Colloquio individuale con un collaboratore: 20 regole di base (spesso poco applicate)

colloquio individuale

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Le accortezze di un buon colloquio individuale con un collaboratore sono semplici.

Facilmente applicabili.

Si pensa che basti essere educati, parlare in modo chiaro… e il gioco è fatto!

Proprio perché sono così semplici, spesso diventano banali.
Scontate.

E quindi eseguite con superficialità e leggerezza.

Un esempio?

Il sorriso di circostanza.
Quell’increspare leggermente le labbra per accennare un sorriso.

Non toglie quel retrogusto di disagio e di non-riconoscimento che proviamo.

Siamo molto lontani da:

  • “Oh! Ma che piacere averti qui!”

Oppure…

Come spiegare quel senso di superiorità e altezzosità che, a volte, ci accoglie in un colloquio individuale?

Possiamo bollare la persona come scortese o poco professionale?

Magari no.

Eppure, rimane quella sensazione gelida.
Di sufficienza.
Di fretta.
Indifferenza.

Come se stessimo disturbando.

Tutte esagerazioni? Paranoie?

Non direi.

Come spiego nel mio libro “Autorevolezza”, le persone oggi ricercano soddisfazioni emotive.
Anche chi si definisce estremamente razionale.

Riconoscimento.
Disponibilità.
Ascolto.
Apprezzamento.
Empatia.

Sono queste le esperienze più gratificanti.

Ma anche le più sensibili.
E le più pericolose, quando mancano.

Per questo è fondamentale distinguere tra professionalità e comportamento.

Una check-list essenziale per i tuoi colloqui individuali

Queste 20 regole sono semplici.

Forse le conosci già.
Ma applicarle con consapevolezza cambia tutto.

Considera questo post come una check-list operativa.
Un promemoria concreto prima del tuo prossimo incontro.

1. Ricorda la potenza della prima impressione

Bastano pochi secondi per formare una percezione.

E una volta formata, cambiarla è difficile.

I primi istanti sono decisivi.
Ogni dettaglio contribuisce.

Nulla dovrebbe essere lasciato al caso.

Approfondisci con il mio post sulla prima impressione.

2. Attenzione al look

Vuoi essere ricordato per la tua competenza.
Non per una trascuratezza evitabile.

Sobrio.
Curato.
Coerente con il contesto.

Elegante, ma autentico.

3. La puntualità è un must

Il ritardo comunica disorganizzazione.
Anche — e soprattutto — se sei il capo.

Se accade, scusati subito.

4. La cortesia non è opzionale

La vera leadership si riconosce da come tratti tutti.

Non solo chi è “sopra”.
Ma anche chi è “sotto”.

Chi ha bisogno di dimostrare di essere superiore, non lo è ancora.

5. Prepara la location

Arriva prima.
Prepara lo spazio.

Questo riduce lo stress e aumenta la tua presenza.

Evita colloqui uno dopo l’altro senza pausa.
Ogni incontro merita energia piena.

6. Alzati in piedi quando la persona entra

È un gesto semplice.

Ma comunica rispetto.
Presenza.
Accoglienza.

E migliora anche la qualità della tua voce.

7. Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica sicurezza.

E riconoscimento.

Stai dicendo:
“Tu sei importante.”

8. Annuisci e reagisci

Un volto immobile crea distanza.

Annuisci.
Sorridi.
Reagisci in modo naturale.

Mostra che sei presente.

9. Inizia con leggerezza

Non entrare subito nel merito.

Qualche minuto di conversazione informale crea connessione.

Costruisce fiducia.

10. Prendi appunti

Prendere appunti comunica rispetto.

Dimostra che ciò che l’altro dice ha valore.

E rafforza la tua memoria operativa.

11. Ascolta davvero

Non dominare la conversazione.

Ascoltare è la base dell’autorevolezza.

Se non ascolti, non verrai ascoltato.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per sviluppare questa capacità fondamentale.

12. Poni domande conclusive

Verso la fine, chiedi:

  • “C’è qualcosa di cui vorresti parlare prima di chiudere?”

Questo apre spazio a ciò che conta davvero.

13. Ricorda e usa il nome

Il nome è identità.

Usarlo crea connessione.
Riconoscimento.
Rispetto.

14. Non dimenticare il follow-up

Ciò che accade dopo l’incontro è decisivo.

Scrivi.
Conferma.
Segui.

È qui che si consolida la fiducia.

15. Non trasmettere fretta

La fretta comunica disinteresse.

La calma comunica autorevolezza.

Chi si sente ascoltato, si apre.

16. Evita argomenti rischiosi

Politica.
Religione.
Battute fuori luogo.

Mantieni il focus.
La professionalità protegge la relazione.

La tua autorevolezza passa anche dalla tua comunicazione.

Scopri il percorso:
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

17. Non essere troppo informale

Non devi essere un amico.

Devi essere un leader.

Autentico.
Presente.
Equilibrato.

18. Spegni il telefono

Controllare notifiche durante un colloquio distrugge la connessione.

Comunica disinteresse.

La tua presenza è il tuo strumento principale.

19. Non divagare

Mantieni la direzione.

La chiarezza rafforza la leadership.

La dispersione la indebolisce.

20. Dai seguito alle parole

Definisci i prossimi passi.

Scrivili.
Condividili.
Seguili.

La fiducia nasce dalla coerenza.

Il vero obiettivo di un colloquio individuale

Non è solo scambiare informazioni.

È costruire fiducia.
È rafforzare la relazione.
Sviluppare autonomia e responsabilità.

Quando un colloquio è condotto con presenza e consapevolezza, diventa uno strumento di leadership potente.

Quando è gestito con superficialità, diventa solo un incontro in più.

Le persone non ricordano tutto ciò che hai detto.

Ma – stanne certo – ricordano come si sono sentite davanti a te.

È lì che nasce — o si perde — la tua autorevolezza.

Discussione con un dipendente: ecco come fanno i grandi leader

discussione difficile con un dipendente

Le discussioni, il più delle volte, non hanno quasi mai bisogno di chiarire i fatti.

I fatti-sono-fatti.

Si tratta piuttosto di contrasti sulle percezioni, le interpretazioni o i valori che ognuno di noi attribuisce a quello che è/non è accaduto.

Pochi amano una conversazione difficile.
Ancora meno, la sanno gestire bene.

La maggioranza di noi “sa cosa dovrebbe fare” ma generalmente “non lo fa”.

Manca l’abitudine oppure si ha paura di come la conversazione girerà.

Magari il collaboratore la prende male.

Se poi è un dipendente-chiave (uno di quelli che se ti molla sono dolori) il rischio che diventi una questione anche “pericolosa” è molto alta.

La preparazione è fondamentale.

Se preparata bene la conversazione, avrà maggiori possibilità di essere produttiva.

Evitare la conversazione invece renderà solo più difficile la questione.

La tempestività è importante.
Più aspetti, più diventa difficile.

Ecco 8 spunti per una discussione con un dipendente o un collaboratore … proprio come farebbe un leader autorevole:

1. Fatti trovare pronto

Imposta il telefono su “silenzioso”.
Metti a “riposo” il tuo computer.

Rimuovi le barriere fisiche tra te e la persona.

Non “nasconderti” dietro lo schermo del laptop.

2. Arriva rapidamente al punto

Evita le chiacchiere.

Impara a esprimere la tua opinione in modo conciso e diretto. “C’è una questione che vorrei discutere con te.”

Smettila di girare in tondo e vai al punto.

È quello che penso di un qualsiasi manager con poche capacità di leadership.

Se hai organizzato un incontro faccia a faccia con il tuo collaboratore, dai al colloquio l’importanza che merita.

Non minimizzare il motivo dell’appuntamento.

3. Evita di sottolineare solo cosa-non-funziona

Non è importante cosa-dici, ma piuttosto come-lo-dici.

Non sono le parole che utilizzi, ma piuttosto il modo in cui lo dici che lascia un’impressione (positiva o negativa) sulla persona. Leggi il post.

Costruisci una relazione produttiva.
Le intenzioni positive sono la base per una discussione di successo.

Come detto prima, la preparazione è la chiave.

Non passare il 95% a spiegare cosa non va,
e solo il restante 5% su come farlo bene.

Pensa di più a ciò che vuoi, piuttosto ciò che non vuoi.

4. Discussione con un dipendente: non stare sulla difensiva

Se alzi le barriere difensive comunichi un intenso bisogno di proteggerti.

La difesa aumenta, anziché diminuire, le possibilità che qualcuno possa “attaccarti” ancora di più.

La difesa è una risposta debole, mentre la non-difesa comunica forza e fiducia.

Il primo passo è diventare consapevole di quando ti metti sulla difensiva.

Cerca di prestare attenzione.

  • Cosa ti ha fatto mettere sulla difensiva?
  • Come ti senti rispetto a quello che è stato detto/fatto?

5. Prepara piani di azione

Fai del tuo meglio per terminare la discussione ponendo domande.

Creando piani di azioni e rivelando le tue aspettative su ciò che vorresti vedere/accadere.

Indica il problema.
Porta un esempio.
Dichiara la tua intenzione positiva.

Chiedi:

  • “Come potresti migliorare in quest’area?”

Continua a seguire la persona, assicurati che segua quanto pianificato.

Se ha bisogno di supporto, fatti trovare.

Dopo una conversazione difficile,
cerca di resistere all’impulso di evitare la persona o di trattarla in modo diverso.

È fondamentale normalizzare (il prima possibile) le interazioni all’interno del tuo luogo di lavoro.

6. Discussione con un dipendente difficile: descrivi l’impatto del suo atteggiamento sbagliato

A volte siamo così coinvolti che trascuriamo le spiegazioni.

  • Qual è l’impatto del comportamento del tuo collaboratore?
  • Clienti insoddisfatti, calo di produttività?
  • Team nervoso, ambiente di lavoro in fibrillazione?

Descrivi il suo comportamento e l’impatto che ne consegue.

Offri il tuo aiuto.
Fatti trovare!

7. Crea possibili soluzioni al problema

È tempo di creare nuove possibilità/soluzioni che definiscano i nuovi comportamenti.

La ripetizione di vecchi comportamenti consolida solo il passato.

Il vecchio.

Aiuta il tuo collaboratore a trovare soluzioni.

Chiedi:

  • “Cosa potresti fare per creare nuove opzioni?
  • “Chi ti potrebbe aiutare/darti supporto?
  • “Cosa ti suggerirebbe un grande leader?”
  • “Se tu fossi di fronte a questa situazione, come/cosa faresti per risolverla?”

Dopo aver selezionato due o tre opzioni, chiedi:

  • Quale opzione/possibilità/soluzione vorresti sperimentare questa settimana?”

Se il tuo interlocutore dice “Cercherò di fare di più” chiedili:

  • “Cosa vuol dire per te concretamente di-più?”
  • “Dammi 1 o 2 possibilità/opzioni concrete che potrebbero migliorare questa situazione.”

In definitiva, l’unico modo per gestire in modo appropriato una discussione con un dipendente è … affrontarlo!

A volte, si evita una conversazione difficile perché ci si sente a disagio.

Purtroppo, stai solo ingrandendo il problema, prolungando l’ansia e potresti creare ancora più rancore e animosità.

Se vuoi apprendere come effettuare discussioni assertive con i tuoi collaboratori o dipendenti scopri il mio percorso di coaching.

Interpretare il movimento degli occhi durante una conversazione

movimento degli occhi

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“Gli occhi non mentono mai”
“Basta uno sguardo per capire”
“Gli occhi sono lo specchio dell’anima”

Nel lavoro — riunioni, colloqui, negoziazioni —
il movimento degli occhi ha un significato profondo.

Uno sguardo può essere denso di informazioni.

E spesso ci fidiamo più della vista che di qualsiasi altra parola.

Siamo convinti che il linguaggio verbale possa ingannare.
Gli occhi, invece, no.

Ma è davvero così?

E soprattutto: come leggere il movimento degli occhi
in un contesto professionale?

Questo post non ha la pretesa di essere esaustivo
su un tema complesso come la comunicazione non verbale.

L’obiettivo è offrire spunti pratici
per interpretare il movimento degli occhi
nelle interazioni lavorative.

Contatto diretto

Uno sguardo diretto, rilassato e stabile durante l’ascolto comunica:
attenzione, onestà, presenza.

È generalmente un segnale positivo.
Indica interesse verso ciò che stai dicendo.

Al contrario, evitare sistematicamente il contatto visivo
può indicare vergogna, senso di colpa o disagio.

Guardare in alto

Spesso guardiamo in alto quando stiamo elaborando informazioni,
collegando il discorso a un’esperienza o a un’emozione.

In alcuni contesti può anche segnalare frustrazione
o una forma di rassegnazione.

Fissare negli occhi

Uno sguardo fisso e prolungato, senza pause,
può essere percepito come una sfida o un tentativo di intimidazione.

Se invece non è accompagnato da tensione,
può indicare interesse autentico e considerazione.

Il contesto fa la differenza.

Socchiudere gli occhi

Socchiudere gli occhi equivale a creare una barriera.

Se accompagnato da un’espressione dura,
è un segnale di ostilità mascherata.

Un avvertimento silenzioso.

Guardare in basso

Nel contesto professionale è un segnale generalmente negativo.

Può indicare:
colpa, imbarazzo, paura,
o il tentativo di sottrarsi alla situazione.

Guardare di lato

Guardare di lato è spesso collegato al recupero di un pensiero
o alla valutazione di ciò che l’altro sta dicendo.

Distogliendo brevemente lo sguardo,
si raccolgono informazioni e si chiariscono le idee.

Se però lo sguardo scivola di lato ripetutamente,
può indicare ansia, impazienza o desiderio di intervenire.

Distogliere lo sguardo

Uno sguardo sfuggente può indicare evasività
o il tentativo di nascondere qualcosa.

L’assenza totale di contatto visivo può essere letta come:
disprezzo, insicurezza o scarsa fiducia in sé.

In situazioni di forte tensione,
distogliere lo sguardo può anche avere una funzione distensiva.

Occhi che vagano

Uno sguardo che vaga comunica insicurezza e smarrimento.

È tipico di chi:
non ha compreso del tutto un concetto,
è sotto pressione,
fatica a mantenere un dialogo lucido e strutturato.

Guardare lontano

Chi guarda oltre, verso l’orizzonte,
sta prendendo distanza dalla situazione.

È un tentativo di non farsi “imbrigliare” dal discorso
o di uscire mentalmente dall’interazione

Sfregarsi gli occhi o un occhio

Può indicare:
stupore, incredulità, turbamento,
ma anche noia o rifiuto di vedere qualcosa di sgradito.

Se avviene subito dopo aver parlato,
può segnalare una menzogna.

Sbattere le ciglia

Indica agitazione o eccitazione.

Chi sbatte spesso le palpebre
sta cercando di “vederci chiaro”.

Movimenti rapidi degli occhi,
accompagnati da attenzione,
sono tipici di persone sveglie, reattive, “smart”.

Sgranare gli occhi

Occhi spalancati indicano:
interesse, sorpresa, coinvolgimento.

È uno dei segnali più chiari di attenzione positiva.

Nel lavoro non serve “indovinare” le persone.
Serve osservarle meglio.

E spesso, la risposta
è già scritta negli occhi.

Dare un feedback: 7 volte quando è meglio tacere e sorvolare

dare un feedback
Dare feedback è una delle responsabilità più importanti di chi guida un team.

Eppure molti manager sono convinti che il problema sia trovare le parole giuste.

Non sempre è così.

Molto più spesso il problema è scegliere il momento sbagliato.

Perché un feedback corretto, dato nel momento sbagliato, può ottenere l’effetto opposto: chiudere il dialogo, creare difese, incrinare la fiducia.

Il punto non è parlare ogni volta che noti qualcosa.

Il punto è capire quando parlare… e quando aspettare.

Come scrivo nel mio libro “Autorevolezza“, il valore di un feedback non dipende soltanto dal contenuto. Dipende dal contesto, dal momento e dallo stato emotivo delle persone coinvolte.

A volte la leadership si vede proprio nella capacità di rimandare una conversazione.

Non per evitarla.
Per renderla davvero utile.

Ecco alcune situazioni in cui aspettare può essere una scelta più autorevole che intervenire subito.

1. Quando stai ancora reagendo con la pancia

È appena successo qualcosa.

Sei irritato.
Deluso.
Arrabbiato.

In quei momenti hai l’impressione di essere molto lucido.

Spesso non lo sei.

L’emozione restringe il campo visivo. Ti fa vedere soprattutto l’errore, molto meno la persona.

Un feedback dato per scaricare la tensione raramente migliora il comportamento di chi lo riceve.

Prima recupera calma e prospettiva.

Poi affronta la conversazione.

2. Quando non sei realmente preparato

Entrare in ufficio e dire:

  • “Facciamo due parole.”

non significa essere pronti.

Chiediti prima:

  • Qual è il vero problema?
  • Che cosa voglio ottenere?
  • Quale cambiamento mi aspetto?

Se non hai ancora una risposta chiara, probabilmente non è il momento di iniziare quella conversazione.

Meglio rimandarla di qualche ora.

Non evitarla.

3. Quando hai solo una critica da fare

Dire che qualcosa non funziona è facile.

Molto più difficile è aiutare la persona a capire come migliorare.

Se il tuo feedback si limita a sottolineare ciò che non va, rischia di diventare un semplice giudizio.

Un feedback autorevole contiene sempre una direzione.

Non solo una valutazione.

4. Quando ci sono altre persone presenti

L’elogio può essere pubblico.

La correzione, quasi sempre, dovrebbe essere privata.

Davanti ai colleghi, il collaboratore difficilmente ascolterà davvero.

Più probabilmente penserà a difendersi.

Oppure a salvare la faccia.

Nel faccia a faccia, invece, aumentano le possibilità che ascolti, faccia domande e rifletta davvero.

5. Quando la persona sta attraversando un periodo difficile

Prestazioni in calo.
Errori insoliti.
Scarsa concentrazione.

La tentazione è attribuire tutto a poca motivazione.

Ma non sempre è così.

Dietro un cambiamento improvviso possono esserci:

  • un problema familiare;
  • una malattia;
  • uno stress importante;
  • un sovraccarico di lavoro.

Prima di correggere il comportamento, cerca di capire la situazione.

In alcuni momenti le persone hanno bisogno prima di essere comprese.

Solo dopo corrette.

Gestire una conversazione difficile richiede lucidità, empatia e metodo.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari una strategia replicabile per comunicare con chiarezza e rispetto, anche sotto pressione

6. Quando il risultato non è arrivato, ma l’impegno sì

Ci sono collaboratori che falliscono perché si impegnano poco.

Altri falliscono nonostante abbiano dato tutto.

Le due situazioni non meritano lo stesso feedback.

Dire:

  • “Avresti potuto fare di più.”

a chi ha già dato il massimo rischia solo di spegnere la motivazione.

Prima riconosci l’impegno.

L’analisi degli errori potrà arrivare dopo, quando le emozioni si saranno raffreddate.

7. Quando si tratta di un errore occasionale

Non ogni errore richiede una conversazione formale.

Se una persona affidabile commette uno sbaglio isolato, chiediti:

  • È davvero necessario trasformarlo in un feedback?
  • Oppure basta correggere l’errore e andare avanti?

Ogni osservazione lascia una traccia.

Se intervieni continuamente anche per dettagli marginali, il rischio è che le persone smettano di distinguere ciò che è davvero importante.

Il silenzio, a volte, è una scelta di leadership

Tacere non significa evitare.

Significa scegliere il momento migliore.

Un leader autorevole non sente il bisogno di commentare ogni errore, ogni comportamento, ogni situazione.

Sa distinguere ciò che richiede un intervento immediato da ciò che produrrà risultati migliori qualche ora, o qualche giorno, più tardi.

Perché dare un feedback non serve a dimostrare che hai ragione.

Serve ad aiutare l’altra persona a lavorare meglio.

Ed è questa la differenza tra correggere qualcuno… e farlo crescere.

Colloqui individuali: 6 errori assolutamente da evitare

colloqui individuali

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I colloqui individuali con i collaboratori: il problema non è farli, ma come li usi.

Hai fissato il colloquio individuale con un tuo collaboratore.

Entrate nella sala riunioni.

Dieci, quindici, venti minuti.

Parlate degli aggiornamenti sui progetti, delle scadenze, di qualche problema operativo. Poi vi salutate.

Tutto corretto.
Tutto professionale.

Eppure, uscendo dalla stanza, hai la sensazione che non sia cambiato nulla.

Nessuna nuova idea.
Nessuna decisione importante.

Solo informazioni che, probabilmente, vi sareste potuti scambiare anche via e-mail.

Succede molto più spesso di quanto immagini.

Il problema non è organizzare i colloqui individuali.

È trasformarli in un semplice aggiornamento operativo.

Un colloquio individuale non serve ad aggiornarti

Molti manager usano l’incontro uno a uno per controllare l’andamento del lavoro.

È comprensibile.

Ma è anche il modo più veloce per impoverire quello spazio.

Report, numeri, scadenze e attività possono essere condivisi in molti modi.

Ci sono invece conversazioni che hanno bisogno della presenza.

Quelle che riguardano:

  • motivazione;
  • difficoltà;
  • dubbi;
  • crescita professionale;
  • rapporto con il team;
  • aspirazioni future.

Sono queste le conversazioni che fanno la differenza.

Le domande contano più delle risposte

Molti responsabili arrivano ai colloqui individuali con un elenco di cose da dire.

Pochi arrivano con un elenco di domande.

Eppure è proprio lì che cambia la qualità dell’incontro.

Domande come:

  • C’è qualcosa che oggi ti sta rallentando?
  • Su cosa vorresti ricevere più supporto?
  • Qual è l’aspetto del tuo lavoro che ti dà più energia?
  • C’è qualcosa che non mi stai dicendo?

spostano la conversazione su un piano completamente diverso.

Non servono a raccogliere informazioni.

Servono a capire la persona.

La qualità del colloquio dipende dalla tua presenza

Il collaboratore se ne accorge immediatamente.

Guardi continuamente il telefono.
Controlli le notifiche.
Rispondi a una mail.

Ogni distrazione comunica la stessa cosa.

“In questo momento c’è qualcosa di più importante di te.”

Essere presenti non significa semplicemente ascoltare.

Significa fare capire all’altra persona che, per quei trenta minuti, non esiste altro.

È molto più difficile di quanto sembri.

Ed è anche molto più raro.

Non trasformare i colloqui individuali in un interrogatorio

Esiste un errore meno evidente.

Quello di usare il colloquio individuale per raccogliere informazioni sul resto del team.

  • “Come va con Marco?”
  • “Hai notato qualcosa?”
  • “Secondo te che cosa sta succedendo?”

A volte è utile comprendere le dinamiche del gruppo.

Ma se il collaboratore percepisce che quell’incontro serve soprattutto a ottenere “soffiate”, la fiducia si rompe.

Il colloquio individuale dovrebbe essere uno spazio sicuro.

Non uno strumento di controllo.

Dare feedback in momenti delicati non è semplice:
basta una parola sbagliata per creare tensione.

Scopri il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche”, il percorso che ti aiuta a gestire queste conversazioni con equilibrio e autorevolezza.

Ascolta anche quello che non viene detto

Alcuni collaboratori ti diranno chiaramente che qualcosa non va.

Altri no.

Diranno:

“Va tutto bene.”

Ma eviteranno il contatto visivo.
Parleranno con meno energia.
Esiteranno.
Cambieranno improvvisamente argomento.

La leadership non consiste soltanto nell’ascoltare le parole.

Consiste nell’accorgersi quando parole, tono e comportamento raccontano storie diverse.

È lì che nasce la conversazione più importante.

Chiedi un feedback anche sui tuoi colloqui

C’è una domanda che quasi nessun manager fa.

Ed è un peccato.

  • “Come vivi i nostri incontri uno a uno?”

Oppure:

“C’è qualcosa che potremmo fare per renderli più utili?”

Le risposte possono sorprendere.

Qualcuno li aspetta con piacere.
Qualcun altro li vive con ansia.

Qualcuno vorrebbe parlare di più del proprio sviluppo.
Qualcun altro preferirebbe incontri più brevi ma più frequenti.

Se non lo chiedi, continuerai a organizzare colloqui che funzionano… soprattutto per te.

L’obiettivo non è riempire il tempo

Un buon colloquio individuale non si misura dalla durata.

Si misura da ciò che cambia. Dopo.

Il collaboratore torna al lavoro con più chiarezza?
Con maggiore fiducia?
Con una decisione presa?
Un ostacolo rimosso?

Se la risposta è sì, quell’incontro ha avuto valore.

Anche se è durato soltanto venti minuti.

La parte più importante del colloquio comincia quando finisce

Molti manager conducono ottimi colloqui.

Poi non succede più nulla.

Le decisioni rimangono sospese.
Gli accordi vengono dimenticati.
Le promesse restano parole.

È proprio lì che il colloquio perde forza.

Perché un incontro individuale non serve semplicemente a parlare.

Serve a costruire continuità.
È questo che crea fiducia.

Ed è la fiducia, molto più delle tecniche di leadership, che convince le persone a seguirti.

Collaboratore sensibile: 11 spunti per approcciarlo con successo

collaboratore sensibile

Uno degli errori che un team leader può commettere è interpretare male il comportamento delle persone più riservate.

Parlano poco.
Intervengono solo quando hanno qualcosa da dire.
Preferiscono osservare prima di esporsi.

È facile scambiarli per poco motivati, distaccati o insicuri.

Spesso, invece, stanno semplicemente elaborando ciò che accade intorno a loro.

Attenzione però.

Essere sensibili non significa necessariamente essere introversi.

Così come essere estroversi non significa avere poca sensibilità.

Sono caratteristiche diverse che, a volte, convivono nella stessa persona.

Il punto è un altro.

Molti leader comunicano con gli altri nel modo in cui piace comunicare a loro.

Ed è proprio qui che iniziano le incomprensioni.

Una persona estroversa tende a ragionare parlando.
Una persona più riflessiva preferisce pensare prima di intervenire.

Parlare poco non è sinonimo di debolezza.
Né di disinteresse.
Né tantomeno di scarso coinvolgimento.

Anzi.

Molte delle persone più tranquille che ho incontrato sono state anche le più affidabili, disciplinate e determinate.

Come leader, il tuo compito non è cambiare del collaboratore sensibile.

È creare le condizioni perché possano esprimere il meglio di sé.

Ecco alcuni accorgimenti che possono aiutarti.

1. Non prendere la sua tranquillità sul personale

Può capitare di percepire una persona riservata come fredda o distante.

Nella maggior parte dei casi non è così.

Sta semplicemente prendendo le misure.

Non trasformare il suo silenzio in un giudizio nei tuoi confronti.

Con il tempo, se costruisci fiducia, sarà molto più facile instaurare una relazione autentica.

2. Evita battute sulla sua timidezza

Frasi come:

  • “Quanto sei timido!”
  • “Parla un po’!”
  • “Sempre così silenzioso?”

raramente aiutano.

Anche se pronunciate con leggerezza, rischiano di aumentare il disagio.

Meglio valorizzare ciò che quella persona porta al team piuttosto che sottolineare ciò che le manca.

3. Non mettere pressione

Molte persone riflessive hanno bisogno di qualche minuto per elaborare una domanda o una situazione.

Non significa che siano lente.

Significa che preferiscono pensare prima di parlare.

Lascia loro questo spazio.

Spesso riceverai risposte molto più approfondite.

4. Prendi tu l’iniziativa… ma senza occupare tutta la conversazione

All’inizio può essere utile rompere il ghiaccio.

Poi però lascia spazio.

Il silenzio non è sempre un problema da riempire.

A volte è semplicemente il tempo necessario perché una persona si senta sufficientemente a proprio agio per intervenire.

5. Dedica tempo ai colloqui individuali

Il collaboratore sensibile si esprime molto meglio in un incontro uno a uno che davanti a tutto il gruppo.

Programma colloqui periodici.

Ascolta.

Chiedi cosa funziona, cosa li mette in difficoltà e in quali ambiti desiderano crescere.

La fiducia nasce spesso da questi momenti.

6. Dai il tempo di rispondere

Fai una domanda.

Poi aspetta.

Non anticipare la risposta.
Non completare le frasi.
Non riprendere subito la parola.

Quel silenzio che per te può sembrare interminabile, per l’altra persona è semplicemente il tempo necessario per mettere ordine nei pensieri.

7. Fai complimenti sinceri

Le persone molto sensibili percepiscono facilmente gli elogi esagerati o poco autentici.

Riconosci ciò che apprezzi.

Ma fallo con misura.

La sincerità vale molto più dell’entusiasmo forzato.

8. Non aspettarti conversazioni spettacolari

Non tutti comunicano con energia ed entusiasmo.

Alcuni comunicano con precisione.
Altri con profondità.

Non giudicare una persona dalla brillantezza della conversazione.

Osserva piuttosto la qualità del contributo che porta.

Quando il team è sotto pressione, comunicare in modo costruttivo fa la differenza.

Con il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” impari a trasformare anche i momenti difficili in occasioni di crescita.

9. Rispetta i suoi confini

Telefonate improvvise.
Gruppi numerosi.
Presentazioni senza preavviso.

Per alcune persone rappresentano una fatica reale.

Questo non significa proteggerle sempre.

Significa accompagnarle gradualmente, senza spingerle oltre il limite ogni giorno.

10. Chiedi: “Come posso aiutarti?”

È una domanda semplice.

Ma spesso apre conversazioni importanti.

Puoi chiedere, ad esempio:

  • Di cosa hai bisogno per lavorare meglio?
  • Ti servono più informazioni?
  • Più tempo?
  • Più autonomia?
  • Un confronto?

Molte difficoltà si risolvono proprio così.

11. Adatta il tuo modo di comunicare

Le persone più riflessive apprezzano comunicazioni chiare e poco caotiche.

Quando possibile:

  • preferisci feedback individuali;
  • evita di correggere davanti al gruppo;
  • concedi tempo per prepararsi;
  • crea ambienti con poche distrazioni.

Non significa trattarle diversamente.

Significa comunicare in modo più efficace.

In conclusione

Un collaboratore sensibile non ha necessariamente bisogno di essere motivato di più.

Molto spesso ha bisogno di essere compreso meglio.

Ricorda che cosa dici, come lo dici e quando lo dici influenzano profondamente la relazione che costruisci con il tuo team.

E, qualche volta, basta concedere qualche secondo in più di silenzio perché emerga un contributo che, altrimenti, non avresti mai ascoltato.

Il collaboratore difficile: meglio grintosi o diplomatici?

il collaboratore difficile
Come ti comporti con quella collaboratrice così suscettibile che, ogni volta che le muovi una critica, anche con delicatezza, va in tilt o mette il broncio per una settimana?

E con quel collaboratore che arriva spesso in ritardo, appare svogliato, distratto e si “imbosca” appena può?

All’inizio hai sperato che capisse da solo. Poi gliel’hai fatto notare con gentilezza. Hai aspettato.

Niente.

Allora sei stato più diretto. Si è scusato, ha spiegato, promesso che sarebbe cambiato.

Dopo qualche giorno, tutto come prima.

E adesso?

Sei il leader del team.

Devi trasmettere fiducia e riconoscere il valore delle persone, ma devi anche garantire responsabilità, rispetto delle regole e qualità del lavoro.

Quindi che fai?

Affronti la questione o aspetti?
Alzi il livello di fermezza oppure provi ancora con la diplomazia?

Non devi scegliere tra grinta e diplomazia

È facile pensare che esistano due modi di affrontare un collaboratore difficile.

Essere decisi, diretti, magari duri.

Oppure essere diplomatici, pazienti e comprensivi.

In realtà, una buona leadership richiede entrambi.

Ci sono momenti in cui serve fermezza. Altri in cui è più utile abbassare la tensione, ascoltare e cercare di capire cosa sta succedendo.

Essere diplomatici non significa essere deboli.

Essere fermi non significa essere aggressivi.

Il punto è riuscire a scegliere l’approccio più utile alla situazione.

Non aspettare che il problema si risolva da solo

Dissidi, incomprensioni e divergenze sul lavoro sono inevitabili.

Il problema non è che esistano.

È ciò che fai quando iniziano a compromettere il lavoro, il clima del team o la tua autorevolezza.

A volte vorremmo gestire un rapporto difficile senza implicarci troppo. Aspettiamo, osserviamo, speriamo che la persona capisca da sola o che il tempo sistemi le cose.

Può succedere.

Ma quando un comportamento si ripete, aspettare non è più prudenza.

Diventa una scelta.

E anche non intervenire comunica qualcosa al collaboratore e al resto del team.

Prima di intervenire, guarda meglio la situazione

Quando una persona ti irrita da tempo, rischi di non vedere più soltanto il comportamento che ti disturba.

Inizi a vedere la persona attraverso quel comportamento.

  • “È svogliato.”
  • “È polemica.”
  • “Anche inaffidabile.”
  • “È impossibile lavorare con lui.”

È qui che serve fare un passo indietro.

  • Qual è concretamente il comportamento problematico?
  • Quanto spesso accade?
  • Quali conseguenze produce?

Hai espresso chiaramente ciò che ti aspetti oppure pensi che dovrebbe essere ovvio?

E soprattutto: stai osservando i fatti o stai iniziando a interpretarli attraverso la frustrazione accumulata?

Prima di gestire una persona difficile, devi capire se stai gestendo un comportamento o il giudizio che ormai hai costruito su quella persona.

Ricorda il tuo vero obiettivo

Quando un collaboratore crea continuamente problemi, è facile lasciarsi risucchiare.

Ci pensi.
Ne parli.
Controlli quello che fa.

Ogni suo comportamento diventa la conferma di ciò che pensi di lui/lei.

Nel frattempo rischi di sottrarre attenzione al resto del team, ai clienti, ai progetti e alle persone che stanno lavorando bene.

Non permettere a un rapporto difficile di occupare tutto lo spazio.

Continua a riconoscere ciò che funziona. Valorizza i risultati del team e, quando lo merita, anche quelli della persona con cui hai difficoltà.

Non si tratta di essere accomodanti.

Si tratta di non lasciare che un problema diventi il centro della tua leadership.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Il collaboratore difficile non richiede una formula

Non esiste una tecnica valida per tutti.

Con una persona può essere necessario mettere confini più chiari. Con un’altra può essere utile capire cosa alimenta un determinato comportamento.

In altri casi hai già parlato abbastanza e serve semplicemente chiedere un cambiamento concreto.

Per questo, prima di cercare “la frase giusta” o la tecnica da applicare, prova a leggere meglio la situazione.

Forse devi essere più fermo.
Forse devi ascoltare di più.
Hai lasciato correre troppo.

Oppure sei intervenuto così tante volte sul comportamento della persona da non vedere più ciò che funziona.

La leadership non consiste nell’essere sempre diplomatici o sempre grintosi.

Consiste nel capire che cosa richiede quella situazione, con quella persona, in quel momento.

Ed essere abbastanza autorevoli da farlo.

Se il rapporto continua a essere difficile

Nel coaching parto proprio da qui: non da una soluzione preconfezionata, ma dalla situazione concreta.

Guardiamo cosa sta accadendo, quali tentativi hai già fatto, come reagisce il collaboratore e quale parte della dinamica dipende anche dal tuo modo di gestirla.

L’obiettivo non è trovare il modo di “sistemare” una persona difficile.

È aiutarti a costruire una risposta più lucida, autorevole e funzionale.

Perché non puoi controllare il comportamento del tuo collaboratore.

Ma puoi decidere molto meglio come gestirlo. Scopri il servizio.

Gestione del personale: 9 tipologie di collaboratori difficili

collaboratori difficili

Hai mai avuto a che fare con collaboratori difficili?

Un dipendente tossico, la cui sola presenza sembra demotivare e rallentare tutto il team?

Nel mio libro “Prima volta Leader” sottolineo spesso una verità scomoda:
gestire un collaboratore difficile non è mai semplice.

È un’abilità che richiede:

  • impegno
  • approccio assertivo
  • tempestività

Un cooperatore problematico va gestito il prima possibile, per ridurre al minimo l’impatto negativo sul resto della squadra.

A volte il collaboratore difficile ha solo bisogno di più attenzione.

Un comportamento “tossico” può essere corretto con il giusto approccio.

Altre volte, invece, devi limitare i danni o prendere decisioni più drastiche.

Ogni tipologia richiede una strategia diversa

Con il mio percorso di coaching mirato
Gestire un collaboratore difficile

impari a mantenere calma, lucidità e autorevolezza, anche nelle situazioni più tese.

Le principali tipologie di collaboratori difficili sono:

1. Collaboratore irrispettoso e saputello

Commenta “sottobanco” le tue decisioni.

In riunione usa sarcasmo e ironia.
Sminuisce colleghi e disposizioni.

È intelligente. E lo sa.
E vuole che lo sappiano tutti.

Cosa fare

  • parlane in privato, a quattr’occhi
  • descrivi comportamenti concreti, non la persona
  • evita giudizi (“sei irrispettoso”)
  • cura il COME, non solo il COSA

Atteggiamento, tono e linguaggio non verbale fanno spesso la differenza tra confronto costruttivo e conflitto.

2. Collaboratore solista

Lavora da solo.
Ignora consigli.
Evita il lavoro di squadra.

Crede di essere unico. A volte lo è davvero.

Cosa fare

Sfrutta il suo orientamento al risultato.
Collega il successo personale al buon funzionamento del team.

3. Collaboratore negativo

Sempre insoddisfatto.

Critica idee, processi, cambiamenti.
Si lamenta di tutto. Anche del capo.

Cosa fare

Può diventare un buon avvocato del diavolo.
Utilissimo, ma non in ruoli di leadership.

4. Collaboratore poco produttivo

Disorganizzato.
Si perde nel flusso di lavoro.
Scarica sugli altri.
Distratto, assente, poco affidabile.

Cosa fare

  • assegna compiti chiari
  • controlla regolarmente i progressi
  • rendi visibili responsabilità e risultati

Quando capisce di essere osservato, spesso cambia atteggiamento.

5. Collaboratore stakanovista

Lavora sempre.
Non fa pause.

Si sacrifica continuamente.

Sembra ideale. Non lo è.

Prima o poi crolla.
E diventa un problema serio da gestire.

Cosa fare

Promuovi equilibrio, collaborazione e recupero.

Spiega che fermarsi non è una colpa, ma una responsabilità.

6. Collaboratore non professionale

Ritardi, assenze, gossip, conflitti, comportamenti inadeguati, comunicazione scorretta.

Cosa fare

  • documenta tutto (date, fatti, testimoni)
  • sii preciso e diretto
  • definisci cosa deve cambiare e entro quando
  • chiarisci le conseguenze

A volte serve una guida.
Altre volte servono decisioni difficili, per il bene del team.

7. Collaboratore arrogante

Dominante.
Poco empatico.
Vuole controllare gli altri.

Dietro l’arroganza di collaboratori difficili spesso c’è insicurezza.

Cosa fare

  • evita etichette (“sei arrogante”)
  • descrivi azioni e comportamenti specifici
  • resta oggettivo
  • focus sui fatti, non sulla persona

Serve molta pazienza. E autocontrollo.

8. Collaboratore a due facce (il più pericoloso)

Amichevole.
Sempre d’accordo con tutti.
Ascolta, raccoglie lamentele… e divide il team.

È difficile da smascherare.
Ma estremamente dannoso.

Cosa fare

Se crea conflitti in modo sistematico,
l’unica soluzione è accompagnarlo alla porta.

9. Collaboratore invisibile

Assenteista cronico.
Zero iniziativa.
Lascia il lavoro agli altri.

Cosa fare

  • confronto diretto e onesto
  • chiarisci ruolo e aspettative
  • verifica concretamente disponibilità e capacità

In conclusione

Gestire collaboratori difficili non è una questione di “carattere”, ma di leadership consapevole.
Rimandare costa energia, credibilità e clima di lavoro.

Intervenire, invece, è una scelta scomoda… ma necessaria.
Per te, per il team, per i risultati.

Imparare ad ascoltare è il primo passo verso il tuo successo di leader

successo di leader

Foto di Med Ahabchane da Pixabay

Forse non sei così consapevole del fatto che ogni tuo collaboratore o dipendente desidera essere ascoltato.

Con attenzione.

Vuole sentire la tua partecipazione e la tua empatia (anche se per pochi secondi).

Più percepisce il tuo reale interesse nei suoi confronti.

Più aumenta il suo desiderio di comunicare e di interagire con te (e più aumenterà la sua produttività).

Ascolta i tuoi collaboratori senza condizionamenti.

Ascolta i loro bisogni, le loro perplessità,
i loro dubbi, senti cosa vorrebbero cambiare, come possono aiutarti e …

poi agisci di conseguenza, sempre mantenendo la tua autonomia di pensiero e d’azione (guai a perderla!).

1. Se pensi che ascoltare sia facile, non ne conosci il vero significato.

2. Il 97% delle persone crede di essere un buon ascoltatore. In realtà sono solo “sentitori”.

3. Ascoltare in modo attivo è una skill fondamentale del leader di successo.

4. Il nostro ascolto è spesso distratto e prevenuto. Pronto a consigliare, giudicare, criticare, condannare .. ancor prima che le parole ci giungano all’orecchio.

5. Ricorda che … lo sciocco parla. Il saggio ascolta.

6. Meno parli, meno probabilità avrai di dire qualcosa di stupido.

7. Se sai ascoltare vuol dire che sei una persona sicura di te. Non ritieni di aver la soluzione per tutto e tutti. Non hai paura del confronto.

8. Hai notato? Desideriamo che gli altri ci ascoltino con attenzione ma non sappiamo, non riusciamo o non vogliamo fare altrettanto.

9. Ascoltare esprime interesse. Mostra rispetto. Riconosce il valore. Crea fiducia. Rafforza la connessione. Aumenta l’efficacia e l’efficienza.

10. Guadagni rispetto ascoltando (tanto). Lo perdi parlando (tanto).

11. Ascoltare è difficile quando ti senti dannatamente intelligente. Quando non hai tempo da perdere. Hai cose importanti da fare. Hai fretta.

12. Ricorda che alle persone piace essere ascoltate e comprese. Tanto quanto piace a te!

13. Ascoltare significa che sei disposto a scoprire che forse stai sbagliando o non stai andando nella giusta direzione.

14. Se sei disposto a metterti in discussione e cerchi costantemente evoluzione e crescita vuol dire che sei … un vero leader.

15. La differenza tra ascoltare e sentire è enorme. Il vero ascolto è la volontà di lasciare che l’altra persona ti cambi.” Alan Alda

16.La maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire; ascoltano con l’intento di rispondere.” Stephen R. Covey

Successo di leader: impara a prestare vero ascolto a quello che dicono i collaboratori o colleghi.

Diventerai il loro punto di riferimento.
Importante e irrinunciabile.

Demotivazione sul lavoro: come affrontare un collaboratore stanco e scoraggiato

demotivazione sul lavoro

A volte un collaboratore attraversa un periodo difficile.

È stanco, meno coinvolto, più distante. Quella motivazione che fino a poco tempo prima sembrava naturale comincia a diminuire.

All’inizio può sembrare solo una fase.

Poi però il periodo si prolunga e il rapporto diventa più faticoso per tutti.

Il rendimento cala

La persona fa il minimo indispensabile, esegue ciò che viene richiesto ma senza partecipazione, iniziativa o interesse.

E quando questa situazione dura troppo a lungo, il rischio è che la demotivazione non riguardi più soltanto il singolo collaboratore, ma inizi a pesare anche sul clima del team.

La difficoltà aumenta soprattutto quando quella stessa persona, fino a poco tempo prima, lavorava bene e portava risultati.

Per questo è facile reagire con frustrazione.

Pensare:

  • “Prima era diverso.”
  • “Potrebbe fare molto di più.”
  • “Non capisco cosa gli sia successo.”

Il rischio, però, è trasformare la delusione in rancore e finire in una dinamica fatta di critiche, giustificazioni e rinfacci reciproci.

L’obiettivo non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto.

Dovrebbe essere capire che cosa sta succedendo e verificare se esistono ancora le condizioni per recuperare coinvolgimento, responsabilità e qualità del lavoro.

Perché quando un collaboratore valido smette di dare il meglio, spesso perde qualcosa lui/lei.

Ma perde qualcosa anche il team.

Per un manager, un imprenditore o un responsabile, una delle sfide più delicate è proprio questa: intervenire senza ignorare il problema, ma anche senza ridurre tutto a una questione di volontà o atteggiamento.

Serve equilibrio.
Capacità di osservare.

E la lucidità necessaria per distinguere tra un momento di difficoltà, un problema organizzativo e una reale perdita di motivazione.

Anche il modo in cui dai un feedback fa la differenza

Una critica costruttiva, capace di unire chiarezza e rispetto, può aiutare la persona a comprendere ciò che non sta funzionando senza sentirsi semplicemente sotto accusa.

Da qui puoi partire per affrontare la situazione in modo più utile e concreto.

Vediamo i punti chiave per approcciare la demotivazione sul lavoro:

1. Se vuoi “salvare” il rapporto devi consapevolizzare che ti prenderà tempo e (soprattutto) energie.

2. L’emotività è cattiva consigliera. Se, al momento, non sei in grado di gestire e controllare la tua reattività, prendi tempo.

3. Utilizza feedback negativi lontano da occhi indiscreti. In privato e a quattr’occhi.

4. Se ti senti teso e nervoso ricorda che il tuo collaboratore lo sarà ancora di più (sapendo il motivo della convocazione).

5. Evita di partire con un’osservazione positiva sulla persona, tanto per “addolcire la pillola”. Susciteresti immediatamente ancor più chiusura. Vai dritto al punto!

6. Meglio evitare tutte le esortazioni all’ottimismo, il classico consiglio di “tirarsi su” o slogan motivazionali presi in prestito dal web.

7. Parla poco ed evita prediche.Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.” Scrive Roberto Gervaso

8. Ricorda … dire a un demotivato di “tirarsi su” è come dire a una persona con una gamba rotta di alzarsi e di camminare.

9. Evita l’atteggiamento tipo “Io avrei fatto …”, “Io avrei detto…”, “Se …ma…”.

10. Permetti alla persona di spiegarsi. Ascolta senza giudicare e interrompere. Anche se non ti piace quello che dice.

11. Focus sulle azioni non sulla persona. Concentrati solo sulla prestazione. Evita attacchi personali o commenti sulla persona.

13. Commenta un comportamento specifico. Evita parole generiche tipo OGNI VOLTA, SEMPRE, MAI.

14. Devi essere chiaro su cosa/dove/quando. Spiega le azioni fatte, i comportamenti avuti o le cose dette.

15. Non mortificare la persona. Può avere (forse) un effetto immediato ma perde velocemente la sua efficacia.

16. Riafferma la fiducia nella persona e nelle sue capacità. Poi chiudi la questione. Non ripeterti, perdi incisività.

17. Evita approcci via e-mail. Il feedback motivazionale si fa guardandosi negli occhi.

La motivazione del personale parte inevitabilmente dal leader

motivazione del personale

Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

Se hai già avuto problemi di motivazione nel tuo team, sai bene che una pacca sulla spalla e qualche frase di circostanza servono a poco.

Finto entusiasmo e incoraggiamenti presi in prestito dal web raramente producono effetti duraturi.

E anche quando funzionano, quanto durano?

Qualche giorno.

Poi l’ambiente torna passivo, l’energia cala e gli obiettivi iniziano di nuovo a perdere forza.

Allora la domanda è inevitabile:

  • Come si motivano davvero le persone che lavorano con te?

Di certo non basta dire loro di “darsi una mossa”.

La motivazione del personale passa inevitabilmente da te

Il lavoro è cambiato.

E con lui deve cambiare anche il modo di guidare un team.

Non basta più distribuire compiti:

“Tu fai questo.”
“Tu occupati di quello.”

Le persone hanno bisogno di capire il senso di ciò che fanno, sentirsi coinvolte e percepire che il loro contributo viene riconosciuto.

Quando il team perde motivazione, prima o poi ne risentono i risultati, i progetti, il clima e anche la tua leadership.

Per questo la motivazione non può essere delegata completamente a un corso, a un formatore o a un coach.

Il primo riferimento resti tu.

Prima di chiedere energia al team, devi chiederti quale energia stai portando tu.

Se avessi davanti un responsabile che vuole “motivare i collaboratori”, probabilmente partirei proprio da qui.

Non aspettarti una formula magica

Tempo fa mi contattò la titolare di tre centri estetici.

Voleva aumentare la motivazione del suo staff.

All’inizio cercava soprattutto strumenti da utilizzare con le collaboratrici. Poi, lavorando sulla situazione, riconobbe un aspetto importante: fino a quel momento aveva considerato la motivazione quasi esclusivamente come un problema del personale.

Lei, in fondo, si era sentita più spettatrice che protagonista.

Si era affidata soprattutto ai riconoscimenti economici e sperava di trovare qualche tecnica capace di “riaccendere” rapidamente il gruppo.

Ma la motivazione del personale raramente funziona così.

Non esiste una frase, un premio o un intervento occasionale capace di sostituire ciò che accade ogni giorno dentro il team.

Motivare è un lavoro quotidiano

La motivazione si costruisce nel tempo.

Attraverso attenzione, presenza, riconoscimento e coerenza.

Richiede interesse reale per le persone che lavorano con te.

E questo, diciamolo, costa fatica.

Hai scadenze.
Problemi da risolvere.
Obiettivi da raggiungere.
Riunioni.
Pressioni.

È comprensibile che la motivazione del team finisca spesso in fondo alla lista.

Ma se guidi delle persone, non puoi occuparti di loro soltanto quando qualcosa non funziona.

Un leader trova il tempo per correggere.
Ma anche per riconoscere.

Per chiedere come stanno andando le cose.
Per ascoltare.
Per far capire a ciascuno quale contributo sta portando.

Se la tua attenzione arriva soltanto quando c’è un problema, il team imparerà presto che per essere notato deve sbagliare.

La motivazione non è entusiasmo permanente

Essere un leader motivante non significa arrivare ogni mattina con un sorriso forzato e una scarica di entusiasmo da distribuire al gruppo.

Non devi diventare un animatore.
Devi essere credibile.

Una persona può essere riservata, tranquilla, persino poco espansiva e riuscire comunque a motivare molto bene.

Conta ciò che trasmette.

Fiducia.
Chiarezza.
Coerenza.
Interesse.

Capacità di dare direzione.

La domanda quindi non è:

  • “Sono abbastanza energico?”

Ma:

  • “Che effetto produce il mio modo di guidare sulle persone che lavorano con me?”


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“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

Valuta la tua capacità di motivare

Prova a fermarti un momento.

  • Il tuo team vede in te una persona che crede in quello che sta facendo?
  • Riconosci ciò che funziona oppure intervieni soprattutto quando qualcosa va storto?
  • Sai spiegare perché un obiettivo è importante?
  • Le persone sentono di poterti parlare?
  • Sai trasmettere fiducia anche quando la situazione è complicata?

E soprattutto:

  • chiedi ai tuoi collaboratori un atteggiamento che tu per primo riesci a mostrare?

Sono domande meno spettacolari di una tecnica motivazionale.

Ma molto più utili.

Parti da te stesso

Un corso può darti strumenti.
Un coach aiutarti a leggere meglio una situazione.
Una formazione nuove modalità di gestione.

Ma nessuno può sostituirti nel ruolo di leader.

Se vuoi un team più coinvolto, devi essere disposto a entrare per primo nella dinamica.

Non per trascinare tutti con entusiasmo artificiale.

Ma per creare le condizioni perché le persone possano lavorare con maggiore fiducia, responsabilità e coinvolgimento.

La motivazione del personale non nasce dal tentativo di “caricare” continuamente gli altri.

Nasce anche dal modo in cui li guidi ogni giorno.

Prima di chiederti come motivare il team, chiediti che cosa il team riceve ogni giorno dalla tua leadership.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,

scopri il mio coaching mirato “Motivare il team demotivato”.

Come gestire il pessimista sul lavoro .. in tempi già difficili

pessimista

Foto di Pexels da Pixabay

Negativo.
Lamentoso.
Disfattista.
Catastrofico.

Proponigli un progetto interessante e troverà subito ciò che potrebbe andare storto.

Il mercato non è pronto.
I finanziamenti non arriveranno.
I clienti non capiranno.
Il piano è troppo ambizioso.

Il pessimista tende a leggere ogni situazione partendo dal rischio, dalla difficoltà o dal possibile fallimento.

A volte pensa semplicemente di essere realistico.

Il problema nasce quando questa lettura diventa l’unica possibile.

Il pessimista può condizionare tutto l’ambiente

Una persona costantemente negativa non influenza soltanto il proprio umore.

Può rallentare le discussioni, spegnere l’entusiasmo e portare il gruppo a concentrarsi continuamente su ciò che non funziona.

Se poi lavori ogni giorno con quella persona, ignorarla non è sempre possibile.

Può essere un collega.
Un collaboratore.
Il tuo responsabile.
Un cliente importante.

In questi casi il vero obiettivo è evitare che la sua visione diventi automaticamente anche la tua.

Non sprecare energie cercando di neutralizzare ogni pensiero negativo.

Prova piuttosto a riportare la conversazione sui fatti, sulle alternative e sulle possibili azioni.

Un po’ di pessimismo può essere utile

Il pessimismo non è sempre un problema.

Chi vede subito i rischi può aiutarti a individuare criticità che altri ignorano.

Può segnalare punti deboli.
Anticipare problemi.
Mettere in discussione un entusiasmo eccessivo.

In questo senso, una persona pessimista può diventare molto utile se riesce a trasformare il proprio allarme in contributo.

Il punto è proprio questo.

Vedere un rischio è utile. Fermarsi al rischio molto meno.

Quando il pessimismo si limita a dire “non funzionerà”, blocca.

Quando invece aiuta a capire perché potrebbe non funzionare e che cosa fare per evitarlo, diventa una risorsa.

Chiedi prima di reagire

Quando senti l’ennesima osservazione negativa, evita di rispondere immediatamente con un:

  • “Ma non è vero.”
  • “Sei sempre negativo.”
  • “Non ti va mai bene niente.”

Prova prima a capire cosa c’è dietro.

Puoi chiedere:

  • “Hai bisogno di sfogarti oppure vuoi ragionare su una soluzione?”
  • “Che cosa ti porta a questa conclusione?”
  • “Qual è il rischio concreto che stai vedendo?”
  • “Su quali elementi ti basi?”

Queste domande obbligano la persona a passare da una sensazione generale a qualcosa di più concreto.

E spesso già questo abbassa il livello di negatività.

Porta il pessimismo dal problema alla soluzione

Una volta identificato il problema, non lasciare che la conversazione finisca lì.

Puoi chiedere:

  • “Che cosa faresti invece?”
  • “Quale alternativa proponi?”
  • “Che cosa ci serve per andare avanti?”
  • “Come possiamo ridurre questo rischio?”
  • “Che cosa ha funzionato in passato in una situazione simile?”

Il messaggio è semplice:

Va bene segnalare un problema.

Ma se partecipi alla discussione, prova anche a contribuire alla soluzione.

Allarga la prospettiva

Il pessimista tende spesso a vedere una sola interpretazione.

Aiutalo ad aprire il campo.

Puoi dire:

  • “Hai considerato anche quest’altra possibilità?”
  • “Possiamo guardarla da una prospettiva diversa?”
  • “Capisco il rischio che vedi. Quale opportunità potrebbe esserci comunque?”
  • “Possiamo chiedere un secondo parere?”

Non serve negare ciò che dice.

Anzi, farlo potrebbe irrigidirlo ancora di più.

Meglio riconoscere il punto valido e poi ampliare la lettura.

Metti un limite quando la negatività diventa ripetitiva

Non tutte le conversazioni possono durare all’infinito.

Se il problema è già stato discusso, analizzato e affrontato, puoi anche chiudere il cerchio.

Per esempio:

  • “Grazie, il rischio è chiaro. Ora dobbiamo decidere come procedere.”
  • “Abbiamo capito cosa non funziona. Concentriamoci su ciò che possiamo fare.”
  • “Preferisco usare il tempo che resta per lavorare sulle alternative.”

Essere disponibili ad ascoltare non significa lasciare che la lamentela occupi tutto lo spazio.

Chiedi al pessimista di spiegarsi

Una delle strategie più semplici è proprio questa:

chiedere di approfondire.

Una frase negativa generica ha molta forza finché resta vaga.

  • “Non funzionerà.”
  • “È impossibile.”
  • “Non ne vale la pena.”

Quando chiedi:

  • “Perché?”
  • “In base a cosa?”
  • “Che cosa pensi succederà concretamente?”

la persona deve iniziare a costruire un ragionamento.

A quel punto puoi distinguere meglio tra una preoccupazione fondata e una reazione automatica.

Non farti trascinare

Lavorare con una persona pessimista può diventare stancante.

Per questo è importante proteggere anche il tuo modo di leggere la situazione.

Ascolta.
Valuta.

Prendi sul serio i rischi reali.

Ma non assorbire automaticamente ogni previsione negativa.

Più sei centrato sulle tue valutazioni, sui fatti e sulle possibilità concrete, meno sarai influenzato dal clima emotivo degli altri.

Non devi vincere contro il pessimista.

Devi evitare che il suo modo di vedere diventi l’unico modo possibile di vedere.

Gestire il team: come comunicare senza aumentare la preoccupazione

gestire il team

Foto di Pexels da Pixabay

Che tu sia manager di una multinazionale, piccolo imprenditore o responsabile di un settore, poco importa che il tuo team sia composto da due o duecento persone.

Nei periodi difficili, non puoi occuparti soltanto di obiettivi, scadenze e attività.

Devi confrontarti anche con le preoccupazioni delle persone che lavorano con te.

Le domande aumentano.
Le certezze diminuiscono.

Qualcuno teme per il proprio ruolo, il futuro dell’azienda o le conseguenze di un cambiamento. Altri diventano più fragili, irritabili o bisognosi di rassicurazioni.

Non devi trasformarti in uno psicologo.

Ma non puoi nemmeno comportarti come se tutto questo non riguardasse la tua leadership.

Non ignorare le preoccupazioni del team

Quando l’ansia cresce, il primo impulso può essere quello di ridimensionarla.

“Andrà tutto bene.”
“Non c’è motivo di preoccuparsi.”
“Vedrai che si sistemerà.”

Sono frasi dette spesso con buone intenzioni.

Ma se la persona percepisce un problema reale, una rassicurazione generica non la tranquillizza. Può farla sentire poco compresa o persino ignorata.

Il tuo compito non è eliminare ogni preoccupazione.

È riconoscerla, riportarla sui fatti e aiutare le persone a capire che cosa si sa, che cosa ancora non si sa e quali passi verranno compiuti.

Le persone non hanno bisogno che tu neghi la tempesta. Hanno bisogno di vedere che sei ancora sul ponte.

1. Conta la qualità dell’ascolto, non la durata

Non devi ascoltare per un’ora.

A volte bastano pochi minuti, se sono minuti di vera attenzione.

Interrompi ciò che stai facendo.
Guarda la persona.
Ascolta senza cercare immediatamente una risposta o una soluzione.

La qualità dell’ascolto si percepisce molto in fretta.

Così come si percepisce quando sei presente soltanto con il corpo, mentre la mente è altrove.

2. Se non hai tempo, dichiaralo

Può capitare che un collaboratore desideri parlarti proprio quando sei sotto pressione, devi concludere un’attività o non hai la lucidità necessaria per ascoltarlo.

Non fingere disponibilità.

Puoi dire:

  • “In questo momento ho soltanto cinque minuti. Preferisco però dedicarti l’attenzione necessaria. Possiamo parlarne alle 16?”

Rimandare con chiarezza è meglio che ascoltare distrattamente.

A una condizione: rispetta l’impegno.

Se continui a rimandare, il messaggio diventa evidente:

  • “Quello che ti preoccupa non è abbastanza importante.”

3. Gestire il team? Parla in modo chiaro e diretto

L’incertezza lascia spazio alle interpretazioni.

Quando la comunicazione è vaga, le persone riempiono i vuoti con supposizioni, timori e voci di corridoio.

Per questo evita spiegazioni confuse, promesse indefinite e lunghi giri di parole.

Distingui chiaramente:

  • ciò che è già stato deciso;
  • ciò che è ancora in discussione;
  • ciò che non sai;
  • quando potrai fornire un nuovo aggiornamento;
  • che cosa deve fare il team nel frattempo.

Non devi dire tutto immediatamente.

Devi però fare in modo che ciò che dici sia comprensibile.

La chiarezza non elimina l’incertezza, ma impedisce che venga riempita dall’immaginazione.

4. Trasmetti fiducia senza diventare spavaldo

Parlare con sicurezza non significa fingere di avere il controllo su tutto.

E nemmeno mostrare un ottimismo artificiale.

Puoi essere fiducioso e ammettere che la situazione è complessa.

Puoi dire:

  • “Non abbiamo ancora tutte le risposte. Stiamo raccogliendo le informazioni necessarie e vi aggiornerò entro venerdì.”

Oppure:

  • “Capisco la preoccupazione. Al momento sappiamo questo. Sugli altri aspetti non voglio darvi risposte che non posso confermare.”

La fiducia nasce dalla credibilità.
Non dalla sicurezza ostentata.

5. Interrompi ciò che stai facendo

“Parla pure, ti ascolto.”

Intanto continui a scrivere una mail, controllare il telefono o guardare il monitor.

Probabilmente senti le parole.
Ma ascoltare è un’altra cosa.

Se hai deciso di dedicare quel momento alla persona, sospendi ciò che stai facendo.

Non servono gesti teatrali.

Basta mostrare che, per quei pochi minuti, la conversazione è diventata la tua priorità.

Se non puoi farlo, torna al punto precedente: dichiaralo e fissa un altro momento.

6. Non interrompere

Quando sei sotto pressione per gestire il team, potresti credere di aver già capito ciò che il collaboratore vuole dire.

Così completi la frase al posto suo, anticipi la conclusione oppure offri subito una risposta.

Ma ogni interruzione rischia di comunicare:

  • “Ho già capito.”
  • “La tua spiegazione non serve.”
  • “La mia risposta è più importante di ciò che stai dicendo.”

Ascoltare con empatia significa provare a comprendere il messaggio nel suo contesto.

Puoi dire:

  • “Ti ringrazio per aver sollevato la questione. Vorrei capire meglio che cosa ti preoccupa maggiormente.”

Prima comprendi.
Poi, quando serve, rispondi.

7. Non fingere di ascoltare

Le persone capiscono quando hai fretta.

Percepiscono la risposta automatica, il cenno del capo distratto e lo sguardo che continua a spostarsi altrove.

Essere fisicamente presenti non significa esserlo davvero.

La fretta può trasmettere disinteresse anche quando non è questa la tua intenzione.

Per questo prova a rallentare.
Non necessariamente per molto tempo.

Quanto basta per far sentire alla persona che ciò che sta dicendo è stato accolto e compreso.

8. Non lasciare le persone sospese nei “forse”

Il problema non è utilizzare la parola “forse”.

Ci sono situazioni in cui una risposta definitiva non è ancora possibile.

Il problema è lasciare una persona in sospeso senza indicarle quando riceverà una decisione.

“Vedremo.”
“Forse.”
“Può darsi.”
“Ne riparleremo.”

Sono risposte che mantengono aperte tutte le possibilità, ma non permettono di orientarsi.

Se non puoi decidere subito, indica almeno un tempo:

“Oggi non posso ancora darti una risposta. Verifico e ne riparliamo domani entro le 15.”

L’incertezza diventa più gestibile quando possiede un confine.


Vuoi potenziare la tua assertività?
Trovi spunti interessanti nei miei libri:

“Autorevolezza” , ora nella NUOVA edizione aggiornata, è perfetto se vuoi rafforzare la tua presenza autorevole.

“Prima volta Leader” è pensato se hai assunto da poco un ruolo di leader.

9. Fai attenzione ai “ma”

La parola “ma” non è vietata.

Può però indebolire quanto hai appena detto.

  • “Hai fatto un ottimo lavoro, ma c’è ancora molto da fare.”

La persona rischia di ricordare soltanto la seconda parte.

Puoi separare i due messaggi:

  • “Hai fatto un ottimo lavoro. Ora dobbiamo concentrarci su ciò che resta da completare.”

Oppure sostituire il “ma” con una connessione più coerente:

  • “Hai fatto un ottimo lavoro e adesso possiamo lavorare sugli ultimi aspetti.”

Non è una semplice questione linguistica.
È il modo in cui riconoscimento e richiesta vengono percepiti.

10. Puoi dire “Non lo so”

Ammettere di non conoscere una risposta non significa essere incompetente.

A volte è la risposta più onesta e autorevole che puoi dare.

Il problema nasce quando “Non lo so” diventa una chiusura.

“Non lo so.”

Fine.

La persona rimane con la stessa domanda e senza alcuna indicazione.

Meglio completare:

  • “Non lo so ancora. Verifico e ti aggiorno entro domani.”

Oppure:

  • “Non ho questa informazione. So però chi può aiutarci a recuperarla.”

Non devi conoscere tutte le risposte.

Devi dimostrare che sai come cercarle e che non lascerai cadere la domanda.

Leggi il post per approfondire.

11. Evita le frasi fatte

“Capisco perfettamente.”
“So come ti senti.”
“Sono sicuro che andrà tutto bene.”

Usate automaticamente, queste frasi possono creare distanza invece di vicinanza.

Soprattutto se non hai vissuto le conseguenze che sta affrontando l’altra persona.

Potrebbe pensare:

  • “No, non puoi sapere come mi sento.”

Non devi dimostrare di comprendere tutto.

Puoi semplicemente riconoscere ciò che vedi:

  • “Mi sembra che questa situazione ti stia preoccupando molto.”
  • “Immagino che non sia facile lavorare senza sapere che cosa succederà.”
  • “Non posso sapere esattamente come ti senti, ma voglio capire che cosa posso fare nel mio ruolo.”

Sono parole meno rassicuranti.
Ma più credibili.

Gestire l’ansia del team non significa assorbirla

Essere disponibili non significa farsi travolgere dalle preoccupazioni di tutti.

Non puoi promettere che ogni problema sarà risolto.
Non devi assumerti la responsabilità delle emozioni di ogni collaboratore.

Il tuo compito è offrire:

  • ascolto;
  • informazioni attendibili;
  • chiarezza sulle priorità;
  • aggiornamenti regolari;
  • coerenza tra ciò che dici e ciò che fai.

Puoi comprendere la paura senza alimentarla.

Riconoscere l’incertezza senza amplificarla.

Mostrare vicinanza senza perdere il tuo ruolo.

Se i cambiamenti in azienda creano confusione o timore, puoi trasformare l’incertezza in una direzione chiara.

Scopri il percorso mirato “Cambiamenti in azienda? Gestire l’incertezza sul futuro” per capire cosa vuoi davvero e prendere decisioni più solide.

Gestire il team: in conclusione

Nei periodi ansiogeni le persone osservano attentamente il proprio leader.

Non cercano necessariamente qualcuno che abbia tutte le risposte.
Cercano una persona presente, credibile e capace di non nascondersi.

Qualcuno che dica la verità senza aumentare il panico.
Che ascolti senza promettere ciò che non può garantire.

Che ammetta ciò che non sa e si impegni a cercare risposte.

Gestire un team ansioso non significa eliminare l’incertezza.

Significa evitare che il silenzio, la confusione o le false rassicurazioni la rendano ancora più difficile da sostenere.

12 errori che il team leader commette con il nuovo assunto

nuovo assunto

Foto di Oliver Yxmark da Pixabay

Spesso accade così:

il nuovo assunto si presenta il primo giorno di lavoro,
riempie la documentazione di rito e (forse) si unisce al team per la pausa pranzo.

Prima di essere lasciato (ho meglio abbandonato) in qualche saletta con procedure, processi e powerpoint.

Potrebbe sentirsi isolato, incerto su ciò che ci si aspetta da lui/lei.

Mentre la sua immaginazione vaga.

Pericolosamente.

Si chiede se ha preso la decisione giusta.

Accogliere il nuovo assunto: eccitazione o scocciatura?

L’inserimento di un nuovo assunto dovrebbe essere un momento di scoperta,
eccitazione e potenziamento.

Da entrambe le parti… anche per te.

Spesso, sono noiosi ma dannatamente depotenzianti per il nuovo assunto.

Con queste semplici premesse,
non sorprende che, secondo Harvard Business Review, il 33% dei nuovi assunti sta già inviando il CV nei primi 6 mesi di lavoro.

Ecco 12 errori che come leader dovresti evitare quando entra un nuovo assunto nel tuo team:

1. Fornire una postazione di lavoro non funzionante. Le prime impressioni sono durature.

2. Concentrare 20 ore di informazioni in sole 4 ore (di fatica e noia). Non lasciare il nuovo assunto in una saletta a compilare documenti. Solo. Tutto il giorno.

3. Evita frasi tipo “Vedi Filiberto. Filiberto è bravo. Fai come Filiberto.” A nessuno piace iniziare all’ombra di Filiberto.

4. “Cosa devi fare? Semplice! Leggi questi Powerpoint e documenti”. Semplice no ..

5. Il modo in cui i dipendenti sono trattati all’inizio rimarrà per tutta la loro carriera.

6. Prepara il tuo team all’arrivo del nuovo collaboratore. “Scusa .. e tu chi sei?” non è da manuale di accoglienza.

7. Evita di sorprendere più tardi il nuovo assunto con qualcosa tipo “Questo avresti dovuto impararlo”. A nessuno piace essere sorpreso.

8. Non aspettarti che i nuovi assunti imparino tutto nella prima settimana.

9. Lascia stare l’approccio del battesimo-del-fuoco. Anneghi o nuota. Nessuno vuole sentirsi steso ad asciugare il primo giorno.

10. Non ricordare o pronunciare maldestramente il nome del nuovo collaboratore.
Non è solo questione di educazione. È una forma di rispetto. Leadership.

11. Non chiarire ciò che ti aspetti da lui/lei. Come sarà misurato il suo successo.

12. Non riconoscere e pianificare l’apprendimento. Se formuli ipotesi, fallisci.

Ecco le tue responsabilità di team leader.

Trascurarli comporterà il fallimento per il nuovo dipendente o per te come suo capo.

E pensa a quanto sarebbe appagante aiutare il nuovo dipendente a diventare una star del tuo team.

Tutto grazie a te!

14 cose che il tuo team sta cercando disperatamente di dirti – 2

un team demotivato

Leggi anche la parte 1.

7. “Siamo sovraccarichi di lavoro”

“Alcuni di noi si lamentano.
E lo faranno sempre-e-comunque.
Ti diranno che il loro carico di lavoro è diventato troppo da gestire.

Altri – la maggioranza che non si lamenta e lavora – non ti diranno niente, ma si bruceranno lungo la strada.

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Quando c’è “troppa roba”, bisogna dare le priorità.
Qualcosa deve “essere lasciato andare”.

Devi intervenire per capire quanto sia realistico il carico di lavoro del tuo staff.

Cerca i modi per distribuirlo più uniformemente.
Lavora sulla definizione delle priorità.

8. “Non riconosci mai il lavoro fatto. E ti ritrovi con un team demotivato”

“Ognuno di noi non vuole essere considerato solo un numero senza volto.
Desidera essere riconosciuta come una persona.

Vuole essere apprezzata, ascoltata e compresa.
È semplice per te concludere … ho un team demotivato!

È importante riconoscere i successi che abbiamo ottenuto.
Onorare il nostro lavoro. Celebrare i risultati.
Offrire opportunità di crescita.

9. “Comunichi in modo ambiguo e controverso.. non capiamo cosa vuoi dirci”

“La chiarezza è la chiave.

Evita di nascondere il feedback nell’ironia.
Nel giro di parole.
Ci lasciano solo dubbi, ansia e resistenza.
Paura.

 


 

Affronta efficacemente il problema,
che si tratti di una riorganizzazione o della partenza di collaboratore.

Condividi le informazioni e lo “scenario possibile”.

10. “Vorremmo che la smettessi di prendere continuamente credito per il nostro lavoro.”

“Che mossa infantile e meschina!
E lo fai costantemente … senza ritegno.
Siamo offesi!

Dacci il giusto credito per quello che facciamo.
Ci sentiremo più apprezzati.

Il tuo successo … dipenda anche da noi.

11. “Stai nascondendo un segreto di Pulcinella”

“Non sottovalutare la nostra “intelligenza”.

Siamo già ben consapevoli dei problemi che stai cercando di nascondere.
Desideriamo però conoscere la motivazione.

Non trincerarti dietro un “… tanto non capirebbero”.

Se pensi che non possiamo comprendere,
perché non lo spieghi?

Un dialogo più impegnato e intellettualmente onesto può portare a nuove – e inaspettate – soluzioni.
Anche per te”.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

12. “Dimmi la verità”

“Siamo più propensi ad accettare cambiamenti se capiamo cosa sta succedendo.

Apprezziamo la comunicazione chiara e trasparente.
Così sappiamo esattamente cosa ti aspetti da noi.

Non mentire.
Soprattutto per quanto riguarda le informazioni riservate o sensibili.

Ricorda che … se veniamo a sapere che hai mentito o non hai mantenuto la riservatezza, perderai la nostra fiducia.
Per sempre.

È meglio tacere o dare risposte tipo “Al momento, non posso dire niente” o “Non posso rispondere interamente in questo momento.”

Non promettere vantaggi e benefit per risultati poco probabili.
Causi il nostro risentimento e … un team demotivato!

13. “Vorrei che tu ce ne avessi parlato prima.”

Perché razioni le informazioni?
Perché le centellini come acqua nel deserto?
Non chiedi mai pareri e feedback?

Tutto quello che stai ottenendo sono pettegolezzi e paura.
Poi non lamentarti se la produttività cala … e ti ritrovi un team demotivato.

Se condividi le informazioni è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per noi.
Desideriamo fare un buon lavoro, condividere con te le responsabilità, i compiti e il raggiungimento dei risultati.

Quando distribuisci le responsabilità,
è un attestato di fiducia nei nostri confronti … è come dire a ciascuno di noi “Io mi fido di te”.

14. “Sei teso tutto il tempo. Metti ansia”

“Probabilmente non te ne accorgi neppure.
Quando sei sotto pressione o sei stressato inizi a girovagare come una trottola.

Muovendoti tutto il tempo (come un tarantolato) crei attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare negativamente i tuoi collaboratori.

Quando non ci sei, tiriamo tutti un sospiro di sollievo.

Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.”

14 cose che il tuo team sta cercando disperatamente di dirti – parte 1

team demotivato

Team demotivato?
Il tuo successo di team leader dipende dalla tua capacità di essere di supporto al tuo staff.

Devi dimostrare al tuo team che sei lì per aiutarli.
Favorire il loro lavoro.

Team demotivato? Ascoltare è fondamentale

Ascoltare è la chiave per scoprire cosa rende “sensibili” i tuoi dipendenti.
Cosa li entusiasma.
Cosa li spinge ad andarsene.

L’ascolto attento rivela la verità.
Svela i significati più profondi.
Il “non detto”.
Va aldilà dei “Tutto bene, grazie” e dei sorrisi di circostanza.

Non bloccarti nel “Se il mio collaboratore ha un problema, dovrebbe venire a dirmelo direttamente“.
Spesso non è così.

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Ci sono alcune cose che i tuoi collaboratori – comprensibilmente – potrebbero non sentirsi a loro agio a condividere con te.

Per salvaguardare il loro lavoro e il loro valore,
preferiranno nasconderle.
Non condividerle.

Ecco 14 cose che il tuo team demotivato sta cercando di dirti.
Disperatamente.

Attento…apri bene le orecchie!
È in gioco il tuo ruolo e il tuo successo professionale:


1. “Vorremmo sentirci a nostro agio nel chiederti supporto”

“È già difficile ammettere di aver bisogno di aiuto.
Per di più … sei poco disponibile se abbiamo domande o dubbi.
Non ce la sentiamo di chiedere il tuo supporto.

Così seguiamo il flusso.
Sperando che le nostre debolezze spariscano.
Passino inosservate.
Magicamente.

 


 

Lo sai …
imparare per tentativi ed errori è frustrante.

Vorremmo sentirci meno a disagio nel chiederti supporto.
Perché non ritagli un po’ di tempo per coaching uno-a-uno?

Aiutaci a raggiungere gli obiettivi.
Che sostanzialmente sono anche i tuoi!”

2. “Sei professionale ma anche gelido e indisponente”

“Sei una fredda macchina che distribuisce ordini, mansioni e scadenze.

Fai solo finta di essere interessato, si vede, si sente,
quando ti parliamo, abbiamo la netta sensazione di non essere ascoltati… siamo un team demotivato!

Non c’è niente di più frustrante e irritante vedere come la nostra richiesta o problematica sia stata poco ascoltata.
Addirittura fraintesa.”

3. “Toglici il fiato dal collo e lasciaci lavorare”

“Pretendi di controllare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua benedizione.

Il tuo OK.

Sei riluttante a delegare, ti concentri anche su piccoli dettagli e non lasci libera iniziativa,
anche sulle decisioni più banali.

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia.
Ci fai sentire demotivati, inutili … improduttivi.
Bambocci.

Lasciaci fare – in pace– il nostro lavoro!”

4. “Un’altra riunione? Noooo”

“Ancora una riunione.
L’ennesima. Dove si parla, parla, parla, senza costrutto.
Ma basta!

La maggior parte delle riunioni ci ruba solo ore di lavoro produttive.
Spesso ci lasciano la sensazione di nullità e di confusione.

Se non sono realmente necessarie dovresti evitarle.
Per favore … “

5. “Manifesti apertamente simpatie e preferenze personali”

“Forse non te ne accorgi neppure …
ma coinvolgi sempre e solo il solito gruppetto di fedelissimi.

È naturale sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre,
ma devi cercare di coinvolgere ogni membro del tuo team.

Ma se poi inizi a sorvolare o non dire niente per amicizia e simpatia …
stai perdendo la faccia e la nostra stima.

Dai un’immagine di leader debole e influenzabile.”

6. “Sei inavvicinabile”

Reagisci negativamente a domande e preoccupazioni.
Sei sempre troppo occupato.
Poco disponibile.
Introvabile.
Assente.

Non essere così sicuro che …
se non ti diciamo niente … tutto sta andando bene!
Se c’è un problema … sarai sicuramente informato.

 
More: scopri il mio servizio di coaching per la team leadership
 

Così facendo,
sei out dalle questioni che affrontiamo quotidianamente.

Sai cosa c’è?
Pensiamo che tu non sia in grado di risolvere i problemi.
Non vuoi essere disturbato.

Non essere così inaccessibile.
Rispondi alle nostre domande e alle mail. Appena ti è possibile.

Pianifica riunioni di gruppo e incontri individuali. A intervalli regolari.
Tieni aperta la porta del tuo ufficio. Anche solo per farci capire che ci sei … “

Continua a leggere la parte 2.

Collaboratore negativo: come gestirlo con successo in 11 passi

il collaboratore negativo

Foto di Christian Supik (Fotografie) + Manuela Pleier (Design) da Pixabay

È successo.
Ancora.

Uno dei tuoi collaboratori è improvvisamente (ma forse non così all’improvviso) diventato un problema.

Sempre di cattivo umore.
Rifiuta le buone idee.
Mette in circolo quelle cattive.

Si lamenta costantemente,
di un collega,
di ogni iniziativa.

Il collaboratore negativo vede solo nero

Mai positivo.
Solo negativo.

Questo atteggiamento distruttivo (per qualsiasi dinamica di gruppo) sta influenzando i tuoi collaboratori
nel restare concentrati e motivati sul lavoro.

Un collaboratore negativo può intossicare un gruppo di lavoro più velocemente di quanto tu possa immaginare.

Gestire il comportamento di un dipendente negativo
può essere incredibilmente esasperante.

Potresti avere l’impulso di lasciarlo fare.
Sperare che la persona si dimetta.

Non sperare che la situazione si risolva da sola

Non succederà.

Spesso gli altri membri del team si rivolgono a te (il manager / leader / capo) per risolvere la questione.

Se stai pensando di evitare o sviare questo compito,
sappi che il resto del team resterà deluso
dal fatto che tu accetti questa situazione improduttiva.

Il tuo approccio migliore
è evitare che la negatività si “espanda”
a tutto il luogo di lavoro.

Ecco 11 passaggi per gestire il collaboratore negativo:

1. È un periodo storto o la sua vera natura?

Di tanto in tanto tutti attraversiamo un periodo sfavorevole.

Se un collaboratore sta vivendo un momento difficile,
la strategia migliore è essere di supporto.

Ma se i giorni difficili diventano tanti,
non aspettare che la crisi si allarghi a tutto il team.

Un atteggiamento negativo si diffonde.
E continuerà a farlo.
A meno che tu non lo fermi.

È tempo di una conversazione seria.

2. Chiediti: i dipendenti negativi sono un’eccezione?

Se non lo sono,
forse il problema è più grande.

Un modello di negatività può guidare l’organizzazione.

Gli atteggiamenti sono contagiosi.

È tempo di parlare con le persone chiave
e assicurarti che stiano dando l’esempio giusto.

A volte, senza volerlo, inviano messaggi sbagliati.
Controversi.
Negativi.

3. Verifica i tuoi pregiudizi

Prima di formulare ipotesi,
fermati.

Rifletti davvero su chi-è il tuo collaboratore negativo.

Controlla i tuoi pregiudizi.

Chiediti:

  • È negativo cosa dice o il modo in cui lo espone?
  • È davvero distruttivo?
  • E se fosse un problema solo di comunicazione?
  • Nessuno gli ha mai detto che non può comportarsi così?

4. Non ingigantire il problema

Come leader sei responsabile anche del clima emotivo.

Il collaboratore può essere frustrante,
ma non devi abbassarti al suo livello.

Evita di puntare il dito.
Di sparlare con il team.

  • “È davvero una persona distruttiva!”

Gli altri si chiederanno:

  • .. e di me cosa dice quando non ci sono?

È il modo più rapido per perdere fiducia.

5. Iniziare la conversazione

Ora la parte difficile.
(Eh sì, la leadership non è comoda.)

Sedersi e parlare di comportamento.
Dare feedback.

È scomodo.
Per entrambi.

Valuta il livello di soddisfazione professionale del tuo collaboratore.

Poni domande aperte:

  • Come ti senti a lavorare qui?
  • Quanto le tue aspettative sono state soddisfatte?
  • Quando ti senti felice al lavoro?
  • Cosa trovi più frustrante o più stimolante ora?

Ascolta.
“Dimmi di più…”

Sii diretto, ma non conflittuale.

6. Evita di diventare difensivo

In situazioni stressanti è facile irrigidirsi.

Non prendere sul personale
parole o atteggiamenti.

Non sono diretti a te.
C’è qualcosa che non funziona per lui/lei.

Nel lavoro.
O nella vita.

7. Poni un feedback specifico

Porta esempi concreti.

Evita:

  • “Stai facendo questo. Non farlo più!”

Descrivi fatti,
azioni,
comportamenti.

Spiega l’impatto sul team.

Sottolinea come il continuo monologo su ciò-che-non-funziona, senza soluzioni, abbassi l’umore e l’energia di tutti.

Fai una richiesta chiara:
cosa vuoi vedere cambiato in futuro.

A questo proposito puoi approfondire con il mio post

→ “Feedback difficile: come dire a un collaboratore che deve migliorare senza attaccarlo

8. Chiedi se sta accadendo qualcosa di negativo

Non sei un terapeuta.

Tuttavia, mostra empatia.
Ascolta davvero.

Alcune difficoltà personali possono influire pesantemente sul lavoro.

Chiedi però con fermezza che i problemi personali non ricadano sulle prestazioni.

9. Concentrati sulle soluzioni

Non fossilizzarti sul negativo.

Rinforza ciò che funziona.
Valorizza i contributi positivi.
Riconosci i progressi.

Se la persona non è disposta a collaborare, termina il confronto.

10. Effettua controlli regolari

Incontri one-to-one.
Feedback.
Incoraggiamento.

Chiedi spesso:

  • Come posso aiutarti?
  • Di cosa hai bisogno per avere successo?

11. Sapere quando è abbastanza

A volte la negatività persiste.

Hai dato tempo.
Hai dato feedback.
Opportunità.

Se non cambia nulla,
è necessario separarsi.

È un beneficio per tutti.

Per il team.
Per te come leader.

E — spesso — anche per la persona.

In conclusione

La vera leadership
non è evitare i problemi.

È affrontarli prima che diventino contagiosi.

Se anche tu hai un collaboratore ti mette continuamente alla prova
o ti fa perdere la calma …

con il percorso mirato “Gestire un collaboratore difficile
impari a ristabilire equilibrio e rispetto reciproco con strategie pratiche e personalizzate.

Scopri il servizio

Feedback costruttivo: 9 espressioni da evitare per essere efficaci

feedback costruttivo

Come ho evidenziato anche nel mio libro “Autorevolezza”, quando dai un feedback devi prestare attenzione non soltanto a cosa dici, ma anche a come lo dici.

Puoi avere perfettamente ragione sul contenuto e rendere comunque inefficace il tuo feedback per il modo in cui lo formuli.

Alcune espressioni apparentemente innocue possono essere percepite come aggressive, paternalistiche o poco sincere.

E a quel punto succede qualcosa di molto semplice: la persona smette di ascoltare ciò che le stai dicendo e comincia a difendersi.

Un feedback costruttivo dovrebbe avere un obiettivo preciso: aiutare una persona a comprendere un comportamento, valutarne le conseguenze e, quando necessario, modificarlo.

Non dimostrare che hai ragione.

Ecco 9 espressioni alle quali prestare attenzione.

1. “A essere onesto…”

Potrebbe sembrarti un modo per sottolineare la tua sincerità.

In realtà può produrre l’effetto contrario.

  • A essere onesto…
  • Sinceramente…
  • Se devo dirti la verità…

Perché senti il bisogno di specificarlo?
E soprattutto: prima non eri sincero?

Inoltre, iniziare un feedback con “A essere onesto…” prepara immediatamente l’altra persona a ricevere qualcosa di negativo.

Se hai qualcosa da dire, dillo con chiarezza.

La tua sincerità dovrebbe emergere dal modo in cui affronti la conversazione, non dalla necessità di dichiararla.

2. “Mai” e “sempre”

“Fai sempre così.”
“Non ascolti mai.”
“Arrivi sempre in ritardo.”

Gli assoluti indeboliscono il feedback perché offrono all’altra persona una facile via d’uscita.

Basta ricordare una sola occasione in cui non è successo e la discussione si sposta immediatamente:

  • “Non è vero che lo faccio sempre!”

E probabilmente ha ragione.

Meglio parlare di comportamenti osservabili e circoscritti:

  • “Nelle ultime tre riunioni sei arrivato dopo l’orario concordato.”

Il feedback diventa più concreto e molto più difficile da trasformare in una disputa sulle parole.

3. “Fai come Piercarlo”

Confrontare un collaboratore con un altro raramente aiuta.

  • “Guarda come lo fa Piercarlo.”
  • “Dovresti essere più come Miriam.”

Le persone possono raggiungere ottimi risultati in modi diversi.

Il fatto che Piercarlo faccia qualcosa bene non significa automaticamente che tutti debbano lavorare come lui.

Se vuoi evidenziare qualcosa che deve cambiare, parla del comportamento, non della persona da imitare.

Il confronto rischia soltanto di generare irritazione, competizione e risentimento.

4. “Senza offesa…”

Quando senti il bisogno di iniziare una frase con “Senza offesa…”, fermati un momento.

Probabilmente sai già che quello che stai per dire potrebbe essere percepito come offensivo.

  • “Senza offesa, ma questa presentazione è davvero confusa.”

La premessa non rende meno duro ciò che viene dopo.

Non utilizzare una formula per autorizzarti a dire qualsiasi cosa.

Chiediti piuttosto: come posso dire la stessa cosa in modo diretto, rispettoso e utile?

5. “Tutti hanno notato che…” – “Tutti pensano…”

Chi sono tutti?

Quando utilizzi una generica voce collettiva, il destinatario non deve più confrontarsi soltanto con il tuo feedback.

Improvvisamente ha la sensazione di avere un’intera platea contro.

  • “Tutti hanno notato il tuo atteggiamento.”
  • “Anche gli altri pensano che tu sia poco disponibile.”

Il rischio è creare imbarazzo, sospetto e una caccia inevitabile:

  • Chi l’ha detto?
  • Chi pensa questo di me?

Se sei tu a dare il feedback, assumitene la responsabilità.

Se esiste un problema concreto, parla di quello.

Non hai bisogno di convocare una maggioranza immaginaria per rendere più forte ciò che stai dicendo.

6. “Dovresti…” – “Se fossi in te…”

Ci sono momenti in cui un leader deve indicare chiaramente cosa deve essere fatto.

Ma attenzione a non trasformare ogni feedback in una lezione.

  • “Se fossi in te farei così…”
  • “Quello che dovresti fare è…”

Quando parti immediatamente con la soluzione, rischi di togliere all’altra persona la possibilità di ragionare sul problema.

A volte è molto più efficace chiedere:

  • “Come pensi di poter gestire diversamente questa situazione la prossima volta?”

Aiutare qualcuno a trovare una soluzione non significa rinunciare al proprio ruolo.

Significa evitare di sostituirsi continuamente al suo pensiero.

7. “Quello che devi capire è…”

Poche espressioni riescono a creare distanza così velocemente.

“Quello che devi capire è…”

Il sottotesto rischia di essere:

Tu non hai capito.
Adesso te lo spiego io.

Ed è proprio questo retrogusto paternalistico che può far perdere efficacia al feedback.

Se vuoi spiegare qualcosa, spiegalo.

Non hai bisogno di ricordare all’altra persona che tu hai capito e lei no.

8. “Questo è un problema da diversi mesi…”

Qui il problema non è soltanto l’espressione.

È ciò che rivela.

Se un comportamento rappresenta davvero un problema da mesi e ne parli soltanto adesso, la persona potrebbe legittimamente chiederti:

“Perché non me l’hai detto prima?”

Il feedback costruttivo dovrebbe essere tempestivo.

Non accumulare irritazione, episodi e giudizi per settimane o mesi per poi scaricarli tutti durante una conversazione.

Più il feedback è vicino al comportamento osservato, più è facile comprenderlo, contestualizzarlo e modificarlo.


Hai mai rimandato un feedback per paura di rovinare la relazione?

Il percorso di coaching mirato “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche” ti aiuta a trovare parole, tono e tempi giusti per far arrivare il messaggio senza conflitto

9. “Ma…”

  • “Hai gestito molto bene il reclamo, ma devi dimostrare di conoscere meglio le nostre procedure.”

Il problema non è la parola ma in sé.

È il modo in cui spesso la utilizziamo durante un feedback.

Quando un apprezzamento viene immediatamente seguito da un ma, la persona può iniziare a percepire tutto ciò che precede come una semplice preparazione alla critica.

  • “Bravo, ma…”
  • “Hai fatto un buon lavoro, ma…”

E finisce per ricordare soprattutto ciò che viene dopo.

Se hai un riconoscimento da fare, fallo perché lo ritieni autentico.

Poi affronta separatamente ciò che deve essere migliorato.

Non utilizzare l’apprezzamento come zucchero per rendere più digeribile la critica.

Il feedback non serve a dimostrare che hai ragione

Quando dai un feedback, è facile concentrarti soprattutto sul messaggio che vuoi far passare.

  • Devo fargli capire che…
  • Devo spiegargli che…
  • Deve rendersi conto che…

Ma più ti concentri sulla necessità di convincere, correggere o dimostrare, più rischi di dimenticare la persona che hai davanti.

Un feedback costruttivo non è una sentenza.

Non è neppure un’occasione per mostrare esperienza, superiorità o capacità di analisi.

Serve a rendere visibile qualcosa che può essere migliorato e a creare le condizioni perché l’altra persona possa farlo.

Per questo le parole contano.

Un feedback è efficace quando l’altro può ascoltarlo senza doversi difendere da te.