Leadership e collaboratori difficili: come gestire l’arrogante

il collaboratore arrogante

Foto di Vitabello da Pixabay

Gestire un collaboratore arrogante non è semplice.

L’arroganza non crea solo fastidio.
Cambia il clima.
Modifica le relazioni.
E, nel tempo, mina la tua leadership.

Se ti adegui al suo comportamento, perdi credibilità.
Se lo ignori, il messaggio che passa è ancora più pericoloso.

Che tutto sia permesso!

Chi è il collaboratore arrogante

Immagina Max.

Interrompe durante le riunioni.
Ignora le idee degli altri.
Corregge con tono sprezzante.

  • “Lascia, faccio io.”
  • “Non credo tu abbia capito.”

Parla spesso dei suoi successi.
Minimizza il contributo altrui.

  • “Se non fossi intervenuto io, il progetto sarebbe fallito.”

Non ascolta.
Non accoglie feedback.
Ancora meno mette in discussione se stesso.

Risultato?

Frustrazione.
Demotivazione.
Persone che smettono di esporsi.

E un team che perde energia.

Valuta la situazione

Prima di intervenire, prenditi un momento.

Serve chiarezza.

Chiediti:

  • Da dove nasce la sua arroganza?
  • È sicurezza reale o compensazione?
  • Quanto impatta sul team?
  • Max è consapevole di ciò che genera?
  • Hai già dato feedback chiari?

L’arroganza può avere radici diverse.

Insicurezza.
Cultura competitiva.
Percezione distorta del proprio ruolo.

Capire questo cambia il modo in cui intervieni.

Cosa fare

Mantieni la professionalità

Non reagire emotivamente.

Resta sui fatti.
Sugli obiettivi.
Sul contesto.

La calma è una forma di leadership.

Esponi il problema in modo oggettivo

Parla dei comportamenti, non della persona.

“Durante la riunione hai interrotto più volte i colleghi.”
“Questo ha avuto questo impatto…”

Niente etichette.
Solo fatti.

Stabilisci aspettative chiare

Definisci cosa è accettabile e cosa no.

Spiega cosa ti aspetti da subito.

La chiarezza evita ambiguità.

Incoraggia l’auto-riflessione

Fai domande che aprono.

Non che chiudono.

Aiutalo a vedere l’impatto del suo comportamento sugli altri.

Dai tempo, ma non all’infinito

Il cambiamento richiede tempo.

Ma non può essere un alibi.

Monitora.
Osserva.
Verifica.

Valuta anche un diverso utilizzo delle sue energie

Se è molto competitivo, puoi canalizzarlo.

Ruoli dove l’ambizione diventa valore.
Non problema.

Se la relazione con un collaboratore sta diventando faticosa, non aspettare che peggiori.

In due sessioni lavoriamo insieme su strategie pratiche per ristabilire più equilibrio e rispetto.

Scopri il percorso mirato “Gestire un collaboratore difficile“.

Domande da fare nell’incontro individuale

Per aprire un confronto reale:

  • “Come percepisci il tuo ruolo nel team?”
  • “Che impatto pensi abbiano le tue interazioni sugli altri?”
  • “Hai ricevuto feedback simili in passato?”
  • “Cosa potresti fare di diverso da subito?”

Domande semplici.
Ma potenti.

Cosa NON fare

  • Sottovalutare il problema
    Peggiora nel tempo.
  • Entrare in conflitto diretto
    Alimenta la tensione.
  • Premiare comportamenti sbagliati
    Attenzione a complimenti e privilegi non meritati.
  • Accettare giustificazioni vaghe
    Servono fatti. Non parole.

Dove nasce davvero la difficoltà

Quando l’arroganza non viene gestita, il team si adatta.

Le persone parlano meno.
Si espongono meno.
Accettano dinamiche che non condividono.

E tu?

Potresti iniziare a evitare il confronto diretto.
A rimandare.
A scegliere il “non è il momento”.

Oppure a irrigidirti, entrando in contrapposizione.

Entrambe le strade hanno un costo.

La difficoltà reale nasce qui.

Nel momento in cui non prendi posizione in modo chiaro.

E se l’atteggiamento non cambia?

A quel punto sei davanti a una scelta.

Continuare a tollerare
oppure intervenire in modo più deciso.

Perché l’arroganza non si ferma da sola.

E se resta, il team impara che il rispetto non è necessario.

Intervenire …
vuol dire coinvolgere HR/capo/titolare,
documentare i fatti,
fissare obiettivi comportamentali precisi e verificabili.

E, se necessario, arrivare a scelte organizzative più forti:
cambio di ruolo,
esclusione da progetti chiave
o altri provvedimenti coerenti.

Non è durezza.
È responsabilità.

La comunicazione è il cuore dell’autorevolezza.

Se vuoi rafforzare la tua presenza e il tuo impatto,
trovi spunti concreti nei miei libri:

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per sviluppare una leadership solida e riconosciuta

“Prima volta Leader”
per chi è all’inizio del proprio ruolo

Leadership e collaboratori difficili: come gestire il falso e geloso

collaboratore falso

Un collaboratore falso e geloso può avere un impatto molto più profondo di quanto sembri.

Non è solo una questione di atteggiamenti fastidiosi.
È una questione di fiducia.

E quando la fiducia si rompe, il team smette di funzionare davvero.

Chi è il collaboratore falso e geloso

Immagina Cosimo.

All’apparenza è disponibile.
Cordiale.
Collaborativo.

Poi emergono i dettagli.

I complimenti sono ambigui:
“Hai fatto un ottimo lavoro… considerando la tua poca esperienza.”

Quando il progetto va bene, si prende il merito.
Se qualcosa non funziona, si defila.

Parla alle spalle.
Diffonde informazioni distorte.
Seleziona cosa dire e cosa trattenere.

Non condivide ciò che serve davvero.

Quindi?

Un clima di sospetto.
Relazioni fragili.
Collaborazione che si inceppa.

E questo, nel tempo, pesa più di tutto…

Valuta la situazione

Prima di intervenire con il collaboratore falso, osserva.

Serve lucidità, non reazione.

Chiediti:

  • Da dove nasce questo comportamento?
  • È insicurezza, competizione o bisogno di visibilità?
  • Cosimo è consapevole dell’effetto che genera?
  • In quali momenti il comportamento emerge di più?
  • Quanto sta impattando davvero sul team?

Capire il contesto ti permette di intervenire con precisione.

Leggi per approfondire: Discussione sul lavoro. 17 spunti per avere sempre la meglio

Cosa fare

1. Affronta il problema con trasparenza

Organizza un incontro individuale.

Parla in modo diretto, senza accusare.
Resta sui fatti.

  • “Ho osservato questo comportamento…”
  • “Questo è l’impatto che genera…”

Poi ascolta.

Capire non significa giustificare.
Ma intervenire nel modo giusto.

2. Documenta i comportamenti

Tieni traccia degli episodi.

Questo ti permette di:

  • dare feedback concreti
  • evitare discussioni vaghe
  • monitorare eventuali miglioramenti

3. Promuovi un ambiente di lavoro più trasparente

Riduci gli spazi di ambiguità.

Favorisci:

  • condivisione delle informazioni
  • riconoscimento dei risultati
  • comunicazione chiara

Un contesto sano limita i comportamenti tossici.

4. Definisci aspettative e conseguenze

Chiarisci cosa non è più accettabile.

E cosa ti aspetti da subito.

Se non cambia nulla, esplicita le conseguenze.

Anche il coinvolgimento di HR, quando serve, è leadership.

Domande utili nel colloquio individuale

Per aprire un confronto reale:

  • “Come percepisci il tuo ruolo nel team?”
  • “Cosa sta funzionando meno nella collaborazione?”
  • “Che tipo di rapporto vuoi costruire con i colleghi?”
  • “Cosa puoi fare di diverso da ora in avanti?”

Domande che stimolano consapevolezza.

Non difesa.

Cosa NON fare

  • Ignorare il problema
    Non migliora. Si radica.
  • Esporlo davanti agli altri
    L’umiliazione peggiora la situazione.
  • Reagire con aggressività
    Alimenta il conflitto.
  • Fare supposizioni
    Servono fatti, non interpretazioni.

Quando serve una decisione, non un altro tentativo

Dove nasce davvero la difficoltà

Quando entra l’ambiguità, le persone iniziano a trattenersi.
Le informazioni circolano meno.
Il clima si irrigidisce.

E tu, come leader potresti iniziare a dubitare.
A minimizzare.
A evitare il confronto diretto per non creare tensione.

Oppure sperare che si sistemi da solo.

Nel frattempo, però, passa un messaggio chiaro.

Certi comportamenti sono tollerati.

La vera difficoltà è questa.

Non nella gelosia in sé,
ma nella mancanza di una posizione chiara.

Se la situazione non cambia…

Falsità e gelosia lavorano in silenzio.
Ma lasciano segni profondi.

E quando il clima si deteriora,
recuperarlo diventa molto più difficile.

Gestire un collaboratore difficile non significa sopportare.

Significa capire cosa sta succedendo
e scegliere come intervenire.

Anche duramente, se è il caso.

Se vuoi affrontare queste situazioni senza tensioni inutili,
in 2 sessioni lavoriamo insieme su strategie pratiche
per ristabilire equilibrio e rispetto.

Scopri il servizio “Gestire un collaboratore difficile”.

A volte basta una parola fuori posto per rompere un equilibrio.

Con “Sviluppare assertività senza perdere empatia
impari a gestire voce, emozioni e linguaggio
per comunicare con più autorevolezza.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire l’ultra competitivo

collaboratore competitivoFoto di Cottonbro Studio

Gestire un collaboratore ultra-competitivo (quando il talento divide invece di unire).

Gestire un collaboratore molto competitivo non è semplice.

All’inizio può sembrare un vantaggio.
Energia.
Spinta al risultato.
Determinazione.

Poi qualcosa cambia.

La competizione smette di essere sana.
Diventa confronto continuo.
Pressione.
Tensione.

E il team inizia a risentirne.

Il punto non è spegnere questa energia.
È imparare a canalizzarla.

Chi è il collaboratore competitivo

Immagina Ivan.

È preparato.
Ambizioso.
Determinato a emergere.

Vuole distinguersi.
Vuole essere riconosciuto.

Ma il modo in cui lo fa crea problemi.

Durante il lavoro:

  • enfatizza i propri risultati
  • riduce il contributo degli altri
  • tende a prendersi il merito del team

Nelle riunioni:

  • interrompe
  • corregge
  • si impone

Accetta difficilmente feedback.
Critica con facilità.

Ogni situazione diventa una gara.

Il risultato?

Collaborazione che cala.
Clima che si irrigidisce.
Fiducia che si incrina.

Valuta la situazione (prima di intervenire)

Prima di agire, osserva con attenzione.

Chiediti:

  • In che modo questo comportamento impatta davvero il team?
  • Ivan è consapevole dell’effetto che genera?
  • Ci sono momenti in cui la sua competitività è utile?
  • Dove sta superando il limite?

Non tutta la competitività è negativa.

Capire quando diventa tossica è fondamentale.

Cosa fare

1. Definisci aspettative chiare

Rendi esplicito che il risultato non è solo individuale.

Conta anche come ci si arriva.

Chiarisci:

  • cosa significa lavorare in team
  • cosa non è più accettabile

2. Premia i risultati collettivi

Se riconosci solo le performance individuali,
alimenterai la competizione.

Valorizza il contributo al gruppo.

Sempre.

3. Promuovi la collaborazione

Assegna progetti in cui il successo dipende dagli altri.

Non può farcela da solo.
E deve rendersene conto.

4. Dai feedback concreti

Non generalizzare.

Porta esempi specifici:

  • cosa hai osservato
  • che impatto ha avuto
  • cosa ti aspetti diverso

Canalizza la sua ambizione

Non spegnerla.

Orientala.

Verso obiettivi più ampi.
Verso responsabilità che includano gli altri.

Un collaboratore così mette alla prova la tua leadership.

Se vuoi rafforzare la tua autorevolezza, trovi spunti utili nei miei libri:

Domande utili nell’incontro individuale

Per aprire un confronto reale:

  • “Cosa ti motiva a ottenere questi risultati?”
  • “Come pensi che il tuo approccio influenzi il team?”
  • “Cosa significa per te lavorare in squadra?”
  • “Come possiamo valorizzare meglio il contributo di tutti?”

Domande semplici che portano consapevolezza.

Cosa NON fare

  • Ignorare il comportamento
    Peggiora.
    Sempre.
  • Premiare solo lui/lei
    Distrugge il team.
  • Escluderlo
    Aumenta la rivalità.
  • Reagire in modo punitivo
    Genera solo resistenza.

Dove nasce davvero la difficoltà

Quando una persona cerca costantemente di emergere,
il team può reagire in due modi:

  • si chiude
  • oppure entra in competizione

In entrambi i casi, la collaborazione si perde.

E tu?

Potresti essere tentato di sfruttare i suoi risultati.
Oppure evitare il confronto diretto per non creare attrito.

Nel frattempo, però, il messaggio passa.

Conta chi emerge.
Non chi contribuisce.

La difficoltà nasce qui.

Non nella competitività in sé,
ma nella mancanza di confini chiari.

Se non definisci cosa è accettabile,
se non riequilibri il riconoscimento,
non proteggi il team…

quel comportamento diventa norma.

Se nulla cambia… devi decidere.

Continuare a tollerare
oppure intervenire in modo più deciso.

Perché una competitività tossica non resta isolata.

Si espande.
Coinvolge gli altri.
Modifica la cultura.

E quel segnale arriva a tutti.

Se un collaboratore ti mette continuamente alla prova
o senti che il clima del team si sta deteriorando,
non aspettare che diventi ingestibile.

Con il percorso “Gestire un collaboratore difficile
lavoriamo su strategie pratiche per ristabilire equilibrio e rispetto.

La competitività può far crescere.
Oppure dividere.

La differenza…
la fa come scegli di gestirla.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire l’invisibile

collaboratore invisibile
Foto di Matheus Bertelli

Gestire un collaboratore invisibile è più difficile di quanto sembri.

Non crea problemi evidenti.
Non genera conflitti.
Ancor meno mette in discussione le decisioni.

E proprio per questo… rischia di passare inosservato.

Il punto è che l’assenza di problemi non è presenza di valore.

Se nessuno interviene, l’invisibilità diventa abitudine.
E il team perde energia, idee, contributo.

Chi è il collaboratore invisibile

Immagina Lorenzo.

È preciso.
Affidabile.
Fa il suo lavoro.

Ma resta sullo sfondo.

Durante le riunioni:

  • ascolta
  • annuisce
  • interviene poco o niente

Non prende iniziative.
Non propone miglioramenti.
Ancor meno si espone.

Il suo lavoro è sufficiente.
Raramente memorabile.

Non crea tensioni.
Ma non crea nemmeno movimento.

Il risultato?

Un contributo neutro.
Un potenziale non espresso.
Il team che si muove senza tutta la sua forza.

Valuta la situazione (prima di intervenire)

Prima di agire, osserva.

Non tutta l’invisibilità nasce dallo stesso punto.

Chiediti:

  • Ha avuto occasioni reali per esporsi?
  • Si sente ascoltato quando prova a parlare?
  • Ha chiarezza su cosa ci si aspetta da lui?
  • Il team lo include… o lo lascia ai margini?
  • Sto riconoscendo ciò che fa, anche quando è corretto?

A volte è insicurezza.
Altre volte è abitudine.
In certi casi, è il contesto che non lo facilita.

Capire questo cambia completamente il tuo intervento.

Se vuoi lavorarci in modo strutturato, nel percorso
Gestire un collaboratore difficile” analizziamo proprio queste dinamiche
e costruiamo un piano concreto.

Cosa fare

1. Coinvolgilo in modo diretto

Non aspettare che il tuo collaboratore invisibile intervenga.

Chiedi il suo punto di vista:

  • “Tu come la vedi?”
  • “Cosa faresti in questo caso?”

Portalo dentro la conversazione.

2. Assegna attività con visibilità

Dagli progetti che richiedono interazione.

Ruoli che lo mettano in relazione con altri.

Non per forzarlo, ma per attivarlo.

3. Riconosci ciò che fa

Anche il lavoro “silenzioso” va visto.

Un feedback davanti al team,
una menzione in riunione,
un apprezzamento concreto.

Il riconoscimento crea movimento.

4. Offri opportunità di crescita

Formazione.
Affiancamento.
Coaching.

A volte serve lavorare sulla fiducia, non solo sulle competenze.

Se vuoi approfondire questi aspetti,
nel mio libro “Autorevolezza” trovi spunti concreti su come valorizzare le persone
senza forzature e senza perdere equilibrio.

Domande utili nel colloquio individuale

Per capire cosa c’è dietro:

  • “Ti senti coinvolto nel lavoro del team?”
  • “C’è qualcosa che ti frena nell’intervenire?”
  • “Hai spazio per esprimere le tue idee?”
  • “Come possiamo facilitare la tua partecipazione?”

Domande semplici.
Ma che aprono la prospettiva.

Cosa NON fare

  • Ignorarlo
    Il silenzio rafforza l’invisibilità.
  • Escluderlo implicitamente
    Se non lo chiami, non entrerà.
  • Etichettarlo come “poco coinvolto”
    Potrebbe non essere una sua scelta.
  • Accettare la situazione
    Un team forte non lascia nessuno ai margini.

Dove nasce davvero la difficoltà

Il punto non è solo Lorenzo.

È quello che succede intorno a lui.

Quando una persona resta in secondo piano, spesso il team si organizza senza coinvolgerla.
Le decisioni passano sopra.
Le conversazioni scorrono altrove.

E tu?

Potresti pensare:
“Almeno non crea problemi.”

Oppure:
“Se vuole esporsi, lo farà.”

Nel frattempo, però, qualcosa si consolida.

Lorenzo resta invisibile.
Il team si abitua.
Tu smetti di aspettarti di più.

La difficoltà nasce qui.

Non nell’assenza di capacità,
ma nell’assenza di attivazione.

Se non crei spazio,
se non rendi esplicite le aspettative,
non porti attenzione…

l’invisibilità diventa stabile.

Se dopo la tua attivazione nulla cambia…

non è più solo una questione di contesto.

È il momento di una decisione.

Continuare a “trascinare”
oppure ridefinire il ruolo e le responsabilità.

Perché un contributo neutro, nel tempo, pesa.

E il messaggio che passa al team è chiaro:
partecipare è opzionale.

Quando la collaborazione si blocca o resta superficiale,
serve metodo, non improvvisazione.

Nel percorso “Dare feedback costruttivi in situazioni critiche
lavoriamo su come gestire questi momenti con equilibrio e autorevolezza.

Il problema non è chi fa troppo poco rumore.

È quando nessuno si accorge che manca qualcosa.

E un leader… questo lo vede.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire il poco produttivo

collaboratore poco produttivo

Gestire un collaboratore poco produttivo richiede pazienza.
Ma non basta.

Serve struttura.
Serve chiarezza.
Anche il coraggio di non rimandare.

Perché la bassa produttività non resta confinata.
Si riflette sul team.
Sui tempi.
Sulla qualità.

E, nel tempo, anche sulla tua leadership.

L’obiettivo non è “spingere di più”.
È capire cosa sta succedendo davvero… e intervenire in modo concreto.

Chi è il collaboratore poco produttivo

Immagina Mary.

Non è incompetente.
Non è nemmeno maldisposta.

Ma qualcosa non funziona.

Consegna in ritardo.
I documenti richiedono continue revisioni.
L’iniziativa è minima.

Durante le riunioni:

  • interviene poco
  • evita di esporsi
  • resta ai margini

Non propone.
Non rilancia.
Neanche sembra interessata.

All’inizio sembra solo “un momento”.
Poi diventa uno schema.

Il risultato?

Carico che si sposta sugli altri.
Frustrazione che cresce.
Motivazione che si abbassa.

E il team se ne accorge.

Valuta la situazione (prima di intervenire)

Prima di agire, fermati.

Non tutta la bassa produttività ha la stessa origine.

Chiediti:

  • Qual è la causa reale di questo calo?
  • Mary è consapevole del suo rendimento?
  • Le aspettative sono state comunicate in modo chiaro?
  • Ci sono ostacoli organizzativi o di contesto?
  • Ha le competenze e gli strumenti necessari?
  • Cosa succede se non intervieni?

Le risposte fanno la differenza.

Perché senza una diagnosi precisa,
qualsiasi intervento rischia di essere inefficace.

Se senti che stai “provando di tutto” senza risultati,
forse non è questione di fare di più,
ma di cambiare approccio.

Con il percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori proprio su questo:
chiarezza, metodo e interventi mirati.

Cosa fare

1. Affronta il tema in modo diretto

Organizza un incontro uno-a-uno con il tuo collaboratore poco produttivo.

Niente generalizzazioni.

Porta esempi concreti.
Spiega cosa-non-sta-funzionando.

Poi ascolta.

2. Definisci obiettivi chiari e misurabili

Serve precisione.

Cosa deve fare.
Entro quando.
Con quali standard.

Senza ambiguità.

3. Offri supporto reale

Verifica se ci sono lacune.

Competenze.
Strumenti.
Organizzazione.

Se manca qualcosa, intervieni.

4. Monitora con continuità

Non basta un confronto.

Serve follow-up.

Controlli regolari.
Feedback puntuali.
Aggiustamenti, se necessari.

5. Riconosci i miglioramenti

Anche piccoli.

Il riconoscimento crea movimento.
La pressione da sola… no.

Un collaboratore difficile mette alla prova la tua leadership.
Se vuoi lavorare su questi aspetti, trovi spunti concreti nei miei libri:

Domande utili nell’incontro individuale

Per andare oltre la superficie:

  • “Cosa ti sta creando più difficoltà in questo periodo?”
  • “Come valuti il tuo carico di lavoro?”
  • “C’è qualcosa che ti blocca o rallenta?”
  • “Di cosa avresti bisogno per lavorare meglio?”
  • “Come possiamo migliorare questa situazione insieme?”

Domande semplici.

Ma poste nel modo giusto ti aiutano ad aprire la prospettiva.

Cosa NON fare

  • Ignorare il problema
    Non sparisce. Si amplifica.
  • Colpevolizzare
    Blocca. Non attiva.
  • Fare confronti con altri
    Crea difesa, non cambiamento.
  • Essere vago
    “Devi migliorare” non significa nulla.

Dove nasce davvero la difficoltà

Il punto non è solo Mary.

È quello che la sua bassa produttività attiva. Quando qualcuno rallenta, spesso succede che:

  • altri compensano
  • gli standard si abbassano
  • la chiarezza si perde

E tu?

Magari inizi a tollerare più del dovuto.
Oppure intervieni a tratti, senza continuità.

A volte speri che si “sistemi da sola”.
Altre volte eviti il confronto diretto per non creare disagio.

In questo spazio incerto, il comportamento si consolida.

La difficoltà sta qui.

Non nella performance in sé,
ma nella gestione della situazione.

Se i confini non sono chiari,
se le aspettative restano implicite,
il feedback è sporadico…

il messaggio arriva comunque.

E non è quello che vuoi.

Se nulla cambia…

non sei più nella fase di accompagnamento.

Devi fare una scelta.

Continuare a compensare
oppure ridefinire le conseguenze.

Perché ogni comportamento tollerato
diventa uno standard.

E quel messaggio arriva a tutto il team.

Sempre.

Se vuoi rafforzare la tua capacità di farti ascoltare e rispettare,
nel percorso “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo
lavoriamo su comunicazione, presenza e autorevolezza.

La produttività non migliora da sola.

Migliora quando qualcuno decide di intervenire…
con chiarezza.

E fino in fondo.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire il negativo

collaboratore negativo

Foto di Engin_Akyurt da Pixabay

Gestire un collaboratore negativo (senza farti trascinare nel suo pessimismo)

Gestire un collaboratore negativo richiede pazienza.
Ma soprattutto lucidità.

Perché la negatività non resta mai “isolata”.
Si diffonde.
Si insinua nelle conversazioni, nelle riunioni, nei silenzi.

E se non intervieni, diventa cultura.

La buona notizia?
Puoi lavorarci.
Non per “aggiustare” la persona, ma per riportare equilibrio nel team.

Chi è il collaboratore negativo

Immagina Luca.

È competente.
Fa il suo lavoro.
Ma il suo atteggiamento pesa.

Si lamenta spesso:

  • dei cambiamenti
  • dei clienti
  • delle scadenze

Ogni difficoltà diventa un problema.
Raramente una possibilità.

Le sue frasi sono sempre simili:

“Tanto non funzionerà.”
“Non è il momento giusto.”
“Non vedo grandi prospettive.”

Nelle riunioni inserisce continuamente un “però”.
Una resistenza.
Un dubbio.

Non è opposizione aperta.
È un sottofondo costante.

Il risultato?

Energia che cala.
Motivazione che si abbassa.
Collaborazione che si irrigidisce.

E il team, lentamente, si adegua.

Valuta la situazione (prima di intervenire)

Prima di agire, fermati.

Non tutta la negatività è uguale.

Chiediti:

  • Da dove nasce questo atteggiamento?
  • È consapevole dell’impatto che ha sugli altri?
  • Le sue osservazioni hanno una base reale?
  • Che effetto produce sul team, nel concreto?
  • Ho già dato feedback chiari e diretti?

Capire la radice è fondamentale.

A volte è frustrazione.
Altre volte è disillusione.
In certi casi, è semplicemente abitudine.

Se ogni confronto ti sembra inefficace,
forse non è il contenuto che devi cambiare,
ma il modo in cui stai gestendo la relazione.

Con il percorso “Gestire un collaboratore difficile” lavori proprio su questo:
chiarezza, posizione e strategia.

Cosa fare

1. Affronta la questione in modo diretto

Parlane in privato.
Senza etichette.
Porta esempi concreti.

Poi ascolta.
Davvero.

2. Distingui tra fatti e percezioni

Se le sue osservazioni sono fondate, agisci.
Se sono distorte, aiutalo a rileggerle.

Con calma.
Con dati.

Dai feedback specifici
Evita frasi generiche.

Spiega:

  • quale comportamento osservi
  • che impatto ha sul team
  • cosa ti aspetti di diverso

La chiarezza non crea conflitto.
Lo previene.

3. Porta l’attenzione sulle soluzioni

Accogli le criticità.
Ma non fermarti lì.

Chiedi:
“Cosa proponi?”
“Quale alternativa vedi?”

Allenalo a spostarsi.

4. Monitora nel tempo

Non basta un confronto.
Serve continuità.

Osserva.
Rinforza i cambiamenti.
Intervieni se necessario.

Domande utili nell’incontro individuale

Per aprire un confronto reale:

  • “Cosa ti preoccupa di più in questo momento?”
  • “Cosa pensi che non stia funzionando?”
  • “Come possiamo migliorare la situazione?”
  • “Cosa ti aiuterebbe a lavorare con più serenità?”

Domande semplici.
Ma fatte con presenza.

Cosa NON fare

  • Ignorare il problema
    Non si risolve da solo. Peggiora.
  • Rispondere con negatività
    Ti trascina sullo stesso piano.
  • Essere troppo permissivo
    Legittima il comportamento.
  • Correggere senza ascoltare
    Chiude ogni possibilità di cambiamento.

Dove nasce davvero la difficoltà

Il punto non è solo Luca.

È quello che la sua negatività attiva nel team… e in te.

Quando qualcuno porta costantemente problemi,
può succedere che tu inizi a compensare:

  • spingi di più sulla positività
  • eviti il confronto per non alimentare tensioni
  • minimizzi per mantenere il clima leggero

Nel farlo, però, rischi di perdere equilibrio.

Se reagisci in modo eccessivo, crei opposizione.

La difficoltà sta qui.
Nel trovare una posizione stabile.

Non si tratta di “spegnere” la negatività.
Si tratta di non lasciarti trascinare.

E questo richiede una cosa precisa:
chiarezza interna.

Cosa è accettabile?
Cosa no?
Dove ti posizioni, davvero?

Hai dato tempo. E nulla cambia…

non è più un tema di comprensione.

È una scelta.

Continuare a tollerare
oppure ridefinire i confini.

Perché ogni volta che lasci passare,
stai comunicando qualcosa al team.

Non con le parole.
Con i fatti.

E i fatti pesano di più.

Se senti che il team fatica a seguirti o si lascia influenzare facilmente,
nel percorso “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo
lavoriamo su comunicazione, presenza e autorevolezza.

La negatività non si elimina.
Si gestisce.

E il modo in cui lo fai
definisce il clima del tuo team…

e il tipo di leader che stai diventando.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire il solista

collaboratore solista

Hai un collaboratore che lavora sempre da solo, evitando il confronto con il team?

L’autonomia è un valore.
Finché non diventa isolamento.

Quando succede, qualcosa cambia.
La comunicazione si riduce.
Il coordinamento rallenta.
Il team si disallinea.

E tu ti ritrovi a gestire un equilibrio delicato:
lasciare spazio senza perdere connessione.

Chi è il collaboratore solista

Immagina Martino.

È competente.
Indipendente.
Affidabile nel portare a termine il lavoro.

Ma il suo stile crea attrito.

Lavora senza coinvolgere i colleghi.
Condivide poche informazioni.
Evita il confronto.
Partecipa il minimo indispensabile alle riunioni.
Comunica quando il lavoro è già concluso.

Il risultato è meno visibile,
ma concreto.

Colleghi che si sentono esclusi.
Progetti che si incastrano male.
Decisioni prese senza allineamento.

E una sensazione diffusa:
ognuno lavora per conto proprio.

Se la situazione si trascina, il problema non è più solo suo.
Diventa del team.

Se la relazione con un tuo collaboratore sta diventando pesante,
non aspettare che peggiori.

In 2 sessioni lavoriamo su strategie pratiche
per ristabilire maggiore equilibrio, chiarezza e collaborazione.

→ Scopri “Gestire un collaboratore difficile

Valuta la situazione

Prima di intervenire, fermati.

Non tutto ciò che sembra un problema lo è davvero.

Chiediti:

  • È una scelta personale o una forma di difesa?
  • Sta creando disallineamenti concreti o il lavoro procede comunque?
  • Come viene percepito dagli altri?
  • Che impatto ha nel medio periodo?

Capire il “perché” è fondamentale.

Dietro il comportamento del collaboratore solista possono esserci dinamiche diverse:

insicurezza,
esperienze negative,
sfiducia nel team,
oppure semplicemente un’abitudine consolidata.

Cosa fare

L’obiettivo non è trasformarlo in qualcun altro.
È trovare un equilibrio tra autonomia e collaborazione.

1. Riconosci e valorizza la sua autonomia

Se parti attaccando il suo stile, perderai terreno.

Martino funziona così perché gli ha dato risultati.
Riconoscilo.

Solo dopo aver legittimato il suo modo di lavorare
puoi introdurre un’evoluzione.

2. Introduci una condivisione graduale

Non serve rivoluzionare tutto.

Inizia da piccoli passi:

  • brevi aggiornamenti
  • mini-report
  • allineamenti veloci

Scegli modalità sostenibili per lui/lei.

L’obiettivo è aumentare la visibilità,
non forzare un cambiamento brusco.

3. Disegna contesti che richiedono collaborazione

Alcuni progetti possono essere gestiti in autonomia.
Altri no.

Assegna attività dove il risultato dipende anche dagli altri.

Non per costringerlo,
ma per fargli sperimentare qualcosa di diverso.

4. Espandere il suo ruolo

Affidargli il coordinamento di una parte di progetto
può essere un passaggio utile.

Quando sei tu a dover coinvolgere gli altri,
inizi a vedere il valore della comunicazione.

Non è immediato.
Ma apre una prospettiva nuova.

Domande utili nel confronto individuale

Serve un confronto diretto.

Non accusatorio.
Non generico.

Chiedi per capire:

  • “Hai mai avuto difficoltà nel lavorare con il team?”
  • “Cosa ti fa preferire lavorare in autonomia?”
  • “Cosa potrebbe rendere più fluida la collaborazione?”
  • “Come possiamo bilanciare indipendenza e allineamento?”

L’obiettivo non è correggere.
È portare consapevolezza.

Cosa NON fare

  • Forzare la collaborazione
    Lo chiuderai ancora di più.
  • Esporlo davanti agli altri
    Perderai fiducia.
  • Interpretare tutto come un problema caratteriale
    Rischi di non vedere il contesto.
  • Lasciarlo isolato per comodità
    È la strada più facile. Anche la più dannosa.

Cosa succede se non intervieni

All’inizio sembra gestibile.

Poi qualcosa cambia.

Il collaboratore solista si isola sempre di più.
Il team smette di cercarlo.
Le informazioni si frammentano.

Nel tempo, il rischio è doppio:

da un lato perdi integrazione,
dall’altro crei un precedente.

Altri potrebbero fare lo stesso.

E la collaborazione, lentamente, scompare.

Dove nasce davvero la difficoltà

Il punto non è solo Martino.

È la posizione in cui ti mette.

Intervenire su un collaboratore autonomo può sembrare rischioso.

  • “Se lo spingo troppo, lo perdo?”
  • “Se lo lascio fare, cosa succede al team?”
  • “Sto forzando qualcosa che funziona?”

È una tensione sottile.

Perché, a differenza di altri casi,
qui non hai un comportamento apertamente negativo.

Hai qualcosa che funziona… ma non abbastanza.

E proprio per questo tendi a rimandare.

Quando serve una decisione, non un altro aggiustamento

Hai chiarito le aspettative?
Hai introdotto momenti di condivisione?
Aperto il dialogo…

e nulla cambia,
non sei più nella fase di adattamento.

Sei davanti a una scelta.

Accettare quel livello di isolamento
oppure ridefinire in modo più netto il perimetro del ruolo.

Continuare a compensare,
a coprire,
a “tenere insieme” tu le parti…

non è più sostenibile!

E il team lo vede.

Vuoi che il tuo team ti segua perché ti riconosce,
non perché deve?

Lavoriamo insieme su voce, postura e linguaggio
per trasmettere credibilità e costruire collaborazione reale.

Scopri il percorso di coaching mirato dedicato alla leadership empatica.

L’autonomia è una risorsa.
Diventa un limite quando rompe il collegamento.

Il tuo lavoro non è ridurla.
È darle una direzione.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire il saccente

collaboratore saccente

Hai un collaboratore che interrompe, si impone e mette in dubbio gli altri?

Non è solo fastidioso.
È un problema di leadership.

Perché quel comportamento, nel tempo, cambia il clima del team.
E se non intervieni, diventa la nuova normalità.

Collaboratori saccenti, arroganti, sempre pronti a correggere gli altri…
sono più diffusi di quanto si dica.

E gestirli non è mai banale.

Chi è il collaboratore saccente

Immagina questa scena.

Biagio è competente.
Preparato.
Sicuro di sé.

Ma il suo atteggiamento crea attrito.

Durante le riunioni interrompe:

  • “Ti spiego io come si fa.”
  • “Non è fattibile, fidati.”

Con i colleghi usa un tono che suona superiore:

  • “È davvero semplice, non capisco come tu non riesca.”

Quando vuole legittimarsi, tira fuori l’esperienza:

  • “Lavoro in questo campo da più tempo di te, so bene di cosa parlo.”

Il risultato è sempre lo stesso.

Frustrazione.
Distanza.
Calo della collaborazione.

Le persone iniziano a parlare meno.
A esporsi meno.
A evitarlo.

E lentamente… il team si spegne.

Ignorare tutto questo non è un’opzione.

Le dinamiche con collaboratori difficili raramente si sistemano da sole.

Nella mia esperienza di coaching, è uno dei temi più ricorrenti: ristabilire confini chiari senza distruggere la relazione.

Cosa fare

1. Valuta la situazione

Prima di intervenire, osserva.

  • Quali comportamenti vedi davvero?
  • Con che frequenza si presentano?
  • In quali contesti emergono di più?
  • Che impatto hanno sul team?

Evita interpretazioni generiche.
Vai sui fatti.

E chiediti anche una cosa scomoda:
le aspettative sono state comunicate chiaramente?

2. Riconosci le competenze (se ci sono)

Se Biagio è davvero competente, negarlo sarebbe un errore.

Riconoscere il valore non indebolisce la tua posizione.
Anzi.

Spesso chi si impone ha un bisogno forte di legittimazione.
Se viene riconosciuto in modo corretto, quel bisogno potrebbe abbassarsi.

E con lui… anche il tono.

3. Mantieni calma e posizione

Entrare in competizione è una trappola.

Se provi a “vincere” lo scontro, hai già perso il contesto.

Serve fermezza.
Serve lucidità.
Presenza.

Un atteggiamento assertivo evita escalation inutili
e ti permette di restare nel tuo ruolo.

4. Stabilisci regole di comunicazione

Non lasciare che le riunioni diventino terreno libero.

Definisci regole semplici:

  • niente interruzioni
  • spazio a tutti
  • rispetto dei turni

Non servono discorsi lunghi.
Serve coerenza.

Quando le regole sono chiare, i comportamenti emergono per quello che sono.

5. Riporta il focus sulla collaborazione

Un collaboratore saccente tende a lavorare per dimostrare.

Non per costruire.

Assegna attività dove il risultato dipende dagli altri.
Non solo da lui.

Se il successo passa dal team, qualcosa cambia.

Non subito.
Ma cambia.

6. Lavora sullo sviluppo (se c’è apertura)

Se c’è disponibilità, puoi accompagnarlo su competenze diverse:

comunicazione,
intelligenza emotiva,
lavoro di squadra.

Non tutti sono pronti.

Ma quando accade, è un passaggio importante.

Domande utili nel confronto individuale

L’incontro è inevitabile.

Senza, il collaboratore saccente continuerà a fare ciò che ha sempre fatto.

Per evitare difese automatiche, usa domande che aprono:

  • “Ti sei accorto di come vengono percepite le tue interazioni?”
  • “Che impatto pensi abbia questo modo di comunicare sugli altri?”
  • “C’è qualcosa che potresti fare in modo diverso?”

Non serve attaccare.
Serve far vedere.

Cosa NON fare

  • Ignorare il problema
    Non si riduce. Si espande.
  • Rispondere con sarcasmo
    Umiliare qualcuno non costruisce autorevolezza.
  • Essere troppo accomodante
    Se lasci passare tutto, stai insegnando che va bene così.

Cosa succede se non intervieni

Non è teoria.
È pratica quotidiana.

Se lasci correre:

  • il comportamento si rafforza
  • il team si chiude
  • la tua fiducia si abbassa

E lentamente, perdi posizione.

La perdita di leadership è un passaggio silenzioso, ma decisivo.

È un tema che approfondisco spesso anche nel mio libro “Autorevolezza”, perché è lì che la leadership inizia davvero a essere messa alla prova.

Il silenzio, in questi casi, non è neutralità.
È una scelta.

Dove nasce davvero la difficoltà

Spesso il problema non è Biagio.

È quello che succede dentro di te.

“Se intervengo, peggioro la situazione?”
“Se poi lo perdo?”
“E se non ho abbastanza forza per reggere il confronto?”

Domande legittime.

Ma evitarle non le risolve.

Le sposta più avanti.
E nel frattempo… pesano di più.

Quando serve una decisione, non un altro tentativo

Se dopo confronti chiari, feedback concreti e tempo adeguato nulla cambia,
sei davanti a una scelta.

Continuare a tollerare significa accettare quel comportamento.
Anche se non lo dici.

E questo messaggio arriva al team.
Sempre.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato,
non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato
per comprendere le dinamiche, ritrovare più calma
e impostare una strategia efficace di partenza.

→ Scopri il servizio

Non è la competenza a creare il problema.
È come viene usata.

E la differenza, in quel caso, la fai tu.

Leadership e collaboratori difficili: come gestire l’irrispettoso

collaboratore irrispettoso

Gestire un team non è mai semplice.

Partiamo da uno dei casi più spinosi:
il collaboratore irrispettoso.

Chi è il collaboratore irrispettoso

Immagina questa scena.

Andrea è molto competente dal punto di vista tecnico.
Ma il suo comportamento crea problemi.

Durante le riunioni:

  • interrompe i colleghi
  • alza la voce
  • sminuisce le opinioni altrui

Spesso usa il sarcasmo:

  • “Davvero pensi che sia una buona idea? Speriamo non come l’ultima volta…”

Anche nelle e-mail il tono è brusco e accusatorio:

  • “Fai come ti pare, ma non credo funzioni.”

Quando gli chiedi di lavorare in team:

  • “Gli altri rallentano solo il processo.”

Risultato?

Tensione.
Frustrazione.
Clima di sfiducia.

Qui intervenire non è opzionale.
È una responsabilità.

Non puoi cambiare le persone,
ma puoi cambiare il modo in cui le gestisci.

Cosa fare

1. Valuta la situazione

Prima di agire, fermati e osserva.

Chiediti:

  • È un episodio isolato o un comportamento ricorrente?
  • Quali atteggiamenti, nello specifico, sono irrispettosi?
  • Ci sono fattori esterni (stress, problemi personali)?
  • In quali contesti emergono?
  • Qual è il modo più professionale per affrontarli?

Se il comportamento è frequente, annota episodi, date e fatti.

Ti serviranno.

2. Affronta la questione direttamente

Parla con Andrea in privato.
Mai davanti al team.

Descrivi ciò che hai osservato, senza etichette.
Usa esempi concreti, non giudizi.

Poi ascolta.

Dietro certi comportamenti c’è spesso qualcosa
che non emerge subito.

Ascoltare non significa giustificare.
Significa capire da dove partire.

3. Stabilisci aspettative chiare

Durante il confronto con il tuo collaboratore irrispettoso, chiarisci:

  • quali atteggiamenti vanno corretti
  • cosa non è più accettabile
  • quali comportamenti ti aspetti da subito

Riassumi i punti.
Monitora nel tempo.

La chiarezza protegge te
e protegge il team.

Domande utili nel colloquio individuale

Per capire e guidare il cambiamento:

  • “Ho notato questo comportamento durante la riunione. Cosa è successo?”
  • “Che impatto pensi abbia sugli altri?”
  • “Cosa puoi fare di diverso da ora in avanti?”

Per verificare che il tuo messaggio sia arrivato:

  • “Come ti senti rispetto a quanto ci siamo detti?”
  • “C’è qualcosa che non è chiaro?”

Sempre con tono professionale.
Anche se sei irritato.

Cosa NON fare

  • Ignorare il problema
    Non si risolve da solo. Peggiora.
  • Rispondere con aggressività
    Umiliare qualcuno indebolisce la tua autorevolezza.
  • Dare feedback vaghi
    “Devi migliorare l’atteggiamento” non serve a nulla.
  • Gestire tutto da solo
    Se il comportamento persiste, coinvolgere HR è una scelta di leadership, non una sconfitta.

Cosa succede se non intervieni

Niente allarmismi.
Solo realtà.

Se lasci correre:

  • il collaboratore si sentirà autorizzato a continuare
  • il team penserà che certi comportamenti siano tollerati
  • la tua leadership perderà credibilità

Il silenzio, in questi casi, non è neutralità.
È una scelta.

La perdita di rispetto non è un dettaglio.

È uno dei temi centrali del mio libro “Autorevolezza”,
dove spiego cosa accade quando la leadership si indebolisce,
anche senza segnali evidenti.

Dove nasce davvero la difficoltà

Spesso il vero problema non è Andrea.
È quello che succede dentro di te.

“Se intervengo, che leader sto diventando?”
“E se poi peggiorasse?”
“E se perdessi il suo contributo?”

Domande legittime.

Il punto è un altro:
evitarle non le risolve.

Le rimanda.
E nel frattempo… crescono.

Quando serve una decisione, non un altro tentativo

Se dopo richiami chiari, coerenti e documentati nulla cambia,
non è più un problema di comunicazione o empatia.

È una scelta.

Continuare a tollerare significa decidere — anche senza dirlo —
che quel comportamento è accettabile.

E questo messaggio arriva a tutti.
Sempre.

Se gestire un collaboratore ti sembra ogni giorno più complicato,
non aspettare che il problema esploda.

Due sessioni di coaching mirato
per comprendere meglio le dinamiche, ritrovare più calma
e impostare una prima strategia efficace.

→ Scopri “Gestire un collaboratore difficile”

Se ti riconosci in questo…

Se leggendo ti sei riconosciuto,
non significa che stai fallendo come leader.

Significa che stai facendo un lavoro difficile.

Sul serio.

Gestire persone complesse richiede lucidità,
confini chiari
e il coraggio di non rimandare.

A volte basta una conversazione fatta bene
per cambiare l’equilibrio di un intero team.

Come motivare il team: 7 spunti

come motivare il team
Come motivare il tuo team?

Che tu sia manager di multinazionale, imprenditore o responsabile di un piccolo gruppo, oggi una delle sfide più complesse è tenere alto il morale.

Le persone fanno la differenza. Sempre.

Possono determinare il successo… o l’insuccesso della tua carriera o attività.

E allora la domanda diventa inevitabile:

Come motivare il team?

Come chiedere risultati, senza poter contare (sempre) su incentivi economici?

Se ti limiti a dire “cosa fare e come farlo”, ottieni un effetto immediato.
Ma nel tempo si esaurisce.

Quando le persone non si sentono ascoltate o coinvolte, perdono energia.
Poco alla volta.

E questo si riflette su ambiente e risultati.

1. Inizia da te stesso

Non puoi motivare qualcuno se, tu per primo, non sei motivato.

Sei tu il punto di partenza.

Chiediti con onestà:

  • Sei davvero positivo ogni giorno?
  • Porti energia o la assorbi?
  • Sai ascoltare?
  • Hai una direzione chiara?

Prima lavori su questo.
Poi puoi pretendere dagli altri.

2. Comunica empatia

I leader efficaci hanno una forte competenza relazionale.

Non è solo questione di obiettivi.

È questione di persone.

Mostrati presente.
Attento.
Disponibile.

Interessati davvero dei tuoi collaboratori, anche fuori dal lavoro.

Non serve invadere lo spazio personale.
Serve esserci.

3. Focalizzati sui punti di forza

Le persone danno il meglio quando si sentono valorizzate.

La gratificazione è un motore potentissimo.

Un riconoscimento sincero vale più di molti incentivi.

Ma deve essere autentico.

Se è forzato o “di facciata”, ti si ritorce contro.

4. Riconosci i meriti (davvero)

L’autostima si nutre di attenzione e riconoscimento.

E le persone se ne accorgono subito se stai ascoltando… o facendo finta.

Non c’è niente di più frustrante che sentirsi ignorati o fraintesi.

Riconoscere il lavoro fatto — anche quando il risultato non è perfetto — crea fiducia.

E un ambiente più sano.
Più produttivo.

5. Crea entusiasmo, non solo obiettivi

Siamo sempre proiettati in avanti.

Raramente ci fermiamo a celebrare.

Eppure è lì che si costruisce energia.

Ogni risultato — piccolo o grande — è un’occasione per rafforzare il team.

Celebrare significa condividere.
E creare senso di appartenenza.

Se il tuo team ha perso energia e coinvolgimento,
scopri il mio percorso mirato “Motivare il team demotivato”:

uno spazio pratico e protetto per analizzare
le dinamiche reali e costruire azioni subito applicabili.

6. Dai obiettivi chiari e supporto reale

Obiettivi vaghi creano confusione.

Obiettivi chiari creano movimento.

Devono essere:

  • specifici
  • misurabili
  • raggiungibili

Ma non basta assegnarli.

Devi esserci.

Chiedi:

  • “Come posso aiutarti?”
  • “Cosa ti serve per riuscirci?”
  • “Quali strumenti ti mancano?”

Il supporto fa la differenza.

7. Costruisci fiducia ogni giorno

La fiducia non si dichiara.
Si dimostra.

Condividere informazioni, responsabilità e risultati è un segnale forte.

Trasparenza e coinvolgimento fanno sentire le persone parte del gioco.

Quando si sentono importanti, aumenta tutto:

impegno
energia
produttività

E tu?

Quanto spesso celebri un risultato con il tuo team?

Il tuo modo di guidare fa sentire le persone davvero parte del progetto…
oppure solo esecutori?

Sulla difficoltà di motivare il team trovi spunti interessanti nel mio libro “Prima volta Leader“.

Collaboratore introverso: 7 spunti per aumentarne motivazione e produttività

collaboratore introverso

Foto di MIXU

Molti leader socievoli vanno in difficoltà con i collaboratori introversi.

All’inizio succede spesso la stessa cosa.

Sei in riunione.
Fai una domanda e aspetti una risposta.
Passano alcuni secondi.
Silenzio.
Guardi la persona.

Ancora silenzio.

E nella testa iniziano a comparire pensieri quasi automatici:

“Non è coinvolto?”
“Non ha idee?”
“Non gli interessa?”

Poi qualcuno più estroverso interviene subito. Parla, propone, riempie il vuoto.

E quasi senza accorgertene inizi a percepirlo come più presente, più motivato, più partecipativo.

Ma qui c’è una trappola.

Stai forse confondendo chi parla di più con chi sta pensando di più.

Il collaboratore che parla meno non è automaticamente quello che ha meno da dire.

L’introverso spesso funziona in modo diverso.

Non ama necessariamente ragionare ad alta voce.

Prima osserva,
collega informazioni,
costruisce un pensiero.

Solo dopo parla.

Il problema è che molti leader interpretano quel tempo come distanza. O peggio: come scarso coinvolgimento.

Ed è qui che iniziano gli errori.

Ecco 7 modi per valorizzare un collaboratore introverso:

1. Non scambiare il silenzio per disinteresse

Questa è probabilmente la trappola più comune.

Perché il cervello tende a riempire i vuoti molto velocemente. Se una persona parla poco, rischi di attribuirle automaticamente scarso entusiasmo, poca iniziativa o scarso coinvolgimento.

Ma non sempre è così.

A volte sta semplicemente elaborando quello che sta succedendo.

Non tutte le persone sentono il bisogno di trasformare ogni pensiero in parole immediate.

2. Dagli tempo

Immagina una situazione molto semplice.

Domanda:

“Secondo voi come dovremmo procedere?”

Passano due secondi di silenzio e qualcuno interviene subito:

“Facciamo così…”

Fine.

Probabilmente il collaboratore introverso stava ancora costruendo il ragionamento.

La velocità con cui arriva una risposta non coincide sempre con la qualità del pensiero.

Nel lavoro premiamo spesso chi risponde più velocemente. Non sempre chi pensa meglio.

3. Evita di metterlo continuamente sotto i riflettori

Non significa proteggerlo o trattarlo con eccessiva delicatezza.

Significa capire come funziona.

Alcune persone si attivano davanti all’esposizione. Altre, quando sentono pressione, si irrigidiscono.

Se ogni confronto diventa:

“Dai, rispondi adesso.”

potresti ottenere esattamente il contrario di ciò che volevi.

4. Costruisci momenti uno-a-uno

Molti introversi si aprono molto di più fuori dal gruppo.

Una conversazione tranquilla. Una domanda semplice:

  • “Come stai vivendo questo progetto?”
  • “Cosa ti sta creando difficoltà?”

A volte proprio lì emergono idee che in una riunione da dieci persone non sarebbero mai uscite.

5. Chiedi cosa gli serve

Una domanda semplice. Quasi banale.

Eppure viene usata molto meno di quanto immagino:

“Cosa potrebbe aiutarti a lavorare meglio?”

Più chiarezza?
Più tempo?
Più confronto?
Supporto?

Chi tende a riflettere molto rischia a volte di restare intrappolato nei pensieri.

Il tuo ruolo non è pensare al posto suo.

È aiutarlo a trasformare il pensiero in movimento.

6. Usa anche la comunicazione scritta

Non tutti ragionano meglio parlando.

Alcuni riescono a esprimersi con maggiore precisione attraverso una mail, un documento condiviso o un breve follow-up scritto.

Non è freddezza.

Non è distanza.

È semplicemente un modo diverso di elaborare.

7. Dagli fiducia prima di pretendere sicurezza

Molti leader aspettano sicurezza dalle persone prima di concedere fiducia.

Spesso funziona esattamente al contrario.

Prima costruisci fiducia.
Poi cresce sicurezza.

Le persone raramente tirano fuori il meglio quando sentono di dover dimostrare continuamente qualcosa.

Non puoi cambiare le persone, ma puoi cambiare il modo in cui le gestisci.

Nel percorso Gestire un collaboratore difficile impari a comunicare con fermezza e rispetto, trasformando tensioni in dialogo costruttivo.

Scopri il servizio.

Riflessione finale

A volte il problema non è il collaboratore introverso.

È il filtro con cui lo stai osservando.

Perché se nella tua testa un buon collaboratore deve essere sempre rapido, brillante e espansivo rischi di perdere valore che arriva in una forma diversa.

Succede più spesso di quanto sembri.

Le persone più silenziose non sempre occupano spazio.

A volte lo costruiscono.

4 motivi per preferire colloqui di persona con i tuoi collaboratori

colloqui di persona

Foto di Tima Miroshnichenko

Nel Mondo del lavoro di oggi (quasi) tutto è velocità.

Messaggi immediati.
Call rapide.
Videoconferenze.
Aggiornamenti continui.

Ed è difficile negarne i vantaggi.

Risparmi tempo. Eviti spostamenti. Spesso risolvi problemi in pochi minuti.

Funziona.

Poi però succede qualcosa che probabilmente hai già visto.

Hai fatto cinque call nella giornata.
Hai scambiato venti messaggi.
Ricevuto aggiornamenti da tutti.

Eppure ti resta addosso una sensazione strana:

come se avessi comunicato tanto…

ma “incontrato” poco.

Forse il problema non è il digitale.

Lo uso anch’io. E in molte situazioni sarebbe assurdo farne a meno.

Il problema arriva quando il digitale diventa l’unica modalità di relazione. Perché a un certo punto rischi di parlare con persone che conosci sempre meno.

4 motivi per cui i colloqui di persona contano ancora:

1. Le persone ricordano molto più di quello che dici

Molti pensano che il valore di un colloquio stia soprattutto nei contenuti.

Le informazioni.
Le decisioni.
Le istruzioni.

Ma spesso le persone ricordano altro.

Ricordano come sono state accolte. Se avevi fretta. Se sembravi presente. Se ascoltavi davvero oppure stavi già pensando alla riunione successiva.

Anche piccoli dettagli iniziano a parlare.

La postura.
Il tono della voce.
Lo sguardo.
Perfino il modo in cui entri nella stanza.

Nei colloqui di persona, le persone non si portano via solo informazioni. Portano via soprattutto una sensazione.

2. Dal vivo senti anche quello che non viene detto

Ti sarà probabilmente capitato.

Domandi:

“Tutto bene?”

La risposta arriva immediata:

“Sì, certo.”

Le parole sembrano tranquille.

Poi però noti qualcosa.

Uno sguardo che sfugge.
Una pausa leggermente più lunga.
Un tono che cambia appena.

E improvvisamente inizi a capire che forse la risposta vera era diversa.

Nel lavoro il non detto pesa molto più di quanto immagini. E quando tutto passa attraverso uno schermo diventa molto più facile perderlo.

3. Riduci incomprensioni che spesso nascono dal nulla

Molte tensioni sul lavoro non nascono da grandi problemi.

Nascono da frasi interpretate male.
Da messaggi troppo veloci.
Da informazioni incomplete.

Oppure da qualcuno che legge una mail con un tono che tu non avevi mai pensato di dare.

Una conversazione dal vivo chiarisce in cinque minuti cose che, a volte, possono trascinarsi per settimane.

Le voci di corridoio crescono spesso nei vuoti lasciati dalla comunicazione.

4. Le conversazioni difficili meritano presenza

Ci sono situazioni che chiedono qualcosa di diverso.

Un feedback delicato.
Un richiamo.
Una valutazione negativa.
Una tensione nel team.

Sì, una mail è più veloce.

Ma non sempre ciò che è veloce costruisce fiducia.

Quando una persona riceve un messaggio difficile dovrebbe avere la possibilità di spiegarsi, fare domande e sentirsi guardata negli occhi.

Perché alcuni confronti non hanno bisogno di più parole.

Hanno bisogno di presenza.

Colloqui di persona? Il digitale non è il problema

Il punto è un altro.

A volte la tecnologia ti aiuta a comunicare meglio. Altre volte rischia semplicemente di aiutarti a evitare il contatto.

Puoi parlare con qualcuno ogni giorno e smettere lentamente di “incontrarlo” davvero.

Forse la domanda finale allora è:

quando è stata l’ultima volta che hai davvero incontrato” qualcuno?

La vera autorevolezza nasce dal modo in cui comunichi.

In questo percorso breve e pratico impari a farti ascoltare e rispettare, anche nei momenti difficili, senza perdere empatia.

Scopri “Farsi ascoltare dai collaboratori senza autoritarismo”.

Dare feedback: 15 cose da imparare dai grandi CEO

dare feedback

Foto di ANTONI SHKRABA

Quanto ti piace dare un feedback negativo a un tuo collaboratore?
Non molto, credo, ma fa parte del tuo lavoro.

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Tiene presente che il feedback se condotto in modo costruttivo, fornisce coerenza,
guida e diventa prezioso sia per te che per il tuo dipendente.

Lo scopo di dare feedback non dovrebbe essere quello di incolpare o accusare la persona,
ma creare piuttosto la giusta consapevolezza che può condurre alla correzione o al miglioramento di una prestazione o un atteggiamento.

Le persone che lavorano con te “meritano” un feedback da parte tua

Hanno il diritto di sapere cosa-sbagliano e il dovere di provare a sistemare le cose che sbagliano.
Non possono farlo se non sanno cosa/come fare.

I grandi manager analizzano prima il problema da tutte le prospettive per comprenderne le sfumature.

Usano una voce calma e assertiva, che li aiuta a rimanere concentrati e chiarire il punto. Ascoltano le idee dei loro dipendenti e, quando possibile, aggiungono le loro.

Stabiliscono la connessione con il collaboratore, identificando i risultati o l’impatto di un atteggiamento nel quadro di un problema di prestazioni.

Ecco 15 cose da ricordare per dare feedback come un grande CEO:
 

Tieni conto che il feedback avrà effetto sia sul singolo che sul team.

(Le persone condividono le impressioni soprattutto quando negative)

Rispetta sempre la privacy.

Risolvi il problema il prima possibile.

(Se gli animi sono accesi prendi un periodo di riflessione)

Discuti le prestazioni, non la persona.

Ascolta (davvero).

Concentrati sul futuro, non sul passato.

 
POTENZIA LA TUA TEAM LEADERSHIP > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

Non generalizzare, specifica sempre.

Condividi la colpa, se necessario.

Consenti al tuo collaboratore di salvare la faccia.

Riassumi quanto detto e quanto avete entrambi concordato.

Stabilisci un momento per verificare i progressi.

 
PIÙ AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > scopri il percorso di coaching più efficace per te
 

Affronta dinieghi e resistenze con calma e obiettività.

Sii disponibile. Incoraggia la persona a “cercarti”.

Trasmetti grande fiducia che il miglioramento può avvenire.

I grandi CEO vedono il potenziale in persone imperfette.

 

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO >

Meeting aziendali: 8 errori che ti fanno perdere il carisma del leader

meeting aziendaliFoto di Yan Krukov

I meeting aziendali sono l’occasione per dimostrare la tua autorevolezza di leader.

Possono essere ispiratori e produttivi, quando fatti bene,
ma improduttivi e inutili o anche conflittuali se non hai il giusto atteggiamento.

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Ecco 8 errori che ti fanno pagare in carisma e leadership verso i tuoi collaboratori:

1. Non sai gestire le obiezioni

Se qualcuno è in disaccordo con te, non prenderlo come un attacco personale,
(a meno che non sia davvero un attacco diretto a te).

Non rispondere a un’osservazione (che ritieni inadeguata) con un commento ugualmente inappropriato.
Non replicare con una risata, un sorriso o un’espressione severa.
Mantieni la calma. Cerca di non sembrare influenzato.
Il pericolo è l’escalation.

Non minacciare. Non attaccare.
Ti rende debole.

Come ho scritto nel mio libro “AUTOREVOLEZZA” non avere paura delle obiezioni, delle domande dei tuoi collaboratori (anche se provocatorie o poco pertinenti). È una grande opportunità per “aumentare” il tuo carisma e la tua leadership.

La scelta più debole che tu possa fare è cercare di evitarle con la speranza che scompaiano magicamente.
Non succederà.

Le osservazioni durante le riunioni devono diventare tue preziose alleate e per questo le dovrai quasi “stimolare”, piuttosto che temere.

Se fai ogni sforzo per trattare le obiezioni come “normali”,
avrai un dialogo più produttivo e autorevole.

 
RIUNIONI PIÙ AUTOREVOLI > scopri il percorso di coaching ideale per te
 

2. Arrivi impreparato ai tuoi meeting aziendali

“Oh, scusate. Sì, uhm … che cos’è questa riunione? Non ho letto l’e-mail.”

Un punto importante che era stato inserito nell’ultimo ordine del giorno e tu …
non sei pronto!

Sei occupato? Beh! Siamo tutti occupati.
Ognuno ha “rubato” del tempo per essere lì.

La riunione sarà senza dubbio sterile (anche il tuo carisma).

La mancanza di preparazione uccide il potenziale di qualsiasi riunione ancor prima che il primo tuo collaboratore si sieda o si collega in videoconferenza.

 
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3. Trasmetti insicurezza

  • “Sono preoccupato che non raggiungeremo il nostro obiettivo.”

Il leader insicuro mette in discussione la propria e la capacità del suo team.

Non ha strategie, è solo preoccupato.

Il leader esitante non parla apertamente dei suoi dubbi, ma la paura nel suo tono dice tutto.
Il “non detto” si basa sulla paura, la pressione e l’incertezza.

Per favore …
parla con il tono da leader o non parlare affatto!

4. Sei negativo

Non rimuginare sulle preoccupazioni e sugli errori. I problemi (spesso) sono irresistibilmente “affascinanti”. Attraggono. Non ti ci stacchi più.

Quando si è troppo concentrati sulla risoluzione dei problemi,
termini la riunione mentalmente svuotato.
Inaridito.

Chiediti cosa puoi fare/dare per assicurarti che la riunione abbia successo.
Favorisci la connessione tra i partecipanti.

Concentrati su dove stai andando.
Non organizzare meeting aziendali solo perché devi.

Dedica più tempo alle opportunità, alle soluzioni, promuovi il progresso, onorando i punti di forza del tuo team. Le prestazioni eccellenti sono il frutto del potenziamento dei punti di forza e non solo della correzione dei punti deboli.

 
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5. La “tiri” lunga

Organizzare meeting aziendali brevi è una componente essenziale per aumentare la tua autorevolezza e migliorare l’efficienza del team.

Pianifica solo il tempo che ti serve. Se supponi di poter concludere la riunione in 45 minuti non “arrotondare” a 60 minuti.

Quindi dai alle tue riunioni un “punto fermo temporale” e rispettalo!
Se ritieni di aver bisogno di 45 minuti, pianifica 45 minuti.

Ciò costringerà te e gli altri partecipanti a rimanere concentrati.

6. Parli “troppo”

La riunione è improduttiva se parli tu per tutto il tempo.

Non essere così ansioso di dispensare perle di saggezza ai tuoi collaboratori.
Se conduci riunioni e ami la tua voce, farai innervosire tutti.

“Quello che dovete capire è…”
C’è qualcosa di più frustrante e irritante sentirsi dire che … tra qualche secondo ci aprirai le porte del sapere.

Questa frase ha un certo retrogusto paternalistico, che probabilmente ispirerà le persone solo a non ascoltare il resto.

Salta i giudizi personali.

Non esaminare ogni dettaglio della riunione precedente ed evita di ricercare l’approvazione degli altri. Smetti di interrompere e di aggiungere orpelli e ridondanze ogni volta che qualcun altro parla.

Non solo è noioso, è inutile.
Soporifero.

Una volta persa l’attenzione del gruppo è difficile (se non impossibile) riconquistarla.
Aggiungi valore, non parole.

 
News: puoi prendere spunti interessanti dal mio libro “AUTOREVOLEZZA”
 

7. Spegni l’entusiasmo

  • “Ci abbiamo già provato.”
  • “Non abbiamo tempo.”
  • “Non è un nostro problema.”
  • “Abbiamo sempre fatto così.”
  • “Non è nel budget.”
  • “Mettiamolo nel cassetto per ora.”

Scuotere la testa, roteare gli occhi, sorridere in modo ironico …
può interrompere una discussione appassionata in pochi secondi.

In qualità di team leader è importante incoraggiare il tuo team a ottenere le massime prestazioni. Ciò significa usare cautela quando si commentano le idee generate dal gruppo.

Potresti non essere d’accordo ed è giusto dire la tua opinione,
ma fallo con tatto.

Non spegnere l’entusiasmo delle persone che lavorano con a te!

Non intendo che devi farti prendere dall’ardore, sgranare gli occhi come Rolando (il personaggio di Aldo Baglio del trio Aldo, Giovanni e Giacomo) quando esclama “Non ci posso credere!” ma neanche accogliere le parole con un’espressione del viso corrucciata e scettica e … chiudere ogni possibilità.

 


 

8. Chiudi i meeting aziendali senza programmare azioni specifiche

I meeting aziendali che terminano senza azione è solo tempo sprecato.

Proprio come ricerchi preparazione e chiarezza prima della riunione, così dovresti concretizzarla quando la termini: ottenere chiarezza sui passaggi successivi.

Se non pianifichi azioni da intraprendere, perdi tempo tu, lo stai facendo perdere agli altri,
pagando in autorevolezza!

Per mostrare la tua leadership, assegna compiti e assicurati che tutti siano d’accordo sulla scadenza della loro esecuzione.

Chiedi o decidi chi-fa-cosa ed entro-quando.

In definitiva i meeting aziendali …

dovrebbero entusiasmare, incuriosire, chiarire tutti i dubbi.

Permettere la partecipazione attiva di tutti,
sollevare incertezze, indurre a fare domande, a parlare, mantenere una discussione aperta (senza timore e senza sentirsi a disagio) ma soprattutto devono consentire un ascolto attivo (da parte tua).

Gli errori dei manager che minano la motivazione del personale

Potresti essere convinto che il tuo approccio sia professionale, esemplare e ammirevole.
E sono convinto che sia così!

Tuttavia … non sono pochi i team leader che mi contattano per “fare” coaching lamentando seri problemi di rapporto con il loro team (con tutto lo strascico di conflitti, cali di produttività, scarsi risultati e bruciori di stomaco).

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Cosa ne pensi?
Paranoie di lavoratori con bassa autostima?
Esasperazioni di collaboratori stressati e inadeguati?
Sempre più permalosi e suscettibili?

Uhm … Forse!

Potresti anche non essere così consapevole di adottare atteggiamenti e comportamenti che ritieni “assolutamente normali” e che però sono recepiti dal tuo team come arroganti, spavaldi, eccessivi, odiosi.

Prima di pensare che questo post non ti riguardi, ti chiedo di spendere qualche minuto per leggere l’elenco qui sotto, vedere se non ti ritrovi in qualche punto.

Gli errori dei manager? Devi dare valore alla gestione del team

Se gestisce oggi un team (piccolo o grande, non fa differenza), dovresti riuscire a dare un valore aggiunto, prendere coscienza dei mutamenti, adattarti a questi cambiamenti e porti domande su come migliorare e approcciare con più efficacia i tuoi collaboratori.

Spesso ci comportiamo male e senza riguardo senza rendercene conto, anche in buona fede, per mancanza di tempo, per lo stress, per incomprensione, per superficialità, per ignoranza (nel senso di non conoscenza) ma anche per pura stronzaggine, vera strafottenza e ricercata arroganza.

Pochi considerano la gestione del team, un valore o un’area strategica su cui investire.
Spero lo faccia tu!

Ecco gli errori dei manager che minano la motivazione del tuo personale:

 
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1. Non mostrare rispetto

Tutti desideriamo rispetto.

Come ho scritto nel mio libro sull’autorevolezza il rispetto degli altri sul posto di lavoro è qualcosa cui bramiamo in molti, ma sono pochi quelli che hanno le idee giuste su come raggiungerlo.

Ecco gli errori dei manager in cui potresti “incappare” (a volte senza nemmeno volerlo):

  • Interrompi spesso mentre qualcuno sta parlando
  • Fai domande ovvie e correzioni insignificanti che rendono i collaboratori stupidi
  • Dai consigli (anche sul privato) non richiesti
  • Generalizzi utilizzando termini come “sempre”, “mai“, ecc. tipo “Sei sempre in ritardo” oppure “Ogni volta sbagli
  • Sparli di un collaboratore quando non è presente

2. Non essere empatico

Che cosa trasmetti, anche (e soprattutto) inconsciamente, quando ti relazioni con tuoi collaboratori?

Chi lavora al tuo fianco avverte un’attenzione particolare, la tua partecipazione, il tuo interesse?
Oppure sei una gelida macchina che distribuisce ordini, mansioni e scadenze?

A volte, sei distratto, fai solo finta di essere interessato, si vede, si “sente”,
chi ti parla ha la netta sensazione di non essere ascoltato.

Ecco gli errori dei manager: per ognuno dei tuoi collaboratori, non c’è niente di più frustrante e irritante vedere come la sua richiesta o problematica sia stata poco ascoltata, capita o fraintesa.

3. Gli errori dei manager: non mantenere le promesse

Se dici che stai per-fare o non-fare qualcosa, per uccidere la fiducia dei tuoi collaboratori in un colpo solo è sufficiente … non mantenere la parola data.

Non c’è molto da dire.

Onestà, integrità e fiducia sono assolutamente essenziali per la gestione del team e il successo nella vita.
L’incoerenza è difficile da digerire. Per tutti.

Se (per esempio) sei il primo a predicare ai collaboratori di “avere una vita equilibrata”. Bilanciata e regolata.

Se continui a raccomandare che i week-end sono preziosi, che si dovrebbero spendere con la famiglia,
perché poi invii mail di lavoro la domenica pomeriggio?

 
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4. Sottolineare errori o carenze

Davanti a tutti.
Il team, i colleghi, i clienti.

È il tuo modo di esercitare il potere.
Ok, ma trova un altro modo (meno puerile) per farlo.

A volte, nella gestione del team usiamo il sarcasmo per alleggerire lo stress o il carico di lavoro.
Il sarcasmo è il modo vigliacco di dire quello che realmente pensiamo.

Se c’è qualcosa che vuoi dire, dillo. Non nasconderti.
Altrimenti taci.

Sei il capo, dimostralo.

5. Controllare tutto

Pretendi di verificare tutta la corrispondenza, le e-mail e i preventivi, di bloccare tutto finché non dai la tua “benedizione”. Il tuo OK.

Sei riluttante a delegare, ti concentri anche su piccoli dettagli e non lasci libera iniziativa,
anche sulle decisioni più banali.

Così facendo mostri una completa mancanza di fiducia che fa sentire il tuo collaboratore demotivato,
inutile e improduttivo.

 
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6. Non condividere le informazioni

  • Perché razioni le informazioni?
  • Trattieni per te le info importanti?
  • Non chiedi mai a chi lavora con te pareri e feedback?

Tutto quello che stai ottenendo sono pettegolezzi e paura (“figli prediletti” dell’improduttività).

Nella gestione del team, condividere (quasi tutte) le informazioni è un grande atto di fiducia e un riconoscimento molto potente per i tuoi collaboratori.

La maggior parte delle persone che lavora al tuo fianco desidera fare un buon lavoro, condividere con te le responsabilità, i compiti e il raggiungimento dei risultati.

Distribuire le varie responsabilità, condividere le informazioni è un attestato di fiducia per i tuoi collaboratori …
è come dire a ciascuno di loro “Io mi fido di te”.

 


 

7. Gli errori dei manager? Non scendere mai dal piedistallo

Sei un “grande” ad assegnare i compiti.

Molto meno a partecipare. A prenderne parte.
A esserne parte.

Al fianco del tuo team.
Metti giù la testa, lavora, suda, anche tu … insieme al tuo team.

8. Essere sempre teso

Quando sei sotto pressione o sei stressato è facile che, senza accorgerti, inizi a girovagare senza meta o coerenza. Ora qua, ora là, adesso qui e poi ricomincia il giro.

Muovendoti tutto il tempo (come un tarantolato) in spazi chiusi del tuo luogo di lavoro crei attorno a te un clima di nervosismo che può influenzare e condizionare negativamente i tuoi collaboratori.

Quando non ci sei, tutti tirano un sospiro di sollievo.
Pensaci la prossima volta che cominci a girare come una trottola.

9. Manifestare simpatie e preferenze personali

Forse non te ne rendi conto …
ma se coinvolgi, ridi, scherzi, vai a pranzo o a pausa-caffè sempre e solo con la stessa persona o il solito gruppetto “fidato” di collaboratori …
potresti creare palesi manifestazioni di preferenze.

È naturale e normale, sentire maggiore feeling e simpatia per alcune persone rispetto ad altre, ma se poi inizi a sorvolare o non dire niente per amicizia e simpatia, rischi di perdere la faccia e la stima del resto del personale, dando un`immagine di leader debole e influenzabile.

Ovviamente ci sono collaboratori che sono e devono essere più coinvolti rispetto ad altri ma devi cercare di coinvolgere (con le dovute differenze) ogni membro del tuo team.

 
LA TUA AUTOREVOLEZZA SUL LAVORO > puoi prendere spunti interessanti dal mio libro sull’autorevolezza
 

10. Non prendere le difese del tuo team

Il titolare ha “cazziato” ingiustamente un tuo collaboratore e non hai mosso un dito?
Un cliente odioso ha trattato senza rispetto un tuo dipendente e ti sei voltato dall’altra parte, facendo finta di niente?
Quando è l’ultima volta che sei battuto per un membro del tuo team?

Se non lotti per il tuo staff, perdi la loro fiducia.

Non devi “fare l’eroe”, il paladino dei diritti dei più deboli e neanche metterti contro il grande capo o il cliente indisponente (di questi tempi poi …) ma se sorvoli completamente sull’accaduto rischi di perdere la stima del tuo personale.

Sono d’accordo con te … nell’attuale Mercato del lavoro, nella gestione team, semplici gesti come questi se ne vedono sempre meno e sono ad appannaggio di qualche solitario eroe innovatore. E allora?

Non sarebbe il caso di cominciare?
Perché non ci provi già domani?

Motivare i collaboratori: 8 semplici metodi per generare energia positiva

motivare i collaboratori

Andiamo dritti al punto:
tutte le persone hanno energia.

Un’energia che può essere aumentata o dissipata.
La tua missione è alimentare costantemente tale energia.

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Quanto sei consapevole che, come leader del tuo team, hai un grande impatto sull’energia dei tuoi collaboratori?
Sai che la tua energia (positiva o negativa) si riflette nella dinamica della tua squadra?

Devi proteggere, alimentare e accendere questa energia.

L’energia fluisce quando il lavoro è significativo, può essere aumentata attraverso un lavoro mirato e appagante. L’energia aumenta con la chiarezza e l’azione.

Se gestisci male tale energia, la forza svanisce

Subentra la demotivazione.
La svogliatezza.

Quando le persone perdono energia, fanno solo il compitino,
quello che basta, quello che è sufficiente.

I progetti non si realizzano.
Decadono.

Ecco 8 semplici metodi per motivare i collaboratori e generare energia positiva:

1. Ascolta le preoccupazioni e i suggerimenti delle persone

Chiediti:

  • Conosco le aspirazioni dei membri del mio team?
  • So cosa vogliono? Desiderano?
  • Cosa li preoccupa? Davvero?

Chiedi:

  • “Questo sembra disturbarti/preoccuparti?”
  • “Sembri entusiasta di questo compito/mansione?”
  • “Capisco/Vedo cosa stai dicendo”

Assicurati che sappiano che sei disponibile ad ascoltare le loro opinioni e suggerimenti.
Mantieni un approccio da “porta aperta” oppure “contatto aperto”.

Se desideri motivare i collaboratori, migliorare le prestazioni dovresti essere inclusivo e umile.
Incoraggiare il tuo personale a parlare.
A chiedere il tuo aiuto (chiamalo supporto se ti suona meglio).

Incoraggia una sperimentazione entusiasta, così fondamentale per l’innovazione. Se gestisci con l’intimidazione, le conseguenze potrebbero essere negative e dannose.

Quando guidi con un atteggiamento positivo, le persone andranno ben oltre ciò che è necessario.
Se le persone si sentono apprezzate, diventano più produttive.

Per contro, non sorvolare sugli aspetti negativi. Su comportamenti tossici.

Occupatene subito!

 
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2. Rispetta l’impegno e le aspirazioni

Ciò che è facile per te potrebbe essere difficile per gli altri.

Rispetta le difficoltà.
Comprendi lo sforzo dei tuoi collaboratori.
Cerca l’aspirazione delle persone dietro la loro frustrazione.

Chiedi:

  • “Cosa ti piacerebbe fare al riguardo?”
  • “Come posso aiutarti?”
  • “Qual è il prossimo passo?”
  • “Hai competenza, puoi fare di più!”

3. Ammira i punti di forza e i progressi

Ammira e sottolinea i punti di forza dei tuoi collaboratori:

  • “Sei bravo a …”
  • “Raggiungi il massimo quando …”
  • “Come sei diventato bravo a …?”
  • “Come potresti applicare la tua competenza a questa situazione?”
  • “Sei al massimo/top quando… (specificare: mediazioni, gestioni di riunioni per esempio)”

Apprezza i progressi:

  • “Sì, devi ancora migliorare, ma hai fatto dei progressi (specificare quali)”
  • “Che cosa ti suggerisce il successo passato per risolvere il problema attuale?”

 
PIÙ LEADER DEL TUO TEAM > scopri il tuo percorso di coaching ideale (modalità, costi ecc.)
 

4. Un semplice modo per motivare i collaboratori? Sorridi!

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza strategie e tecniche per diventare il riferimento carismatico dei tuoi collaboratori e colleghi” un sorriso diffonde positività e ottimismo.
Coinvolge le persone.

È contagioso. Soprattutto al lavoro.
È un ottimo sollievo nei momenti difficili.

Quando le persone ti vedono sorridere, ti sorridono.

Il tuo sorriso, porta energia positiva nel team.
Sorridendo comunichi che le cose stanno andando bene.

E andranno bene!

5. Motivare i collaboratori: festeggia con loro

Celebrare è una forma facile e divertente per generare energia positiva.
Festeggiare è un modo per generare energia positiva sul posto di lavoro.

Celebra le vittorie, anche (e soprattutto) quelle meno eclatanti.
Fai sentire la tua squadra apprezzata.

Non restare bloccato nell’attesa di festeggiare il grande risultato. Mostra alla tua squadra piccoli modi per festeggiare ogni settimana.

Riconosci il lavoro dei tuoi collaboratori. Comunicalo in modo incoraggiante ed edificante.

Non limitarti alle ricorrenze lavorative o solo quando si raggiungono grandi traguardi.

6. Mostra passione

Non basta fare qualcosa, devi farlo (anche) bene.

Lavora cercando di migliorarti ogni volta.
Ogni giorno. Mettici l’anima, dai il massimo, il meglio di te stesso!

Mettere passione in tutto ciò che fai, è il presupposto per creare energie strepitose. I risultati che ottieni sono la diretta conseguenza di azioni sistematiche che metti in atto ogni giorno.

La tua passione “influenzerà” chi ti circonda.

Assicurati che le persone non siano demotivate.
Porta novità ed eccitazione. Fai o chiedi qualcosa di inaspettato.

Porta vibrazioni positive alla tua squadra!

 


 

7. Vuoi motivare i collaboratori? Tratta le persone con rispetto

Mi è difficile comprendere come alcuni imprenditori e manager trattino i propri collaboratori così male e poi pretendono che (magicamente) siano efficienti e produttivi.

Non si rendono conto quanto le persone siano importanti per il loro successo?
Le aziende che trattano i loro dipendenti correttamente, e danno il rispetto che meritano, hanno sempre un rendimento migliore.

I grandi leader lo sanno come motivare il team.
Hanno sempre e prima di tutto competenze elevate con le persone.

Non perdono mai l’occasione di essere amichevoli nel comportamento e nei gesti (scopri il personal coaching per motivare il tuo team).

Prova a chiederti … come vorrei essere trattato se i ruoli fossero invertiti?

8. Entra a far parte del team, non limitarti a gestirlo

Se vuoi che i tuoi collaboratori siano più produttivi, ti vedano come un leader efficace e carismatico,
rimboccati le maniche e aiuta la squadra a terminare il compiuto/progetto (in un momento particolarmente critico).

Lo sai che i leader che si sacrificano sono visti (dai loro collaboratori) come più cooperativi e affidabili? Giusti. Altruisti. Degni di fiducia.
Meritevoli.

Un ambiente di lavoro avrà sempre più successo quando più aumenterai le emozioni positive e il benessere.
Migliora i rapporti tra le persone e amplificherai le capacità e la creatività.

Tutti noi aspiriamo a un lavoro soddisfacente, lavorare al fianco di persone ispiranti.
A volte succede. Sovente no.

Ispira il tuo team. È un ideale per cui vale darsi da fare.
Lottare!

Discussione sul lavoro: affrontare con successo una persona sulla difensiva

persona sulla difensiva

Foto di RODNAE Productions da Pexels

Quante volte hai visto una persona sulla difensiva?

Non appena inizi a parlare:

  • incrocia le braccia
  • alza “barriere”
  • giocherella con la penna
  • distoglie lo sguardo
  • volta la testa
  • difende a oltranza il suo operato

Il linguaggio del corpo è il primo segnale.
Ancora prima delle parole.

Quando una persona si mette sulla difensiva,
crea fisicamente una distanza tra te e lei.

Difendersi significa una cosa sola:

Evitare di accettare responsabilità.

Se c’è una colpa, puoi starne certo…
non è la sua!

La difesa è spesso il segnale
di una difficoltà più profonda:
accettare l’incombenza della situazione.

Sul lavoro, per molti,
difendersi è diventata una forma d’arte.

In realtà è una reazione istintiva

Proteggersi dal senso di colpa
e dall’insicurezza.

Le persone sempre sulla difensiva
faticano ad assumersi responsabilità
e spesso si sentono sbagliate, inadeguate.

Come ho scritto nel mio libro “Autorevolezza
– ora nella NUOVA versione aggiornata 2025 –

per alcune persone accettare responsabilità
è vissuto come accettare il fallimento.

Quando il feedback diventa un attacco

Chi è sulla difensiva
percepisce il feedback come ingiusto
o come un attacco personale.

Non come un’osservazione
su comportamenti o risultati.

Difendendosi crede di evitare il confronto,
ma in realtà lo sabota.

Accusa te.
Il contesto.
Il collega.
L’azienda.

“Se mi avessero aiutato, non sarebbe successo.”

Invece di scusarsi e riparare,
elenca giustificazioni.
Minimizza.
Ridimensiona il problema.

È importante dirlo chiaramente:
il comportamento difensivo spesso nasce
da problemi più profondi
che hanno poco a che fare con te.

Non puoi controllare le reazioni degli altri.
Puoi solo scegliere come comunicare.

Persona sulla difensiva: resisti alla tentazione di “avere ragione”

Quando qualcuno si difende,
mantenere una comunicazione sana è difficile.

E spesso, senza accorgercene,
peggioriamo la situazione.

Ricorda questo:
la reazione dell’altro ha poco a che fare con te.
È il risultato di emozioni represse
e accumulate nel tempo.

Più ti difendi,
più aumenti la probabilità di uno scontro.

La contro-difesa è inefficace.

Più ti giustifichi,
più dai forza alle opinioni altrui.

Quando scegli di non difenderti:

  • apri al dialogo
  • accetti il confronto
  • dimostri ascolto
  • non mostri paura

Ed è lì che l’altro, spesso,
abbassa le armi.

Trova un accordo (anche minimo)

Porta pazienza.
Mantieni la calma.

È difficile.
Ma è la cosa più utile che puoi fare.

Anche se il punto di vista dell’altro
ti sembra fastidioso o irragionevole,
cerca un punto di contatto.

Esprimi un consenso parziale:

  • “Capisco che tu la veda in modo diverso.”
  • “In alcune situazioni potrebbe essere vero.”
  • “Potresti avere ragione.”

Se la persona non accetta il tuo feedback,
cerca di capire perché.

Riconosci la sua reazione,
senza giudicarla.

Chiediti con onestà:

  • Ho interpretato male i fatti?
  • Ho frainteso le sue intenzioni?
  • Il feedback è impreciso o ingiusto?
  • È solo una risposta emotiva?

Persona sulla difensiva? Mantieni una mentalità aperta

Fai domande vere.
Non retoriche.

Mostra che vuoi capire,
non vincere.

Chiedi come si sente.
Ascolta.
Chiedi ancora.

Come scrivo nel capitolo 5 del mio libro,
usa affermazioni aperte per ridurre la difesa:

  • “Riconosco che questo può essere difficile da ascoltare.
    Voglio capire meglio: su cosa non sei d’accordo?”
  • “Quali altri punti di vista pensi dovremmo considerare?”
  • “Io vedo questa come una tua responsabilità.
    Parliamo del perché tu non la vedi così.”

Quando una persona si sente compresa,
la difesa cala.

Lo spazio di dialogo si apre.

Gestire conversazioni difficili
richiede lucidità, empatia e metodo.

In conclusione

Una persona sulla difensiva
non è “contro di te”.

È spesso contro se stessa.

E se sai restare saldo,
senza difenderti né attaccare,
sei già un passo avanti
nella tua autorevolezza.

Nei momenti di tensione,
un buon feedback può cambiare la direzione
di una relazione professionale.

Scopri il coaching mirato:
Dare feedback costruttivi in situazioni critiche

e impara a comunicare con autorevolezza
anche nelle situazioni più complesse.

Colloquio individuale con un collaboratore: 20 regole di base (spesso poco applicate)

colloquio individuale

Foto di cottonbro da Pexels

Le accortezze di un buon colloquio individuale con un collaboratore sono semplici.

Facilmente applicabili.

Si pensa che basti essere educati, parlare in modo chiaro… e il gioco è fatto!

Proprio perché sono così semplici, spesso diventano banali.
Scontate.

E quindi eseguite con superficialità e leggerezza.

Un esempio?

Il sorriso di circostanza.
Quell’increspare leggermente le labbra per accennare un sorriso.

Non toglie quel retrogusto di disagio e di non-riconoscimento che proviamo.

Siamo molto lontani da:

  • “Oh! Ma che piacere averti qui!”

Oppure…

Come spiegare quel senso di superiorità e altezzosità che, a volte, ci accoglie in un colloquio individuale?

Possiamo bollare la persona come scortese o poco professionale?

Magari no.

Eppure, rimane quella sensazione gelida.
Di sufficienza.
Di fretta.
Indifferenza.

Come se stessimo disturbando.

Tutte esagerazioni? Paranoie?

Non direi.

Come spiego nel mio libro “Autorevolezza”, le persone oggi ricercano soddisfazioni emotive.
Anche chi si definisce estremamente razionale.

Riconoscimento.
Disponibilità.
Ascolto.
Apprezzamento.
Empatia.

Sono queste le esperienze più gratificanti.

Ma anche le più sensibili.
E le più pericolose, quando mancano.

Per questo è fondamentale distinguere tra professionalità e comportamento.

Una check-list essenziale per i tuoi colloqui individuali

Queste 20 regole sono semplici.

Forse le conosci già.
Ma applicarle con consapevolezza cambia tutto.

Considera questo post come una check-list operativa.
Un promemoria concreto prima del tuo prossimo incontro.

1. Ricorda la potenza della prima impressione

Bastano pochi secondi per formare una percezione.

E una volta formata, cambiarla è difficile.

I primi istanti sono decisivi.
Ogni dettaglio contribuisce.

Nulla dovrebbe essere lasciato al caso.

Approfondisci con il mio post sulla prima impressione.

2. Attenzione al look

Vuoi essere ricordato per la tua competenza.
Non per una trascuratezza evitabile.

Sobrio.
Curato.
Coerente con il contesto.

Elegante, ma autentico.

3. La puntualità è un must

Il ritardo comunica disorganizzazione.
Anche — e soprattutto — se sei il capo.

Se accade, scusati subito.

4. La cortesia non è opzionale

La vera leadership si riconosce da come tratti tutti.

Non solo chi è “sopra”.
Ma anche chi è “sotto”.

Chi ha bisogno di dimostrare di essere superiore, non lo è ancora.

5. Prepara la location

Arriva prima.
Prepara lo spazio.

Questo riduce lo stress e aumenta la tua presenza.

Evita colloqui uno dopo l’altro senza pausa.
Ogni incontro merita energia piena.

6. Alzati in piedi quando la persona entra

È un gesto semplice.

Ma comunica rispetto.
Presenza.
Accoglienza.

E migliora anche la qualità della tua voce.

7. Mantieni il contatto visivo

Il contatto visivo comunica sicurezza.

E riconoscimento.

Stai dicendo:
“Tu sei importante.”

8. Annuisci e reagisci

Un volto immobile crea distanza.

Annuisci.
Sorridi.
Reagisci in modo naturale.

Mostra che sei presente.

9. Inizia con leggerezza

Non entrare subito nel merito.

Qualche minuto di conversazione informale crea connessione.

Costruisce fiducia.

10. Prendi appunti

Prendere appunti comunica rispetto.

Dimostra che ciò che l’altro dice ha valore.

E rafforza la tua memoria operativa.

11. Ascolta davvero

Non dominare la conversazione.

Ascoltare è la base dell’autorevolezza.

Se non ascolti, non verrai ascoltato.

Nel mio libro “Autorevolezza” trovi strumenti concreti per sviluppare questa capacità fondamentale.

12. Poni domande conclusive

Verso la fine, chiedi:

  • “C’è qualcosa di cui vorresti parlare prima di chiudere?”

Questo apre spazio a ciò che conta davvero.

13. Ricorda e usa il nome

Il nome è identità.

Usarlo crea connessione.
Riconoscimento.
Rispetto.

14. Non dimenticare il follow-up

Ciò che accade dopo l’incontro è decisivo.

Scrivi.
Conferma.
Segui.

È qui che si consolida la fiducia.

15. Non trasmettere fretta

La fretta comunica disinteresse.

La calma comunica autorevolezza.

Chi si sente ascoltato, si apre.

16. Evita argomenti rischiosi

Politica.
Religione.
Battute fuori luogo.

Mantieni il focus.
La professionalità protegge la relazione.

La tua autorevolezza passa anche dalla tua comunicazione.

Scopri il percorso:
Voce, attitudine, presenza: comunica autorevolezza da Executive

17. Non essere troppo informale

Non devi essere un amico.

Devi essere un leader.

Autentico.
Presente.
Equilibrato.

18. Spegni il telefono

Controllare notifiche durante un colloquio distrugge la connessione.

Comunica disinteresse.

La tua presenza è il tuo strumento principale.

19. Non divagare

Mantieni la direzione.

La chiarezza rafforza la leadership.

La dispersione la indebolisce.

20. Dai seguito alle parole

Definisci i prossimi passi.

Scrivili.
Condividili.
Seguili.

La fiducia nasce dalla coerenza.

Il vero obiettivo di un colloquio individuale

Non è solo scambiare informazioni.

È costruire fiducia.
È rafforzare la relazione.
Sviluppare autonomia e responsabilità.

Quando un colloquio è condotto con presenza e consapevolezza, diventa uno strumento di leadership potente.

Quando è gestito con superficialità, diventa solo un incontro in più.

Le persone non ricordano tutto ciò che hai detto.

Ma – stanne certo – ricordano come si sono sentite davanti a te.

È lì che nasce — o si perde — la tua autorevolezza.