Ti senti più competente e smart del tuo capo … e adesso?

capo incompetente

Foto di qimono

Mettiamola così.

Il capo ti assegna A, B e C.
Tu torni con A, B, C… più X, Y e Z.

Aspetti un cenno.
Un apprezzamento.
Magari un “bravo”.

Non arriva nulla.
Solo un rimbrotto su un dettaglio insignificante.

E ti senti incompreso.
Depotenziato.
Un’altra volta.

Dentro di te pensi:
“Se fossi io il responsabile…”

Un capo incapace? Può essere frustrante

Lavorare sotto qualcuno che ritieni meno competente è logorante.

Hai più competenze tecniche.
Sai definire meglio le priorità.
Conosci clienti,
operazioni,
personale.

Eppure, non sei tu al comando.

Probabilmente hai ragione.
Ma avere ragione non significa vedere l’intero quadro.

E allora?

Aspettare che passi?
Fare guerra fredda?
Sopportare (rischiando l’ulcera)?
Iniziare a cercare un nuovo lavoro e un nuovo capo?
Aprire la tua start-up?

Ne parlo nel mio libro “Autorevolezza”.
Ma prima serve un passaggio fondamentale.

Primo passo: cosa significa davvero “più intelligente”?

Prima di dichiarare al mondo che il tuo capo è incompetente, fermati.

  • La tua valutazione è basata su fatti solidi?
  • Hai davvero una visione più strategica?
  • Sai leggere meglio il Mercato?
  • Cogli più velocemente il nocciolo della questione?

Oppure hai visto un suo errore…
e hai concluso troppo in fretta?

Spietata onestà

Forse sei più competente in alcune aree.

Ma sei pronto a guidare un team?
Un intero reparto?

Sai:

  • stabilire priorità sotto pressione?
  • centrare i target?
  • gestire clienti difficili?
  • assumere, far crescere (e talvolta licenziare) persone?
  • reggere aspettative e insuccessi?

Il tuo capo può avere lacune tecniche.
Ma magari è forte nella gestione delle persone o nelle relazioni esterne.

Quindi:

Sai riconoscere ciò che sbaglia.
Ma riesci ad ammettere ciò che fa bene?

Capo incompetente? Evita errori strategici

Non dire in giro quanto sia incompetente.
Neppure ai colleghi “fidati”.
Niente ironie.
Niente battute davanti agli altri.

Se non sei d’accordo, parlane in privato.
Con rispetto.

E attenzione a “scavalcare” il capo andando dal numero uno, il titolare, il management:
può danneggiare più te che lui/lei.

Unica eccezione: questioni legali, etiche o di sicurezza.

Focus sul tuo lavoro

Evita di perdere la tua energia nel lamento e nell’auto commiserazione,
su come sia possibile che questa persona sia diventata capo.

Tirati fuori dalla lotta personale.
Concentrati sulle tue responsabilità.

Chiediti:

  • Qual è il mio scopo più grande qui?
  • Cosa posso imparare?
  • Quali opportunità di visibilità sto guadagnando?

Cerca di imparare quanto più puoi dall’esperienza.
Pensa alle opportunità di crescita e di visibilità.

Cerca di essere positivo,
non risentito.

Lavora con lui, non contro di lui

È facile concentrarsi su mancanze ed errori,
Più difficile è collaborare con intelligenza.
E strategia.

Anche il capo incompetente e non qualificato ha qualcosa da insegnare,
e da prendere come esempio.

Mostra rispetto.
Evita toni sarcastici o superiori.

Le cose diventano più semplici quando smetti di combattere
e inizi a capire come-muoverti.

Focus sul tuo avanzamento, non sul suo fallimento

Uno dei punti più importanti.

Non investire energie nel dimostrare quanto non sia all’altezza.
Investile nel dimostrare che tu lo sei.

Non prenderla sul personale.
Lascia scivolare ciò che non puoi controllare.

Quando è il momento di andarsene

Se lavorare con questa persona ti consuma.
Se non la rispetti e non riesci a collaborare.

Allora sì, forse è tempo di guardarti intorno.

Qualcun altro apprezzerà i tuoi talenti.
Qualcun altro sta cercando proprio te.

Per approfondire leggi il mio post
Cambiare lavoro? 9 segnali che è il momento giusto”

Una verità scomoda

“Sono più intelligente del mio capo”
sono solo parole.

Essere più intelligente non significa essere più efficace.

Per eccellere servono:

  • competenze solide
  • relazioni forti
  • intelligenza emotiva

Quando la relazione con il capo diventa fonte di stress costante, serve lucidità.

Con il mio percorso “Gestire il rapporto difficile con il tuo capo” impari a comunicare con più calma e autorevolezza, senza compromettere il tuo benessere.

Il vero salto di qualità non avviene quando dimostri che il tuo capo è incompetente.

Avviene quando impari a diventare più strategico di lui.

Come dire No sul lavoro senza offendere e farsi rispettare

dire no sul lavoro

Foto di geralt

Hai difficoltà a dire no sul lavoro?

Accetti richieste anche quando non avresti tempo?

Dici sì per non sembrare poco disponibile, poco collaborativo o poco gentile?

E poi magari ti ritrovi con troppo lavoro, irritato con gli altri e soprattutto con te stesso.

“No” è una parola piccola, ma non sempre facile da pronunciare.

Nel mio libro “Prima volta Leader” racconto anche la vicenda di Adelaide e della sua difficoltà a dire no.

Perché rifiutare una richiesta può sembrare rischioso.

Temiamo di deludere.

Di compromettere un rapporto.
Di apparire egoisti.
Di perdere un’occasione.

Così diciamo sì.

Sì a un altro incarico.
Sì a una nuova responsabilità.
Sì a quella richiesta che arriva proprio quando siamo già al limite.

Dire no sul lavoro? Mica facile

Dire no può creare disappunto.

Questo va accettato.

L’obiettivo non è trovare una formula magica che faccia felici tutti.

È riuscire a mettere un limite senza essere inutilmente aggressivi, vaghi o colpevoli.

Dire no con rispetto non significa rifiutare la persona.
Significa rifiutare una richiesta che, in quel momento, non puoi o non vuoi accettare.

Hai priorità, responsabilità e limiti come chiunque altro.

Riconoscerli non significa essere poco collaborativo.

A volte significa semplicemente essere realistico.

Se invece ti capita spesso di dire sì per evitare di deludere gli altri, può esserti utile anche “Ti senti un capo troppo buono? Occhio alla leadership”.

Vediamo allora 9 modi per dire no, scegliendo quello più adatto alla situazione.

1. “Non posso impegnarmi anche in questo: in questo momento ho altre priorità”

Hai già troppo lavoro.

Una nuova richiesta rischia di compromettere ciò che hai in corso.

Dillo.

Non serve costruire una lunga giustificazione.

Puoi spiegare brevemente quali sono le tue priorità, soprattutto se chi ti sta facendo la richiesta deve conoscerle.

Se a chiedertelo è il tuo capo, però, c’è una differenza importante.

Piuttosto che limitarti a dire “non posso”, puoi chiedere:

“In questo momento sto lavorando su A e B. Quale vuoi che metta in secondo piano per dare priorità a questo?”

Così non stai rifiutando una responsabilità: stai rendendo visibile un problema di priorità.

2. “Adesso non riesco. Possiamo riparlarne alle…?”

Non tutti i no sono definitivi.

A volte il problema è semplicemente il momento.

Se qualcuno ti interrompe mentre stai lavorando su qualcosa di urgente, puoi dire:

“Adesso non riesco a seguirti come vorrei. Possiamo parlarne alle 15?”

Stai mettendo un limite senza liquidare la persona.

La cosa importante è essere concreto.

Se proponi un altro momento, indica quando.

Altrimenti il tuo “ne riparliamo” rischia di suonare come un modo elegante per liberarti dell’interlocutore.

3. “Mi piacerebbe, ma questa volta non riesco”

È una formula semplice quando la proposta ti interessa davvero, ma non puoi accettarla.

“Mi piacerebbe partecipare, ma quella settimana ho già altri impegni.”

“È un progetto interessante, ma in questo momento non riuscirei a seguirlo come merita.”

Funziona se il “mi piacerebbe” è sincero.

Se non lo è, meglio evitare.

Un no gentile non ha bisogno di complimenti inventati.

4. “Vorrei pensarci. Ti do una risposta entro domani”

Non devi rispondere immediatamente a ogni richiesta.

Soprattutto quando sei preso alla sprovvista.

Prenderti del tempo può essere molto utile per capire:

  • quanto impegno richiede;
  • cosa dovresti mettere da parte;
  • se vuoi davvero accettare;
  • quali potrebbero essere le conseguenze del tuo sì.

L’importante è non utilizzare “ci penso” per rimandare all’infinito.

Dai una scadenza:

“Ci penso e domani mattina ti faccio sapere.”

E poi rispondi davvero.

5. “Non è quello che sto cercando”

Non tutte le proposte che ricevi sono sbagliate.

Semplicemente possono non essere adatte a te.

Un progetto.
Una collaborazione.
Un’offerta.
Un incarico.

Puoi riconoscerne il valore senza essere costretto ad accettarlo:

“Ti ringrazio per la proposta, ma in questo momento non è quello che sto cercando.”

È più chiaro che lasciare aperta una possibilità che, in realtà, hai già deciso di non considerare.

Un no chiaro è spesso più rispettoso di un forse che non diventerà mai sì.

6. “Non sono la persona giusta. Prova a sentire…”

Qualcuno ti chiede aiuto su una questione che non è di tua competenza.

Puoi dire sì per gentilezza e poi arrangiarti.

Oppure essere trasparente.

“Non sono la persona più adatta per aiutarti su questo. Proverei a sentire Marta dell’amministrazione.”

Se puoi indicare un’alternativa concreta, ancora meglio.

In questo modo non stai semplicemente chiudendo una porta: stai aiutando la persona a trovarne un’altra.

7. “Apprezzo che tu abbia pensato a me, ma non posso accettare”

È particolarmente utile quando ricevi una proposta che riconosci come positiva ma che non puoi prendere.

Una collaborazione.
Un nuovo progetto.
Un invito professionale.

Una responsabilità che ti viene offerta proprio perché qualcuno si fida di te.

Puoi riconoscere questo aspetto senza sentirti obbligato ad accettare.

“Ti ringrazio per aver pensato a me. In questo periodo però non riuscirei a dedicare al progetto il tempo necessario.”

Ringraziare non indebolisce il no.

Puoi essere riconoscente e rifiutare nello stesso momento.

8. “No, non posso”

A volte basta questo.

Non sempre hai bisogno di una formula sofisticata.

“No, questa volta non riesco.”
“No, non posso prendermi anche questo impegno.”
“Mi spiace, ma non sono disponibile.”

Punto.

Non sei obbligato a produrre una memoria difensiva di tre pagine per giustificare ogni rifiuto.

Naturalmente dipende dalla situazione e dalla persona che hai davanti.

Ma spiegare non significa giustificarsi all’infinito.

E soprattutto evita spiegazioni che lasciano intendere il contrario di ciò che vuoi dire.

Se la risposta è no, non trasformarla involontariamente in:

“Insisti ancora un po’ e forse cedo.”

9. “Ti ho già risposto. La mia decisione non cambia”

Poi ci sono le persone che non accettano il primo no.

Insistono.
Riformulano la richiesta.
Tornano sull’argomento.
Provano nuovamente.

A quel punto non è necessario inventare una nuova spiegazione ogni volta per dire no sul lavoro.

Puoi semplicemente ripetere con calma:

“Capisco che per te sia importante, ma la mia risposta rimane no.”

Oppure:

“Ne abbiamo già parlato. Non posso accettare.”

Essere fermi non significa diventare aggressivi.

Non alzare il tono.
Non aggiungere nuove giustificazioni.
Non entrare ogni volta in una nuova negoziazione se non c’è nulla da negoziare.

Quando il tuo no è chiaro, non devi renderlo più duro.
Devi soltanto evitare di ritirarlo per stanchezza.

Dire no sul lavoro non significa essere poco collaborativi

Imparare a dire no sul lavoro non significa cominciare a respingere qualsiasi richiesta.

Al lavoro serve disponibilità.
Serve flessibilità.

A volte serve anche fare qualcosa in più di quanto avevamo programmato.

Ma collaborazione e disponibilità non significano dire sempre sì.

Un sì dato controvoglia, quando sei già sovraccarico o quando sai che non riuscirai a rispettare l’impegno, può creare più problemi di un no detto con chiarezza.

Prima di rispondere a una richiesta, prova allora a chiederti:

  • Posso realmente farlo?
  • Voglio assumermi questo impegno?
  • Che cosa dovrò sacrificare per dire sì?
  • Sto accettando perché è la scelta giusta o soltanto perché temo la reazione dell’altro?

A volte la risposta sarà sì.
Altre volte sarà no.

La vera capacità sta nel saper scegliere e assumersi la responsabilità della propria risposta.

Farsi rispettare non significa dire più no.
Significa riuscire a dire sì quando vuoi dire sì e no quando è necessario dire no.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il breve percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

5 situazioni difficoltose che tutti incontriamo nel nuovo lavoro

nuovo lavoro
Dopo tanta attesa, è arrivato il momento.

Inizi un nuovo lavoro.

Sei contento, naturalmente. Ma insieme all’entusiasmo possono arrivare anche agitazione, dubbi e una certa pressione.

Vuoi partire bene.
Vuoi dimostrare di essere all’altezza.
Vuoi fare una buona prima impressione.

Ed è proprio qui che rischi di complicarti la vita: pretendere troppo da te stesso quando ancora non conosci persone, regole e dinamiche del nuovo ambiente.

Nuovo lavoro? All’inizio è normale sentirsi un po’ fuori posto

Come saranno i colleghi?

E il capo?

Che ambiente troverai?

Quanto tempo impiegherai a capire come funzionano davvero le cose?

Nei primi giorni dovrai raccogliere moltissime informazioni mentre, contemporaneamente, cercherai di capire quale spazio occupare.

Non puoi sapere tutto subito.

Puoi però osservare, fare domande e iniziare a leggere il contesto.

Ecco 5 situazioni che possono metterti particolarmente in difficoltà quando inizi un nuovo lavoro.

1. Non capire subito di cosa stanno parlando

Sei seduto a una delle prime riunioni.

Partono sigle, nomi, procedure, riferimenti a progetti precedenti.

Gli altri sembrano capire tutto.
Tu molto meno.

La tentazione?

Annuire.
Fare una faccia intelligente.

E sperare che nessuno ti faccia una domanda.

È comprensibile, ma non molto utile.

Essere nuovo significa anche non conoscere ancora il linguaggio interno dell’organizzazione.

Se qualcosa è importante, chiedi.

“Scusate, questo acronimo è nuovo per me: cosa significa?”

Oppure:

“Mi manca un passaggio. Potete aiutarmi a capire meglio questo punto?”

Non capire qualcosa perché sei appena arrivato non è incompetenza.
Fingere continuamente di aver capito può diventare un problema.

2. Non comprendere subito la cultura aziendale

Ogni organizzazione ha un proprio modo di funzionare.

Ci sono le procedure ufficiali.

E poi ci sono abitudini, equilibri e regole non scritte.

Chi prende davvero le decisioni?
Quanto conta la gerarchia?
Quanto è normale dissentire?
Come si comunica?

Si lavora soprattutto in autonomia oppure ci si confronta continuamente?

Nei primi giorni osservare può essere più utile che cercare immediatamente di lasciare il segno.

Guarda come interagiscono le persone.
Ascolta il linguaggio che utilizzano.

Nota cosa viene apprezzato e cosa crea tensione.

Non significa adattarti a qualsiasi cosa.

Significa prima capire il contesto in cui ti trovi e poi decidere come muoverti.

3. Dire “No”

Quando sei nuovo, vuoi mostrarti disponibile.

Così parti con:

“Certo.”
“Nessun problema.”
“Ci penso io.”
“Volentieri.”

Finché un giorno ti accorgi di aver accettato più di quanto riesci realmente a gestire.

Essere collaborativi è importante.

Essere disponibili a tutto non è la stessa cosa.

Puoi dire:

“Posso occuparmene, ma in questo momento sto lavorando su X. Quale preferisci che consideri prioritario?”

Oppure:

“Oggi non riesco a farlo bene. Posso prenderlo domani mattina.”

Mettere un limite non significa cominciare male.

Significa imparare a gestire con chiarezza tempo e responsabilità.

Dire sempre sì per fare una buona impressione può diventare il modo più rapido per promettere più di quanto riuscirai a mantenere.

4. Chiedere aiuto

All’inizio può essere difficile.

Vuoi dimostrare che la scelta di assumerti è stata quella giusta.

E così pensi che fare domande possa farti sembrare impreparato.

Ma c’è una differenza enorme tra chiedere aiuto continuamente senza provare e chiedere un chiarimento quando ti manca un’informazione necessaria.

Prima prova a capire.

Controlla ciò che hai a disposizione.

Poi, se serve, chiedi.

“Ho verificato questo e questo, ma mi manca ancora un passaggio. Mi aiuti a capire?”

Una domanda ben posta non comunica necessariamente incompetenza.

Può comunicare attenzione.

5. Farti valere senza voler dimostrare troppo

Qui l’equilibrio diventa più sottile.

Non vuoi essere quello che non parla mai.

Ma neppure quello che, dopo tre giorni, ha già capito tutto e vuole spiegare agli altri come dovrebbero lavorare.

Hai competenze ed esperienza.
Portale.
Esprimi le tue idee.

Difendi una posizione quando ritieni di avere buone ragioni.

Ma mantieni anche abbastanza curiosità da chiederti se nel nuovo contesto c’è qualcosa che ancora non stai vedendo.

Puoi essere sicuro senza essere presuntuoso.
Puoi ascoltare senza essere remissivo.
Puoi accettare un consiglio senza sentirti svalutato.

Se tendi invece a rimanere troppo in disparte, può esserti utile anche “Come affermare se stessi in 13 passi”.

Farsi valere non significa dimostrare subito quanto sai.
Significa riuscire, poco alla volta, a far vedere come lavori.


Vuoi potenziare la tua assertività nel nuovo lavoro?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Nel nuovo lavoro non devi dimostrare tutto nei primi giorni

Questa forse è la più grande difficoltà.

Arrivi e senti di essere sotto osservazione.

In parte è vero.

Le persone si stanno facendo un’idea di te.
Ma anche tu ti stai facendo un’idea di loro.

Non è un esame che si conclude alla fine della prima giornata.

Hai bisogno di tempo per:

  • capire le persone;
  • imparare come funziona il lavoro;
  • conoscere ciò che ancora non sai;
  • trovare il tuo modo di contribuire.

La prima impressione conta.

Ma quello che farai con continuità nelle settimane successive conterà molto di più.

Non devi dimostrare immediatamente di avere tutte le risposte.

Devi cominciare a costruire credibilità.

Un comportamento alla volta.
Una relazione alla volta.
Una buona decisione alla volta.

Nel nuovo lavoro non serve entrare facendo rumore.
Serve cominciare a lasciare buone impressioni.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

Impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione.

Ansia da riunione? Cosa fare quando non hai niente di produttivo da dire

ansia da riunione

Foto di shanon

Un’altra riunione sta per iniziare.

E tu cominci già a chiederti:

“Che cosa dirò?”

“Avrò qualcosa di intelligente da aggiungere?”

“E se gli altri parlano e io rimango zitto?”

Per alcune persone le riunioni sono un ambiente naturale.

Intervengono facilmente, prendono la parola, commentano, fanno domande.

Per altre sono molto più faticose.

Soprattutto quando si parte dall’idea che per essere considerati preparati bisogna necessariamente dire qualcosa di brillante.

Ma partecipare bene a una riunione non significa parlare molto.

E nemmeno avere sempre l’intuizione che lascia tutti a bocca aperta.

Aggiungere valore a una riunione non significa necessariamente aggiungere parole.

Ansia da riunione: devo proprio avere qualcosa da dire?

Una delle sensazioni più scomode è sedersi attorno a un tavolo pensando di non avere nulla di interessante da aggiungere.

Gli altri intervengono.
Qualcuno sembra particolarmente sicuro.
Un altro domina la conversazione.

E tu aspetti il tuo momento mentre, invece di seguire quello che viene detto, inizi a pensare a quello che dovresti dire.

È proprio qui che l’ansia da riunione può giocarti un brutto scherzo.

Smetti di ascoltare la riunione e cominci ad ascoltare te stesso.

“Devo intervenire.”

“Sono troppo silenzioso.”

“Tra poco penseranno che non ho niente da dire.”

Il risultato?

Rischi di parlare soltanto perché senti di doverlo fare.

Ci sono alternative molto più utili.

1. Preparati prima della riunione

Se hai un ordine del giorno, leggilo.

Sembra scontato, ma è il modo più semplice per arrivare con qualche punto di riferimento.

Chiediti:

  • quali argomenti mi riguardano direttamente?
  • su quali posso portare un’informazione utile?
  • c’è qualcosa che non mi è chiaro?
  • quale domanda potrebbe essere importante fare?

Non devi preparare un discorso.

Ti bastano due o tre punti.

La preparazione non serve ad avere qualcosa da recitare. Serve a non arrivare completamente in balia del momento.

Evita quindi di imparare un intervento a memoria.

Se la discussione prende una direzione diversa, rischieresti soltanto di diventare ancora più rigido.

2. Ricordati che il focus non è sulla tua performance

Quando sei in ansia da riunione, hai facilmente la sensazione che tutti stiano osservando proprio te.

Quanto parli.
Come parli.
Se sembri sicuro.

Se hai detto qualcosa di abbastanza intelligente.

In realtà, durante una riunione le persone sono concentrate soprattutto sul contenuto, sui propri interessi e, spesso, anche sulla propria performance.

Questo non significa che nessuno ti osservi.

Significa semplicemente che probabilmente non sei sotto esame quanto immagini.

E soprattutto non è necessario produrre un’idea eccezionale ogni volta che prendi la parola.

Un intervento breve, pertinente e chiaro può essere molto più utile di un lungo discorso fatto soltanto per farsi notare.

In riunione non devi dimostrare continuamente quanto vali.
Devi contribuire quando hai qualcosa che può essere utile.

3. Fai una buona domanda

Non hai una soluzione da proporre?
Puoi avere una buona domanda.

E una buona domanda può spostare la discussione molto più di un’opinione aggiunta tanto per parlare.

Per esempio:

“Qual è la priorità tra queste due alternative?”

“Su quali dati stiamo basando questa decisione?”

“Che cosa succede se questa ipotesi non si verifica?”

Oppure semplicemente:

“Questo passaggio non mi è chiaro. Possiamo tornarci un momento?”

Fare una domanda non significa dimostrare di non sapere.

Può significare che stai cercando di capire prima di arrivare a una conclusione.

4. Chiedi le informazioni che mancano

A volte non hai niente da dire perché, molto semplicemente, non hai ancora abbastanza elementi.

Non inventare un’opinione.
Chiedi ciò che ti serve.

“Abbiamo già i risultati dell’ultimo trimestre?”

“Sappiamo che cosa ne pensa il cliente?”

“Qual è il vincolo principale su questo progetto?”

In questo modo non stai riempiendo uno spazio vuoto.

Stai aiutando il gruppo a capire se possiede davvero le informazioni necessarie per decidere.

E quando qualcuno risponde, ascoltalo.

Non utilizzare la domanda soltanto come trampolino per poter finalmente parlare tu.

La riunione non è una gara a chi occupa più spazio.

5. Se non hai qualcosa di significativo da aggiungere, puoi anche tacere

Hai ascoltato.
Hai capito.

Non hai domande.
Non hai un’informazione nuova.
Non sei in disaccordo.

Non devi necessariamente trovare qualcosa da dire.

Il silenzio non è automaticamente mancanza di partecipazione.

Può essere semplicemente il segnale che non hai bisogno di aggiungere rumore a una discussione che sta già funzionando.

Se ti accorgi che vuoi intervenire soltanto per paura di sembrare poco preparato, fermati un momento.

Chiediti:

“Quello che sto per dire aiuta davvero la discussione?”

Se la risposta è no, puoi tranquillamente lasciare spazio agli altri.

È lo stesso principio che trovi anche in “15 momenti in cui tacere è molto meglio che parlare”.

Non parlare può essere una scelta comunicativa.
Essere paralizzati dalla paura, invece, è un’altra cosa.

Ansia da riunione? Parlare di più non significa comunicare meglio

Quando siamo insicuri, possiamo cadere anche nell’errore opposto.

Cerchiamo di sembrare più autorevoli utilizzando parole complesse, premesse infinite, formule elaborate.

E il nostro intervento diventa meno chiaro.

Molto meglio una frase semplice:

  • “Non sono d’accordo per questo motivo.”
  • “Mi manca un’informazione.”
  • “Su questo punto non ho ancora un’opinione.”
  • “Credo che dovremmo tornare all’obiettivo iniziale.”

La chiarezza comunica molta più sicurezza della complicazione.


Vuoi potenziare la tua assertività nei meeting?

Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Non devi lasciare il segno a ogni riunione

Non tutte le riunioni richiedono il tuo intervento.

In alcune avrai molto da portare.
In altre ascolterai più di quanto parlerai.
In altre ancora farai una sola domanda, ma sarà quella giusta.

Il problema nasce quando trasformi ogni incontro in una verifica del tuo valore professionale.

A quel punto non stai più seguendo la riunione.

Stai controllando continuamente te stesso.

Prova invece a spostare la domanda.

Ma:

“Che cosa serve, in questo momento, alla discussione?”

Potrebbe servire una tua idea.

Una domanda.
Un chiarimento.

Oppure niente.

Essere presenti in una riunione non significa sentirsi obbligati a parlare. Significa capire quando il proprio intervento può essere davvero utile.

Scopri il percorso di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e rendi ogni tuo intervento chiaro, incisivo e memorabile.

14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 3

carrieraLeggi anche la parte 2.

11. Anziché rinunciare – a volte – basta solo rimandare

“Se vuoi far ridere Dio,
raccontagli i tuoi progetti”

Woody Allen

Spesso,
per “fare” carriera, trovare il lavoro dei nostri sogni, arrivare al nostro obiettivo siamo costretti ad allungare la via.

Ognuno di noi prende traiettorie professionali differenti.
C’è chi va dritto come un treno, una freccia,
senza esitazione e tentennamenti,
chi invece imbocca percorsi tortuosi (fatti di sali-scendi, fallimenti e rinascite).

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Non c’è un modo giusto e uno sbagliato.
Ognuno arriva con il suo “passo” (io sono quello del cammino sinuoso).
Se hai sbagliato,
se hai fallito,
prova ancora.

Prenditi una pausa, ricarica le pile e continua.
Riprova ancora!

Più provi a fare qualcosa,
prima arriverai “a farlo bene”.
Gli errori sono (davvero) i gradini per il successo.

Non essere paralizzato dai tuoi fallimenti.
La vita è imprevedibile.

12. Meno social – più relazioni reali

Il successo professionale,
deriva dai rapporti con persone che conosci personalmente,
non da estranei che si “piacciono” online.

Le tecnologie digitali hanno modificato le nostre modalità relazionali e indebolito le nostre risorse psicologiche.

Passiamo più tempo nel mondo virtuale piuttosto che nel qui-e-ora della nostra vita reale.

Del resto,
coltivare relazioni reali richiede tempo, costanza ed energie,
condivisione di ideali, pensieri e valori,
qualcosa che va aldilà dei “like” di Facebook.

A molti miei clienti suona strano che non sia presente sui social network,
strillando incredibili opportunità e sconti promozionali.

È una scelta voluta.
Credo che per la natura stessa del mio lavoro, sia importante preservare la qualità,
dando modo alle persone di confrontarsi come me unicamente sul mio sito web.

È anche una questione di riservatezza: sono convinto che concentrarmi sui risultati dei miei clienti sia molto più prezioso, per tutti,
rispetto al gioco del “dico/non dico” che spesso avviene sui social.

13. Il talento da solo non basta

“Faccio una cosa molto bene, ma il talento non basta.
È il primo insegnamento che mi ha trasmesso il coach.
Puoi aver talento, ma se non lavori duramente non diventi un campione.”

Usain Bolt

Il talento non è tutto.
Non è solo questione d’intelligenza, di bell’aspetto o di QI.

Il talento non è sufficiente,
occorrono duro lavoro e tenacia.
Grinta.

Tra una persona talentuosa senza tenacia e un’altra tenace,
ma senza talento,
probabilmente sarà quest’ultima a ottenere i risultati migliori.
A fare una grande carriera.

Se anche tu (come me) il talento lo ammiri in TV o al cinema,
ricorda che ci sono tante qualità (che non richiedono né talento né fortuna) che puoi mettere lo stesso in campo.

La prossima volta che desideri far prendere vita ai tuoi sogni, avere successo,
ricorda a te stesso che hai già tutto quello che ti serve.
 


 

14. Le competenze non bastano, per fare carriera .. serve altro!

Quanto tempo c’è voluto?

Penso poco …
per capire che tutti i libri che hai letto,
i diplomi e la laurea che (faticosamente) hai ottenuto, i corsi che hai frequentato,
la capacità lavorativa che hai non sono le uniche chiavi per aprirti le porte del successo.
E fare carriera.

L’attitudine, il giusto approccio con le persone,
la gestione dei collaboratori, le relazioni professionali,
il saper reggere l’attesa e la pressione,
saper gestire l’ansia, lo stress, l’insuccesso,
difficilmente si sviluppano “sui banchi di scuola”, seguendo un video tutorial o leggendo un libro (pur validi che siano).

Leggi la parte 2.
Leggi la parte 1.

“Fare” carriera oggi è anche una questione di resistenza

Il Mondo del Lavoro di oggi non è mai stato così difficile, complesso e competitivo.
Non è più solo una questione di conoscenze, capacità e abilità.
È una questione di resistenza.
Di forza mentale.
Di autostima.

È qui che devi concentrare i tuoi sforzi.

Il mio proposito di coach è allenare i tuoi “muscoli caratteriali”,
per darti più fiducia e intraprendenza,
accompagnarti al lavoro più carico e fiducioso che mai.

Non pensi sia arrivato il momento di lavorare su te stesso?

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo

14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 2

carrieraLeggi anche la parte 1.

5. Se vuoi fare carriera ..non aspettare di essere “veramente pronto”

La decisione di iniziare, è il passo più importante che tu possa fare.

La verità è che non sarai mai (davvero) pronto!
Muoviti ora o potresti non partire mai.

Per iniziare,
non devi aspettare di essere preparato,
di essere perfetto o di sapere tutto.

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Hai scelto il tuo obiettivo, hai raccolto tutte le informazioni necessarie,
valutato i rischi e individuato le azioni da fare.
Hai capito che, potresti leggere e informarti per giorni o per anni,
ma non saprai mai tutto quello che c’è da sapere.

A un certo punto dovrai fermarti,
respirare e… buttarti!

All’inizio non ti sentirai mai completamente pronto perché stai andando oltre la tua abituale zona di comfort,
stai prendendo una strada stimolante e affascinante ma anche ignota e (forse) piena d’insidie.

Allora… quando lo farai?
Dopo un’altra lunga e meditata riflessione?
Dopo averci dormito sopra un’altra notte?
Aspettando il segnale dal cielo o un sogno?
Oppure semplicemente aspettando un altro “domani”?

6. La risposta alle domande che non hai mai fatto, sarà sempre NO

Non farai la carriera che meriti perché non sai chiedere.

Perché hai troppa paura del rifiuto,
o sei imbarazzato perché sembra che non tu non sia in grado di affrontare le situazioni da solo,
perché non ti senti abbastanza intelligente, forte e competente.

Se desideri un nuovo lavoro, un aumento, un supporto,
una promozione,
dichiaralo.

Se vuoi fare un salto di responsabilità,
chiedilo.

Se non lo fai tu,
qualcun altro lo farà al posto tuo.
Stanne certo.

Non aspettare che qualcun altro esprima i tuoi bisogni per te.
I tuoi desideri sono di tua responsabilità.
La tua carriera è di tua responsabilità.

 


 

7. Sei il solo responsabile della tua carriera

Che ti piaccia o no…
stai vivendo la carriera che hai creato.

Non sei vittima delle circostanze.
Smettila di incolpare per i tuoi problemi e fallimenti (grandi o piccoli che siano, poco importa)
le persone che ti circondano.

Non nasconderti dietro le “situazioni fuori controllo” per giustificare le tue scelte,
decisioni, comportamenti e azioni.
Le circostanze in cui vivi oggi sono le tue.

Il tuo futuro è una scelta.
Sei tu l’unico responsabile di te stesso.

Questo cambiamento di mentalità non è facile,
ma può aiutarti a prendere il controllo sul lavoro,
a sviluppare relazioni più forti e positive,
migliorare la tua produttività e la tua soddisfazione personale.

Leggi il mio post “10 cose che le persone di successo non fanno”

8. Spesso “buono” è meglio che “perfetto”

Il mondo del Lavoro di oggi è così complesso e si muove molto velocemente.
Come puoi pensare di raggiungere la perfezione in tempi così stretti?

Come puoi credere di finire un lavoro,
un progetto in poco tempo senza mettere in conto imprecisioni, approssimazioni o ritocchi?

Se il tuo capo o i clienti (sempre più impazienti) aspettano un tuo feedback o di vedere un qualche progresso, forse…
non è il momento di ossessionarti con i dettagli,
arrivare alla riunione a mani vuote,
rimandare (continuamente) l’appuntamento fino a quando tutto sarà “perfetto”.

Accontentarsi di “abbastanza buono” potrebbe sembrarti un approccio apatico e approssimativo,
ma ci sono momenti in cui è completamente giustificato e accettare le cose così-come-sono diventa la scelta più efficiente ed efficace.

Spesso,
“buono” è meglio che “perfetto”,
ma a volte anche “fatto” è meglio che “buono”.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

9. Il fallimento di carriera più amaro è ..non averci provato

Se tu fallissi potresti essere deluso,
ma sarai dannato se non provi.

Beverly Sills

Hai un’idea … ma cominci a ritardare, aspettare, pensare,
perfezionare e modificare, fino a quando ti rendi conto che…
qualcun altro è già partito e ti ha superato da un pezzo.

Se pensi di avere una buona idea, entra nel Mercato del Lavoro il più rapidamente possibile,
usando meno soldi possibili e vedi cosa succede.

Se rinunci quando fallisci,
non imparerai mai nulla.

Guarda invece il fallimento come un’opportunità,
come l’inizio di un nuovo viaggio.
Se lo fai,
avrai molta più probabilità di provare di nuovo e di avere successo in qualcos’altro.

Ma se non provi, non lo saprai mai.

Demordere a prescindere.
Rinunciare per paura di fallire…
ecco il fallimento più amaro!

10. Puoi andare molto più lontano se sei “leggero”

“Che cosa pensano davvero di me i miei colleghi?”
“E se non piaccio al mio nuovo capo?”
“Avrei dovuto indossare altro per il mio primo giorno da team leder?”
“E se tutto il mio team si mette contro di me?”

In apparenza sei una persona sicura di te ma in realtà non fai altro che chiederti cosa pensano i colleghi, i collaboratori e gli amici?
Ti senti continuamente sotto esame?
Cambi la tua personalità e i tuoi modi di fare a seconda della persona che hai di fronte?

Un conto è avere a cuore il parere degli altri,
un altro è essere ossessionato da questi ragionamenti,
preoccuparsi solo di ciò che pensano gli altri, trattenersi dal dire ciò che pensi,
decidere di fare o non fare qualcosa per paura di quello che le persone penseranno o diranno.

Così ti carichi sulle spalle fardelli emotivi molto pesanti,
anneghi nell’ansia da prestazione, affondi in apprensioni da performance,
e il tuo sogno di carriera diventa logorante e sfibrante.
Pesante.

“Alleggerisciti”.
Senza questi carichi sulle spalle andrai molto più lontano!
Non scoprirlo troppo tardi!

Continua a leggere la parte 3.

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14 lezioni sulla carriera da imparare prima che sia troppo tardi (leggi adesso) – 1

carriera

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Studia tanto, ottieni buoni voti,
trova un buon impiego,
lavora sodo e vedrai che …
il mondo non saprà resisterti,
un tappeto rosso si srotolerà estasiato ai tuoi piedi!

Questo è ciò che ci è stato insegnato.
Questo è ciò che crediamo.
Quello che abbiamo interiorizzato.

Dopo aver studiato tanto .. l’amara realtà

Molti di noi (probabilmente) stanno capendo che non è proprio così che funzionano le cose.

Puoi laurearti a pieni voti nelle migliori università e ritrovarti ancora impreparato al Mondo del Lavoro.
Appena ci fai capolino,
ti arriva una randellata tra capo-e-collo che ti lascia frastornato.
Disorientato.

Che fregatura!
Pensavi di esser pronto, di avere tutte le risposte e invece …
eccoti ancora al punto di partenza.

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Compilando il modulo riceverai news e aggiornamenti sulla formazione e il coaching.

Tutti facciamo (o abbiamo fatto) errori lungo la nostra strada professionale,
da alcuni abbiamo imparato tanto,
da altri poco-o-niente (e infatti continuiamo a ripeterli).

14 lezioni sulla carriera da fare tue, subito

Ma se sei perspicace,
impara quanto più possibile dagli errori degli altri e ti risparmierai qualche cicatrice dolorosa.

Ecco 14 importanti lezioni sulla carriera (che non sono insegnate nelle aule universitarie)
e che possono fare una grande differenza nel tuo percorso professionale e nella tua carriera.

Le devi fare tue,
prima che sia troppo tardi.
A scanso di equivoci fallo subito,
leggile adesso!

1. Prima di voler gestire gli altri, impara a gestire te stesso

Non essere così preoccupato di “cosa fanno gli altri”.
Non concentrarti solo-e-sempre su colleghi, collaboratori o il capo/a.
La volontà di correggere gli altri ti “rende cieco” su te stesso.

È più facile criticare gli altri, che lavorare su te stesso.
Se c’è un problema, il problema non sono gli altri …
ma sei tu!

Prima di voler gestire gli altri,
impara a gestire te stesso.

Se riesci a cambiare te stesso,
gli altri cominceranno a cambiare a loro volta.

Devi imparare a gestire i tuoi comportamenti,
a conoscere quello che funziona e che non funziona per te,
a gestire le attese, la frustrazione e l’insuccesso.

Fatti delle domande,
scava dentro te stesso …
più le tue risposte saranno oneste,
più saranno incisive le tue azioni.

 


 

2. La strada per il successo di carriera non è lineare

La maggior parte di noi ha un’ideale di cammino verso il successo professionale,
che suona più o meno così:

Laurearsi a pieni voti.
Ottenere un buon lavoro.
Fare un buon lavoro (riconosciuto e ben pagato)
Ottenere promozioni.
Salire la scala della gerarchica.
Vivere felicemente per tutta la vita.
Woooowwwoww!

In realtà,
spesso non arriviamo ai nostri traguardi seguendo un percorso uniforme.
Ci sono forze esterne che spesso interferiscono con la nostra ideale traiettoria lineare.

Infatti,
incappiamo in deviazioni di carriera, cambiamenti di direzione,
battute d’arresto, momenti d’involuzione.

Per non parlare di eclatanti trombate, clamorosi cappottamenti,
e inaspettate défaillance che ci mandano al tappeto, ci fanno a pezzi l’autostima,
e demoliscono le nostre certezze.

Quello che è importante è sviluppare un atteggiamento che abbracci il cambiamento e sappia trasformare il fallimento in opportunità di apprendimento.
E riprendere così il nostro cammino.

3. Lavorare tanto non vuol dire essere produttivi.. e fare carriera

Guardati intorno.
Tutti sembrano così occupati,
passano da riunione a riunione, sparando raffiche di email.

Eppure quanti di loro stanno realmente producendo?
Quanti riescono davvero a toccare livelli elevati di produttività?

Una carriera importante non deriva dal movimento e dall’attività,
ma dal garantire che il tuo tempo sia utilizzato in modo efficiente e produttivo.

Usa il tempo con saggezza.

Ricorda,
tu sei il risultato di quello-che-hai-prodotto,
non del tuo sforzo.

Assicurati che le tue ore di lavoro siano dedicate a compiti che ottengono (davvero) risultati.

 
More: scopri il percorso di coaching ideale per la tua carriera di successo
 

4. Ogni ostacolo che incontri (e superi) è un gradino sulla scala del successo

“Non giudicatemi per i miei successi ma per tutte quelle volte che sono caduto e sono riuscito a rialzarmi.”
Nelson Mandela

Sulla strada del tuo successo professionale troverai ostacoli inaspettati e improvvisi,
alcuni facilmente superabili e altri che ti porteranno lacrime (e bruciori di stomaco).

Di volta in volta scoprirai che, ciò che conta non è la natura degli ostacoli,
ma piuttosto come ti approcci,
come reagisci e cosa impari da loro.

Gli ostacoli, gli errori ti aiutano a “correggere il tiro”.
insegnano cosa non funziona,
cosa fare di diverso la prossima volta.

Rettificare la direzione per restare sull’obiettivo.
e avvicinarti più velocemente alla meta.

Non scegliere di lamentarti, o peggio,
di rinunciare.

Nonostante le difficoltà,
è nel tuo interesse trasformare gli ostacoli in gradini.
Gradino dopo gradino arriverai alla meta.

Continua a leggere la parte 2.