Faccia a faccia con il tuo peggior nemico: il critico interno – 1

critico interno

Foto di cj_wells88

Tutti abbiamo un critico interiore.
Questa “voce interna” che esprime di continuo un commento negativo su chi-siamo e come-ci-comportiamo.

“Avresti dovuto…”
“Sei fottuto.”
“C’è qualcosa che non va in te.”
“A loro non piaci.”
“Non puoi farlo.”
“Sei un perdente.”
“Tanto non ce la farai. Come sempre.”
“Sei brutto/stupido/grasso”
“Sei diverso dagli altri.”

Questa voce critica si forma dalle nostre esperienze di vita;
esperienze dolorose e spiacevoli che producono emozioni negative e pensieri depotenzianti.

Iscriviti alla mia newsletter.

Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

A ogni particolare situazione stressante o dannosa che ci capita,
ecco che spunta la voce critica che è in noi.

Il critico interiore non analizza oggettivamente

Piuttosto alimenta continuamente un dialogo interno eccessivamente negativo che crea ostacoli e impedimenti.
È autodistruttivo, può essere dannoso per te e per gli altri.

Ecco 9 spunti per “domare” il tuo critico interiore,
far tacere la sua negatività e migliorare il benessere della tua vita:

1. Sviluppa consapevolezza dei tuoi pensieri

Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, il nostro critico interiore inizia ad avvertirci dei potenziali modi in cui potremmo fallire… con pensieri spesso esagerati, prevenuti, sproporzionati.

Siamo così abituati a sentire i nostri stessi racconti che è difficile diventare consapevoli dei messaggi che ci stiamo mandando.

Riconoscere che il tuo critico interiore è al lavoro …
è il primo passo per ridurre la sua presa su di te.

2. Ricorda che la voce del critico interiore non è la realtà

“Nel reale si rischia di soffocare,
nell’irreale di perdersi.”

Mario Andrea Rigoni

Ricorda che la tua voce interiore critica non è un riflesso della verità.
È una prospettiva che hai adottato sulla base di esperienze e atteggiamenti negativi che hai vissuto e interiorizzato.

 


 

Il tuo critico interiore sta cercando di proteggerti da possibili danni,
alcuni pensieri potrebbero essere veri,
spesso sono falsi, raramente sono utili.

Non lottare con il tuo critico,
piuttosto vedilo per quello-che-è
una “voce” che propina opinioni, piuttosto che fatti.

Non agire sulle direttive del tuo critico interiore.

3. Smettila di rimuginare

A volte,
potresti sorprenderti a pensare e ripensare più volte a quella cosa imbarazzante che hai fatto,
o a quella frase che non avresti dovuto dire,
ma oramai è fatta.

Se continui a ruminare, rimasticare,
non farai altro che sentirti peggio e non risolverai il problema.

Non cercare di evitare di pensarci,
perché più probabilmente ti concentrerai e rafforzerai questo pensiero.

Invece,
è importante distrarsi con un’attività – tipo fare una passeggiata, parlare di un argomento completamente diverso, ecc. – per fermare i pensieri critici,
prima che vadano fuori controllo.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per potenziare la tua autostima sul lavoro
 

4. Parla a te stesso come se parlassi a un amico

Che cosa diresti a un caro amico che ti confida pensieri di inadeguatezza e sentimenti di insicurezza?

Non penso qualcosa del tipo: “È giusto così … sei così insicuro e goffo” oppure
“Per l’ennesima volta hai dato prova di non saper fare niente di buono”
“Sei un perdente, non puoi farci niente!”

Eppure,
con te stesso saresti capace di dire cose molto più dure e crudeli.
Il tuo critico interiore è felice quando costruisci muri.

Invece (anche a te stesso) dovresti offrire parole compassionevoli, di incoraggiamento,
d’incitamento, proprio come faresti con il tuo migliore amico.

Continua a leggere la parte 2.

12 differenze tra chi ha successo e chi non ce la farà mai

avere successo
C’è sempre una differenza.

Tra successo e insuccesso.

Non è solo una questione di risultati.

È una differenza di approccio, di abitudini, di decisioni.
Di pensieri che diventano azioni.

E, alla fine, fanno la differenza.

Avere successo — cioè raggiungere i propri obiettivi, grandi o piccoli — significa:

  • lavorare duro
  • essere determinati
  • perseverare

Non c’è molto altro da aggiungere.

Ecco 12 differenze che contano. Davvero.

1. Chi ha successo agisce. Chi fallisce rimanda

Le persone che arrivano:

  • si muovono
  • provano
  • sbagliano
  • riprovano

Le altre … aspettano.
Aspettano il momento giusto.

La situazione perfetta.
La sicurezza totale.

Che non arriva mai.

“Chi diventa bravo a inventare scuse,
non sarà mai bravo in nient’altro.”

2. Chi ha successo riconosce i limiti. Chi fallisce li nasconde

Molti passano la vita a mascherare debolezze ed emozioni.

Chi cresce davvero fa l’opposto:

  • riconosce i propri limiti
  • li accetta
  • ci lavora sopra

Non spreca energia a “sembrare”.
La usa per migliorare.

3. Chi ha successo abbraccia il cambiamento. Chi fallisce lo teme

Il cambiamento è scomodo.

Sempre.

Ma chi arriva:

  • studia
  • si aggiorna
  • si adatta

Chi resta indietro, invece:

  • resiste
  • si irrigidisce
  • rimane fermo

4. Chi ha successo parla di idee. Chi fallisce parla d’altro

Le persone che crescono:

  • discutono progetti
  • condividono visioni
  • si confrontano

Quelle che non crescono:

  • criticano
  • commentano
  • sprecano energie

5. Chi ha successo sceglie bene le persone. Chi fallisce subisce l’ambiente

Le persone con cui passi il tempo contano.
Molto.

Chi ce-la-fa si circonda di persone che:

  • stimolano
  • supportano
  • fanno crescere

Chi non resta in ambienti:

  • negativi
  • lamentosi
  • prosciuganti

E ne paga il prezzo.

6. Chi ha successo si assume responsabilità. Chi fallisce dà la colpa

Chi cresce davvero sa che:
la vita è fatta di errori.

E li affronta.

Non cerca scuse.
Non scarica responsabilità.

Le persone che non crescono fanno l’opposto:
trovano sempre qualcuno o qualcosa da incolpare.

7. Chi ha successo continua a imparare. Chi fallisce si ferma

L’unico modo per crescere è:
continuare a imparare.

Chi ha successo:

  • resta curioso
  • cerca stimoli
  • si mette in discussione

Chi si blocca:

  • si aggrappa alle proprie certezze
  • diventa rigido
  • smette di evolvere

E alla prima difficoltà… si rompe.

8. Chi ha successo chiede. Gli altri temono il rifiuto

Molti non chiedono ciò che vogliono.

Per paura.

  • di essere rifiutati
  • di fallire
  • di esporsi

Ma così facendo… si auto-escludono.

Chi raggiunge il traguardo ha capito una cosa semplice:
il “no” fa parte del gioco.

9. Chi ha successo sceglie la strada difficile. Chi fallisce quella facile

Quando arriva il momento decisivo:
chi cresce prende decisioni difficili.

Dice dei “no”.
Si espone.
Si assume dei rischi.

Chi non cresce cerca scorciatoie.

Che spesso diventano strade senza uscita.

10. Chi ha successo ascolta. Chi fallisce parla. Troppo.

L’ascolto è una delle competenze più sottovalutate.

Chi ce la fa:

  • ascolta davvero
  • fa domande
  • comprende

Chi non ce la fa:

  • parla troppo
  • interrompe
  • vuole avere sempre ragione

E perde occasioni.

Nei miei libri ho spesso sottolineato la “potenza” dell’ascolto e del silenzio.

11. Chi ha successo mantiene un atteggiamento costruttivo. Chi fallisce si fa travolgere

Un atteggiamento positivo non significa essere ingenui.

Significa:

  • restare lucidi
  • reagire in modo utile
  • non farsi trascinare

Chi non riesce:

  • si abbatte facilmente
  • reagisce emotivamente
  • si lascia condizionare da tutto

12. Chi ha successo sa che non è solo denaro. Chi fallisce guarda solo l’apparenza

Per molti, successo significa:

  • soldi
  • status
  • immagine

Per chi “arriva” davvero, invece, è altro:

  • qualità delle relazioni
  • crescita personale
  • consapevolezza
  • equilibrio

Il successo non è solo ciò che hai.

È soprattutto chi sei.

Le persone di successo curano i dettagli.

Sanno che spesso la differenza tra ordinario e straordinario
sta nelle piccole cose fatte bene.

Non esiste una formula magica. Esistono scelte quotidiane.

Piccole,
ripetute,
coerenti.

Non serve rivoluzionare tutto.
Serve iniziare.

Magari da una sola cosa:
smettere di rimandare.

Perché il successo non arriva all’improvviso.
Si costruisce.
Ogni giorno.

Quando emerge la sensazione di “non andare da nessuna parte”,
il lavoro più utile è fare ordine:

cosa vuoi davvero, cosa ti trattiene,
cosa serve per ripartire.

Scopri il mio percorso di coaching “Vuoi cambiare lavoro! Esplora, valuta, decidi – coaching mirato

7 metodi infallibili per fare scappare i collaboratori migliori

errori dei manager

Foto di Kaz

Quali abilità deve avere un manager per definirsi competente?

Una risposta semplice potrebbe essere: ottenere buoni risultati. Ed è certamente importante.

Ma per valutare un buon manager non basta osservare cosa riesce a ottenere. È altrettanto utile guardare cosa fa — o non fa — nella gestione quotidiana delle persone.

Perché puoi raggiungere gli obiettivi, rispettare budget e scadenze e, nel frattempo, perdere proprio i collaboratori migliori.

Quelli autonomi.
Competenti.
Affidabili.
Quelli che vorresti trattenere.

Ecco i comportamenti che possono spingerli, lentamente, a guardarsi intorno.

Ecco 7 errori dei manager.

1. Mantieni rapporti professionali freddi

Che cosa percepisce un collaboratore quando entra nel tuo ufficio?

Attenzione, disponibilità, interesse?

Oppure la sensazione di disturbare, di essere accolto con sufficienza o indifferenza?

Essere professionali non significa essere freddi. Puoi essere competente, preciso e orientato ai risultati, ma allo stesso tempo risultare distante, scostante, poco disponibile.

E nel tempo questo pesa.

Riconoscimento, ascolto, disponibilità e apprezzamento non sono dettagli accessori nella gestione delle persone.

Puoi essere un manager competente e, nello stesso tempo, una persona con cui è difficile lavorare.

Non devi diventare amico dei tuoi collaboratori (altro errori dei manager).

Devi però creare le condizioni perché possano parlarti, confrontarsi e portarti un problema prima che diventi troppo grande.

2. Controlla tutto: il micro-management farà il resto

I collaboratori migliori sono spesso quelli capaci di lavorare con una buona autonomia.

Allora perché controllare ogni mail, ogni dettaglio, ogni passaggio?
Perché bloccare una decisione finché non arriva il tuo “OK”, anche quando si tratta di questioni secondarie?

Controllando continuamente rischi di:

  • scoraggiare l’iniziativa;
  • ridurre il senso di responsabilità;
  • rallentare il lavoro;
  • trasformarti nel collo di bottiglia del team.

Delegare non significa disinteressarsi.

Significa definire obiettivi, responsabilità e confini, lasciare spazio alla persona e verificare nei momenti opportuni.

Se assumi persone competenti e poi non permetti loro di esserlo, prima o poi inizieranno a chiedersi perché dovrebbero restare.

3. Chiedi di fare cose senza spiegare perché

Probabilmente le tue decisioni hanno una ragione.

Ma se quella ragione la conosci soltanto tu, per chi lavora con te tutto può apparire confuso, incoerente o privo di significato.

Le persone hanno bisogno di capire dove stanno andando e perché.

Non significa condividere ogni dettaglio o giustificare continuamente le tue decisioni. Significa dare un senso al lavoro richiesto.

Vale soprattutto quando:

  • cambi improvvisamente una priorità;
  • sposti una persona da un progetto;
  • assegni un nuovo obiettivo;
  • imponi una scadenza particolarmente impegnativa.

Un obiettivo difficile può motivare.

Un obiettivo percepito come arbitrario o irraggiungibile, molto meno.

Le persone accettano più facilmente uno sforzo quando ne comprendono il senso.

4. Errori dei manager? Dici una cosa e ne fai un’altra

“Credo ciò che dico, faccio ciò che credo.”
Victor Hugo

Promettere un’opportunità che non arriva mai.
Prendersi il merito del lavoro del team.
Cambiare continuamente criteri e aspettative.

Poche cose deteriorano il rapporto con i collaboratori quanto la distanza tra ciò che dici e ciò che fai.

Non sempre potrai mantenere una promessa. Le situazioni cambiano, le decisioni vengono riviste, possono intervenire fattori che non dipendono da te.

Ma in quel caso devi spiegare cosa è successo.

La fiducia non richiede perfezione. Richiede coerenza, trasparenza e la disponibilità ad assumerti la responsabilità delle tue decisioni.

5. Fai sentire le persone poco considerate

A chiunque fa piacere sapere che il proprio lavoro conta.

Eppure, nella quotidianità, è facile fare l’opposto:

  • dare soltanto disposizioni;
  • trattenere informazioni;
  • non chiedere mai un parere;
  • dare per scontato il contributo;
  • coinvolgere le persone solo quando qualcosa non funziona.

Condividere un’informazione o chiedere un’opinione può essere un piccolo ma potente segnale di fiducia.

Non significa trasformare ogni decisione in un referendum (sarebbe uno dei errori dei manager).

Il leader ascolta, raccoglie elementi, valuta e poi mantiene la propria autonomia decisionale.

Ma c’è una grande differenza tra decidere e far sentire gli altri irrilevanti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Mostra preferenze e favoritismi

È normale avere maggiore sintonia con alcune persone.

Con qualcuno il rapporto è immediato. Con altri serve più tempo. Il problema nasce quando questa naturale preferenza personale diventa un criterio di gestione.

Coinvolgi sempre gli stessi.
Dai loro le opportunità migliori.
Ascolti maggiormente le loro idee.
Perdoni errori che ad altri non perdoneresti.

Il team se ne accorge.

E quando le persone percepiscono che impegno, risultati e professionalità contano meno delle simpatie personali, la fiducia comincia a diminuire.

Non devi trattare tutti allo stesso modo.
Devi riuscire a trattare tutti con equità.

Ruoli, competenze e responsabilità possono richiedere livelli diversi di coinvolgimento. Ma i criteri devono essere comprensibili e professionali.

7. Considera tutto dovuto

Il lavoro deve essere fatto bene. Certo.

Ma questo non significa che impegno e risultati debbano diventare invisibili.

Se vuoi spegnere lentamente la motivazione di una persona, puoi fare una cosa molto semplice: non riconoscere mai niente.

Nessun “grazie”.
Nessun “ottimo lavoro”.
Nessun riconoscimento dopo un periodo particolarmente impegnativo.

Solo il prossimo compito.

Non serve distribuire complimenti continuamente o gratificare una persona per aver semplicemente svolto il proprio lavoro.

Serve accorgersi quando qualcuno ha dato un contributo importante.

Ciò che per te è semplicemente “lavoro fatto”, per il collaboratore può essere stato impegno, responsabilità e fatica.

Un riconoscimento sincero, specifico e dato al momento giusto può avere molto più valore di quanto immagini.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Nella gestione del team devi dare un valore aggiunto

Se gestisci persone, una parte del tuo risultato dipende inevitabilmente da loro.

Non basta quindi distribuire compiti, controllare scadenze e verificare risultati.

Devi anche domandarti:

Come lavorano le persone con me?

Si sentono responsabilizzate oppure controllate?
Possono parlare apertamente oppure preferiscono tacere?
Capiscono le mie decisioni?
Percepiscono equità?
Il loro contributo viene riconosciuto?

Non servono necessariamente grandi iniziative.

A volte sono proprio i comportamenti quotidiani a fare la differenza: ascoltare, spiegare una decisione, lasciare autonomia, riconoscere un risultato, dire semplicemente “grazie”.

Sono piccoli gesti.

Ma spesso è proprio dalla loro assenza che un buon collaboratore comincia a pensare:

“Forse è arrivato il momento di guardarmi intorno.”

9 frasi che non dovresti mai dire sul tuo luogo di lavoro

frasi da evitare al lavoro

Foto di MabelAmber

Per molti di noi,
il lavoro è il luogo dove trascorriamo la maggior parte del nostro tempo.

Stare così tante ore nello stesso ambiente ci fa abbassare la soglia di attenzione.

Dimenticare il buon senso.

Assumere atteggiamenti che, senza accorgercene,
mettono a rischio la nostra professionalità.

Non lasciare che frasi apparentemente innocue come:

“Sei incinta?”

“Come sei magra? Perché non mangi?”

“Quanti anni hai? Davvero?”

“Come mai sei agghindato a festa? Hai un colloquio?”

danneggino la tua reputazione o ti facciano etichettare come una persona superficiale, banale, insolente.

Da evitare.

Ecco 9 frasi da evitare al lavoro per non mettere a repentaglio la tua credibilità.

1. “Scusa ma sono in ritardo”

Rispetta il tuo tempo.
E quello degli altri.
Punto.

Essere in ritardo (a una riunione, un progetto, una consegna) la dice lunga su di te.

Essere in orario significa:

  • rispetto
  • affidabilità
  • responsabilità

2. “Sì” (quando vorresti dire “no”)

Hai il “no” sulla punta della lingua,
ma per senso di colpa, paura del giudizio,
o per evitare un conflitto dici “sì”.

E poi arrivano:
ruminazioni,
colpevolizzazioni,
logorii mentali.

Se una richiesta ti mette in difficoltà,
non rispondere subito.

  • “Posso pensarci? Ti faccio sapere domani.”

Leggi il mio post su come dire NO senza offendere.

3. “No” (poi ci ripensi e dici “sì”)

Se torni facilmente indietro, comunichi che le tue posizioni sono negoziabili basta insistere un po’.

Risultato?
Le persone smettono di prenderti sul serio.

Cambiare idea è umano.

Ma non quando è guidato dalla paura del giudizio o dal bisogno di essere accettati.

4. “Sì” (quando sai già che poi dirai “no”)

Accettare per paura o indecisione,
sapendo che poi ritratterai via mail,
o tramite un collega-messaggero,
ti danneggia.

Comunica debolezza.
Mancanza di coerenza.
Scarsa assunzione di responsabilità.

I tuoi colleghi meritano una persona che ci mette la faccia.

5. “Ti rubo solo un secondo/minuto”

Quasi mai è vero.

Un minuto non basta.
E lo sappiamo entrambi.

Quando interrompi qualcuno,
stai interrompendo il suo flusso di lavoro.

Cambia approccio:
chiedi un momento, non “un minuto”.

Sarà l’altro a dirti quando è il momento giusto.

6. “Questo non è il mio lavoro”

Frase tossica.
Ti dipinge come inflessibile e poco collaborativo.

Oggi tutti svolgiamo (anche) compiti fuori dal mansionario.

Se una richiesta è davvero ingiusta,
chiedi di parlarne.
Ma non dire mai che “non è il tuo lavoro”.

La stima cala.
E la reputazione resta.

7. “Non lo so… non mi dicono mai niente”

Lamentarti del tuo scarso potere decisionale mina la tua credibilità.

È depotenziante.

Tutti, anche i dirigenti,
devono chiedere autorizzazioni.

Se ti mancano informazioni,
procuratele.
Non lamentarti.

8. “Sapete che Francesco esce con Giulia?”

Il gossip crea complicità momentanea.
Ma distrugge la fiducia.

Chi ti ascolta sa una cosa:
con te non può essere discreto.

Le vite private dei colleghi restano tali.

9. “Se tu fai/non fai… vado dal capo”

Non è una strategia.
È una minaccia.

E le minacce comunicano:
debolezza,
insicurezza,
infantilismo.

Se c’è un problema,
si affronta.

Non si ricatta.

Frasi da evitare al lavoro?

Spesso è solo buon senso.

In questa epoca di iper-controllo e politically correct,
non serve aggiungere nuove regole.

Servono:
attenzione,
consapevolezza,
rispetto.

Sono verità antiche.
Semplici.

Ma spesso dimenticate per superficialità e pigrizia.

In conclusione

La professionalità non si gioca nei grandi discorsi,
ma nelle frasi quotidiane.

Quelle che dici senza pensarci.
Ed è proprio lì che vale la pena diventare più consapevoli.

Nuovo lavoro: 10 modi per farsi apprezzare subito dai nuovi colleghi

nuovi colleghi
Come il primo giorno di scuola.

Cominciare un nuovo lavoro è un po’ come il primo giorno di scuola.

Di tempo ne è passato.
Ora sei grande.
Le apprensioni sembrano diverse.

Eppure, se ci pensi bene…
le domande sono le stesse.

Già nella prima settimana riaffiorano le insicurezze tipiche di quel giorno lì.

Soprattutto una:

sarò accettato dai nuovi colleghi?

  • “Come saranno?”
  • “Disponibili o arroganti?”
  • “Mi troverò bene?”
  • “Sarò giudicato?”
  • “Mi accetteranno o mangerò da solo come un reietto?”
  • “Piacerò a tutti?”

Domande normali.
Umanissime.

La buona notizia è che qualcosa puoi farla.
Per dare la giusta impressione.
E costruire rispetto fin dall’inizio.

Ecco 10 modi per farsi apprezzare dai nuovi colleghi, subito.

1. Essere in orario

Partiamo da una banalità grande quanto una casa.
Eppure, quanti ci cascano.

Traffico.
Parcheggio.
“Non pensavo che…”

No.

Essere in orario dice molto di te.
Rispetto.
Affidabilità.
Responsabilità.

2. Presentati

Non penserai davvero di nasconderti dietro al PC tutto il giorno. Vero?

Fatti coraggio.
Prendi iniziativa.
Presentati.
A tutti.

Apprezzeranno lo sforzo.

E prova a ricordare i nomi:
salutare qualcuno per nome il giorno dopo fa più effetto di mille parole.

Per ricordarsi i nomi dei nuovi colleghi leggi il mio post:
7 trucchi per ricordare il nome dei nostri clienti

3. Conosci i tuoi colleghi

Durante il pranzo o le pause caffè,
prenditi tempo.

Chiedi (davvero):
“Come stai?”

Potresti sorprenderti di quanto avete in comune.

E ricordati di sorridere.
La tensione del nuovo ruolo può “stamparti” in faccia un’espressione chiusa.

Messaggio sbagliato.
Persone lontane.

4. Offri il tuo aiuto

Fai sapere che sei disponibile.
Anche su progetti che non sono nel tuo to-do.

Con rispetto.
Senza invadere.
Senza prevaricare.

Dimostri spirito di squadra.
E impari come funzionano davvero le cose.

Una frase semplice:
“Posso aiutarti in qualche modo?”

La reputazione viaggia veloce.

5. Fai domande. Parla poco. Ascolta.

Nei primi giorni è facile parlare troppo di sé.
Per piacere.
Per dimostrare.

Fermati.
Ascolta.

Lascia l’ultima parola agli altri.
Non interrompere chi è concentrato o impegnato.

Un cenno, un “a più tardi”, è già rispetto.

6. Esprimi il piacere di unirti al team

Se ti senti davvero grato per l’opportunità,
dillo.

Ringrazia.
Riconosci l’aiuto ricevuto.

Ricorda anche questo:
per qualcuno, il tuo arrivo potrebbe sembrare una minaccia.
Anche se non lo sei.

7. “Posso sedermi qui?”

Non aspettare sempre l’invito.
Respira.
Mettiti in gioco.
Chiedi.

Sederti con gli altri a pranzo comunica apertura e sicurezza.
Accetta inviti per un caffè.

E, ogni tanto, non parlare solo di lavoro.

8. Non fare il saputello

“L’auto-presunzione può condurre all’auto-distruzione.”
Esopo

Resisti alla tentazione di impressionare.
Di correggere.
Di dimostrare.

Umiltà e rispetto battono competenza esibita.
Sempre.

Osserva.
Capisci come funziona l’azienda.
Mostra interesse genuino per le persone.

I risultati arriveranno.

9. Non lamentarti e non spettegolare

È una trappola facile.
E velocissima.

Stai fuori dalla “zona piagnucolosa”.
Evita gossip e lamentele, soprattutto all’inizio.

Un sorriso neutro basta.
Chi capisce, capisce.

10. Mostra interesse per i ruoli

Sapere chi fa cosa ti fa lavorare meglio.
E prima.

Fare domande sul ruolo degli altri dimostra interesse vero.

Osserva il contesto:

  • Ambiente informale o formale?
  • Dopo il lavoro si socializza o si scappa a casa?
  • Il tempo insieme è valore o inefficienza?

Adatta il tuo stile.
Almeno all’inizio.

Chi ben comincia…

In definitiva

Non devi piacere a tutti.
Devi essere rispettoso, autentico e presente.

Comprendere il contesto aiuta.
Adeguarsi per farsi accettare, all’inizio, è intelligente.

Ma perdere sé stessi per piacere… no.

Rispetto e assertività possono convivere.
E fanno la differenza,
da subito.

Gestire ex colleghi: 11 spunti di successo per la tua leadership

gestire ex colleghi
Diventare il capo è una transizione entusiasmante e appagante.

Ma può anche rivelarsi piuttosto stressante.

Soprattutto quando diventi il leader di persone che, fino a poco tempo prima, erano tuoi colleghi.

“La leadership è azione, non posizione.”

Donald H. McGannon

C’è l’ex collega che, dopo la tua promozione, comincia a guardarti con sospetto o gelosia.

Quello che continua a trattarti come uno del gruppo. E quello che ti considera ancora un amicone e non ha ancora realizzato che adesso il tuo ruolo è cambiato.

Fino a ieri anche tu parlavi del capo.
Adesso, dall’altra parte, ci sei tu.

E forse scopri che è un po’ più complicato di quanto immaginavi.

Dovrai costruire credibilità e autorevolezza senza comportarti come se la promozione ti avesse dato alla testa.

Perché adesso sei responsabile anche della produttività e dei risultati del team.

Ecco 11 spunti per gestire questa delicata transizione.

1. Accetta che i rapporti con gli ex colleghi cambieranno

Prima ne prendi consapevolezza, meglio è.

Cambiano le dinamiche, le responsabilità, gli obiettivi e la pressione. Potresti anche essere costretto a prendere decisioni impopolari.

Fino a ieri condividevi malcontento, confidenze e magari qualche critica. Oggi assegni il lavoro, valuti risultati e prestazioni, prendi decisioni che riguardano quelle stesse persone.

Il rapporto non può rimanere identico.

Non sei diventato un’altra persona.
È cambiato il tuo ruolo.

2. Stabilisci nuovi confini

Il rapporto con i tuoi ex colleghi deve essere rimodellato.

Alcuni confini devono essere ridefiniti. Alcuni argomenti che prima potevi affrontare liberamente, oggi richiedono maggiore attenzione.

Questo non significa diventare improvvisamente freddo, distante o indisponibile.

Significa capire che non puoi continuare a comportarti esattamente come prima.

Può capitare anche di sentirti un po’ più solo o escluso. Fa parte della transizione.

L’importante è non compensare questa sensazione cercando continuamente di tornare a essere uno del gruppo.

3. Rendi chiara la transizione

Normalmente è l’azienda ad annunciare formalmente una promozione.

Se non avviene, concorda con il tuo responsabile o con le Risorse Umane come comunicare il cambiamento.

L’importante è che ruolo e responsabilità siano chiari a tutti.

Evita però proclami o dimostrazioni di forza.

Non hai bisogno di ricordare continuamente agli altri che adesso sei tu il capo.

4. Non cambiare tutto appena arrivi

La tentazione può essere forte.

Finalmente puoi modificare quelle procedure che hai sempre criticato, sistemare ciò che secondo te non funzionava e dimostrare subito che hai idee.

Calma.

Cambiamenti troppo rapidi possono generare resistenza e, soprattutto, farti prendere decisioni senza avere ancora la prospettiva del nuovo ruolo.

Parti dalle questioni più semplici.

Per quelle importanti, osserva, raccogli informazioni, ascolta le persone e poi decidi.

La promozione non ti obbliga a dimostrare immediatamente che cambierai tutto.

5. Costruisci la tua autorità senza esibirla

Essere al comando non significa dare continue dimostrazioni di autorità.

Spiega piuttosto come intendi lavorare, quali sono le tue aspettative e quali obiettivi vuoi raggiungere con il gruppo.

Può essere utile incontrare il team insieme e poi, quando possibile, parlare individualmente con ogni collaboratore.

Chiarisci:

  • cosa ti aspetti;
  • quali saranno le priorità;
  • come intendi lavorare;
  • cosa possono aspettarsi da te.

E soprattutto ascolta.

Non devi convincere tutti che sarai un grande capo. Devi iniziare a comportarti come un buon leader.

6. Non aspettarti che tutti continuino a parlarti come prima

Quando passi da collega a responsabile, qualcosa inevitabilmente cambia.

Le persone possono diventare più guardinghe.
Alcune confidenze spariscono.
Potresti non essere più coinvolto in certe conversazioni.

Non prenderla necessariamente sul personale.

I tuoi collaboratori stanno ridefinendo il rapporto con te esattamente come tu lo stai ridefinendo con loro.

Lascia loro il tempo necessario.

7. Affronta il collega deluso dalla tua promozione

La situazione diventa più delicata se uno dei tuoi ex colleghi desiderava proprio il ruolo che hai ottenuto tu.

Potrebbe essere deluso, frustrato o arrabbiato.

Non ignorarlo.

Non devi scusarti per essere stato scelto, ma puoi riconoscere la situazione e mostrare rispetto per la persona.

Potresti dirgli:

  • “Capisco che tu possa essere deluso. Per me rimani una parte importante del team e vorrei continuare a valorizzare il tuo contributo.”

Poi saranno soprattutto i tuoi comportamenti nel tempo a rendere credibili queste parole.

8. Rimani disponibile al dialogo

La maggiore distanza professionale non deve trasformarsi in chiusura.

Continua a confrontarti, ascoltare idee e accogliere opinioni.

Se la precedente confidenza crea qualche imbarazzo o tensione, affronta la questione direttamente e con rispetto.

Potresti scoprire che anche il tuo ex collega non sa bene come comportarsi con te.

Un rapporto professionale diverso non deve necessariamente diventare un rapporto peggiore.

9. Esci dal circuito dei pettegolezzi

Fino a ieri magari partecipavi anche tu a qualche commento sul capo, sull’azienda o sui colleghi.

Adesso devi stare molto più attento.

Una battuta che prima sembrava innocua può assumere un peso completamente diverso se arriva dal responsabile.

Non significa diventare rigido o perdere il senso dell’umorismo.

Significa evitare pettegolezzi, schieramenti e confidenze che potrebbero compromettere la fiducia nel tuo ruolo.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Al gestire ex colleghi ho dedicato un intero capitolo nel mio libro “Prima volta Leader”.

10. Tratta tutti con rispetto e imparzialità

Probabilmente hai costruito rapporti più stretti con alcuni colleghi.

È naturale.

Ma ora devi evitare che queste relazioni influenzino — o sembrino influenzare — assegnazioni, opportunità, valutazioni e decisioni.

Anche se sei convinto di essere imparziale, gli altri osservano i tuoi comportamenti.

Fai attenzione soprattutto a:

  • chi coinvolgi più spesso;
  • a chi concedi maggiore flessibilità;
  • chi ascolti maggiormente;
  • come distribuisci opportunità e responsabilità.

Non devi rinnegare le vecchie amicizie.
Devi impedire che diventino favoritismi.

11. Non cercare l’approvazione dei tuoi ex colleghi

Questa probabilmente è una delle trappole più insidiose.

Vuoi continuare a essere apprezzato. Non vuoi sembrare quello che, appena promosso, cambia atteggiamento.

Così rischi di diventare troppo accomodante, evitare decisioni difficili o concedere ciò che non concederesti ad altri.

Ma guidare un team non significa essere popolari.

Significa prendere decisioni, assumersi responsabilità, trattare le persone con rispetto e mantenere l’attenzione sugli obiettivi.

Se hai continuamente bisogno dell’approvazione dei tuoi ex colleghi, saranno loro a guidare te.


Ti senti in difficoltà nel guidare il tuo team o nel farti ascoltare?

Scopri il percorso di coaching per ritrovare la tua autorevolezza e leadership naturale.

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

Gestire ex colleghi: sfrutta ciò che già conosci, senza pensare di sapere tutto

In questa transizione hai anche un vantaggio importante: conosci già le persone e il funzionamento del team.

Sai chi ha esperienza, chi è autonomo, chi ha bisogno di maggiore supporto. Conosci molti punti di forza, alcune difficoltà e diversi meccanismi di lavoro.

Usa questa conoscenza come punto di partenza, non come sentenza definitiva.

Il tuo nuovo ruolo potrebbe farti vedere persone e situazioni da una prospettiva diversa.

Dai fiducia.
Chiedi suggerimenti.
Rimani aperto alle idee.
Riconosci i contributi.
Sostieni la crescita delle persone.

Aumenta, quando necessario, la distanza professionale, ma rimani connesso al team.

Gestire ex colleghi?

Rimani te stesso, ma accetta che il tuo ruolo sia cambiato.

Gestire ex colleghi è allo stesso tempo una sfida e un’opportunità di crescita. Può diventare anche uno dei primi veri banchi di prova della tua leadership.

4 pensieri folli che ti assalgono quando attendi una risposta da troppo tempo

stress al lavoro
Dovremmo pensare molto meno.

O meglio: dovremmo rimuginare molto meno.

Soprattutto sul lavoro, dove basta una risposta tardiva per mettere in moto pensieri, interpretazioni e conclusioni che spesso hanno poco a che fare con la realtà.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto la vicenda di Jonathan.

Ogni volta che un collega, il capo o un cliente impiegava “troppo tempo” a rispondere a una sua richiesta, la sua mente iniziava a correre.

E a presumere il peggio.

Più o meno funzionava così:

“Non mi risponde.
Allora c’è un problema.
Il problema sono io.
Non mi darà l’informazione che mi serve.
Resterò indietro con il progetto.
Non rispetterò la scadenza…”

Da una semplice risposta che non arriva, in pochi passaggi Jonathan era già arrivato al disastro professionale.

Altro che stress al lavoro. Esagerato?

Forse. Ma quando siamo sotto pressione è facile riempire il vuoto con le nostre interpretazioni.

E più aspettiamo, più la fantasia può prendere il posto dei fatti.

Ecco 4 pensieri che possono assalirti quando aspetti una risposta per quello che tu consideri “troppo tempo”.

1. “Non mi tengono in considerazione”

Hai inviato una mail.

Aspetti.

Niente.

Passa altro tempo e ancora silenzio-radio.

A quel punto può partire il pensiero:

“Ecco, non mi considerano.”

La sensazione di essere ignorati è frustrante, soprattutto quando ritieni che il tuo lavoro sia importante e che la richiesta meriti attenzione.

Ma una mancata risposta non dimostra automaticamente una mancanza di considerazione.

L’altra persona potrebbe essere impegnata, avere altre priorità, aver rimandato la risposta o semplicemente essersi dimenticata.

Il silenzio dell’altro lascia uno spazio vuoto.
E noi siamo bravissimi a riempirlo con le nostre interpretazioni.

2. “E se non piaccio?”

Qui il salto diventa ancora più grande.

Non ti hanno risposto e cominci a chiederti se il problema non sia soltanto la tua richiesta.

Forse il problema sei tu.

Non piaci.
Non sei considerato abbastanza competente.
Non sei apprezzato come professionista.

Quando siamo troppo condizionati da ciò che pensano gli altri, anche un semplice ritardo può trasformarsi in una valutazione personale.

Ma attenzione: stai passando da un fatto…

“Non ho ancora ricevuto risposta.”

…a un’interpretazione:

“Non mi risponde perché non mi considera.”

Sono due cose molto diverse.

3. “Si sarà offeso?”

Rileggi la mail.

Una volta.

Poi ancora.

“Forse sono stato troppo diretto.”

“Quella frase poteva essere interpretata male.”

“Forse avrei dovuto scriverla diversamente.”

La comunicazione scritta può effettivamente creare incomprensioni: mancano tono della voce, espressioni e molti segnali che aiutano a interpretare le intenzioni dell’altro.

Una frase sintetica può sembrare brusca. Una richiesta diretta può apparire fredda.

Quindi il dubbio può anche essere legittimo.

Il problema nasce quando dal dubbio passi direttamente alla certezza di aver offeso qualcuno.

Un’ipotesi non diventa un fatto soltanto perché continui a pensarci.

Se hai davvero motivo di credere che il tuo messaggio sia stato poco chiaro o eccessivamente brusco, puoi sempre chiarirlo.

Altrimenti, aspetta prima di costruire una storia che potrebbe esistere soltanto nella tua testa.

4. “Oddio… sto per essere licenziato?”

Ecco lo stress al lavoro: qui la fantasia ha ormai messo il turbo.

Una risposta tarda ad arrivare e inizi a collegare altri piccoli segnali:

  • nessuno ti ha aggiornato su quella riunione;
  • non hai ancora ricevuto un’informazione;
  • il capo ultimamente sembra più distante.

Ed eccola lì:

“Mi stanno facendo fuori.”

Naturalmente esistono situazioni nelle quali determinati cambiamenti meritano attenzione.

Ma una mail senza risposta, da sola, non è una prova di esclusione o di un imminente licenziamento.

Prima di arrivare alla conclusione peggiore, chiediti quali fatti concreti hai realmente a disposizione.

Stress al lavoro? Quando aspetti troppo, resta ai fatti

“Il buio e l’attesa hanno lo stesso colore.”
Giorgio Faletti

Quando senti che la mente sta iniziando a costruire scenari sempre più negativi, fermati un momento.

Chiediti:

  • Che cosa so realmente?
  • Che cosa sto invece immaginando?
  • Ho elementi concreti per arrivare a questa conclusione?
  • Posso semplicemente chiedere un aggiornamento?

Molto spesso il fatto è uno solo:

non hai ancora ricevuto una risposta.

Tutto il resto, almeno per il momento, è interpretazione.

E ricorda che non tutti condividono le stesse priorità. Ciò che per te è urgente e fondamentale, per un’altra persona potrebbe essere una delle tante questioni da affrontare durante la giornata.

Se hai bisogno di una risposta entro una certa data, comunicalo chiaramente.

Fai un follow-up semplice e professionale:

“Ti ricontatto rispetto alla mia mail.
Quando pensi di riuscire a darmi un riscontro?”

Non serve tormentarti per ore cercando di capire cosa significhi quel silenzio.

Chiedi.
Verifica.
Resta ai fatti.

Perché finché lavoreremo con altre persone saremo esposti ad attese, incomprensioni, stress al lavoro, ma anche ritardi e risposte diverse da quelle che vorremmo.

Non possiamo controllare tutto questo.

Possiamo però evitare di lasciare che una risposta che tarda ad arrivare diventi, nella nostra testa, una catastrofe che non è ancora accaduta.

9 spunti per diventare un modello agli occhi dei tuoi collaboratori

grande leader
La prima volta che ti trovi a guidare un gruppo di persone è facile sentirsi impreparati.

Puoi reagire con troppa rigidità, poca fiducia oppure, al contrario, con eccessiva sicurezza.

Ma per diventare un leader credibile non basta distribuire compiti, inviare mail e controllare che tutti facciano il proprio lavoro.

La leadership si vede soprattutto nel modo in cui le persone vivono il rapporto con te.

Ed è proprio qui che puoi diventare, nel tempo, un punto di riferimento per il tuo team.

1. Indica una direzione chiara

Le persone vogliono sapere dove state andando.

Qual è la priorità?

Qual è il risultato atteso?

Cosa conta davvero?

Un team senza direzione si riempie facilmente di dubbi, interpretazioni e dispersione.

Non devi avere tutte le risposte.

Devi però riuscire a dare un orientamento comprensibile e coerente.

Un leader non deve sapere tutto.
Deve aiutare il team a capire dove sta andando.

2. Tira fuori il meglio dalle persone

Non parlare soltanto di ciò che non funziona.

Osserva anche i punti di forza.

Aiuta i collaboratori a svilupparli.

Concedi spazio per imparare e, quando è possibile, anche per sbagliare senza trasformare ogni errore in una condanna.

Un leader che vuole diventare un riferimento dovrebbe chiedersi spesso:

  • dove questa persona può crescere?
  • cosa sa fare bene?
  • cosa posso fare per responsabilizzarla di più?

Far crescere il team significa anche smettere di guardarlo solo attraverso i suoi errori.

3. Interessati davvero alle persone

Un collaboratore non è soltanto il ruolo che occupa.

Non significa diventare invadente o trasformare il rapporto professionale in amicizia.

Significa conoscere abbastanza le persone da capire cosa le motiva, cosa le mette in difficoltà e quando hanno bisogno di essere ascoltate.

Le persone percepiscono rapidamente se il tuo interesse è autentico oppure di circostanza.

E questo incide molto sulla fiducia.

4. Dimostra integrità

Coerenza, correttezza, trasparenza.

Sono parole semplici, ma diventano molto concrete quando devi prendere una decisione difficile.

Dire una cosa e farne un’altra.

Promettere e poi dimenticare.

Cambiare criterio secondo la persona.

Sono comportamenti che erodono rapidamente credibilità.

L’autorevolezza cresce quando le persone sanno cosa aspettarsi da te.

Non devi avere sempre ragione.

Devi essere disposto a fare la cosa che ritieni corretta e ad assumertene la responsabilità.

5. Dai fiducia nei momenti difficili

Nei periodi di cambiamento, pressione o incertezza, il team osserva molto il leader.

Non serve fingere ottimismo.

Se la situazione è difficile, va detto.

Ma puoi comunque aiutare le persone a distinguere:

  • ciò che sappiamo;
  • ciò che non sappiamo ancora;
  • ciò che possiamo fare adesso.

Questo riduce confusione e senso di impotenza.

Dare fiducia non significa promettere che andrà tutto bene. Significa mostrare che c’è ancora una direzione possibile.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

6. Costruisci fiducia con i comportamenti

La fiducia non nasce dalle dichiarazioni.

Nasce dalla coerenza.

Mantieni gli impegni. Condividi le informazioni che servono. Dai credito alle persone. Assumiti la responsabilità quando sbagli.

La fiducia richiede tempo per crescere e può essere danneggiata molto rapidamente.

Ma non è necessariamente irrecuperabile.

Si ricostruisce, se i comportamenti cambiano davvero e restano coerenti nel tempo.

7. Bilancia forza e umiltà

Essere sicuri non significa sentirsi superiori.

Puoi essere deciso e allo stesso tempo disponibile ad ascoltare.

Puoi avere responsabilità maggiori senza dimenticare il contributo degli altri.

Puoi ricevere un riconoscimento senza trasformarlo in un successo esclusivamente tuo.

La forza senza umiltà diventa facilmente arroganza.
L’umiltà senza forza rischia di diventare esitazione.

Un buon leader deve saper tenere insieme entrambe.


Se ti senti meno incisivo nelle decisioni o nelle relazioni con il team, è il momento di lavorare sulla tua presenza da leader.

Scopri “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

8. Resta stabile sotto pressione

Nei momenti difficili, il team non ha bisogno di un leader che finga di non essere preoccupato.

Ha bisogno di qualcuno che non scarichi la propria agitazione sugli altri.

Fermati.
Raccogli le informazioni.
Distingui ciò che è urgente da ciò che può aspettare.

Comunica in modo chiaro.

Non significa essere freddi.

Significa evitare che la tua ansia diventi l’ansia di tutto il gruppo.

9. Porta a casa il risultato

Leadership non è soltanto relazione.

C’è anche un risultato da raggiungere.

Un leader deve saper mantenere il focus, prendere decisioni, correggere la rotta e aiutare il team a non disperdersi.

Questo non significa “vincere a ogni costo”.

Significa non perdere di vista ciò per cui il team esiste.

Le persone difficilmente considereranno un modello un leader molto empatico ma incapace di decidere, organizzare o ottenere risultati.

Titolo e competenze non bastano

Un cliente mi disse:

“Sono il direttore. Ho il ruolo e le competenze. Non vedo perché il mio team non dovrebbe fidarsi di me.”

Il punto è proprio questo.

Il ruolo può darti autorità formale.

Le competenze possono darti credibilità tecnica.

Ma diventare un riferimento richiede qualcosa in più.

Come ti comporti quando c’è pressione?
Come tratti le persone?
Mantieni quello che prometti?
Sai decidere?
Sai ascoltare?

È lì che nasce la risposta alla domanda più importante:

Perché le persone dovrebbero scegliere di seguirti, oltre al fatto che sei il capo?

 

Rapporti difficili al lavoro: 11 motivi perché per tutti sei empatia-zero

rapporti difficili al lavoro
L’empatia non è soltanto una bella qualità da mostrare nelle relazioni personali.

Conta anche sul lavoro.

Con il capo, con i colleghi, con i collaboratori. Soprattutto quando ci sono tensioni, incomprensioni o punti di vista molto diversi.

Essere empatici non significa essere sempre accomodanti, comprensivi o d’accordo con tutti.

Significa piuttosto provare a comprendere ciò che l’altra persona sta vivendo, pensando o cercando di comunicare, senza partire immediatamente dal nostro punto di vista.

E tu, come ti relazioni con gli altri al lavoro?

Ti è mai capitato di compromettere un rapporto al lavoro a causa del tuo comportamento o delle tue reazioni?

Forse il problema non è soltanto negli altri.

Ecco 11 comportamenti che possono rendere rapporti difficili al lavoro.

1. Non ti metti mai nei panni degli altri

Sei abituato a ragionare partendo dalla tua posizione.

Esponi la tua opinione, porti prove a tuo favore e cerchi di convincere l’altro.

Il problema nasce quando il tuo obiettivo diventa avere ragione anziché capire.

Hai mai provato a chiederti perché quella persona reagisce in quel modo?

Che cosa sta cercando di ottenere?
Che cosa la preoccupa?
Che cosa potrebbe vedere che tu non stai vedendo?

Non significa darle ragione.

Significa provare, almeno per qualche minuto, a guardare la situazione dalla sua prospettiva.

Potresti essere sorpreso da ciò che scoprirai.

2. Non lasci mai intravedere quello che provi

Sul lavoro tendiamo spesso a controllare le emozioni.

È comprensibile.

Professionalità, però, non significa diventare impermeabili.

Se non mostri mai una difficoltà, un dubbio, una soddisfazione o una preoccupazione, rischi di apparire freddo e distante.

Non devi raccontare particolari troppo personali né trasformare l’ufficio in una seduta terapeutica.

A volte basta dire:

“Questa situazione preoccupa anche me.”

Oppure:

“Capisco la difficoltà, anch’io sto cercando il modo migliore per affrontarla.”

Mostrare umanità non significa perdere autorevolezza.

3. Fingi di ascoltare

L’altro parla.
Tu annuisci.

Ma intanto pensi alla riunione successiva, alla mail da mandare o a quello che dovrai rispondere.

Formalmente stai ascoltando.

In realtà, no.

E spesso si vede e si sente.

Se in quel momento non hai tempo o disponibilità, meglio dirlo:

“Adesso non riesco a darti la giusta attenzione. Ne parliamo alle 16?”

Poi, naturalmente, mantieni l’impegno.

È molto più rispettoso che fingere interesse.

4. Parli sempre e solo di te

Qualunque argomento diventa un’occasione per raccontare qualcosa che hai fatto, vissuto o pensato.

“È successo anche a me…”

“Io invece…”

“Quando lavoravo nella mia vecchia azienda…”

Condividere esperienze personali aiuta a creare relazione.

Trasformare ogni conversazione in un racconto su di te, no.

Alla lunga rischi di diventare prevedibile e soprattutto di trasmettere un messaggio molto semplice: ciò che interessa davvero è sempre quello che riguarda te.

5. Guardi le persone attraverso pregiudizi e stereotipi

“I giovani non hanno voglia di lavorare.”

“I senior non sono tecnologici.”

“Quelli dell’amministrazione sono tutti…”

Gli stereotipi sono comodi perché semplificano la realtà.

Ma proprio per questo possono impedirti di vedere la persona che hai realmente davanti.

Età, genere, provenienza, ruolo professionale o esperienza non raccontano tutto di qualcuno.

Quando hai già deciso chi è l’altro prima ancora di conoscerlo, difficilmente riuscirai ad ascoltarlo davvero.

6. Il tuo viso dice: “Stammi lontano”

Sempre serio.

Accigliato.
Sguardo sfuggente.
Espressione infastidita.

Ecco come rendere i rapporti difficili al lavoro!

Non significa che devi andare in giro per l’ufficio con un sorriso stampato in faccia o trasformarti nel piacione del team.

Ma ricorda che comunichiamo anche quando non diciamo nulla.

Un’espressione disponibile, uno sguardo diretto o un semplice sorriso possono rendere molto più facile avvicinarsi a te.

7. Non riconosci mai ciò che gli altri fanno bene

Complimenti-zero.
Apprezzamenti-zero.

Se qualcuno fa bene il proprio lavoro pensi:

“È pagato per farlo.”

Vero.

Ma riconoscere un lavoro ben fatto non significa distribuire complimenti gratuiti.

Significa accorgersi dell’impegno, di un risultato, di un miglioramento.

Un semplice:

“Hai gestito bene quella situazione.”

può avere molto più peso di quanto immagini.

Le persone vogliono sapere che il loro contributo viene visto.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

8. Tiri subito le tue conclusioni

“Ok, ho capito dove vuoi arrivare.”

“Non serve che continui.”

“Sì, sì, so già cosa vuoi dire.”

Ne sei proprio sicuro?

Arrivare velocemente alle conclusioni può sembrare efficienza.

A volte è soltanto fretta.

Quanto più sei convinto di sapere già cosa l’altro dirà, tanto meno sentirai il bisogno di ascoltarlo.

E aumenta il rischio di fraintendere proprio la parte più importante.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere il mio articolo su come ascoltare davvero l’altro.

9. Usi l’esperienza dell’altro per riportare il discorso su di te

È una variante più sottile del parlare sempre di sé.

Un collega racconta una difficoltà e tu parti:

“So benissimo cosa provi. Anche a me è successo…”

Cinque minuti dopo stai ancora raccontando la tua storia.

L’intenzione iniziale era buona: creare vicinanza.

Ma senza accorgertene hai tolto all’altro lo spazio che gli avevi appena offerto.

Raccontare una tua esperienza può essere utile.

Poi, però, torna a lui/lei.

“Questa è stata la mia esperienza. Nel tuo caso invece che cosa sta succedendo?”


Essere assertivi non significa essere duri.

Nel percorso Sviluppare assertività senza perdere empatia trovi il tuo equilibrio tra fermezza e sensibilità, per farti ascoltare davvero. → Scopri il percorso.

10. Ascolti mentre fai altro

Mail.
Cellulare.
Notifiche.
Documenti da controllare.

E nel frattempo:

“Parla pure, ti ascolto.”

Forse riesci a sentire le parole.

Ascoltare è un’altra cosa.

Non servono necessariamente trenta minuti.

Cinque minuti di attenzione vera possono valere più di mezz’ora di ascolto distratto.

Metti da parte quello che stai facendo, guarda la persona e concedile uno spazio reale.

Se non puoi farlo, rimanda.

11. Interrompi continuamente

L’altro non riesce a finire una frase.

Completi il suo pensiero.
Aggiungi precisazioni.
Correggi.
Ribatti.

Poi magari ti chiedi perché quella persona non riesca a spiegarsi bene.

Forse perché non le lasci il tempo di farlo.

Interrompere continuamente non dimostra velocità mentale, rende i rapporti difficili al lavoro.

Può semplicemente comunicare impazienza e scarso interesse per ciò che l’altro sta dicendo.

Non devi ascoltare per preparare la risposta. Devi ascoltare per comprendere.

Rapporti difficili al lavoro? Prima di parlare di empatia, guarda i comportamenti

L’empatia rischia di diventare una di quelle belle parole che utilizziamo molto e osserviamo poco nella vita quotidiana.

Sul lavoro si vede nelle piccole cose.

Nel modo in cui ascolti.
Nel tempo che concedi.

Nella curiosità verso un punto di vista diverso dal tuo.

Nella capacità di non interrompere immediatamente.

Nel riconoscimento che dai.

Nel modo in cui reagisci quando qualcuno non è d’accordo con te.

Non devi diventare improvvisamente più emotivo, accomodante o disponibile con tutti.

Devi forse cominciare da qualcosa di più semplice:

accorgerti un po’ di più della persona che hai davanti.

Il feedback del capo ti ha messo ko? 8 spunti per risollevarsi prima del gong

feedback del capo
Hai appena ricevuto un feedback dal tuo capo che ti ha spiazzato.

Ti ha ferito.
Ti senti attaccato
Sottovalutato.
Arrabbiato.

Per qualche minuto pensi:

“Adesso gli rispondo.”

Oppure inizi mentalmente a preparare la tua difesa. Nei casi peggiori, fantastichi già sulle dimissioni.

Prima di fare qualsiasi cosa, però, fermati.

Un feedback del capo difficile può farti perdere lucidità proprio nel momento in cui ne avresti più bisogno.

Non significa che il capo abbia necessariamente ragione. E neppure che tu debba accettare qualsiasi critica senza discuterla.

Significa soltanto evitare che la prima reazione emotiva decida al posto tuo.

Ecco 8 spunti per rimetterti in piedi.

1. Prima di tutto, non reagire a caldo

Quando ti senti attaccato, la prima reazione può essere difenderti, contrattaccare o andartene.

Comprensibile.

Ma difficilmente utile.

Prenditi il tempo necessario per recuperare lucidità. Non devi dare immediatamente una risposta articolata.

Puoi semplicemente dire:

“Vorrei rifletterci un momento e riprendere il discorso più tardi.”

Quando un feedback ti colpisce, la prima risposta migliore può essere non rispondere subito.

L’emozione non è il problema.

Il problema è lasciare che sia l’emozione a scegliere parole e comportamenti di cui potresti pentirti.

2. Prova a considerare il feedback come un’informazione

Un feedback del capo negativo non è piacevole.

Ma può contenere qualcosa che non avevi visto.

Un comportamento.
Un effetto sugli altri.
Un limite.

Una modalità di comunicazione che pensavi efficace e invece viene percepita diversamente.

Non devi accettare automaticamente tutto ciò che ti viene detto.

Ma puoi chiederti:

“C’è qualcosa del feedback che mi può essere utile?”

È una domanda molto diversa da:

“Come faccio a dimostrare che ha torto?”

3. Se non stimi la persona, separa il messaggio dalla fonte

Questo è difficile.

Se non apprezzi il tuo capo, sei portato a svalutare automaticamente anche ciò che dice.

“Figurati se devo farmi giudicare proprio da lui/lei.”

Può darsi che il feedback sia espresso male.

Può essere vago, ingiusto o persino dato con poca sensibilità.

Ma prima di scartarlo completamente prova a separare due questioni:

  • cosa penso della persona che me lo sta dando?
  • cosa c’è di vero, utile o verificabile in quello che mi sta dicendo?

Un messaggio può contenere qualcosa di utile anche quando il modo in cui viene consegnato non ti piace.

Non devi stimare qualcuno per verificare se ciò che ti sta dicendo merita almeno una riflessione.

4. Rimani concentrato sulla tua parte

Quando ricevi una critica, è facile rispondere:

  • “Sì, però anche gli altri…”
  • “Non dipendeva solo da me.”
  • “Se Manuel avesse fatto la sua parte…”

Può anche essere tutto vero.

Ma se vuoi utilizzare il feedback per crescere, comincia da ciò che puoi controllare.

Qual è stata la tua parte?

Che cosa potevi fare diversamente?

Che cosa puoi modificare la prossima volta?

Assumerti la tua parte di responsabilità non significa accettare colpe che non hai.

Significa concentrarti sul punto in cui puoi realmente intervenire.

5. Fai domande finché il feedback diventa concreto

“Sei troppo aggressivo.”

Cosa significa?

Tono di voce?
Parole utilizzate?
Interruzioni?
Atteggiamento con i clienti?
Reazioni durante le riunioni?

Un giudizio generico è difficile da utilizzare.

Chiedi esempi.

  • “Quando dici che sono aggressivo, a quali comportamenti ti riferisci?”
  • “Puoi farmi un esempio concreto?”
  • “Che cosa avresti voluto vedermi fare diversamente?”

Più il feedback diventa osservabile e concreto, più può diventare utile.

Se vuoi approfondire il rapporto con le critiche, puoi leggere anche “Paura delle critiche? 9 spunti per superarla”.

6. Non trasformare il confronto in un processo al tuo capo

Se il feedback del capo ti fa arrabbiare, potresti essere tentato di rispondere criticando chi ti sta criticando.

“Parli proprio tu?”

“Anche tu fai sempre…”

“Prima guarderei come gestisci tu le cose.”

A quel punto il tema iniziale scompare.

E il confronto diventa personale.

Puoi non essere d’accordo.
Puoi contestare un’affermazione.
Puoi portare fatti diversi.

Ma cerca di farlo senza spostare il discorso dal comportamento alla persona.

Una risposta semplice può essere:

“Vorrei pensarci e poi riprendere il tema con alcuni esempi concreti.”

Non devi vincere la discussione.

Devi capire se c’è qualcosa da correggere, chiarire o respingere.

7. Se il feedback arriva via mail, rallenta ancora di più

Una mail critica può essere particolarmente insidiosa.

La rileggi.
Ti irriti.
Scrivi una risposta.
La rendi sempre più precisa e tagliente.

E poi premi Invia.

Meglio evitare.

Se la temperatura emotiva è alta:

  • leggi;
  • fermati;
  • prepara eventualmente una bozza;
  • rileggila più tardi;
  • chiediti se sarebbe meglio parlarne direttamente.

Una mail scritta con rabbia può impiegare pochi minuti per partire e molto tempo per essere riparata.

Non utilizzare la posta elettronica per vincere un duello.

Usala per chiarire.

8. Accetta la possibilità che il tuo capo abbia visto qualcosa che tu non vedevi

È forse il passaggio più difficile.

Potresti essere convinto di avere ragione.

E magari ce l’hai.

Ma prova comunque a lasciare aperta una piccola possibilità:

“E se ci fosse qualcosa che mi è sfuggito?”

Quando cerchi soltanto prove che confermino la tua posizione, troverai facilmente ragioni per difenderti.

Molto più difficile è cercare anche ciò che potrebbe metterla in discussione.

Non devi scegliere tra avere ragione e dare ragione al capo.
Devi scegliere se vuoi capire meglio ciò che sta succedendo.

Questa distinzione cambia tutto.


Incomprensioni, tensioni, aspettative poco chiare: a volte il rapporto con il capo può diventare davvero faticoso.

Scopri il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” che ti aiuta a ritrovare serenità e controllo

Un feedback difficile non è una sentenza

Può essere corretto.

Può essere parzialmente corretto.

Può essere espresso male.

Anche essere ingiusto.

Per questo non devi né ingoiarlo passivamente né respingerlo automaticamente.

Devi esaminarlo.

Separare fatti e giudizi.
Chiedere esempi.
Guardare la tua parte.

Decidere cosa vale la pena modificare e cosa invece ritieni di dover chiarire.

Come approfondisco anche nel mio libro “Autorevolezza” crescere professionalmente significa anche riuscire a mantenere presenza e lucidità quando il confronto diventa scomodo.

Il feedback del capo ti ha messo al tappeto?

Va bene.

L’importante è non rimanerci.

Vuoi diventare leader? 7 zavorre che devi mollare se vuoi salire in alto

diventare leader
Quando pensiamo alla crescita professionale, immaginiamo quasi sempre qualcosa da aggiungere.

Più competenze.
Più esperienza.
Più responsabilità.
Più capacità.

Ed è certamente vero.

Ma per diventare leader, a volte, è altrettanto importante togliere qualcosa.

Alleggerire.

Liberarsi di convinzioni, aspettative e pressioni che ci portiamo dietro e che finiscono per rallentarci.

Perché più sali, più alcune zavorre diventano pesanti.

Eccone 7 che vale la pena lasciare a terra.

1. Molla l’idea di dover avere sempre tutte le risposte

Pensi al leader come alla persona che deve sapere tutto?

Quella che risolve qualsiasi problema, risponde immediatamente e non mostra mai esitazioni?

Come sottolineo anche nei miei libri, un buon leader ha invece una discreta consapevolezza dei propri limiti.

Sa quando decidere.
Sa quando chiedere.
Sa quando ascoltare qualcuno che ne sa più di lui.

Il suo valore non dipende dall’avere sempre la risposta pronta.

Essere leader non significa sapere tutto.
Significa sapere anche dove cercare ciò che non sai.

Chi sente continuamente il bisogno di dimostrare competenza rischia di parlare troppo, ascoltare poco e utilizzare male proprio le competenze presenti nel team.

2. Liberati dall’obbligo di non sbagliare mai

Se prendi decisioni, prima o poi sbaglierai.

E più responsabilità hai, più i tuoi errori possono diventare visibili.

La differenza non sta nell’essere infallibili.

Sta nel modo in cui reagisci quando qualcosa non funziona.

Puoi:

  • negare;
  • giustificarti;
  • cercare un colpevole;

oppure riconoscere ciò che è successo, correggere e imparare.

Un errore riconosciuto può aumentare la tua credibilità molto più di un errore nascosto male.

Non devi cercare il fallimento.

Devi semplicemente accettare che, se vuoi sperimentare e decidere, non puoi eliminarne completamente la possibilità.

3. Abbandona l’idea di dover essere sempre brillante e carismatico

Non devi entrare in una stanza e catturare immediatamente tutti gli sguardi.

Non devi avere la battuta pronta.

Non devi essere quello che parla meglio o quello con la personalità più appariscente.

Il carisma può aiutare.

Ma leadership significa anche credibilità, affidabilità, capacità di decidere e influenza costruita nel tempo.

Ci sono persone molto estroverse che non riescono a guidare nessuno.

E persone più riservate che diventano punti di riferimento solidissimi.

Non devi impressionare le persone.
Devi darle buone ragioni per fidarsi di te.

4. Liberati dagli stereotipi su come “deve essere” un leader

Per molto tempo abbiamo costruito un’immagine abbastanza rigida della leadership.

Deciso.
Forte.
Competitivo.
Sempre sicuro.
Poco emotivo.

E spesso anche uomo.

Ma non esiste un unico modello per diventare leader.

Puoi essere autorevole in modi diversi.

Puoi essere riflessivo, diretto, empatico, riservato, energico.

La questione non è assomigliare all’immagine del leader che hai in testa.

È capire quali tuoi comportamenti aiutano realmente le persone a fidarsi, responsabilizzarsi e lavorare bene con te.

Non cercare di interpretare un personaggio.
Costruisci il tuo modo di guidare.

5. Molla l’aspettativa di essere amato da tutti

Essere apprezzati fa piacere.

Anche ai leader.

Il problema nasce quando il bisogno di approvazione comincia a influenzare le tue decisioni.

Eviti un confronto.
Non dici NO.
Tolleri comportamenti che dovresti affrontare.

Rimandi una decisione perché temi la reazione delle persone.

Se hai responsabilità, prima o poi prenderai decisioni che qualcuno non gradirà.

Non significa diventare insensibile.

Significa accettare che rispetto e popolarità non sono la stessa cosa.

Se vuoi essere sempre approvato, prima o poi smetterai di decidere.

6. Non farti abbagliare dalla posizione

Una promozione ti assegna un ruolo.

Non automaticamente leadership.

Puoi avere il titolo, l’ufficio, l’autorità formale e persone che eseguono le tue indicazioni.

Ma questo non dice ancora molto sulla qualità della tua leadership.

La domanda è un’altra:

Le persone ti seguono soltanto perché devono oppure perché riconoscono valore nel modo in cui le guidi?

La posizione può obbligare all’obbedienza.
Difficilmente può obbligare alla fiducia.

Il titolo ti assegna autorità.
L’autorevolezza devi costruirla.

7. Liberati dalla convinzione che leader si nasce

Alcune persone hanno caratteristiche che possono aiutarle.

Maggiore sicurezza.
Facilità nel parlare.
Capacità di prendere decisioni.
Presenza.

Ma questo non significa che la leadership sia una caratteristica che possiedi oppure non possiedi dalla nascita.

Molte competenze possono essere sviluppate:

  • ascolto;
  • comunicazione;
  • capacità di delegare;
  • gestione dei conflitti;
  • decisione;
  • consapevolezza del proprio comportamento.

Il problema della convinzione “leader si nasce” è che diventa una perfetta giustificazione per non provarci.

Se pensi che sia tutto già deciso, non hai motivo di lavorare su te stesso.

Ed è proprio lì che ti blocchi.

Se vuoi approfondire questi luoghi comuni, puoi leggere anche “9 miti sulla leadership da sfatare subito”.


Autorevolezza non significa autorità: è la capacità di guidare con chiarezza e rispetto. Ti aiuto a ritrovarla e mantenerla nel tempo.

Scopri il servizio dedicato.

Diventare leader significa anche alleggerirsi

Che tu gestisca una persona o cento cambia naturalmente la complessità.

Ma alcune questioni rimangono.

Non devi sapere tutto.
Non devi essere perfetto.
Neanche essere il più brillante nella stanza.

Non devi assomigliare a qualcun altro.
Non devi essere amato da tutti.
Non basta avere il titolo.

E soprattutto, non devi essere nato leader per diventarlo.

A volte la crescita non arriva aggiungendo un’altra tecnica.

Arriva quando finalmente lasci andare una convinzione che ti stava limitando.

Per salire più in alto, qualche volta non serve diventare più forte.
Serve smettere di portarsi dietro pesi inutili.

12 frasi che un grande leader non direbbe mai

leader non direbbe mai
La leadership è uno dei concetti più citati.
E uno dei meno compresi.

Molti desiderano essere leader.
Molti credono di esserlo.

Pochi lo sono davvero.

Alcuni non sono pronti.
Non sono stati formati.

Altri occupano una posizione di leadership,
ma non hanno ancora sviluppato la statura per sostenerla.

Altri ancora hanno il potenziale,
ma per fare il salto serve qualcosa di più preciso:
formazione mirata,
coaching,
lavoro su di sé.

Perché desiderare di essere un leader non significa diventarlo.

“Per guidare gli altri, cammina alle loro spalle.”
— Lao Tse

La leadership non è una questione di ruolo.
È una questione di comportamento.

E, soprattutto, di comunicazione.

Le parole possono:

  • costruire fiducia
  • oppure distruggerla
  • aprire possibilità
  • oppure chiuderle

Dipende da cosa dici.
E da come lo dici.

Ci sono frasi che un leader consapevole evita.

Sempre.

1. “Credi di essere più intelligente di me?”

Quando un collaboratore fa domande o esprime dubbi, non sta sfidando la tua autorità.

Sta contribuendo.

Se reagisci attaccando, le persone smetteranno di parlare.
E tu inizierai a decidere da solo.

Ascoltare non ti rende debole.
Ti rende lucido.

A volte, cambiare idea è l’atto più alto di leadership.

2. “Io ho lavorato tutto il weekend. Tu dove eri?”

Questa frase non motiva.
Colpevolizza.

Il tuo impegno non può diventare un’arma contro gli altri.

Le persone hanno vite,
responsabilità,
limiti.

Un leader non misura il valore dalla presenza costante.
Lo misura dalla qualità del contributo.

La pressione cronica non produce eccellenza.
Produce esaurimento.

3. “Io sono il capo”

Se hai bisogno di dirlo, hai già perso qualcosa.

L’autorità non si impone.
Si riconosce.

I leader autentici non hanno bisogno di ricordare il loro ruolo.
Il loro comportamento lo rende evidente.

Le persone seguono chi rispettano.
Non chi temono.

Per approfondire leggi il mio post: “Come dire, senza dirlo, io sono il capo“.

4. “Non mi hai visto entrare?”

I leader fragili hanno bisogno di segnali esterni di deferenza.

I leader solidi fanno il contrario.
Osservano.
Rispettano.
Non interrompono
inutilmente.

La leadership non è presenza scenica.
È presenza funzionale.

5. “Sei sempre il solito” — “Ogni volta sbagli”

Le generalizzazioni distruggono la fiducia.

Un leader efficace non attacca la persona.
Descrive il comportamento.

Non dice:

“Sei sempre disorganizzato.”

Dice:

“In questo progetto, la scadenza non è stata rispettata. Analizziamo cosa è successo.”

Precisione e rispetto vanno insieme.

6. “Non è colpa mia”

I leader deboli cercano colpevoli.
I leader solidi cercano soluzioni.

Assumersi la responsabilità non significa essere perfetti.
Significa essere affidabili.

Le persone si fidano di chi si espone.
Non di chi si protegge.

7. “Spostati, ti faccio vedere io”

Quando fai tutto tu,
il team non cresce.

Il tuo ruolo non è dimostrare quanto sei bravo.
È creare le condizioni perché gli altri lo diventino.

Un leader efficace:

  • assegna
  • guida
  • lascia spazio

Le persone crescono attraverso l’esperienza.
Non attraverso la sostituzione.

8. “Il fallimento non è un’opzione”

Sembra una frase motivazionale.
In realtà, blocca tutto.

Se l’errore non è permesso, le persone smettono di rischiare.

E senza rischio,
non c’è innovazione.

“Il successo è costruito sugli insuccessi.”
— Thomas Watson, IBM

Un leader maturo non premia la superficialità.
Ma non punisce il tentativo.

9. “È impossibile”

Questa frase chiude il pensiero.

Un leader consapevole,
invece, chiede:

“Come potremmo renderlo possibile?”

Una domanda apre.
Una sentenza chiude.

Le organizzazioni crescono attraverso le domande.
Non attraverso le chiusure.

10. “Non è così che facciamo qui!”

Questa frase protegge il passato.
Ma ostacola il futuro.

Le idee nuove raramente si presentano in forma perfetta.
Richiedono ascolto.
Esplorazione.
Apertura.


La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Trovi spunti pratici nei miei libri

11. “Non portarmi brutte notizie”

Le brutte notizie non spariscono.
Si nascondono.

E quando emergono,
il costo è più alto.

I leader efficaci creano ambienti in cui le persone parlano subito.

Non per paura.
Per responsabilità.

12. “Sei fortunato ad avere un lavoro qui”

Questa frase distrugge il rispetto reciproco.

Trasmette un messaggio implicito:

  • “Tu dipendi da me.”

I leader autentici comunicano il contrario:

“Siamo fortunati ad averti nel team.”

Il rispetto non si pretende.
Si costruisce.

La verità che molti ignorano

La leadership non si rivela nei momenti facili.
Si rivela nelle parole quotidiane.

Nel tono.
Nelle reazioni.
Nella capacità di regolare sé stessi.

Essere leader significa sapere cosa dire.
Ma soprattutto,
sapere cosa non dire.

Se vuoi migliorare la tua comunicazione e il tuo impatto,
scopri come il coaching può trasformare il tuo approccio.

Con il percorso
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
impari a gestire voce, postura e linguaggio del corpo per lasciare il segno.

In finale

Le persone non ricordano il tuo ruolo.
Ricordano come-le-hai-fatte-sentire.

E, nel tempo, non seguono chi parla più forte.

Seguono chi sa usare le parole con responsabilità.

Caro capo ti scrivo … 5 mail che non dovresti mai inviare al tuo capo

mail al capo
Scrivere una mail al capo sembra semplice.

In fondo, devi solo spiegare una cosa, fare una richiesta, dare un aggiornamento.

Eppure basta poco per creare un’impressione sbagliata.

Una frase troppo difensiva.
Un tono freddo.
Una risposta scritta di fretta.
Un messaggio lungo e poco chiaro.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, anche nella comunicazione scritta è importante evitare espressioni che ci fanno apparire insicuri, aggressivi, confusi o poco professionali.

Perché nella mail le parole devono reggere quasi tutto il peso del messaggio.

Ecco 5 tipi di mail che è meglio non inviare al tuo capo.

1. La mail che parte già chiedendo scusa di esistere

“Scusa il disturbo…”
“Era solo un’idea…”
“Non so se può funzionare…”
“Spero di non aver sbagliato…”

Usate ogni tanto non sono un problema.

Ma se diventano il tuo modo abituale di scrivere al capo, rischiano di indebolire il messaggio prima ancora che venga letto.

Non devi sminuire quello che stai per dire per renderlo più accettabile.

Se hai una proposta, presentala.
Se hai un dubbio, esprimilo.
Hai bisogno di chiarimento, chiedilo.

Puoi essere educato senza trasformare ogni messaggio in una richiesta di permesso.

Cortesia e insicurezza non sono la stessa cosa.

2. La mail inutile che aggiunge solo rumore

Un video divertente.
Una battuta.
Un link che non riguarda il lavoro.

Può essere assolutamente normale, se il rapporto con il tuo capo è informale e il contesto lo permette.

Il problema nasce quando riempi la sua casella di posta con cose che non richiedono realmente la sua attenzione.

Prima di inoltrare qualcosa chiediti:

“Ha davvero bisogno di ricevere questa mail?”

Se la risposta è no, forse puoi evitarla.

Non tutto ciò che ti diverte deve necessariamente diventare una comunicazione professionale.

3. La mail che dice soltanto: “Non posso”

Il capo ti assegna un compito.

Tu rispondi:

“Non posso farlo. Ho altre priorità.”

Può essere vero.

Ma detta così, la conversazione finisce proprio nel momento in cui dovrebbe iniziare.

Molto meglio spiegare il problema e chiedere una scelta:

“In questo momento ho queste due attività in scadenza.
Quale ritieni prioritaria rispetto alla nuova richiesta?”

Così non stai rifiutando.

Stai rendendo visibile un problema di priorità e chiedendo una decisione.

Dire “non posso” chiude.
Spiegare il vincolo apre una soluzione.

4. La mail al capo è lunga, dispersiva e senza un punto chiaro

Il tuo capo apre il messaggio.

Tre paragrafi dopo non ha ancora capito cosa vuoi.

Male.

Una buona mail al capo dovrebbe permettere di capire rapidamente:

  • perché stai scrivendo;
  • cosa è successo;
  • cosa ti serve;
  • entro quando, se c’è una scadenza.

Non significa scrivere sempre messaggi brevissimi.

Alcune questioni richiedono dettagli.

Ma ogni dettaglio dovrebbe servire a capire o decidere qualcosa.

Se una frase non aggiunge chiarezza, probabilmente puoi toglierla.

5. La mail scritta quando sei arrabbiato o di fretta

Questa è forse la più pericolosa.

Hai appena ricevuto una risposta che ti ha irritato.

Scrivi.
Rileggi.
Peggiori il tono.
E premi Invia.

Meglio fermarsi.

Quando sei arrabbiato o emotivamente coinvolto, prepara eventualmente una bozza e lasciala lì.

Poi rileggila più tardi.

Controlla:

  • il tono;
  • eventuali accuse;
  • parole troppo dure;
  • frasi che potrebbero essere interpretate male;
  • errori e sviste dovuti alla fretta.

Se il tema è delicato, può essere meglio parlarne direttamente.

Se vuoi approfondire questo aspetto, puoi leggere “Come rispondere a un’email arrabbiata in modo professionale”.

Una mail inviata in dieci secondi può creare un problema che richiede giorni per essere sistemato.

Non tutto deve passare dalla posta elettronica

Ci sono conversazioni che funzionano male per iscritto.

Un conflitto.
Una critica importante.
Un chiarimento delicato.
Una questione in cui tono, sfumature e reazioni contano molto.

In questi casi una telefonata o un incontro può essere molto più efficace.

Una regola semplice?

Se senti che la mail sta diventando troppo lunga, troppo emotiva o troppo difficile da interpretare, forse non dovrebbe essere una mail.

La posta elettronica è uno strumento.

Non deve diventare un rifugio per evitare conversazioni che sarebbe meglio affrontare direttamente.

E prima di premere Invia, una domanda può evitarti parecchi problemi:

“Se il mio capo leggesse questa mail senza conoscere il mio tono e le mie intenzioni, capirebbe davvero quello che voglio dire?”

Ti senti sotto pressione o frainteso dal tuo capo?

Con il percorso di coaching mirato “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a gestire le dinamiche con più chiarezza, assertività e rispetto reciproco

12 spunti per ottenere il rispetto che meriti sul tuo luogo di lavoro

rispetto sul lavoro
Tutti desideriamo rispetto sul lavoro.

È un tema che ritorna spesso nel mio libro
Autorevolezza”.

Avere il rispetto degli altri è un bisogno universale.
Ma spesso abbiamo idee sbagliate su come ottenerlo.

Il rispetto è difficile da guadagnare.
Ancora più difficile da mantenere.

Eppure, è indispensabile,
in ogni relazione professionale (e non solo).

Il rispetto è una leva potente

Quando c’è, il rispetto:

  • crea fiducia
  • alimenta la motivazione
  • apre opportunità

Quando manca:

  • genera tensione
  • stress
  • insoddisfazione

E, diciamolo, anche qualche “bruciore di stomaco”.

Fare bene il proprio lavoro è la base.

Ma non basta.

Ci sono comportamenti quotidiani che fanno la differenza.

1. Il rispetto non si pretende, si costruisce

Un cliente mi ha detto:
“Voglio più rispetto al lavoro”.

Quando gli ho chiesto come ottenerlo,
mi ha elencato… cosa gli altri avrebbero dovuto fare per rispettarlo.

Ecco il punto.
Il rispetto non arriva dagli altri.
Parte da te.

Non cade dal cielo.

Si costruisce.

Con le azioni.
La coerenza.
Con il modo in cui ti presenti ogni giorno.

Domanda utile:

“Cosa posso fare io, concretamente, per meritarmelo?”

2. Non cercare approvazione a tutti i costi

Se hai bisogno di piacere a tutti…
perderai rispetto.

Le persone percepiscono quando stai cercando consenso.

Quando ti adatti troppo.
Quando eviti il confronto.
Dici sempre sì.

Piacere non è sinonimo di essere rispettati.

Anzi, spesso è il contrario.

3. Rispetta le scadenze. Sempre

Una scadenza è un impegno.

E un impegno è una promessa.

Se salti le scadenze:
perdi credibilità,
perdi affidabilità,
rispetto.

Se una scadenza è irrealistica, non lamentarti.

Riformula.
“Posso consegnarlo entro fine settimana, se ho supporto su questa parte del progetto.”

Chiaro.
Costruttivo.
Responsabile.

4. La puntualità è comunicazione

Essere in ritardo comunica un messaggio preciso:

“Il mio tempo vale più del tuo.”

Magari non è quello che vuoi dire.
Ma è quello che passa.

Essere puntuali è rispetto.

Prima ancora che organizzazione.

5. Impara a ridere di te stesso

Autoironia non è debolezza.

È sicurezza.

Ammettere un errore.
Sdrammatizzare una gaffe.
Ridere di un lapsus.

Non ti indebolisce.

Ti rende umano.

E le persone si fidano di chi è umano.

6. Evita il gossip (soprattutto quello tossico)

Un po’ di leggerezza tra colleghi è normale.

Ma il gossip continuo…
erode la fiducia.

Se vieni percepito come una persona che parla degli altri,
prima o poi qualcuno penserà:

“Chissà cosa dice di me.”

E il rispetto si sgretola.

7. Difendere gli altri crea rispetto

Se hai mai avuto qualcuno che ti ha difeso ingiustamente attaccato…

lo ricordi ancora.

Difendere un collega, un collaboratore, quando serve,
lascia un segno.

Non serve fare l’eroe.

Ma avere il coraggio di esporsi,
quando è giusto,
costruisce autorevolezza.

8. Cura la tua presenza

Non si tratta di moda.
Si tratta di messaggio.

Come ti presenti comunica:

quanto ti prendi sul serio,
quanto rispetti il contesto,
tieni al tuo ruolo

Non devi esagerare.
Ma nemmeno trascurarti.

Presentati come se ogni giorno potessi fare un passo avanti.

9. Lavora su ciò che puoi controllare

Non puoi cambiare gli altri.
Non puoi controllare tutto.

Puoi però lavorare su di te.

Sul tuo atteggiamento.
Sulla tua comunicazione.
Sulle tue reazioni.

È lì che inizia il rispetto.

Se senti che ti manca sicurezza, chiarezza o autorevolezza, puoi lavorarci in modo concreto:

Scopri il servizio “Problemi di leadership? Ritrova autorevolezza nel tuo ruolo”.

10. Saper tacere è una competenza

Non tutto va detto.

Non sempre.

Neanche subito.

A volte, il rispetto si costruisce nel silenzio.

Ascoltare davvero:

senza interrompere,
senza preparare la risposta,
voler avere ragione.

Ti rende più incisivo.

11. Stabilisci confini chiari

Se non metti limiti…
gli altri li supereranno.

Sempre.

I confini non sono muri.
Sono indicazioni.

“Questo mi va bene.”
“Questo no.”

Senza aggressività.
Senza paura.

Solo chiarezza.

12. Sicurezza non è arroganza

È una linea sottile.

La sicurezza attrae.
L’arroganza respinge.

Spesso, dietro l’arroganza, c’è insicurezza.

E si vede.

Il rispetto non nasce dal voler dimostrare.
Nasce dal saper-essere.

Leggi il mio post per approfondire: “La linea sottile che divide fiducia e arroganza sul lavoro”

Una cosa che spesso dimentichiamo

Quando ci sentiamo poco rispettati,
tendiamo a pensare:

  • “Lo fanno apposta.”

Non sempre è così.

A volte è mancanza di chiarezza.
A volte è abitudine.
Distrazione.

Parlare, spiegare, confrontarsi…
è più efficace del chiudersi o reagire.

Il rispetto non è qualcosa che chiedi

È qualcosa che costruisci.

Giorno dopo giorno.
Scelta dopo scelta.

E quando smetti di inseguirlo…
inizia ad arrivare.

Iniziare un nuovo lavoro? 5 frasi mostruosamente limitanti che dici a te stesso

iniziare un nuovo lavoro
Prima di tutto: congratulazioni.

Hai un nuovo lavoro.

Il colloquio è andato bene, hai convinto chi avevi davanti e adesso dovresti essere soltanto contento.

Dovresti.

Perché poi, avvicinandosi il primo giorno, qualcosa cambia.

L’entusiasmo lascia spazio ai dubbi.

Sarò all’altezza?

Capiranno che non so fare abbastanza?

Come mi vedranno?

Come ho scritto più volte nei miei libri, quando entriamo in una situazione nuova perdiamo una parte delle nostre certezze.

E questo può trasformarsi rapidamente in una piccola crisi di fiducia.

Non perché ci sia necessariamente qualcosa che non va.

Ma perché stiamo entrando in un territorio che ancora non conosciamo.

Ecco 5 frasi che rischiano di complicarti inutilmente l’inizio.

1. “Devo essere perfetto”

Vuoi partire bene.

È normale.

Ma da qui a pensare che ogni compito debba essere impeccabile fin dal primo giorno, il passo è breve.

E pesante.

Stai entrando in un ambiente nuovo. Devi capire persone, procedure, priorità, strumenti, aspettative.

Non puoi pretendere di conoscere subito tutto ciò che ancora devi imparare.

Punta a fare bene.

Chiedi.
Osserva.
Correggi.

Impara strada facendo.

All’inizio non devi dimostrare di sapere tutto.
Devi dimostrare di saper imparare.

2. “Non sono un esperto”

Forse no.

E quindi?

Sei appena arrivato.

Ci saranno domande cui non saprai rispondere, procedure che non conosci e situazioni che dovrai capire.

Non è automaticamente un segnale di incompetenza.

È la conseguenza naturale dell’essere nuovo.

Non sapere ancora qualcosa non significa non essere adatto al ruolo.

La vera domanda è:

“Sono disposto a impararlo?”

Continuare a imparare non è un limite professionale.

È parte del lavoro.

3. “Letizia è molto più all’altezza di me”

Qui parte il confronto.

Il collega più brillante.

L’amica che sembra cavarsela sempre.

La persona che, nella tua testa, gestirebbe quella situazione molto meglio di te.

Come scrivo anche nel mio libro “Autorevolezza”, confrontarsi continuamente con gli altri può diventare un modo molto efficace per ridimensionare le proprie capacità.

Perché scegli sempre la qualità in cui l’altro è più forte.

E ignori tutto il resto.

Letizia può essere più veloce di te.
Tu magari sei più preciso.

Lei più brillante nelle presentazioni.
Tu più efficace nell’ascolto.

Il punto non è stabilire chi vale di più.

Il punto è capire quali risorse puoi mettere in campo tu.

E se Letizia sa qualcosa che può esserti utile, ancora meglio.

Chiedile.

4. “Non posso sbagliare”

Questa è una delle convinzioni più pesanti quando inizi un nuovo lavoro.

Se sbagli, penseranno di aver assunto la persona sbagliata.

Se fai una domanda, scopriranno che non sei competente.

Se dimentichi qualcosa, la tua reputazione è compromessa.

Calma.

Chi entra in un nuovo ruolo può sbagliare.

Naturalmente non significa essere superficiali o prendere gli errori alla leggera.

Significa accettare che imparare comporta anche correzioni, tentativi e qualche passo falso.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 spunti per superare la paura di sbagliare”.

L’obiettivo non è non sbagliare mai.
È accorgersi, correggere e non ripetere sempre lo stesso errore.

5. “E se non piaccio?”

Nuovi colleghi.
Nuovo capo.
Nuovo team.

È naturale desiderare di essere accolti bene.

Il problema nasce quando trasformi il bisogno di integrazione in un progetto per piacere a tutti.

Allora inizi a trattenerti.
Dici sempre sì.
Eviti di esprimere un’opinione diversa.
Cerchi continuamente conferme.

Voler essere apprezzato è umano. Averne bisogno per sentirti al sicuro è molto più rischioso.

Non devi conquistare tutti.

Devi essere corretto, disponibile, professionale.

Il resto verrà — oppure no.

Piacere non dovrebbe essere il tuo primo obiettivo.
Essere credibile, sì.

Iniziare un nuovo lavoro significa accettare un po’ di incertezza

Il primo giorno non saprai ancora come andrà.

Non conoscerai bene le persone.
Non avrai tutte le risposte.
Non saprai ancora quale sarà il tuo posto nel gruppo.

Ed è proprio questo che rende il passaggio destabilizzante.

Hai già superato una selezione.

Qualcuno ha visto nelle tue competenze qualcosa di sufficiente per affidarti quel ruolo.

Adesso arriva la parte che nessun colloquio può fare al posto tuo:

entrare, osservare, imparare e costruire poco alla volta il tuo spazio.

Non devi sentirti pronto al 100%.

Devi soltanto essere abbastanza pronto per cominciare.

6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone

ricordare il nome
Può succedere durante una riunione, un colloquio, il primo giorno di lavoro, una formazione o un incontro informale.

Qualcuno si presenta.

Passano trenta secondi e hai già dimenticato il suo nome.

Succede più spesso di quanto pensiamo.

Eppure ricordare e utilizzare il nome di una persona non è soltanto una questione di buona educazione.

Significa dimostrare attenzione.

Ricordare il nome del tuo interlocutore, comunica che non è semplicemente “uno dei tanti” che hai incontrato durante la giornata.

Lo hai ascoltato.
Lo hai riconosciuto.

E questo contribuisce a creare relazione.

Ricordare il nome di una persona è una piccola forma di attenzione che può avere un grande effetto sulla relazione.

Ecco 6 accorgimenti molto semplici che possono aiutarti.

1. Presta davvero attenzione quando la persona si presenta

Il primo problema non è la memoria.

Spesso è l’attenzione.

Mentre l’altra persona dice il proprio nome, tu magari stai già pensando a cosa dire, a come presentarti o alla domanda successiva.

Il nome entra.
E immediatamente esce.

Per questo la prima tecnica è anche la più semplice: quando qualcuno si presenta, concentrati per un attimo soltanto sul suo nome.

Guardalo.
Ascoltalo.
Non preparare contemporaneamente la tua risposta.

È lo stesso principio che vale nell’ascolto vero: se la tua attenzione è già altrove, difficilmente riuscirai a trattenere ciò che stai ascoltando.

2. Ripeti subito il nome

Una volta ascoltato, utilizzalo.

“Piacere, Michele.”

Oppure:

“Buongiorno signor Ferrarelli, piacere di conoscerla.”

Ripetere immediatamente il nome ti obbliga a registrarlo consapevolmente invece di lasciarlo passare come un’informazione qualsiasi.

Durante la conversazione puoi utilizzarlo ancora una volta, se viene naturale.

Non serve però ripeterlo continuamente.

Dire il nome dell’altro ogni due frasi può ottenere l’effetto contrario e sembrare artificiale.

3. Ripetilo mentalmente

Se il nome è nuovo o insolito, ripetilo mentalmente un paio di volte.

Michele, Michele.

Può sembrare banale, ma aiuta a mantenerlo attivo nella memoria mentre la conversazione prosegue.

Un altro momento utile è il saluto.

“Arrivederci, Michele.”

Utilizzare nuovamente il nome alla fine dell’incontro ti permette di rafforzare l’associazione tra quel nome e quella persona.

4. Crea un’associazione

Se un nome continua a sfuggirti, collegalo mentalmente a qualcosa che conosci già.

Può essere:

  • una persona che conosci con lo stesso nome;
  • un personaggio conosciuto;
  • il ruolo o la professione della persona;
  • una caratteristica che ti aiuta a distinguerla;
  • una parola o un’immagine che richiama quel nome.

Se hai appena conosciuto Marco dell’amministrazione, per esempio, puoi pensare semplicemente:

“Marco – amministrazione.”

Non serve costruire complicati giochi di memoria.

L’associazione funziona quando è semplice e immediata per te.

5. Se il nome è difficile, chiedi come si pronuncia

Un nome che non conosci può essere più difficile da memorizzare perché non sai bene come pronunciarlo.

Chiedi.

“Mi aiuta a pronunciarlo correttamente?”

Oppure:

“Potrebbe ripetermelo un po’ più lentamente?”

Se necessario, puoi anche chiedere come si scrive.

Mostrare interesse nel pronunciare correttamente il nome di qualcuno non è imbarazzante.

Al contrario, comunica rispetto per la sua identità.

Evita invece commenti come:

“È impossibile da pronunciare!”

oppure:

“Non riuscirò mai a ricordarlo.”

Non è il nome dell’altro a essere “troppo difficile”.

Sei semplicemente tu che hai bisogno di sentirlo ancora una volta.

6. Scrivilo

Se hai incontrato diverse persone insieme, affidarsi soltanto alla memoria può essere difficile.

Appena possibile, prenditi un minuto per annotare i nomi.

Puoi aggiungere una piccola informazione che ti aiuti a ricordare il contesto:

“Laura – marketing – incontrata alla riunione di martedì.”

oppure:

“Stefano – nuovo responsabile logistica.”

Non serve creare una scheda personale dettagliata.

Bastano due o tre elementi utili per ricostruire l’incontro.

E se hai dimenticato il nome?

Chiedilo di nuovo.

Semplice.

Molte persone fanno di tutto per evitarlo.

Aspettano che qualcun altro pronunci il nome.

Cercano disperatamente un indizio.

Oppure continuano tutta la conversazione sperando di cavarsela.

È molto più naturale dire:

“Mi scusi, mi è sfuggito il suo nome. Me lo ripete?”

Oppure:

“Abbiamo iniziato subito a parlare e ho perso il suo nome. Me lo ricorda?”

Meglio chiedere una seconda volta che continuare a fingere di ricordare.

Non servono lunghe spiegazioni né giustificazioni.

Chiedi, ascolta e questa volta presta davvero attenzione.

Ricordare il nome parte dall’interesse

Non esiste un trucco magico che ti permetta di ricordare automaticamente tutte le persone che incontri.

Le tecniche aiutano.

Ma prima delle tecniche viene una cosa molto più semplice:

decidere che il nome dell’altra persona merita la tua attenzione.

Perché quando qualcuno si accorge che ricordi il suo nome, difficilmente pensa:

“Che memoria eccezionale.”

Più probabilmente percepisce qualcosa di molto più importante:

“Si è ricordato di me.”

Un must di successo da applicare subito nel tuo nuovo posto di lavoro

nuovo posto di lavoro
Il giorno si sta avvicinando.
Tra poco inizierai un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma forse anche agitato, curioso, preoccupato.

Nei primi giorni avrai tante cose da capire: persone, ruoli, abitudini, procedure, regole scritte e non scritte.

E proprio perché avrai la testa piena di informazioni, c’è una piccola cosa che rischia di passare in secondo piano.

Imparare i nomi delle persone.

Può sembrare un dettaglio.

Non lo è.

Un must da applicare subito nel nuovo posto di lavoro?

Il mio cognome è Ferrarelli.

Ma negli anni mi hanno chiamato Ferrarelle, Peverelli, Ferareli.

Una volta mi hanno cercato dicendo:

“Non ricordo il nome… ma si chiama come quell’acqua famosa.”

Non mi scandalizzo.

Anch’io ho dimenticato, confuso e qualche volta storpiato il nome di qualcuno.

Per molto tempo ho pensato semplicemente:

“I nomi non sono il mio forte.”

Poi ho cambiato prospettiva.

Ho capito che imparare, ricordare e pronunciare correttamente il nome di una persona — soprattutto nel mio lavoro — non è soltanto una questione di educazione. È una questione di attenzione e professionalità.

Ricordare il nome di qualcuno significa comunicargli: ti ho visto, ti ho ascoltato, mi sono ricordato di te.

Ricordare il nome di una persona non è solo educazione

Nessuno si aspetta che alla fine del primo giorno tu conosca già il nome di tutti.

Ma vale la pena impararli il prima possibile.

Colleghi.
Collaboratori.
Clienti.
Fornitori.

Persone con cui avrai contatti frequenti.

Perché quando chiami qualcuno per nome, gli fai capire che non lo consideri semplicemente una funzione o un ruolo.

Non è “quello dell’amministrazione”.
Non è “la ragazza della reception”.
Non è “il nuovo collega”.

È una persona.

E il nome è una parte importante della sua identità.

Il nome è una piccola forma di riconoscimento

Quando utilizzi correttamente il nome di qualcuno, non stai facendo qualcosa di straordinario.

Stai facendo qualcosa di semplice.

Ma proprio per questo significativo.

In un nuovo ambiente di lavoro vuoi naturalmente costruire buoni rapporti.

Vuoi capire chi fa cosa.
Vuoi inserirti.
Iniziare a creare fiducia.

Ricordare i nomi è uno dei primi segnali concreti del fatto che stai prestando attenzione alle persone.

Perché allora facciamo così fatica?

1. Non gli diamo abbastanza importanza

A volte il motivo è molto semplice.

Non consideriamo il nome un’informazione importante.

Lo sentiamo durante una presentazione e, pochi secondi dopo, lo abbiamo già perso.

Non perché abbiamo necessariamente una cattiva memoria.

Semplicemente, non abbiamo deciso che valeva la pena ricordarlo.

2. Non stiamo davvero ascoltando

Qualcuno si presenta:

“Piacere, Andrea.”

Ma mentre lo dice tu stai già pensando:

“Adesso cosa rispondo?”
“Come mi presento?”
“Spero di fare una buona impressione.”

Il nome passa mentre la tua attenzione è da un’altra parte.

Quando incontri una persona nuova, prova per qualche secondo a concentrarti soltanto su di lei.

Ascolta il nome.
Guardala.
Ripetilo mentalmente.

La memoria comincia dall’attenzione.

3. Non abbiamo mai allenato questa capacità

Molti dicono:

“Io con i nomi sono negato.”

Forse.

Oppure semplicemente non hanno mai provato a sviluppare un metodo.

Ricordare i nomi diventa più facile quando inizi intenzionalmente a farlo.

Puoi ripetere il nome durante la conversazione, associarlo al ruolo della persona oppure annotarlo subito dopo l’incontro.

Sono piccoli accorgimenti che, con il tempo, diventano naturali.

Se vuoi approfondire proprio questo aspetto, puoi leggere anche “6 suggerimenti pratici per ricordare subito il nome delle persone”.

4. Siamo troppo concentrati su noi stessi

È particolarmente facile quando iniziamo un nuovo lavoro.

Siamo agitati.
Pensiamo a come appariremo.
A cosa diremo.
A cosa penseranno gli altri di noi.

In altre parole, siamo completamente concentrati su noi stessi.

E più siamo occupati a controllare la nostra performance, meno attenzione rimane per chi abbiamo davanti.

Prova a ribaltare per un momento la prospettiva.

Invece di chiederti:

“Che impressione sto facendo?”

prova a chiederti:

“Chi è questa persona che sto incontrando?”

Il nome sarà già più facile da ricordare.

A nessuno piace essere quello di cui nessuno ricorda il nome

Pensa a quando succede a te.

Una persona incontrata una sola volta ti saluta dopo qualche settimana utilizzando il tuo nome.

Probabilmente ti sorprende piacevolmente.

Non perché abbia compiuto un gesto eccezionale.

Ma perché ti comunica implicitamente:

“Mi sono ricordato di te.”

Ora pensa all’effetto contrario.

Hai incontrato quella persona diverse volte e continua a chiamarti con un altro nome.

Oppure non lo ricorda mai.

La sensazione cambia.

Per questo, quando inizi un nuovo lavoro, prova a darti un obiettivo molto semplice:

impara un nome alla volta.

Non devi conoscere tutti entro domani.
Devi soltanto cominciare a prestare attenzione.

Perché inserirsi bene in un nuovo ambiente non dipende soltanto da quello che sai fare.

Dipende anche da come fai sentire le persone mentre lavori con loro.

Un nome è una piccola informazione. Ricordarlo può essere un grande segnale di attenzione.

 

Discussione difficile con un collaboratore: 12 errori da evitare

discussione con un collaboratore
Nel mio secondo libro “Prima volta Leader” sottolineo come le conversazioni difficili siano una parte inevitabile della gestione di un team.

Un errore ripetuto.
Una prestazione insufficiente.
Un comportamento che crea problemi.
Una decisione che il collaboratore non accetterà volentieri.

Sono conversazioni che possono mettere a disagio entrambi.

Proprio per questo la tentazione è spesso quella di rimandarle, accorciarle il più possibile oppure affrontarle quando siamo già irritati.

Ed è qui che iniziano i problemi.

L’obiettivo non dovrebbe essere “vincere” la discussione con un collaboratore, ma affrontare il problema senza trasformare il collaboratore nel problema.

Una discussione difficile deve portare da qualche parte

Non sempre riuscirai a trovare una soluzione che soddisfi tutti.

A volte dovrai essere molto chiaro.
Altre volte dovrai ascoltare qualcosa che non ti aspettavi.

In ogni caso, una buona conversazione dovrebbe permettere almeno di:

  • chiarire il problema;
  • ascoltare le diverse posizioni;
  • definire ciò che deve cambiare;
  • stabilire che cosa succederà dopo.

Per riuscirci, ci sono 12 errori che vale la pena evitare.

1. Rimandare continuamente la discussione con un collaboratore

Speri che il problema si risolva da solo.

A volte succede.

Molto più spesso, però, il problema rimane e nel frattempo cresce anche il tuo fastidio.

Quando finalmente affronti la questione, non stai più parlando soltanto dell’ultimo episodio.

Ti porti dietro settimane di irritazione.

Rimandare troppo a lungo rende spesso più difficile una conversazione che era già scomoda.

Non significa intervenire impulsivamente.
Significa non utilizzare l’attesa come strategia permanente.

2. Affrontarla quando sei ancora arrabbiato

Se sei furioso, ferito o molto agitato, difficilmente riuscirai ad avere una conversazione lucida.

Il rischio è che il problema professionale diventi personale.

Alzi il tono.
Generalizzi.
Dici qualcosa che non avresti voluto dire.

Se puoi, prenditi il tempo necessario per ricostruire i fatti e capire quale risultato vuoi ottenere.

Prima di affrontare una conversazione difficile, chiediti se vuoi risolvere il problema o soltanto scaricare la tua rabbia.

Sono due cose molto diverse.

3. Avere fretta di chiudere

La discussione con un collaboratore ti mette a disagio.

Vorresti arrivare al punto, dire quello che devi dire e uscire il prima possibile.

Comprensibile.

Ma il tuo collaboratore potrebbe avere bisogno di capire, spiegare o fare domande.

Se trasmetti impazienza, rischi di comunicare che hai già deciso tutto e che quello che lui/lei dirà non cambierà nulla.

Non significa trascinare il colloquio all’infinito.
Significa lasciare il tempo necessario perché ci sia davvero una conversazione.

4. Attaccare la persona invece del comportamento

“Sei inaffidabile.”
“Sei sempre superficiale.”
“Sei un ritardatario.”

Frasi del genere non descrivono un problema.

Descrivono una persona.

E quando una persona si sente etichettata, la reazione naturale è difendersi.

Molto meglio concentrarsi su ciò che è osservabile:

“Nelle ultime tre consegne non abbiamo rispettato la scadenza concordata.”

oppure:

“Quando il cliente ti ha fatto quella domanda, hai risposto interrompendolo più volte.”

Parla del comportamento che deve cambiare, non dell’identità della persona.

È lo stesso principio che vale quando devi dare un feedback efficace a un collaboratore.

5. Arrivare con la sentenza già pronta

Hai visto qualcosa.
Hai sentito una versione.
Hai tratto una conclusione.

Ma sai davvero che cosa è successo?

Prima di accusare, verifica.

Può esserci un’informazione che non conosci.

Un problema organizzativo.
Una richiesta poco chiara.
Una responsabilità diversa da quella che avevi immaginato.

Questo non significa cercare giustificazioni a ogni costo.

Significa separare ciò che sai da ciò che stai supponendo.

I fatti aiutano la conversazione.
Le supposizioni la incendiano.

6. Dire qualcosa di discriminatorio o poco professionale

“Voi giovani siete tutti così.”
“Alla tua età dovresti essere più veloce.”
“Le donne reagiscono sempre in questo modo.”

Qui non siamo più nel campo del feedback.

Siamo entrati in quello dei pregiudizi.

Età, genere, origine, religione, orientamento sessuale o altre caratteristiche personali non devono diventare spiegazioni improvvisate di una prestazione o di un comportamento.

Rimani sul problema concreto.

È più professionale, più corretto e molto più utile.

7. Non ascoltare la risposta

Hai preparato quello che vuoi dire.

Bene.

Ma hai preparato anche la disponibilità ad ascoltare?

Una discussione con un collaboratore non è un monologo.

Se mentre il collaboratore parla stai soltanto preparando la tua prossima risposta, non stai realmente ascoltando.

Potresti perdere informazioni importanti.
Potresti scoprire che avevi capito male una parte della situazione.

Oppure potresti semplicemente permettere alla persona di sentirsi ascoltata senza per questo darle automaticamente ragione.

Ascoltare non significa rinunciare alla tua posizione. Significa capire meglio prima di decidere.

8. Ripetere sempre la stessa conversazione senza cambiare nulla

Ne avete già parlato.

Poi di nuovo.
E ancora.

Il problema però continua.

A questo punto non basta ripetere le stesse frasi con maggiore intensità.

Devi chiederti:

  • il problema è stato definito con chiarezza?
  • il collaboratore ha capito cosa deve cambiare?
  • sono state concordate azioni precise?
  • sono state chiarite le conseguenze se il comportamento continua?

Se una conversazione ritorna continuamente identica, forse non manca un’altra conversazione: manca una decisione.

9. Lasciare che la discussione degeneri

Accuse.
Interruzioni.
Vecchi rancori.
Battute sarcastiche.

“E allora tu quella volta…”

A quel punto non state più affrontando il problema iniziale.

State combattendo.

Il tuo ruolo è riportare la conversazione sul punto.

Puoi dire:

“Torniamo alla questione che dobbiamo risolvere oggi.”

Oppure:

“Capisco che ci siano altri aspetti, ma vorrei prima chiarire questo.”

Guidare una discussione con un collaboratore significa anche impedirle di diventare una resa dei conti.

10. Affrontare una questione delicata con una mail

Una mail può essere utile per comunicare informazioni.

Molto meno per gestire tensioni, critiche importanti o problemi relazionali.

Per iscritto perdi tono, reazioni immediate, domande e possibilità di correggere un’interpretazione.

Quando il tema è delicato, il confronto diretto permette di vedere come l’altra persona reagisce e di adattare la conversazione.

Non significa che qualsiasi questione debba essere affrontata fisicamente nella stessa stanza.

Una videochiamata può essere sufficiente.

Il principio rimane:

più il tema è delicato, meno conviene affidarlo soltanto alla comunicazione scritta.

11. Confondere fermezza ed empatia

Puoi essere chiaro senza essere freddo.

Puoi riconoscere che una persona è delusa, preoccupata o in difficoltà senza trasformare il colloquio in una seduta terapeutica.

“Capisco che questa cosa possa essere difficile da sentire.”

È una frase molto diversa da:

“Va bene, allora lasciamo perdere.”

L’empatia non cancella il problema.

Ti permette semplicemente di riconoscere la persona mentre affronti il problema.

Essere empatici non significa abbassare le aspettative.
Significa non dimenticare chi hai davanti.


Vuoi potenziare la tua assertività?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

12. Chiudere la porta e dimenticare tutto

La conversazione è finita.

Finalmente.

Ma il lavoro non è necessariamente concluso.

Se avete concordato un cambiamento, una scadenza o un’azione, dovrai verificare che ciò che avete deciso stia realmente accadendo.

Il follow-up può essere molto semplice:

“Come sta andando rispetto a quello che abbiamo concordato?”

Oppure:

“Ho visto un miglioramento su questo aspetto. Continuiamo così.”

Il punto non è controllare ossessivamente.

È dare continuità alla conversazione.

E quando il problema è risolto, chiudilo davvero.

Non continuare a utilizzare un vecchio errore come arma nelle discussioni future.

Una discussione difficile non deve diventare uno scontro

Non esiste una formula che renda piacevole qualsiasi confronto.

Ci saranno collaboratori che reagiranno male.
Altri che non saranno d’accordo.
Altri ancora che ti metteranno in difficoltà.

Ma puoi prepararti meglio.

Puoi arrivare con fatti anziché supposizioni.
Puoi essere diretto senza attaccare.
Puoi ascoltare senza perdere autorevolezza.

Mostrare empatia senza rinunciare alle aspettative.

E soprattutto puoi entrare nella conversazione sapendo che cosa vuoi chiarire e che cosa dovrebbe succedere dopo.

Una discussione difficile ben gestita non elimina necessariamente il problema in un colpo solo.

Ma può evitare di crearne altri.

Il successo di una conversazione difficile non si misura dal fatto che nessuno si sia irritato.
Si misura dalla chiarezza con cui, alla fine, entrambi sapete cosa succederà dopo.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice: basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.