delusione. Elaborala.

Concediti il tempo necessario, senza però trasformare quel momento in settimane di recriminazioni e autocommiserazione.

Perché prima o poi dovrai fare la cosa più importante: decidere quale sarà la tua prossima mossa.

2. Non confondere un insuccesso con quello che sei

Dopo una sconfitta è facile passare da:

“Ho fallito.”

a:

“Sono un fallimento.”

Sono due cose completamente diverse.

Un risultato negativo riguarda un evento, una scelta, un tentativo. Non è una sentenza sulla tua persona o sulle tue capacità.

Hai commesso un errore. Non sei un errore.

Il fatto che oggi qualcosa non abbia funzionato non significa che succederà anche domani.

3. Se vuoi fare qualcosa di importante, prima o poi sbaglierai

Più alzi l’asticella, più aumentano anche le possibilità di incontrare ostacoli, errori e rifiuti.

È il prezzo dell’esposizione.

Se vuoi eliminare completamente la possibilità di fallire, esiste una soluzione piuttosto semplice: non provare niente di nuovo.

Ma difficilmente crescerai.

Chi si mette in gioco accetta anche una certa dose di rischio.

Non significa essere incoscienti. Significa sapere che non possiamo pretendere di avere sempre la certezza del risultato prima di muoverci.

4. Usa l’insuccesso per capire

Un risultato negativo può essere un ottimo feedback.

  • Che cosa non ha funzionato?
  • Hai sbagliato strategia?
  • Ti mancavano competenze?
  • Hai sottovalutato qualcosa?
  • Hai insistito troppo?
  • Oppure hai semplicemente bisogno di più tempo?

Non cercare subito una giustificazione.

Cerca un’informazione utile.

Il fallimento diventa veramente inutile quando non impariamo niente da ciò che è successo.

5. Non tenerti tutto dentro

Dopo una battuta d’arresto professionale potresti avere voglia di chiuderti e rimuginare.

Parlarne con una persona di cui ti fidi può aiutarti a vedere ciò che, in quel momento, fai fatica a vedere da solo.

Non hai necessariamente bisogno di qualcuno che ti dica “Andrà tutto bene”.

A volte serve semplicemente un punto di vista diverso dal tuo.

Qualcuno che faccia una domanda che non ti eri posto o che ti aiuti a ridimensionare quello che, nella tua testa, sta assumendo proporzioni enormi.

6. Dopo aver elaborato, torna all’azione

Riflettere è utile.
Rimuginare all’infinito no.

A un certo punto devi trasformare quello che hai imparato in qualcosa di concreto.

Rivedi il piano.
Cambia approccio.
Acquisisci una competenza.
Chiedi aiuto.
Fai un nuovo tentativo.

Non devi avere già pronta la strategia perfetta.

Devi ricominciare a muoverti.

Anche con un passo piccolo.

7. Non perdere l’entusiasmo

Una battuta d’arresto può toglierti energia. Diverse battute d’arresto consecutive possono farti dubitare dell’intero progetto.

È qui che la capacità di reggere l’insuccesso diventa decisiva.

Non significa ripetere ostinatamente sempre la stessa cosa.

Puoi cambiare strategia, strumenti, tempi e persino obiettivo.

Ma evita di trasformare automaticamente un risultato negativo nella prova che “non ce la farai mai”.

Perseverare non significa continuare a sbattere contro lo stesso muro.
Significa continuare a cercare una strada.

La skill di successo? Tollerare l’insuccesso

La paura di fallire ci rende prudenti. E un po’ di prudenza è utile.

Il problema nasce quando diventa così forte da impedirci di provare, chiedere, cambiare, esporci.

Se vuoi raggiungere un obiettivo importante devi accettare che qualcosa possa andare storto.

Non devi amare il fallimento.

Non devi nemmeno raccontarti che “fallire è bellissimo”. Quando succede, spesso non lo è affatto.

Devi però essere capace di sopportarlo, comprenderlo e ripartire.

Questa è una skill di successo molto meno appariscente del talento, della sicurezza o del carisma.

E forse proprio per questo è una delle più importanti.

Bravura e talento non basta! Occorrono duro lavoro e tenacia. Grinta.

crescita professionale

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”.

Usain Bolt

Ci sono persone particolarmente dotate.
Talenti naturali.
Persone alle quali certe cose sembrano venire più facilmente.

E poi ci siamo noi.

Quelli che devono provare, sbagliare, riprovare. Quelli che guardano il collega più brillante e pensano:

“Lui è portato. Io no.”

Perfetto. La scusa per mollare, rinunciare o non provarci nemmeno è servita.

Il talento conta. Ma non basta.

Competenza, capacità e talento sono importanti. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario.

Ma nella crescita professionale entra in gioco anche qualcos’altro: la capacità di continuare quando i risultati non arrivano subito.

Tenacia.
Costanza.
Grinta.

La psicologa Angela Duckworth ha utilizzato proprio il concetto di “grit” per descrivere la combinazione di passione e perseveranza verso obiettivi di lungo periodo.

Non significa insistere ciecamente.

Significa continuare a lavorare su qualcosa anche quando l’entusiasmo iniziale è passato, arrivano gli ostacoli e sarebbe molto più facile lasciar perdere.

Il talento può darti un vantaggio.
La tenacia decide quanto a lungo sei disposto a giocartelo.

La crescita professionale si costruisce nel tempo

È facile essere determinati quando tutto funziona.

Molto meno quando ricevi un NO, una promozione non arriva, qualcuno sembra avanzare più velocemente di te oppure scopri che devi ancora imparare molto.

È lì che la grinta diventa importante.

Vuol dire saper resistere alle distrazioni, reggere una battuta d’arresto e tornare al lavoro.

Non per una settimana.
Non soltanto quando sei motivato.

Ma abbastanza a lungo da permettere alle tue capacità di crescere e produrre risultati.

Non invidiare soltanto il talento degli altri

Puoi incontrare qualcuno più brillante, più preparato o naturalmente più portato di te.

Succederà.

Ma il confronto sul talento dice solo una parte della storia.

Non sai quanto quella persona stia lavorando.
Quanto sappia reggere la frustrazione.
Come reagisca davanti a una sconfitta.
Se continuerà quando le cose diventeranno difficili.

E soprattutto, il talento degli altri non diminuisce quello che puoi costruire tu.

Non puoi decidere quanto talento possiedi.
Puoi decidere cosa farne e quanto sei disposto a lavorarci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Grinta non significa non mollare mai

Anche questo va chiarito.

Perseverare non significa intestardirsi su una strada che evidentemente non funziona.

Puoi cambiare strategia.
Correggere un errore.
Chiedere aiuto.
Acquisire nuove competenze.
Persino cambiare obiettivo.

La tenacia non sta nel continuare a fare sempre la stessa cosa.

Sta nel non arrendersi alla prima difficoltà soltanto perché il risultato tarda ad arrivare.

Talento e bravura sono ottimi punti di partenza.

Ma se vuoi costruire qualcosa nel tempo, serviranno anche duro lavoro, capacità di rialzarti e perseveranza.

Avere successo professionale: anziché rinunciare – a volte – basta solo rimandare

Avere successo professionale

“Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.
Woody Allen

La strada verso il successo professionale raramente è lineare.

Eppure continuiamo a immaginarla così: studiare, trovare un buon lavoro, crescere professionalmente, ottenere maggiori responsabilità e raggiungere finalmente il traguardo.

Una tappa dopo l’altra.
Poi arriva la realtà.

Un progetto si blocca.
Una promozione non arriva.
Un’opportunità sfuma.
Le condizioni personali cambiano.

Quello che sembrava il momento giusto improvvisamente non lo è più.

E allora pensiamo:

“Forse devo lasciar perdere.”

Non necessariamente.

Non esiste un’unica strada per arrivare

C’è chi procede quasi in linea retta e chi segue un percorso fatto di deviazioni, accelerazioni, soste e ripartenze.

Non c’è un modo giusto e uno sbagliato.

Ci sono momenti in cui possiamo avanzare velocemente e altri in cui dobbiamo rallentare. A volte dobbiamo persino fermarci.

Il problema nasce quando interpretiamo quella pausa come una sconfitta definitiva.

Rimandare non significa necessariamente rinunciare.
Significa riconoscere che questo potrebbe non essere il momento giusto.

Puoi mettere temporaneamente da parte un progetto senza abbandonarlo.

Puoi decidere che quella richiesta di promozione la farai tra sei mesi.

Che cambierai lavoro quando avrai acquisito una determinata competenza.

Che riprenderai un progetto quando avrai più tempo, energie o condizioni migliori.

Non tutto deve accadere adesso.

Avere successo professionale significa anche saper affrontare gli ostacoli

Sul tuo percorso troverai difficoltà impreviste.

Alcune saranno facilmente superabili. Altre ti costringeranno a cambiare programmi.

È qui che conta il modo in cui reagisci.

Puoi intestardirti e continuare a spingere quando le condizioni non ci sono.

Puoi mollare tutto.

Oppure puoi fermarti e chiederti:

  • Che cosa mi sta dicendo questo ostacolo?
  • Devo cambiare strategia?
  • Devo prepararmi meglio?
  • Devo semplicemente aspettare?

Fermarsi può essere una decisione. Non necessariamente una resa.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza

Quando qualcosa non funziona, siamo portati a giudicare immediatamente il risultato.

  • Non ce l’ho fatta.
  • Non sono abbastanza bravo.
  • È inutile continuare.

Ma un NO ricevuto oggi non dice necessariamente nulla su ciò che sarà possibile domani.

Può indicare che devi correggere il tiro, acquisire esperienza, cambiare approccio oppure aspettare condizioni diverse.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Un obiettivo rimandato non è necessariamente un obiettivo fallito.

Questo non significa aspettare passivamente che le cose cambino da sole.

Significa utilizzare la pausa per capire, prepararti e decidere quale sarà la prossima mossa.

A volte devi insistere.
A volte devi aspettare.

Anche questa è una capacità professionale.

Capire quando spingere e quando rallentare.

Quando continuare e quando prendere tempo.

Quando una strada è davvero chiusa e quando, invece, è semplicemente troppo presto per percorrerla.

Non tutto ciò che desideri arriverà quando avevi previsto.

Per questo, davanti a un ostacolo, prima di concludere “Basta, rinuncio”, prova a porti una domanda diversa:

Devo davvero rinunciare oppure, questa volta, devo soltanto rimandare?

Confrontarsi con gli altri: il metodo infallibile per farsi tanto male

confrontarsi con gli altri
“Al lavoro sono tutti migliori di me”
“Gli altri hanno qualcosa in più”
“Roberta ha un passo in più”

Un tuo caro amico ti chiama e ti dice che è stato promosso.

Come ti senti?

Felice per lui? Oppure qualcosa comincia a muoversi dentro: gelosia, amarezza, frustrazione?

Se sei abituato a confrontarti con il collega che ha ottenuto la promozione, l’amico che ha avviato la sua attività o la persona che sembra avere sempre una marcia in più, sai quanto può essere facile uscirne male.

Perché alcune persone hanno davvero più talento, esperienza o competenza di te in un determinato ambito.

E allora?

Ci confrontiamo perché temiamo di non essere abbastanza

Dario è un broker eccezionale.
Alex sa vendere meglio di te.
Sabrina ha una creatività che vorresti avere.

Può essere vero.

Il problema nasce quando prendi una loro qualità e la trasformi nella misura di tutto il resto.

Vedi ciò che quella persona sa fare bene e dimentichi ciò che sai fare tu. Confronti il suo punto di forza con una tua debolezza.

Una gara costruita così puoi soltanto perderla.

Nel confronto vediamo spesso il meglio degli altri e lo confrontiamo con ciò che ci piace meno di noi.

Dario potrebbe non avere la tua capacità di analisi. Alex potrebbe essere un grande venditore ma non avere la tua competenza tecnica. Sabrina potrebbe essere molto creativa e meno concreta di te.

Non significa che tu sia migliore.

Significa semplicemente che le persone non possono essere ridotte a un’unica classifica.

Confrontarsi continuamente è il pass per l’insoddisfazione

Nel confrontarsi con gli altri, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te in qualcosa.

Più competente.
Più brillante.
Più veloce.
Più sicuro.
Più avanti nella carriera.

Se utilizzi gli altri come metro permanente del tuo valore, troverai sempre qualcuno con cui perdere.

E c’è un altro problema.

Conosci molto bene i tuoi dubbi, gli errori, le occasioni perse e le giornate in cui non sei stato all’altezza.

Degli altri, invece, vedi soprattutto ciò che emerge.

Il risultato raggiunto.
La promozione.
Il nuovo incarico.
Il successo.

E naturalmente il confronto non regge.

Confrontarsi con gli altri può diventare utile solo se cambia la domanda

Vedere qualcuno ottenere ciò che desideri non deve necessariamente diventare una minaccia.

Può anche essere un’informazione.

Invece di chiederti:

  • “Perché lui sì e io no?”

prova a chiederti:

  • “Che cosa sta facendo bene?”
  • “C’è qualcosa che posso imparare?”
  • “Quale competenza devo ancora sviluppare?”

A quel punto il confronto smette di essere un giudizio sul tuo valore e può diventare uno strumento per capire dove vuoi crescere.

Non usare il successo degli altri per misurare quanto vali.
Usalo, se serve, per capire cosa puoi imparare.

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

E tu sarai più bravo di qualcun altro in qualcos’altro.

Continuare a fare classifiche non porta molto lontano.

Molto più utile è capire dove sei tu, cosa ti manca e quale può essere il tuo prossimo passo.

Lavoro e successo: puoi salire molto più “in alto” se sei “leggero”

lavoro e successo

Al lavoro ti senti continuamente sotto esame?

Cambi modo di comportarti secondo la persona che hai davanti? Ti trattieni dal dire ciò che pensi o dal prendere una decisione perché temi il giudizio degli altri?

Un conto è tenere in considerazione ciò che pensano colleghi, collaboratori o capo.

Un altro è lasciare che il loro giudizio condizioni continuamente il tuo modo di lavorare.

E questo, alla lunga, pesa.

Alcuni pesi emotivi rallentano la tua crescita professionale

Non si vedono, ma consumano energie.

Il bisogno di piacere a tutti. La paura di sbagliare. Il confronto continuo con gli altri.

Più spazio concedi a questi pensieri, più rischi di lavorare trattenuto, preoccupato, continuamente alla ricerca di conferme.

Puoi avere competenze, ambizione e capacità.
Ma se porti sulle spalle troppo peso emotivo, ogni passo diventa più faticoso.

Essere più “leggeri” non significa fregarsene degli altri o diventare superficiali.

Significa capire quali pesi vale ancora la pena portare e quali puoi lasciare andare.

Lavoro e successo? Molla il peso del giudizio degli altri

Voler essere apprezzati è normale.

Il problema nasce quando, pur di evitare critiche o disapprovazione, inizi a compiacere tutti.

Dici SI quando vorresti dire NO.
Eviti un confronto.
Non esprimi un’opinione.
Modifichi continuamente il tuo comportamento in funzione della persona che hai davanti.

A quel punto non stai più semplicemente ascoltando gli altri.

Stai consegnando agli altri una parte delle tue decisioni.

Molla il peso della perfezione

Se pensi di dover dimostrare continuamente quanto vali, ogni errore diventa una minaccia.

Controlli tutto.
Ti tormenti sui dettagli.
Rimandi una decisione.

Uno stillicidio di tempo ed energie.

Chiunque abbia costruito qualcosa nella propria vita professionale ha sbagliato, si è bloccato, ha preso decisioni che con il senno di poi avrebbe preso diversamente.

Cercare di fare bene il proprio lavoro è professionalità.
Pretendere di non sbagliare mai è un peso.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Lavoro e successo: molla il peso del confronto continuo

Qualcuno sarà sempre più bravo di te in qualcosa.

Più preparato.
Più brillante.
Più veloce.
Avanti nella carriera.

E allora?

Il confronto continuo diventa logorante perché troverai sempre qualcuno con qualcosa più di te.

Puoi osservare gli altri, imparare da loro, persino utilizzarli come riferimento.

Ma non trasformarli nel metro con cui misuri continuamente il tuo valore.

Essere “leggeri” non significa essere superficiali

Questa è la distinzione importante.

Non significa smettere di impegnarti, abbassare le aspettative o ignorare i feedback.

Significa lavorare senza trascinarti dietro tutto ciò che non ti serve: il bisogno continuo di approvazione, l’ossessione della perfezione, la necessità di confrontarti con chiunque.

Utilizzare meglio energie, attenzione e capacità per ciò che conta davvero.

E di continuare a salire senza portarti dietro pesi che non ti servono più.

Gestire collaboratori più esperti come farebbe un grande leader

gestire collaboratori più esperti

“Oddio, non ce la farò mai!
Come faranno a rispettarmi questi?
”.

È stata una delle prime reazioni di Sacha quando ha scoperto che alcuni dei suoi collaboratori avevano alle spalle molti più anni di esperienza di lui.

Lui, giovane e ancora poco esperto nella gestione delle persone, stava per diventare il loro supervisore.

Il suo timore era semplice: prima o poi qualcuno gli avrebbe fatto una domanda alla quale non avrebbe saputo rispondere.

E a quel punto tutti si sarebbero accorti che non era all’altezza.

Esercitare la propria leadership quando alcuni collaboratori sono più esperti, più anziani o tecnicamente più preparati non è sempre facile.

Puoi sentirti intimidito.
Puoi temere di perdere credibilità o rispetto.

Ma il problema non è avere collaboratori che ne sanno più di te.

Il problema nasce quando senti di dover dimostrare continuamente di saperne più di loro.

1. Riconosci la differenza di competenze

Se alcuni collaboratori ne sanno più di te in determinati ambiti, riconoscilo.

Prima di tutto a te stesso.

Non devi conoscere ogni procedura, dettaglio tecnico o risposta per essere un buon leader. Quando conosci e accetti i tuoi limiti, diventi anche più disponibile ad ascoltare e utilizzare le competenze degli altri.

Riconoscere di non sapere tutto non indebolisce la tua leadership.
Fingere di sapere ciò che non sai, sì.

2. Non cercare continuamente di dimostrare chi è il capo

Quando ti senti insicuro nel gestire collaboratori più esperti, la tentazione è comprensibile: mostrare autorità.

Diventare più rigido.
Controllare tutto.
Correggere continuamente.
Mettere in chiaro ruoli e gerarchie.

Ma se senti continuamente la necessità di dimostrare che sei il leader, probabilmente stai ancora cercando di convincere soprattutto te stesso.

Metterla sulla competizione con collaboratori più esperti crea un clima pericoloso.

E alla fine rischi di perdere proprio ciò che stavi cercando di ottenere: autorevolezza.

3. Dimostra chi è il capo. Ma nel modo giusto

No, non è una contraddizione.

Non devi imporre continuamente la tua autorità, ma nemmeno rinunciare al tuo ruolo.

Ascolta pareri e consigli.
Chiedi feedback.
Mostra rispetto per l’esperienza dei tuoi collaboratori.

Poi mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Essere aperti non significa diventare esitanti. Coinvolgere non significa delegare agli altri la responsabilità delle decisioni.

Il rispetto non si pretende attraverso il ruolo.
Si costruisce attraverso il modo in cui eserciti quel ruolo.

4. Delega, ma non diventare dipendente

Sacha aveva individuato nel team un collaboratore particolarmente competente.

Così aveva cominciato ad affidargli tutto ciò che non padroneggiava.

All’inizio sembrava funzionare benissimo.

Il rischio, però, era diventare progressivamente dipendente da quella persona.

Delegare è necessario. Delegare senza conoscere, verificare e mantenere una visione d’insieme è pericoloso.

E c’è un secondo rischio: trasformare il collaboratore più competente nell’unico punto di riferimento può far sentire gli altri sottovalutati.

Utilizza le competenze migliori del tuo team.

Ma non consegnare a una sola persona le chiavi del tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

5. Impara a gestire i “Non lo so”

Un collaboratore ti fa una domanda e non conosci la risposta.

Che fai?

Inventare, improvvisare o rispondere in modo approssimativo soltanto per sembrare competente può costarti molto più di un semplice:

“Non ho la risposta adesso. Verifico e ti faccio sapere.”

Un leader non deve avere tutte le risposte.

Deve però prendersi la responsabilità di cercarle, approfondire e tornare con una risposta.

Questa differenza è fondamentale nel gestire collaboratori più esperti.

Approfondisci con il post.

6. Sfrutta l’esperienza dei tuoi collaboratori

Se hai nel team persone con grande esperienza, perché dovresti temerle?

Usale come risorsa.

Chiedi:

  • “Tu come la vedi?”
  • “In passato come avete gestito questa situazione?”
  • “Secondo la tua esperienza, dove potremmo avere problemi?”

I collaboratori più esperti conoscono processi, errori già commessi, soluzioni che hanno funzionato e dinamiche che difficilmente troverai in una procedura.

Non utilizzare questa esperienza sarebbe una vera ingenuità gestionale.

Essere il leader non significa dover insegnare sempre qualcosa agli altri.

A volte significa avere l’intelligenza di imparare da loro.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri il coaching “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

7. Rispetta l’esperienza senza sentirti inferiore

Mostra ai tuoi collaboratori che apprezzi ciò che sanno fare.

Conoscili. Cerca di capire cosa li motiva, quali responsabilità desiderano assumersi, cosa vorrebbero migliorare e come preferiscono lavorare.

Non partire dal presupposto che il collaboratore più anziano o esperto voglia il tuo posto.

Sacha lo ha scoperto parlando individualmente con le persone che temeva di più.

Pensava che avrebbero messo continuamente alla prova la sua competenza. Ha scoperto invece che erano molto più interessate allo sviluppo tecnico e alle nuove tecnologie che a riunioni, budget, problemi disciplinari e responsabilità di supervisione.

Il confronto reale aveva ridimensionato buona parte delle sue paure.

Gestire collaboratori più esperti richiede sicurezza, non superiorità

La competenza tecnica conta.

Ma per guidare un team servono anche capacità di decisione, equilibrio, ascolto, integrità, responsabilità e rispetto.

Puoi guidare persone che sanno fare alcune cose molto meglio di te.

Anzi, un buon leader dovrebbe essere contento di avere nel proprio team persone estremamente competenti.

La sfida è non sentirsi minacciati dalla loro bravura e non diventare dipendenti dalla loro esperienza.

Sii curioso.
Ascolta.
Impara.

Poi assumiti la responsabilità di decidere e guidare.

Perché, alla fine:

La vera leadership non consiste nell’essere quello che ne sa più di tutti.
Consiste nel saper guidare anche chi, in alcune cose, ne sa più di te.

Come trattare al lavoro con una persona so-tutto-io

persona arrogante

Che sia il capo, un collega,
un collaboratore o un cliente…

poco importa.

Prima o poi, tutti abbiamo avuto a che fare con una persona arrogante e saccente sul lavoro.

Quella molto esigente,
meticolosa,
perfezionista fino all’eccesso.

Quella che fa domande tecniche a raffica e ti guarda come se sapesse sempre qualcosa in più di te.

A volte è vero.
Ne sa davvero più di noi.

E non vede l’ora di fartelo notare.

Persona arrogante e saccente? Sa tutto lei. È ovvio.

“L’uomo nella sua arroganza si crede un’opera grande, meritevole di una creazione divina.

Più umile, io credo sia più giusto considerarlo discendente dagli animali.”

Charles Darwin

Questo tipo di persona tende a essere egocentrica.

Non ammette errori.
Non lascia spazio.
Ti travolge con analisi, dettagli, esperienza.

E spesso cerca — più o meno consapevolmente —
di farti sentire piccolo, incompetente, fuori posto.

Ricordare una cosa può aiutarti a non reagire male:
la maggior parte dei so-tutto-io è profondamente insicura.

Ha bisogno di approvazione.

E fatica ad accettare idee che non siano le proprie.

Cosa fare con una persona arrogante?

Se è un collega o un collaboratore puoi anche evitare,
ridurre i contatti,
ignorare.

Ma se è il tuo capo o un cliente importante,
serve un approccio più strategico.

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo”,
impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco.

1. Evita dichiarazioni definitive

Se non sei d’accordo,
evita frasi come:

  • “È provato che…”
  • “No, non funziona così.”

Sono percepite come un attacco diretto.

Meglio formule più morbide:

  • “Per la mia esperienza ho osservato che…”
  • “Dal mio punto di vista…”

Ti aiutano a esprimere dissenso senza innescare uno scontro frontale.

2. Non sorprenderla

La persona sapientona odia le sorprese.

Quando si sente messa all’angolo,
reagisce combattendo.

Non portarla in quella posizione.

Se si sente sotto attacco,
raddoppierà lo sforzo per dimostrare di avere ragione.

3. Non essere insistente

Se hai a che fare con un cliente saccente,
presenta idee, prodotti o servizi,
con toni non aggressivi.

Riconosci il valore delle sue osservazioni.

E se non sei d’accordo,
evita la controbattuta diretta.

4. Scegli le tue battaglie

Non tutte le battaglie vanno combattute.

Chiediti:
vale davvero la pena?

Se sfidi il saputello sul suo terreno,
giocherà a oltranza
finché uno dei due cede per stanchezza.

Spesso sarai tu.

Se devi esprimere dissenso,
puoi aprire con frasi come:

  • “Quello che mi ha detto l’altro giorno mi ha fatto riflettere…”

Aiutarlo a sentirsi ascoltato rende molto più facile fargli accettare il passo successivo.

5. Non usare il sarcasmo

È l’errore più comune.
Il più controproducente.

Il sarcasmo accende il conflitto.
Fa esplodere l’ego.
Peggiora il rapporto.

Anche se la tentazione è forte,
resisti.


La NUOVA edizione 2025 del mio libro “Autorevolezza” ti aiuta a rafforzare impatto, carisma e comunicazione.

“Prima volta Leader” è il libro pratico perfetto se muovi i primi passi nella gestione di un team.

6. Valuta il costo emotivo

Sta diventando una questione personale?
Ti sta costando tempo, energia, lucidità?

A volte un respiro profondo,
un sorrisoe una sana distanza emotiva,
sono la scelta più intelligente.

Mantieni la calma.
Rispondi con cortesia.
Non cedere.

Nel tempo capirà che con te non attacca.

E se riesci, conserva il senso dell’umorismo:
spesso questo comportamento è più goffo che pericoloso.

Una riflessione finale

Non sempre possiamo evitare una persona difficile
solo perché non ci piace.

Ma quando una relazione lavorativa diventa una fonte costante di stress,
va affrontata con lucidità e professionalità.

Spesso, la vera forza
è sapere come rispondere.

Successo professionale: ecco chi non ci riuscirà MAI (controlla di non essere nella lista)

successo professionale
Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, puoi desiderare di guidare una startup, ottenere quella promozione, far crescere la tua attività o assumere la responsabilità di un grande progetto.

Obiettivi diversi,
stessa questione.

Per raggiungerli servono competenza e preparazione, certo. Ma servono anche determinazione, tenacia, costanza e capacità di reggere gli inevitabili momenti difficili.

E non tutti ci riescono.

Non necessariamente perché mancano di talento. Spesso perché alcuni atteggiamenti, ripetuti nel tempo, finiscono per sabotare anche le migliori possibilità.

Controlla di non essere anche tu nella lista.

1. Chi pretende che il successo sia facile e veloce

Viviamo circondati da storie di risultati straordinari raccontati in poche righe.

Vediamo il traguardo. Molto meno tutto quello che è successo prima.

Il successo professionale raramente è facile e quasi mai è veloce.

Richiede lavoro, perseveranza, tentativi, correzioni e anche una certa dose di fortuna.

La domanda allora è semplice: cosa fai quando arrivano difficoltà e ostacoli?

Insisti, cambi strategia e continui oppure getti subito la spugna perché i risultati tardano ad arrivare?

Molte persone non falliscono perché non hanno capacità. Mollano semplicemente troppo presto.

2. Chi continua a chiedersi: “Perché gli altri sì e io no?”

Il collega è stato promosso.
L’amico ha aperto la sua attività.
Qualcuno sembra avere trovato esattamente il lavoro che desiderava.

E tu?

Puoi passare il tempo a chiederti perché gli altri abbiano avuto successo oppure utilizzare quell’energia per capire cosa puoi fare tu, adesso.

Lamentarsi, recriminare e confrontarsi continuamente non modifica la situazione.

Agire, forse sì.

Non sai quanto lavoro, quanti tentativi e quanti fallimenti ci siano dietro il risultato che stai guardando.

Concentrati sulla tua prossima mossa, non sul traguardo degli altri.

3. Chi aspetta di sentirsi completamente pronto

“Partirò quando sarò pronto.”

Attenzione, perché quel momento potrebbe non arrivare mai.

Quando stai per uscire dalla tua zona abituale, è normale avere dubbi. Non devi sapere tutto, eliminare ogni rischio o sentirti perfettamente sicuro.

Devi prepararti.
Informarti.
Valutare.

Poi arriva un momento in cui devi smettere di prepararti e cominciare.

Essere pronti non significa non avere più dubbi.
Significa avere abbastanza elementi per fare il primo passo.

4. Chi punta tutto sulla competenza e sul talento

Essere bravi aiuta.

Ma bravura e talento non bastano.

Tra una persona molto talentuosa che molla alle prime difficoltà e una meno dotata ma tenace, disciplinata e disponibile a imparare, non è affatto scontato che sarà la prima ad arrivare più lontano.

Il talento può darti un vantaggio iniziale.

La costanza decide quanto riesci a mantenerlo.

Non continuare quindi a raccontarti che non sei abbastanza portato, brillante o naturalmente predisposto.

Metti in campo quello che puoi controllare:

  • preparazione;
  • impegno;
  • costanza;
  • disponibilità a imparare;
  • capacità di rialzarti;
  • disciplina.

Sono qualità molto meno spettacolari del talento.

E spesso molto più decisive.

5. Chi è terrorizzato dall’idea di sbagliare

Se vuoi raggiungere il successo professionale, prima o poi sbaglierai.

È quasi inevitabile.

Non puoi pretendere di crescere senza accettare la possibilità di fallire.

La paura dell’errore diventa pericolosa quando ti impedisce di decidere, proporti, cambiare o provare qualcosa di nuovo.

E il percorso, comunque, difficilmente sarà lineare.

Ci saranno deviazioni, rallentamenti, decisioni sbagliate e momenti in cui penserai di essere tornato indietro.

Non trasformare una battuta d’arresto in una sentenza definitiva.

Un errore può interrompere il tuo percorso.
Non deve necessariamente terminarlo.

6. Chi fa sempre e soltanto il proprio “compitino”

Arrivi puntuale.
Fai quello che ti viene chiesto.
Rispetti le procedure.

Bene.

Ma se desideri crescere professionalmente, prima o poi dovrai chiederti:

cosa mi distingue dagli altri?

Non significa vivere in ufficio, sacrificare la vita privata o lavorare gratuitamente.

Significa non limitarsi sistematicamente al minimo richiesto.

Imparare qualcosa in più.
Proporre un’idea.
Assumersi una responsabilità.
Mostrare interesse.
Cercare di migliorare ciò che fai.

Se desideri una promozione, devi poter rispondere a una domanda scomoda:

Perché dovrebbero scegliere proprio me?

7. Chi evita qualsiasi conflitto

Essere apprezzati fa piacere.

Ma evitare sistematicamente ogni divergenza per paura di disturbare gli equilibri può diventare un limite professionale.

Ci sono conversazioni che devono essere affrontate. Problemi che devono essere nominati. Posizioni che devono essere sostenute.

Evitare un conflitto non significa necessariamente averlo risolto.

A volte significa soltanto averlo rimandato.

Non devi cercare lo scontro. Devi imparare a stare dentro un confronto professionale senza trasformarlo in una battaglia personale.

8. Chi ha continuamente bisogno di complimenti e approvazione

Il riconoscimento fa bene.

Tutti abbiamo bisogno, almeno qualche volta, di sentirci apprezzati.

Ma se la tua motivazione dipende continuamente dagli applausi degli altri, rischi di fermarti appena questi vengono a mancare.

E spesso mancheranno.

Nessuno seguirà quotidianamente i tuoi progressi dicendoti quanto sei bravo.

Devi imparare anche a riconoscere da solo quanto sei cresciuto, cosa hai fatto bene e quanto cammino hai già percorso.

Se hai bisogno dell’approvazione degli altri per continuare, consegni agli altri anche il potere di fermarti.

Il successo professionale non è una passeggiata

Non esiste una formula che garantisca il successo.

E non basta eliminare questi otto atteggiamenti per ottenere automaticamente ciò che desideri.

Ma una cosa è certa: alcuni comportamenti possono rendere il cammino inutilmente più difficile.

Il successo professionale richiede di saper:

  • aspettare senza mollare;
  • agire anche senza sentirsi perfettamente pronti;
  • reggere errori e battute d’arresto;
  • andare oltre il minimo indispensabile;
  • affrontare i confronti necessari;
  • continuare anche quando nessuno applaude.

Il viaggio del successo professionale non sarà lineare.

Ci saranno cose da imparare, altre da lasciare andare e qualche deviazione che non avevi previsto.

Se la direzione per te conta davvero, continua.

Buon viaggio.

10 abilità che ogni team leader eccellente dovrebbe potenziare

leader eccellente
La pressione aumenta.
I tempi si accorciano.
I problemi non possono essere rimandati.
Gli errori possono avere conseguenze importanti.

Sei il team leader.

Sei in prima linea, proprio dove la pressione si fa sentire.

Per affrontare queste situazioni non bastano competenza tecnica, esperienza e conoscenza del lavoro. Devi saper guidare, coinvolgere e responsabilizzare le persone.

Un team leader eccellente ha, prima di tutto, grandi competenze nel rapportarsi con gli altri.

Ecco 10 abilità che vale la pena potenziare.

1. Gratificare i collaboratori

Le persone vogliono sapere che il loro lavoro è visto e riconosciuto.

Un apprezzamento specifico per un risultato raggiunto, un problema risolto o un comportamento efficace può avere molto più valore di quanto immagini.

La gratificazione non è adulazione. È riconoscere ciò che merita di essere riconosciuto.

Non aspettare sempre risultati straordinari. Impara anche a sottolineare progressi, impegno e comportamenti positivi.

E quando il team raggiunge un risultato importante, fermati un momento.

Celebrarlo permette di condividere il successo e rafforzare la coesione.

2. Reggere pressione e imprevedibilità

Vendite che saltano all’ultimo momento.
Appuntamenti rimandati.
Assenze improvvise.
Priorità che cambiano.

Puoi pianificare quanto vuoi, ma ci saranno sempre imprevisti.

Il leader eccellente non spreca continuamente energie contro ciò che non può controllare.

Valuta quello che è successo, modifica il piano e concentrati sulla prossima azione.

Pianificare è necessario.

Pretendere che tutto vada esattamente secondo il piano, molto meno.

La vera prova non è quando tutto funziona.
È come reagisci quando qualcosa smette di funzionare.

3. Creare entusiasmo

Non devi trasformarti nell’animatore del villaggio.

E nemmeno presentarti ogni mattina con sorrisi forzati e pacche sulle spalle.

Creare entusiasmo significa soprattutto trasmettere energia, interesse e fiducia nel lavoro che state facendo.

Il tuo atteggiamento influenza il clima del team.

Se sei costantemente negativo, distante o sfiduciato, difficilmente puoi pretendere collaboratori motivati e propositivi.

Le persone devono percepire che credi nel lavoro che chiedi loro di fare.

4. Costruire rapporti di fiducia

La fiducia non nasce perché sei il capo.

Si costruisce nel tempo attraverso coerenza, rispetto, affidabilità e comportamenti concreti.

Condividi responsabilità e informazioni.
Mantieni gli impegni.
Non prenderti tutti i meriti quando le cose vanno bene e non cercare immediatamente un colpevole quando vanno male.

Le persone devono sapere che possono fidarsi di te.

E tu devi dimostrare di fidarti di loro.

5. Comunicare chiaramente le priorità

Tu sai esattamente cosa vuoi dai tuoi collaboratori.

Ma loro lo sanno?
Qual è la priorità?

  • La qualità?
  • Il cliente?
  • I tempi?
  • La precisione?
  • La vendita?
  • La sicurezza?

Non puoi aspettarti risultati chiari se dai indicazioni confuse.

Dire tutto non significa comunicare bene.

Vai al punto. Spiega cosa deve essere fatto, perché è importante e quale risultato ti aspetti.

Se qualcosa non ha funzionato, non limitarti a sottolineare l’errore.

Chiarisci cosa deve cambiare.

6. Gestire i conflitti in modo produttivo

Dove ci sono persone, prima o poi ci saranno divergenze.

Ignorarle non le farà sparire.

Un conflitto lasciato crescere può compromettere rapporti, collaborazione e produttività.

Il tuo compito non è eliminare qualsiasi contrasto, ma impedire che una divergenza professionale diventi uno scontro personale.

Ascolta le parti.
Chiarisci i fatti.
Riporta il confronto sul problema.
Cerca una soluzione praticabile.

Il leader eccellente non è quello in cui nessuno è mai in disaccordo.
È quello che sa gestire il disaccordo senza distruggere la relazione.

7. Coinvolgere tutto il team

Non decidere sempre tutto da solo.

Chiedi ai collaboratori:

  • “Tu come lo risolveresti?”
  • “Cosa cambieresti?”
  • “Dove vedi il problema?”
  • “Quale soluzione proporresti?”

Coinvolgere le persone significa utilizzare competenze ed esperienze che altrimenti rischieresti di perdere.

Significa anche aumentare responsabilità e partecipazione.

Ascolta i suggerimenti, valutali e mantieni la tua autonomia di pensiero e di decisione.

Coinvolgere non significa rinunciare a guidare.

8. Dare obiettivi chiari

“Bisogna migliorare.”

“Dobbiamo fare di più.”

“Serve maggiore attenzione.”

Non sono obiettivi.

Un collaboratore deve capire cosa ti aspetti concretamente da lui.

Definisci risultati chiari e verificabili. Chiedi cosa gli serve per raggiungerli e quali ostacoli vede.

Poi lascia spazio alla responsabilità individuale.

Un obiettivo confuso produce facilmente prestazioni confuse.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Delegare con efficacia

Se vuoi controllare personalmente ogni dettaglio, prima o poi diventerai il collo di bottiglia del tuo stesso team.

Delegare non significa semplicemente liberarsi delle attività che non vuoi fare.

Significa affidare responsabilità, dare autonomia e permettere alle persone di crescere.

Se fai sempre tutto tu, il tuo team imparerà ad aspettare sempre te.

Controlla quando serve,
senza trasformare il controllo in sorveglianza continua.

E accetta che un collaboratore possa fare qualcosa diversamente da come la faresti tu.

Diversamente non significa necessariamente peggio.

10. Ascoltare di più

Sentire e ascoltare non sono la stessa cosa.

Ascoltare significa cercare di capire il messaggio, il contesto e ciò che la persona sta realmente cercando di comunicarti.

Non interrompere continuamente.

Non andare sopra mentre l’altro sta ancora parlando.
Neanche partire dal presupposto di avere già capito tutto.

Chiedi.
Approfondisci.

Il leader eccellente che ascolta non perde autorevolezza. Acquisisce informazioni.

E spesso scopre problemi, tensioni e opportunità molto prima che diventino evidenti.


Essere ascoltato non significa alzare la voce.

In poche sessioni ti aiuto a trovare il tuo stile di leadership autentico, basato su fiducia, presenza e rispetto reciproco.

Scopri il percorso dedicato.

Essere un team leader eccellente non significa essere perfetto

Nessun leader padroneggia sempre tutte queste abilità.

E non serve.

La leadership si costruisce anche osservando il proprio modo di gestire le persone e chiedendosi dove sia necessario migliorare.

Puoi partire da queste 10 abilità:

  • gratificare;
  • reggere pressione e imprevisti;
  • creare entusiasmo;
  • costruire fiducia;
  • comunicare le priorità;
  • gestire i conflitti;
  • coinvolgere;
  • dare obiettivi chiari;
  • delegare;
  • ascoltare.

Non devi diventare un leader perfetto.

Devi diventare un leader più consapevole dell’effetto che produce sulle persone che guida.

La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro

arroganza sul lavoro

Nella vita professionale una buona dose di fiducia è necessaria.

Serve per esprimere un’opinione, prendere decisioni, parlare dei propri risultati, assumersi responsabilità e affrontare situazioni difficili.

Ma esiste una linea sottile.

Puoi essere ambizioso senza diventare spietato. Sicuro senza sentirti superiore. Diretto senza svalutare gli altri.

Fiducia e arroganza possono sembrare vicine. In realtà producono effetti molto diversi.

Ecco 8 situazioni in cui la differenza diventa evidente.

1. Sei sicuro di te quando dai un feedback costruttivo

È arroganza sul lavoro quando utilizzi il feedback per ferire, giudicare o dimostrare superiorità.

Una critica può essere utile quando riguarda un comportamento concreto e aiuta la persona a capire cosa può migliorare.

Il problema nasce quando passi dal comportamento alla persona:

  • “Hai gestito male questa situazione.”

è molto diverso da:

  • “Sei sempre incapace di gestire queste situazioni.”

La fiducia ti permette di essere diretto senza avere bisogno di umiliare.

Anche i consigli possono diventare arroganti quando non sono richiesti e nascondono un messaggio del tipo: “Io so cosa è meglio per te.”

Essere diretti non significa sentirsi autorizzati a svalutare.

2. Sei sicuro di te quando sai parlare dei tuoi risultati

È arroganza sul lavoro quando ti prendi tutto il merito.

In un colloquio, durante una valutazione o quando presenti il tuo lavoro, devi essere capace di raccontare ciò che hai fatto.

Non è vantarsi.

Dire:

  • quale problema hai risolto;
  • quale risultato hai ottenuto;
  • quale competenza hai sviluppato;
  • quale contributo hai dato;

significa parlare di fatti.

L’arroganza comincia quando ogni risultato diventa esclusivamente tuo e gli altri scompaiono dalla storia.

Un professionista sicuro sa prendersi il merito che gli spetta.

E sa anche riconoscere quello degli altri.

3. Sei sicuro di te quando lasci parlare i fatti

È arroganza sul lavoro quando devi continuamente ricordare agli altri quanto vali.

Titoli.
Clienti importanti.
Conoscenze.
Risultati.
Successi.

Se ogni conversazione diventa un’occasione per aumentare il tuo valore agli occhi di chi ascolta, forse non stai dimostrando sicurezza.

Stai cercando conferme.

Chi è realmente sicuro non deve dimostrare continuamente di esserlo.

Se senti il bisogno di dichiarare il tuo valore, chiediti perché hai bisogno che gli altri te lo confermino.

4. Sei sicuro di te quando ti assumi la responsabilità

Diventi arrogante quando cerchi sempre un colpevole.

La fiducia si vede anche quando qualcosa va male.

Puoi ascoltare una critica, riconoscere un errore e dire:

  • “Questa parte era una mia responsabilità.”

Senza sentirti per questo meno competente.

L’arroganza, invece, interpreta l’errore come una minaccia alla propria immagine.

E allora parte la ricerca del responsabile:

  • “Avevo chiesto a Giuliano di occuparsene.”
  • “Non mi hanno dato le informazioni.”
  • “Il team non ha capito.”

Assumersi una responsabilità non indebolisce l’autorevolezza.
Spesso la rafforza.

5. Sei sicuro di te quando sai ascoltare

È arroganza sul lavoro quando ogni conversazione torna sempre su di te.

Parlare delle proprie esperienze è normale.

Il problema nasce quando:

  • interrompi;
  • non fai domande;
  • riporti ogni discorso alla tua esperienza;
  • aspetti soltanto il momento per riprendere la parola.

La persona arrogante ha bisogno di confermare continuamente la propria importanza.

Quella sicura può anche restare in silenzio e ascoltare.

La sicurezza non ha bisogno di occupare tutto lo spazio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Sei sicuro di te quando accetti l’imperfezione

Diventi arrogante quando pretendi dagli altri standard impossibili.

Essere esigenti può essere positivo.

Pretendere che tutti ragionino, lavorino e reagiscano esattamente come te, molto meno.

La persona sicura sa riconoscere i propri limiti.

E proprio per questo riesce più facilmente ad accettare che anche gli altri ne abbiano.

L’arroganza, invece, trasforma il proprio modo di fare nell’unico modo corretto.

Essere bravi non ti autorizza a considerare inadeguato chi è diverso da te.

7. Sei sicuro di te quando sei ambizioso

Diventi arrogante quando l’ambizione giustifica qualsiasi comportamento.

Voler crescere professionalmente non è un problema.

Desiderare responsabilità, risultati, riconoscimento o una posizione più importante è legittimo.

Il confine viene superato quando il successo degli altri ti minaccia oppure quando, pur di arrivare, sei disposto a passare sopra persone e relazioni.

La persona sicura può essere molto ambiziosa senza pensare:

“Se vinci tu, perdo io.”

L’ambizione vuole crescere.
L’arroganza vuole sentirsi superiore.

8. Sei sicuro di te quando non pensi soltanto a te stesso

Diventi arrogante quando i tuoi bisogni diventano automaticamente la priorità di tutti.

“Mi serve subito.”
“Devo averlo entro oggi.”
“Ho bisogno che tu faccia…”

Può capitare che qualcosa sia urgente.

Il problema è quando la tua urgenza diventa sistematicamente l’urgenza degli altri.

Una persona sicura sa chiedere, negoziare, spiegare ciò di cui ha bisogno.

Ma continua a vedere chi ha davanti.

Non considera automaticamente il proprio tempo più prezioso, i propri problemi più importanti o le proprie necessità superiori a quelle degli altri.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

Fiducia e arroganza non sono la stessa cosa

La differenza non sta nel parlare piano, essere modesti o evitare di mostrare ciò che sai fare.

Puoi essere molto sicuro, ambizioso e diretto.

La domanda è cosa succede agli altri quando entri nella stanza.

Si sentono ascoltati o schiacciati?

Riconosciuti o sminuiti?

Coinvolti oppure utilizzati?

La fiducia non ha bisogno di diminuire gli altri per aumentare se stessa.

La fiducia dice: “So quanto valgo”.
L’arroganza aggiunge: “E devo dimostrarti che valgo più di te”.

Questa, forse, è la linea più semplice da ricordare.

Come migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore in 7 mosse

comunicazione con un collaboratore
Dritti al punto: ascoltare è una delle competenze fondamentali per comunicare davvero con un collaboratore.

Come ho scritto più volte anche nei miei libri, se non ascolti, come puoi pretendere di capire ciò che l’altro sta cercando di dirti?

Sembra elementare.

Eppure ascoltare è molto più difficile di quanto pensiamo.

Non significa semplicemente restare in silenzio mentre qualcuno parla. Significa mettere momentaneamente da parte giudizi, risposte già pronte e distrazioni per cercare di comprendere il messaggio nel suo contesto.

Sentire è automatico.
Ascoltare richiede attenzione.

Ecco 7 mosse per migliorare la comunicazione con un tuo collaboratore.

1. Presta davvero attenzione

Se puoi, preparati ad ascoltare.

Metti da parte per qualche minuto ciò che stavi facendo. Guarda la persona. Allontana il telefono. Evita di continuare a leggere una mail mentre dici:

“Parla pure, ti ascolto.”*

Probabilmente sentirai le parole.

Ma difficilmente coglierai tutto il resto.

Se perdi il filo, non fingere di aver capito.

Meglio dire:

“Scusa, ho perso quest’ultimo passaggio. Puoi ripeterlo?”

Fingere di aver ascoltato è molto peggio che ammettere di essersi distratti.

2. Non preparare la risposta mentre l’altro sta parlando

Succede continuamente.

Il collaboratore sta ancora spiegando e tu hai già cominciato a costruire mentalmente la risposta, la soluzione o l’obiezione.

A quel punto non stai più ascoltando.

Stai semplicemente aspettando il tuo turno per parlare.

Se vuoi comprendere, lascia per qualche minuto in sospeso la necessità di rispondere.

La risposta arriverà dopo.

3. Non arrivare troppo velocemente alle conclusioni

A volte vogliamo dimostrare di avere capito subito.

“Sì, sì, ho capito dove vuoi arrivare…”

E interrompiamo.

Magari hai davvero intuito il problema.
Magari no.

Non c’è niente di più frustrante nella comunicazione con un collaboratore sentirsi rispondere a qualcosa che non ha ancora finito di spiegare.

Lascia che completi il ragionamento.

Poi verifica se hai compreso correttamente.

4. Non interrompere

Per ascoltare serve anche tollerare qualche secondo di silenzio.

Non devi riempire ogni pausa con un consiglio, una correzione o un’esperienza personale.

Consenti alla persona di finire.
Non completarle le frasi.
Non parlarle sopra.
Non utilizzare ogni pausa come occasione per riprenderti immediatamente la conversazione.

Se interrompi continuamente, non stai accelerando la conversazione.
Stai aumentando il rischio di non capirla.

5. Mostra che stai ascoltando

Il tuo corpo comunica quanto le tue parole.

Se guardi continuamente l’orologio, controlli il cellulare o ti volti verso il computer, puoi anche dire “Mi interessa”, ma il messaggio che arriva è un altro.

Mantieni un contatto visivo naturale.

Puoi annuire, fare una domanda breve, utilizzare piccoli segnali come:

  • “Capisco.”
  • “Continua.”
  • “E poi cosa è successo?”

Annuire non significa necessariamente essere d’accordo.

Significa:

“Ti sto seguendo.”


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Riformula ciò che hai capito

Una delle tecniche più semplici per evitare fraintendimenti è riprendere con parole tue quello che hai ascoltato.

Per esempio:

  • “Se ho capito bene, il problema principale è…”
  • “Quindi mi stai dicendo che…”
  • “A tuo avviso la difficoltà nasce da…”

Non è necessario ripetere tutto.

Devi verificare di avere colto il punto essenziale.

La riformulazione è particolarmente utile quando il collaboratore è agitato, poco chiaro o porta diversi problemi contemporaneamente.

Prima di cercare una soluzione, assicurati di aver capito bene il problema.

7. Evita le frasi che contraddicono il tuo comportamento

Alcune espressioni sembrano rassicuranti, ma diventano boomerang se quello che fai comunica il contrario.

Nella comunicazione con un collaboratore attenzione a frasi come:

  • “Ti capisco” se non hai ancora compreso bene la situazione;
  • “Vieni al punto” quando la persona sta cercando di spiegarsi;
  • “Parla pure, ti ascolto” mentre continui a lavorare;
  • “Continua, mi interessa” mentre guardi il telefono o l’orologio.

Le persone prestano molta attenzione alla coerenza tra quello che dici e quello che fai.

Non basta dichiarare interesse. Devi farlo percepire.


Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato, non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato per iniziare a comprendere le dinamiche e impostare una strategia efficace.

→ Scopri il servizio.

Ascoltare non significa essere sempre d’accordo

Questo è un punto importante.

Ascoltare un collaboratore non significa approvare tutto quello che dice.

Puoi ascoltare attentamente e poi non essere d’accordo.

Puoi comprendere il suo punto di vista e prendere comunque una decisione diversa.

Puoi mostrare empatia e allo stesso tempo stabilire un limite.

L’ascolto serve a capire meglio prima di decidere come rispondere.

Ed è proprio questo che lo rende una competenza fondamentale per un leader.

Alla fine, la domanda da farti è molto semplice:

Quando un collaboratore ti parla, desideri veramente capire oppure stai soltanto aspettando il momento per rispondere?

9 linguaggi del corpo che ti rendono all’istante più sicuro di te

più sicuro

Alcuni giorni…
proprio non va.

Ci sentiamo ansiosi, sopraffatti,
“non abbastanza”.

Sai di cosa sto parlando.

Il punto è questo:
non c’è tempo per recriminare o rassegnarsi.

Bisogna ripartire subito. E farlo bene.

Serve sembrare più sicuri.
Subito.

Il lavoro lo richiede.
Il ruolo lo reclama.
A volte lo pretende.

Di cosa hai bisogno?
Un po’ di autocontrollo e un pizzico di strategia.

Usa questi spunti per

  • una pronta reazione
  • una presa di posizione
  • una dimostrazione di carattere

che ti permetta di apparire più sicuro e superare il momento di empasse.

Il corpo parla prima di te

La comunicazione non verbale è spesso trascurata.
Eppure ha un impatto enorme.

Anche quando non parliamo,
stiamo comunicando.

Gesti, posture, atteggiamenti dicono molto di noi:
personalità, intenzioni, giudizi.

Prima ancora che tu dica una parola,
il tuo corpo parla per te.

Vuoi padroneggiare il linguaggio della sicurezza?

Ecco 9 segnali del corpo che le persone di successo usano spesso
(e che trovi anche nel mio libro “Autorevolezza” – NUOVA edizione aggiornata 2025),
se vuoi apparire una persona sicura e piacevole.

1. Stai dritto

Vuoi apparire più sicuro?
Raddrizzati. Subito.

Piedi all’altezza dei fianchi.
“Stirati” verso l’alto, come se una cordicella ti tirasse su.

Mantieni la sensazione di altezza,
ma rilassa le spalle, portandole leggermente indietro.

Scapole indietro.
Petto aperto.
Mento leggermente sollevato.

Cammina così.

Evita di inclinare la testa.
Evita di appoggiarti a pareti, porte o scrivanie:
trasmette passività e insicurezza.

Le ore al computer incurvano le spalle.

Tienile dritte,
ma rilassate,
anche quando sei seduto.

2. “Espanditi”

“In tutte le specie animali,
la postura espansiva che occupa più spazio
è associata a potere e dominio.”

Amy Cuddy

In una sua ricerca,
dopo appena due minuti in una posizione dominante,
la Cuddy ha osservato un aumento del testosterone
e una diminuzione del cortisolo.

Prima di un meeting, un colloquio, una riunione:
prenditi due minuti.

Gambe divaricate.
Braccia tese sopra la testa, fin dove arrivi.

Fallo in un luogo riservato (la toilette va benissimo).

La sensazione di potenza che ne deriva
ti sorprenderà.

3. Cura la posizione dei piedi

I piedi dicono molto di te.

Non è una scienza esatta,
ma piedi vicini o incrociati trasmettono insicurezza.

Una base più ampia comunica stabilità.

Tieni i piedi leggermente più larghi dei fianchi.
Piccolo cambiamento.
Grande differenza.

4. Rallenta

Ansia e disagio accelerano tutto:
parole, gesti, passi.

Fai l’opposto.
Rallenta.

Passi regolari.
Cadenzati.
Niente fretta.

Mantieni il corpo allineato.
Alza il mento.
Guarda dritto davanti a te.

Questo ritmo ordinato ti farà apparire subito più sicuro e fiducioso.

5. Mantieni il contatto visivo

Molti distolgono lo sguardo subito.
Tu no.

Guarda le persone negli occhi.
Se reggono lo sguardo, sorridi.

Prenditi il tuo tempo.
Trasmette fiducia e apertura.

Se il contatto visivo ti mette in difficoltà,
fissa il punto tra le sopracciglia.
Nessuno se ne accorgerà.

Ricorda:
guarda… e sorridi.

Uno sguardo impassibile può risultare inquietante.

6. Stretta di mano: ferma, non aggressiva

La stretta di mano conta.

Una mano molliccia ti fa perdere punti all’istante.

Se l’altro ha la “mano a pesce morto”,
non stritolare.

Guarda negli occhi mentre stringi la mano.
Abbastanza a lungo da ricordarne il colore.

Non fissare.
Sorridi.

Trasmette presenza.
E sicurezza.

7. Orienta il corpo verso l’altro

La posizione del corpo influenza profondamente la percezione.

Apri la postura.
Non chiudere il petto con le braccia.
Non piegarti.

“Punta” il corpo verso il tuo interlocutore per essere più sicuro.

Angolazioni laterali possono segnalare fuga,
insicurezza, distanza.

È un cambiamento sottile,
ma fa una grande differenza.

8. Mostra il tuo lato piacevole

Il sorriso è uno dei segnali non verbali più potenti.

Spegne l’espressione tesa, nervosa, crucciata.
Invita all’interazione.

Non significa sorridere sempre.
Né fare il piacione.
Né sfoggiare sorrisi finti.

Assicurati che il tuo viso a riposo sia rilassato.

Un accenno di sorriso autentico..
basta.

Autorevolezza non è volume,
ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

9. “Trattieni” il sorriso

Le persone sicure sorridono perché stanno bene.
E non hanno paura di mostrarlo.

Regala sorrisi sinceri.

Occhi, bocca e viso devono partecipare.

Guarda l’altra persona negli occhi.
Nota il colore.
Poi sorridi.

Attendi.

E trattieni il tuo sorriso due secondi in più.

Succede qualcosa.
Un micro-legame.
Una sensazione di familiarità.

Le persone se ne ricordano.

Sorridere, quando è autentico,
dice:

  • “Che bello conoscerti.”

E anche:

  • “Sì, sono sicuro di me.”

In finale per essere più sicuro

Nei giorni in cui la sicurezza vacilla,
non serve diventare qualcun altro.

Basta riallineare il corpo per ritrovare la mente.

Perché spesso,
la sicurezza… inizia da come stai in piedi.

Comunicazione al lavoro: 12 abitudini che ti rendono noioso e irritante (da evitare)

comunicazione al lavoro

Iniziamo una conversazione con le migliori intenzioni.

Poi basta poco: una parola di troppo, un’interruzione, un tono sbagliato, un gesto che infastidisce.

La tensione sale.

E una conversazione che poteva essere utile diventa improvvisamente una battaglia.

Ammettiamolo: non sempre siamo buoni comunicatori quanto pensiamo.

Possiamo avere competenza, esperienza e ottime intenzioni, ma alcune abitudini rendono la nostra comunicazione al lavoro pesante, irritante o poco efficace.

Ecco 12 comportamenti nella conversazione cui vale la pena prestare attenzione.

1. Parlare troppo

Spiegare tutto.
Ripetere.
Aggiungere dettagli non necessari.

Passare da un argomento all’altro senza arrivare mai al punto.
Parlare tanto non significa comunicare meglio.

A volte significa semplicemente costringere l’altra persona a cercare il messaggio dentro una montagna di parole.

Chiediti:

“Quello che sto aggiungendo serve davvero?”

Se la risposta è no, fermati.

La sintesi non impoverisce il messaggio.
Spesso gli dà più forza.

2. Guardare il cellulare mentre qualcuno ti parla

Dire “Parla pure, ti ascolto” mentre controlli mail e notifiche non funziona.

Forse senti ciò che viene detto.

Ma difficilmente stai prestando piena attenzione.

Se la conversazione conta, metti via il telefono per qualche minuto.

È un gesto semplice nella comunicazione al lavoro che comunica rispetto.

3. Interrompere e finire le frasi degli altri

Hai già capito dove vuole arrivare?

Forse.

Ma lascia che sia l’altra persona a dirlo.

Interrompere continuamente comunica impazienza e aumenta il rischio di rispondere a qualcosa che l’altro non aveva ancora finito di spiegare.

Non completare le frasi.
Non parlare sopra.
Aspetta qualche secondo in più.

4. Parlare sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare la tua esperienza.

“È successo anche a me…”
“Io invece…”
“Quando lavoravo in…”

Non c’è niente di sbagliato nel parlare di sé.

Il problema nasce quando ogni conversazione finisce inevitabilmente per tornare su di te.

Fai domande.
Lascia spazio.

Interessati anche alla storia dell’altro.

5. Fare continuamente il “professore”

“Quello che devi capire è…”
“Devi fare così…”
“Se fossi in te…”

Dispensare continuamente spiegazioni e consigli può diventare irritante, soprattutto quando nessuno li ha chiesti.

Non devi dimostrare in ogni conversazione quanto sei competente.

Puoi essere molto competente e continuare ad avere qualcosa da imparare da chi hai davanti.

Approfondisci con il post dei consigli non richiesti.

6. Voler controllare la conversazione

Nella comunicazione al lavoro fare domande non significa interrogare.

Se ogni domanda serve soltanto a portare l’altra persona verso la risposta che hai già deciso, non stai davvero aprendo un dialogo.

Stai guidando la conversazione verso la tua conclusione.

Chiedi.

Poi lascia spazio alla risposta.

Una conversazione non è efficace soltanto quando termina esattamente dove vuoi tu.

7. Non dire niente

Esiste anche l’eccesso opposto.

Silenzio assoluto.
Risposte monosillabiche.
Nessuna reazione.

Una conversazione richiede partecipazione.

Se il confronto diventa troppo acceso, puoi chiedere una pausa e riprenderlo quando siete più tranquilli.

Ma attenzione a non utilizzare il silenzio per evitare sistematicamente le conversazioni difficili.

Rimandare può essere utile.
Fuggire, molto meno.

8. Comunicare ostilità anche senza parole

Il modo in cui ascolti conta.

Uno sguardo continuamente rivolto altrove, sospiri, espressioni infastidite, tono secco o distanza eccessiva possono contraddire ciò che stai dicendo.

Puoi pronunciare parole corrette e contemporaneamente trasmettere:

“Non ho voglia di ascoltarti.”

Parole e comportamento devono raccontare possibilmente la stessa storia.

Non serve controllare ogni gesto.

Nella comunicazione al lavoro serve diventare più consapevoli dell’effetto che produci.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Trasformare le opinioni in sentenze

“È così.”
“Non funzionerà.”
“Questo è sbagliato.”
“Dobbiamo fare così.”

A volte hai dati sufficienti per essere molto deciso.

Altre volte stai semplicemente esprimendo un’opinione come se fosse un fatto.

Prova a distinguere:

“Io la vedo così…”

“Sulla base di questi elementi, penso che…”

Non diminuisce la tua autorevolezza.

Rende più chiaro dove finisce il fatto e dove comincia la tua valutazione.

10. Mostrare indifferenza

Una persona ti sta parlando e tu sembri altrove.

Risposte automatiche.
Nessuna domanda.
Scarso interesse.

È difficile costruire una conversazione utile se l’altra persona percepisce che ciò che sta dicendo non ti interessa minimamente.

Non devi essere entusiasta di ogni argomento.

Ma se hai deciso di partecipare alla conversazione, partecipa davvero.

11. Usare sarcasmo e ironia per colpire

Una battuta può alleggerire una situazione.

Può anche umiliare.

Il problema del sarcasmo è che permette facilmente di ferire e poi ritirarsi dietro:

“Stavo scherzando.”

Se non sei d’accordo, dillo.
Se qualcosa ti irrita, affrontalo.

Non utilizzare una battuta per dire ciò che non hai il coraggio di dire apertamente.

L’ironia può alleggerire una conversazione.
Il sarcasmo usato per colpire la avvelena.


Essere ascoltati non dipende solo da cosa dici, ma da come lo dici.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e rafforza la tua leadership comunicativa.

12. Dimenticare di dire “grazie”

Un grazie non risolve una cattiva comunicazione.

Ma riconoscere il tempo, l’aiuto o il contributo di qualcuno è una piccola abitudine che migliora molto la qualità delle relazioni.

“Grazie per avermelo fatto notare.”
“Grazie per il tempo che mi hai dedicato.”
“Grazie per esserti occupato della questione.”

Non serve trasformarlo in una tecnica.

Deve essere sincero.

La gratitudine funziona proprio perché non dovrebbe essere data per scontata.

Migliorare la comunicazione parte dalle piccole abitudini

Probabilmente ti riconosci in qualcuno di questi comportamenti.

Anch’io.

Il punto non è diventare comunicatori perfetti.

È accorgersi di quelle piccole abitudini che, ripetute ogni giorno, finiscono per rendere più difficili conversazioni che potrebbero essere molto più semplici.

Puoi cominciare da una domanda:

Quale di questi 12 comportamenti utilizzo più spesso senza rendermene conto?

Poi scegline uno.

E comincia da lì.

 

8 cose che dovresti eliminare se vuoi essere più produttivo al lavoro

produttivo al lavoro
La chiave non è lavorare tanto.

È lavorare bene sulle cose che contano davvero.

Essere occupati e essere produttivi non sono la stessa cosa.

Puoi correre tutto il giorno, rispondere a decine di mail, saltare da una riunione all’altra e arrivare a sera esausto.

Ma quanto hai realmente concluso?

La produttività non si misura da quanto sei stato occupato.
Si misura da ciò che hai portato a termine.

Il tempo e l’energia sono risorse limitate.

Per utilizzarle meglio, a volte non serve aggiungere qualcosa.

Serve eliminarlo.

Ecco 8 cose che vale la pena ridurre se vuoi essere più produttivo al lavoro.

1. Elimina l’affanno di voler fare tutto

Essere sempre in movimento può dare una piacevole sensazione di efficienza.

Mail.
Telefonate.
Riunioni.
Progetti.
Richieste.
Problemi.

Tutto contemporaneamente.

Ma fare tutto non significa fare bene tutto.

Quando disperdi continuamente attenzione ed energia, rischi di arrivare a sera con molte attività iniziate e poche veramente concluse.

Chiediti:

  • cosa è realmente importante?
  • cosa produce un risultato?
  • cosa posso rimandare?
  • cosa posso eliminare?

Concentrarsi su meno cose può permetterti di farle molto meglio.

2. Smetti di considerare le ore lavorate una misura del tuo valore

Lavorare fino a tardi può essere necessario.

Ogni tanto.

Il problema nasce quando diventa una modalità abituale o addirittura un distintivo professionale.

“Sono ancora in ufficio alle 21.”
“Questo weekend ho lavorato tutto il tempo.”

Non dimostra automaticamente essere produttivo al lavoro.

Può anche significare che hai troppo lavoro, che stai organizzando male le priorità o che non riesci più a staccare.

Più ore non significano automaticamente più risultati.

Conta soprattutto come utilizzi l’energia nelle ore in cui lavori.

3. Smetti di fare tutto da solo

“Faccio prima io.”

Quante volte lo pensi?

A volte è persino vero.

Ma se diventa la risposta abituale, prima o poi sarai tu il limite della tua produttività.

Chiedere aiuto, delegare o rivolgersi a qualcuno più competente non è un segnale di debolezza.

È un modo per utilizzare meglio il tuo tempo.

Essere autonomi non significa dover fare tutto da soli.

4. Elimina le giornate senza pause

Una pausa non è necessariamente tempo perso.

Può essere il momento in cui recuperi lucidità.

Quando continui a spingere nonostante stanchezza e calo di concentrazione, rischi di impiegare mezz’ora per qualcosa che, con la testa più fresca, avresti risolto in dieci minuti.

Alzati.
Fai due passi.
Mangia qualcosa.
Stacca per qualche minuto.

Riprendere fiato può essere parte del lavoro, non una fuga dal lavoro.

5. Smetti di dire sempre SI

Ogni SI occupa tempo.

Un nuovo compito.
Una riunione.
Una richiesta.
Un favore.
Un’attività aggiuntiva.

Se accetti tutto, prima o poi dovrai pagare il conto.

E spesso lo pagano proprio le attività più importanti.

Non puoi dire NO a tutto.

E certamente non puoi rifiutare arbitrariamente ciò che rientra nelle tue responsabilità.

Ma puoi imparare a distinguere tra:

  • ciò che è davvero prioritario;
  • ciò che può aspettare;
  • ciò che può essere delegato;
  • quello che non è necessario.

Dire NO a qualcosa significa spesso proteggere il SI che hai già dato a qualcosa di più importante.

6. Abbandona il perfezionismo eccessivo

Fare un buon lavoro è importante.

Controllare ossessivamente ogni dettaglio molto meno.

Il perfezionismo può portarti a rivedere ancora una volta una mail già chiara, rimandare una decisione aspettando condizioni ideali o investire enormi energie in dettagli che cambiano pochissimo il risultato.

Chiediti:

  • “Questo miglioramento aggiunge davvero valore?”

Se la risposta è no, forse è il momento di chiudere il lavoro e passare oltre.

La qualità è importante.
La perfezione, spesso, ha un costo sproporzionato rispetto al beneficio.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

7. Smetti di sacrificare continuamente pause e bisogni personali

Saltare sistematicamente il pranzo, ignorare la stanchezza o rimandare continuamente una pausa per “finire ancora questa cosa” può sembrare produttivo al lavoro.

Ma lavorare prosciugato difficilmente migliora la qualità delle tue decisioni.

Non serve trasformare la giornata lavorativa in un programma di benessere.

Serve semplicemente accettare che anche la tua energia ha un limite.

Mangiare, muoversi, respirare, fermarsi qualche minuto non sono ostacoli alla produttività.

Permettono di sostenerla nel tempo.

8. Smetti di controllare continuamente mail e notifiche

Una mail.
Poi una notifica.
Poi un messaggio.
Di nuovo la posta.

Ogni interruzione sembra piccola, ma ti costringe continuamente a spostare l’attenzione.

E ogni volta devi tornare mentalmente a ciò che stavi facendo.

Se il tuo lavoro lo permette, prova a creare momenti dedicati alla posta e alle comunicazioni invece di reagire immediatamente a ogni segnale.

Personalmente preferisco controllare la mail in momenti abbastanza definiti della giornata.

Non perché ogni messaggio possa aspettare sempre.

Ma perché non tutto ciò che arriva subito richiede una risposta immediata.


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero.

→ Scopri il percorso.

Essere produttivi non significa spremersi di più

A volte pensiamo che per ottenere di più dobbiamo semplicemente aumentare lo sforzo.

Più ore.
Più attività.
Più velocità.

Ma la produttività dipende anche dalla capacità di scegliere.

Cosa fare.
Cosa non fare.
Cosa rimandare.
Cosa delegare.
Cosa merita davvero la tua energia.

Essere produttivo al lavoro non significa riempire ogni minuto.
Significa utilizzare bene quelli che hai.

Approcciare (senza mal di testa) una persona logorroica al lavoro

persona logorroica
Che sia il capo, un collega, un collaboratore o un cliente… poco importa.

Prima o poi incontri una persona logorroica.
E sì, te la ricordi bene.

Si perde in dettagli inutili.
Salta da un argomento all’altro.
Parte dal meteo e finisce… chissà dove.

Chi è davvero la persona logorroica

“La prolissità non è un eccesso di parole, ma una carenza di idee.”
Nicolás Gómez Dávila

La persona logorroica parla tanto perché ha bisogno di piacere.
Oppure teme di non essere ascoltata.

Il problema?

Non ascolta.
Nemmeno quando fa una domanda.

Se provi a rispondere, ti interrompe.
Se resta in silenzio… è solo una pausa per ripartire.

Ogni frase diventa un pretesto per continuare.
All’infinito.

Ignorarla non è possibile.
Evitarla, nemmeno.

Soprattutto se è un cliente o il tuo capo.

Non lasciarti trascinare

Quando la conversazione parte male, finisce peggio.

Tempo perso.
Energia sprecata.
E spesso… mal di testa.

La prima regola è semplice:
non farti portare fuori strada.

Evita argomenti che aprono discussioni infinite:
politica, crisi, sport, religione.

Se un cliente parte dal meteo, rispondi con educazione… e riporta il focus:

“Sì, in effetti fa caldo. Come posso esserle d’aiuto?”

Gentile.
Diretto.
Efficace.

Non interrompere subito

All’inizio, lascia spazio.

Ha bisogno di parlare.
Di sentirsi ascoltato.

Non bloccarlo di colpo.

Ascolta.
Osserva.
Cerca un aggancio.

Ogni frase può diventare un ponte per riportarlo al punto.

Poi, quando è il momento…

Prendi il controllo della conversazione

Qui serve decisione.

Fai domande chiuse:

  • “Sì o no”
  • “Questo punto è corretto?”

Se si allontana, riporta il focus.
Con calma. Ma con fermezza.

Ripeti la domanda, se necessario.

Non cedere al flusso.

Se lavori con clienti, puoi usare anche il tempo come leva:

  • “Prima di seguire gli altri clienti, voglio assicurarmi che…”
  • “Abbiamo pochi minuti, concentriamoci su…”

Non è scortesia.
È gestione.

Riformula e sintetizza

Chi parla tanto teme di non essere capito.

E allora ripete.

Il modo più veloce per fermarlo?

Dimostrare che hai capito.

Riassumi:

  • “Se ho compreso bene, il punto principale è…”

Così ottieni due risultati:

  • verifichi la comprensione
  • dai all’altro la conferma che è stato ascoltato

E la conversazione si accorcia.

Mantieni la rotta

Se lasci a lui la guida, perderai il controllo.

Parla poco.
Intervieni quando serve.

Evita domande aperte.
Non rilanciare nuovi temi.

Non alimentare il flusso.

Guida.

Sempre.

Quando serve, sii diretto

Se hai già provato tutto e nulla cambia, chiarisci.

Con rispetto.

  • “Capisco quello che mi stai dicendo, ma devo occuparmi anche di altro. Andiamo al punto.”

Educazione e fermezza possono convivere.

E funzionano.

LA TUA COMUNICAZIONE AUTOREVOLE >
trovi spunti interessanti nei miei libri “Autorevolezza” e “Prima volta Leader”.

Non aspettare che si fermi da solo

È un errore comune.

“Prima o poi smetterà…”

No.

Non succederà.

Chi è logorroico trova piacere nel parlare.
E il tempo, per lui/lei, non è un problema.

Se non intervieni tu, la conversazione continua.

Non è questione di farlo tacere.

È questione di guidare.

Ansia da nuovo lavoro? Cosa è normale e cosa è solo una tua paranoia

ansia da nuovo lavoro

Foto: Moshehar

Ansia da nuovo lavoro?

Iniziare in un nuovo posto può essere stimolante ed entusiasmante.

Ma anche stressante.
A tratti perfino “schiacciante”.

Devi:

  • imparare nuove procedure
  • assorbire una quantità enorme di informazioni
  • conoscere molte persone
  • fare una buona impressione sul nuovo capo.

Insomma… pressione!

È normale sentirsi:

  • nervosi
  • incerti
  • ansiosi.

L’ansia da nuovo lavoro è quasi inevitabile.

Quando entri in un ambiente nuovo, la mente comincia a “galoppare” per ritrovare equilibrio.

Alcuni pensieri sono realistici.

Altri… sono semplicemente ansie amplificate dalla nostra testa.

Vediamo alcune situazioni tipiche.

“Non capisco subito gli argomenti” → normale

Sei seduto a una delle prime riunioni.

E qualcuno comincia a parlare usando termini e concetti che non conosci.

E dentro di te pensi:
“Di cosa diavolo stanno parlando?”

Succede a tutti.

Puoi:

  • chiedere spiegazioni
  • far ripetere un concetto
  • prendere appunti e approfondire dopo.

Non capire tutto subito è assolutamente normale.

Serve tempo per entrare nei meccanismi di un nuovo lavoro.

“Tutti gli altri sono più bravi di me” → paranoia

È uno dei pensieri più comuni.

E anche uno dei più dannosi.

Come scrivo nel mio libro
Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri è quasi sempre frustrante.

Perché?

Perché il confronto avviene spesso con un’immagine ideale.

Quindi irraggiungibile.

Anche se raggiungi il successo, troverai sempre qualcuno che sembra avere qualcosa più di te.

Il confronto continuo raramente aiuta.

“Sono esausto” → normale

A fine giornata ti senti distrutto.

Nonostante i caffè.

Arrivi a casa e crolli sul divano.

Tranquillo.
È normale.

Quando inizi un nuovo lavoro il cervello lavora tutto il giorno:

  • per fare buona impressione
  • per apprendere informazioni
  • per orientarsi nel nuovo contesto.

È stancante.

Ma è una fase temporanea.
Nel giro di qualche settimana ti sentirai di nuovo più energico.

“Mi licenzieranno perché non sono esperto” → paranoia

All’inizio nessuno si aspetta che tu sia perfetto.

Chi ti ha assunto sa benissimo che:

  • devi imparare
  • devi adattarti
  • crescere nel ruolo.

Se ti hanno scelto, probabilmente è anche perché hanno visto:

  • potenziale
  • motivazione
  • voglia di imparare.

E questo conta molto.

“Non ho ancora amici qui” → normale

Nel lavoro precedente conoscevi tutti.

Ridevi con i colleghi.
Uscivate insieme.

Qui invece… ancora no.

È normale.

Le relazioni sul lavoro richiedono tempo.

Un consiglio: evita di creare legami attraverso il gossip.

Spettegolare per sembrare “uno del gruppo” spesso danneggia la reputazione.

Molto più di quanto immagini.

Creare buone relazioni nel nuovo lavoro non è solo questione di tempo, ma anche di atteggiamento.

“Nessuno vuole mangiare con me” → paranoia

I primi giorni può capitare di pranzare da soli.
Non c’è ancora confidenza.

Non aspettare sempre che siano gli altri a invitarti.

A volte basta fare il primo passo:
“Posso sedermi con voi?”

È più semplice di quanto sembri.

E ti farà apparire una persona aperta e disponibile.

“Non piaccio a nessuno” → paranoia

Non puoi controllare il giudizio degli altri.
È impossibile.

Anche se sei:

  • disponibile
  • gentile
  • professionale

ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarti.
E a vederti come una minaccia per la sua carriera.

Prima lo accetti, meglio è.

Metti a tacere la tua voce interiore negativa e concentrati su ciò che conta davvero:
allinearti al nuovo lavoro.

“Non sono adeguato per questo ruolo” → paranoia

Capita spesso nei primi mesi.

Ti guardi intorno e pensi:
“Ma dove mi sono cacciato?”

Hai la sensazione di non sapere abbastanza.
Di non essere all’altezza.

Questo stato ha anche un nome: sindrome dell’impostore.

Succede più spesso di quanto pensi.
E non significa che tu non sia capace.

A dedicato un intero capitolo del mio libro “Prima volta Leader” a tale sensazione di inadeguatezza.

“Mi hanno assunto per A e B, ma sto facendo X e Y” → attenzione

Qui la situazione è diversa.

Se il lavoro che stai facendo è molto diverso da quello per cui sei stato assunto, vale la pena parlarne.

Con il tuo responsabile.

A volte è solo una fase iniziale.
Altre volte no.

Se la discrepanza è grande e permanente, può essere il segnale che quel ruolo non è davvero quello giusto per te.

Leggi il mio post per approfondire: Il nuovo lavoro è diverso da come immaginato. E adesso?

“Ho fatto un errore” → normale

Nessuno nasce imparato.

E nessuno è perfetto.
Tutti sbagliano.

Anche le persone che oggi ti sembrano più competenti hanno commesso — e continuano a commettere — errori.

La differenza sta in una cosa:
imparare da quegli errori.

“Ho fatto un errore… mi licenzieranno” → paranoia

Un errore non provoca l’apocalisse.

Il mondo non smette di girare.

E nella maggior parte dei casi non costa il posto lavoro.

Se ti hanno assunto è perché qualcuno ha visto valore in te.
Non impegnarti a dimostrare il contrario.

Hai fatto un errore sul lavoro?
Se vuoi approfondire: Come chiedere scusa al lavoro. Basta dire “Mi dispiace”?

“Devo essere perfetto” → paranoia

Il perfezionismo spesso nasce dal bisogno di approvazione.

Se tutto è perfetto, nessuno potrà criticarti.

Ma nel lavoro reale la perfezione è raramente necessaria.

A volte “buono” è più che sufficiente.
E soprattutto è più efficace.

Meglio consegnare qualcosa di valido oggi…
che aspettare la perfezione e non consegnare nulla.

“Non pensavo fosse così dura” → normale

Il mondo del lavoro è diventato più competitivo.
Più veloce.
Più complesso.

Per ambientarsi servono:

  • impegno
  • preparazione
  • resilienza

È normale sentirsi sotto pressione all’inizio.

Ansia da nuovo lavoro? In conclusione

L’ansia da nuovo lavoro è normalissima.

Stai entrando in un ambiente nuovo, con nuove persone e nuove aspettative.
Il cervello ha bisogno di tempo per adattarsi.

Respira.
Impara.

Concediti qualche settimana.
Poco alla volta, tutto diventerà più familiare.

Quando inizi un nuovo lavoro non devi dimostrare di sapere già tutto.

Devi solo dimostrare che sei disposto a imparare.

Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interiore – 2

critico interno

Foto di cj_wells88

Leggi anche la parte 1.

5. Sostituisci pensieri eccessivamente critici con affermazioni più realistiche

Impara a riconoscere quando i tuoi pensieri critici sono esageratamente negativi.
Trasforma un pensiero eccessivamente pessimista in un’affermazione più razionale e realistica.

Quando ti ritrovi a pensare: “Non faccio mai niente di buono“,
sostituisci la frase con una più ragionevole del tipo “Quando si tratta di numeri e di contabilità, mi trovo in difficoltà”.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Ogni volta che ti trovi in testa un pensiero esageratamente negativo,
rielabora con una dichiarazione più accurata,
guardando la situazione in modo più razionale e meno emotivo.

Se pensi “Non riuscirò mai ad avere un posto di responsabilità”,
esamina le prove che supportano questa dichiarazione ma anche quelle che contestano quest’affermazione.
Guarda l’argomento da entrambi i lati.

A volte è utile scrivere,
elencare tutte le prove che supportano ma anche quelle che contraddicono questo pensiero.
Vedrai che la notte non è così nera come l’hai dipinta.

6. Dai forza al tuo dialogo interiore

Il tuo dialogo interiore alimenterà il tuo successo o ti impedirà di raggiungere il tuo pieno potenziale.
Devi diventare il tuo migliore consigliere.

Più riuscirai a migliorare il tuo dialogo interiore,
più avrai forza per andare avanti nei momenti difficili e farai “pace” con i tuoi limiti e con te stesso.

Vedrai com’è motivante utilizzare pensieri tipo:
E’ difficile, ma mi sto impegnando e ce la posso fare” oppure “Ho fallito. Domani ricomincerò più forte dei miei errori”.

Utilizza il dialogo interiore (modificandone le parole) per darti forza,
e continua a lottare per i tuoi successi e per i tuoi sogni!

Il progresso sconfigge il critico interno.

 


 

7. Fai attenzione alle parole che utilizzi

“Le parole hanno il potere di distruggere e di creare.
Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.”

Buddha

Poni attenzione alle parole che utilizzi per descrivere la realtà, ma anche per parlare di quello che pensi di te stesso, dei limiti che ti dai, degli obiettivi che ti poni.

Il tuo critico interiore imposta obiettivi irragionevoli e poi ti dice… “Dai forza, vai a prenderlo” .

Il tuo critico prova vergogna davanti a traguardi facilmente raggiungibili.
I suoi obiettivi sono l’auto-sconfitta,
il sogno irrealizzabile e a sfiducia.

8. Sii comprensivo con te stesso

Hai notato come siamo indulgenti con gli amici,
e quanto diventiamo duri e spietati quando si tratta di noi stessi?

Abbiamo poco o nessun controllo su come ci sentiamo e su cosa pensiamo. Molte delle nostre risposte emotive e cognitive sono automatiche.
Non dovremmo mai giudicarci così duramente.

Dobbiamo sviluppare l’autoconsapevolezza per diventare coscienti di questi pensieri e azioni automatiche.
Ci vuole un piccolo sforzo e allenamento per migliorare la consapevolezza di sé.

C’è differenza …
dire sempre a te stesso che non sei abbastanza bravo,
e dire sempre a te stesso che puoi lavorare per diventare migliore.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

9. Prendi una certa distanza dal tuo critico interno

Identifica i pensieri di cui devi essere consapevole e quelli che devi lasciare andare.

Accettare le tue debolezze per quello che sono oggi, non significa che devi rimanere così per sempre.
È importante riconoscere di avere difetti ma anche decidere di sforzarsi per migliorare.

Il tuo critico interno detesta il progresso, ama la sicurezza, si concentra solo su “non voglio” e “non mi piace”.
Non ti supporta mai.

Qual è il più grande passo in avanti che puoi completare oggi?
Non preoccuparti di quanto sia piccolo, minimo.
Fallo.

Se riesci a distaccarti e operare contro questo pensiero distruttivo,
diventerai più forte, mentre il tuo critico interno si indebolirà.