Comunicazione efficace: ecco il segreto dei grandi leader

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Il nuovo team leader si è insediato da qualche settimana.

Vuole creare un clima di fiducia con i membri del suo team e ha organizzato un’altra riunione per rafforzare il tanto ricercato, e spesso osannato, spirito di squadra.

Si è preparato.
Si impegna.
Ci crede.

Anche i collaboratori sembrano crederci.
Almeno a parole.

Se osservi con attenzione i segnali non verbali delle persone, puoi imparare dal linguaggio del corpo quanto dalle parole che ascolti.

Le persone ti comunicano quanto siano interessate, disponibili o coinvolte anche quando non dicono nulla.

Durante la riunione le frasi sono gentili e ben articolate.

Si parla di unità.
Collaborazione.
Partecipazione.
Lavorare come squadra anziché come singoli individui.

Il non verbale, però, racconta qualcosa di diverso.

Un cenno occasionale.
Una risatina.
Gli occhi rivolti fuori dalla finestra.
Le dita che scorrono sullo smartphone.

Un telefono fa vibrare il tavolo.
Qualcuno guarda con impazienza l’orologio.
Altri tengono le braccia conserte, una postura svogliata o le sopracciglia alzate.

Tradotto?

Nervosismo.
Disinteresse.
Disapprovazione.
Sospetto.

I messaggi non verbali, il più delle volte, non sono intenzionali.

Ed è proprio questo che li rende autentici e preziosi.

Alcune persone li inviano in modo sottile.
Altre sono molto più facili da leggere.

Durante questa riunione, per esempio, la collaboratrice con maggiore anzianità ha parlato a nome di tutto il gruppo. Ha sottolineato l’importanza della collaborazione e della partecipazione.

Le sue parole erano rivolte al nuovo team leader.

Il corpo, però, era orientato verso un’altra persona.

Nessun contatto visivo diretto.

Alcune persone sono molto abili con le parole

Sembrano aperte quando, in realtà, sono poco disponibili.

Usano toni tranquilli.
Sorridono.
A volte lusingano.

Ma dietro tante parole, quando il fumo si dirada e cominci a vedere l’arrosto, può emergere altro.

Persone che proteggono il proprio territorio.
Pronte a tirarsi indietro.
A prendere le distanze.
Oppure a incolpare qualcun altro.

Il team leader dovrebbe imparare il segreto dei grandi leader

Ascoltare ciò che non viene detto.

Il linguaggio del corpo può mostrare l’incongruenza tra le parole e ciò che la persona sta realmente comunicando.

Se qualcuno dice di essere felice ma ha gli occhi freddi, anche se la bocca sorride, tenderemo a credere agli occhi.

Se scuote la testa mentre dice di sì, crederemo alla testa.

Non alle parole.

Se una persona afferma:

  • “Questo mese è stato terribile”

e noi ascoltiamo soltanto la frase, probabilmente penseremo che stia attraversando un momento difficile.

Se però pronuncia le stesse parole sorridendo e facendo l’occhiolino, il significato cambia completamente.

Potremmo persino immaginare che sia stato un mese di vendite eccezionale.

Come supervisore, saper leggere i segnali non verbali è fondamentale

La parte più importante della comunicazione non consiste soltanto nell’ascoltare ciò che viene detto.

Consiste anche nel cogliere ciò che non viene espresso apertamente.

Gli imprenditori, i manager e i grandi leader lo sanno bene.

Il non verbale è una delle forme più potenti di comunicazione.

I migliori comunicatori sono sensibili alle emozioni, alle esitazioni e ai pensieri che emergono senza bisogno di parole.

Se sei troppo occupato a preparare ciò che dirai, non riuscirai ad ascoltare davvero chi hai davanti.

Un collaboratore.
Il tuo team.
Un cliente.

L’ascolto attivo non coinvolge soltanto le orecchie.

Coinvolge anche:

  • gli occhi;
  • la postura;
  • il tono della voce;
  • le espressioni del viso;
  • i movimenti;
  • le pause.

In pratica, tutto ciò che riguarda la persona.

I segnali non verbali possono cambiare completamente il messaggio

Dedichiamo molta attenzione alle parole che pronunciamo.

Eppure uno sguardo o un gesto possono dire molto di più.

Le espressioni facciali, il contatto visivo, la postura, i gesti e il tono della voce trasmettono interesse, sincerità, tensione, fiducia oppure distanza.

I grandi leader sanno che la capacità di comunicare è fondamentale.

Rapporto e fiducia si costruiscono, oppure si perdono, proprio attraverso la comunicazione.

Comunicare bene non significa soltanto parlare e ascoltare.
Significa anche osservare.

Più impari a farlo, più diventi capace di leggere le dinamiche del tuo team e di comprendere ciò che le parole, da sole, non raccontano.

“Non ascolto gli altri perché sono smart e intelligente”… la trappola del leader

la trappola del leader

Foto di Vitabello da Pixabay

Lo stereotipo del leader competente è ancora molto radicato.

Deve sapere tutto.
Avere sempre la risposta pronta.
Prendere decisioni immediate.
Non mostrare dubbi.

Per questo, una delle frasi più difficili da pronunciare per un leader è:

“Non lo so.”

Quelle tre parole fanno sentire molti inadeguati.

Come se ammettere un’incertezza significasse perdere autorevolezza.

Eppure è proprio qui che potresti cadere in una trappola.

Credere che il tuo valore dipenda dalla quantità di risposte che sai dare.

In realtà, spesso accade il contrario.

Più senti di dover avere sempre la risposta, meno ascolti.

Entri in riunione con la soluzione già pronta. Interrompi.

Concludi troppo in fretta.
Difendi la tua idea invece di esplorarne altre.

L’obiettivo non diventa più capire.
Diventa avere ragione.

La leadership, invece, raramente consiste nel conoscere tutte le risposte.

Molto più spesso consiste nel creare le condizioni perché emergano quelle migliori.

Per questo non dovresti aver paura di dire:

“Non lo so. Ragioniamoci insieme.”

Non perché tu sia impreparato.

Perché sai che nessuna persona può vedere tutto da sola.

La trappola è credere di dover avere tutte le risposte

Nessuno può sapere tutto.

Nessuno possiede la soluzione migliore per ogni problema, decisione o situazione.

Se sei convinto che un leader debba sempre avere la risposta pronta, sei già entrato in una delle trappole più pericolose della leadership.

Ascoltare diventa allora una competenza strategica.
Non un gesto di cortesia.

Molti leader e imprenditori di successo raccontano che una parte importante della loro crescita è nata proprio dall’ascolto dei feedback più scomodi.

Spesso sono stati proprio quelli a permettere i miglioramenti più importanti.

L’ascolto è una parte fondamentale della comunicazione

Saper ascoltare ti permette di:

  • comprendere meglio ciò che sta accadendo;
  • costruire relazioni più solide;
  • valorizzare competenze che da solo non potresti vedere;
  • aumentare il senso di appartenenza del team.

Le persone hanno bisogno di sentirsi ascoltate.

Di contribuire.
Di percepire che le proprie idee hanno un peso.

Naturalmente esistono situazioni nelle quali devi decidere rapidamente.

Emergenze.
Crisi.
Momenti in cui serve una direzione chiara.

Ma queste sono l’eccezione.
Non la regola.

Dovresti ascoltare i tuoi collaboratori

Presta attenzione a quello che hanno da dirti.

Non restare ancorato alla tua prima idea.

Prima di una riunione prova a confrontare questi due approcci:

  • entrare con la risposta già pronta;
  • entrare con l’obiettivo di trovare insieme la risposta migliore.

Sembrano simili.

In realtà cambiano completamente la qualità della conversazione.

Valorizza le competenze del tuo team.
Ascolta prima di decidere.
Rispetta idee diverse dalle proprie.

Non sentire il bisogno di dimostrare continuamente di avere ragione.
Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi imparare a fare le domande giuste.

È questo che ti tiene lontano dalla trappola del leader “so-tutto-io”.

Ecco 14 motivi per cui, spesso senza accorgertene, smetti di ascoltare i suggerimenti degli altri… e perché questo può diventare uno dei limiti più grandi della tua leadership.

Non ascolto perché mi piace dare risposte alle persone.

Mi fa sentire importante.

Non ascolto perché la conoscenza è potere.

Se ho le risposte elevo il mio status.

Non ascolto perché non ho bisogno di sprecare il mio tempo prezioso.

Non ascolto perché sono il capo e non ho bisogno di suggerimenti.

Non ascolto perché non ho bisogno di aiuto.

Posso fare tutto da solo.

Non ascolto perché tutto quello che ho davvero bisogno è che facciate quello che vi dico.

Non ascolto perché sono competente.

Molto competente.

Non ascolto chi ha meno esperienza della mia.

Non ascolto perché non mi piace né il messaggio né il messaggero.

Non ascolto chi non ha il quadro completo.

Non può capire!

Non ascolto chi non condivide le stesse mie responsabilità. Non può comprendere!

Non ascolto chi so che sicuramente non mi capirà.

Non ascolto chi ha fallito.

Non ascolto perché sono l’esperto.

Un esperto non chiede. Mai.

Collaboratore sensibile: 11 spunti per approcciarlo con successo

collaboratore sensibile

Uno degli errori che un team leader può commettere è interpretare male il comportamento delle persone più riservate.

Parlano poco.
Intervengono solo quando hanno qualcosa da dire.
Preferiscono osservare prima di esporsi.

È facile scambiarli per poco motivati, distaccati o insicuri.

Spesso, invece, stanno semplicemente elaborando ciò che accade intorno a loro.

Attenzione però.

Essere sensibili non significa necessariamente essere introversi.

Così come essere estroversi non significa avere poca sensibilità.

Sono caratteristiche diverse che, a volte, convivono nella stessa persona.

Il punto è un altro.

Molti leader comunicano con gli altri nel modo in cui piace comunicare a loro.

Ed è proprio qui che iniziano le incomprensioni.

Una persona estroversa tende a ragionare parlando.
Una persona più riflessiva preferisce pensare prima di intervenire.

Parlare poco non è sinonimo di debolezza.
Né di disinteresse.
Né tantomeno di scarso coinvolgimento.

Anzi.

Molte delle persone più tranquille che ho incontrato sono state anche le più affidabili, disciplinate e determinate.

Come leader, il tuo compito non è cambiare del collaboratore sensibile.

È creare le condizioni perché possano esprimere il meglio di sé.

Ecco alcuni accorgimenti che possono aiutarti.

1. Non prendere la sua tranquillità sul personale

Può capitare di percepire una persona riservata come fredda o distante.

Nella maggior parte dei casi non è così.

Sta semplicemente prendendo le misure.

Non trasformare il suo silenzio in un giudizio nei tuoi confronti.

Con il tempo, se costruisci fiducia, sarà molto più facile instaurare una relazione autentica.

2. Evita battute sulla sua timidezza

Frasi come:

  • “Quanto sei timido!”
  • “Parla un po’!”
  • “Sempre così silenzioso?”

raramente aiutano.

Anche se pronunciate con leggerezza, rischiano di aumentare il disagio.

Meglio valorizzare ciò che quella persona porta al team piuttosto che sottolineare ciò che le manca.

3. Non mettere pressione

Molte persone riflessive hanno bisogno di qualche minuto per elaborare una domanda o una situazione.

Non significa che siano lente.

Significa che preferiscono pensare prima di parlare.

Lascia loro questo spazio.

Spesso riceverai risposte molto più approfondite.

4. Prendi tu l’iniziativa… ma senza occupare tutta la conversazione

All’inizio può essere utile rompere il ghiaccio.

Poi però lascia spazio.

Il silenzio non è sempre un problema da riempire.

A volte è semplicemente il tempo necessario perché una persona si senta sufficientemente a proprio agio per intervenire.

5. Dedica tempo ai colloqui individuali

Il collaboratore sensibile si esprime molto meglio in un incontro uno a uno che davanti a tutto il gruppo.

Programma colloqui periodici.

Ascolta.

Chiedi cosa funziona, cosa li mette in difficoltà e in quali ambiti desiderano crescere.

La fiducia nasce spesso da questi momenti.

6. Dai il tempo di rispondere

Fai una domanda.

Poi aspetta.

Non anticipare la risposta.
Non completare le frasi.
Non riprendere subito la parola.

Quel silenzio che per te può sembrare interminabile, per l’altra persona è semplicemente il tempo necessario per mettere ordine nei pensieri.

7. Fai complimenti sinceri

Le persone molto sensibili percepiscono facilmente gli elogi esagerati o poco autentici.

Riconosci ciò che apprezzi.

Ma fallo con misura.

La sincerità vale molto più dell’entusiasmo forzato.

8. Non aspettarti conversazioni spettacolari

Non tutti comunicano con energia ed entusiasmo.

Alcuni comunicano con precisione.
Altri con profondità.

Non giudicare una persona dalla brillantezza della conversazione.

Osserva piuttosto la qualità del contributo che porta.

Quando il team è sotto pressione, comunicare in modo costruttivo fa la differenza.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari a trasformare anche i momenti difficili in occasioni di crescita.

9. Rispetta i suoi confini

Telefonate improvvise.
Gruppi numerosi.
Presentazioni senza preavviso.

Per alcune persone rappresentano una fatica reale.

Questo non significa proteggerle sempre.

Significa accompagnarle gradualmente, senza spingerle oltre il limite ogni giorno.

10. Chiedi: “Come posso aiutarti?”

È una domanda semplice.

Ma spesso apre conversazioni importanti.

Puoi chiedere, ad esempio:

  • Di cosa hai bisogno per lavorare meglio?
  • Ti servono più informazioni?
  • Più tempo?
  • Più autonomia?
  • Un confronto?

Molte difficoltà si risolvono proprio così.

11. Adatta il tuo modo di comunicare

Le persone più riflessive apprezzano comunicazioni chiare e poco caotiche.

Quando possibile:

  • preferisci feedback individuali;
  • evita di correggere davanti al gruppo;
  • concedi tempo per prepararsi;
  • crea ambienti con poche distrazioni.

Non significa trattarle diversamente.

Significa comunicare in modo più efficace.

In conclusione

Un collaboratore sensibile non ha necessariamente bisogno di essere motivato di più.

Molto spesso ha bisogno di essere compreso meglio.

Ricorda che cosa dici, come lo dici e quando lo dici influenzano profondamente la relazione che costruisci con il tuo team.

E, qualche volta, basta concedere qualche secondo in più di silenzio perché emerga un contributo che, altrimenti, non avresti mai ascoltato.

Partecipare a una riunione: come rovinare la tua immagine professionale

partecipare a una riunione

Foto di BROTE studio da Pexels

Molte persone pensano che una riunione serva soltanto a discutere progetti, condividere aggiornamenti o prendere decisioni.

In realtà, ogni riunione comunica anche qualcos’altro.

Comunica chi sei professionalmente.

Il modo in cui ascolti.
Intervieni.
Prendi appunti.
Gestisci un disaccordo.
Oppure rimani in silenzio.

Tutto contribuisce a costruire la tua reputazione.

Le persone si fanno un’idea di te molto prima che tu finisca il tuo intervento.

Per questo una riunione è uno degli strumenti più potenti per rafforzare il tuo personal branding.

Ogni comportamento può aumentare oppure indebolire la tua credibilità.

Ecco 14 errori che rischiano di compromettere la tua immagine professionale.

1. Interrompere continuamente

Lascia terminare il ragionamento dell’altra persona.

Interrompere comunica impazienza, non autorevolezza.

Anche il silenzio fa parte di una buona conversazione.

2. Arrivare in ritardo

La puntualità comunica rispetto.

Per le persone.
Per il tempo.
La riunione.

Presentarti sempre all’ultimo minuto non ti rende importante.

Ti rende poco affidabile.

3. Presentarti impreparato

“Non ho letto la mail.”

Può capitare.

Se però diventa un’abitudine, la tua credibilità diminuisce rapidamente.

Prima della riunione chiediti:

  • Qual è il messaggio principale che voglio portare?
  • Quale contributo posso dare?
  • Chi sarà presente?
  • Quale risultato vorrei ottenere?

Cinque minuti di preparazione fanno una grande differenza.

4. Usare il telefonino

Non puoi essere realmente presente se stai controllando notifiche.

Anche quando credi di farlo con discrezione.

Le persone se ne accorgono.

E interpretano quel comportamento come disinteresse.

5. Non prendere appunti

Prendere appunti comunica attenzione.

Non farlo, soprattutto abitualmente, può dare l’impressione opposta.

Non serve trascrivere tutto per partecipare a una riunione.

Basta annotare ciò che conta.

6. Ripetere ciò che hanno già detto gli altri

Intervenire solo per ripetere un concetto non aggiunge valore.

Se vuoi richiamare un’idea già emersa, riconoscine l’autore.

Per esempio:

  • “Come diceva Piercarlo, credo che la priorità sia…”

È più elegante.
E molto più autorevole.

7. Prenderti il merito del lavoro degli altri

Attribuirti successi condivisi o scaricare gli errori sul gruppo è uno dei modi più rapidi per perdere fiducia.

Le persone lo ricordano.

Sempre.

8. Cercare continuamente di compiacere il capo

Annuire a ogni frase.

Confermare ogni opinione.

Sostenere qualsiasi decisione.

Più che consenso, trasmette insicurezza.

9. Essere sempre negativo

Ogni team ha bisogno anche di chi evidenzia i rischi.

Ma c’è una differenza tra evidenziare un problema e alimentarlo.

Se porti una criticità, prova a portare anche una possibile soluzione.

10. Trasformare la riunione in una questione personale

Le riunioni servono a far avanzare il lavoro.

Non a regolare conti personali.

Se hai un problema con un collega, affrontalo nel contesto giusto.

11. Trascurare il linguaggio del corpo

Le parole non bastano.

Evita di:

  • roteare gli occhi;
  • scuotere continuamente la testa;
  • sbadigliare;
  • sussurrare con il vicino;
  • assumere una postura chiusa o annoiata.

Anche il corpo partecipa alla riunione.

12. Essere presente… solo quando conviene

Se inizi a lavorare al computer appena cambia argomento, il messaggio è chiaro.

“Mi interessa solo ciò che riguarda me.”

Partecipare a una riunione significa restare coinvolti per tutta la durata dell’incontro.

Lasciare il segno non significa parlare di più, ma farsi ascoltare meglio.

Scopri il servizio di coaching mirato “Come lasciare il segno in meeting e riunioni” e

allenati a portare nei tuoi interventi chiarezza, sicurezza e presenza autentica.

13. Indebolire le tue domande

Evita introduzioni come:

  • “Scusate se faccio una domanda…”
  • “Forse è una domanda stupida…”
  • “So che dovrei saperlo, ma…”

Fai semplicemente la domanda.

Non hai bisogno di giustificarla.

14. Parlare solo per farti notare

Intervenire tanto non significa contribuire tanto.

A volte il contributo più autorevole è una domanda.
Altre volte è una sintesi.

Oppure un’idea che fa avanzare davvero la discussione.

Le persone ricordano chi porta valore.

Non chi occupa più tempo.

In conclusione

Partecipare a una riunione è molto più di un semplice momento operativo.

È uno spazio nel quale costruisci, un intervento dopo l’altro, la tua immagine professionale.

Le persone non ricordano tutto quello che hai detto.

Ricordano come le hai fatte sentire.

E soprattutto ricordano se, grazie al tuo contributo, quella riunione è stata migliore oppure semplicemente più lunga.

Come essere un leader: le domande sono frecce potenti al tuo arco

come essere un leader

«È una bella domanda.»

Quando senti questa frase, fermati un attimo.

Hai appena fatto qualcosa che molti leader dimenticano di fare: hai posto una domanda che obbliga a riflettere.

Lo vedi subito.

Lo sguardo si sposta.

La persona rimane in silenzio per qualche secondo.
Sta cercando una risposta che non aveva pronta.

Ed è proprio lì che nasce il valore di una buona domanda.

Le domande non servono solo a ottenere informazioni

Molti pensano che fare domande significhi raccogliere dati.

In realtà le domande migliori fanno molto di più.

Aiutano a:

  • chiarire un problema;
  • cambiare prospettiva;
  • far emergere idee nuove;
  • trasformare la confusione in chiarezza.

Per questo motivo un leader efficace non è necessariamente quello che ha sempre la risposta pronta.

È quello che sa porre la domanda giusta, nel momento giusto.

Prima di voler essere capito, cerca di capire

Quando ricopri un ruolo di responsabilità è facile sentire la pressione di dover dare subito una risposta.

Ma non è sempre la scelta migliore.

Spesso una domanda vale più di una soluzione affrettata.

Ad esempio, davanti a un errore puoi chiedere:

  • Di chi è la colpa?
  • Che cosa è successo?

Oppure puoi chiedere:

  • Qual è stata la causa principale?
  • Come possiamo evitare che accada di nuovo?

Le prime cercano un responsabile.
Le seconde costruiscono una soluzione.

La differenza è enorme.

Le domande che riportano la conversazione sul punto

Quando una discussione si disperde puoi chiedere:

  • Qual è il vero obiettivo di questo incontro?
  • Che cosa stiamo cercando di ottenere?
  • Qual è la priorità in questo momento?
  • In che modo posso esserti utile?

Bastano poche domande per rimettere tutti nella stessa direzione.

Le domande che aiutano a capire un problema

Prima di proporre una soluzione, prova a capire meglio.

Puoi chiedere:

  • Che cosa sta succedendo esattamente?
  • Qual è oggi la difficoltà più importante?
  • Che cosa hai già provato?
  • Cosa ha funzionato in passato?
  • C’è qualcosa che non hai ancora tentato?

Più comprendi il problema, meno rischi di proporre una soluzione sbagliata.

Le domande che aiutano a superare un blocco

Come essere un leader? Quando una persona sembra ferma puoi esplorare ciò che la trattiene.

Per esempio:

  • Che cosa ti sta bloccando?
  • Qual è la tua preoccupazione principale?
  • Quali alternative hai preso in considerazione?
  • Chi potrebbe aiutarti?
  • Quale potrebbe essere un piano B?

Spesso il problema non è trovare una risposta.

È riuscire a vedere che esistono più possibilità.

Le domande che accompagnano un cambiamento

Ogni cambiamento genera dubbi.

Invece di rassicurare troppo in fretta, prova ad ascoltare.

Puoi chiedere:

  • Come stai vivendo questa nuova situazione?
  • Quali difficoltà stai incontrando?
  • Che cosa potrebbe ostacolare il tuo lavoro?
  • Di quale supporto avresti bisogno?

Le persone non cercano sempre una risposta.

Molto spesso cercano qualcuno disposto ad ascoltarle.

Le domande che migliorano i colloqui individuali

Un buon incontro uno a uno non serve solo a fare il punto sul lavoro.

Fai crescere la persona.
Ecco come essere un leader!

Puoi chiedere:

  • Quale progresso hai fatto dall’ultima volta?
  • Su cosa vuoi lavorare nelle prossime settimane?
  • C’è qualcosa che potrei fare meglio come responsabile?
  • C’è qualcosa che dovrei iniziare, smettere o continuare a fare?

Sono domande che rafforzano il rapporto di fiducia.


La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

In questo percorso di coaching breve e pratico impari a farti ascoltare e rispettare, anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Le domande che abbassano la tensione

Quando una conversazione diventa difficile, la tentazione è difendersi.

Una domanda, invece, può riaprire il dialogo.

Ad esempio:

  • Che cosa ti ha fatto percepire la situazione in questo modo?
  • Che cosa potrebbe farti cambiare idea?
  • Come possiamo lavorare meglio insieme?
  • Cosa vorresti che fosse diverso nei nostri confronti?

Una domanda sincera spesso vale più di una lunga giustificazione.

Le domande che fanno crescere la relazione

Le relazioni professionali non si costruiscono solo parlando di lavoro.

Ogni tanto vale la pena uscire dall’agenda.

Puoi chiedere:

  • Qual è il tuo punto di vista?
  • C’è qualcosa che dovrei sapere e che ancora non conosco?
  • Di quale risultato vai più orgoglioso?
  • Che cosa suggeriresti per migliorare il nostro modo di lavorare?

Le persone ricordano chi si interessa davvero a loro.

In conclusione

Quando non sai cosa dire, non avere fretta di parlare.

Fai una domanda.
Le risposte risolvono problemi.

Le domande, invece, cambiano il modo in cui le persone pensano ai problemi.

Ed è proprio questa la differenza tra chi gestisce le persone e chi le aiuta davvero a crescere.

8 segnali che qualcuno al lavoro è segretamente invidioso di te

Se hai ottenuto un riconoscimento o raggiunto un traguardo importante,
potresti essere rimasto spiazzato …

dalla reazione fredda o infastidita di qualcuno!

Mentre gli altri si congratulano, il volto di un collega resta inespressivo.
Freddo.

Lo pensavi vicino.
Convinto che avrebbe condiviso la tua gioia.

E invece… no!

Oppure sei una persona modesta, non ostenti beni, status, risultati.

E non ti aspettavi di doverti difendere da critiche o attacchi (anche sottili).

Eppure, quando possiedi carisma, creatività, talento,
attiri attenzione.

A volte basta essere te stesso …
per attivare il risentimento altrui.

L’invidia è un’emozione comune

Universale.
Nasce quando qualcuno vicino a noi viene riconosciuto, promosso, valorizzato.

Può trasformarsi in comportamenti tossici.

Paura.
Insicurezza.
Confronto costante.

L’invidia è sotto la superficie, come uno scorpione sotto la sabbia.

Aspetta l’errore.
Il passo falso.
Il momento giusto per colpire.

Spesso la gelosia non è esplicita.

Si nasconde dietro sorrisi di circostanza.
E frasi apparentemente innocue.

Per questo è difficile riconoscerla.

A volte arriva da chi dice di volerti bene.
Altre volte da chi conosci appena.

Ecco 8 segnali per capire come si muove una persona gelosa di te:

1. È costantemente in competizione con te

  • C’è qualcuno che gareggia sempre?
  • Che cerca di superarti?
  • Di dimostrarti il suo valore?

La gelosia trasforma i rapporti in una gara silenziosa.

No, non è collaborazione.
È confronto continuo.

2. Svaluta i tuoi successi

Quando ottieni un risultato, non lo celebra.

Lo ridimensiona.

  • “Non hai fatto nulla di speciale.”
  • “Chiunque avrebbe potuto farlo.”

Minimizzare è un modo elegante per proteggere la propria insicurezza.

3. Prova sollievo quando fallisci

Non lo dirà mai apertamente.
Ma è contento quando inciampi.

La tua battuta d’arresto diventa la sua conferma:

  • “Vedi? Non sei migliore di me.”

Chi gode del tuo fallimento non è una persona felice.
Sana.

Prendi le distanze.

4. Fa gossip su di te

Quando non ci sei, parla. Sparla.
Sottovoce.
Di te.

Con finta preoccupazione.

  • “Lo dico per il tuo bene…”

In realtà vuole sminuirti per sentirsi superiore.

5. Ti fa complimenti (falsi)

Come te ne accorgi?

Frasi zuccherate.
Eccessive.
Forzate.

  • “Sono davvero felice per te.”
  • “Che fortuna incredibile!”

Il corpo dice altro:
smorfie, silenzi, rigidità.

Il complimento serve a lavarsi la coscienza.

6. Ti porta cattive notizie “per aiutarti”

Condividi un’idea.
Un progetto.
Un entusiasmo.

La risposta è immediata:

  • “Impossibile.”
  • “Non funzionerà.”
  • “Qui non si è mai fatto.”

Una doccia gelida.

Non è realismo.
È sabotaggio emotivo.


Se vuoi migliorare il tuo modo di comunicare,
la NUOVA edizione aggiornata 2025 di “Autorevolezza” ti dà strumenti immediati e concreti.

Se sei all’inizio del tuo percorso, “Prima volta Leader” ti accompagna nei primi passi con chiarezza e concretezza.

7. Ti critica ma poi ti copia

Imita i tuoi gusti,
le tue scelte,
il tuo stile.

All’inizio sembra adulazione.
Col tempo diventa fastidio.

L’imitazione è spesso invidia mascherata.

8. Non riconosce il valore dei tuoi risultati

Attribuisce tutto alla fortuna.
Al caso.
A combinazioni vincenti.

Ignora la tua disciplina, sacrificio, coraggio.

Chi non accetta sé stesso
fatica ad accettare il successo altrui.

Conclusione

L’invidia raramente è rumorosa.
È sottile.
Persistente.
Logorante.

Non devi giustificarti.
Non devi ridimensionarti.
Osserva.
Prendi atto.

E scegli con cura chi merita condividere la tua energia,
il tuo lavoro,
la tua crescita.

La tua voce, il tuo sguardo, la tua presenza dicono molto di più delle parole.

Scopri il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” e allenati a trasmettere leadership autentica.

9 credenze da sfatare se vuoi lanciarti come libero professionista

libero professionista
Nella mia attività di coach presso SAG incontro, di volta in volta, giovani e meno giovani che mi annunciano il desiderio di lanciarsi nel mercato del lavoro come liberi professionisti.

Coach.
Consulenti.
Grafici.
Videomaker.
Fotografi.
Digital marketer.

È una bella cosa.

L’intraprendenza è sempre ammirevole.

Purtroppo, per molti, il verbo lanciarsi è davvero quello più appropriato. Dà l’idea di buttarsi, catapultarsi nel mercato con grande entusiasmo, poche consapevolezze e, qualche volta, senza paracadute.

L’ideale domina.
La concretezza arriva dopo.

Mi permetto allora di riportarti alla realtà.

Non per spegnere sul nascere le tue aspirazioni. Sono sempre ammirato dal coraggio di chi desidera costruirsi una carriera da indipendente.

Ma lascia che ti ricordi una cosa.

Diventare libero professionista non sarà semplice

Vuoi sentirti dire il contrario?

Che avrai sicuramente più denaro, maggiore libertà, riconoscimento e una vita professionale appagante?

Potrebbe succedere.

Ma esistono percorsi più facili.

Se stai cercando una strada comoda, probabilmente la libera professione non fa per te.

Non fraintendermi.

Chiedi a chi lavora davvero come indipendente. Potrebbe dirti che è stata la scelta più gratificante della sua vita.

Ma devi farlo bene.

Lavoro.
Dedizione.
Passione.
Disciplina.

L’idea di lavorare in pigiama e non avere un capo che ti controlla può essere invitante. Non significa, però, che la vita sarà più semplice.

Il prestigio ha un prezzo

La maggior parte dei liberi professionisti non vive sotto i riflettori.

Sono spesso professionisti solitari che affrontano battaglie quotidiane, dormono sonni agitati e rischiano di essere scaricati dai clienti non appena il rendimento cala o le aspettative non vengono soddisfatte.

Non pensare che il successo arrivi automaticamente come ricompensa per anni di lavoro senza sosta o per un singolo progetto concluso brillantemente.

Prima di partire serve una conversazione spietatamente onesta con te stesso.

Ecco nove credenze da rivedere se desideri entrare nel mercato del lavoro come libero professionista.

1. “Non è un vero lavoro”

La libera professione è un’attività reale, come qualsiasi altra.

Hai responsabilità.
Costi.
Scadenze.
Clienti.
Obblighi amministrativi.

Dovrai riunire in una sola persona un intero ufficio:

  • produzione;
  • marketing;
  • vendita;
  • contabilità;
  • promozione;
  • assistenza ai clienti.

Sempre tu.

Per restare competitivo dovrai aggiornarti, acquisire nuove competenze, sviluppare contatti professionali e imparare a gestire ogni aspetto dell’attività.

Certo, potrai commentare sui social, recuperare il bucato oppure concederti un aperitivo senza chiedere il permesso a nessuno.

Potresti però pagare quello spritz pomeridiano lavorando fino a notte inoltrata per concludere il progetto.

Ti servirà autodisciplina.

I clienti non saranno particolarmente interessati alle tue distrazioni.
Vorranno sapere perché il lavoro non è stato consegnato nei tempi concordati.

2. “Basta avere una vagonata di follower”

Follower sembra essere diventata una parola magica.

Non lo è.

L’idea di ottenere guadagni facili grazie a migliaia di persone che seguono la tua vita può essere molto seducente. Il problema nasce quando la visibilità non si trasforma in risultati concreti.

I social sono uno strumento.
Non un modello di business.

Essere un riferimento non significa soltanto essere riconoscibili. Significa offrire qualcosa di concreto, utile e credibile.

Più che i follower entusiasti, servono clienti reali.

Quelli che acquistano.
Pagano le fatture.
Tornano.
Ti consigliano ad altri.

3. “Posso lavorare soltanto un paio d’ore al giorno”

Forse un giorno.

Difficilmente all’inizio.

Se non vuoi che i clienti ti inseguano o si lamentino, dovrai lavorare con metodo.

Significa:

  • programmare orari precisi;
  • eliminare le distrazioni;
  • rispettare le scadenze;
  • distinguere le attività utili da quelle che ti fanno soltanto sentire occupato.

Potrai dormire un’ora in più la mattina o concederti una pausa nel pomeriggio.

Il lavoro, però, dovrà essere concluso.

Poco importa se lo farai al mattino, alla sera oppure durante la notte.

4. “Tutti i liberi professionisti guadagnano moltissimo”

Puoi guadagnare più di quanto guadagneresti come dipendente.

È possibile.

Ma richiede tempo.

Prima dovrai costruire reputazione, competenze, fiducia e una clientela disposta a riconoscere economicamente il tuo valore.

I professionisti migliori possono applicare tariffe elevate proprio perché hanno costruito credibilità nel tempo.

All’inizio, invece, la libera professione può essere molto più stressante di un impiego tradizionale.

Da dipendente sai che, alla fine del mese, riceverai una determinata somma.

Da libero professionista no.

Gli incassi possono variare.
I pagamenti possono arrivare in ritardo.
Alcuni mesi saranno buoni, altri molto meno.

Ancora una volta: concentrati sui clienti reali, non soltanto sulla visibilità.

5. “Posso fare quello che voglio”

La libera professione permette una maggiore flessibilità.

È uno dei suoi vantaggi più importanti.

Puoi organizzare il lavoro in quattro giorni, fissare appuntamenti durante la settimana o decidere quando prenderti una pausa.

Questo non significa poter uscire ogni volta che vuoi.

Sei libero.

Ma sei anche responsabile.

Le scadenze restano.
I clienti aspettano.
Le fatture devono essere pagate.

Alcuni clienti potrebbero chiederti di lavorare secondo modalità precise. Dovrai ascoltarli, dedicare loro tempo e trovare il modo di conciliare esigenze diverse.

Se una collaborazione non funziona, puoi negoziare oppure scegliere di interromperla.

Ma il tuo business dipenderà soprattutto dalla tua affidabilità.

E, secondo una legge non scritta, gli imprevisti arriveranno sempre nel momento peggiore.

Il computer si blocca.
La connessione salta.
Il gatto deve essere portato urgentemente dal veterinario.

Puoi anche decidere di prenderti un mese di ferie.

Dovrai però organizzarti prima, anticipare il lavoro e, se necessario, trovare qualcuno che ti sostituisca.

Non dovrai chiedere il permesso.
Dovrai assumerti la responsabilità.

6. “Lavorerò soltanto su progetti interessanti”

Forse sarebbe più realistico dire:

“Lavorerò anche su progetti interessanti.”

Soprattutto all’inizio potresti dover accettare incarichi che non ti entusiasmano.

Serviranno per costruire esperienza, portfolio e reputazione.

Inoltre, essendo contemporaneamente amministratore, venditore, contabile e project manager, dovrai occuparti di molte attività lontane dai tuoi talenti e interessi.

Fa parte del lavoro.

Se vuoi attirare progetti più vicini alle tue preferenze, costruisci nel tempo un portfolio coerente con il tipo di incarichi che desideri ricevere.

Un portfolio solido nasce dal talento.

Ma anche dal lavoro duro.
Dalla costanza.
Dalla tenacia.

La bravura, da sola, non basta.

7. “Non avrò più colleghi fastidiosi”

Può essere un vantaggio se ami lavorare in solitudine.

Niente riunioni inutili.
Nessun collega invadente.
Nessuna pausa caffè obbligata.

Ma lavorare da solo ha anche un altro lato.

Non hai sempre qualcuno con cui confrontarti.

Nessuna spalla su cui appoggiarti.
Nessun collega con cui condividere un problema, una delusione o anche soltanto una giornata storta.

Essere il capo di te stesso può essere straordinario.

Può anche essere molto solitario.

8. “Non avrò più un capo tiranno”

In teoria, sei tu il capo.

Lavori quando vuoi e scegli con chi collaborare.

In pratica devi comunque rispondere ai clienti.

Dato che ti pagano, si aspettano che tu sia:

  • disponibile;
  • comunicativo;
  • puntuale;
  • rispettoso degli accordi;
  • capace di gestire le loro aspettative.

Se lavori con dodici clienti, potresti scoprire di avere dodici capi.

Alcuni saranno indecisi.
Esigenti.
Capricciosi.
Convinti di sapere esattamente come dovresti lavorare.

Dovrai essere flessibile, mettere da parte l’ego e ascoltare ciò che chiedono.

Potresti perfino rimpiangere il tuo vecchio capo.

Il vantaggio è che, da libero professionista, puoi interrompere una collaborazione con un cliente arrogante o incompatibile (io l’ho fatto) con il tuo modo di lavorare.

Non sempre potrai farlo immediatamente.

Ma avrai questa possibilità.

9. “Avrò finalmente un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata”

Da dipendente, per quanto il lavoro possa essere pesante, almeno puoi tentare di spegnere il cervello quando termina la giornata.

Quando lavori per te stesso, il confine diventa molto più sottile.

Il lavoro è sempre vicino.

Il laptop è nella stanza accanto.
La mail arriva durante la cena.
Il cliente scrive nel fine settimana.

E tu potresti pensare:

  • “Non posso perdere questa occasione.”

Quando l’attività cresce, può diventare ancora più difficile separare lavoro e vita privata, soprattutto se lavori da casa.

Essere libero professionista non significa automaticamente lavorare meno.

A volte significa lavorare più di prima.

Diventare libero professionista non è per tutti

Come ogni scelta professionale, richiede una valutazione realistica dei vantaggi e delle difficoltà.

Dovrai gestire:

  • tempo;
  • carico di lavoro;
  • clienti;
  • contratti;
  • amministrazione;
  • imposte;
  • entrate variabili.

Ti serviranno disciplina, obiettivi chiari e capacità di portarli avanti anche quando l’entusiasmo iniziale diminuirà.

Prima di lanciarti, considera la tua indole.

Chiediti:

  • Quanto riesco a organizzarmi senza un controllo esterno?
  • Quanto bisogno ho di un reddito stabile?
  • So convivere con l’incertezza?
  • Riesco a promuovermi e a cercare clienti?
  • Sono disposto a fare anche le parti meno gratificanti del lavoro?

Molti professionisti iniziano affiancando la libera professione a un’attività principale, che garantisce maggiore stabilità.

Poi imparano sul campo.

Costruiscono esperienza.
Clienti.
Reputazione.

E soltanto dopo decidono di muoversi completamente da soli.

Non è una partenza meno coraggiosa.

Spesso è semplicemente una partenza più consapevole.

9 segnali che il colloquio di lavoro è andato bene

il colloquio di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Se c’è una cosa che fa ammattire le persone dopo un colloquio di lavoro, è il tempo di risposta.

Se ricevi un feedback negativo.
Bene! (comunque)
Ti permette di chiudere mentalmente subito la questione.

Se ricevi un feedback positivo.
Woowww!
È tempo di festeggiare.

Qualche volta gli intervistatori sono così chiari da dirti direttamente che hai / non hai le capacità e l’esperienza che stanno cercando.

Spesso, però, non è così.
“Le faremo sapere” è la peggiore delle risposte.

Non chiude.
Ti lascia in sospeso.

A volte la risposta arriva dopo giorni

Altre volte, non arriva proprio.

I giorni successivi al colloquio possono essere esasperanti.
Soprattutto se hai urgenza di cambiare o trovare lavoro.

Il tempo si dilata.
L’attesa si carica di nervosismo.

L’ottimismo iniziale lascia spazio al dubbio.
E il dubbio… scava.

Ripensi a tutto.
Ogni risposta.
Ogni espressione.

“È andata bene?”
“No, aspetta…”
“Ha detto ci sentiamo o ci sentiremo?”

È il gioco della mente.
Lo facciamo (più o meno) tutti.

E no:
non puoi entrare nella testa del selezionatore.

A questo proposito leggi mio post “Esito colloquio di lavoro: come gestire l’ansia dell’attesa“.

Segnali che indicano che hai fatto una buona intervista

Anche se non puoi sapere con certezza come andrà a finire.

Quindi, la prossima volta che senti salire l’ansia, respira …
e guarda se riconosci questi 9 rilevatori positivi.

Nota importante:
non esistono segnali infallibili.

Segnali positivi ≠ garanzia di assunzione.
Segnali assenti ≠ colloquio disastroso.

Lo vedo spesso nel mio lavoro di career coach:
“Strano…mi sembrava il colloquio fosse andata bene”.

Succede.

1. Il colloquio è durato più del previsto

Se l’incontro supera il tempo programmato,
è probabile che l’intervistatore sia interessato.

Quando un profilo non convince,
di solito si chiude in fretta.

Il tempo è poco.
Se ne “ruba” un po’ per te, vuole conoscerti meglio.

Sta investendo.

2. Il linguaggio del corpo è stato positivo

La comunicazione non verbale dice molto.

Nota se il selezionatore:

  • mantiene il contatto visivo
  • sorride
  • annuisce
  • prende appunti
  • è reattivo

In un colloquio di gruppo, osserva chi-decide.
Se è coinvolto, è un buon segnale.

3. Anche la comunicazione verbale è stata positiva

Di solito i selezionatori parlano in modo neutro:
“La persona in questo ruolo…”

Ma se scappano frasi come:

  • “Quando inizierai…”
  • “Quando ci rivedremo…”
  • “Hai chiaramente le qualifiche”

“Ci sentiremo presto”
è molto diverso da
“Le faremo sapere”.

4. La conversazione è diventata informale

Meno interrogatorio.
Più dialogo.

Quando il clima si scioglie, l’intervistatore è a suo agio con te.

Tuttavia, alcune aziende conducono interviste molto strutturate,
quindi non scoraggiarti se sembrano attenersi al “copione”
e l’intervista è formale.

5. Incontri altri membri del team

Se, prima di andare via, ti presentano:

  • colleghi non previsti
  • team leader
  • decisori

sei sulla buona strada.

Se chiamano il capo, il titolare, il CEO… puoi essere moderatamente ottimista.

6. Ti parlano di vantaggi

A un certo punto, il colloquio cambia direzione.
L’azienda comincia a vendere se stessa.

Benefit.
Crescita.
Opportunità.

Sta cercando di rendere l’offerta attraente.
Vuole chiudere con te.

7. Ti spiegano i prossimi passi (con tempi)

Se ti illustrano cosa succede ora,
è un buon segnale.

Se entrano nei dettagli,
ancora meglio.

Altri indicatori forti:

  • fissano subito un altro colloquio
  • chiedono quando potresti iniziare
  • domandano se hai altre trattative aperte

Temono di perderti.

8. Risposta rapida alla mail di follow-up

Hai inviato una mail di ringraziamento.
Personalizzata.
Educata.

Ricevi risposta lo stesso giorno (o il giorno dopo).
Ottimo segnale.

Se ti chiamano o scrivono personalmente, sei in pole position.

9. Altri segnali forti

  • Ti fanno visitare l’azienda
  • Dicono: “Qui lavorerai”
  • Ti invitano a pranzo o per un caffè
  • Ti accompagnano all’uscita continuando a parlare

Sono tutti indizi che contano.

E ora?

Hai fatto la tua intervista.
Hai contato i segnali.

Festeggia.
Un po’.

Poi:

  • invia (se non l’hai fatto) la mail di ringraziamento
  • annota ciò che è emerso
  • resta ottimista, ma con i piedi per terra

Ogni buon colloquio è un passo avanti.

In conclusione

L’attesa non è sotto il tuo controllo.

La preparazione sì.

Ed è lì che si gioca la vera differenza.

Preparazione efficace per colloqui di lavoro faccia-a-faccia o online.
Scopri il coaching per il colloquio vincente.

Personal coaching: ecco 12 cose che non ti direi mai

personal coaching

1. “Fai questo e non fare quello”

Se c’è una cosa che, come coach, evito accuratamente durante le sessioni di personal coaching è dirti:

  • cosa fare;
  • cosa scegliere;
  • dove andare.

La responsabilità è tua.

Non spetta a me risolvere i tuoi problemi o raggiungere i tuoi obiettivi al posto tuo.

Il mio compito è sostenerti, sfidarti, ascoltarti, stimolarti e incoraggiarti. Posso condividere feedback e mettere a tua disposizione gli strumenti utili per aiutarti a raggiungere gli obiettivi importanti per te.

Serve però il tuo impegno.

La disponibilità a metterti in gioco.

Almeno un po’.

2. “Fidati di me: diventerai leader in un paio di sessioni”

Potenziare il tuo approccio, rafforzare la leadership, aumentare la sicurezza e sviluppare uno stile personale non è cosa da poco.

Non scherziamo.

È irragionevole promettere cambiamenti così importanti in un paio di sessioni.

La durata del percorso dipende dall’obiettivo, dalla situazione di partenza e dal lavoro che desideri fare. Per un obiettivo ampio e complesso è necessario discuterne insieme e definire una pianificazione realistica.

Non mi piace nemmeno proclamare la mia professionalità.

Onestà e professionalità non si dichiarano.

Si dimostrano attraverso:

  • comportamenti;
  • parole;
  • fatti;
  • qualità del lavoro.

Ho fiducia che siano questi elementi a parlare per me.

3. “Fai come se fossi un amico”

Chi trova un amico trova un tesoro.

Inestimabile, aggiungo io.

Ma il personal coaching non è amicizia.

Un caro amico, pur animato dalle migliori intenzioni, difficilmente sarà completamente imparziale. Potrebbe evitare le domande più scomode, proteggerti oppure consigliarti sulla base della propria esperienza.

Il coach porta la prospettiva di un professionista.

Non coinvolto.
Non giudicante.

E proprio per questo più efficace.

4. “Sarà una passeggiata”

Mi spiace.

Nessuna pillolina magica.
Nessuna scorciatoia.
Niente passeggiata.

Quelle si fanno nei boschi.

Cambiare abitudini, rafforzare il proprio approccio e mettersi in discussione può essere difficile e faticoso.

Se lo trovi impegnativo, hai perfettamente ragione.

È anche per questo che, nonostante la grande quantità di corsi, seminari, libri e contenuti motivazionali, incontrare persone che trasmettono vera autorevolezza continua a essere raro.

5. “Dai, forza: devi solo motivarti!”

Durante le mie sessioni non sentirai slogan da pseudo-guru lanciati qua e là per creare effetto.

Niente frasi motivazionali confezionate.
Niente pacche sulla spalla.
Nessun entusiasmo forzato.

Se hai attraversato un periodo di scarsa motivazione, sai perfettamente quanto possa essere poco utile sentirsi dire:

“Dai, forza, motivati!”

La motivazione non si accende a comando.

Va compresa, ricostruita e sostenuta attraverso azioni concrete.

6. “Vuoi sapere chi sono i miei clienti?”

La riservatezza è una parte essenziale della relazione di coaching.

È la base del rapporto di fiducia e trasparenza.

Il contenuto delle conversazioni, i tuoi dati personali e le informazioni sull’azienda per cui lavori restano strettamente confidenziali.

Non comunico nomi di persone o aziende.

Nel mio sito non trovi la sezione “I miei clienti”, anche se dal punto di vista promozionale potrebbe essermi utile.

Così puoi essere certo che non parlerò nemmeno di te.

7. “Facciamo una sessione di prova e vediamo che effetto fa”

Il coaching non è un prodotto da testare con distacco.

O decidi di iniziare un percorso oppure non lo inizi.

La parola “prova” porta spesso a un coinvolgimento ridotto e a un controllo eccessivo del risultato:

“Funziona oppure no?”

Così, però, difficilmente può funzionare.

Preferisco che la persona inizi il percorso con una decisione consapevole. Se poi si rende conto che il coaching non corrisponde alle sue aspettative o che il mio approccio non è adatto, è giusto fermarsi.

Continuare senza efficacia significherebbe perdere tempo entrambi.

8. “Io sono migliore del coach Taldeitali”

Non mi interessa costruire una graduatoria tra coach, formatori o scuole.

Preferisco valorizzare ciò che offro e lasciare che il mio lavoro parli attraverso:

  • i servizi;
  • il blog;
  • i libri;
  • la relazione con i clienti.

Ricevo anche richieste di pareri su corsi, scuole o altri professionisti.

L’ultima cosa che desidero fare è alimentare pettegolezzi sulla preparazione o sulla competenza altrui.

9. “Devo convincerti a comprare un percorso”

Se c’è una cosa che non faccio durante il primo contatto con un potenziale cliente è vendere il coaching a tutti i costi.

Chi è determinato, desidera una svolta ed è disposto a lavorare su di sé non ha bisogno di pressioni.

Vuole capire:

  • come funziona il percorso;
  • se il mio approccio è adatto;
  • quali possono essere tempi e modalità.

A chi ha ancora dubbi cerco di offrire tutte le informazioni necessarie, senza forzature.

Indecisione ed esitazione possono indicare che la persona non è ancora pronta.

In questi casi preferisco consigliare di aspettare.

La relazione di coaching non può essere imposta, mercanteggiata o spinta con tecniche di vendita.

Deve essere consapevolmente volontaria.

10. “Ci vediamo sui social”

Difficile.

Come te, ho tempo e attenzione limitati.

Ho impegni, responsabilità e priorità.

Per questo la mia presenza sui social è molto ridotta. Non riuscirei a seguire personalmente commenti, messaggi e pubblicazioni con la cura che ritengo necessaria.

Potrei delegare tutto a un’agenzia.

Non mi interessa.

Non desidero aggiungere altro contenuto standardizzato al rumore già presente in Rete.

Preferisco investire il mio tempo nel blog, nei libri e nel lavoro diretto con le persone.

11. “Ecco le risposte che cercavi”

Il personal coaching non è consulenza.

Un consulente viene incaricato per fornire risposte, indicazioni e soluzioni.

Il ruolo del coach è diverso.

Il mio obiettivo non è consegnarti le risposte, ma aiutarti a scoprire le tue.

Sei tu che devi rispondere alle domande.

Non io.

Domande che possono sembrare semplici, ma che in realtà aprono un mondo.

Il tuo.

Per esempio:

  • Chi vuoi diventare?
  • Che cosa ti aspetti da te stesso?
  • Che cosa stai aspettando?
  • Dove stai andando?
  • Che cosa posso fare davvero per aiutarti?

12. “Scaviamo nel passato così capisco meglio”

Il coaching non è terapia.

Non si concentra sulla cura di ferite emotive profonde, sull’analisi dei traumi o sul trattamento di sintomi come ansia e depressione. Questi ambiti appartengono a professionisti specializzati.

Il personal coaching lavora prevalentemente sul presente e sul futuro.

Parte dalla situazione che stai vivendo oggi e ti aiuta a capire come desideri affrontarla.

Come cliente privato, inoltre, acquisti una sessione o un percorso definito. Una volta concluso, decidi liberamente se proseguire.

Nessun vincolo inutile.
Nessun “contrattino” costruito per trattenerti.

Vuoi iniziare un percorso di personal coaching?

Queste sono dodici cose che non ti direi mai.

Se senti che qualcosa deve cambiare nel tuo modo di lavorare, nelle relazioni professionali o nel modo in cui affronti una fase delicata della tua carriera, non aspettare una formula magica.

Prendi una decisione.
Investi su te stesso.
Passa all’azione.

Fai coaching.

Come smettere di rimuginare: 12 suggerimenti utili

come smettere di rimuginare
Ti capita di ripensare per ore a una discussione?

Ricostruisci ogni frase.
Immagini cosa avresti potuto dire.
Cerchi di capire chi aveva ragione.

Nel frattempo, sei così preso dai tuoi pensieri da non accorgerti quasi più di ciò che succede intorno a te.

Ogni giorno affrontiamo eventi che, prima o poi, dovremmo riuscire a lasciare andare. Quando non accade, rischiamo di restare intrappolati nel rimuginare.

Non riesci a smettere di pensarci.

Di giorno.
Di notte.
Nei momenti meno opportuni.

La mente continua a ripercorrere discussioni, errori o problemi senza arrivare a una conclusione realmente utile.

Il risultato è estenuante.

I pensieri diventano ripetitivi, limitanti e possono perfino distorcere la percezione di ciò che è accaduto.

Che cosa puoi fare?

Ecco 12 suggerimenti per interrompere questo circolo mentale.

1. Come smettere di rimuginare? Sposta l’attenzione

Allontanati per qualche momento dai pensieri e torna a ciò che sta accadendo intorno a te.

Porta l’attenzione sulle sensazioni fisiche e utilizza tutti i sensi.

Puoi:

  • leggere un libro;
  • guardare un film;
  • ascoltare musica;
  • fare una passeggiata;
  • osservare ciò che ti circonda.

Concentrati sui profumi, sui suoni, sui sapori e sulle sensazioni del corpo.

Non stai ignorando il problema.

Stai interrompendo il flusso automatico dei pensieri.

2. Distraiti intenzionalmente

La distrazione può aiutarti a spezzare l’attrazione del pensiero ripetitivo.

Dedicati a qualcosa che richiede attenzione:

  • balla;
  • suona;
  • disegna;
  • cucina;
  • medita;
  • occupati di un progetto importante.

Non serve trovare l’attività perfetta.

Serve spostare la mente da un pensiero sterile a un’azione concreta.

3. Guarda la situazione da una prospettiva più ampia

Quando rimugini, tendi a osservare sempre lo stesso dettaglio.

Fermati e prova a guardare la situazione nel suo insieme.

Chiediti:

  • Qual è il vero problema?
  • Quali aspetti sono realmente importanti?
  • Esiste una possibile soluzione?
  • Qual è il prossimo passo utile?

Concentrarti sull’azione è quasi sempre più produttivo che continuare a ricostruire ciò che è già accaduto.

4. Stabilisci una scadenza

Se ti concedi un tempo illimitato per prendere una decisione, rischi di non decidere mai.

Stabilisci una scadenza ragionevole.

Poi scegli.

Puoi anche dedicare alle preoccupazioni un momento preciso della giornata. Per esempio, concederti trenta minuti per riflettere e, terminato quel tempo, tornare alle tue attività.

Non eliminerai subito i pensieri.

Ma impedirai loro di occupare tutta la giornata.

5. Dai alla situazione la giusta proporzione

Il pensiero eccessivo tende a rendere tutto più grande e più negativo di quanto sia realmente.

Una piccola difficoltà diventa un disastro.
Un errore sembra compromettere tutto.

Quando ti accorgi che sta accadendo, prova a chiederti:

  • Questa situazione avrà ancora importanza tra cinque anni?

Non è una domanda che serve a minimizzare.

Serve a recuperare proporzione.

Puoi anche analizzare le reali conseguenze di un eventuale errore. Se l’impatto sarà limitato nel medio e lungo periodo, probabilmente non hai bisogno di pensarci così tanto.

6. Non procrastinare

Le decisioni sospese alimentano il rimuginare.

Più rimandi, più la mente continua a tornare sullo stesso punto.

Se puoi agire, fallo.

Anche con un passo piccolo.

Una telefonata.
Una mail.
Una richiesta di chiarimento.
Una decisione provvisoria.

L’azione non risolve sempre tutto.

Ma interrompe l’immobilità.

7. Fermati prima di perdere lucidità

Quando sei stanco, diventi più irritabile, lento e vulnerabile ai pensieri negativi.

Non è il momento migliore per analizzare una discussione o prendere una decisione importante.

Rimanda il ragionamento a quando sarai più riposato.

Puoi anche utilizzare una frase semplice per chiudere temporaneamente il pensiero:

  • Ho fatto del mio meglio.
  • Adesso non posso risolvere altro.
  • Ci penserò domani con maggiore lucidità.

Non è una formula magica.

È un modo per mettere un confine.

8. Non alimentare paure vaghe

L’incertezza facilita il rimuginare.

Quando una paura resta generica, può diventare enorme.

Prova allora a definirla.

Chiediti:

  • Di che cosa ho paura esattamente?
  • Qual è lo scenario che temo?
  • Quanto è realmente probabile?
  • Che cosa potrei fare se accadesse?

Dare un nome preciso alla paura la rende spesso più gestibile.

9. Accetta che non puoi controllare tutto

Pensare troppo è, molte volte, un tentativo di controllare ciò che non può essere controllato.

Le reazioni degli altri.
Il futuro.
Gli imprevisti.
Il risultato di ogni decisione.

Ogni scelta contiene una parte di incertezza.

Quando ti concentri continuamente su ciò che potrebbe accadere, rischi di restare paralizzato.

Distingui allora tra:

  • ciò su cui puoi intervenire;
  • ciò che puoi soltanto accettare.

Investi energia nel primo gruppo.

10. Torna al presente

Il rimuginare ti trascina nel passato oppure ti proietta nel futuro.

Riporta l’attenzione a ciò che stai facendo adesso.

Osserva l’ambiente.
Ascolta i suoni.
Concentrati sul respiro.
Porta a termine il compito che hai davanti.

Gli errori del passato non possono essere modificati.

Le preoccupazioni per il futuro non sono ancora realtà.

Il momento nel quale puoi agire è questo.

11. Come smettere di rimuginare: ridimensiona il perfezionismo

Il perfezionismo alimenta pensieri come:

  • Avrei dovuto fare meglio.
  • Non dovevo sbagliare.
  • Dovevo trovare la risposta perfetta.
  • Non posso permettermi errori.

Ma niente e nessuno è perfetto.

Cercare la perfezione è irrealistico, faticoso e spesso paralizzante.

Quando ti accorgi di pretendere troppo da te stesso, sostituisci la domanda:

  • “Come posso farlo perfettamente?”

con:

  • “Come posso fare un passo avanti?”

Il progresso è più utile della perfezione.

12. Diventa consapevole dei tuoi pensieri

Come smettere di rimuginare?
La consapevolezza è il primo passo.

Devi accorgerti del momento in cui una riflessione utile si trasforma in rimuginare.

Puoi chiederti:

  • Sto cercando una soluzione?
  • Oppure sto ripetendo ancora lo stesso pensiero?
  • Questa riflessione mi sta aiutando?
  • Posso fare qualcosa adesso?

Quando riconosci il meccanismo, puoi fare un passo indietro e osservare la situazione con maggiore distanza.

Non sempre riuscirai a fermare subito i pensieri.

Ma potrai evitare di seguirli automaticamente.

In conclusione

Come smettere di rimuginare?
Riflettere è utile.
Rimuginare no.

La differenza è semplice: la riflessione produce chiarezza, il rimuginare ti riporta continuamente allo stesso punto.

Non devi impedire alla mente di pensare.

Devi imparare a riconoscere quando il pensiero ha smesso di aiutarti.

A quel punto puoi interromperlo, spostare l’attenzione e tornare a ciò su cui hai davvero potere.

Il presente.
Le tue scelte.
Il prossimo passo.

Un nuovo lavoro di team leader: 9 regole per iniziare al meglio

un nuovo lavoroFoto di fauxels da Pexels

Hai superato il colloquio.
Hai ottenuto il lavoro.

Adesso sei il nuovo team leader.

Come ho scritto nel mio libro “Prima volta Leader”, quando entri in un nuovo team o in una nuova azienda è difficile capire subito come funzionano davvero le cose.

Nuove regole.
Nuove persone.
Una cultura ancora da decifrare.

Il malinteso è sempre in agguato. Un approccio sbagliato può diventare un autogol, un atteggiamento può essere frainteso e una decisione apparentemente innocua trasformarsi in una trappola.

Ora che il grande giorno si avvicina, i dubbi sulla tua leadership e le perplessità sui possibili ostacoli potrebbero tenerti sveglio la notte.

È normale.

Ecco nove regole da fare tue per iniziare il nuovo lavoro con maggiore sicurezza, forza ed entusiasmo.

1. Il rispetto va conquistato

Non puoi ottenere il rispetto del team semplicemente perché sei il capo.

Non funziona così.

Il ruolo ti attribuisce un’autorità formale. Il rispetto, invece, dipende dal modo in cui ti comporti ogni giorno.

Devi dimostrare di essere affidabile, coerente e degno della fiducia delle persone.

Il tuo atteggiamento influenza tutto il team.

Se i collaboratori ti vedono manipolare numeri, informazioni o decisioni per il tuo vantaggio personale, smetteranno rapidamente di seguirti.

Il titolo apre la porta.

Sono i comportamenti a permetterti di restare nella stanza.

2. Senza il team non esiste successo

Le persone del tuo team rappresentano il tuo patrimonio professionale.

Possono determinare il successo o l’insuccesso del tuo lavoro, del progetto e, in alcuni casi, dell’intera attività.

Da solo non vai da nessuna parte.

Hai bisogno dei tuoi collaboratori più di quanto, forse, immagini. Le loro competenze, la loro esperienza e il loro impegno permettono anche a te di raggiungere i risultati.

Non trattarli come semplici esecutori.

Rendili parte del percorso.

3. Non pretendere dagli altri la motivazione che tu non mostri

La motivazione del team passa inevitabilmente anche da te.

Non puoi presentarti scarico, distratto o disinteressato e pretendere che gli altri lavorino con entusiasmo.

Essere il leader non significa sentirsi superiori.

Anzi, il bisogno continuo di dimostrare superiorità nasconde spesso insicurezza e paura.

Arroganza e sicurezza non sono la stessa cosa.

Mostrarsi strafottenti non significa avere fiducia in sé stessi. Molto più spesso significa non sapere come gestire le proprie fragilità.

4. Concentrati prima di tutto su te stesso

L’unica persona che puoi controllare davvero sei tu.

Il tuo comportamento.
Le tue reazioni.
Le tue decisioni.
Il modo in cui comunichi.

Non preoccuparti soltanto di ciò che fanno gli altri.

La persona più difficile da gestire potresti essere proprio tu. Leggi il post.

Lavora sul tuo approccio, sulle tue rigidità e sulle tue paure. Se non lo fai, rischi di diventare il centro delle complicazioni che attribuirai al team.

Prima di chiederti perché i collaboratori non funzionano, prova a domandarti:

  • Che cosa sto portando io dentro questa situazione?

5. Non lasciarti paralizzare dalla paura

Avrai paura di sbagliare.

Di non essere all’altezza.
Di non essere abbastanza preparato.
Di non riuscire a gestire il team.

Fa parte del percorso.

Il problema nasce quando la paura ti blocca, ti fa indietreggiare oppure ti impedisce di prendere decisioni.

Non aspettare di sentirti completamente sicuro.

Quel momento potrebbe non arrivare mai.

Le persone di successo non sono necessariamente quelle che possiedono più talento. Spesso sono quelle che, dopo una caduta, si rialzano e continuano.

6. Ricorda il monito di Wolf Rinke

“Dire a qualcuno di fare qualcosa non significa essere leader.”

Assegnare compiti non basta.
Dare ordini non basta.
Controllare il lavoro non basta.

Fai parlare i fatti.

Mostra come si lavora.
Mantieni gli impegni.
Assumiti le responsabilità.
Ascolta più di quanto parli.

La leadership si vede soprattutto quando le persone osservano ciò che fai, non soltanto ciò che dici.

7. Impara a conversare con le tue paure

Quando iniziano i dubbi sulla tua leadership, la mente può riempirsi rapidamente di scenari negativi.

  • “E se non mi rispettano?”
  • “E se sbaglio?”
  • “E se si accorgono che non sono pronto?”

Ferma le fantasie e torna ai fatti.

L’ansia che provi per il nuovo inizio è normale. Anche le persone del team potrebbero sentirsi insicure, perché devono conoscere te, il tuo stile e le tue intenzioni.

I grandi leader non eliminano la paura.

La guardano.
L’ascoltano.
La accettano.

Poi decidono comunque di andare avanti.

Quando il tuo ruolo di leader vacilla, servono strategie concrete per riallineare presenza, voce e direzione.

Ti aiuto a ritrovare fiducia e impatto.

Scopri il servizio dedicato.

8. Non farti inghiottire dalla perfezione

Ogni nuovo compito ti sembrerà una prova.

Ogni progetto dovrà apparire impeccabile.
Ogni decisione ineccepibile.
Ogni intervento perfetto.

Ma è realistico aspettarti la perfezione mentre stai ancora imparando?

No.

Non caricarti sulle spalle un peso inutile.

Migliorerai strada facendo. Imparerai dalle persone, dalle difficoltà e anche dagli errori.

Punta al miglior risultato possibile.

Non alla perfezione.

9. Sii gentile, non debole

Essere gentile non significa essere un avversario facile.

Essere educato non significa accettare tutto.

La gentilezza richiede spesso molto più carattere dell’arroganza, perché ti obbliga a governare l’ego invece di lasciarti governare.

Serve disciplina per mantenere la calma.
Serve forza per ascoltare senza reagire immediatamente.
Sicurezza per essere rispettosi anche quando devi essere fermo.

Sbraitare è facile.

Essere autorevole senza umiliare gli altri è molto più difficile.

Il nuovo ruolo comincia prima ancora del primo giorno

Non devi dimostrare subito di sapere tutto in un nuovo lavoro.

Devi osservare, ascoltare e comprendere.

Il tuo obiettivo iniziale non è stupire il team.

È costruire le condizioni perché le persone possano fidarsi di te.

La leadership non nasce nel momento in cui ricevi il titolo.

Comincia nel modo in cui scegli di entrare in quella stanza.

Crescere in azienda: dovrai gestire invidie e solitudine

crescere in azienda

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Un mio cliente Kevin ha sempre associato la leadership ai suoi aspetti più gratificanti:

  • soddisfazione;
  • successo;
  • senso di realizzazione;
  • benessere economico.

Kevin vuole crescere in azienda.

Non è ancora del tutto consapevole che, insieme alle opportunità, cambieranno anche molte altre cose.

Aumenteranno le responsabilità.

Le scadenze e gli obiettivi diventeranno esami continui. Ci sarà sempre un progetto da completare, una decisione da prendere o un problema che richiederà attenzione.

Anche quando la giornata lavorativa sarà terminata, non sarà sempre facile liberare la mente dai pensieri e dalle responsabilità.

Crescere in azienda non è sempre comodo

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza”, non importa quanto tu abbia studiato o se coordini due persone oppure duecento.

Essere leader non è sempre comodo.

La leadership riguarda molto più il tuo modo di essere che il titolo riportato sul biglietto da visita.

Devi anche essere consapevole che non tutti accoglieranno con entusiasmo la tua crescita.

Potrebbero nascere:

  • gelosie;
  • tensioni;
  • sospetti;
  • rivalità.

Qualcuno potrebbe metterti i bastoni tra le ruote, screditarti o parlare male di te.

Non necessariamente perché tu abbia fatto qualcosa di sbagliato. A volte la tua crescita può far sentire un’altra persona minacciata, inadeguata o messa in secondo piano.

Riconoscimento e maldicenza, purtroppo, possono camminare insieme.

Kevin avverte un crescente senso di solitudine

Kevin si confida spesso con un amico e, qualche volta, racconta tutto anche alla compagna.

Così, però, informazioni delicate rischiano di uscire dall’azienda.

Ha paura di non farcela perché non conosce ancora bene le dinamiche organizzative. Teme di fare passi falsi e, in un ambiente nel quale gli altri sembrano sapere sempre come muoversi, si sente spesso solo.

Quando deve affrontare un problema complesso o prendere una decisione delicata, ha la sensazione che la gerarchia non lo sostenga.

Ancora meno il suo capo diretto.

Prova un forte senso di isolamento e fatica a smettere di pensare al lavoro anche quando torna a casa.

Inoltre, crede di essere osteggiato perché si considera, con poca modestia a dire il vero, “uno che pensa più avanti degli altri”.

Non puoi controllare i giudizi degli altri

È impossibile.

Il comportamento, l’atteggiamento e le opinioni altrui sono in gran parte fuori dal tuo controllo.

Puoi essere disponibile, gentile e corretto. Ci sarà comunque qualcuno pronto a criticarti, biasimarti o interpretare negativamente le tue intenzioni.

Cercare di controllare, prevenire o neutralizzare ogni critica ti porterà soltanto:

  • ansia;
  • frustrazione;
  • rabbia;
  • perdita di energia.

Accettare di non poter controllare tutti i giudizi non significa subire passivamente.

Significa scegliere con lucidità dove intervenire e dove, invece, non lasciarsi trascinare.

Prima acquisisci questa consapevolezza, meglio è.

L’invidia può spingere alcune persone a comportarsi male

L’invidia può manifestarsi attraverso comportamenti scorretti, irrispettosi o poco trasparenti.

Potresti diventare oggetto di:

  • pettegolezzi;
  • esclusioni;
  • provocazioni;
  • tentativi di sabotaggio;
  • svalutazioni più o meno evidenti.

Quando accade, cerca un confronto diretto e privato.

Invita la persona a parlare con calma e onestà. Evita però di aprire la conversazione con frasi come:

“Ehi, qual è il tuo problema?”

Partiresti subito con un tono inquisitorio e conflittuale.

L’altra persona si metterebbe sulla difensiva e il dialogo diventerebbe probabilmente un rimpallo di accuse e negazioni.

Meglio iniziare con una frase più esplorativa:

  • “Ho notato una certa distanza tra noi.”

Oppure:

  • “Ho la sensazione che negli ultimi tempi ci sia qualche tensione. Vorrei capire se è successo qualcosa.”

Se necessario, chiarisci che determinati comportamenti possono danneggiare il lavoro e le prestazioni del team.

Prova poi a cercare soluzioni accettabili per entrambi.

Il rapporto potrebbe non diventare mai particolarmente caloroso. In alcuni casi, mantenere una relazione cordiale e un certo distacco professionale è la scelta più saggia.

Quando ti senti spiazzato ricorda la massima di Marty Rubin:

“Il cane chiuso nel recinto abbaia a quello che scorrazza liberamente.”

Prendi le distanze dalle persone invidiose

Non lasciarti coinvolgere in ogni provocazione. Evita di rispondere impulsivamente e non permettere agli altri di trascinarti in continue sfide competitive.

Ignora i commenti che non meritano attenzione.

Intervieni soltanto quando il comportamento supera un limite, danneggia il lavoro o mette in discussione la tua credibilità professionale.

Resta concentrato sui tuoi obiettivi.

Continua a lavorare con correttezza.
Proteggi la tua reputazione con i fatti.
Non perdere tempo a convincere tutti.

Crescere in azienda significa anche imparare a convivere con il fatto che non tutti saranno felici dei tuoi risultati.

Non permettere che questo ti faccia deviare dal tuo percorso.

Colloqui di lavoro: l’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

colloqui di lavoro

Foto di Aksel Lian da Pixabay

Il selezionatore ti sta accompagnando nella sala del colloquio.

Il momento è arrivato.
Sei concentrato.
Bene.

Adesso rilassati ancora un po’.

Fino a ieri ti sei forse concesso qualche fantasticheria: il nuovo lavoro, il primo stipendio, il momento in cui firmerai il contratto.

Ma non è ancora il momento di parlare di salario o data d’inizio.

Per ora concentrati su un obiettivo molto più concreto:

ottenere il secondo colloquio.

L’autorevolezza comincia dall’ingresso

Dal primo istante stai inviando messaggi non verbali.

Anche se non dici nulla, il tuo corpo comunica sicurezza, tensione e atteggiamento.

Quando entri nella stanza, la prima impressione è già in costruzione.

Evita un ingresso esitante, ma anche uno troppo sicuro o arrogante.

Cammina con passo deciso, senza fretta.

Saluta.
Sorridi.
Mantieni lo sguardo alto.
Raddrizza le spalle.

Stai proponendo il tuo valore professionale, non chiedendo un favore.

Per approfondire: Come entrare con autorevolezza nella stanza del colloquio.

Riconosci l’ansia invece di combatterla

Se il colloquio ti mette agitazione, è normale.

Non perdere energie cercando di nasconderla.
Riconoscila.

Puoi dirti:

  • “Sono agitato. Va bene così. Posso fare comunque un buon colloquio.”

Poi osserva il tuo linguaggio del corpo.

Evita di:

  • camminare troppo velocemente;
  • parlare a raffica;
  • interrompere;
  • tamburellare con le dita;
  • muovere continuamente gambe o piedi.

Rallentare è già un modo per trasmettere maggiore sicurezza.

Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica fiducia e presenza.

Se abbassi continuamente lo sguardo o eviti gli occhi del selezionatore, potresti apparire insicuro.

Non serve fissarlo.

Mantieni uno sguardo naturale e torna regolarmente sul tuo interlocutore.

Se ti mette in difficoltà, concentra lo sguardo tra le sopracciglia.

L’effetto sarà molto simile.

L’attenzione del selezionatore non si pretende, si guadagna

Non cercare di compiacerlo.

Più provi a indovinare la risposta che desidera sentirsi dire, più rischi di apparire costruito.

Sii semplice.
Sii concreto.

Se bastano dieci parole, non usarne trenta.

Tieni la testa alta, siediti composto e guarda il selezionatore quando parli.

Non nascondere la tua personalità dietro il curriculum.

Sii te stesso. L’autenticità paga

Mantieni un atteggiamento positivo.

Sorridi senza forzature e mostra interesse per il ruolo.

Ai selezionatori piacciono persone preparate, autentiche e fiduciose.

Ricorda una cosa importante:

se sei stato invitato al colloquio, significa che il tuo profilo ha già suscitato interesse.

Adesso devono conoscere la persona.

Prova a stabilire una connessione

Durante il colloquio non limitarti a impressionare.

Prova a creare una connessione autentica.

Non serve diventare amici del selezionatore.
Basta instaurare un dialogo naturale.

Anche una breve conversazione iniziale può rompere il ghiaccio e creare un clima più sereno.

Essere cordiale, mentre vieni osservato e valutato, è già un segnale di sicurezza.

Usa le pause

Non avere paura delle pause.

Quando affronti un punto importante, concediti qualche secondo prima di rispondere.

Le pause trasmettono controllo e danno peso alle parole.

Evita invece di costruire risposte solo per ottenere l’approvazione del selezionatore.

Se ne accorgerà.

Limita anche espressioni come:

  • “Forse…”;
  • “Credo…”;
  • “Immagino…”.

Usate continuamente, rendono il messaggio meno deciso.

Non affrettare le risposte

Quando sei nervoso è facile parlare troppo.

Rallenta.

Ascolta la domanda fino alla fine e concediti il tempo di riflettere.

Un colloquio non è una gara di velocità.

Parla con calma, imposta bene la voce e non temere qualche breve silenzio.

Non limitarti a rispondere

Il colloquio è un dialogo.

Il selezionatore valuta te.
Ma anche tu stai valutando l’azienda.

Fai domande quando nasce l’occasione.

Quando racconti un’esperienza, entra nei dettagli che dimostrano il tuo contributo e i risultati ottenuti.

Soprattutto, ascolta fino in fondo la domanda prima di preparare la risposta.

MORE > scopri il percorso di coaching ideale per il tuo colloquio vincente.

La trappola: non essere arrogante

Una buona dose di fiducia è indispensabile.

L’arroganza, invece, ti allontana dal selezionatore.

Mostrati:

  • ambizioso, ma non impaziente;
  • disponibile, ma non timoroso;
  • sicuro di te, ma senza ostentazione.

La vera autorevolezza non ha bisogno di alzare la voce.

Si riconosce dalla calma, dalla preparazione e dal rispetto con cui affronti il colloquio.

L’attenzione del selezionatore non si pretende.

Si guadagna.
Una risposta alla volta.
In bocca al lupo!

Email di lavoro: come risolvere conflitti con autorevolezza

email di lavoro

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Ogni giorno, appena sveglio,
ti piaccia o no, sai che dovrai comunicare.

Il modo in cui scegli di farlo
— consapevolmente o no —
influenzerà le tue giornate.

Intensificherà le tue emozioni.

Ti sarai sicuramente accorto di come
le email di lavoro
possano diventare un modo terribile di comunicare.

E ti credo.
Usando solo il testo,

..perdi oltre il 90% dell’efficacia della comunicazione

E con queste premesse
è facile che i toni si scaldino,
nascano attriti,
si creino incomprensioni ed equivoci.

Con un aumento di tensione e conflitto.

Le email di lavoro aumentano in modo esponenziale
e con esse le occasioni per creare frizioni.

Spesso la tensione si esaspera

A tal punto da diventare un enorme spreco di tempo,
tanto inefficace quanto inefficiente.

Ore di lunghe riflessioni,
su cosa/come rispondere,
coinvolgendo colleghi e partner
nei tuoi “drammi digitali”.

È necessario interrompere
questo circolo vizioso (e infinito)
di scambi digitali al veleno.

Risolvere la questione in modo autorevole
è più facile a dirsi che a farsi.

Un conflitto gestito per mail
genera ancora più conflitto

Quando sorge un conflitto,
siamo spesso tentati di usare istintivamente
la posta elettronica
per risolvere velocemente il problema.

Purtroppo una frase —
anche ben intenzionata
o un feedback costruttivo —
può diventare aspra e irritante
se interpretata nel modo sbagliato.

Attribuiamo una nostra personale tonalità e significato,
trasformando un semplice commento
in qualcosa di completamente diverso.

Ovviamente, negativo.

Non utilizzare le mail
per risolvere i conflitti

Rispondere con animosità a un’email di lavoro
non è quasi mai il modo più efficace
per risolvere la questione.

Prima di rispondere fai un respiro.
Meglio due.

La velocità delle comunicazioni elettroniche
raramente ti lascia il tempo di fermarti
e considerare la situazione in modo obiettivo.

Se il tuo collega, capo o cliente
si sono lasciati sopraffare dalle emozioni,
non ripetere lo stesso errore.

Prendi tempo.
Ti aiuterà a evitare una reazione istintiva.

Lascia un po’ sbollire.

Rispondi sempre in modo professionale

Se la risposta è urgente
o senti troppa tensione,
avrai comunque almeno 5 minuti.

Alzati.
Raffredda la mente.
Fai due passi.
Bevi un bicchiere d’acqua.

Resisti alla tentazione
di saltare subito alle conclusioni.

Rileggi.
Assicurati di aver compreso davvero
prima di rispondere.

Ammetti i tuoi (eventuali) errori

A volte sei convinto di avere ragione.

Altre volte scopri che
la causa del problema —
o chi ha aggravato la situazione —
sei proprio tu.

Riconosci l’errore
e porgi le tue scuse
a tutte le persone coinvolte.

Non permettere che una svista o un fraintendimento
rovini la tua immagine professionale
e mandi in fumo anni di relazioni costruite.

Fare ciò che è giusto
è sempre la scelta più solida.

Concedi una “possibilità” alla persona

Dare il beneficio del dubbio
aumenta la probabilità
di una risoluzione sana.

Non è facile.

Soprattutto se la persona non ti piace
o sei convinto si sia comportata male.

Ti incoraggio a provarci comunque.

Anche se non ti senti a tuo agio,
avvicina la persona
con domande chiarificatrici,
non con dichiarazioni accusatorie.

Nelle email di lavoro distingui tra i fatti
e la tua “visione”

In un conflitto professionale
ci sono due elementi distinti:

  • cosa è successo (i fatti)
  • la tua interpretazione (la tua storia)

La tua storia
può essere più negativa della realtà.

Esistono sempre più motivi
— validi o meno —
per cui qualcuno ha fatto
o non ha fatto qualcosa.

Hai un solo modo per verificarlo:
chiedere direttamente.

  • “Ho notato che le riunioni del Dipartimento ora sono alle 16:00.
    Questo è in conflitto con…
    Puoi aiutarmi a capire perché hai scelto questo orario?
    Mi piacerebbe parlarne per risolvere la pianificazione.”

La vera domanda è:
desideri davvero risolvere il conflitto?

Se il tuo obiettivo è trovare una soluzione reale,
la scelta migliore è un incontro
faccia a faccia
o una chiamata
(telefonica o video).

Scrivere mail aggressive
è facile.

Affrontare un confronto diretto
richiede coraggio e autocontrollo.

Ed è proprio lì
che si vede la tua autorevolezza.

Sulla preparazione al confronto difficile puoi leggere il mio post
Confronto difficile in arrivo? La preparazione che nessuno racconta

Chiedi un incontro esplicativo

  • “Possiamo risolvere meglio di persona.
    Prendiamoci un caffè.”
  • “Parliamone.
    Ti chiamo domani mattina.”
  • “Inseriamolo nell’ordine del giorno
    della prossima riunione.

Scoprirai che, spesso,
l’altro non voleva creare conflitto.

Di persona,
le persone sono molto meno aggressive
che dietro uno schermo.

Ecco come essere autorevoli.

La vera autorevolezza
nasce dal modo in cui comunichi.

In conclusione

Comprendere non significa giustificare.
Empatizzare non vuol dire subire.

Puoi scegliere di ascoltare,
chiarire
e costruire.

L’assertività è
presenza, confini chiari
e nessun bisogno di alzare la voce.

Essere autorevole: 9 errori killer che uccidono la tua capacità di ascolto

capacità di ascolto

Foto di Sound On da Pexels

“Ma certo che ti ascolto!”

Quante volte lo dici senza renderti conto che, in realtà, stai già preparando la risposta?

Ascoltare sembra semplice.

In realtà è una delle competenze più difficili da sviluppare.

Spesso ascoltiamo attraverso filtri fatti di supposizioni, paure e giudizi. Il messaggio si distorce, nasce attrito e passa soltanto ciò che conferma il nostro modo di vedere le cose.

Se vuoi essere autorevole, devi imparare prima di tutto ad ascoltare.

Davvero.

Ecco nove errori che possono compromettere la tua capacità di ascolto.

1. Interrompi chi sta parlando

A nessuno piace essere interrotto.

Quando completi la frase dell’altro o inizi a parlare prima che abbia finito, gli stai comunicando che ciò che hai da dire è più importante.

Lascia che concluda il suo pensiero.

Solo dopo rispondi.

2. Sei già impegnato a preparare la risposta

Se non vedi l’ora di dire la tua, non stai ascoltando.

Stai aspettando il tuo turno.

Mentre l’altro parla, il tuo dialogo interno costruisce già obiezioni, esempi e risposte.

Per ascoltare davvero devi sospendere, almeno per qualche minuto, la necessità di intervenire.

3. Ti lasci influenzare dalla persona

Età, ruolo, esperienza, modo di vestire o successo possono influenzare il tuo ascolto.

Anche senza accorgertene.

Evita di decidere in anticipo quanto valore dare alle parole di qualcuno in base a ciò che pensi di lui.

Ascolta prima.

Giudica dopo.

4. Ti distrai facilmente

Il corpo è presente.

La mente no.

Controlli il telefono, guardi fuori dalla finestra oppure pensi ad altro.

Quando accade, smetti di ascoltare.

Se vuoi essere autorevole, dedica all’altra persona la tua attenzione.

5. Pensi ai tuoi problemi

Mentre l’altro parla, tu sei già altrove.

Alla prossima riunione.
Alla lista delle cose da fare.
Alla vendita che devi concludere.
A come vieni percepito.

Più spazio occupano i tuoi pensieri, meno ne rimane per chi hai davanti.

6. Non provi empatia

Ascoltare non significa soltanto sentire le parole.

Significa provare a capire il punto di vista dell’altro.

Empatia non vuol dire essere sempre d’accordo.

Vuol dire fare lo sforzo di osservare la situazione anche con i suoi occhi.

7. Hai pregiudizi

Una mente chiusa ascolta poco.

Quando etichetti una persona prima ancora che abbia finito di parlare, riduci drasticamente la tua capacità di comprendere ciò che sta dicendo.

Ascolta con curiosità.

Anche quando non condividi.

8. Il tuo linguaggio del corpo comunica disinteresse

La postura parla.

Se ti lasci andare sulla sedia, guardi continuamente altrove, sbadigli o ti agiti, l’altro percepirà che non è davvero al centro della tua attenzione.

Chi ascolta con interesse tende naturalmente a orientarsi verso l’interlocutore.

9. Il tuo volto non ascolta

Anche le espressioni del viso fanno parte dell’ascolto.

Un cenno del capo, un sorriso o una semplice espressione di attenzione aiutano l’altra persona a sentirsi ascoltata.

Al contrario, uno sguardo assente o completamente inespressivo può trasmettere il messaggio opposto.

Autorevolezza non è volume, ma equilibrio tra voce, corpo e intenzione.

Il percorso di coaching mirato “Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive” ti aiuta a esprimerti con sicurezza e carisma.

Capacità di ascolto? Ascoltare è una scelta

Molti pensano di essere buoni ascoltatori.

In realtà ascoltano soprattutto sé stessi.

L’autorevolezza nasce anche da qui.

Le persone si fidano di chi le fa sentire comprese, non soltanto di chi parla bene.

Per questo motivo, prima di migliorare il tuo modo di comunicare, prova a migliorare il tuo modo di ascoltare.

È spesso lì che inizia una comunicazione davvero efficace.

Mancanza di tempo: 8 errori che prosciugano la tua produttività

mancanza di tempo

Lavoro come coach nel reinserimento professionale a Lugano.

Svolgo anche l’attività di personal coach, gestisco il sito Ferrarelli Coaching, il blog, gli impegni familiari e la mia vita personale.

Ce la posso fare?
Anche no.

Quando ho aperto il blog, nel marzo 2013, temevo di non riuscire a stare dietro a tutto. Avevo paura di essere travolto dagli impegni e che il progetto si fermasse dopo pochi mesi.

Per molto tempo ho lasciato che fossero queste paure a decidere.

Poi mi sono detto:

Qualunque cosa accada, andrò avanti.

Ho fatto il primo passo. Poi quello successivo.

Sono ancora qui.
E anche il blog.

La paura di non avere tempo

Una delle paure che ci impedisce di iniziare un nuovo progetto è pensare di non avere abbastanza tempo.

Combatterla non serve.
Più ci pensi,
più diventa forte.

Devi piuttosto cambiare il tuo rapporto con il tempo.

Il tempo è limitato e continuerà a scorrere. Puoi soltanto decidere come utilizzarlo.

Spesso, inoltre, il “non ho tempo” nasconde altro:

  • paura di iniziare;
  • difficoltà a scegliere;
  • incapacità di dire no;
  • abitudine a riempire ogni spazio.

Quando qualcosa è davvero importante, cerchi il modo di farle posto.

Ecco otto errori che prosciugano tempo ed energia.

1. Lavorare tanto invece di lavorare meglio

Essere occupati non significa essere produttivi.

Puoi lavorare molte ore e ottenere poco. Oppure concentrarti sulle attività giuste e raggiungere risultati migliori in meno tempo.

Il tempo e l’energia sono limitati.

Usali dove producono un risultato reale.

2. Non stabilire le priorità

Non tutte le attività hanno lo stesso valore.

Se consideri tutto urgente, disperderai attenzione ed energie.

Individua ciò che deve essere fatto, ciò che può aspettare e ciò che può essere eliminato.

L’obiettivo non è riempire ogni minuto.

È proteggere il tempo dedicato a ciò che conta.

3. Dire sempre di sì

Quando dici sì a tutto, riduci lo spazio per le attività importanti.

Non puoi rifiutare ogni richiesta, ma puoi evitare di accettare automaticamente compiti che producono poco o non richiedono davvero il tuo intervento.

Meglio svolgere poche attività bene che accumularne molte e portarle avanti in modo superficiale.

Ogni sì contiene anche un no.

4. Cercare di controllare tutto

Il bisogno di controllo consuma una quantità enorme di energia.

Non puoi governare persone, risultati e imprevisti.

Puoi però controllare:

  • le tue decisioni;
  • le tue reazioni;
  • il tuo comportamento;
  • il modo in cui affronti i problemi.

Non sprecare energie cercando certezze assolute.

Concentrati su ciò che dipende da te.

5. Tenere tutto a mente

Cercare di ricordare ogni attività, appuntamento e incombenza affatica la mente.

Scrivere le cose da fare libera energia mentale e riduce il rischio di dimenticare qualcosa.

Ma attenzione: anche le liste possono diventare un’ossessione.

Usa un sistema semplice.

Scrivi ciò che conta.

Poi agisci.

6. Controllare continuamente la posta

Aprire di continuo e-mail interrompe il flusso del lavoro.

Ogni volta devi poi recuperare la concentrazione.

Stabilisci alcuni momenti precisi della giornata per leggere e rispondere ai messaggi.

Personalmente controllo la posta tre o quattro volte al giorno.

La maggior parte delle comunicazioni può aspettare qualche ora.

7. Essere presente su tutti i social

Non devi essere ovunque.

Scegli il canale più adatto al tuo modo di comunicare e alle persone che vuoi raggiungere.

Per quanto mi riguarda, preferisco dedicare tempo al sito, ai contenuti e al lavoro con i clienti.

Essere attivi su ogni piattaforma può dare la sensazione di lavorare molto.

Non sempre significa creare valore.

8. Essere perfezionista

Il perfezionismo prosciuga tempo ed energia.

Quando tutto deve essere fatto esattamente a modo tuo, rischi di perderti nei dettagli e dimenticare il risultato complessivo.

Un progetto può sempre essere migliorato.

Ma prima o poi deve essere concluso.

Punta a fare un buon lavoro, non un lavoro perfetto.

Concentrati prima su ciò che conta. I dettagli vengono dopo.

Il problema non è sempre il tempo

Spesso non ti manca il tempo.

Ti manca una scelta chiara su come utilizzarlo.

Essere produttivi non significa correre tutto il giorno o riempire l’agenda.

Significa scegliere dove mettere la tua attenzione.

Il tempo non può essere aumentato.

Può però essere protetto e dedicato a ciò che per te conta davvero.

Come chiedere scusa al lavoro. Basta dire “Mi dispiace”?

come chiedere scusa al lavoro

“Scusarsi non significa sempre che tu hai sbagliato e l’altro ha ragione.

Significa semplicemente che tieni più a quella relazione del tuo orgoglio.”

Fabio Volo.

Gli errori accadono.
Succede a tutti.

Sul lavoro, prima o poi, sbagliamo.

Se una tua negligenza o superficialità ha avuto conseguenze importanti
— o ha messo in difficoltà qualcun altro —
serve umiltà.

Non solo per riparare,
ma anche per chiedere scusa.

Eppure, come chiedere scusa al lavoro è una fase spesso trascurata.

Il modo in cui:

  • ammetti un errore
  • lo mascheri
  • o lo scarichi su altri

dice molto di te!

È tempo di mea culpa?

Nonostante molti avvocati consiglino di evitare le scuse

(perché potrebbero sembrare un’ammissione di colpa,
e in certi contesti portare perfino al licenziamento),

gli studi dimostrano che quando le persone ricevono scuse autentiche,
le ripercussioni tendono a essere più contenute.

Puoi anche seguire il principio:

  • “Non scusarti mai, non spiegare mai”.

Scelta tua.

Ma non aspettarti di essere percepito come una persona giudiziosa, matura o collaborativa.

Come chiedere scusa al lavoro

Chiedere scusa non è scrollare le spalle e dire “mi dispiace”.

A volte:

  • le giustificazioni non bastano
  • chi ha subito il danno non vuole dimenticare
  • l’errore è percepito come imperdonabile

In generale, però, le scuse servono a:

  • riaprire un dialogo
  • ristabilire fiducia
  • riparare relazioni

E dimostrano:
responsabilità, integrità, empatia.

Il problema?
Spesso le scuse vengono fatte male.
Di fretta.
E… cadono nel vuoto.

La chiave è creare una base collaborativa, non conflittuale.

E trovare una soluzione produttiva, per quanto possibile, per tutte le parti coinvolte.

1. Non farti travolgere dalle emozioni

Se stai per affrontare una conversazione “difficile”,
è normale sentirsi nervosi, ansiosi, sulla difensiva.

Ma le emozioni influenzano la tua professionalità.

Scusarsi nel pieno di uno scisma emotivo raramente funziona.

Lo stress:

  • riduce la lucidità
  • limita le soluzioni creative
  • aumenta il rischio di dire cose di cui pentirti

Meglio fermarsi.
Prendere distanza.
Riguardare la situazione con più oggettività.

Con la testa più libera, tutto diventa più gestibile.

2. Se l’altro vuole sfogarsi, ascolta

Che sia capo, collega o cliente.

Non interrompere.
Non difenderti.
Almeno non ora.

Lascia che l’altra persona:

  • esprima rabbia
  • delusione
  • frustrazione

È la parte più difficile del “come chiedere scusa al lavoro”.

Respira.
Ascolta.

3. Sii sincero

Scusarsi senza sentirlo è inutile.

E si nota subito.

Le scuse non autentiche sono irrispettose.

Se non provi un reale pentimento,
meglio rimandare.

O lasciare perdere.

4. Abbraccia l’imbarazzo

Qui molti saltano il passaggio.

Eppure, è quello che dimostra più coraggio e sicurezza.

Scusarsi è imbarazzante.
Ammettere un errore — magari banale — lo è ancora di più.

Non c’è modo di evitarlo.

A volte proviamo ad alleggerire con l’ironia:

  • “Sai che sono un rompiscatole…”
  • “Non sono Einstein, i numeri non sono il mio forte…”

Ma funziona poco.

Molto meglio:

“È imbarazzante, ma sento il bisogno di scusarmi.”

È diretto.
È umano.
Credibile.

Prenditi la responsabilità.

5. Quando chiedi scusa, non parlare di te

Errore comune:
focalizzarsi sulle proprie intenzioni.

  • “Non volevo…”
  • “Stavo cercando di…”
  • “Avevo una buona ragione…”

A chi ha subito il torto non interessa.

Meglio dire:

“Capisco la tua delusione”

“Comprendo che ti ho messo in difficoltà”

Evita di giustificarti:

  • “Mi dispiace se me la sono presa con te, avevo molto stress…”

Meglio:

“Mi dispiace per come ti ho trattato ieri.”

Semplice.
Senza alibi.


Essere leader significa anche scegliere le parole giuste.

Trovi spunti utili nei miei libri:

• “Autorevolezza” – Nuova edizione 2025

• “Prima volta Leader” per chi entra nella leadership.

6. Mettiti davvero nei panni dell’altro

Come si sente l’altra persona?

  • tradita?
  • frustrata?
  • imbarazzata?

Riconoscere queste emozioni rende le tue scuse più efficaci.

Esempi:

  • “Immagino come ti sei sentito escluso”
  • “Non volevo minare la tua professionalità”

7. Esprimi rincrescimento

Ogni scusa parte da:
“Mi dispiace” o “Mi scuso”.

È essenziale.

Sii onesto sul motivo per cui ti scusi.
Evita secondi fini.

8. Non scaricare la colpa

Frasi come:

  • “Non è colpa mia!”
  • “Chiedete a Marco”

minano la tua professionalità.

Assumersi responsabilità genera rispetto.
E incoraggia gli altri a fare lo stesso.

9. Ammetti la responsabilità

Anche se:

  • c’è stato un malinteso
  • eri sotto stress
  • qualcosa è andato storto

Conta ciò che fai ora.

L’empatia ripara più di mille giustificazioni.

10. Fai ammenda

Offri soluzioni concrete.
Senza esagerare.

Promesse realistiche.

Non auto-flagellazione:

  • “Sono un disastro”
  • “Sono imperdonabile”

Poi… vai avanti.

11. Prometti che non accadrà di nuovo

Resta nel concreto.
E mantieni la promessa.

Perché:
la tua voce,
il tuo sguardo,
la tua presenza

parlano più delle parole.

Scopri il percorso
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive
e allena una leadership autentica.

In definitiva

Chiedere scusa non ti rende debole.
Ti rende affidabile.

Nel lavoro, come nella leadership,
l’autorevolezza non nasce dall’infallibilità,
ma da come gestisci l’errore.

Carriera sbagliata: il più grande fallimento è non crederci più!

carriera sbagliata

Se vuoi crescere, prima o poi dovrai provare.

E chi prova, ogni tanto sbaglia.

Fa una scelta che non si rivela quella giusta. Accetta un lavoro che delude. Investe tempo in un progetto che non porta dove sperava.

Fa parte di qualsiasi percorso professionale.

Il problema è che, dopo alcune delusioni, molti smettono lentamente di esporsi.

Non da un giorno all’altro.
Un passo alla volta.

All’inizio è solo prudenza.
Poi diventa abitudine.

Infine diventa il modo in cui vivi il lavoro.

Il fascino della sicurezza

La routine ha molti vantaggi.

Conosci il tuo lavoro.
Sai cosa fare.
Sai come evitare gli errori.

Le giornate scorrono senza grandi sorprese.

All’apparenza è una situazione rassicurante.

Ma c’è una domanda che vale la pena porti…

Da quanto tempo non fai qualcosa che ti mette davvero alla prova?

Non parlo di cambiare azienda ogni sei mesi.

Parlo di imparare una competenza nuova.

Di proporti per un progetto diverso.
Di candidarti a una posizione che ti intimorisce.
Di affrontare una conversazione che continui a rimandare.

La crescita raramente avviene dove ti senti completamente al sicuro.

Quando il comfort diventa una trappola

Molti immaginano la zona di comfort come un luogo piacevole.

In realtà, spesso è semplicemente un luogo conosciuto.

Magari il lavoro non ti entusiasma più.
Le giornate si assomigliano tutte.

Sai che potresti fare di più, ma rimani dove sei perché lì tutto è prevedibile.

È un equilibrio che, con il tempo, rischia di trasformarsi in immobilità.

Non hai grandi problemi.
Ma non hai nemmeno nuovi stimoli.

La carriera si costruisce anche con il coraggio di esporsi

Ogni passo importante comporta una dose di incertezza.

Una candidatura può non andare bene.
Una promozione può non arrivare.
Un progetto può fallire.

Ma il punto non è evitare qualsiasi delusione.

Il punto è non lasciare che la paura di sbagliare decida al posto tuo.

Perché una carriera cresce quando continui a metterti in gioco.

Non quando aspetti il momento perfetto.

Non cercare una vita senza ostacoli

È naturale desiderare stabilità.

Tutti la cerchiamo.

Ma una vita professionale costruita soltanto per evitare rischi finisce spesso per togliere anche entusiasmo, curiosità e senso di evoluzione.

Gli ostacoli non sono il contrario della crescita.

Molto spesso ne sono il prezzo di una carriera sbagliata.

Stai pensando di cambiare lavoro ma non sai da dove partire?

In un percorso mirato ti aiuto a fare chiarezza,
valutare le opzioni e definire il prossimo passo giusto per te.

Scopri il servizio “Esplora, valuta, decidi”.

Una domanda da portare con te

La prossima volta che senti il desiderio di rimandare una scelta, chiediti:

  • Sto proteggendo ciò che ho… oppure sto rinunciando a ciò che potrei diventare?

Perché gli errori fanno parte di qualsiasi percorso professionale.

Restare fermi, invece, è una scelta.

E quasi mai porta la tua carriera nella direzione che desideri.

Se invece il problema non è la paura di metterti in gioco, ma la sensazione di aver ormai compromesso il tuo percorso professionale, forse la domanda da porti è un’altra.

→ Hai davvero scelto la carriera sbagliata?